Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Il termine “satyagraha” (la forza della verità) venne coniato
da Gandhi per definire il suo movimento nonviolento e fu pubblicato per la prima
volta sul giornale Indian Opinion, di cui egli era direttore, il 10 gennaio
1908. Fra un anno, dunque, sarà il centenario della nascita della nonviolenza
gandhiana.
Vogliamo prepararci bene a questo anniversario, pubblicando ogni mese un riquadro
con la rassegna stampa degli articoli usciti sui giornali del tempo che raccontano
l’avvio della campagna nonviolenta di Gandhi in Sudafrica, la prima della
storia. Pensiamo che Aldo Capitini quando fondò “Azione nonviolenta”
avesse ben presente quale importanza affidava Gandhi alla stampa nella preparazione
e sviluppo delle proprie campagne, perché ciò segna la sfida anche
di questa nostra rivista oggi: creare parole nuove, sintesi di pensiero e azione.
Ogni mese vedremo cosa accadeva esattamente un secolo fa. La data riportata
a sinistra di ogni passo è quella della pubblicazione.
Un secolo fa, il futuro: gennaio-febbraio 1907
A cura di Luca Giusti
3/1 su Indian Opinion (da ora IO) il primo dei discorsi alle comunità
di Gandhi (indù) e Haji Ojer Ally (mussulmano) al rientro dall’Inghilterra:
“Otterremo i nostri legittimi diritti se rimaniamo uniti e li chiediamo
gentilmente ma con fermezza”. (…) “esso amerebbe vederci divisi
perché crede che solo così il governo britannico in India potrà
essere mantenuto”
5/1 “E’ stato molto gentile con gli Indiani”; IO saluta Mr.
Alexander, soprintendente di polizia che lascia. Difese Gandhi (da ora G) dal
linciaggio del ‘96
19e26/1 “richieste di licenza di commercianti [indiani] sono state rifiutate”
(…) “offrire resistenza per legittimare mezzi costituzionali; ma
anche riflettere sui nostri sbagli (…) 1) scarsa igiene; 2) libri contabili
tenuti male 3) casa e negozio negli stessi locali”; G su IO invita a una
resistenza autocritica
26/1e2/2 (su IO) : “Euforica per il rigetto dell’ordinanza la gente
sembra addormentata ” (…) ”Sir Richard [Solomon] dice che
l’Asiatic Ordinance verrà reintrodotta nel nuovo parlamento, e
che il Governo Imperiale non respingerà”; a G è già
chiaro che il veto è un pro forma, svuotato dall’autogoverno al
Transvaal
2/2 “Durante il pasto l’Indiano cominciò a ruttare. Una signora
Inglese al tavolo quasi svenne e non potè mangiare altro per tutto il
giorno (…) necessario per noi mostrare considerazione per il modo di sentire
degli altri”; per non offrire pretesti di “Nausea” -così
titola G su IO
5/1-23/2 ogni venerdì su IO lo scritto di G “Religione Etica”
La politica della nonviolenza, alla prova della guerra
Sintesi del Seminario del Movimento Nonviolento, svoltosi a Verona nei giorni
21 e 22 ottobre.
Riportiamo una sintesi, certamente parziale ed incompleta, del dibattito aperto
che si è svolto durante i due giorni del Seminario sulla politica della
nonviolenza. Non c'era nessuna pretesa di giungere a conclusioni definite, ma
solamente la volontà di proseguire un confronto fra amici della nonviolenza
che abbiamo iniziato con la nostra Marcia Perugia-Assisi “Mai più
eserciti e guerre” del 2000 e proseguito con la camminata Assisi-Gubbio
del 2003, il convegno eugubino sulla difesa nonviolenta, la manifestazione del
2004 sul Ponte Europa per un'Europa neutrale e disarmata, il Congresso del Movimento
del 2004 su “Nonviolenza è politica”, il convegno di Firenze
del 2006 su “Nonviolenza e politica”. Una lunga riflessione corale,
fatta di teoria e di azione, che troverà un momento di sintesi nel prossimo
Congresso del Movimento, che si terrà a Verona nel mese di novembre 2007.
Quelli che seguono sono solo alcuni dei tanti interventi che si sono susseguiti
nei due giorni veronesi (vedi An n. 11/2006 pag. 3). Non vogliamo fare un resoconto
completo, che sarebbe troppo ampio, ma solamente dare l'idea della profondità
e vastità del confronto di idee e proposte. Nessuno deve aversene a male
se non vede pubblicato il proprio intervento: quel che conta non è la
posizione personale, ma il sentire comune che abbiamo raggiunto grazie al Seminario.
Il cammino è ancora lungo, ma i passi fatti sono nella giusta direzione.
La teoria della nonviolenza, sulla guerra
di Daniele Lugli, Ferrara
Se c'è un tema sul quale gli amici della nonviolenza non dovrebbero avere
perplessità è quello della guerra. Contro la guerra duri come
la pietra, ci dice Capitini. E aggiunge: il rifiuto della guerra è la
condizione preliminare per un nuovo orientamento. È questa l'esplicita
ispirazione dell'attività e della proposta del nostro Movimento, rivolta
in primo luogo a organizzazioni e persone che si dicono impegnate per la nonviolenza.
In questo orientamento ci è parso, in qualche momento, essere in ampia
e non cattiva compagnia. Grandi manifestazioni e un'opinione popolare diffusa
si esprimevano contro la guerra. La stessa riflessione politica sembrava poter
abbandonare l'idea della guerra motore della storia per vedere in essa, pur
nelle differenti analisi delle cause, un flagello dell'umanità. La scienza
e la pratica del diritto sembravano superare le vetuste teorie del bellum justum
per porre il jus contra bellum: non c'è guerra giusta, la guerra è
contro il diritto, il diritto contro la guerra. Questa stagione appare passata.
Nostro compito è anche raccogliere le bandiere lasciate cadere, riprendere
il filo di una politica e di un diritto che si sanno costituire contro e oltre
la guerra.
Inevitabile è allora fare i conti con l'istituzione militare: con il
portare le armi, prepararsi alla guerra, eseguirla nelle sue varie forme. Secondo
un'inchiesta del 2000 (poco prima dell'attacco alle torri gemelle) sono le forze
armate l'istituzione che più riscuote la fiducia degli europei, seguite
dalla polizia e man mano dalle altre istituzioni fino a giungere ai partiti
politici, sfiduciatissimi. In questo periodo di crescente insicurezza non credo
che si avrebbero risultati differenti. Non basta dunque ribadire e motivare
la nostra opposizione a carneficine di massa compiute dai paesi più ricchi,
potenti e democratici nei confronti dei paesi più poveri, deboli e autoritari.
Occorre entrare in modo più competente nel merito del funzionamento del
complesso militare industriale (come si diceva un tempo), del professionismo
militare, del ruolo della NATO, dell'ONU, della latitanza dell'Unione Europea,
del significato di ogni singola missione all'estero. È necessario analizzare,
distinguere. Distingue frequenter, numquam errabis, non sbaglierai mai, o almeno
sbaglierai un po' meno. Iraq, Afghanistan, Libano non sono la stessa cosa. La
presenza del nostro esercito non ha sempre lo stesso significato. Anche se non
la condividiamo, per indicarne all'opinione pubblica errori, limiti e pericoli,
per costruire alternative, abbiamo il dovere di entrare nel merito, di dare
il nostro giudizio politico.
Anche questo ci dovrebbe riuscire abbastanza naturale. La nonviolenza, come
praticata e insegnata da Gandhi e Capitini, per limitarci a due nomi, è
profondamente politica ed è critica assieme della politica comunemente
intesa. Suo fine non è la conquista di un potere, da esercitare in modo
più o meno democratico e rispettoso dei diritti umani (che già
sarebbe gran cosa), ma la costruzione del potere di tutti. Ha il suo fondamento
nella capacità di singoli e gruppi di assumere le proprie responsabilità,
di rendersi capaci di teoria e prassi concrete contro le cause che producono
insicurezza e paura. O si produce questa capacitazione oppure la sicurezza,
che è vitale bisogno, continuerà ad essere cercata nelle forze
dell'ordine all'interno e nelle forze armate all'esterno, magari nel loro rimescolamento
(funzioni di polizia nelle missioni all'estero, uso dell'esercito contro terrorismo
e criminalità all'interno), certamente nel loro potenziamento.
Antidoto alla voglia d'impero, all'essere dominati purché convinti di
essere ben protetti, è la politica, che sa andare al di là di
rituali sempre meno credibili, trovare altri protagonisti rispetto a un ceto
inadeguato e screditato. Si rifonda nelle assemblee dei cittadini, nei consigli
dei lavoratori, verso la formazione di un'opinione pubblica non fabbricata dalla
televisione. È di sinistra, cioè dal basso, perchè da lì
muove e non si dà positivo mutamento se questo non riguarda chi patisce
maggiormente la violenza (diretta, strutturale, culturale). È sapiente:
sa combinare l'azione fuori e dentro le istituzioni. Di questa politica, di
questa critica della politica, gli amici della nonviolenza sentono la necessità
e vogliono essere partecipi. Quanto si sia lontani da questa prospettiva, anche
negli ambienti che si dicono pacifisti e addirittura vicini alla nonviolenza,
si è bene visto in occasione del voto sul finanziamento della missione
in Afghanistan. Amiche e amici impegnati nelle istituzioni, nel governo, in
parlamento, hanno avuto differenti valutazioni e comportamenti, pubblicamente
motivati. Analoga frattura, accompagnata da anatemi e volgarità, si è
prodotta nel cosiddetto movimento pacifista. E gli amici della nonviolenza,
nonostante il generoso impegno di alcuni, non hanno saputo dare un incisivo
contributo.
Il senso di impotenza si è sfogato nel giudizio sul comportamento di
governo e parlamento. Non vi sono governo, coalizione, partiti che coerentemente
lavorino per una prospettiva di pace, difficilissima, ma possibile solo assumendo
l'orientamento della nonviolenza. Ma questo lo sapevamo già. Nostro compito
è favorire una riflessione e maturazione che portino alla cessazione
dell'occupazione militare e a interventi che aiutino la conquista e riconquista
di dignità e libertà da parte di quelle popolazioni, e segnatamente
delle donne (la loro condizione è sicura misura della civiltà
raggiunta, ci diceva Capitini in tempi in cui questa considerazione non era
certo diffusa). Qui si misura anche la nostra capacità di interlocuzione
con le forze politiche, con le donne e gli uomini più sensibili che vi
operano e il cui impegno conosciamo e riconosciamo. E questo seminario, in cui
la discussione si è svolta con la familiarità e la tensione alle
quali tanto teniamo, ci ha mostrato i limiti di una nostra elaborazione comune.
Strategia e nonviolenza non stanno bene insieme, ci ricorda Lidia Menapace.
Le parole che si usano indicano quanto non ci si sia, nel pensiero e nei fatti,
liberati da rappresentazioni e modelli bellicosi e militari. Ma, ammesso che
l'uso abbia fatto perdere l'originario significato, parlare di strategia appare
improprio per la sua presunzione. Abbondano iniziative che si richiamano alla
nonviolenza, caratterizzate come proprio quella che ci mancava oppure come capace
di unificare tutte quelle in corso. Vengono solo proposte o anche avviate, per
essere poi abbandonate, tramutate, riprese... Rarissima è la valutazione
del loro impatto, del raggiungimento o avvicinamento dell'obiettivo prefissato,
del contributo dato al maturare di un pensiero e di una pratica della nonviolenza.
Sono spesso occasione di accuse, tra gruppi e persone, pure amici della nonviolenza,
sulla mancata comprensione, il mancato appoggio a quella iniziativa, a quella
campagna. Testimoniano della forte autoreferenzialità, della profonda
frammentazione, della scarsa propensione ad approfondire e confrontarsi; di
un disegno complessivo condiviso, di un pensiero strategico, neppure l'ombra.
Non manca solo la strategia, manca anche la tattica: il mettere in ordine e
usare appropriatamente ogni risorsa, ogni iniziativa. Metodo e tecniche le ripetiamo,
sulla scorta di Gandhi, Sharp, Galtung, Patfoort... Sono litanie che accompagnano
azioni ben lontane da quegli indirizzi ovvero motivano la nostra non partecipazione
a iniziative che non ci convincono. È una carenza che emerge sia nella
partecipazione/non partecipazione a manifestazioni che si dicono per la pace,
sia nell'impostazione di iniziative per obiettivi dibattuti e apparentemente
condivisi dagli amici della nonviolenza.
