Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
Abbonamento annuo Euro 29.00.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Incontro con Aldo Capitini
Maestro della nonviolenza e della vita civile italiana
A cura di Mario Martini
Aldo Capitini è un protagonista anomalo della cultura italiana
e della scena politica del secolo XX, uno di quei personaggi di cui si
trova traccia un po' dappertutto, dagli scritti di filosofi, storici e
uomini di cultura, alla stampa quotidiana di estrazione più varia,
ma di cui i più sanno ben poco. La conoscenza di questo Autore
si può dire sia inversamente proporzionale alla sua stima e notorietà.
Quindi nulla può essere più utile che diffonderne il pensiero
attraverso le opere, ma anche attraverso ogni mezzo che serva a farne
conoscere i tratti salienti della personalità.
Quali sono i motivi per cui vale la pena di interessarsi all'Autore? La
prima ragione è la singolarità e la linearità della
figura di Capitini, e la seconda è la sua attualità. Un
uomo che ha rifiutato per tutta la vita di sottomettersi al potere, a
costo dell'isolamento; che tuttavia non ha mai rinunciato alla più
ampia dedizione al sociale, e si è battuto per la libertà
(intellettuale e pratica) e l'accesso al potere di tutti. Che ha messo
in discussione "non solo le ingiustizie ma anche i modi ingiusti
di combatterle", appunto iniqui e violenti. Che ha proposto la persuasione
religiosa come modo di vedere le cose nella loro possibilità di
essere diverse, e la nonviolenza come metodo di risoluzione dei conflitti.
Come è stato notato, "uomo di molte eresie Capitini: religioso
senza chiesa, sostenitore dell'apertura davanti alle chiusure del totalitarismo
e poi delle ideologie, pacifista integrale contro militarismi, imperialismi,
ma anche guerriglierismi, filosofo kantiano-leopardiano in tempi di neohegelismo
trionfante, politico militante senza partito, teorico di una partecipazione
popolare che sforava ogni limite democratico per propugnare l'omnicrazia,
il potere di tutti" (M. Sinibalbi).
La prassi di liberazione non soltanto dell'umano che Capitini vuole far
assumere, passa attraverso la nonviolenza, la cui pratica prepara una
"tramutazione" di tutta la realtà. Questa, che si specifica
nella nonmenzogna e nella noncollaborazione col male, è irrinunciabile
criterio di convivenza. Sul fondamento del "tu più dell'io"
si arriva alla concezione della "realtà di tutti" che
attua una società più che democratica, base di una "civiltà
della compresenza".
Per la tenacia con cui proponeva e perseguiva le sue tesi, il filosofo
umbro non è stato bene accolto nella comunità politica e
nella cultura sua e dei nostri giorni. Di questa politica e di questa
cultura egli è il segno della crisi, non però nel senso
della mera negazione, bensì in direzione di un annuncio del nuovo.
Capitini si situa al centro della crisi della modernità, di cui
il suo pensiero denuncia le presunte conquiste, quasi tutte installate
con la violenza. Lo sfruttamento della natura (oggi il problema ecologico);
la non considerazione dei subumani (oggi l'etica animalista); l'oppressione
degli insufficienti e dei deboli (oggi il problema degli emarginati, degli
immigrati, dei popoli e dei paesi impoveriti, oppressi dalla conquista
tecnologica e dal debito estero); la subordinazione delle donne; l'esaltazione
dell'edonismo, della vitalità e della potenza. Tutti questi sono
altrettanti punti sui quali si è incentrata la riflessione capitiniana,
e costituiscono i motivi della sua attualità.
Scheda bio-bibliografica di Aldo Capitini
Capitini nasce a Perugia il 23 dicembre 1899 da modesta famiglia che
lo avvia agli studi tecnici. Col diploma di ragioniere, studia da autodidatta
il latino e il greco e consegue il diploma di maturità classica.
I suoi primi interessi sono per la letteratura e per le vicende della
vita pubblica; si distacca ben presto dall'"ingenuo nazionalismo"
per avvicinarsi alla Bibbia, a Dante, Manzoni, Leopardi, e a moderni scrittori
moralisti. Vinta una borsa di studio per il collegio universitario della
Scuola Normale Superiore di Pisa, si iscrive in quella Università
nella Facoltà di Lettere, dove si laurea in letteratura italiana.
Si fa presto apprezzare nell'ambiente normalista, tanto che Attilio Momigliano
lo nomina suo assistente volontario, e, sotto la direzione di Gentile,
diviene segretario della Normale. Il successivo passaggio agli studi di
filosofia è segnato dal discepolato con i maestri del neoidealismo
italiano, da una parte Giovanni Gentile e dall'altra Benedetto Croce.
Ben presto però le sue discussioni con Claudio Baglietto ed altri
normalisti gli fanno porre le basi di un’opposizione morale, interiore
e religiosa, al regime che si sta affermando. Il Concordato del 1929 è
vissuto in quell'ambiente e da Capitini come un tradimento del Vangelo.
Subito dopo Gentile lo invita a prendere la tessera del Partito Fascista;
Capitini rifiuta e, licenziato in tronco, ritorna nella sua Perugia. Gli
anni dal 1933 al 1943 sono un periodo di maturazione intellettuale e di
intensa attività contro il regime. Capitini sa costruire una fitta
rete tra i suoi amici, gli studenti e i maestri universitari, di cui costituisce
il punto di maggior riferimento. Tra questi amici circolava un fascio
di dattiloscritti del Nostro che, venuti tramite Luigi Russo nelle mani
di Benedetto Croce, questi fa pubblicare presso l'editore Laterza con
il titolo Elementi di un'esperienza religiosa (1937). Seguono Vita religiosa
(1942), Atti della presenza aperta (1943), La realtà di tutti (1944-1948),
Saggio sul soggetto della storia (1947, La Nuova Italia).
Nella costruzione del movimento del Liberalsocialismo (con Guido Calogero,
Capitini ne stenderà il manifesto), il filosofo finisce in prigione
alle Murate di Firenze, da dove viene liberato dopo qualche mese, e successivamente
nel carcere di Perugia, dal quale esce con la caduta del regime. Subito
dopo la liberazione, intensa è l'attività pubblica del Nostro,
cui è affidata la direzione del giornale del Comitato di Liberazione
"Il Corriere di Perugia" e la reggenza commissariale dell'Università
per Stranieri. In questa e in altre città Capitini organizza i
C.O.S., Centri di Orientamento Sociale, assemblee alle quali la gente
accorreva per dibattere, prendere parte alla vita pubblica, "parlare
e ascoltare" come diceva Capitini, di cui si sentiva tanto il bisogno
dopo vent'anni di dittatura. L'esperienza dei C.O.S. fu ben presto oscurata
per l'avversione dei partiti, con il loro riorganizzarsi e diventare protagonisti
esclusivi della vita politica.
Un altro ambito di attività è quello della "riforma
religiosa". Capitini dà vita ad un "Movimento di religione"
con i convegni a Perugia nel 1946 e a Roma nel 1948. A Perugia Capitini
fonda i Centri di Orientamento Religioso (C.O.R.); a partire da questa
esperienza, scriverà un considerevole numero di "Lettere di
religione". La battaglia per la riforma, negli anni '50 e '60, vede
l'opposizione di Capitini alla religione come istituzione. La Chiesa cattolica
di Pio XII mette all'indice il volume capitiniano Religione aperta (1955),
edito da Guanda e poi da Neri-Pozza. Capitini, che ha rivolto all'arcivescovo
di Perugia la richiesta di essere cancellato dall'elenco dei battezzati,
scrive Discuto la religione di Pio XII. E' attento osservatore delle novità
del Concilio Ecumenico Vaticano II, cui rimprovera la non chiara condanna
della guerra, con il libro Severità religiosa per il Concilio.
Oltre che per queste sue posizioni, minoritarie ed ereticali in Italia,
e per le quali egli stesso si richiama alle figure di San Francesco e
di Mazzini, Capitini è noto al più vasto pubblico come il
"Gandhi italiano". La figura di Gandhi e il suo messaggio della
nonviolenza sono già presenti al filosofo fin dall'epoca della
pubblicazione in Italia dell'autobiografia gandhiana. Tale elemento è
presente in tutto il suo pensiero, ne determina fortemente l'azione e
l'intervento sociale. La nonviolenza è trattata negli scritti:
Il problema religioso attuale (1948), La nonviolenza oggi (1962, Edizioni
di Comunità), Religione aperta, già citato, Le tecniche
della nonviolenza (1967, Libreria Feltrinelli).
Nel settembre del 1961 Capitini organizza per la prima volta in Italia
la Marcia "per la pace e la fratellanza fra i popoli" da Perugia
ad Assisi, su un percorso di 24 Km. Nonostante l'ostilità del governo
e degli ambienti ecclesiastici, vede un notevole afflusso di partecipanti
(tra i quali intellettuali come Norberto Bobbio, Guido Piovene, Walter
Binni, Giovanni Arpino); l'avvenimento è documentato nel libro
In cammino per la pace (1962, Einaudi). Nel 1962 Capitini fonda, con il
primo obiettore di coscienza in Italia, Pietro Pinna, il Movimento Nonviolento,
e nel 1964 la rivista "Azione Nonviolenta".
L'attività nella quale Capitini fu impegnato anche professionalmente
fu quella educativa, come docente universitario di Filosofia morale e
Storia delle religioni a Pisa, e poi di Pedagogia nelle Università
di Cagliari e di Perugia. Le pubblicazioni più importanti in merito
sono L'atto di educare (1951), Il fanciullo nella liberazione dell'uomo
(1953), i due volumi di Educazione aperta (1967-68, La Nuova Italia).
L'interesse e l'attività educativa di Capitini si svolge in una
costante attenzione ai giovani (Antifascismo tra i giovani, 1966) e soprattutto
in un continuo impegno di educazione civile e politica, documentata nei
volumi Nuova socialità e riforma religiosa (1950, Einaudi), Aggiunta
religiosa all'opposizione (1958, Parenti). Tale impegno è rivolto
anche alla riforma della scuola e alla difesa di una scuola pubblica,
ambito di formazione del senso della cittadinanza e presidio di democrazia,
negli scritti Scuola secondo costituzione (1959, Lacaita), L'educazione
civica nella scuola e nella vita sociale (1964, Laterza).
Il pensiero e l'attività di Capitini si basano su una approfondita
riflessione in un ininterrotto dialogo con il pensiero filosofico contemporaneo,
sulla cui base Capitini elabora una propria visione della realtà
che si enuclea nei concetti di "persuasione religiosa", "apertura",
"realtà di tutti", "compresenza", "potere
di tutti" (omnicrazia). Questo itinerario di pensiero trova espressione
nei libri La realtà di tutti, già citato, Colloquio corale
(1956, Pacini Mariotti), La compresenza dei morti e dei viventi (1966,
Il Saggiatore, Premio speciale Viareggio 1967), Il potere di tutti (1969,
La Nuova Italia), postumo.
A tutto ciò può essere affiancata la vasta attività
pubblicistica su riviste specifiche e la fitta corrispondenza intrattenuta
da Capitini con un ragguardevole numero di componenti dell'intellettualità
italiana, tra i quali possiamo citare: Lelio Basso, Alessandro Bausani,
Walter Binni, Norberto Bobbio, Guido Calogero, Delio Cantimori, Guido
Ceronetti, Gianfranco Contini, Benedetto Croce, Ernesto De Martino, Danilo
Dolci, Enzo Enriques Agnoletti, Lucio Lombardo Radice, don Lorenzo Milani,
Attilio Momigliano, Adolfo Omodeo.
