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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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Il Servizio Civile nazionale e internazionale, i primi campi del MN e quelli
attuali, la realtà e le prospettive del servizio civile volontario…
Conversazione con Daniele Lugli, segretario del Movimento Nonviolento
di Elena Buccoliero
All’inizio del suo percorso il Movimento Nonviolento ha organizzato alcuni
campi insieme al Servizio Civile Internazionale, ai quali anche tu hai partecipato.
“Sono stato a tre campi. Il più rilevante comunque è stato
il primo”.
Perché?
“Perché il primo campo non si scorda mai... Era il ’64, l’anno
in cui comincia ad uscire Azione Nonviolenta. Si svolgeva in Svizzera ed era
organizzato da una collaborazione tra il Servizio Civile Internazionale e War
Resisters’ International. Ha dato al Movimento Nonviolento – e particolarmente
a Pietro Pinna - l’esperienza necessaria per organizzare altri due campi
di studio e lavoro, che si sono svolti in Italia nei due anni successivi. Un’esperienza
breve, due settimane, ma nella mia memoria occupa uno spazio che normalmente
può essere di tre, quattro mesi… mi è rimasta la sensazione
di un tempo più lungo, forse proprio per la sua intensità”.
Che cosa facevate?
“Una strada. Un sentiero appena tracciato doveva diventare una strada
percorribile. Questo al pomeriggio, per cinque ore di lavoro manuale svolto
a pieno. La mattina invece si discuteva il tema del campo, l’obiezione
di coscienza, e nelle sere da capo si tornava a discutere”.
Avevate contatti con gli abitanti?
“Praticamente no. Il contatto era dato dal fatto che noi facevamo quest’opera
in un comune povero che ne aveva bisogno. Lo scambio era molto forte tra di
noi, questa era la scoperta più significativa. Ricordo ancora tutte le
facce”.
Da dove venivate?
“Dall’Italia eravamo in cinque, quattro da Ferrara e Pietro Pinna,
praticamente già perugino, poi c’erano inglesi, svizzeri, tedeschi,
francesi, un belga. L’unico che ne capiva del lavoro era un vecchio stradino
pacifista che allora a me sembrava vecchissimo, avrà avuto una settantina
d’anni. Sapeva far tutto, eravamo guidati da lui. Anche il fatto che fossimo,
sì, prevalentemente giovani, ma con una componente di persone più
mature, era sicuramente una ricchezza.
Questa formula del campo di studio e di lavoro è una formula bella, che
in qualche modo viene ripresa nei campi estivi MIR-MN”.
In questo momento è vissuta come una forma di “vacanza impegnata”.
Che cosa dà ad un campo la qualità di “servizio civile”?
“Nel nostro caso era il fatto di costruire un’opera a favore di
una comunità che ne aveva bisogno. Poi questo avveniva in Svizzera, il
paese di Pierre Ceresole, fondatore del Servizio Civile Internazionale. Insomma
i campi di servizio civile internazionale sono proprio esperienze di lavoro
a favore di una comunità, lasciano cose che restano”.
A te cosa è rimasto di quel campo?
“L’aver incontrato persone di nazionalità diverse, tutte
impegnatissime su questa questione dell’obiezione di coscienza, che non
era riconosciuta nei paesi di cui si parlava. L’Inghilterra era passata
al servizio professionale e avevamo con noi un inglese che aveva fatto obiezione
di coscienza dopo essersi arruolato come professionista, una cosa alla quale
bisogna prepararsi anche in Italia. Al di là del lavoro, importante è
stata proprio la conoscenza delle persone e i contenuti su cui ci si è
confrontati. Abbiamo vissuto intensamente insieme facendo le cose di sempre
in modo estremamente spartano - dormivamo in un fienile e sul legno, non sul
fieno perché i contadini non volevano, non c’era luce elettrica,
niente acqua… - insomma, era bello davvero”
Il campo sull’obiezione e l’attività del GAN per l’obiezione
di coscienza
È stata un’esperienza determinante per il primo GAN sull’obiezione
di coscienza?
“Non determinante ma propulsiva, questo sì. Le azioni del GAN erano
iniziate qualche mese prima. E poi naturalmente il campo non era finito se Piero
Pinna non si faceva arrestare…”
Come ha fatto?
“Oh, è facile. Ha tenuto, da solo, una manifestazione vietata a
favore dell’obiezione di coscienza.
Il legame tra rifiuto della guerra e servizio civile era ben chiaro per noi
visto che l’obiezione era il tema centrale del campo, e il tema era anche
un modo per riportarsi all’origine del servizio civile. Ti leggo una citazione
di Pierre Ceresole: Il Servizio Civile Internazionale ha lo scopo di creare
tra i popoli uno spirito nuovo che renderebbe moralmente impossibile l’attacco
di un popolo da parte di vicini divenuti amici sinceri. Questo per lui è
solamente l’inizio. Lo scopo finale è ottenere la sostituzione
dei servizi militari nazionali con un servizio civile internazionale.
Quindi nel suo disegno il SCI aveva anche uno scopo di difesa?
“Ma sai, se nel frattempo hai abolito gli eserciti da chi ti difendi…?
Per noi poi aveva un altro stimolo ancora, per la nostra lotta a favore di una
legge sulla obiezione di coscienza che prevedesse un servizio civile sostitutivo.
Il senso largo dell’obiezione era potenziato dal fatto di parlarne in
un campo internazionale, che ci permetteva di confrontare diverse visioni dell’obiezione
di coscienza, e non sui libri ma con dei giovani che vivevano il problema. Gente
che era condannata per la scelta di obiezione, altri che avevano fatto del lavoro
per la pace un impegno di vita… L’altro tema era quello di pensare
ad un servizio civile che, sostitutivo di quello militare, potesse avere carattere
internazionale secondo l’ispirazione di Pierre Ceresole; un servizio civile
non solamente sostitutivo ma che potesse colpire l’istituzione stessa
militare, la sua necessità”.
I campi proseguono ogni anno, organizzati dal MIR-MN o dal Movimento Nonviolento,
da soli o con altri. Qualche anno fa anche tu hai partecipato ad uno di questi...
“Mi pare però che in questi campi, che sono belli, certi aspetti
siano un pochino meno presenti. Al massimo qualcuno racconta che cosa sono il
MN o il MIR, ma raramente è messa a tema la questione della pace e della
guerra… Il servizio civile volontario invece è tutt’un altro
discorso”.
Il servizio civile volontario come formazione alla nonviolenza?
Proviamo a parlarne?
“C’è dentro un anno intero di vita di un giovane, un tempo
importante nel percorso di ragazze e ragazzi. Negli strumenti di formazione
il richiamo alla nonviolenza, al rifiuto della guerra, alla gestione dei conflitti
è presente ed è anche molto enfatizzato, ma io non so quanto passi
in concreto nell’esperienza che i ragazzi fanno. Ho l’impressione
che sia un discorso un po’ appiccicato”.
È un’impressione che ricavi dalla tua esperienza di formatore?
“Insomma, è come proporre Manzoni a scuola: è il modo migliore
per far odiare Manzoni. Per quanto si faccia formazione in modo interattivo,
attraverso laboratori che chiamano in causa direttamente i ragazzi, ribadire
i collegamenti tra servizio civile e obiezione di coscienza non è di
per sé una garanzia sufficiente perché ci sia poi una coerenza
con l’esperienza che i ragazzi fanno. C’è il problema di
che cosa i ragazzi, che fanno il servizio, sono convinti di star facendo. Per
noi era una piccola cosa, due settimane appena, ma sapevamo che servivano ad
attrezzarci per far crescere il Movimento in Italia, per chiedere una legge
sull’obiezione… L’anno di servizio civile che i ragazzi oggi
fanno in che modo serve a loro, e alla comunità che è lì?
È un pre-lavoro? Che tipo di riconoscimento ha? Raccontare ai giovani
le radici del servizio resta abbastanza appiccicaticcio se poi nell’esperienza
che i ragazzi fanno trovano un mezzo lavoro più o meno deludente”.
Credi che favorire progetti direttamente legati alla nonviolenza potrebbe essere
una soluzione?
“No, non è questo. Io penso che accudire un bimbo handicappato
abbia molto a che fare con la nonviolenza, forse perfino più che studiare
Galtung un giorno sì un giorno no. Nessuna delle aree di progetto va
male. Il problema è sempre sapere se esegui un compito o se dai un senso
a quello che stai facendo, se lavorando in una biblioteca comunale ti limiti
a inserire delle schede o se t’importa che la gente legga, se ti chiedi
che pubblico hai o puoi avere e in che modo... Non penso cioè che la
specificità stia nel trattare i temi della nonviolenza. Secondo me è
importante che ci siano delle attività che vengono sottratte al mercato
come tale, e vengono fornite come servizio pubblico. Ecco perché mi va
bene che i volontari siano nei Comuni oltre che al MN. Certo che se vengono
presi per sostituire i dipendenti di basso profilo che ti occorrono ma che non
puoi assumere, allora no… Ma se prende questa piega il servizio civile
finisce, non ha molto respiro. E a me pare che il problema vero sia proprio
questo, la qualità dell’esperienza, al di là che il servizio
sia volontario o generalizzato, oppure che sia più legato alla Difesa
Popolare Nonviolenta o invece al welfare… Questi temi, di cui si parla
molto anche nei nostri ambienti, a mio avviso non arrivano al cuore della faccenda”.
Un problema di fondo: la qualità dell’esperienza
Allora la questione è garantire la qualità…?
“Pesa secondo me, anche sul servizio civile volontario, il retaggio, che
io non riesco a considerare positivo, degli ultimi anni di servizio sostitutivo
del militare nato dall’obiezione di coscienza, per il modo in cui concretamente
nella grandissima parte dei casi si è svolto. Un’attività
abbastanza dequalificata. C’è da rimontare e secondo me c’è
da pensare anche, in termini nazionali ma europei, che cosa potrebbe essere
un servizio civile che abbia presente le sue origini”.
Ma se né la formazione e, quasi, neppure la volontarietà garantiscono
la qualità, su che cosa si dovrebbe puntare?
“La qualità del servizio c’è se il lavoro di chi è
lì nella continuità, professionalmente o come volontario, ha un
livello decente. Se lavora male chi è lì tutti i giorni, è
chiaro che i volontari restano delusi o, qualche volta, se la prendono comoda.
Nello sporco si sporca di più. Dove non si lavora non lavora nessuno.
Avrai il servizio civilista che sta in ufficio per non-lavorare, nel posto dove
non-lavora un altro”.
Non credi che la necessità, per enti e associazioni, di progettare, e
la possibilità per i ragazzi di scegliere, sia un correttivo per evitare
situazioni di questo tipo?
“Certo la progettazione è uno stimolo che va nella direzione giusta,
ma da sola non basta. Niente di più facile che scrivere dei finti progetti,
se si vuole… Ma questo riguarda il lavoro in generale, la qualità
dei servizi. Anche gli obiettori di coscienza avrebbero potuto essere utilizzati
su progetti, se si fosse voluto. Invece non si è voluto fare e ci siamo
accorti delle conseguenze.
Chi faceva obiezione cominciava firmando un modulo in cui dichiarava di rifiutare
la guerra e l’esercito per motivi di coscienza. Per molti questo era mentire
in modo spudorato, e sulla menzogna iniziale si costruiva l’intera esperienza:
tutti sapevano che molto probabilmente stava mentendo e nessuno chiedeva all’obiettore
comportamenti coerenti rispetto al dichiarato. Negli anni di massima generalizzazione
ci sarà stato un obiettore su mille, una certa percentuale di imboscati
e una fascia intermedia di persone che svolgevano un serio servizio civile”.
Un altro punto che viene frequentemente sollevato è quello della competenza,
nazionale o regionale, e presso la Presidenza del Consiglio o il Ministero alla
Difesa, con richiamo alla DPN, o invece al Ministero Affari Sociali, come è
attualmente, intendendolo una forma di solidarietà sociale…
“Anche questi sono elementi di un qualche rilievo, ma non colgono un punto
fondamentale. Il servizio civile è davvero una carta importante per la
produzione di servizi e beni pubblici, a disposizione della collettività,
prodotti fuori da una logica di mercato, in modo efficiente ed efficace,
affiancando a operatori professionali del pubblico e del non profit
giovani motivati? Se la risposta è sì va ampliato e qualificato,
attentamente seguito, soddisfacendo ogni richiesta degli enti che lo propongono
e dei giovani che si propongono. Che naturalmente vorrebbe dire incentivare
la progettazione e poi attivare – quindi finanziare – tutti i progetti
che si ritengono meritevoli. Non dovrebbero esserci problemi visto che componenti
non irrilevanti dell'attuale maggioranza avevano ipotizzato di renderlo obbligatorio”.