Per dirla tutta, e per restare nel lessico militare, ci manca anche la logistica:
la valutazione della nostra capacità di rifornire e mantenere le campagne,
che spesso lanciamo, come se poi dovessero attecchire e proseguire per forza
propria. C'è un problema di organizzazione, che garantisca operazioni
e servizi a supporto delle iniziative, che faticosamente mettiamo in campo.
Se agiamo da piccole organizzazioni isolate sentiamo ben presto i limiti della
nostra capacità. Se cerchiamo attività condivise, emergono con
forza le difficoltà del cooperare e del reciproco affidamento.
Noi pensiamo che questo sforzo, che assomiglia tanto a quello di Sisifo, sia
tuttavia necessario. È per questo che mettiamo a disposizione di tutti
gli interessati alla proposta della nonviolenza i nostri poveri, faticati, strumenti
(dalla rivista, ai congressi, ai convegni, ai seminari). Ragionare assieme,
sperimentare assieme crea conoscenza, fiducia, riconoscimento di diversi approcci,
esperienze, capacità operative e possibilità, quindi, di azioni
efficaci e comuni. Pensiamo che se anche altre organizzazioni, che alla nonviolenza
si richiamano, fanno lo stesso, non mancheranno gli effetti positivi.
La pace si conquista con il sacrificio
di Adriano Moratto, Brescia
Certamente le azioni di chi è nei movimenti e lavora con iniziative dal
basso sono diverse da quelle di chi governa nelle realtà istituzionali.
Come ironicamente diceva don Milani, chi va al potere deve saper parlare i molti
linguaggi della prudenza, a seconda delle circostanze.
Quel che conta sono i fatti. Perciò giudicherò chi governa distinguendo
il mio ruolo dal suo. Distinguerò le ragioni della missione in Afghanistan
da quelle in Libano. Pur essendo contrario all’uso degli eserciti (e alla
portaerei garibaldina) per missioni di pace, valuterò tutti gli aspetti
di novità nella missione libanese. È con questo atteggiamento
che osserverò positivamente ogni iniziativa che possa ridurre la violenza
nel vicino Medio Oriente. Senza illusioni e senza preclusioni. Ognuno impegnato
con le sue capacità e differenze, senza pretendere e presumere di avere
noi l’unica soluzione ai problemi posti dagli interventi armati.
È pacifico che c’è una palese contraddizione tra esercito
e pace (o intervento umanitario, che dir si voglia). L’esercito italiano
non è da meno degli altri: ricordiamo le torture in Somalia, con l’operazione
Restore Hope, i bombardamenti in Kossovo, gli “annichilimenti” in
Iraq e le “visite” a Guantanamo.
È nell’ambito del riconoscimento delle nostre specificità
e differenze che – penso - dobbiamo muoverci. Sul piano legislativo varrebbe
la pena di riprendere in mano l’articolo 11 della Costituzione.
Lidia Menapace diceva che può essere rischioso proporre con legge ordinaria
norme interpretative per l’attuazione dell’articolo 11: un’altra
maggioranza, un altro governo, potrebbero ri-modificarla. Può essere
vero, tant’è che anche il perentorio articolo 11 è stato
stravolto, ma almeno avremo avviato una discussione e stabilito alcuni punti
fermi. Cominciamo ribadendo che non ci possono essere missioni all’estero
con armi ed esercito a fare da paceri e da ricostruttori dopo aver distrutto
e seminato terrore. È una proposta “vecchia” di tre anni
e va sicuramente arricchita rilanciando le proposte positive: corpi civili di
pace e difesa popolare nonviolenta; netta separazione tra interventi armati
e quelli nonviolenti.
Nell’ambito delle iniziative per chiedere una legge di attuazione dell’articolo
11 ci possono stare tutte le azioni attualmente sul tappeto. Penso alla proposta
di denuncia contro le basi militari nucleari, al controllo della produzione
e della vendita delle armi, all’Accademia della Nonviolenza - per preparare
i futuri corpi civili di pace e sperimentare modelli di difesa popolare nonviolenta
- e alla campagna per l’OSM, che deve riuscire a darsi un obiettivo più
efficace, oltre all’attuale seppur positivo significato simbolico. Si
potrebbe studiare un meccanismo per finanziare “la pace” in modo
da far diminuire realmente e proporzionalmente le spese militari. Quello che
non si è riusciti a fare con il Servizio Civile per “indebolire”
l’esercito ed il militarismo potrebbe essere studiato per il finanziamento
delle attività per le interposizioni nonviolente nei conflitti.
Non ci sono state conquiste nonviolente senza il sacrificio personale. Negli
anni ’60 la campagna anti-segregazionista in Alabama con il boicottaggio
degli autobus durò 381 giorni e c’era gente che si faceva 20 chilometri
al giorno per affermare il proprio convincimento. Se ci diamo - con poca modestia
e molta ambizione - l’obiettivo della pace, dobbiamo anche darci un carico
di riflessione, di ascolto, di sacrificio e di notti insonni proporzionato alla
nostra meta, perché niente viene mai regalato.
Non dobbiamo cambiare i partiti ma noi stessi
Claudio Pozzi, Napoli
Nel 1972 feci obiezione di coscienza al servizio militare affrontando il carcere.
E, se allora mi rifiutai di indossare la divisa, oggi non posso che dire un
NO deciso alla guerra.
Le truppe italiane in Libano certamente stanno svolgendo un compito importante,
sono truppe di interposizione armata e stanno mantenendo una tregua, ma dobbiamo
avere chiara una cosa: non stanno costruendo la pace, non lavorano per la pace.
La pace non si costruisce con le armi.
Noi nonviolenti abbiamo il dovere di indicare strade diverse per la risoluzione
dei conflitti con forme di intervento non armato e nonviolento, ad esempio i
Corpi Civili di Pace.
Condivido però anche l’affermazione che dobbiamo prima di ogni
altra cosa togliere la violenza che è in noi. Nel carcere militare di
Gaeta, dove ero l’unico obiettore, c’erano pregiudicati comuni,
quelli che avevano già commesso altri reati prima di arruolarsi. C’era
quindi una situazione di forte tensione tra gli stessi detenuti.
Ovviamente ci avevano tolto le armi, come posate non avevamo coltello e forchetta
ma solo un cucchiaio, ma pur di tenere un’arma alcuni detenuti lo affilavano
sfregandolo sulla pietra del pavimento e ne ricavavano un’arma da taglio.
Ciò vuol dire che è vero… la violenza l’abbiamo dentro
di noi. Possono anche toglierci le armi ma, se vogliamo fare del male a qualcuno,
ce le inventiamo.
Non credo sia possibile un partito della nonviolenza. Ho fatta esperienza nei
partiti, ne sono dovuto scappare. Ho assistito a lotte di potere tra gruppi
dirigenti. Si è capaci di calpestare anche il migliore amico, il proprio
compagno di strada, pur di raggiungere il potere o semplicemente maggiore visibilità.
Basta avere una posizione leggermente critica verso il gruppo dirigente per
essere bruciato.
Allora avevo deciso: basta con i partiti. Ho contribuito in maniera determinante
alla costituzione di una lista civica di giovani, costruita dal basso, con assemblee
nei quartieri, tra la gente. Lista trasparente, codice di comportamento, trasparenza
del bilancio della campagna elettorale, rotazione degli eletti. Dicevamo agli
elettori: “Non c’è bisogno di dare la preferenza, basta il
voto di lista, siamo un gruppo compatto, poi faremo la rotazione di tutti i
candidati”. Ottenemmo il risultato di prendere 5 consiglieri su 16 ma,
quando venne il momento, ci furono problemi nella rotazione… e nessuno
si dimise. Il gruppo fallì, si sciolse. Ciò vuol dire che siamo
noi quelli sbagliati.
Poi sono tornato nel movimento pacifista e ho trovato difetti simili a quelli
che avevo lasciato nei partiti: divisioni, gelosie. Ognuno crede di avere la
verità in tasca e gli altri sbagliano sempre. Ma vogliamo renderci conto
che c’è un poco di verità in ciascuno di noi?
Non ci credo ai partiti, neanche ad un eventuale Partito della Nonviolenza.
Ci lasceremmo stritolare dagli stessi meccanismi. È la società
che dobbiamo trasformare, noi stessi innanzitutto. Comportiamoci differentemente,
mostriamoci forti ed uniti, con una sola voce, e faremo molto di più.
Con un partito della nonviolenza quanti deputati potremmo prendere? Forse di
meno di quanti ne abbiamo oggi sparsi qua e là. La forza ce la può
dare un movimento dal basso veramente unito e questo dipende da noi! Al massimo
possiamo pensare di inserire nostri rappresentanti in maniera trasversale nelle
formazioni politiche già esistenti.
Ma quando diciamo “NO al partito dei nonviolenti” non intendiamo
certamente “NO a fare politica” Qualunque nostra azione individuale
o collettiva che si propone di modificare la società è fare politica!
Sul fatto se l’azione diretta nonviolenta sia del singolo o di tutti,
faccio riferimento alla campagna che portò all’approvazione della
legge sull’obiezione di coscienza.
Fino ad allora vi erano stati casi singoli di obiezione (prima Pietro Pinna
nel 1948, poi negli anni successivi Giuseppe Gozzini e Fabrizio Fabbrini). Con
le loro azioni individuali avevano senz’altro espresso un gesto di coerenza
ed avevano contribuito a sensibilizzare delle coscienze, ma non avevano ottenuto
risultati politici. Quando negli anni ’71 - ’72 i casi di obiezione
furono qualche decina, supportati da dichiarazioni collettive e da forti movimenti
di opinione pubblica, allora si ottenne l’approvazione della legge.
I casi di obiezione cominciavano a fare paura, il mio, in quanto cattolico,
era temuto in modo particolare. Si aveva paura che passasse l’idea che
i cattolici dovevano fare obiezione in quanto tali, perché Gesù
aveva detto “porgi l’altra guancia” o “ama il tuo nemico”.
Mentre ero dentro gli amici della mia comunità andavano a passare la
visita di leva e venivano esonerati. Io stesso fui visitato in carcere e, per
una malattia epidermica che precedentemente non mi avevano riconosciuto come
motivo di esonero, mi dettero il congedo. Avrei anche affrontato la seconda
e la terza obiezione, ma, vi assicuro, il carcere era duro e fui contento di
uscire con il congedo in tasca. Uscii nell’ottobre del 1972 e nel dicembre
fu approvata la legge.
In conclusione: servono le azioni individuali ma i risultati politici si ottengono
con le azioni politiche collettive. Quindi il mio è un caloroso invito
a metterci insieme. È importante che ciascun movimento abbia una propria
specificità e continui con le proprie esperienze, le proprie azioni.
Queste differenze costituiscono una ricchezza perché vuol dire che ogni
gruppo è calato nei quartieri, tra la gente. Ma per alcuni importanti
obiettivi comuni è necessario unirsi.
Promuovere l'obiezione alle spese militari
di Lorenzo Scaramellini, Chiavenna
Faccio parte di due realtà, l’Agenzia per la Pace della provincia
di Sondrio, una piccola associazione locale, e la Campagna OSM/DPN (Obiezione
alle Spese Militari per la Difesa Popolare Nonviolenta) dove sono membro del
Coordinamento Politico.
Come qualcuno di voi ricorderà, le nostre strade si sono incrociate spesso,
in passato. Alla fine degli anni ‘70/primi anni ’80 col nostro gruppetto
a Chiavenna eravamo stati “sezione del Movimento Nonviolento”, condividendone
le iniziative, dalla Campagna di restituzione dei congedi militari a quella
che allora si chiamava “obiezione fiscale”.
A beneficio di chi non è aggiornato, dirò che oggi la Campagna
è decisamente cambiata rispetto ai primi anni: in particolare si è
scelto di perseguire modalità più semplici, pur mantenendo la
disobbedienza civile come possibilità tuttora praticabile. La filosofia
di fondo è spostare il peso della Campagna, le sue possibilità
di incidere politicamente, da pochi gesti forti a molti gesti, individualmente
meno impegnativi che traessero però la loro forza dal numero significativamente
elevato dei partecipanti.
Così, oggi, per aderire alla Campagna sono sufficienti 3 piccoli gesti:
1)sottoscrivere la dichiarazione di obiezione di coscienza alle spese militari,
assumendo una presa di posizione tutta “politica”: affermare la
propria contrarietà assoluta, radicale, per motivi di coscienza, alla
guerra;
2)affermare di condividere gli obiettivi politici della Campagna OSM/DPN: una
legge di opzione fiscale che riconosca a tutti i cittadini, in sede di dichiarazione
dei redditi, la possibilità di scegliere tra il finanziamento della difesa
armata e quello della difesa popolare nonviolenta, e l’istituzione di
un Ministero per la Pace (un obiettivo che anche il Movimento Nonviolento aveva
inserito nella sua lettera aperta ai candidati alle ultime elezioni politiche)
su cui far convergere tutte le attività in materia di pace, servizio
civile, risoluzione nonviolenta dei conflitti ecc.;
3)allegare la ricevuta di un versamento a scopi di pace, effettuato nel corso
dell’anno a favore di progetti, iniziative, associazioni diversamente
impegnate a promuovere gli obiettivi politici della Campagna OSM/DPN, diversamente
attive a favore della difesa popolare nonviolenta.