Dopo essere ritornato a Perugia nel 1965 come ordinario di pedagogia in
questa Università, Capitini muore nella città nella quale
era nato, il 19 ottobre 1968.
a) Bibliografia essenziale di Aldo Capitini
Elementi di un'esperienza religiosa, Laterza, Bari 1937, 19472; Cappelli,
Bologna 1990.
Vita religiosa, Cappelli, Bologna 1942, 19852 .
Atti della presenza aperta, Sansoni, Firenze 1943.
Saggio sul soggetto della storia, La Nuova Italia, Firenze 1947.
La realtà di tutti, Tornar, Pisa 1944, 19482.
Il problema religioso attuale, Guanda, Parma 1948.
Italia nonviolenta, Libreria Internazionale di Avanguardia, Bologna 1949.
Nuova socialità e riforma religiosa, Einaudi, Torino 1950.
L'atto di educare, La Nuova Italia, Firenze 1951.
Il fanciullo nella liberazione dell'uomo, Nistri Lischi, Pisa 1953.
Religione aperta, Guanda, Parma 1955.
Rivoluzione aperta, Parenti, Firenze 1956.
Colloquio corale, Pacini Mariotti, Pisa 1956.
Discuto la religione di Pio XII, Parenti, Firenze 1957.
Aggiunta religiosa all'opposizione, Parenti, Firenze 1958.
L'obbiezione di coscienza in Italia, Lacaita, Manduria 1959.
Battezzati non credenti, Parenti, Firenze 1961.
In cammino per la pace, Einaudi, Torino 1962.
La nonviolenza oggi, Edizioni di Comunità, Milano 1962.
L'educazione civica nella scuola e nella vita sociale, Laterza, Bari 1964.
La compresenza dei morti e dei viventi, Il Saggiatore, Milano 1966.
Severità religiosa per il Concilio, De Donato, Bari 1966.
Antifascismo tra i giovani, Célèbes, Trapani 1966.
Educazione aperta, 2 voll., La Nuova Italia, Firenze 1967-1968.
Le tecniche della nonviolenza, Feltrinelli, Milano 1967.
Il potere di tutti (con Lettere di religione ed estratti dal periodico
"Il potere è di tutti"), postumo, La Nuova Italia, Firenze
1969.
b) Gli scritti di Capitini editi o riediti nel periodo 1988-1998
Lettere agli amici 1947-1968, Linea d'ombra, Milano 1989.
Le tecniche della nonviolenza, a cura di G. Fofi, Linea d'ombra, Milano
1989.
Opposizione e liberazione. Scritti autobiografici, a cura di P. Giacchè,
Linea d'ombra, Milano 1991.
Scritti sulla nonviolenza, a cura di L. Schippa, Protagon, Perugia 1992.
Liberalsocialismo, a cura di P. Giacchè, Edizioni e/o, Roma 1996
(art. di G. Vattimo in "L'Espresso", 11 luglio 1996).
Aldo Capitini-Tristano Codignola: Lettere 1940-1968, a cura di T. Borgogni
Migani, La Nuova Italia, Firenze 1997.
Scritti filosofici e religiosi, a cura di M. Martini, Fondazione Centro
Studi Aldo Capitini (già Protagon 1994), Perugia 19982 (comprende:
Elementi di un'esperienza religiosa; Vita religiosa; Atti della presenza
aperta; La realtà di tutti; Saggio sul soggetto della storia; La
compresenza dei morti e dei viventi; Religione aperta).
c) Quanto è stato pubblicato su Capitini negli ultimi dieci anni.
Uno schedato politico: Aldo Capitini, a cura di C. Cutini, Editoriale
Umbra, Perugia 1988.
G. ZANGA, Aldo Capitini. La sua vita il suo pensiero, Bresci, Torino 1988.
G. FOFI, Aldo Capitini e la nonviolenza, in AA.VV., Nonviolenza e pacifismo,
Franco
Angeli, Milano 1988: poi in ID., Pasqua di maggio, Marietti, Genova 1988.
F. TRUINI, Aldo Capitini, Cultura della Pace, Firenze 1989.
F. ATZENI, Aldo Capitini un laico religioso non violento, SIPIEL, Milano
1989.
N. BOBBIO, G. FOFI, M. GRIFFO, L. MERLO PICH, P. POLITO, Per Aldo Capitini
(estratto da "Il Poliedro"), Torino 1990.
O. POMPEO FARACOVI, Critica del totalitarismo e nuova socialità
nel pensiero di Capitini, in "Dimensioni", dicembre 1990.
C. CESA, M. MIEGGE, S. MORAVIA, S. QUINZIO ed altri, Elementi dell'esperienza
religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Firenze 1991.
T. PIRONI, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini, CLUEB, Bologna 1991.
N. MARTELLI, Aldo Capitini. Profilo di un intellettuale militante, Lacaita,
Manduria-Bari-Roma 1993.
G.B. FURIOZZI, Aldo Capitini e il liberalsocialismo, in ID., Socialismo
e socialisti in Umbria tra '800 e '900, E.S.I., Napoli 1995.
A cura del Movimento Nonviolento, Nonviolenza in cammino. Storia del M.N.
dal 1962 al 1992, Verona 1998.
P. SIMONCELLI, La Normale di Pisa. Tensioni e consenso (1928-1938), Franco
Angeli, Milano 1998.
AA.VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, numero speciale de "Il
Ponte", anno LIV, n. 10 (ott. 1998).
R. ALTIERI, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale
di Aldo Capitini, Edizioni B.F.S, Pisa 1998.
S. ALBESANO, B. SEGRE, M. VALPIANA (a cura di), Le periferie della memoria.
Profili di testimoni di pace, Movimento nonviolento, Verona 1999.
A. VIGILANTE, La realtà liberata. Escatologia e nonviolenza in
Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia 1999.
Oltre a numerosi articoli e recensioni apparsi su Riviste e Quotidiani.
d) Persone, luoghi e convegni che attestano la presenza di Capitini alle
soglie del 2000
· Il 1° marzo 1996 nel Palazzo dei Priori di Perugia è
stato presentato il volume Scritti filosofici e religiosi di Capitini
da M. Cavicchi, M. Martini, C. Sereni.
· Il 22 maggio 1996 lo stesso volume è stato presentato
nella sede dell'Istituto Italiano per gli studi filosofici di Napoli,
da V. Dini, A. Drago, M. Martini, P. Polito.
· Nelle giornate di ricordo del musicista Valentino Bucchi, il
9 maggio 1996 a Palazzo dei Priori di Perugia M. Martini ha letto una
memoria dal titolo Capitini ispiratore di Bucchi. La sintesi di pensiero
del "Colloquio corale" (ora in "Esercizi musica e spettacolo"
16-17, nuova serie 7-8, 1997-98).
· Il 18 e 19 aprile 1997 l'Università degli Studi e la Scuola
normale superiore di Pisa hanno organizzato un Convegno di studi su Capitini
(i cui Atti sono stati pubblicati in "Il Ponte", n.10 del 1998).
· Il 10 ottobre 1998 presso la Domus Mazziniana, organizzata dalla
Biblioteca Serantini, c'è stata a Pisa una giornata su "Il
pensiero e l'azione di Aldo Capitini nel trentennale della morte",
con interventi di T. Mattei, R. Altieri, A. Drago, M. Soccio, A. L'Abate,
G. Mangini.
· Scritti su Capitini di P. Baldelli, W. Binni, M. Martini, L.
Mencaroni, G. Moretti, un "Micropolis", maggio 1998.
· Il 19 ottobre 1998 si è tenuto nel Palazzo dei Priori
di Perugia a cura dell'Amministrazione Comunale e della Fondazione Capitini
un Convegno per il trentesimo della scomparsa con interventi di G. Maddoli,
A. De Sanctis, M. Fantin, L. De Luca, D. Cruicchi, L. Schippa, M. Martini,
O. Pompeo Faracovi, M. Valpiana.
· Il 26 febbraio 1999 si è tenuta a Roma, presso la Libreria
internazionale il manifesto, una Tavola Rotonda sulla validità
dei temi capitiniani con interventi di L. De Luca, R. Altieri, M. Martini
(vedi "Il Manifesto" del 25.2 con intervista di I. Di Cerbo
a E. Santarelli).
· Il 16 ottobre 1999 nell'Aula Magna dell'Università degli
Studi di Pisa Claudio Cesa ha commemorato la figura di Aldo Capitini.
· In occasione del Centenario della nascita, si sono tenuti in
Italia due Convegni di carattere nazionale. Il primo a Perugia nella Sala
Brugnoli della sede della Giunta regionale dell'Umbria, organizzato dalla
Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Perugia,
il 18 e 19 ottobre 1999 su "Aldo Capitini e il socialismo liberale",
con relazioni di G.B. Furiozzi, S. Mastellone, V. Spini, L. D'Angelo,
A. De Sanctis, L. Battaglia, M. Martini, A. Granese, A. Di Carlo, F. Bozzi,
P. Polito.
· Il secondo a Torino presso il Dipartimento di Studi Politici
per iniziativa del "Centro Studi Sereno Regis", del "Centro
Studi Piero Gobetti" (Torino), dell'"Associazione Nazionale
Amici di A. Capitini" (Perugia), della Facoltà di Scienze
Politiche di quella Università, il 15 e 16 dicembre 1999 su "Aldo
Capitini filosofo della nonviolenza nel centenerario della nascita",
con relazioni di P. Pinna, A. D'Orsi, G. Fofi, G. Salio, M. Martini, R.
Mancini, E. Peyretti, P. Polito, R. Altieri, M. Revelli.
· Capitini è presente nella Rivista internazionale "The
Philosopher's Index" (vol. 33, n.2, 1999).
· Per l'attiva presenza di Luciano Capitini, nipote di Aldo, opera
a Pesaro un Coordinamento di Educazione alla Pace.
· Tra le varie realtà che rappresentano oggi la nonviolenza
in Italia, sono espressione dell'eredità ideale e pratica di Capitini:
a Perugia, la "Fondazione Centro Studi A. Capitini", diretta
da L. Schippa; l'Associazione Nazionale "Amici di Aldo Capitini",
diretta da M. Cavicchi; la Tavola della Pace, diretta da F. Lotti. A Vicenza,
la "Casa della nonviolenza", diretta da M. Soccio. A Verona,
Il Movimento Nonviolento che pubblica la rivista fondata nel 1964 da Capitini
"Azione Nonviolenta", diretta da M. Valpiana.
· L. Mencaroni ha immesso Capitini nella realtà telematica,
con il Sito Capitini e il COS in rete.
· Di schietta, anche se indiretta, derivazione gandhiano-capitiniana
si può considerare l'Appello lanciato nel 1997 dai Premi Nobel
per la pace, poi fatto proprio dall'ONU, di dichiarare l'anno 2000 "Anno
per l'educazione alla nonviolenza", e gli anni dal 2000 al 2010 "Decennio
per la cultura della nonviolenza".
· Siti Internet dedicati a Capitini:
Web con testi di e su Aldo Capitini
Il "C.O.S. IN RETE" mensile per il libero dibattito e l'informazione
critica sulla costruzione nonviolenta del potere di tutti
Associazione Nazionale "Amici di Aldo Capitini"
IN OCCASIONE DELLA MARCIA PERUGIA-ASSISI DEL
2000
Intervista impossibile ad Aldo Capitini
A cura di Elena Buccoliero
Era il 24 gennaio 1961...
“Accompagnai la Marcia per i primi sei chilometri ed era soltanto
festosa; alle porte di Assisi la ritrovai calda, energica, pulsante; movendosi
aveva acquistato entusiasmo e forza”.
Dalla grande terrazza della sua casa gli occhi di Aldo Capitini si posano
lontano. Le grosse lenti non servono, per seguire l’immagine che
si snoda dinanzi ai suoi occhi.
