Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
Abbonamento annuo Euro 29.00.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Dunque Azione nonviolenta entra nel trentottesimo anno di vita. E’
un bel traguardo per una rivista come la nostra. Aldo Capitini ci ha lasciato
un patrimonio culturale e di esperienza di grande ricchezza. La rivista
da lui voluta esce regolarmente dal 1964, ed oggi Azione nonviolenta è
ormai una realtà consolidata non solo per il movimento nonviolento.
Sinceramente mi sento onorato e inadeguato a ricoprire il posto di direttore
di Azione nonviolenta che nei decenni scorsi fu prima di Aldo Capitini,
poi di Lamberto Borghi (recentemente scomparso e che ricordiamo a pag.
18), quindi di Pietro Pinna e infine di Matteo Soccio. Nell’anno
appena passato abbiamo cercato di migliorare il livello qualitativo della
rivista (contenuti e grafica), e la risposta dei lettori ci conforta a
proseguire sulla strada intrapresa. Anche il nostro sito internet (www.nonviolenti.org)
è molto frequentato (oltre settemila contatti in pochi mesi) e
contribuisce a far conoscere Azione nonviolenta a nuovi amici.
Il Movimento Nonviolento, cui spetta la responsabilità e l’indirizzo
della rivista, condivide e rispetta la linea e l’autonomia editoriale
di un mensile cui un’area sempre maggiore guarda come punto di riferimento,
di informazione e anche di formazione. La rivista oggi viene stampata
in 2000 copie, gli abbonati sono 1.500. Riteniamo quindi possibile, e
necessario, raggiungere entro la fine del 2001 la crescita degli abbonamenti,
ponendoci come obiettivo quello di raggiungere quota duemila. Ciò
garantirebbe anche un margine economico per sviluppare altre attività
editoriali nonviolente (opuscoli, depliant, libri) che oggi restano nel
cassetto. Dunque l’appello è rivolto agli attuali lettori,
che facciano conoscere, se l’apprezzano, Azione nonviolenta ad altri
nuovi potenziali abbonati.
Il programma
Quest’anno saremo accompagnati da alcune rubriche fisse. Tramite
le nuove caselle di posta elettronica, i lettori dotati di e-mail potranno
rivolgersi direttamente ai redattori che ne curano i contenuti. Leggeremo
dal punto di vista nonviolento di Cinema, di Musica, di Economia, di Educazione,
di Storia, oltre alle consuete pagine dedicate ai Libri e agli Appuntamenti.
Cercheremo anche di dare sempre più spazio alle interviste, facendo
parlare i protagonisti noti o non noti di iniziative nonviolente.
Per i prossimi mesi abbiamo messo in cantiere alcuni numeri che avranno
particolare attenzione alla questione Balcani (dieci anni dopo la crisi
Jugoslava), alla Formazione nonviolenta, e al tema della Memoria (nazismo,
campi di sterminio, perdono).
In questo numero, oltre a ricordare l’anniversario della morte di
Gandhi con una intervista a Jagannathan, abbiamo voluto fare una riflessione
critica sul Giubileo appena concluso. All’interno del Movimento Nonviolento
si sta affrontando un dibattito su “laicità e religiosità
della nonviolenza”. Forse si può affermare che al Movimento
Nonviolento, apartitico e aconfessionale, Capitini ha voluto dare una
matrice laica e insieme un senso religioso. Sia la cultura laica, sia
la cultura cattolica hanno indubbiamente bisogno di un’aggiunta nonviolenta.
Azione nonviolenta vuole dare il proprio contributo a questa riflessione.
Quest’anno proseguiremo anche il cammino “verso la federazione
dei nonviolenti organizzati”, iniziato con la Marcia nonviolenta
“Mai più eserciti e guerre” del 24 settembre 2000. A
pagina 17
di questo numero presentiamo la bella iniziativa di informazione telematica
“La nonviolenza è in cammino” che ha preso il via proprio
dalla Marcia Perugia-Assisi.
Infine, un grazie a tutti i lettori, per i continui stimoli, le proposte,
i suggerimenti, gli aiuti e anche i contributi economici che quotidianamente
arrivano in redazione. Buon lavoro a tutti noi.
Cosa farebbe Gandhi se fosse vivo
Intervista all’ultimo dei gandhiani
Mohandas K. Gandhi moriva assassinato il 30 gennaio del 1948.
Dopo 53 anni un suo compagno di lotta è ancora impegnato per liberare
l’India dagli stessi mali che il Mahatma combatteva con la nonviolenza.
Jagannathan (presidente del Tamil Nadu Grama Swaraj Movement) incarna
perfettamente lo spirito gandhiano, nelle sue scelte di vita come nelle
lotte per quella che definisce “la libertà dell’uomo
comune”. All’età di 90 anni, Jagannathan può vantare
un passato di 60 anni di lotte nonviolente, prima per l’indipendenza
dell’India dal dominio inglese, poi per i diritti dei braccianti
agricoli del Tamil Nadu. Al suo fianco la moglie, l’instancabile
e straordinaria Krishnammal, compagna delle sue lotte. Quelle che seguono
sono le riflessioni che Jagannathan ha voluto condividere con noi.
Intervista a cura di Laura Coppo
Sono contento di poter condividere con voi quello che penso a proposito
di cosa farebbe Gandhi se fosse vivo.
Ci sono molti problemi scottanti nel nostro paese, ma io penso che il
più urgente sia il clima creatosi tra India e Pakistan, che peggiora
di giorno in giorno. La violenza tra i due stati, e non solo la violenza
delle armi, ma anche la violenza e l’odio che si sono creati nei
cuori di indiani e pakistani, è una deplorabile disgrazia. Se Gandhi
fosse vivo si occuperebbe innanzitutto di questo problema, che occuperebbe
interamente la sua mente.
Cinque anni fa soldati pakistani sono penetrati nella regione del Kargill,
e da allora si combatte. C’è enorme violenza da entrambe le
parti. Ma come portare alla pace? Anche durante il periodo della lotta
per l’indipendenza il problema hindo-musulmano era ben presente,
e gli inglesi ne avevano approfittato. Appoggiando talvolta gli hindu,
talvolta i musulmani, avevano utilizzato questa divisione come strumento
per il loro dominio, contribuendo largamente ad alimentarla. Era il sistema
che avevano adottato, la politica del “divide et impera”. Consapevole
di questo, quando diede vita al movimento per l’indipendenza, Gandhi
si impegnò in un “programma costruttivo” per l’unità
hindo-musulmana. Anche nel bel mezzo della lotta contro il dominio inglese,
egli pensava che tale scelta fosse fondamentale per ottenere l’indipendenza,
dato che proprio la divisione tra hindu e musulmani veniva usata come
strumento di potere.
Grazie ai suoi sforzi, molti musulmani si unirono al Movimento di Liberazione
Nazionale. Ma come sapete, nel 1947, quando ottenemmo l’indipendenza,
il paese dovette essere diviso. Gandhi era terribilmente contrario alla
partizione. Disse: “Stiamo per diventare liberi, ma è come
se il mio corpo fosse spezzato in due”. Egli pensava di portare l’India
all’indipendenza come paese unito, ma fallì, e il Pakistan
divenne uno stato autonomo, diviso poi in Pakistan Orientale1 e Occidentale.
Questo portò a un’incredibile migrazione di massa. I musulmani
si spostarono in Pakistan, e gli hindu in India. Centinaia di migliaia
di persone. Vi furono terribili, feroci massacri. Gi hindu e i musulmani
si uccisero a vicenda. Fu un’orribile tragedia. Gandhi si recò
allora prima in Bengala, poi in Bihar, le zone dove i massacri erano più
atroci. Nel Pakistan Orientale la maggioranza era musulmana, in Bihar
invece erano in maggioranza gli hindu, ed erano i musulmani ad essere
uccisi. Gandhi si spostò di villaggio in villaggio per fermare
questa incredibile ondata di violenza. Passò così gli ultimi
giorni della sua vita: alla sua tarda età, camminava aiutandosi
con il bastone per strade accidentate, portando il suo messaggio di pacificazione.
Ebbe successo, ma solo in parte.
Il 15 Agosto 1947 ottenemmo l’indipendenza. Lord Mountbatten, il
viceré inglese, ammainò la bandiera inglese e alzò
quella indiana. Fu la libertà. E’ un fatto straordinario che
fu lo stesso rappresentante dello stato che ci aveva governato per tanti
anni ad innalzare la nostra bandiera: questo è il risultato di
una lotta nonviolenta.
Tutti avrebbero desiderato che Gandhi fosse a Delhi quel giorno. Lord
Mountbatten gli inviò un messaggio che diceva: “Per favore,
venga. Lei è il padre della nazione e dovrebbe essere qui nel momento
in cui la vostra bandiera viene innalzata. Ma Gandhi rispose: “No,
non verrò a Delhi. Sarò qui, nel campo di battaglia, a cercare
di fermare questi terribili massacri. Sono nel mezzo di un’orribile
tragedia, non posso venire.”
Per lui l’unità tra hindu e musulmani era un punto fondamentale.
E’ per questo che fu ucciso da un fanatico hindu, perché considerava
i musulmani suoi fratelli. Perciò penso che se fosse ancora qui
la sua principale preoccupazione sarebbe riportare la pace tra India e
Pakistan, e porre termine al conflitto. Ma chi si preoccupa di questo
adesso? Nessuno. Tutti gli indiani pensano: “Oh, il Pakistan è
il nemico, i musulmani sono i nemici”, e tutti i musulmani pensano
che lo siano gli hindu. Questa inimicizia cresce di giorno in giorno.
Se noi trovassimo il modo di riportare la pace, potremmo dare un esempio
enorme al mondo, così come Gandhi ha dimostrato al mondo che è
possibile liberarsi da giogo del colonialismo in modo nonviolento. Allora
cosa si può fare?
In India vivono 60 milioni di musulmani, che non sono affatto felici di
essere in India. Vivono qui con il cuore in Pakistan, non hanno alcun
sentimento nazionale e non si sentono indiani. E per questo gli hindu
li considerano nemici. E’ terribile. Quindi penso che Gandhi cercherebbe
in primo luogo di riportare fratellanza e amicizia fra indiani musulmani
e indiani hindu. Cercò di farlo anche ai suoi tempi, con il programma
costruttivo. Ma Gandhi non è qui. Allora che fare? Io penso che
tra i seguaci di Gandhi non ci siano più grandi personalità
come Vinoba Bhave o Jayaprakash Narayan, ma ci sono tanti validi operatori
gandhiani nei diversi stati, come lo siamo io e Krishnammal in Tamil Nadu.
Dovremmo allora assumerci il compito di creare un grande movimento per
la pace e la fratellanza fra le due comunità. Dovrebbero esserci
innanzitutto conferenze tra leader hindu e musulmani, a livello nazionale,
statale e distrettuale. La pacificazione dall’alto, a livello politico,
è necessaria, ma non basta. Quindi dovrebbe esserci anche un grande
movimento di donne. Per loro natura le donne, che purtroppo in India sono
poco presenti in politica, possono costituire un grande fattore di riconciliazione,
unità, pacificazione. Loro possono dire “dobbiamo vivere come
una grande famiglia”. Un impegno delle donne può avere un
impatto enorme!
Poi ci sono i giovani, che oggi sono le più facili prede dell’odio;
strumentalizzati dai gruppi estremisti, vengono addestrarti a usare bombe
ed armi, e addirittura organizzati in piccoli eserciti. Quanti ne sono
già morti nell’area del Kargill! Quindi è opportuno
organizzare gruppi di giovani per la pace.
Poi c’è la questione del Kashmir, conteso fra India e Pakistan.
In quell’area ci sono il Jammu a maggioranza hindu, il Ladakh a maggioranza
buddhista e il Kashmir musulmano. Prima questi tre stati erano una sola
regione che ospitava tre religioni diverse. Ma in qualche modo subito
dopo l’indipendenza i pakistani sono riusciti a scacciare gli hindu,
che costituivano un terzo della popolazione, dall’area dell’attuale
Kashmir, e adesso sostengono che il Kashmir è musulmano e dovrebbe
andare al Pakistan.
