Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Una bibliografia completa di e su Danilo Dolci, nel terzo anniversario
della morte
Di Germano Bonora
Il lavoro di Giuseppe Barone è il più esauriente e documentato.
Con intelletto d’amore l’autore annota scrupolosamente gli scritti
di e su Danilo Dolci, pubblicati a tutt’oggi, testimonianza di una
scelta di vita degna di un autentico missionario laico.
Gandhi, Don Zeno Saltini, Aldo Capitini, Francesco D’Assisi, Gesù
sono i modelli che hanno ispirato la sua vita straordinaria, totalmente
spesa per il riscatto sociale e civile dell’umanità da ogni
forma di condizionamento negativo e di sfruttamento.
Danilo Dolci è conosciuto in tutto il mondo fin dai primi anni
cinquanta, quando si trasferì a Trappeto, un paesino della provincia
palermitana, dov’era stato da ragazzo, a seguito del trasferimento
d’ufficio del padre dipendente delle ferrovie statali. Le sue opere
sono state tradotte non soltanto nelle lingue europee, ma anche in alcuni
idiomi dell’India, dove gli fu conferito il Premio Gandhi, di cui
è universalmente considerato il maggiore interprete e continuatore
in Occidente. Il governo della Cina nel 1997 invitò il Dolci a
tenere alcuni incontri sull’esempio di quelli che dai primi anni
ottanta andava tenendo nelle scuole europee e nei colleges statunitensi.
Fu l’ultimo viaggio del poeta-educatore, venuto a mancare poco tempo
dopo il ritorno dall’estremo Oriente, per i postumi di una grave
broncopolmonite, che lo costrinse ad alcuni ricoveri di urgenza, prima
in Svizzera e poi in Sicilia, all’ospedale di Palermo e in quello
di Partinico, dove si spense all’alba del 30 dicembre del 1997.
In Italia, come negli altri paesi europei e d’oltreoceano, si sa
tutto delle memorabili imprese socio-culturali, che ebbero come teatro
e anche come laboratorio di analisi alcuni centri della Sicilia occidentale,
per cui il nome di Danilo Dolci assurse all’onore della cronaca negli
anni cinquanta-sessanta; ma si conosce poco o niente degli innumerevoli
e proficui seminari di studio, effettuati in Italia e all’estero,
e delle molteplici opere innovative, pubblicate negli ultimi decenni di
vita, vissuti con immutata passione nell’educare le nuove generazioni,
contagiate dal virus del dominio, disseminato dai cosiddetti mezzi di
comunicazione di massa, posseduti da grossi magnati o da società
di comodo, che li manovrano e manipolano a loro esclusivo vantaggio economico
e politico.
Il giornalista e scrittore Furio Colombo, che aveva personalmente contribuito
alla buona riuscita dei seminari di studio, programmati in non pochi colleges
statunitensi, al ritorno in Italia scrisse un articolo su Panorama, nel
quale si lamentava con risentita amarezza che il nome del benemerito e
illustre italiano fosse pressoché sconosciuto nel suo Paese, mentre
in USA non c’era un solo studente che non conoscesse la vita e avesse
letto almeno un libro di Danilo Dolci.
Le cose, in realtà, non stavano né stanno proprio così;
e lo stesso Danilo m’incaricò di scrivere al settimanale,
per fare chiarezza e tranquillizzare l’amico.
La vita e l’opera del poeta-educatore sono ben conosciute, studiate
e apprezzate anche in Italia, in special modo in quelle scuole, dove educatori
degni di questo nome lo invitavano a tenere importanti seminari di studio
su temi di varia umanità e attualità, che risultano documentati
nella maggior parte degli scritti pubblicati negli anni ottanta-novanta.
Innumerevoli gruppi maieutici partecipavano annualmente agli incontri
promossi di preferenza nelle scuole di ogni ordine e grado. Danilo amava
chiamarli gruppi pilota, ed erano costituiti non soltanto da studenti,
ma anche da genitori, amministratori locali, gente semplice, tutti ugualmente
preoccupati del futuro della Terra, che sta soprattutto nelle mani dei
giovani. Alle nuove generazioni, perciò, egli rivolge un forte
appello con la “Bozza di Manifesto”, rielaborata, dal 1988 alla
morte, in sei edizioni successive, sempre più approfondite e dense
di contributi, provenienti non soltanto da gruppi eterogenei di vari paesi
europei e d’oltreoceano, ma anche da parte di singoli educatori,
artisti, pensatori, scienziati e scrittori di fama mondiale, come i Nobel
Carlo Rubbia e Rita Levi-Montalcini, i cui interventi figurano accanto
a quelli non meno importanti di persone sconosciute, ma fortemente motivate
dallo stesso sogno di trasformare la Terra in una sola grande Polis, viva
e fiorente in ogni continente, isola o quartiere: “Creatura di creature”.
Nei seminari di studio adottò costantemente la maieutica, opportunamente
corretta e depurata da ogni residuo di ironia socratica, che mortifica
e uccide, anziché favorire la crescita e la creatività delle
singole persone e dei gruppi di lavoro.
L’università degli studi di Bologna, il 13 marzo del 1996,
gli conferì la laurea honoris causa in scienze dell’educazione,
quale riconoscimento di una vita interamente spesa nell’educare le
nuove generazioni alla libertà e alla pace tra tutti i popoli,
senza discriminazione di razza, di religione e di cultura, nel pieno rispetto
di tutte le diversità.
L’incontro di Giuseppe Barone con Danilo Dolci avvenne nella seconda
metà degli anni ottanta, in occasione dei seminari di studio organizzati,
non senza difficoltà, nel liceo scientifico “Alfonso Gatto”
di Agropoli, la cui Amministrazione Municipale, nel 1991, conferì
al poeta-educatore la cittadinanza onoraria “per l’alto contributo
offerto dallo stesso ai docenti e agli studenti di Agropoli, con i quali
ha stabilito un rapporto di collaborazione da circa dieci anni, come documentano
le numerose pubblicazioni e in particolare la Bozza di Manifesto, tradotta
nelle maggiori lingue”.
Tale onorificenza fu la prima concessa in Italia. In precedenza avevano
consegnato le chiavi della città all’insigne personaggio sia
Berna sia Boston, dove la biblioteca di una importante università
raccoglie tutti gli scritti di e su Danilo Dolci assieme a quelli di Martin
Luther King.
L’amministrazione civica di Partinico, sede del Centro per lo sviluppo
creativo, da lui fondato e oggi a lui intitolato, lo proclamò cittadino
onorario qualche mese prima della morte.
Dall’attiva partecipazione a quegli incontri nacque l’amicizia
fra il giovane studente agropolese, sempre pronto a intervenire nella
conversazione, e lo straordinario maieuta, che riusciva a valorizzare
adeguatamente ciascuno dei partecipanti, suscitando un proficuo interscambio
d’idee, oltre che un reciproco adattamento creativo.
Con il passare degli anni l’amicizia andò crescendo sempre
più, fino a diventare un vero e proprio rapporto di collaborazione,
perché il Dolci non si è mai proposto come guida o maestro
di nessuno, restando coerentemente rispettoso del ruolo orizzontale e
paritario dell’autentico educatore.
La puntuale ricerca condotta dal Barone non è soltanto un doveroso
atto d’amore, ma anche il primo passo per poter riprendere il cammino
intrapreso dall’Amico fin dai primi anni cinquanta in quell’angolo
mitico del profondo Sud, dominato da nuovi e più terribili ciclopi,
partoriti dal connubio osceno fra mafia e politica, che nessuno osava
contrastare né scomunicare. Per opportunismo, se non per complicità
o paura.
La politica sarà proclamata “la più alta forma di carità”
soltanto con il pontificato di Paolo VI.
In questa dura e pesante realtà, nel 1952, venne a trovarsi, non
per caso ma per libera scelta, il giovane triestino, pronto e disponibile
a rimboccarsi le maniche e a sporcarsi le mani di quella terra bagnata
di sudore e di sangue, schierandosi dalla parte dei poveri cristi: contadini
senza terra, disoccupati, pastori, pescatori e immense sacche di manovalanza
dominate dagli orribili mostri.
Danilo amava ricordare senz’ombra di retorica di aver imparato molto
da questa umanità oppressa e sofferente, ma non doma, anzi fieramente
bramosa di riconquistare la dignità ferita, mortificata e tradita
finanche da quella parte che avrebbe avuto il dovere morale e religioso
di schierarsi al suo fianco.
Contro l’oppressione e lo sfruttamento egli opponeva la forza della
ragione e la lotta organizzata della nonviolenza, che si andava sviluppando
negli assidui incontri maieutici, dove tutti i partecipanti potevano dire
la loro, per ritrovare se stessi e inventare insieme il futuro.
Grazie a questi assidui incontri e alle lotte nonviolente contro l’oppressione
politico-mafiosa, quell’angolo ameno del profondo sud andò
gradualmente trasformandosi in laboratorio di analisi, plurivalente, fino
a diventare la metafora di tutti i sud del mondo.
Nascevano così in Italia i primi digiuni di protesta e gli scioperi
alla rovescia, contro i quali la polizia di Scelba infieriva con la connivenza
della magistratura e del governo.
La prigione e i processi penali, intentati da ineffabili ministri e sottosegretari
di Stato, offesi nell’onore, non valsero a bloccare né l’attività
né la creatività del vulcano Danilo, che nel 1955 diede
alla stampa “Banditi a Partinico”, corredato da un appassionato
saggio introduttivo di Norberto Bobbio.
Nel 1956, in occasione del processo al tribunale di Palermo contro il
Dolci e alcuni collaboratori, per lo sciopero alla rovescia, venne pubblicato
“Processo all’art. 4”, alla cui stesura parteciparono Bobbio,
Calamandrei, Levi, Lombardo-Radice, Vittorini e altri. Assieme a questi
si mobilitarono innumerevoli intellettuali, scienziati, scrittori, giornalisti
e artisti, non solo italiani, per sostenere anche finanziariamente le
lotte contro la mafia e i politicanti con essa collusi o integrati, coraggiosamente
condotte dal Dolci, che ancora adolescente aveva partecipato alla Resistenza,
sfuggendo miracolosamente alla cattura dei nazisti.
Nel primo dopoguerra aveva per oltre un anno lavorato nella comunità
di Nomadelfia, fondata da don Zeno Saltini a Fossoli, una frazioncina
di Carpi (Modena), nell’ex campo di concentramento nazista, per soccorrere
orfani ed altre vittime della guerra. Dalle colonne de “L’Espresso”
Enzo Biagi si chiedeva recentemente come mai non sia stato ancora avviato
il processo di beatificazione per questo santo sacerdote, che fu ingiustamente
perseguitato non solo dalle autorità politiche ma anche dalle alte
gerarchie ecclesiastiche.
Nel 1957 uscì “Inchiesta a Palermo”, una approfondita
indagine sul degrado sociale e ambientale, condotta con il metodo dell’autoanalisi
popolare: un lavoro di scavo attento e minuzioso, fatto dall’interno,
alla stregua dell’esplorazione di uno speleologo: “lo speleologo
della coscienza e della dignità umana, mortificate e seppellite
sotto le macerie della civiltà del cemento armato”.