“Eh, sì”, rievoca, “la prima fu da Perugia ad Assisi,
il 24 settembre 1961, promossa dal Centro di Perugia per la nonviolenza
che invitò a prender parte persone e associazioni politiche e religiose
di ogni tendenza, e pose come condizione non la propria ideologia, ma
l’assenza di ogni fatto o accenno violento in quelle ore. Ed effettivamente
la marcia, oltremodo varia, fu oltremodo composta, pur festante”.
Che cos’è una marcia della pace?
“Un’ampia comunità momentanea e in movimento. La marcia
è una manifestazione dal basso, al livello minimo, che tende a
comprendere tutti. E’ assolutamente nonviolenta, cioè priva
di armi; è il simbolo della moltitudine povera, che sa di essere
nel giusto, che accomuna volentieri tutti. Queste manifestazioni uniscono
persone diversissime e hanno una certa serenità anche per collocarsi
nei paesaggi. Sono un esercizio fisico nel quale il popolo si sente a
suo agio perché è più forte e non ci sono discorsi
difficili”.
Come è nata quella prima marcia del 1961?
“Avevo visto, nei dopoguerra della mia vita, frotte di donne vestite
a lutto per causa delle guerre, sapevo di tanti giovani ignoranti ed ignari
mandati a uccidere e a morire, e volevo fare in modo che questo più
non avvenisse. Come avrei potuto diffondere la notizia che la pace è
in pericolo, se non ricorrendo all’aiuto di altri e impostando una
manifestazione elementare come è una marcia?”
Ma come essere certi che fosse seguita da nonviolenti?
“Sapevo bene che gli aiutanti e i partecipanti - anche se d’accordo
su certe condizioni - non sarebbero stati in gran parte persuasi di idee
nonviolente; lo sapevo benissimo, ma si presentava un’occasione di
parlare di “nonviolenza” ai “violenti”, di mostrare
che la nonviolenza è attiva e in avanti”.
E perché proprio da Perugia ad Assisi?
“Dato anche che nell’Umbria non vi sono basi o fabbriche di
guerra, quale meta migliore di Assisi? Assisi è cara al cuore degli
umbri, e lo resta anche se essi non sono credenti cattolici, per la centralità,
la bellezza rara, il carattere entusiasta, amorevole, sereno, popolare
del santo”.
Allora ci furono polemiche su questo legame, tra San Francesco e una marcia
che, sulle prime, venne considerata “comunista”.
“Collegare San Francesco e Gandhi voleva dire sceverare l’orientamento
nonviolento e popolare dei due dalle circostanze e dagli atteggiamenti
particolari; ed era anche uno stimolo a far penetrare nella religione
tradizionale italiana l’idea che la “santità” è
anche fuori dal crisma dell’autorità confessionale. Quando
si arrivasse a mettere il ritratto di Gandhi in chiesa tra i santi, avremmo
quella riforma religiosa che l’Italia aspetta dal Millecento, da
Gioacchino da Fiore”.
Come vi siete rapportati con i partiti politici?
“Le condizioni erano chiare: la Marcia non avrebbe avuto nessun segno
di partito, avrei stabilito io gli oratori della conclusione della Marcia,
il partito doveva curare la diffusione della notizia presso i non iscritti,
avrei esaminato io l’elenco delle scritte dei cartelli consigliate
dai partiti”.
Dev’esser stato un lavoro immane, controllare la coerenza dei gesti...
perfino i cartelli!
“Eh, non si poteva fare a meno dei cartelli, davano espressione e
vivacità; era, in fondo, un lavoro e una soddisfazione che si dava
ai partecipanti, e specialmente ai più originali, ai più
creativi; ne venivano aspetti significativi e divertenti. Mi parve, dunque,
che fossero da chiarire soltanto dei limiti: nessun cartello di tono violento,
nessuna scritta contro la Chiesa e contro correnti ideologiche partecipanti
alla Marcia, controllo dei cartelli stessi. Noi del Centro della nonviolenza
ne facemmo un buon gruppo”.
E la polizia?
“La polizia, che si era presentata, pienamente armata, con centinaia
di uomini, era stupita e piuttosto imbarazzata per il fatto che la dimostrazione
era assolutamente pacifica, e deve essersi sentita inutile. Uno dei capi
disse che questa era probabilmente la prima volta nella storia moderna
italiana che non c’era affatto bisogno della polizia...”
A ripensarci, si può dire che quella Marcia abbia raggiunto gli
obiettivi?
“Aver mostrato che il pacifismo, che la nonviolenza, non sono inerte
e passiva accettazione dei mali esistenti, ma sono attivi e in lotta,
con un proprio metodo che non lascia un momento di sosta nella solidarietà
che suscita e nelle noncollaborazioni, nelle proteste, nelle denunce aperte,
è un grande risultato della Marcia. Inoltre la Marcia, accolta
con tanto entusiasmo dai partecipanti e da tanti altri aderenti, ha provato
che non bastano gli attuali organi di informazione e di espressione, che
la gente voleva e vuol dire qualche cosa direttamente. Non dico che dopo
di allora tutto sia chiaro e acquisito, ma è certo che ora larghi
gruppi di italiani sentono che la nonviolenza ha una sua parola da dire”.
La marcia del 2000
Il 24 settembre prossimo si riprende il cammino. Sul manifesto di convocazione
è scritto: ‘Mai più eserciti e guerre’.
“Non posso accettare come veramente mio il mondo dove le persone
cadono come oggetti, ma quello dove tutti sono soggetti, vivono, si svolgono.
Perciò è inutile che io raccolga armi vicino a me e mi addestri
ad usarle, se so già quale sarebbe la mia posizione domani”.
Quando si può dire che una marcia è riuscita bene?
“Una marcia non è fine a sé stessa; continua negli
animi, produce onde che vanno lontano, fa sorgere problemi, orientamenti,
affinità. Il principale lavoro a cui ora siamo intenti è
quello di raccogliere associazioni, gruppi, periodici, persone, che lavorano
per la pace”.
Molta gente è d’accordo sulla pace. Diverso è quando
si parla di disarmo unilaterale. Questo dice il manifesto di convocazione.
“La nonviolenza non sta in un individuo astratto, ma è da
individui a individui in situazioni, strutture, grandi problematiche e
urgenti realizzazioni. Un modo in cui si fa presente è quello del
pacifismo integrale. Il che vuol dire non solo il rifiuto di collaborare
alla guerra e alla guerriglia, ma anche la scelta del disarmo unilaterale,
unito all’addestramento all’azione del metodo nonviolento. Perciò
la nonviolenza indica il pericolo dell’equilibrio del terrore, durante
il quale eserciti e industria alimentano di armi tutto il mondo, da cui
conflitti grandi e piccoli; indica gli spegnimenti della democrazia che
vengono fatti per allinearsi in grandi blocchi politico-militari; mostra
l’immenso consumo di denari nelle spese militari invece che nello
sviluppo civile”.
E’ giusto appellarsi alle Nazioni Unite?
“Le Nazioni Unite, come insieme di sforzi per dominare razionalmente
le situazioni difficili e per provocare continuamente la cooperazione,
sono sostenibili, anche perché tutte le trasformazioni rivoluzionarie
che la nonviolenza porta, sono sempre il fondamento e l’integrazione
di quelle decisioni razionali e giuridiche che gli uomini prendono, quando
esse sono un bene per tutti. Certo, il nonviolento non si scalda per il
governo mondiale, che potrebbe diventare arbitrario e oppressivo, ma per
il suscitamento di consapevoli e bene orientate moltitudini nonviolente
dal basso”.
La guerra è sempre orribile; può accadere che non si possa
fare altrimenti?
“L’uso della violenza è sollecitato dal successo che
essa procura a più breve scadenza che non gli altri mezzi; resta
da vedere a che cosa si riduce la mia vita dopo e se non sorgeranno prima
o poi cinquanta al posto di quello che ho ucciso”.
E la nonviolenza?
“La nonviolenza guarisce la politica dalla sua fretta e impazienza.
Sembra che faccia perdere tempo; e invece questo “tempo perduto”
è tempo preziosamente guadagnato, perché consumato per fedeltà
all’intima realtà che vale, l’unica che ha la capacità
di veramente migliorare il mondo dal di dentro; mentre i politici lo trasformano
in apparenza, e lo fanno continuare con i suoi difetti e gravissime colpe”.
Lo scorso anno l’Italia ha partecipato alla guerra in Kosovo, insieme
alla Nato, per un intervento che è stato definito ‘giusto’,
anzi: ‘umanitario’, contro la pulizia etnica a danno degli albanesi.
“Potrò, a parte il ripudio dell’uccisione, ricorrere
a dei mezzi che diminuiscano l’effetto della violenza dell’altro,
specialmente se in uno stato di furia; ma sempre tali che non lo mettano
in uno stato di tortura né in uno stravolgimento della sua possibilità
di razionalità”.
E quando ci è stato detto che si limitavano al massimo i danni
ai civili? Queste almeno erano le intenzioni...
“E’ utopia non la sintesi tra innovazione e nonviolenza, ma
piuttosto il credere di poter usare la violenza in piccolo. Con i potenti
mezzi di armi chimiche e militari, concepire la violenza in piccolo è
veramente antiquato, assurdo. Se si scelgono i mezzi violenti, bisogna
arrivare ad usarli possibilmente tutti, non usare il fucile e rifiutare
il mitra, usare il cannone e non l’aereo che bombarda, la bomba piccola
e non la bomba H, e il napalm, e i gas… E’ una catena di violenze
conseguenti, e una volta preso il primo anello della catena, si prendono
gli altri; oppure... si butta tutta la catena, e si scelgono le tecniche
nonviolente”.
Il problema è la scelta dei mezzi.
“I mezzi sono azioni vere e proprie; si avverte che chi usa certi
modi nell’affermarsi, fa suoi quei modi, li approva, li propugna,
li diffonde. Non è vero che basti calcolare il mezzo più
adatto, più politico per ottenere l’intento; si vuol prendere
in esame questo mezzo in sé, vederlo se è accettabile o
se sostituibile con un altro che soddisfi di più la coscienza:
si mette un ideale pur nello scegliere i mezzi”.
Mentre parliamo, migliaia di giovani visitano Roma per il ‘loro’
Giubileo. Un segno forte, che potrebbe dire qualcosa rispetto ai mezzi
per cercare la pace.
“E’ una vergogna per noi che i governi abbiano paura dei rivoluzionari
politici e non dei religiosi. Ed è una vergogna che avvengano queste
guerre senza che i religiosi contrappongano e dispieghino il metodo nonviolento.
Accanto ad una società che usa la guerra come via alla pace, la
violenza come via all’amore, la dittatura come via alla libertà,
la religione mi porta ad anticipare di colpo il fine nel mezzo; e ad attuare
comunque, qui e subito, pace, amore, libertà”.
Che dire invece degli interventi di polizia, interna ed esterna agli Stati?
“L’azione dell’organo di “polizia” è lontana
da quegli eccessi di distruzione e di eccitazione psichica e di impersonalità
che ci sono per gli eserciti e le guerre: quell’azione è circoscritta,
diretta specificamente contro chi porta violenza, e con lo scopo più
di distogliere dalla tentazione che altro. Naturalmente il nnviolento
tende ad altro, a smobilitare polizia e prigioni, ed ha fiducia che questo
sia possibile, perché crede alla superabilità del male e
alla attuabilità di migliori rapporti umani. Ma si rende anche
conto che quello della polizia e della coercizione giudiziaria è
l’ultimo strumento a cui una comunità rinuncia, e solo quando
ci sia un ampio sviluppo di modi nonviolenti di convivenza”.
