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- Costruiamo l'arca prima che cominci il diluvio. Analisi e proposte
del movimento per la pace, di Nanni Salio.
- Diagnosi, prognosi e terapia per la questione Iran, di Johan
Galtung.
- L'esperienza dell'Unione Europea per una pace sostenibile in
Medio Oriente, di Johan Galtung.
- L'acqua è un bene pubblico, non privatizzabile, un diritto
umano universale. Per tutti, di Simone Grillo.
- Riflessioni e proposte dopo il referendum costituzionale,
di Luigi De Carlini.
- Impressioni (personali) dal convegno di Calambrone, di Rainer
Girardi.
- L'attualità di Danilo Dolci e la progettazione dal basso
trent'anni dopo la scuola sperimentale di Mirto in Sicilia, di Lorenzo Porta.
- Didattica con i video di "Una forza più potente",
di Giorgio Barazza.
LE RUBRICHE
- Educazione. Il teatro dell'oppresso come strumento di educazione
alla pace, a cura di Pasquale Pugliese.
- Disarmo. Santa Beretta proteggici tu!, a cura di Massimiliano
Pilati.
- Economia. La vera storia del canale di Panama, a cura di
Paolo Macina.
- Giovani. Qui le aquile imparano a volare e i sogni a cavalcare
le stelle, a cura di Laura Corradini.
- Per esempio. Dare voce ai bambini vittime della guerra civile,
a cura di Maria G. Di Rienzo.
- Cinema. Storia di un immigrato fra delusioni e violenze,
a cura di Flavia Rizzi.
Costruiamo l’Arca, primi che cominci il diluvio
Analisi e proposte del movimento per la pace
Di Nanni Salio
Il pacifismo è sempre vivo e sempre morto
Guardando il grafico elaborato da Nigel Young, ci rendiamo facilmente conto
che, in una prospettiva storica, il pacifismo è sempre stato vivo e morto
al tempo stesso.(Tratto da: G. Salio, Il potere della nonviolenza, EGA, Torino
1995, p.138. Il grafico si ferma alla fine degli anni ’70, ma ciò
che è avvenuto dopo è sostanzialmente identico, anche se il picco
del 15 febbraio 2003 è il più alto in assoluto.) Le grandi mobilitazioni
contro le guerre, incipienti o in corso, non sono quasi mai riuscite a impedirle.
Di certo non hanno impedito le più disastrose, anche se esistono alcuni
esempi di interposizione, soprattutto di gruppi di donne, che hanno evitato
scontri violenti tra fazioni opposte. Al più, come in Vietnam, ne hanno
accelerato la fine, dopo che il prezzo pagato in termini di vite umane, risorse
distrutte e danni economici ha raggiunto livelli non più sostenibili.
Secondo alcuni commentatori, la protesta contro la guerra in Vietnam ha avuto
successo quando “Wall Street è scesa in piazza”.
Siamo tutti pacifisti e “passifiste” come dicono i francesi, cioè
passivi. Tutti vorremmo una pace che non richiede impegno, che viene da sé,
vorremmo essere “lasciati in pace”.
E’ un’aspirazione comprensibile e persino condivisibile, ma purtroppo
il mondo non è così. Bastano piccole minoranze al potere e piccole
minoranze armate, per mettere a ferro e a fuoco intere regioni e in prospettiva
il mondo intero. Queste minoranze, questi bulli, hanno una ideologia militarista
che li sprona, sono determinati, hanno un’agenda politica precisa, che
intendono realizzare costi quel che costi. Di fronte a simili avversari il puro
e semplice pacifismo non basta. E tanto meno la retorica della pace e le mobilitazioni
su larga scala, da “seconda potenza mondiale”, che si limitano a
fare il primo passo dell’azione, quella della protesta generica di massa.
L’azione nonviolenta
Come dovrebbe essere ormai ben noto, il XX secolo non è stato solo il
più violento della storia, ma anche quello nel corso del quale si sono
sviluppate grandiose lotte nonviolente coronate da successo. Il progetto A force
more powerful, curato dal centro di ricerca che fa capo a Gene Sharp è
un utilissimo strumento per far conoscere questa storia spesso dimenticata e
occultata e per trarne la debita lezione, che si applica anche ai giorni nostri
(si vedano i numeri di Azione Nonviolenta, da gennaio a luglio 2006). Per sintetizzare,
come sostiene Michael Nagler:
“la guerra talvolta funziona, ma non è mai efficace”
”la nonviolenza talvolta funziona, ma è sempre efficace”.
(Michael Nagler, Per un futuro nonviolento, Ponte alle grazie, Firenze 2005).
E’ di qui che dobbiamo iniziare, se non vogliamo cadere nelle faticose
e spesso inconcludenti polemiche che hanno caratterizzato il dibattito sul voto
pro o contro l’intervento in Afghanistan e la questione dello stato di
salute del movimento per la pace.
La lezione che si può trarre dalle lotte nonviolente guidate dai grandi
maestri (Gandhi, King, Mandela, Capitini) è che “ci sono alternative!”.
Ma queste alternative vanno preparate per tempo, non si possono improvvisare,
richiedono impegno, determinazione, chiarezza di obiettivi, risorse.
Una politica dell’azione nonviolenta
Paradossalmente, è stato meno difficile, storicamente, “abbattere
un dittatore” con una lotta nonviolenta che far cambiare politica economica
e militare a un governo eletto democraticamente. (Si veda a tale proposito il
documentario Bringing Down A Dictator , che completa la serie di video del progetto
A force more Powerful, sull’azione del movimento Otpor che ha portato
alla caduta del governo Milosevic in Jugoslavia: Questione complessa e controversa,
per le accuse di sostegno se non di connivenza con gruppi USA finanziati non
solo da Soros ma anche dalla CIA, ma che merita comunque attenzione.) Nel primo
caso l’obiettivo è chiaro, ben individuato, l’oppressione
colpisce direttamente larghi settori della popolazione e pertanto favorisce
la crescita di un ampio movimento di opposizione, come è avvenuto nelle
lotte contro l’apartheid in Sudafrica e negli USA, o per la liberazione
dell’India dal dominio inglese.
Per cambiare una politica economica o militare bisogna invece procedere per
singoli obiettivi, che possono apparire minimi e non sempre raccolgono un grande
consenso. Nel corso della lotta, pochi sono disposti a passare alla disobbedienza
civile, pagando il prezzo che essa comporta, carcere compreso. Le bombe che
cadono in Afghanistan, in Palestina, in Iraq o in Libano sono lontane da noi.
Ne siamo colpiti moralmente ma non materialmente. La nostra indignazione non
basta: possiamo andare tranquillamente al mare e l’azione di generica
protesta verrà posticipata a dopo le vacanze.
Ben vengano comunque le grandi manifestazioni di tre milioni di persone (Roma,
15 febbraio 2003), purché poi non ci si limiti a congratularsi e ad andare
“tutti a casa”. E non basta neppure esporre la bandiera della pace
da tutti i balconi. Occorre alzare il livello della lotta, passando, se necessario,
alla disobbedienza civile. Se i tifosi di quello squallido mercato sportivo
chiamato calcio sono capaci di bloccare le linee ferroviarie in cinquantamila,
senza pagare alcun prezzo e impedendo di fatto qualsiasi intervento della polizia,
perché mai il movimento per la pace non è stato capace di attivarsi
assediando il parlamento per impedire di inviare i nostri militari in Iraq,
in spregio a qualsiasi diritto costituzionale e internazionale? Ma ci sono riusciti
in Turchia, paese che non brilla certo in quanto a democrazia.
Il pacifismo e la nonviolenza “della domenica” non impediranno mai
alla colossale macchina della guerra, che funziona ventiquattrore al giorno,
con i nostri soldi, di entrare in azione quando un manipolo di politici e/o
di militari lo decida.
Senza una chiara e condivisa politica della nonviolenza, il movimento per la
pace è destinato a restare intrappolato negli happening delle manifestazioni
più o meno grandi e degli slogan più o meno d’effetto. Come
sostiene Galtung, il movimento per la pace, soprattutto italiano, è un
movimento “estetizzante”. Può essere una bella cosa, ma non
basta.
Progettare la transizione
Il movimento per la pace è un “movimento che non c’è”
o, se vogliamo essere generosi, che “non c’è ancora”.
Esiste invece una serie di molteplici gruppi, associazioni, comitati, che procedono
in ordine sparso, promuovendo anche iniziative egregie che tuttavia non riescono
a incidere a livello di decisioni politiche collettive. Qualcuno sa indicare
qual è il programma del movimento per la pace, quali i suoi obiettivi
concreti, non generici, sottoscritti da chi e come?
I punti nodali, intrecciati e inseparabili, sono il modello di difesa e il modello
di sviluppo. Entrambi debbono essere modificati, se si vuole incidere sulle
cause profonde che alimentano le guerre in corso e creano le condizioni per
quelle future. Per far ciò occorre progettare sia la transizione da uno
sviluppo centrato sulla crescita e su un sistema energetico non sostenibile
a un modello di economia nonviolenta, equo e sostenibile, per le popolazioni
odierne quanto per quelle future, basato su fonti energetiche rinnovabili, sia
la transizione dall’attuale modello di difesa offensivo a un modello esclusivamente
difensivo (transarmo) che consenta di sviluppare man mano la difesa popolare
nonviolenta sino alla completa sostituzione del modello militare.
Ma per costruire queste alternative occorre individuare obiettivi specifici
e predisporre il sistema logistico per conseguirli, ovvero passare dallo spontaneismo
a una politica dal basso, partecipata, organizzata, indipendente da tutte quelle
forze politiche che invece inseguono i falsi e pericolosi miti di una modernità
decadente.
Concretamente, tutto ciò significa che il movimento dovrebbe concentrare
le proprie modeste energie per condurre delle campagne mirate a ottenere alcuni
primi obiettivi intermedi. Per esempio: riduzione delle spese militari del 5%
all’anno e utilizzo dei fondi per la costruzione dei Corpi Civili di Pace,
promuovendoli sia a livello italiano, sia europeo e delle Nazioni Unite. Ma
i CCP non nascono da soli: richiedono scuole, corsi di formazioni, centri di
ricerca. L’esperienza fallimentare del “Comitato consultivo per
la difesa civile e non armata” insegna, tra le altre cose, che questi
obiettivi sono scarsamente condivisi nell’ambito dei movimenti di base,
compreso quello per la pace. C’è poca consapevolezza dell’importanza
di una transizione a un modello alternativo. Nel dibattito parlamentare sulla
questione Afghanistan quasi nessuno ha sollevato questo punto. E anche qui,
molto concretamente, per rispondere a coloro che ritengono sprezzantemente che
i “pacifisti”dicano solo delle “sciocchezze” occorre
ribadire che per costruire una alternativa bisogna “mettere mano al portafoglio”.
Bene, voi inviate i militari in Afghanistan, ma contemporaneamente vi chiediamo
di stanziare 100 milioni di euro (questa sì una “sciocchezza”
per il bilancio dello stato e rispetto al bilancio delle spese militari) per
costruire qui e ora e non domani, dopodomani, mai, i Corpi Civili di Pace con
tutti gli annessi e connessi. Altrimenti, le “sciocchezze” continuiamo
a raccontarcele a vicenda.
E la stessa cosa si può dire per il modello di sviluppo. Coloro che continuano
a parlare di crescita economica hanno l’obbligo morale e scientifico di
dimostrare che essa è compatibile con i limiti di un pianeta finito e
con l’esigenza di equità verso tutti gli esseri viventi e intergenerazionale.
L’attuale sistema energetico, basato sui combustibili fossili, è
arrivato al capolinea. Volenti o nolenti dobbiamo programmare al più
presto una efficace transizione se non vogliamo che il sistema ci crolli addosso
con una implosione catastrofica. I progetti, i centri di ricerca, le idee non
mancano di certo e sono di patrimonio molto più diffuso rispetto alla
questione militare che sembra bloccata sul piano mentale e ideativo. Oltre all’esempio
concreto ed efficace di paesi virtuosi come la Germania e la Danimarca, si possono
segnalare il progetto di legge 784 presentato l’11 luglio scorso (primo
firmatario Ronchi) e più in generale la campagna per un “Contratto
mondiale sull’energia e il clima”, che richiama quella lanciata
anni fa per l’acqua. (Si veda il bel libricino Energia, rinnovabilità,
democrazia, Edizioni Punto Rosso, Milano 2005.)
Il bicchiere è sempre mezzo pieno e mezzo vuoto. Ogni tanto è
utile vedere la parte vuota per fare autocritica e individuare nuove linee di
azione, ma poi occorre anche fare l’inventario delle moltissime cose che
riempiono l’altra metà. E allora ci si accorge che esistono anche
i militari che disobbediscono agli ordini, per ragioni di coscienza (dai refusnik
israeliani agli obiettori statunitensi, vedi Courage to Resist, newsletter di
sostegno degli obiettori militari, tra i quali spicca il caso del luogotenente
Ehren Watada, http://www.thankyoult.org/ ); le donne come Cindy Sheenan che
assediano il ranch di Bush; i ploughshares che, interpretando alla lettera la
profezia di Isaia 2,4: "Muteranno le loro spade in zappe [o aratri] e le
loro lance in falci; una nazione non alzerà la spada contro un'altra,
e non praticheranno più la guerra", entrano nelle basi militari
per distruggere e manomettere le autentiche armi di distruzione di massa (dal
nostro Tury Vaccaio ai preti e alle suore statunitensi, sulla scia dei fratelli
Berrigan): la rete già esistente di Corpi Civili di Pace (www.reteccp.org
) e le molteplici lotte contro l’attuale modello distruttivo, dai no-TAV
alle donne indiane del movimento contro le dighe del Narmada, a tanti altri.