L’attività socio-culturale del Dolci, intanto, travalicava
i confini nazionali, suscitando attenzione e simpatia non solo nei paesi
europei, ma anche nell’ America e nella Russia Sovietica, dove nel
1958 gli fu attribuito il Premio Lenin, che egli accettò a condizione
che gli venissero espressamente riconosciuti i metodi rivoluzionari nonviolenti
da lui costantemente adottati. Con i proventi del premio avviò
a completamento il complesso del Borgo di Dio, iniziato con l’aiuto
di alcuni amici intellettuali, scienziati e artisti, negli anni 1953-54,
e dotato dell’asilo per l’infanzia locale e anche dell’Università
Popolare, finalizzata ad educare gli adulti a crescere insieme.
Nel 1960 il sociologo militante approfondiva e ampliava ancora l’analisi,
dando alla stampa “Spreco. Documenti e inchieste su alcuni aspetti
dello spreco nella Sicilia occidentale”.
Tre anni dopo, nel 1963, su consiglio dell’amico Italo Calvino, pubblicò
la raccolta dei “Racconti siciliani”, tratti da “Banditi
a Partinico”, “Inchiesta a Palermo” e “Spreco”.
Negli anni successivi seguirono: “Verso un mondo nuovo” (1965),
“Chi gioca solo” (1966), “Inventare il futuro” (1968).
Dall’intreccio di lotte sociali, inchieste e incontri maieutici,
in quegli stessi anni, prendeva corpo un genere letterario nuovo, sempre
più distaccato e autonomo dalla tradizione lirica italiana. S’inaugurava
così una dimensione molto più ampia e articolata della poesia,
capace di mettere in crisi poeti illustri come Mario Luzi, che con inconsueta
onestà intellettuale riconoscerà pubblicamente: “Danilo
è oggi uno di coloro che ci porta più lontano dall’impasse
molto tribolata in cui si è dibattuta la poesia e la cultura moderna”.
L’innovazione dolciana consisteva nel ricondurre la poesia alla sua
radice ellenica poiésis, dal verbo poiéin, che equivale
all’italiano fare, operare. Si può fare poesia non soltanto
con le parole, ma anche con piccoli gesti quotidiani, anche minimi, purché
compiuti con amore.
La letteratura interagiva fortemente con la vita stessa del Dolci, al
quale per primo Norberto Bobbio riconobbe la perfetta coerenza di pensiero
e azione. E nelle opere si integrava una contaminazione di alto profilo
tra poesia e sociologia, creatività e sviluppo.
Da una inedita e innovativa esperienza radiofonica, interrotta per l’irruzione
della Pubblica Sicurezza (!), veniva alla luce una consistente silloge
poetica, originale finanche nel titolo emblematico: “Il limone lunare.
Poema per la radio dei poveri cristi”.
Al contrario del fico evangelico, maledetto da Gesù, il limone
lunare porta frutti tutti i mesi dell’anno, ed è per questo
simbolo e metafora dell’uomo attivo e responsabile. Sempre.
Dalla prima emittente libera del Sud Danilo ridava la voce, soffocata
per secoli dallo sfruttamento e dalla emarginazione, a quanti erano stati
umiliati e offesi dalla sopraffazione politico-mafiosa.
Nel 1971 pubblicò “Non sentite l’odore del fumo?”,
opera composta parte in versi e parte in prosa, ispirata a una visita
al lager di Auschitz, dove il Poeta triestino rivisse l’angosciosa
tragedia dei martiri del nazifascismo, di cui si segnalavano in quel periodo
numerosi focolai “non solo in Italia, non solo in Europa, non solo
in Occidente”.
Il lavoro del Dolci si andava gradualmente polarizzando sui valori della
libertà e della pace, che si erano appannati per effetto di un
disegno ordito su scala planetaria e perseguito subdolamente con i cosiddetti
mezzi di comunicazione di massa, che in realtà trasmettevano, in
modo sempre più sofisticato e devastante, il virus del dominio.
Si faceva sempre più urgente la necessità di educare la
mente delle nuove generazioni a ritrovare se stessi, scavando sul terreno
incolto delle tradizioni e delle specifiche culture locali attraverso
processi di autoanalisi, portati avanti dai gruppi pilota attivati su
tutti i continenti.
Nel corso dei vari incontri, Danilo mostrava, visibilmente turbato, una
bottiglia di vetro, deformata dal fuoco della bomba lanciata su Hiròshima:
“La Terra rischia di diventare una pallina di vetro, bruciata e deformata
come questa bottiglia. La sua sorte sta nelle mani di ciascuno di noi,
che lavorando insieme potremo, invece, trasformarla in una sola Polis:
Creatura di creature” .
Poesia per educare contengono i seguenti testi scritti in versi e in prosa:
“Chissà se i pesci piangono. Documentazione di un’esperienza
educativa” (1973), “Non esiste il silenzio” (1973), “Poema
umano” (1974), “Il dio delle zecche” (1976), “Creatura
di creature. Poesie 1949-1978”, “Il ponte screpolato” (1979).
Gran parte di questa produzione letteraria scaturiva dai seminari di studio,
svolti nelle scuole europee e d’oltreoceano con autentico spirito
missionario, oltre che dalla sperimentazione in atto nella scuola di Mirto
per l’infanzia. Nessuna astrattezza fantastica né elucubrazione
cerebrale, ma l’entusiasmo di chi ha dentro di sé un grande
sogno da realizzare con la collaborazione di tutti quanti hanno a cuore
il destino della Terra.
Dagli anni settanta in poi andava maturando la stagione più attiva
e creativa del suo operare, anche se il nome di Danilo Dolci non faceva
più notizia, a causa della colpevole indifferenza dei politicanti,
in tutt’altre faccende affaccendati, e della totale disattenzione
degli operatori dei media, quasi tutti asserviti al predominio del nascente
mercato globale, che accentuava ulteriormente il divario esistente fra
i paesi ricchi e quelli destinati a diventare ancora più poveri,
perché la globalizzazione del mercato, se non è accompagnata
dalla globalizzazione della solidarietà, si riduce a gretto e cinico
affarismo.
Nel 1981 usciva il poema “Da bocca a bocca” , che subito tradotto
in lingua inglese venne rappresentato con grande successo nelle cattedrali
di Seattle, il 6 e il 9 agosto del 1982 contro l’allestimento della
base nucleare del Trident.
Pochi anni dopo l’editore Armando Armando, specialista di trattati
pedagogici, accettava di pubblicare per la prima volta due testi dolciani,
in cui si fondono poesia e arte dell’educare, senza mai scadere nel
didascalico o nel pedagogico: “Palpitare di nessi. Ricerca di educare
creativo a un mondo nonviolento” (1985), “Creatura di creature”
(1986). Non a caso al primo volume venne attribuito il Premio Scala per
la poesia, pur essendo scritto in massima parte in prosa. Uno dei tanti
esempi della nuova dimensione della poesia dolciana, che prescinde dalla
scrittura stessa, poiché ogni atto d’amore per il Dolci è
assimilabile alla poesia, che si può realizzare con qualunque mezzo,
al di là degli obsoleti generi letterari.
Nel 1987 venne stampato a Venezia il poema “Occhi ancora sepolti”.
Nello stesso anno un piccolo editore di Latina, L’Argonauta, pubblicava
due volumi, che segnano una tappa importante per lo sviluppo del pensiero
dolciano: “La creatura e il virus del dominio” e “La comunicazione
di massa non esiste”.
L’Autore metteva a fuoco nomi e concetti fortemente contrastanti
e antitetici, quali trasmettere e comunicare, potere e dominio, registrati
come sinonimi anche nei migliori dizionari, omologati anch’essi per
il contagio del virus del dominio.
Da queste preoccupate considerazioni prendeva lo spunto la prima “Bozza
di Manifesto ‘Dal trasmettere al comunicare’”, che dal
1988 al 1997 andava crescendo, anno dopo anno, fino alla sesta edizione,
arricchita di nuovi contributi e consensi, provenienti da tutto il mondo,
da parte di filosofi, artisti, scienziati e anche di autorevoli Nobel,
come Carlo Rubbia e Rita Levi-Montalcini, i cui interventi erano registrati
senza formalità accanto a quelli di studenti e di gente semplice:
tutti animati dallo stesso amore per la libertà e per la pace.
L’ultima edizione della “Bozza di Manifesto” contro il
falso comunicare vide la luce, pochi mesi prima della immatura dipartita,
sotto il titolo emblematico e profetico “Comunicare, legge della
vita”, che si può considerare il testamento spirituale di
Danilo Dolci.
Il lavoro di Giuseppe Barone non è soltanto un generoso atto d’amore
per l’Amico, venuto a mancare, a settantatré anni, nel pieno
della sua missione educativa; ma esso vuole sollecitare in particolar
modo la ripresa di quell’attività straordinaria, intrapresa
per tempo dal giovane Danilo con esemplare coerenza, prima favore delle
popolazioni più povere ed emarginate, poi per la sopravvivenza
stessa della Terra.
Sono fermamente convinto che a questo importante lavoro ne seguiranno
altri ancora, non soltanto da parte dello stesso Barone, ma anche da parte
degli innumerevoli studiosi ed estimatori del Dolci, incoraggiati da questo
testo fondamentale, che certamente spianerà il campo della ricerca
e dello studio a quanti vorranno approfondire la vita e l’opera del
grande apostolo dell’umanità, propugnatore instancabile della
pace nel mondo. Particolarmente agevolati gli studenti universitari per
le tesi di laurea.
Dovunque lo invitassero, Danilo ha costantemente adottato la conversazione
maieutica, per comunicare anziché trasmettere, non avendo verità
da rivelare né da insegnare a chicchessia, semmai risoluzioni da
ricercare insieme.
La maieutica dolciana, sperimentata e perfezionata sul campo, contribuisce
efficacemente a costituire e a consolidare relazioni interpersonali (Danilo
avrebbe preferito dire intercreaturali, per le potenzialità esistenti
nella parola creat-ura), in ogni ambito: in famiglia, a scuola, sul posto
di lavoro, negli esecutivi dei sindacati e dei partiti, dove solitamente
prevale il decisionismo del capo; insomma in tutti quei gruppi e associazioni
costituite da persone veramente libere.
Vorrei suggerire qui al giovane collaboratore di Danilo Dolci di mettere
a punto una selezione di concetti rilevanti, effettuata da tutti gli scritti,
in versi e in prosa, per offrire soprattutto agli studenti un’antologia
della straordinaria produzione dolciana.
Lo stesso Dolci nel 1948 mise insieme una raccolta di pensieri, ordinati
per argomenti, tratti dalla Bibbia, dai classici orientali e greco-latini,
fino ad arrivare agli autori moderni e contemporanei, come Tolstoj e Russell.
Quale occasione migliore per associare il nome di Danilo Dolci a quello
degli autori più grandi della storia dell’umanità?
84043 AGROPOLI (SA) via F. S. Nitti, n. 69
tel./fax 0974-824686
Prigionieri per la Pace Albo d’Onore 2000
In occasione del 1 dicembre (giornata mondiale del prigioniero di coscienza),
la War Resister’s International (l’internazionale dei resistenti
alla guerra, di cui il Movimento Nonviolento è la sezione italiana)
diffonde l’elenco di obiettori e nonviolenti attualmente incarcerati
in vari paesi del mondo per obiezione di coscienza o per attività
pacifiste ritenute illegali dai rispettivi governi.