Il tu-tutti, l’inizio di una apertura religiosa.
Professore, lei poco fa ha parlato...
“Non “lei”: tu. Vedi, mi possono mancare tante cose, ma
il tu, no. E’ una possibilità dentro la mia vita, unita ad
essa”.
Grazie, ma…
“Si può dire che la prima tenica nonviolenta è quella
del tu,, del rivolgersi con l’animo e con l’azione ad un singolo
individuo, in modo da interiorizzarlo, da sentirlo come prossimo, come
sé stesso. L’orizzonte generale della nonviolenza si intravvede
quando il tu resta non singolare, ma è la disposizione a rivolgerlo
anche ad altri, e molti, possibilmente e progressivamente a tutti. E’
un tu non di scelta e di preferenza, ma un tu-tutti”.
Non mi ero mai accorta che fosse così importante.
“Per me c’è un atto religioso che è incancellabile,
che non ha bisogno di puntelli né di chiudere gli occhi a tutto
il resto della vita, non è mito nel senso immaginoso, è
realtà: è l’uomo - io o gli altri - col suo dramma,
a cui la presenza interviene e dice tu. Scusa, ti ho interrotta”.
Ma no, siamo in tema... Parli di apertura e di rivoluzione religiosa;
mi rendo conto che il discorso è complesso ma, puoi dirci qualcosa
di più?
“La religione è apertura appassionata ad una realtà
liberata; è riconoscimento del primato che spetta all’unità
amore con tutti; è fondazione di una prospettiva superiore a quella
che si osserva nel mondo e che è secondo potenza; è risoluta
non accettazione della realtà come ci si presenta, accettazione
che facciamo, ora per inerzia e viltà, non osando avere “speranza”,
di protestare, di vegliare per l’insonnia del rifiutare il mondo;
ed ora per una male spesa sobrietà, che non vuole illudersi e illudere.
Ma la religione è servizio dell’impossibile, rifiuto di accettare
i modi attuali di realizzarsi della vita e del mondo come se fossero assoluti
e gli unici possibili: e chi l’ha detto? chi l’ha detto che
ci debba essere sempre il peccato, il dolore, la morte? la prostituzione,
il furto, l’odio? la vittoria della potenza, lo sfruttamento sociale,
l’inaccettabile decoratività dei potenti assoluti? Non è
chiusura accettare che la realtà, la società, l’umanità,
continui e ripeta sempre sé stessa nei suoi modi fisici, sociali,
politici, biologici?”
Allora la religione è solo un atteggiamento umano, una speranza
umana? Dio dov’è?
“Teniamo fermo innanzitutto questo punto: non si comincia da Dio
perché, se ne parliamo e lo pensiamo, realmente non muoviamo da
lui fuori del pensiero, ma da una nostra idea; né si comincia dall’io,
perché prendere l’io separato dagli altri, per noi non è
la vera realtà, ma chiusura e realtà finiente. Moviamo dai
tutti, che religiosamente è la realtà aperta all’eterno.
Cominciamo dai cittadini tutti, e non dal re, o dal singolo suddito”.
La scelta tra Dio e mammona
Mi parlavi di disarmo. La nonviolenza comprende l’antimilitarismo,
ma è molto di più.
“La nonviolenza promuove azioni per la pace sia sotto la forma di
manifestazioni, sia come rifiuto di cooperare alla preparazione e all’esecuzione
della guerra (obiezione di coscienza), e costituisce perciò la
punta più avanzata del pacifismo, perché con la massima
coerenza propugna il disarmo, la resistenza nonviolenta, le trattative,
la sostituzione di una tensione etico-sociale come equivalente alla guerra.
La nonviolenza preme crescentemente sulle religIoni tradizionali, investe
in pieno il campo dell’educazione, della ricerca psicologica, della
fondazione pedagogica...”
Non pensi che a volte si scelga la nonviolenza perché è
più comoda? Voglio dire, è difficile confrontarsi con la
violenza. Anche con la propria.
“E’ un errore credere che la nonviolenza sia pace, ordine, lavoro
e sonno tranquillo, matrimonio e figli in grande abbondanza, nulla di
spezzato nelle case, nessuna ammaccatura nel proprio corpo. La nonviolenza
non è l’antitesi letterale e simmetrica della guerra: qui
tutto infranto, lì tutto intatto. La nonviolenza è guerra
anch’essa, o, per dir meglio, lotta, una lotta continua contro le
situazioni circostanti, le leggi esistenti, le abitudini altrui e proprie,
contro il proprio animo e il subcosciente, contro i propri sogni, che
sono pieni, insieme, di paura e di violenza disperata.
Per intendere la nonviolenza bisogna lasciar di guardare l’ordine,
la compostezza, la pace: bisogna, invece, prender su risolutamente una
responsabilità, che può essere anche in mezzo all’avversione
e al biasimo”.
Mi viene in mente un passo del Vangelo, press’a poco: “sono
venuto a portare la divisione”; e anche: “non si può
servire a Dio e a mammona”.
“La nonviolenza non è per conservare alcuna cosa di questo
mondo, sia dell’individuo o della società: non il piacere,
il comodo, la casa, il letto, la roba, la vita, le cose fatte, costruite,
l’ordine sociale, la regolarità dei servizi pubblici, l’esistenza
dei cari, degli innocenti. Non è un accrescimento di sicurezza
che tutte queste cose permangano; anzi, è una rinuncia interiore
a questa sicurezza; è in potenza la morte di tutto questo. Perché
nello stesso tempo la nonviolenza afferma un valore; ed è dunque
atto, resurrezione”.
Il bisogno di ordine e di sicurezza è molto forte e sempre più
diffuso. In Italia, negli ultimi anni, è un tema costantemente
in prima pagina.
“Molti uomini, disfatti o disorientati, preferirebbero ritagliarsi
una parte anonima della vita con uno stipendio immancabile, e frequenti
“bicchierini” per tirare avanti”.
... “bicchierini”?
“Ma sì. Gli uomini, la civiltà infine del “bicchierino”
per reggere; e il bicchierino può essere liquore, fumo, vincita
di lotteria, vita sensuale, un appoggio insomma che ci sia realmente,
un qualche cosa di sensibile, che dica all’uomo attraverso un piacere:
tu sei.
Questi uomini furono ingannati perfettamente dal fascismo, il quale di
rado era scomodo, ma nell’insieme ordinato e piacevole. Per scoprirne
l’inganno bisognava non prendere l’ordine per cosa assoluta;
e per reagire, non prendere per cosa assoluta il comodo proprio e circostante.
I regimi che assicurano comunque un ordine trovano sempre moltissimi che
li accettano, senza badare se l’ordine esterno non è tradito
potenzialmente da una mentalità sopraffattrice e avventuriera”.
Tu ed altri avete lottato contro la violenza di quel regime.
“Una volta c’è stato un pacifismo molto blando, tanto
è vero che davanti alla prima guerra mondiale e alla seconda vacillò.
Credeva di arrivare alla pace molto facilmente attraverso la cultura,
la scienza, l’interesse al benessere, il cosmopolitismo delle classi
dirigenti. Si è visto poi che non bastavano, e si capisce perché.
Non era stato affrontato il lato religioso del rifiuto della violenza,
che cioè la violenza si rifiuta in nome dell’amore - e non
dello star bene -, di una realtà liberata dagli attuali limiti
- e non della continuazione di una realtà insufficiente -, e con
una disposizione al sacrificio, ad essere come il seme del Vangelo che
muore per far sorgere la nuova pianta. Il vecchio pacifismo era ottimista
e di corta vista, il nuovo è drammatico e di fede nella liberazione
dell’uomo-società-realtà dagli attuali limiti”.
Molto spesso la voglia di sicurezza si traduce in una lettura semplificata
della realtà. Che è già una violenza.
“La nonviolenza tende ad eliminare gli schemi generici e impersonali.
Noi viviamo troppo di questi schemi, e molte volte non ci curiamo d’altro;
ma non esistono gli amici, i nemici, i malati, gl’italiani, i religiosi,
gli autisti, ecc.; esistono i singoli individui, e la vita fondamentale
è quella che li considera nella loro singolarità insostituibile.
La guerra invece è il mostro più immane, che divora le singole
individualità: non ci sono che i nostri e i nemici; è perciò
sommamente diseducatrice”.
So che è contrario a quanto hai appena detto, ma... cosa ne dici
se ci riposiamo un istante ammirando questo splendido paesaggio?
“Certe volte, anche a Perugia, il cielo è così ampio
che non ci si sente più geograficamente in alto, ma in una posizione
di umiltà ma non oppressa e quasi di familiare devozione all’infinito.
In confronto ad altre regioni d’Italia, l’Umbria può
apparire troppo raccolta in sé, ravvolta nel silenzio, troppo pura
o “contemplativa”. Ma c’è una forza dentro”.
Alcune obiezioni.
A volte, e anche in occasione di questa Marcia, i nonviolenti vengono
accusati di presunzione, come se pretendessero di avere già capito
tutto.
“Anzitutto è bene non presentarsi come “nonviolenti”
ma come “amici della nonviolenza”. Perché se dite di
essere nonviolenti, vi guarderanno scrutando ogni vostro atto, per cercar
di trovare l’impossibilità di essere nonviolenti. E’
molto più semplice e modesto dire: io sono amico della nonviolenza,
mi piace, cerco di metterla in pratica, ne parlo con gli altri, ma capisco
anche che c’è molto da fare per cambiare se stessi”.
Qual è il ruolo del nonviolento?
“Il nonviolento deve essere attivissimo sia per conoscere le ragioni
della violenza, per individuare la violenza implicita che si ammanta di
legalità e smascherarla impavidamente; sia per supplire all’efficacia
dei mezzi violenti con il moltiplicarsi dei mezzi nonviolenti; sia per
vincere l’accusa e il pericolo intimo che la nonviolenza venga scelta
perché meno faticosa e meno rischiosa: il nonviolento deve portarsi
alla punta di ogni azione, di ogni causa giusta”.
Parlando con te è facile, ma tra la gente, fuori, sai come va.
Si dice che la violenza c’è sempre stata, è impossibile
che possa scomparire.
“E’ facile rispondere che nella storia si vede una lunga durata
del furto, della prostituzione ecc., ma ciò non toglie che non
si debba continuamente lottare contro di essi. Dato che siamo qui, in
vita, e che possiamo dare un contributo, perché non darlo?
Si può anche rispondere che oggi questa aggiunta ci vuole, e conta,
e avrà il suo peso, e bisogna avere la fermezza di darla, se si
è persuasi. Si dice che la storia ha i suoi parti; noi siamo persuasi
che il metodo nonviolento per tutte le lotte è un parto attuale
della storia. E comunque, un affiorare di migliaia e milioni di centri
nonviolenti e attivi in tutte le parti, che attacchino la società
esistente, non c’è stato ancora”.
Parliamo tante volte di violenza non solo diretta, ma anche strutturale
e culturale. Ai tuoi tempi si parlava forse di mondialismo, oggi si dice
‘globalizzazione’: dell’economia, della cultura e anche
nella gestione dei conflitti.
“C’è sempre qualcosa di educativo in questo dirsi cittadini
del mondo, tanto più in presenza di tanti persistenti nazionalismi,
e alquanto torbidi: una prima purificazione può essere quella di
dire, “conveniamo insieme tutti nel mondo”, vediamo di intenderci,
ascoltiamo e parliamo. Là dove la nonviolenza interviene è
nel primato da dare, la nonviolenza dice: persuadiamoci dell’interna
ragione dell’unità umana, poi vedremo le forme sociali che
ne conseguono. Il mondialismo sembra più concreto, ma corre il
rischio di mantenere la violenza e di appoggiarsi ad un impero vincente,
e tutto resta quasi come prima; diminuirà qualche guerra, perché
il diritto di farla rimane al centro dell’impero, ma è grave
l’inconveniente che se questo governo mondiale fa ingiustizie, non
c’è scampo”.
