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- Le strade sono tante la nonviolenza e' il cammino
- Aldo Capitini: intelligenza del presente e profezia dell'impegno
- Mai piu' eserciti e guerre
- Le guerre di oggi
- Disarmo unilaterale in kurdistan
- Oltre l'Italia armata
- L'alternativa nonviolenta alla guerra
- Abolire gli eserciti e la pena di morte
- La commozione affiora dai sotterranei della storia
- Marciando in colloquio corale
- Il giubileo degli oppressi... un millennio senza esclusi
- Dichiarazione conclusiva del primo incontro nazionale
della rete lilliput
- La "santa" vocazione di imbracciare le
armi
- Musica
- Islam
- Cinema
- Libri
Le strade sono tante, la nonviolenza è il cammino
di Mao Valpiana
Il bellissimo e caldo sole di fine estate era tutto per noi.
Siamo arrivati a Santa Maria degli Angeli alle 3 del pomeriggio, accolti
da Imagine di John Lennon… La piazza si è riempita fino a
contenere tutti i marciatori (quanti? Certamente più di 3000 alla
conclusione, e forse 5000 durante tutte le varie fasi della giornata).
La Marcia nonviolenta è andata nel migliore dei modi. L'obiettivo
di raccogliere insieme quanti, in modo singolo o organizzati, lavorano
per la nonviolenza, è stato raggiunto; il corteo era pieno di bella
gente, tantissimi giovani.
Qualche giornalista mi ha chiesto: "C'è qualche autorità
presente alla Marcia?".
La mia risposta spontanea è stata: "Sì, ci sono tremila
autorità".
In effetti è stata una Marcia di coscienze. Assenti striscioni
e bandiere di partiti, si vedevano solo cartelli scritti a mano….tutti
sentivano che era una Marcia libera, senza condizionamenti, spontanea
e partecipata. Certamente Capitini ha apprezzato questa Marcia. Come lui
voleva non si sono sentiti slogans, ma solo qualche canto, e tanti dialoghi
tra i marciatori. E' stata una vera assemblea itinerante.
I primi marciatori nonviolenti sono arrivati a Perugia fin dal giorno
precedente, per partecipare al mattino al Convegno della Fondazione Capitini
(nel corso del quale è stato presentato il nuovo cdrom e proiettato
il film della prima marcia del 1961), alla tavola rotonda del pomeriggio
organizzata dal Mir su religioni e nonviolenza, e alla veglia serale di
meditazione e preghiera. Tre importanti occasioni per prepararsi adeguatamente
alla Marcia.
La domenica mattina, ai Giardini del Frontone, Daniele Lugli per il Movimento
Nonviolento, e Luciano Benini per il Mir, hanno letto il Manifesto di
convocazione della Marcia e i 6 punti di impegno per tutti i marciatori.
Poi la Marcia è partita, lungo il vecchio percorso ideato da Capitini,
I partecipanti sono arrivati da ogni parte d'Italia, da Catania e da Torino,
da Gorizia e da Foggia… con i pullman, le macchine e i treni.
Moltissimi i giovani, tantissime anche i volti storici del pacifismo italiano.
La formula della "stazioni" come momenti di riflessione comune,
ha funzionato. A Ponte San Giovanni, a Ospedalicchio e a Bastia ci sono
stati gli interventi su le guerre di oggi (Padre Cavagna e una rappresentante
dei Curdi), sull'Italia armata (la LOC e le Donne in nero) e sulle alternative
nonviolente (la Campagna Kosovo e i berretti bianchi).
Poi alla conclusione a Santa Maria degli Angeli, sullo sfondo della Basilica
e con lo spirito francescano della Porziuncola, è stato emozionante
sentire le testimonianze di due protagonisti storici della nonviolenza
organizzata, Beppe Marasso e Sandro Canestrini.
Inattesi e graditissimi i messaggi scritti pervenuti da Norberto Bobbio
e da Pietro Pinna.
Padre Alex Zanotelli ha trascinato tutti i marciatori con il suo entusiasmo
profetico.
E' stata una Marcia sobria e povera, che dimostra come è possibile
fare belle cose, con tanta gente, senza avere organizzazioni mastodontiche
alle spalle e senza bisogno di spendere centinaia di milioni.
Alla Marcia, che ha avuto il patrocinio della Commissione italiana dell’Unesco,
hanno aderito 120 associazioni, che oggi costituiscono la basa su cui
costruire la futura federazione dei nonviolenti organizzati. Della Marcia
è stata data notizia su Panorama, Manifesto, Liberazione, Avvenire,
Famiglia Cristiana, Rai3, e vari giornali locali.
Grazie a tutte e a tutti i singoli marciatori, per aver contribuito alla
riuscita della Marcia nonviolenta "Mai più eserciti e guerre".
Grazie ai tanti che hanno collaborato per la sua preparazione.
In questo numero speciale di Azione nonviolenta, vogliamo dare un resoconto
completo, e in ordine cronologico, di quanto è stato detto e fatto
durante la Marcia nonviolenta del 2000.
Sono materiali di lavoro per il cammino iniziato…
IL CONVEGNO DI STUDIO
Aldo Capitini:
intelligenza del presente e profezia dell’impegno
A cura di Ornella Faracovi
Si sono moltiplicati negli ultimi anni, non solo per le sollecitazioni
provenienti dagli anniversari – nel 1997 i sessant’anni degli
Elementi di un’esperienza religiosa, il testo che rese noti per la
prima volta alla cultura italiana i termini essenziali dell’impegno
etico-politico capitiniano; nel 1998 i trent’anni dalla morte; nel
1999 il centenario della nascita – convegni e libri su Aldo Capitini.
Basterà ricordare, fra le altre iniziative, il convegno pisano
del 1997, i cui materiali sono usciti a cura di Tiziano Raffaelli nel
fascicolo 1998/10 della rivista “Il Ponte”, con il titolo Aldo
Capitini. Persuasione e nonviolenza; l’incontro perugino del 1998,
dal quale sotto l’egida del Comune di Perugia e della Fondazione
Capitini, e con la cura scientifica di Mario Martini, è scaturito
il quaderno Aldo Capitini, libero religioso, rivoluzionario nonviolento;
i due convegni, perugino e torinese, del 1999; nonché il recente
volume di A.Vigilante, La realtà liberata. Escatologia e nonviolenza
in Capitini, Foggia, Edizioni del Rosone, 1999. Nel nostro difficile presente,
divenuta irreversibile la crisi di antiche certezze, viene facendosi largo
l’esigenza profonda di ripensare i temi di fondo del nostro vivere,
del senso dell’esistere individuale, del suo rapporto con le dimensioni
dell’etica e della politica. E’ un’istanza che stenta a
trovare grandi punti di riferimento cui ancorarsi: forse è questa
una delle ragioni per le quali a figure ed opere come quella di Aldo Capitini
si torna a guardare con interesse nuovo, anche al di fuori degli ambienti
più direttamente collegati all’eredità della sua esperienza
e della sua elaborazione.
E’ stata dunque una felice idea quella di far precedere la Marcia
nonviolenta Perugia-Assisi del 24 Settembre 2000 da un incontro di studio
dedicato al tema Intelligenza del presente e profezia dell’impegno
in Aldo Capitini, promosso dalla Fondazione Centro Studi Aldo Capitini
in collaborazione con l’associazione Amici di Aldo Capitini. La mattinata
si è aperta con un contributo di Luisa Schippa, presidente della
Fondazione, che ha dato lettura di alcune delle più significative
pagine degli Elementi. Mario Mencaroni, dell’Associazione, ha attinto
ai suoi ricordi di amico e collaboratore di Capitini una viva testimonianza
sulla sua personalità e umanità, rievocandone anche alcuni
tratti privati, come la preziosa ironia, il grande amore per la musica
classica. Nella relazione su La nonviolenza varco attuale della storia,
Matteo Soccio ha illustrato, mettendola anche in rapporto con l’opera
di Gandhi, l’elaborazione del tema della nonviolenza in Capitini,
che in essa coglieva il “punto di tensione più profondo, tesa
al sovvertimento di una società inadeguata”, e ne ha sottolineato
l’attualità, che gli eventi degli ultimi decenni hanno, se
possibile, ulteriormente accresciuta. Dal canto suo, riferendo su Nonviolenza
e politica: criteri dell’azione e dell’impegno, Rocco Pompeo
ha messo a fuoco il particolare rapporto che nel pensiero di Capitini
stringe religione e politica: ancorata la prima nel presente, cui apporta
l’esigenza del trascendimento dei fatti, messi in tensione con il
valore; proiettata la seconda verso il futuro, in una trasformazione infinita
del mondo, nella prospettiva della realtà liberata. Ha così
ricollocato la politica al centro dell’opera di Capitini, sottolineando
come dalla sua capacità di leggere il presente siano scaturite
indicazioni di impegno di largo respiro (antifascismo, laicità,
liberalsocialismo, nonviolenza, democrazia aperta, omnicrazia) ed insieme
comportamenti e azioni concrete (posizione di indipendente di sinistra,
fondazione dei Centri di orientamento treligioso, dei Centri di orientamento
Sociale, del Movimento nonviolento, dell’Adesspi (Associazione difesa
e sviluppo della scuola pubblica in Italia), di “Azione nonviolenta”,
di “Il potere di tutti”, ecc.). In continuità con esse
ha mostrato alcuni grandi temi aperti all’impegno nonviolento di
oggi: la questione democratica, per la democrazia aperta nella prospettiva
dell’omnicrazia; la questione istituzionale, per un processo di riforme
irreversibili nella prospettiva della piena cittadinanza e del ridimensionamento/superamento
delle strutture con essa più contrastanti, come l’esercito
e la burocrazia; la questione politica, per l’avvio di un nuovo potere,
ancorato alla partecipazione e al controllo dal basso, alla solidarietà
civile e sociale, alla discussione della forma-partito; la questione dell’educazione,
della comunicazione e dell’istruzione, per la formazione di cittadini
consapevoli e critici; le leggi per la formazione, per gli accessi alla
comunicazione televisiva, per la costituzione delle forze di pace, dei
caschi bianchi, ecc.
Nel corso della mattinata, è stato presentato il CD Rom Incontro
con Aldo Capitini, promosso dall’associazione Amici di Aldo Capitini
ed edito dal Movimento nonviolento con la cura scientifica di Mario Martini
: uno strumento assai utile per l’approfondimento dell’opera
capitiniana, e dello stato attuale degli studi che la riguardano, da richiedere,
se lo si desidera, ad “Azione nonviolenta”. E’ stata anche
proiettata la copia restaurata del cortometraggio girato nel 1961 in occasione
della prima marcia Perugia-Assisi, che da Capitini fu progettata e guidata:
documento vivo ed emozionante di un grande incontro di popolo, in un’Italia
così diversa da quella nella quale ci troviamo oggi a vivere.
Una occasione, dunque, intensa ed utile, sia dal punto di vista dell’impegno
sui terreni di lavoro che Capitini seppe individuare e proporre, sia in
vista dell’approfondimento della sua figura e del suo pensiero.
Mai più eserciti e guerre
in cammino sulla strada della nonviolenza
Noi riteniamo che esista negli esseri umani una sufficiente riserva di
coscienza, intelligenza e scienza capace di affrontare e comporre con
equità i grandi conflitti di gruppo, evitando così che questi
giungano ad un grado di esasperazione incontrollata fino allo sbocco sanguinoso
della guerra (da rifiutarsi sempre, anche quando venga eufemisticamente
chiamata "umanitaria" e "giusta").