Invitiamo i lettori di Azione nonviolenta a spedire gli auguri di Natale
a questi testimoni di pace (riportiamo gli indirizzi della varie carceri
dove sono detenuti: potete inviare una cartolina, un biglietto, una lettera),
come segno di solidarietà, e per far sapere alle autorità
di quei paesi che i prigionieri pacifisti non sono isolati.
Armenia
Artur Stepanian
Vigen Hakopian
Vardan Virabian
Khachatur Zakarian
Garib Grigorian
Armen Harttenian
Vitaly Usupov
Aram Kazarian
Armen Babaian
Vaginak Saroian
Henrik Hovnikian
g Kosh, ITK, Nachalniku, ArmeniaSono tutti Testimoni di Geova e stanno
scontando una sentenda da un anno a quattro anni e mezzo. Virabian sta
pagando la seconda condanna per aver rifiutato il servizio militare. Usupov,
di etnia kurda, era stato arruolato a forza e al suo processo gli sono
state negate le attenuanti. Finlandia
Gli obiettori totali scontano un massimo di prigione di 197 giorni. A
partire dal novembre 1999 Amnesty International ha adottato un totale
di 14 obiettori totali finlandesi come prigionieri di coscienza, basandosi
sul loro rifiuto di eseguire quella che è considerata una forma
punitiva di servizio alternativo (lungo oltre il doppio del servizio militare).
Gli obiettori totali che seguono saranno in prigione il 1° dicembre
2000:
Marko Tauriainen (28.8.2000-11.3.2001)
Suomenlinnan työsiirtola, Suomenlinna C 86, 00190 Helsinki, FinlandTeemu
Kalvas(29.9.2000-12.4.2001)
Anssi Korhonen(1.9.2000-18.3.2001)
Juho Lindman (31.8.2000-16.3.2001)
Sami M. J. Nieminen (2.10.2000-19.4.2001)
Janne O. Nurminen (2.10.2000-18.4.2001)
Ilmari Saarilehto (2.10.2000-18.4.2001)
Helsingin työsiirtola, PL 36, 01531 Vantaa, Finland
Joonas Peltola (1.8.2000-17.2.2001)
Vilppulan varavankila, Kotiniementie 67, 35700 Vilppula, Finland
Israele
Noam Kuzar ha scondato una sentenza di 28 giorni di prigionia per aver
rifiutato di prendere parte alle azioni militari contro i palestinesi,
all’inizio di ottobre 2000. Altre forme di rifiuto di azioni particolari
da parte di soldati e riservisti sono prevedibili, se ci sarà un
allargamento del presente conflitto.
Mordechai Vanunu - Ashkelon Prison, Ashkelon, Israel
Spia nucleare colpevole di spionaggio e alto tradimento - rapito il 30.09.1986.
Ha una condanna a 18 anni. Maggiori informazioni disponibili dalla Campagna
U.S.A. per liberare
Mordechai Vanunu, 2206 Fox Ave., Madison, WI 53711, USA (+1 608-257-4764)
Macedonia
Durante il 2000, almeno 3 obiettori di coscienza hanno ricevuto condanne
di 2-3 mesi per aver rifiutato il servizio militare. Secondo le nuove
normative proposte, il servizio alternativo verrà riconosciuto,
ma avrà una durata di 14 mesi, 5 in più rispetto al servizio
militare. La domanda di esenzione per motivi di coscienza viene accettata
solo entro 15 giorni dalla chiamata alle armi.
Romania
In una serie di processi nel giugno 2000, 29 obiettori di coscienza -
tutti obiettori di Geova - sono stati condannati al carcere con sentenze
che vanno dai 18 ai 30 mesi di reclusione. Tutte le sentenze sono state
sospese per tre anni e mezzo. SpagnaJosé Ignacio Royo e Alberto
Estefanía sono stati condannati a 2 anni e 4 mesi per diserzione
ma non sono ancora stati catturati.
Tutti i prigionieri che seguono sono stati imprigionati per diserzione,
come risultato di una campagna di "ribellione nelle caserme":
Jesús Belascoain Ekisoain (2 anni e 4 mesi dall’agosto 8.2000).
Sentenza di secondo grado.
José María Trillo-Figueroa Calvo (2 anni e 4 mesi dal luglio
2000). Secondo grado.
Juan Carlos Pérez Barranco (ha completato una sentenza di 2 anni
e 4 mesi nel gennaio 2000 ma è stato trattenuto in "detenzione
preventiva"). Sentenza di terzo grado.
José Manuel De La Fuente Ríos (2 anni e 4 mesi dall’agosto
2000). Sentenza di terzo grado.
Unai Molinero Ortiz (2 anni e 4 mesi e un giorno dal novembre 1999). Sentenza
di terzo grado.
Raúl Alonso López (2 anni e 4 mesi dal giugno 1999). Sentenza
di terzo grado.
Ignacio Ardanaz Ruíz (2 anni e 4 mesi dal marzo 1999). Sentenza
di terzo grado.
Javier Gómez Sánchez (2 anni e 4 mesi dal febbraio 1999):
Sentenza di terzo grado.
Rafael Fernández Ferrete (2 anni, 4 mesi e 1 giorno dal dicembre
1998). In libertà condizionata.
I due prigionieri che seguono sono stati incarcerati per diserzione a
seguito di una azione pubblica nonviolenta:
Joseph Ghanime López (2 anni e 5 mesi dal luglio 1999). Sentenza
di terzo grado.
Alberto Naya Suárez (2 anni e 4 mesi dal luglio 1999). Sentenza
di terzo grado. Ha richiesto un trasferimento a A Coruña (Galiza/Galicia),
citando un requisito costituzionale che consente di mantenere i prigionieri
vicino alle loro famiglie.
Tutti sono detenuti presso:
Prisión Militar de Alcalá, Ctra Alcalá-Meco, km 5,
28805 Alcalá de Henares, Madrid, State of Spain.
Turchia
L’ultima fase del processo di Mustafa Seyhoglu, Yasin Yildirim e
Gö khan Birdal - accusato secondo l’art. 155 del Codice Penale
Turco per aver "dissuaso altri dal servizio militare" - sarà
in carcere ad Istanbul il 5 Dicembre. Turkmenistan
Nuryagdy Gairov è stato condannato a un anno di prigione il 19
gennaio 2000. Sta scontando la sua pena in un istituto di rieducazione
e lavoro a Tedzhen.
Igor Nazarov, un altro Testimone di Geova, potrebbe trovarsi nello stesso
campo per una condanna a 2 anni per obiezione di coscienza. Stati Uniti
d’America
Peter De Mott (60 giorni dal 23 Ottobre 2000)
Felton Davis (90 giorni dal 23 October 2000)
Alexandria Co. Jail, 2001 Mill Rd., Alexandria, VA 22314 USA
Entrambi accusati di resistenza passiva mentre svolgevano una protesta
pacifica al Pentagono, Hiroshima Day 2000.
Daniel Sicken #28360-013 (41 mesi)
FPC Lewisburg, P.O. Box 2000, Lewisburg, PA 17837, USA
"Minuteman III Plowshares", azione diretta di disarmo della
base nucleare, 6.8.1998
Sachio Ko-Yin (30 mesi),
39 South 4th Street, Lewisburg, PA 17837, USA
"Minuteman III Plowshares", azione diretta di disarmo della
base nucleare, 6.8.1998
Sta scontando il seguito della propria condanna agli arresti domiciliari.
Philip Berrigan #292-139 (30 mesi dal dicembre 1999)
Rev. Steve Kelly S.J. #292-140 (27 mesi dal dicembre 1999)
Roxbury Correctional Institution, 18701 Roxbury Rd., Hagerstown MD 21746,
USA
"Plowshares Vs. Depleted Uranium" Azione diretta per il disarmo
di areoplani da guerra A-10 anticarro.
Susan Crane #916-999 (27 mesi dal dicembre 1999)
Maryland Correctional Institution for Women, P.O. Box 535, Jessup, MD
20794, USA
"Plowshares Vs. Depleted Uranium" Azione diretta per il disarmo
di areoplani da guerra A-10 anticarro.
Elizabeth Walz #995376 (18 mesi dal dicembre 1999)
Baltimore Co. Detention Center, 200 Court House Court, Towson, MD 21204,
USA
"Plowshares Vs. Depleted Uranium" Azione diretta per il disarmo
di areoplani da guerra A-10 anticarro.
Sr. Megan Rice #88101-020 (6 mesi che si concludono l’8.12.2000)
FCI Danbury, Route 37 Pembroke Station, Danbury, CT 06811-3099, USA
Occupazione della School of Americas, Ft. Benning, 11.1999
Howard Mechanic #44998-008 (5 anni)
CCA-FCC FA203B, P.O. Box 6900, Florence, AZ 85232, USA
Accusato nel marzo 1972 di violazione dell’Atto di Obbedienza Civile
del 1968 durante la protesta di St.Louis che fece seguito agli omicidi
alla Università dello Stato del Kent, nel maggio 1970 - costituito
per sottoporsi all’esecuzione della pena nel febbraio 2000.
John Patrick Liteky #83725-020
FPC Sheridan, PO Box 6000, Sheridan, OR 97378-6000, USA
Condannato per diverse proteste con spargimento di sangue contro la School
of the Americas al Pentagono il 29.09.1997 e il 20.10.1997 e a Ft Benning
il 25.02.1998
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I nomi dei prigionieri sono stati forniti dalla Finnish Union of COs,
Amnesty International, InsuPiso, e da Nuclear Resister.
Dopo la Marcia, si cammina verso la federazione
dei nonviolenti
Da Movimento Nonviolento e M.I.R.
Lettera ai 120 gruppi, movimenti, associazioni
aderenti alla Marcia Nonviolenta Perugia-Assisi del 24 settembre 2000
“Mai più eserciti e guerre”
Carissimi,
ci preme riprendere il contatto e la collaborazione che hanno consentito
lo svolgimento della Marcia nonviolenta Perugia-Assisi del 24 settembre
scorso. Il sostegno che avete offerto, con l’adesione alla proposta
prima e promuovendo poi una partecipazione larga e consapevole, è
stato essenziale per la buona riuscita di un’iniziativa che, come
sapete e come nella Marcia è stato ribadito, non è fine
a se stessa.
La marcia è stata, con tutta evidenza, un’aggiunta, per adoperare
un termine caro a Capitini, importante. Ha corrisposto alla limpida proposta
“Mai più eserciti e guerre” ed è stata assunta
come impegno dai movimenti promotori.
La riflessione e discussione comune che ha messo in moto (ad es. il notiziario
telematico, puntuale e preciso “La nonviolenza è in cammino”
del Centro ricerca pace di Viterbo), è un secondo, ma non per importanza,
elemento.
Nella parole conclusive di Zanotelli, nella sua pressante richiesta, abbiamo
sentito tutti la necessità e l’urgenza di costruire l’unità
di quanti si ispirano alla nonviolenza. Si tratta di mettere a disposizione,
per un lavoro comune, in modo coordinato, non sporadico, senza pretese
egemoniche ed esclusiviste, capacità, risorse, vocazioni, esperienze,
relazioni nazionali ed internazionali. Sono molte, tra loro diverse. Costituiscono
la ricchezza della proposta nonviolenta nel nostro paese. Ci conforta
che nei giorni successivi alla Marcia l’incontro della Rete Lilliput
abbia posto la scelta della nonviolenza a preambolo di ogni riflessione
e azione.
