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- Giornalismo e nonviolenza, di Mao Valpiana.
- Prigionieri per la pace. Albo d’onore 2006. Democrazie e
dittature in tutto il mondo condannano chi rifiuta l’esercito, a cura
della War Resisters International.
- La Russia ha bisogno di pace e diritti umani, di WRI
- L’obiezione di coscienza nella Russia di Putin, di
Andreas Speck
- Violenze in Cecenia e nonnismo in caserma. Carnefici e vittime,
nella Federazione Russa, a cura di WRI, traduzioni di Elena Buccoliero.
- Condannata a morte perchè raccontava quello che vedeva
e sentiva, di Anna Politkovskaja.
- Un secolo fa, il futuro, a cura di Luca Giusti.
LE RUBRICHE
- Educazione. Il gioco per pensare e immaginare un altro mondo,
a cura di Pasquale Pugliese.
- Disarmo. Scambiare le armi con fumetti e una lotteria, a
cura di Massimiliano Pilati.
- Economia. Le sue armi sparano da cinquecento anni, a cura
di Paolo Macina.
- Giovani. Da San Francesco a Capitini, Umbria una terra di pace,
a cura di Elisabetta Albesano e Agnese Manera.
- Per esempio. Il potere spirituale del bene per uscire dal buco
del dolore, a cura di Maria G. Di Rienzo.
- Cinema. L’ombra del passato toglie i colori a Sarajevo,
a cura di Flavia Rizzi.
- Musica. Una pomata antireumatica contro la follia della guerra,
a cura di Paolo Predieri.
- Libri. Una difesa alternativa a quella militare, a cura di
Sergio Albesano.
- Lettere. Sull’immigrazione incontrollata e l’abolizione
delle parate militari, a cura della Redazione.
Giornalismo e nonviolenza
Di Mao Valpiana
In Russia
Ogni anno, a dicembre, la War Resisters’ International (WRI - l’Internazionale
dei resistenti alla guerra, di cui il Movimento Nonviolento fa parte ed è
sezione italiana) diffonde l’Albo d’onore dei prigionieri per la
pace: coloro che hanno subito il carcere a causa del rifiuto dell’esercito.
Scorrendo l’elenco (che pubblichiamo alle pagine 4 e 5), vediamo che,
in questo, non ci sono differenze fra democrazie e dittature: gli stati non
accettano che l’obiezione di coscienza metta in crisi l’istituzione
militare e mini alla radice la preparazione della guerra.
La lente d’ingrandimento della WRI si sofferma quest’anno sul “caso-Russia”,
al quale dedichiamo copertina e vignetta (e i servizi da pagina 6 a pagina 9).
La Russia è un paese dove i diritti umani vengono regolarmente calpestati
e chi si oppone apertamente all’esercito viene accusato di spionaggio
militare e condannato a 15 anni di galera. E’ un paese dove chi vuole
sapere la verità sulla guerra in Cecenia, viene condannato a morte, e
l’esecuzione avviene per direttissima, senza processo, con un proiettile
sparato in testa sotto il portone di casa. E chi accusa il presidente di essere
il mandante, finisce all’altro mondo avvelenato con le radiazioni. Sembra
un giallo scritto senza troppa fantasia, un film nero di spionaggio e intrighi
internazionali da cinema di terza categoria, ed invece è cronaca di questi
giorni. Il caro “amico Vladimir”, ospite corteggiato dei vertici
G 8, è al centro di queste inquietanti vicende.
Anna Politkovskaya era una vera giornalista, innamorata del suo lavoro e professionalmente
corretta. Voleva raccontare ai suoi lettori della Novaja Gazeta ciò che
l’opinione pubblica non poteva venire a sapere su quello che realmente
avviene in Cecenia. Le notizie “ufficiali” sono quelle filtrate
dal potere militare e politico e raccontano oggi di una Cecenia “normalizzata”
dietro la quale in realtà si cela il regime di quotidiana violenza, brutalità
e tortura instaurato dal primo ministro ceceno Ramzan Kadyrov; un regime su
cui l’Unione Europea ha sempre espresso in ogni sede preoccupazione per
la situazione dei diritti dell’uomo e serie riserve sul processo politico
in corso in Cecenia più volte contestato e denunciato anche dalla giornalista
russa Anna Politkovskaja, colpita dall'odio di Kadyrov prima ancora delle pallottole
che l'hanno uccisa. La ricerca della verità, anche attraverso un serio
e meticoloso lavoro di inchiesta giornalistica, è un modo per dare parola
alla nonviolenza. Per questo vogliamo onorare il lavoro svolto da Anna Politkovskaya,
pubblicando il suo ultimo articolo (alle pagine 10 e 11).
In Sudafrica
Il 18 dicembre 1907 il settimanale degli indiani del Sudafrica Indian Opinion
lanciava un insolito concorso a premio indetto da Mohandas K. Gandhi per dare
un nome al metodo di lotta che aveva lanciato nella memorabile assemblea dell’11
settembre dell’anno precedente, di cui si è recentemente celebrato
il centenario (in Italia con l’ottimo convegno di Pisa promosso dal Centro
Gandhi, di cui abbiamo riferito nel numero di ottobre). Gandhi non era soddisfatto
dell’espressione “resistenza passiva” con cui veniva fino
ad allora definito il metodo adottato dal suo movimento. C’era bisogno
di una parola nuova. Il 10 gennaio 1908 Indian Opinion pubblica la parola indicata
dal vincitore del premio, shri Maganlal Gandhi: sadagraha, cioè “fermezza
in una buona causa”. A Gandhi la parola piacque, ma – dice lui stesso
nella sua autobiografia – “affinchè fosse più comprensibile
io poi la cambiai in satyagraha, che da allora in poi è diventata comune
in lingua gujarati per definire la nostra lotta”. La forza che nasce dalla
verità e dall’amore, questo è il metodo satyagraha o della
nonviolenza (ne parliamo da pagina 12 a pagina 17).
Dunque anche per Gandhi l’uso delle parole, attraverso la scrittura, e
il giornalismo in particolare, era un modo per servire la nonviolenza.
I cento volumi dei “Collected works of Mahatma Gandhi” smentiscono
infatti l’idea che Gandhi scrivesse poco. Uno dei motivi per cui ringraziava
chi lo incarcerava era che le quattro pareti bianche intorno gli consentivano
di provare a concentrare sui fogli ciò che aveva fatto e intuito. Raccontando
di Indian Opinion, Gandhi dice: “settimana dopo settimana ho messo tutta
la mia anima in quelle colonne, ho fornito l’interpretazione del satyagraha,
ed ho spiegato come lo si applica (…). Ricordo che ogni parola era oggetto
di meditazione e di ponderazione, non una era scritta con voluta esagerazione
o semplicemente per far piacere a qualcuno (…). Il satyagraha, cioè
la resistenza nonviolenta, probabilmente non si sarebbe mai realizzata senza
Indian Opinion”.
Per questo pensiamo al prossimo centenario della parola scritta satyagraha,
come al centenario del binomio indissolubile “giornalismo e nonviolenza”.
Con l’augurio che tanti giornalisti si ispirino al loro collega Gandhi.
Noi, con Azione nonviolenta, ci proviamo.

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Prigionieri per la pace. Albo d’onore 2006.
Democrazie e dittature condannano chi rifiuta l’esercito
Come funziona questa lista
Per primi sono scritti i nomi dei prigionieri, in grassetto, seguiti dalla loro
condanna, poi l’indirizzo del carcere in cui sono rinchiusi e infine la
ragione della detenzione. Le informazioni sui paesi dove i prigionieri hanno
avuto una sospensione della sentenza, o dove le sentenze sono state scontate
entro quest’anno, sono in corsivo. ARMENIA
Benché in Armenia sia passata una legge sull’obiezione di coscienza
nel 2004, il paese continua ad imprigionare gli obiettori di coscienza. Molti
di essi rifiutano anche il servizio sostitutivo, perché è controllato
dal Ministero della Difesa. Un emendamento alla legge attuale permette di perseguire
questo tipo di obiettori.
Nel maggio 2006 alcuni obiettori testimoni di Geova hanno fatto ricorso alla
Corte Europea per i Diritti Umani protestando una violazione del loro diritto
alla obiezione di coscienza. ERITREA
Paulos Eyassu (24/09/1994----)
Negede Teklemariam (24/09/1994----)
Isaac Mogos (24/09/1994----)
Aron Abraha (09/05/2001----)
Mussie Fessehaye (Giugno 2003 ----)
Ambakom Tsegezab (Febbraio 2005 ----)
Bemnet Fessehaye (Febbraio 2005----)
Henok Ghebru (Febbraio 2005 ----)
Sawa Prison, Eritrea
Amanuel Tesfaendrias (Marzo 2005 ----)
Wia Prison, Eritrea
Tutti i nove Testimoni di Geova sono imprigionati per obiezione di coscienza
al servizio militare. Tre di essi sono in carcere dal 24 settembre 1994 e non
hanno mai subito un processo per il loro “crimine”. La massima pena
per obiezione di coscienza in Eritrea è di 3 anni.FINLANDIA
Nonostante la pressione dell’Unione Europea e delle altre organizzazioni
internazionali, la Finlandia continua ad incarcerare gli obiettori totali e
rifiuta di modificare la sua legge sul servizio civile sostitutivo secondo gli
standard internazionali.
Il 16 ottobre scorso sono stati imprigionati 19 obiettori totali, ma solo 4
degli obiettori che saranno ancora in carcere il 1° di dicembre hanno dato
il permesso di pubblicare il loro nome.
Kenneth Eklund
Erno Pennanen (01/08/06—17/02/07)
Helsingin tiösiirtola, PL 36, 01531
Vantaa, Finland
Santeri Lintunen
Ojoisten työsiirtola, PL 36, 01531
Vantaa, Finland
Hannu Luode (01/08/06-18/02/07)
Satakunnan vankila, Köyliön osasto,
PL42, 32701 Huittinen, Finland GRECIA
Nel 2006 la situazione in Grecia non è cambiata nonostante ampie attenzioni
internazionali. Diversi obiettori di coscienza stanno aspettando il risultato
del loro processo d’appello, e potrebbero essere incarcerati.ISRAELE
Israele continua a incarcerare coloro che rifiutano di arruolarsi nell’esercito
israeliano, ma la consuetudine di emettere sentenze per periodi di prigionia
fino a 5 settimane, ripetibili, rende impossibile prevedere chi sarà
in carcere il 1° dicembre. Aggiornamenti al riguardo possono essere reperiti
sul sito di War Resisters’ International, http://wri_irg.org/news/alerts.PORTO
RICO
Josè Perez Gonzàlez (21519-069)
(cinque anni – uscirà il 15/07/08)
Edgefield FCI, PO box 725, Edgefield
SC 29824, USA
È stato condannato per cospirazione, danno alle proprietà federali
e/o violazione agli ordini il giorno 1° maggio 2003, per aver resistito
al bombardamento dei militari statunitensi, a Vieques, Porto Rico. RUSSIA
Igor Sutyagin (15 anni)
427965, Respublika Udmurtiy, g.
Sarapul; ul. Raskolnikova, 53-A, YaCh 91/5,
14 otryad; Russia
In carcere dal 27/10/1999, il 7 aprile 2004 ha ricevuto una condanna per spionaggio
di informazioni militari sulle armi nucleari.COREA DEL SUD
Nel 2004 la Corte Suprema del paese e la Corte Costituzionale hanno deliberato
contro il diritto all’obiezione di coscienza. Ci sono circa 1.000 obiettori
di coscienza i carcere, la grande maggioranza dei quali Testimoni di Geova.
Attualmente due casi verranno analizzati dal Comitato per i Diritti Umani delle
Nazioni Unite.
Quest’anno ci sono state anche nuove proteste contro la ricollocazione
di basi militari statunitensi in Corea del Sud, e questo ha dato luogo a numerosi
arresti.
Kim Ji Tae (#201, in 05/06/06)
Pyeongtaek Gu Chee So, Dong Sak Dong 245-1
Pueongtaek, South Corea
Imprigionato per aver opposto resistenza nonviolenza alla ricollocazione di
una industria bellica in vista della espansione di una base militare statunitense.
Il processo continua fino al 3 novembre 2006.USA
Greg Boertje-Obed
Michael Walli
Carl Kabat O.M.I.
Burleigh County Detention Center
POB 1416, Bismarck, ND58502
È stato direttamente coinvolto in una operazione per il disarmo di missili
nucleari nel Nord Dakota, il 20 giugno 2006. Una sentenza è attesa per
il 4 dicembre 2006.
Helen Woodson (03231-045) (106 mesi – uscirà il 09/09/11)
FMC Carswell, Max Unit, POB 27137
Ft. Worth, TX 76127
È stata coinvolta in una protesta alla corte federale di Kansas City,
nel Missouri, l’11/03/04, violando la promessa con cui era stata precedentemente
rilasciata dal carcere.