Ci poniamo quindi in antitesi con la politica dominante che, in lacerante
contraddizione col ripudio pressoché universale della guerra, ne
mantiene ben oliato l'apparato portante: l'esercito. Talché, di
contro alle ormai secolari trattative diplomatiche per il disarmo, ne
è sempre sortito l'esatto contrario, la corsa al riarmo, da cui
inesorabilmente, insieme con guerre mondiali, la sequela di “piccole”
guerre sgocciolanti sulla scena terrestre come spiccioli da una tasca
bucata.
Per uscire dal vicolo cieco di siffatta politica schizofrenica e bancarottiera,
si rivela indispensabile che l'avversione puramente verbale alla guerra
sia accompagnata dal rifiuto degli strumenti che la consentono e la producono:
gli eserciti e gli armamenti. Siamo pertanto impegnati ad avviare una
politica di superamento degli apparati bellici attraverso passi reali
ed inequivocabili di disarmo unilaterale: una politica che contro l'idea
nefasta dell'inevitabilità della guerra sappia costruire forme
alternative di prevenzione e risoluzione pacifica dei conflitti (in linea
con la sentenza della Corte Costituzionale n. 164 del 1985 che ha sancito
la piena aderenza della difesa non armata al dettato costituzionale, e
con la legge sull'obiezione di coscienza al servizio militare n. 230 del
1998 che per la prima volta ha istituito la sperimentazione e l'addestramento
alla Difesa Popolare Nonviolenta).
La Marcia intende convocare tutti coloro, singoli ed organizzati, che
lavorano per costruire l'alternativa della nonviolenza. L'occasione della
Marcia, di evidenziazione del pacifismo nonviolento, che si oppone in
modo assoluto alla guerra, potrà anche servire a chiarire e superare
finalmente la via bloccata in cui ancora una volta si sono trovati irretiti
i diversi pacifismi relativi, “sconcertati” e “spiazzati”
di fronte all'Italia di nuovo lanciata in un'avventura bellica, contro
le regole che si consideravano certe ed acquisite una volta per sempre
(art. 11 della Costituzione).
Al contempo marciamo affinché la risoluzione delle controversie
internazionali venga assunta non dalla NATO ma da un'ONU riformata e sia
realizzata con veri interventi di polizia internazionale; anche per questo
sosteniamo l'istituzione di un Corpo Civile Europeo di Pace e contrastiamo
la nascita di un nuovo esercito comune europeo. Marciamo contro tutti
gli eserciti, di leva o professionali, con o senza le donne, e per opporci
al Nuovo Modello di Difesa.
In questo nostro impegno di sviluppo di una politica nonviolenta tesa
ad ulteriori iniziative fra tutti i nonviolenti organizzati, siamo fin
d'ora pienamente confortati dal Manifesto dell'Unesco per l'Anno 2000
(Anno Internazionale per la Cultura della Pace), che segue a sua volta
la deliberazione ONU basata sull'appello lanciato dai Premi Nobel per
la Pace, per la raccolta di impegni personali per la pace e la nonviolenza.
Auspichiamo infine che una qualche voce possa salire all'esterno della
marcia e giungere ad essere intesa nel coro delle celebrazioni per il
Giubileo: e che a suggello di questo, con preminenza sulle tante altre
pratiche di contrizione e di remissione dei peccati, sia posto il pentimento
e la remissione del crimine sommo, quello di continuare, da cristiani,
a preparare con gli eserciti la guerra.
Movimento Nonviolento
Movimento Internazionale della Riconciliazione
Stazione di Ponte San Giovanni
Le guerre di oggi
L’obiettivo di questa Marcia è di spingere l’opinione
pubblica, la politica, il governo, il parlamento, verso l’obiettivo
“Mai più eserciti e guerre”.
Per il momento la realtà del 2000 parla di: circa 50 guerre in
atto nel mondo; milioni di morti per queste guerre ogni anno (quasi tutti
civili); 40.000 bambini che muoiono di fame o di malattie banali ogni
giorno (cifre in crescita!); colonne e colonne di profughi e di emigranti
in fuga dalla guerra e dalla miseria; rilancio dell’industria e del
commercio bellico e perfino delle bombe atomiche, chimiche, batteriologiche;
uranio impoverito già buttato a tonnellate con i missili nella
guerra del Golfo, dell’Iraq e della Jugoslavia… con effetti
disastrosi sugli stessi soldati americani (“La sindrome del Golfo”)
e ora anche sui soldati italiani (vedi Libero del 22, 23 e 24 settembre
e Avvenire del 22 settembre, pag. 7); e si parla di scudo missilistico
atomico spaziale, con costi astronomici, senza una reazione minima né
da parte dell’opinione pubblica, né tanto meno da parte dei
politici.
In tal modo il mondo ha già superato ogni limite di razionalità
umana e siamo in piena follia collettiva planetaria.
Così il fantomatico terzo millennio è cominciato male, malissimo.
Emblematico è il caso della guerra in Cecenia. In questi giorni,
sui giornali si leggono i soliti orrori delle fosse comuni, di esodi biblici,
di profughi, ecc. E l’Italia va a nozze con la Russia, vendendo armi,
facendo piani di esercitazioni militari congiunte.
All’inizio dell’anno, abbiamo fatto quattro mesi interi di digiuni,
a oltranza salvo la vita o a staffetta, con partecipazione di molti gruppi
in Italia e perfino all’estero. Chiedevamo due cose al governo italiano:
1.Una iniziativa chiara e forte dell’Italia per una riforma radicale
dell’Onu per la giustizia e la pace di tutto il mondo;
2.Un appello chiaro, pubblico e pubblicizzato, del governo italiano a
quello russo, perché trasferisca la soluzione della questione cecena
in sede Onu, al fine di ricercarne la soluzione in base ai reciproci diritti-doveri
dell’uomo e dei popoli.
Poi è caduto il governo D’Alema, senza aver fatto nulla del
genere. Abbiamo sospeso temporaneamente i digiuni. Come promotore mi è
parso bene continuare personalmente con una giornata settimanale di digiuno:
il che ho fatto regolarmente dall’inizio di maggio. Anche oggi sono
in digiuno per tale motivo. Poi vedremo…
Intanto si moltiplicano le iniziative di pace, contro eserciti e guerre:
per Bukavu (la guerra in Cingo-Kinshasa): per la Colombia; per i curdi,
ecc. E ora, per la legge finanziaria, per chiedere tagli effettivi alla
spesa militare a beneficio della spesa sociale, a cominciare da un finanziamento
adeguato dei 120.000 obiettori, che hanno presentato domanda di riconoscimento
e precettazione al servizio civile nel 1999. Questa lotta nonviolenta
per una finanziaria di pace ci deve vedere tutti uniti!
Sul “No alla guerra” quasi tutte le persone di buon senso sono
d’accordo.
Sul “No agli eserciti”, quasi nessuno è d’accordo.
Ma volere gli eserciti significa volere la guerra, perché l’esercito
è anello inscindibile del sistema militare che è sistema
di guerra; l’esercito vuole armi sempre più avanzate e, quindi,
vuole la ricerca bellica e, poi, l’industria, il commercio, le spese
belliche e….le guerre! “Finché c’è guerra
c’è speranza” (titolo del film di Alberto Sordi). Tale
è la logica del sistema militare.
Cosa fare per abolire gli eserciti?
Quando si è fatta l’unità d’Italia, si sono pure
aboliti gli eserciti del Piemonte, del ducato di Milano, della Serenissima,
dello Stato Pontificio, ecc. Così pure, da quando si sono fatti
gli Stati Uniti d’America, non si parla più di eserciti del
Texas, della California, ecc. Invece gli europei vogliono fare gli Stati
Uniti d’Europa preparando un esercito mega in più.
Oggi i problemi sono mondiali: occorre una vera politica mondiale, eliminando
tutti gli eserciti del mondo, educando tutti i popoli della terra alla
nonviolenza attiva come hanno chiesto i 20 Premi Nobel per la pace e come
richiede l’art. 11 della nostra Costituzione nella seconda parte,
articolo costituzionale di fondamentale importanza, eppure quasi totalmente
ignorato dai vertici politici nostrani internazionali.
Occorre una riforma radicale dell’Onu, con un Corpo di Polizia Internazionale
alle sue dirette dipendenze e non dell’America o della Nato.
Questa non è utopia. La nonviolenza ha già scritto pagine
storiche magnifiche, salvando, unica, l’onore dell’umanità,
come ha dichiarato Papa Giovanni Paolo II nel messaggio di pace all’inizio
di quest’anno.
Non è utopia!
Al contrario, siamo in ritardo!
Padre Angelo Cavagna Del Gavci
Stazione di Ponte San Giovanni
Disarmo unilaterale in Kurdistan
Come 40 milioni di kurdi, da quando sono nata conosco la guerra. Ho visto
torturare mio padre, ho visto bruciare dai soldati turchi il villaggio
della mia infanzia. Come decine di migliaia di giovani kurdi, sono nata
con un’altra guerra: la guerra di liberazione. Come 60 anni fa in
Italia, nella montagna che si armava contro gli oppressori, è rinata
l’identità, la coscienza, la fierezza di un popolo violentato
e negato. Coloro che spargono il terrore ci hanno chiamati terroristi.
Oggi, insieme al mio popolo, sto imparando che la strada della pace, del
dialogo, del disarmo unilaterale è ancora più difficile,
ma anche più esaltante, di quella delle armi.
Io qui rappresento il primo movimento di liberazione nella storia che
abbia fatto una scelta radicale di rinuncia unilaterale alla violenza
e alla lotta armata, prima ancora di essere legittimato e di conquistare
un qualsiasi tavolo di negoziato. Il più grande partito kurdo,
il Pkk, nel suo ultimo congresso ha deciso di archiviare anche il nazionalismo.
Noi siamo una nazione, nel senso storico-culturale, ma non rivendichiamo
uno Stato-nazione. Non vogliamo creare altri muri e confini: ne abbiamo
già sofferto troppo.
Vogliamo vivere con dignità nella nostra terra, insieme a tutti
coloro che, come me, sono stati costretti all’esodo e all’esilio.
Vogliamo parlare, scrivere e cantare nella nostra antica lingua. Vogliamo
essere kurdi in una Turchia, un Iraq, un Iran e una Siria democratici.
Il Kurdistan esiste ed esisterà, ma non sarà il germe di
un’altra guerra, come è avvenuto nell’ex Jugoslavia.
Senza abbattere le frontiere che ci hanno smembrati, sapremo scavalcarle
pacificamente per proporre democrazia e federalismo in tutto il Medio
Oriente.
Questo è il nostro sogno: una rivoluzione non distruttiva, ma creativa
e pacifica.
In nome di questo sogno collettivo io chiedo a voi, pacifisti italiani
ed europei: perché non ci aiutate a farlo diventare realtà?
Perché non ci aiutate a legittimare, oggi in Italia e domani in
Europa, quello che è oggi il partito della pace in Turchia e nel
Medio Oriente, il Pkk?
Provate a sognare con noi la grande nave che ci riporterà nella
nostra terra: noi profughi ed esuli, insieme a voi.
Perché l’Europa che noi amiamo e rispettiamo, non è
quella dei mercanti della armi che ci massacrano, ma è la vostra
Europa.
Hevi Dilara
Resp. Ufficio informazione del Kurdistan in Italia
Stazione di Ospedalicchio
Oltre l’Italia armata
Le Forze armate italiane, che impiegano 230.000 persone (tra personale
di leva e di carriera), costano allo stato italiano 36.000 miliardi all’anno;
in altre parole potremmo dire che, per ogni militare, lo Stato spende
157 milioni all’anno.
Le risorse dedicate al servizio civile, invece, sono di tutt’altra
entità: 171 miliardi nel 2.000, a fronte delle 108.000 dichiarazioni
di obiezione presentate nel 99; 1,5 milioni per obiettore, dunque!
Questi fondi, in realtà, sono sufficienti solo a pagare le diarie
(6.000 £ al giorno!!!) di 80.000 obiettori e, così dal 1999
migliaia di giovani vengono dichiarati in esubero e congedati, per mancanza
di fondi.