Per quanto ci riguarda, come Movimenti promotori, siamo impegnati a costruire
il maggior coordinamento possibile delle nostre iniziative e a promuoverne
di comuni. Pensiamo che lo stesso percorso debba essere aperto in primo
luogo a quanti hanno con noi sostenuto e condiviso l’iniziativa della
Marcia Perugia-Assisi del 2000.
Riteniamo pertanto che la federazione dei nonviolenti possa nascere e
svilupparsi proprio a partire da questa sede.
Per questo sono a disposizione i nostri strumenti di lavoro: le riviste
Azione Nonviolenta e Quale Vita, i siti telematici, le sedi, i nostri
organi di coordinamento. Per questo siamo personalmente a disposizione,
come responsabili dei due Movimenti, per ogni contatto, incontro, iniziativa
che si muova nella direzione di costruire scambio ed unità tra
le organizzazioni degli amici della nonviolenza.
E’ questo l’invito che rivolgiamo fidando che sarà ben
compreso, condiviso ed arricchito dal vostro contributo essenziale, così
come è avvenuto per la Marcia della nonviolenza Perugia - Assisi.
Fraternamente
Movimento Nonviolento (per la segreteria Daniele Lugli)
Movimento Internazionale Riconciliazione (per la Segreteria Luciano Benini)
Ripartire dalla Perugia/Assisi
del 24 settembre, per andare oltre…
L’Agenzia per la Pace è una delle tantissime organizzazioni
di base dell’arcipelago pacifista/nonviolento italiano. Un’organizzazione
locale, lavora infatti prevalentemente in provincia di Sondrio, relativamente
giovane coi suoi 5 anni di vita, fortemente radicata (conta su circa 200
aderenti distribuiti sull’intero territorio provinciale) ma anche
legata da un fitta rete di relazioni con numerose associazioni, gruppi,
movimenti locali e nazionali. Una rete frutto di rapporti pregressi, maturati
negli anni da molti di noi, sviluppata più recentemente e destinata,
speriamo, ad arricchirsi sempre più.
Da sempre, per scelta e per necessità, lavoriamo tra “diversi”:
cattolici e laici, persone e organizzazioni con forti connotazioni ideologiche,
religiose, culturali ed altre meno vincolate, per loro storie personali
o semplicemente per motivi anagrafici, a “militanze” consolidate.
Anche i nostri interlocutori “esterni” sono i più diversi:
dalla Tavola della Pace ai movimenti nonviolenti, dall’ICS ai Berretti
Bianchi, da Guerre&Pace alla Caritas, dalla LOC all’AON, dai
Beati i Costruttori di Pace all’Associazione Papa Giovanni, da Banca
Etica alle MAG, dalla CTM a Commercio Alternativo, dalle ACLI ai Centri
sociali, dalla Rete di Lilliput ai sindacati, ai partiti, agli Enti locali,
alle scuole…
Tantissimi interlocutori, con alcuni dei quali ci sentiamo più
in sintonia, meno con altri, ma tutti ugualmente preziosi. Per noi infatti
è sempre stato ed è tuttora fondamentale riuscire a conciliare
due esigenze: il diritto/dovere di assumere posizioni nette, non mediate
da “opportunismi”, di fronte alle tante domande che l'agire
politico comporta quotidianamente, e la capacità di dialogare con
tutti, nessuno escluso.
Così, quando il Movimento Nonviolento e il MIR (Movimento Internazionale
della Riconciliazione) hanno lanciato la proposta di un’edizione
straordinaria della Marcia Perugia/Assisi, chiedendo l’adesione all’appello
“Mai più eserciti e guerre”, ne abbiamo discusso al nostro
interno in modo approfondito cercando di mettere in fila i rischi e le
opportunità. Abbiamo cercato di prestare attenzione alle osservazioni
di chi (come ad esempio i “Beati i Costruttori di Pace”) riteneva
fossero eccessivi i “rischi” di allargare il conflitto latente,
tra mondo pacifista e mondo nonviolento e i rischi che l’iniziativa
apparisse semplicemente polemica verso la Tavola della Pace. E alla fine…
abbiamo aderito con convinzione, dandoci da fare per chiarire – ai
meno “esperti” tra noi - le differenze tra la cultura pacifista
e quella nonviolenta, ma contemporaneamente per promuovere la massima
partecipazione locale alla Marcia e il massimo dibattito possibile tra
le tantissime voci del pacifismo e della nonviolenza in Italia, convinti
che l’iniziativa potesse svolgere un ruolo utile, positivo, nel suscitare
dibattito, confronto, tra tutti coloro che si sentono impegnati a lavorare
contro la guerra.
Il nostro bilancio? Non è dei più positivi né (forse)
poteva realisticamente esserlo. Il nostro ripetuto e ostinato invito al
confronto e al dibattito è stato infatti accolto da pochi, pochissimi.
Nessuna organizzazione “nazionale” e in particolare quelle che
avevamo individuato come destinatarie privilegiate del nostro invito (la
Tavola della Pace, i “Beati i Costruttori di Pace”, l’I.C.S.,
l’Associazione Papa Giovanni…) hanno accettato di confrontarsi
sulle ragioni di questa Marcia, per poi andare oltre, ragionando insieme
sulle prospettive, opportunità, modalità possibili di un
comune impegno contro la guerra, chi da posizioni di “pacifismo assoluto”
o nonviolenza, chi da “pacifista relativo”, chi da….
Certo non ci sfugge che la qualità della risposta dipenda anche
dall’autorevolezza di chi pone le domande e noi, realtà di
base relativamente piccola e periferica, può darsi che non fossimo
i più “titolati” a suscitare il dibattito tanto desiderato.
Tuttavia, eravamo e siamo fermamente convinti della sua necessità
e determinati, più che mai, a ricercare le forme possibili perché
possa davvero realizzarsi. D’altra parte non pensiamo ci siano alternative
possibili al percorso che oggi (su altri temi?) sta sperimentando la Rete
di Lilliput: mettere in relazione soggetti diversi, renderli capaci di
sviluppare insieme azione politica, senza appiattire ma anzi esaltando
le differenze, senza ignorare le diverse impronte culturali, esperienze,
caratterizzazioni, ma anzi sfruttandole come risorse da mettere a disposizione
di tutti.
E invece, anche in occasione dell’ultima Perugia/Assisi (straordinaria
non solo dal punto di vista “formale”, ma per noi che abbiamo
avuto la fortuna di esserci, straordinaria per il clima, per la forza
dei contenuti espressi dai partecipanti e dagli interventi finali, primo
fra tutti quello di Padre Zanotelli) ci è rimasto l’amaro
in bocca vedendo le tante assenze, i tanti silenzi, l’indisponibilità
ad offrire la minima collaborazione fosse anche solo sul piano tecnico
( quella della Tavola della Pace, in particolare). Rimane, non solo a
noi, ne siamo convinti, l’amarezza di aver verificato una volta di
più quante risorse, quante energie, vengano sprecate in sterili
contrapposizioni interne anziché essere investite “contro
la guerra”: un impegno che appare sempre più proibitivo, per
la tremenda sproporzione di forze tra chi (come abbiamo scritto nel documento
di presentazione dell’Agenzia per la Pace) “lavora per la pace
e chi, ogni giorno, lavora per la guerra”, come dimostra (secondo
noi) anche la recentissima approvazione della nuova legge sull’esercito
professionale.
Ma la Perugia/Assisi del 24 settembre può ancora rappresentare
molto, per tutti: può essere comunque un punto di partenza o di
ri-partenza o di conflitto da riconoscere e da gestire insieme per cominciare
a costruire qualcosa di diverso. La federazione dei nonviolenti…
suggerisce il Movimento Nonviolento. Può darsi che ce ne sia bisogno
e che possa giocare un ruolo utile per aggregare alcuni “pezzi”
del movimento contro la guerra ma qualunque cosa esca, per favore, non
usiamola come nuova discriminante per creare muri. Noi che vorremmo affermare
la possibilità di gestire in modo nonviolento i conflitti internazionali
non possiamo permetterci di smentirci così clamorosamente sul piano
della pratica politica quotidiana: cominciamo, almeno, dal creare e difendere
uno spazio di dialogo possibile, riconosciuto e frequentato da tutti coloro
che, in modi diversi, intendono “buttare la guerra fuori dalla storia”.
Agenzia per la Pace
Sondrio
Il Davide Alex
contro Golia Del Monte
Di Alex Zanotelli
Carissimi, Jambo! Sento l'urgenza di parteciparvi, se pur brevemente,
l'entusiasmo e la fatica che tutti noi abbiamo vissuto per ottenere una
importante vittoria contro la Del Monte, a favore dei lavoratori. E` un
bisogno che tutti sentiamo, perché nella lotta contro il Sistema
è facile scivolare nello scoraggiamento, per questo è necessario
condividere le piccole e grandi vittorie raggiunte. Solo questo può
rafforzare la speranza che tutti noi, insieme, ce la possiamo fare! Il
23 ottobre, a Nairobi, si e svolto un incontro che, personalmente, ritengo
sia stato molto importante e significativo. L’ incontro era stato
convocato presso il Ministero del lavoro (a me sembrava quasi impossibile,
tanto era strano!), quindi sotto l'egida del governo, ed era presieduto
dal PS, Permanent Secretary, secondo per potere, soltanto al Ministro
del lavoro, il signor Gitu. (Nel nostro panorama politico il Permanent
Secretary potrebbe essere assimilato al Sottosegretario). Sotto la presidenza
del signor Gitu, che ho scoperto uomo molto bravo tra l’altro, e
per sua convocazione si è radunato il direttivo della multinazionale
Del Monte-Kenya. Si trattava di una delegazione ad altissimo livello,
chiamata e invitata a confrontarsi con il Comitato per la solidarietà,
presieduto da Willi Motunga, insieme con tutti i rappresentanti delle
9 Organizzazioni non governative impegnate nella lotta a favore dei lavoratori
della Del Monte. Lo stesso Sottosegretario aveva invitato altre personalità
di altissimo livello, sia del mondo politico, del Ministero del lavoro,
sia del mondo industriale, tra cui il presidente degli industriali del
Kenya. Quando siamo arrivati abbiamo subito pregustato la gioia di una
vittoria, raggiunta dopo appena un anno di lotta; mi sembrava quasi impossibile!