Kevin McKee (40886-050) (24 mesi – uscirà il 05/11/07)
FCI Schuykill Satellite Camp, POB 670
Minersville, PA 17954
Joseph Donato (40884-050) (27 mesi, uscirà il 31/01/08)
FCI Fairton, POB 420, Fiarton,
NJ 08320
Dichiarato colpevole nel dicembre 2004 per aver rifiutato di pagare le spese
militari, per ragioni religiose.
Rafil Dhafir (11921-052) (22 anni – uscirà il 26/04/22)
FCI Fairton, POB 420
Fairton, NJ 08320
Ayman Jarwan (11920-052), (18 mesi, uscirà il 25/12/06)
Dichiarati colpevoli per aver offerto aiuti umanitari e finanziari agli iracheni,
in violazione delle sanzioni statunitensi, febbraio 2005.
Augustin Aguayo
US Army Confinement Facility-Europe
Mannheim, Germany
Dopo che la sua dichiarazione di obiezione è stata rifiutata, è
stato dichiarato disertore, ed è stato trattenuto in Germania in attesa
della risoluzione del suo caso.
Walter R. Clousing
Bldg. 1041, PSC 20140, Camp Lejeune
NC 28542
Condannato il 12 ottobre per tre mesi, per aver disertato.
Come agire
prenditi almeno un’ora e scrivi ad almeno 4 prigionieri;
organizza, con la tua associazione, la tua classe, il tuo gruppo, un luogo di
incontro nella città dove proporre la corrispondenza con i prigionieri
per la pace;
inscena una performance di teatro di strada, costruisci un simbolo o fai qualsiasi
cosa possa attirare l’attenzione e l’interesse dei passanti.
Come inviare lettere e cartoline
manda sempre i tuoi messaggi chiusi in una busta
non dimenticare il mittente (nome e indirizzo)
sii breve e creativo: invia foto della tua vita, disegni;
dì ai prigionieri ciò che stai facendo per fermare la guerra e
la sua preparazione;
non scrivere niente che potrebbe rattristare o mettere in difficoltà
i prigionieri;
non aspettarti che i prigionieri rispondano alle tue lettere;
non cominciare dicendo “Sei coraggioso, io non potrei mai fare quello
che ha fatto tu” …
… ricorda: il prossimo anno potresti essere tu a testimoniare la nonviolenza
in un carcere

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1° Dicembre – giorno dei prigionieri per la pace
La Russia ha bisogno di pace e diritti umani
La Russia è il terzo paese al mondo per il numero di giornalisti uccisi
negli ultimi 15 anni. Nell’elenco la precedono solo l’Iraq e l’Algeria,
due terre dilaniate dai conflitti. Un report del Comitato per la Protezione
dei Giornalisti ha rilevato che, dal 1992 ad oggi, sono stati uccisi in Russia
42 giornalisti, molti di essi in uno stile che fa pensare ad una esecuzione,
e la maggior parte di questi casi non sono stati ancora risolti dalle autorità.
L’ultimo assassinio è stato quello di Anna Politkovskaya una giornalista
dell’opposizione la cui attenzione era concentrata sulla guerra in Cecenia,
sulle violazioni dei diritti umani che le forze armate russe stanno compiendo
in Cecenia, o contro i ceceni che vivono in Russia. Con questo obiettivo è
andata a toccare due pilastri centrali nel potere di Putin in Russia: l’esercito,
e la guerra russa contro il terrorismo ceceno.
Totalmente irrilevante?
Il presidente Putin ha espresso una dichiarazione sull’omicidio di Anna
Politkovskaya solo su pressione dei giornalisti durante una sua visita in Germania.
E allora ha dichiarato: “In ogni caso, il suo livello di influenza sullo
sviluppo politico del paese era… irrilevante”.
Anna Politkovskaya è stata minacciata e attaccata più volte a
causa del suo lavoro (vedi il suo ultimo articolo pubblicato di seguito. NdR)
. Quando è stata uccisa, stava ancora lavorando su una nuova vicenda
relativa alle violazioni dei diritti umani in Cecenia. C’è da crederlo
che a Putin piacerebbe molto se questa storia fosse del tutto “irrilevante”.
Non solo i giornalisti
E tutto questo non riguarda soltanto i giornalisti.
Solo pochi giorni dopo l’uccisione di Anna Politkovskaya, le autorità
russe hanno chiuso la Società degli Amici della Russia e della Cecenia
a Nizhny Novgorod – anche in questo caso, perché stava facendo
luce sulla guerra russa contro il terrorismo ceceno. Ovviamente, questo non
è che un ulteriore tentativo di far tacere il dissenso, che fa seguito
alla introduzione di una nuova legge sulle ONG e sulle organizzazioni della
società civile. A il Guardian ha riferito che il 19 ottobre molte ONG
ben note in Russia sono state costrette a interrompere le loro attività
perché non si erano registrate entro il termine secondo i criteri della
nuova legge. Ciò è stato dovuto a ritardi burocratici. Fino al
18 di ottobre, solo 91 ONG su 500 sono state approvate dalle autorità
russe – le rimanenti devono sospendere le loro attività.
Ancora una volta, molte di queste ONG erano coinvolte in aiuti umanitari nel
nord del Caucaso, in Ingushetia o altrove, spesso offrendo aiuti ai rifugiati
ceceni.
Un clima di violenza
L’uccisione di giornalisti e la chiusura delle ONG e di molti gruppi della
società civile sono avvenuti in un contesto di violenza crescente contro
le minoranze e contro gli attivisti politici. Nel novembre 2005 due anarchici
sono stati attaccati da un gruppo di fascisti a San Pietroburgo, uno dei due
è morto, l’altro è rimasto gravemente ferito. Specialmente
i caucasici che abitano in Russia devono affrontare regolarmente abusi e attacchi
fascisti. E l’attuale escalation del conflitto tra la Russia e la Georgia
– con la deportazione di centinaia di cittadini georgiani dalla Russia
– non fa che aumentare le violenze razziste all’interno della società
russa. Evidentemente, le cose non stanno andando poi così bene…
Andreas Speck

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Prime impressioni dopo tre anni di applicazione della legge
L’obiezione di coscienza nella Russia di Putin
La legge russa sull’obiezione di coscienza è diventata esecutiva
il 1° gennaio 2004, introducendo un “diritto” all’obiezione
che non è in linea con gli standard internazionali e include un servizio
sostitutivo 1,75 volte più lungo di quello militare.
In pratica – lasciando da parte la durata del servizio – i problemi
arrivano soprattutto dall’applicazione delle procedure burocratiche. Una
dichiarazione di obiezione deve essere inviata alle autorità con un anticipo
di almeno 6 mesi rispetto alla chiamata alla leva.
Comunque, molti potenziali obiettori di coscienza non sono a conoscenza di queste
scadenze, e gli uffici competenti spesso danno informazioni incomplete o sbagliate.
Secondo Sergey Krivenko, segretario della Coalizione di tutte le ONG Russe per
un Servizio Civile Alternativo e Democratico, questi sono casi di vera e propria
disinformazione consapevole da parte degli uffici; si danno apposta informazioni
errate, in modo che il diritto all’obiezione di coscienza venga applicato
solo a persone di fede religiosa. Comunque sia, la maggior parte degli uffici
effettivamente non forniscono informazioni sul diritto all’obiezione di
coscienza.
Attualmente ci sono diversi casi in cui la dichiarazione di obiezione è
stata respinta perché giunta oltre la scadenza prevista, e conseguentemente
gli obiettori sono stati costretti a svolgere il servizio militare. Questa parte
della legge è attualmente in discussione presso la Corte Costituzionale
della Federazione Russa.
Ci sono anche casi in cui l’ufficio di leva non ha trasmesso la dichiarazione
di obiezione al comitato che ha il compito di accettare o negare il diritto
all’obiezione.
Al di là di tutto, da quando la legge è entrata in vigore, circa
3.500 persone si sono dichiarate obiettori di coscienza. Non sono attualmente
disponibili statistiche su quante di queste richieste siano state accettate
o rifiutate. Comunque, circa un centinaio di persone hanno contattato delle
organizzazioni per i diritti umani in Russia per farsi aiutare nel rapporto
con la burocrazia, e la gran parte di questi casi hanno passato l’esame.
L’obiezione di coscienza in Russia va inquadrata nella situazione disastrosa
in cui versa attualmente l’esercito russo e nel tentativo crescente tra
i giovani di evitare la leva. Secondo un sondaggio del centro indipendente Levada,
la volontà di servire il Paese nell’esercito era calato del 40%
all’inizio del 2006. Per molti giovani il modo migliore per scegliere
è evitare la leva – “comprando” un certificato medico
che li dichiara inabili o ottenendo un congedo – e non fare dichiarazione
di obiezione. Questo significa che il numero degli obiettori non riflette il
più ampio scontento verso l’esercito russo.
Andreas Speck

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I diritti umani e l’esercito russo
Carnefici e vittime. L’esercito russo calpesta i diritti umani dei suoi
coscritti e del popolo ceceno. E tutti tacciono.
L’esercito russo ha davanti a sé (almeno) due problemi che hanno
a che vedere con i diritti umani: dedovshchina, il nonnismo verso i nuovi coscritti,
e le violazioni compiute dai militari russi in Cecenia o in altre aree di conflitto.
Dedovshchina
Nel 1988 un episodio descritto dalla Komsomol’skaia Pravda ha aperto il
dibattito sul nonnismo nell’esercito: un coscritto che per molto tempo
era stato vittima di abusi ha sfoderato un’arma e l’ha puntata contro
un compagno, fino a uccidere otto commilitoni.
Il fenomeno del nonnismo estremo ha dato vita in Russia ad un altro fenomeno
probabilmente unico: il Movimento delle Madri dei Soldati.
Per molti antimilitaristi, è difficile mettersi in relazione con questo
movimento che non può essere realmente classificato come antimilitarista
o pacifista, dal momento che la maggiore preoccupazione per molte di queste
madri è proteggere il proprio figlio dagli atti dei commilitoni. La maggior
parte del Comitato delle Madri dei Soldati promuove la professionalizzazione
dell’esercito russo come risposta al problema.
In ogni caso, il Comitato è stato ed è ancora importante quando
fornisce assistenza pratica a giovani che non vogliono fare il militare per
paura degli atti di nonnismo estremo, e che rendono pubblici questi fatti, contribuendo
a introdurre il problema della dedovshchina nell’agenda della società
russa e al collasso del sistema di leva, ampliando ancora il rifiuto dell’esercito.
Nonostante l’impegno di queste madri, e a circa 20 anni di distanza dal
loro inizio, le cose non sono migliorate in Russia, come dimostra il caso di
Sychyov, che all’inizio di quest’anno è diventato un simbolo
della brutalità della leva russa.
Secondo quanto riferito dalla Fondazione dei Diritti delle Madri, “tremila
soldati in media muoiono ogni anno nell’esercito russo. […] Il 23%
delle morti sono attribuite ad incidenti, il 16% a operazioni militari, il 15%
ad azioni aggressive da parte di altri soldati e l’11% a malattia. Inoltre,
nel 17% dei casi i soldati morti erano figli unici, e il 14% dei genitori che
hanno perso il figlio nell’esercito erano persone disabili. I genitori
di un soldato che muore nell’esercito percepisce una pensione di 70 dollari
al mese, ma solo se può dimostrare che la morte non va addebitata a suicidio
o a malattia. In aggiunta, le indagini spesso non prendono in considerazione
che la maggior parte dei suicidi sono arrivati a questo atto dopo giorni e giorni
di umiliazioni, minacce e torture brutali. Secondo Veronica Marchenko, l’ultimo
anno è stato caratterizzato da omicidi insolitamente crudeli e da molti
casi criminali”.
L’esercito russo sta rispondendo abbreviando il tempo della leva (diventerà
di un anno dal 2008 in avanti) e incrementando la componente professionale.
È comunque improbabile che questo eliminerà il problema, se non
si aggiungeranno interventi strutturali.
La Cecenia
La Cecenia è l’altra faccia dei problemi che assillano l’esercito
russo: la violazione sistematica dei diritti umani dei civili ceceni da parte
delle forze armate. E queste pratiche stanno aumentando ed ampliandosi alla
vicina Ingushetia. Amnesty International scrive: “Continue e serie violazioni
dei diritti umani, inclusi crimini di guerra, vengono commessi in Cecenia sia
dai ceceni sia dalle forze federali. Le forze di sicurezza cecene sono sempre
più implicate in detenzioni senza processo, torture e “sparizioni”.
Le donne soffrono atti di violenza di genere, compreso lo stupro o il tentativo
di stupro da membri dell’esercito russo o delle forze di sicurezza cecene.
Ci sono anche le prove che i gruppi ceceni di opposizione armata continuano
a commettere crimini di guerra, inclusi gli attacchi diretti sui civili. Amnesty
International è al corrente di due soli processi avvenuti nel 2005 per
serie violazioni dei diritti umani commesse in Cecenia. La maggior parte delle
indagini al riguardo non vengono portate a termine e nei pochi casi in cui si
arriva ad un processo questo viene insabbiato”.