Da un paio d’anni, anche su mia iniziativa personale, il Movimento Nonviolento
e il MIR stanno osservando, dall’esterno, la Campagna OSM/DPN. Ecco, la
mia proposta oggi è proprio quella di passare dall’osservazione
al coinvolgimento, magari occupandosi proprio di trovare i modi possibili per
ridare centralità alla disobbedienza civile dentro la Campagna OSM/DPN,
di elaborare proposte mirate in questo senso.
Augurandomi che altri vogliano riprendere, coi loro interventi, il tema dell’OSM
concludo allora con tre inviti:
a ciascuno di voi, visto che stiamo ragionando su un’obiezione di coscienza,
su una scelta che in primo luogo coinvolge il piano personale, perché
individualmente valutiate l’opportunità di cominciare/riprendere
a fare obiezione di coscienza alle spese militari;
al Movimento Nonviolento, perché passi dall’osservazione ad un
nuovo coinvolgimento diretto nella Campagna OSM/DPN;
a Mao e alla redazione di Azione Nonviolenta, perché apra un dibattito
tra i lettori sulla Campagna OSM/DPN favorendo il confronto e la ripresa di
attenzione su questa iniziativa.
Tre urgenze: Medio Oriente, Corpi Civili, Nucleare
di Renato Solmi, Torino
Anzitutto vorrei dire che il Movimento Nonviolento, che dovrebbe accogliere
nel suo seno, come associazioni aderenti, tutte quelle forze organizzate che
condividono i suoi principî e le sue prospettive ultime, dovrebbe costituirsi
come un interlocutore continuo del governo di centro-sinistra. Grazie a questo
allargamento quantitativo (ma non solo), dovrebbe essere in grado di influire
sulle scelte governative e potrebbe anche, a certe condizioni, entrare a far
parte di esso con alcuni suoi rappresentanti. Non dico domani, che sarebbe certamente
impossibile, ma, per così dire, nelle intenzioni perché, in definitiva,
l’importanza delle questioni su cui esso è competente e delle linee
d’azione che dovrebbe promuovere è tale, che solo una partecipazione
diretta al governo in posizioni decisive potrebbe consentirgli di soddisfare,
almeno in parte, le esigenze imprescindibili di cui si è fatto sostenitore
e la cui realizzazione comincia a presentare un carattere di assoluta necessità
e di estrema urgenza.
Questa evoluzione del Movimento, oltre ad essere indispensabile ai fini della
soluzione di problemi fondamentali della società italiana (ma anche della
società europea e internazionale, che è accomunata ormai da uno
stesso destino), mi sembra necessaria anche dal punto di vista della sua maturità
o della sua maturazione, perché è chiaro che solo l’esercizio
di responsabilità di direzione e di governo della cosa pubblica può
sottrarlo a una condizione di dualità, starei per dire, stratosferica
fra la dimensione delle idee e degli esperimenti più o meno simbolici
e quella della trasformazione e del contatto diretto con la realtà.
Che questo momento sia giunto, è stato illustrato, in modo estremamente
persuasivo, dal dilemma in cui il movimento si è venuto a trovare al
momento della scelta se partecipare o meno alla missione di pace e di interposizione
nel Libano, in cui le posizioni estremistiche o “puristiche” sono
state, in definitiva, sconfitte dalla necessità di fare qualcosa, coi
mezzi attualmente disponibili, per porre termine, sia pure transitoriamente,
ai massacri in corso nel Vicino Oriente (o, per dir meglio, in una parte limitata
di esso), anche a costo di andare incontro a gravissimi rischi, e nella consapevolezza
della fragilità delle basi e dei supporti su cui tutta l’operazione
avrebbe dovuto poggiare in seguito.
A questo punto, però, è giocoforza partire dalla situazione che
si è venuta a creare e in cui siamo inestricabilmente inseriti, ma da
cui dobbiamo cercare di uscire nel migliore dei modi e cioè modificandola
gradualmente, se necessario, ma tenendo sempre d’occhio la direzione in
cui ci si muove e gli obbiettivi che ci si propone di raggiungere. Mi sembra
che questa impostazione possa e debba conferire ai nostri sforzi una concretezza
che ci verrebbe completamente a mancare se ci rifiutassimo di prendere atto
della realtà, e ci illudessimo di poterci rifugiare in una posizione
puramente negativa di adesione fermissima a principî oggettivamente inapplicabili.
Potrebbe essere il caso di richiamarsi alle Mains sales di Jean-Paul Sartre,
e alla sua consapevolezza del fatto che siamo sempre “in situazione”,
e che non possiamo prescindere dalle circostanze di essa se vogliamo realmente
affrontare e possibilmente risolvere i nostri problemi.
Se adottiamo questo punto di vista, ci rendiamo subito conto del fatto che
nel Medio Oriente si è venuta a determinare una situazione irreversibile
che non possiamo pensare di risolvere con un’occupazione definitiva del
Libano meridionale, e cioè con un’interposizione permanente fra
le due parti contrapposte in conflitto. È quindi necessario procedere
subito alla convocazione di una conferenza internazionale, a cui dovrebbero
prendere parte tutte le nazioni direttamente interessate (Israele, Palestina,
Libano, Siria, Giordania ed Egitto), mentre le nazioni che partecipano alla
forza di interposizione dovrebbero svolgere un ruolo di consulenza e di aiuto.
Quelle che non partecipano direttamente ad essa farebbero meglio a restare in
disparte e ad allontanarsi, se possibile, dalla scena. La limitazione del problema
a quest’area apparentemente troppo limitata potrebbe essere indispensabile
per avviare a soluzione il problema israeliano-palestinese, lasciando momentaneamente
da parte la questione irachena, nonostante l’estrema gravità della
situazione che si è venuta a creare in quel paese e, a maggior ragione,
la questione del nucleare iraniano, che appartiene ad un’agenda diversa,
e che rientrerebbe piuttosto nella trattazione del punto 3.
Il secondo problema, che presenta però anch’esso un’urgenza
molto elevata, è quello della costituzione di corpi civili di pace nel
nostro paese, che potrebbero essere indispensabili allo scopo di rendere più
tollerabile, per non dire addirittura più desiderabile, la presenza di
forze di occupazione straniere nel Libano, e domani, magari, in altre regioni
dilaniate dalla guerra esterna (e cioè dall’aggressione di una
potenza straniera) o da quella civile. Questa iniziativa naturalmente potrebbe
(e dovrebbe) essere fatta propria anche da altri; ma cominciamo noi a metterla
in atto, sotto la spinta della necessità immediata e di un sentimento
di responsabilità che ci farebbe onore. E diciamo pure che per noi il
fallimento della missione nel Libano, che si tratta di prevenire anche con questo
mezzo, avrebbe conseguenze particolarmente disastrose perché determinerebbe,
con ogni probabilità, la caduta del governo Prodi e l’avvento di
una situazione tutt’altro che propizia all’esercizio di qualsiasi
attività in favore della pace nel Medio Oriente e in tutto il resto del
mondo.
Il terzo punto è un problema della massima importanza, e che è
venuto ad acquistare, negli ultimi tempi, un’urgenza sempre maggiore,
ma la cui responsabilità deve essere imputata, piuttosto che ai “cattivi”
di turno - il governo iraniano e quello paleocomunista della Corea settentrionale
- alle grandi potenze nucleari che, a cominciare dagli Stati Uniti, si sono
guardate bene dall’ottemperare agli obblighi imposti dal trattato di nonproliferazione
nucleare del 1984. Secondo il trattato le potenze nucleari avrebbero dovuto
procedere a un disarmo graduale, nella prospettiva di un’abolizione totale
di questo genere di armi. L’importanza di questo problema è dovuta
al fatto che esso rappresenta un vero e proprio bivio (o nodo cruciale) della
storia, che ci pone di fronte a una scelta decisiva. Guai a noi se cercassimo,
come stiamo facendo, di eluderla, nella speranza o nell’illusione di poter
perpetuare indefinitamente una situazione di predominio (del 20% della popolazione
mondiale) sul resto del mondo, garantita e quasi simboleggiata dalla partecipazione
al monopolio nucleare, e se non leggessimo il “mane tekel fares”
che sta scritto a chiarissime lettere sulle pareti delle nostre stanze. Come
ha scritto Alex Zanotelli, che ha avuto il merito di imprimere un fortissimo
impulso all’avviamento di questa campagna: “Ritengo questo mio impegno
contro le bombe un impegno profondamente missionario ed in questo mi sento in
sintonia con le parole dell’allora arcivescovo di Seattle Hunthausen:
‘Abbandonare queste armi nucleari significherebbe qualcosa di più
che abbandonare i nostri strumenti di terrore globale; significherebbe abbandonare
le ragioni di tale terrore: il nostro posto privilegiato in questo mondo!’
La pace e la giustizia procedono insieme”, mostrando di avere perfettamente
presente la connessione fra l’egoismo dei ricchi e dei potenti, che hanno
bisogno delle armi, sia all’interno delle nazioni che nei rapporti che
intercorrono fra di esse, per salvaguardare le proprie posizioni di privilegio,
e lo spettro incombente di una guerra che potrebbe condurre alla distruzione
della specie umana e all’estinzione di gran parte delle forme di vita
nel nostro pianeta.
Deporre le armi dentro di noi
di Elisabetta Pavani, Ferrara
Le mie considerazioni partono da alcuni dialoghi con Pietro Pinna, non molto
tempo fa. Non conosco Pietro da molto tempo, ma ho avuto occasione di scambiare
con lui alcune riflessioni e pensieri sinceri.
Ci confrontavamo a proposito del mio lavoro: sono operatrice presso un’associazione
di volontariato che si occupa di fornire accoglienza, consulenza psicologica,
legale e sopratutto ospitalità a donne italiane e straniere con figli
che sono vittime di violenza e abusi domestici. Vi è per questo una casa
di protezione. Oltre a questo, accogliamo donne straniere che escono dalla prostituzione
di strada e che sono state oggetto di tratta e sfruttamento.
Figlia e forse un po' sorella minore del femminismo, ma comunque attivista odierna
all'interno degli attuali movimenti delle donne che hanno portato le stesse
a riunirsi e a creare le case di accoglienza, mi rivolgevo a Pietro Pinna con
un linguaggio che evocava più separazione e separatismi, piuttosto che
un dialogo sereno sulla differenza di genere.
Pietro mi interruppe e disse: "Attenta, non occorre parlare di separazione,
ma di distinzione".
Ci riflettei sopra con fatica, perchè ho dovuto lottare tanto per autodeterminarmi,
prima all'interno di una famiglia, poi nella società non sempre accogliente,
però aveva ragione.
Durante un laboratorio tenutosi a Ferrara nel mese di ottobre 2006, dal titolo,
"Nonviolenza e politica in Hanna Arrendt", Pietro ci invitò
a mettere da parte quelle che erano le considerazioni sulla violenza "globale
e mediatica", per interrogarci nel profondo e capire come noi, presenti
quella sera, percepissimo la violenza che abbiamo dentro. Come la affrontavamo
e cosa intendevamo per trasformazione nonviolenta.
Credo davvero che la prima azione da fare sia quella di deporre le armi dentro
di noi, di incominciare a pensare da nonviolenti e da nonviolente.
Le guerre che noi conosciamo arrivano anche sui nostri opulenti marciapiedi
che le ragazze nigeriane e le donne dell'Est Europa percorrono ogni notte, governate
da invisibili e potenti organizzazioni violente e criminose.
Credo sia doveroso preoccuparsi di dare un fondamento giuridico alle istituzioni
che si occupano di corpi di mediazione civili, organizzare e avvallare lo scenario
delle polizie internazionali come osservatorio sui luoghi di conflitto bellico,
ma è anche vero che, ogni volta che un uomo osserverà frammentando
e parcellizzando nelle nostre città una prostituta coatta, non ha solo
violentato simbolicamente il corpo di una donna o di una ragazza, ma ha spezzato
dentro di sé il ponte che lo poteva accompagnare alla nonviolenza.