L’incontro è stato molto pesante ed impegnativo, ha avuto
inizio alle 9 del mattino e si è protratto fino alle 14,00. L’ordine
del giorno era intenso e ricco, ma molto forte è stato anche il
modo in cui le parti in causa hanno rivendicato e difeso le rispettive
posizioni. Non voglio addentrarmi nell’esposizione delle ragioni
che avevano indotto le due parti al confronto, non mi sembra questo il
contesto giusto, anche perché le ragioni della multinazionale Del
Monte sono, ormai, oggetto della nostra conoscenza. La compagnia ha insistito
molto sul fatto che quanto era in loro potere era stato già compiuto,
sottolineava che il lavoro non tira molto, che i prezzi stanno crollando
e ventilava il pericolo che la compagnia si impasticci economicamente
facendo saltare i 6000 posti di lavoro. E` un po' lo stile di difesa comunemente
adottato dalle multinazionali! Dall'altra parte, l'attacco sferrato è
stato molto duro e pesante. Il Comitato per la solidarietà aveva
attaccato soprattutto alcune figure responsabili della Del Monte, il direttore
generale Twait e il direttore del personale Mantu; addirittura è
stata chiesta la testa di ambedue! E’ stato chiesto alla compagnia
che vengano silurati affinché si possa garantire un clima consono
alla contrattazione degli argomenti. Il Comitato per la solidarietà
ha riconosciuto i passi compiuti dalla Del Monte, ma quello che rimane
da fare è molto di più! Rimane aperto il problema dei "seasonals",
dei lavoratori occasionali o stagionali che non hanno contratto e sono
pagati molto poco. Così anche il problema della sicurezza dei lavoratori
e delle loro condizioni di vita, l'utilizzo dei pesticidi, l'inquinamento
etc. Molta carne al fuoco, che ha reso l'incontro animato e pesante. Un
incontro, questo, che è stato colto come illegale. Infatti il presidente
degli industriali, rivolgendosi minaccioso al sottosegretario, ha dichiarato:
"E` la prima volta nella mia vita che assisto ad un incontro di questo
genere. Mai prima d'ora si è verificato un tale evento. Giuridicamente,
secondo la legge del Kenya, le parti che possono incontrarsi sotto l’egida
del governo, sono soltanto le parti interessate: la compagnia multinazionale
e il sindacato dei lavoratori. Questo dimostra la illegittimità
della presenza dei rappresentanti delle Organizzazioni non governative
e del Comitato per la solidarietà ai lavoratori." Ha sostenuto,
altresì, con toni chiari e perentori: "Un incontro di questo
genere è inaccettabile, inconcepibile, perciò illegale!"
Così si è rivolto al sottosegretario dicendo: "Mi meraviglio
che tu abbia convocato un incontro del genere, è il primo nella
storia del Kenya!" Ed aveva ragione! Era effettivamente il primo
ed era stato una grossa novità! Il sottosegretario, dal canto suo,
ha motivato la sua scelta con uno stile che personalmente ritengo molto
bello: "E` vero, è una cosa nuova; però tutti stiamo
cambiando, il Kenya sta cambiando. So di essere criticato anche all'interno
di questo ministero, ma ritengo che diritti umani siano anche i diritti
dei lavoratori, perciò è giusto che le associazioni che
li promuovono siano rappresentate in questo consesso. 'Either we change
or change will change us!'. E` stato un momento di forte tensione; ho
sentito la grandezza e la novità di quello che stava accadendo!
Per la prima volta nella storia del Kenya, erano presenti in un assemblea
convocata sotto l’egida del governo, non solo le parti contraenti,
ma anche il Comitato per la solidarietà. Un Comitato impegnato
nella difesa dei diritti dei lavoratori, chiamato a fronteggiare il management
di una grande multinazionale. Per la prima volta appariva chiaro, anche
al sottosegretario, che una questione come questa dei lavoratori non è
soltanto una questione sindacale (i sindacati in Kenya sono totalmente
venduti ad un governo corrotto e dei ricchi!), ma è una questione
di diritti umani. Alla fine il sottosegretario ha detto: "Io mi impegnerò
e premerò affinché la compagnia accetti le istanze fondamentali
espresse dal Comitato per la solidarietà. Sono disposto a controllare
personalmente perché questo avvenga!" Davvero queste sono
buone notizie per me, sono buone notizie per noi e per voi che vi siete
spesi per fare pressione su questa vicenda. Se ce la faremo adesso con
la Del Monte, in Kenya si aprono nuove porte. Già sono venuti,
l'altro giorno, i rappresentanti dell'industria dei fiori a consegnarmi
la situazione incredibile di 150.000 lavoratori. Lo stesso discorso vale
per il caffè, per il thé... La difesa dei diritti dei lavoratori,
nell'Africa Subsahariana è solo agli inizi! Ecco perché
è importante la posta in gioco con Del Monte. Oggi con i lavoratori
dell'ananas, domani dei fiori, poi del thé, del caffè...
"A luta continua!" come dicono i mozambicani... ...PERCHE`
VINCA LA VITA!!!
Grazie a voi.
Riconciliazione in Sudafrica, Argentina e Guatemala,
tra verità, memoria e giustizia
Intervista a Genevieve Jacques, del Consiglio ecumenico delle chiese
(CEC).
a cura di Luisa Nitti e Silvia Nejrotti
In occasione della recente pubblicazione del suo libro "Oltre l'impunità.
Un approccio ecumenico a verità, giustizia e riconciliazione"
(Beyond Impunity, An ecumenical approach to truth, justice and reconciliation,
WCC Publications, Ginevra 2000), abbiamo intervistato Genevieve Jacques
- direttrice del Dipartimento per le relazioni del Consiglio ecumenico
delle chiese (CEC) - sul tema della riconciliazione e sulle connessioni
esistenti fra verità, memoria, giustizia. Il libro affronta il
tema dell'impunità a partire dalle esperienze concrete di alcuni
paesi (Sudafrica, Argentina, Guatemala), con uno sguardo attento al coinvolgimento
delle chiese nel processo del perdono e della riconciliazione.
Signora Jacques, come mai un libro sul tema dell'impunità?
Da diversi anni il Consiglio ecumenico delle chiese si occupa del problema
dell'impunità, anche grazie agli stimoli provenienti da chiese
e organismi legati alle chiese, soprattutto dell'America Latina. Il processo
di riflessione é andato crescendo notevolmente negli ultimi anni;
abbiamo realizzato quanto sia importante collegare fra loro i diversi
aspetti legati al tema dell'impunità: la verità e la memoria,
il modo in cui rapportarsi ai fatti del passato, la questione della giustizia.
Inoltre, proprio attorno al problema della giustizia, si apre il tema
del perdono e del pentimento, fondamentale in una prospettiva cristiana.
Ci sembra che tutto ciò sia in stretta relazione con la riconciliazione.
Il problema dell'impunità e della giustizia é particolarmente
evidente nei paesi che sono stati dilaniati dalle guerre civili. Quali
sono le sfide che ci si propongono in queste situazioni?
Vi sono evidentemente profondi problemi etici e morali, in questi contesti,
così come problemi legali di importanza non secondaria. É
ad esempio il caso del Sudafrica, dove la Commissione per la verità
e la riconciliazione (Truth and Reconciliation Commission, TRC), istituita
nel 1995, lavora per la ricostruzione di "ponti di riconciliazione"
fra le persone.
Uno dei punti focali di quella Commissione é la necessità
di creare uno spazio in cui le vittime possano raccontare la propria storia.
Quale rapporto esiste, a suo parere, fra racconto dell'esperienza personale
e processo di riconciliazione nazionale?
Diverse esperienze, in molti paesi del mondo, provano che portare alla
luce la verità dei fatti é un passo fondamentale per la
realizzazione di un autentico processo di "guarigione". Le vittime
non possono immaginare di iniziare una nuova vita, e tanto meno di riconciliarsi
con chi le ha offese, finché restano prigioniere del silenzio o
della menzogna. Si comprende quindi quanto sia importante procurare gli
spazi adeguati perché queste persone possano parlare ed essere
ascoltate. Bisogna inoltre ricordare che nel processo di guarigione vi
sono due livelli, che si intrecciano e sono entrambi importanti: c'é
il racconto delle storie personali delle vittime e c'é insieme
il racconto collettivo della società civile, che contribuisce ugualmente
alla riconciliazione nazionale. La società nel suo complesso deve
riconoscere e dire che cosa é accaduto, portare allo scoperto non
solo le ferite personali, ma quelle dell'intera società. Abbiamo
fin troppi casi nel mondo, dal Ruanda alla ex Jugoslavia, in cui le storie
delle atrocità del passato sono state nascoste, obliate, a volte
affermando che non é opportuno riaprire le ferite, che é
meglio "dimenticare". Ma la gente non dimentica, sia a livello
individuale che collettivo. In definitiva, molte situazioni storiche mostrano
come non sia possibile intraprendere un percorso di guarigione e riconciliazione
senza prima rivelare i fatti accaduti e avviare un processo di rilettura
collettiva del passato.
La TRC intende offrire spazio e parola sia alle vittime che a chi ha commesso
crimini e violenze, ritenendo che la strada per la riconciliazione passi
attraverso l'ascolto reciproco e la ricostruzione comune della verità.
Come valuta questa singolare impostazione della Commissione sudafricana?
Certo, si tratta di una impostazione nuova ed estremamente interessante.
É importante riflettere su questa esperienza sudafricana, sebbene
non possiamo ancora sapere quanto e come il suo lavoro contribuirà
alla guarigione delle ferite del Sudafrica. É possibile promuovere
la riconciliazione senza giustizia? Questa é la domanda radicale
che ci si deve porre. In Sudafrica alcuni criminali hanno confessato ciò
che hanno fatto, alcuni hanno chiesto perdono, altri no; alcuni hanno
ottenuto l'amnistia, cosa che per le vittime, in molti casi, non é
facile da accettare, soprattutto se non c'é stato un reale pentimento.
Restano dunque alcuni problemi aperti. Mettere a nudo la verità,
confessare ciò che si é compiuto, significa certo assumersi
la responsabilità, ma mai completamente: il processo di racconto
collettivo contribuirà alla riconciliazione solo se la società
nel suo complesso sarà pronta ad accettare questo gesto di pacificazione.
Penso che la TRC abbia fatto dei grandi passi in avanti, c'é una
lezione estremamente importante da imparare da un processo così
coraggioso come quello in atto in Sudafrica, che é una sorta di
catarsi per tutta la società. Ma evidentemente non ci sono ricette
universali: tutta la questione della riconciliazione é un lungo
processo e noi dobbiamo essere sempre attenti a non saltare a conclusioni
affrettate. Ad esempio, non bisogna confondere la semplice "coesistenza
pacifica" con la vera riconciliazione, che é cosa ben diversa
e, in una prospettiva cristiana, é qualcosa di molto profondo,
richiede un processo di cambiamento radicale. Bisogna fermare le cause
profonde dei conflitti e lavorare per la giustizia, che insieme alla verità
é strettamente legata alla riconciliazione.
Il 12 marzo scorso la Chiesa cattolica ha celebrato una speciale Giornata
del perdono. Che cosa pensa di questa richiesta di perdono da parte del
papa per gli errori e i peccati commessi nel passato dai "figli della
Chiesa"?
Riconoscere che alcuni "figli della Chiesa" - che spesso ricoprivano
cariche importanti - hanno commesso gravi peccati, e dichiarare ciò
pubblicamente, ha senz'altro un grande valore: é un importante
passo in avanti e un segnale di cambiamento di mentalità da parte
della gerarchia cattolica, che non intende più coprire i peccati
del passato, ma guardare criticamente alla storia attraverso un processo
di purificazione della memoria. Eppure questa richiesta di perdono da
parte del papa genera alcune perplessità: credo che l'atto del
perdono non possa avvenire senza l'intervento di chi ha subito violenza,
perché solo le vittime possono perdonare. Il processo di riconciliazione
ha bisogno di due partner, é per sua stessa natura "inclusivo"
in quanto comprende tanto il passato, con tutti gli errori e le sofferenze,
quanto il presente, con il riconoscimento dei diritti delle vittime e
il "recupero" di chi si é macchiato dei crimini. Il problema
é che non ci si può riconciliare con una persona che non
c'é più o che non intende accettare il gesto: per incamminarsi
sulla strada del perdono, é necessario che entrambe le parti in
gioco siano nelle condizioni di poter riconoscere la bontà del
processo e intraprendere insieme la strada della riconciliazione.