E ritorna la speranza, unita alla necessità di un impegno quotidiano,
costruttivo, per creare fiducia, organizzazione, capacità di lottare
serenamente, senza cadere nella sindrome autodistruttiva del burn out.
Conflitti
Operativamente, la nonviolenza è l’arte di trasformare costruttivamente
i conflitti, dal micro al macro, intesi non come sinonimo di violenza, né
tanto meno di guerra, ma come occasioni che si ripresentano incessantemente
nella nostra vita, individuale e collettiva, che ci pongono di fronte a un bivio:
da un lato l’opportunità di una crescita costruttiva, dall’altra
la deriva verso la distruttività
Ma come tutte le arti, come tutte le buone pratiche, anche questa non viene
spontaneamente da sé: bisogna coltivarla, giorno dopo giorno, passo dopo
passo, rialzandosi dopo le cadute. E gli attivisti dei movimenti debbono imparare
ad affrontare costruttivamente anche i conflitti interni alle proprie organizzazioni
e tra le organizzazioni, oltre ai conflitti interiori, dentro ognuno di noi.
Non ci sono solo avversari esterni, ma la lotta è dentro di noi. La nostra
debolezza deriva anche da questa scarsa capacità di lavorare su di noi,
individualmente e collettivamente. Abbiamo accumulato molta esperienza, ma non
ne facciamo tesoro e continuiamo a comportarci da dilettanti, oppure ci limitiamo
alle dispute filosofiche, importanti ma insufficienti.
Forse ci sono molti “scienziati per la pace”, molti “generali”,
e pochi “ingegneri per la pace”, pochi “operatori per la pace”.
C’è bisogno di un lavoro quotidiano, tutti i giorni, tutto il giorno,
dentro strutture autogestite, che possano essere uno stimolo continuo per fare
ricerca, formazione, educazione e progettare/attuare l’azione diretta
nonviolenta. Ce n’è quanto basta per impegnare seriamente e concretamente
tutta quanta la nostra vita, senza perderci nelle nostre nevrosi da impotenza.
Il tempo stringe
Da un lato, dobbiamo continuare a fare i “profeti di sventura”,
consapevoli di quanto ci suggerisce Gunther Anders in una bella parabola:
“Noè era stanco di fare il profeta di sventura e di annunciare
incessantemente una catastrofe che non arrivava e che nessuno prendeva sul serio.
Un giorno, si vestì di un vecchio sacco e si sparse della cenere sul
capo. Questo gesto era consentito solo a chi piangeva il proprio figlio diletto
o la sposa. Vestito dell’abito della verità, attore del dolore,
ritornò in città, deciso a volgere a proprio vantaggio la curiosità,
la cattiveria e la superstizione degli abitanti. Ben presto ebbe radunato attorno
a sé una piccola folla curiosa e le domande cominciarono ad affiorare.
Gli venne chiesto se qualcuno era morto e chi era il morto. Noè rispose
che erano morti in molti e, con gran divertimento di quanti lo ascoltavano,
che quei morti erano loro. Quando gli fu chiesto quando si era verificata la
catastrofe, egli rispose: domani. Approfittando quindi dell’attenzione
e dello sgomento, Noè si erse in tutta la sua altezza e prese a parlare:
dopodomani il diluvio sarà una cosa che sarà stata. E quando il
diluvio sarà stato, non sarà mai esistito. Quando il diluvio avrà
trascinato via tutto ciò che c’è, tutto ciò che sarà
stato, sarà troppo tardi per ricordarsene, perché non ci sarà
più nessuno. Allora, non ci saranno più differenze tra i morti
e coloro che li piangono. Se sono venuto davanti a voi, è per invertire
i tempi, è per piangere oggi i morti di domani. Dopodomani sarà
troppo tardi. Dopo di che se ne tornò a casa, si sbarazzò del
suo abito, della cenere che gli ricopriva il capo e andò nel suo laboratorio.
A sera, un carpentiere bussò alla sua porta e gli disse: lascia che ti
aiuti a costruire l’arca, perché quello che hai detto diventi falso.
Più tardi, un copritetto si aggiunse ai due dicendo: piove sulle montagne,
lasciate che vi aiuti, perché quello che hai detto diventi falso”.
(Citato da Jean-Pierre Dupuy, Piccola metafisica degli tsunami. Male e responsabilità
nelle catastrofi del nostro tempo, Donzelli, Roma 2006, pp. 8-9.)
Ma al tempo stesso non dobbiamo lasciarci travolgere dall’ansia che, negli
ultimi tempi della sua vita, ha contagiato lo stesso Anders, secondo il quale
“la risposta nonviolenta è obsoleta, è inefficace perché
sono fiacchissime le sue azioni rispetto alla terrificante capacità di
portar morte che ha la sua controparte…” (in: Goffredo Fofi, Da
pochi a pochi, Elèuthera, Milano 2006, p. 137).
Il tempo stringe e grande è la nostra responsabilità per non lasciar
che le profezie negative si autoavverino. La strada da percorrere ci è
stata indicata dai grandi maestri che ci hanno preceduto e dagli innumerevoli
testimoni e attivisti che anche oggi operano quotidianamente nei movimenti di
base. Sta a noi accelerare il passo per realizzare l’arca prima che cominci
il diluvio.

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Diagnosi, prognosi e terapia per la questione IRAN
Di Johan Galtung
1.Diagnosi
Vi sono ovvie analogie con la questione USA/GB verso l’Iraq, ma forse
questa volta è meno ovvio che la GB interverrà o svolgerà
un ruolo importante (“The Downing Street Memorandum”)
Gli scopi degli USA sembrano essere diversi, come questi nove:
cambio di regime, come nel 1953, possibilmente anche con il ristabilimento della
famiglia dello Scià, sempre che gli iraniani lo accettino;
controllo politico del Medio Oriente, per paura che il controllo passi da USA/Israele
a Iran- Hamas e all’Islam radicale sciita;
vendetta per i 52 ostaggi e i 444 giorni di umiliazione;
eliminare ogni minaccia iraniana al progetto politico USA/GB in Iraq;
eliminare ogni minaccia iraniana a Israele, nucleare o meno, stando alle affermazioni
del presidente Ahmadinejad;
assicurarsi il flusso del petrolio iraniano a prezzi convenienti;
proteggere l’uso del dollaro contro l’euro nel mercato petrolifero;
espandere ulteriormente le basi militari per accerchiare Russia e Cina;
eliminare qualsiasi capacità nucleare iraniana.
L’ultimo obiettivo è quello ufficiale, gli altri sono nascosti.
Tale obiettivo può anche essere un pretesto, ad uso dell’opinione
pubblica - come la connessione armi di distruzione di massa/Al Qaeda nel caso
dell’Iraq - privo di fondamento.
L’obiettivo dichiarato dell’Iran è il diritto riconosciuto
dal TNP (trattato di non proliferazione) di arricchire l’uranio per scopi
industriali, per esempio per diversificare le fonti energetiche. Gli obiettivi
nascosti comprendono:
mai più un 1953! Sovranità, mai più umiliazione/intervento
esterno;
circondato da tre potenze nucleari e altre tre, USA/Israele/Francia, che lo
minacciano, è comprensibile che cerchi di dotarsi dell’opzione
nucleare;
con il dollaro in caduta è comprensibile l’opzione per l’euro;
solidarietà tra sciiti e islam in un mondo diviso dall’Occidente;
un dialogo tra civilizzazioni aperto, ad alto livello con l’Occidente.
2.Prognosi
Vi è materia sufficiente per scatenare una guerra, se lo si vuole, con
incursioni aeree senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza (le
sanzioni economiche sono meno probabili perché colpirebbero l’Occidente
più che l’Iran). Ma Bush può fare questa scelta economicamente
e Blair politicamente? La risposta è probabilmente no. E le incursioni
aeree possono portare a degli attacchi sul suolo USA/GB con potenti ordigni
confezionati in loco e fatti esplodere a distanza. Un attacco via terra comporterebbe
una resistenza tale da far apparire quella in Iraq come una festicciola; un’opportunità
che qualcuno desidererebbe. La chiusura dello Stretto di Hormutz sarebbe una
risposta minima.
3.Terapia
Le chiavi per vie d’uscita accettabili e sostenibili si trovano negli
obiettivi nascosti, non in quelli dichiarati. Per quanto riguarda l’arricchimento
dell’uranio, le ispezioni dell’IAEA potrebbero essere utili. Ma
è difficile che l’Iran le accetti, quando Israele e l’India
hanno effettuato l’arricchimento per scopi militari senza alcuna ispezione.
A meno che gli USA invertano la loro politica nei confronti di Israele e dell’India,
come fecero durante la crisi di Cuba del 1962 con la politica del “tit-for-tat”
(colpo su colpo) quando ritirarono i missili dalla Turchia.
E’ indice della povertà spirituale dell’Occidente che l’ovvia
via di uscita non sia percorsa: Bush-Blair che chiedono scusa per il colpo di
stato compiuto da CIA-M16 nei confronti del primo ministro Mossadegh, legalmente
eletto, e il sostegno durato 25 anni all’autocrazia dello Scià;
e insieme costituiscono una commissione d’inchiesta per far luce su quanto
avvenuto. E Bush-Blair accettano l’invito dall’ex presidente, Khatami,
a un dialogo aperto, ad alto livello, utilizzando anche a tale scopo l’Alleanza
delle Civilizzazioni tra Spagna-Turchia-ONU. Non è necessario sottolineare
che un minimo di verità è necessaria per far luce sul passato,
prima di passare pragmaticamente e apertamente a cooperare per un futuro pacifico.
Fatto questo, quasi certamente si aprirà la strada per il negoziato,
compreso quale stato di Israele potrebbe essere accettato dall’Iran, come,
per esempio, l’Israele del 4 giugno 1967? (Ma non l’Israele attuale).
L’onere sta all’Occidente. Solo i deboli non ammettono gli errori
del passato.
Gli anglo-americani sono sufficientemente forti? O sono talmente dipendenti
dalla belligeranza che preferiscono un errore ancora più grande?Titolo
originale: USA & UK versus Iran: A Transcend perspective,
http://www.transnational.org/forum/meet/2006/Galtung_Iran.html
Traduzione a cura del Centro Studi Sereno Regis

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L’esperienza dell’Unione Europea per una pace sostenibile in Medio
Oriente
Di Johan Galtung
L’indicibile tragedia che si sta svolgendo in questa sesta guerra tra
Israele e il mondo arabo dovrebbe obbligarci a focalizzare la nostra attenzione
su come potrebbe essere realizzata la pace in quest’area. I punti principali
sono chiari, ma sono minacciati in particolare da coloro che smettono di pensare
proprio quando ve ne sarebbe più bisogno. Questi punti sono:
1.Le risoluzioni 194 e 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che chiedono
il ritorno dei palestinesi e il ritiro di Israele ai confini del 1967 (prima
della guerra del giugno di quell’anno).
2.La risoluzione del Consiglio Nazionale della Palestina del 15 novembre 1988,
che accetta la soluzione dei due stati.
3.La proposta avanzata dall’Arabia Saudita nel 2002 che Israele si ritiri
entro i confini del 1967 in cambio del riconoscimento di tutti gli stati arabi.
Applicando questi punti si otterrebbero due stati tra loro confinanti, con Gerusalemme
Est e la Cisgiordania (West Bank) che ritornano alla Palestina (Israele si è
già ritirata da Gaza), le alture del Golan restituite alla Siria, e qualche
problema minore di confine da risolvere, talvolta attraverso aggiustamenti creativi.
Nessuna grande rivoluzione, solo buon senso.
Ma ci sono anche richieste minime e massime da entrambe le parti.
La Palestina ha tre richieste minime, non negoziabili:
uno stato palestinese secondo i punti 1 e 2 precedenti, con
Gerusalemme Est capitale, e
il diritto al ritorno, inteso come diritto ma negoziabile nella quantità.
Israele ha due richieste minime, non negoziabili:
riconoscimento dello stato ebraico di Israele
entro confini sicuri.
Tutti i cinque punti sono legittimi, e compatibili. La legittimità palestinese
si basa sulla continua permanenza, e quella ebrea sull’attaccamento al
territorio nella loro narrazione culturale e sulla residenza nel passato. Essa
non si basa sulla loro sofferenza causata per mano della Germania e dell’Europa.
Ogni richiesta territoriale su questa base dovrebbe essere risolta a scapito
della Germania.
Le richieste sono compatibili perché possono essere soddisfatte dalla
soluzione dei due stati entro i confini del 1967, come precisato più
avanti.
Ma ci sono anche degli obiettivi massimi: una Grande Israele (Eretz Israel)
definita dalla Genesi, tra i due fiumi Nilo ed Eufrate (o qualcosa del genere),
e da parte palestinese/musulmana/araba nessuna Israele del tutto, cancellata
dalla mappa. La loro incompatibilità è ovvia. Ma sono anche illegittime.