Penso che Gandhi si impegnerebbe in una strategia nonviolenta per risolvere
questo conflitto, insistendo sul fatto che in quell’area hindu, musulmani
e buddhisti sono convissuti pacificamente per secoli. Cercherebbe di creare
una comunità ideale che potrebbe essere di esempio per il mondo.
Quindi gli hindu dovrebbero tornare in Kashmir, disarmati, invitando i
musulmani a spostarsi in Jammu se lo desiderano. Immaginate un esercito
pacifico di 10.000 satyagrahi che entrino in Kashmir dicendo: “Bene,
noi vogliamo tornare a casa: non abbiamo intenzione di usare la violenza,
e se volete ucciderci, fate pure!”. Dovrebbe essere un trasferimento
di persone attuato in modo fraterno, umano, amorevole. Penso che noi gandhiani
indiani dovremmo lanciare un movimento del genere. A causa della mia età
e dei miei problemi agli occhi2 non posso pensare di spostarmi per tutta
l’India, ma posso chiedere agli altri leader di lavorare alla nascita
di un movimento nazionale per l’unità hindu-musulmana, e posso
di certo far qualcosa qui in Tamil Nadu. Anche se il nostro obiettivo
principale è il Gram Swaraj, l’autonomia di villaggio, non
dobbiamo perdere di vista questi problemi. Risolverli significa rafforzare
il movimento per il Gram Swaraj.
Ho fiducia in questa possibilità; preparerò un manifesto,
avrò colloqui con i diversi partiti e spero di poter iniziare questo
lavoro ora, all’inizio di questo nuovo millennio.
Questi sono i principali problemi che vedo in India. Ma a causa della
mia salute non posso fare troppo. Spero di poter portare avanti l’esperimento
almeno qui in Tamil Nadu. Perciò nel giorno dell’anniversario
di Gandhi prego Dio di poter contribuire all’unità hindo-musulmana
per arrivare ad una società nonviolenta attraverso la nascita delle
repubbliche di villaggio; ho la speranza di avere successo qui in Tamil
Nadu, dove 30 anni di lavoro ci hanno dato una grande forza.
Questo è il mio messaggio.
Beati i Militari, costruttori di pace...?
Il Giubileo del Papa, le risposte dei nonviolenti
A cura di Elena Buccoliero
Se il tema di fondo era quello della difesa e della pace, il 19 novembre
2000 a San Pietro c’erano molti assenti mentre Giovanni Paolo II
celebrava il Giubileo dei Militari, ignorando totalmente l’impegno
degli obiettori di coscienza e di tanti singoli, gruppi e movimenti che,
dentro e fuori dalla chiesa cattolica, cercano la pace attraverso la nonviolenza.
Il nodo è ancora una volta la scelta dei mezzi con cui difendere
la giustizia e il rispetto dell’uomo, se è vero che nel discorso
del Pontifice le strategie nonviolente sono state menzionate appena, e
tra parentesi, per poi giustificare la logica della “ingerenza umanitaria”.
I militari, poi, sono “sentinelle del mattino”, “costruttori
di pace” che seguono la “vocazione” di “ministri della
sicurezza e della libertà”. A loro il Papa ha detto: “Cristo
vi chiama ad essere santi”.
L’iniziativa, e il discorso che Giovanni Paolo II ha pronunciato
in quella circostanza, hanno suscitato critiche e opposizioni rispettose
e forti. Tra queste, il Giubileo degli Obiettori di Coscienza, voluto
da Pax Christi, a Barbiana il 4 novembre scorso.
Nelle righe che seguono ascoltiamo i brani centrali del discorso del Papa
(in corsivo) e le risposte giunte da tanti "operatori di pace".
Ricostruiamo così un dibattito immaginario, dove accanto al Pontefice
siedono giovani, studiosi, religiosi, amici della nonviolenza. La nostra
carrellata è probabilmente parziale, e di questo ci scusiamo. Le
fonti a cui attingiamo sono citate in nota.
La guerra ci sarà sempre?
La pace è un fondamentale diritto di ogni uomo, che va continuamente
promosso, tenendo conto che “gli uomini in quanto peccatori sono
e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta di Cristo”
(Lumen Gentium, 78).
- La guerra come istituzione deve essere ritenuta insuperabile nella storia?
La violenza istituita e legalizzata non è cosa ben diversa e più
grave di quella illegale e criminale? Oggi che anche la guerra è
illegale, in forza di reali obblighi giuridici ad abolirla (Onu, Costituzione),
perché è ancora una istituzione statale, dal momento che
lo Stato ha l'esercito, cioè lo strumento della guerra? (3)
Beati i militari, costruttori di pace?
Siate uomini e donne di pace. (...) Siate sempre attenti a scorgere e
ad incoraggiare ogni segno positivo di rinnovamento personale e sociale.
Siate pronti a favorire con ogni mezzo la coraggiosa costruzione della
giustizia e della pace.
- (Si ignora forse che) da anni un numero sempre crescente di persone
impegna la propria vita nel servizio alla società anche in situazione
di conflitto armato, mettendosi dalla parte delle vittime, promuovendo
spazi di dialogo e convivenza. Organizzazioni ecclesiali da anni usufruiscono
del lavoro prezioso degli obiettori di coscienza, che tuttavia stanno
ancora aspettando di essere accolti e riconosciuti al cuore della chiesa.
(1)
- Chiediamo la grazia della santa povertà, quella povertà
che ha attraversato la vita di Gesù (ed è) guardare il mondo
con gli occhi delle vittime, dei poveri, dei piccoli, senza avere la presunzione
di dominarlo e di guidarlo. Povertà che è rifiuto della
logica del nemico e della difesa, perché si difende solo chi è
ricco e forte.... Dobbiamo chiedere al Signore la grazia di essere una
chiesa senza nemici, una chiesa senza difesa. (5)
Con quali mezzi disarmare l’aggressore?
Talora questo compito (promuovere la pace, n.d.r.), come l’esperienza
anche recente ha dimostrato, comporta iniziative concrete per disarmare
l’aggressore. Intendo qui riferirmi alla cosiddetta “ingerenza
umanitaria”, dopo il fallimento degli sforzi della politica e degli
strumenti di difesa non violenti...
- (Su questo punto sono state espresse) due posizioni estreme: quella
di chi ha apprezzato quelle parole come riconoscimento della priorità,
quantomeno cronologica, degli "strumenti di difesa nonviolenti",
e quella di chi ha rilevato l'accoglimento della mistificazione della
guerra travestita da "ingerenza umanitaria". (4)
- Chi impedisce la formazione di una vera forza di polizia internazionale,
se non le fazioni più potenti e ingiuste? Chi decide quando la
politica, le trattative e la nonviolenza sono fallite? Chi le fa fallire
volutamente? Non sono forse gli stessi che non ci credono, che le boicottano,
perché credono e hanno interessi solo nelle armi? (3)
- Ci appelliamo al Santo Padre, perché chieda ai governanti degli
Stati la creazione di Corpi Civili Di Pace. (1)
- La nonviolenza non è una parentesi tra politica e guerra, ma
una alternativa radicale alla guerra. E’ una proposta di azione che
suscita il conflitto contro l'ingiustizia (ed è quindi azione politica)
ed insieme costituisce un ripudio assoluto, limpido e intransigente, di
ogni violenza e di quella violenza delle violenze che è la guerra.
(4)
Che cosa si intende per ingerenza umanitaria?
(L’ingerenza umanitaria è) l’estremo tentativo a cui
ricorrere per arrestare la mano dell’ingiusto aggressore.
- E' veramente possibile, con l'esperienza della storia, disarmare le
armi con le armi, senza seminare altra fede nelle armi e altro odio negli
animi? Se possono fallire i mezzi umani, non falliscono ancora di più
i mezzi disumani delle armi nel cercare la giusta pace, che non è
mai frutto della guerra? (3)
- In ogni guerra ciascun governo e ciascun esercito sono convinti di combattere
per i nobili motivi della difesa della pace e della giustizia. Triste
spettacolo quello in cui, prima della battaglia, nei due campi militari
si invocava Dio, magari chiamandolo con lo stesso nome, a presidio dei
valori che si intendevano difendere, armi in pugno! (2)
- Il giusto concetto di ingerenza umanitaria come superiorità del
diritto alla pace rispetto alle sovranità statali, deve essere
pensato solo nella forza armata e non nella forza nonviolenta? Non c'è
forse una differenza sostanziale tra la purtroppo ancora necessaria forza
della polizia, limitata e limitatrice, e la violenza tremenda degli apparati
bellici, distruttiva anche quando si maschera da pacificatrice? Non è
forse evidente che gli eserciti, che oggi vorrebbero apparire come forze
di polizia, si dotano di sempre più terribili e costosissimi mezzi
non di contenimento ma di distruzione, sui quali speculano criminali profittatori?
(3)
Il codice militare è il Vangelo?
(rendo) omaggio a tanti vostri amici che hanno pagato con la vita la fedeltà
alla loro missione. (...) Essi hanno fatto del Vangelo il codice dei loro
comportamenti. (...)
- (Don Lorenzo Milani) nel corso del suo ministero sacerdotale ha sofferto
l'incomprensione e l'isolamento anche della sua Chiesa e proprio a causa
della pace e della giustizia. Ci chiediamo se non sia giunto il momento
che anche il Magistero possa riconoscere lo spirito profetico e sinceramente
evangelico di questo suo figlio riabilitando la sua memoria e le sue opere.
(2)
I militari sono difesi da Dio?
E per poter realizzare questa vostra missione, “Prendete... l’armatura
di Dio... State ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti
con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo
per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della
fede... prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito,
cioè la parola di Dio” (Ef. 6, 13-17).
- Il Cristo che ordina a Pietro di riporre "la spada nel fodero",
il Principe della Pace annunziato dai profeti che insegna ad "amare
i nemici e a pregare per essi", ad assumere uno stile di vita nonviolento
fino a "porgere l'altra guancia", il Servo che suggella la sua
vita perdonando i suoi uccisori dalla cattedra dolorosa della croce non
può benedire l'uso delle armi. (2)
- Per rimanere fedele a Cristo la Chiesa accoglie tutti, ma fa la scelta
preferenziale per i poveri; così pur accogliendo i militari deve
fare la scelta preferenziale della nonviolenza per raggiungere la pace.
(1)
- Il Papa crede o no che ci sono nei popoli, se educati e incoraggiati,
e non solo in pochi santi, forze morali superiori alle armi, e cioè
l'obiezione di coscienza, la disobbedienza civile, la non collaborazione
al male? (3)
Gli eserciti sono uno strumento di evangelizzazione?
Grazie, carissimi, per la vostra coraggiosa opera di pacificazione in
Paesi devastati da guerre assurde (...)
Ed anche (6): Il mondo militare, nel passato come nel presente, si presenta
spesso come veicolo di evangelizzazione e luogo privilegiato per raggiungere
le vette della santità. (...) questa splendida schiera di credenti
e di santi vi incoraggia a proseguire nel vostro apostolato.
- Nella Chiesa dei primi secoli, l’esempio e la parola di Cristo
sono stati presi così alla lettera da escludere la possibilità
per i cristiani di prestare il servizio militare: "Non c'è
punto d'incontro tra le promesse battesimali e il giuramento militare
[…], ma il cristiano come potrà servire l'esercito anche in
tempo di pace senza la spada che il Signore abolì? […] Una
stessa anima non può appartenere a due padroni, a Dio e a Cesare
"(Tertulliano, De Idololatria 19,1-3).
- Chiediamo perdono perché siamo una chiesa che non opera la pace
secondo il vangelo e che dunque, secondo le Beatitudini, non potrà
essere figlia di Dio. (Ricordando la guerra in Kossovo:) abbiamo arrossito
del Vangelo e ci siamo vergognati di esso e di stare nel mondo come agnelli
in mezzo ai lupi. Non abbiamo pensato alla tragedia delle vittime, abbiamo
cercato di essere solamente dei buoni carnefici, così buoni da
offrire la nostra solidarietà alle vittime che stavamo producendo.