ISLAM
A cura di Claudio Cardelli
Tendenze novatrici : la religione Babi-Bahài
Molte furono le divisoni in seno all’Islam : la principale è
tra sunniti e sciiti. I sunniti riconoscono come uniche guide il sacro
Corano e la sunnah (= tradizione, consuetudine) fondata sui detti e fatti
del Profeta Muhammad. Gli sciiti, oltre che al Corano, si richiamano ad
Alì, cugino e genero del Profeta, morto tragicamente nel 661. Secondo
questa tendenza (shiah = fazione, partito) la dignità spirituale
di Alì si è tramandata ereditariamente ai suoi discendenti,
gli imàm (capi della comunità), ritenuti portatori di prerogative
sovrumane, quali l’infallibilità e una conoscenza superiore
della sacra scrittura.
La maggioranza dei musulmani (circa 900 milioni) è sunnita ; sono
sciiti parte degli iracheni e gli iraniani (circa100 milioni in totale),
che obbediscono con fedeltà agli ayatollàh, eminenti dottori
di scienze religiose. Gli sciiti, che spesso hanno subìto persecuzioni,
a cominciare da Alì che fu ucciso, si distinguono per l’importanza
data al martirio e per lo zelo con cui vivono la fede.
Movimenti di riforma
In seno all’Islam sciitico della Persia esisteva, fin dall’inizio
dell’Ottocento, una corrente che sollecitava una spiritualizzazione
della vita religiosa e attendeva la prossima apparizione di due inviati
divini. Tale movimento, detto degli Shaikhi, vide in Alì Muhammad
di Shiraz (nato nel 1819) l’atteso profeta, il Bab (“porta”
della conoscenza). Questi nella sua predicazione chiedeva una più
elevata condizione per la donna e alcune riforme sociali ; tali richieste
allarmarono il clero sciita, tanto che il Bab fu messo a morte dalle autorità
persiane nella caserma di Tabrìz nel 1850.
Gli succedette nella guida del movimento Mirza Husain Alì, nato
a Teheran nel 1817, il quale a Baghdad, nel 1863, si dichiarò l’inviato
divino promesso dal Bab e prese il nome di Bahà-Ullàh (=Splendore
di Dio). Confinato dal governatore turco prima di Adrianopoli, poi nel
1868 ad Akkà (Palestina), continuò a guidare i suoi adepti
con messaggi e lettere fino alla morte (1892).
“Mentre il Bab era un mistico che si rivolgeva soprattutto ai suoi
compatrioti sciiti, la concezione religiosa di Bahà-Ullàh
presenta caratteristiche più etico-pratiche che metafisiche e il
suo messaggio si rivolge agli uomini di tutte le nazioni. Familiarizzato
con le ideologie dell’Occidente, egli cercò di accordare le
antiche dottrine religiose con la ricerca scientifica, dando un’interpretazione
simbolica ai detti del Corano sul cielo e l’inferno, sugli angeli,
gli spiriti e i diavoli, e respingendo molte idee e consuetudini non più
consone ai tempi.
Egli rigettò certe pratiche di culto e cerimonie, riti sacri, dottrine
misteriche, come pure l’ascesi, lo schiavismo, la poligamia e la
guerra religiosa. Proclamò vie idonee alla perfezione religiosa
solo la preghiera, la meditazione e le buone azioni. Come l’Islàm,
il Bahaismo è rigidamente monoteistico : crede in un Dio personale
che ha creato il mondo e lo governa . Quando l’uomo muore, il corpo
si scinde nei suoi elementi materiali, mentre l’anima sopravvive
e continua a perfezionarsi spiritualmente : Sull’aldilà e
sul modo di esistenza dell’anima non è detto nulla di più
preciso ; la dottrina della metempsicosi è però negata espressamente.
Coerente con le sue idee progressive, dirette a realizzare l’unità
del mondo, il Bahaismo proclama l’eguaglianza dei sessi, la necessità
dell’educazione e dell’istruzione, la soluzione del problema
sociale, l’introduzione di una lingua universale, l’istituzione
di un collegio arbitrale e di una federazione politica mondiale. Le dottrine
di Bahà-Ullàh hanno trovato seguaci nelle più diverse
contrade del mondo, soprattutto negli Stati Uniti, dove a Wilmette, presso
Chicago, è stato eretto un tempio Bahai” (Glasenapp, Le religioni
non cristiane, Feltrinelli, Milano, 1962, pp.31-32).
Il movimento Bahai, che mi fu presentato a Perugia nel 1962 dal prof.
Alessandro Bausani, amico di Capitini, è nettamente cosmopolita
e anti-nazionalista : “Non vi vantate di amare la vostra patria -
scrisse Bahà-Ullàh - ma vantatevi piuttosto di amare il
mondo intero”.
Sui rapporti tra Islàm e nonviolenza, mi limito a segnalare l’articolo
di Enrico Peyretti, uscito su questa rivista (maggio 1998) e due libri
: Chaiwat Satha-Anand, Islàm e nonviolenza, EGA, Torino, 1997 ;
E. Easwaran, Badshah Khan, il Gandhi musulmano, Sonda, Torino, 1989. Chi
volesse approfondire la conoscenza della tradizione sunnita può
consultare il volume : Detti e fatti del Profeta dell’Islàm,
UTET, Torino, 1982, pp.744. Il pensiero di ispirazione sciita e mistica
(con particolare riguardo a Sohrawardi e la filosofia della luce) è
ampiamente trattato nella Storia della filosofia islamica di Henry Corbin,
Adelphi Edizioni, Milano, rist. 1991.
CINEMA
A cura di Flavia Riuzzi
Storia di un martiriovisto al femminile
DANCER IN THE DARK, di Lars Von Trier
Regia e sceneggiatura Lars Von Trier
Fotografia Roby Muller
Montaggio Francois Gedigier e Molly Marlene Stensgard
Musiche Bjork
Costumi Manon Rasmussen
Interpreti Bjork, Catherine Deneuve, David Morse, Peter Stormare, Jean-Marc
Barr, Udo Kier, Stellan Skarsgard
Durata 139’
Origine Danimarca/Francia, 2000
Palma d’oro Miglior film e Miglior attrice al Festival di Cannes
Un mio carissimo amico sostiene che vedere un film di Lars Von Trier
è un po’ come fare una gita in barca: un’esperienza “assoluta”,
ma…solo per chi non soffre il mal di mare! Si, perché il terribile
ragazzaccio di Copenaghen, vuoi per scelta etico-estetica, (vedi il manifesto
Dogma), o forse, meglio, per una innata e irrefrenabile irrequietezza,
non ne vuole proprio sapere di tener ferma la macchina da presa, magari
su di un carrello, come fanno tutti i “bravi” registi; nella
sua “dogmaticità”, è fermamente convinto che la
complessa e variegata realtà dell’essere umano, debba essere
colta, nel cinema, “dal suo interno”, nel suo svolgersi e, possibilmente,
in tutta la sua frammentarietà. Uno sguardo problematico, a volte
oscillante e sfocato, soprattutto quando di tale realtà si intende
“illuminare” l’orizzonte di riferimento più estremo,
quello del dolore e del sacrificio. Ma quando tra le pieghe di questa
realtà, si innesta la prospettiva del sogno, (l’orizzonte
alternativo di riferimento), rappresentata in questo caso dal musical,
in grado di cancellare il dolore per approdare alla felicità,allora
la macchina da presa, rinunciando a tutta la sua "dogmaticità"
non è più solo una e a mano, ma diventano dieci, cento,
mille, tutte rigidamente posizionate, fisse o su carrelli, che non lasciano
trapelare la benchè minima oscillazione nell’inquadratura.
Questo è ciò che avviene in Dancer in the dark, il film
che ha trionfato all’ultimo festival di Cannes, aggiudicandosi ben
due Palme d’oro: la “passione” di Selma, una giovane operaia
emigrata negli States dalla Cecoslovacchia, una giovane madre, senza marito,
di un bambino. Una donna quasi completamente cieca che lavora senza sosta
per permettere a suo figlio, che rischia come lei di perdere la vista,
di farsi operare; una “romantica dei giorni nostri” la cui unica
distrazione, all’interno di un’esistenza di fatica e di sofferenze,
sono i musical hollywoodiani, su cui fantastica e sogna ad occhi aperti,
durante le sue giornate; una “martire dei giorni nostri” che
viene condannata a morte per l’involontaria uccisione di un vicino
di casa sorpreso a rubare il denaro necessario all’intervento di
suo figlio.
Come nel suo precedente film, Breaking the waves con Emily Watson, viene
riproposto e ribadito qui il tema cristiano del sacrificio declinato al
femminile ed incarnato dalla figura della martire – la staordinaria
Bjork, che offre la propria vita per la salvezza del prossimo (in questo
caso è il figlio mentre nel precedente era il marito) , attraverso
la via crucis e il calvario, le cui tappe sono scandite, nel film, dalla
“macabra e rituale” sequenza della “processione” verso
la condanna a morte per impiccagione. Dancer, come abbiamo già
detto, riconduce alla tradizione del musical hollywoodiano (il numero
di Astaire e Rogers, Dancing in the dark nel film Spettacolo di varietà,
di Minelli in primis), solo che qui la filosofia sorridente e ottimistica
del genere per eccellenza dell'America del boom economico anni '30, si
scontra in maniera stridente e polemica con la tragedia dell'esistenza
reale di una Selma che, sebbene "stia bene solo quando recita un
musical, perchè nei musical non succede mai niente di brutto",
conduce una vita di assoluta e totale tragedia. In the dark, sia perchè
Selma perde progressivamente la "luce" della vista, diventando
cieca, sia per il fatto che alla fragile quanto determinata protagonista
del film, è riservato come unico futuro possibile quello della
"buia" morte per impiccagione. E per segnalarci da subito, a
scanso di equivoci, quanto sia doloroso e "cieco" il destino
(non c'è nemmeno il suono misterioso e trascendente delle campane
di Breaking the waves, a dischiudere un orizzonte di senso "altro"),
Von Trier ci fa assistere, prima dei titoli di testa, a tre minuti di
schermo totalmente nero: come la "luce" del musical contraddice
se stessa se proiettata nel "nulla della morte, così il cinema,
la "lux" per eccellenza, contraddice se stesso proiettando il
buio. Risiede anche in questi particolari, la genialità di Von
Trier; e allora perdoniamogli pure quel po' di compiacimento e quel tanto
(troppo!!!) di sadico cinismo che da qualche tempo lo contraddistingue.