“Violenze sono state testimoniante in altre repubbliche del Caucaso settentrionale,
confatti quali detenzione arbitraria, tortura, “sparizioni” e rapimenti.
Il 13 ottobre 2005 un gruppo di 300 uomini armati hanno sferrato attacchi contro
le sedi governative dentro e vicino a Nalchik, la capitale del Kabardino-Balkaria,
in cui più di 100 persone (inclusi almeno 12 civili) sono state uccise.
L’attacco sarebbe stato una risposta a mesi di persecuzione in questa
regione praticata dalle forze governative verso i musulmani praticanti, con
detenzioni arbitrarie, torture e chiusura delle moschee. In seguito alle violenze
a Nalchik i militari federali hanno incarcerato dozzine di persone; molte di
esse sono state torturate”.
Mentre la Corte Europea per i Diritti Umani procede contro la Russia per la
scomparsa e la morte di cittadini ceceni, nel febbraio e nell’ottobre
2006, la situazione non sembra migliorare. Nel primo procedimento che ha avuto
luogo in febbraio, la Corte Europea prima ha riconosciuto la Russia colpevole
di serie violazioni dei diritti dell’uomo, con un uso sproporzionato della
forza nelle operazioni militari e un attacco indiscriminato contro i civili,
e poi non ha indagato nel modo dovuto sulle morti dei civili.
Un movimento contro la guerra?
Dopo quanto abbiamo detto sulla dedovshchina nell’esercito russo e sulla
guerra in Cecenia, in Russia non c’è un movimento contro la guerra
di cui parlare. Pochi, piccoli gruppi – qualche Comitato di Madri dei
Soldati, Azione Autonoma, Memoriale e pochi altri – lavorano più
o meno isolati gli uni dagli altri contro la guerra della Russia contro il terrorismo
ceceno. Molti attivisti russi ripongono le loro speranze nell’Europa e
nelle istituzioni internazionali, e fanno appello ad esse perché fermino
la guerra in Cecenia.
Ma è difficile che accada, specialmente finché non ci sarà
una opposizione pubblica alla guerra all’interno della stessa Russia.
Andreas Speck
Per saperne di più
Autonomous Action: www.avtonom.org
Memorial: www.memo.ru
Soldiers’ Mothers’ Committees: http://www.ucsmr.ru

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Condannata a morte perché raccontava quello che vedeva e sentiva
Il Cremino non vuole che si sappia la verità sulla Cecenia
Il 7 ottobre 2006 è stata uccisa a colpi di pistola fuori dal suo appartamento
a Mosca. Anna Politkovskaya era “solo” una giornalista indipendente
che svolgeva il lavoro con coraggio e coscienza. Raccontava la violenza del
potere usando la parola, che è la forza della nonviolenza.
Per renderle l’onore che merita, pubblichiamo uno dei suoi ultimi articoli,
nel quale lei stessa individua i mandanti del suo assassinio.
Sono un paria. Questo è il risultato principale del mio lavoro giornalistico
negli anni della seconda guerra cecena e dell'aver pubblicato all'estero alcuni
libri sulla vita in Russia e sulla guerra cecena. A Mosca non mi invitano alle
conferenze stampa né alle riunioni alle quali siano presenti personalità
del Cremlino, perché non pensino che gli organizzatori covano simpatie
nei miei confronti. Nonostante questo, tutti i più alti rappresentanti
del governo mi parlano, se interpellati, quando scrivo i miei articoli o faccio
delle inchieste, ma solo segretamente, dove non possono essere visti: all'aperto,
in qualche piazza, in case sicure alle quali arriviamo prendendo strade diverse,
come spie. Agli alti dirigenti piace parlare con me. Sono felici di darmi delle
informazioni. Mi incontrano e mi raccontano quello che succede ai vertici. Ma
solo in segreto.
A questo non ci si abitua, ma si impara a conviverci. È esattamente così
che ho dovuto lavorare durante la seconda guerra cecena. Mi nascondevo dall'esercito
federale russo, ma ero sempre in grado di entrare in contatto clandestinamente
con le singole persone attraverso intermediari di fiducia, così che i
miei informatori non corressero il rischio di essere denunciati ai generali.
Quando il progetto di cecenizzazione di Putin ebbe successo (facendo sì
che i ceceni "buoni" leali al governo uccidessero quelli "cattivi"
che vi si opponevano), ricorsi allo stesso sotterfugio per parlare con gli ufficiali
ceceni "buoni", che naturalmente conoscevo da molto tempo e che prima
di diventare "buoni" mi avevano accolto nelle loro case nei mesi più
difficili della guerra. Adesso possiamo incontrarci solo clandestinamente perché
sono un paria, un nemico. Anzi, un nemico incorreggibile che non si presta a
essere rieducato.
Non sto scherzando. Tempo fa Vladislav Surkov, vice presidente dell'amministrazione
presidenziale, ha spiegato che esistono dei nemici che possono essere ricondotti
alla ragione e nemici incorreggibili con i quali ragionare è impossibile
e che devono essere semplicemente "epurati" dall'arena politica.
E così stanno cercando di togliere di mezzo me e altri come me.
Il 5 agosto del 2006 mi trovavo in mezzo a una folla di donne nella piccola
piazza di Kurcaloj, un polveroso villaggio ceceno. Indossavo sulla testa una
sciarpa ripiegata e annodata come fanno molte donne della mia età in
Cecenia, senza coprire completamente il capo ma anche senza lasciarlo scoperto.
Era essenziale che mantenessi l'anonimato, altrimenti chissà cosa sarebbe
successo.
Su un lato della piazza, sulla tubazione del gas che attraversa tutto il villaggio
di Kurcaloj, erano stesi dei pantaloni di tuta maschili, imbrattati di sangue.
Allora era già stata portata via la testa mozzata dell'uomo, che non
vidi.
Nella notte tra il 27 e il 28 di luglio alla periferia di Kurcaloj due combattenti
ceceni erano caduti in un'imboscata tesa loro dalle unità di Ramzan Kadyrov,
leader amico del Cremlino. Uno, Adam Badaev, era stato catturato, mentre l'altro,
Hoj-Ahmed Dusaev, di Kurcaloj, era stato ucciso. Verso l'alba una ventina di
macchine Ziguli, piene di uomini armati, entrarono nel villaggio e andarono
alla stazione di polizia. Avevano con sé la testa di Dusaev. Due di loro
la appesero. Sotto stesero i pantaloni insanguinati che ora stavo vedendo.
Gli uomini armati passarono due ore a fotografare la testa con i cellulari.
La testa rimase lì per 24 ore, poi i miliziani la portarono via ma lasciarono
i pantaloni dove stavano. Gli agenti dell'ufficio del procuratore generale cominciarono
a ispezionare la scena dello scontro e la gente del posto sentì uno degli
ufficiali chiedere a un sottoposto: "Hanno finito di ricucire la testa?".
Il corpo di Dusaev, con la testa ricucita al suo posto, fu portato sul luogo
dell'imboscata e gli agenti del procuratore generale cominciarono a esaminare
la scena del crimine seguendo le normali procedure investigative.
Scrissi di questo sul mio giornale, astenendomi dal commentare e limitandomi
a mettere un po' di puntini sulle "i" a proposito di quello che era
successo. Arrivai in Cecenia quando uscì l'articolo sul giornale. Le
donne nella folla cercarono di nascondermi perché erano sicure che gli
uomini di Kadyrov mi avrebbero uccisa sul posto se avessero saputo che mi trovavo
lì. Mi ricordarono che Kadyrov aveva pubblicamente giurato di uccidermi.
Durante una riunione del suo governo aveva detto che ne aveva abbastanza, e
che la Politkovskaja era condannata. Me l'avevano riferito membri di quello
stesso governo.
Perché? Perché non scrivevo quello che voleva Kadyrov? "Chiunque
non sia dei nostri è un nemico". Così ha detto Surkov, e
Surkov è il principale sostenitore di Ramzan Kadyrov nella cerchia di
Putin.
"Ramzan mi ha detto, 'È così stupida da non conoscere il
valore del denaro. Le ho offerto dei soldi ma non li ha presi'", mi raccontò
quello stesso giorno un vecchio conoscente, un alto ufficiale delle forze speciali
della milizia. Lo avevo incontrato in segreto. Essendo "uno dei nostri",
diversamente da me, avrebbe avuto dei problemi se ci avessero visti insieme.
Quando venne l'ora di andarmene era già sera, e insistette perché
mi fermassi in quel luogo sicuro. Temeva che potessero uccidermi.
"Non devi uscire", mi disse. "Ramzan è infuriato con te".
Perché Ramzan ha giurato di uccidermi? Una volta lo intervistai e mandai
in stampa l'intervista esattamente come l'aveva rilasciata, con la sua tipica
stupidità da idiota, con la sua ignoranza e le sue inclinazioni diaboliche.
Ramzan era convinto che l'avrei riscritta completamente, presentandolo come
un uomo intelligente e onesto. Dopotutto così si comporta oggi la maggioranza
dei giornalisti, quelli che "stanno dalla nostra parte".
È abbastanza perché qualcuno giuri di ucciderti? La risposta è
semplice quanto la morale personalmente incoraggiata da Putin. "Siamo spietati
con i nemici del Reich". "Chi non è con noi è contro
di noi". "Coloro che sono contro di noi devono essere annientati".
"Perché te la prendi tanto per quella testa mozzata?", mi chiede
Vasilij Pancenkov quando ritorno a Mosca. Dirige l'ufficio stampa delle truppe
del Ministero degli Interni, ma è una brava persona. "Non hai niente
di meglio di cui preoccuparti?". Gli sto chiedendo di commentare i fatti
di Kurcaloj per il nostro giornale. "Scordatelo. Fingi che non sia mai
successo. Te lo dico per il tuo bene!".
Ma come posso dimenticarlo, se è successo?
Disprezzo la linea del Cremlino elaborata da Surkov, che divide le persone tra
coloro che stano "dalla nostra parte", "non dalla nostra parte"
o perfino "dall'altra parte". Se un giornalista è "dalla
nostra parte", riceverà premi e rispetto, forse anche un invito
a candidarsi alla Duma. Se un giornalista "non è dalla nostra parte",
invece, sarà considerato un sostenitore delle democrazie europee, dei
valori europei e diventerà automaticamente un paria. È il destino
di tutti quelli che si oppongono alla nostra "democrazia sovrana",
alla nostra "tradizionale democrazia russa". (Cosa mai sia, non lo
sa nessuno, eppure giurano di esserle fedeli: "Siamo per la democrazia
sovrana!")
Non sono un animale politico. Non ho mai aderito a un partito e lo considererei
uno sbaglio per un giornalista, almeno in Russia. Non ho mai sentito il bisogno
di candidarmi alla Duma, anche se in passato sono stata invitata a farlo.
Dunque quale crimine mi ha meritato questa etichetta di "non una dei nostri"?
Mi sono limitata a riferire quello che ho visto, niente di più. Ho scritto
e, meno frequentemente, ho parlato. Sono perfino riluttante a commentare, perché
mi ricorda le opinioni impostemi durante la mia infanzia e la mia giovinezza
sovietiche. Mi sembra che i nostri lettori siano capaci di interpretare da soli
quello che leggono. Ecco perché il mio genere è il reportage,
con limitati interventi personali. Non sono un magistrato ma qualcuno che descrive
la vita che ci circonda per coloro che non riescono a vederla con i loro occhi,
perché quello che viene mostrato alla televisione e di cui scrive la
schiacciante maggioranza dei giornali è ammorbidito e indebolito dall'ideologia.
Il Cremlino reagisce cercando di bloccarmi l'accesso alle informazioni: i suoi
ideologi suppongono che sia il modo migliore per rendere inoffensivo quello
che scrivo. Però è impossibile fermare qualcuno fanaticamente
dedito alla professione di raccontare il mondo che ci circonda. A 47 anni non
sono, dopotutto, così giovane da accettare di imbattermi costantemente
nei rifiuti e di farmi sbattere in faccia la mia condizione di paria. Però
posso conviverci.
Non voglio dilungarmi sulle altre gioie della strada che ho scelto: l'avvelenamento,
gli arresti, le lettere e le e-mail minatorie, le minacce di morte al telefono,
il fatto che mi convochino ogni settimana nell'ufficio del procuratore generale
per firmare dichiarazioni praticamente su tutti gli articoli che scrivo (la
prima domanda è sempre: "Come ha ottenuto questa informazione?").
La cosa più importante, però, è continuare il mio lavoro,
descrivere la vita che vedo, ricevere tutti i giorni in redazione persone che
non hanno un altro luogo in cui portare i loro guai perché il Cremlino
trova le loro storie inopportune, e così il solo luogo che può
dar loro voce è il nostro giornale, la Novaja Gazeta.