Queste cifre rendono evidente la scelta dei governi succedutisi in Italia
da quando è stata approvata la Legge 230.98: abbandonare il servizio
civile al suo destino e puntare alla professionalizzazione delle FFAA,
in attesa della sospensione della leva militare e la conseguente professionalizzazione
delle FFAA, che viene presentata all’opinione pubblica come un fatto
di progresso.
In realtà, dietro al Nuovo Modello di Difesa, si muovono grandi
interessi politici ed economici; la ristrutturazione della FFAA ed il
nuovo protagonismo militare italiano determinano: l’aumento delle
commesse all’industria bellica per la produzione di armi sofisticate
e costose; l’accesso agli appalti per la ricostruzione, alle materie
prime, ai mercati delle zone “conquistate”; l’incremento
del peso politico della lobby del complesso militare - industriale.
Cosa ancora più grave è che sul Nuovo Modello di Difesa
(progetto voluto dalla NATO, avviato nel 92), in Italia, non si è
mai avviato un dibattito aperto e democratico.
A questa impostazione noi rispondiamo che i conflitti armati si possono
prevenire (monitorando le aree di crisi, sostenendo i soggetti che operano
per il dialogo, annullando il commercio d’armi, sviluppando politiche
di cooperazione economica, realizzando interventi di interposizione nonviolenta)
o se ne può ridurre l'intensità.
In questi anni le iniziative finalizzate ad affrontare i conflitti in
modo nonviolento si sono moltiplicate, coinvolgendo centinaia di obiettori
e di nonviolenti (Operazione Colomba, Beati i Costruttori di Pace, Berretti
Bianchi, Rete Caschi Bianchi; Balcan Team for Peace, Peace Brigade International,
etc.).
Si tratta ancora di esperienze che devono maturare e crescere ma indicano
l’unica strada percorribile per evitare di ricorrere a mezzi che
finiscono per creare danni ancora più gravi di quelli che si vorrebbero
sanare.
In Italia, potenzialmente, ci troviamo in posizione privilegiata per avviare
la sperimentazione istituzionale di modelli di difesa alternativi, infatti
la Legge 230.98 riconosce agli obiettori il diritto alla formazione alla
nonviolenza nell’ambito del servizio civile; la possibilità
di partecipare a missioni umanitarie e di pace promosse da ONG e dall’ONU.
E’ un’opportunità da sfruttare per formare alla nonviolenza
centinaia di migliaia di giovani ed impiegare i più motivati in
progetti internazionali.
Può essere la base per costruire un Corpo Civile di Pace, il cui
scopo sia quello di intervenire nelle aree a rischio praticando alternative
nonviolente.
Purtroppo questa potenzialità rischia di andare sprecata poiché,
come già segnalavamo all’inizio, i Governi D’Alema prima
e Amato poi hanno abbandonato, nei fatti, la corretta attuazione della
Legge 230/98, la quale, senza un adeguato finanziamento, è costretta
a fallire.
Corsi di formazione e missioni internazionali non potranno mai decollare
se i fondi a disposizione dell’Ufficio Nazionale preposto alla gestione
del Servizio Civile non sono sufficienti nemmeno per avviare al servizio
tutti coloro che si dichiarano obiettori!
Il servizio civile è una risorsa enorme e non può essere
lasciata morire per mancanza di risorse.
Mentre lo stato sociale viene smantellato pezzo a pezzo, la spesa militare
è in costante crescita.
E’ necessario invertire questa tendenza, denunciare l’inadeguatezza
dello strumento militare, sostenere l’importanza di percorrere strade
alternative.
Per questo, tra le altre, ribadiamo l’importanza della Campagna di
Obiezione alle Spese Militari, per la Difesa Popolare Nonviolenta (OSM),
invitando tutti ad aderire a questa importante iniziativa nonviolenta,
mirante a ridurre il Bilancio della difesa armata, costituire una difesa
alternativa e nonviolenta, ottenere una legge che garantisca l’opzione
fiscale tra difesa armata e difesa nonviolenta.
Massimo Aliprandini
Per la Lega Obiettori di Coscienza
Stazione di Ospedalicchio
Nonviolenza è una parola al femminile
Oggi siamo qui anche noi, donne in nero, per indicare la centralità
della nonviolenza.
Oggi vogliamo rappresentare le donne in nero di tanti paesi, che hanno
subito la guerra. Le donne della Serbia, del Kossovo, della Palestina
e di Israele. Per quelle donne la nonviolenza è necessità
di vita, testimoniata sotto le bombe o nei campi profughi.
Noi donne in nero agiamo dal 1988, in solidarietà con le nostre
sorelle che subivano violenza e che si ribellavano ai rumori di guerra.
Con il silenzio e i vestiti a lutto, vogliamo essere la voce di chi non
ha voce.
Oltre alla nostra presenza in silenzio e in nero, negli spazi pubblici,
nelle marce e manifestazioni per mostrare il nostro rifiuto della guerra,
della violenza, del nazionalismo, in questi anni abbiamo lanciato campagne
per: chiedere agli uomini di non partire per la guerra, alle donne di
agire per non far partire per la guerra, per fare l'obiezione fiscale
alle spese militari, inviato messaggi di protesta ai paesi membri della
Nato, fatto appelli alle donne nei governi perché non siano complici
della guerra, organizzazione di volontarie (per facilitare relazioni e
rispondere ai bisogni delle donne profughe), nei campi profughi, lanciato
la campagna per la raccolta di fondi per realizzare l'incontro internazionale
di donne organizzato dalle donne in nero di Belgrado con la nostra collaborazione….
Sono tante gocce di nonviolenza che vogliamo far confluire nel mare della
pace.
Giannina Dal Bosco
Portavoce nazionale dell'Assopace e Donne in Nero
Stazione di Bastia
L’alternativa nonviolenta alla guerra
Come Campagna Kossovo per la nonviolenza e la riconciliazione abbiamo
lavorato dal 1993 per trovare possibili alternative al conflitto armato
e per promuoverle, aprendo anche a Pristina, per circa due anni con contributi
finanziari della Campagna per Obiezione alle Spese Militari, una “Ambasciata
di Pace”. Abbiamo cercato di sensibilizzare i nostri politici, a
livello nazionale ed europeo, e l’opinione pubblica sulla gravità
della situazione e sulle possibilità di risolverla senza l’uso
delle armi. Purtroppo non siamo stati ascoltati e c’è stata
una guerra che, non solo poteva essere evitata, ma che ha portato all’inasprimento
degli odi tra le etnie che abitano in Kossovo e che ha reso la loro convivenza
pacifica in questa regione più una utopia che una realtà.
Su richiesta di vari amici del luogo che avevano partecipato al movimento
della riconciliazione e per il superamento della tradizione della vendetta
siamo tornati nella zona e stiamo facendo dei training per la formazione
in loco di formatori alla risoluzione nonviolenta dei conflitti e per
la riconciliazione, sia per gli albanesi del Kossovo sia per tutte le
minoranze etniche di quella zona, per elaborare una comune strategia per
la convivenza etnica e per la riconciliazione che parta dal basso.
SETTE IPOTESI SULLA PREVENZIONE DEI CONFLITTI ARMATI
1)Una delle più importanti cause della mancata prevenzione dei
conflitti armati è la cultura militarista sempre dominante; ovvero
la credenza che i conflitti armati possano essere gestiti e risolti solo
con le armi. Questo impedisce di cogliere i tanti segnali di possibili
soluzioni diverse. 2) Un’altra causa, ugualmente molto importante,
è il ruolo trainante della costruzione e della vendita di armi
all’interno dell’economia di molti paesi del mondo. Da un documento
dell’UNICEF, risulta che i cinque paesi del Consiglio di sicurezza
dell’ONU abbiano venduto l’85,6% delle armi di distruzione di
massa nel periodo dal 1985 al 1989. 3) Gli squilibri economici mondiali,
con il 10% della popolazione che utilizza circa l’85% delle risorse
mondiali, sono un altro fattore di stimolo alla violenza, squilibri che
portano gli oppressi a ribellarsi anche con le armi e gli oppressori a
giustificare e rinforzare gli apparati militari di repressione. 4) L’uso
della lotta armata da parte dei movimenti di liberazione di molti dei
paesi del Sud, dato che le armi vengono di solito costruite e vendute
dai paesi del Nord, tende ad aumentare gli squilibri economici e sociali
invece che a ridurli. 5) Questi fattori, messi insieme, fanno sì
che a livello internazionale ci si preoccupi di controllare il conflitto
per evitare il rischio di una nuova guerra mondiale, d’altra parte
ci si preoccupa anche che il conflitto non decresca troppo da mettere
in crisi l’economia di guerra, ed in particolare la vendita di armi.
6) Da questi squilibri sociali, culturali ed economici deriva anche un
notevole squilibrio di spese: infatti dai primi calcoli basati sulla guerra
jugoslava, risulta un rapporto di 1/20000, ossia che per ogni 20.000 lire
spese per la guerra, ne era stata spesa soltanto una per la prevenzione.
7) La rivoluzione nonviolenta per una società più giusta
e più pacifica è un importante strumento per il superamento
di questo stato di cose per le seguenti ragioni: a - riduce la violenza
di uno dei due gruppi contrapposti (oppressi ed oppressori) contribuendo
a ridurre la crescita esponenziale della violenza; b - mette in moto,
grazie alla contemporaneità tra azione diretta e progetto costruttivo,
il rifiuto di tutto ciò che è sbagliato ed ingiusto, con
un processo di costruzione di una società nonviolenta nelle sue
tre dimensioni: verso se stessi, verso gli altri, verso la natura. c-
attraverso lo sviluppo di forme di obiezione di coscienza e di disobbedienza
civile riduce il rischio che il potere venga concentrato in poche mani.
Alberto L’Abate
Campagna Kosovo
Stazione di Bastia
L’interposizione nonarmata nuova diplomazia popolare
I Berretti Bianchi, uomini e donne di tutte le età, sono un’organizzazione
dal basso della società civile che si ritengono uno strumento internazionale
di sicurezza e di pace alternativo al militare, che intende opporsi al
crimine della guerra ovunque si tenti di commetterlo. Nella loro azione
i Berretti Bianchi si attengono scrupolosamente ai principi della nonviolenza.
I Berretti Bianchi intendono per interposizione qualsiasi azione umana
od elemento ideale o simbolico che intervenga a bloccare un possibile
conflitto armato tra due o più parti.
I Berretti Bianchi intendono per diplomazia popolare qualsiasi intervento
della società civile teso a ricostruire o consolidare un tessuto
di rapporti umani pacifici e solidali tra gruppi diversi nel rispetto
dei bisogni delle persone e delle loro aspirazioni ideali. I Berretti
Bianchi ritengono fondamentale per lo svolgimento della loro azione in
zona di possibile conflitto i rapporti con le Istituzioni Politiche, Sociali
e Religiose delle Comunità Locali e l’appoggio a tutte le
Associazioni del Volontariato, presenti sul territorio, che lottano in
difesa dei diritti umani.
Silvano Tartarini
dei Berretti bianchi
Santa Maria degli Angeli
Abolire gli eserciti e la pena di morte
L’intervento di Beppe Marasso
Presidente del MIR
Questa vostra presenza ampia e festosa mi richiama il debito di gratitudine
che abbiamo verso due padri della nonviolenza che hanno agito con speciale
intensità tra Perugia e Assisi: Capitini e San Francesco. Entrambi
appartengono al passato, ma non solo al passato, perchè sono ora
compresenti con noi nella costruzione dei valori.
Per gustare questa benefica presenza basta, ad esempio, andare al capitolo
ottavo dei fioretti; come andando per cammino Santo Francesco e Frate
Leone gli spose quelle cose che sono perfetta letizia, altissima e felicissima
lezione di nonviolenza….