Un buon Natale e un felice anno nuovo
Speriamo che sia un buon anno senza paura
La guerra è finita
Se voi lo volete
(Merry Xmas war is over)
Patti Smith
Gli atteggiamenti di vendetta diventavano sospetti
Gli eserciti smisero di avanzare
I pastori e i soldati stavano sotto le stelle
Lasciando le armi da gettare nei rifiuti
(…) Mi svegliai gridando:
La gente ha il potere
Credo che ogni cosa che sogniamo
Possa passare attraverso la nostra unione
Possiamo cambiare il mondo che ci circonda
Possiamo accendere la rivoluzione nei cuori
Abbiamo il potere…la gente ha il potere
(People have the power)
Sting
Ogni spargimento di sangue tutta la rabbia tutte le armi, l'avidità
Tutti gli eserciti, i missili, tutti i simboli della nostra paura
C'è un'onda più alta di tutto questo che sale nel mondo
C'è un'onda più alta di questo nulla le resisterà
Io dico che l'amore è questa onda
(Love is the seventh wave)
Teresa De Sio
Non più bagliori di lame coltelli fucili
Avrai il clamore delle fisarmoniche
Avrai ogni dolcezza tramutata in bosco
Ogni distanza sarà una pausa lieve
Ogni pietra preludio di montagne
(Il soldato)
Lucio Dalla
Balla anche per tutti i violenti
Veloci di mano e coi coltelli accidenti
Se capissero vedendoti ballare
Di essere morti da sempre anche se possono respirare
Vola e balla sul cuore malato
Illuso sconfitto e poi abbandonato
Prova a mettere i piedi sul suo petto
E stancarti a ballare al ritmo e alle parole
Di una canzone, canzone d'amore
Ecco il mistero sotto un cielo di ferro e di gesso
L'uomo riesce ad amare lo stesso
E ama davvero senza nessuna certezza
Che commozione che tenerezza
(Balla balla ballerino)
Paul Weller
Ci hanno sempre insegnato a fidarci delle autorità
Ma fino a quando non provi
Non sai come potrebbero essere le cose
Se ci trovassimo davvero uniti
Tu vedi che le cose possono cambiare
Sì, le mura possono cadere
I governi si spezzano e i sistemi cadono
Perché l'unità è potente
(Walls came tumbling down)
Rossana Casale
Noi siamo questa umanità
Come in mezzo ad una via sempre in cerca di utopia
Quanta forza vive in noi
Quanta luce vive in noi
Quella luce che non può finire mai
(A che servono gli dei)
Fabio Concato
Combatti sempre chi ti porta via
La pace l'aria e la speranza
Vedrai il futuro sarà migliore
(Quando sarò grande)
Bruce Springsteen
Fuori c'è una guerra che ancora distrugge
Tu dici che non abbiamo più niente da vincere
Io invece voglio dormire sotto cieli di pace
Nel mio letto d'amore con un paese aperto sui miei occhi
E questi sogni nelle mie mani
Nessun ritiro nessuna resa
(No surrender)
Ivano Fossati
Mio fratello che guardi il mondo
E il mondo non somiglia a te
Mio fratello che guardi il cielo
E il cielo non ti guarda.
Se c’è una strada sotto il mare
Prima o poi si troverà
Se non c’è strada dentro il cuore degli altri
Prima o poi si traccerà.
(Mio fratello che guardi il mondo)
Edoardo Bennato
Son d’accordo con voi
Niente ladri e gendarmi
Ma che razza di isola è?
Niente odio e violenza
Né soldati né armi,
forse è proprio l’isola
che non c’è… che non c’è…
E non è un’invenzione
E neanche un gioco di parole
Se ci credi ti basta perché
Poi la strada la trovi da te.
E ti prendono in giro
Se continui a cercarla
Ma non darti per vinto perché
Chi ci ha già rinunciato
E ti ride alle spalle
Forse è ancora più pazzo di te…
(L’isola che non c’è)
Eugenio Finardi
Non diventare grande mai
Non serve a niente, sai.
Continua a crescere più che puoi
Ma non fermarti mai.
Continua a giocare, a sognare,
Non ti accontentare di seguire
Le stanche regole del branco
Ma continua a crescere in ogni momento…
(Non diventare grande mai)
Angelo Branduardi
Danzala la vita tua
Al ritmo del tempo che va
Vivila la tua allegria
Cogli la prima mela.
Stringilo forte a te
L’amico che ti sorriderà
E fortuna a chi se ne va
Cogli la prima mela.
(Cogli la prima mela)
Roberto Vecchioni
E figlia, figlia
Non voglio che tu sia felice
Ma sempre pronta
Finché ti lasciano la voce
Vorranno la foto col sorriso deficiente
Diranno: non ti agitare che non serve a niente
E invece tu grida forte
La vita contro la morte.
(Figlia)
Chico Buarque de Hollanda
Ah che sarà che sarà
Che tutti i loro avvisi non potranno evitare
Che tutte le risate andranno a sfidare
Che tutte le campane andranno a cantare
E tutti gli inni insieme a consacrare
E tutti i figli insieme a purificare
E i nostri destini ad incontrare
Perfino il Padreterno da così lontano
Guardando quell’inferno dovrà benedire
Quel che non ha governo, né mai ce l’avrà
Quel che non ha vergogna, né mai ce l’avrà
Quel che non ha giudizio.
(Ah, che sarà che sarà)
LIBRI
A cura di Silvia Nejrotti
Un funerale simbolico
Tanti funerali veri
Intervista a Mauro Cereghini, autore di Il funerale della violenza. La
teoria del conflitto nonviolento ed il caso del Kossovo, ed. I.S.I.G.
Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia, Gorizia, 2000, pp.158
'Perché questo titolo 'Il funerale della violenza'?
Per sottolineare un parallelismo e richiamarne la dimensione simbolica,
quella di un'alternativa possibile, che non ha avuto luogo.
A Pristina, il 13 giugno 1991, un corteo ordinato e pacifico con almeno
centomila persone si snoda lungo le vie della città. Accompagna
in cimitero una bara, vuota, e lì assiste alla sua tumulazione.
È il funerale della violenza, un grandioso gesto di pace che forse
poteva ispirare una strada diversa per l’intero processo di disgregazione
dell’allora grande Jugoslavia. Il funerale si svolge a poche settimane
dallo scoppio della guerra in Slovenia, e in un Kossovo già da
due anni teatro delle violenze del regime di Belgrado, ma il messaggio
che vuole trasmettere è di dialogo e di speranza. Dentro la bara,
simbolicamente, gli organizzatori pongono la violenza, chiedendo di seppellirla
prima che produca tragedie irreparabili. Un grandioso gesto di pace, rimasto
forse troppo inascoltato.
A Pristina, il 13 giugno 1999, le truppe della NATO sono infatti entrate
da poche ore in città e nell’intera provincia. Dopo il terrore
e le violenze degli ultimi tre mesi si inizia a fare un bilancio della
tragica pulizia etnica che ha cacciato dalle proprie case più di
un milione di albanesi, i più fortunati rifugiati nei paesi circostanti,
gli altri vittime della follia omicida o di fughe troppo faticose. Emergono
anche le prime fosse comuni, dove sono state gettate decine di corpi senza
nome e senza pietà. Ci vorrà molto tempo solo per dare una
sepoltura degna a tutte le vittime; e questa volta i funerali saranno
tristemente veri.
Cos’è successo in questi otto anni? Com’è accaduto
che l’orizzonte di speranza del 1991 si sia trasformato nell’orrore
di sette anni dopo? Ma prima ancora, cos’è stata realmente
l’esperienza della resistenza nonviolenta condotta dagli albanesi?
E cosa l’ha fatta fallire?
La ricerca in cui il libro consiste prova a dare alcune risposte –
ovviamente parziali ed ipotetiche – a queste domande. È stata
condotta tra il 1996 ed i primi mesi del 1998, e non affronta perciò
il periodo della degenerazione violenta del conflitto serbo-albanese.
Si concentra invece sugli anni tra il 1990 ed il 1995, quelli in cui è
stata più forte la lotta nonviolenta di gran parte della popolazione
albanese del Kossovo. Sono anche gli anni generalmente meno considerati
nell’analisi del conflitto kossovaro, spesso concentrata sugli avvenimenti
più recenti e più densi di violenza: la strage di Drenica
all’inizio del 1998, gli scontri armati tra esercito jugoslavo e
UCK, i bombardamenti della NATO, la “pulizia etnica” nei confronti
degli albanesi, la cacciata dei serbi dal Kossovo. Tutti avvenimenti tremendi
e che hanno cambiato il volto della provincia, ma a mio avviso non comprensibili
pienamente senza un’analisi approfondita di ciò che li ha
preceduti.
Nella tua ricerca costruisci prima un modello terico di conflitto nonviolento
e lo applichi poi al caso concreto del conflitto in Kossovo prima del
1998. Che cosa ne emerge?
Il modello teorico costruito nel primo capitolo sembra rilevante ed utile
per l’analisi del caso concreto, anche se da quest’ultimo emerge
un interrogativo a cui non mi è stato possibile dare soluzione:
è possibile rafforzare l'in group e avvicinarsi all'out group nei
movimenti che si formano attraverso l'appartenenza nazionale?. L’intento
del libro comunque non è tanto di raggiungere delle conclusioni,
quanto di offrire degli stimoli e aprire la strada ad ulteriori ricerche.
Anzitutto sulla lotta nonviolenta degli albanesi in Kossovo, che è
stata un’esperienza lunga e importante benché vittima della
logica perversa dei mezzi di comunicazione di massa, per i quali fa più
notizia il sangue di un solo morto che il gesto pacifico di centomila
persone. Ma poi anche sugli aspetti teorici della nonviolenza, perché
“mentre si è stabilito a sufficienza che l’azione nonviolenta
è possibile nei conflitti intensi, diventa sempre più urgente
comprendere quali fattori causali contribuiscono ai suoi successi”
(Ackerman e Kruegler, 1994, pag. 2). E questa, alla fine di un secolo
tragicamente violento, è una sfida che non può non essere
affrontata.
Per ordinare il libro:
Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia (Luciana Cominotto)
tel. 0481 533632, fax 0481 532094
oppure
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Giorni nonviolenti 2001 Un’agenda per la pace
In ogni muro - anche in quello del neoliberismo oggi vincente - c’è
una fessura; in ogni fessura, molto presto, si ferma un po’ di terra,
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cad. (comprese spese di spedizione).
Comportamenti di pace
Agenda duemilauno
Tanto spazio per annotare appuntamenti ed emozioni e, disseminati sui
2 mesi, ricordi ed eventi che ricostruiscono una storia già avvenuta,
quella che riguarda le decisioni e i fatti che hanno determinato la pace
e la guerra tra i popoli. E’ questa l’agenda Comportamenti di
pace curata da Massimo Paolicelli per la casa editrice Icone in collaborazione
con l’Associazione Obiettori Nonviolenti di Bergamo.
Non manca la “pubblicità sociale” per associazioni ed
enti che lavorano per la pace e la giustizia tra i popoli, e naturalmente
una particolare attenzione per l’obiezione di coscienza. Segnaliamo
a questo proposito l’introduzione di Guido Bertolaso, dell’Ufficio
Nazionale per il Servizio Civile presso la Presidenza del Consiglio dei
Ministri, e numerosi contributi di autori tra i quali Angelo Cavagna,
Gianni Tamino, Federico Starnone, Piero Pelù e, per le vignette
e i disegni, Silvia Ziche, Sauro Ciantini, Riccardo Mannelli, Roberto
Muscardini ed altri ancora.
Prezzo: L. 19.000. Maggiori informazioni presso l’Associazione Obiettori
Nonviolenti di Bergamo Onlus, via Scuri 1/c, 24128 Bergamo tel. 035.260073,
oppure sul sito www.comportamentidipace.it
Riceviamo
AAVV, Messale festivo dei laici, Cooperativa editrice Tempi di fraternità
AAVV, Nessuna Pietà, Edizioni Images, dicembre 1999, pp. 186
AAVV, Esperanto simple, Kurso de internacia lingvo en 7 lecionoj, T.E.V.A.