C’è più che una base di fatto per l’esistenza di una
stato ebraico, anche non con tale estensione.
Quanto sono forti le richieste massime? Una delle principali conseguenze tragiche
di questa guerra è che essa rafforza i massimalisti, non solo l’”odio”.
Da parte israeliana alcuni considereranno i confini sicuri solo se saranno sufficientemente
lontani, almeno per quanto riguarda il disarmo di chiunque sia ostile a Israele.
E il loro numero cresce per ogni giorno, settimana, mese (?) di guerra. Da parte
araba/musulmana alcuni penseranno che la soluzione con Israele è nessuna
Israele del tutto; non c’è dubbio che anche il loro numero sta
crescendo.
Le due posizioni massimaliste sono emotivamente e intellettualmente soddisfacenti,
essendo semplici, facili da comprendere. E non significano altro che una guerra
senza fine. Gli Arabi debbono accettare in QUALCHE modo lo stato di Israele,
ma non il sovraesteso, belligerante mostro di oggi. E gli Ebrei debbono capire
che il colonialismo degli insediamenti E l’occupazione E la continua espansione
non porteranno mai a confini sicuri.
La strada per la sicurezza passa attraverso la pace. Non c’è una
strada per la pace che passa attraverso la sicurezza nel senso di eliminare
il sostegno popolare degli Hezbollah e Hamas, eletto democraticamente. Quello
che forse potrebbe funzionare contro dei piccoli gruppi meno profondamente radicati
non funzionerà mai oggi.
Ci saranno nuovi gruppi emergenti ogni volta. I governi possono essere comprati
o minacciati sino a renderli consenzienti, ma le popolazioni no. Dietro Israele
vi sono dei governi sempre più indisponibili, anche dietro il colonialismo
degli insediamenti: USA, GB, Australia. Dietro la Palestina c’è
il mondo Arabo e Musulmano, considerevolmente più ampio: circa 1,3 miliardi,
in crescita, contro 0,3 miliardi, in diminuzione.
La posizione di pace intermedia tra le due parti dev’essere resa altrettanto
affascinante. C’è il possibile punto di incontro del 1967 con piccole
revisioni secondarie e l’idea di due stati con capitali in Gerusalemme,
che quindi diventerebbe una confederazione di due città, Est e Ovest.
Ma ci sono ancora due richieste a cui rispondere: il bisogno di sicurezza di
Israele e il diritto dei palestinesi per una qualche forma di ritorno, limitato.
Il riconoscimento dell’Arabia Saudita è una condizione necessaria
ma non sufficiente per una pace positiva. Gli stati sovrani possono riconoscersi
tra loro e ciononostante entrare ancora in guerra. Devono essere interconnessi
tra loro in una rete di interdipendenza positiva che renda la pace sostenibile
desiderabile a entrambi.
Poiché Israele vuole dei confini sicuri, perché non focalizzarsi
sui paesi confinanti: Libano, Siria, la Palestina riconosciuta, Giordania ed
Egitto? Immaginiamo che i cinque paesi confinanti aggiungano al riconoscimento
la disponibilità a prendere in considerazione l’idea di una Comunità
del Medio Oriente, sulle linee della Comunità Europea, come strumento
principale per una pace sostenibile nella regione. La formula che ha funzionato
per la Germania può funzionare anche per Israele.
Ci sarebbe ancora il problema del ritorno dei palestinesi, mezzo milione soltanto
in Libano. E c’è il problema di alcuni settori della Cisgiordania
che fanno parte della narrazione del passato di Israele. Allora, perché
non scambiare gli uni con gli altri? Alcuni cantoni ebrei nella Cisgiordania
sotto la sovranità palestinese in cambio di alcuni cantoni arabi sotto
la sovranità israeliana? Entrambi gli stati potrebbero diventare delle
federazioni invece che stati unitari che comunque sono relitti del passato.
Gli accordi non governativi di Ginevra non sono un punto di partenza perché
inadeguati sui tre punti principali:
Gerusalemme Est come capitale e il diritto al ritorno non sono negoziabili;
I confini possono diventare ragionevolmente sicuri solo in una comunità
di pace, come l’Unione dei Paesi Nordici, l’Unione Europea, l’ASEAN.
La soluzione di pace è affascinante per essere così ovvia.
Ma non è così ovvia per i leader occidentali e di Israele che
si stanno incamminando lungo la strada del Vietnam, con Israele : Libano = USA
: Vietnam. Gli USA non vinsero e si ritirarono. Lo stesso succederà a
Israele. Ancora più giù, lungo la stessa strada di folle stupidità,
dove ci attendono l’ 11 settembre e l’Iraq.
C’è l’idea di un Libano diviso in due parti, con forze internazionali
che pacifichino un sud isolato da due mali esterni, Siria e Iran. Destinata
a fallire come in Vietnam. Hezbollah è parte del Libano come i “vietcong”
in Vietnam. E le armi sono facilmente disponibili.
C’è l’uccisione indiscriminata dei civili, in linea con i
due punti dichiarati dal capo dell’esercito israeliano, generale Dan Halutz:
bombardare dieci palazzi nel quartiere sciita di Beirut per ogni missile katyusha
lanciato contro Israele, e “bombardare il Libano per riportarlo vent’anni
indietro” (El Pais 28/7, Haaretz e Jerusalem Post; gli USA hanno detto:
indietro all’età della pietra).
Anche Hezbollah uccide civili, ma il rapporto è di almeno 10:1. Il rapporto
finale può essere vicino al famoso ordine di Hitler del 1941 di uccidere
50 civili per ogni soldato tedesco ucciso dai “terroristi” (usavano
questo termine): Ridice nella Repubblica Ceca, Oradur-sur Gane in Francia, Kortelisy
in Ucraina. Oggi gran parte del Libano è usato per una punizione collettiva.
E per Israele le vite degli ebrei valgono molto di più di quelle arabe.
C’è l’idea ingenua che la violenza scomparirà se Hezbollah
verrà disarmato, secondo le indicazioni della risoluzione 1559 dell’UNSC.
Ma questa risoluzione non ha alcun senso senza la 194 e la 242. Israele non
può scegliere la risoluzione che vuole, affidandosi agli USA per controllare
per sempre l’ONU. E gli Hezbollah rinasceranno.
C’E’ UN CONFLITTO, IL CONFLITTO URLA PER UNA SOLUZIONE, LA SOLUZIONE
E’ A PORTATA DI MANO E UN GIORNO SARA’ COSI’ OVVIA COME LA
CE/UE.
Ognuno deve lavorare per una pace reale come complemento politico di un immediato
cessate il fuoco umanitario. Aiutare Israele a impantanarsi nella strada del
Vietnam è cieca solidarietà, non un atto di amicizia.
Gli europei debbono mettere a disposizione il talento e l’esperienza della
Comunità/Unione Europea per una pace sostenibile, non per una guerra
infinita e crescente. Questo è un atto di dovuta amicizia.
E Israele stessa? La prossima generazione dovrà pur mettere in discussione
la saggezza del maggiore ideologo sionista, Vladimir Yabotinsky, ispiratore
di Begin, Netanyahu, Sharon e ora Olmert. Per Yabotinsky c’erano solo
due opzioni, in alternativa “auto-sacrificio impotente, umiliante oppure
un furore militante invincibile” (Jacqueline Rose, “The Zionist
imagination”, in The Nation, 26 giugno 2006, p.34).
Per Yabotinsky, gli ebrei sono stati umiliati, disonorati con la violenza, e
la risposta è la militanza, la violenza. Questa visione, oltre a fare
della violenza la pietra angolare dell’esistenza umana, non tiene conto
della terza possibilità: negoziato, accordo, pace.
E gli Arabi, i Musulmani? Qualcosa di analogo. Ma l’Islam comprende una
terza possibilità: non solo dar-al-Islam, ma anche dar-al-Harb, la Casa
della Pace, la Casa della guerra, ma c’è anche dar-al-Ahd, la coesistenza
con gli infedeli, possibilmente in una comunità, non troppo vicina, non
troppo distante. Forse anche una Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione
in Medio Oriente. L’attuale generazione dovrà anche elaborare quest’idea
più in dettaglio, oggi.
Quando verranno queste generazioni, dove ci troveremo? Difficile dirlo. I tre
punti principali per la pace sono presenti da qualche tempo, ma nulla sembra
accettabile per Israele.
Non sono mai stati presenti nella mente collettiva, nello spazio pubblico. La
pressione esterna non fa che confermare la rigida dicotomia di Yabotinsky. Se
Israele vuole la sicurezza, la maggior parte di Israele deve volere la pace.
Questo ci lascia con i massimalisti. Il loro argomento più forte contro
i moderati è “la vostra proposta non funziona”. E il contro-argomento
più forte, come per l’ETA e per l’IRA, è di dimostrare
che sbagliano.
(Titolo originale: “The Middle East and the EU Model as a solution”)
www.Transnational.org/forum /meet/2006/Galtung_ME.html
Traduzione a cura del Centro Studi Sereno Regis di Torino)

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L’acqua è un bene pubblico, non privatizzabile, un diritto umano
universale. Per tutti.
Di Simone Grillo
Il dibattito sulla dimensione dei diritti umani appassiona studenti, studiosi,
attivisti e pubblica opinione da lungo tempo. La globalizzazione e l’interdipendenza
hanno creato una realtà in cui le preoccupazioni dell’angolo più
remoto della terra ci appaiono vicini, alle volte ci coinvolgono.
Gli strumenti a tutela dei diritti dell’uomo sono nati proprio da questa
volontà di dare risposte serie ai problemi della tortura, della schiavitù,
delle violenze su donne e bambini, al dramma della guerra, dalla volontà
di dare una risposta a problemi globali.
Certamente, la dimensione dei diritti individuali ha ricevuto maggiori attenzioni
e tutele rispetto a quella dei diritti collettivi.
Tuttavia oggi, anche nel mondo occidentale, si riscontra una sperequazione molto
forte tra i diversi componenti della società: la precarietà del
lavoro, la condizione dei migranti, la povertà e l’impossibilità
a pagare servizi essenziali.
Quella sui diritti economici, sociali e culturali rappresenta una nuova sfida
per la cultura dei diritti umani, che rischia di scontrarsi contro le scelte
di politica economica e sociale dei governi, anche in quei paesi che in linea
di massima rispettano i diritti civili.
Tuttavia l’ONU ha lanciato la sua sfida in materia dal 1966, anno in cui
è stato proclamato il Patto sui diritti economici sociali e culturali,
assieme al corrispettivo Patto sui diritti civili e politici .
Uno strumento di particolare significato, dato che il Patto giuridicamente vincola
non solo tra loro gli Stati che lo firmano, ma anche il singolo Stato firmatario
rispetto ai propri cittadini.
Nel complesso sistema dei diritti economici merita un’attenzione particolare
il diritto umano all’acqua.
Questo diritto umano ci può apparire implicitamente già esistente,
dato che nessun diritto umano può essere garantito senza questo elemento
essenziale alla vita stessa di ogni uomo.
In realtà non esiste nessuno strumento internazionale di diritto cogente
(cioè vincolante) che definisca il diritto all’acqua in quanto
tale, preso singolarmente.
Certamente, esistono Convenzioni che hanno riconosciuto esplicitamente questo
diritto (l’art. 14 della Convenzione contro ogni forma di discriminazione
nei confronti delle donne e l’art. 24 della Convenzione sui diritti del
Fanciullo), e questi strumenti sono un contributo importantissimo, specie per
il loro riferirsi a due categorie che ovunque nel mondo subiscono violenze e
discriminazioni.
Oltre a ciò il diritto all’accesso a risorse idriche sufficienti
è presente nelle Convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri
e sui civili in tempo di guerra.
Inoltre, riconosciamo implicitamente il diritto all’acqua in una quantità
si strumenti di diritto cogente, rappresentato dal diritto alla vita (articolo
6 Patto sui diritti civili) e il diritto a una quantità sufficiente di
cibo (art. 11 e 12 Patto sui diritti economici).
Questi brevi cenni di diritto internazionale dei diritti umani, servono a indicare
come nel tempo la questione idrica si sia fatta terribilmente seria: specie
perché a tutte queste definizioni non è seguita una seria azione
globale atta a garantire questo diritto.
Ovunque nel mondo l’accesso alle risorse in quantità sufficienti
(l’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di 50 litri pro-capite)
non è garantito, in particolare a donne e bambini. Non si sono sviluppate
tecniche di irrigazione corrette (e oggi registriamo la crisi di alcune regioni
dell’India, dove il dramma dello scarso raccolto spingono al suicidio
molti contadini), non si riesce a rispondere con servizi opportuni alla crisi
dell’inurbamento che avviene in tutto il mondo (specie in paesi come la
Cina, che intanto riscontrano l’avanzare delle aree desertiche).
L’Europa non è esclusa dal problema, dato che vive la difficile
stagione della privatizzazione, che in alcuni paesi ha già portato alla
creazione di posizioni di dominanza sul mercato (si veda il caso di Gran Bretagna
e Francia in cui sono nate le più grandi multinazionali nel settore);
un rischio denunciato da più parti appare quello degli accordi tra i
governi e la WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) che vanno verso la
proposta di liberalizzazione del settore idrico.