Quest’estate, per ragioni familiari, sono stato in Portogallo e ho
ammirato la statua di Nuno Alvarez, il giovane condottiero che guidò
i lusitani a sconfiggere i Castigliani. E’ considerato il fondatore
del Portogallo. La mano sinistra tiene le briglie del cavallo, la destra
brandisce verticalmente la spada. Ogni particolare del volto e del corpo
esprime grande forza e indomito coraggio. Tanti sono stati affascinati
dalla serafica letizia francescana, ancora più numerosi quelli
che hanno sentito il fascino delle virtù militari quali il coraggio,
l’onore, la disciplina...
Io non nego che questi siano valori: nego che in ogni tempo siano solo
dell’esperienza militare e soprattutto lo nego radicalmente per la
guerra di oggi. Che coraggio c’è a sganciare bombe da diecimila
metri di altezza? Che onore c’è a colpire case, ospedali,
scuole?
No, la guerra oggi e la sua preparazione è solo viltà, disonore,
colpa e pericolo. Va estromessa dalla vicenda umana, questo è il
varco attuale della storia. La scomparsa degli eserciti e della pena di
morte è l’eredità di civiltà e di amore che
dobbiamo alla futura generazione.
Per questo impegno vi chiedo una formale promessa. Chi si sente si alzi
in piedi. (Tutti alzati).
Promettete di impegnare tutte le vostre forze per eliminare eserciti e
pena di morte?
(Tutti) “Prometto!”
Santa Maria degli Angeli
La commozione affiora dai sotterranei della storia
L'intervento di Alex Zanotelli
"Guardate negli occhi i vostri fratelli, date il benvenuto a coloro
che avete accanto e con i quali avete camminato, forse senza incontrarvi…"
Così, con un richiamo ad un'attenzione profonda e vera verso la
persona umana, verso il vicino, affinché sia più autentico
il gesto di solidarietà rivolto a chi è distante, è
iniziato l'intervento di padre Alessandro Zanotelli, a coronamento della
Marcia nonviolenta. Una marcia che padre Zanotelli ha condiviso passo
dopo passo accanto ai molti amici che, ci ha detto, la Marcia gli ha consentito
di riabbracciare. Davvero in tanti, già fin dalla marcia, abbiamo
goduto la sua presenza colorata e festosa che era per tutti segno e testimonianza,
ed ora, frugando tra le righe e a poco a poco, l'intensità e la
commozione del suo intervento si riaffacciano timidamente, incapaci a
riafferrare il calore dell'incontro.
Insieme a p.Alex, molti altri erano con noi. All'ombra di Santa Maria
degli Angeli, da un francobollo di palco montato da un amico generoso,
certamente sufficiente e armonico rispetto all'intenzione e allo stile
che muoveva l'intera iniziativa, padre Zanotelli ci ha ricordato che nella
forza della compresenza - per dirla con Capitini, ma un credente come
padre Alessandro potrebbe forse chiamarla "comunione dei santi"…?
- erano presenti in mezzo a noi i molti volti della nonviolenza. Ha ricordato
alcuni amici esemplari che fanno parte della nostra storia: accanto ad
Aldo Capitini, Alex Langer, Ernesto Balducci, David Turoldo, Tonino Bello…
Padre Zanotelli saluta migliaia di volti e non smette di esortare ad una
lotta nonviolenta e determinata contro l'ingiustizia, che colpisca il
sistema economico attuale e l'uso delle armi che lo protegge e lo perpetua.
"Devo venire io, un povero missionario, per dirvi queste cose? Viviamo
in un sistema economico dove il 20% degli uomini si pappa l'82% delle
risorse a spese del resto dell'umanità. Il 20% dei più poveri
ha a disposizione solo 1,4% dei beni. Sono 30 milioni le persone che muoiono
per fame ogni anno: un olocausto. Per me questo è un sistema di
peccato".
Padre Zanotelli ci ha donato l'umiltà, la gioia e la forza di chi
è servo e lieto. Di chi sta consapevolmente dalla parte degli ultimi
per amore perché, ci ha detto, "io che vivo a Korogocho non
ho bisogno di statistiche, per me i poveri sono volti e storie umane".
E ancora: "Questo sistema di oppressione si regge sullo strapotere
delle armi: spendiamo ogni anno 800 miliardi di dollari in armamenti.
Eppure il muro di Berlino è crollato. E l'Italia è tra i
maggiori paesi produttori. A che cosa vi servono, le armi? A difendervi
dai marocchini?"
Accanto al problema economico, e ad esso strettamente connessa, si pone
la questione ambientale. "Gli scienziati ci dicono che abbiamo non
più di 50 anni per cambiare: è in ballo la vita del pianeta.
Dobbiamo renderci conto che i nostri politici ci prendono in giro quando
parlano di 'sviluppo sostenibile'. Perfino Reagan, le cui mani grondano
sangue, e lo stesso ex direttore della Banca Mondiale, che con le sue
scelte davvero ha seminato morte nei paesi poveri, perfino questi personaggi
hanno avuto il coraggio di dire che non esiste uno sviluppo sostenibile,
l'unica possibilità che ci è data è un radicale cambio
di rotta".
Questa inversione, padre Alex la indica ad ogni livello, incominciando
dallo stile di vita individuale: privilegiare e sostenere il commercio
equo e solidale, la finanza etica, l'informazione alternativa; consumare
in modo critico, partecipando alle campagne di boicottaggio che hanno
mostrato fin qui di dare un risultato; lottare contro la prostituzione
e l'emarginazione nelle nostre ricche città. E dal privato, p.
Zanotelli passa a parlare della vita sociale, delle scelte economiche,
politiche e militari sulle quali è doveroso incidere. Ricorda la
lettera aperta inviata a Veltroni, nella quale chiede al leader politico
un impegno coerente e testardo contro l'ingiustizia, ma invita anche noi
a non abbassare la voce e, soprattutto ad essere uniti, perché
il popolo della pace non può disperdersi in mille rivoli, o spegnerà
la propria speranza.
Un punto preciso da cui partire è il commercio delle armi. Zanotelli
chiede l'embargo delle armi leggere verso l'Africa, dove attualmente vanno
ad alimentare la guerriglia e rendono possibile la strumentalizzazione
dei bambini-soldato. Ma nel contempo domanda a noi di contrastare le trasformazioni
in corso nell'apparato di difesa italiano ed europeo, perché, ci
ricorda, "non possiamo credere si tratti di una politica di difesa
del territorio, non possiamo dare credito alla guerra giusta o umanitaria.
Ciò che stiamo preservando, con il rafforzamento dell'esercito
e con l'intervento armato quando ci viene richiesto, è il nostro
privilegio. Occorre delegittimare una Nato che serve gli interessi dei
più ricchi. Ed è troppo facile fare le guerre stellari,
bombardare dall'alto una popolazione inerme, senza sporcarsi e senza rischiare".
I primi interpellati, secondo padre Zanotelli, sono gli uomini e le donne
credenti in Cristo. Non sono mancate le critiche verso la Chiesa di oggi
quando tentenna sui temi della guerra e dell'oppressione, ma anche verso
alcuni suoi esponenti, quali Mons. Biffi, per le dichiarazioni di chiusura
e di giudizio espresse verso le altre culture. Grande è stata l'indignazione
verso il giubileo dei militari con la quale si continua a legittimare
la difesa nazionale attraverso le armi. "Allora io dico: promuoviamo
il giubileo degli obiettori di coscienza, per tutti coloro che con la
loro scelta si sono espressi contro l'apparato bellico".
Ad esempio per tutti, padre Zanotelli ha proposto la vita di S. Francesco
d'Assisi, “un genio nonviolento”, figura della cultura medievale
che l'Italia ha donato al mondo intero, cristiani e non cristiani, in
un periodo in cui la Chiesa ufficiale convertiva con le crociate e non
sapeva rinunciare alle proprie ricchezze. "In totale controtendenza
San Francesco, ubbidiente sempre ai suoi superiori, si è opposto
con una condotta e in uno spirito di nonviolenza integrale. E mentre il
Pontefice invitava i cristiani a prender parte alle Crociate per ottenere
l'indulgenza plenaria, Francesco ha avuto il coraggio di proporre in alternativa,
come purificazione per il perdono dei peccati, il recarsi, disarmati,
alla Porziuncola".
Proprio dall'ombra della Porziuncola padre Zanotelli - nient'altro che
"un povero missionario", come più volte ha amato definirsi
- ci ha salutato con fraternità ed affetto prima di ritornare "nei
sotterrani della terra e della storia". E ricordandoci, soprattutto,
che la "vera" Marcia è appena iniziata.
(sintesi a cura di Elena Buccoliero)
Marciando in un colloquio corale il plurale di “tu” diventa
“tutti”
Commento di Daniele Lugli*
“La forza preziosa dei piccoli gruppi” è il titolo dell’ultima
lettera di religione di Aldo Capitini nell’ottobre 1968, alla vigilia
dell’operazione cui non sarebbe sopravvissuto. E “Al centro
dell’agire sono persone” aveva scritto in “Vita religiosa”,
in piena guerra, nel 1942. Questi scritti di Capitini, ed il suo sorriso,
ho ritrovato nella mia memoria quando abbiamo cominciato a discutere la
proposta di Piero Pinna, avanzata due anni fa, di una Marcia della (e
per la) nonviolenza. Sono stati importanti, per me, nel superare perplessità,
che non erano solo mie. Sarebbe stato compreso il senso della proposta
di Pinna, pur così nitidamente espressa? Saremmo stati capaci di
darvi espressione adeguata? Sarebbe stato un elemento di rafforzamento
ed unità dell’esperienza della nonviolenza? I confronti con
le grandi marce della pace, sullo stesso percorso, non sarebbero stati
schiaccianti e fuorvianti?
L’adesione del MIR, non solo alla marcia, ma ad un’ipotesi di
maggior collegamento ed unità dei gruppi e dei singoli che si richiamano
alla nonviolenza, è stato un elemento incoraggiante. La laboriosa
stesura del manifesto, il fraintendimento e l’ostilità alla
proposta da parte di organizzazioni (che riteniamo vicine e partecipi
di un cammino comune), le difficoltà operative, ingigantite dalla
nostra fragilità organizzativa, hanno pero’ fatto dubitare
della nostra capacità a farci portatori di una proposta, della
cui validità eravamo e siamo persuasi. Sono arrivate le adesioni:
qualcuna dalle associazioni più conosciute, altre, numerose, da
piccoli gruppi locali. Nel confronto, pur limitato, che c’è
stato con singoli e gruppi prima della marcia ho sentito all’opera
la forza preziosa dei piccoli gruppi, di cui parlava e scriveva Capitini,
ed aumentare la persuasione nel valore dell’impegno personale posto
al centro dell’agire. È la forza che ho sentito pienamente
dispiegata durante la marcia: una forza fatta di tensione e familiarità,
che debbono stare assieme, come ci ricordava sempre Capitini, chè
la familiarità senza tensione diviene faciloneria e la tensione
senza familiarità si fa durezza. Come promotori possiamo riconoscerci
il merito di non esserci lasciati trascinare in polemiche inopportune,
alimentate anche alla vigilia dell’iniziativa, di aver affrontato
con apertura, che è stata ricambiata, la questione di una “contromarcia”
indetta per lo stesso giorno e sullo stesso percorso, di aver previsto
uno svolgimento che, dal messaggio di avvio, alle riflessioni delle varie
tappe, alla conclusione finale accompagnasse il cammino esteriore con
un cammino interiore, personale e collettivo. La marcia è stata
di ciascuno e di tutti: nelle parole dette e ascoltate, negli sguardi
scambiati, negli incontri, negli appuntamenti, negli impegni assunti.