(Su Palestina e Israele:) c'è tutta una discussione intorno ai
luoghi santi (…)io credo che la Santa Sede dovrebbe dire che il Santo
Sepolcro non vale la vita di un bambino, perché non esistono luoghi
santi, solo le persone lo sono! e che non si possono uccidere le persone
per custodire dei luoghi. (5)
La santità si raggiunge con l’obbedienza?
Compiendo fedelmente il loro dovere, (molti militari) hanno raggiunto
le vette dell’eroismo e forse della santità. Come loro, anche
voi guardate a Cristo che (...) vi chiama ad essere santi.
- (Invochiamo la grazia) di obbedire sempre all'appello del vangelo di
Gesù, e per i non credenti all'appello della coscienza, anche se
questo significa mettere in questione la nostra vita. (5)
- Perché il Papa non insegna e non esorta i soldati degli eserciti
aggressori (e prima o poi lo possono essere tutti) a disobbedire agli
ordini ingiusti? (...) Ha forse paura dell'odio dei poteri politici, militari
e industriali? Vede il Papa che la fede nelle armi, come la fede nel denaro,
sono le massime idolatrie del nostro mondo, da cui la religione ci dovrebbe
liberare? (3)
- Anche nell'esercito professionale si dovrà affermare l'obiezione
di coscienza verso ordini ingiusti. L'obiezione di coscienza è
(...), un atteggiamento permanente del cristiano che non si adegua alla
logica del mondo, delle sue culture dominanti e della violenza che ne
è la legge suprema. Non credo, infatti, che sia accettabile nell'esercito
professionale bombardare ospedali o centrali elettriche, come è
avvenuto in Serbia, o utilizzare l'uranio impoverito: i soldati andranno
sostenuti dalla Chiesa e dai credenti per disobbedire a simili ordini.
(5)
Ai Cappellani militari
Saluto i Cappellani Militari, che generosamente condividono gli ideali
e la fatica della vostra ardua attività quotidiana.
(6): i Cappellani hanno svolto un ruolo spirituale ed umano insostituibile,
condividendo la vita ed i problemi dei militari ed offrendo a tutti la
luce del Vangelo e la Grazia divina. (...) una “Chiesa di servizio”,
radunata tra quanti nel mondo militare sono chiamati ad esercitare il
loro sacerdozio battesimale operando per la convivenza pacifica tra gli
uomini, in unione a coloro che col sacrificio della vita umana hanno reso
la suprema testimonianza di amore.
- Anche oggi gli eserciti sono dell'Impero e non di Dio. Abbiamo paura
di annunciare integralmente anche oggi che come cristiani non ci appoggiamo
a nessuna struttura che usa la forza come strumento? Quando la Chiesa
dirà ai suoi Cappellani Militari che il servizio in nome di Gesù
fa a pugni con i gradi dell'esercito? (1)
Le fonti:
(1) la risposta al Giubileo dei Militari diffusa dai Missionari Combonianti.
(2) la lettera al Papa e il comunicato stampa di Pax Christi in occasione
del Giubileo degli Obiettori.
(3) la lettera di Enrico Peyretti.
(4) il commento di Peppe Sini.
(5) l’intervento di Massimo Toschi al Giubileo degli Obiettori.
(6) il discorso del Papa a conclusione del primo Sinodo dell’Ordinariato
Miitare.
Ma quale Giubileo ? Le contraddizioni della Chiesa.
Di Enrico Peyretti
Tanti milioni di persone hanno fatto il giubileo. Molte di più
non l'hanno fatto. Non parlo solo dei miliardi di non cristiani o dei
laiconi locali, sempre angosciati dal potere della chiesa, e sempre chiacchieranti
della chiesa sui loro giornali. Io sono (vorrei essere) cristiano, ma
non l'ho fatto, se il giubileo era andare a Roma, o pellegrinare in qualche
luogo sacro. Forse l'ho fatto, senza pensarci, cercando di dare un po'
di ascolto o aiuto al mio prossimo in qualche situazione di bisogno, e
nella continua preghiera: «Dio, sii benigno con me peccatore!»
(vangelo di Luca, 18,13).
Bisognerebbe rendersi conto, un po' tutti, di questo fatto: esiste un
tipo di cristiano che ogni giorno, prima di ogni altro impegno, prega
Dio e medita la Scrittura per viverla, che partecipa esistenzialmente
all'eucarestia, che segue la ricerca teologica, che alimenta la propria
fede, che vorrebbe sopra ogni cosa vivere un vero amore del prossimo,
nella pazienza e nella attiva speranza pasquale di Gesù Cristo.
Questo tipo di cristiano non si sente migliore della chiesa "ufficiale",
perciò può discuterne questo o quell'aspetto o atto, senza
condannarla, perché è figlio grato e parte vitalmente collegata
al mistero profondo della chiesa, di cui anche quell'apparato umano, molto
umano, è un (secondario) elemento. Questo tipo di cristiano sa
che la chiesa è laica e mistica, come ha ricordato Benedetto Calati
fino all'ultimo giorno, con la più genuina tradizione (vedi il
libro-intervista di Raffaele Luise, La visione di un monaco, ed. Cittadella):
la chiesa è laica perché è nella gente comune, non
è clericale; ed è mistica perché vive nella pesante
realtà quotidiana il mistero pasquale del morire per rinascere,
insieme a Cristo. Questo tipo di cristiano le trionfali cronache giubilari
non sanno vederlo.
Questo tipo di cristiano si sente estraneo e disturbato dal clamore ecclesiastico
e mediatico intorno alla figura del papa. Di questo, infatti, in massima
parte si è trattato nel giubileo: nonostante le precisazioni verbali,
il mondo cattolico centrale e televisivo ha accettato e assecondato che
le folle pellegrine attorniassero e celebrassero il papa, accorressero
a "vedere il papa". E quel mondo - accompagnato dai media "laici",
pronti a giudicare importante tutto ciò che in qualunque modo conquista
la scena - si è compiaciuto dell'alto numero di "pellegrini"
e del gigantismo delle manifestazioni, senza patire alcun dubbio evangelico.
Messori e Scoppola, però, hanno scritto che il successo non è
categoria cristiana. Come mai due cattolici laici, così diversi
tra loro, hanno saputo esprimere ciò che un umile credente sa per
spirito evangelico, mentre nessun presule o porporato televisivo - salvo
mio errore - ha segnalato al grosso pubblico che il successo è
la classica tentazione con la quale il demonio avrebbe spento sul nascere
la missione di Gesù (vedi vangelo di Matteo 4, 1-11; Luca 4, 1-13),
se Gesù non l'avesse respinta con la massima decisione? La chiesa
del giubileo ha coscienza di questa prima condizione della missione evangelica?
Il papa, sì, dice cose scomode e in contro-tendenza, contesta la
dominante logica imperial-capitalistica, ma lo fa da protagonista, non
si sottrae al culto delle folle, che peraltro non lo obbediscono. Egli
indica Cristo, certamente, ma rimane ad occupare un ampio spazio di suo
vicario e sostituto, come se Cristo fosse assente, non vivente. Il papa
non diminuisce davanti a lui, come fece Giovanni Battista, il precursore:
vedi il vangelo di Giovanni 3,30: «Bisogna che lui cresca e io diminuisca».
Questa dimensione del papato continua a dividere la chiesa. Il papa predica
la giustizia, l'amore e il servizio, ma non delude le folle che lo osannano
re di un pezzo di mondo (il nostro ricco e minoritario) magari sazio di
pane ma affamato di senso, come fece Gesù dopo avere sfamato la
moltitudine: vedi Giovanni 6,15: «Sapendo che stavano per venire
e rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte lui solo».
La via di Gesù per salvare il mondo non è quella, assai
comune e illusoria, di prenderne la guida. Si può supporre che
Giuda abbia consegnato Gesù non per volerlo morto, ma per sfidarlo
ad accettare questo ruolo di capo, che oggi tanti, credenti e non credenti,
riconoscono al papa, senza che lui lo rifiuti.
Non vorrei, col dir questo, essere ingiusto. La dedizione e la fatica
generosa di questo papa è evidente e riconosciuta. La questione
non è sulle intenzioni personali, ma sulla struttura del ruolo
papale, da cui il singolo papa si trova, probabilmente, in buona misura
trasportato e travolto. Il vangelo richiede una profonda riforma di questo
ruolo. Nel cammino del vangelo nel tempo, i papi saranno storicamente
giudicati soprattutto su questo punto.
Infine, questo "grande" giubileo, ha visto una enciclopedica
sfilata delle categorie sociali e professionali davanti al papa: persino
i politici, gli sportivi e addirittura i militari. Ma non gli operatori
di pace, quelli veri, non quelli delle "guerre umanitarie".
Il Sermig di Ernesto Olivero ha supplito in qualche modo, raccogliendo
in pochi giorni, alla fine, sempre intorno al papa, i suoi "artigiani
della pace", senza avere il tempo, come ci ha spiegato Olivero stesso,
di organizzarsi insieme ai molti altri movimenti cristiani per la pace.
Un giubileo spontaneo degli operatori di pace, lontano dalle piazze centrali,
era avvenuto per iniziativa di Pax Christi il 4 novembre a Barbiana, l'eremo
fecondo di Lorenzo Milani. Se giubileo è penitenza e restituzione
corale, non c'è stata penitenza a Roma per il massimo e il più
ipocrita peccato collettivo, che è la guerra.
Enrico Peyretti
Giovani obiettori del Burundi, la nuova speranza
del paese
A cura di Riccardo Bevilacqua Lazise
Il Burundi è un paese in guerra dal 1993. Il 28 Agosto 2000 ad
Arusha, grazie alla estenuante mediazione di Nelson Mandela e Kofi Annan,
è stato firmato un accordo di Pace da tutte le 19 delegazioni partecipanti
ai negoziati. Il “cessate il fuoco” doveva invece essere raggiunto
in un incontro organizzato a Nairobi per il 20 settembre, incontro che
non ha avuto luogo lasciando la situazione in stallo. Questo è
quanto accade sulla scena illuminata dai riflettori, sotto gli occhi annoiati
(quando non completamente assenti) dei media di tutto il mondo. Questo
è il processo di Pace “ufficiale”, quello che si consuma
tra accordi, smentite, e infinite trattative. Ma cosa accade nel paese
direttamente interessato dal conflitto in questione? Cosa accade nei quartieri
Nord di Bujumbura, noti per essere spesso teatro di scontri? Qui è
in atto un processo di Pace parallelo e non meno importante. Un processo
di pace portato avanti con estremo coraggio dalla società civile.
Un punto di riferimento per coloro che credono nella pace è sicuramente
costituito dal Centre Jeunes Kamenge, gestito dai severiani. Responsabile
del centro è padre Claudio, che ha risposto alle nostre domande.
Come avete vissuto l’attesa della firma dei trattati del 28 agosto,
qui al Centre Jeunes Kamenge?
Abbiamo giocato le nostre carte. Abbiamo avvicinato più di 20.000
persone attraverso diverse attività. E’ stato uno sforzo colossale.
Campi di lavoro, spettacoli, incontri e giornate di studio a tutti i livelli,
tornei, concorsi… Volevamo arrivare preparati al 28 agosto. Abbiamo
anche lanciato azioni non violente: accendere una candela alla finestra,
legarsi una striscia di stoffa bianca al polso per dire a tutti che si
è scelta la vita.
Qual è stata la risposta della gente dei quartieri Nord?
Dopo tanti anni di lavoro, la cosa più bella che ci è capitata
è quella della crisi mancata durante la settimana prima della firma.