Spiritualità e purificazione interiore
di Federico Fioretto, Varese
L’incidentale mancanza dei colori viola e arancione sui cartelli in sala
mi fa pensare alla necessità di recuperare più strettamente il
senso della spiritualità e la dimensione della disponibilità alla
rinuncia nella nonviolenza, del resto fondanti negli insegnamenti dei maestri
della nonviolenza, da Gandhi a Capitini.
Ci si è chiesti chi sono i “criminali” che vogliono la guerra.
Penso che siamo tutti noi, nel senso che ogni nostra violenza residua, sia quella
che Gandhi definiva diretta, sia quella indiretta (dunque dall’insulto
al pettegolezzo, allo spreco, alla discriminazione e così via –
diversa è solo la scala della violenza compiuta), si somma al “monte”
di violenza dell’Umanità e, dunque, contribuisce a ogni guerra.
Possiamo lavorare per esempio sui consumi, sugli stili di vita più sobri
e solidali e, nel frattempo, ben vengano tutte le vie intermedie che possono
interrompere le carneficine.
Quanto alla possibilità di comporre un partito della nonviolenza, come
uno schieramento da una sola parte, io credo sarebbe un ostacolo. La nonviolenza
è un valore troppo universale per mutilarlo al fine di contenerlo in
una sola parte politica. Bisogna avere un orizzonte ben preciso ma, seguendo
l’insegnamento di Gandhi (“noi siamo signori del mondo dello sforzo,
Dio è il solo Re del mondo del risultato”), concentrarci su un
continuo perfezionamento dei mezzi e su una purificazione di noi stessi. A questo,
non importa quanto lontano nel tempo, seguirà automaticamente la realizzazione
di un mondo privo di violenza.
Lottare contro le nostre vere oppressioni
di Luca Giusti, Genova
“Quanto è essenziale che una campagna sia intrapresa da posizione
di “oppressi”?”.
Come un grande tacchino che saltella e sbatte le ali provando un impossibile
volo, il sistema militare-industriale simula una sua improbabile sostenibilità
sollevando punti di oppressione che genera su noi benestanti. Abolendo la leva
obbligatoria ha rimosso un’oppressione che stava spostando verso l’obiezione
terze parti che forse sarebbero rimaste a guardarsi “in pace” la
guerra in tv. Riducendo gli spazi di obiettabilità alle spese militari,
ha sottratto altri punti di attivazione di dinamiche di liberazione attraverso
il ritiro della collaborazione e l’obiezione a costrizioni.
Pietro Pinna su AN 7/04 rispondeva così a una domanda sul perchè
i primi GAN scelsero di impegnarsi sull’obiezione di coscienza: “Il
punto di forza della nostra dedizione all’azione, era che non si trattava
di un ideale astratto o di una realtà lontana da noi, ma che riguardava
la nostra stessa vita…”. In effetti da simili punti di forza veniamo
sempre più allontanati in direzione di un’azione che è rappresentazione
simbolica, irrimediabilmente “teatrale”; oppure “diretta”
ma nel ambiguo senso di reazione antagonista a grandi eventi mediatici o a muri
che si innalzano.
Sappiamo che è interesse dell’oppressore spostare la sfida dalla
realtà del terriccio del pollaio all’etere di pochi:
perché sul piano materiale non ha le carte in regola;
perché controlla i media;
perché poi ci si involve in schemi simmetrico-antagonisti, opposti alla
trasformazione nonviolenta;
perché al salire del livello di conflitto il simbolico perde di forza.
Confidando nel fatto che il tacchino non imparerà mai a volare (impronte
appesantite dall’opera di simular sostenibilità) occorre sfuggire
tale contesto che condiziona il movimento, non fino a renderlo morto, ma certo
poco fertile.
Qualcuno potrebbe far notare che questo ritorno alla concretezza si è
già manifestato almeno in due sensi:
1) azioni convincenti sono ripartite su emersioni “locali” in risposta
a danni concreti per la salute. E’ comprensibile a tutti che a Scanzano
Ionico padri e madri preoccupati saltassero le deleghe.
2) conflitti negati si riaffacciano amplificati: a) benestanti viviamo negazioni
dei diritti civili fondamentali nel nome della “sicurezza” nella
guerra permanente; b) benpensanti laureati, sepolti nel precariato; c) customer
senza più care, rivenduta come optional nel modello premium; d) cittadini
senza fondamentali beni comuni, anche qui prontamente rivenduti come servizi:
e) sicuristi ossessionati dalle catastrofi in televisione, le sentono bussare
alla finestra.
Non penso però che queste novità ci evitino di rispondere alle
domande:
il buon localismo frammenta la massa critica necessaria per grandi cambiamenti;
la pedagogia delle catastrofi non convince, e non solo perché arriva
tardi.
Occorre il salto di consapevolezza che ci siamo proposti al congresso di Gubbio
in forma di percorso verso una campagna nazionale.
Mi sembra ad esempio importante articolare meglio la scelta del tema della campagna,
almeno su tre piani:
Passione: da che cosa hanno urgenza di liberarsi le persone del movimento? Necessaria
ma non più sufficiente premessa per la costruzione della dedizione all’azione.
Evidenza: offriamo alle terze parti un senso di proporzione tra la necessità
di liberarsi per chi agisce e il peso degli strumenti che adotta? Consideriamo
che i media spesso trasformano l’”uomo planetario” costruttivo
e empatico in “no-global”distruttivo e antipatico, che si apre al
mondo col passamontagna per chiuderlo a suon di mazzate.
Perseguibilità: quanto vasto o difficile è l’obiettivo da
raggiungere? Le terze parti, per innato “buon”senso, non aderiscono
a obiettivi che appaiono irrealizzabili (cfr. profezia autoadempiente).
Occorrerebbe forse lavorare anche sul fatto che non riusciamo a riconoscere
le nostre vere oppressioni perché sono di tipo nuovo, centrate su beni
secondari divenuti primari, ma soprattutto perché in parte ad esse aderiamo.
Non rinunciamo quindi alla sfida di puntare verso il baratro che abbiamo davanti
in modi più “diretti”, ma diamo al termine piuttosto un senso
di aumento dell’intensità di adesione, messa in gioco della dimensione
corporea “più profonda, più lenta, più soave”
e non scattante marionetta lanciata sull’ennesimo palcoscenico, nell’ulteriore
sua separazione dallo spirito. “Diretti” verso il baratro, ma in
bicicletta, con mezzi faticosi ma di cui possiamo fare un uso consapevole (obiezione
e opzione anzitutto) per avvicinarsi alla dimensione degli esclusi. E’
il campo d’azione del programma costruttivo: ribadire e rafforzare il
limite tra noi e un modello di sviluppo che lusingandoci ci trasforma in agenti
di autodistruzione. Praticare il limite per rafforzarsi dentro e contemporaneamente
per allargarlo e renderlo accogliente e riconoscibile per altre minoranze di
questa Babele, sulla strada della minima maggioranza costruttiva.
Accettare la fatica del dubbio e della fallibilità
di Enrico Peyretti, Torino
La guerra è il meno: le violenze strutturali e quelle private (su donne,
bambini) sono enormemente più micidiali in numero di vittime e di lunghi
dolori.
La guerra è il più: perché è violenza istituita,
giustificata, calcolata a freddo.
Non basta assolutamente il NO popolare alla guerra. La nonviolenza va più
a fondo e più avanti del pacifismo: essenzialmente contrasta la violenza
culturale e costruisce metodi nonviolenti per gestire i conflitti.
La nonviolenza – insegna Gandhi - non è un assolutismo: è
l’azione per ridurre quanto più possibile la violenza, inevitabile
anche nel vivere più semplice.
La nonviolenza non è un volo ma un cammino, una gradualità ben
orientata. Oggi non si tratta di non fare la guerra, che c’è, dilagante;
si tratta di farne sempre meno, se possibile; dalla guerra piena all’interposizione,
sebbene militare, c’è un cammino verso la nonviolenza. Sì
alla polizia internazionale, da costituire come tale (v. Carta Onu), proseguendo
verso i corpi civili di pace.
Non ammettere la gradualità ben orientata è astrattezza, è
appagarsi dell’affermazione ideale, è meritare l’immagine
corrente dei nonviolenti come “anime belle”.
La politica è fatta di valori, idee, numeri.
I valori sono gli ideali (positivi o negativi), gli obiettivi.
Le idee sono i programmi concreti, i percorsi, nel possibile e necessario, mediante
compromessi dinamici.
I numeri sono i consensi necessari in democrazia per attuare i programmi verso
gli obiettivi.
Le proposte della cultura politica nonviolenta, presentate all’Unione
nel dicembre 2005, sono cadute quasi totalmente nel vuoto: qualcosa (corpi civili
di pace europei) compare nel programma scritto, ma la cultura e volontà
della quasi totalità della classe politica è ignara, lontana o
estranea alla nonviolenza.
La nonviolenza ha 1, forse può elaborare 2, non ha assolutamente 3 in
misura da poter contare nella politica di fatto. Perciò, prima di tutto,
deve continuare a fare cultura, educazione, propaganda ideale, esperienze, pur
premendo quanto può sulla politica operativa.
Fare politica nonviolenta è assolutamente necessario, ma è ancora
impossibile. Il divorzio (ripudio) tra politica e violenza è ancora da
fare. Altra cosa è la forza, che non si può identificare con la
violenza.
Propongo di pensare e cercare di costruire una Federazione Politica Nonviolenta,
in cui i vari movimenti e associazioni nonviolente si aiutino a vicenda nel
convergere a costruire una concreta cultura politica nonviolenta.
La nonviolenza alla prova della guerra deve accettare la fatica del dubbio,
delle perplessità, del “fallibilismo” gandhiano: fare “esperimenti
con la verità” vuol dire lasciarsi provare dalla verità.
Custodendo alcune essenziali dubbiose ma irrinunciabili chiarezze (non sempre
certezze), dobbiamo evitare fideismi, ortodossie, dogmatismi, che portano a
scomuniche (il nonviolento più puro scomunica e condanna quello meno
“puro”). Dobbiamo dibattere tra noi in spirito di ricerca. La nonviolenza
non è una ricetta, ma una ricerca.
La lezione del realismo non spegne l’ideale persuaso e intimo. La regola
dell’azione non è il risultato prossimo, ma la fecondità
profonda.
I piedi per terra e la testa tra le nuvole
di Sergio Albesano, Torino
I militari si preparano alla guerra e ciò è ovvio, visto che quello
è il loro compito. Gli amici della nonviolenza devono invece prepararsi
alla pace. Lo facciamo? Oppure ci limitiamo a rincorrere i militari e le loro
guerre, cercando di opporci a esse? Dobbiamo fare in modo che siano invece loro
a rincorrere noi e le nostre iniziative.
“Far uscire la guerra dalla storia” è una meta che, almeno
parzialmente, dobbiamo raggiungere adesso, per questa generazione, e non fra
mille anni, per il semplice motivo che fra mille anni noi, oggi viventi, saremo
tutti morti.
Durante il seminario è stata citata una frase di Aldo Capitini del 1968.
Bella, ma il tempo non si è fermato quarant’anni fa! Se Capitini
fosse ancora vivo, oggi scriverebbe cose diverse.
Noi dobbiamo dare ai giovani il diritto di continuare a sognare. Dobbiamo avere
un comportamento per cui i giovani possano avere fiducia in noi. Dobbiamo dare
testimonianza, mettendoci in gioco. Che cosa siamo disposti a rischiare, a fare,
a dare e anche a perdere? Dobbiamo offrire la nostra vita, che non significa
la nostra morte, ma il nostro tempo e le nostre energie. Prima di noi qualcuno
ha incominciato ed era solo perché credeva nella giustezza di quello
che faceva. Dobbiamo credere nel nostro impegno al di là dei risultati,
perché certi gesti hanno un valore in sé, al di là dei
risultati concreti che producono. Ciò non significa non essere concreti.
Con uno slogan possiamo dire che dobbiamo avere i piedi per terra e la testa
fra le nuvole.
Quanti ragazzi sono stati presenti al seminario? Un’esigua minoranza.
E quanti di loro sono andati al tavolo dei relatori per fare un intervento?
Credo nessuno. Dunque, a chi vogliamo lasciare la nostra eredità e come
vogliamo farlo?
Un primo passo è stato realizzato con l’organizzazione di campi
estivi per i giovani e per le loro famiglie. Inoltre è in fase di creazione
il gruppo giovani del Movimento Nonviolento, che, oltre a tenere un’apposita
rubrica su “Azione nonviolenta”, sta cercando di organizzare incontri
di formazione per i giovani con lo scopo di fornir loro le nozioni base sulla
nonviolenza. Infine si potrebbero organizzare, in accordo con alcuni insegnanti,
momenti di formazione sulla nonviolenza nelle scuole, con interventi di persone
preparate sull’argomento, con la proiezione di filmati storici sulle lotte
nonviolente, cineforum, momenti di lettura e di studio di testi fondamentali,
ecc.