La presenza delle multinazionali non ha portato giovamento in nessuna area del
mondo in cui ha operato: Dal Sud Africa, al Ghana, dalla Bolivia all’India,
si sono sviluppati gravi fenomeni di inquinamento delle falde, aumenti delle
tariffe cui si sono accompagnati tagli alla manutenzione e licenziamenti.
Il sud del mondo ha mostrato grande maturità, con risposte della società
civile caratterizzate da grande spessore democratico : in Uruguay è stato
indetto un Referendum che ha sancito la volontà popolare di mantenere
pubbliche le risorse idriche; in India le organizzazioni di mutuo soccorso create
dalle donne hanno portato davanti alla Corte Suprema la Coca Cola che ha dovuto
chiudere gli stabilimenti nel Kerala a causa dello sfruttamento insostenibile
della falda. Il caso più conosciuto rimane ovviamente quello di Cochabamba,
in Bolivia, dove la popolazione è arrivata a gestire autonomamente le
risorse idriche sfiduciando il governo e i suoi accordi unilaterali con la WTO.
Una vittoria etica riconfermata dalla scelta della Multinazionale Bechtel di
ritirare la denuncia presso gli arbitri della WTO per la disattenzione all’accordo
del governo boliviano.
In Italia, la società civile ha ottenuto una vittoria altrettanto importante
evitando la privatizzazione dell’ATO 2 di Napoli, portando il Consiglio
Regionale a rivedere la sua scelta in materia di gestione idrica.
Questa casistica mostra una società civile estremamente matura, capace
di vincere le sue battaglie in sedi istituzionali, grazie a Referendum, denuncie
ai tribunali competenti, pressioni sugli ambienti governativi.
Un messaggio arrivato oggi alle massime istituzioni sopranazionali: pensiamo
alla risoluzione del Parlamento Europeo del marzo scorso, in cui all’unanimità
si è chiesto alla delegazione europea al World Water Forum di sancire
l’acqua come bene pubblico non privatizzabile, diritto umano universale
da gestire localmente ma con la supervisione ONU, che deve unificare le agenzie
oggi esistenti e scrivere un Trattato ad hoc che preveda meccanismi di tutela
dei diritti dei consumatori.
Altra importante presa di posizione è stata quella della Germania, paese
neo eletto presso lo Human Rights Council (l’istituzione ONU di monitoraggio
e tutela dei diritti umani che ha sostituito la Commissione diritti umani),
che ha proposto un’azione per la promozione del diritto umano all’acqua
nel 2006.
Notiamo quindi come il diritto all’acqua si stia affermando nelle scelte
politiche nazionali: il governo italiano ha confermato, per bocca del ministro
delle politiche sociali Ferrero, l’approvazione di una legge delega che
lascia integralmente pubbliche le reti e la gestione idrica e fa slittare al
31 dicembre 2007 il termine per l’obbligo della messa a gara per la gestione
del servizio).
L’ONU attraverso il General Comment n°15 del Comitato sui diritti
economici, sociali e culturali (strumento che viene utilizzato con effetti persuasivi
nei confronti degli stati) ha sancito per la prima volta l’esistenza di
un diritto umano all’acqua.
Ecco che un utopia diventa un progetto politico e giuridico molto chiaro e delineato,
coerente nel suo manifestarsi in ogni parte del mondo.
A tutto questo nessuno può più restare indifferente: la battaglia
per il diritto all’acqua ha dimostrato di essere vincente, perché
ritenuta da tutti come essenziale e giusta.
Un confronto che però non è ancora finito e che deve confrontarsi
con le scelte del mercato, che tende a considerare quello idrico un mercato
“appetibile”: l’Italia è il primo paese in Europa per
consumo di acqua minerale, grazie soprattutto a una forte campagna pubblicitaria
sulle sue qualità peraltro non sempre scientificamente dimostrate. Inoltre,
gli esperti hanno calcolato che le dieci più importanti imprese nel settore
idrico hanno conseguito un rendimento del 35% contro il 29% ottenuto dalle imprese
impegnate nel settore petrolifero ed al 27% delle imprese impegnate nel settore
dei “materiali di base” (rame, carta, alluminio, acciaio). Un risultato
molto importante, che sembra aprire un nuovo mercato, per ora partecipato solo
da poche Multinazionali.
La società civile globale deve continuare a monitorare la situazione
e denunciare gli abusi. Sono ormai universalmente riconosciute alla società
civile capacità politiche oltre che gestionali, quindi il loro contributo
può e deve essere rilevante per una gestione sostenibile delle risorse.
La causa del diritto umano all’acqua ha già ottenuto importanti
riconoscimenti: il problema resta la sua implementazione.

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Riflessioni e proposte dopo il Referendum costituzionale
Cultura ed educazione contro lo strapotere mediatico
Di Luigi De Carlini
La vicenda
Indicare i valori comuni alla grande maggioranza della popolazione, i principi
e le finalità principali da perseguire – valore della persona,
rispetto della vita, fondamento sul lavoro, riequilibrio delle ricchezze, ripudio
della guerra… - le grandi linee dell’organizzazione dello Stato,
le competenze dei diversi poteri e i contropoteri per evitare che un potere
prenda il sopravvento sugli altri e si cada in nuove forme di autoritarismo:
questo il contenuto qualificante della nostra carta costituzionale. In genere
è preferibile che una costituzione si limiti ai grandi principi, riservando
i dettagli alla legge ordinaria; questi pertanto sarebbero facilmente modificabili,
mentre invece una costituzione dovrebbe durare nel tempo ed essere cambiata
soltanto attraverso una procedura complessa, con il consenso anche delle minoranze.
Essa è infatti diversa dalle altre leggi, è la legge delle leggi,
quella che detta le regole del gioco, la base della convivenza civile e del
perseguimento del bene comune. Queste regole di base non sono state osservate
nella complessa revisione costituzionale elaborata dal centro-destra e bocciata
dal referendum costituzionale del giugno 2006.
Destava sospetti già la procedura seguita. Anche nella vicina Svizzera,
patria della democrazia diretta, vige la regola di sottoporre a giudizio popolare
soltanto un quesito per volta, singolo, specifico, semplice. Se i quesiti sono
complessi i cittadini possono trovare difficoltà a rispondere; se molteplici,
potrebbero essere favorevoli ad alcuni e contrari ad altri. Nel referendum italiano,
che prevedeva la revisione di più di 50 articoli della costituzione,
c’era certamente qualche aspetto positivo, ma forse usato come specchio
d’allodole per nasconderne altri problematici. In ogni caso dovevano essere
accettati o respinti in blocco: prendere o lasciare. Cosa in realtà interessava
far passare? Anzitutto il premierato forte, sulla base di principi di efficienza
aziendalistica. Oltre al potere di scegliere e cambiare i ministri a suo arbitrio,
al premier veniva conferito anche quello di sciogliere le camere: una concentrazione
di poteri che, oltre ad essere fonte di servilismo, cortigianeria, qualunquismo,
aggressività, subordina il potere legislativo a quello esecutivo, violando
il principio fondamentale della divisione dei poteri. Pure confusa, probabile
fonte di infinite controversie e blocco di attività, era la divisione
di competenze legislative, oggi inesistente, tra i due rami del parlamento,
a loro volta intersecate con le competenze delle regioni. La legge Biagi ad
es. avrebbe dovuto essere “spacchettata” in tre tronconi, ciascuno
sottoposto ad un diverso procedimento di approvazione. Un'altra modifica profondamente
scorretta riguarda la composizione della Corte Costituzionale, che veniva in
pratica asservita alla maggioranza. Infine veniva facilitata la procedura di
modifica della costituzione, in modo che ogni maggioranza avrebbe potuto confezionarla
in base ai propri interessi.Esigenze di cambiamento
Quali modifiche sociali, intervenute nel sessantennio dalla sua promulgazione,
possono richiedere una revisione della nostra costituzione repubblicana? È
superfluo ricordare l’impatto socio politico e culturale della televisione,
introdotta nei primi decenni del periodo: ha portato una spettacolarizzazione
della vita, con l’esaltazione di ciò e di chi vi appare; di contro
si ha il sostanziale oblio di quanto difficilmente vi trova spazio: riflessione,
tradizioni, saggezza… Attraverso i film passano dalla tv importanti messaggi
di ordine etico e politico, oltre che di comportamento nei confronti dei consumi.
Presto imprenditori “furbi” hanno compreso l’importanza di
potersi appropriare del controllo sulle reti televisive e la potenza di convinzione
che vi poteva acquisire la pubblicità. Questa potenza, per inciso, è
anche all’origine del degrado culturale della televisione: trasmette sempre
più in funzione della pubblicità che può contenere e della
massima audience di persone che la possano recepire. Così i contenuti
sono sempre più frivoli e diseducativi, in un circolo vizioso. Si comprese
inoltre che pubblicizzare un dentifricio o lanciare un candidato alle elezioni
era la stessa cosa: bisogna tempestare la gente con quel nome, esso tornerà
alla mente di chi è nella cabina elettorale e alla fine vincerà.
Nella pubblicità vige anche il principio che una menzogna ripetuta 100
volte diventa verità, ripetuta 1000 volte diventa un dogma. Ecco dunque
come si apre la via per una subordinazione della politica all’economia,
o meglio al denaro: solo chi dispone di sostanziosi finanziamenti per intraprendere
capillari campagne pubblicitarie può essere eletto. Nello stesso modo
i politici devono spasmodicamente mettersi alla ricerca di finanziatori, che,
ovviamente richiederanno una contropartita nell’attività politica.
È evidente il rischio di una deriva plutocratica della democrazia.
Emergenza lavoro. La globalizzazione dell’economia è un’altra
importante modifica, intervenuta negli ultimi decenni, che ha ulteriormente
moltiplicato il potere dell’economia sulla politica. I progressi elettronici
nelle comunicazioni, come internet, hanno quasi annullato le distanze geografiche.
Le imprese possono rapidamente spostare i capitali per investire dove trovano
maggiore convenienza, condizionando poteri politici e lavoratori col ricatto
della “delocalizzazione”. Si diffondono così la disoccupazione
e la precarizzazione del lavoro, alimentate anche da un altro importante fattore:
la “finanziarizzazione” dell’economia: se con la speculazione
finanziaria è possibile guadagnare rapidamente molti soldi, perché
mai si dovrebbe investire, assumere dipendenti e impegnarsi faticosamente nelle
attività produttive? Le scorciatoie dei “furbetti” hanno
un importante impatto etico: danno un esempio negativo a chi invece sarebbe
disposto ad impegnarsi in oneste attività tradizionali. Se davvero il
nostro paese fosse “una repubblica basata sul lavoro” ben altre
preoccupazioni avrebbe riservato a questa nuova emergenza sociale: un lavoro
sempre più scarso e precario.
Emergenza clima. Il modello di sviluppo seguito dall’occidente è
fortemente consumista, specie di energia fossile. Esso è stato adottato
in tutto il mondo e di recente colossi come la Cina e l’India lo stanno
percorrendo con tassi elevatissimi di crescita. Il CO2 e gli altri gas serra
furono sottratti dall’atmosfera nel corso dei milioni di anni delle ere
geologiche e conservati nel sottosuolo, perché il mondo diventasse abitabile
per l’uomo. Oggi i fossili che li contengono vengono estratti, bruciati
e i gas serra rigettati nell’atmosfera, che rischia di ritornare al clima
dei dinosauri. Il rischio di raggiungere il punto di non ritorno, sempre più
spesso paventato dagli scienziati, viene continuamente minimizzato da quei politici,
come il presidente Bush, eletto grazie ai finanziamenti dei petrolieri. I loro
interessi particolari infatti spingono ad opporsi sia a misure di contenimento,
previste dal protocollo di Kyoto, sia allo sviluppo delle fonti alternative.
Emergenza etica. I brevi cenni precedenti sui problemi del lavoro e del clima
lasciano intendere una paurosa carenza di etica pubblica. Un vertice di questa
carenza può essere indicato quando il presidente Berlusconi si è
permesso di insultare (col volgare epiteto di coglione) chi non si preoccupa
soltanto dei propri interessi egoistici. Di solito quando si parla di etica
si pensa subito all’etica privata, individuale: sesso, famiglia, procreazione…
L’etica pubblica è quasi scomparsa dal nostro linguaggio. Non era
così per i padri costituenti, appena usciti dagli orrori della guerra
e della tirannia: erano animati da una forte tensione ideale, spesso maturata
nella resistenza, per superare le divisioni e accingersi alla ricostruzione.
Per questo la nostra costituzione è ricca di richiami ideali e preoccupazione
per il bene comune. Ma come mai si è avuta questa involuzione, questo
rifugiarsi nel privato? Il benessere raggiunto può essere una parziale
ma insufficiente spiegazione. Bisogna rifarsi anche a modelli sociologici, economici,
mediatici. Ad es. il modello del Far West, esportato in tutto il mondo dai film
americani, presumeva un’indefinita disponibilità di risorse da
privatizzare (terra, acqua, energia...), un uso individuale della violenza ecc.