In città hanno iniziato scioperi, hanno messo barricate, hanno
fatto tentativi di “città morta”, ma nei Quartieri Nord,
tristemente famosi per essere sempre al centro di questi casini, non è
successo niente. I giovani, anche i più estremisti non hanno accettato
di partecipare e hanno atteso la pace. E’ stato bellissimo vedere
i giovani dei campi di lavoro, piombare nelle strade dei quartieri a pulire,
tagliare la erbe, svuotare i fossati, mentre tutto in città era
bloccato, senza che nessuno potesse minacciare questi piccoli eroi della
pace che, mettendo chiaramente in pericolo la loro vita davano l’esempio
di un paese che vuole voltare pagina. Un’altra di queste realtà
che ti fanno piangere di gioia è vedere che decine di giovani non
accettano più di fare il servizio militare obbligatorio per tutti
coloro che vogliono andare all’università. Non vogliono andarci
perché credono alla pace, alla non violenza, alla risoluzione pacifica
dei conflitti. Nessuno ne ha mai parlato con loro ma hanno capito che
devono essere dei veri uomini e donne di pace… e non solo a parole.
Da tre anni in Burundi i giovani che arrivano ad essere finalisti nelle
graduatorie delle scuole secondarie, per avere la possibilità di
fare l’università devono prestare il servizio militare di
un anno. I primi tre mesi consistono in un addestramento poi, visto che
il paese è in guerra devono andare a combattere. Chi non fa il
militare non può continuare l’università statale e
quindi non potrà mai lavorare nell’amministrazione. Le stime
non ufficiali dicono che su 1500-1800 tra ragazzi e ragazze che avrebbero
dovuto prestare servizio per poi fare l’università statale,
solo 400 si sono presentati. Chi vuole continuare gli studi deve frequentare
le università private che stanno nascendo come funghi in tutta
la città. Il problema è che tali università essendo
private sono costosissime (scuole elitarie da 250-300 alunni) e pochi
sono coloro che possono permettersele, inoltre i docenti insegnano in
tre o quattro posti contemporaneamente. C’è da restare stupiti,
in un paese in cui fare l’università significa avere una delle
pochissime chance (chance di cui spesso l’Africa è avara)
che possono cambiarti veramente la vita, esistono giovani che sono disposti
a rinunciarvi in nome della Pace. Ma la cosa ancor più sorprendente
è scoprire con quanto coraggio, determinazione e semplicità
questi giovani portano avanti una scelta così difficile. Quando
ho chiesto ad uno di loro se nella sua scelta di non fare il militare
vi erano motivazioni di natura nonviolenta mi ha risposto: “Nella
mia natura io detesto la violenza. Nell’esercito ti insegnano a batterti,
a usare le armi, a spingere gli uomini contro altri uomini, ad uccidere.
E poi quando hai acquisito tale formazione ti risulta impossibile restare
non violento. Io non voglio andare alla guerra perché è
un teatro in cui si usa la violenza”.
Ma sei veramente cosciente che questa scelta avrà conseguenze sulla
tua vita, sul tuo lavoro, sui tuoi studi?
“Sono pienamente cosciente che mi sarà praticamente impossibile
continuare gli studi e che non potrò trovare un lavoro nell’amministrazione.
In una parola la mia vita è in gioco, ma sono certo che riuscirò
a farcela senza lavorare nell’amministrazione e senza fare l’università
di Stato. E prima di tutto bisogna comunque restare vivi.”
Sei disposto a sacrificare un po’ di quelli che sono i tuoi sogni
personali per il futuro del tuo paese?
“In un paese come il nostro dove la povertà la fa da padrona,
è utopico pensare che al futuro del proprio paese senza pensare
al proprio. Ma quando ci penso su, i miei sogni saranno realizzati quando
nel mio paese i bisogni più essenziali di tutti saranno assicurati.
Sono pronto a sacrificare parte dei miei sogni personali per il futuro
del paese, perché non vorrò ridere da solo vicino a migliaia
che piangono”.
CAMPAGNA KOSOVO
Un progetto per il dialogo inter-etnico in Kossovo
Intervista ad Alberto L’Abate
A Firenze, dal 3 al 10 febbraio, si svolge un training nonviolento promosso
dalla Campagna Kossovo per un gruppo composto di etnie diverse. E’
l’ultima fase di un progetto più ampio, avviato diversi mesi
fa a Pristina. Abbiamo chiesto ad Alberto L’Abate, promotore della
campagna, di illustrarci questa esperienza.
Come sono nati i training in Kossovo?
Un po’ per caso, con l’incoraggiamento di una operatrice dell’UNHCR
bosniaco, cioè l’organismo Onu di protezione dei rifugiati.
Abbiamo elaborato un progetto di formazione per formatori approvato poi
dalla Regione Toscana, con un finanziamento di 7 milioni sui fondi della
legge regionale per la pace. Una cifra irrisoria rispetto alle spese,
ma sufficiente ad incominciare.
Come avete lavorato?
Abbiamo proposto un training nonviolento per kossovari (maggio-giugno
2000) e un altro per serbi e altri gruppi etnici presenti in Kossovo (settembre
2000). I due gruppi si incontreranno a Firenze per un terzo momento formativo,
che rappresenta l’ultima fase del progetto.
Su quale presupposto si basava il progetto?
La mia tesi è che la riconciliazione debba partire da gruppi che
già prima della guerra avevano cercato di dialogare con l’altra
parte. Il conflitto li ha emarginati mettendo in primo piano la violenza,
per questo noi intendevamo ripartire proprio da loro, rinforzandoli nella
loro scelta nonviolenta. In sostanza, un training per formare dei formatori,
lavorando con persone che avessero già una loro preparazione di
base sulla nonviolenza.
Chi erano i conduttori?
Oltre a me, Pat Patfoort (Belgio), Hildegard Goss-Mayr (Austria) e Kajsa
Svenson (Svezia).
Come avete impostato il lavoro?
I training di base prevedevano tre sessioni: la gestione e trasformazione
nonviolenta dei conflitti, la ricostruzione delle relazioni umane e sociali
dopo la guerra in rapporto alla violenza, con esempi di riconciliazione
nella storia, strategie e metodi nonviolenti, e infine l’organizzazione
di un training nella trasformazione dei conflitti e nella gestione nonviolenta
dei conflitti, e la preparazione del training comune. I metodi usati sono
stati : letture, narrazioni e discussioni di esperienze, esercizi concettuali
ed esperienziali, giochi di ruolo, Teatro dell’Oppresso, simulazioni,
giochi.
Chi ha preso parte ai training?
Quattordici albanesi e 14 persone provenienti da gruppi etnici diversi.
Nel secondo training ricordo un rom di origine macedone, un sacerdote
ortodosso, un musulmano che era slavo e parlava serbo ma era di origine
turca, un bosniaco, 4 serbi di cui uno di una radio libera della Vojvodina,
un membro di un Centro Antiguerra sempre della Vojvodina, una psicologa,
un membro di Helsinki Citizens per le minoranze, e infine un piccolo gruppo
di serbi dell’enclave, cioè della zona circondata dai militari.
E com’è andata?
Davvero bene, meglio di quanto pensassimo. Tanto che, dopo il primo training,
l’Osce stessa ha deciso di finanziare la parte restante del progetto.
E al termine dei corsi i partecipanti erano in grado di riconoscere la
reciprocità nell’aiuto, che effettivamente c’è
stata, per cui prima della guerra, quando i serbi cercavano gli albanesi
per farli fuori, erano i serbi che aiutavano, portavano il mangiare e
li aiutavano a salvarsi dalle mani dei paramilitari, e quando la situazione
si è rovesciata è successo l’opposto, sono stati i
vicini di casa albanesi ad aiutare i serbi, fino a che è stato
possibile.
Dopo questa esperienza, i partecipanti hanno messo alla prova le loro
nuove competenze?
Posso rispondere per quanto riguarda gli albanesi, perché abbiamo
avuto il tempo e l’occasione di fare un momento di verifica. Nel
giro di due mesi e mezzo avevano lavorato un mare, e avevano imparato
ben più di quello che pensavamo. Molti di loro hanno portato avanti
training simili ai nostri, su temi diversi ma con le tecniche apprese.
Altri hanno utilizzato le tecniche nonviolente per sciogliere i conflitti
nei rapporti di famiglia. Ricordo una ragazza commossa che ci ha raccontato
di come da anni non riusciva a risolvere un problema con sua sorella.
Dopo aver imparato la metodologia della soluzione nonviolenta dei conflitti
ha preso il coraggio a quattro mani ed è riuscita benissimo a superare
queste divergenze.
E dopo il secondo training…?
L’Osce ci ha chiesto un’ulteriore formazione condotta da me
e da Pat Patfoort, per amministratori comunali della zona serba. Abbiamo
lavorato a Zvecan, una decina di chilometri a nord di Mitrovica. Il primo
giorno i partecipanti erano solo 8, perché proprio quel giorno
Kostunica era a Mitrovica per una manifestazione. Il giorno seguente i
partecipanti sono diventati 18, in parte per il passa-parola dei primi
arrivati, ma in parte certamente perché alcuni di loro erano stati
impegnati nella manifestazione, a sostegno del partito di Milosevic. Quando
abbiamo iniziato a lavorare, al mattino, c’era davvero molta tensione.
Nel lavoro di gruppo però, impegnandosi a trovare le fondamenta
delle posizioni percepite come avversarie, sono cambiati radicalmente.
Eravamo stupiti di vederli così trasformati.
La terza fase del progetto si svolge invece a Firenze, cioè in
territorio neutrale.
Ci saranno i partecipanti al primo e al secondo gruppo. Abbiamo alcuni
problemi economici ed organizzativi, e per questo stiamo chiedendo il
supporto della Regione Toscana e dell’Università di Firenze.
Si dormirà nelle camerate della casa di Pax Christi, quindi serbi,
albanesi, rom, eccetera dovranno convivere anche in camera...
Qual è l’obiettivo di questa terza fase?
Il gruppo ha l’incarico di elaborare una strategia comune per la
convivenza di tutti in Kossovo, avvalendosi della formazione alla nonviolenza.
Stiamo preparando il lavoro tenendo conto del progetto che ciascun gruppo,
sia quello albanese sia l’altro a composizione mista, ha elaborato
al termine del training a lui dedicato.
I progetti proposti dai due gruppi sono risultati simili tra loro?
Per molti aspetti sì. Tutti chiedono giochi, attività di
role-play, la visita alla città, momenti musicali e di svago. Gli
albanesi però hanno inserito il punto forte dell’indipendenza
del Kossovo, che a loro giudizio è indispensabile per una forma
di convivenza futura, cosa che non ha fatto il gruppo composto dalle minoranze.
E su questo bisognerà lavorare molto.
Nella settimana è previsto anche un momento di apertura all’esterno.
Sabato 10 febbraio, che è l’ultimo giorno, ci sarà
un convegno aperto alla cittadinanza.
Perché i training hanno funzionato così bene?
Beh, per diverse ragioni. La prima è data dai giochi e dalle esperienze
con il teatro. Io inizialmente avevo paura di proporli, si veniva fuori
da una guerra che aveva sollevato odi terribili. Invece hanno funzionato
benissimo. Credo che il conflitto, oltre a portare odio e distruzione,
abbia suscitato un grande bisogno di uscire, di ridere, di divertirsi,
cosa che per molto tempo è stata impossibile.
Un altro motivo è la grande esperienza di Pat Patfoort e di Hildegard
Goss-Mayr, che li aiutavano a parlare dei loro veri problemi e a trovare
un aiuto attraverso il gruppo, e quindi nel confronto con gli altri, cosa
che normalmente non possono fare. Il terzo elemento decisivo è
stato vedere esempi concreti nella storia in cui l’applicazione del
metodo nonviolento ha dato risultati positivi.
Un grande successo su tutti i fronti, dunque.
Abbiamo toccato un problema molto sentito e importante, e in un certo
senso l’abbiamo fatto per primi. Un esperimento che li ha incoraggiati,
tanto è vero che poi hanno invitato Galtung a parlare sulla riconciliazione,
e così un esponente sudafricano. Noi abbiamo iniziato in una fase
in cui ancora era pericoloso parlare di riconciliazione, un atto di coraggio
che ci ha aperto la strada.
Questo successo, questo desiderio di pace, fa pensare a quanto le persone
possano trasfomrarsi a seconda delle situazioni.