Ma questo scambio non ha prodotto distrazione e confusione. A me ha richiamato
il titolo, e non solo, di un’opera amata: “Colloquio corale”.
Ci si è conosciuti e riconosciuti. Ci si è rivolti un “tu”,
meno distratto del solito e si è forse intuito perchè Capitini
diceva che “tutti” è plurale di “tu”. La marcia
ci lascia con un impegno che era nella convocazione, nelle riflessioni,
nei messaggi, nei nostri atti, nell’abbraccio di Alex Zanotelli:
“Mai più eserciti e guerre!”
*Segretario nazionale del Movimento Nonviolento
Il Giubileo degli Oppressi…
…Un millennio senza esclusi
”Noi ci impegniamo”. Nel commercio equo e solidale, nella Rete
di Lilliput, nella finanza etica, e soprattutto a creare una nuova politica…
Questo il segno conclusivo di “Un millennio senza esclusi: non solo
utopia. Il Giubileo degli oppressi”, che si è tenuto sabato
e domenica 9 e 10 settembre al palasport di Verona. Il convegno, organizzato
dagli istituti missionari comboniani con l’appoggio di molte associazioni
di volontariato e ong presenti nel piazzale del palasport, ha riunito
quasi cinquemila persone per parlare di restituzione del debito, delle
schiavitù di oggi, della distribuzione ingiusta delle ricchezze
tra nord e sud del mondo, ma soprattutto per assumere impegni concreti
perché il millennio senza esclusi non rimanga un'utopia, e perché
la celebrazione del giubileo cristiano sia un punto di partenza per realizzare
più giustizia sulla terra.
A partire da sabato pomeriggio si sono alternati nelle provocazioni Francesco
Gesualdi (coordinatore del Centro nuovo modello di sviluppo di Vecchiano,
Pisa), Susan George (presidente dell'osservatorio sulla globalizzazione),
dom Tomas Balduino (vescovo brasiliano tra i fondatori della Commissione
pastorale terra) per parlare dei beni della terra all'epoca della globalizzazione,
Giancarlo Caselli (direttore dell'amministrazione carceraria italiana),
don Luigi Ciotti (Gruppo Abele, Torino) e Scolasticha Kimanga (dell'associazione
Pamoja Trust di Nairobi, Kenya, che si batte per i diritti dei baraccati)
per affrontare il tema delle nuove forme di schiavitù e di esclusione.
Domenica mattina un palazzetto gremito ed entusiasta ha accolto le provocazioni
di padre Alex Zanotelli e Beppe Grillo con la moderazione di Jean Léonard
Touadi (congolese, giornalista di Nigrizia autore della trasmissione Rai
"Il mondo a colori").
Alla fine dell'assemblea, dopo una messa festosa e partecipata, con coreografie
e canti eseguiti da quattro diversi cori (italiano, ghanese-nigeriano,
filippino e sudamericano), il segno conclusivo "Noi ci impegniamo"
è stato letto dal padre provinciale dei comboniani in Italia, Francesco
Antonini, che ha poi chiesto a tutti i presenti di sottoscriverlo e assumerlo
come stile di vita.
E ORA TOCCA A NOI...
Documento conclusivo
presentato da P. Francesco Antonini
superiore provinciale dei Comboniani in Italia
Tocca a noi
anzitutto sviluppare una spiritualità giubilare che affonda le
sue radici nella tradizione biblica, ebraica e cristiana, tradizione che
sta dalla parte degli esclusi perché il Dio di Mosè, il
Dio di Gesù, non è il Dio del faraone e dell'impero romano,
ma è il Dio degli schiavi e dei crocifissi.
Una spiritualità che si alimenta di contemplazione e di Parola.
E nella contemplazione scopre e assume il Sogno di Dio, sogno di una economia
e di una società alternative all'impero.
Concretamente, ci impegniamo
a dare tempo alla lettura e all'ascolto della Parola, alla contemplazione,
al silenzio, alla preghiera.
Tocca a noi migliorare la nostra formazione con un impegno personale e
comunitario, per conoscere e riflettere sulle situazioni del mondo e capirne
i meccanismi e trovare modi di intervento per cambiarne la logica.
Ci impegniamo a leggere strumenti di informazione alternativa, come Nigrizia,
e a prendere sul serio campagne di sensibilizzazione.
Ci impegniamo a resistere all'impero del denaro e del mercato, consumando
solo lo stretto necessario (definito coi criteri dei poveri), sia nel
mangiare, sia nel vestire, sia nel viaggiare, e riducendo il consumo di
energia, acqua, elettricità, petrolio e derivati. Coltivando la
cultura del limite nell'uso delle cose e della sobrietà, adottando
la metodologia dei bilanci di giustizia e usando preferibilmente i prodotti
del commercio equo e solidale.
Ci impegniamo a consumare in modo critico, rifiutando di essere complici
di ogni sfruttamento dell'uomo, della donna e dei bambini.
Ci impegniamo a guadagnare il nostro denaro onestamente, fuggendo ogni
tipo di speculazione finanziaria.
Ci impegniamo a non accumulare, dando ai poveri ciò che supera
lo stretto necessario. Ci impegniamo a investire saggiamente i nostri
risparmi, impedendo che servano a produrre armi e altri fattori negativi
per la vita dell'umanità; per questo mettiamo i nostri risparmi
nella Banca Etica o comunque in circuiti trasparenti e puliti. Ci impegniamo
a far conoscere queste realtà nel nostro ambiente, ad amici e conoscenti.
Ci impegniamo a riconoscere e promuovere la dignità di ogni uomo
e di ogni donna; noi vogliamo osare l'accoglienza: per questo collaboriamo
perché gli immigrati abbiano lavoro e casa - non solo lavoro, ma
lavoro e casa, perché possano vivere una vita normale. Come missionari
comboniani abbiamo cominciato mettendo a disposizione dell'accoglienza
dei lavoratori immigrati la maggior parte dell'ex seminario comboniano
di Thiene.
Ci impegniamo a lottare contro la tratta delle donne per la prostituzione,
affinché nessuna donna sia costretta dalla necessità a vendere
il proprio corpo. Come comboniani siamo coinvolti con vari missionari
in questo impegno diretto, a Cestelvolturno di Caserta come a Verona e
altrove.
Ci impegniamo a promuovere la pace sempre e ovunque, ad essere sentinelle
attente e pronte a gridare contro ogni ingiustizia, a denunciare con forza
il delitto continuo delle guerre volutamente dimenticate dalle grandi
agenzie di informazione che sono nelle mani dell'impero, come le guerre
in Sudan, Congo, Ruanda, Burundi, Somalia, Eritrea, Etiopia, Angola, Sierra
Leone, Colombia, e altre. Un mezzo concreto di pressione è oggi
la Campagna Break the silence.
Ci impegniamo perché la chiesa italiana assuma come istanza propria
la non violenza attiva. Come comboniani continuiamo a dare il nostro contributo
anche attraverso Nigrizia e con una presenza di animazione nelle comunità
cristiane.
Ci impegniamo a gridare forte l'ingiustizia di cui sono oggetto milioni
di persone private della loro terra, come gli indios e i baraccati delle
grandi città. Cercheremo di coordinarci, con l'aiuto dei nostri
mezzi di comunicazione, in maniera di esercitare una pressione sulle autorità
responsabili.
Ci impegniamo a lottare contro una politica che rende i ricchi sempre
più ricchi e i poveri sempre più poveri, non solo nel nostro
paese, ma in tutto il mondo; vogliamo invece una politica attenta alle
fasce più deboli e impegnata in relazioni internazionali tese a
creare un mondo solidale, dove i beni sono distribuiti equamente. Diciamo
no ad una politica che è a servizio di un'economia di sfruttamento
che arricchisce solo i ricchi.
Concretamente ci impegniamo a chiedere ai candidati alle elezioni, politiche
o amministrative, cosa intendano fare riguardo a problemi come le povertà,
le nuove schiavitù, le relazioni con i paesi impoveriti, l'economia
liberista... E ci impegniamo a rifiutare il nostro voto a candidati che
propongono una politica che continua a favorire i ricchi e a impoverire
i poveri, in Italia come nel resto del mondo.
Ci impegniamo a collaborare sul territorio con tutte le realtà
cristiane e laiche che condividono gli stessi ideali, lo stesso Sogno
di Dio per un mondo più bello e fraterno. Come comboniani ci impegniamo
a dare la nostra adesione alla rete locale di Lilliput
Noi non ci rassegniamo a questa situazione del mondo: resisteremo e lotteremo
insieme.
Noi resteremo uniti: isolati, saremo presto assorbiti dall'impero che
continua a divorare i poveri, anzi rischiamo di diventarne complici.
Insieme saremo forti e riusciremo a produrre qualche crepa nell'edificio
dell'impero che oggi appare solido e vincente. Per restare uniti siamo
pronti ad usare ogni mezzo, anche le moderne tecnologie informatiche.
Come comboniani mettiamo a disposizione un sito per entrare in altri mondi
(www.giovaniemissione)
Noi continueremo a riunirci per aiutarci a conoscere, a riflettere e ad
agire come veri discepoli di Gesù Cristo affinché
tutti siano riconosciuti
figli dello stesso Padre
chiamati a vivere da fratelli.
Solo allora sarà festa!
Solo allora sarà giubileo degli oppressi e millennio senza esclusi.
Mille lillipuziani dicono che…
Dichiarazione conclusiva del primo incontro nazionale della Rete di Lilliput.
Marina di Massa – 6, 7, 8 ottobre 2000
Nel momento in cui le leggi del profitto pretendono di dominare ogni ambito
del vivere umano distruggendo la base naturale su cui si fonda la vita
sul Pianeta e la politica è incapace di contrastare lo strapotere
dell’ economia dominante,
noi oltre mille tra semplici cittadini, associazioni e gruppi
riuniti a Marina di Massa per il primo incontro della Rete di Lilliput
rivendichiamo il diritto di riappropriarci della facoltà di decidere
sul nostro futuro e ci sentiamo parte integrante di una nuova forma di
cittadinanza sociale che sta prendendo corpo nel Pianeta e che ha avuto
una sua prima manifestazione a Seattle.
Nel contempo affermiamo che non basta battersi contro le principali storture
del sistema, ma che dobbiamo ricercare delle alternative eque e sostenibili
a questo assetto economico che genera esclusione, ingiustizie e distruzione
del Pianeta.
I tratti fondamentali dell’alternativa che noi ci impegniamo a costruire
si basano sulla sobrietà, la riduzione dell’impronta ecologica
e sociale, l’esaltazione dell’economia locale ed il riconoscimento
che i bisogni fondamentali sono diritti da garantire a tutti gli abitanti
del Pianeta.
Noi ci impegniamo fin d’oggi a costruire questa prospettiva organizzando
gruppi di lavoro e campagne:
per riaffermare la dignità del lavoro e la democrazia economica,
costringendo le
multinazionali, alla trasparenza ed alla responsabilità sociale
ed ambientale
per ottenere una radicale riforma dell’Organizzazione Mondiale del
Commercio, della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale che
fino ad oggi hanno generato disuguaglianze e oppressione sociale
per l’annullamento del debito e il riconoscimento del Debito ecologico
dei paesi del Nord verso quelli del Sud
per ridurre l’impronta ecologica e sociale dell’Italia proponendo
alle famiglie un diverso modo di consumare, e spingendo gli enti locali
e le istituzioni nazionali alla costruzione di filiere produttive alternative
per promuovere la conversione dell’industria bellica, per spingere
le banche a non finanziare i traffici di armi, per promuovere la tutela
e diritti dei migranti
Sul piano della vita interna della Rete vogliamo costruire dei rapporti
che esaltino la partecipazione, l’identità dei gruppi locali
ed il loro radicamento sul territorio, la costruzione di campagne comuni
proponibili da tutti i punti della Rete, la costruzione di una struttura
leggera di riferimento nazionale con compiti di informazione e di servizio.