Il problema però è complesso, perché si finisce con
l’essere idealmente cittadini del mondo ma, in realtà, sottomessi
alle decisioni di pochi.
“E’ l’enorme pericolo della concentrazione di tanto potere
esecutivo in poche mani: poche persone decidono nel campo militare, politico,
economico; gli attuali controlli sono apparenti ed insufficienti; l’individuo
sente sempre più che poteri a lui estranei decidono su tutto, senza
tenere minimamente conto di ciò che lui voglia, anzi ingannandolo
mediante un enorme dispiego di mezzi di comunicazione di massa. Le discussioni
circa le spese, i programmi culturali, la politica nazionale e internazionale
e perfino circa la guerra, passano sul capo dei singoli individui”.
Che cosa fare?
“Non isolarsi, non cercare di affrontare e risolvere i problemi importanti
da isolati; da isolati non si risolvono che problemi di igiene, di salute
personale e, se mai, di benessere ad un livello angusto. Per il problema
sommo che è il potere bisogna che l’individuo non resti solo,
ma cerchi instancabilmente gli altri, e con gli altri crei modi di informazione,
di controllo, di intervento. Ciò non può avvenire che con
il metodo nonviolento, che è dell’apertura e del dialogo,
senza la distruzione degli avversari, e influendo sulla società
circostante per la progressiva sostituzione di strumenti di educazione
a strumenti di coercizione”.
E chi ha il privilegio di nascere nella fetta più ricca del mondo...?
“Nella società com’è oggi non si può esser
ricchi. Tutto il ‘resto’ deve essere incessantemente fatto affluire
a coloro che hanno un cibo, un vestito, una casa, una salute, un’istruzione,
molto inferiore a quelle possedute da noi”.
Sei molto netto.
“Deve diventare assurdo che ci sia un escluso, un mancante, un misero,
mantenendo diversi livelli sociali e una limitazione di possibilità
per alcuni. Se un religioso se la sente di continuare ad essere ricco,
mentre c’è chi muore di fame, arrossisca di vergogna come
se fosse nudo o sporco”.
La nonviolenza come “riduzione del danno”
Posso chiederti ancora qualcosa? Mi sto entusiasmando...
Anche lo Stato, anche il nostro stato italiano ricorre all’uso della
violenza. Negli ultimi mesi è risultato evidente il problema delle
carceri: si parla di indulto, di pene alternative alla detenzione. Che
cosa ne pensi?
“La violenza dello Stato si presenterebbe come meno inaccettabile
perché può esser fatta in nome di qualche cosa che modera
l’espansione dell’egoismo individuale. Lo Stato può uccidere
ragionandoci di più, sulla base di quell’esperienza tradizionale
che è il diritto. Inoltre la violenza usata dallo Stato è
eseguita secondo una legge, e questa legge è nota prima ai cittadini.
Perciò posso preferire che le armi le tenga piuttosto la guardia
di polizia che il mio vicino di casa. Contro queste ragioni, sta la cattiva
educazione che essa produce, in quanto disabitua dalla iniziativa e responsabilità
individuale, produce il conformismo, induce a tendere alla conquista dello
Stato per poi imporre leggi”.
Qual è l’obiettivo a cui mirare?
“Perché si usa la giustizia con la forza della polizia e delle
prigioni? per mantenere e promuovere il rispetto delle persone (fine che
il nonviolento attua con la forza dell’anima): tutto ciò che
va contro quel fine va corretto e tolto, nell’uso della polizia e
delle prigioni. Perché viene esercitata la guerra? per difendere
l’indipendenza della patria e l’uso dei suoi beni da parte dei
cittadini (fine che il nonviolento attua mediante la noncollaborazione
con l’invasore): tutto ciò che va contro quel fine va corretto
e tolto, appunto in nome di un punto di vista che non assolutizzi la nazione
e le renda lecito tutto”.
Vuoi dire che si tratta di ridurre la violenza, se non proprio di cancellarla?
“Sarebbe già molto se eliminato l’uso della violenza
torbido, irrazionale, per gusto, restassero due elementi in gara di serietà
e impegno, l’uso minimo della violenza per il bene sociale, e la
nonviolenza per lo stimolo continuo ad un ulteriore sviluppo, a una ancor
maggiore importanza data alle persone, sorgenti del nostro intimo, e non
soltanto affidate alle garanzie del diritto”.
Perché resta il problema della giustizia; tu dici che la nonviolenza
non è passività nemmeno verso il passato.
“Sì, la nonviolenza non è soltanto rifiuto della violenza
attuale, ma è diffidenza contro il risultato ingiusto di una violenza
passata. Di quanto più di violenza è carico un regime capitalistico
o tirannico, tanto più il nonviolento entra in stato di diffidenza
verso di esso”.
Quindi anche la riconciliazione o il rinnovamento dovranno seguire metodi
nonviolenti?
“Sarebbe un errore mettere da canto la nonviolenza per portare avanti
una qualsiasi trasformazione sociale e politica, per poi prendere la nonviolenza,
come fosse una sigaretta da fumare dopo il pasto o una scampagnata domenicale.
La nonviolenza è già e subito anima e metodo diverso, che
procede insieme col lavoro sociale e lo vive e lo risolve a suo modo”.
Una facile profezia
Quando si oppone la nonviolenza alla logica del più forte, la
gente chiede garanzie. Come dire: funziona davvero? dà dei risultati
concreti, o sono soltanto belle parole?
“Anzitutto, l’uso della violenza non ci dà sufficiente
garanzia che trionfino i buoni, perché richiede tanti compromessi
e tanti addestramenti che si perde una parte di quella bontà, di
quella elevatezza; e questo si vede dopo le guerre, quando c’è
un diffuso trionfo di violenti, e ci vuole l’azione di nuclei puri
per cercare di guarire.
Noi non possiamo garantire che il metodo nonviolento vincerà prima,
e meglio di ogni altro metodo, e che possa essere assunto perché
è uno strumento più adatto a conseguire il fine. Noi lo
illustriamo, ne diciamo le qualità, perché sorga interesse
ad esse, un innamoramento e una persuasione interiore; e per noi è
strumento migliore in questo senso, per i valori che mette in movimento
e che ne fanno ben più di un semplice mezzo. Ora, gli uomini non
hanno bisogno soltanto di ordine nella società, ma che ci siano
vette alte e pure. Se per tener testa ai cattivi, bisogna prendere tanti
dei loro modi, all’ultimo è realmente la cattiveria che vince”.
Quale può essere, allora, la forza interna e l’obiettivo dei
gruppi nonviolenti?
“I gruppi debbono sapere che non ce la fanno a mutare subito il sistema,
e che la loro forza sta nello spaccarlo, nello smentire la sacralità,
la provvidenzialità, l’autorità. Questa coscienza deve
ispirare anche la strategia dei gruppi: la contestazione ha un significato
più profondo di quanto sembrerebbe, si tratta di una squalifica
di nobilità, di superiorità, di validità universale
che deve cadere sul “sistema” attuale di potere e di potenza”.
Quale previsione è possibile per gli anni a venire?
“E’ facile la profezia che ancora gli imperi militari-industriali
del mondo concentreranno forze immani. Ma la nonviolenza ha cominciato
ad aprire in ogni paese un conto, in cui ognuno può depositare
via via impegni e iniziative. Nessuna paura e nessuna fretta, nessuna
gelosia e nessuna presunzione, per l’organizzazione: possono sorgere
innumerevoli centri per l’addestramento alle tecniche del metodo
nonviolento”.
Per concludere, ti chiedo un augurio per il 24 settembre. Siamo ormai
alle porte della prossima marcia, chissà se sarà entusiasmante
come quarant’anni fa…
“C’è stato chi ha detto che la I Marcia Perugia-Assisi
era così bella che è irripetibile. Ma come si potrebbe non
correre il rischio di farne di meno belle, se esse devono adempiere ad
un compito importante?”
Per l’Intervista impossibile ad Aldo Capitini abbiamo utilizzato
i seguenti testi:
A. Capitini, Perugia, La Nuova Italia, Firenze 1947, p. 8.
A. Capitini (a cura di), In cammino per la pace, Torino, Einaudi 1962,
p. 6, 13, 14, 15, 16, 20, 21, 31, 35, 37, 38, 39.
A. Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Milano, Libreria Feltrinelli,
p. 46, 47, 102, 103, 104.
A. Capitini, Religione Aperta, Vicenza, Neri Pozza Editore 1964, p. 20,
137, 138.
A. Capitini, Il potere di tutti, La Nuova Italia, Firenze 1968, p. 197,
199, 200.
AA.VV. (a cura di), Il messaggio di Aldo Capitini, Manduria, Lacaita Editore
1977, p. 39, 51, 54, 88, 218, 220, 221, 222, 223, 231, 232, 233, 235,
240, 241, 247, 248, 250, 252, 264, 268, 270, 271, 278, 288, 292, 363.
PER UNA "SMILITARIZZAZIONE" DEL PENSIERO
Le esperienze di interposizione civile in zone di conflitto:
nuove opportunità per una nuova cultura di Pace.
Di Carlo Gubitosa, Associazione PeaceLink
Il 18 maggio 2000 sono partito per la Cecenia assieme ai volontari dell'"Operazione
Colomba" (www.geocities.com/opcol), una delle pochissime organizzazioni
italiane che praticano con continuità l'interposizione nonviolenta
e la condivisione diretta in zone di guerra, con lo slogan "abitare
il conflitto". Le mie due settimane di permanenza in Caucaso, documentate
per esteso in un dossier presente in rete su <www.peacelink.it/cecenia>,
sono state un'occasione per maturare anche delle considerazioni di carattere
più generale.
La prima di queste considerazioni è che parlando di guerra e di
alternative alla guerra il pessimismo non è sempre giustificato.
L'aumento costante e incontrollato della spesa militare, l'assenza di
una politica concreta di pace da parte dei nostri governanti, il rafforzamento
dell'autorità NATO a spese dell'ONU, possono effettivamente indurre
al pessimismo in una prospettiva di breve periodo, ma allargando l'orizzonte
ai tempi lunghi della storia, che sono poi i tempi necessari alla società
per cambiare in meglio, va riconosciuto che gli ultimi trent'anni di vita
democratica del nostro paese hanno dato all'Italia delle leggi, una cultura
e una mentalità che ci hanno avvicinato notevolmente a quei principi
di ripudio della guerra e della violenza che fino all'immediato dopoguerra
erano condivisi solo da alcuni "pionieri" come Aldo Capitini
e Danilo Dolci.
Quando sono nato, nel 1971, l'obiezione di coscienza era ancora un reato,
che non veniva estinto con la reclusione. Dopo ogni periodo di detenzione
si riproponeva nuovamente all'obiettore di coscienza la scelta tra il
carcere e la caserma, e questi cicli di carcerazione terminavano solo
per problemi di salute o grazie a cavilli burocratici che consentivano
il rilascio dell'obiettore. Il rifiuto del servizio militare armato era
considerato dall'opinione pubblica un segno di viltà o di effeminatezza,
e per un genitore era una vergogna avere un figlio che rifiutava di indossare
la divisa.
Anche dopo il riconoscimento del diritto all'obiezione di coscienza,
avvenuto nel 1972, fino al 1998 la legge ha proibito agli obiettori di
partecipare a missioni di Pace all'estero, e chi ha scelto ugualmente
di espatriare, ad esempio durante la guerra in Bosnia, ha pagato la sua
disobbedienza civile con un processo e con pesanti conseguenze penali
e burocratiche. Grazie alla legge 230 del luglio '98, la mia presenza
in Cecenia come obiettore di coscienza non avrà ricadute sulla
mia fedina penale.
Un altro passo avanti è stato fatto con l'approvazione da parte
del Parlamento Europeo di una raccomandazione sulla creazione di un "Corpo
di Pace Civile Europeo" (CPCE), frutto dell'instancabile volontà
di Alex Langer, che nel corso del suo mandato come europarlamentare ha
saputo trasformare un sogno in un impegno ufficiale dell'Europa.
Posso sicuramente dirmi fortunato per aver assistito a tutti questi cambiamenti
nell'arco di una sola vita, e proprio alla luce di queste trasformazioni
della società non posso che essere ottimista verso ciò che
ci riserva il futuro. Oggi viviamo in un Paese dove, a differenza di trent'anni
fa, l'obiezione di coscienza è diventata un fatto quotidiano e
normale, motivo di orgoglio e non più di vergogna per i genitori
degli obiettori. Alla luce di questa "rivoluzione nonviolenta"
nelle nostre leggi, nel nostro modo di essere e nella nostra visione della
vita, è ancora un'utopia immaginare una cultura e una società
dove la difesa armata non sia più ritenuta insostituibile nè
tantomeno indispensabile ?
Quello che manca per l'affermazione di una alternativa efficace alla
"pace delle armi" è ormai solamente la volontà
politica necessaria per recepire pienamente nel nostro Paese l'invito
fatto dal Parlamento Europeo per la sperimentazione di un modello di intervento
in zone di conflitto diverso da quello dell'ingerenza armata.
L'intervento civile nonviolento dimostra la sua forza proprio in quelle
situazioni dove il principio dell'ingerenza armata rivela tutta la sua
debolezza e le sue contraddizioni. La "pace" armata, infatti,
è un modello basato su un'ipotesi fondamentale: i diritti umani
possono essere fatti rispettare solamente se si dispone della forza militare
sufficiente a sottomettere il Paese che li calpesta.
Le potenzialità dell'utilizzo di un corpo civile di pace in zone
di conflitto sono ancora tutte da scoprire, e ritengo che i prossimi trent'anni
ci riserveranno delle interessantissime sorprese. Solo il futuro può
dirci che cosa succederà quando le diplomazie internazionali scopriranno
che con qualche migliaio di civili disarmati si potrà intervenire
anche in situazioni dove uno scontro militare sarebbe impensabile (ad
esempio contro le violazioni dei diritti umani che avvengono in Russia
o in Cina), quando si scoprirà la forza dell'interposizione disarmata
e della presenza diretta sul territorio contro la debolezza dell'imposizione
militare fatta a diecimila metri di quota, quando ci si renderà
conto che la pace stabilita sulla convivialità delle differenze
e l'integrazione delle culture è molto più redditizia, stabile
e duratura della pacificazione basata sulle spartizioni territoriali e
sulle divisioni delle etnie.
Andando in Cecenia ho fatto esperienza diretta di quello che può
fare un piccolo gruppo di volontari determinato a non chiudere gli occhi
davanti ad una tragedia, e se con i nostri poveri mezzi siamo comunque
riusciti a sollevare un problema e a risvegliare delle coscienze, mi chiedo
quale potrebbe essere la devastante forza pacifica che potrebbe essere
scatenata da un gruppo di qualche migliaio di volontari organizzati in
un corpo civile di pace europeo.
L'esperienza dell'Operazione Colomba, che dura ormai da più di
sei anni, ha reso meno astratta l'idea di un piccolo gruppo di persone
che decide di "mettersi in mezzo" alle guerre per stare vicino
alle vittime di tutte le parti in conflitto. Alcune persone stanno abituandosi
all'idea che ogni singolo cittadino abbia il diritto e la potenzialità
di intervenire per dire "no" alla guerra, anche recandosi personalmente
nel cuore di un conflitto a molte migliaia di chilometri da casa propria.
È su queste esperienze che bisogna costruire un nuovo "senso
comune", rendendo sempre più "normale", quotidiana
e naturale l'esperienza di un intervento civile in zone di conflitto,
cosi' come oggi è normale e naturale l'invio di centinaia di militari
italiani in missione all'estero.
Trent'anni fa, secondo il "senso comune" delle cose, era illegale,
assurdo e scandaloso che un giovane potesse rifiutarsi di servire la patria
con il fucile in mano. Mi piace pensare che tra trent'anni quello stesso
senso comune potrebbe ritenere illegale, assurda e scandalosa un'ingerenza
armata per intervenire in una zona di guerra, e questo pensiero è
più realistico di quanto non sembri.
L'unico ostacolo a questo processo di "smilitarizzazione del pensiero"
sembra essere ormai il nostro "fronte interno", la resistenza
dei nostri governanti. Andando in Cecenia non mi ha fatto paura la guerra,
mi ha fatto paura l'omertà e la connivenza dei nostri governanti
e dei nostri imprenditori.
Molto onestamente e senza mezzi termini, un funzionario delle Nazioni
Unite che abbiamo incontrato a Mosca ci ha messo in guardia sui rischi
legati alla nostra presenza in Caucaso: "non aspettatevi aiuto dal
governo italiano o dall'ambasciata. Se vi accade qualcosa è molto
probabile che decidano di sacrificare la vita di tre o quattro italiani
in nome di un quadro più grande". Mentre diceva queste parole
ci ha indicato la cartina della Federazione Russa, e abbiamo capito che
i rapporti diplomatici, economici e politici che legano il mio Paese ad
un governo che ordina bombardamenti a tappeto su colonne di profughi in
fuga fanno davvero parte di "un quadro più grande", un
quadro in cui la vita di quattro volontari vale meno di zero.
In quella occasione, per la prima volta dal mio arrivo in Russia, la
paura si è fatta strada dentro di me. Fino ad allora, soprattutto
prima del mio ingresso a Grozny, avevo provato molta ansia, inquietudine
e angoscia di fronte ai rischi che correvo e alla sofferenza dei profughi,
ma la vera paura, un vuoto nero e orribile che ti riempie il petto, mi
aspettava in un tranquillo ufficio di Mosca di una agenzia delle Nazioni
Unite.
Fino a quando le testimonianze dirette degli operatori di pace potranno
essere ignorate dai nostri governi e calpestate in nome della "ragion
di stato" e di forti interessi economici? Fino a quando la mia vita
varrà meno degli accordi economici che la Russia ha stipulato con
Fiat e Mediobanca? Se i volontari italiani presenti in Cecenia per denunciare
un massacro dimenticato non fossero stati solo quattro, ma quaranta, quattrocento,
quattromila, i nostri governanti avrebbero potuto chiudere gli occhi cosi'
facilmente e ricevere Putin al Quirinale con tutti gli onori ?
Paradossalmente, molte risposte ai conflitti del pianeta non vanno cercate
molto lontano, ma possono arrivare direttamente dal nostro paese, per
bocca di chi ci rappresenta in Parlamento. L'ostacolo più grande
per l'affermazione di una vera cultura di pace non è la violenza
lontana, ma l'indifferenza vicina. Qui ed ora è possibile intervenire
per fermare e prevenire le guerre di domani, a condizione che la vita
di un gruppo di volontari venga ritenuta un valore superiore al "quadro
più grande" delle strategie geopolitiche e degli scambi economici
internazionali. La creazione di un corpo civile di pace europeo, nonviolento
e disarmato è ormai uscita dal limbo dell'utopia, per diventare
una realtà molto concreta, un'opportunità eccezionale che
i nostri politici hanno a portata di mano. Credo che i prossimi trent'anni
avranno grosse sorprese da riservarci, e che domani il pessimismo di chi
oggi si scontra con l'insensatezza della guerra potrà lasciare
il posto ad una nuova speranza e ad un futuro meno guerreggiato e più
pacifico. Il bello deve ancora arrivare.
ISLAM
A cura di Claudio Cardelli
Al-Ghazàli, teologo e filosofo musulmano
La filosofia araba nacque quando si verificò il contatto fra l’Islamismo
e la cultura greca: lo stimolo più rilevante alla ricerca filosofica
fu offerto dalla conoscenza delle opere di Aristotele e della tradizione
neo-platonica. C’era tuttavia un orizzonte invalicabile, entro cui
potevano muoversi i filosofi musulmani: le verità contenute nel
sacro Corano, che costituivano il fondamento del sapere.
Al-Ghazàli volle rivendicare le istanze religiose contro le pretese
della filosofia di ispirazione aristotelica, che era stata elaborata dal
medico e filosofo Avicenna (IBN-SINA). In tal senso è orientata
l’opera di Al-Ghazàli Distruzione dei filosofi, a cui in seguito
si contrappose polemicamente l’aristotelico Averroè (IBN-RUSHD)
scrivendo La distruzione della distruzione.
La vita
Al-Ghazàli nacque a Tus nel Khorosàn (Persia orientale)
nel 1058 e studiò in un collegio (madrasa) di Nishapur. Terminati
gli studi e con l’appoggio del visir selgiuchide Nizam-al-mulk, ottenne
nel 1091 una prestigiosa cattedra a Baghdad, dalla quale impartì
un acclamato insegnamento di teologia, filosofia e diritto a folle di
discepoli. Colto da una profonda crisi religiosa, nel novembre del 1095
si dimise dalla carica di professore e abbracciò la vita ascetica
dei sufi.
Si recò a Damasco, dove non si trattenne a lungo, poi fece il pellegrinaggio
alla Mecca (1096). Negli anni successivi sembra sia tornato a Baghdad
per illustrare le idee dei sufi. Lasciata Baghdad, si dedicò di
nuovo all’insegnamento a Nishapur e a Tus, dove morì nel 1111.
L’insegnamento
In un opuscolo autobiografico, Liberazione dall’errore (1108), sostiene
che il tipo di insegnamento impartito negli ultimi anni era diverso da
quello tenuto a Baghdad prima della conversione al Sufismo:
Prima io trasmettevo quella conoscenza che serve a conseguire il successo
mondano, ma adesso io chiamo gli uomini a quella conoscenza che esclude
il successo mondano e ne mette in evidenza il grado infimo nella scala
dei valori reali. Io non so se raggiungerò la mia meta, o se sarò
portato via dalla morte prima di aver raggiunto il mio obiettivo. Ma questo
io so, per fede certa e per intuizione, che non sono io che mi muovo,
ma è Dio che mi muove, non sono io a lavorare, ma è Lui
che mi usa. Io Gli chiedo prima di tutto di riformare me e poi di riformare
attraverso di me, di guidare me e poi di guidare attraverso me, di mostrarmi
la verità di ogni cosa vera e di farmi dono di seguirla, di mostrarmi
la falsità di ogni cosa falsa e di farmi dono di potermene allontanare
(p.181).
Tra le molte opere del filosofo, ricordiamo anche Il rinnovamento delle
scienze religiose, vasto trattato di teologia e morale, diviso in quattro
parti. In esso il Sufismo veniva riassorbito e inquadrato nell’ortodossia
sunnita, restandone fuori solo gli eccessi panteistici e anti-ritualistici
(si ricordi il tragico destino di al-Hallag).
Per merito di Al-Ghazàli l’Islamismo ritornava alle sue fonti,
alla viva esperienza religiosa dei primi tempi, arricchita dai tesori
dell’ascetico-mistica, su cui avevano agito anche esperienze cristiane.
Un eminente islamista spagnolo, Miguel Asin Palacios, studioso pure delle
fonti musulmane della Divina Commedia, ha analizzato diffusamente i rapporti
tra il filosofo musulmano e il Critianesimo: La Esperitualidad de Algazel
y su sentido cristiano, Madrid, 1934-1941, 5 volumi.
Per concludere, riporto il giudizio su al-Ghazàli di uno studioso
contemporaneo, W. Montgomery Watt: “Sotto il profilo storico, la
grande importanza di al-Ghazàli fu di aver determinato un’accoglienza
molto più vasta del Sufismo tra i musulmani. A parte il caso di
sufi che avevano espresso esagerate pretese di unione con Dio, ce n’erano
molti i quali asserivano che i risultati conseguiti nel misticismo li
liberavano dagli obblighi rituali dei musulmani ordinari, come il dovere
delle cinque preghiere quotidiane. Per questa ragione la maggioranza dei
maestri di religione era contraria al Sufismo, sebbene alcuni di loro
lo praticassero.
L’insegnamento di al-Ghazàli metteva l’accento sull’esecuzione
meticolosa di tutti i doveri rituali e morali del musulmano come via migliore
per giungere allo stato di concentrazione e di estasi mistica. A questo
scopo era necessario che il compimento degli atti esteriori fosse accompagnato
da atteggiamenti interiori. Egli di tutto questo dava l’esempio nella
sua vita e in questa linea plasmava la vita dei suoi discepoli.
A poco a poco la stragrande maggioranza dei maestri di religione giunse
ad accettare come legittime gran parte delle forme del Sufismo. Ancora
ai nostri giorni ci sono musulmani che traggono da al-Ghazàli la
loro ispirazione” (pp.185-186).
Per il presente articolo ho usato il volume: Autori vari, Le grandi figure
dell’Islam, Cittadella Ed., Assisi, 1989, da cui ho tratto le due
citazioni. Testi tradotti : Al-Ghazàli, Scritti scelti, pp.712,
UTET, Torino, Rist. 1986.
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
La violenza sotterranea del garage Olimpo…
Nell’estate dell’anno 1978 ero appena bambino; di quel periodo
posseggo solo ricordi vaghi, flash, fantasmi di immagini. Alcune in particolare.
Ricordo soprattutto l’attesa che si viveva qui in Italia per l’inizio
dei Mondiali di Calcio in Argentina, il gol vincente di Bettega…
Quando una sera di Marzo dell’anno 2000 sono uscito dalla sala di
un cinema milanese dopo aver assistito al film Garage Olimpo, ambientato
nell’Argentina del 1978, il mio pensiero è ritornato improvvisamente
su questi vaghi ricordi, riemersi dalle tenebre del passato; uniti ad
una semplice, quasi banale nonché sgomenta e terribile considerazione:
nell’anno 1978 mentre al di sopra della superficie della città
di Buenos Aires il popolo argentino impazziva per i trionfi della nazionale
bianco-celeste, e gli sportivi di tutto il mondo assistevano alle scene
di festa (ecco un’immagine ritrovata!: il vorticoso andirivieni di
coriandoli sospinti, nel catino dello stadio, dalle magie dell’idolo
di casa: Mario Kempes!) legate alla “liturgia” degli incontri
di pallone, al di sotto della superficie della città di Buenos
Aires, in 365 campi di concentramento, il regime militare al potere recludeva
e torturava clandestinamente centinaia di migliaia di esseri umani, che
avevano come unica “colpa” quella di credere nella democrazia
e di opporsi (anche solo ideologicamente) a quella dittatura militare
che, tra il 1976 e il 1982, avrebbe tiranneggiato la nazione argentina
con la complicità di molte potenze occidentali.
Sotto, la città reale, con le sue verità nascoste, e sopra,
la città-spettacolo, vetrina di un’illusoria normalità
da vendere al mercato globale della comunicazione.
Marco Bechis, nel suo bellissimo film, racconta la storia proprio di uno
di questi desaparecidos, Maria, e la sua tragedia, vissuta in uno di questi
sotterranei, il Garage Olimpo per l’appunto, e analizza con lucidità
le pieghe del rapporto tra Maria e Felix, il suo carceriere-aguzzino.
Il regista riesce a far emergere attraverso le immagini il senso pieno
della dimensione del sotto come “realtà”, attraverso
l’uso della macchina da presa quasi sempre a spalla e grazie ad una
illuminazione essenziale e rarefatta ottenuta con la sola lampadina che
si vede nell’inquadratura, e del sopra come “finzione”,
raccontando la superficie di Buenos Aires per mezzo della illuminazione
artificiale, dei carrelli e di tutti gli altri dispositivi tecnici dei
quali si serve solitamente il cinema di fiction.
Nella sua idea di partenza il regista italo-argentino voleva documentare,
come afferma egli stesso nelle sue note di regia, il suo rapporto con
quell’esperienza, e quindi ridare immagini a delle vicende che non
ne hanno nemmeno una, con un impegno, un rigore e un senso di insopprimibile
sofferenza che sono proprie di chi, quella stessa esperienza, l’ha
vissuta sulla propria pelle ed è riuscito persino a riportarla
sulla pagina scritta : “Alle 22.25 del 19 Aprile 1977…sono stato
sequestrato da quattro militari in borghese. Mi hanno bendato, mi hanno
trascinato dentro una macchina beige e trasportato in un luogo chiamato
Club Atletico… Mi hanno applicato una catena attorno alla caviglia
con due lucchetti numerati 190 e 191, numeri che dovevo ricordare…
Una voce più autorevole delle altre ha acceso la Picana ( un pungolo
elettrico a voltaggio regolabile che emette un ronzio unico) ed ha iniziato
l’interrogatorio.” (da “Trentamila ragazzi in meno”
di Marco Bechis/ Il Diario della Settimana, Luglio 1996)
E in quest’ottica Bechis non può non tenere conto che ogni
immagine ha una sua etica, e che occorre operare con attenzione affinchè
queste sue intenzioni non vengano tradite dall’immagine che si usa,
perché l’immagine ha dei codici propri che non sono quelli
della scrittura.
Ma l’obiettivo più generale che il regista si propone di raggiungere
è quello di affrontare temi di importanza capitale quali l'umiliazione
dell’uomo, la follia, la banalità del male, la dittatura militare
e, soprattutto, la rappresentazione della violenza sull’uomo; con
una certezza che lo accompagna costantemente, dalla scrittura al montaggio,
come afferma egli stesso sempre nelle note di regia: la certezza che il
Cinema non possa rappresentare pienamente la violenza perché quest’ultima
è soggettiva. Non c’è alcuna oggettività nella
violenza. E’ un sentimento del tutto intimo se è vero che
una donna sopravvissuta a un lungo periodo di detenzione disse un giorno
a qualcuno che le chiedeva cosa le avevano fatto: “Di certe cose
parlo solo con le mie piante”
Il film di Bechis centra pienamente, a mio giudizio, gli obiettivi che
si era prefissato, e si inserisce a pieno titolo tra le più significative
pagine di cinema italiano scritte in quest’ultimo decennio.
Garage Olimpo
98’ , Istituto Luce
Regia: Marco Bechis
Con: Antonella Costa, Carlos Echeverria, Dominique Sanda
Verso la Perugia-Assisi con sogni canzonettari di mezza estate
Di cose da dire ce n'erano, tutte interessanti e significative, accadute
fra la primavera e l'estate: dal concerto a Genova per De Andrè
coi posti riservati a 200 persone emarginate, al concerto del 1 maggio
a Tor Vergata col Papa con 500 mila persone. Si erano registrate accentuazioni
pacifiste e nonviolente negli ormai tradizionali appuntamenti del Pavarotti
& Friends ("Music for Peace" per Cambogia e Tibet con la
presenza del Dalai Lama) e della Partita del Cuore della nazionale cantanti
(in campo per la pace di fronte a una squadra mista israelo-palestinese).
Non solo: Rostropovic stava tenendo concerti col "War Requiem"
(scritto nel 1961 da Benjamin Britten contro le guerre di ogni tempo)
e l'estate ancora in corso vedeva fra i protagonisti canori principali
l'obiettore antimilitarista spagnolo Tonino Carotone.
Fu allora che arrivò IL SOGNO! Non aveva la presunzione di affiancarsi
a quelli ben più illustri fatti da gente come Martin Luther King,
Helder Camara, Leonard Bernstein o …Silvio Berlusconi, ma era IL
MIO e mi ci lasciai trascinare dentro…
…Era già il 24 settembre e mi trovavo a Perugia…
Ma certo, perbacco! La marcia!!! C'era da preparare, ci sono le cinque
stazioni, si poteva invitare Amodei che nel '61 assieme a Fortini inventò
la censuratissima "Marcia della pace", c'era da organizzare
qualcosa di bello…
Corro al punto di ritrovo e il colpo d'occhio è notevole: tantissima
gente, cartelloni colorati, pupazzi, strumenti musicali e si sente anche
cantare "E se la patria chiama lasciatela chiamare… ",
guardo meglio e vedo un signore con barba bianca e chitarra che somiglia
stranamente a Pete Seeger e a Shantidas… possibile ?! Ma non sarà
mica… Si! Fausto Amodei in persona: benissimo!!! Ed è proprio
lui ad inaugurare la marcia avviando un coro generale "e se la Nato
chiama ditele che ripassi… se la ragazza chiama non fatela aspettare…".
Ma non è finita: ecco Carotone che intona "Contro el sistema
la mejore defensa è la resistenza noviolenta". Non poteva
esserci un inizio migliore! Il corteo variopinto si mette in marcia, musiche
e canti echeggiano da tante parti, Capitini sarà certo contento!
Ed ecco le stazioni. A Ponte S.Giovanni Amodei attacca magistralmente
"Perché una guerra" e gli subentra Goran Bregovic con
"Mesecina" e "Silence of Balkans"; a Ospedalicchio
di nuovo Amodei sempre più a suo agio tira fuori la "Ninna
nanna del capitale" poi passa il microfono agli Africa Unite che
offrono una versione fenomenale di "Sotto pressione nonviolenta"
e poi a Giovanni Lindo Ferretti dei Csi che canta con decisione "quando
la piazza urla pace, amore, fuggo lontano, trattengo a stento il furore,
ritrovo la pazienza quando i afferma la nonviolenza"!; a Bastia Amodei
giganteggia sempre di più presentando una nuova sorprendente versione
della sua "Ballata autocritica" dove preferisce "gli obiettori
ai caricatori" esaltando "la potenza della nonviolenza"
e poi cede il palco a Patti Smith che canta per Madre Teresa ("One
Voice") e continua trionfalmente con "People have the nonviolent
power".
Ci avviciniamo alla conclusione e mi chiedo cosa accadrà. A Santa
Maria degli Angeli Amodei sembra aumentato ancora di statura e attacca
con "La mia chitarra" ("…allora si darà un
po' importanza e canterà soltanto la gioia e la speranza, quando
le cose allegre saran più delle tristi, quando non ci saranno mai
più poveri cristi") ed eccolo lì, manco a farlo apposta
Branduardi con "L'infinitamente piccolo", non poteva mancare,
ma c'è anche Antonio Infantino (quello dei Tarantolati di Tricarico!)
con la sua interpretazione del "Cantico delle creature" ed è
a questo punto che compare Baglioni supplicando di poter cantare "Fratello
Sole" e "San Damiano": viene accontentato e si trova uno
spazio anche per lui.
Di nuovo Amodei invita tutti a cantare - ma sembra ancora più alto
e imponente di prima !? - con una canzone antinucleare piemontese…
sento qualcosa che mi sembra familiare: "La nostra voce si sentirà,
la nostra vita li fermerà, la nostra festa li avvolgerà,
la nostra forza li smonterà". Mi trovo in mezzo al coro generale
fra Piero Negroni, Sergio Salzano, Mao, Paolo Bergamaschi, don Mario col
Grande Coro Insieme, Massimiliano Pilati, la Banda Roncati e tanti tanti
altri. L'atmosfera è eccezionale e siamo tutti alle stelle!!!