- Romo, pp. 80
AAVV, Fondazione Alexander Langer stiftung, maggio 2000, pp. 72
Agostino Migliorini, Interventi politici, verso la società del
gratuito, Editrice Esperienze, pp.207
Strumenti di pace 8, Antonietta Potente, Sapienza quotidiana, Anterem,
pp. 40
Howard Horsburgh, Quenching Wrath, Collective Security and Nonviolence,
Pax Books, 1992, pp.100
Ana Ruth Vidal Luengo, La dimension mediadora en el mito arabe islamico:
La Sirat Baybars, Eirene, Istituto de la Paz y los Conflictos Universidad
de Granada, Granada 2000, pp.313
AAVV, Quaderni per la pace - n° 3, La questione del debito, Provincia
autonoma di Trento, luglio 2000, pp. 71
Francesco Comina, Non giuro a Hitler, Edizioni San Paolo, 2000, pp. 113
AAVV, Alto Adige 1945-1947 Ricominciare, Provincia autonoma di Bolzano-Alto
Adige, Cultura Italiana, Bolzano 2000, pp.193
AAVV, Invito alla Sobrietà felice, EMI, 2000, pp. 190
Gianfranco Bologna, Italia capace di futuro, EMI, 2000, pp. 512
AAVV, Essere semplici è possibile?, Comunità di base di
Lucento, Franco Barbero, Aprile 1988, pp. 130
Esperantista Vegetariano 2000, TEVA, Roma 2000, pp. 44
Antonio Giolo - Brunetto Salvarani, Nel tempo di Isaia?, Voci di cristiani
tra il Concilio e il Terzo millennio, Editrice Tempi di Fraternità,
1991, pp.100
AAVV, Ho ascoltato il grido, Riflessioni teologiche su solidarietà,
condivisione, eucarestia, Editrice Tempi di Fraternità, 1989, pp.
60
Antony Copley - George Paxton, Gandhi and the contemporary world, Indo-British
Historical Society, 1997, pp. 421
AAVV, La pratica della solidarietà nella cultura della cittadinanza:
il Servizio civile presso il Consorzio Solidarietà Sociale di Parma,
pp.93
Filippo Gentiloni - Marcello Vigli, Chiesa per gli altri, Esperienze delle
CdB italiane, Editrice Tempi di Fraternità, pp. 160
AAVV, Teologie della liberazione in dialogo, 2° Convegno europeo delle
Comunità di Base, Cooperativa Editrice Tempi di Fraternità,
pp. 70
AAVV, Fanxinoteka 1999, Katalogoa, pp.85
AAVV, Il guerriero Kastriot combatte con i fiori, Movimento "Ragazzi
albanesi Ambasciatori di Pace", Ed. Insieme, 1999, pp.61
Carmelo R. Viola, La quarta dimensione bio-sociale ovvero cenni di filosofia
dell'identità, Ed. Cronache italiane, pp.160
CD Rom, Testimonianze dalla solidarietà, luglio 2000, Elenco audiovisivi,
Africa , Asia, America Latina, Centro America, Piemonte; http://village
.flashnet.it/users/fn214017
EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso
Educare alla coesistenza: un seminario internazionale
La Palestina è nuovamente teatro di scontri, scenario di un conflitto
trascinato troppo a lungo, che sta riesplodendo. Nel maggio scorso, proprio
in Israele, presso l’università di Haifa, si è svolto
un seminario internazionale sull’educazione alla pace. Molti ricercatori
provenivano da aree travagliate da conflitti di lunga data: Irlanda del
Nord, Rwanda, Macedonia, Sudafrica, Cipro, Israele e Palestina…Erano
stati invitati appositamente delegati provenienti da quelle zone perché
potessero parlare di come l’educazione alla pace può essere
sviluppata in situazioni di grave tensione etnica per superare antagonismi
profondamente radicati.
I partecipanti hanno visitato Givat Haviva, un centro che insegna il linguaggio
della mutua comprensione e del dialogo in un paese dilaniato da profonde
divisioni da più di 50 anni.
La staff del centro è composta da arabi ed ebrei e svolge un lavoro
educativo volto a decostruire l’idea dell’altro come nemico,
attraverso la messa in discussione di stereotipi, il confronto delle diverse
visioni del passato, la promozione di una migliore conoscenza dei reciproci
diritti .
Durante il seminario sono stati messi a fuoco come elementi rilevanti
per un’efficace opera di educazione alla coesistenza i seguenti aspetti:
1-Dare voce alla narrazione del “nemico”: le persone coinvolte
in un conflitto hanno differenti interpretazioni degli eventi del passato
e tendono a vedere gli stessi fatti in modo radicalmente diverso; gli
incontri tra esponenti delle parti in conflitto dovrebbero sviluppare
l’empatia e la fiducia reciproca, incoraggiando i partecipanti a
sviluppare una prospettiva consapevole della parzialità di ciascun
punto di vista; ciò aiuta a percepire il racconto dell’altro
come altrettanto legittimo e favorisce l’assunzione di comportamenti
nonviolenti.
2-Saper agire sia nel micro che nel macro livello: se non si incide anche
nella macro-struttura che produce il militarismo e alimenta il conflitto
violento le persone rischiano di ricadere nei vecchi modi di pensare e
di agire, di non cambiare i comportamenti. Fare educazione alla pace tra
due gruppi in conflitto significa insegnare alle persone a mettere in
pratica il rispetto dei diritti umani e nello stesso tempo a saper vedere
al di là della situazione particolare per individuare i percorsi
di trasformazione a livello globale, con consapevolezza e capacità
critica.
3-Sviluppare competenze quali: problem solving, comunicazione adeguata,
gestione delle emozioni e dei traumi causati dalla violenza.. Dall’esperienza
della Commissione per la Verità e la Riconciliazione in Sudafrica
emerge l’importanza di un dialogo profondo che consenta di prendere
coscienza della violenza perpetrata, di chiedere perdono per le sofferenze
da essa causate e di compiere gesti di riparazione per ottenere la riconciliazione.
L’educazione alla pace può aiutare chi è stato catturato
dall’odio che scaturisce dai traumi prodotti dalla violenza a ripensare
i propri atteggiamenti e comportamenti in relazione alla storia collettiva.
4-Tenere conto del contesto nel quale si sviluppa l’educazione alla
pace: la violenza culturale è profondamente radicata nelle nostre
strutture mentali; la paura innesca più facilmente la guerra che
la pace; gli esseri umani hanno bisogno di sicurezza, di rimuovere ciò
che sentono come minaccia alla propria esistenza. E’ necessario sviluppare
una passione per la pace capace di sfidare le norme sociali che legittimano
l’aggressione ; ciò richiede un cambiamento di paradigma culturale
che consenta di elaborare visioni alternative del futuro, libere dalla
minaccia della violenza.
5-I programmi di educazione alla pace devono essere valutati nella loro
efficacia: quali cambiamenti effettivi producono? Per quanto tempo devono
essere realizzati affinchè si veda un cambiamento nei comportamenti?
Come si possono trasferire a livello collettivo i cambiamenti avvenuti
a livello individuale? Che ne è dell’educazione alla pace
a livello adulto?
Ancora molto resta da fare, sia nel campo della ricerca, sia in quello
dell’esperienza.
Tratto da : Ian Harris e Clark McCauley, International Workshop on Peace
Education Research, in Peacebuilding, bollettino della Peace Education
Commission dell’IPRA, luglio 2000
Bilancio di fine anno (e fine legislatura)
Si avvicina la fine dell’anno, e con esso la conclusione del mandato
del primo governo di centrosinistra del nostro paese. Forse è opportuno
fare un bilancio per verificare se il movimento pacifista e nonviolento
ne abbia tratto in qualche modo beneficio.
Tra i provvedimenti più contestati di questo governo pensiamo di
poter sicuramente annoverare:
1)La partecipazione alla guerra nei Balcani, in spregio all’art.
11 della nostra Costituzione;
2)La privatizzazione di tutto il settore militare di proprietà
dello Stato (Finmeccanica), con conseguente perdita del controllo politico
su di esso esercitato;
3)La costruzione di una portaerei del costo di 2.300 miliardi (aerei esclusi!),
e la partecipazione alla costruzione del nuovo cacciabombardiere EFA2000
(costo 100 miliardi l’uno), che fanno lievitare il bilancio della
Difesa previsto nella finanziaria 2000 a 34.330 miliardi di lire (circa
1.400 in più dell’anno scorso, +4,2%)
4)L’istituzione di un esercito militare professionista, avvenuto
con pochissimo dibattito parlamentare e molte ombre da dissipare (quanto
costerà? A cosa servirà?);
5)La deludente riforma della cooperazione internazionale, ritagliata ad
uso e consumo degli interessi economici delle nostre aziende che operano
all’estero, come più volte denunciato da Alex Zanotelli.
A fronte di questi eventi epocali, resta la sola approvazione della legge
sull’obiezione di coscienza, destinata ad essere sorpassata dalla
non obbligatorietà del servizio militare a partire dal 2007 e soggetta
ad una gestione scellerata (mentre scriviamo, gli obiettori aspettano
da dieci mesi gli stipendi e i finanziamenti alla difesa popolare nonviolenta
languono tristemente).
Occorre ammettere che questa legislatura, grazie all’opera del ministro
della Difesa Mattarella ed al tenace lavorìo dei sottosegretari
Minniti e Rivera, ha ottenuto ben più di tutte quante le passate
legislature messe insieme: neanche il famoso governo Craxi era arrivato
a dotarsi, primo paese del Mediterraneo, di una portaerei, vista la nostra
già privilegiata collocazione strategica (oppure la portaerei solcherà
mari diversi dal Mediterraneo?). Se a questo si aggiunge anche l’opera
del nuovo Presidente della Repubblica, intenzionato a ripristinare le
parate militari e le feste patriottiche, possiamo serenamente dire che
in questi cinque anni di governo la cultura italiana della pace e della
nonviolenza ha compiuto dei bei passi indietro.
Il popolo della pace, incapace di far sentire in alto la sua voce nei
momenti decisionali, nonostante possa contare su un seguito non indifferente
(come la recente marcia Perugia–Assisi ha dimostrato), si è
limitato troppo spesso a punzecchiare l’opinione pubblica con comunicati
stampa ed indignati articoli nelle riviste di area. Ma è pur vero
che molti parlamentari, eletti fra promesse d’impegno e giuramenti
di dedizione alla causa, non hanno saputo contrastare efficacemente e
men che meno proporre valide alternative all’opzione militare che
sempre più spesso prende spazio nei programmi governativi.
Riusciremo in questa prossima legislatura d’inizio millennio ad invertire
la tendenza?
Paolo Macina
Torino
Chi brucia i libri, brucerà le persone
La recente iniziativa del presidente della Regione Lazio Storace e dei
suoi complici, finalizzata ad instaurare una censura politica sui libri
di storia e ad utilizzare le istituzioni dello stato per reprimere le
opere, gli storici e gli insegnanti che non si conformano ai loro criteri
di valutazione, si pone in continuità ed insieme costituisce un
salto di qualità rispetto a precedenti manifestazioni di intolleranza
evocatrici di pratiche e culture totalitarie.
In particolare si pone in continuità con l’assalto squadristico
ad una libreria romana di cui ha riferito la stampa tempo addietro da