Ernesto Rossi, Pierre Ceresole
“In Abolire la miseria, un testo che ha più di sessanta anni, ma
ancora di grande interesse, Ernesto Rossi proponeva un servizio del lavoro,
obbligatorio e biennale per tutti i cittadini. Suo scopo era la produzione di
beni e servizi “in natura” per coprire tutti i bisogni fondamentali:
nutrimento, alloggio, vestiario, sanità, istruzione. Rossi era un economista
liberista, molto apprezzato da Einaudi, che rifiutava l'idea che la povertà
di strati della popolazione fosse la condizione dello sviluppo economico. Credo
che ritrovare questa visione, collegare Rossi a Ceresole, potrebbe essere un
buon viatico per un buon servizio civile. Per noi del Movimento Nonviolento
sarebbe anche un rivederlo accanto a Capitini, come lo era, al termine
della prima marcia Perugia-Assisi nel settembre del ‘61, alla Rocca”.
Pierre Ceresole credeva che la conoscenza tra persone di paesi diversi avrebbe
contribuito a ridurre la violenza e la guerra.
Eh lo so, c’è l’idea che chi si conosce è più
difficile che si faccia del male… Non è vero. Lo dimostrano le
guerre nei Balcani o… Perfino gli omicidi e le violenze sulle persone
avvengono per la maggior parte in famiglia o tra persone che si conoscono bene.
Come sempre non c’è una risposta sola a una questione complessa.
Credo però che valga la pena lavorare in questa direzione. Una diversa
cooperazione internazionale e l'attuazione del disegno di Langer sui corpi civili
di pace europei potrebbero riprendere quel percorso con un respiro adeguato”.
Il servizio civile, tutto da progettare
Per ripensare anche Enti e volontari
di Claudia Pallottino
La dinamica degli Enti che vogliono giovani in servizio per poter funzionare
non è cambiata, si può inserire questo elemento nell’elenco
delle eredità lasciate dall’Obiezione di Coscienza. È un
bisogno creato dall’evoluzione quantitativa degli obiettori di coscienza
negli anni ‘90 e poi lasciato insoddisfatto con la sospensione della leva
militare.
Non è un fatto da trascurare. Proprio in forza di questo bisogno è
stata pubblicata quasi di corsa la legge istitutiva del nuovo servizio nazionale,
ma come fare perché non si trasformi il servizio civile in un “tampone
sociale”?
Lo Stato ha scelto la forma della delega (più gentilmente chiamata accreditamento)
agli Enti Locali e a quelli del Terzo Settore per indicare ai giovani i luoghi
ed i modi per svolgere il servizio attraverso la progettazione annuale. Da un
lato ciò significa che si accorciano le distanze tra chi pensa il servizio
civile e i giovani che lo concretizzeranno, in quanto sono più vicini
al territorio e alla comunità civile e hanno la possibilità di
creare progetti realisticamente utili. Dall’altro lato la distanza si
allunga pensando al rapporto tra Stato ed Enti progettanti, quasi un rapporto
“di massa”, dove la specificità e le competenze riescono
a disperdersi in modo abbastanza puntuale. Non è un caso se già
nel 2002 i rappresentanti dei primi Enti progettanti proponevano all’Unsc,
in un convegno a Pisa organizzato dalla Fondazione Zancan e altri promotori,
un disegno di legge che è stato in larga misura trasformato nel D.Lgs.
77/02 entrato in vigore a gennaio di quest’anno e che tra le altre cose
prevede il passaggio alle Regioni di alcune funzioni importanti come la fase
della progettazione e dell’accreditamento.
Lo sforzo di progettare
Ma dover ogni anno progettare cosa significa? Sicuramente nello specifico del
servizio civile assume pregi e difetti specifici.
Tra i pregi troviamo subito la richiesta, di natura istituzionale, di fare uno
sforzo culturale di grosso stacco rispetto alla modalità prevista per
gli obiettori: prima l’Ente sapeva che lo Stato gli “destinava”
i giovani, ora li deve innanzitutto immaginare, poi deve entrarci in rapporto
e fare in modo che scelgano il suo progetto, successivamente deve fare in modo
che l’esperienza incontri sufficientemente le aspettative dei volontari
affinché la portino a termine.
Progettare il servizio civile può anche voler dire rinnovarlo periodicamente,
magari coinvolgendo i diretti interessati, verificandolo seriamente e mettendo
in discussione quanto si è fatto con gli obiettori.
D’altro canto, da un punto di vista operativo troviamo molti difetti,
forse fisiologici se inseriti nel contesto della “nascita istituzionale”
a cui stiamo assistendo (se pensiamo alla nascita di un’altra grande istituzione
recente e guardiamo al Servizio Sanitario Nazionale, ci accorgiamo che il travaglio
è stato molto più lungo…).
Guardando alla reale messa in pratica della normativa del servizio civile, troviamo
il rischio che gli Enti si trasformino in efficienti “progettifìci”
capaci di creare sulla carta un servizio civile spettacolare che poi però
non è messo in pratica, e i giovani si scoprono impiegati per la pura
sopravvivenza degli Enti. Altra nota dolente è la competizione tra le
migliaia di Enti progettanti, tutti contro tutti - Enti grossi e microscopici
sullo stesso piano - per vedere il proprio progetto in cima alla graduatoria
per i finanziamenti. A cosa serve chiedere agli Enti di progettare senza limitazioni
di sorta, quando a priori si prevedono finanziamenti pari ad un terzo? Dove
sta il baco? Nella partecipazione di massa degli Enti o nella scarsa considerazione
finanziaria del servizio civile prevista nel bilancio dello Stato, o dove ancora?
Uno sguardo al nuovo decreto per la progettazione di quest’anno
Nel mese di agosto 2006 la circolare Unsc dell’8 aprile 2004, unica “normativa”
che dettava le regole per la progettazione, è stata recepita con qualche
modifica in un nuovo Decreto Ministeriale che non implica grandi cambiamenti
- fatti salvi alcuni rimandi alle normative (future) regionali - ma dettaglia
con più precisione alcuni aspetti progettuali e affina lo strumento della
competizione tra gli Enti, ovvero la “Griglia di valutazione dei progetti”,
che indica i criteri con cui i progetti vengono posizionati nella fatidica graduatoria.
Chi ha più punti vince. Giovani in servizio civile come premio. Ma questa
non è una novità.
Scorrendo le novità (più o meno preannunciate) all’interno
del decreto troviamo che:
- la finestra 2006 per la presentazione dei progetti è fissata dal 2
al 31 ottobre, mentre per i prossimi anni sarà stabilita a cura delle
Regioni;
- è necessario trasmettere nuovamente i curriculum vitae di Operatori
Locali ed eventuali Tutor (figura necessaria per gli Enti con più di
30 volontari) in allegato al progetto, anche se precedentemente già accreditati.
La pena è l’esclusione del progetto dall’iter di valutazione.
In allegato al decreto si trovano dei fac-simili per la forma ideale con cui
produrli;
- le Regioni potranno consentire con propria normativa che il minimo di volontari
previsti da ogni singolo progetto sia ridotto a due;
- riguardo alla formazione, oltre al minimo di ore previsto in 80 tra generale
e specifica, è stabilito un massimo di 150 ore per le attività
formative;
- per i progetti che si svolgono in altri Paesi è indicato in 7 mesi
il minimo di permanenza presso le sedi accreditate all’estero;
- è affidata alle Regioni la possibilità di incentivare la co-progettazione
tra Enti accreditati in uno stesso albo regionale. Questo aprirebbe la possibilità
di presentare congiuntamente lo stesso progetto, ma non vi è alcuna indicazione
sulla necessità di stipulare precedentemente un accordo formale (come
previsto dalla circolare del 2 febbraio 2006 in cui si parla di accordo di partenariato),
probabilmente si dovrà aspettare (o stimolare?) la normativa regionale;
- alcune modifiche non sostanziali alle schede per la progettazione in Italia
e all’Estero, ma attenzione ad usare la scheda aggiornata, pena l’esclusione
dal gioco;
- sono aggiornati i dettagli per l’istanza di presentazione dei progetti.
In particolare l’inserimento informatico dei dati nel sistema Helios,
diventando obbligatorio, non apporta più i 10 punti da aggiungere alla
griglia di valutazione previsti lo scorso anno;
- i criteri indicati nella griglia di valutazione sono stati abbondantemente
ritoccati, aprendo la possibilità alle Regioni di aggiungerne altri.
Attraverso uno sguardo più dettagliato alla griglia di valutazione, oltre
alla faccenda della competizione, si ha qualche elemento in più per tentare
di capire cosa ha valore nei progetti di servizio civile dal punto di vista
dello Stato, e in quale direzione si sta faticosamente muovendo (o se si sta
muovendo) l’intero sistema.
Tra le altre, alcune modifiche più rilevanti possono essere:
- l’eliminazione dei “punteggi deflettori”, ovvero non saranno
più sottratti punti relativamente ai trascorsi dei progetti precedenti
per parziale o totale non copertura dei posti banditi nell’anno precedente
o per eventuali infrazioni nella gestione dei volontari;
- la scomparsa già accennata dei 10 punti per l’inserimento informatico
dei dati;
- la “rilevanza del progetto” viene individuata nei rapporti tra
descrizione del contesto e obiettivi dichiarati, la “coerenza” è
sostanziata dal legame tra obiettivi e attività;
- è valutato il rapporto numerico tra personale dipendente e personale
volontario nella sede di servizio, ed è premiata (3 punti a 1) una maggior
presenza di altri volontari dell’Ente rispetto alla presenza di dipendenti
(cosa vorrà dire? per quale soggetto è pensato questo “premio”?);
- l’aumento dei punti per le attività di promozione che l’Ente
dovrà dettagliare meglio anche nel progetto;
- la diminuzione dei punti legati ai crediti formativi (viste probabilmente
le difficoltà nello stabilire qualcosa di interessante in modo equo a
livello nazionale con le Università);
- l’aggiunta dei criteri di valutazione delle formazioni generale e specifica
(ben 16 punti in palio).
Un punto di vista tanto per prendere posizione
L’impressione che arriva dal contatto con la normativa e con l’Unsc,
facendo lo sforzo di comprendere il linguaggio burocratico per cogliere il messaggio,
è l’intento di stimolare una progettazione che tenga conto del
passato. C’è la necessità di muoversi dal punto fissato
dal servizio civile degli obiettori, e la progettazione è un mezzo centrale
per potersi scrollare le rigidità ereditate.
Si tratta di sforzarsi nel pensare davvero i progetti, investire energie e risorse
nel costruire concretamente qualcosa che abbia una prospettiva oltre il lavoro
precario.
È vero che per molti Enti vale l’equivalenza, che può anche
essere vista come l’autogol dell’odc, “servizio civile = risorse
umane gratis per portare avanti l’ordinaria amministrazione” - e
i motivi che spingono gli Enti ad applicare questa equivalenza sono troppi per
trattarli senza un dibattito vivo -, ma è vero anche che oggi sono gli
Enti stessi a creare questo autogol scrivendo i progetti a partire da questa
chiave.
Un esempio per tutti. Siamo arrivati al paradosso per cui una normativa “dall’alto”
chiede, ad Enti del Terzo Settore impegnati da sempre nella difesa dei diritti
civili, di dare dignità ai volontari che arrivano per collaborare. Forse
gli obiettori, con la loro energia vitale e le loro competenze al servizio degli
interlocutori, hanno un po’ “viziato” gli Enti, creando, oltre
che il bisogno di colmare il vuoto lasciato dall’assenza, anche l’aspettativa
di trovare nelle forze giovani la carica per rinnovarsi.
Uno stimolo grosso che arriva da questa richiesta di progettazione così
dettagliata, e un po’ pressante, è che i progetti raggiungono maggior
punteggio se sono basati su idee nuove, se mettono in movimento coloro che vi
partecipano, se lasciano spazio al dialogo con i giovani nella concretezza di
un’esperienza comune.