La nonviolenza è azione culturale e politica
di Pasquale Pugliese, Reggio Emilia
Sgombriamo subito il campo da una ipotesi o, forse, una tentazione: le ragioni
che spinsero Aldo Capitini a non aderire al Partito d’Azione quando in
esso confluirono la maggior parte dei suoi amici e compagni antifascisti, con
i quali aveva costituito il movimento liberalsocialista, sono sempre attuali,
anzi oggi più di allora. Scriveva Capitini nel 1949: “i partiti
esistono per il <<potere>>, per acquistarlo o sostenerlo. Da ciò
la loro ragion d’essere, e tutti i loro limiti, il macchiavellismo, la
disciplina interna, le gelosie, il settarismo, il patriottismo di partito. La
conquista del potere è l’assoluto per il partito. Il partito è
il mezzo e il potere è il fine”.
Nonostante l’elevata moralità che sorreggeva il personale politico
dei partiti antifascisti, buona parte del quale veniva direttamente dalla Resistenza
o dall’esilio, Capitini individuava nella struttura-partito un’organizzazione
che ha in sé un elemento degenerativo.
Oggi vediamo dispiegati tutti gli effetti di quella analisi profetica che isolò
Capitini dal resto della sinistra: sempre di più i partiti sono ostaggio
di gruppi di potere che agiscono per bande in una lotta senza quartiere ed esclusione
di colpi. Naturalmente ciò non significa che nei contesti istituzionali
locali, quelli più vicini ai cittadini e, se ci fossero le condizioni,
anche in una dimensione più ampia, agli amici della nonviolenza sia precluso
di partecipare alla vita di partito o di candidarsi alle elezioni, ma ciò
non può impegnare, a mio parere, in alcun modo, il Movimento Nonviolento
nel suo insieme.
Così come la forma organizzativa tradizionale del partito è inadeguata
a con-tenere il progetto politico nonviolento, anche alcune delle categorie
politiche elaborate nel corso del ‘900 per descrivere e collocare le organizzazioni
e la loro prassi operativa, come “riformista” o “rivoluzionaria”,
“radicale” o “moderata”, credo siano insufficienti a
con-tenere, o anche solo a descrivere, la proposta culturale e politica della
nonviolenza. Essa introduce nell’agire politico altri e nuovi paradigmi,
che si rivelano di gran lunga più adeguati a leggere i grandi sommovimenti
in atto nella realtà e ad agire nei conflitti con pratiche dotate di
senso, contribuendo a costituire quella che Marco Revelli definisce “la
politica del futuro”. Tra i molti, ne segnaliamo brevemente quattro:
il paradigma della trasformazione: la nonviolenza sa che i conflitti fanno parte
in maniera naturale dell’umano stare-al-mondo e ha imparato che molti
di loro sono irriducibili, perciò non aspira ad un irrealistico mondo
pacificato, ma alla trasformazione possibile dei conflitti da distruttivi a
costruttivi. Questo primo paradigma definisce anche la differenza sostanziale
tra nonviolenza e pacifismo;
il paradigma della profondità: la nonviolenza ricerca le cause profonde
dei conflitti (tutti i conflitti: da quelli interpersonali a quelli internazionali,
da quelli sociali a quelli internazionali), anche quelle meno evidenti e più
nascoste, e ne cerca la trasformazione a quel livello, perché sa che
ogni pacificazione superficiale, che non tenga conto dei fondamenti e dei bisogni
dei confliggenti, non è – se va bene - che una instabile tregua;
il paradigma della complessità: la nonviolenza è consapevole che
in tutti i conflitti la verità non sta mai da una parte sola, che i soggetti
coinvolti nei conflitti sono sempre più di due, che la “soluzione”
possibile non è mai unica, insomma che bisogna agire in maniera complessa
tenendo conto, contemporaneamente, di una pluralità di soggetti, piani
e dimensioni;
il quarto paradigma è di derivazione specificamente gandhiana ed è
definito il programma costruttivo: tra l’inerzia riformistica, l’attesa
palingenetica della rivoluzione e la speranza che altri riprendano ed attuino
le nostre proposte, il programma costruttivo propone di cominciare e costruire
qui-ed-ora con i nostri mezzi, per quanto limitati, i progetti che riteniamo
fondamentali.
Facendosi portatori di queste categorie i gruppi di ispirazione nonviolenta
si muovono nei conflitti prevalentemente all’interno di due ambiti di
azione: la mediazione/interposizione come terze parti tra quelle in conflitto,
e la lotta come parte in causa diretta in una situazione di oppressione, o in
sostegno ad una parte oppressa. Sia in un senso che nell’altro la nonviolenza
elabora e mette in campo un propria azione politica, che esercita con i propri
mezzi specifici, elaborati nella storia delle pratiche di lotta nonviolenta
nel mondo.
Negli ultimi anni i movimenti nonviolenti hanno fatto un grande investimento
sul piano culturale con la realizzazione di importanti “prodotti”:
lo sviluppo dell’editoria e della pubblicistica multimediale nonviolenta,
la realizzazione di alcuni Centri Studi, la collaborazione all’avvio di
Corsi di laurea e di insegnamenti universitari, la nascita di nuove importanti
riviste e la tenuta del “miracolo” di Azione nonviolenta che si
pubblica, ininterrottamente e mensilmente, da oltre quarant’anni.
È un investimento importante e centrale per almeno due ordini di ragioni,
tra le altre:
la necessità di attrezzarsi per contrastare la devastante violenza culturale
che dilaga a tutti i livelli: basti pensare, per un verso, alle campagne di
odio alle quali sono sottoposti i cittadini stranieri in Italia, diventati capro
espiatorio di tutti i mali della società (qualcuno sa, per esempio, che
i reati di violenza sessuale sulle donne sono dovuti solo nel 3,4% dei casi
a persone estranee o sconosciute alle vittime?); o per altro verso, alle mistificazioni
e menzogne dell’amministrazione statunitense che stanno venendo a galla
sui fatti dell’11 settembre 2001: se solo un terzo di quanto emerso dalle
inchieste indipendenti fosse vero si aprirebbe uno scenario sconvolgente;
l’urgenza di fornire un patrimonio culturale, formativo e informativo
a insegnanti, educatori, formatori in genere che operano nelle scuole, nelle
Scuole di pace che si stanno diffondendo man mano in Italia, nei corsi di formazione
per i volontari in servizio civile ecc., per consentire loro di attingere ad
una elaborazione approfondita e collettiva di alto livello.
Poiché le forze complessive sulle quali possiamo contare sono ridotte,
il giusto investimento sul piano dell’azione culturale mi pare che abbia
comportato, per il Movimento Nonviolento in particolare, il curare meno il piano
dell’azione più propriamente politica. Non rispetto alla politica
istituzionale, nei cui confronti la nostra attenzione non mi sembra mai venuta
meno, anche se scarsamente ricambiata, ma proprio nel senso dello specifico
modo nonviolento di agire politicamente, ossia attraverso le proprie campagne
di lotta.
Con ciò non si vuol dire che dove sono presenti amici della nonviolenza
questi non abbiano lavorato, o non lavorino, sul piano del territorio locale,
tanto a livello culturale che su quello delle lotte (No-TAV, No-Ponte, Scanzano
jonico, per citare solo le più note), o che non si stiano seguendo importanti
processi di crescita come quello dei Corpi Civili di Pace. Piuttosto, si vuol
dire che si avverte da troppo tempo l’assenza di una campagna nazionale
“esemplare”, specifica, propria o adottata dal Movimento Nonviolento,
che possa prevedere lo svolgersi progressivo dei diversi livelli della lotta
nonviolenta. Una campagna che coinvolga il Movimento Nonviolento nel suo insieme,
a livello centrale e periferico, e che abbia la capacità di riunire intorno
ad essa altre forze e movimenti nonviolenti; una campagna di lotta che potrebbe
avere anche l’effetto di aggregare al nostro Movimento, man mano, gruppi
e persone che si avvicinerebbero ad esso attraverso l’adesione alla campagna
stessa. Oggi, infatti, l’adesione al Movimento Nonviolento non riesce
ad avere uno slancio significativo in avanti perché l’aggregazione
politica non avviene più rispetto ad un patrimonio ideale o ad un bisogno
di appartenenza definitivo, ma attraverso la condivisione delle cose concrete
che si fanno insieme, in vista di un obiettivo comune.
Sono certo che l’azione politica diretta riveste anche un ruolo formativo
per le nuove generazioni che potrebbero imparare non più solo dai filmati
in bianco e nero delle lotte del passato, ma anche partecipando direttamente
alle nuove lotte del presente, condotte con la serietà e la cura che
il Movimento Nonviolento può garantire.
Azione diretta nonviolenta per distruggere gli OGM
e poi i falciatori volontari regalano sementi biologiche
Intervista ad Anna Massina1
A differenza della sonnacchiosa Italia, dove la questione degli organismi geneticamente
modificati (OGM) è poco dibattuta, in Francia si è sviluppato
un forte movimento di opposizione nonviolenta che ha sollevato la questione
di fronte all’opinione pubblica, anche attraverso clamorose azioni di
disobbedienza civile e di azione diretta nonviolenta. Tra i principali animatori
di queste campagne ci sono la Confederation Paysanne, sindacato agricolo che
ha in Josè Bovè la persona di maggior notorietà anche internazionale,
e l’Arche fondata da Lanza del Vasto. L’Arca ha una struttura specifica
per l’azione civica, cioè per l’intervento politico-sociale,
che si chiama CANVA (Coordination action Nonviolente de l’Arche), di cui
è presidente Anna Massina e che ha tra i suoi ispiratori Jean Baptiste
Libouban, già responsabile generale dell’Arca. Anna vive presso
la Comunità dell’Arca di St. Antoine.
Raccontaci qualcosa della tua esperienza nella campagna contro gli OGM in Francia,
nella quale l’Arche di Lanza del Vasto è in prima fila.
L’evento personale di maggior impatto è avvenuto per me esattamente
un anno fa, quando, l’11 gennaio 2006, sono stata arrestata per associazione
a delinquere in seguito alle azioni nonviolente di distruzione dei campi sperimentali
di colture OGM. Questi campi vengono messi a disposizione da agricoltori e proprietari
terrieri, e vengono gestiti da grandi industrie agro-alimentari tipo LIMAGRAIN
e BIOGEMMA, a loro volta espressioni francesi di multinazionali tipo la MONSANTO.
Avevamo eseguito delle distruzioni pubbliche alla fine del 2004 e nel luglio
del 2005 e in seguito a queste le ditte citate hanno fatto denuncia e si sono
costituite parte civile contro CANVA, di cui sono presidente, Costruire un monde
solidarie, una associazione locale di Millau2, più due persone della
CONFEDERATION PAYSANNE del Puy de Dôme (regione del centro-Francia).
Raccontaci come è avvenuto questo arresto
Sono arrivati in 14 agenti qui all’Abazia di St. Antoine, alle 6 del mattino,
hanno perquisito la mia stanza, requisito documenti e computer e poi mi hanno
portata alla vicina stazione di polizia, dove sono rimasta, in “garde
à vue” (fermo di polizia) fino alla sera. Il giudice istruttore,
dopo aver istruito il dossier, mi ha poi convocata il 20 ottobre scorso, a Riom,
dove sono stata interrogata per due ore e mezzo. In seguito a quell’interrogatorio
il giudice ha deciso il rinvio a giudizio. Sarò processata con altre
34 persones, tra cui José Bové, il 27 e 28 marzo a Toulouse.
Quali sono i rischi che corri?
Teoricamente posso essere condannata fino a cinque anni di carcere. Però
il momento politico francese attuale è ad una svolta, perché in
aprile avremo le elezioni presidenziali e il potere può decidere di far
passare gli OGM attraverso un processo duro, tentando di metterci a tacere,
oppiure può decidere di lasciare la patata bollente al prossimo governo.
Quale impatto hanno avuto le vostre azioni sull’opinione pubblica?
Da quando abbiamo iniziato l’attività come falciatori volontari
(la distruzione dei campi dove si coltivano OGM) è considerevolmente
aumentata la percentuale dei francesi contrari. Gli ultimi sondaggi danno l’80%
dei contrari agli OGM, sia nei campi che nei propri piatti. La componemte di
opinione favorevole è soprattutto legata agli interessi dei grandi produttori
agricoli, che sono in effetti la nostra controparte più decisa. Nel frattempo
è scattata infatti un’altra denuncia, sempre per associazione a
delinquere, in seguito ad azioni svolte in Haute Garonne. Per queste ho ricevuto
una convocazione telefonica per un interrogatorio fissato il 21 dicembre 2006,
poche settimane fa, e resto in attesa della convocazione del giudice di Toulouse.