Sul piano della teoria economica, dopo il crollo del socialismo reale, si è
affermata sempre più, fino ad essere considerata l’unica via possibile,
l’idea liberista secondo cui il bene comune deriva automaticamente dalla
ricerca del bene privato, sommata alla convinzione che quest’ultimo coincide
col massimo profitto. Pertanto non si dovrebbe prestare alcuna preoccupazione
per il bene comune. Ben diversa è stata nella storia la posizione di
chi ha iniziato a riflettere sui problemi economici. Tra questi si può
ricordare nel nostro paese la scuola dei seguaci di Francesco d’Assisi.
Studiando come conciliare la povertà evangelica e l’incipiente
sviluppo mercantile, teorizzarono come soluzione la “circolazione”
del denaro al posto della diffusa tesaurizzazione e appunto la tensione verso
il bene comune delle attività produttive (si parlava di economia civile).
Anche per il bene comune viene teorizzata una sorta di circolazione, nel senso
che con le attività economiche si deve dare il buon esempio di etica
pubblica: esattamente il contrario di quello che avviene oggi con la speculazione
e le altre attività che inquinano la convivenza civile. Anche la chiesa
italiana non sembra preoccupata di questa carenza di etica pubblica, degli effetti
disastrosi che in Italia e nel mondo derivano dall’appropriazione privatistica
di beni comuni (acqua, aria, risorse genetiche, tradizioni…) e dall’idolatria
liberista del denaro: sembra accontentarsi del “piatto di lenticchie”
del finanziamento alla scuola privata e rinunciare alla funzione profetica di
denunciare i grandi mali dell’umanità, come fece Francesco agli
albori del capitalismo.
In definitiva da questa rapidissima analisi dei cambiamenti intervenuti durante
il sessantennio della costituzione repubblicana, sembra dover anzitutto rammentare
la profonda modifica negli assetti di potere. Sembra innegabile che accanto
ai tre tradizionali poteri in cui si può articolare uno stato –
legislativo, esecutivo e giudiziario – il sessantennio trascorso abbia
visto il sorgere prepotente di un quarto super potere: quello economico-mediatico,
capace, di fatto, di interferire su ogni altro potere. Può influire infatti
non soltanto sui comportamenti elettorali e di consumo, ma persino sulla cultura
e sull’etica corrente: la spaventosa carenza di etica pubblica, ad es.,
non piove dal cielo, ma è la conseguenza dell’azione capillare
di questo super potere, dei modelli di vita che propone. Così vanno affrontati
con priorità i problemi della prevaricazione degli interessi particolari
su quelli generali, l’appropriazione o privatizzazione di beni comuni
(la stessa costituzione è un bene comune e qualcuno sembra aver voluto
appropriarsene), la cancellazione di ogni manifestazione o esempio di etica
pubblica. Vanno affrontate le tre emergenze sopra indicate, del lavoro, del
clima e soprattutto di ciò che sta alla base, cioè l’etica
pubblica.Rischio persistente
Torniamo alla vicenda del tentativo di modificare la costituzione, per tracciarne
un giudizio e trarne un insegnamento. I quanto meno improvvisati riformatori
costituzionali del centro-destra si sono mossi in una direzione lontana, se
non opposta, a quelle sopra indicate. Per quanto riguarda il problema del potere,
della sua divisione, della creazione di contropoteri, la direzione è
totalmente opposta. Già da tempo era stata segnalata una anomala e pericolosa
concentrazione del potere nelle mani del presidente Berlusconi: il potere esecutivo,
il potere legislativo, il potere mediatico e, per fortuna, soltanto parte del
potere economico e di quello giudiziario. Se avesse vinto le elezioni e fossero
passate le sue modifiche costituzionali – cioè se avesse potuto
“investire” una quantità maggiore di risorse finanziarie
e fisiche nel marketing elettorale – oggi ci troveremmo col parlamento
e la Corte costituzionale totalmente al suo servizio: una vera e propria nuova
forma di dittatura mediatica e plutocratica. Quello che è importante
sottolineare è che quanto per fortuna non è accaduto potrebbe
ripetersi presto perché permangono tutte le condizioni che già
hanno portato all’orlo di questa deriva.
Che fare? Già mezzo secolo fa il filosofo Romano Guardini aveva diagnosticato
nel mondo moderno la crescita sproporzionata del potere (in senso generale:
sulla natura e sugli altri uomini), sostenendo che l’unica difesa radicale
è la crescita dell’educazione e della cultura. Diventa estremamente
necessaria una forte spinta in questa direzione, magari indicandola tra le nuove
priorità costituzionali. Una maggiore educazione e cultura, infatti avrebbe
anche essenziali ricadute positive in quasi tutti i settori: economia, salute,
competitività, consumi, ambiente… Inoltre una nuova costituzione
dovrebbe predisporre o potenziare organismi di controllo per sanzionare ogni
forma di comportamento – ovunque si possa manifestare – contrario
al bene comune, agli ideali e agli obiettivi della costituzione. Dovrebbe essere
garantito il pluralismo culturale e una sostanziale par condicio delle diverse
posizioni ideologiche. Un rigido controllo e una fortissima tassazione dovrebbero
essere introdotti nella pubblicità, non appena ci si renda conto del
potenziale eversivo e di violenza che contiene. Quello che timidamente si è
iniziato per la pubblicità sul fumo, dovrebbe essere esteso e potenziato
anche per quei consumi superflui che comportano sprechi di energia, inquinamento,
effetto serra. Si dirà che simili misure ledono la libertà: ma
quando si comprenderà che una libertà che viola l’interesse
generale è arbitrio?

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Impressioni dal Convegno di Calambrone
100 anni di Satyagraha - la forza della nonviolenza
Un secolo fa, l’11 settembre 1906, Gandhi “inventava” in
Sudafrica il Satyagraha, cioè il metodo di lotta nonviolenta tramite
la disobbedienza civile a una serie di leggi discriminanti nei confronti di
neri e indiani immigrati.
In questa occasione il Centro Gandhi di Pisa ha invitato tutte le organizzazioni
dell’area pacifista e della nonviolenza a un seminario di riflessione
a Calabrone. Oltre alla data anche il luogo forse era inconsapevolmente simbolico
per un seminario su pace, nonviolenza e prevenzione dei conflitti, dato che
si svolgeva tra Pisa e Livorno (città storicamente rivali), a pochissimi
chilometri dalla base militare statunitense di Camp Darby oltre che a pochi
metri (sic!) dalla base della Folgore, le forze speciali militari di paracadutisti
tra le più lontane dal mondo pacifista.
Il programma del seminario era molto ricco: si è parlato, in varie tavole
rotonde, di
Bioetica e nonviolenza
Nonviolenza delle donne
Difesa popolare nonviolenta, Servizio civile e Corpi Civili di Pace
Organizzazione del potere dal basso ed economia solidale
Nonviolenza e riforma delle religioni
Giustizia, pace e verità
Future edizioni dei quaderni Satyagraha
Tra i relatori c’era la crème de la crème della nonviolenza
italiana: il prof. Alberto L’Abate, Antonino Drago, padre Alex Zanotelli,
il buon Rocco Altieri, Enrico Peyretti, Nanni Salio del Centro Sereno Regis,
il nostro Gianni Tamino, l’on. Paolo Cacciari, il primo obiettore di coscienza
Alberto Trevisan, Mao Valpiana, oltre a rappresentanti dei Berretti Bianchi,
del Centro Gandhi chiaramente, redattori dei quaderni Satyagraha e tanti altri.
In tutto c’erano più di 250 persone, un gran bel successo.
Io ho deciso di concentrarmi sul tema dei Corpi Civili di Pace per scoprire
a che punto si era con la loro istituzione. I relatori presenti a Calambrone
rappresentavano infatti una buona parte del mondo associativo che porterà
avanti l’idea dei CCP, quindi l’esito del dibattito poteva essere
considerato molto significativo. Il risultato è stato però piuttosto
scoraggiante. Il quadro che ne è uscito è sostanzialmente di grande
confusione, di una situazione in cui moltissime organizzazioni fanno azioni
poco coordinate tra di loro e senza unità di intenti. Questa divisione
si riflette inevitabilmente sulla forza in cui l’associazionismo dell’area
pacifista e nonviolenta riesce ad incidere sul dibattito politico per l’istituzione
dei CCP.
Il lato positivo è che le associazioni presenti hanno dimostrato di continuare
mostrare interesse verso il dialogo interno e hanno riconosciuto la necessità
– o meglio, l’estrema urgenza – di ripensare il modo di procedere
per arrivare a mettere da parte molte divisioni ed agire in maniera più
unita. Ma la strada da percorrere è ancora molta, moltissima, e la mia
impressione è stata che si fosse sostanzialmente ancora in alto mare.
A posteriori non mi meraviglia che nel dibattito sulla missione italiana in
Libano non si sia fatta mai menzione a livello politico nazionale dell’eventualità
di un intervento altro rispetto a quello militare tradizionale.
Ho anche avuto l’impressione che il dibattito sui CCP si svolgesse in
un clima fortemente antimilitarista. Molti storcono il naso – per usare
un eufemismo – appena cade la parola “militari”, cosa che
considero un grave pregiudizio che limita le possibilità di azione dei
futuri CCP, se nascono in questo clima. In questo senso il fatto che –
come Salvatore ha illustrato – il corso per Operatori di Pace di Bolzano
fosse organizzato anche in collaborazione con gli Alpini deve aver fatto correre
un brivido di schifo lungo la schiena a più di un presente.
In sintesi è stato un seminario molto interessante se l’obiettivo
era di trovarsi e di riflettere sulla situazione del movimento nonviolento italiano.
Un’ottima occasione di ritrovo e di conoscenza reciproca, anche se forse
il livello dei vari dibattiti a volte è stato un po’ da iniziati,
svolti con un gergo difficilmente comprensibile a chi non fosse del ramo. A
mio avviso un limite su cui il mondo pacifista e nonviolento deve riflettere
se vuole evitare di fossilizzarsi sui “soliti noti” e aprirsi invece
ad un dibattito più ampio, capace di coinvolgere e motivare anche la
sciura casalinga di Voghera (per Sebastian: la persona comune).
Purtroppo l’incontro si è concluso senza che si riuscisse ad arrivare
ad un documento programmatico comune, una sorta di sintesi sui prossimi passi
da fare che dimostrasse che l’incontro è concretamente servito
a chiarire le idee, soprattutto per quanto riguarda la strategia futura da seguire
per i Corpi Civili di Pace. La sensazione, quindi, è stata di un fine
settimana in cui si è parlato molto ma “stretto” poco.
Nota organizzativa: mi è piaciuta molto al formula seguita. Due tavole
rotonde al mattino (tempi sforati ma pazienza, siamo in Italia del resto e i
retorici abbondano) con 3-4 relatori sul palco e brevissimo dibattito col pubblico.
I due temi venivano poi approfonditi separatamente nel pomeriggio in gruppi
di lavoro tematici. Come contorno un “laboratorio maieutico” al
giorno (non chiedetemi cos’è, credo una sorta di gruppo di dialogo).
Addirittura una sessione di meditazione, facoltativa, la sera. Programma del
sabato sera: danze popolari. Avutone sentore, Gabriel e il sottoscritto hanno
seguito l’istinto e se la sono squagliata in direzione di Pisa dopo cena,
evitando di essere “costretti” a insegnare balli tipici tirolesi
ai presenti.

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L’ attualità di Danilo Dolci e la progettazione dal basso
trent’anni dopo la Scuola sperimentale di Mirto in Sicilia
di Lorenzo Porta
La lunga esperienza di lavoro e attività che si è sviluppata attorno
al Centro Studi ed Iniziative di Partinico, fondato nel 1958 da Danilo Dolci
con il contributo di persone del luogo e di collaboratori sparsi in tutti i
continenti era l’approdo organizzativo di una intensa stagione di lotta,
cominciata nella Sicilia occidentale a Trappeto nel 1952, quel 14 ottobre in
cui egli con altri comincia un digiuno nel letto di un bimbo che era appena
morto per denutrizione. Fu quello un momento forte di denuncia che sollevò
le coscienze e costrinse le istituzioni a muoversi per la spinta che cresceva
dal basso tra i pescatori, i contadini, le donne del luogo. Il digiuno fu l’azione
che diede amplificazione alle vitali esigenze di quella gente che si saldarono
con la partecipazione di intellettuali critici e non proni di fronte all’apparato,
personalità della società civile, qualcuno delle istituzioni,
provenienti da molte parti del mondo. E così, a seguire, i digiuni che
facevano emergere le condizioni dei “bassi di Palermo”, Cortile
Cascino nel 1955, con la partecipazione di Alberto L’Abate e Goffredo
Fofi e la crescente partecipazione di giovani intellettuali, sociologi in erba
che venivano ad imparare come è possibile dotarsi di strumenti di lettura
della realtà per impostare una ricerca-azione volta alla sua trasformazione
partecipata. Erano gli anni della documentazione raccolta sul campo di Fare
presto e bene perché si muore ( 1954), delle inchieste che danno voce
ai senza voce di Banditi a Partinico (1955) e Inchiesta a Palermo ( 1957) fino
agli Atti del congresso sulle iniziative nazionali e locali per la piena occupazione
(1958) , cui parteciparono politici, sindacalisti, economisti, architetti di
diverso orientamento.