Sappiamo che la nostra Rete costituisce una sfida per tutti perché
è una novità assoluta che rompe con gli schemi del passato.
Per questo ci impegniamo ad avviare un approfondimento interno a tutti
i livelli per individuare forme ottimali di aggregazione e di azione.
Un segnale importante che va in questa direzione è la nascita di
gruppi tematici emersi durante lo svolgimento dell’assemblea.
Il primo passo di questo cammino è la costituzione di un gruppo
di lavoro composto dal Nodo locale genovese e dal Tavolo Intercampagne
per organizzare la nostra opposizione alle politiche del G8 che si riunirà
a Genova nel 2001.
…la resistenza è nonviolenta
di Stefano Guffanti
L’aria che si respirava era quella dell’evento, del momento
di svolta, dell’inizio di un nuovo cammino destinato a cambiare radicalmente
il panorama politico, intendendo il termine politico nella sua accezione
più bella e nobile.
Siamo sicuramente nella fase dell’entusiasmo, la fase pionieristica,
in cui ci si stupisce ed esalta, guardandoci nei “volti” (come
più volte ha sottolineato Padre Zanotelli nell’intervento
finale veramente toccante ed emozionante).
Una fase in cui si capisce di avere un compito grande, si comprende di
avere delle forti potenzialità ma bisogna ancora capire come fare
a gestire questa enorme forza disordinata e, fino a ieri, sconosciuta
ai suoi stessi depositari; perché la forza non sta in ognuno di
noi, ma nell’essere tutti insieme; ritrovarsi in tanti, diversi in
molte cose (esperienze, competenze, linguaggi, modalità e terreni
dell’agire politico), ma accomunati dalla voglia di resistere all’impero
e cercare di costruire, qui ed ora, con le nostre forze, degli spazi liberati
e alternativi.
Difficoltà, dunque, anche per permettere la discussione; 5 gruppi
di lavoro tematici, a cui hanno partecipato mediamente 120/170 persone
l’uno.
I facilitatori che hanno gestito i gruppi sono stati indispensabili ma,
malgrado questo, non vi è stato tempo a sufficienza per analizzare
e confrontarsi con la dovuta profondità. La discussione è
appena iniziata e il rischio di fughe in avanti, verso modelli organizzativi
già sperimentati e falliti è sempre all’ordine del
giorno. La Rete ha bisogno di nodi forti e resistenti per poter resistere
e affrontare le sfide; il livello locale è ricco di spunti sui
quali misurarci.
La grande novità, positiva per noi che veniamo dall’area dell’antimilitarismo
e della nonviolenza, è che la Rete ha, tra le sue poche certezze,
quella di dirsi nonviolenta o, per lo meno, di voler usare metodi nonviolenti.
Questo è un passaggio importante anche perché, dietro all’adesione
ideale alla nonviolenza, c’è la consapevolezza di una scarsa
conoscenza, e scarso approfondimento, sia teorico sia pratico, a livello
individuale, quanto collettivo. Molto interessante, pertanto, il fatto
che la Rete abbia deciso di incentrare la propria mobilitazione nonviolenta
e la propria attività politica, in vista del Vertice dei G 8, che
si terrà in Italia nel 2001 (a marzo a Trieste e poi, a Luglio
a Genova). Un forte impegno, a tale riguardo, sarà dedicato proprio
alla gestione delle iniziative, che dovranno avere carattere nonviolento
ed alla necessaria formazione alle tecniche nonviolente che dovrà
precedere le iniziative stesse. Per la prima volta c’è una
richiesta di formazione alla nonviolenza così ampia da far persino
dubitare, i pochi soggetti finora specializzatisi in questo settore, di
essere in grado di reggere la domanda.
Malgrado questo devo dire che l’incontro e la fusione della Rete
con l’associazionismo antimilitarista e nonviolento, lascia ancora
dei punti interrogativi non di poco conto.
Innanzitutto va detto che la Rete ha una impostazione centrata quasi esclusivamente
sugli aspetti economici della società occidentale e sulla globalizzazione.
La conseguenza di questo dato di fondo è che le tematiche e le
Campagne legate al disarmo, alla contestazione del Nuovo Modello di Difesa,
alle Spese Militari, alle alternative alla Difesa armata (Corpi civili
di pace, Servizio Civile e Obiezione di Coscienza), potevano essere lette,
per lo meno fino all’Incontro di Massa, come appendici secondarie
e non fondative dell’azione e della riflessione della Rete stessa.
Prova ne è il fatto che il tema “armi e conflitti” è
stato inglobato nello stesso gruppo di lavoro in cui si doveva discutere
anche del tema “migranti” e che, in questo gruppo di lavoro,
la maggior parte dei partecipanti si è dichiarata disponibile ad
impegnarsi (come obiettivo di lavoro prescelto per il prossimo futuro)
in vista del vertice dei G 8, mentre solo un terzo dei partecipanti a
questo gruppo ha dato indicazione di disponibilità al lavoro sui
temi più specifici del disarmo, delle alternative alla difesa armata,
delle spese militari, della formazione alla nonviolenza.
Per superare questa contraddizione, è necessario che:
1)gli aderenti alla Rete assumano con maggior decisione le tematiche e
le Campagne già esistenti in merito al tema della pace e del disarmo
(penso a Venti di Pace, Campagna di Obiezione alle Spese Militari, Campagna
per la piena attuazione della L. 230.98, sull’Obiezione di Coscienza
al servizio militare, Corpi civili di Pace, campagne per la riconversione
dell’industria bellica e per la limitazione del commercio d’armi,
contro l’uso dei bambini soldato, contro gli embarghi, etc), che
altrimenti rischieranno di rimanere appannaggio delle solite quattro organizzazioni
deboli e poco incisive;
2)che gli aderenti alle associazioni che operano nel settore antimilitarista
e nonviolento partecipino con maggior convinzione alla vita della Rete,
proponendo che le tematiche da essi trattate vengano assunte, con pari
dignità, dalla Rete stessa e ne divengano patrimonio comune.
Credo che questo attuale limite della Rete sia superabile e che esso sia
soprattutto la conseguenza negativa della separatezza che, in questi anni,
ha contraddistinto le varie componenti dell’associazionismo italiano.
Sarà solo attraverso il funzionamento e lo sviluppo della Rete,
soprattutto a livello locale, che potremo meglio intrecciare e condividere
ciò che ognuno è andato maturando ed esperendo nel proprio
specifico.
BOTTA...
La ‘santa vocazione’ di imbracciare le armi?
Intervista a Mons. Mani, Arcivescovo Ordinario Militare (da Toscana Oggi,
2.07.00)
a cura di Luca Kocci, redattore di Adista
Caserme che sembrano noviziati di suore e militari simili a moderni crociati
che indossano le divise e imbracciano il fucile per seguire la loro vocazione.
E' l'esercito secondo mons. Giuseppe Mani, dal 31 gennaio 1996 arcivescovo
Ordinario militare per l'Italia e, nello stesso tempo, Generale di corpo
d'armata in virtù di quella singolare norma che assimila l'Ordinariato
militare ad una qualsiasi diocesi costituita però non da parrocchie,
bensì da caserme, scuole di guerra, navi, basi militari e affini.
Intervistato dal settimanale cattolico Toscana oggi (02/07) all'indomani
dell'approvazione, da parte della Camera, della riforma che abolisce la
leva obbligatoria e istituisce l'esercito dei professionisti, il vescovo
con le stellette o, secondo le preferenze, il generale in abito talare
parla a ruota libera della professione, anzi della vocazione, del soldato,
del Nuovo modello di difesa, dei cappellani militari, della pace e della
guerra, attaccando in maniera dura e inaccettabile il volontariato, le
associazioni e gli enti di servizio civile.
Di seguito, senza alcun commento che risulterebbe del tutto superfluo,
l'intervista a mons. Mani, realizzata da Riccardo Bigi, redattore di Toscana
oggi.
Mons. Mani, cosa ci fanno i preti in mezzo ai soldati?
"I cappellani militari svolgono tutte le funzioni di un parroco;
la loro parrocchia può essere la scuola militare, la caserma, ma
anche la nave, lo stormo, il contingente in missione all'estero. La nostra
pastorale è fatta essenzialmente di pastorale giovanile: i cappellani
militari si trovano a fianco di tantissimi giovani, molti di più
di quelli che frequentano oggi le nostre chiese. Per questo hanno un ruolo
molto delicato".
I cappellani fanno parte anche loro dell'esercito?
“Secondo il Concordato, i cappellani sono assimilati ai militari.
Questo è indispensabile perché nel mondo militare non si
può entrare dal di fuori, non si sarebbe accettati pienamente.
Come i militari quindi, anche i cappellani con il passare degli anni acquisiscono
i gradi: ma i gradi non servono per comandare, come qualcuno può
pensare: servono solo per poter essere autorevoli".
Il prete comunque non imbraccia le armi...
"Assolutamente no, questo è del tutto escluso, anche in tempo
di guerra. Il cappellano non porta neppure i gradi e non indossa la divisa,
tranne la mimetica in sede operativa: i preti normalmente vestono in clergyman".
Cosa cambierà con l'abolizione della leva obbligatoria?
"Andremo verso la costituzione di un esercito nuovo, professionale,
che confluirà in un esercito europeo e avrà come compito
essenziale il mantenimento della pace. Il ruolo del cappellano militare
diventa quello di ricordare a tutti i militari che il loro non è
un mestiere, ma una vocazione; che devono maneggiare le armi esclusivamente
per difendere la pace. Il nostro Sinodo diocesano, che abbiamo finito
l'anno scorso, ha assunto tra le proprie disposizioni l'articolo 11 della
Costituzione italiana, che rifiuta la guerra come forma di soluzione di
qualsiasi vertenza. Il cappellano militare quindi è colui che ricorda
al militare che deve essere un costruttore di pace".
Nella consapevolezza, comunque, che la pace costruita con le armi non
è la vera pace...
"Certamente: io dico sempre che la pace portata dai militari è
la "pace per forza". Il grande servizio che il militare svolge
in funzione della pace è stato illuminato di recente da tanti interventi
del papa, che in un messaggio ultimamente ha sottolineato il dovere di
"disarmare l'aggressore". Ecco, questo è un compito che
si fa solo con la forza".
Fare la guerra o difendere la pace con le armi: qualcuno potrebbe dire
che è solo una distinzione teorica...
"Può sembrare teoria, ma io vedo spesso con i miei occhi questo
principio messo in pratica in tanti interventi dei nostri soldati: in
Bosnia, ad esempio, i militari italiani armati fino ai denti tengono buoni
due popoli che altrimenti si ucciderebbero fra di loro".
Come giudica, dal suo punto di vista, la riforma del servizio militare
e l'abolizione della leva obbligatoria?
"Non vale neanche la pena di formulare un giudizio. Tutte le nazioni
ormai hanno scelto questa strada, è un segno dei tempi".
Secondo lei quindi è una strada obbligata...
"Nella leva, indubbiamente, c'erano grandi valori, ma un esercito
professionista è più efficace per le funzioni che oggi hanno
i militari".
Per qualcuno l'abolizione della leva sarà certamente un sollievo:
molti oggi lo considerano un "anno perso"...
"Beh, devo dire che anche io prima la pensavo così. Ma in
questi anni ho potuto vedere che il servizio di leva ha svolto in Italia
un servizio pedagogico enorme. Per molti giovani è la prima volta
che si trovano lontano da casa, con dei doveri da svolgere. I "figli
di papà" scoprono per la prima volta che esistono ancora gli
analfabeti, che in Italia esiste ancora la povertà. In questo senso,
non avere più la leva obbligatoria significherà perdere
un'occasione".