E’ vero. Purtroppo, spesso vediamo le persone in modo statico, mentre
anche la psicologia conferma che dentro ognuno di noi ci sono grandi potenzialità,
anche contraddittorie. Durante la guerra molti hanno partecipato ad azioni
di violenza perché si sentivano quasi costretti a farlo. Ho studiato
l’esperienza della commissione sudafricana per la verità,
per capire se poteva essere riproposta in Kossovo - idea avanzata anche
da Kostunica, non per merito mio…-. Ho presentato l’esperienza
e una elaborazione specifica in un articolo che è stato pubblicato
da una delle maggiori riviste kossovare. Sono stato anche invitato dal
direttore ad una tavola rotonda per iniziare un dibattito dal mio articolo,
e poi non si è fatto niente perché si era prima delle elezioni
e ancora non c’erano le condizioni per parlare di riconciliazione.
Quali analogie ci sono tra la situazione sudafricana e quella del Kossovo?
Desmond Tutu, parlando dei contrasti razziali, ha detto chiaramente che
in certe situazioni anche chi commette dei crimini in qualche modo è
vittima, perché è plagiato dal contesto. Tra albanesi e
serbi questo è ancora più vero perché, mentre in
Sudafrica era facile individuare oppressi e oppressori, nella storia del
Kossovo ci sono stati periodi alterni e nessuno è innocente. Negli
anni del nazismo alcuni gruppi di albanesi collaboravano con i fascisti
per uccidere o per reprimere i serbi. E del resto l’ultima guerra
è stata fatta anche per colpa degli albanesi perché da anni
Rugova, mentre sosteneva la nonviolenza, chiedeva l’intervento armato
della Nato. In Kossovo non c’è nessuno che stia solo dalla
parte della ragione.
In un certo senso, questo apre la strada alla riconciliazione.
E’ quello che sosteniamo. I casi di grossa criminalità vengono
giudicati dinanzi al tribunale dell’Aja; durante la guerra però
sono accaduti moltissimi fatti di criminalità che io chiamo episodica,
cioè appunto legata alla situazione contingente, e proponiamo che
vengano risolti in altro modo. Per esempio, quando gli albanesi sono scappati
e hanno lasciato le loro case, i serbi sono entrati e hanno preso quello
che c’era. Molti sono diventati ladri, e non lo erano mai stati.
Sappiamo di poliziotti serbi che hanno rubato nelle case degli albanesi
e, non potendo portare il “bottino” in caserma perché
sarebbe stato preso dal comandante, andavano nelle case dei rom e lasciavano
quello che avevano rubato, pensando di tornare a riprenderselo al momento
buono. Quei rom sono complici di furto, ma molte volte forzati. Sarebbe
assurdo discutere all’Aja fatti di quella portata, sarebbe impossibile.
Quindi, una commissione per i reati minori.
Sì, sul modello di quella Sudafricana, per far emergere questi
fatti. Naturalmente la confessione dovrebbe essere possibile sia per i
serbi, sia per gli albanesi, mentre la commissione dovrebbe essere al
di sopra delle parti, neutrale, per ricevere la fiducia dei due lati.
L’assoluzione poi non è scontata. In Sudafrica su 6.000 casi
solo 600 sono stati sciolti. Questo è anche un esempio di serietà
e di efficacia. In altri paesi le commissioni per la verità sono
state delegittimate, minacciate, e in pratica sono servite semplicemente
ad assolvere tutti.
Intervista a cura di
Elena Buccoliero
La nonviolenza è in cammino meglio viaggiare
informàti
A cura di Peppe Sini
Per documentare, estendere, ed approfondire la riflessione e le iniziative
viterbesi in preparazione della Marcia Perugia-Assisi per la nonviolenza
del 24 settembre 2000, il Centro di ricerca per la pace di Viterbo ha
realizzato nelle settimane precedenti la Marcia un notiziario quotidiano
diffuso per e-mail dal titolo “In cammino verso Assisi”.
E per proseguire il comune ragionare dopo la Marcia, e proporne gli esiti
ad interlocutori ulteriori, e per così dire continuare il cammino
lungo le prospettive tracciate dal programma della Marcia e dagli interventi
in essa pronunciati, ha successivamente preso a pubblicare un notiziario
quotidiano, prosecuzione del precedente, con il titolo “La nonviolenza
è in cammino”, che viene inviato per e-mail a diversi movimenti,
istituzioni, mezzi d’informazione ed a tutti coloro, singoli e gruppi,
che ne fanno richiesta.
Ogni fascicolo ha dalle 15 alle 20 pagine di solo testo, e reca materiali
vari: estratti da testi di autori classici della nonviolenza e dell’impegno
per la pace e i diritti umani; interventi originali di testimonianza,
di dibattito e di approfondimento; schede informative, comunicati e segnalazioni
varie.
Ha destinatari diversi e diverse funzioni; schematizzando:
a) far conoscere la nonviolenza a interlocutori che non la conoscono affatto
o che ne hanno una nozione superficiale, stereotipata, se non addirittura
banalizzata e fin caricaturale;
b) far conoscere a chi già si è accostato alla nonviolenza,
altre riflessioni ed esperienze che possano arricchirne la strumentazione
teorica e pratica, il dibattito e le iniziative;
c) ospitare un confronto a più voci su molte questioni (la nonviolenza
è un campo di ricerche vasto ed aperto);
d) segnalare e sostenere appelli e iniziative;
e) contribuire all’incontro degli amici della nonviolenza ed a fare
della nonviolenza organizzata un soggetto politico, ed una cultura politica,
in grado di essere egemone nel discorso pubblico, e di mutare, su cruciali
questioni ed in forme e in tempi verificabili, la gestione della cosa
pubblica, della produzione e riproduzione sociale, della vita quotidiana.
È forse superfluo rilevare che la redazione non ha la pretesa
di dare risposte o di indicare rotte, non detiene verità e non
dispensa dogmi o ricette o patenti, semplicemente mette a disposizione
dei materiali, documenta esperienze e riflessioni, propone un dibattito
che valorizzi la polifonia, la pluralità delle vie, delle visioni,
delle esperienze. Della nonviolenza abbiamo e proponiamo una nozione aperta,
sperimentale, non dogmatica, non autoritaria. Che poi anche chi redige
materialmente il notiziario abbia le sue radicate convinzioni, questo
è naturale; ma l’intenzione è quella di promuovere
il dialogo, la capacità di ascolto, l’attenzione all’altro
da sè e la responsabilità. Sebbene diffuso per e-mail, “La
nonviolenza è in cammino” è redatto in una forma non
tipica delle cose che prevalentemente circolano nella rete telematica,
ed ha piuttosto le caratteristiche del notiziario cartaceo, del giornale
tradizionale: scorrendo i cui titoli il destinatario decide se e cosa
meriti di essere letto tra quanto il fascicolo del giorno propone.
Come sempre accade, è una esperienza nata dalla spinta e l’intreccio
di una motivazione immediata ed un vecchio convincimento. La motivazione
immediata: contribuire al cammino ulteriore della Marcia del 24 settembre
e del programma da essa proposto.
Il vecchio convincimento: che la nonviolenza costituisca un campo di ricerche,
di proposte e di pratiche cosi’ ampio, ricco ed evoluto, tale da
meritare un dibattito ed una presenza informativa con periodicità
quotidiana.
Un notiziario quotidiano che si affianchi alle voci storiche ed alle numerose
pubblicazioni di vario genere già esistenti, può costituire
uno strumento in più per l’informazione, la sensibilizzazione,
la discussione, la ricerca, la documentazione.
Per ricevere il notiziario è sufficiente richiederlo alla redazione
indicando un indirizzo di posta elettronica a cui inviarlo.
La redazione è presso il Centro di ricerca per la pace, strada
S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. e fax 0761/353532, e-mail:
Congo: 50 milioni di civili abbandonati a se
stessi
24 febbraio - 2 marzo 2001
Azione internazionale nonviolenta di pace per l’Africa a Bukavu,
nel Kivu (Repubblica Democratica del Congo), promossa da Beati i Costruttori
di Pace, Operazione Colomba, Campagna Chiama l’Africa.
“Anch’io a Bukavu” sarà la prima azione di solidarietà
con l’Africa a non avere per oggetto aiuti umanitari o attività
di cooperazione, ma un incontro fra popoli, per appoggiare la resistenza
nonviolenta, per denunciare le responsabilità del mondo occidentale
rispetto non solo alla situazione del Congo - dove i diamanti e le altre
risorse sono salvaguardati più delle persone - ma di tutto il continente
africano.
Il conflitto attualmente in corso nella Repubblica Democratica del Congo
coinvolge ben nove stati: “E’ la prima guerra mondiale d’Africa”,
come l’ha definita Madeleine Albright. Una guerra per i diamanti,
l’oro e il controllo delle altre materie prime di cui è ricchissima
la regione. Le guerre nella zona dei Grandi Laghi hanno causato negli
ultimi quattro anni ben 4 milioni di morti, fra l’indifferenza generale.
Secondo l’Unicef nel Congo orientale un bambino su tre è rimasto
orfano di uno o di entrambi i genitori e in alcune zone questa tragica
percentuale sale fino al 44 per cento. Il territorio è sconvolto
dalla guerra e la popolazione è allo stremo anche per la povertà:
strade impraticabili, banche e università chiuse, ospedali senza
medicine, tutte le attività produttive e commerciali bloccate.
Eppure la gente resiste e mette in atto splendidi esempi di resistenza
nonviolenta: in occasione dell’8 marzo 2000, le donne hanno proclamato
lo sciopero “del pane e delle rose”, contro la guerra, bloccando
i mercatini da loro gestiti, paralizzando la città, rimanendo tutte
dentro le pareti domestiche. Per 10 giorni consecutivi tutti i cittadini
allo scoccare del mezzogiorno hanno sospeso ogni attività per dieci
minuti per far rumore con qualsiasi oggetto, urlando “vogliamo la
pace”. Quando poi le violenze diventano insopportabili la città
intera proclama la “ville morte”, la città morta: nessuno
esce per strada, nessuno lavora.
Nonostante le difficoltà, questa società civile si organizza
per accogliere nella città gli sfollati dalle campagne, fornendo
gli aiuti alimentari, la solidarietà e l’accoglienza dei bambini
nelle scuole. E’ stata questa società civile a chiedere alla
società civile europea un aiuto per attirare i riflettori dell’opinione
pubblica sull’Africa.
Intanto migliaia di cartoline vengono recapitate in queste settimane all’Ufficio
Onu di Roma. In esse si chiede al Segretario Generale Onu Kofi Annan,
l’immediato cessate il fuoco, l’invio di una forza di interposizione
Onu e di corpi civili internazionali di pace e la partecipazione dello
stesso Annan all’azione internazionale nonviolenta di pace.
“La situazione è drammatica e in rapida evoluzione. Siamo
consapevoli delle difficoltà dell’iniziativa, perchè
la situazione in Congo è molto complessa, ma non possiamo tirarci
indietro; la gente di Bukavu a noi dell’Occidente ha chiesto tre
cose: di farli contare quanto i loro diamanti, di rompere il muro del
silenzio sui mezzi di comunicazione e di non mandare più loro armi.
Questa volta sarà il Nord del mondo ad andare a Sud”.
Gli organizzatori hanno chiesto la partecipazione e il sostegno al progetto
a tutti i parlamentari e europarlamentari italiani, a Provincie, Regioni
e Comuni.
Sono stati presi contatti con il Ministero degli Esteri, con le nazioni
Unite, con l’Unione Europea. In queste settimane il coordinamento
dell’iniziativa ha lanciato in tutta Italia la proposta “C’è
troppo silenzio sul Congo, per favore, un minuto di rumore...”, un
digiuno a catena e sit-in di sensibilizzazione e informazione nelle piazze
per porre all’attenzione individuale e collettiva la drammatica situazione
del Congo e di tutta l’Africa.
La fattibilità dell’azione, richiesta espressamente dalla
Società Civile, dalla Chiesa cattolica e da quelle evangeliche
di Bukavu, “non è scontata - informano i promotori - a causa
della complessità della situazione in loco, ulteriormente aggravatasi
dopo l’uccisione di Laurent Désiré Kabila, presidente
della Repubblica Democratica del Congo”.
“Molti sono gli ostacoli - è la loro denuncia -sorti negli
ultimi giorni e dovuti principalmente ad una non volontà, da parte
delle autorità locali, di consentire l’incontro di pace tra
la società civile di Bukavu e quella italiana. Un ostruzionismo
manifestatosi a cominciare dalla mancata autorizzazione all’atterraggio
dell’aereo con a bordo i partecipanti”.
Segreteria organizzativa:
c/o Ass. Naz. Beati i costruttori di pace - 35131 Padova, via Antonio
da Tempo 2
tel/fax 049 8070699 tel. 049 8070522 - Email:
Web:
www.unimondo.org/bukavu
Tornare in Cecenia terra dimenticata
Quanto segue è basato su un articolo di Chris Hunter pubblicato
da settimanale quacchero “The Friend” (24.11.00). Chris, coordinatore
del centro per la pace e lo sviluppo comunitario (CPCD) di Mosca, è
ritornato in Cecenia dopo una lunga assenza. Ecco il suo racconto, in
parte riassunto.
Entrando nella martoriata città di Grozny mi sono venute in mente
le parole di una canzone imparata a scuola...”Io danzavo al venerdì
quando il cielo diventava nero”. Nel 2000 la Cecenia è stata
nuovamente bombardata dai russi per liberarla- secondo Putin- da terroristi
e banditi. Queste operazioni militari sono costate decine di migliaia
di vite civili e il centro di Grozny è diventato un ecatombe- bisogna
vedere per crederci.
A prima vista sembrava una città svuotata, ma poi man mano che
si avanzava (ero con una collega tedesca e un ceceno) potevamo vedere
gente affaccendata nei pochi spazi liberati dalle macerie. La cosa più
orribile a Grozny è il suo cielo oscuro- 36 pozzi di petrolio bruciano
ancora- e anche in una bella giornata d’autunno il sole è
opaco. Gran parte della città è senza luce o acqua; gli
uomini vengono spesso rapiti e portati in campi speciali (i ceceni dicono
di concentramento) dai quali pochi escono sani o vivi.
Giunti finalmente al centro di Grozny, dopo una dozzina di controlli militari,
ci troviamo davanti a un teatro, miracolosamente scampato alle bombe,
dove 16 bambini coi genitori ci aspettavano. Si trattava della tradizionale
“Dance Ensemble Damiohk”, ma solo a metà. I visi di quei
bambini e le loro danze testimoniavano la vittoria dello spirito umano.
Date le circostanze la cosa sembrava tanto inverosimile quanto l’apocalittica
distruzione intorno a noi. Su quei piccoli visi si leggeva la parola speranza.
Il direttore dell’Ensemble, Ramzan Akhamadov, mi aveva chiesto aiuto
perché il gruppo potesse esibirsi ad un pubblico occidentale, anche
per testimoniare che questa gente di montagna ai margini dell’Europa
non è un popolo di banditi, come la propaganda russa vorrebbe far
credere. Io avevo già l’appoggio di Barbara Gladysch (associazione
Madri per la pace) per organizzare un primo viaggio dell’Ensemble
a Dusseldorf. Madri per la pace e l’agenzia di servizio dei quaccheri
inglesi (QPS) avevano già in passato aiutato il CPCD ad organizzare
un programma di riabilitazione psicologica ai bambini ceceni, tuttora
in funzione, anche nei campi profughi di Ingusezia.
L’arte, la musica, la danza terapeutica, i giochi e la cura amorevole
dei nostri operatori e psicologi aiutano a diminuire lo stress e a creare
un atmosfera più tollerabile. Durante i periodi di tregua bellica
siamo riusciti a estendere il programma. Attualmente abbiamo 54 persone
impegnate in un lavoro di aiuto psicologico nei campi profughi, nelle
scuole e in alcuni centri di formazione per adulti. Molti ragazzi ceceni
hanno perduto da uno a nove anni di scuola. Circa 24000 bambini nei campi
profughi di Ingusezia non hanno potuto frequentare la scuola durante il
1999, sicché nella città di Slepstovskaya, vicino alla frontiera
cecena, abbiamo aperto un tendone scolastico frequentato da 900 ragazzi.
Ora stiamo trattando con l'UNICEF per aprire altre cinque scuole capaci
di accogliere circa 3000 bambini profughi. I nostri piani prevedono anche
la riparazione di 10 scuole in Cecenia.
Il nostro lavoro per la pace in generale raggruppa giovani di tutte le
regioni del Caucaso del nord, compresi russi e ceceni. Offriamo loro una
piattaforma, utilizzando risorse umani locali, per migliorare le relazioni
sociali, formandoli alla risoluzione nonviolenta dei conflitti e ad esercitare
i diritti umani nel rispetto reciproco. Alcuni giovani formati dal CPSC
hanno potuto, così, organizzare, essi stessi, una colonia estiva
sul mar Caspio, per una settantina di bambini, che aveva come tema: "Cultura
di pace e ecologia". Di questo progetto si è avuta eco anche
nella stampa russa nazionale. Tali attività incoraggiano altre
iniziative dal basso e riducono l'alienazione dei giovani in questa regione
dimenticata dal mondo.
Sembra che l'occidente abbia ormai deciso di non preoccuparsi della Cecenia
per accattivarsi l'amicizia di Putin e del suo governo, forse per prevenire
scenari peggiori, come se la Cecenia non fosse già un inferno.
Facendo nulla, chiudendo un occhio, tacitamente anche noi approviamo la
politica russa. Quale messaggio inviamo al nuovo regime di Mosca e agli
economisti che vorrebbero intensificare l'uso di mezzi militari per risolvere
altri problemi? Con il lavoro suindicato cerchiamo di dare una risposta
a questo stato di cose, aiutando le vittime di tanta ingiustizia a ricostruire
le proprie vite. Da parte nostra, operando così come stiamo facendo,
impariamo molto. Ricordiamoci dell'invito dei ragazzi di Grozny: "Danzate
ovunque voi siate".
(Traduzione e adattamento di Franco Perna)
TESTIMONI DI PACE
Claudio Cardelli
Ricordo di Lamberto Borghi
Intellettuale e pedagogista nonviolento
Da molti anni non avevo notizie del prof. Lamberto Borghi, illustre pedagogista,
amico fraterno di Capitini. Apprendo da un breve articolo di Goffredo
Fofi ( Il Sole 24 ore, 17/12/2000 ) che è scomparso la sera del
12 Dicembre 2000 a Firenze, all’età di 93 anni.
Nato nel 1907 a Livorno da famiglia di origine ebrea, studiò alla
Scuola Normale di Pisa entrando in amicizia con Capitini. Dopo l’approvazione
delle leggi razziali nel 1938, lasciò l’Italia e si rifugiò
negli Stati Uniti, dove poté conoscere altri esuli italiani ( Gaetano
Salvemini, Nicola Chiaramonte ) e gli esponenti della pedagogia americana,
primo fra tutti John Dewey, al quale Borghi, tornato in Italia dopo la
Liberazione, dedicò alcuni libri fondamentali, tutti editi dalla
editrice “La Nuova Italia” di Firenze.
Intrapresa la carriera accademica, fu professore di pedagogia nelle Università
di Palermo ( 1952 ), Torino, Firenze ( dal 1955 al pensionamento ). Fu
direttore per diversi anni della rivista “Scuola e città”,
fondata da Ernesto Codignola.
Concepì la scuola come momento di formazione democratica, libera
da preconcetti di razza, di religione, di ideologia. Convinto della necessità
di eliminare la violenza da ogni aspetto dei rapporti umani, stimolò
gli educatori alla ricerca di mezzi più idonei per alimentare l’ideale
della collaborazione tra le persone di qualsiasi ceto e nazionalità.
Fu un deciso sostenitore dell’autonomia del processo educativo da
ogni potere : lo Stato come la Chiesa, i Partiti come gli industriali.
Queste idee sono ribadite in una raccolta di scritti, La città
e la scuola, da poco pubblicata dalle edizioni Eleuthera.
Fra le numerose opere pedagogiche, edite dalla “Nuova Italia”,
possiamo ricordare Educazione e autorità nell’Italia moderna
( 1951 ), guida ai cambiamenti sociali e culturali del Paese tra il Risorgimento
e gli anni Cinquanta ; L’educazione e i suoi problemi ( 1953 ), una
breve e limpida introduzione allo studio della pedagogia.
La nonviolenza
Fu legato a Capitini da un’intensa amicizia e collaborò alle
sue iniziative per la diffusione della nonviolenza. Lo ricordo ad una
riunione di pacifisti a Perugia il 23 Settembre 1961, il giorno precedente
la Marcia per la pace, alla quale diede piena adesione. Fece parte della
Consulta Italiana per la pace ( fondata da Capitini nel 1962 ), una federazione
dei principali organismi pacifisti in Italia.
Dopo la prematura scomparsa di Capitini, assunse la direzione di “Azione
nonviolenta” dal Febbraio-Marzo 1969 al Maggio-Giugno 1972, quando
gli subentrò come direttore responsabile Pietro Pinna.
Ha dedicato numerosi scritti alla illustrazione della vita e del pensiero
di Capitini, tra i quali il saggio dal titolo “Personalità
e pensiero di Aldo Capitini”, uscito sugli Annali della Scuola Normale
di Pisa ( Serie III - Vol. V,I - 1975 ).
Nei brevi incontri che ebbi con lui al COR di Perugia nel 1961/62, fui
colpito dalla sua gentilezza e disponibilità al dialogo ; posso
affermare, senza enfasi, che ci ha lasciato un grande maestro di vita
e di cultura del Novecento.
STORIA
Sergio Albesano
Quale storia? Un’analisi tra passato e presente
Alla fine dell’Ottocento gli storici, ammaliati dal positivismo,
pensavano che fosse finalmente possibile scrivere una storia definitiva
e inequivocabile; oggi invece gli storici si aspettano che le loro ricerche
vengano di volta in volta superate. I primi volevano descrivere i fatti
così come erano avvenuti, in maniera asettica, per poi eventualmente
aggiungere le interpretazioni, comunque separando nettamente gli eventi
dai commenti. Un punto debole del loro discorso è dato dal fatto
che non tutti gli eventi del passato sono eventi storici e perciò
dobbiamo porci la domanda: “Che cos’è un evento storico?”.
Rispondiamo che un evento è degno dell’attributo “storico”,
quando lo studioso che lo analizza lo considera tale, scegliendolo fra
mille altri eventi. Considerare o meno un evento come “storico”
dipende dunque dall’interpretazione che si dà di quel tale
evento. E’ un errore credere nella presenza di un nocciolo di fatti
storici esistenti oggettivamente e indipendentemente dallo storico che
li interpreta. Per quanto riguarda l’antico passato, i fatti che
ci sono stati tramandati sono stati prescelti da generazioni di storici
che ci hanno raccontato ciò che per loro era importante; ad esempio,
l’immagine della devozione religiosa degli uomini del Medioevo ci
è stata tramandata da uomini che condividevano quell’immagine
e volevano che altri la condividessero, mentre altri fatti, che forse
potevano dimostrare il contrario, sono andati perduti. Per quanto riguarda
invece la storia moderna e contemporanea, i fatti tramandati sono molti
e sta allo storico decidere quali siano degni di interesse e quindi rientrino
nel campo della sua indagine e quali no. Anche i documenti hanno bisogno
dell’elaborazione da parte dello storico, perché essi sono
in grado di dirci soltanto ciò che il loro estensore pensava. Quando
un uomo politico redige documenti, egli non riporta esattamente ciò
che è accaduto, ma ciò che egli desidera che sia ricordato,
cioè il suo punto di vista. Se uno storico lavora su questi documenti
e opera una cernita, scegliendo ad esempio quali pubblicare, il risultato
che apparirà al lettore non sarà la realtà così
come è accaduta, ma l’interpretazione di uno storico sul punto
di vista di un politico. Se poi per disgrazia i documenti originali vanno
persi e a distanza di decenni un ulteriore storico, rielaborando i testi
riportati dal suo collega, effettua una successiva scelta in base a quella
che è la sua interpretazione, alla fine non si saprà che
cosa è accaduto davvero, ma soltanto ciò che è stato
tramandato.