Denunce e progetto costruttivo: diritto all’acqua e alla cultura
La caratteristica fondamentale dell’intervento di Danilo Dolci, Lorenzo
Barbera, Franco Alasia e delle donne e gli uomini del gruppo di lavoro del Centro
Studi è quella di far convivere la denuncia forte dello sfruttamento
e dell’ingiustizia con la progettualità costruttiva. Il lavoro
di progettazione dal basso, basato sulla lettura dei bisogni dei singoli nella
collettività, e sull’organizzazione dei bisogni per la trasformazione
sociale, il metodo maieutico reciproco, appunto, ha dato vita a numerose iniziative,
due delle quali ancora ben visibili nella realtà della Sicilia occidentale.
La progettazione della diga sul fiume Jato, un invaso di 72 milioni di metri
cubi di acqua, che ha permesso l’inizio dell’irrigazione di novemila
ettari irrigabili nel 1971 dopo anni di impegno dal basso e di pressione sulle
istituzioni regionali e nazionali: uno dei pochi esempi del buon uso della Cassa
del Mezzogiorno. Attorno a questa realizzazione si formarono numerose cooperative
di piccoli coltivatori e lavoratori, ancora oggi attive, che hanno ridotto il
potere ricattatorio della mafia nella distribuzione dell’acqua e del lavoro
e nella riduzione in schiavitù culturale e materiale delle popolazioni
locali. Queste iniziative hanno attraversato il dramma del terremoto del Belice,
zona dove il Centro studi aveva già realizzato progetti di promozione
sociale e culturale. Durante il terremoto Lorenzo Barbera, che proveniva da
quelle zone, assunse anche in posizione autonoma dal Centro Studi di Partinico
la responsabilità della conduzione delle lotte per l’utilizzo dei
fondi alle zone terremotate nel corso degli anni ’70, che ebbero momenti
di fortissima mobilitazione a livello nazionale.
L’altro esempio è la fondazione a Mirto (1976) nella campagna di
Partinico di un Centro educativo sperimentale, che nella terminologia tradizionale
corrisponde ad una scuola. Ed a trentanni dalla sua fondazione sono stato invitato
a Palermo e Partinico insieme ad altri convenuti a riflettere sull’attualità
della proposta educativa di Danilo Dolci. Nella scuola, divenuta statale dai
primi anni ’90, il gruppo musicale coordinato da Chiara Dolci e da Amico
Dolci, composto da bambini di Palermo e dintorni ci ha proposto brani musicali
classici, canti corali, motivi popolari molto coivolgenti, che hanno suscitato
curiosità e domande da parte dei bambini di Mirto.
Mirto è una scuola in aperta campagna, costruita con criteri innovativi
nel corso della prima parte degli anni ’70. Da quella postazione vieni
attratto dal punto di fuga nell’orizzonte marino del Golfo di Castellamare
e capisci quanto la cura nella scelta di un luogo infonda energia a chi vi opera.
La scuola voleva rispondere inizialmente al bisogno delle famiglie di contadini
di affidare ad educatori i loro figli in età da nido e scuola materna.
Gli educatori hanno progressivamente cercato di coinvolgere i genitori nelle
scelte del Centro nel tentativo di superare la delega educativa compatibilmente
con i loro tempi di lavoro e di vita.
I criteri architettonici di costruzione delle scuola si fondano sul rapporto
continuo tra gli ambienti interni e la natura circostante. Infatti le aule hanno
porte in uscita verso il giardino e le finestre sono all’altezza del bimbo
seduto al banco proprio per stimolarlo a guardare fuori, come momento importante
dell’esplorazione, l’esatto contrario della tradizionale distrazione.
Anche i banchi sono costruiti per essere collegati tra loro a cerchio o ad esagono.
E’ stato costruito un anfiteatro nella roccia con una capienza di 600
posti, un’ottima acustica per spettacoli musicali e teatrali. E’
ancora lì presente, incastonato nella montagna che protegge la scuola
verso nord ovest, ma non è agibile, ora, perché non ancora omologato
alle vigenti leggi sulla sicurezza. Ai piccoli di età prescolare si sono
aggiunti nel tempo i bimbi delle elementari e delle medie fino ai 14 anni e
per lungo tempo è stata praticata l’educazione tra pari a partire
dagli interessi vivi dei bambini e dei ragazzi con l’educatore che fa
emergere gli interessi, collega i discorsi, aiuta a ricercare. La storia dell’esperienza
di Mirto è raccontata nel libro il Ponte screpolato, (1979, Ed. Stampatori,
Torino). Screpolato, il ponte, perché per arrivare alla scuola di Mirto
con il pulmino bisogna attraversare un ponticino pericolante al punto che un
giorno rischiano di cadere 21 bambini del Centro, due educatori e l’autista.
Era il 22 marzo 1977.
Mirto chiude e riaprirà dopo un anno. E in quell’anno è
un susseguirsi incessante di lotte, digiuni, petizioni, costruzioni di progetti
di rifacimento della strada e del ponte, realizzati con il tradizionale metodo
maieutico reciproco da tutti i membri del Centro e presentati alle autorità
istituzionali. Non c’è niente da fare a Montegrano?
Se leggete nel libro la cronistoria delle iniziative messe in atto dalle famiglie
per smuovere dal torpore e dalla protervia le istituzioni, per sventare le provocazioni,
provenienti da componenti clerico-fasciste, appoggiate dalla mafia per gettar
fango sull’iniziativa, vi domanderete dove è andato a finire lì
il presunto familismo amorale, che il noto sociologo e antropologo Edward Banfield
attribuiva alle classi subalterne meridionali, a partire dalla sua ricerca sul
campo nella metà degli anni ’50 a Montegrano, nome fittizio che
stava per Chiaromonte, un paese della Lucania. Nell’edizione del 1976,
corredata di commenti a più voci, del suo libro, Le basi morali di una
società arretrata ( Il Mulino, 1976) proprio Danilo Dolci, citato da
Domenico De Masi nell’introduzione, ribalta le conclusioni di Banfield.
Egli sostiene che non è vero che non c’è niente da fare
a Montegrano e nelle tante Montegrano del sud, non è vero che c’è
una immodificabile repulsione alla vità associativa. In realtà
c’è molto da fare a Montegrano e lo dimostrano le risposte che
hanno saputo dare le persone coinvolte nella Sicilia dove ha operato Danilo
a partire da quegli anni.
Ma già Carlo Levi, ( Cristo si è fermato ad Eboli, 1946 e successive
edizioni) grande sostenitore delle iniziative dolciane, (Le parole sono pietre,
ed Einaudi, 1955) aveva capito nel periodo più fosco della dittatura
fascista che, se quelle masse subalterne percepiscono una possibilità
alternativa concreta alla vita, a cui sono condannate dall’ordine costituito,
allora si accendono le energie creative e trasformative. Quando al confino di
Gagliano in Lucania si era avvicinato con forte empatia ad un contadino morente
per cercare di salvarlo, lui, medico che non esercitava da tempo, subito si
accorge che donne e uomini del paese percepiscono nel suo sguardo una distanza
abissale dallo quello sprezzante e stigmatizzante con cui i due medici del luogo
e i notabili tutti li guardavano. La realtà che vediamo non è
una realtà data una volta per tutte. Essa è frutto di una e molteplici
interazioni. Una ricerca critica diventa azione proprio nel momento in cui il
ricercatore sa di interagire con gli “oggetti” della ricerca e sottopone
a riflessione il suo sguardo osservatore. Quello sguardo può essere espressione
di una consapevole ricerca di un contesto mutualmente accettabile, ispirato
ad obiettivi che possono avvicinare il ricercatore e le persone coinvolte. Oggi:
le iniziative del Centro per lo sviluppo creativo
Come dicevo Mirto è oggi una scuola statale, nei primi anni ’90
Danilo Dolci, dopo molti anni di sperimentazione e di autogestione ( il Centro
Studi ed iniziative si è trasformato intanto nell’attuale Centro
per lo sviluppo creativo) decide di vendere gli edifici al Comune e di affidare
l’insegnamento alla Pubblica istruzione. In questo passaggio alcune caratteristiche
logistiche qualificanti della scuola e lo spirito propulsivo della fase sperimentale
si sono un po’ trasformati di fronte alle contingenze. Tuttavia alcuni
insegnanti del periodo autogestito sono ancora in attività.
Da quegli anni lo sforzo del nuovo Centro, fondato con la collaboratrice José
Martinetti, è stato quello di diffondere nelle scuole di diverse parti
del mondo, nei luoghi di lavoro, nelle università e sul territorio il
metodo maieutico reciproco di costruzione progettuale dal basso. Il Centro si
avvale della collaborazione di volontari in servizio civile. Con il Centro collabora
il CE.S.I.E. che coinvolge giovani di molti paesi dell’Europa e dei paesi
del Vicino Oriente e Nord Africa che si affacciano sul Mediterraneo in progetti
di scambio culturale. Nel confronto con gli altri convenuti ci siamo chiesti
come unire i nostri lavori, che avevano avuto un momento di coagulo già
nel convegno pisano del febbraio–marzo scorso: “Danilo Dolci: Progettare
il futuro”, in un andamento corale come le musiche che i bambini di Chiara
ci hanno fatto ascoltare. Giuseppe Barone, autore di una bellissima bio-bibliografia
di Dolci e su Dolci (La Forza della nonviolenza, Ed. Libreria Dante e Descartes,
Napoli, 2000) ha coordinato i nostri incontri con gli studenti del Liceo-classico
“Garibaldi” di Palermo, che da anni svolgono laboratori maieutici.
Poi abbiamo avuto momenti di confronto con le volontarie e i volontari internazionali
e nazionali che collaborano con il Centro, alla presenza del sindaco e di alcuni
assessori del Comune di Partinico. Molto interessante è stata la relazione
di Pasquale Beneduce dell’Università di Cassino che ci ha illustrato
i rapporti di polizia su Dolci, nel corso degli anni ’50, fino alle relazioni
giunte negli uffici dell’allora Ministro degli Interni, Scelba, quando
era primo ministro Tambroni. Da quelle informative emerge quanto fosse grande
il desiderio che Dolci si schierasse esplicitamente con i comunisti, poiché
dalle sue posizioni autonome, di libero religioso, attuava programmi di socialismo
sostanziale. Il meccanismo dell’etichettamento stigmatizzante non funziona
e allora viene accentuato il profilo di un Dolci, più santone che uomo,
strano nella scelta delle sue pratiche, i digiuni, vicino ad ambienti protestanti
( Tullio Vinay), vincitore del premio “Stalin”, ( era il premio
Lenin). Elemento catalizzatore di persone e personalità da molte parti
del mondo aveva favorito nel Centro quel clima di “promiscuità”
con chiara allusione ai costumi sessuali. Nel processo per la pubblicazione
di Banditi a Partinico verranno incriminate quelle testimonianze biografiche
di giovani che comunicano le loro attività sessuali. Insomma era buona
norma enfatizzare quest’aura di stranezza e ambiguità attorno al
personaggio per depotenziarne il messaggio e ridurne fortemente la diffusione.
La televisione entrava allora nelle case degli italiani.
Rocco Altieri, docente al Corso di Laurea di Scienze per la Pace dell’Università
di Pisa ha fornito spunti sulle esperienze di scuola critica e di costruzione
di pratiche non autoritarie nell’apprendimento e ha sottolineato l’attualità
di Dolci soprattutto a partire dal suo metodo della partecipazione attiva e
del progetto costruttivo. L’analisi del rapporto tra Aldo Capitini e Dolci
troverà spazio nel suo intervento scritto che oguno dei convenuti si
è impegnato a realizzare al più presto. Egli ha colto questa occasione
per lanciare un’iniziativa a vasto raggio per l’11 settembre 2006,
data in cui ricorre il centenario del lancio della prima campagna di disobbedienza
civile organizzata da Gandhi in Sudafrica secondo linee nonviolente ( satyagraha,
ovvero forza della verità, verità in azione). Tre giorni di incontro
a Pisa per costruire una rete capace di far crescere l’alternativa nonviolenta.
Quanto a me ho già accennato in queste righe ai temi della ricerca-azione
confrontata con la ricerca tradizionale, allo studio di Banfield e al concetto
di familismo amorale. Ho presentato il lavoro che svolgo da anni con i giovani
delle scuole superiori di scrittura autobiografica, ispirato al metodo maieutico
reciproco. Ho cercato di mettere a fuoco analogie e differenze tra gruppi intenzionali
che si pongono sul terreno della progettazione maieutica e il lavoro nelle scuole
istituzionalizzate, dove la progettazione maieutica può diventare il
punto di arrivo di un percorso che dal momento della scrittura individuale,
riservato e svincolato da qualsiasi valutazione, giunge all’analisi dei
condizionamenti principali e alle vie di trasformazione di tali condizionamenti.
Fornisco qui solo alcuni dati descrittivi sui quali ci siamo ripromessi di tornare
per meglio impostare un processo di trasformazione. Evidenti sono i cambiamenti
strutturali nella composizione sociale della realtà del Sud: contrazione
della forza lavoro agricola negli ultimi trentanni, (dal 20% al 4,9% a livello
nazionale, al Sud gli occupati nel settore sono all’8,5%, Istat, 1971-2003),
aumento del terziario e riduzione dell’industria, forte presenza dei migranti
stagionali in agricoltura, a tempo determinato e in situazione clandestina.