Degli ambienti militari, per la verità, si sentono dire anche cose
molto dure: il nonnismo, la droga...
"Su questo tema sono piuttosto disincantato: prima di essere Ordinario
militare sono stato per dieci anni vescovo nelle borgate di Roma e le
posso dire che di fronte all'ambiente delle borgate, le caserme sono noviziati
di suore".
Certi aspetti negativi quindi, secondo lei, sono solo lo specchio di situazioni
che si vivono anche fuori?
"Non c'è dubbio, rappresentano la gioventù di oggi.
Ma la situazione delle caserme, le posso assicurare, è migliore
di quella che c'è fuori".
Con la riforma non c'è il rischio che chi sceglie il servizio militare
come professione maturi un attaccamento alle armi e all'uso della violenza
che può rivelarsi pericoloso?
"Proprio questo sarà il compito dei cappellani. È importante
in questo senso ricordare la virtù fondamentale del militare: proprio
questo è stato l'argomento del nostro Sinodo. La virtù fondamentale
del militare è la fortezza, che è cosa diversa dalla forza
e che va sempre coniugata con la giustizia e la prudenza. Il soldato deve
essere uomo forte, che però usa questa sua forza per motivi giusti
e con le giuste misure. Non a caso la fortezza è la virtù
dei martiri".
Tra i soldati italiani è una virtù diffusa?
"Le posso dire che, in questi anni, è stata una sorpresa scoprire
tanti giovani capaci di donarsi per il bene altrui prendendo rischi enormi.
Penso ai paracadutisti che sono andati a Timor e hanno fatto cose egregie
per quel popolo: è impressionante sentire cosa le suore canossiane
raccontano dei soldati italiani, della loro dedizione, del loro coraggio.
Penso al battaglione san Marco, partito per il Kosovo a fermare gente
che si stava sparando. E la cosa impressionante è sentire le motivazioni
per cui lo fanno: sembra impossibile che tra i giovani di oggi ci siano
ancora valori così forti. Chi parla male dei militari lo fa perché
non conosce questo mondo. D'altra parte è un mondo che non pubblicizza
quello che fa, per cui finisce che si conoscono solo gli episodi negativi
che purtroppo fanno scalpore. I nostri militari in Kosovo, ripeto, hanno
fatto cose straordinarie: solo che quelle fatte dai volontari vengono
pubblicizzate in mille modi, mentre quelle fatte dai militari giustamente
passano sotto silenzio".
L'abolizione della leva obbligatoria porterà, probabilmente, anche
la scomparsa del servizio civile...
"E' divertente il fatto che tutti coloro che fino ad oggi hanno cercato
di denigrare il servizio militare per fare propaganda all'obiezione di
coscienza, oggi difendono la leva. D'altra parte capisco che per qualche
organizzazione perdere gli obiettori è un problema grosso; ma c'è
poco da fare, i tempi chiedono di andare in questa direzione".
... E RISPOSTA
L’esercito non serve al Vangelo. Forse il contrario?
risposta a Mons. Mani, Arcivescovo Ordinario Militare
Monsignor Generale,
l’intervista da lei rilasciata lo scorso 2 luglio a Toscana oggi,
il settimanale delle diocesi della Toscana (In divisa per vocazione, di
Riccardo Bigi) ci ha provocato ad alcune riflessioni.
Lei sostiene che “secondo il Concordato, i cappellani sono assimilati
ai militari”. Ci chiediamo se sia possibile essere, nello stesso
tempo, sacerdoti della Chiesa di Gesù Cristo e ufficiali dell’esercito
italiano. Massimiliano martire, nel 295 d. C. a Tebessa, venne messo a
morte perché, al proconsole Dione, rispose: “Non posso servire
al mondo come soldato, sono cristiano”. Massimiliano è stato
canonizzato; la sua testimonianza, quindi, è stata dichiarata esemplare
per tutti i cristiani da quella stessa Chiesa che poi, nel 1929 in piena
èra fascista e nel 1984 in piena èra craxista, ha stipulato
e rinnovato con lo Stato italiano un Concordato che, fra le altre cose,
promuove automaticamente (un po’ come avveniva con i vescovi-conti
nel Sacro romano impero) i cappellani militari ad ufficiali dell’esercito.
San Massimiliano, allora, non è un esempio da imitare oppure, ed
è l’ipotesi che preferiamo, lei sbaglia e quell’articolo
del Concordato è antievangelico. Delle due l’una et tertium
non datur.
Lei sostiene che i gradi, anche per i cappellani, sono necessari perché
“nel mondo militare non si può entrare dal di fuori, non si
sarebbe pienamente accettati”. È vero: l’ingresso nel
mondo militare è proibito agli estranei e lo sa bene, per esempio,
chi da anni è alla ricerca di qualche verità su Ustica o
sulla morte di Ilaria Alpi e di Emanuele Scieri, il paracadutista della
Folgore che “è stato suicidato” in caserma, a Pisa. Ci
pare difficile, poi, che i cappellani, proprio perché organicamente
legati alla struttura militare, possano criticarla per “educare alla
pace” i soldati. Più facile che si lascino trascinare dai
meccanismi e dalle logiche di un apparato di cui essi stessi fanno parte,
che li stipendia e li inquadra in ruoli gerarchicamente superiori.
Lei sostiene che i gradi acquisiti dai cappellani “non servono per
comandare: servono solo per poter essere autorevoli”. Pensavamo che
l’autorevolezza fosse una virtù da conquistare “sul campo”,
non certo di battaglia, con la propria testimonianza di vita, con la propria
coerenza e trasparenza. Non si diventa autorevoli con qualche stelletta
appuntata sulla talare, sicuramente però si diventa autoritari.
Lei sostiene che il cappellano militare non imbraccia mai le armi: “questo
è escluso, anche in tempo di guerra”. Eppure lei, poco più
avanti, sostiene che i soldati “devono maneggiare le armi per difendere
la pace” e tesse le lodi dei “militari italiani armati fino
ai denti” che “tengono buoni due popoli che altrimenti si ucciderebbero
fra di loro”. Se questo è giusto – come lei ritiene –
perché allora anche i cappellani militari non partecipano a questa
azione così nobile e meritoria? Ma se questo è sbagliato
– come noi riteniamo – bisogna però dire che moralmente
non c’è alcuna differenza tra i soldati a cui è affidato
“il lavoro sporco” e i cappellani che gli impartiscono l’assoluzione
poiché, facendo parte dello stesso corpo, agiscono con la stessa
unità d’intenti. E perché poi quel medesimo Concordato
che promuove i cappellani ad ufficiali dell’esercito consente ai
seminaristi, ai religiosi e ai sacerdoti di essere dispensati dal prestare
il servizio di leva?
Lei sostiene che il nuovo esercito professionale “avrà come
compito essenziale il mantenimento della pace”. Noi, invece, abbiamo
la nettissima impressione che la pace militare stia sempre più
sostituendo la prevenzione della guerra. Il nuovo esercito italiano -
come affermano i documenti del ministero della Difesa - non ha solo compiti
di pace ma anche di “difesa degli interessi vitali” della patria
all’estero, nonché “della stabilità” e di
un non meglio precisato, e quindi sospetto, “ordine internazionale”.
Nazionali o sopranazionali (come la Nato) che siano, gli eserciti si contrappongono
ad altri eserciti e quindi, monsignor Generale, proseguendo nella sua
logica fino alle estreme conseguenze, i cristiani dovrebbero stare solo
dalla parte dell’esercito giusto e non dalla parte di quello sbagliato.
Con i buoni e non con i cattivi. Con gli Stati Uniti e l’Europa,
il mondo ricco e sviluppato. È la nuova santa alleanza tra cristianità
e occidente: le nostre benedizioni al servizio del potente e del dominatore
e una Chiesa integrata in un esercito che ha solo la funzione di affermare
con la forza il nuovo ordine mondiale stabilito, determinato e diretto
dai Paesi del capitalismo.
Lei sostiene che “il grande servizio che il militare svolge in funzione
della pace è stato illuminato di recente da tanti interventi del
papa, che in un messaggio ultimamente ha sottolineato il dovere di “disarmare
l’aggressore””. E’ il messaggio per il 1° gennaio
2000, la giornata mondiale della pace, in cui Giovanni Paolo II ha però
anche detto: “Di fronte allo scenario di guerra del XX secolo, l’onore
dell’umanità è stato salvato da coloro che hanno parlato
in nome della pace. (...) Esempi luminosi e profetici ci hanno offerto
coloro che hanno improntato le loro scelte di vita al valore della nonviolenza.
La loro testimonianza di coerenza e fedeltà, giunta spesso fino
al martirio, ha scritto pagine splendide e ricche di insegnamenti”.
Lei sostiene che “la virtù fondamentale del militare è
la fortezza”. A noi sembra che la virtù fondamentale del militare
– ad oltre 30 anni dalla Lettera ai giudici di don Lorenzo Milani
– sia invece e ancora l’obbedienza. L’obbedienza cieca
di chi non pensa, di chi non critica e tace, l’obbedienza deresponsabilizzante
di chi esegue gli ordini che vengono da un altro. L’obbedienza del
soldato al generale, l’obbedienza del generale al governante, l’obbedienza
del governante all’economia e al capitale, l’unico a decidere
che è giusto fare la guerra o, come lei sembra preferire, portare
la pace.
Rivolgendosi direttamente agli enti di servizio civile, lei sostiene:
“È divertente il fatto che tutti coloro che fino ad oggi hanno
cercato di denigrare il servizio militare per fare propaganda all’obiezione
di coscienza, oggi difendano la leva. D’altra parte capisco che per
qualche organizzazione perdere gli obiettori è un problema grosso”.
Ci dispiace mons. Generale, ma questa volta lei non ha proprio capito.
Se è sicuramente vero che qualche ente teme per la sua stessa esistenza
venendo meno gli obiettori di coscienza, non si tratta di difendere la
leva (e quale ente l’ha mai difesa, anche ora?), ma di attaccare
il nuovo esercito professionale che sarà, per usare le parole di
padre Angelo Cavagna, religioso dehoniano, “decisamente peggiore
dell’attuale: più sganciato dalla società; scelto idealmente
da pochi, tendenzialmente esaltati; rifugio di poveri attratti da paghe
alte e mandati a fare le guerre dei ricchi”.
Con cristiana franchezza.
Luca Kocci, obiettore di coscienza in congedo (Roma)
Don Vitaliano Della Sala, parroco di S. Angelo a Scala (Avellino)
Sergio Tanzarella, storico della Chiesa, vice presidente della Fondazione
don Peppino Diana
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Sia maledetta ‘sta grande guerra
"4 novembre: non festa ma lutto"
Così, da ormai diversi decenni salutiamo la ricorrenza della vittoria
in una guerra evitabile, che un Papa definì "inutile strage"
e che si trascinò dietro un profondo sbandamento a livello politico
e un forte dissenso a livello popolare. Questa guerra viene subita dal
popolo come un'inevitabile catastrofe naturale che provoca 700 mila fra
morti e dispersi e oltre un milione di invalidi permanenti.
Il sentimento popolare sfocia in un'abbondante produzione di canzoni sia
originali, sia rielaborate su materiale precedente. La raccolta molto
ben documentata, curata da Virgilio Savona e Michele Straniero, presenta
oltre 300 canti (1); esistono anche dischi di notevole interesse, ma per
quanto ne so difficilmente reperibili (2).