Dunque la storia consiste essenzialmente nel guardare il passato alla
luce dei problemi del presente e l’attività essenziale dello
storico non è quella di catalogare i fatti, bensì di darne
un giudizio, perché, se non si esprimono giudizi, non si può
sapere ciò che vale la pena catalogare. Ciò significa, con
uno slogan che può apparire persino provocatorio, che la storia
è costruita dallo storico. Lo storico deve quindi avere la capacità
di comprendere la mentalità degli uomini che studia e i pensieri
che i loro atti sottintendono, poiché non può comprendere
il passato con la mentalità del presente. Il fatto che quando si
tratta di stabilire i fatti storici entri in gioco necessariamente l’interpretazione
e il fatto che sia impossibile giungere a un’interpretazione del
tutto oggettiva non implicano che un’interpretazione valga l’altra
o che i fatti storici non possano essere sottoposti a un’interpretazione
oggettiva. E’ inevitabile che lo storico guardi il periodo che studia
con gli occhi del proprio tempo e studi i problemi del passato per arrivare
a comprendere quelli del presente, ma bisogna essere attenti a non cadere
in una visione meramente pragmatica dei fatti, assumendo come canone interpretativo
l’adattabilità o meno a un fine di carattere immediato. Il
dovere dello storico di rispettare i fatti non si limita all’obbligo
di accertare l’esattezza dei fatti da lui registrati, ma egli deve
cercare di inserire nel proprio quadro tutti i fatti conosciuti o conoscibili
che abbiano un certo rilievo, in un senso o nell’altro. Bisogna quindi
evitare gli estremi di un’insostenibile concezione della storia come
compilazione obiettiva di fatti, cioè di un assoluto primato dei
fatti sul modello interpretativo, e, d’altro canto, di una concezione
altrettanto insostenibile della storia come prodotto soggettivo della
mente dello storico, che crea i fatti storici e li domina mediante il
processo interpretativo. Poiché lo storico senza i fatti è
senza radici e i fatti senza lo storico sono privi di significato, alla
domanda “che cos’è la storia?” possiamo rispondere
che essa è un continuo processo di interazione tra lo storico,
che vive nel presente, e i fatti storici, che si sono svolti nel passato.
(Liberamente tratto da E. H. CARR, Sei lezioni sulla storia, Einaudi,
Torino 1966.)
ECONOMIA
Paolo Macina
La campagna Nestlé in Piazza San Pietro
La campagna di pressione contro la Nestlé, nata per protestare
contro il comportamento della multinazionale svizzera nei Paesi del Sud
del Mondo e ormai in Italia al suo sesto anno di vita, è sbarcata
in Piazza San Pietro. Domenica 26 novembre 2000 quaranta persone, provenienti
da diverse città d'Italia, hanno esposto uno striscione con la
scritta "Via la Nestlé dal Giubileo", per cercare ancora
una volta di convincere il Vaticano a recedere il contratto di fornitura
alimentare con l'azienda che viola apertamente il codice di condotta OMS
sulla vendita del latte in polvere. A nulla erano valse fino a quel momento
le centinaia di lettere indirizzate al comitato organizzatore del Giubileo,
e nemmeno la campagna telematica, che aveva intasato la e-mail del comitato
con migliaia di messaggi, era riuscita ad ottenere una minima risposta.
L'immagine del colosso elvetico era stata ulteriormente incrinata quest'anno
dalla multa inflitta dall'Autorità Garante della Concorrenza e
del Mercato di circa 1,5 miliardi di lire per aver creato, assieme ad
altre ditte, un cartello in Italia per mantenere alto il prezzo del latte
in polvere; l'argomento è stato validamente affrontato da una puntata
di "Reporter", la trasmissione domenicale di Raitre dedicata
all'approfondimento di temi scottanti, e la videoregistrazione della puntata
può essere richiesta alla segreteria nazionale (RIBN, c/o Casale
del Podere Rosa, V. Diego fabbri snc, 00137 Roma). Il Ministero della
Sanità è quindi intervenuto il 12 novembre con una circolare
firmata dal prof. Veronesi con la quale proibisce la donazione di campioni
gratuiti di latte in polvere in tutti gli ospedali italiani, con una ammissione
implicita che il fenomeno, vietato appunto dal codice OMS, si verifica
anche nel nostro paese.
La circolare, sollecitata dal portavoce della campagna Adriano Cattaneo,
segna un altro punto a favore della protesta, ormai non più limitata
solamente al boicottaggio e alla controinformazione. Un nuovo tentativo
di incontro pubblico con i responsabili della multinazionale è
stato effettuato a Roma nel maggio scorso: con il patrocinio del Comune
e la partecipazione di rappresentanti dell'Unicef e dell'OMS, è
stato indetto un convegno sulla superiorità dell'allattamento materno
rispetto a quello artificiale, cosa che anche la Nestlé non è
mai arrivata a negare, e per questo motivo l'invito a partecipare è
stato esteso al direttore di Nestlé Italia Roberto Faina. Che proprio
all'ultimo momento ha fatto sapere di avere un impegno improvviso. Come
sono sempre indaffarati, questi uomini d'azienda!
Le protesta intanto continua a registrare numerose adesioni: dai dipendenti
della ditta Forcellini di Padova, che chiedono il ritiro della vendita
dei prodotti Nestlé dalla mensa aziendale, al direttore artistico
del Taormina Film Festival, il regista Felice Laudadio, che quest'anno
rinuncerà alla prevista sponsorizzazione Nestlé; dalla parrocchia
di S. Vincenzo di Brusuglio a Cormano (MI), che ha interrotto la fornitura
di gelati Motta per il proprio oratorio, a quella forse più clamorosa
dell'Associazione Culturale Pediatri, che il 14 ottobre a Vicenza ha sommerso
di fischi un intervento del direttore di Nestlé Italia Roberto
Faina (ma non era quello sempre impegnato?) a favore della condotta della
propria azienda in Italia. Altre notizie dal campo di battaglia verranno
fornite nei prossimi mesi.
CINEMA
Flavia Rizzi
Tutte le favole sono vere: … e vissero felici e contenti
Principi e principesse
Francia, 2000
Regia: Michel Ocelot
Produzione: Didier Brunner, Jean-François Laguionie
Montaggio: Anita Vilfrid, Michèle Pèju, Dominique Lefèver
Musica: Christian Maire
Durata: 70 minuti
Distribuzione: Mikado
Dopo Kirikù e la strega Karabà, Michel Ocelot, autore francese
di film d'animazione, torna ad un vecchio amore custodito nel cassetto
e mai distribuito: sei storie animate che risalgono circa a una decina
di anni fa, sei creazioni che prendono spunto dalla tradizione del teatro
delle ombre. L'antefatto: due bambini giocano tutte le sere in un cinema
abbandonato e, con l'aiuto di un vecchio tecnico, inventano delle favole
e si travestono per viverle. Realizzate con mezzi semplici, come carta,
colla e fil di ferro, senza nessun aiuto tecnologico, le storie raccontano
di principi e principesse, di streghe e regine, pescando dall'universo
immaginifico di Ocelot, dove gli affetti sono più speciali degli
effetti. Per riscoprire un po' di magia e tenerezza.
Le storie narrate:
La principessa dei diamanti: A causa di una maledizione, una principessa
è tenuta in un luogo segreto e inespugnabile. L'unico indizio per
ritrovarla sono 111 diamanti che brillano nell'erba. Ma tutti i principi
che hanno affrontato la prova sono scomparsi nel nulla.Il ragazzo dei
fichi: Antico Egitto. Un mattino d'inverno, un ragazzo povero scopre un
bellissimo frutto di fico sulla pianta sulla quale egli ha dimora. Decide
allora di farne gradito regalo alla sua onnipotente regina.
La strega: Medioevo. La strega-maga uccide tutti i valorosi principi
che osano attaccare il suo impenetrabile castello. Il re ha dichiarato
che darà in sposa sua figlia a colui che la vincerà. Dopo
tutti i fallimenti dei prodi cavalieri, anche un ragazzo coraggioso vuole
sfidare la sorte e affrontare la strega. Ma a modo suo…Il mantello
della vecchia signora: Giappone dei samurai. Una vecchia signora è
inseguita da un ladro che vuole rubarle il mantello a tutti i costi. Ma
l'uomo non ha fatto i conti con le infinite risorse della nonna. Un omaggio
al grande paesaggista Hokusai.La regina cattiva: Pura fantascienza: una
regina crudele uccide i suoi pretendenti con un potentissimo radar. Un
semplice (e furbo) cantastorie è però deciso a sposarla
comunque. Principi e principesse: In un romantico parco, un principe supplica
una principessa affinché gli conceda un bacio. Lei, nonostante
le remore, acconsente. Le conseguenze sono catastrofiche.
L'invenzione di ogni favola è un processo di creazione entusiasmante:
stimola la fantasia e la creatività aprendo uno specchio sulle
nostre visioni più profonde della realtà, che inevitabilmente
proiettiamo sul mondo fantastico che stiamo generando. Nel film di Ocelot
ritroviamo questi temi soprattutto nei siparietti fra le storie narrate,
quando due giovani, un ragazzo e una ragazza, discutono con il loro maestro
di animazione sulle storie e il loro sviluppo. Le favole diventano allora
percorsi di evoluzione, di crescita, nei quali sia i bambini sia gli adulti
possono confrontarsi su un piano non meramente razionale e verbale. La
tecnica di animazione scelta in questa opera, ovvero il teatro delle ombre,
è affascinante ai nostri occhi e semplifica di molto il disegno
rispetto alle ipertecnologiche realizzazioni natalizie delle major americane,
riportandoci a un modo di fare film d'animazione che si può proporre
anche in una classe di scuola media. A questo proposito, una recentissima
pubblicazione della Regione Lombardia, Arrivano i film 6: il cinema d'animazione,
dedica un libro, un cd-rom e una videocassetta alla spiegazione dettagliata
delle tecniche e della loro applicazione in ambito didattico. E la rilettura
del film Principi e principesse ci fa ritenere che l'essenzialità
del tratto può far risaltare grandemente il messaggio educativo
della pellicola.
Per dirla con Calvino, "le fiabe sono vere e, prese tutte insieme,
nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane,
sono una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata
nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi, sono il catalogo
dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna".
Principi e principesse è un film da guardare e da gustare, anche
perché, nell'episodio della strega riesce a spiegare a tutti, in
maniera semplice e diretta, quale sia la maggior forza della nonviolenza
rispetto a quella delle armi: il giovane pretendente affronta e risolve
il conflitto perché accetta il confronto e rifiuta lo scontro.
Essere leader di se stessi contro il disordine mondiale
Intervista a Jello Biafra
Come andrà a Genova al prossimo vertice dei G 8 ? Avremo un intervento
musicale significativo per il successo delle iniziative “alternative”,
come accaduto in diverse altre occasioni ?
Negli ormai mitici giorni in cui il movimento contro la globalizzazione
si è imposto all’attenzione generale, ad esempio, il coprifuoco
a Seattle è stato infranto da Jello Biafra, Krist Novoselic (Nirvana,
Sweet 75) e Kim Thayil (Soundgarden) che hanno suonato dal vivo come “No
Wto Combo”. La documentazione sonora con un interessante libretto
è nel Cd “Live from the battle in Seattle”- No Wto Combo
– Alternative Tentacles.
Jello Biafra, cantante dei Dead Kennedys e dei Lard, è stato anche
nella rosa dei candidati alle presidenziali degli Stati Uniti per i Verdi,
che alla loro convention hanno poi scelto Ralph Nader.
La tua opinione su quello che è accaduto nei giorni della protesta
contro il Wto?