Anna Politkovskaja(Fonte: The Guardian – Traduzione Mirumir)

torna in alto
Un secolo fa, il futuro
A gennaio la parola satyagraha compie 100 anni. Ricordiamo insieme il contesto
in cui fu concepita e mosse i primi passi: la lotta che Gandhi condusse tra
1893 e 1914 per i diritti degli indiani del Sudafrica
Per festeggiare l’anniversario della “pubblicazione” a stampa
del nome che definisce il metodo nonviolento abbiamo seguito il racconto che
della campagna sudafricana Gandhi fece nei due anni di prigionia a Yeravda,
raccolto nel libro “Satyagraha in South Africa”, recentemente tradotto
da Maria Serena Marchesi e pubblicato a cura di Rocco Altieri con il titolo
“Una guerra senza violenza”. La scheda qui presentata riprende,
in neretto come titoli di paragrafo, i nomi che Gandhi ha dato ai capitoli del
libro e rimanda alle pagine e ai paragrafi del libro (d’ora in poi riferito
con l’acronimo Ugsv).
1893: il Natal ottiene l’indipendenza
Geografia e storia: un territorio appetibile: non solo per oro e diamanti tra
i più grandi del mondo, ma anche per latifondi a canna da zucchero, tè,
caffè e altro. Non stupisce dunque la competizione tra inglesi e olandesi
(detti Boeri), arrivati da quattro secoli sulla costa nelle Colonia del Capo
e Natal. I secondi migrano nell’entroterra non colonizzato, fondando Libero
Stato di Orange e Transvaal.
Gli indiani entrano in Sudafrica: un solo aspetto limita lo sfruttamento coloniale:
dopo l’abolizione della schiavitù non è semplice controllare
il lavoro della popolazione indigena. Non c’è problema: un accordo
con il governo indiano garantisce lavoratori disposti a emigrare con un contratto
quinquennale e pochi diritti; non specifica però che la loro forza non
risiede solo nelle braccia e che sanno come affrancarsi già dopo il primo
contratto. Soprattutto non si prevede che ad essi si sarebbero accodati commercianti
indiani assai dinamici.
Un esame dei torti subiti: Preoccupati di tutto ciò commercianti e datori
di lavoro europei fanno pressione affinché i vari stati approvino leggi
che limitino fortemente il diritto di proprietà, voto, commercio e affrancamento
degli indiani. L’Impero sostiene ma spesso emenda: nascono così
movimenti per chiedere governi autonomi. Il Natal è il primo a ottenerlo,
nel 1893; e subito pubblica il Franchise Law Amendment Bill, progetto di legge
che toglierebbe il voto agli asiatici discriminando -prima volta- in base alla
razza.
1893: il giovane Mohandas arriva a Durban
Il ventiquattrenne Mohandas K. Gandhi ha appena coronato con la laurea in legge
cinque anni a Londra che -nel libro “An Autobiograpy or the story of my
experiments with Truth”- così sintetizzerà: “Il seme
di tutto quello che feci dopo fu gettato in Inghilterra”. Ha conosciuto
la cultura e lo stato inglese nei suoi fondamenti giurisprudenziali; ma soprattutto
-lontano dagli impegni familiari- ha avuto modo di sviluppare la pratica di
conquista dell’autonomia attraverso quelli che chiama “esperimenti”
di autogestione consapevole.
Rientrato in India non riesce ad avviare un’attività; decide così
di accettare l’invito di un parente che cerca un avvocato per la propria
ditta in Sudafrica. Qui il lavoro va bene ma il contatto diretto con la dura
condizione degli Indiani in quel paese, lo spinge a orientare in senso politico
l’enorme lavoro che ha fin qui condotto su di sé.
Viaggiando in treno verso Pretoria, G. viene fatto scendere in malo modo alla
stazione di Maritzburg: (gli indiani non potevano viaggiare in I°classe).
L’esperienza della negazione degli elementari diritti, amplificata sulla
propria pelle da una fredda notte, lo convince ad occuparsi della condizione
degli Indiani in Sudafrica.
Ma non è facile far convivere impegno e lavoro. Deciso a tornare in India,
durante la festa di addio che amici gli hanno organizzato, gli capita in mano
una copia del quotidiano Natal Mercury, che annuncia il Franchise Law Amendment
Bill. Rimane scandalizzato, intuendovi “l’inizio della fine dei
pochi piccoli diritti”.
Un esame delle prime lotte: G. si lascia così convincere a organizzare
l'opposizione al Franchise Law Amendment Bill; la notte stessa scrive una petizione
che sarà firmata da diecimila indiani, spingendo il sergretario di stato
inglese per le colonie a porvi un veto il 14 settembre 1895. Evidentemente leggero
se per superarlo basta una nuova legge che rimuove la distinzione razziale ma
nella sostanza squalifica gli indiani. Nel 1894: G. inizia a scrivere lettere
settimanali ai propri contatti e a tutte le forze politiche in Inghilterra.
Dà al movimento un’organizzazione sul modello del Congresso nazionale
indiano, da cui deriva anche il nome: Congresso indiano del Natal. Nascono esperienze
simili in Transvaal e Colonia del Capo. I commercianti girano i villaggi in
auto raccogliendo adesioni. Il Congresso lancia l'Associazione indiana per l'educazione,
che avvia un’attività di formazione importantissima di cui G. scriverà
“senza di essi il lettore non può rendersi conto come il satyagraha
spontaneamente germogliò all’improvviso” (“salvare
la comunità dall’abitudine all’esagerazione” Ugsv pag.50).
Nel maggio 1896 G. torna a prendere la famiglia in India e vi rimane sei mesi
a informare forze politiche e principali giornali, questi pubblicano articoli
che scatenano la reazione degli europei del Sudafrica. Al rientro G. è
isolato per 23 giorni sulla nave in quarantena e poi malmenato.
Nel 1897 le nuove leggi Sulle licenze commerciali e Sulla restrizione dell'immigrazione
impongono agli indiani del Natal scoraggianti procedure e limitano l'immigrazione
a chi passi un esame di lingua e cultura europea. La guerra boera -1899: lo
scontro tra Boeri e Inglesi si riaccende in guerra; G. organizza un corpo di
ambulanze indiano, a partire dall’assunto che “la nostra esistenza
in Sudafrica è soltanto in qualità di sudditi britannici“(Ugsv
pagg.70 e seg.). Nonostante che tra i motivi dichiarati per entrare in guerra
ci fosse il modo in cui i Boeri trattavano gli Indiani, i vincitori Inglesi
mantengono le leggi repressive, applicandole in maniera più sistematica:
I permessi a cui gli indiani si devono nuovamente registrare al passaggio sotto
il nuovo governo devono contenere una fotografia del portatore, la sua firma
e se analfabeta l’impronta del suo pollice. Dopo un tentativo di modificare
la direttiva per via negoziale, gli Indiani accettano di scambiare i propri
permessi con quelli nuovi
Per giustificare presso l’opinione pubblica inglese questa durezza, i
governanti creano fittizie giustificazioni di matrice ideologica (Ugsv pag.
86/87).
Indian Opinion - 1904: Da buon ex londinese G. coglie in pieno questo aspetto;
pensa anche che senza un giornale “non avremmo forse potuto educare la
comunità indiana del posto né tenere in contatto gli indiani di
tutto il mondo”. Prende la responsabilità della rivista Indian
Opinion, dedicando alla sua publicazione delle 3500 copie settimanali una comunità
di persone fondata a Phoenix, 13 miglia da Durban. La ricompensa della cortesia
–Il Black Act: il 22 agosto 1906 il governo del Transvaal adotta l’“Asiatic
law amendement ordinance” impone agli Indiani di ogni sesso e età
complesse procedure di registrazione e verifiche improvvise in ogni momento
e luogo, persino in casa (Ugsv pag.94). Una umiliante discriminazione rispetto
agli Europei che non sono soggetti a nulla di simile. Una vera e propria tela
di ragno che lega i movimenti degli indiani per mantenerli sottomessi e timorosi
e per mettere una zavorra al loro dinamismo economico.
Un’assemblea degli indiani più importanti del Sudafrica conclude
che un’approvazione del decreto (rinominato “Black act”) avrebbe
portato all’emulazione negli altri paesi; decide così di convocare
un’adunanza pubblica
La nascita del satyagraha: l’11 settembre l’adunanza si svolge al
Teatro Imperiale di Johannesburg. Con atteggiamento davvero insolito per chi
deve persuadere, G. illustra tutti gli scenari più neri e chiarisce che
il giuramento di ognuno deve rimaner fermo e perfettamente nonviolento, anche
se tutti gli altri lo tradissero (Ugsv pagg. 99-101). Evidentemente sa che la
gente è preparata ad accogliere un impegno pesante, il solo adeguato
a una sfida così dura. L’assemblea infatti sottoscrive con entusiasmo.
La delegazione in Inghilterra: il 20 ottobre: G. e un altro rappresentante incontrano
a Londra il Comitato britannico del Congresso nazionale indiano e “tutti
i membri del parlamento che potemmo senza badare al partito a cui appartenevano”.
Si fonda il Comitato indiano britannico del Sudafrica.
Politica sleale: a dicembre: il segretario di Stato per le colonie non firma
l’Asiatic law. E’ solo ipocrisia, visto che il 1 gennaio ‘07
viene conferito al Transvaal il governo autonomo e che questo il 21 marzo approva
–senza che la corona intervenga- la Legge di registrazione asiatica.
Il nome satyagraha: a gennaio i lettori preparati da anni di articoli su Indian
Opinion sono invitati a sintetizzare il senso di quel metodo. Nell’anniversario
dell’evento abbiamo deciso di riportare l’intero passo che G. inserisce
in “Satyagraha in South Africa”: “Sapevo soltanto che un nuovo
principio aveva visto la luce. Mentre la lotta progrediva, l’espressione
“resistenza passiva” dava adito a confusione e sembrava vergognoso
che questa grande lotta venisse conosciuta soltanto con un nome inglese. Inoltre
quell’espressione straniera difficilmente poteva essere accettata come
termine corrente all’interno della comunità. Sull’Indian
Opinion fu dunque annunciato che un piccolo premio sarebbe stato conferito al
lettore che avesse inventato la migliore designazione per la nostra lotta. Così
ricevemmo un gran numero di suggerimenti. Il significato della lotta era stato
allora discusso dettagliatamente sull’Indian Opinion e i concorrenti al
premio avevano materiale più che sufficiente da cui partire per la loro
esplorazione. Shri Maganlal Gandhi era uno dei concorrenti, e suggerì
la parola sadagraha, che significa “fermezza in una buona causa”.
La parola mi piacque, ma non rappresentava completamente l’intera idea
che desideravo che connotasse. Così la corressi in Satyagraha. La verità
(satya) implica l’amore, e la fermezza (agraha) genera, e quindi funge
da sinonimo, di “forza”. Così iniziai a chiamare il movimento
indiano satyagraha, vale a dire, la forza che nasce dalla Verità e dall’Amore
o nonviolenza”
Una fessura nel liuto: il 1 luglio si mettono picchetti al primo giorno di apertura
degli uffici di registrazione dei permessi. Precise regole garantiscono il rispetto
di chi si vuole registrare ed evitano scontri, con l’eccezione -prontamente
isolata- di “un corpo di uomini legati al movimento che, senza divenire
volontari, minacciavano privatamente”.
Il primo prigioniero satyagrahi:a fine luglio sono andati a registrarsi non
più di cinquecento dei tredicimila indiani del Transvaal. In duemila
invece rispondono all’assemblea di massa organizzata in uno spazio aperto
di Pretoria (non esistevano edifici così capienti). Il governo prova
a indurire le misure condannando a un mese di prigione il primo satyagrahi;
ma finisce per rafforzarne la fama e il desiderio di emulazione.
Una serie di arresti: a natale il governo cambia ancora strategia, inviando
lettere di comparizione alle leader del movimento. I satyagrahi rispondono facendosi
arrestare in centocinquanta. In molti casi la condanna è ai lavori forzati.
“Ognuno di noi era saldo nella sua determinazione di trascorrere il suo
periodo di carcere in perfetta letizia e pace”.
Il primo accordo: Il governo capisce che anche questa nuova strategia non sta
funzionando e dopo due settimane-ben prima dei due mesi comminati a molti- invia
a G. una bozza di accordo per l’abolizione del Black Act.
Ostilità e aggressione: Il 30 gennaio 1908: Il generale Smuts riceve
a Pretoria G. che chiede di precisare meglio le condizioni di abolizione del
Black Act. G. accetta l’accordo pagandone presto le conseguenze: le minoranze
radicali lo accusano di corruzione e lo malmenano. In risposta “feci soltanto
una cosa. Scrissi molto, allo scopo di rimuovere malintesi riguardo al compromesso”
Il generale Smuts viene meno alla parola data (?): Invece di abolire il Black
Act introduce una nuova misura che convalida le registrazioni volontarie effettuate
e i certificati emessi in data successiva a quella fissata dal governo nei termini
di quella legge, escludendo i possessori dei certificati di registrazione volontaria
dai suoi effetti e prendendo ulteriori provvedimenti per la registrazione degli
asiatici. Così entrano in vigore due provvedimenti legislativi che hanno
lo stesso obiettivo e sia gli indiani appena arrivati, sia i successivi richiedenti
la registrazione sono ancora soggetti al Black Act.