Le realtà sono molto differenti, sicuramente ci sono tanti aspetti ancora
da sistemare e molti autogol indotti dallo stato delle cose del sistema sociale
del nostro paese. Molti enti non possono far altro che aspettare i volontari
per sopravvivere, ma la modalità di progettazione del servizio civile
lascia ampi spazi nel creare orientamenti concreti. Forse questi spazi dobbiamo
ancora imparare ad usarli e sfruttarli nel più ampio modo possibile,
a vantaggio di una prospettiva per il servizio civile che abbia tra i suoi obbiettivi
concreti quello dell’avvicinare i giovani alla cultura del prendersi cura
della propria comunità. Inteso come premessa di base per avere degli
interlocutori potenzialmente attenti ad un qualsiasi ulteriore “discorso”
verso la creazione di un modello di difesa nonviolento.
Infine, collegato alla necessità degli Enti di progettare per rapportarsi
con i giovani, c’è anche l’aspetto della motivazione al servizio
che questo sistema induce.
Siamo alla sempre presente e annosa critica che i giovani arrivano al servizio
civile perché non hanno lavoro e per i volontari civili è previsto
un lautissimo rimborso mensile di 433 Euro… Ma non vorrà dire qualcosa
se in centinaia di migliaia - qualcuno dovrebbe fare i conti non tanto di quanti
hanno svolto il servizio civile, ma di quanti si sono candidati per farlo -
hanno scelto di essere volontari CIVILI invece che MILITARI?
Le varianti in genere sono due: ci si può accanire con la “paga
alta” dei volontari civili, ma allora bisognerebbe guardare con altrettanto
accanimento anche quella dei volontari militari, che per un anno prendono più
o meno la stessa cifra (ma con in aggiunta ben altri benefit, dal prendere la
patente alla possibilità di fare altri due anni e poi la carriera, al
posto di lavoro agevolato in molti settori…). Oppure si può pensare
che la motivazione economica non sia sufficiente per svolgere un buon servizio,
e allora bisogna pensare a tantissimi obiettori degli anni Novanta che come
unica motivazione iniziale avevano un obbligo (e durante il servizio il conto
di quanti giorni rimanevano da fare), ma che hanno svolto dei servizi molto
più che dignitosi, in alcuni casi tali da cambiare le loro scelte di
vita.
Interrogarsi
Tra i settori di intervento del servizio civile previsti dalla normativa, in
quello chiamato “Educazione e Promozione culturale” (E) troviamo
l’area 08 “Educazione alla pace”, e nel settore “Servizio
civile all’estero” (F) troviamo “Interventi di peacekeeping”
e “Interventi di ricostruzione post conflitto”. Qualche spiraglio
di attività potenzialmente nonviolente che lo Stato è riuscito
ad immaginare, molto probabilmente proprio perché ci sono stati obiettori
di coscienza che le hanno svolte. Ma in tutti i settori previsti, alla fine
dell’elenco compare l’area chiamata “Altro”, dove può
essere inserita qualsiasi attività che sia compresa nei principi dell’art.
1 della L.N. 64/01, che al primo punto indica la difesa non militare del paese.
Può essere un buon margine per aggiungere aree di servizio civile mirate
ad una cultura che lo veda come un contributo alla Difesa Civile del nostro
paese.
Dunque agendo direttamente sulla progettazione del servizio civile, ovvero proponendo
progetti dove la nonviolenza non solo è contenuta nella formazione, ma
diventa oggetto stesso del servizio da svolgere, realizzando idee che non sono
il pane quotidiano del Terzo Settore, allora si possono intraprendere strade
interessanti per una prospettiva di sopravvivenza nel lungo periodo del servizio
civile.
Bisogna però interrogarsi per capire se vale la pena investire energie
e risorse nel Servizio Civile Nazionale oggi: si crede possibile attraverso
l’ideazione di progetti nuovi contribuire ad orientare l’immaginario
comune, la cultura, la prospettiva e perché no anche a modificare o aggiungere
alcune regole, del Servizio Civile?
…Perché non provarci?
Obiezioni di coscienza ad alcuni aspetti del nuovo sistema di servizio civile?
Sì, grazie!
Gli obiettori di coscienza al servizio militare ci hanno insegnato che nello
stesso tempo in cui si rifiuta qualcosa si può anche costruire qualcos’altro
di nuovo. Forse il sistema di servizio civile di oggi ci chiama a fare l’inverso:
costruendo qualcosa di nuovo, si possono rifiutare alcuni elementi per farlo.
1.Un sistema di difesa del nostro paese basato sulle giovani e volontarie Forze
Armate
2.Un sistema sociale che prospetta come percorso di vita significativo ed estremamente
ricco la carriera militare
3.L’applicazione delle leggi di mercato nei rapporti sociali, dove i giovani
sono merce di scambio tra Stato ed Enti Locali e del Terzo Settore
4.Guardare ai giovani come meri destinatari di proposte mirate a riscuoterli
dalla loro inerzia invece che pensarli come interlocutori diretti per la costruzione
di un mondo diverso
5.Lo sfruttamento dei giovani in lavori di basso profilo, tanto da poter essere
svolti senza quasi preparazione o, al contrario, alla pari di un dipendente,
con buoni livelli di specializzazione e un compenso ben inferiore
6.L’idea di costruire un’istituzione orientata all’assistenza
come panacea di tutti i mali, invece che volta a creare delle premesse culturali
e sociali diverse, orientate a costruire secondo l’“I care”
di don Milani
7.La sostanziale competizione forzata tra Enti di tutti i livelli e di tutti
i settori, appiattiti in un’unica graduatoria
8.Un mercato che costringe gli Enti a pensare il Servizio Civile come tappabuchi
alle assunzioni impossibili o ai tagli sul sociale, per cui ad es. l’integrazione
scolastica dei ragazzi con handicap è affidata a volontari volenterosi
e (quasi) impreparati, oppure salta...
9.Il fatto che la formazione alla nonviolenza sia continuamente proclamata senza
che si sia approfondito come declinarla nella sostanza dei progetti e della
loro attuazione
10.Il fatto che l’odc è ripetutamente indicata come radice del
servizio civile volontario, ma poi il rifiuto della guerra e ciò che
ne consegue non viene messo a tema come area specifica di progettazione del
servizio civile volontario.
Formare alla nonviolenza.
Una riflessione sulle “linee guida per la formazione generale dei giovani
in servizio civile”
Di Pasquale Pugliese
Due correnti di pensiero
La legge 64/2001, istitutiva del “nuovo” Servizio civile nazionale
(SCN), all’art. 1 indica come prime tre finalità del servizio:
“a) concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla
difesa della patria con mezzi e attività non militari; b) favorire la
realizzazione dei principi di solidarietà sociale; c) promuovere la solidarietà
e la cooperazione, a livello nazionale e internazionale, con particolare riguardo
alla tutela dei diritti sociali, ai servizi alla persona ed alla pace fra i
popoli” . Nonostante che tre anni dopo, il 18 febbraio 2004, con Decreto
del presidente del Consiglio dei Ministri sia stato costituito, in coerenza
con gli obiettivi della legge, il Comitato di consulenza per la difesa civile
non armata e nonviolenta che affianca con compiti, appunto, consultivi l’Ufficio
Nazionale per il Servizio Civile1 (UNSC) nella “predisposizione di forme
della difesa civile non armata e nonviolenta” - formula istituzionale
per definire la “difesa popolare nonviolenta” (dpn) - in realtà
molti addetti ai lavori hanno nel frattempo elaborato una “corrente di
pensiero”, come sintetizza Rodolfo Venditti, “che tende a ritenere
superato il principio secondo cui il servizio civile costituisce un modo di
difesa della Patria mediante modalità di difesa non armata”2. Come
spiega inoltre Antonino Drago, che del Comitato di consulenza è stato
il primo presidente, “profondi disaccordi sono nati non tra i nonviolenti
e i militari, ma tra i nonviolenti e i civili; molti degli enti di SC, non riconoscendosi
più nell’obiezione di coscienza e nella DPN, chiedono ai SC.isti
solo una solidarietà generica, senza progetti sulla difesa nei conflitti
internazionali”3.
Un importante documento dell’UNSC rivolto agli enti di servizio civile,
la “Carta d’impegno etico del Servizio Civile Nazionale”,
sembra andare infatti in questa direzione quando dice che L’Ufficio nazionale
e gli enti “sono consapevoli di partecipare all’attuazione di una
legge che ha come finalità il coinvolgimento delle giovani generazioni
nella difesa della Patria con mezzi non armati e non violenti, mediante servizi
di utilità sociale”4, declinando così la difesa non armata
e nonviolenta esclusivamente nella – pur importante - difesa del legame
sociale che tiene insieme la comunità, mediante servizi di utilità
sociale svolti dai volontari.
L’emanazione successiva da parte dello stesso UNSC delle “Linee
guida per la formazione generale dei giovani in servizio civile”5, in
data 4 aprile 2006, dice invece agli stessi enti su questo tema, con una significativa
inversione di rotta, una parola diversa che cerca di tenere insieme le tre gambe
della dpn, come da sempre teorizzata dai movimenti nonviolenti, ossia l’impegno
solidale e la cittadinanza attiva, la difesa nonviolenta alternativa a quella
militare e la prevenzione e la gestione nonviolenta dei conflitti internazionali:
“Il punto di partenza del percorso formativo del servizio civile non può
che discendere dall’art. 1 della legge 64/01, che assegna come primi due
obiettivi al servizio civile il “concorrere…alla difesa della Patria
con mezzi ed attività non militari” e il “favorire la realizzazione
dei principi costituzionali di solidarietà sociale.” Come è
da tempo ormai assunto nella giurisprudenza del nostro Paese, l’adempimento
del “sacro dovere di difesa” si realizza anche attraverso “la
prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato”.
Tali comportamenti rientrano anche in quella “difesa civile” alla
cui attuazione sono deputate diverse istituzioni. La difesa civile non armata
e nonviolenta, infine, che si pone quale alternativa alla difesa militare, si
riferisce anche a forme storiche di difesa popolare nonviolenta, realizzatesi
in Italia e all’estero, e ha come indirizzo culturale e metodologico la
prevenzione e la gestione nonviolenta dei conflitti e delle controversie internazionali”.
Da questa acquisizione partiamo per un’analisi delle “linee guida”.
Il “ruolo strategico della formazione generale”
Nella premessa di questo documento si afferma “la necessità di
un potenziamento del ruolo strategico della formazione generale” per i
volontari in servizio civile, fornendo “un modello” al quale tutti
gli enti dovranno rifarsi nell’attività formativa. La formazione
generale deve avere una durata minima di 30 ore durante le quali dovranno essere
sviluppati, secondo l’UNSC, i “contenuti minimi necessari”
indicati in 5 tappe concettuali così articolate:
1.La Costituzione italiana, “sia perché in essa è tratteggiata
la fisionomia della “Patria” che chi sceglie il servizio civile
si impegna a difendere , sia perché in essa hanno fondamento lo stesso
servizio civile, con l’eredità ricevuta dall’obiezione di
coscienza e gli obiettivi ad esso assegnati dal legislatore”
2.La storia tanto dell’obiezione di coscienza e del servizio civile degli
obiettori che della
parallela evoluzione della legislazione e della giurisprudenza: “in questo
modo”, è scritto nel
documento, “non si dimentica l’eredità trasmessa dal servizio
civile degli obiettori di
coscienza e inoltre, si metterà in evidenza come il servizio civile contribuisce
alla
costruzione della pace attraverso l’utilizzo di strumenti pacifici”
.
3.Che cosa significa svolgere il servizio civile? Che cosa implica dal punto
di vista del concetto di “cittadinanza”? Per aiutare i volontari
a rispondere a queste domande le “linee guida” propongono di approfondire,
tra l’altro, “le dinamiche delle interazioni sociali (es. inclusione/esclusione,
centralità/marginalizzazione, etc.), per offrire ai giovani strumenti
concettuali che li aiutino a leggersi nel contesto in cui vivono e operano e
a leggere gli aspetti “strutturati” del contesto”
4.La presentazione dell’Ente in cui si presta il servizio, in particolare
sotto il profilo dell’”attività di difesa”, “partendo
dalla constatazione che un Ente, per essere riconosciuto idoneo a proporre progetti
di servizio civile, deve operare nel campo delle attività e dell’uso
dei mezzi non militari che concorrono alla difesa della Patria”
5.E infine, “la tappa finale del percorso formativo riguarda più
da vicino il volontario in servizio civile, il suo ruolo, la sua funzione, i
diritti e i doveri, ma soprattutto le modalità di crescita nel campo
dell’esercizio della cittadinanza e della partecipazione responsabile”.
Questi nuclei concettuali vengono poi sviluppati, in un allegato al documento,
in 11 moduli formativi tra i quali segnaliamo: “dall’obiezione di
coscienza al servizio civile nazionale: evoluzione storica, affinità
e differenze tra le due realtà”; “il dovere di difesa della
Patria”; “la difesa civile non armata e nonviolenta”; “la
solidarietà e le forme di cittadinanza” Luci ed ombre di un documento
Considerato che nell’approvazione, e soprattutto nel finanziamento, dei
progetti di servizio civile sempre più risultano privilegiati quelli
a vocazione sociale ed assistenziale6 , spesso lontani dalla cultura della difesa
popolare nonviolenta (se non nella corrente di pensiero che la identifica con
la “solidarietà generica”), i nuovi volontari – non
più obiettori di coscienza – non hanno altre occasioni d’incontro
con la tematica della nonviolenza e dell’impegno per la pace, se non attraverso
le ore della formazione generale. Perciò non è di secondaria importanza
che nelle linee guida siano opportunamente affermati due criteri qualificanti:
a.la formazione generale ha un “ruolo strategico”, è “obbligatoria”
e le linee guida sono “vincolanti” per tutti i progetti che impiegano
volontari, qualunque sia la loro natura;
b.al suo interno la tematica della difesa civile non armata e nonviolenta ha
un ruolo evidente, non solo perché c’è un modulo specifico
sul tema, ma soprattutto perché questa questione – esplicitata
nella legge 64/2001 - rappresenta, come abbiamo visto, il punto di partenza
dell’intero impianto formativo indicato dalle linee guida.
Tuttavia, nonostante la chiarezza su questi punti, dalla lettura integrale del
documento si capisce che esso è frutto di un compromesso tra diverse
esigenze: da quella di obbligare gli enti più renitenti a fare la formazione
generale (oltre a quella specifica relativa allo svolgimento del servizio) a
quella di non scontentare gli enti assistenziali e di volontariato, da quella
di evidenziare il legame culturale e storico con l’obiezione di coscienza
a quella di supplire alla scarsa “educazione civica” di molti giovani
volontari... Vi è inoltre da rilevare una rigidità eccessiva rispetto
alle proposte di metodo e di moduli in cui le stesse “linee” sono
articolate. Si arriva addirittura a quantificare in percentuale quante dovranno
essere le ore di lezione frontale (e quante quelle con “dinamiche non
formali” ) e per quali moduli, i quali rischiano così di risultare
non indicativi ma obbligatori nella loro rigida formulazione, fortemente ingessanti
nella conduzione della formazione - e dunque pedagogicamente inefficaci - se
assunti sic et simpliciter e non intelligentemente rielaborati. Si dice tuttavia
che “è prevista una prima fase di sperimentazione delle linee guida
della durata di un biennio, al termine della quale si potrà procedere,
sulla base delle verifiche degli obiettivi che le stesse si prefiggono, alle
necessarie valutazioni e correzioni qualitative”. Vedremo.
E’ indicato infine come necessario tenere i “registri della formazione”
e svolgerne il “monitoraggio”, anche perché l’UNSC
potrà fare (direttamente o attraverso le regioni) le “verifiche
sul campo” dei corsi di formazione.
La nonviolenza è solo difesa?
Seppure tra gli undici moduli nei quali l’UNSC articola la formazione
solo un paio fanno riferimento alla nonviolenza come tema da trattare e approfondire
- implicitamente il modulo 2 (dall’obiezione di coscienza al servizio
civile nazionale: evoluzione storica, affinità e differenze tra le due
realtà) ed esplicitamente il modulo 4 (la difesa civile non armata e
nonviolenta) - è possibile, a mio parere, per i formatori, impostare
l’intera formazione generale (e dunque non solo la parte relativa alla
difesa) con un approccio culturale nonviolento rielaborando in quest’ottica
l’insieme dei temi proposti. Ciò mi pare opportuno ed auspicabile
per almeno tre ragioni:
le tappe concettuali in cui si articolano le “linee guida per la formazione
generale” rientrano pienamente nell’ambito della riflessione ampia
in cui si sono esercitati i pensieri e le pratiche della nonviolenza, di cui
la “difesa non armata e nonviolenta” - che è punto di partenza
del percorso formativo, oltre che obbiettivo primo della legge – è
una particolare, seppure fondamentale, espressione.
Se la formazione riveste un “ruolo strategico” nel servizio civile
è opportuno che tutti i giovani sviluppino un reale percorso di apprendimento
dei contenuti proposti7 e perciò risulta pedagogicamente poco utile svolgere,
per esempio, un modulo su “la difesa civile non armata e nonviolenta”
senza prevedere almeno un paio di moduli propedeutici su temi come “l’analisi
dei conflitti nella società complessa, dall’ambito micro a quello
macro”, e su “l’approccio della nonviolenza alla loro trasformazione
non distruttiva”, che forniscano gli elementi della cornice epistemologica
in cui poter collocare efficacemente la proposta della “difesa nonviolenta”.
Infine, il tempo della formazione generale prevede “una durata minima
di 30 ore” e quindi può essere ulteriormente arricchito e rinforzato
dove le proposte delle “linee guida” appaiono più deboli.
In questa ottica, volta a fondare sulla nonviolenza l’intero impianto
formativo, mi sembra importante segnalare un altro significativo documento,
proposto questa volta dal Comitato di consulenza per la difesa civile non armata
e nonviolenta, ossia la prima “ipotesi di lavoro” elaborata in ambito
istituzionale e consegnata il 30 gennaio 2006 all’UNSC sul tema “La
difesa civile non armata e nonviolenta (DCNAN)8”. Si tratta di un documento
lungo e articolato dove – dopo aver sviluppato le diverse questioni inerenti
la difesa militare, la difesa civile e la dpn - è scritto, tra le altre
cose, che “si deve innanzitutto osservare che l’espressione DCNAN
indica qualcosa di più della semplice <<difesa senza armi>>”
perché trova la sua “principale ragion d’essere nella scelta
a vantaggio della nonviolenza, prima ancora che nella più modesta scelta
dell’alternativa disarmata rispetto a quella armata”, e questa non
mi pare una constatazione banale in quanto, continua il documento, “il
riferimento alla nonviolenza” oltre alle modalità di difesa “coinvolge
scelte personali e collettive in un certo senso propedeutiche all’attivazione
di simili meccanismi, giacché si sostanziano sulla opzione alla nonviolenza
intesa come elemento forte di giudizio politico, sociale ed etico”. A
sostegno di questa tesi viene citata, quasi integralmente, la “Carta”
del Movimento Nonviolento scritta da Aldo Capitini che distende il piano dell’impegno
della nonviolenza su molteplici dimensioni. Il paragrafo poi si conclude con
l’affermazione che “da questo punto di vista pertanto da DCNAN non
riguarda esclusivamente una diversa modalità di gestione dei conflitti
internazionali, ma costituisce un punto di riferimento anche in relazione alla
gestione dei conflitti interni, ai possibili livelli <<macro>> o
<<meso>>, primariamente con riferimento a quelli di carattere sociale9”.
Applicando, infine, queste riflessioni al SCN il Comitato per al DCNAN sottolinea
che seppur le finalità della legge 64/01 “sono tutte strettamente
collegate al concetto di ripudio della guerra(…)”, di fatto “si
constata che all’interno di tale “vocazione” il SCN agisce
in situazioni di degrado (sociale, ambientale, culturale,…) e pertanto
in contesti in cui sono presenti in forma più o meno esplicita, aspetti
di violenza”, dove il suo compito non è quello di intervenire in
maniera assistenziale (come operatore acritico del welfare) quanto piuttosto
quello di misurarsi con “aspetti di violenza che richiedono azioni di
riconciliazione e di pacificazione (tra persone, tra comunità, tra uomo
e ambiente ecc.) che a loro volta si sostanziano in forme di prevenzione e trasformazione
dei conflitti”. Insomma, anche laddove i volontari non sono impegnati
in attività esplicitamente di “difesa non armata e nonviolenta”
rispetto agli scenari internazionali il loro compito rimane ugualmente quello
di leggere e agire i contesti dati, nei quali si svolge effettivamente il loro
servizio, con stile e metodi nonviolenti.
Qualunque sia l’impostazione (la mission) dell’Ente di servizio,
questa capacità di lettura e azione all’interno delle dinamiche
sociali e delle strutture di violenza – dal quartiere alla comunità
internazionale - può essere fornita ai volontari solo da una formazione
generale basata sulle categorie ed i paradigmi elaborati del pensiero e dalle
sperimentazioni della nonviolenza nell’analisi della diverse forme e dimensioni
dei conflitti e della loro trasformazione nonviolenta. 10
Sempre che gli stessi formatori siano preparati a farlo. Ma qui si aprirebbe
un’altra riflessione...11
Pasquale Pugliese
A puro titolo esemplificativo, propongo due ipotesi di moduli formativi che
rileggono i mandati delle “linee guida” sulla solidarietà
e sulla cittadinanza attiva e responsabile (modulo 6 delle “linee guida”:
la solidarietà e le forme di cittadinanza) in un’ottica nonviolenta,
già sperimentati in diversi corsi di formazione generale con i volontari:
Solidarietà attiva: un’ipotesi di trasformazione nonviolenta dei
conflitti interculturali
stereotipi e pregiudizi
gioco di ruolo
cenni su urgenza classificatoria, categorizzazione, stereotipizzazione e pregiudizio;
radiografia di un pregiudizio (positivo o negativo): penso, sento e attuo
gioco di ruolo
lettura da Tolstoj: I ciechi e l’elefante
la comunicazione
gioco di ruolo
cenni su: comunicazione e valori, rappresentazioni e comportamenti
lavoro in piccolo gruppo su: eventi critici o “incidenti culturali”
riflessione in gruppo sulle cornici culturali
pratiche interculturali
- cenni su la mediazione dei conflitti interculturali
esercizio in piccoli gruppi su “la storia del quadrato nel paese dei rotondi”
una o più letture conclusiveCittadinanza attiva: empowerment come etica
della responsabilità e “potere di tutti”
perché la nonviolenza si occupa del potere?
Cenni teorici tratti da Pat Patfort ;
due categorie per la cittadinanza: obbedienza e disobbedienza
Lavoro a piccoli gruppi sulle seguenti letture:
a) Adolf Eichmann (la banalità del male)
a)l’esperimento del dott. Milgram
b)L’obbedienza non è più una virtù (don Milani)
c)Il boicottaggio degli autobus a Montgomery
presentazione “emotiva” dei differenti testi e discussione in grande
gruppo
Cenni teorici da:
1.Sharp
2.Pontata
- visione filmato: Gandhi (la marcia del sale)
- gioco di ruolo
- lettura L’uomo che piantava alberi
Pierre Ceresole, 1879-1945
Un pioniere del volontariato
Pierre Ceresole è il fondatore del Servizio Civile Internazionale. La
sua biografia è costellata di scelte “folli”, come quella
di disfarsi della ricchezza,certamente incongrue rispetto al “buon senso”,
di allora e di oggi. Proprio per questo la sua vita ci parla, oggi come allora.
Pierre Ceresole nasce a Losanna nell’agosto del 1879, ultimo di sei fratelli
e tre sorelle. Suo padre Paul, colonnello dell’esercito svizzero e giudice
alla Corte Federale, diviene per un certo periodo anche Presidente della Svizzera.
A nove anni Pierre perde la madre. Studia al collegio di Losanna e poi all’Istituto
Federale di Tecnologia di Zurigo, dove si laurea in Ingegneria e svolge un dottorato.
Lavora come matematico e fisico a Göttingen e poi a Monaco con una personalità
come Von Laue, vincitore del Premio Nobel nel 1901.
Nel 1909 intraprende un lungo viaggio negli Stati Uniti durante il quale si
manterrà attraverso il lavoro manuale, o dando lezioni private di francese
o di matematica. È un periodo molto difficile, la sua esperienza fino
a quel momento è stata ben diversa. Ma è proprio qui che comincia
a prendere consapevolezza delle situazioni di ingiustizia sociale, e a desiderare
di infischiarsene del denaro. Alle Hawaii riceve una piccola fortuna per aver
insegnato a un membro dell’antica famiglia reale, e la dona ad una organizzazione
attiva nelle zone rurali. Si reca poi in Giappone (1912-14) come ingegnere per
una compagnia svizzera. Ma inizia la I Guerra Mondiale e Pierre Ceresole decide
di rientrare in Svizzera per aiutare il suo paese.
Al suo ritorno scrive ai ministri del governo federale e affida loro tutto quello
che possiede:
“Condivido con voi ciò che ho ricevuto in eredità da mio
padre, sperando che i momenti che stiamo vivendo possano spiegare il motivo
del mio atto. Io credo che gli insegnamenti di Cristo (…) siano superiori
al più spiccato realismo politico o al senso comune. (…) Fate di
questo denaro l’uso che vi parrà corrispondente allo spirito con
cui vi scrivo”.
Nel 1915 è molto colpito dall’esempio di John Baudraz, un insegnante
condannato a diversi mesi di prigione e a perdere il lavoro, per aver rifiutato
il servizio militare a motivo della sua fede cristiana. La condanna, e il silenzio
della Chiesa ufficiale su questo argomento, lo colpiscono profondamente e allora
Pierre, che per ragioni di salute non era stato chiamato alla leva, decide di
non pagare più la tassa militare che fino ad allora aveva sostenuto.
È una scelta che mantiene nel tempo e che gli costerà annualmente
una condanna e alcuni giorni di reclusione. Il primo giorno di prigionia è
nel 1917. Ceresole spiega il suo atto in un testo intitolato “Religione
e patriottismo”. Nel novembre dello stesso anno, nella chiesa francese
di Zurigo, lancia un appello in cui accusa i sacerdoti che sostengono la guerra.
Secondo Pierre “si mettono al servizio degli idoli nazionali” e
nel far questo “mettono loro stessi tra noi e lo Spirito. Non oscurateci
il sole, o diventate voi stessi trasparenti ai suoi raggi”.
Nel 1919, in Olanda, partecipa ad un incontro con alcuni membri del Movimento
Internazionale per la Riconciliazione. Pierre Ceresole si sente subito a suo
agio tra queste persone. Dopo questo incontro avrà l’intuizione
che lo porterà a fondare il Servizio Civile internazionale, che continua
ancora oggi. La sua speranza è che l’incontro tra giovani di diverse
culture, a favore di un obiettivo costruttivo concreto, possa contribuire a
porre le basi per impedire la prossima guerra.
Nel 1920, insieme ad altri pacifisti tedeschi, austriaci ed inglesi, organizza
ad Esnes, vicino a Verdun (in Francia), il primo campo di volontari per un servizio
non militare. Sono cinque mesi in cui Pierre ha il piacere di lavorare accanto
al fratello maggiore, Ernest, colonnello dell’esercito svizzero, che rimase
fino alla sua morte uno dei migliori supporti per questa iniziativa.
Nel 1925 Ceresole diventa segretario del “Centro svizzero di azione per
la pace”. Insegnante di matematica, dedica il tempo libero e le vacanze
alle campagne per la diffusione del servizio civile in diversi paesi. Altri
campi si susseguono: nel 1925 in Svizzera, nel ‘28 in Liechtenstein, nel
‘30 in Francia, nel ‘31 in Galles.
Nel 1931 il Mahatma Gandhi è in Svizzera e Pierre Ceresole è il
suo interprete durante l’incontro che si tiene a Pully, vicino a Losanna.
Si incontreranno ancora, durante il soggiorno di Pierre Ceresole in India (1934-37)
per ricostruire, con altri volontari e contadini del luogo, 7 villaggi distrutti
dal terremoto, ovvero la casa per circa 600 famiglie, con servizi sanitari innovativi
per tutta la regione. Nell’ultimo viaggio di ritorno verso la Svizzera
si ferma negli Stati Uniti per partecipare al congresso mondiale dei Quaccheri
ed entra nella “Società degli Amici”.
In quell’anno, nell’imminenza di un’altra guerra, le autorità
svizzere ordinano esercitazioni di oscuramento e Piere Ceresole rifiuta deliberatamene
di obbedire agli ordini. Scandalo. Nuova condanna. Carcere. E comincia per lui
un nuovo periodo di protesta ostinata contro la guerra. Scrive al proposito:
“No, questa non è la guerra del diritto e della giustizia; è,
per chi vi partecipa, la guerra dell’idiozia più amara e della
disperazione”.
Nel 1940, fedele ai suoi ideali, dà in beneficenza un’eredità
familiare (ma non a favore del servizio civile internazionale, che pure considerava
una parte di se stesso).
Nuovo rifiuto all’oscuramento e di nuovo carcere. A Pasqua scrive un appello
alla chiesa: “Voi mi dite che Cristo è risolto. Io non crederò
mai che voi lo credete, se non vedo nella vostra vita la forza mentale per attaccare
il problema che non può risolverne altri”.
Nel 1941 ha tra le mani una circolare dell’esercito svizzero: “articoli
e testimonianze sugli orrori continui della guerra che ne mostrano i caratteri
disumani, anti-cristiani e anti-sociali”. Il testo è accompagnato
dall’appunto “Non pubblicare”. Naturalmente Pierre Ceresole
rende pubblico il testo, ed è di nuovo in carcere.
Nel dicembre del 1941 si sposa con Miss Lise Davide, l’amica con cui da
sempre condivide gli ideali e le lotte. La loro piccola casa è subito
un centro di attività per la vasta famiglia dei pacifisti, senza interruzioni
né per le difficoltà, né per i sei periodi di prigione
che ancora si susseguiranno a turbare la loro vita coniugale. La lotta continua
con la scrittura e l’azione e, già un mese dopo il matrimonio,
Pierre è di nuovo in carcere per alcuni giorni.
Per due volte, nel ’42 e nel ’44, dopo un lungo dibattito interno,
Ceresole cerca di entrare in Germania e viene subito arrestato.
Pierre Ceresole muore il 23 ottobre 1945, nella sera di un magnifico giorno
trascorso insieme agli amici, sulla terrazza della sua piccola casa.
Tradotto e liberamente tratto da “Vivre sa vérité”,
Baconnière, Neuchâtel (Svizzera), 1950.
Il servizio civile volontario al Movimento Nonviolento
Due giovani che hanno fatto o stanno svolgendo servizio civile presso il Movimento
Nonviolento raccontano la loro esperienza.
RAFFAELLA
In che anno hai fatto servizio civile al MN? Quanti anni avevi?
Ho fatto servizio civile alla sede nazionale di Verona tra il novembre 2003
e il novembre 2004, all'età di 26 anni.
Con quali motivazioni hai scelto il servizio civile? E perché proprio
al Movimento Nonviolento?
La mia idea primaria quando ho cominciato era quella di potermi rendere utile
per un'associazione a cui riconoscevo ottime intenzioni ma scarsità di
mezzi per attuarle.
L'incontro con il Movimento Nonviolento è stata determinata da motivi
di studio, in vista della preparazione della tesi il mio relatore mi ha consigliato
di raccogliere informazioni su Aldo Capitini e da lì all'approdo a Verona
il passo è stato breve...
Inizialmente che cosa conoscevi della nonviolenza, o del MN? Che cosa ne pensavi?
La mia conoscenza verso il mondo della nonviolenza era praticamente nulla, a
parte la storia di grandi personaggi come Gandhi o Martin Luther King e le informazioni
derivate dall'attenzione verso Rete Lilliput e i Social Forum, che in quel momento
erano all'ordine del giorno
Che cosa ti ha dato questa esperienza, dal punto di vista formativo e personale?
Sicuramente è stata un'esperienza molto positiva in cui ho potuto conoscere
una realtà a me sconosciuta. Ho capito come si possono rendere concreti
ed attuali nella vita di tutti i giorni idee e principi specifici.
Ci sono stati momenti particolarmente significativi, per attività svolte
o cose apprese o scoperte, o perché eri in difficoltà e ti pareva
di dover mollare...?
No, non ho mai vissuto momenti così negativi da decidermi a mollare,
mi sono trovata bene per tutto il periodo. Sicuramente il fatto di essermi laureata
durante il servizio civile mi ha fatto trovare in un momento di incertezza sul
futuro per il periodo successivo ma mi ha anche permesso di rendere produttivo
questo spazio di tempo, senza trovarmi di colpo senza riferimenti.
Il momento più significativo di quell'anno è stato sicuramente
la mia laurea. L'argomento della tesi era la storia del Movimento Nonviolento
negli ultimi decenni e poter discutere l'argomento di fronte ad alcuni dei suoi
membri mi ma dato una grande soddisfazione e ha dato un senso diverso e migliore
al mio lavoro
Che cosa hai sentito di poter dare di te durante quel periodo?
Ho partecipato attivamente alla riorganizzazione della biblioteca, che è
stata portata avanti dai miei "successori", e alla vita della Casa
di Verona in generale, ma credo che il mio contributo personale si sia tradotto
soprattutto nella interpretazione che ho dato alla storia recente del Movimento
attraverso la mia tesi.
Che cosa ti resta oggi di questa esperienza? come ci ripensi, come entra nella
tua quotidianità, nelle tue scelte...?
Resta sicuramente un coinvolgimento diretto nella vita del Movimento e il rapporto
instaurato con tutte le persone che ho conosciuto durante il servizio civile.
È aumentato anche il mio spirito critico e la responsabilizzazione verso
alcuni aspetti della vita quotidiana.IRENE
In che anno hai fatto servizio civile al MN?
Ho iniziato il servizio civile il primo dicembre 2005 e terminerò il
30 novembre 2006, qualche settimana prima di compiere 21 anni.
Con quali motivazioni hai scelto il servizio civile?
È stato in seguito alla mia esperienza di stage in una cooperativa che
si occupa di ragazzi disabili. Mi entusiasmava il fatto di poter aiutare gli
altri e di avere inoltre, sono sincera, una retribuzione per un certo periodo,
anche se poi sono finita in un posto che con i disabili non ha nulla a che fare.
E allora perché hai scelto proprio il Movimento Nonviolento?
È capitato per caso. Da qualche anno, grazie al mio insegnante di lettere,
facevo parte del gruppo “Pace e Diritti Umani” della mia scuola,
con il quale organizzavamo assemblee e un mercatino di Natale all’interno
della scuola, con prodotti del mercato equo e solidale, i cui ricavati –
in parte – venivano devoluti ad associazioni come Medici Senza Frontiere,
Emergency, eccetera… Di conseguenza, mi ero avvicinata molto a quel mondo
di pace, nonviolenza, rispetto dei diritti dell’uomo…
Un giorno mia madre, leggendo “L’Arena”, il quotidiano di
Verona, ha letto l’articolo del bando “Comunicare la Nonviolenza”
e, sapendomi incline a quell’argomento, mi ha ritagliato l’articolo
e mi ha proposto di presentare la richiesta.
E poi, una ragazza che si chiama Irene, come può non avvicinarsi al mondo
della nonviolenza e della pace? (Irene, in greco, è EIPHNH, che significa
PACE!)
Inizialmente che cosa conoscevi della Nonviolenza, o del MN? Che cosa ne pensavi?
Sinceramente, non molto. Conoscevo qualcosa della vita di Gandhi, della sua
lotta nonviolenta, appunto, di ciò che ha fatto per portare l’India
all’indipendenza; conoscevo un po’ meno della vita di Martin Luther
King, delle sue lotte per l’uguaglianza e i pari diritti tra neri e bianchi,
ma nulla nello specifico. Il Movimento, nonostante fosse nella mia città,
proprio non lo conoscevo, non ne avevo mai sentito parlare.
Che cosa ti sta dando questa esperienza, dal punto di vista formativo e personale?
Direi parecchio, in particolare da quando abbiamo fatto un corso formativo,
con i nostri “colleghi” di Livorno e Brescia, dove ci è stato
spiegato chi era Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento, ci è
stata raccontata la storia di Pietro Pinna, primo obiettore di coscienza in
Italia, persone delle quali non sapevo nemmeno l’esistenza. E questa è
una cosa inaccettabile: persone così importanti, che hanno fatto così
tanto per costruire valori solidi sui quali basare le nostre esistenze, non
vengono nemmeno citate sui libri di storia. Se ora ci sono molte associazioni
che si occupano di portare la pace negli angoli più sperduti del mondo,
e di rispettare e salvaguardare i diritti dei più deboli, è anche
grazie a loro e a persone come loro. E troppo pochi li conoscono: inammissibile.
Ci sono stati momenti particolarmente significativi, per attività svolte
o cose apprese o scoperte, o perché eri in difficoltà e ti pareva
di dover mollare…?
I momenti significativi sono stati indubbiamente molti: dal corso formativo
di cui parlavo prima, alla conoscenza di altri personaggi come Alberto Trevisan
- che ci ha raccontato la sua esperienza in carcere e che ci ha presentato il
suo libro “Ho spezzato il mio fucile”, al convegno “Nonviolenza
e politica” che si è svolto a Firenze il 5-6-7 maggio 2006 nel
quale, oltre a conoscere una stupenda città, abbiamo partecipato ai lavori
e conosciuto persone molto legate al Movimento.
Significativo è stato anche, per me, il corso che abbiamo svolto a Verona,
dal titolo “Nucleare civile? No, grazie! Nucleare militare? Mai più!”,
con la visione di: “The day after”, “Testament”, “Quando
soffia il vento” e “Il Dottor Stranamore” e con esperti quali
Gianni Tamino, docente dell’Università di Padova e biologo, che
ha portato la sua esperienza diretta in seguito a un viaggio a Cernobyl, ed
ha trattato la situazione dei Paesi che hanno la bomba atomica, e Michele Boato,
insegnante dell’Ecoisituto del Veneto, che ci ha parlato delle alternative
al nucleare.
Che cosa senti di poter dare di te durante il tuo servizio?
Ad essere sncera, non moltissimo. Oltre alle “faccende di casa”
e all’ordinaria amministrazione, non credo di aver dato un grande contributo,
se non per un articolo che ho scritto su Azione Nonviolenta di giugno, sulla
faccenda archiviata di un monumento anitmilitarista. (“Un monumento diverso”,
ultima pagina). Ma non ho ancora terminato il mio servizio al Movimento, abbiamo
ancora parecchie iniziative in ballo e manifestazioni alle quali intendiamo
partecipare. In ogni caso, comunque, sarà un’esperienza che ricorderò
positivamente, ogni volta che sentirò parlare di nonviolenza mi ricorderò
che c’è un posto nel quale la nonviolenza è il cardine di
ogni attività, dove ci sono persone che ancora credono che un mondo migliore
esista e possa essere creato, con pazienza e dedizione. Basta solo volerlo.
L’Anno di Volontariato Sociale,
una radice invisibile del Servizio Civile Nazionale
di Claudia Pallottino
E se il Servizio Civile Nazionale non nascesse “soltanto” dall’obiezione
di coscienza? Già, perché di un’altra radice si dovrebbe
parlare: l’Anno di Volontariato Sociale (AVS) ideato a Roma nel 1976 nell’ambito
di un convegno cattolico con l’obiettivo di “rendere protagonisti
i giovani nella costruzione della comunità sociale”, coinvolgendoli
in iniziative legate ai temi della “promozione umana”. L’AVS
sarà poi messo in pratica a partire dai primi anni Ottanta, prevalentemente
dalla Caritas e da altri enti già particolarmente attivi con gli obiettori
di coscienza, e coinvolgerà in quasi vent’anni circa 2.000 volontarie.
Ha tutte le caratteristiche di un servizio civile volontario primordiale e di
grande radicalità: un anno di servizio gratuito in contesti di disagio
sociale, facendo vita comunitaria e frequentando un percorso formativo di educazione
alla pace e alla mondialità, spesso condiviso con gli obiettori di coscienza.
Non era certo una scelta facile. Spesso chi lo sceglieva doveva fare i conti
con una famiglia poco propensa ad una “pausa” nella crescita professionale
della propria figlia. Sì, quasi solo di ragazze si trattava, più
una sparuta minoranza di ragazzi riformati alla leva.
Nel 2001, con l’istituzione del servizio civile nazionale, l’AVS
termina il suo percorso. L’intuizione di base però non è
dispersa, anzi potremmo dire che il SCN ne ha fatto tesoro non meno che dell’obiezione
di coscienza, come dimostra l’articolo che segue. Scritto dodici anni
fa da Paola Dal Dosso, allora responsabile nazionale Caritas per l’AVS,
colpisce per la sua assoluta attualità di linguaggio e di contenuti.
Un bilancio del cammino fatto non può che sottolineare la positività
di un’esperienza come l’AVS per chi l’ha vissuta: non ci sono
statistiche, ma sono numerose le testimonianze dell’acquisizione di uno
stile di vita solidale, di un impegno per la pace, di una professione vissuta
come servizio ecc… Tuttavia, proprio dalla positività di questa
esperienza nasce l’esigenza di valorizzare i principi su cui questo percorso
si è sviluppato perché siano posti a fondamento di un’esperienza
rinnovata e più partecipata. In almeno tre nuclei si può sintetizzare
l’apporto specifico dell’AVS: la radicalità della scelta
(che si modula sul tempo pieno, sulla gratuità, sulla vita comunitaria),
il rapporto tra servizio e formazione, il peso dato all’educazione alla
pace e alla mondialità.
Ma la sfida che maggiormente sta dinanzi all’AVS è certamente quella
di diventare scelta partecipata. Per questo occorre dare all’AVS un solido
fondamento giuridico (per tre legislature non si è neppure cominciata
la discussione su una legge ad hoc!) e parallelamente, inserirlo in un quadro
più ampio che coinvolga anche lo stesso servizio civile degli obiettori
di coscienza e che faccia riferimento al connubio giovani-solidarietà-pace.
Nasce di qui l’idea di un servizio civile nazionale che presenta non poche
analogie con l’AVS. Così come è stata formulata dalla Caritas
e dalla Fondazione Zancan il servizio civile nazionale è la proposta
di un anno di servizio rivolto a tutti i giovani, maschi e femmine, da sviluppare
nei diversi campi della vita sociale (assistenza, sanità, cultura, salvaguardia
del patrimonio artistico, dell’ambiente, servizio di pace nei luoghi di
conflitto, ecc..). Una siffatta proposta fa riferimento a due doveri sanciti
dalla nostra Costituzione, il dovere di solidarietà (at. 2) e il dovere
della difesa della Patria (art. 52) reinterpretata, quest’ultima, alla
luce della giurisprudenza più recente, in particolare le sentenze della
Corte Costituzionale secondo cui il dovere di difesa deve legittimamente esercitarsi
contro tutto ciò che insidia la vita della comunità nazionale,
spostando quindi l’obiettivo dal “suolo patrio” alla popolazione
e alla sua vita ordinaria.
L’attualità di un tale progetto deriva da alcuni elementi non secondari
nella vita del nostro paese:
- il progressivo smantellamento della leva obbligatoria che rischia di far perdere
la “cultura tradizionale” del dovere di servire la Patria, a tutto
vantaggio di una delega da parte dei cittadini a una stretta cerchia di militari
altamente specializzati;
- l’avvio dello studio del “nuovo modello di difesa” all’interno
del quale è previsto anche un servizio civile nazionale ma su basi ideologiche
“equivoche” e che modifica il concetto di difesa degli interessi
vitali della nazione con possibilità di interventi armati all’estero;
- il progressivo deterioramento della fiducia dei giovani nelle istituzioni
e il distacco psicologico dell’appartenenza sociale.
Dal testo appena letto traspaiono ripetuti tentativi di dare riconoscimento
giuridico alla proposta dell’AVS, legandola all’esperienza del servizio
civile sostitutivo. Un riconoscimento arriverà, sotto altra forma, quando
la sospensione della leva crea un imbarazzante “vuoto civile” e
forse documenti come questi diventano bozze già pronte su cui lavorare
per una nuova legge, senza cognizione dell’esperienza precedente.
Quali e quanti enti erano realmente coinvolti nell’AVS? Quale ruolo hanno
avuto nell’interlocuzione con lo Stato per la costituzione del Servizio
Civile attuale? E dove sono oggi le volontarie AVS? Come ha influito l’AVS
sulla loro vita e di conseguenza sulle loro comunità?
Proprio questo “servizio civile primordiale” potrebbe essere una
nuova chiave di lettura della normativa di oggi e delle prospettive di domani.
E se da “volontario” diventasse “obbligatorio”?
Le diverse prospettive delle istituzioni e dei movimenti
di Elena Buccoliero
“Sino a quando il servizio di leva è sospeso ai sensi della legge
n. 331 del 2000, un servizio civile nazionale obbligatorio può costituire
la modalità ordinaria di adempimento al dovere di servire la Patria”
affermato all’art. 52 della nostra Costituzione ed esteso, con sentenze
della Corte Costituzionale in merito al servizio civile sostitutivo, alla difesa
non armata.
Questi, riprendendo dalla relazione di presentazione in Parlamento, i presupposti
essenziali della proposta di legge 3748 del 5 marzo 2003 relativa all’Istituzione
del servizio civile obbligatorio per le giovani ed i giovani, firmata da oltre
70 Parlamentari di forze politiche diverse (dalla Margherita a Rifondazione)
e pensata dopo un “ampio dibattito con associazioni quali Acli, Arci,
Associazione nazionale alpini, Focsiv, Compagnia delle opere, Legambiente, eccetera”.
L’idea è stata poi ripresa nel programma dell’Unione, e quindi
del governo Prodi, che propone un “servizio civile per tutti”.
Su questa idea diverse associazioni di area nonviolenta, oltre a singoli studiosi
del diritto o del sociale, hanno espresso più di una perplessità.
Ma prima di addentrarci nelle numerose obiezioni, è bene capire di che
cosa stiamo parlando.
La proposta di legge
Stando alla relazione introduttiva, la proposta nasce dal vivo apprezzamento
per l’impegno dei giovani in servizio civile e per l’esperienza
che essi maturano.
“Tuttavia”, si legge, “il declino del senso civico e della
legalità e la crisi dei doveri da più parti segnalata inducono
a proporre un rafforzamento di tale adempimento al dovere costituzionale di
solidarietà sociale”. Come dire: il servizio civile volontario
è una bella cosa, ma siccome i giovani sono poco “civili”
(...solo i giovani?) sarà meglio che il servizio volontario diventi obbligatorio.
L’obbligo, poi, non può essere impedito dalla Costituzione, che
all’art. 23 esclude ogni limitazione non autorizzata alle libertà
individuali (“Nessuna prestazione personale o patrimoniale può
essere imposta se non in base alla legge”), proprio perché il servizio
civile obbligatorio discenderebbe direttamente dal già citato art. 52,
sul dovere di difesa della Patria.
Ancora, non è indifferente il richiamo diretto ad alcune grandi associazioni
di servizio civile come partner nella elaborazione della proposta. Si presenta,
cioè, come risposta e, insieme, sistematizzazione di stimoli che arrivano
dalla base. Un occhio di riguardo viene rivolto alla cooperazione internazionale,
come settore che apre alle nuove generazioni possibilità inedite di fare
esperienze in altri paesi.
Dunque, la proposta di legge prevede di istituire il servizio civile obbligatorio
quale “modalità non armata di difesa della Patria” (art.
1).
Gli ambiti sono gli stessi del servizio civile volontario: tutela e valorizzazione
del patrimonio naturale, ambientale, storico, artistico e culturale del Paese;
tutela della salute; protezione civile; istruzione, integrazione e assistenza
sociale; cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. Il servizio sarebbe rivolto
a ragazzi e ragazze di 18-26 anni (forse 28, visto che nel frattempo la normativa
ha esteso il limite per i progetti di servizio civile volontario) e avrebbe
durata di 6 mesi, per un compenso mensile di 300 Euro (art. 2).