A Seattle in realtà non c’è stata nessuna rivolta ,
gli unici a usare effettivamente la violenza sono stati gli sbirri. Poche
decine di ragazzi hanno compiuto atti di vandalismo, certo, ma non una
rivolta: hanno rotto le vetrine di McDonald’s e di altre multinazionali,
nel centro di Seattle. I poliziotti hanno perso il controllo, iniziando
a sparare proiettili di gomma in faccia alla gente, caricando e picchiando
tutti, senza distinguere, prendendosela con semplici passanti, vecchi,
bambini, tutti…
Quando è nata l’idea del “No Wto Combo” ?
E’ nato tutto da quando ero stato a Seattle per lo “Spitfire
Tour”, con Krist Novoselic, Michael Franti e altri ancora. In quella
occasione fu annunciata la protesta contro il Wto e noi ovviamente aderimmo.
Cercammo di coinvolgere altri artisti e gruppi famosi, chiedendo loro
di essere presenti e magari esibirsi, per aumentare il successo della
protesta. Contattammo i Pearl Jam e i Rage Against The Machine, tra gli
altri, ma ci risposero che non potevano perché avevano già
altri impegni. Così ci abbiamo pensato noi.
Come è stato il concerto ?
Abbiamo iniziato con un mio discorso sulle ragioni della protesta, sulla
situazione di quei giorni, mentre poco alla volta Krist, Kim e Gina Mainwall
(Sweet 75) intervenivano, inserendo parti musicali sulle parole. Quella
sera hanno partecipato anche Jim Page, un cantante folk e gli Spearhead
con Michael Franti, che in quell’occasione hanno suonato pezzi nuovi.
Come ha reagito il pubblico ?
E’ stato interessante, c’era un miscuglio di gente, chi era
lì per me o per i Dead Kennedys, chi per i Soundgarden o i Nivana,
per Spearhead o per Jim Page… In realtà tutti si sono divertiti,
nonostante la tensione. Avevamo infatti dovuto spostare di un giorno il
concerto perché la polizia aveva circondato il centro e dichiarato
il coprifuoco. Anche la sera dopo è successo lo stesso, ma ce ne
siamo fregati e abbiamo suonato mentre gli sbirri circondavano l’edificio.
A Seattle qual era l’atmosfera delle manifestazioni?
Ho visto gente di ogni tipo marciare insieme. Gli anarchici più
radicali con quelli che di solito sono chiamati rednecks, i vecchi hippies,
la gente normale, i punk. Tutti insieme. Queste situazioni uniscono e
fanno dimenticare le differenze. Qualcosa del genere qui negli Stati Uniti
non succedeva dai tempi del Vietnam, ma come allora la lotta sarà
lunga; non si possono cambiare cose così grandi e radicate in questo
sistema in poco tempo.
In concerto a Seattle, in prima fila contro la censura e candidato alle
elezioni presidenziali: qual è il messaggio, la posizione politica
di Jello Biafra?
Credo che ci sia un momento per l’azione diretta, un altro per la
protesta pacifica e quindi anche quello in cui cercare di cambiare le
cose con il voto. Il problema vero è che gli americani sono lenti
a reagire: ci misero anni a capire che Hitler andava combattuto, ci misero
anni a prendere coscienza di quello che succedeva nel Vietnam e così
succede ancora adesso… L’unico messaggio è che la gente
deve capire che può essere leader di se stessa.
(dall’intervista di Marco Mathieu pubblicata su “Rumore”
maggio 2000)
LIBRI
Silvia Nejrotti
Un dizionario senza la n di nonviolenza
A. AGOSTI (a cura di), Encicopledia della sinistra europea nel XX secolo,
Editori Riuniti, Roma 2000, pagg. 1.344, £ 100.000.
E’ questa, diretta dal prof. Aldo Agosti, un’opera monumentale,
che non abbiamo né lo spazio né le competenze per valutare
nella sua interezza e che quindi prendiamo in esame solo per quanto riguarda
i rapporti analizzati fra la sinistra e il mondo nonviolento.
Notiamo subito che fra le trecentosettanta biografie riportate appaiono
pure quelle di Aldo Capitini e di Lorenzo Milani. Per quanto riguarda
il primo si tratta di mezza pagina, scritta da Pietro Polito, che riassume
egregiamente gli aspetti salienti del filosofo umbro, anche se lo spazio
riservatogli non permette all’autore della nota di spingersi più
in profondità. Medesimo spazio viene concesso al sacerdote di Barbiana,
nella cui biografia non c’è posto neppure per ricordare il
processo per apologia di reato. Peggio va a Danilo Dolci, del quale si
dice solo che fu “impegnato in un’originale esperienza di animazione
sociale in Sicilia”, e a La Pira, di cui si ricorda esclusivamente
che fu un intellettuale cattolico: ad entrambi più o meno lo spazio
che viene dedicato a Patty Pravo e ad Adriano Celentano. Inutile cercare
Pietro Pinna o Lanza del Vasto e anche il segretario del Partito Radicale
Cicciomessere, incarcerato nel 1972 per obiezione di coscienza. Ignorato
resta il caso creato dal noto film di Autant-Lara “Non uccidere”
del 1961. Notiamo ancora che il termine nonviolenza, a seconda degli autori,
viene trascritto talvolta nella sua grafia corretta e talvolta in maniera
imprecisa (non violenza).
In un’enciclopedia che ha la pretesa della completezza è facile
trovare lacune. Non dobbiamo stupirci che in questo testo non sia stata
data rilevanza al mondo nonviolento. Ricordiamo che il Partito Comunista
Italiano non ha mai avuto una tradizione nonviolenta. L’unico partito
a cui gli obiettori degli anni Cinquanta potevano rifarsi era il Partito
Socialista Italiano (P.S.I.), che aveva per lo meno una tradizione antimilitarista
(ricordiamo la formula di Lazzari nella prima guerra mondiale “Né
aderire, né sabotare”). Ma anche il P.S.I. disapprovò
l’obiezione di Pietro Pinna, scrivendo su “L’Avanti”
il 5 novembre 1949: “... l’obiettore Pinna non giova né
alla causa della pace, né a quella del proletariato e (...) nulla
c’è da sperare in lui in questa lotta dura e lunga contro
la guerra”. Negli anni Sessanta fu il Partito Radicale (P.R.) che
offrì appoggio culturale e materiale agli obiettori, ma, considerando
anche le scelte fatte in seguito dal P.R., a mio avviso era spinto non
da una scelta nonviolenta quanto dal tentativo di limitare l’ingerenza
dello Stato nelle scelte dei cittadini. In tale ottica possono essere
considerate le lotte per il divorzio, per l’aborto, contro la censura
e, appunto, a favore dell’obiezione di coscienza.
Quindi in un ambiente culturale come quello della sinistra, rigido e chiuso
in se stesso, accogliamo come un segnale positivo che si inizi a parlare,
anche se in maniera ancora insufficiente, di personaggi che hanno costruito
in Italia la storia della nonviolenza. Don Milani non militò nella
sinistra ma la sua biografia, come spiega Agosti nell’Introduzione,
è stata inserita perché è diventato un riferimento
esemplare per la sinistra stessa. La presenza di Capitini evidenzia l’idea
di forzare i confini ideologici e politici della sinistra tradizionale.
Uno sforzo che non può lasciarci indifferenti e che ci fa ben sperare.
Sergio Albesano
EDUCAZIONE
Angela Marasso
Educare alla pace fra ebrei ed arabi
In séguito alla crisi che da alcuni mesi sta flagellando il Vicino
Oriente, Nevé Shalom / Wahat al-Salam (l’”oasi di pace”
fondata in Israele da padre Bruno Hussar, nella quale ebrei e arabi di
cittadinanza israeliana conducono da una trentina d’anni una civile
convivenza) è diventata il centro d’elezione per incontri
e consultazioni fra le varie organizzazioni impegnate a promuovere la
pace. Più d’una volta dall’inizio delle tensioni e degli
scontri, rappresentanti di tali organizzazioni si sono dati convegno nel
villaggio onde concordare strategie comuni e promuovere manifestazioni
pubbliche dotate, grazie agli sforzi congiunti, della visibilità
necessaria. NSh/WAS, inoltre, riceve continuamente visite di giornalisti
israeliani e stranieri, la cui presenza mette a dura prova la pazienza
degli abitanti ma soprattutto degli insegnanti, che trovano arduo svolgere
con profitto la loro fatica quotidiana. Nei giornali e nelle televisioni
di tutto il mondo sono ora frequenti i servizi giornalistici dedicati
a NSh/WAS, cosicché i responsabili del villaggio stanno ricevendo
moltissime lettere di solidarietà da sostenitori e amici dei Paesi
più diversi.
Certo, vivere di questi tempi in una località in cui ebrei e arabi
si trovano a collaborare e a coabitare su un piede di eguaglianza non
è facile. Fra gli abitanti sono frequenti le esplosioni di ira,
di frustrazione, e talvolta i docenti arabi, allorché entrano in
classe, non riescono a trattenere le lacrime. Ciò nondimeno una
visita a NSh/WAS offre l’opportunità - oggi invero rarissima
- di scoprire che la coesistenza fra i due popoli è ancora possibile.
“Per parte nostra, dicono gli abitanti, stiamo ben attenti che la
bufera che produce devastazioni là fuori non travolga anche noi
altri”.
“Non si pensi - afferma l’ebreo Boaz Kita’in, direttore
della scuola elementare - che le grandi correnti che sconvolgono l’intera
regione restino fuori dal nostro ambiente senza penetrarvi. Gli appelli
che suonano ‘Morte agli arabi’ o ‘Morte agli ebrei’
arrivano anche alle nostre orecchie. Le frustrazioni sono terribili, e
così andiamo tutti domandandoci quale posto dobbiamo occupare in
questi frangenti e quale atteggiamento dobbiamo assumere. Ecco un esempio.
Ogni giorno io mi piazzo all’ingresso della scuola per salutare i
ragazzi che entrano. Stamane un’allieva araba proveniente da uno
dei villaggi qui attorno mi ha interpellato per dirmi che era in collera
con una compagna ebrea: il giorno innanzi, costei le aveva chiesto se
i palestinesi non fossero tutti impazziti giacché avevano preso
a sassate l’automobile della sua famiglia. ‘Perché mai
mi dice che siamo matti?’ urlava la bambina. Il conflitto tra arabi
ed ebrei assume anche questi aspetti. Ne ho colto la sollecitazione e,
entrato in classe, ho chiesto alla ragazza araba di esporre la propria
posizione e alla ragazza ebrea di fare altrettanto. In tal modo il conflitto
tra le due ragazzine ha potuto trasformarsi nell’avvìo di
un dialogo”.
“La situazione crea difficoltà e confusione specialmente nei
più giovani”, sostiene Shai Schwartz, un altro ebreo che vive
a NSh/WAS con la famiglia. “I ragazzi del villaggio vengono allevati
nel rispetto verso quelli dell’altra parte. Piuttosto che illuderli
che ‘il contrasto non esista’, noi ci sforziamo di informarli
senza veli sulle versioni contrastanti che i due popoli danno dei medesimi
avvenimenti. Lo spettacolo offertoci dai media è tale da rendere
inaccettabile il fatto che tutto il buono stia da una parte sola. Il mondo
visto dai media è un mondo in bianco e nero, tutti i buoni da una
parte e tutti i malvagi dall’altra. Il nostro sistema educativo aiuta
a capire che nella vita c’è posto per il dilemma, per le opinioni
in contrasto”.
“I tempi sono durissimi”, commenta Daphna Karta-Schwartz (la
moglie di Shai), che nella scuola del villaggio è docente di teatro.
“Fra i nostri studenti abbiamo ragazzini che, abitando a Gerusalemme
est, sperimentano quotidianamente il clima infuocato di una sommossa che
continua a nascere e a rinascere all’improvviso. Quando arrivano
qui, lontano dall’atmosfera feroce della loro città, i ragazzi
trovano la pace e la quiete del nostro ambiente. Facciamo di tutto per
aiutarli a superare lo sconforto, offrendo loro calo