Qual è stato l’impatto delle azioni giudiziarie sul vostro movimento?
Ci hanno incoraggiato ad estenderlo! Ora abbiamo deciso e attuato, a partire
dal luglio 2006, azioni dirette di distruzione di campi commerciali, non più
solo sperimentali. La differenza è la seguente. Mentre i campi sperimentali
sono quelli usati dalle grandi aziende agro-alimentari appunto per sperimentare
la produzione di OGM, che non è però commercializzata, i campi
commerciali sono quelli la cui produzione viene messa sul mercato , senza che
vi sia ancora una legge che la regolamenta.
Ci sono dei processi che sono già arrivati ad una sentenza ?
Sì, abbiamo avuto delle sentenze di condanna, con condizionale, contro
Jean Baptiste Libouban, leader dell’Arche e, senza condizionale, contro
Josè Bovè, leader della Confederationne Paysanne su processi del
2004, per i quali c’è tuttora un ricorso in Corte di Cassazione.
Viceversa, due processi svolti a Orleans e a Versaille, in cui sono state coinvolte
complessivamente 60 persone, si sono concluse con delle assoluzioni perché
il tribunale ha riconosciuto che l’azione svolta è avvenuta in
“stato di necessità”. In questo caso è la controparte
che è ricorsa in appello.
Quali sono i rapporti con gli agricoltori proprietari dei campi OGM che distruggete?
Le modalità di rapporto sono diverse. Noi riteniamo importante tenere
aperti canali di comunicazione e di dialogo. A questo fine, ad esempio, il 30
luglio 2006, abbiamo portato due sacchi di sementi biologiche, consegnate al
proprietario del terreno di cui avevamo distrutto le coltivazioni OGM. Più
recentemente, ho scritto una lettera aperta ai contadini che avevamo danneggiato,
lettera che è stata inviata singolarmente alle persone coinvolte e ripresa
e pubblicata in controcopertina dalla rivista della Confederationne Paysanne..
Quante sono le persone che hanno partecipato alle azioni dirette nonviolente?
Impegnati nella CANVA siamo circa un centinaio, ma le manifestazioni hanno raccolto
anche qualche migliaio di persone.
Intervista a cura di Angela e Beppe Marasso
Lettera aperta agli agricoltori cui ho falciato il mais transgenico
Cari amici/amiche,
disapprovo il fatto che voi coltiviate sulle vostre terre degli organismi geneticamente
modificati, senza per questo condannare il vostro lavoro, i vostri sforzi quotidiani,
l’amore che portate alla vostra terra, le vostre preoccupazioni economiche
e familiari.
Non mi sento di giudicare le ragioni per le quali avete scelto di mettere al
servizio di una multinazionale agrochimica i vostri campi, le vostre forze e
la vostra intelligenza.
Io non sono contro di voi, vi rispetto. Voi avete fatto la vostra scelta seminando
e coltivando OGM e io ho fatto le mie. Questa estate sono venuta da voi senza
essere stata invitata, lo riconosco, sono penetrata con altri nei vostri campi,
ho calpestato i vostri terreni, ho strappato il vostro mais, che era già
ben alto e avanzato.
Quali sentimenti avevate verso di noi in quel momento? Siamo stati, ai vostri
occhi, un’orda di selvaggi assetati di vendetta? degli irresponsabili?
Avete sentito l’ingiustizia di un atto gratuito di vandalismo, di violazione
della vostra terra? Sono stata male per voi e mi sono chiesta se potrete un
giorno perdonarci.
Ma le ragioni che mi hanno spinta a sradicare il vostro mais OGM sono state
più forti di queste mie considerazioni. In questo conflitto che mi oppone
a voi, la coltivazione di piante OGM in campo aperto, di questo si tratta, c’è
qualcosa che tocca la vita e la morte, che attiene cioè alla vita e alla
morte delle coltura tradizionali e biologiche, la biodiversità, la vita
e la morte del nostro nutrimento e della nostra salute, la vita e la morte di
migliaia di contadini, soprattutto i più poveri, dipendenti dalle sementi
e dalle ditte che le producono, la vita e la morte per l’appropriazione
del vivente a mezzo di brevetti da parte di gruppi commerciali che diventerebbero
i “padroni delle sementi e della vita organica”. La vita e la morte
nelle mani di un solo potere.
So di aver violato la legge e me ne assumo la responsabilità, così
come mi assumo la responsabilità di essere venuta da voi come una ladra.
Ma se dovessi rifarlo, lo rifarei.
Nonostante tutto, da lungo tempo pensavo di scrivervi queste parole, per lanciare
un ponte tra voi e me. Vogliate credere alla mia sincerità.
Anna Massina
del Collettivo “Faucheurs Volontaires”
St. Antoine l’Abbaye
Jean Van Lierde, pioniere europeo dell'obiezione di coscienza, ha dedicato
la propria vita alle cause di giustizia e libertà
di Sam Besemans *
Ho incontrato Jean Van Lierde (JVL) quando avevo 16-17 anni nella sua casa in
rue du Loriot a Watermael-Boitsfort, una via parallela a quella dove abitavo
io.
Fu mio padre, commissario di polizia ed ex combattente della seconda guerra
mondiale, a consigliarmi, quando gli comunicai il mio desiderio di diventare
obiettore di coscienza, di contattare JVL, il principale protagonista della
lunga lotta politica per il riconoscimento in Belgio del diritto all'obiezione
di coscienza (OC) al servizio militare, che arriverà nel 1964 alla promulgazione
della legge.
Grazie, Jean, per questa lunga battaglia che ha richiesto molti sacrifici personali,
poiché non hai arretrato dinanzi alle dure prove dei processi militari,
la prigione ed il lavoro come obiettore di coscienza nella miniera di carbone
tristemente celebre di Marcinelle. Queste prove hanno permesso di mobilitare
l'opinione pubblica ed il mondo politico, ed hanno iniziato il lungo dibattito
parlamentare dal 1949 al 1964. Ciò dimostra che è stato necessario
molto tempo per cambiare lo spirito dell'epoca del dopo-guerra che era ancora
molto patriota nel senso deteriore di “patria armata„; era anche
l'epoca della guerra fredda e della crisi della Corea durante la quale il servizio
militare in Belgio durava circa due anni.
Fin dai miei 17 anni, mi nutro di libri e riviste pacifisti che compero alla
libreria “la sterlina africana„. Questa libreria, specializzata
su tematiche africane, aveva stranamente un settore di libri sull'antimilitarismo,
il pacifismo e l'obiezione di coscienza oltre alle riviste del MIR (movimento
internazionale della riconciliazione) ed il bollettino IRG (internazionale resistenti
alla guerra), . Questa libreria aveva come proprietario un certo Jean Van Lierde...
Per ritornare alla casa di rue du Loriot a Watermael-Boitsfort, non c'era soltanto
JVL che vi incontravo ma anche i suoi quattro bambini (Véronique, Etienne,
Geneviève e Pierre) e Claire Audenarde, la moglie di Jean e la sua compagna
fedele di strada. È Claire che ha sostenuto Jean nella sua decisione
di affrontare i tribunali militari e la prigione, e che ha contribuito a condurre
la campagna di sostegno agli obiettori di coscienza durante la sua detenzione.
Il nome di JVL è anche associato alla Casa per la Pace di rue Van Elewyck
a Bruxelles di cui lui si è assunto la gestione fino ad oggi.
Questa grande casa, comprendente un bel giardino sul retro, è stata acquistata
nel 1969. Mi ricordo di averla visitata proprio al momento dell'acquisto con
Jean, il barone Antoine Allard e l'abate Paul Carette, il trio che ha permesso
l'acquisto, essendo Jean il responsabile dell'operazione e gli altri due mecenati
pacifisti provenienti da famiglie ben agiate.
È con JVL che parteciperò a riunioni internazionali del IRG, l'internazionale
dei resistenti alla guerra, di cui Jean era all'epoca tesoriere internazionale
(la corretta e precisa gestione finanziaria è sempre stata un punto fondamentale
per Jean); siamo così partiti insieme nel 1974 al Consiglio della WRI
che si teneva in Italia, a Rivoli, nei pressi di Torino, (per la cronaca è
in occasione di questo viaggio in Italia che ho incontrato Carla che sposerò
più tardi), o anche in Germania o alla triennale del IRG a Noordwijkerhout
nei Paesi Bassi ed a Sonderborg in Danimarca.
Attraverso questi contatti internazionali è nata all'inizio degli anni
`80 l'idea di creare l'Ufficio europeo dell'obiezione di coscienza, in sigla
BEOC, uno strumento pluralistico di pressione politica specializzata nelle istituzioni
europee, come il Consiglio d'Europa (in particolare l'assemblea parlamentare,
il Comitato dei ministri ed il centro europeo della gioventù), l'Unione
europea (all'epoca ancora “Comunità europee„), in particolare
il Parlamento europeo, e la tribuna europea della gioventù.
Fra i fondatori del BEOC appaiono: Jean Van Lierde, che sarà il primo
presidente; i parlamentari europei Maria-Antonietta Macciocchi e Ernest Glinne;
giuristi tali Hein Van Wijck, senatore onorario dei Paesi Bassi, il prof Claudio
Zanghi (esperto presso il Consiglio d'Europa); Gerd Greune, presidente del movimento
pacifista tedesco DFG-VK (attuale presidente del BEOC), Mao Valpiana del Movimento
Nonviolento (Italia), Maurizio Montet dell'Unione pacifista (Francia), ed infine
il sottoscritto servo umile che diventerà il primo segretario generale
del BEOC.
Grazie al BEOC, abbiamo potuto organizzare anno dopo anno nel centro europeo
della gioventù del Consiglio d'Europa a Strasburgo ed a Budapest delle
riunioni di obiettori di coscienza di tutta Europa, anche quelli di Europa centrale
dopo la caduta del muro di Berlino. Il primo simposio sulla OC organizzato al
Consiglio d'Europa del 22 al 27 ottobre 1984 è stato del resto aperto
da Jean Van Lierde che vi ha fatto una relazione magistrale che illustra le
radici storiche e culturali del OC in tutta l'Europa, passando da Tolstoj ai
quaccheri, ricordando i 25.000 obiettori austro-tedeschi eliminati dai nazisti
o ricordando la repressione staliniana senza dimenticare di dire che Lenin aveva
firmato un decreto in favore dell'obezione in Unione sovietica.
Il BEOC ha fatto progredire il diritto all'obiezione, ottenendo molte risoluzioni
del Parlamento europeo e del Consiglio d'Europa oltre al progetto di costituzione
dell'UE che evoca il diritto alla OC.
Un'altra campagna significativa del BEOC è stata quella negli anni 80
e 1990 a favore degli obiettori greci. Il lavoro del BEOC ha contribuito a fare
riconoscere in molti paesi dell'Europa centrale ed anche in Russia il diritto
alla OC, sia nei testi delle leggi, o anche nella costituzione.
E voglio concludere con una citazione del pensiero di Jean che dice: “la
coscienza è l'ultimo rifugio contro tutti i totalitarismi„.
* Vicepresidente dell'Ufficio europeo dell'obiezione di coscienza
Intervento al convegno Mundaneum, 11 marzo 2005.
La morte di un obiettore
Jean Van Lierde è morto venerdì 15 dicembre 2006 all'età
di 80 anni.
Resistente contro il fascismo, militante pacifista, combattente contro il colonialismo
e per la libertà popoli oppressi, oppositore del capitalismo e dello
stalinismo: Jean Van Lierde era un vero OBIETTORE che ha sposato tutte le principali
battaglie di civiltà del XX° secolo.
La sua testimonianza pionieristica e tre detenzioni in carcere imposero la prima
legge belga per l'obiezione di coscienza. Obiettore contro tutti i poteri stabiliti,
Jean Van Lierde era un cristiano impregnato delle idee anarchiche; cattolico
praticante era realmente aperto agli appartenenti ad altre correnti di pensiero:
protestanti, liberi-pensatori, buddisti, musulmani.
Passatore di frontiere per i disertori francesi ed i militanti del Fronte di
Liberazione Nazionale durante la guerra dell'Algeria, accompagnatore di tutti
i dirigenti congolesi alla ricerca della loro indipendenza, collaboratore di
Patrice Lumumba, senza dimenticare il Vietnam, la Palestina e mille altre giuste
cause, Van Lierde non si è mai risparmiato.