Il comportamento spregiudicato della controparte rischia di screditare i leader
del movimento e scoraggiare i partecipanti. Ma la maggioranza trova qui quella
fermezza a cui G. li aveva invitati la sera dell’11 settembre.
Il governo cerca nuovi modi per colpire i singoli: fa pressione sui creditori
europei perché scrivano al commerciante indiano Kachalia che faccia subito
fronte ai suoi debiti o abbandoni l’impegno di satyagrahi, che li espone
al rischio di un mancato rientro. Anche in questo caso l’auspicata fermezza
dei singoli è leva di rafforzamento: Kachalia accetta di essere ridotto
in bancarotta. La sua insolvenza serve da scudo per gli altri (il credito era
pratica diffusa) perché il creditore si trova a perdere qualcosa. Così
il fatto rimane isolato.
16 maggio: Indian Opinion titola Gioco sporco, G. riceve solidarietà
da autorevoli Europei del Sudafrica e scrive a Smuts dichiarando rotto il compromesso,
quasi ad annunciare un prossimo salto di livello nel conflitto.
Un falò di certificati: Il 14 agosto infatti scrive nuovamente a Smuts
che se non fosse stato abrogato il Black Act, il giorno di partenza dell’iter
legislativo della Legge Asiatica, i certificati sarebbero stati bruciati pubblicamente.
La notizia fa uno scalpore ancor maggiore che il lancio del Satyagraha perché
gli indiani hanno dimostrato di mantenere ciò che annunciano. E infatti
il 16 agosto: vengono bruciati più di duemila certificati. I quotidiani
inglesi offrono vivide descrizioni; il Daily Mail paragona l’atto al Boston
Tea Party.
Accuse di sollevare forzatamente nuove questioni: Nello stesso anno Smuts fece
approvare una legge simile al Black act in Transvaal, trattando da immigrati
irregolari coloro che riuscivano a superare le prove culturali ma erano privi
dei requisiti per la registrazione secondo la legge asiatica. G. è ben
consapevole che l’allargamento degli obiettivi è un passaggio molto
critico per una campagna. Ma l’attacco è sul tema chiave della
campagna e richiede una risposta. Viene scelto un indiano che conosca l’Inglese
e che non sia mai stato nel Transvaal. Il 24 giugno: dopo aver informato il
governo, egli entra nei confini e raggiunge Johannesburg, dove informa il soprintendente
di polizia che lo cita in tribunale e, dopo un articolato processo, viene condannato
a un mese di prigione ai lavori forzati. Ormai consapevole dell’effetto
che gli arresti facevano sul movimento, il governo evita altri arresti, adottando
la tattica del temporeggiamento.
Il movimento raccoglie allora persone con le caratteristiche suddette in un
nutrito gruppo facendogli attraversare la frontiera tutti insieme e rendendo
impossibile al governo fingere di non vedere. Per ogni nuovo arresto arrivano
altre dieci satyagrahi disponibili.
Deportazioni: Per uscire dall’empasse il governo decide di deportare in
India le persone arrestate. Il movimento risponde con la solidarietà
alle famiglie colpite, con articoli sui giornali e ricorsi legali. Il governo
rinuncia alla pratica ma rilancia la linea dura, separando sistematicamente
i prigionieri e riservando loro un trattamento sempre più duro. Arrivano
i primi morti di stenti. Ma il movimento rimane fermo e risponde con azioni
puntuali contro le singole violazioni dei diritti, adottando tecniche estreme
quali lo sciopero della fame, che ottengono risultati.
Una seconda delegazione: Sia una parte che l’altra appaiono in questa
fase deboli (Ugsv pag. 204).Il 23 giugno 1909 nuovo viaggio in Inghilterra per
confrontarsi con il presidente del Comitato indiano britannico del Sudafrica
che insiste per arrivare a un compromesso.
La fattoria Tolstoj: La trasparenza nella gestione finanziaria è una
componente decisiva di qualsiasi campagna. Esemplare l’attenzione che
G. mette nel conteggio delle spese dei suoi viaggi in Inghilterra (cfr. Ugsv
pag.114). Oppure l’euforia con cui accoglie una donazione (Ugsv pag.208)
e l’opposta attenzione con cui ne valuta altre (Usgv pag. 175-177). Tra
i problemi economici di una campagna di tale dimensione e durata è la
difficoltà nello stabilire criteri equi nel sostegno alle famiglie dei
satyagrahi incarcerati. G. riteneva che ci fosse “soltanto una soluzione
a questa difficoltà, ovvero che tutte le famiglie fossero tenute in un
luogo solo e diventassero membri di una sorta di comunità cooperativa”.
Ma Phoenix è lontano dall’attuale campagna. L’amico Kallenbach
dona un terreno di 1100 acri vicino a Johannesburg con quasi mille alberi da
frutto, due pozzi e una sorgente d’acqua. Il 30 maggio 1910 ci si trasferisce,
si iniziano a costruire alloggi separati per donne e uomini e si avvia una pratica
comunitaria di auto-produzione di mobilio, abbigliamento; si sperimenta l’autogestione
delle pratiche sanitarie, didattiche e di culto; si fanno scelte come l’esclusione
della carne: un programma costruttivo orientato all’ideale di un’indipendenza
che riconducesse alla dimensione familiare e di villaggio molte delle specializzazioni
professionali.
La visita di Gockale in Sudafrica, il 22 Ottobre 1912 è occasione di
collaborazione tra indiani e con le autorità locali, impressionate dalla
grandiosità delle cerimonie preparate che affermano la forza, l’unità
e la dignità di una civiltà.
Promessa infranta: Gockale viene ospitato dal governo dell’Unione nella
carrozza ferroviaria di stato; si propone anche un compromesso che piace a Gockale
ma è rifiutata da G., memore dei recenti inganni.
Quando un matrimonio non è un matrimonio: Il 14 marzo 1913, al fine di
privare la loro prole del diritto di ereditare, la Corte suprema della Provincia
del Capo emette una sentenza che rende illegali i matrimoni non cristiani e
non registrati all’Ufficio dei matrimoni. Perseguendo il consueto obiettivo
di sottomettere economicamente gli indiani, degrada a concubine donne, offendendole
nel profondo. Dopo la consueta lunga verifica sugli allargamenti degli obiettivi
della campagna si decide per il sì. Questo porta con sé il coinvolgimento
delle donne. vengono invitate anzitutto quelle della fattoria Tolstoj che sono
determinatissime a entrare nella lotta, anche dopo il consueto richiamo a un
attento esame della reale autonomia della propria volontà fatto da G,
in particolare alla moglie.
Le donne in prigione: Si decide che le donne entrino nel Transvaal e che, se
non incontrano opposizione, si dirigano verso Newcastle, grande centro dell’estrazione
di carbone, per spingere i lavoratori indiani a entrare in sciopero. Così
avviene e in breve tempo “la loro influenza si diffuse come un incendio”
e un crescente numero di lavoratori aderisce allo sciopero; il governo le condanna
a tre mesi di dura reclusione. Ma “Questi eventi commossero profondamente
il cuore degli indiani, non soltanto in Sudafrica, ma anche nella madrepatria”.
Una fiumana di operai: anche gli operai delle miniere vicine e quelli che ancora
non lo avevano fatto scendono in sciopero convergendo a Johannesburg. G. è
consapevole dei pericoli delle escalation incontrollate. In particolare teme
che i datori di lavoro abbiano buon gioco sugli alloggi e altri beni primari
(luce, acqua) che forniscono ai lavoratori. Non vuole chiedere aiuto economico
all’India né ai commercianti indiani del Sudafrica, per evitar
loro ritorsioni. Invita i lavoratori e le loro famiglie a uscire dai loro alloggi,
garantendo che rimanendo uniti i mezzi di auto-sostentamento non sarebbero mancati.
Comprende bene il pericolo di radunare masse promiscue e inattive, propone al
gruppo una grande marcia che attraversi il Transvaal verso Phoenix.
Il colloquio e ciò che seguì: Invitato dai proprietari delle miniere
G. li invita a esercitare la propria influenza presso il governo. Il 28 ottobre,
con la lettura ad alta voce delle regole di comportamento di ogni “soldato”,
la marcia parte da Johannesburg di primo mattino e prima delle …. Ha coperto
le oltre trenta miglia che la separano da Charleston, ultima città prima
del confine, dove le donne possono essere sistemate in alloggiati. Ci si ferma
per qualche giorno. G. scrive al governo per fare presente che “non ci
proponevamo di entrare in Transvaal allo scopo di prendervi domicilio, ma come
un’effettiva protesta contro la rottura della promessa”.
La grande marcia: Il 4 novembre viene convocata con proclami bellicosi un’assemblea
degli Europei di Volksrust prima città oltre il confine; Kallenbach in
quanto europeo vi si reca. Con grande sangue freddo di fronte alle provocazioni,
egli chiarisce il valore simbolico dell’azione, disinnesca l’equivoco
all’origine dell’atteggiamento aggressivo e colloquia civilmente.
In molte altre occasioni la marcia permetterà di comprendere che molti
europei sudafricani hanno atteggiamenti assai più aperti dei governanti,
condizionati da commercianti e proprietari. Qualcuno addirittura aiuta i marciatori:
l’ufficiale sanitario di distretto fornisce un armadietto medico e alcuni
fondamentali consigli; un grande forno europeo di Volksrust fornisce pane a
prezzi equi a ogni sosta della marcia attraverso degli invii col treno; le merci
sono poi particolarmente curate da funzionari e guardie ferroviarie, colpiti
positivamente dal comportamento pacifico degli scioperanti.
Evidentemente la pacifica determinatezza dimostrata in sette anni di campagna
e nel precedente decennio di programma costruttivo, hanno permesso di capire:
“Sapevano che noi non albergavamo alcuna inimicizia nei nostri cuori,
che non volevamo fare del male ad anima viva e che cercavamo di ottenere ragione
soltanto tramite la sofferenza personale. L’atmosfera intorno a noi era
in questo modo purificata e continuava ad essere pura”.
La marcia è una sorta di metafora che amplifica questo messaggio avvicinandosi
lentamente: una comunità in marcia che attraversa territori potenzialmente
ostili, senza alcuna difesa che li possa far scambiare per invasori; semplici
pellegrini che si affidano agli altri per perseguire la propria meta. Se questa
è la natura della dinamica, risulta forse meno paradossale che G. insista
ad aprire spiragli di trattativa a governanti protagonisti di sette anni di
inganni; ad inviare loro lettere trasparenti che annunciano le proprie più
strategiche mosse e li richiamano alla responsabilità su cui dovrebbe
fondarsi il ruolo di garante dell’interesse comune.
Attraversando la frontiera: Il 6 novembre, ore 6.30: si offrono le preghiere
e la comitiva di 2037 uomini, 127 donne e 67 bambini parte verso la frontiera,
I cancelli sono presidiati da una piccola pattuglia di poliziotti a cavallo
probabilmente sistemata nell’eventualità di scontri con i cittadini.
Dopo un po’ di equivoci e agitazione, appurato che non hanno alcuna intenzione
di arrestare i marciatori, inizia la marcia in Transvaal.
Si raggiunge Palmford alle cinque del pomeriggio. Qui G. viene arrestato e condotto
al tribunale di Volksrust, che gli fissa una causa otto giorni dopo e lo rilascia
su cauzione di 20 sterline. L’8 novembre la marcia arriva a Standerton;
anche qui per G. ed altri collaboratori arresto, notifica di causa per il 21
prossimo e rilascio.
Tutti in prigione: il 9 novembre G. è nuovamente arrestato sulla strada
per Greylingsland. Questa volta la richiesta di rinvio viene rigettata e il
prigioniero trasferito a Dundee, da dove la richiesta d’arresto era giunta.
Viene condannato a nove mesi di lavori forzati. Il 14 novembre: viene tradotto
a Volksrust per l’udienza annunciata. Mancando testimoni, il tribunale
è costretto a chiedere aiuto. G. lo fornisce per evitare che la causa
sia protratta. Sono altri tre mesi per uno. Il commento di G. sulla propria
condanna è sorprendente: “non avevo mai avuto tempo per studiare
da diversi anni, in particolare dal 1893, e la prospettiva di studiare ininterrottamente
per un anno mi riempì di gioia”. Aggiunge che questi arresti in
serie fanno aumentare la sua autorevolezza e l’abitudine del gruppo a
fare a meno di lui; sottolinea come i funzionari lo siano andati ad arrestare
con difese minime e col fare sereno di chi confida negli oltre duemila indiani.
Tutti elementi di saldo positivo!
Per evitare di fornirgliene di ulteriori il governo rompe gli indugi e convoglia
treni speciali a Balfour per deportare i pellegrini in Natal. Dopo un’iniziale
resistenza (che G. stigmatizza dal carcere) gli Indiani salgono pacifici sul
treno.
La prova: La mancanza di tutta quella mano d’opera per un periodo così
prolungato mette in difficoltà i proprietari delle miniere. Allora il
governo circonda i complessi minerari di filo spinato, li proclama succursali
esterni delle prigioni di Dundee e Newcastle e nominando secondini i lavoratori
europei delle miniere costringe i lavoratori a lavorare con la frusta. Avendo
evidentemente perso di vista la soglia che nelle coscienze dei più ancora
separava il lavoratore immigrato (passibile di sanzioni civili) dallo schiavo
(che un tempo era stato possibile ricondurre al lavoro con la forza bruta).
I lavoratori sopportano pazientemente, superando quello che G. definisce battesimo
del fuoco, precisando che “Il dolore è spesso in questo modo il
precursore del piacere”.
Il 24 novembre Il muro di gomma imperiale è finalmente rotto dal primo
di una serie di memorabili discorsi del Vicerè Lord Harding, spinto da
masse indiane profondamente scosse. Migliaia di nuovi lavoratori in tutto il
Sudafrica scioperano spontaneamente, preoccupando G. che era ben consapevole
che sarebbe stato difficile mantenere economicamente quelle masse e sarebbe
stato invece facile per la controparte provocarle, rilanciando in extremis l’escalation
repressiva. E in effetti il governo: “adottò una politica di sangue
e ferro. Impedì ai lavoratori di scioperare con la forza bruta (…)
alla minima agitazione dei lavoratori veniva risposto con il fuoco dei fucili”.
Ma evidentemente il patrimonio di autocontrollo dei satyagrahi si è miracolosamente
moltiplicato: i lavoratori non si lasciano intimidire né provocare; rimangono
pacifici e non timorosi, rendendo l’abuso di potere evidente a tutti.
Le accuse di comportamento brutale dei poliziotti, lanciate dagli indiani, riecheggiano
nei giornali di mezzo mondo.
11 dicembre: Smuts rientra in difesa nominando una commissione;gli indiani non
la riconoscono se non si aggiunge almeno un membro di loro nomina.
Il principio della fine: Il 18 dicembre Gandhi, Kallebank e Polak vengono rilasciati;
il nuovo membro è invece rifiutato per non ammettere che gli altri sono
parziali. Il 24 dicembre G. annuncia che il 1 gennaio sarebbe partita una marcia
e torna a chiedere un incontro a Smuts, che accetta.
Si decide di rinviare la partenza della marcia, prevista per il 1 gennaio, perché
in quella data gli impiegati europei delle ferrovie dell’Unione hanno
indetto un grande sciopero all’interno di una “lotta completamente
diversa e diversamente ideata”: Essi mirano a prendere il potere con la
forza; per questo ha spinto il governo a chiedere la legge marziale.
Si consideri che è solo l’ultima di una serie di analoghe fatte
durante la campagna. Quando, ad esempio, gli operai indiani della costa settentrionale
scioperarono, si resero conto che, se la canna già tagliata non fosse
stata portata al mulino, avrebbero causato ai proprietari di Mount Edgecombe
perdite fuori dalla misura della dinamica in corso. 1200 indiani tornarono così
a terminare quella parte dell’opera e poi si riunirono ai compagni. Il
metodo satyagraha prevede il controllo sul danno all’avversario, tra l’altro,
per evitare che la paura lo porti a confondere la domanda di diritti con il
rischio di negazione dei propri. Tanto più in vista dell’arrivo
gli Indiani scelsero dunque di evitare scorciatoie, acquisendo autorevolezza
verso la controparte (Ugsv pag.294).
L’accordo provvisorio: Smuts assume un atteggiamento più disponibile
di altre volte; chiede di non contrastare il processo evitando propaganda attiva
poichè: “I nostri problemi sono numerosi, non abbiamo un momento
libero e, quindi desideriamo sistemare la questione indiana. Abbiamo deciso
di soddisfare le vostre richieste ma per far questo dobbiamo avere una indicazione
da parte della commissione”.
Uno scambio di lettere: Il 21 gennaio G. invia le proprie richieste: non portare
prove negative (per evitare che il silenzio fosse scambiato per mancanza di
argomenti); liberare i satyagrahi; abrogare la tassa di tre sterline; legalizzare
i matrimoni; consentire l’ingresso agli indiani istruiti; applicare con
giustizia le leggi esistenti. Il giorno stesso Smuts risponde con una lettera
piena di distinguo ma che in sostanza accetta le principali richieste. G. propone
il compromesso ai propri seguaci. Temono che sia il solito bluff ma accettano.
Il 7 marzo la commissione presenta il rapporto al governo: respinge le accuse
ai soldati e raccomanda che senza indugi venga data soddisfazione a tutte le
richieste indiane: Smuts ha mantenuto la parola.
La fine della lotta: il 27 maggio la Gazzetta ufficiale dell’Unione pubblica
l’Indians’ Relief Bill, che recepisce i punti richiesti dagli Indiani.
Con la nuova legge il Satyagraha può dirsi concluso e G. può ripartire
per l’India. Ma prima scrive una lettera di commiato al gen. Smuts; la
lettera riportaanche una lista di nuove richieste del popolo, precisando: “Ho
detto ai miei compatrioti che dovranno esercitare la pazienza e, con tutti i
mezzi onorevoli a loro disposizione, istruire l’opinione pubblica in modo
da rendere possibile al governo di allora di andare oltre ciò che ha
fatto la presente corrispondenza (…) Nel frattempo, se lo spirito generoso
che il governo ha messo nell’affrontare il problema durante gli ultimi
mesi continua ad essere adottato, come è stato promesso nella vostra
lettera, nell’applicazione delle leggi esistenti, sono del tutto certo
che la comunità indiana in tutta l’Unione riuscirà a godere
di una qualche misura di pace e mai sarà una fonte di preoccupazione
per il governo.
-------------
Abbiamo scelto le di inserire le immagini della sintesi che Richard Atterborough
ha fatto di questi eventi nel film “Gandhi”, per invitare a ricollocare
questi frammenti del nostro immaginario alla reale complessità dell’azione
e ai tempi necessari a svolgerla. Come segnalibro che riconducano le comode
semplificazioni che di questo metodo ci facciamo verso il lavoro personale di
approfondimento della complessità necessaria comprenderlo davvero.

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EDUCAZIONE
A cura di Pasquale Pugliese
Il gioco per pensare e immaginare un altro mondo, nonostante il mondo
Come è noto, a differenza di altre visioni e pratiche, più centrate
o sull’analisi intellettuale o sull’espressione corporea , il ‘training’
insiste sul giocare quale ‘teoria-prassi’ integrata essenziale per
una formazione ecologica e nonviolenta alla nonviolenza.
E’ impossibile qui dire tutto quel che sta dietro questa impegnativa asserzione.
Provo ad andare, allora, solo per brevi citazioni e commenti.1.Decolonizzare
l’immaginario.
Per S. Freud “sarebbe errato pensare che il bambino non prenda sul serio
quel mondo; al contrario, egli prende molto sul serio il suo gioco e vi prodiga
una grande quantità di emozioni. L'opposto del gioco non è infatti
ciò che è serio ma ciò che è reale. Nonostante tutte
le emozioni riversate nel mondo dei suoi giochi, il bambino lo distingue benissimo
dalla realtà ed ama legare gli oggetti e le situazioni immaginate alle
cose tangibili e visibili del mondo reale. E' questo collegamento che differenzia
il "gioco" del bambino dal "fantasticare"...". (1)
“Di fronte all'accadimento, egli si trovava all'inizio in posizione passiva,
quasi fosse travolto dal suo impatto; ma a furia di ripetere l'esperienza, per
quanto sgradevole essa fosse, sotto forma ludica, eccolo assumere un ruolo attivo..."
(2).
Credo che la nonviolenza abbia proprio a che vedere in primo luogo con la nostra
capacità di immaginare un altro mondo e di iniziare ad agirlo, nonostante
il mondo (le sue inerzie, passivizzazioni, impotenze, ritualità e ripetizioni
senza cambiamento…).
2.Assertività ed empatia.
Per D.W.Winnicott il gioco quale "fenomeno transizionale" rappresenta
la "terza parte della vita di un essere umano, un'area intermedia di esperienza
tra la dimensione psichica interna e la realtà ' esterna all'io; ...tra
la incapacità e la crescente capacità del bambino di riconoscere
e di accettare la realtà. ...L'area intermedia è consentita al
bambino tra la creatività primaria e la percezione oggettiva basata sulla
prova di realtà. I fenomeni transizionali rappresentano i primi stadi
dell'uso dell'illusione, senza la quale non vi è significato per l'essere
umano nell'idea di un rapporto con un oggetto che è percepito dagli altri
come esterno a quell'essere umano... Il gioco è estremamente eccitante.
E' eccitante -sia ben inteso!- non perché primariamente siano coinvolti
gli istinti. La cosa importante del gioco è sempre la precarietà
di ciò che si svolge tra la realtà psichica personale e l'esperienza
di controllo degli oggetti reali...Mentre gioca l'individuo può raccogliersi
ed esistere come una unità, non come una difesa contro l'angoscia ma
come una espressione di IO SONO, io sono vivo, io sono me stesso. Da questa
posizione ogni cosa è creativa" (3).
La congiunzione di alta assertività ed alta empatia (non l’una
senza l’altra) rappresentano infatti sempre più, per me e nel mio
lavoro di formatore, il fulcro dell’autonomia personale, chiave di volta
della nonviolenza.
3. Comunicazione ed umorismo.
G.Bateson insiste e guarda ancora oltre: "..Vidi due scimmie che giocavano,
che erano cioè impegnate in una sequenza interattiva le cui unità
d'azione (o segnali) erano simili ma non identiche a quelle di un combattimento..
.All’osservatore umano era chiaro che ‘non era un combattimento’
ed era a lui evidente che ‘non fosse un combattimento’ neppure per
le scimmie che vi partecipavano. Ma tale fenomeno, il gioco, poteva verificarsi
soltanto se gli organismi partecipanti erano in grado di metacomunicare,..cioè
di scambiare segnali che recassero il messaggio ‘questo è un gioco’.."(4).
La scoperta ed il riconoscimento pieno dell’interdipendenza comunicativa,
del nostro essere sempre ‘in rete’, tra umani e tra viventi…altro
caposaldo della formazione!
4. En-azione estetica.
E’ F. Varela a chiudere il cerchio: “La cognizione, perfino in quelle
che sembrano le sue espressioni di livello più alto, è fondata
sull’attività concreta dell’intero organismo, cioè
sull’accoppiamento senso-motorio. Il mondo non è qualcosa che ci
è ‘dato’, ma è qualcosa a cui prendiamo parte per
mezzo di come ci muoviamo, tocchiamo, respiriamo e mangiamo. La cognizione è
sempre un’incorpazione: dipende dai tipi di esperienza che derivano dall’avere
un corpo con varie capacità sensomotorie, a loro volta incastonate in
un contesto culturale e biologico più ampio…” (5).
Pensare è vivere! Oltre i dualismi spirito-materia, corpo-mente, ragione-emozione,
la formazione alla nonviolenza è per me, infine, questa vitale tensione
ad una ‘integrazione estetica’ del sapere e dell’agire umano.
Enrico EuliNote:
1.S. Freud, Il poeta e la fantasia (1908), Newton Compton, Roma, 1976
2.S. Freud, Al di là del principio del piacere (1920), Newton Compton,
Roma 1976
3.D.W. Winnicott, Gioco e realtà, Armando, Roma 1974
4.G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 2000
5.F. Varela, Un know-how per l’etica, Laterza, Bari 1992

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DISARMO
A cura di Massimiliano Pilati
Scambiare le proprie armi con fumetti e una lotteria
Brasile
E' l'iniziativa inaugurata a Fortaleza, stato del Cearà in Brasile, nell'ambito
della II Campagna per il disarmo infantile. Per un mese e mezzo, fino al 12
dicembre, i ragazzini di ogni età sono invitati a consegnare le loro
"armi" in cambio di giornali zeppi di fumetti e storie divertenti.
La sfida è battere il record dello scorso anno, quando la città
rispose con entusiasmo all’evento, consegnando 4.017 fra fucili e pistole
di plastica.
Si tratta di un progetto comunale che intende richiamare l'attenzione sia dei
bambini che dei genitori. I più piccini, infatti, associano questo tipo
di giocattoli a situazioni di violenza e finiscono per preferire giocare alla
guerra piuttosto che tirar due calci a un pallone. Ma la campagna è dedicata
pure ai genitori che, secondo gli organizzatori, in periodi di violenza così
allarmante, hanno bisogno di essere sempre più coscienti del tipo di
giocattolo da comprare ai loro figli e contribuire così alla cultura
di pace, che inizia proprio dal buon esempio all'interno del nucleo familiare.
Chiunque vorrà accompagnare suo figlio in questa sorta di disarmo, di
processo verso la nonviolenza, potrà farlo recandosi ai 350 punti sparpagliati
per la città: dai chioschi dei giornali ai centri commerciali, passando
per i supermercati e le numerose chiese locali.
Per arrivare a parlare a più persone possibile, il comune ha investito
molto in una campagna di diffusione che ha coinvolto mezzi di comunicazione
e ideato attività culturali di contorno, che diffondessero la voce: spettacoli
teatrali per bambini, i più svariati giochi, intrattenimenti che attirano
ragazzi dai 4 ai 15 anni.
Le armi giocattolo restituite saranno accumulate e poi pubblicamente distrutte
il 12 dicembre, nella giornata conclusiva, in un grande appuntamento in omaggio
alla cultura di pace, nella Città del Bambino, il più grande parco
giochi che campeggia nella turistica Fortaleza.
Bosnia Erzegovina
Fucili in cambio di biglietti della lotteria, l'ultima frontiera della lotta
contro la diffusione di armi.
Motorini in cambio di lanciagranate. Elettrodomestici in cambio di bombe a mano.
Un cellulare nuovo per il tuo fucile. Da domenica 5 novembre, tutti coloro che
consegneranno le proprie armi saranno iscritti d’ufficio a una lotteria
i cui premi verranno estratti a Sarajevo all’inizio di dicembre. Nuova
frontiera della normalizzazione, secondo il portavoce del programma per lo sviluppo
delle Nazioni Unite (Undp), promotore dell’inziativa. Ennesimo tentativo
di risolvere l’annoso problema della diffusione delle armi in Bosnia Erzegovina.
Le strade delle principali città del Paese sono tappezzate di manifesti
che pubblicizzano l’iniziativa. L’obiettivo dichiarato è
quello di spingere la popolazione a consegnare le armi nascoste dalla fine delle
guerra, mina vagante per la sicurezza e la stabilità di un Paese che,
a più di dieci anni dalla fine del conflitto, sta faticosamente cercando
di raggiungere la tanto sospirata ‘normalità’.
Quella delle armi, infatti, continua ad essere una delle tante questioni aperte
dei Balcani. Secondo stime dell’Eufor, la missione europea di peacekeeping
in Bosnia Erzegovina, le armi nel Paese sarebbero centinaia di migliaia, e questo
nonostante le ripetute operazioni di ‘raccolta’ attuate dai contingenti
militari presenti sul territorio. Tuttavia, secondo quanto prescritto dagli
annessi 1A e 2 degli Accordi di Dayton, compito principale delle forze d’interposizione
presenti in ex-Jugoslavia è il “mantenimento della sicurezza [...]
da implementare attraverso strumenti diversi, tra i quali la raccolta delle
armi ancora disperse nel territorio”. Fino ad oggi, però, sembra
che i passi avanti fatti siano davvero pochi.
Recentemente una granata ha distrutto la facciata di una moschea in un quartiere
periferico di Mostar. In primavera, fece discutere il caso di un’adolescente
che, dopo essere stata rimproverata dal padre per aver speso troppo in telefonate,
minacciò l’uomo con una bomba a mano. Casi eclatanti, specchio
delle molte contraddizioni ancora presenti nei Balcani. Punte di un iceberg
molto più grande di quanto non si immagini. Non è così
infrequente, soprattutto lontano dalle grandi città, leggere annunci
che propongono la vendita tra privati di mitragliatori e kalashnikov. Non è
così infrequente, anche e soprattutto nelle grandi città, che
bande di criminali più o meno ‘professionisti’ attingano
da arsenali rimasti nascosti dagli anni Novanta, con conseguenze disastrose
per la sicurezza e la normalizzazione dell’intera area.
La lotteria è appena cominciata. In palio - forse - un futuro migliore
per la Bosnia Erzegovina.Cfr. www.peacereporter.net

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ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Le sue armi sparano da cinquecento anni.
Tanti auguri, cavalier Ugo Beretta…
Egregio cavaliere Ugo Gussalli Beretta, tanti auguri!
La sua azienda in questi giorni compie 500 anni di attività. Già
nel 1526 infatti, risulta che un suo avo di Gardone Riviera, tale Bartolomeo
Beretta, consegnò all’arsenale di Venezia 185 canne d’archibugio,
ricevendone in cambio 296 ducati. Si doveva arrestare l’avanzata dei Turchi,
e la Serenissima aveva bisogno di fucili di precisione per la battaglia.
Altri tempi: ora diversi discendenti dei saraceni lavorano presso i suoi stabilimenti.
Senza falsi pudori, lei può essere considerato per l’Italia quello
che il generale Kalashnikov ha rappresentato per l’Unione Sovietica, seppur
privato delle stellette. La quattordicesima generazione della sua dinastia può
andare fiera per diversi motivi: innanzitutto per il fatturato raggiunto, pari
a circa 400 milioni di euro, che dà da mangiare a 2.500 dipendenti. Poi
per la spaventosa produzione, schizzata ormai a 600 mila pezzi distribuiti ufficialmente
in un centinaio di nazioni. Si, ufficialmente, perché in realtà
i suoi pezzi pregiati sono stati trovati ovunque: il suo modello più
famoso, il micidiale F92 Parabellum che spara 15 proiettili in pochi secondi,
è stato adottato via via negli Stati Uniti dalla Marina militare, dal
servizio immigrazione, dalle pattuglie di confine, dalle polizie di molti stati
ma soprattutto dall’esercito, che la usa anche in Iraq e Afghanistan al
pari dei combattenti che si trova di fronte, causando così un grazioso
cortocircuito: armi Beretta sono state trovate anche nelle mani degli uomini
di Al Zarqawi, che per Al Qaeda coordina le attività militari in Iraq.
Chissà come saranno fieri i suoi antenati da lassù, nel vedere
una guerra condotta da entrambe le parti con le stesse pistole prodotte dalle
sue officine!
Con abile azione di marketing, abbiamo potuto vedere l’ultimo James Bond
impugnare il suo nuovo modello Cougar, mentre suoi clienti sono re (Juan Carlos,
Ranieri di Monaco), attori (Sean Connery e Stallone) ed il clan Bush la considera
ormai di famiglia, per via dei sostanziosi finanziamenti elettorali e il sostegno
alla Nationale Ryfle Association, la lobby dei produttori d’armi. Negli
anni ’70 Prima Linea aveva adottato il suo mitra M-12 come simbolo, e
probabilmente dalle patrie galere alcuni di loro ora sorridono alle sue affermazioni
secondo le quali “i nostri fucili servono a contrastare il crimine, e
reprimere anche le manifestazioni di piazza quando degenerano”. Con coerenza,
ogni anno lei difende proditoriamente a Brescia la mostra Exa dagli attacchi
di no global e pacifisti, per via della positiva immagine che essa dà
all’Italia nel mondo, e più volte ha criticato la noiosissima legge
sul commercio d’armi che le impedisce di essere più dinamico sui
mercati mondiali e le ha mandato in passato in fumo forniture in Centroamerica,
Medio Oriente ed Asia. Le olimpiadi invernali tenutesi nella mia città
in febbraio le hanno per fortuna consentito, con un piccolo comma ad hoc nella
legge che le istituiva (e Dio solo sa cosa c’entrasse con gli sport),
di evitare guai giudiziari in tal senso, e di questo vado particolarmente fiero.
“E’ un problema di istruzione: credo che non si farebbe male a mandare
i ragazzini al poligono di tiro”, ebbe a dire tempo fa. Immaginammo per
lei importanti incarichi al Ministero. Ma poi aggiunse: “Le armi in sé
non sono cattive. Sono nate per difendere e proteggere. Il loro uso sbagliato
è legato alla natura, a volte malvagia, degli uomini. Anche per questo
non ho mai fatto giocare i miei ragazzi con fucili e pistole”.
La sua ostinazione ad essere dalla parte del giusto (o del profitto?) non le
ha fatto percorrere la strada intrapresa da Colt e Smith&Wesson, che alla
fine degli anni ’90 hanno abbandonato o perlomeno limitato la vendita
di armi ai civili sulla spinta delle cause miliardarie di risarcimento intentate
dai parenti di vittime uccise da armi da fuoco. I giudizi pendenti di fronte
ai tribunali di Chicago, New Orleans, Los Angeles e Miami non le tolgono il
sonno, probabilmente in virtù delle numerose amicizie che in terra statunitense
può vantare.
Chi può avere idea del dolore che lo avvolse, quattro anni fa, allorquando
mezza Italia insorse alla notizia che l’allora governo Berlusconi aveva
intenzione di nominarlo ambasciatore italiano negli Stati Uniti? Lo sgarbo seguiva
quello occorso verso la fine del millennio quando per la nomina a Cavaliere
del lavoro le fu preferito, grazie ad un accordo bipartisan, il banchiere Giovanni
Bazoli, per un insano istinto di repulsione per la produzione di armi. Spuntò
per lei solo una Croce al merito, e forse questo gesto l’avvicinò
ancor più al territorio americano e all’affascinante continente
africano. “Io amo l’Africa e gli elefanti”, affermò
in una intervista. In che senso ama gli elefanti? “Nel senso che gli sparo”
fu la risposta, nella quale è contenuta tutta la sua potente carica umana.
Auguri, presidente.

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GIOVANI
A cura di Elisabetta Albesano e Agnese Manera
Da San Francesco a Capitini
Umbria, terra di pace
Che bella idea quella di una rubrica su “Azione nonviolenta” scritta
dai giovani per i giovani! Perché non sfruttarla? Innanzitutto mi presento:
mi chiamo Flavio e ho diciannove anni. Conosco la nostra rivista e il Movimento
Nonviolento da due anni grazie alla madre di un mio amico che mi propose di
partecipare a un campo nonviolento. Un'esperienza assolutamente indimenticabile
che ho ripetuto l'anno successivo e che consiglio a tutti i giovani che leggono
questa rivista. Prima non conoscevo la parola nonviolenza, il concetto di risoluzione
nonviolenta dei conflitti, il messaggio del sathyagraha., il pensiero di Gandhi,
tutte cose che sto scoprendo giorno per giorno.
Abito in un paesino in provincia di Perugia, nel cuore della verde Umbria, culla
della nonviolenza in Italia. Già a partire dal XIII secolo l'Umbria fu
terra di rivoluzione. Giovanni Francesco Bernardone nacque ad Assisi nel 1182
da una ricca famiglia e condusse una vita spensierata e mondana fino a quando
partecipò alla guerra tra Assisi e Perugia, dopo la quale passò
un anno di prigionia patendo una grave malattia che lo portò a cambiare
radicalmente stile di vita. Tornato ad Assisi, si dedicò a opere di carità
tra i lebbrosi e nel restauro di edifici di culto in rovina. Il padre, stupito
negativamente per il radicale cambiamento del figlio, lo diseredò. Francesco
allora, davanti al vescovo di Assisi, si spogliò dei suoi ricchi vestiti,
dichiarando con questo gesto di non voler nulla dal padre se non la sua libertà
di fede. Dedicò i tre anni successivi alla cura dei poveri e dei lebbrosi
nelle boscaglie del monte Subasio. Iniziò a predicare e raccolse accanto
a sé dodici seguaci con i quali fondò il primo ordine francescano
riconosciuto da papa Innocenzo III. Due anni dopo anche Chiara, una ragazza
che aveva seguito il suo esempio, fondò un ordine, quello delle clarisse.
Dal 1212 al 1220 Francesco espanse la sua predicazione in varie regioni italiane
e si spinse fino in Egitto e in Palestina. Si ritirò sui monti e a La
Verna ricevette le stigmate. Colpito dalla cecità e dalla debolezza fisica
non smise mai di amare Dio e il suo creato e scrisse il Cantico delle creature.
Morì nel 1226.
Spostiamoci ora in avanti nel tempo di quasi settecento anni. Nel 1899 l’Umbria
fu la patria di un altro grande uomo, Aldo Capitini, intellettuale antifasciata
e uno dei primi italiani a cogliere il pensiero gandhiano. Capitini nacque da
una famiglia modesta e si dedicò dapprima agli studi tecnici e poi a
quelli umanistici. Nel 1930 venne nominato segretario della Scuola Normale Superiore
di Pisa, ma nel 1932 fu costretto a lasciare l’incarico poiché
si rifiutò di tesserarsi al Partito Nazionale Fascista. Compì
vari viaggi con lo scopo di entrare in contatto con numerosi amici antifascisti.
Nel '42 fu arrestato dalla polizia del regime. Durante la sua prigionia si costituì
il Partito d'Azione, che però Capitini non appoggiò a causa della
scelta di questo partito di opporsi al fascismo attraverso la resistenza armata.
Uscito dal carcere, nel 1944 fu costretto a nascondersi nella campagna umbra
per non essere deportato in un lager nazista. Nel secondo dopoguerra organizzò
a Perugia i Centri di Orientamento Sociale attraverso i quali cercò di
concretizzare la sua idea di omnicrazia, che è un’evoluzione della
democrazia e che significa “potere di tutti”. Nel 1952 contribuì
alla nascita dell'Associazione Vegetariana Italiana e nel 1961 organizzò
la prima marcia per la pace da Assisi a Perugia, che si tiene ancora oggi ogni
due anni negli ultimi giorni di settembre. Fu lui il fondatore del Movimento
Nonviolento e della rivista che state leggendo. Morì nel 1968. I suoi
concetti di religiosità laica, di apertura verso l'alto, di omnicrazia,
di nonviolenza, di educazione profetica e il suo liberalsocialismo, una corrente
politica da lui fondata, hanno dato una spinta preponderante ed eccellente al
cammino della nonviolenza in Italia partendo proprio dall'Umbria, che può
quindi a buon diritto essere definita una regione di pace.
Flavio Lorenzetti

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PER ESEMPIO
A cura di Maria G. Di Rienzo
Il potere spirituale del bene per uscire dal buco del dolore
“Ho anche un nome Kimbundu. E’ Manzumba. Significa “potere
spirituale”. Ma tutti mi conoscono come Zecão.” José
Manzumba da Silva Zecão è un costruttore di pace angolano, un
formatore alla risoluzione nonviolenta dei conflitti.
A soli 17 anni, venne reclutato nell’esercito e la guerra divenne il fulcro
della sua esistenza per i dodici anni che seguirono.
“Ero addestrato a scovare i nemici e a distruggerli. Comandavo le squadre.
Uccidevo, e vedevo la gente venire uccisa. Credevamo di essere obbligati a combattere,
anche se con il senno di poi posso dire che non capivamo granché della
situazione. Venivamo manipolati, questa è la parola giusta, manipolati
affinché uccidessimo. Non avevo mai avuto l’opportunità
di riflettere, di considerare chi stava dall’altra parte.”
Nel 1992, Zecão fu inviato nella provincia di Uige e lì la sua
squadra fu catturata dall’esercito nemico dell’Unita. “Ci
portarono nell’interno della foresta, ci legarono e ci gettarono nelle
celle. Le celle dell’Unita si chiamano “copos”, coppe. Sono
buche profonde nel terreno, così profonde che non puoi arrampicarti e
risalire. Devi fare tutto nel buco: mangiare, dormire, urinare, tutto.”
Zecão ha passato due anni nel “copo”. Veniva nutrito a malapena,
picchiato, e in diverse occasioni gli furono spezzate le ossa. Due suoi commilitoni
vennero uccisi in questo modo. Sopravvivere sembrava dipendere dal caso, ma
Zecão fece del suo meglio per trasformare la situazione.
“Non ne potevo più della depressione, della rabbia e della paura.
Cominciai a pensare che se non avevo altro che un po’ di intelligenza
e un po’ di speranza era di quelle che dovevo servirmi. La mia unica possibilità
era entrare in contatto con i miei carcerieri, quelli che stavano là
sopra, persino quelli che mi avevano picchiato e che avevano ucciso i miei amici.”
Ascoltando le loro conversazioni, Zecão cominciò ad intervenire,
a fare domande. “Li sentivo chiedersi perché combattevano. Molto
di quello che dicevano aveva senso anche per me. Aveva una sua logica, e cominciavo
a capirla. Se non li avessi ascoltati non avrei mai compreso che tutto quello
che c’era veramente da combattere era la guerra stessa.”
Il 16 novembre 1994, la provincia di Uige tornò sotto il controllo del
governo, e Zecão riuscì ad andarsene lo stesso giorno, con l’aiuto
dei suoi carcerieri. L’esercito lo congedò, e passò diversi
mesi in ospedale a Luanda.
“Dovevo ricominciare tutto daccapo. Riorientare me stesso e la mia vita.
Un sacco di miei ex compagni impazzirono, a questo punto. Ma io fui fortunato.
Andai all’università, studiai psicologia, trovai lavoro alla ong
“Christian Children’s Fund”. Loro mi incoraggiarono a seguire
corsi sulla guarigione dai traumi. Era proprio quello che mi serviva. Curò
me, e mi insegnò a curare. Guardando indietro, il mio periodo nel buco
è stato allo stesso tempo una maledizione e una benedizione. Il male
era il dolore, quei due anni miserabili. Il bene, l’arrivare a capire.
Non devo più schierarmi con un esercito o un altro, devo trovare il terreno
comune su cui tutti viviamo come angolani.”
Oggi Zecão è il Coordinatore del programma “Pace e Sicurezza”
del Centre for Common Ground (Centro per il terreno comune). Lavora alla risoluzione
nonviolenta dei conflitti con i membri di polizia, esercito e governi locali.
La parte che più lo appassiona del suo lavoro, dice, è aiutare
gli altri ex combattenti a reinserirsi nella vita civile.
“La nonviolenza è antica e moderna allo stesso tempo. Nelle nostre
tradizioni, nelle nostre culture, ci sono sempre metodi per promuovere la pace
e reintegrare le persone che hanno avuto esperienze traumatiche nella vita della
comunità. Forse, quello che faccio è nient’altro che la
forma moderna della nostra guarigione tradizionale. Suppongo di non chiamarmi
Manzumba per niente…”

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CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
L’ombra del passato toglie i colori a Sarajevo
Il segreto di Esma - Grbavica
Regia Jasmila Zbanic
Interpreti Mirjana Karanovic, Luna Mijovic
Durata 90’
Origine Bosnia, Croazia - 2005
Distribuzione Istituto Luce
Esma deve trovare i soldi per mandare sua figlia Sara ad una gita scolastica.
Perché non può avvalersi della gratuità prevista per i
figli dei caduti in guerra, dato che le ha sempre detto che suo padre è
un martire bosniaco ucciso dai cetnici?
Nella Sarajevo del dopoguerra la vicenda di Esma e della quindicenne Sara si
intreccia con quelle di altre persone, tutte però con il grosso elemento
comune di aver subito le atrocità della guerra.
Esma frequenta un gruppo di donne in psicoterapia collettiva. Il suo unico fine
è quello di ritirare l’assegno del sussidio mensile, non parla
mai della sua vicenda. Trova lavoro in un locale notturno e arrotonda ulteriormente
i suoi guadagni lavorando in casa come sarta. Si ammazza di lavoro per mantenere
dignitosamente la figlia.
Non concede nulla a se stessa e nulla di sé fa trapelare agli altri.
La vita è però un maglio in grado di frantumare anche le rocce
più dure ed Esma non può sottrarsi a questa regola.
C’è molto della Sarajevo postbellica che vediamo – sempre
meno a dire il vero – sui mass media, ma c’è anche molto
altro nel film di Jasmila Zbanic, Orso d’oro a Berlino 2006, premio della
giuria Ecumenica e segnalato da Amnesty International.
C’è molto anche se il film sembra procedere per sottrazioni. C’è
anzitutto Sarajevo, anche se alla città vengono tolti i suoi colori e
suoni (che tanto caratterizzano ad esempio i racconti di Ivo Andric); la vediamo
perennemente imbiancata o in un livido disgelo di pozze e pantani. Sentiamo
il rumore della fabbrica; il volgare frastuono del night; il rombo delle macchine
dei malviventi; un lontano, gracchiante muezzin registrato; nulla percepiamo
delle molteplici anime della città famosa per la sua convivenza tra ebrei,
musulmani e cristiani d’ogni confessione. Ci sono le persone, anche se
è stato tolto loro il passato di amori, di studi, di lavoro. Si ricerca
il passato, ma al contempo se ne vuole fortemente fuggire, in un continuo duello
tra il distacco cercato affannosamente e la memoria che ci portiamo dentro.
C’è la famiglia, anche se non una delle famiglie è completa,
manca sempre il marito-padre, tragico lascito della guerra. Ogni padre è
però ricercato: in un certificato di morte, in una salma da riconoscere,
in una pistola e in un distintivo dell’ “Armija” da conservare.
Per sottrazione lavora anche la sceneggiatura, sia per i personaggi che, piano
piano, escono dalla vicenda, sia per i toni narrativi che non si esasperano
quasi mai. La vicenda è tanto pregnante in sé che non occorre
caricare ulteriormente la trama o la recitazione. Anzi, Mirjana Karanovic, interpreta
una protagonista, Esma, forse fin troppo controllata e, quasi sempre, presente
a se stessa.
Forse c’è anche un’ultima sottrazione, quella dell’odio.
Esma, liberandosi del suo segreto, svela come dall’odio per i suoi aguzzini
sia passata all’amore per la figlia, frutto di quell’odio. Altri,
che non riescono a vivere senza odiare, scappano, vanno all’estero, tagliando
i ponti con tutto il passato e, in definitiva, con se stessi.
Non sorprende allora che in un panorama così fosco, l’unico elemento
“a colori” del film (a parte un orrendo vestito rosso iniziale)
sia il personaggio della giovane Sara. Lei, anzi, deve costruirsi, deve accumulare
conoscenze ed esperienze, anche se non sempre è facile, positivo o come
se lo era immaginato.
L’apertura alla realtà (quella vera, non quella costruita per “proteggerla”)
e al futuro è il filo che segna la trama del film. Esma, le sue compagne,
gli altri, sono il passato, non potranno mai più prescindere da ciò
che è stato e che stato fatto loro. Anche Sarajevo non sarà mai
più la stessa. Sara e la sua classe, possono invece partire per la gita,
per il domani. Proprio in questa partenza, che potrebbe costituire una rottura,
Sara trova il coraggio di voltarsi indietro, salutare il passato e guardare
avanti, cantando una canzone popolare che prima si rifiutava “Sarajevo
ljubavi moja” (Sarajevo amore mio). L’unica volta in cui viene pronunciata
la parola amore.
Giuseppe Borroni

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MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Una pomata antireumatica contro la follia della guerra
Rossano Pinelli è un compositore bresciano che, assieme ad altri musicisti
italiani, fra cui Ennio Morricone, ha raccolto l’invito di Davide Anzaghi,
Presidente della Società Italiana di Musica Contemporanea, cimentandosi
nella scrittura di un melologo. Il melologo è una partitura per voce
recitante e accompagnamento strumentale, uno degli sviluppi storici del rapporto
fra parola e suono che dal XVI arriva al XXI secolo coi contributi di Poulenc,
Prokof’ev, Schönberg, R. Strauss, Stravinskij. Pinelli ha costruito
il testo utilizzando “Il Buon soldato Svejk” di Jaroslav Hasek,
capolavoro della letteratura ceca, fra le fonti di ispirazione della Primavera
di Praga del 1968 e paradigma di forme di azione nonviolenta catalogate esattamente
come “comportamenti Svejk” . La composizione, scritta per pianoforte,
percussione e voce recitante, si intitola “Opodeldok”, ha debuttato
in agosto, proseguendo poi con altre esecuzioni in diverse città italiane;
una di queste verrà registrata e pubblicata su un Cd edito da Bottega
Discantica. Ne abbiamo parlato con l’autore.
Una scelta particolare per un’opera musicale dove il testo è molto
importante…
Il romanzo di Hasek è un testo tipicamente antimilitarista, dotato di
una grandissima attualità: descrive le singolari gesta di un soldato
che esegue gli ordini in modo pedestre sconquassando la logica militare e proclamando
l’ideale di una pacifica vita quotidiana, lontana da ogni forma di barbarie
e sopraffazione.
Ti senti vicino a questo personaggio?
Moltissimo: da sempre ho avuto una repulsione totale per il servizio militare
(oltre che ovviamente per la guerra) e ho cercato di evitarlo in tutti i modi,
riuscendo a farmi riformare.
Com’è stato il lavoro per introdurre un romanzo di 600 pagine in
un brano musicale di circa sette minuti?
La scelta dei frammenti di testo non è stata facile e poi, anziché
utilizzare la versione italiana edita da Feltrinelli, ho preferito lavorare
sul testo originale, visto che la lingua ceca mi ha sempre affascinato.
Il lavoro si divide in tre sezioni che sono collegate senza soluzione di continuità,
caratterizzate da diversi climi espressivi e organizzate secondo una sempre
crescente concitazione. Poiché i personaggi del romanzo hanno qualcosa
di marionettistico, ho pensato alle opere di animazione del regista cèco
Jiri Trnka, che nel 1954 ha realizzato una versione dello Svejk con pupazzi
animati; quindi ho pensato che il linguaggio musicale in qualche modo si potesse
rifare alle colonne sonore, spesso grottesche e surreali, dei disegni animati
dell’est europeo che spesso venivano trasmessi alla televisione italiana
negli anni ‘60 (o al ricordo trasfigurato che mi è rimasto nella
memoria): il linguaggio armonico è fortemente dissonante ma è
caratterizzato da polarità che generano accordi che, contenendo intervalli
consonanti, garantiscono una chiara percettività. Musica né tonale
né atonale ma, citando Ligeti, “diagonale”.
Perché questo titolo?
L’ opodeldok è un linimento con cui il protagonista, Josef Svejk,
si massaggia le ginocchia affette da reumatismi nella scena iniziale del romanzo.
Ora, questa scena è estremamente pacifica e quotidiana e la scelta del
titolo è simbolica: l’opodeldok come simbolo di un momento qualsiasi
come possono essercene moltissimi nella vita di ognuno, ad indicare l’assoluta
bellezza della “banalità” dei gesti di tutti i giorni, “la
dimensione mitica della vita quotidiana” (per dirla con le parole di Thoreau,
antimilitarista e pacifista convinto), contro la logica demente e apocalittica
di ogni guerra. E non è un caso che il brano, dopo un crescendo parossistico
che porta ad un punto culminante, si |