Il tasso di inoccupazione (diverso dalla disoccupazione) che vede l’Italia
ai livelli più alti nell’UE interessa maggiormente le donne ed
è più alto al Sud. La Sicilia ha anche una presenza di aziende
ad agricoltura biologica tra le più alte in Italia, ma anche una percentuale
di riciclaggio dei rifiuti tra le più basse d’Italia, con affari
illeciti sullo smaltimento ( ecomafie).
Sul versante scolastico è importante sottolineare al centro-sud un livello
di scolarizzazione femminile in crescita e sensibilmente più alto di
quello maschile, dalla fine degli anni ’90 ( per quanto riguarda l’Università)
con risultati migliori sul versante femminile, ( nelle scuole superiori) ma
una forte penalizzazione di queste ultime sul piano dell’entrata nel mondo
del lavoro. La Sicilia è tra le ultime Regioni per allievi e per corsi
di istruzione professionale nel triennio 2003-2006, mentre ha una presenza forte
nei programmi avviati di alternanza scuola-lavoro nel ciclo di istruzione superiore,
anche se le iniziative coinvolgono un ristretto numero di studenti ( 20.000
in tutta Italia). Forte è la richiesta di formazione tra gli adulti,
al cui interno è cospicua la presenza di immigrati, la Sicilia e il Sud
complessivamente vedono una presenza di corsi e di iscritti elevata quanto il
Nord est dell’Italia, a cui non corrisponde una proporzionale entrata
nel mercato del lavoro. Ancora alto è il tasso di bocciature al Sud e
di abbandono dei percorsi scolastici.
Dai dati Eurostat (2002-2004) si evince che il 23,5 % dei ragazzi italiani tra
i 18-24 anni non ha conseguito un diploma e non ha seguito corsi di studi alternativi
(UE 25). Il 24 % dei ragazzi italiani di 15 anni ha problemi di lettura, un
dato tra i più alti dell’Europa ( Fonte: Program for International
Student Assessment, UE 11, 2003).
Danilo Dolci diceva che lo sforzo per il miglioramento dell’ambito educativo
nella società è importante come lo studio della cura dei tumori.
Ci siamo anche chiesti se questa creazione di reti sociali per l’estensione
della pratica maieutica nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle università
non siano fondamentali per la ripresa di una democrazia sostanziale, che è
raramente praticata nelle diverse articolazioni della società civile,
anche se sale una richiesta di partecipazione da molti giovani che si vogliono
riappropriare di una memoria storica attraverso esperienze concrete di incontro
e di attività diretta. Le più moderne tecniche di comunicazione
possono servire a rafforzare tali esperienze senza forme illusorie di partecipazione
virtuale, mediatica. Ci siamo chiesti anche se questa creazione di reti sociali
di porzioni di società civile organizzata, internazionalmente collegate,
non abbiano in sé quei requisiti necessari per poter giungere a realizzare
quell’aggiunta fondamentale di sperimentazione di forme di difesa non
armata, così importanti in questo nostro tempo.
* sociologia dell’educazione alla pace – Univ. di Firenze.
Siti utili per conoscere le attività animate da D. Dolci:
www.danilodolci.toscana.it www.Danilodolci.net
Per la produzione filmica sulle attività di Dolci e del Centro: www.koinefilm.it

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Una forza piu' potente – Scheda didattica
Didattica con i video di “Una forza più potente”
Un’esperienza di apprendimento cooperativo a partire dai video sulle lotte
nonviolente del ‘900
a cura di Luca Giusti
Chi ha avuto modo di leggere negli scorsi numeri della rivista gli articoli
sulla serie video “Una forza più potente”, avrà forse
notato alcuni tratti comuni:
la scansione temporale riportata a lato
il contesto spaziale sintetizzato in una cartina
le parole chiave ricorrenti grassettate
Tale omogeneità di impaginazione si proponeva di evidenziare i tratti
comuni dietro a casi di successo, tanto più significativi alla luce della
grande varietà dei contesti e dei differenti gradi di consapevolezza
nell’adesione al metodo nonviolento.
India-Inghilterra
(Colonialismo)
INVASIONI
STRANIERE
Danimarca-Germania
(nazismo)
Polonia
(governo filo sovietico)
GOVERNI
AUTORITARI
Cile
(dittatura militare)
Nashville - USA
(segregazione)
DIRITTI
CIVILI
Porth Elizabeth –Sud Africa
(apartheid)
Tav. 1 Varietà di contesti…
Rimandando all’elenco di libri sul retro di copertina chi desiderasse
verificare come molte delle suddette parole-chiave si trovino nei testi che
hanno provato a schematizzare queste prassi, ve ne proponiamo alcune tra quelle
rilevate come ricorrenti nei nostri casi:
progetto costruttivo, non cooperazione, disobbedienza civile, costruire alleanze,
capacita di negoziare, rompere il fronte degli avversari, spiazzare gli avversari,
mantenere l’iniziativa, costruire la comunità che resiste, mobilitazione
mediatica, protezione delle vittime, consapevolezza dello sfruttamento, forme
di organizzazione della lotta, leadership diffusa, preparazione personale e
lavoro su di sè (formazione), pedagogia della lotta nonviolenta, disciplina
nella lotta, l’organizzazione del gruppo di azione diretta nonviolenta,
istruzioni per chi lotta, preparare la lotta, una west point della nonviolenza,
darsi una piattaforma, governare le emozioni (rabbia), organizzare la società
civile, allenarsi a governare il futuro, sopportare le sanzioni (repressione),
farsi riconoscere (divise), mobilitare le terze parti, uso dei simboli, forme
di spiazzamento ruolo dei produttori di coscienza (chiesa, sindacato, media),
condividere visioni di futuro con avversari, cogliere le opportunità.
Tav.2 … ricorrenza delle dinamiche chiave
Forse già questi primi accenni sui contenuti possono suggerire la gran
varietà di dinamiche didattiche attivabili al termine delle proiezioni;
è comunque bene sottolineare il valore di questi materiali anche su un
piano tecnico:
il valore documentario dei filmati, poco noti, originalissimi e capaci di avvicinare
a noi movimenti lontani nello spazio e nel tempo
l’inusuale qualità video e audio, che consiglia di amplificare
su grande schermo il valore emotivo dell’esperienza
Materiale suggestivo dunque, che non annoia lo spettatore ma semmai lo fa incorrere
nel rischio di passività insito nel supporto audiovisivo.
E’ proprio per questo –e veniamo allo specifico dell’articolo-
che abbiamo provato ad amplificare ulteriormente il grande potenziale didattico
di questi materiali, sviluppando e sperimentando attività di gruppo che
riconducessero le molte emozioni e domande che i video suscitano, sul piano
del lavoro di gruppo in contesto scolastico e di apprendimento cooperativo per
gruppi di base.
Vi proponiamo di seguito, così come li abbiamo appuntati, alcuni “fogli
di lavoro” raccolti In due anni di lavoro formativo, nell’ambito
dell’Istituto Sereno Regis di Torino, operando con tre principali tipologie
di gruppi:
gruppi di base orientati all'azione nonviolenta
gruppi di studenti, in dinamiche d’aula
gruppi di insegnanti orientati all’uso dei materiali
1.Gruppi di base
Ecco un possibile canovaccio per stimolare la partecipazione e l’interesse
dei partecipanti secondo le loro affinità:
1.Introduzione ai concetti fondamentali: violenza, nonviolenza, lotta, strategia
2.Inquadramento storico del filmato
3.Visione del filmato
4.Brainstorming sulle caratteristiche di una lotta nonviolenta
5.Distribuzione sul pavimento di 5-8 parole chiave che il filmato tratta (a
cura del conduttore) integrata da parole chiave che emergono dal brainstorming
6.I partecipanti sono invitati ad avvicinarsi alla parola che più li
interessa
7.Si formano così dei gruppi di affinità (da 2 a 5 persone). Se
ci sono persone che non hanno trovato altri con cui condividere l’argomento,
viene chiesto di avvicinarsi a qualche altro argomento con l’attenzione
a mettere a fuoco la loro sensibilità nell’altro gruppo
8.A ogni gruppo viene data una scheda, per offrire un momento di confronto con
studiosi che hanno affrontato l’argomento. La consegna del gruppo è
di studiare la scheda e sviluppare il proprio pensiero sul tema scelto, presentandolo
poi attraverso uno speaker, mettendo cura a non perdere i diversi punti di vista.
Una buona fonte da cui ricavare le suddette schede è il terzo volune
di Politica dell’azione nonviolenta, la dinamica di Gene Sharp, da cui
segnaliamo: a) fattori che determinano l’esito delle lotte nonviolente
(pagg. 311-313); b) spostare i rapporti di potere (pagg. 218-219); c) fattori
che determinano l’impatto sulle terze parti (pagg. 188-189); d) affrontare
il potere dell’avversario (pagg. 12-13); e) fare nascere dissenso, opposizione
nel fronte dell’avversario (pagg. 191-193)
9.una volta terminate le presentazioni, viene fatta una Valutazione di fine
lavoro:
- cosa significa cambiamento? (nelle relazioni, negli obiettivi, nei mezzi)
- cosa è necessario in Italia per andare in questa direzione? (quali
ostacoli da superare, cosa facilita, quali sono i nostri punti di forza),
- come si giustifica il potere?
- come si delegittima?
- come si coltiva la cittadinanza attiva?
- come si costruisce un potere diffuso nella società?
-quale relazione tra sviluppo del potere popolare (people power) e la cultura
della leadership, sia del punto di vista dei leader, che dei non leader?
- Come ci siamo trovati nei gruppi e tra i gruppi? Come sono praticabili e praticate
alcune caratteristiche della lotta nonviolenta presenti nella vita dei gruppi?
(Competenze sociali tipo: comunicazione, problem solving, processi decisionali,
negoziazione, leadership diffusa).
E’ importante precisare che in tutto questo processo il conduttore è
presente ma rimane sullo sfondo:
prepara le schede
verifica che tutto funzioni bene
recupera eventuali fraintendimenti
fa da garante che l’apprendimento sia massimo per ciascuno secondo le
proprie necessità
Concludendo, a dimostrazione che lo spazio e il potere di cambiare è
già qui e ora, nelle nostre mani, il percorso ci ha permesso di sperimentare
insieme alcune fondamentali caratteristiche delle lotte nonviolente: fiducia
all’altro, aiuto reciproco, organizzazione per gruppi di affinità,
leadership diffusa, partecipazione di tutti secondo proprie modalità.
Alle considerazioni fin qui esposte, che rimangono valide in generale per dinamiche
di apprendimento cooperativo, affianchiamo di seguito alcuni obiettivi specifici
degli altri due tipi di gruppo con cui abbiamo fin qui lavorato.
2.Gruppi di studenti
a.medie inferiori: portarli a conoscenza di un’altra storia che non viene
raccontata.
b.medie superiori: approfondimenti su tecniche, dinamiche e altri aspetti come:
- pratiche affini usate da realtà che non si dichiarano nonviolente (es.
movimenti sindacali, delle donne)
- articolarsi dell’esperienza su diversi livelli: individuale, collettivo,
politico e religioso
- differente durata degli obiettivi: breve, medio e lungo termine
- ruolo svolto dalle così dette doppie p: primato della politica, politiche
di pace, people power
3.Gruppi di insegnanti
Aiutare a riportare quanto visto a temi vicini, contrastando la tendenza a “allontanarlo”
(si da noi, però …):
La violenza nel contesto scolastico
Violenza/nonviolenza nelle guerre di liberazione
Nonviolenza e religioni (mussulmani, buddisti...).
Giorgio Barazza

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EDUCAZIONE
A cura di Pasquale Pugliese
Il teatro dell’oppresso come strumento di educazione alla pace
Il TdO
Il Teatro dell’Oppresso è un metodo iniziato circa 50 anni fa in
Brasile e divulgato in tutto il mondo; è poi cresciuto adattandosi alle
varie realtà culturali e a svariate applicazioni.
La storia del TdO è la storia di sfide di fronte a cui il suo creatore,
Augusto Boal e chi lo ha seguito nel cammino, hanno dovuto adattare il metodo
e inventare delle nuove tecniche e percorsi.
In sintesi l’idea centrale di questo teatro è di usare il linguaggio
teatrale per conoscere e trasformare le realtà oppressive quotidiane,
piccole e grandi, aiutando la liberazione collettiva nello spirito del pedagogista
brasiliano Paulo Freire.
Un teatro basato sull’idea che “tutti possono fare teatro…
anche gli attori…” (Augusto Boal) per dire che l’uomo “è”
teatro, prima ancora di farlo, perché ha la capacità di vedersi
in azione, di essere consapevole delle sue azioni e di avere coscienza di questa
consapevolezza.
L’EaP
L’educazione alla pace ha avuto un grande sviluppo in Italia a seguito
dei primi training nonviolenti di ispirazione nordeuropea e nordamericana, negli
anni ’80; si è poi arricchita di molte sfumature psicopedagogiche
e esperienze pratiche nella scuola e fuori di essa.