Abbatteva le frontiere ideologiche e filosofiche, riuniva credenti ed atei,
associava ebrei, musulmani e cristiani, aveva amici socialisti, democristiani,
liberali, regionalisti valloni e nazionalisti fiamminghi e faceva collaborare
moderati e rivoluzionari per salvare un dissidente o un profugo politico.
Il suo attivismo accanito non gli impedirà di pensare con rigore intelletuale
ed obiettività riconosciuta e per questo diventerà rapidamente
un'autorità incontestata nel mondo socio-politico del Belgio: per 25
anni sarà il Segretario Generale del CRISP (centro di ricerca e d'informazione
socio-politica).
Fino agli ultimi giorni, Jean Van Lierde, fedele ai suoi valori, resterà
attento alle sorti dell'uomo e dei popoli in lotta per la libertà e per
la loro liberazione. Intellettuale dalle forti convinzioni, fu anche uomo del
dialogo, aperto sempre ad ogni confronto e discussione.
Il futuro della Palestina e di Israele sono comuni.
Il processo di pace cresce sul terreno della democrazia.
Di Lorenzo Porta
Nel corso dell'estate 2006 i nonviolenti si sono confrontati a proposito della
redazione dell’appello contro il riarmo nucleare promosso da padre Alex
Zanotelli. Giustamente state accolte modifiche sul nesso democrazia–nucleare
che volevano sottolineare l’obiettivo della messa al bando di quegli armamenti
per tutti gli stati, ma al contempo denunciare il fatto che questi armamenti
diventano una minaccia ancora più incombente quando a dotarsene sono
paesi che non hanno un’opposizione interna in grado di controllare, agire
e denunciare. Questo non significa sottovalutare la pericolosità della
dottrina sviluppata dal Pentagono in questi anni sulla questione nucleare che
va sotto il nome di Doctrine for Joint Nuclear Operations del 15 marzo 2005,
una specificazione del documento Nuclear Posture Review (Revisione dell’impostazione
in materia di armamento nucleare) denunciata da un gruppo di Fisici di S. Diego
già da più di un anno. Ma al contempo queste scelte trovano voci
che si oppongono, le notizie circolano e le elezioni di mid-term costituiscono
un forte ostacolo alla politica bellicista dell’attuale amministrazione
americana e alle disastrose scelte di intervento militare in Iraq. Questo purtroppo
non accade in paesi dittatoriali dove l’opposizione interna si trova isolata,
perseguitata, dove i diritti umani non sono rispettati. Ciò avviene in
Iran, in Siria e anche in Arabia saudita per limitarci al Medio Oriente. Affermare
ciò non significa mostrare il fianco al teorema neo-con e teo-con di
esportazione della democrazia “vera”, ma sviluppare una politica
di sostegno reale a quelle formazioni aperte, laiche esistono in quei paesi
e in esilio, ma che non possono operare perché schiacciate dall’eterna
emergenza della lotta all’altrettanto “eterno nemico sionista”.
Ritorno all’appello antinucleare e dico che mi sono associato alle osservazioni
di Giuliano Pontara e Mao Valpiana che chiedevano una chiara denuncia delle
posizioni del Presidente iraniano sulla cancellazione dello Stato sionista e
sul reiterato insulto della memoria storica di un popolo attraverso il negazionismo,
cioè la messa in discussione dello sterminio ebraico. Se non si è
tempestivi su questi punti, non possiamo nemmeno lontanamente realizzare qualsiasi
intervento di mediazione credibile. Intanto in Iran le organizzazioni delle
donne sono messe a tacere, così come oggi le forze della primavera libanese
sono continuamente minacciate dal partito fondamentalista sciita Hezbollah,
tradizionalmente finanziato dall’Iran, paese non arabo a maggioranza sciita
e sostenuto dalla Siria a maggioranza sunnita (c’è chi non vuole,
a partire dal presidente libanese, che si costituisca un tribunale internazionale
dell’Onu che giudichi le violenze e gli attentati del periodo 2004-2005.
(vedi Asia News, novembre 2006).
Dico questo perché quell’appello è stato colto nella fase
della sua ultimazione da una guerra che nessuno di noi aveva previsto di questa
virulenza. Dopo sei anni dal ritiro di Israele dal Libano, nel periodo Barak,
Hezbollah aveva guadagnato posizioni importanti, aveva allestito i bunker nel
sud del paese sotto gli occhi delle poche unità dell’UNIFIL, da
cui sono stati lanciati 4000 missili, molti dei quali modificati a grappolo,
come ha denunciato Amnesty International nel suo report. E già questo
può costituire materia di riflessione anche sulle capacità ancora
scarse di monitoraggio preventivo delle organizzazioni nongovernative in supplenza
ai vuoti delle istituzioni. Anche Israele ha fatto uso di bombe a grappolo e
di mine letali come Human Right Watch aveva denunciato e Kofi Annan ribadito.
Affermare che Nasrallah ha intenzionalmente scatenato la guerra con i rapimenti,
il lancio di missili e l’uccisione di 8 persone non significa essere filoisraeliani,
così come denunciare con forza i bombardamenti massicci di Israele sul
territorio libanese che hanno colpito civili non significa essere dalla parte
di Hezbollah, che come è noto da sempre ha condotto un tipo di guerra
che si fa scudo dei civili per le sue azioni militari. Non si tratta di praticare
una fredda equidistanza, ma di accogliere le sofferenze delle parti, compresa
la popolazione del nord della Galilea ( con la più alta presenza di palestinesi
con cittadinanza israeliana) in Israele colpita e minacciata dai missili di
Hezbollah.
Le vicende della guerra si sono abbattute come un macigno sulla condizione palestinese.
In quel periodo i palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane avevano prodotto
un documento importante sul riconoscimento dell’esistenza di Israele che
il presidente Abu Mazen caparbiamente stava sottoponendo ai ministri di Hamas.
Mentre l’ala politica della formazione fondamentalista discuteva, la sua
compagine militare decideva di intensificare il lancio di missili Kassam sul
territorio israeliano e di attuare il rapimento di un soldato. I morti palestinesi
sono stati più di trecento da giugno ad ora fino all’ultima terribile
strage compiuta dai militari israeliani a Beit Hanun. Il problema che pongo
è quello di vedere questo tragico conflitto collocato in un contesto
tremendamente a rischio, dove la guerra sbagliata in Iraq ha fortemente aumentato
il livello di violenza, non più con le categorie dicotomiche che separano
i paesi imperialisti da una parte e quelli anti-imperialisti dall’altra.
Credo che le leadership iraniane, il partito Hezbollah con la sua politica assistenziale
foraggiata dai petrodollari non sia un’alternativa alla politica statunitense,
ma costituisca un esempio di rivalità mimetica (per usare un’espressione
di René Girard) sia pure su scala ridotta, con la superpotenza americana.
L’appello sulla guerra in Libano che quest’estate è stato
diffuso da alcuni dei promotori dell’appello antinucleare risente di questa
impostazione dicotomica: denuncia le violenze di una sola parte. Così
anche l’altro appello sulla missione in Libano, cui partecipa attivamente
l’Italia, con tutti quei distinguo che contiene, in qualche modo vuol
fare intendere che la missione è sbilanciata a favore di Israele. Mentre
mi sembra che la questione centrale sia che per la prima volta l’Italia
e l’Europa in qualche modo si muovono, anche se in ritardo, per bloccare
un conflitto che prosegue da anni e sarebbe continuato senza alcun intervento.
Il problema che pongo con forza è questo: tutti coloro che in questi
anni si sono impegnati nel mantenere contatti con associazioni, organizzazioni,
persone e personalità che in quell’area si battono per un reale
riconoscimento reciproco, che conoscono i potenti mezzi dei sabotatori di tutti
quegli sforzi importanti per giungere ad accordi possibili, hanno o non hanno
sostenuto l’efficacia politica e non solo educativa e culturale di contatti
trasversali, di rafforzamento di quelle espressioni della società civile
che si battono per una reale democratizzazione dei paesi medio-orientali e per
denunciare le violazioni dei diritti umani della democrazia israeliana? Hanno
svolto una notevole mole di lavoro e duratura solo, così, per sollevarsi
il peso della coscienza o credono che una politica credibile passi attraverso
il riconoscimento dell’esistenza dello Stato israeliano in confini sicuri
(ricordo che Israele è un quattordicesimo dell’Italia come superficie
con il cono sud del deserto del Neghev poco abitato) e la realizzazione di uno
Stato palestinese che possa reggersi autonomamente su un’economia reale
e non su finanziamenti che condizionano pesantemente le sue scelte (vedi i finanziamenti
dell’Arabia saudita ad Hamas con i quali svolge un’attività
assistenziale, che non punta all’autonomia economica dei soggetti attraverso
la craezione di professionalità diffuse).
Organizzazioni come Betselem, che opera nel campo dei diritti umani, Nevè
Shalom/Wahat al salam, il villaggio che negli anni ha lavorato con gruppi ufficialmente
nemici per praticare strade di duraturo contatto e che offre una scuola interculturale
bilingue. Con loro a Firenze abbiamo svolto numerose iniziative cittadine coinvolgendo
diversi gruppi, il Centro di Documentazione Sociale e il Corso di Operazioni
di Pace dell’Università di Firenze.
Mi riferisco anche al lavoro che Angela Marasso conduce con metodi interattivi
sulla comprensione di quel conflitto. Si tratta solo di lavoro educativo che
non osa esprimere una valenza politica? Non credo. Ma ancora in Israele vi è
una rete di scuole con programmi interculturali Hands in Hands e Open House
che promuovono in forme diverse contatti tra le parti a partire dalla formazione
culturale dei bambini e dei giovani. Il Parent circle forum che coinvolge parenti
delle vittime di questo conflitto di tutte le parti il cui Presidente Hitzhak
Frankenthal ha svolto iniziative che hanno prodotto e tuttora producono forti
pressioni a livello istituzionale per dirimere questioni conflittuali come per
esempio la presenza dei coloni ad Hebron. Ma purtroppo uomini e ragazzi –bomba
fanno più notizia di tutte queste iniziative! Nel 2002 Il sindaco Veltroni
aveva cominciato a mappare le organizzazioni dell’area che si muovono
nella direzione del contatto in un periodo fosco della seconda Intifada. Mi
sembra che il lavoro sia stato un po’ abbandonato. Come è noto
l’amico Mubarak Awad, incontrato a Berkeley recentemente ad un incontro
organizzato dal rabbino Michael Lerner di Berkeley, si è sempre mosso
nella direzione bilaterale e fu espulso agli inizi dei ’90 da premier
israeliano Shamir. Dall’anno scorso il Mouvement pour une alternative
nonviolente, coordinatore J.M. Muller, ha lanciato un progetto che va in questa
direzione. Mi rivolgo ai gruppi che hanno svolto azioni di interposizione come
i berretti bianchi e altri come Operazione Colomba: uniamo le forze nel programmare
le azioni e gli interventi, costruiamo corsi di addestrarmento in cui ci sia
spazio anche per chi ha accumulato un’esperienza sul campo, non solo alla
luce del conflitto, ma perché è andato in quei luoghi per imparare,
per capire le radici ebraiche del messaggio cristiano, per vedere quanta storia
di intrecci, sovrapposizioni e tensioni esprime la bellezza del Muro Occidentale,
sovrastato dalla spianata delle Moschee della Roccia e di Al Aqsa. Gli interventi
sacrosanti per difendere i diritti dei palestinesi acquistano più forza
se l’intervento nel suo complesso esprime comprensione e sostegno alle
due parti. Un approccio come quello di Michael Lerner, espresso nel suo appello
di quest’estate, che con Bruno Segre (pres. Amici di Neve shalom/Was –Italia
e direttore della rivista Keshet) e gli amici di Peace Reporter abbiamo diffuso
ha raccolto l’interesse di Mao Valpiana, Candelari, Giannini, di Angela
Marasso, ma ha lasciato freddi altri attivisti tra cui gli amici Baracca e Navarra
e altri dei movimenti nonviolenti.
Questo conflitto diventa la palestra per lanciare giudizi pesanti che non fanno
che accrescerlo ed è scoraggiante che ciò provenga dalle cosidette
terze parti. Definire guerra partigiana, la guerra di Hezbollah, un giudizio
espresso da Lidia Menapace, persona che stimo molto e di grande aiuto alla causa
della pace, nel periodo della guerra tra Libano e Israele è un esempio
di questa impostazione dicotomica che fa fare passi indietro ad un autentico
processo di pace che su basi nonviolente vuole affrontare le sfide attuali.