La proposta demanda al Governo l’adozione di decreti attuativi (art. 3)
tenendo conto del fatto che:
a) gli enti nei quali prestare servizio civile sono le Regioni, gli Enti Locali,
le associazioni di protezione civile, le organizzazioni non governative e le
associazioni del terzo settore, preferibilmente nella provincia o comunque nella
regione di residenza;
b) gli enti appena indicati devono richiedere l’assegnazione di volontari
secondo le loro esigenze;
c) i volontari possono esprimere una preferenza di settore, di cui si terrà
conto in modo non vincolante, sulla base delle possibilità concrete;
d) sono da prevedere le possibili cause di rinvio o gli eventuali impedimenti
allo svolgimento del servizio.
Sarebbero esentati dal servizio civile obbligatorio coloro che optano per il
servizio militare volontario o chi ha già svolto servizio civile volontario
(art. 4).
L’inevitabile spesa verrebbe coperta con l’istituzione, presso la
Presidenza del Consiglio dei ministri, di un Fondo nazionale per il servizio
civile obbligatorio, con una dotazione iniziale di un miliardo e 800 milioni
di Euro (art. 5) che, fossero solo i compensi, corrispondono al servizio di
500.000 giovani, per cominciare. È una spesa che annualmente dovrebbe
essere ritagliata attingendo in parte alle risorse del Ministero delle Finanze
e adottando le necessarie variazioni di bilancio (art. 6).
Il servizio civile come forma di schiavitù?
“Una delle conseguenze negative dell’abolizione della leva, che
probabilmente non è stata - a suo tempo - attentamente valutata, è
la inevitabile abolizione del Servizio civile sostitutivo. In questo modo è
stato distrutto un bene pubblico repubblicano, un patrimonio pubblico che concorreva
– latu sensu – alla difesa della Patria, attraverso l’impegno
sociale di decine di migliaia di giovani, nei settori più disparati,
in Italia e all’estero”, scrive Domenico Gallo, noto costituzionalista.
Da un punto di vista strettamente giuridico, però, la soluzione a lui
sembra impraticabile. Se è vero che la Corte Costituzionale ha riconosciuto
il servizio civile sostitutivo come forma di difesa non armata della Patria,
questo non varrebbe per un servizio civile obbligatorio, poiché l’art.
52 della Costituzione rende obbligatoria soltanto la difesa militare. Ed ecco
che allora il servizio civile risulterebbe una forma di schiavitù interdetta
dalle convenzioni internazionali ed, in particolare dalla Convenzione Europea
sui Diritti dell’Uomo, che esclude dal novero dei lavori forzati soltanto
il servizio militare e gli eventuali servizi sostitutivi prestati dagli obiettori
di coscienza.
In concreto le cose non andrebbero meglio: “gli enti di servizio civile”,
scrive Gallo, “non possono trasformarsi in “caserme” e “costringere”
i coscritti a prestare un servizio obbligatorio, inviando i Carabinieri a catturare
quelli che fuggono”.
L’Ipri (Italian Peace Research Institute) di Torino e la Rete “Verso
i Corpi Civili di Pace” riprendono questo tema ma con una precisazione:
l’obbligatorietà risulterebbe proponibile (cioè non sarebbe
una forma di schiavitù, in quanto legata al dovere di difesa della Patria)
nel caso in cui il servizio si realizzasse attraverso forme di Difesa Popolare
Nonviolenta (DPN), ad esempio accanto alle comunità di base in Colombia,
tra i civili di Israele e Palestina o nelle aree di maggiori implicazioni mafiose
nel nostro paese. Fa specie, considerano gli estensori del documento, che la
DPN non sia neppure citata tra i settori in cui svolgere servizio civile.
Il dialogo tra difesa e solidarietà
“Il problema è se il servizio civile e, in specie, la difesa civile
facciano riferimento solo al principio di solidarietà o, propriamente,
alla difesa nonviolenta del cittadino e della patria, in alternativa all’esercito”,
scrive il Gavci in un suo documento al riguardo. Se questo è un dato
da prendere sul serio, allora riemerge “l’impegno preciso di formare
i volontari anche alla difesa della patria, che è il dovere costituzionale
di ogni cittadino, ma nella forma di difesa popolare nonviolenta, consona con
la scelta del servizio civile”.
Peccato però che la proposta di legge non tratti di questo. Osserva il
“Gruppo F. Jagerstatter per la nonviolenza” di Pisa: “è
significativo che manchi ogni riferimento all’articolo 11 (ripudio della
guerra) della Costituzione. È un “non detto” pesante, visto
il riferimento alla difesa che nella nostra tradizione è quasi esclusivamente
demandata alle forze armate, e visto il richiamo al precedente dell’O.d.C.”.
Secondo Domenico Gallo l’obbligatorietà “mutila il Servizio
civile della Difesa Popolare Non Violenta, la cui sperimentazione pratica era
stata introdotta dalla legge riforma dell’obiezione di coscienza (...)
sconfessando – a posteriori – gli interventi che il volontariato
italiano ha effettuato nei luoghi dei conflitti, dalla Palestina, alla Bosnia,
al Kossovo”.
Come dire: i civili fanno solidarietà con chi soffre e i conflitti li
risolvono (li risolvono?) i militari.
Sei mesi non bastano
Un tempo di sei mesi, previsto nella proposta di legge, è insufficiente
per sviluppare il servizio, dalla formazione all’impegno. Lo ribadiscono
un po’ tutte le voci fin qui ascoltate. Un periodo tanto breve lascia
intuire due possibilità poco interessanti. Da un lato moltiplicare le
pastoie burocratiche con l’illusione di controllare meglio gli Enti affinché
formino seriamente i giovani loro affidati – ma perché gli Enti
dovrebbero farlo, visto che dopo sei mesi il volontario esce dal giro? Dall’altro
il rischio forte di abbassare la qualità del servizio, come già
a suo tempo per il servizio sostitutivo degli obiettori di coscienza, visto
che i giovani, comunque, non potrebbero sottrarsi.
Si investono le briciole
L’investimento economico è irrisorio, l’Ipri lo definisce
addirittura una “elemosina”. Passare da 433 a 300 Euro mensili è
un segnale di scarso investimento. “Inoltre”, commenta il Gruppo
Jagerstetter, “se il servizio civile è proposto nell’ambito
dell’art. 52 (usato anche per giustificarne l’obbligatorietà),
non si capisce perché i finanziamenti non siano tratti dalle spese militari
(in costante aumento, lo ricordiamo), ma cercati in capitoli di spesa molto
più scarni e incerti”.
Scrive il Gavci: “la verità è che non mancano i soldi (ci
sono sempre per l’esercito: le spese militari aumentano di Finanziaria
in Finanziaria). Manca la cultura di pace e nonviolenza”.
Il rischio di distorsioni
“Ci sembra corretto considerare la solidarietà sociale come parte
della “difesa della patria” finché significa costruzione
della società civile, rafforzamento delle comunità, difesa della
vivibilità dei territori (tema molto sentito, come dimostrano le lotte
di Scanzano, Acerra, della val di Susa, e moltissime altre…)”, scrive
ancora il Gruppo Jagerstetter, “ma quando diventa, come spesso accade,
supplenza dello Stato, sussidiarietà, privato sociale come “appaltatore”
di servizi pubblici a basso costo, si tratta non di difesa ma semmai di “attentato”
alla Patria nel senso di collettività portatrice di diritti”
“Obbligati” fa rima con “demotivati”
Una delle basi del servizio civile è, appunto, la volontarietà,
vale a dire la scelta personale, il desiderio, l’intenzione di offrire
un servizio. Difficile mantenere lo stesso coinvolgimento per qualcosa che si
prefigura come una tassa da pagare. Si legge nell’articolo del Gavci:
“Abbiamo forti dubbi che questa sia la strada adatta per ottenere personale
motivato e coinvolto nei progetti in cui verrà impiegato, condizione
necessaria perché il servizio consista in vere attività di solidarietà.
Persino le forze armate hanno abolito la leva obbligatoria con l’obiettivo
di aumentare la motivazione e la professionalità dei militari”
Che fine fa la progettazione?
Un deterrente al rischio di sfruttamento dei volontari è, attualmente,
il dovere per gli Enti di progettare, e in modo sempre più puntuale e
rigoroso, con indicatori di valutazione misurabili e percorsi di formazione
generale e specifica. È almeno un tentativo per evitare ai servizio civilisti
che, nel tempo, tutto si risolva con i sonnellini dinanzi alla fotocopiatrice.
Riproporre l’obbligatorietà e la “distribuzione” dei
volontari a pioggia secondo le richieste degli enti, tenendo conto in modo non
vincolante delle preferenze dei ragazzi, significa rientrare nel meccanismo
già percorso malamente per cui “chiunque” si trova a fare
“qualsiasi cosa” senza nessuna passione o ragione migliore della
obbligatorietà. D’accordo, sei mesi passano in fretta, ma non sembra
un modo per accordare manovalanza a basso costo?
Le proposte delle associazioni
Su una cosa sono concordi tutti: prima di pensare ad un servizio obbligatorio,
sarebbe il caso di far funzionare al meglio quello volontario attuale, dandogli
gambe per sviluppare tutte le sue potenzialità. Lo scrivono tutti in
forme diverse.
La prima proposta, emersa anche nell’intervista con Daniele Lugli, è
posta in modo chiaro nel testo dell’Ipri e della Rete Corpi Civili di
Pace: “Dato che il servizio civile volontario è attualmente richiesto
da oltre 30.000 giovani, ben superiori ai posti previsti nei progetti approvati,
perché non incentivare notevolmente i fondi a disposizione dell’UNSC
(Ufficio Nazionale Servizio Civile) ed estendere il numero di progetti approvati?”
E poi ci sono gli incentivi possibili per i ragazzi e le ragazze. Scrive Domenico
Gallo. “Il servizio civile non può essere obbligatorio, ma deve
essere incentivato. Una soluzione potrebbe essere quella di estendere ai giovani
che prestano il servizio civile le prerogative accordate ai giovani che prestano
il servizio militare volontario per quanto riguarda l’accesso agli impieghi
pubblici”.
E il Gruppo Jagerstetter prosegue nello specifico chiedendo “chiare normative
di tutela per il posto di lavoro, punteggi e “crediti formativi”
abbinati al servizio, infrastrutture pubbliche per facilitare il lavoro, e per
comunicare ai volontari che la loro attività è considerata di
alto livello e riconosciuta pubblicamente”.
Ancora nel testo dell’Ipri e della Rete, la proposta di elevare l’età
di ingresso nel servizio civile volontario, come già nella legge regionale
dell’Emilia Romagna, grazie alla quale anche chi ha superato i 28 anni
può candidarsi senza perdere l’eventuale posto di lavoro. Una occasione
preziosa, per esempio, per chi voglia prendere parte a progetti temporanei di
presenza in luoghi di conflitto, secondo quanto è stato richiesto anche
nella proposta di legge presentata dall’On. Valpiana e da altri parlamentari,
per una aspettativa dal lavoro di almeno un anno alle persone che lavorano e
che si impegnino in attività legate ai Corpi Civili di Pace.
Comunque non illudiamoci: la leva è soltanto sospesa
L’ultima nota per ribadire un concetto importante. Attualmente la leva
è “sospesa”, non “abolita”, come ci ricorda opportunamente
ad ogni occasione il Gavci, e primo fra tutti padre Angelo Gavagna. “In
caso non si raggiunga il numero previsto di soldati volontari (90.000), in caso
di guerra e di emergenze internazionali può essere obbligato chiunque
sia in età di leva, salvo ciò che è previsto nella legge-obiettori”,
rammenta il testo del Gavci.
Per questo, “anche l’obiezione di coscienza non è abolita.
Anzi, chi non vuol rischiare di finire soldato, proprio quando c’è
la guerra, deve fare ancora la dichiarazione di obiettore. Si fa appello ai
parlamentari perché venga varato un decreto che precisi le modalità
ufficiali per fare tale obiezione” ma, nel frattempo, un gruppo di associazioni
ha messo a punto un modulo di obiezione che può essere usato da subito,
pubblicato anche su queste pagine nel numero di maggio 2006.
Lettera al Ministro Paolo Ferrero
Sul Servizio Civile al Movimento Nonviolento
Signor Ministro Ferrero,
nel momento in cui assume una carica così impegnativa e in cui tante
sono le istanze e le attese che Le sono rivolte ci preme augurarLe buon lavoro
nell'interesse di tutti i cittadini.
Le rappresentiamo, nel documento allegato, una situazione che ci interessa direttamente
come Movimento Nonviolenta relativa al Servizio Civile Volontario. Ci pare che
la questione abbia una rilevanza che supera il caso singolo e che perciò
possa meritare la Sua attenzione.
Ci è nota la Sua sensibilità e diretta esperienza rispetto a questioni
nel documento sottolineate e a corredo di quanto esposto ci è gradito
offrirle una piccola documentazione che ci pare attinente:
“La mia obiezione di coscienza” di Pietro Pinna (diario del primo
obiettore italiano)
“Nonviolenza in cammino” (Storia del Movimento Nonviolento in Italia)
La rivista mensile “Azione nonviolenta”, fondata da Aldo Capitini
nel 1964
Documento
L’esclusione del Movimento Nonviolento
Il Movimento Nonviolento, pur avendo avuto approvati i progetti presentati,
è stato escluso dall'assegnazione di personale in servizio civile. La
ragione è l'insufficienza dei fondi necessari a finanziare tutti i progetti
presentati ed approvati. L'assegnazione di personale è avvenuta secondo
una classifica dei progetti formulata sulla base di una griglia di valutazione
prefissata. I progetti del Movimento Nonviolento non hanno raggiunto il punteggio
sufficiente per essere inclusi. La condivisione di tale sorte, con altre stimabilissime
associazioni, non è motivo di consolazione. Semmai spinge ad approfondirne
le ragioni e a contestare l'esito dell'intera operazione.
Suo valore paradigmatico
Per quanto direttamente ci riguarda non appare eccessivo attribuire alla nostra
esclusione un valore paradigmatico. Non colpisce infatti solo in modo grave
l'attività di un piccolo, tenace movimento, sorretto unicamente dal contributo
di chi ne condivide l'impresa. I progetti presentati mirano infatti a portare
la conoscenza e l'approfondimento dei temi della nonviolenza ad un'opinione
più ampia. Quanto questa diffusione, teorica e pratica, sia indispensabile
in questo momento nel nostro Paese non dovrebbe essere necessario sottolineare.
L'esclusione dal finanziamento impedisce anche ai pochi giovani veramente interessati
e previsti nei progetti presentati - in tutto 12 tra ragazze e ragazzi, suddivisi
in quattro sedi - di compiere un'esperienza significativa, difficilmente proponibile
in altro contesto.
Per la caratterizzazione del Movimento
Il Movimento Nonviolento, pur nell'assoluta modestia dei mezzi a disposizione,
opera nel nostro Paese fin dalla prima marcia Perugia Assisi del 1961. E' stato
voluto e fondato da Aldo Capitini, assieme a Pietro Pinna, per dare continuità
e profondità a quella iniziativa. Di Capitini basterà ricordare
il suo aver portato, già durante il fascismo e nell'attività antifascista,
l'insegnamento gandhiano della nonviolenza, arricchendolo del proprio originale
contributo di azione e pensiero, come più volte sottolineato, da insigni
studiosi, ad esempio da Norberto Bobbio, che lo indicava tra i suoi maestri.
Di Pietro Pinna, obiettore di coscienza fin dal 1948 su posizioni di rigorosa
nonviolenza e perciò ripetutamente processato e incarcerato, si ricorda
essere tuttora direttore responsabile di Azione Nonviolenta, mensile del Movimento,
da lui con Aldo Capitini fondata nel 1964. Il Movimento, che è anche
sezione italiana della War Resisters International, rappresenta quindi il luogo
ideale per chi voglia, nel proprio percorso formativo, svolgere un servizio
a contatto con le radici ideali dello stesso servizio.
Ed il legame nonviolenza - obiezione - servizio civile
Il legame nonviolenza, obiezione di coscienza, servizio civile volontario è
noto e non abbisogna di particolari illustrazioni. La ricchissima. produzione
capitiniana, le oltre quaranta annate di Azione Nonviolenta - ben conosciuta
dall'Ufficio nazionale del servizio civile, che ne segnala l'importanza - oltre
ad una molto ampia bibliografia nazionale ed internazionale dedicata all'argomento,
stanno a dimostrarlo. Il legame è del resto evidente e forte nella genesi
della legge. che ha portato al Servizio civile volontario, nei suoi contenuti,
nella continuità con l'esperienza di servizio civile, nato con l'obiezione
di coscienza. E' appena il caso di ricordare che fu proprio il primo processo
a Pietro Pinna nel 1949 (altri ne subì fino al 1951) a provocare, lo
stesso anno, la prima proposta di legge, nella prima legislatura del dopoguerra,
presentata da Igino Giordani e Umberto Calosso: Con essa si propose, senza esito,
il riconoscimento dell'obiezione di coscienza ed un abbozzo di servizio civile.
E' scritto infatti di "servizi non armati, dove non si possa uccidere e
dove si possa togliere altri uomini da impieghi di particolare gravezza o pericolo",
rieccheggiando parole usate da Pinna nel processo.
Contrazione del servizio mentre se proclama l'estensione
Il mancato finanziamento del progetto del Movimento, come di altre associazioni
che si sono successivamente impegnate nell'ambito della nonviolenza, costituisce
perciò un danno allo stesso servizio civile ed alla sua qualificazione.
E' paradossale che ciò avvenga proprio quando giunge al governo una coalizione
che ha nel suo programma l'estensione del servizio, se non addirittura la sua
generalizzazione ai giovani. Riservato praticamente alle donne, finché
la leva non è stata sospesa, ed ancora con netta prevalenza femminile,
gli addetti sono rapidamente cresciuti: 7.865 (2002), 22.743 (2003), 32.211
(2004), 45.175 (2005) per arrestarsi e calare nel 2006: 45.147. Il servizio
civile sostitutivo, che avrebbe dovuto trovare impulso e qualificazione dopo
la nuova legge sull'obiezione di coscienza, si è spento con la sospensione
della leva. I due servizi hanno convissuto fino al 2004. Non è stata,
in generale, colta l'occasione, certo difficile, di riqualificazione dell'attività
degli obiettori, allontanatasi dalle ragioni originarie. Neppure ciò
ha favorito una riflessione per evitare, al servizio civile volontario, l'involuzione
che ha caratterizzato il servizio civile sostitutivo. Del legame tra servizio
civile sostitutivo, "rispondente al dovere costituzionale di difesa della
Patria", secondo la formulazione della legge n.230/'98 e il nuovo servizio
civile si segnala la riflessione compiuta in apposito seminario a conclusione
della precedente legislatura: "L'evoluzione del principio costituzionale
del "sacro dovere di difesa della patria" alla luce della giurisprudenza
costituzionale" che si è tenuto a Roma il 19 maggio 2005, organizzato
dal Comitato per la difesa nonviolenta d’iontesa con l’UNSC, con
la partecipazione del Ministro Giovanardi, del Presidente Consorti e gli interventi,
tra gli altri, degli esponenti del Movimento Nonviolento Mao Valpiana, Giovanni
Salio, Alberto L’Abate, Giulia Allegrini (cfr. Atti conclusivi).Azzeramento
del Servizio al Movimento Nonviolento
Non importa sottolineare il contributo del Movimento Nonviolento all'ottenimento
di una legge per l'obiezione di coscienza ed il servizio civile e per il miglioramento
della legge e la qualificazione del servizio. Quanto si è fatto in termini
di proposta generale e nella pratica quotidiana di impiego degli obiettori è
infatti parte integrante delle finalità del Movimento. Da ciò
è derivata una cura particolare nella formazione e nell'inserimento nelle
attività dell'associazione. Da ciò anche una riflessione sul mutamento
dell'istituto e sulla necessità di una ripresa, in termini aggiornati,
delle ragioni ideali che l'avevano promosso. All'aumento numerico, dalle poche
centinaia di obiettori iniziali alle decine di migliaia delle ultime leve, raramente
corrispondevano adeguate motivazioni e coerenti impieghi. La riqualificazione
del servizio civile, promessa dalla Legge 8.7.1998 n. 230, recante Nuove norme
in materia di Obiezione di Coscienza, è restata sostanzialmente sulla
carta. La costituzione dell'Ufficio nazionale per il servizio civile, avvenuta
nel 1999, ben poco ha potuto fare per tradurre operativamente i nuovi indirizzi,
in presenza anche di un orientamento verso la professionalizzazione dell'esercito.
Nonstante progetti sempre più qualificati e diffusi
L'istituzione del Servizio civile volontario è stato perciò un
forte stimolo per il Movimento ad impegnarsi per svilupparne le potenzialità.
Da ciò un avvio attento dell'esperienza nella sede nazionale di Verona,
mentre ancora usufruiva della presenza di obiettori in servizio civile, con
una formazione e pratiche di lavoro comuni. Il positivo esito di quell'esperienza
ha indotto a riproporla allargandola ad altre sedi oltre a quella di Verona.
Le richieste di personale sono state limitate per garantire la miglior qualità
del servizio nelle varie situzioni. Se a Verona la presenza di una biblioteca
specializzata, l'attività redazionale di Azione Nonviolenta, gli incontri
nazionale del Movimento caratterizzano il contesto in cui si svolge il servizio,
non meno qualificate appaiono le altre sedi. Brescia è sede, condivisa
con il Movimento Internazionale di Riconciliazione, di continue iniziative sui
temi collegati alla nonviolenza. Opera fin dal 1970 ed edita un piccolo periodico
intitolato Informati e partecipa. A Ferrara il Movimento Nonviolento, condivide
la sede con Legambiente, Ferrara Terzo Mondo e Commercio Alternativo, presso
un Centro intitolato ad Alexander Langer - dotato di una biblioteca, emeroteca
e mediateca specializzate, utilizzate in numerose iniziative con scuole di ogni
ordine e grado. Il Movimento a Ferrara è particolarmente impegnato nell'attività,
ormai quinquennale, della Scuola della nonviolenza. A Livorno la sede che fu
della scuola di Corea - centro di un intervento educativo dal basso, promosso
da don Nesi, collegato anche all'esperienza di Don Milani - è sede pure
della Fondazione Nesi. Il gruppo livornese è particolarmente impegnato
nella realizzazione, in tale sede, appunto del Centro Studi del Movimento Nonviolento.
Positivamente ma non sufficientemente valutati
Lo sforzo di allargamento ed approfondimento dell'esperienza del Servizio Civile
presso il Movimento Nonviolento era accompagnato dal rammarico di non potere
proporre l'attività ad un maggior numero di persone interessate, non
certo dalla preoccupazione di non aver assegnata neppure una persona. Con determina
del Direttore generale dell'ufficio nazionale per il Servizio civile dell'11
maggio 2006 è stato approvato il progetto di servizio "Comunicare
la nonviolenza", con riduzione dei volontari da 12 a 10, per l'esclusione
della sede di attuazione di Ferrara, ma con un punteggio di 38, che ha comportato
la non assegnazione del personale stesso. Contro il provvedimento è ammesso
ricorso al TAR ovvero ricorso straordinario al Presidente della Repubblica.
Per affrontare tale aspetto è utile un richiamo alle premesse giuridiche
del provvedimento e cioè almeno alla legge istitutiva, alla carta di
impegno etico, alla circolare 8 aprile 2004, contenente, tra l'altro, la griglia
di valutazione dei progetti di servizio civile.
La legge, la carta di impegno etico, la griglia di valutazione
La Legge 6 marzo 2001, n. 64, Istituzione del servizio civile nazionale, così
lo connota fin dall' Art. 1. (Princìpi e finalità).
1. E' istituito il servizio civile nazionale finalizzato a:
a) concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla difesa
della Patria con mezzi ed attività non militari;
b) favorire la realizzazione dei princìpi costituzionali di solidarietà
sociale;
c) promuovere la solidarietà e la cooperazione, a livello nazionale ed
internazionale, con particolare riguardo alla tutela dei diritti sociali, ai
servizi alla persona ed alla educazione alla pace fra i popoli;
d) partecipare alla salvaguardia e tutela del patrimonio della Nazione, con
particolare riguardo ai settori ambientale, anche sotto l'aspetto dell'agricoltura
in zona di montagna, forestale, storico-artistico, culturale e della protezione
civile;
e) contribuir