L’Educazione alla Pace ispirata alla nonviolenza ha lavorato sulla competenza
al conflitto, sulle strategie, sulle abilità di base per gestire costruttivamente,
su abilità e atteggiamenti adatti e coerenti, secondo prospettive pedagogiche,
psicologiche, filosofiche e politiche diverse, ma accomunate dalla convinzione
che ci si può educare a prevenire la degenerazione distruttiva dei conflitti.Un
connubio interessante
Io credo che al di là dell’uso di singole tecniche, l’impianto
generale di lavoro del TdO di Boal sia quanto mai attuale e utile nell’educazione
alla pace, per una serie di motivi che sinteticamente cito:
1)la ricerca delle oppressioni a partire dall’analisi del quotidiano e
dalla percezione individuale dei vissuti, ma svolta collettivamente, è
il perno del TdO, ciò che lo differenzia da altri usi del teatro (catartici,
espressivi, ideologici, ecc.). Questo approccio specifico aggiunge all’educazione
alla pace una dimensione attiva nel cambiamento della realtà. Credo che
per fare questo il TdO debba innestarsi con la Nonviolenza, nel senso di andare
oltre la percezione del nemico diretto, per scoprire i meccanismi nascosti delle
oppressioni che generano possibili conflitti.
2)L’unione del lavoro intellettuale, emotivo e corporeo rafforza le capacità
di gestione dei conflitti laddove evita gli intellettualismi o gli attivismi
fini a se stessi. Il TdO bilancia in vari momenti e in diverse tecniche mente,
corpo ed emozione e permette un’esplorazione globale del conflitto o delle
situazioni di malessere pre conflittuali. Le persone sono così più
consapevoli dei diversi livelli in cui sperimentano il conflitto e dei diversi
canali utilizzabili per la sua gestione.
3)La spinta ad agire per cambiare le situazioni che non ci piacciono porta i
partecipanti ad affrontare prove e relazioni difficili che a volte cerchiamo
di dimenticare o accantonare. Il sostegno del collettivo facilita questo, così
come l’immaginare soluzioni e lo sperimentarsi in altre modalità
di essere.
4)L’aspetto rituale del Teatro-Forum, una forma spettacolare in cui il
pubblico interviene in scena a cercare soluzioni possibili, è un forte
rituale se giocato in spazi pubblici e su conflitti reali. Esso permette alle
persone di trovare un’atmosfera extra-quotidiana ma su un tema a loro
vicino, di sentire aprirsi possibilità inedite di azione, la possibilità
di sperimentare cambiamenti in situazione protetta dal rituale teatrale. In
casi estremi, quando il conflitto vede i contendenti ambedue presenti in platea
o in piazza, il rituale può essere utile a trattenere le risposte distruttive,
convogliando le energie attivate nel gioco teatrale di ricerca di soluzioni.
Gli attori e il conduttore (Jolly) devono essere molto competenti e capaci di
contenere le fuoriuscite dal rituale, salvo non si reputi utile stravolgerlo
per un obiettivo chiaro e costruttivo.
In sintesi, sia il laboratorio con un piccolo gruppo che lo spettacolo di piazza
su un conflitto aperto, possono essere strumenti di educazione alla convivenza,
alla pace, al rispetto reciproco, alla gestione dei conflitti. Serve per questo
una formazione adeguata, soprattutto per gestire le fasi emotivamente più
delicate, i passaggi più problematici.
Se ben usato il TdO apporta un valore aggiunto all’EaP e diventa uno strumento
di connessione tra individuo-gruppo-società, tra mente-corpo-emozione,
tra vissuto individuale e solidarietà, tra azione trasformatrice su di
sé e sul mondo.
Roberto Mazzini
Per ulteriori approfondimenti consultare il sito di Giolli (www.giolli.it) e
quello dell’associazione internazionale ITOO (www.theatreoftheoppressed.org).

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DISARMO
A cura di Massimiliano Pilati
Santa Beretta proteggici tu !
Abito a Lavis, un Comune del Trentino di 8000 abitanti dove recentemente si
è deciso di armare la polizia municipale per l’espletamento del
servizio notturno.
Siamo una borgata tranquilla e, nonostante in molti ci considerino un potenziale
paese dormitorio della vicinissima Trento, non ci sono, a mio giudizio, particolari
problemi di criminalità.
Per questo sono rimasto basito quando, passando accanto alla bacheca degli annunci
del Comune, vi ho letto che all’ordine del giorno del Consiglio Comunale
del 1° giugno vi era la proposta di dotare di armi la polizia municipale
per il servizio notturno. Perplesso sull’impellente necessità di
dotare i nostri vigili di pistole ho svolto una breve ricerca sulla situazione
delle polizie municipali nelle varie città d’Italia. Ho scoperto
uno spaccato a me finora ignoto dove sembra che regni sovrana la confusione.
Città di decine di migliaia di abitanti con i vigili armati solo di taccuino
e penna e, al contrario, paesini di poche anime con la municipalità agguerrita
di giorno e notte. Al di là di significative e non trascurabili eccezioni
la tendenza appare tuttavia chiara: in tutta Italia, già da vari anni,
si sta armando la Polizia Municipale.
Ho partecipato, da uditore, ai due Consigli Comunali dedicati al tema e il senso
di spaesamento mi si è ulteriormente rafforzato. La discussione del primo
incontro era basata esclusivamente sugli aspetti tecnici e giuridici legati
al cambio del regolamento della polizia municipale, pochissime parole si sono
spese sulle reali esigenze in merito. Solo un consigliere è intervenuto
dicendo che ritiene ci siano anche questioni morali da tirare in ballo in questo
caso. Credo che l’apice del tutto si sia toccato quando il Sindaco ha
ricordato la necessità di fare in fretta altrimenti si rischiava di perdere
un contributo provinciale per l’acquisto delle armi che sarebbe scaduto
ad agosto. Altro acuto è stato l’intervento del Comandante della
Polizia Municipale che ha parlato solo di leggi limitandosi a dire più
o meno testualmente: “non serve certo che vi stia a dire perché
crediamo serva armare i nostri vigili”… ma come? mi sarei aspettato
grafici e studi, analisi e relazioni che dimostravano i picchi di inaudita violenza
che incombono su noi poveri lavisani, mi sarei aspettato apocalittiche descrizioni
delle notti brave che la delinquenza passa nel nostro borgo… no, niente
di tutto ciò. Dobbiamo armare i nostri vigili perché è
giusto così PUNTO!
Anche nel secondo incontro, nonostante alcune richieste della minoranza, non
si sono fatte molte analisi in merito, il Sindaco ha detto che se la Provincia
ha adottato il famoso Piano Provinciale della Sicurezza vuol dire che ce n'è
effettivo bisogno. Con mio grande sollievo in questo secondo consiglio sono
state sollevate opposizioni etiche sulla necessità di dotare di armi
la polizia municipale. La sorpresa maggiore è stata però quando
ho cominciato a parlarne con la gente del paese, con amici e conoscenti. Anche
persone che conosco come convinte oppositrici della violenza della guerra non
avevano nessuna obiezione in merito, anzi il sapere che, oltre a polizia e carabinieri,
d’ora in poi anche i vigili veglieranno armati sui nostri sonni li faceva
sentire più SICURI. Qualche mese fa, comodamente sdraiato su un lettino
in riva al mare, sono sbiancato nel vedere che dei vigili urbani pattugliavano
le spiagge ARMATI. Per difendermi da chi?? quale era il pericolo in agguato?
i venditori abusivi che popolano le spiagge sono così pericolosi da meritarsi
una vigilanza armata? io non scorgevo nessun pericolo e quindi non solo non
mi sentivo più sicuro, ma al contrario la cosa mi inquietava.
Più ci penso e più mi rendo contro che il problema delle pistole
ai vigili diventa sempre più secondario. Il problema sta forse in quello
che mi hanno detto alcuni paesani: il BISOGNO DI SENTIRSI SICURI.
Poco importa se viviamo in una grande metropoli con effettivi problemi di criminalità
o in un ridente e tranquillo paesino disperso per le montagne: noi non ci sentiamo
sicuri, abbiamo bisogno di sapere che qualcuno ci difende, abbiamo bisogno di
attaccarci MENTALMENTE a quella pistola, perché da quella arriverà
la nostra salvezza…
Mi rifiuto di pensare che una Beretta, un’arma mortale, mi stia salvando
dal male. Non ho molte certezze in tema di sicurezza e soprattutto non ho risposte
pronte, ma sono convinto di due cose:
più armi circolano, più rischi ci sono; quando una persona ha
un’arma prima o poi USERA’ quell’arma contro qualcuno e non
è detto che quel qualcuno sia un criminale.
Infine un aspetto mi turba più di tutto: cosa penseremo quando, una volta
armati tutti i vigili urbani d’Italia, scopriremo di non sentirci ancora
abbastanza sicuri? temo la risposta perché so che significherà
armare noi stessi…

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ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
La vera storia del canale di Panama
Il prossimo novembre gli abitanti di Panama verranno chiamati per confermare
o meno, tramite referendum, la scelta dell’attuale governo che, ad aprile
scorso, ha deciso di raddoppiare il famoso canale, grazie all’apporto
di capitali giapponesi, per permettere l’accesso alle navi di nuova generazione.
Il piano prevede la costruzione di una nuova serie di chiuse più larghe
e profonde, e l'intero progetto comporterebbe una spesa di 5 miliardi di dollari
e sette anni di attività, ma la sua attuazione sembra inevitabile: molte
imbarcazioni arrivano a essere il doppio più larghe delle navi "Panamax"
(32,3 metri di larghezza), che sono in grado di passare tra le chiuse, ed il
canale funziona già al 93% della sua capacità, registrando fino
a 14.000 transiti all'anno. Nella Baia di Panama vi sono sempre almeno una decina
di navi in coda.
Nell’era della globalizzazione, quando il trasporto delle merci sembra
assumere un costo sempre più irrisorio, non si riesce probabilmente a
percepire la portata dell’evento, ma agli inizi del secolo scorso, quando
il tempo era paragonabile al valore del petrolio dei nostri giorni, gli Stati
Uniti erano disposti a dichiarare guerra per molto meno.
Panama apparteneva alla Colombia quando nel 1889 l’ingegnere francese
de Lesseps, il famoso costruttore del Canale di Suez, decise di provare a perforare
l’istmo. Il progetto franco-colombiano non piacque però ai vicini
statunitensi, che cominciarono a fomentare una strisciante guerra civile. Nel
1901 una delle fazioni in lotta chiese aiuto al governo degli Stati uniti, che
accettò di intervenire in cambio della promessa di poter subentrare ai
francesi nella costruzione e, soprattutto, nella gestione dell’opera ingegneristica.
In breve tempo, i marines sbarcarono a Panama e, con un conflitto noto come
la «guerra dei mille giorni», provocarono quasi centomila morti
e gettarono la Colombia in una crisi profonda, i cui effetti si faranno sentire
per decenni.
Nel novembre 1902 viene firmato l'armistizio sulla nave da guerra Wisconsin.
Alla Colombia vengono offerti solo una somma iniziale di 10 milioni di dollari
e appena 250.000 dollari annui di compensazione; in cambio gli Stati uniti ricevono
una fascia di territorio larga 10 miglia sui due lati del canale, per costruirlo
e sfruttarlo per sempre. Il canale di Panama viene inaugurato il 15 agosto 1914.
Il neonato paese panamense viene governato per più di mezzo secolo da
una oligarchia di famiglie ricche strettamente legate a Washington, le quali
ricevono una decina di volte l’intervento americano per reprimere contestazioni
e tentativi di colpi di stato: agli Usa viene infatti concesso un diritto permanente
d'ingerenza negli affari interni panamensi e la possibilità d'intervenire
militarmente in caso di attentati all'ordine pubblico. Questa clausola è
addirittura inclusa nella Costituzione, promulgata il 20 febbraio 1904.
L’ultimo di questi golpe scaccia il dittatore Arnulfo Arias e proclama
capo di stato un comandante dell’esercito molto amato dalla popolazione
borghese ed operaia del paese: Omar Torrijos. In pochi anni, Torrijos riesce
a costruire intorno a sè un consenso che gli permette di negoziare alla
pari con il governo statunitense, favorito anche dalla coincidenza di trovare
come interlocutore uno dei presidenti Usa più lungimiranti della sua
storia. Nel 1977 viene firmato il trattato Carter-Torrijos che prevede il passaggio
di amministrazione e proprietà della zona del canale a Panama entro il
2000. Vengono inoltre stabiliti gli smantellamenti della Scuola delle Americhe
e del Centro di addestramento del Comando Meridionale Statunitense, entrambi
ubicati nella zona del Canale, tristemente famosi per aver formato militarmente
aspiranti dittatori sudamericani e comandanti degli squadroni della morte.
Agli osservatori internazionali sembra un risultato inaspettato, ma la storia
non è ancora finita: nel 1980 viene eletto presidente degli Stati Uniti
Ronald Reagan, e dopo l’oscura morte del presidente dell’Ecuador
Roldòs, anch’esso contrario alla politica di espansione Usa, tocca
a Torrijos morire in un incidente aereo il 31 luglio 1981, che la maggior parte
della stampa bolla come l’ennesimo assassinio ad opera della CIA.
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