Alcune di queste canzoni esprimono generica protesta, rassegnato dolore
per la morte di tanti compagni o di persone care:
"Per conquistare un palmo di terra
quanti fratelli son morti già" (Fuoco e mitragliatrici, 1916)
"Abbiam perduto tanti compagni
tutti giovani sui vent'anni" (Montenero, 1915)
"Mi voleva per Pasqua sposarmi/ ma il destino non volle così
non avendo compiuto i vent'anni/ che sul Piave innocente morì"
(Regazzine vi prego ascoltare)
Altre esprimono una prima presa di coscienza:
"Sian maledetti quei giovani studenti/ che hanno studiato e la guerra
han voluto
hanno gettato l'Italia nel lutto/ per cento anni il dolor sentiran"
(Addio padre e madre addio, 1915)
"Il general Cadorna 'l mangia 'l beve 'l dorma
e il povero soldato va in guerra e non ritorna" (sull'aria di Bombacè,
1916)
"Ma se quest'anno non viene la pace/ ma tutto il mondo l'è
rovinato
e si potrà chiamar beato/ chi la vita potrà salvar"
(Spunta l'alba al quindici giugno, 1915)
Altre ancora esprimono opposizione a questa, ma anche a tutte le guerre
in generale, con un chiaro indirizzo antimilitarista. Riproposte in svariati
spettacoli, negli anni 60 e 70 hanno provocato addirittura interrogazioni
parlamentari e denunce da parte di associazioni di ex combattenti e di
militari particolarmente zelanti…
"…Domani rivedremo li sovrani/ che se scambieno la stima
boni amichi come prima
…ce faranno un ber discorso/ su la pace e sur lavoro
pe' quer popolo cojone/ risparmiato dar cannone" (Ninna nanna della
guerra, 1914, testo di Trilussa)
"Traditori signori ufficiali/ che la guerra l'avete voluta
scannatori di carne venduta/ e rovina della gioventù" (O Gorizia
tu sei maledetta, 1916)
"Prendi il fucile e gettalo giù per terra
vogliam la pace e non mai più la guerra"
(variante nata in trincea del noto canto di guerra O Dio del cielo, che
in origine diceva :"prendi il fucile e vattene alla frontiera/ là
c'è il nemico che alla frontiera aspetta)
"Maledetta la guerra e i ministri/ che tutto il mondo i g'ha rovinà
se tutti fossero d'un solo pensiero/ anche la guerra dovrebbe cessar"
(Maledetta la guerra e i ministri)
"Un pensiero mi viene in testa
di non fare mai più il soldà" (Sono povero ma disertore)
Per finire ricordiamo che diverse canzoni della grande guerra hanno
raggiunto e godono tuttora di una grande notorietà, come ad esempio,
'O surdato 'nnamurato (1915), Ta-pum (1917), La leggenda del Piave (1918)
e Il testamento del capitano. Fra queste più famose, troviamo a
volte passaggi interessanti e meno conosciuti:
"E più di dieci ne ho visti cadere/ e più di cento
ne ho visti scappare
là si sentivano sentivano gridare/ su su rendiamoci se siamo prigionier"
(Monte Canino)
note:
1 - V.Savona, M.Straniero, Canti della grande guerra, 2 volumi Garzanti
1981
2 - Fra tutti vanno segnalati:
Il povero soldato 1 - 2 (a cura di Roberto Leydi, Dischi del Sole n. 7
e 13)
Maledetta la guerra e i ministri, Duo di Piadena, Cetra Folk n.48 1976
O Gorizia tu sei maledetta, Ala Bianca-Ist.E.De Martino, n.8 della serie
Avanti popolo, 1998
ISLAM
A cura di Claudio Cardelli
Rumi, mistico e poeta persiano
Alla tradizione del Sufismo appartiene anche un grande poeta di lingua
persiana, Gialàl ad-Din Rumi, comunemente designato in Oriente
con l’epiteto Maulana (= nostro signore). Nacque nel 1207 a Balkh
nel Khorasàn (oggi entro i confini dell’Afghanistan) da Bahà
ad-Din, mistico anch’egli, il quale verso il 1212 lasciò la
città e si trasferì a Nishapur, in quel generale riflusso
provocato dall’invasione mongola di Genghiz Khan.
La famiglia di Rumi fece poi il pellegrinaggio alla Mecca ; di qui emigrò
in Turchia, prima a Malatya e Larinda (ora Karaman) e finalmente a Konya
su invito del principe turco selgiuchide di questa città. Il nostro
poeta, salvo brevi permanenze ad Aleppo e a Damasco, rimase sempre a Konya,
capitale del sultanato, a insegnare e poetare ed ivi morì nel 1273.
Due eventi furono determinanti nella vita di Rumi : l’incontro col
misterioso personaggio noto come “il Sole di Tabrìz”,
suo maestro spirituale, ucciso in oscure circostanze nel 1247 ; la conoscenza,
a Damasco, col pensatore mistico, teorizzatore dell’unità
dell’essere, Ibn al-Arabi, che dalla nativa Murcia in Spagna si era
trasferito a Damasco. Dall’insegnamento di Rumi nacque la confraternita
dei “dervisci danzanti”, ancora presente Konya, presso il santuario
dove è custodita la tomba del poeta.
Le opere
Ci restano due opere principali di Rumi : un Canzoniere (Divan) di grande
ampiezza e un lungo poema a rime baciate (forma che si chiama comunemente
in persiano masnavi) noto come “Masnavi spirituale”, di circa
26 mila versi doppi. Il poema, che è stato chiamato “un Corano
in lingua persiana”, è un trattato di teosofia (come scienza
o sapienza del Divino) e manifesta il pensiero religioso del nostro poeta,
presentando frequentemente aneddoti commentati.
Rumi avverte intensamente lo spirito della Divinità, presente nella
vita degli uomini e dalla natura :
Noi siamo le arpe e Tu ci tocchi col plettro, il dolce
lamento non proviene da noi, sei Tu che lo operi ! Noi
siamo il flauto, e il suono che è in noi è da Te ; siamo
montagne impervie e l’eco è quello della Tua voce.
Noi siamo i pezzi degli scacchi, impegnati in vittoria e
sconfitta, e Sconfitta e Vittoria sono da Te, o Perfetto !
Noi siamo come leoni, ma leoni dipinti su una bandiera :
spinti dal vento si slanciano ad ogni istante. Visibili i
loro slanci, invisibile il vento, e se lanciamo una freccia,
noi non siamo che l’arco e Iddio è l’arciere ! (p.24)
Altra caratteristica della personalità del Maulana è il
senso di letizia e di speranza, che fa germogliare poesia, musica e danza
:
Se comperi un melograno, compralo mentre ride, che il suo riso t’informi
dei dolci semi ! O benedetto riso quel riso che dalla bocca mostra aperto
il cuore, come perla nascosta nelle pieghe dell’anima, ma disgraziato
il riso che, come quello del tulipano, dalla bocca mostra il negrume del
cuore ! Il melograno ridente fa ridente il giardino ; la compagnia degli
uomini pii ti fa uomo. Poni nel mezzo dell’anima l’affetto per
i Santi, non dare il cuore altro che all’amore dei cuori felici !
Non entrare nell’angusta via della disperazione : ci sono speranze
!Non andar nelle tenebre : vi sono soli ! (p.26)
Il Canzoniere (Divan)
La vena poetica e musicale di Rumi meglio si espande nel Canzoniere, dove
le Odi (ghazal) sono un inno all’unico, infinito Iddio. Narrano i
biografi che spesso il poeta componeva le sue Odi danzando in circolo
intorno a una colonna della sua scuola e ritmandole col batter delle mani
e col canto.
O amanti, o amanti, è tempo di partire dal mondo,
con l’orecchio dell’anima sento tamburi di partenza, dal cielo
!
Ecco s’ è ridesto il cammelliere, e già ha arrangiato
le file
e il prezzo già ha chiesto pel viaggio ; a che dormite, compagni
?
O cuore, vola dal tuo Signore, amico corri verso l’Amico
e tu guardiano svègliati, àlzati, non deve dormire il custode
!
Ovunque grida e tumulto, in ogni via fiaccole e torce,
gravido è stanotte il mondo, a generare l’Eterno ! (p. 123)
LA LUNA
Nel firmamento è apparsa all’alba una Luna
è scesa dal cielo e ha rivolto a me lo sguardo.
Come falco che strappa via un uccello qual preda
mi rapì quella Luna e corse di nuovo nel cielo.
E quando a me stesso guardai, più me stesso non vidi ;
chè, in quella Luna, il mio Corpo per grazia sottile s’era
fatto anima pura !
E quando viaggiai entro l’anima non vidi che Luna
finchè svelato fu tutto della manifestazione eterna il mistero
!
I nove cerchi del cielo s’erano immersi in quella Luna,
e la barca dell’essere mio s’era tutta in quel mare nascosta.
Si franse d’onde quel mare, e tornò la Ragione
e lanciò il suo grido : così fu, così avvenne.
Spumeggiò quel mare ; e da ogni frammento di quella schiuma
di qualcuno venne un disegno, venne di qualcosa un corpo,
e ogni frammento di schiuma corporea che si mostrò da quel mare
poi subito si fuse e in quel mare entrò ancora ;
ma senza l’aiuto del Signore, del Sole divino di Tabrìz
non si può vedere la Luna, non si può essere mare. (pp.94-95)j
In quest’ardua poesia metafisica si sottolinea che “senza la
figura dell’Iniziatore non si può avere coscienza dell’unità
dell’essere, non si può essere mare, né si può
vedere quella Luna che qui rappresenta l’Assoluto” (Bausani).
Per il presente articolo ho usato il volume : Rumi, Poesie mistiche, introduzione,
traduzione, antologia critica e note di Alessandro Bausani, BUR Rizzoli,
Milano, rist. 1998
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Donne senza speranza Tra passato e futuro
IL CERCHIO, di Jafar Panahi
Interpreti Fereshtel Sadr Orafai, Nargess Parvin Almani, Mojgan Faramarzi
Fotografia Bagram Badakhshani
Montaggio Jafar Panahi
Sceneggiatura Kambozia Partovi
Produzione Jafar Panahi film, Mikado film, Lumiere & Co.
Durata 90’
Origine Iran, 2000
Leone d’Oro al Festival di Venezia 2000
…e alla fine Il cerchio si chiude, stringendosi come un nodo scorsoio
attorno alla già debole condizione femminile iraniana.
Quando alla 57° mostra del cinema di Venezia è stato dato l’annuncio
dell’assegnazione del Leone d’Oro al film di Jafar Panahi, Il
Cerchio, si è avvertito un sibilo di stupore, nonostante il film
fosse stato segnalato dalle solite voci di corridoio tra i possibili vincitori;
in pochi, infatti, alla vigilia della dorata kermesse lagunare avrebbero
scommesso anche solo due lire sulla sorprendente opera “terza”
del regista iraniano (già autore de Il palloncino bianco, candidato
all’Oscar come Miglior film straniero nel ’95, e de Lo specchio,
vincitore del Pardo d’Oro al Festival di Locarno nel ’96), anche
perché fino a tre giorni prima dell’inizio della mostra, il
film non aveva ancora ottenuto il visto della censura del suo paese d’origine;
e una volta assistito alla proiezione, non c’è bisogno di
essere dei prodigi di genialità per comprendere il motivo di questo
ritardo!
Ma torniamo all’inizio…
Che la donna fosse destinata a soffrire le pene dell’inferno durante
il parto (la scena iniziale del film è rappresentata da uno schermo
nero sul quale scorrono i credits, “commentato” da una serie
di gemiti ed urla di imprecazione di una donna che sta partorendo), questo
era già stato scritto da qualche parte sul Libro della Genesi.
Che, piu’ genericamente, le donne iraniane non godessero proprio
degli stessi privilegi concessi al sesso maschile, anche questo, in parte,
si era già sentito.
Ma che il solo fatto di nascere femmina comportasse il ripudio totale
da parte della famiglia e un destino disgraziato di sottomissione e sofferenza,
beh..per questo bisognava proprio assistere alla proiezione de |