Come anche paragonare Hezbollah ai viet-cong, come ha fatto Galtung in un suo
intervento. Senza nulla togliere alla sua figura di indispensabile studioso
della mediazione, da cui tutti abbiamo imparato e continuiamo ad imparare qualcosa.
Quando si va poi sul campo a costruire le relazioni paghiamo prezzi di unilateralismo,
che depotenziano il nostro lavoro.
Concludo questo punto segnalandovi un dibattito di ben 39 anni fa che è
stato documentato da Gabriella Mecucci sulla rivista Nuova storia contemporanea,
del 2002, n° 3, maggio-giugno.
Ci riporta la storia di un appello che nel 1967 all’epoca della guerra
dei sei giorni Lucio Lombardo Radice diffuse dalle colonne dell’Unità.
Era il periodo in cui il Pci, influenzato dalle scelte dell’Unione sovietica,
cominciava, non senza contrasti interni, ad adottare la linea di considerare
antimperialista la politica dei paesi arabi e imperialista quella di Israele.
Lombardo Radice costruisce un appello che afferma apertamente il riconoscimento
dell’esistenza di Israele, ma definisce “espansionismo strategico”
la condotta dello stato di Israele. Diffonde il testo a molti intellettuali
di area comunista e cattolica e anche ad Aldo Capitini. Quest’ultimo non
firmerà l’appello e come sempre argomenterà la sua posizione.
Non si può definire espansionismo quello israeliano: “ mi sembra
alquanto irreale, pensando ad un popolo di poco più di due milioni e
mezzo di abitanti in mezzo a 50 milioni di avversari”. Come poco si ricorda
i territori occupati allora erano sotto il comando Giordano compresa Gerusalemme
est ( dal 1949 al 1967) e poi furono conquistati da Israele con la guerra dei
sei giorni. Esprime un giudizio molto netto sulle “forsennate hitleriane
minacce di Nasser”, che non ritiene un anti-imperialista. Capitini tentava
di introdurre un approccio allora che si smarcasse dalla visione bipolare del
mondo. Lui era profetico, noi oggi con molto meno sforzo lo possiamo fare.
Le reti di solidarietà sociale
Gli effetti della polverizzazione e della divisione dei lavoratori attraverso
la deregolamentazione e le forme contrattuali più precarie ha prodotto
una gestione del tempo difficile e ha reso quanto mai rare le esperienze di
solidarietà sociale per il miglioramento collettivo, che costituiscono
un cemento per la società. Prevalgono gli egoismi sociali e chi fa la
voce grossa anche con mezzi violenti (taxisti in particolare, farmacisti, professionisti)
rischia di ottenere risultati. Il dibattito sulla finanziaria lo ha dimostrato.
I luoghi di elaborazione dell’alienazione in una società che vuole
basarsi sul consenso, le assemblee sindacali o dei lavoratori per esempio, sono
spesso luoghi di contrattazione di interessi corporativi e manca il confronto
continuo con un progetto di società aperta, che discute di un modello
sviluppo non dipendente dalle energie non rinnovabili, che si apre alle soluzioni
tecniche che già ci sono ( fonti energetiche di transizione, gas e poi
solare, idrogeno) ma che incontrano gli ostacoli più grossi nelle corporazioni
petrolifere e nel drenaggio di tasse per lo stato che ne consegue. Nella bilancia
commerciale italiana la fornitura di greggio iraniana è una voce fondamentale.
Ecco un aspetto della crisi medio-orientale che merita approfondimento anche
ai fini di una soluzione dei conflitti. Cosa centra questo con la pratica della
nonviolenza? Molto! Quando nel mondo del lavoro ti trovi con più di quaranta
contratti diversi e le sale assembleari si presentano visualmente composte da
una serie di capannelli che corrispondono ai diversi contratti applicati, la
forza che si può dispiegare risulta indebolita.
Si può invitare dall’esterno ad obiettare alla produzione militare,
si possono invitare i tecnici e gli ingegneri a fare obiezione di coscienza,
ma i risultati saranno magri. Alberto Castagnola, ottimo animatore della campagna
“control arms” sulla riduzione del commercio delle armi leggere
ci conferma che lotte in corso per processi di riconversione dell’industria
bellica non ce ne sono. Ritengo che la questione sociale e la costruzione dei
tessuti di solidarietà per una società autenticamente democratica
ovunque , negli uffici, nelle scuole, nelle università sia una questione
centrale. Altrimenti l’aggiunta nonviolenta dei Corpi civili di pace,
della riduzione e controllo forte del commercio delle armi e anche la stessa
campagna antinucleare rischia di non incardinarsi nelle pratiche di vita quotidiana
delle persone. Non è un arretramento o un discorso economicista, ma vuole
essere un richiamo a coniugare i nostri grandi obiettivi con la concreta che
viviamo. In questo senso noto che senza una difesa delle regole e della legalità
non ci può essere aggiunta nonviolenta. Ritengo che la tensione etica
che esprime una progettualità nonviolenta non posso essere racchiusa
in un partito. Ritengo che il rafforzamento di una rete delle realtà
nonviolente in tutto il tessuto sociale non solo di denuncia di ciò che
avviene sul territorio, ma anche sul terreno che ritengo centrale del lavoro
e della creazione di capacità lavorative che reggano le sfide attuali
sia importante. Mohamad Yunus ha avuto il Nobel per la pace, egli ha cercato
di praticare progetti costruttivi che sottraggono manodopera schiava ai rakets
attraverso un’accorta politica del credito all’interno dei sitemi
capitalistici. I microprogetti che hanno finanziato nel mondo non sono certo
nel settore degli armamenti. Questa attitudine pragmatica a smarcarsi dalle
corporazioni, dagli apparati disciplinari per una società progettuale
decentrata è quanto mai importante. Rete, progetto costruttivo e controllo
sono elementi fondamentali di una politica che si ispira alla nonviolenza.
Penso che questo presidio all’interno della società civile che
ci eviti di fare i nonviolenti della domenica, che fanno grandi affermazioni
negli week end, ma poi il lunedì mattina non sanno come affrontare le
contraddizioni nella realtà del lavoro, sia quanto mai salutare. Ma ci
vuole una rete di sostegno che raccolga ed amplifichi queste resistenze: oggi
il sindacato fatica a farcela e anche i nonviolenti stentano ad incidere su
queste forme autoritarie di gestione.
Concludo: senza queste reti di solidarietà, lo facevo notare a Tonino
Drago a commento del suo interessante libro sulla difesa popolare nonviolenta,
è difficile riuscire a realizzare i corpi civili di pace, un obiettivo
che si fonda su un notevole allenamento alla solidarietà sociale per
una società dialogica, rispettosa dei diritti umani e dell’ambiente.
* Università di Firenze
Sociologia dell’educazione alla pace
Sono recentemente rientrato da un ennesimo viaggio in Medio Oriente dove la
situazione peggiora di settimana in settimana, pur tra evidenti segni di speranza.
Questa volta, ho voluto includere brevi visite anche in Giordania, Siria e Libano.
In quest'ultimo paese, nonostante la guerra imposta da Israele e la conseguente
distruzione, chiaramente visibile per chi proviene dalla Siria via terra, la
gente è intenta a sgomberare le macerie e ricostruire le proprie case.
Anche alcune strutture pubbliche, come ponti e strade, sono in via di rifacimento.
Interiormente, però, molti (compresi i pochi quaccheri - di solito ottimisti
- e la loro scuola a Brummana, con circa 1000 alunni, sulle alture di Beirut)
incominciano a sentire una certa stanchezza, mentre il delicato e complicato
equilibrio politico libanese sembra indebolirsi oltre misura.
Attraversando Israele dal nord fino a Gerusalemme, non si può non sentire
anche lì uno stato di malessere o imbarazzo che spesso si trasforma in
una chiusura mentale poco edificante. Neanche gli ultra-conservatori ebrei osano
più parlare pubblicamente della loro visione profetica della 'grande
terra promessa'.
Qualche spiraglio di speranza è risultato dalla sesta conferenza internazionale
di Sabeel (Centro ecumenico della teologia di liberazione a Gerusalemme), cui
ho partecipato, dedicata, questa volta, alle dimenticate minoranze cristiane
in Palestina. I quaccheri palestinesi e le loro strutture scolastiche di Ramallah
sostengono l'impegno per la pace e i diritti umani di Sabeel (in arabo: la Via).
Circa 200 persone provenienti da una trentina di paesi (purtroppo però
uno solo dall'Italia!) affiancati da altri 300 residenti locali, compresi una
cinquantina di organizzatori/referenti ecc. di tutte le chiese cristiane presenti
in Palestina, hanno trascorso insieme una settimana visitando e ascoltando molte
comunità, ad iniziare da Gerusalemme e spostandosi mano mano in altre
zone, tra cui Betlemme, Jerico, Ramallah, Galilea e Nazaret. Organizzare una
serie d'incontri in tutti questi posti, spostando centinaia di persone quasi
tutti i giorni, con tantissimi ostacoli, check-points, alloggi diversi ecc.,
ha procurato serie difficoltà logistiche ai responsabili, anche perchè
durante quello stesso periodo ci sono stati circa 80 morti e i militari israeliani
erano presenti ovunque, perfino a Betlemme. Secondo me, però, gli organizzatori
se la sono cavata brillantemente!
Tra i punti salienti desidero sottolineare gli studi biblici del noto scolaro
coranico, Kenneth Cragg, su tre parabole spiegate alla luce del contesto culturale
palestinese attuale e le danze del famoso gruppo teatrale Bara'em El Funoun.
Il gruppo (composto esclusivamente da giovani volontari) alla fine della sua
rappresentazione nel maestoso Palazzo culturale di Ramallah, ha anche lanciato
un vigoroso appello per il boycott di prodotti israeliani (sostenuto ormai da
oltre 200 organizzazioni in Palestina e altrove). I giovani del gruppo sono
convinti che una tale azione nonviolenta di massa potrà avere successo,
come avvenne per il Sud Africa, contro l'apartheid.
Durante l'intera settimana si nutriva un forte sentimento che se tutti sognano
la fine dell'occupazione israeliana come condizione essenziale per l'indipendenza
della Palestina, le misure attuali di repressione (soffocamento economico, confisca
delle terre, il muro di annessione e la risultante frammentazione del West Bank,
con la costruzione/espansione di nuovi insediamenti) stanno erodendo qualsiasi
possibilità di soluzione al conflitto, sulla base di due popoli, due
stati. Attualmente molti osservatori indipendenti, palestinesi e israeliani
compresi, collocano la questione Palestina-Israele in un contesto più
ampio, secondo l'idea espressa anche da Jahan Galtung: una specie di federazione
medio orientale. Questo sembra essere certamente il punto di vista dei pochi,
ormai, cristiani rimasti in Palestina (meno del 2%), ma decisi a non mollare
e collaborare con elementi moderati musulmani per costituire una voce profetica
nuova verso una giustizia sociale accettabile, una pace garantita e una riconciliazione
possibile.
Per chi vuol saperne di più: www.sabeel.org .
L'ultima settimana del mio soggiorno l'ho passata insieme ad altri volontari
alla Tenda delle nazioni, Nahalin/Betlemme, dando una mano a raccogliere olive,
potare e piantare alberi da frutta. Questo progetto, abilmente diretto da Daoud
Nassar, sostenuto dalla sua famiglia, altri piccoli proprietari confinanti e
tanti amici in molti paesi, porta avanti dal 1991 una campagna per legittimare
il diritto di proprietà che i coloni israeliani non vogliono riconoscere.
Essi, infatti, hanno cercato a più riprese di confiscare la terra (in
totale circa 120 ettari), intervenendo con potenti bulldozers per tracciare
strade ed eventualmente costruirvi un nuovo insediamento (ce ne sono già
4 intorno!). Da quando, però la terra è coltivata, gli israeliani
non sono più intervenuti, almeno non con macchinari. Ecco, dunque la
necessità della presenza continua di attività sul posto, cosa
possibile grazie anche a volontari internazionali, i quali sono sempre benvenuti.
Alcuni giovani europei hanno scelto questo progetto per svolgere il loro servizio
civile. Finchè la Corte suprema israeliana non si pronunci definitivamente,
non si possono, purtroppo, costruire strutture permanenti per evitare l'ordine
di demolizione da parte del comando militare locale che protegge i coloni. Diverse
attività vengono organizzate, soprattutto d'estate, per bambini, giovani;
laboratori artistici, campi studio-lavoro, corsi di formazione per le donne,
ecc.
Ulteriori informazioni:
, www.tendofnations.org .
Franco Perna
25080 Padenghe sul Garda
E-mail: