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La politica della nonviolenza (alla prova della guerra)
di Mao Valpiana
Più di cinquanta amiche ed amici della nonviolenza si sono riuniti a
Verona nei giorni 21 e 22 ottobre per partecipare al Seminario sulla politica
della nonviolenza. Nella sala dei missionari comboniani, che ha ospitato i nostri
lavori, erano appesi quattro cartelli significativi che hanno dato l’impronta
alle due giornate di riunione: “Parlare e ascoltare”, “Il
potere di tutti”, “La forza preziosa dei piccoli gruppi”,
“Tensione e familiarità”. E proprio questi erano gli stati
d’animo che si percepivano da parte di tutti gli intervenuti. Ognuno si
è sentito protagonista. Nessuno era solo spettatore. Sicuramente la formula
proposta (ogni sessione di lavoro veniva introdotta da alcune domande, alle
quali ciascuno era chiamato a rispondere, con interventi di dieci minuti, e
poi una conclusione che cercava di raccogliere tutti gli spunti e le proposte
espresse) ha aiutato a far emergere tutta la “tensione” verso la
nonviolenza e tutta la “familiarità” che ci deve essere tra
amici della nonviolenza, che spesso si respirano negli incontri del nostro Movimento.
L’obiettivo del Seminario di Verona era definire e verificare i fondamenti,
i fini e i mezzi, di una possibile strategia della nonviolenza in Italia. L’appuntamento
di Verona era una tappa del lungo cammino che abbiamo intrapreso nel 2000 con
la Marcia nonviolenta Perugia-Assisi "Mai più eserciti e guerre",
proseguito nel 2004 con la camminata Assisi-Gubbio "In cammino per la nonviolenza",
poi nel 2004 con il Congresso "Nonviolenza è politica" e infine
nel 2006 con il convegno di Firenze "Nonviolenza e politica".
Il Seminario è nato dal disagio per quanto è avvenuto in questi
mesi nel movimento per la pace, sia nella base che a livello istituzionale,
dopo le vicende del voto parlamentare sull'Afghanistan, dopo la missione militare
in Libano, dopo l'iniziativa della Tavola della Pace ad Assisi, dopo la proposta
di una campagna per il disarmo atomico, dopo i tanti appelli lanciati ma troppo
spesso lasciati cadere…
Ci sembrava che una seria riflessione di chi si riconosce nella nonviolenza
organizzata, fosse doverosa. Nel prossimo numero pubblicheremo un resoconto
degli interventi. Qui di seguito le domande proposte e alcune risposte emerse.
LA TEORIA (sulla guerra)
Domande
Cosa significa “opposizione integrale alla guerra” (e alla sua preparazione)?
Abolire la guerra o ridurre la guerra? Esiste una riduzione del danno militare?
Come è possibile “ripudiare la guerra”? Bisogna ripudiare
anche le armi?
La guerra è “il più grande crimine contro l’umanità”:
chi sono i criminali?
Guerra no, ma interventi armati sì? Eserciti no, ma polizia internazionale
sì?
Risposte
Contro la guerra duri come la pietra. Il rifiuto della guerra è la condizione…
La guerra: mai più guerra e eserciti. La specificità
L'obbedienza non è più una virtù, ma la disobbedienza lo
è sotto specifiche condizioni
Da guerra motore della storia, a flagello dell'umanità
Dal bellum justum allo jus contra bellum: raccogliamo le bandiere lasciate cadere
Critica dell'istituzione militare
Portare armi, prepararsi alla guerra, eseguirla nelle sue varie forme
Guerra e polizia
A fare che (e come) in Iraq, Afghanistan, Libano: distinguere.
LA PRATICA (nella politica)
Domande
La nonviolenza è riformista o rivoluzionaria?
Abbandonare la radicalità? Navigare a vista?
Può esistere un partito della nonviolenza?
Fare noi le proposte, che poi gestiranno altri?
Solo controllo dal basso e mai al governo?
Risposte
La critica della politica: Gandhi, Capitini
Arendt versus Weber: costruzione di potere di eguali e non dominio
Voglia di impero: assemblee e opinione pubblica
Il contemporaneo ci commuove
Il politico e l'obiettore di coscienza
La sinistra, cioè dal basso, perchè da lì si muove
La nonviolenza organizzata e il "movimento" e l'interlocuzione con
i politici
Il confronto con verdi e rifondatori
I nostri amici nei Partiti e nelle istituzioni
LA STRATEGIA (delle iniziative)
Domande
Dalla teoria alla pratica: come si organizza la nonviolenza?
L’azione diretta nonviolenta è solo del singolo, o di tutti?
La “rete” funziona sempre? La “leadership” come nasce?
Due metodi: metodo del consenso, o metodo della fiducia?
Quali gli elementi essenziali di una campagna nonviolenta?
Risposte
Le pratiche: iniziative, abbandoni, riprese, proposte...
Forte autoreferenzialità e frammentazione: approfondire e confrontarsi
La nonviolenza è una freccia direzionale anche nella dimensione pubblica
Metodo dell'azione, che è opera d'arte
Acquisire autorevolezza e capacità di aggiunta ad azione per diritti
umani, pacifismo, democrazia..
Gli amici della nonviolenza si riconoscono da familiarità e tensione,
da portare nel confronto
Nella costruzione del musulmano come minaccia si sostiene che l’Islam
è intrinsecamente violento e prova ne sarebbe il jihad, tradotto automaticamente
come “guerra santa contro gli infedeli”, in primo luogo contro l’Occidente.
Eppure jihad letteralmente può essere tradotto con “sforzarsi”,
“applicarsi”. Nella tradizione islamica jihad fi sabil Allah significa
“impegnarsi sulla via di Dio” e non contiene alcuna implicazione
di natura violenta o aggressiva.
(…) da un punto di vista etimologico la parola araba [jihad] non ha alcuna
accezione che possa in un qualche modo avvicinarla ai concetti occidentali.
Jihad, infatti, è etimologicamente parola derivata dalla radice Jhd,
che indica 'sforzarsi', 'applicarsi con zelo' e implica una lotta, un impegno,
sia contro un nemico visibile, sia contro il demonio, sia anche contro se stessi1.
Lo sforzo, il jihad, maggiormente gravoso, è quello richiesto dal vivere
in armonia seguendo gli insegnamenti religiosi. Secondo i seguenti hadith, detti
del Profeta:
Il jihad più meritevole è un pellegrinaggio compiuto piamente2,
Il più eccellente jihad mira alla conquista di se stessi3.
Uno sforzo minore richiede la difesa, eventualmente, della comunità da
aggressioni esterne. Il che significa anche che l'impegno più faticoso
è quello individuale, è quello riguardante se stessi, mentre lo
sforzo minore è quello dato dall'azione collettiva.
La concezione originaria del jihad si riassume dunque nell'impegno con cui i
musulmani mettono in pratica l'insegnamento di Dio. Quello che la traduzione
del termine jihad presente nel Corano spesso rende come "combattimento",
va invece concepito come "sforzo". Ne è un esempio il seguente
versetto
Ma tu non ubbidire a quelli che rifiutano la fede, ma combattili con la Parola
in guerra grande4.
Di fatto l'utilizzo della Parola come strumento di combattimento denota un uso
metaforico anche del termine guerra. D'altra parte in alcuni casi il termine
è stato tradotto nella sua corretta accezione, come nel versetto seguente,
dove la coniugazione duale della terza persona del termine Jihad (Jiahadaka),
viene resa da Bausani con il verbo “industrieranno”.
Ma se tuo padre e tua madre si industrieranno a che tu associ a Me quel che
non conosci, tu non ubbidire loro, fa loro dolce compagnia in questo mondo terreno,
ma tu segui la Via di chi si è volto a Me (…).5
In un altro passaggio del Corano che si riferisce ancora ai rapporti con i genitori,
lo stesso termine viene tradotto da Bausani con “insisteranno”6.
Quindi un'interpretazione del jihad come guerra santa può essere considerata
errata oltre che fuorviante.
Chiamarlo guerra santa induce chi è estraneo ai termini del problema
a considerare un tal richiamo come ennesima espressione di fanatismo nei confronti
di chi musulmano non è, tanto da tentare di equiparare le motivazioni
di fondo al solito spirito di crociata, ben noto all'Occidente.7
Ciò non significa che nel Corano non vi sia alcun riferimento al combattimento,
ma questo concetto è espresso non come jihad, appunto, bensì come
al-qital, o harb (guerra), e soprattutto in termini difensivi. In effetti, se
l'obiettivo ultimo dell'Islam è la giustizia e la pace, tuttavia sono
considerate nel Corano le condizioni che possono creare conflitto.
Combattete [qatulu] sulla via di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassate
i limiti, ché Dio non ama gli eccessivi8.
Dopo aver chiarito l'origine etimologica del termine jihad, cerchiamo di calarne
il significato nelle fasi storiche, e nello specifico di comprendere come nell'Islam
è stato gestito il conflitto nel rapporto con l'altro.
Si è visto che, durante il primo periodo, il Corano invita i musulmani
ad essere pazienti, a vivere quella che oggi viene definita una resistenza passiva
di fronte alla durezza degli eventi che caratterizzano gli anni della missione
del profeta nella città di La Mecca (610-622).
Successivamente, nel periodo della Medina (622-632), il tono dei versetti sicuramente
muta: dall'invito alla pazienza si passa a consentire la difesa della Umma al-Islamiyya
(comunità islamica) - ora non più solo religiosa ma anche politica
e continuamente aggredita dall'esercito della Mecca - e quindi al combattimento
in termini difensivi (come nella sopracitata Sura II - 190).
Jihad viene ad essere utilizzato dai musulmani stessi come elemento simbolico
di impegno e di lotta. E l'appello ad un principio di origine religiosa non
rappresenta d'altro canto un aspetto insolito nell'etica dell'impegno sociale
e individuale. Questo non implica un’inclinazione violenta o aggressiva
nei confronti degli altri.
E’ proibito a musulmani di entrare in guerra per acquisire ricchezze,
territori o potere. Impossibile anche far guerra a fini di proselitismo; il
testo coranico è chiaro: Non c’è costrizione nella religione.9
Vale la pena sottolineare, per inciso, che in tutte le epoche, in ogni caso,
il riconoscimento di Dar al-Islam, basato su riferimenti islamici, non ha implicato
l'esclusione della gente non musulmana che vive dentro la comunità, né
di quella proveniente da Dar al-Harb10 (territori non islamici). Questo perché
nella società islamica sempre si è mantenuta quella connotazione
di pluralità che ha preceduto e accompagnato il suo affermarsi.
Dunque, consapevole della continuità esistente fra i diversi messaggi
dei profeti esistiti prima del profeta Muhammad, la società islamica
è portata ad inglobare dentro di sé e a riconoscere la pluralità,
secondo gli insegnamenti stessi del Corano.
Dì: Crediamo in Dio e in quel ch'è stato rivelato a noi e in quel
ch'è stato rivelato ad Abramo e a Ismaele e a Isacco e a Giacobbe e alle
Tribù, e in ciò che fu dato a Mosè, e a Gesù e ai
Profeti dal loro Signore senza far distinzione alcuna fra loro, e a Lui noi
tutti ci diamo11. Tornando ora al percorso storico del jihad, nel periodo ottomano
l'accezione del termine nel senso di combattimento viene ulteriormente marcata.
In tempi ancora più recenti, e precisamente con l'impatto contro le potenze
coloniali europee12, diversi pensatori islamici hanno operato una rilettura
del jihad alla luce di questi nuovi eventi. In base a tale rilettura è
emersa un'interpretazione in termini di resistenza all'ingerenza esterna. Lo
shock coloniale viene infatti a mettere in discussione i tre elementi fondanti
della concezione islamica di comunità: l'unità della Umma al-Islamiyya,
la sacralità di Dar al-Islam e l'alta dignità dell'etica islamica.
Fino ad allora la società islamica, seppure indebolita, aveva mantenuto
rapporti di scambio con i vicini tutto sommato paritari. Da questo momento in
poi il declino comincia ad essere marcato e soprattutto viene avvertito da tutti
i musulmani.
E' solo nell'ottocento che si produce una drammatica inversione di rotta in
questi rapporti: l'Europa si rivela più forte nella scienza e nella tecnologia,
nella potenza delle armi e nelle arti diplomatiche, nel piegare gradualmente
gran parte della società di tradizione musulmana al suo dominio coloniale13.
Il mondo musulmano che oggi ci troviamo di fronte rappresenta l'esito di questo
sconquasso, che influenza tutto lo sviluppo successivo di questa società,
in termini storici, sociali ma anche economici e politico-istituzionali.
Il jihad acquisisce dunque in questo momento un significato di resistenza all'invasore,
in un contesto in cui l'Europa coloniale viene vissuta come sopraffazione, anche
se, almeno inizialmente, con una certa curiosità.
Sconcerto per la rapidità dei cambiamenti, ammirazione per le impensabili
novità tecniche e scientifiche, senso di impotenza, curiosità,
anelito all'imitazione: tutti questi sentimenti convissero nell'anima degli
intellettuali musulmani, posti di fronte a questa mutata situazione. Ma presto
subentrarono altri sentimenti, ridestati dalla stessa rapacità e arroganza
degli invasori (o amministratori) europei: il senso di umiliazione, lo spirito
di rivalsa, l'odio verso le élite musulmane “europeizzanti”
e “collaborazioniste”.14
A questo riguardo, Tariq Ramadan ci parla di un rapporto di attrazione-repulsione
tra Occidente e Islam.
Per il Sud essere attratti dai miraggi tecnologici del Nord è quasi normale:
c’è qualcosa che ha la stessa forza della magia e del fascino.
Contemporaneamente, la stessa attrazione fa nascere una repulsione quasi epidermica
e a volte violenta. Il sentimento generalmente condiviso è quello di
una vera e propria espropriazione di sé, un’alienazione nel senso
forte del termine. Si sente l’attrazione ma non si sopporta di essere
anche costretti, “nonostante il cuore”, a negare la propria identità
con l’ondata che ci porta via.15
La questione del jihad e le sue diverse manifestazioni hanno via via acquisito
sempre più importanza ed urgenza nel mondo e all'interno della società
islamica, soprattutto alla luce dei suoi rapporti con l'occidente. Indicativa
è la riflessione di Mohammad Khatami, oggi presidente dell’Iran,
su come il musulmano vive nel mondo di oggi e sul potenziale ruolo dell'Islam.
Per quanto riguarda “noi“, (…) intendo questo termine nel
senso di “noi musulmani”; (…) noi musulmani nel passato abbiamo
creato una civiltà, abbiamo svolto un ruolo nella storia dell'umanità,
mentre oggi la nostra situazione è differente, non ricopriamo più
quel ruolo; eppure desideriamo ritrovarci nel tessuto profondo della storia,
e se possibile costruirci un futuro che sia diverso dal nostro presente e persino
dal nostro passato, senza voler togliere spazio a chi non fa parte di noi, e
senza trascurare le conquiste della scienza, degli studi e del pensiero speculativo
e pratico dell'umanità. Quale è, invece, il significato che attribuisco
all'altro termine, “il mondo di oggi”? In breve, per “mondo
di oggi” intendo la “civiltà occidentale”. Ovvero,
tutto quanto in questa fase domina e gestisce il mondo e l'umanità, esercita
una influenza potente sulla nostra vita economica, politica, culturale e sociale,
e senza di cui - senza la sua impronta, senza le sue conquiste - la vita sarebbe
impossibile anche per chi non è occidentale. (…). Il mondo di oggi,
o è esso stesso occidente (un occidente di concezioni, di valori, di
pensieri e teorie, non per forza l'occidente geografico), e dunque la sua vita
è occidentale in tutte le sue dimensioni; oppure pur non essendo collocato
all'interno dell'occidente geografico o nell'ambito della civiltà occidentale,
ne subisce intensamente l'influenza, e non ha alcuna possibilità di vivere
senza di esso. Tale è il nostro mondo attuale.16
Un mondo dunque che viene inglobato dall'Occidente, e da questo Occidente tuttavia
è lasciato ai margini, alla periferia, sia in senso geografico sia in
senso economico, politico, sociale, e perennemente svalutato del suo valore,
oggi come ieri, come all'inizio di quel processo di colonialismo che ha prodotto
la realtà odierna, molto ben descritto da Bichara Khader.
La spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto e in Palestina segna una svolta
cruciale nei rapporti fra Oriente e Occidente: si apre la corsa coloniale. Fino
ad allora al centro di curiosità, l'Oriente diventa una posta geopolitica,
mira di tutti gli appetiti, zona di passaggio per potenze avide di affermazione.
E' un oggetto di conquista. L'Occidente non osserva più, brama e non
si afferma nel ripiego difensivo, ma nell'esplosione offensiva.
Fino al XIX secolo, l'Europa ha preso coscienza di sé opponendosi all'Islam
arabo (…). Ora cerca di espandersi dominandolo ed invadendo la sua terra,
sfruttandone le risorse, riducendone la cultura a mero folclore. In breve, lo
colonizza. I viaggiatori non sono più avventurieri in cerca di esotismo
e di sapere, ma partono per sondare. (…).
Quanto è stato detto e scritto di denigratorio sugli arabi, sui musulmani,
o sugli orientali, nei secoli precedenti, viene rispolverato ed utilizzato.
Se questi, fino ad allora, potevano essere odiati, di rado erano disprezzati,
poiché, in qualità di avversari ideologici erano riconosciuti
per il loro sapere scientifico (XIV secolo) e per alcuni pregi sul piano umano.
Con il colonialismo, per provare la superiorità dell'Occidente, si deve
denigrare l'Oriente ambito, avvilirne la religione, disprezzarne la gente. L'apologia
incondizionata di sé, va di pari passo con la demonizzazione dell'Altro.
(…)
Nel XIX secolo, il colonialismo condiziona ogni concezione in Europa. L'etnocentrismo
giustifica il predominio; tale è il senso di superiorità che quanto
non è occidentale viene privato di valore, destituito della propria dignità
storica, ridotto ad un livello periferico e folcloristico17.
La visione etnocentrica, continua Khader, è stata sostenuta da molti
pensatori europei, fra cui Lamartine, che hanno portato avanti la concezione
dei popoli colonizzati come fardello dell'uomo bianco di Kipling. Una concezione
che del resto permane tutt'oggi in molti settori del pensiero europeo.
A fronte della consapevolezza che vede nelle condizioni economiche, materiali
e culturali dettate dall'Occidente una realtà con la quale oggi è
necessario confrontarsi, accogliendo quanto di positivo esiste, vi è
tuttavia nell'Islam la coscienza dei limiti intrinseci a questa egemonia, alla
sua idea di libertà "rigida e unidimensionale" che "continua
ad esigere un prezzo pesante dall'umanità"18. Soprattutto vi è
la coscienza di un ruolo culturale che proprio l'Islam, con la sua diversa visione
del mondo, con la sua diversa concezione etica - può dialetticamente
proporre. Non con la forza, con la violenza, ma attraverso la conoscenza, la
critica e il rigore intellettuale.
Per comprendere l'Occidente, lo strumento migliore è la razionalità,
non l'emotività eccitata che agita le bandiere. Non solo qui, ma ovunque,
la forza non è in grado di fornire una risposta efficace a un modo di
pensare che consideriamo deteriorato (…)19.
Se dobbiamo fare nostri i tratti positivi della civiltà occidentale,
e nel medesimo tempo rigettare le sue mancanze (…) dobbiamo capire l'Occidente
in modo corretto ed omnicomprensivo; (…) A questo punto avranno efficacia
la riflessione approfondita, la razionalità e l'obiettività, non
la brutalità verbale e la violenza20.
Anche nell'Islam - come nell'ambito di altre religioni, pensieri, correnti -
sono comparse delle figure che hanno svolto un ruolo importante nell'ambito
della testimonianza sulla non violenza come, ad esempio, Abdul Ghaffar Khan,
chiamato Badshah Khan21, il quale, entrato in contatto con Gandhi e con altri
pensatori musulmani indiani, ne assorbì l'influenza, si impegnò
per i diritti dei poveri, investendo molte energie nell'ambito dell'educazione,
considerata una via importante anche per la conquista della libertà,
prestando attenzione anche all'emancipazione della donna. Egli fondò
il primo esercito nonviolento della storia, Khudai Khidmatgar (servi di Dio),
il cui giuramento recitava:
Sono un Khudai Khidmatgar, e poiché Dio non ha bisogno di essere servito,
ma servire la sua creazione è servire lui, prometto di servire l'umanità
nel nome di Dio.
Prometto di astenermi dalla violenza e dal cercar vendetta.
Prometto di perdonare coloro che mi opprimono o mi trattano con crudeltà.
Prometto di astenermi dal prendere parte a litigi e risse e dal crearmi nemici.
(…).22
Il binomio Islam-violenza è dunque molto discutibile. Come abbiamo visto,
si tratta di “calare nella storia” la dottrina. Solo così
si potrà carpire la complessità del mondo islamico e abbandonare
visioni dell’Islam monolitiche, statiche, dottrinali e propagandistiche.
*Adel Jabbar è sociologo ricercatore nell'ambito dei processi migratori
e interculturali (Studio RES, Trento,
)
Insegna Sociologia delle Migrazioni presso il corso di laurea in Servizi Sociali
dell'Università Ca' Foscari di Venezia ed è docente al Master
sull'immigrazione presso la medesima Università.
La resistenza dei contadini. Chi salverà il mondo?
La lotta per la salute è una battaglia di tutti
Di Sergio Albesano
Forse aveva ragione Trotzkij: nel nostro mondo a portare avanti la rivoluzione,
almeno quella culturale, sono i contadini e non gli operai. Questi ultimi si
sono dedicati alla ricerca di miglioramenti di categoria (non di classe) e sono
impegnati nella rincorsa dei privilegi riservati ai più ricchi. D’altronde
il capitalismo ha capito qual è la formula giusta per tenere i sottoposti
tranquilli e subordinati. La soluzione adatta non era quella del feudalesimo
o del primo capitalismo che cercava di dominarli con gli stessi mezzi del domatore
di bestie feroci: la fame e la paura. La tecnica giusta, invece, è quella
che già i romani, con le loro grandi capacità di dominio, avevano
scoperto: panem et circenses. La formula non è quella di dominare con
la forza, ma quella di far divertire le classi inferiori. Il capitalismo dà
infatti quasi a tutti la possibilità di avere un telefonino, l’automobile
e la play station; e poi ti sprona a lavorare di più per riuscire a comprarti
il televisore LCD e il navigatore satellitare, meta a cui per il momento non
tutti possono ambire e questa competizione genera in chi raggiunge il risultato
la soddisfazione di appartenere a una classe economica (non sociale) più
elevata. Gli operai, se si chiedesse loro se si sentono ancora l’avanguardia
del proletariato, guarderebbero male l’intervistatore e forse sorriderebbero
o inorridirebbero, perché si vogliono sentire e si sentono più
appartenenti alla classe media che a quella proletaria. Alla serata passata
nella sezione di partito preferiscono la visita al sabato a Unieuro. Hanno acquistato
l’appartamento in cui vivono, hanno studiato fino al diploma e ora fanno
studiare i loro figli fino alla laurea, hanno la seconda automobile in famiglia
e se sognano qualcosa è la casetta al mare o la vacanza alle Maldive.
In questi pensieri non c’è più posto per la rivoluzione,
intesa come lotta per migliorare le condizioni di vita. Anzi, meglio non modificare
lo status quo per evitare che la situazione cambi e non si possa poi più
godere dei privilegi ottenuti.
Chiariamo a inizio discorso, per non essere fraintesi e poi sbranati, che qui
parliamo di grandi categorie di persone e non di singoli individui. Anche fra
gli operai ci sono persone meritevoli che si impegnano nel sociale, così
come anche fra i contadini ci sono i latifondisti che pagano poco gli extracomunitari
che raccolgono i loro pomodori o coloro che per arricchirsi non hanno scrupoli,
come quelli che qualche anno fa allungavano il vino con il metanolo. Ma, parlando
appunto in generale, quando è successo l’ultima volta che gli operai
siano scesi in piazza per un motivo che non fosse una loro rivendicazione di
categoria?
Salute o posto di lavoro?
Gli operai delle fabbriche d’armi non si preoccupano che i loro manufatti
uccidano innocenti in tutto il mondo. Mi è capitato di sentire personalmente
un tecnico di un’industria di aeroplani da guerra augurarsi che in medio
oriente continuassero a guerreggiare, perché lui aveva il mutuo da pagare.
Neppure le produzioni nocive non solo per l’ambiente circostante ma persino
per gli stessi lavoratori non sono oggetto di discussione. Terribili ed esemplificative
al riguardo le parole di una donna sull’ACNA di Cengio: “Odio questa
fabbrica che ha ucciso mio marito e che non assume mio figlio”. Certo,
il posto di lavoro è fondamentale per ognuno e soprattutto per chi ha
la responsabilità di una famiglia, ma perché, sindacati in testa,
non si avvia un serio discorso sulla riconversione dell’industria militare
in quella civile? Magari per riconvertire la produzione di sistemi esplosivi
nella produzione di air bag o per sostituire le mine con i frigoriferi? Forse
perché sistemi esplosivi e mine hanno un mercato migliore e rendono di
più? Forse, ma il lavoro umano non è solo merce: è valore.
E deve creare valore, non solo economico. Il lavoro deve contribuire alla crescita
umana e per questa meta air bag e frigoriferi sono più utili di sistemi
esplosivi e mine, anche se rendono meno.
Quando mai avete sentito gli operai come categoria preoccuparsi della possibilità
di una guerra termonucleare totale o del problema dei rifiuti o di quello dell’inquinamento?
Eppure la loro vita non si consuma solo in fabbrica; una guerra colpirebbe anche
loro, così come i cibi inquinati finiscono pure sulle loro tavole e la
montagna di rifiuti che produciamo affoga anche loro. Mancano della visione
globale e si accontentano di mantenere il lavoro senza farsi troppo male, ogni
tanto ricordandosi di lamentarsi. Perché se il lavoro ti vincola perderlo
non ti libera.
Il mondo contadino invece sente i problemi della distribuzione per tutti del
cibo e della sua produzione con metodi naturali e si dimostra capace di utilizzare
le nuove strumentazioni, prime fra tutte Internet, per distribuire conoscenze
e informazioni. Il tutto al di fuori di strutture ideologiche, politiche e di
partito. Mentre gli operai, dimenticata la forza della solidarietà, si
chiudono all’interno della loro fabbrica o, peggio ancora, del salotto
di casa, i contadini del mondo viaggiano, si incontrano e fanno del dialogo
la loro forza primaria. Così se l’operaio sogna il viaggio alle
Seychelles il contadino indiano prende l’aereo e viene in Italia per partecipare
alla manifestazione Terra madre.
Effetti positivi e negativi della globalizzazione
Anzitutto è bene chiarirsi su che cosa si intenda per “globalizzazione”.
Se significa un’omologazione di tutti a un modello di vita imperante,
che poi è quello occidentale, allora è certamente un fatto negativo
a cui opporsi. Ma a nostro avviso la globalizzazione è la realtà
del villaggio globale, dove convivono le differenti identità. In tal
senso essa esiste e non è possibile né giusto opporvisi. E’
una realtà effettiva e cercare di sopprimerla è uno sforzo inutile
e antistorico. E’ come cercare di arginare il mare con il proprio corpo
o di lanciarsi a combattere le pale dei mulini a vento. Piuttosto è bene
cercare di arginare i suoi effetti deleteri, essendo al contempo coscienti dei
grandi vantaggi che essa porta con sé. Abbiamo dubbi su quanto afferma
Ignacio Ramonet, direttore di Le monde diplomatique, quando dice che chi vi
“resiste in tutto il mondo sono soltanto i contadini”. Ci auguriamo
invece che la loro non sia una contrapposizione tout court alla globalizzazione
e che al contrario siano consci anche dei vantaggi che porta con sé,
perché senza di essa il contadino indiano di prima non verrebbe a Torino
per parlare delle sue coltivazioni ma resterebbe nel suo ignoto villaggio dell’India
rurale. Ci sembra invece che i contadini si oppongano, giustamente, agli effetti
perversi della globalizzazione. Gli operai nel contempo sono occupati su fronti
più ristretti: le rivendicazioni salariali di categoria, il contratto
integrativo, la vacanza al mare. Ai grandi incontri internazionali non partecipano
mai, mentre questi incontri sono pieni di contadini che provengono da tutto
il mondo e che contestano le scelte della World Trade Organization. La resistenza
nei riguardi di una cultura dominante che si disinteressa del fatto che stiamo
distruggendo il nostro mondo, l’unico che abbiamo a disposizione, è
condotta dai contadini. Sono loro che si preoccupano della perdita della biodiversità,
dell’esaurimento delle falde acquifere, della distruzione degli ecosistemi,
dei problemi ambientali. I leader più importanti vengono tutti dal mondo
contadino: Vandana Shiva e José Bové per citare solo i due più
noti. I contadini si muovono su questi fronti forse perché sono i primi
a sentirne le conseguenze, ma comunque portano all’attenzione del mondo
problemi che sono ineludibili. In fondo anche loro difendono il posto di lavoro,
ma i problemi che nascono nel mondo contadino riguardano tutti e non solo coloro
che si occupano di problemi agricoli. Ad esempio la produzione del cotone si
è concentrata nelle mani di industrie sovvenzionate e ciò ha portato
all’abbandono delle coltivazioni, condotte con metodi produttivi tradizionali,
da parte di milioni di africani, che sono emigrati in Europa o negli Stati Uniti
o che sono finiti nelle bidonville delle grandi città africane come Lagos.
Le incapacità della sinistra
Le forze che dovrebbero essere progressiste, diciamo genericamente di sinistra,
stanno a guardare e non sono capaci di prendersi carico di queste problematiche.
Storicamente hanno fondato il loro operato sulle rivendicazioni del mondo operaio
e ora questa sinistra sta morendo insieme alle capacità rigeneratrici
della classe operaia, che ormai non è più classe, ma singoli individui
chiusi nelle loro case a guardare la televisione. Questa sinistra ha una mentalità
legata al mondo industriale e quindi possiede una concezione dello sviluppo
senza limiti di sostenibilità.
Fino agli anni Cinquanta c’era una forte penuria di cibo in Europa e la
fame era un fatto reale in molti paesi come l’Italia. La sottoalimentazione
era strutturale e tante persone si basavano su un’economia di sostentamento.
Il problema della fame, della denutrizione e della malnutrizione nella nostra
parte di mondo sono stati risolti con i progressi dell’industrializzazione
e con la massificazione della produzione agricola. Il problema è diventato
ora quello di una cattiva alimentazione causata da certi metodi di produzione
industriali, che causano varie patologie per la salute: obesità, malattie
cardiache, allergie e intossicazioni come il morbo della mucca pazza e l’influenza
aviaria. E’ diventato chiaro che anche la sovrapproduzione alimentare
può portare alla morte, esattamente come in altre parti del mondo la
porta ancora la sottoalimentazione.
Esiste però un risveglio nelle società urbane da parte di categorie
sociali, in genere economicamente elevate, sulle problematiche legate all’alimentazione.
La preoccupazione sul cibo è una sentimento più diffuso rispetto
a una ventina di anni fa e oggi si cercano ad esempio cibi prodotti senza pesticidi.
Molti si stanno convincendo che l’alimentazione è un aspetto importante;
nutrirsi in maniera naturale è vissuto come un problema, che però
viene spesso risolto in maniera individualista. Ecco allora il fiorire di negozi
dove si può comperare frutta biologica, pane integrale, seitan, biscotti
con la crusca e tutto un florilegio di cibi “sani”. Ammesso che
sani lo siano davvero, si tratta di una corsa individuale contro l’inquinamento
imperante, un “si salvi chi può” nei riguardi delle produzioni
industriali. Perché questi cibi sani costano un mucchio di soldi e i
negozi che li vendono sono frequentati da eleganti e curate mogli di dirigenti
in pensione e single preoccupati dei loro problemi di digestione, mentre un
padre di famiglia con due o tre figli non potrà pagare undici euro per
un chilogrammo di zucchero di canna. Per lui rimane l’Ipercoop, che ha
prodotti di buona qualità ma a prezzi non modici, o più probabilmente
il discount di periferia, dove su alcuni prodotti dovrà accontentarsi
di una qualità minore ma in questo modo arriverà a quadrare il
magro bilancio a fine mese. Questi cibi sono dunque cosa da benestanti. Così
come una volta si diceva che ammalarsi è privilegio da ricchi, visto
quanto costano le cure, così anche prevenire le malattie lo è.
E poi questa ricerca individuale di salvezza si scontra con la realtà
globale dell’inquinamento, perché, se anche si mangiano cibi sani,
appena si esce dal negozio macrobiotico o dal ristorante vegetaliano si respira
aria pesta.
Il commercio equo e solidale
Più interessante è la scelta delle botteghe del commercio equo
e solidale, che insieme a prodotti biologici e naturali danno anche la garanzia
che i produttori, cioè i contadini del sud del mondo, abbiano ricevuto
un compenso adeguato per il loro lavoro. In questo caso il problema è
un altro. Se l’idea è ottima per quanto riguarda alcuni prodotti
che non esistono in Italia e che quindi bisogna per forza importare se li si
vuole consumare (caffé, the, artigianato africano), diventa invece diabolica
per altri prodotti. Ad esempio, non ha senso comprare miele proveniente dall’Argentina,
quando sulle Alpi, a pochi chilometri dalle nostre case, ci sono produttori
locali che producono un miele anche più buono, perché il barattolo
che per arrivare sulle nostre tavole deve attraversare l’oceano accumula
su di sé un’enorme quantità di costi di trasporto, che in
termini ecologici significa un incremento dell’inquinamento. E’
lo stesso perverso sistema che porta a consumare in Piemonte burro prodotto
in Veneto e in Veneto burro prodotto in Piemonte. Non sarebbe meglio limitare
questi spostamenti fisici del prodotto, riducendo le problematiche afferenti,
prima fra tutte quello dell’inquinamento per trasporto su gomma?
Rimane il fatto che i prodotti acquistati nelle botteghe del commercio equo
e solidale costano di più dei prodotti analoghi del supermercato e quindi,
volendo, una famiglia proletaria (si può ancora dire?) può decidere
di comprare qualche alimento in questi negozi, rivolgendosi poi alla grande
distribuzione per la spesa grossa della settimana.
Cresce comunque la consapevolezza che bisogna mangiare bene e non soltanto mangiare
e che il carburante con cui riempiamo il nostro corpo deve essere buono, perché
diventa parte di noi stessi. Questa consapevolezza è diventata lampante
nel rifiuto generalizzato verso gli organismi geneticamente modificati, tanto
che, per riuscire a venderli, si è cercato di evitare che la scritta
“OGM” venisse correttamente stampata sull’etichetta dei prodotti,
perché si temeva che altrimenti nessuno li avrebbe volontariamente scelti.
Per diffonderli si è cercato di percorrere la strada dell’imposizione
attraverso l’ignoranza.
Esistono ancora i contadini?
In occidente c’è il sentimento diffuso che i contadini siano in
via di estinzione. Si potrebbe quasi ipotizzare una contrapposizione nord-sud:
al nord gli operai disinteressati e al sud i contadini impegnati. In parte è
vero e in parte no.
Anche nei nostri paesi industrializzati esistono ancora contadini che si impegnano
nel portare avanti lotte e istanze per preservare l’ambiente. Nelle nostre
campagne esiste l’Associazione Solidarietà Campagna Italiana (A.S.C.I.),
formata da piccoli produttori agricoli. Essi lottano contro legacci burocratici
e impedimenti legali che impediscono di produrre e di vendere legalmente il
frutto del proprio lavoro. Ad esempio è ora proibito vinificare in locali
dove si è vinificato da secoli, perché le dimensioni di tali locali
sono di qualche centimetro inferiori a quanto stabilito da nuove normative.
Oppure è vietato produrre formaggi in cascinali che non hanno bagni separati
per uomini e donne: norma che scade nel ridicolo quando impone tali vincoli
a realtà formate da marito e moglie!
Al tempo stesso è vero che dalle nostre parti il contadino inteso in
senso tradizionale è scomparso o è in via di sparizione. Al suo
posto ci sono imprenditori che, se si interessano ai problemi dell’ecosistema,
lo fanno poiché non possono esimersi dal lavorare la terra e perché
il loro lavoro è inevitabilmente legato al discorso ambientale.
Oggi i contadini vengono visti come una specie di avanzo di tradizioni che si
vanno perdendo e si vorrebbe addirittura fare a meno di loro, affidando le produzioni
agricole alle multinazionali del settore. Si è così ipotizzato
di poter fare a meno dei contadini, privandosi di conseguenza di un sistema
agricolo e sovvenzionando i pochi agricoltori rimasti per mantenere il paesaggio
e non per produrre cibo, visto che questo si può comprare più
convenientemente nel sud del mondo. Contemporaneamente le multinazionali vogliono
la clonazione, gli organismi geneticamente modificati e sognano di produrre
la carne senza nessun animale e di fare un’agricoltura senza suolo, in
laboratorio. Non preoccupandosi del fatto che la sparizione del suolo significherebbe
la perdita anche della relativa cultura. La cultura di un paese sparisce infatti
se sparisce la sua terra: alberi, biodiversità, identità alimentare,
tradizioni, canti, superstizioni, feste, rapporto con la natura.
Violenze e nonviolenza
Ma tutto questo ha a che fare con la nonviolenza? Certo, perché, se oggi
combattiamo, come nel recente passato, guerre per il petrolio, i prossimi conflitti
saranno per l’acqua. Inoltre i brevetti sui prodotti agricoli geneticamente
modificati causano una dipendenza dei contadini dai detentori di tali brevetti:
mentre una volta una parte del raccolto serviva come semente per l’anno
futuro, con gli OGM, i cui semi sono sterili, i contadini dovranno di anno in
anno andare a comprare le sementi dalle multinazionali del settore, che, trovandosi
in regime di monopolio, potranno applicare prezzi non di mercato, con il rischio
di ulteriori indebitamenti da parte degli agricoltori poveri. Infine la monopolizzazione
del settore agricolo da parte delle multinazionali crea una società sempre
più militarizzata, con sorveglianti armati e reticolati che proteggono
le colture brevettate.
In conclusione ci auguriamo che cresca la consapevolezza che si possono pagare
alcuni prodotti agricoli un po’ di più se si è sicuri che
quei soldi aiuteranno veramente i produttori locali che ne hanno bisogno, legando
così insieme due concetti importanti, quelli della solidarietà
e del benessere alimentare, creando un’alleanza fra il mondo urbano e
quello rurale, fra gli operai e i contadini, consapevoli che quelli dell’alimentazione
e dell’inquinamento sono problemi di tutti. E soprattutto ci auguriamo
che tutti si impegnino di più affinché ognuno possa avere accesso
al cibo sano a un prezzo equo.
La pace nel mondo può venire costruita, cominciando oggi, un bambino
per volta
di Mao Valpiana
Ibu è un titolo onorifico. Un misto fra donna, mamma, signora. Lei si
chiama Robin Lim, ha 49 anni, vive a Bali con il marito, sette figli, una nipotina.
Ma per tutti è Ibu Robin. È chiamata “ostetrica dai piedi
scalzi” per il suo impegno in favore di una gravidanza sana, un parto
dolce, un’accoglienza felice del neonato e contro la povertà e
la malnutrizione. È anche poetessa, scrittrice, ambientalista, pacifista.
Insomma, tutte le carte in regola per ricevere il “Premio internazionale
Alexander Langer 2006”.
È venuta ad ottobre a Bolzano a ritirare il premio, e poi è rimasta
in Italia per un giro di conferenze e di incontri pubblici. A vederla si capisce
il suo soprannome “pettirosso”, perchè riesce ad arrivare
dove può “solo chi vola”, con lo sguardo insieme dolce e
determinato. I suoi racconti sono impressionanti e commoventi.
Al centro del suo lavoro “la volontà di impedire l’espropriazione
delle conoscenze femminili da parte dei medici, un processo avvenuto in Europa
a partire dall’ottocento, e in atto ora in Indonesia” come dice
la motivazione del premio. Ospedalizzare il parto in una situazione dove la
maggioranza delle donne povere non può permettersi di pagare l’assistenza
medica, significa condannare quelle donne all’aborto, o a morire di emorragia,
e i bambini alla malnutrizione (la prima causa di morte infantile in Indonesia).
Lei invece vuole garantire un’assistenza affettuosa e competente alle
madri, una nascita nonviolenta ai bambini. Per questo nel 1994 Ibu Robin ha
creato la Yayasan Bumi Sehat ("Fondazione madreterra sana"), per costruire
una clinica-consultorio dove le madri e i bambini trovano assistenza gratuita
e sono seguiti durante il parto e dopo.
Hai ottenuto un bel risultato…
"Il 100% delle nostre assistite allatta al seno e con l'allattamento aumentano
le speranze di vedere il bambino crescere sano".
La tua clinica è diventata un luogo dove trovano aiuto tutte le donne
che ne hanno bisogno, cristiane, hindu o musulmane.
“Trovano assistenza, vitamine, rimedi tradizionali, un po' di medicina
cinese: la clinica di Bumi Sehat mescola saperi tradizionali e scienza medica”.
Subito dopo la catastrofe dello tsunami, nel dicembre 2004, sei “volata”
in Aceh, provincia settentrionale di Sumatra, epicentro della devastazione.
"Non avevo mai visto nulla di simile. 280.000 persone erano morte - ma
c'è chi dice che siano di piu', 400.000 - e i sopravissuti non avevano
nulla. Serviva tutto, a cominciare dall'acqua, i pozzi erano sommersi o salinizzati,
e servivano soprattutto cure mediche”.
E’ andata lì con tutta la sua famiglia, e anche i figli l’hanno
aiutata a recuperare i cadaveri, seppellirli, e poi raggiungere le donne incinte
nei villaggi più sperduti e aiutarle a partorire con un minimo di condizioni
igieniche.
“Dove c’era solo morte, abbiamo aiutato la vita a ricominciare”.
Ha lavorato con le donne sopravvissute in un’opera di tipo sanitario e
ostetrico ma anche di elaborazione del lutto, di ricostruzione del tessuto sociale
e delle relazioni d’aiuto tra le persone. In poco tempo ha costruito una
clinica, che ora cura fino a 1.500 pazienti al mese, con annesso centro comunitario,
la cucina, i bagni. È in una zona remota, lontano dalle città,
dove bisogna portare la benzina per il generatore e ogni rifornimento.
La regione è travagliata anche da conflitti di natura etnica e religiosa...
“Fino allo tsunami la regione era travolta da un conflitto armato e così
per poter aiutare tutti mi sono assicurata che noi restassimo neutrali, nè
con i governativi nè con i separatisti. Non chiediamo nulla a chi viene
da noi. Non vogliamo sapere a che gruppo appartiene. Offriamo aiuto e cure a
tutti, indistintamente”.
Quello che colpisce nel lavoro di Ibu Robin è l’intreccio fra amore,
fermezza, empirismo. Operando per la prima volta in un ambiente islamico, ha
scoperto che neppure dopo lo tsunami le donne osano uscire per strada a testa
scoperta, nemmeno per andare alla clinica a prendere le medicine.
Come ti sei comportata in questo caso?
“Se l’onda aveva portato via anche il loro velo, non uscivano nemmeno
dalla tenda. Io ho risolto la situazione semplicemente procurandomi decine di
metri di stoffa, tagliata e distribuita a tutte. Così anche le musulmane
potevano uscire e venire nella nostra clinica a curarsi”.
Fra gli insegnamenti ricevuti da Ibu Robin, spicca la testimonianza che anche
chi soffre ha bisogno di bellezza, e che la debolezza può e deve trasformarsi
in sorgente di forza.
Bellezza e povertà, poesia e desolazione, possono stare insieme?
“Anche chi aveva perso tutto nello tsunami, dopo pochi giorni metteva
dei fiori davanti alla tenda, come faceva davanti alla propria casa. Nel nostro
centro o nelle loro case le donne più povere hanno i parti più
belli, che neanche una clinica costosa potrebbe offrire. Mentre una donna partoriva
in acqua, suo marito ha messo dei petali a galleggiare. Questa è la bellezza
che porta alla pace”.
Quanto è importante la dimensione spirituale nel tuo lavoro?
“Nel diventare un’ostetrica per me è stata fondamentale la
spinta spirituale. Il momento della nascita è un momento essenziale per
favorire l’unità tra mente e corpo e per creare armonia. Ad esempio
anche di fronte a situazioni difficili, come un bambino nascente che si presenta
in posizione podalica, prima di girarlo con le mie mani, chiedo il permesso
al bambino e se sento che non c’è questa volontà, allora
non lo faccio, aspetto. Ma se lo si chiede quasi sempre il bambino ti fa capire
che è d’accordo, e subito si gira”.
Hai una fede religiosa? Quale?
Al college ho studiato filosofia e religioni di tutto il mondo. Sono stata educata
alla religione cattolica, e sono contenta di essere cattolica, anche se non
vado molto spesso in chiesa. Ma mi piace molto anche il buddismo e in Ache con
i miei amici musulmani ogni tanto frequento la moschea. C’è una
differenza tra spiritualità e religione, ma la nascita è sempre
un miracolo….
Cosa significa per te praticare il “parto nonviolento”?
Inizio spiegando cosa vuol dire per me violenza nel parto. C’è
violenza quando togli potere alla donna. Non le dai la possibilità e
il diritto di scegliere per se stessa. Se usi procedure mediche su cui lei non
è d’accordo o non è informata. Per esempio l’episiotomia
(incisione chirurgica, in Italia praticata nel 60% dei parti). Io non la faccio,
semplicemente non la faccio. Sento che non è necessaria. Se la donna
è d’accordo nel farla e il medico crede veramente che la donna
in questo modo sia più sicura, che sia necessaria, e che sia il danno
minore, allora non è esattamente una violenza, è un procedura
chirurgica. È violenza se la donna dice no, non ferirmi e la si ferisce
lo stesso, nel momento più sensibile della sua vita. È violenza
quando operi una donna subito dopo il parto, se ha avuto qualche lacerazione,
e la ricuci senza alcuna attenzione al suo dolore.
Appena partorito, le donne dovrebbe essere felici, oppure dovrebbero gridare
e provare anche dolore, ma devono essere lasciate in pace, con il loro bimbo
sul grembo. Ma se tu la operi, intervieni senza fare alcuna attenzione e cura,
lei lo sente. A volte un’ostetrica si trova a dover necessariamente fare
un intervento doloroso. Quando devo rimuovere una placenta ad una donna con
la placenta ritenuta, allora devo fare intervento doloroso, per far sopravvivere
la donna, ma le chiedo il permesso, abbiamo un accordo, lei mi guarda negli
occhi tutto il tempo. E dopo lei mi dice che davvero non ha sofferto tanto.
È davvero d’accordo, a salvare la propria vita. Ma la si può
considerare violenza se solo la si spinge a fare ciò che non vuole. Ecco,
il parto nonviolento è accompagnare la donna nel momento più significativo
della sua maternità. Io credo che un inizio dolce e sano sia il vero
fondamento di una vita felice.
Un’ultima domanda. Attraverso la conoscenza della Fondazione, cosa hai
potuto comprendere di Alexander Langer?
Prima di venire qui in Italia, ho letto i testi di Alexander Langer e ho saputo
della sua vita e della sua morte. Credo di aver ora una nuova e più profonda
comprensione di lui dopo essere stata qui con voi, dopo aver fatto amicizia
con le persone che lo hanno amato, e che hanno capito il suo cuore e la sua
mente. Vorrei dire che il suo lavoro, quello che ha fatto, è così
impressionate. Se guardo a quello che sentiva nel suo cuore e a quello che pensava,
e cosa faceva con le sue mani, vedo che erano connessi. Mi sento ispirata dalla
sua presenza e penso che lui ha anticipato i tempi, forse il mondo non era pronto
per lui…mi sento onorata, in qualche modo, con speranza, di poter continuare
il suo lavoro.
Credo che si possa dire con certezza che ci sono bambini a Bali, ad Ache, che
ora sono come dei nipotini di Alex, sono una sua continuità. E’
come se adesso lui sia per loro un tocco di pace.
Ha collaborato Giulia Allegrini
Per maggiori informazioni vedi www.alexanderlanger.org
Un insieme di 17.000 isole, circa 1600 lingue e quasi altrettante etnie (molte
delle quali concentrate in Irian Jaya cioè Papua, la più grande
riserva di diversità ecologica e culturale della Terra), cinque religioni
monoteistiche ufficialmente riconosciute su un piede di parità (con quasi
il 90% di musulmani su un totale di 240 milioni di abitanti, il che fa dell’Indonesia
il più grande Paese musulmano del mondo) ma anche qualche centinaio di
religioni animiste, ben vitali: questi pochi dati forniscono già un’idea
piuttosto vivida della complessità di questa zona della Terra.
L’Indonesia ha conquistato la propria indipendenza 51 anni fa. I trenta
anni di una dittatura (regime di Suharto) che ha spogliato il Paese e certo
non ha favorito la maturazione di spazi democratici hanno al tempo stesso tenuto
unito il Paese sotto un pugno di ferro. L’apertura democratica degli ultimi
anni da un lato mostra spesso una grande maturità culturale, dall’altro
contribuisce a mettere in evidenza profonde differenze, tra le quali spiccano
quelle dovute alla radicalizzazione connessa alla religione e quelle delle tendenze
autonomistiche di molteplici ed ampie regioni (Aceh, Papua, Manado).
L’arcipelago indonesiano è immerso da un lato nel Mar Cinese Meridionale,
dall’altro nell’Oceano Indiano: la sua stessa posizione geografica
lo pone nello snodo tra i due grandi colossi asiatici, Cina e India, potentemente
emergenti, mentre d’altro canto la sua collocazione politica (che un tempo
– conferenza di Bandung del 1956 – era ‘terzista’, cioè
fautrice di una terza via tra socialismo e capitalismo) e la sua debole struttura
economica lo rendono assai dipendente dall’Occidente, nonostante la verticale
caduta di popolarità degli Stati Uniti nei sentimenti comuni della popolazione.
E’ in questo contesto, composito, multiforme e complesso, che ha scelto
di lavorare Robin Lim, dopo avere vissuto in vari Paesi dei diversi continenti.
Esiste a Bali (luogo della Terra dove, come in pochi altri, si possono godere
i fasti e i nefasti della globalizzazione) la consapevolezza di una frattura
e di un conflitto forse ancora più profondo di quelli precedentemente
citati: quello fra modernità e tradizione, fra ricchezza spirituale e
ricchezza materiale, fra l’idea di ‘sviluppo’ e l’idea
di armonia.
Come altrove, a Bali avanza la modernizzazione (soprattutto nella sua versione
americana e australiana) e i suoi valori; più che altrove, però,
è presente a Bali una cultura locale e tradizionale che resiste ed offre
proposte ‘forti’ nel campo dell’arte, della musica, del teatro,
della danza, dei valori mitici e religiosi.
Nel campo specifico di cui Robin si occupa, quello dell’ostetricia e della
salute delle donne e dei neonati, tutto ciò prende l’aspetto di
un conflitto tra la ‘medicina scientifica’ importata dall’Occidente
e la ‘medicina tradizionale’ , dove con questo secondo termine intendiamo
non tanto e non solo i medicamenti naturali, quanto tutte quelle pratiche di
salute e di assistenza reciproca, di trasmissione delle sapienze da madre in
figlia che costituiscono la grande ricchezza di Bali e che rendono i balinesi
il popolo forse più sorridente della Terra, ed i bambini felici e sprizzanti
gioia come neanche possiamo più immaginare, nelle nostre città
di oggi.
La medicina occidentale, per di più mal digerita, in questo contesto
rappresenta una specie di avanguardia dei valori del capitalismo che entra nell’
esistenza delle persone, dettandone le regole e i valori : - il parto tecnologico,
a proposito e a sproposito, invece di quello naturale e conviviale – una
quantità di medicine potenti e costose, che pretendono di ‘uccidere’
la malattia più che rinforzare l’ organismo - ospedalizzazioni
per i più futili motivi… ma in compenso molto costose.
Pratiche che portano a risultati disastrosi, anche in temini puramente quantitativi:
una mortalità materna di 718 eventi su 100.000 nascite (la più
alta percentuale in tutto il Sudest asiatico, nonostante che Bali sia una delle
zone economicamente più ricche).
Il parto cesareo frequentissimo, la spinta verso l’allattamento artificiale,
lo svuotamento del valore esistenziale del parto e della gravidanza e l’insinuazione
nella donna della sfiducia nelle proprie forze e capacità… sono
questi i corollari che ben conosce anche chi, in Occidente, opera con lo stesso
atteggiamento con cui lavora Robin.
Una medicina privata , esercitata in luoghi privati, e a fini di profitto privato,
che va sostituendosi a una medicina sociale che si esercita all’interno
della collettività del villaggio, e che inizia dalla conoscenza delle
pratiche del corpo, dei cibi, delle erbe e dei loro valori salutari e simbolici.
E’ qui, in una società che sta conoscendo questa fase di ‘sviluppo’,
che Ibu Robin ha scelto di lavorare, senza peraltro dimenticare il suo bagaglio
scientifico (è un’ostetrica diplomatasi negli Stati Uniti), ma
anzi portandolo in tal modo al suo più alto e autentico livello.
Maurizio Rosenberg Colorni
fondatore delle RED edizioni, da qualche anno vive e lavora a Bali
Ibu Robin ha cristallizzato le sue idee, i suoi sentimenti, i suoi progetti
e disagi interiori in una vivace ed eterogenea opera poetica. Molti sono i temi
affrontati e i linguaggi utilizzati. La scelta delle parole non è mai
casuale e un utilizzo di uno stile familiare e colloquiale viene interrotto
qua e là da immagini forti ed evocative, che ci conducono oltre la semplice
descrizione di un fatto o di un paesaggio.
Nei suoi scritti la parola ‘pace’ comprende tutta la gamma dei sentimenti
positivi e utili all’essere umano, diventando un grande correlativo oggettivo
per la vita umana. Fin dal suo ingresso nel mondo, il bambino ha bisogno di
serenità ed empatia con l’ambiente che lo circonda. Agli occhi
di Ibu Robin, questa non è altro che una metafora e un rito iniziatico
per mettere l’intera vita del nascituro in sintonia con il mondo che lo
circonda.
La ‘nascita’ è un’altra immagine fortemente metaforica
cui ricorre Ibu Robin nelle sue poesie per simboleggiare l’eterno divenire
della vita e il futuro del mondo. Numerosi sono i bambini che compaiono nei
suoi testi, visti ora come angeli portatori di messaggi, ora come creature che
sebbene non siano nate esistono nel limbo del passaggio tra vita e morte. I
bambini, figli individuali e figli della storia, servono a testimoniare un passato
che non dovrebbe ripetersi e trasmettere invece il legame ancestrale e spesso
difficile che l’Uomo intrattiene con la vita.
Gli ‘eventi tragici’ che colpiscono l’essere umano - siano
essi di carattere naturale o provocati dall’uomo -fungono ugualmente da
spunto di riflessione per ragionamenti più complessi e a volte maggiormente
politici. L’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 diviene
metafora universale che accomuna tutti gli esseri umani: i bambini-angelo soffrono
di tutti questi massacri e diventano disillusi e stanchi della violenza dell’uomo
sull’uomo. Anche lo tsunami è occasione di ispirazione poetica:
il paesaggio naturale in cui la vita deve andare avanti si dimostra essere cupo
e triste di fronte al numero delle vittime.
La poetica di Ibu Robin risente e trae beneficio dalla “multiculturalità”
della sue educazione e dalla varietà delle sue origini genealogiche che
le permette di muoversi su piani paralleli e di avere uno sguardo privilegiato
sulle cose del mondo.
Francesca Rivelli
11 settembre 2001, la prospettiva di un embrione.
Un bambino si culla nell’umidità della pancia color vino.
Il suo cuore pulsa a 150 battiti al minuto.
A New York e a Washington tutti gli angeli della nostra breve
storia si mettono in circolo e inclinano il capo piangendo.
Mio nipote che non è mai nato sente il cuore di sua madre
allontanarsi da lui. Non è il momento buono per essere nessuno.
I miei occhi sono troppo aridi, come se piangere
fosse una cosa egoista. Dopo tutto, io sono viva
e non ho dovuto scegliere tra il fuoco, il peso del cemento
e dell’acciaio, o piovere da un’alta finestra.
Mio nipote mi ha lanciato un tentacolo,
fine come una ciglia di cammello ma lungo e riccioluto.
Mi ha raggiunto attraverso il tempo,
per raccontarmi qualcosa non nella lingua del popolo di
sua madre, e nemmeno in una lingua parlata dal padre.
Io inclino la testa insieme ai delusi angeli
E ascolto e spero di decifrare le sue parole.
Ha difeso gli obiettori, i disertori, gli antimilitaristi
Un premio al giurista intellettuale che scrive letteracce
Di Mao Valpiana
E’ il nostro “Presidente onorario”. Un riconoscimento che
il Movimento Nonviolento gli vuole tributare per i tanti meriti acquisiti sul
campo. Ha difeso generazioni di obiettori di coscienza. Anzi, nelle aule dei
tribunali militari trasformava gli imputati in accusatori. Prima del 1972 la
legge non concedeva agli obiettori nemmeno il riconoscimento del loro status,
e li definiva solo “renitenti alla leva” o “soldati che rifiutano
di indossare la divisa”; e lui, invece, il loro avvocato, sollevava eccezione
di incostituzionalità e accusava il tribunale di essere un “tribunale
speciale”, chiedeva una corte fatta solo di giudici civili, rifiutava
i giudici militari, smascherava il codice militare, ne chiedeva l’abolizione,
rovesciava i processi e metteva sotto accusa la corte. Le sue arringhe erano
memorabili, ti lasciavano a bocca aperta, scuotevano il più cinico dei
giudici. In quelle aule austere e fredde, dove fino ad allora si era discusso
solo di qualche furto in caserma, o di insubordinazione, e gli avvocati d’ufficio
si affidavano alla “clemenza della corte”, lui incominciò
a citare Gandhi, Brecht, Russel, Socrate, Voltaire, e inventò i processi
politici con la difesa collettiva. L’avvocato Canestrini sconvolse definitivamente
l’istituzione dei tribunali militari.
L’ho conosciuto che ero solo un ragazzino. Sapevo che quel giorno si svolgeva
il processo all’obiettore Alberto Trevisan. Stavo maturando la mia scelta
antimilitarista e volevo partecipare, per capire. Decisi di marinare la scuola
e andai in treno al tribunale militare di Padova. Ero minorenne e naturalmente
non mi fecero entrare. Rimasi fuori dall’aula, e chiesi a qualcuno cosa
stava accadendo, come andava il processo. Ricordo bene la risposta: “Fattelo
dire dall’avvocato Canestrini”. Lui, alto, elegante, portamento
aristocratico, con la toga nera sulle spalle, mi prese sottobraccio e mi fece
una lezione di diritto costituzionale, mi disse che gli obiettori erano i nuovi
partigiani, che l’obiezione era la nuova resistenza. Rimasi affascinato.
Lo ritrovai poi alle marce antimilitariste, ci sollecitava a partecipare alle
contestazioni del 4 novembre, e si metteva a disposizione per la difesa di ogni
compagno denunciato per “vilipendio” alla bandiera o all’esercito.
Poi, con la campagna per l’obiezione fiscale alle spese militari, diventai
un suo “cliente”. Ventuno processi, da Catania a Sondrio, e ventuno
assoluzioni. Mai visto una parcella, tutte difese politiche, anzi, alla fine
di ogni processo arrivava puntuale il suo contributo economico per “le
spese” del Movimento. Così siamo diventati amici.
Sandro Canestrini, come tutte le persone di carattere, ha un brutto carattere.
Non te ne perdona una. Se non mantieni un impegno preso, se ritardi di un minuto,
se non sei preciso, ti arriva una letteraccia o una telefonata brusca. Ma poi
non si tira mai indietro. E’ ancora uno di quelli “all’antica”
che intende la professione di avvocato come una missione, un impegno militante
contro il potere. Per questo è stato partigiano, comunista, radicale,
libertario, e ora, dice di se stesso, “ho scelto la nonviolenza. Ho creduto,
un tempo, alla necessità della forza violenta per combattere il fascismo
e il militarismo, ma poi l’esempio di tanti compagni, la testimonianza
degli obiettori in carcere, la persuasione di persone come Pietro Pinna o Alex
Zanotelli, mi hanno a loro volta persuaso della superiorità della nonviolenza.
La mia è stata una maturazione intellettuale, non fideistica o religiosa,
e oggi sono convinto che nella storia solo la nonviolenza può portare
delle profonde trasformazioni sociali di liberazione”.
Persona di grande rigore e di vasta cultura, Sandro Canestrini è un irregolare.
Difficile inquadrarlo in un partito o mettergli un’etichetta. Spesso prende
posizioni difficili, controcorrente, e non lo spaventa affatto trovarsi da solo
a difendere un’idea, contro tutti. Ma la sua generosità e disponibilità
gli vengono riconosciute anche dagli avversari. E per questo è molto
rispettato, anche nel suo Trentino-Alto Adige, terra dalle mille contraddizioni.
Recentemente ha ricevuto addirittura la “Croce al merito del Tirolo”,
un’onorificenza (qualcuno potrebbe dire “conservatrice”) che
non era mai andata ad un italiano; motivo: “per il costante impegno in
favore dei diritti dell’uomo”.
Il riferimento è a quanto avvenne una quarantina di anni fa, nella famosa
“notte dei fuochi”, all’epoca in cui il penalista vestì
la toga per patrocinare gli attentatori altoatesini (o i patrioti sudtirolesi,
secondo i punti di vista) che mettevano il tritolo sotto i tralicci. Canestrini
difese alcuni degli imputati, arrestati dai carabinieri italiani e sottoposti
a vere e proprie sevizie nel tentativo di estorcere loro informazioni decisive;
egli si scandalizzò, ma restò solo a protestare contro quella
barbarie compiuta da chi avrebbe dovuto rappresentare la legge. Oggi dice “io
credo che il premio mi sia stato conferito per il desiderio di ricordare che
c’è stato qualcuno “dall’altra parte” che ha
preso posizione anche se la controparte era il potente Stato italiano”.
E così “il Sandro”, classe 1922, ha preso il suo bastone,
ha indossato il “papillon”, ed è andato a ritirare il premio,
non prima di aver scritto il suo discorso di accettazione.
“Il riconoscimento altissimo che mi è stato conferito, il “Verdienstjreuz”,
mi colma di viva gioia e suscita in me molti ricordi. Mi ha fatto molto piacere
che il Land Tirol abbia pensato di premiare un “Welschtiroler”,
un italiano. (…) Ho sempre aspirato a vivere in un mondo dove non vi siano
più processi politici e nel quale ognuno abbia il diritto di esprimere
la propria opinione senza lo spettro del carcere, un mondo senza torture e prevaricazioni.
(…) Posso tirare le conclusioni della mia attività e anche della
mia vita. Durante tutta la mia esistenza mi sono battuto per la libertà,
la fratellanza e la giustizia, talvolta in compagni di altri, talvolta da solo.
Io penso che il futuro del Tirolo sia questo: che offra una vita operosa e serena
a tutti gli abitanti. Le richieste di giustizia devono venire accolte senza
quelle discriminazioni che ci furono dal 1918 in poi fra cittadini di lingua
italiana e cittadini di lingua tedesca. (…) Concludo con due parole di
speranza: che questa mia “auszeichnung” sia un messaggio per tutti
gli avvocati che cominciano ora la professione: è giusto lavorare, ma
è soprattutto importante avere degli ideali”.
La professione di avvocato lui l’ha onorata fino in fondo. Ha fondato
l’associazione “giuristi democratici” (insieme a Terracini,
Basso, Guidetti Serra) per garantire una difesa a tutti coloro che negli anni
60-70 partecipavano alle lotte studentesche e sindacali. Ma è stato egli
stesso impegnato in prima persona. Recentemente ha rischiato una denuncia per
“istigazione” perché durante l’inaugurazione di un
monumento antimilitarista a Rovereto, avrebbe fatto l’apologia della diserzione;
nel 1968 durante una contestazione antimilitarista del 4 novembre gli studenti
bloccarono il corteo del Capo dello Stato ed egli si parò davanti al
Presidente Saragat e gli disse: “vergognati tu, che sei socialista, a
celebrare una guerra e commemorare una vittoria militare”; quella volta
volevano denunciarlo per blocco stradale. Alexander Langer, che gli era amico,
pochi mesi prima di lasciarci gli scrisse in una lettera: “…mi viene
da pensare a te, che resterai per sempre il mio prototipo di ‘giurista
democratico’….”. Infatti Canestrini fu un riferimento importante
per Langer, che nella sua biografia, ricordando gli anni giovanili e le prime
esperienze con il giornale "die brücke" scriveva: “Tra
gli interlocutori più solidali e disponibili troviamo l'avv. Sandro Canestrini,
uomo di sinistra che ha saputo capire e distinguere tra i "dinamitardi"
tirolesi e il bacillo neonazista”.
Di Alexander Langer, Canestrini conserva un ricordo vivo: “Da lui ho imparato
a cercare sempre il meglio dell’una e dell’altra parte, che nella
mia regione significa prendere il meglio della cultura italiana e della cultura
tedesca. Ricordo che con Alex andammo, praticamente da soli, ad un incontro
al Brennero convocato dagli Schutzen sudtirolesi, per condividere con loro la
difesa dell’ambiente alpino”.
Oggi lo “Studio Canestrini” è affidato al figlio Kolja, anch’egli
impegnato nella difesa dei diritti di pace, libertà, manifestazione.
Sandro non frequenta più le aule dei tribunali. Ma tutti i giorni va
in studio, legge, si aggiorna, ed ha un fitta corrispondenza con tanti compagni
di lotte democratiche. Ogni tanto gli scappa ancora qualche letteraccia, come
l’ultima che ha scritto alla ragazza nominata Miss Italia, sua compaesana,
colpevole di non sapere chi era Marie Curie, prima donna della storia a ricevere
il premio Nobel…
“Ascoltare e parlare, non l’uno senza l’altro: perché
chi può parlare ascolta con maggiore attenzione”. Dev’essere
per questo che a Ferrara è nato il progetto “Quanto male fa”
– s’intende la guerra –, un insieme di iniziative di informazione
e laboratori formativi rivolti in particolare ai giovani. Ma andiamo per gradi.
Le parole iniziali sono il motto dei COS, i Centri di Orientamento Sociale fondati
da Aldo Capitini nel secondo dopoguerra. Riportarle oggi nel rapporto con i
giovani significa pensare progetti che realmente facciano loro spazio.
Di protagonismo giovanile si parla da tempo, nelle associazioni, nelle scuole,
tra chi si occupa di politiche giovanili. A detta di tutti è un toccasana
per incentivare la presenza e la motivazione degli adolescenti nei luoghi dove
vanno poco o di malavoglia, come ad esempio la scuola, il volontariato, le istituzioni.
Ora, per rendere i giovani protagonisti ci sono almeno due strade. La prima
ricalca il modello televisivo in cui la parola viene data per fasce di audience,
e ha ragione chi parla più forte. Questa impostazione prevede che si
“dia” uno spazio ai ragazzi per esprimere i loro pensieri. Generalmente,
poi, qualsiasi cosa venga detta, scritta o pensata da chi ha meno di vent’anni
viene considerata geniale per il solo fatto di essere uscita dal magma dei pensieri
o delle indifferenze personali.
La seconda via alla partecipazione, che “Quanto Male Fa” ha tentato
di sperimentare, è che si “faccia” spazio ai giovani per
far crescere in loro competenza e partecipazione, cioè far spazio perché
possano esprimere ciò che vogliono, nel modo in cui ritengono di farlo,
a partire però da una riflessione e da un’alfabetizzazione che
li sostenga nel formulare messaggi pertinenti. Secondo questo schema non tutto
ciò che viene detto è geniale, e non è vero che tutti,
dal nulla, possano farsi giornalisti, registi, disegnatori. È vero però
che ognuno può acquisire o affinare determinate capacità e poi
utilizzarle per esprimere il proprio punto di vista sul mondo, a maggior ragione
se ha maturato qualcosa da dire, un contenuto da comunicare ad altri. E il risultato
finale ha anche più valore se può essere ridiscusso tra ragazzi
e con adulti competenti, modificato, selezionato, corretto.
I laboratori nella scuola
L’esperienza dei laboratori ha coinvolto 4 classi di altrettante scuole
medie superiori cittadine.
Il primo laboratorio si è svolto in una V del Liceo Scientifico. Il tema
di fondo, “Come è cambiata la guerra dal 900 ad oggi”, è
stato illustrato da Daniele Lugli, ineffabile segretario del Movimento Nonviolento.
Nella fase laboratoriale insieme a Mao Valpiana, nostro amato direttore, i ragazzi
hanno appreso le nozioni di base del linguaggio giornalistico ed hanno prodotto
gli articoli di approfondimento sulla guerra, poi pubblicati nel numero 0 di
“Azione nonviolenta di Ferrara”.
Il secondo laboratorio ha coinvolto una classe III dell’istituto professionale
che ha tra gli altri un indirizzo grafico. Insieme a Massimo Cipolla (di Amnesty
lnternational, membro del coordinamento nazionale sul Medio Oriente) i ragazzi
hanno parlato delle violazioni dai diritti umani nelle situazioni di guerra
con particolare riferimento all’Iraq e a Israele e Palestina e poi, con
il grafico professionista Andrea Pizzirani, si sono sperimentati nella produzione
di vignette e disegni su quanto avevano ascoltato.
Il terzo laboratorio è stato rivolto ad una classe dell’istituto
tecnico nel quale è avviata un sperimentazione sul marketing e sulla
comunicazione. Il tema era quello della propaganda dl guerra ed è stato
affrontato insieme a Roberto Reale, giornalista del Tg3 e docente di Linguaggio
Radiotelevisivo all'Università di Padova.
Nel quarto laboratorio, con una classe del Liceo Artistico, l’accento
è stato posto sui Corpi Civili di Pace e, in generale, sulle iniziative
di pace nei contesti di guerra. Relatrice è stata Giulia Allegrini, della
Fondazione Langer, giovane ricercatrice nell’area della mediazione dei
conflitti internazionali. Il laboratorio è proseguito con Giuseppina
Di Rienzo, membra della “Convenzione di Donne contro le guerre”,
formatrice alla nonviolenza oltre che giornalista, scrittrice e drammaturga,
curatrice della nostra rubrica “Per esempio”.
Ci voleva poi una conclusione corale del progetto, che vedesse ancora una volta
i ragazzi direttamente coinvolti.
La scelta finale è caduta su un Teatro-Forum sui diritti umani affidato
agli attori del Teatro Giolli. Il Forum presenta un dilemma plausibile: un alto
grado delle Forze Armate tiene una conferenza con una assemblea di giovani enfatizzando
il suo invito a indossare la divisa per farsi “missionario della pace”.
Uno dei partecipanti ne esce frastornato, incerto su quale decisione prendere.
Prova a parlarne con i genitori e gli amici, cerca consigli, soppesa i pro e
i contro e... Solo la partecipazione diretta del pubblico dirà quale
sarà la decisione finale.
Elena Buccoliero
La globalizzazione dell'industria armiera ha aperto ampie scappatoie nelle
norme che regolano l'esportazione delle armi, consentendo vendite verso chi
viola i diritti umani e verso paesi sotto embargo. È l'accusa contenuta
in un nuovo rapporto della campagna Control Arms, lanciata nel
2003 da Oxfam International, Amnesty International e Iansa (la Rete internazionale
d'azione sulle
armi leggere).
La campagna Control Arms rivela come aziende statunitensi, canadesi e dell'Unione
Europea
siano tra coloro in grado di aggirare i controlli, attraverso la vendita di
singoli componenti e il
subappalto della produzione in altri paesi. Secondo il rapporto, svariate armi
- compresi elicotteri
d'attacco e veicoli da combattimento - vengono assemblate grazie a componenti
provenienti
dall'estero e prodotte sotto licenza in paesi come Cina, Egitto, India, Israele
e Turchia. Questi e
altri armamenti vanno a finire in altri paesi come Colombia, Sudan e Uzbekistan
e vengono usati
per uccidere e costringere la popolazione civile alla fuga.
"Il nostro rapporto mette in luce la vera e propria litania di scappatoie
e di vite distrutte. L'industria armiera è globale, le norme per controllarla
no. Il risultato è che stiamo armando regimi che violano i diritti umani.
Nelle istruzioni, l'etica è del tutto esclusa. È giunto il momento
di adottare un Trattato sul commercio delle armi" - ha dichiarato Jeremy
Hobbs, direttore di Oxfam International.
Il rapporto denuncia due principali scappatoie che consentono all'industria
delle armi di aggirare
legalmente le regole, compresi gli embarghi:
1) Non puoi vendere intero, ma puoi vendere a pezzi
L'Unione europea ha in vigore un embargo sulle armi nei confronti della Cina;
gli Usa e il Canada rifiutano di vendere elicotteri a Pechino. Eppure il nuovo
elicottero d'attacco cinese Z-10 non potrebbe volare senza componenti e tecnologia
di un'industria italo-britannica (AgustaWestland), di una canadese (Pratt &
Whitney Canada), di una statunitense (Lord Corporation) e di una franco-tedesca
(Eurocopter). La Cina ha già venduto elicotteri d'attacco a svariati
paesi, tra cui il Sudan, contro cui vige un embargo totale sulle armi dell'Unione
europea e uno parziale dell'Onu.
L'elicottero Apache, usato da Israele nel recente conflitto libanese, è
composto da oltre 6.000 singoli pezzi prodotti in vari paesi del mondo, tra
cui Irlanda, Olanda e Regno Unito. In base al Codice di condotta dell'Unione
europea sull'esportazione di armi, questi paesi dovrebbero rifiutare di esportare
elicotteri d'attacco verso Israele.
2) Non puoi vendere da qui, ma puoi vendere da un'altra parte
Nel maggio 2005, le forze di sicurezza dell'Uzbekistan aprirono il fuoco su
una manifestazione, uccidendo centinaia di persone. Nel corso di questo massacro,
usarono veicoli militari Land Rover, costruiti per il 70 cento con componenti
britannici. Le Land Rover erano state spedite a pezzi in Turchia e lì
assemblate, attrezzate come veicoli militari e inviate all'Uzbekistan. Il governo
britannico non ha avuto alcun controllo su questo affare, dato che i veicoli
non sono stati assemblati e convertiti a uso militare in territorio britannico.
Ha accusato Rebecca Peters, direttrice di Iansa: "l'industria austriaca
di pistole Glock sta cercando di aprire uno stabilimento in Brasile. Se lo farà,
sarà in grado di aggirare il Codice condotta europeo vendendo le sue
pistole dal Brasile".
Il rapporto della campagna Control Arms illustra anche come la tecnologia, che
sta rivoluzionando l'industria armiera, è spesso la stessa che viene
usata nelle nostre case. Per esempio, i processori del segnale digitale presenti
negli ultimi modelli di lettori dvd sono gli stessi usati nei sistemi aereomissilistici
per l'acquisizione del bersaglio; tuttavia, quando la tecnologia viene venduta
per essere usata dagli aerei militari, non è regolamentata.
"Le leggi sul commercio delle armi sono così datate che è
più difficile vendere un elmetto che le parti da assembleare di un'arma
mortale. Il mondo ha bisogno di un efficace Trattato internazionale sul commercio
di armi che fermi le esportazioni verso coloro che commettono violazioni dei
diritti umani" - ha commentato Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty
International.
Qualche dato
Alla fine di quest'anno, si stima che la spesa militare raggiungerà la
cifra senza precedenti di
1058,9 miliardi di dollari Usa, quindici volte le somme destinate agli aiuti
internazionali. Si tratta di una cifra più alta di quella record registrata
negli anni 1977-1978, in piena Guerra fredda, che comparata ai prezzi d'oggi
equivarrebbe a 1034 miliardi. Nel 2005, Usa, Russia, Regno Unito, Francia e
Germania hanno complessivamente totalizzato l'82 per cento dell'export mondiale
di armi. Nell'elenco delle prime cento industrie armiere del mondo figurano
ora anche industrie di Brasile, Corea del Sud, India, Israele, Singapore e Sudafrica.
Servire Dio o Mammona: il dilemma della finanza cattolica
Il denaro è lo sterco del diavolo oppure il concime per la vigna del
Signore? Tra queste due posizioni la finanza cattolica si è barcamenata
nei secoli, ed ancor oggi sembra non aver trovato risposta. In quanto religione
rivelata, il Cattolicesimo ha avuto modo di approfondire gli aspetti etici nel
campo dell’economia tramite il pronunciamento di vari Papi: basti pensare
alle parole di Giovanni Paolo II che aveva invitato “i cristiani che operano
all’interno del settore finanziario, ad individuare vie percorribili per
attuare questo dovere di giustizia, che per essi è evidente a motivo
della loro impostazione culturale... ogni operazione in campo finanziario ed
amministrativo deve avere sempre come obiettivo quello di mai violare la dignità
dell’uomo, costruendo per questo strutture e sistemi che favoriscono la
giustizia e la solidarietà per il bene comune”.
Tutti d’accordo sugli obiettivi, meno sui mezzi per attuarli, a partire
da quella che è considerata la cassaforte del Vaticano, è cioè
l’Istituto delle Opere Religiose, o IOR. Istituito da Papa Leone XIII,
gonfio dei soldi derivanti dagli espropri dei terreni romani, l’istituto
funziona come un fondo chiuso: i depositanti sono i dipendenti del Vaticano,
i membri della Santa Sede, gli ordini religiosi e le persone che depositano
denaro destinato, almeno in parte, a opere di beneficenza. Almeno in parte.
Lo IOR prese una cantonata negli anni ’80 quando, regista l’arcivescovo
Paul Marcinkus, affidò i suoi capitali a due filibustieri come Michele
Sindona e Roberto Calvi, che lo portarono sulla soglia del fallimento con spericolate
operazioni finanziarie. Nonostante l’opera di pulizia effettuata da Giovanni
Paolo II, che affidò la gestione ad Angelo Caiola, l’istituto ora
amministra 5 miliardi di euro ma continua a non rendere pubblici i bilanci,
anche se sono note le sue storiche partecipazioni in banca Intesa, banca Lombarda
e Cattolica Assicurazioni. Secondo un rapporto del 2002 del Dipartimento del
Tesoro americano inoltre, erano noti investimenti in titoli Usa per 298milioni
di dollari: 195 in azioni ed il resto in obbligazioni. E l’advisor inglese
The Guthrie Group nei suoi tabulati segnala una joint venture da 274milioni
di euro tra Ior e partner Usa. Di più è impossibile sapere.
E’invece pubblico il bilancio della Santa Sede, che lo scorso anno ha
chiuso con un attivo di 43 milioni di euro (37 in più dell’anno
scorso) grazie e speculazioni sul mercato dei cambi (21,7 milioni), cedole e
dividendi da azioni (19,1 milioni), proventi immobiliari (22,2 milioni), oboli
da chiese locali (73,9 milioni) e da istituti di vita consacrata (il cosiddetto
obolo di San Pietro, 59,4 milioni) a fronte di spese per la Curia, attività
istituzionali, rappresentanze pontificie e, lo scorso anno, il funerale del
Papa ed il successivo conclave (7 milioni di spesa). Dalle parrocchie Statunitensi
arrivano 20 milioni, e rappresentano i benefattori più generosi.
Le varie congregazioni possono contare su una ampia autonomia gestionale, purchè
facciano arrivare l’obolo in Vaticano a fine anno. Così per esempio
a Brescia la locale congregazione delle religiose e l’Istituto di sostentamento
del Clero preferiscono essere azionisti di Banca Lombarda Piemontese, mentre
la diocesi di Vasto, Vicenza e Mantova, assieme al Gruppo Abele, Acli, Agesci
e Caritas preferiscono condividere la sfida di Banca Etica. Le diocesi di Torino,
Genova, Roma e Napoli hanno deciso di operare nel microcredito con i soldi del
San Paolo, grazie ad una dotazione di 1,6 milioni di euro messi a disposizione
dalla Fondazione che controlla l’istituto torinese. Male invece incolse
ultimamente i Francescani d’Assisi, che fidandosi delle promesse del presidente
della Popolare di Lodi, Giampiero Fiorani, e del presidente di Bankitalia Fazio
fondarono Sorella Natura con lo scopo di raccogliere denaro per progetti umanitari.
La recente caduta nella polvere dei due banchieri ha portato più di una
persona a consigliare i Francescani di scegliersi, per iniziative future, migliori
compagni di viaggio.
Uno dei più famosi enti religiosi infine, l’Opus Dei, pur amministrando
ufficialmente solo la propria sede, può contare su una rete di strutture
separate che governano, secondo stime attendibili, 2,8 miliardi di dollari.
Solo per la sede americana di Lexington, di 17 piani, sono stati effettuati
quest’anno investimenti per 60 milioni di dollari. Per il resto, valgano
le recenti parole di Mons. Echevarria: “A volte si trova ancora il vecchio
pregiudizio di ritenere la finanza ed il mercato come qualcosa di necessariamente
negativo o pericoloso per un cristiano. Ma queste realtà, se orientate
al servizio degli altri e vissute con onestà, possono diventare occasione
per dar gloria al Signore. Insomma, Dio si può trovare anche a Wall Street”.
GIOVANI
A cura di Elisabetta Albesano e Agnese Manera
Riflettere sui consumi e sul nostro stile di vita
Anche quest’anno il Movimento Nonviolento ha organizzato un campo dedicato
ai giovani. Il tema era “Stili di vita a confronto” e il suo principale
obbiettivo era quello di far conoscere ai partecipanti altre realtà,
metterle a confronto con la nostra e cercare di migliorare il nostro modo di
vivere.
Uno degli argomenti trattati prevedeva un test sull’impronta ecologica,
un metodo pratico che permette di visualizzare in termini di superficie il nostro
impatto sull’ecosistema terrestre, e di capire se superiamo quanto la
natura può supportare sul lungo termine per poi individuare i punti su
cui intervenire per diminuire il nostro peso sull’ecosistema. Quest’attività
ci ha aiutato a riflettere sui nostri consumi e sul nostro stile di vita quotidiano;
da questo lavoro ognuno di noi ha potuto calcolare il proprio impatto ambientale
e rendersi conto dell’enorme diversità di consumo tra i paesi industrializzati
e quelli sottosviluppati. Dal risultato ottenuto con il test ci siamo resi conto
che la nostra impronta ecologica supera di quasi il doppio la soglia consentita
e discutendone insieme abbiamo individuato i punti in cui è possibile
un miglioramento; una volta tornati a casa, però, ci siamo resi conto
che un concreto cambiamento risulta difficile ed è comunque attuabile
solo in minima parte a causa dello stile di vita a cui siamo abituati. Nonostante
tutto quest’attività ci ha aiutato a capire che ogni cosa che usiamo
e qualsiasi comportamento che teniamo hanno un’importanza sull’ambiente
e che il nostro modo di vivere può causare, senza volerlo, danni in altre
parti del mondo.
Un’altra costruttiva attività del campo sono stati i giochi di
ruolo, che sono di per sè uno strumento molto utile allo scopo di
far sperimentare la condivisione dei propri punti di vista e delle proprie impressioni
e metterle in relazione con quelle degli altri; inoltre attraverso lo stimolo
e la provocazione, quest’attività ha avuto anche lo scopo
di accompagnarci nello sviluppo di un pensiero critico, nell'acquisizione
della consapevolezza delle nostre strutture di pensiero, imparando in modo
critico a cercare altre fonti di informazione e punti di vista su cui basare
le nostre decisioni, assumendoci la responsabilità delle nostre
azioni, del nostro sviluppo personale e dei cambiamenti sociali.
Dai giochi di ruolo sono nate molte occasioni di confronto, poiché le
opinioni dei vari partecipanti erano spesso differenti se non contrastanti.
Questo ha dato origine a dibattiti che si sono rivelati costruttivi e utili
in quanto ci hanno fornito nuovi spunti e tematiche su cui riflettere.
La nostra formatrice, Antonella Cafasso, ci ha fornito un ulteriore spunto di
riflessione personale scrivendo ogni giorno alcune frasi forti sulla situazione
mondiale che ci hanno fatto capire come “siamo fortunati a essere nati
nel lato del mondo che in fondo in fondo è perfetto” (come ironicamente
cantano gli Articolo 31).
Nel complesso i temi e le attività del campo sono state apprezzate da
tutti in quanto ritenute utili per stimolare la riflessione, nonostante alcuni
fossero argomenti di cui, fortunatamente, si discute anche in famiglia. Proprio
per questa ragione noi ragazzi riteniamo che, forse, sarebbe più utile
concentrare maggiormente l’attenzione sul significato della nonviolenza,
sulla sua storia e su tutte quelle iniziative che permettono in concreto di
realizzarla quotidianamente partendo dalla realtà in cui viviamo noi
giovani. A tal proposito riteniamo che possano essere utili alcuni incontri
in cui venga spiegato a chi è interessato il mondo della nonviolenza,
quelli che sono gli ideali fondanti del movimento e venire a conoscenza dei
personaggi principali, come ad esempio Aldo Capitini.
Volevamo ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile questo campo e che
con le loro impressioni ci hanno aiutato nella stesura di quest’articolo.
"Non avremo mai la pace attraverso una soluzione militare, ma la pace
non è neppure la mera sigla sotto un trattato. Pace significa avere sicurezza,
vivere in una società inclusiva, e sapere che i diritti umani vengono
rispettati ad ogni livello. Dopo quarant'anni di guerra, è irragionevole
pensare che la Colombia cambi in una notte. Ma attraverso il processo di rendere
consapevoli le persone del contributo che ciascun individuo può dare
alla pace, impariamo a riconoscere le nostre forze, le nostre debolezze, e le
opportunità che ci si presentano."
A dire così è Marta Segura, la direttrice esecutiva della Confederazione
colombiana delle organizzazioni non governative, che conta oltre 1.100 gruppi
aderenti. Il suo paese è stato lacerato da conflitti armati fra organizzazioni
di guerriglieri, gruppi paramilitari ed esercito nazionale, ed è il paese
con il più alto tasso al mondo di produzione di cocaina e di rapimenti
di bambini.
La Confederazione organizza seminari sulla nonviolenza, la giustizia sociale,
la democrazia e la costruzione di coalizioni per il cambiamento sociale. Le
donne sono al 90% le leader delle ong che ne fanno parte, e Marta dice che non
è un caso: "Il lavoro di pace delle donne colombiane viene visto
poco, perché è giocato tutto "dietro le quinte", a livello
di base, ma è assolutamente fondamentale, e continuo. Quando, a causa
della guerra, le donne hanno perso figli e mariti hanno preso in mano il lavoro,
hanno cominciato a dirigere autonomamente le loro vite, e oggi sono più
indipendenti e scolarizzate. Il loro potenziale nel trasformare i conflitti
è enorme, e lo stanno usando diffusamente nella società civile."
Anni ed anni di violenza, racconta Marta, hanno creato uno scenario di frammentazione
e disorientamento, distruggendo la fiducia tra individui e gruppi sociali. "Fiducia"
è stata la parola chiave su cui le ong si sono messe in rete nella Confederazione:
"Per tessere una rete credibile, di cui le persone potessero fidarsi, ci
siamo innanzitutto accordati formalmente sui valori che potevano fare da ponte
tra noi, e che sono: il credere nella nostra Costituzione ed in uno stato sociale
governato dalla legge; il proteggere i diritti umani; il lavorare attraverso
coalizioni ed alleanze con le organizzazioni statali e non statali che condividono
questi principi; il provvedere buoni servizi alle persone che si rivolgono a
noi. Noi garantiamo alle persone che le associazioni della Confederazione hanno
un codice etico, e sono trasparenti, e rispondono delle azioni che compiono.
La Confederazione celebra ogni risultato raggiunto, le case costruite, il numero
di insegnanti formati alla nonviolenza, e così via. Le associazioni collaborano,
creando programmi che poi presentano ai governatori regionali, ai sindaci ed
altre istituzioni pubbliche: l'essere insieme fornisce loro maggior sostegno
e risorse in più. I colombiani sono un popolo con tante origini diverse:
africana, spagnola, indigena. C'è poco orgoglio nazionale a tesserle
insieme. Ma senza un'identità condivisa non saremo capaci di arrivare
ad una visione comune per il nostro futuro: anche questo è uno dei motivi
per cui si è continuato, senza successo, a cercare una soluzione militare."
A questo proposito, a Marta Segura è stato chiesto più volte come
faccia, rappresentando la Confederazione, a sedersi allo stesso tavolo con i
militari. "Non abbiamo mai avuto fiducia nell'esercito, e l'esercito non
ne ha mai avuta in noi, ma forse è venuto il momento di sedersi insieme
a parlare. Il primo incontro di questo tipo è avvenuto a Barrancabermeja,
una città che aveva sofferto un massacro, e terribili violenze. La Confederazione
invitò il commissario di polizia, il comandante dell'esercito e gli ufficiali
dell'intelligence. I militari erano nervosissimi quando entrarono portandosi
dietro un registratore ed i fucili, ma noi aprimmo l'incontro gentilmente, parlando
loro della nostra missione, del nostro lavoro, dei nostri quattro principi fondamentali
per arrivare alla pace. Dicemmo anche che li temevamo, ma che avevamo bisogno
di conoscerli: cosa provavano, cosa pensavano, come vedevano le ong. Essi ci
dissero che non si sentivano al sicuro, che temevano li avessimo chiamati là
solo per accusarli. E poiché loro avevano espresso le loro paure, noi
esprimemmo le nostre: gli abusi perpetrati dai militari di cui eravamo stati
testimoni, il terrore che provavamo alla sola vista di un'uniforme. Dopo due
ore, i militari avevano messo da parte le armi, ed il gruppo rideva e discuteva
insieme dei problemi della città. I nostri ospiti si accordarono persino
con noi per svolgere attività a beneficio della comunità. Anche
da esperienze come questa, in cui la società civile si fa mediatrice
per la risoluzione nonviolenta del conflitto, io derivo la convinzione che la
Colombia sia ora ad un punto di transizione ".
Figli feriti e contesi di un matrimonio in rottura
Il calamaro e la balena
(2005), 90’, USA
Premiato per la miglior sceneggiatura e regia al Sundance Film Festival 2005
Nomination Oscar 2006 per la miglior sceneggiatura originale; insignito di svariati
altri premi internazionali.
Sceneggiatura e regia Noah Baumbach
Cast Jeff Daniels, Laura Linney, Jesse Eisenberg, Owen Kline, Halley Feiffer,
Anna Paquin, William BaldwinSi sorride e si soffre, con Il calamaro e la balena.
Si sorride perché assistiamo a una rappresentazione, semplice ma accurata
nei dettagli azzeccati, di un tempo vicino, ma lontanissimo, come può
essere la fine degli anni ’80, a Brooklyn (a partire dalla scelta di girare
il film in super16, pellicola “a grana grossa”).
Si soffre perché è la narrazione della fine di un matrimonio e
del riconfigurarsi delle relazioni tra il marito, la moglie, il figlio liceale
e quello preadolescente, soffermandosi particolarmente sullo choc affettivo
provocato sui ragazzi da tale rottura e sulle loro reazioni. Volendo, è
tutto qui: ma per l’autore, Noah Baumbach, animato da un’intenzione
autobiografica, non è poco; e neanche per chi scrive.
Il film inizia su un campo di tennis: si sta giocando una partita di doppio,
padre e figlio maggiore da una parte, madre e figlio minore dall’altro:
e questa partita è il simbolo della situazione che si sta sviluppando.
Ovviamente dopo la rottura la situazione degenera ulteriormente, visto che i
figli vengono contesi e spartiti più per una ripicca reciproca tra i
genitori che per amore e senso di responsabilità che intenda comunque
assicurare ai figli un accompagnamento nel trauma.
I Berkman: il padre Bernard è uno scrittore con un passato di successo
che non riesce a ripetersi e nel presente fa l’insegnante; la madre Joan
sta ottenendo i primi promettenti riconoscimenti proprio nel mondo della letteratura;
i due figli, che quando i genitori si separano restano profondamente feriti,
trovandosi sballottati tra periodici traslochi programmati al minuto e finendo
ognuno per schierarsi a favore di un genitore, contro l’altro.
Emerge con chiarezza la crisi dell’intellettuale, che si protegge dietro
un paravento di stereotipi ma non riesce a celare un desolante vuoto interiore
e comunicativo. La capricciosa povertà umana del signor Berkman (un Jeff
Daniels efficace) risalta in primo piano, ma il limite della significatività
educativa degli adulti può rivelarsi anche dietro affetti più
manifestati ed evidenti: neanche la madre (Laura Linney), infatti, nonostante
l’affetto indirizzato ai figli riesce ad accorgersi della loro solitudine,
e addirittura dell’incipiente consumo di birra del figlio minore, interpretato
da Owen, figlio di Kevin Kline.
Baumbach ci racconta tutto ciò con uno sguardo da commedia, pudico nella
rappresentazione del dolore, e al contempo capace di non nascondere le asprezze
della situazione. Ma dietro a ogni sorriso c’è l’amarezza
per l’esito infelice della mancanza di comprensione.
Il calamaro e la balena del titolo, ricordo emblematico e inquieto di una visita
del figlio maggiore Walt al museo di scienza naturale, sono il simbolo dello
sguardo interrogativo e addolorato di un ragazzo di fronte a due mostri marini
intenti ad una lotta immane, quasi epica: una lotta che assomiglia a quella
misteriosa e inspiegabile lotta che, talvolta, caratterizza l’ultimo capitolo
della storia d’amore tra un uomo e una donna, un padre e una madre.
G. PONTARA, L’antibarbarie, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2006.
Giuliano Pontara, docente emerito di filosofia pratica all’università
di Stoccolma, ha dato alle stampe il suo nuovo libro L’antibarbarie, che
ha come sottotitolo “La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo”.
È un ampio studio che mostra nel lascito di Gandhi, nel suo pensiero
e nella sua azione, un antidoto profondo alla violenza intrinseca al sistema
mondiale attuale.
Giovane studente a Stoccolma, Pontara ebbe tra i suoi maestri Harald Ofstad,
autore di un libro del 1971, mai tradotto in italiano, Our contempt for weakness
(Il nostro disprezzo per la debolezza). Ofstad riconosceva alcune tendenze naziste
presenti in noi, nei nostri modi di vivere, precedenti e seguenti il nazismo
storico. Da quel lontano spunto, oggi Pontara individua otto componenti di questa
vecchia e nuova barbarie: 1. la visione del mondo come teatro di una spietata
lotta per la supremazia; 2. il diritto assoluto del più forte; 3. lo
svincolamento da ogni limite morale; 4. il diritto di dominio che una élite
si attribuisce; 5. il disprezzo per il debole; 6. la glorificazione della violenza;
7. il dovere assoluto di obbedienza; 8. il dogmatismo fanatico.
Le nuove violenze del XXI secolo sono espressione di queste tendenze. Si è
costruita follemente una quantità di armi di distruzione di massa, da
parte di molti e anzitutto degli Stati Uniti, che prevedono di nuovo nei documenti
pubblici della loro strategia l’impiego di armi termo-nucleari. La paura
è alimentata e utilizzata per il dominio, mentre la democrazia è
sempre più corrosa.
Gandhi ha dato un contributo alla trasformazione dei conflitti e ha promosso
metodi incruenti di resistenza alla barbarie. Egli sapeva di indicare una via
difficile, ma praticabile a livello di massa a certe condizioni empiricamente
verificabili. Egli vide il nesso storico tra la globalizzazione violenta armata
e il processo di occidentalizzazione del mondo. Gandhi definiva «tortura
prolungata» la violenza strutturale. Le due guerre mondiali del Novecento
sono state causate dalla «brama di spartizione del mondo da parte delle
potenze occidentali». Nel 1942 Gandhi scriveva: «U.S.A. e Gran Bretagna
non hanno diritto di parlare di democrazia e civiltà fino a quando il
cancro della supremazia dei bianchi non sarà distrutto». Ricordiamo
che Gandhi nel 1940 scriveva che «la democrazia occidentale, nelle sue
attuali caratteristiche, è una forma diluita di nazismo o di fascismo»:
un giudizio severo, ma che neppure oggi possiamo liquidare in fretta.
Gandhi opponeva un duro rifiuto al macchinismo, allo sfruttamento, ai consumi
sfrenati: «Nel mondo ci sono risorse sufficienti per i bisogni di tutti,
non per l’avidità di alcuni». Egli propugnava un socialismo
nonviolento, su base di solidarietà, di risparmio e non di spreco, di
scambi commerciali equi e non un mercato senza regole. Proponeva all’India
una socializzazione democratica, secondo l’idea e il metodo sarvodaya
(benessere di tutti, bene sociale, interesse pubblico). Concepiva la proprietà
come «amministrazione fiduciaria», gestita nell’interesse
di tutti. Le risorse del pianeta sono un bene comune, usabili a patto che ne
rimangano a sufficienza e in misura altrettanto buona per le generazioni successive.
Oggi questa concezione guida i movimenti gandhiani, la vera risorsa umana e
politica per resistere e opporsi alla violenza strutturale, al grande apartheid
globale, che tiene divisa l’umanità sotto un unico impero. Nonostante
le tendenze naziste, nel mondo di oggi sono in corso importanti lotte nonviolente,
anche senza conoscenza di Gandhi.
Contro la violenza culturale, il fanatismo, contro i fondamentalismi non solo
religi