… nell'aria aleggiano le ultime note quando fanno a tempo ad unirsi
a noi Bob Geldof e Christoph Baker che arrivano insieme ciascuno con una
bottiglia sottobraccio e un calice in mano alzato per brindare…
Mi sveglio di soprassalto: manca poco alla marcia nonviolenta! Come andrà
? Non c'è di sicuro tempo per organizzare un granché e chissà
chi verrà davvero…
Beh, qualcuno per cantare insieme "Non tutti siam convinti"
lo troverò, magari Beppe Marasso come alla marcia del '78…
ma forse Pietro (Pinna) direbbe che non è la canzone più
indicata… allora potrei provare a far cantare "Un bimbo sul
leone" a Gaia e Irene, le mie bimbe e Antonella la mia sposa ("un
bimbo che invita anche me, a cavalcare tutti gli animali, che san parlare
come noi e ridendo han ragione di pensare che le bestie siamo noi").
Ci vedremo a Perugia il 24 settembre!
LIBRI
A cura di Silvia Nejrotti
La speranza del coccodrillo
Un piccolo libro di Alberto Melandri "TIMOR EST. Un coccodrillo
pieno di speranza", Edizioni Interculturali, Roma, descrive, con
documentata partecipazione, la lunga e straordinaria lotta di un popolo
verso l'indipendenza. L'intervento delle forze dell'Onu nell'autunno del
'99 ha impedito, sia pure tardivamente, che si consumasse un vero e proprio
genocidio, ponendo termine ad una spietata occupazione durata un quarto
di secolo, nella sostanziale accettazione della comunità internazionale.
Poco si è sentito parlare di Timor Est nei lunghi anni trascorsi
tra l'invasione indonesiana, del dicembre 1975, ed i massacri e le deportazioni
del settembree 1999. Giornali e televisioni hanno, al più, detto
della visita di Giovanni Paolo II nell'89, riferito del massacro di centinaia
di persone, che partecipavano alle esequie di un timorese ucciso da militari
indonesiani nel 1991, annunciato, con sorpresa, il conferimento del premio
Nobel per la pace ai timoresei Monsignor Belo e Ramos Horta. Tre squarci
nel buio profondo in cui si è svolta una vicenda terribile. Un
paese in via di decolonizzazione, dopo centinaia di anni di dipendenza
dal Portogallo, ha subito un'occupazione feroce che ha provocato la morte
di un terzo della popolazione e fatto sperimentare i campi di concentramento
alla metà. Con tenacia e fantasia la popolazione di Timor Est ha
lottato, per lo più, seppur non esclusivamente, con metodi non
violenti e creativi, rompendo il muro del silenzio, ricercando e trovando
solidarietà in varie parti del mondo. Alberto Melandri è
stato, con altri pochi, nel nostro Paese, un costruttore di una rete di
informazione e solidarietà che, con scarsissimi mezzi ma come i
timoresi con tenacia e fantasia, ha portato l'attenzione su un pezzo di
isola distante 10 mila chilometri da noi e sui suoi abitanti.
Melandri è un insegnante (un bravo insegnante) che parla a persone
di vicende di altre persone e ti fa capire che la cosa ti riguarda. Timor
Est ha cessato per me, come per tanti altri, di essere un'espressione
geografica dopo che Alberto me ne aveva parlato. Il suo libro fornisce
le coordinate storiche, culturali, economiche, politiche, sociali per
comprendere quanto è avvenuto e sta avvenendo. Al centro sono però
le concrete esistenze di donne ed uomini, di tanti bambini, con le loro
sofferenze, speranze, impegni. Le loro storie si intrecciano ai grandi
eventi, ai problemi generali conferendo al testo fascino e concretezza.
Ne riporto una, intitolata Trasmigranti. La politica del governo indonesiano
è stata quella, assieme all'oppressione della popolazione timorese
spesso indotta ad andarsene, di portare a Timor Est dalle altre isole
coloni poveri, con la promessa di terra e lavoro. Melandri lo dice anche
così:
Quando siamo arrivati da Singosari - Gresik, Giava orientale,nel 1992,
non ero contento. Avevo lasciato i nonni, gli amici; mio padre diceva:
"Dadang, non essere triste; andremo nel paese del sole che nasce,
avremo dei bei bufali grassi, coltiveremo caffè, staremo bene,
potrai andare a scuola".
Ma non è stato così. E' stato brutto, camminare per le strade
con addosso l'odore dell'invasore che era anche il mio odore, i loro sguardi
mi vedevano complice di violenze di cui non sapevo nulla; solo gli occhi
di Imaculada mi hanno guardato prima con amicizia, poi con affetto ed
ora che devo tornare a Giava non so come farò a dimenticarli.
Daniele Lugli
La presentazione ufficiale del libro di Alberto Melandri, avverrà
alla Biblioteca Ariostea di Ferrara il 29 settembre, alle ore 17, a cura
di Daniele Lugli e dell’Autore.
I cristiani e l’obiezione di coscienza al servizio militare
Questo libro raccoglie le relazioni di esperti (biblisti, storici della
chiesa e teologi contemporanei) a una tre giorni di studio promossa da
Dehoniani, Pax Christi e Caritas. La parte storica è corredata
di brevi testi originali sui primi tre secoli; è un testo che si
rivolge a studiosi e persone interessate ad approfondire la conoscenza
storica sull’obiezione di coscienza.
INFO: Gavci, Bologna. T + f: 051.6344671. E-mail:
Dove va il volontariato?
Il volontariato è oggetto di una crescente, non sempre disinteressata,
attenzione da parte del mondo economico e politico; contemporaneamente
sembra sempre più appiattirsi in una dimensione esclusivamente
gestionale, incapace di assumere un ruolo politico. L’identificazione
del volontariato con il settore non-profit ha accresciuto la confusione
facendo scolorire un connotato fondamentale dell’azione volontaria:
la gratuità. Il quaderno raccoglie gli atti di un convegno e si
propone quale occasione di riflessione e di approfondimento.
INFO: Gruppo di solidarietà, Via S. d’Acquisto 7, 60030 Moie
di Maiolati (AN).
T + f: 0731.703327. E-mail:
, www.comune.jesi.ancona.it/grusol.
CAMPAGNE
A cura della Redazione
“Rompere l’embargo all’Irak”
La Camera dei Deputati ha approvato, malgrado il parere negativo del Governo,
una risoluzione proposta dal Presidente della Commissione Esteri, On.
Achille Occhetto e sottoscritta da deputati di tutte le parti politiche,
per la revoca immediata delle sanzioni all’Irak e atti unilaterali
di rottura dell’embargo (p.e. lo sblocco immediato dei beni irakeni
congelati nelle banche italiane e la riapertura dell’ambasciata).
Tale risoluzione segue di sole due settimane un’analoga mozione,
seppur con toni meno decisi, approvata dal Senato. Queste prese di posizione
sono il frutto di una grande mobilitazione avviata da anni a vari livelli
nella società italiana: appelli e dichiarazioni di esponenti della
società civile, del mondo cattolico, di ambienti economici, ed
atti istituzionali (p.e. l’appello dei Sindaci delle grandi città
nel ‘97). Da questo variegato fronte di iniziative era scaturita
la campagna “Rompere l’embargo”, con un appello “Per
la dissociazione unilaterale dell’embargo all’Irak”, sulla
cui base sono state raccolte ben 27.501 firme e le adesioni di centinaia
di associazioni locali e nazionali. Nel caso in cui il Governo non dovesse
applicare quanto indicato nella risoluzione approvata dal Parlamento,
l’associazione Un Ponte per.., promotrice della Campagna, procederà
ad atti di rottura unilaterale dell’embargo, attraverso la riapertura
di rapporti commerciali con l’Irak. Il prossimo appuntamento è
fissato per il 23 settembre, per una manifestazione nazionale a Roma,
data in cui il Governo dovrebbe riferire alla Camera sui passi effettivamente
adottati.
INFO: Un ponte per ... – Roma. E-mail:
Prigionieri in Kosovo
Pax Christi informa che, contrariamente a quanto avviene solitamente al
termine di una guerra, dopo il conflitto in Kosovo non è stato
effettuato nessun rilascio di prigionieri. Si ritiene che, nelle carceri
serbe, ve ne siano non meno di 2.000 (principalmente uomini albanesi che
hanno partecipato al conflitto o che cercavano di varcare il confine come
profughi) e sembra che siano sottoposti a maltrattamenti e violenze nelle
carceri, nelle quali sono detenuti al termine di un processo sommario
(condanne fino a 20 anni). A ciò si deve aggiungere che le famiglie
non sono informate sulla sorte dei loro congiunti, non ne conoscono il
luogo di detenzione e, spesso non sono in grado di sostenere le spese
legali. Per istituire alcune borse di studio a favore dei figli dei detenuti
e inviare pacchi viveri nelle pigioni serbe Pax Christi ha attivato una
Campagna di solidarietà, raccogliendo fondi e firme che verranno
inoltrate al Ministro degli Esteri italiano ed al Parlamento Europeo.
INFO: Pax Christi, Via Petronelli 6, 70052 Bisceglie (BA). T: 080.3953507,
f: 080.3953450.
E-mail:
, www.peacelink.it/users/paxchristi/
Vittime di Guerra
Emergency segnala la situazione dell’Africa occidentale e, in particolar
modo, della Sierra Leone: a Freetown e dintorni si contano almeno 3.000
persone che hanno subito amputazioni di arti a colpi di machete ma non
si hanno dati sul resto del paese; si tratta di giovani o giovanissimi,
persino di bambini al di sotto dei due anni, il cui futuro dipenderà
dalla disponibilità di cure adeguate e protesi.
Dopo il Kurdistan, la Cambogia e l’Afganistan, Emergency si pone
l’obiettivo di aprire una nuova struttura sanitaria a Masiaka (nella
diocesi di Makeni a 70 Km dalla capitale), crocevia delle più importanti
arterie del paese e per questo chiede il sostegno economico a questo progetto,
non disponendo attualmente dei fondi sufficienti.
INFO: Emergency, Via Bagutta 12, 20121 Milano. T: 02.76001104, f: 02.76003719.
E-mail:
, www.emergency.it
Cristiani ed eserciti
In occasione del Giubileo dei Militari, il GAVCI di Bologna segnala come
contraddittoria, dal punto di vista della fede cristiana e della semplice
civiltà umana, il sostegno dato dai cristiani, sotto ogni forma,
al mantenimento dell’apparato militare. Nel sostenere la propria
posizione il GAVCI cita svariate personalità e testi del mondo
ecclesiastico (Padre Giorgio Zebelka, cappellano militare alla base da
cui partirono, nel 45 gli aerei dotati delle bombe nucleari sganciate
su Hiroschima e Nagasaki; Don Calabria; il Concilio Vaticano II; i Vescovi
di Pax Christi USA) e ricorda come siano solo i cappellani militari ad
ostinarsi a definire umanitari i nuovi compiti delle FFAA. L’appello
termina, auspicando che il contenuto del messaggio del Papa, del 1°
gennaio 2000, venga effettivamente letto come occasione per avviare un
distacco generale della Chiesa dal sistema militare e di guerra, a favore
della costruzione della Difesa Popolare Nonviolenta.
INFO: GAVCI, Via della Selva Pescarola 26, 40131 Bologna. T + f: 051.6344671
E-mail:
, www.peacelink.it/users/gavci.
Mine
Con l’adesione della Mauritania, è salito a 100 il numero
di Stati che hanno ratificato il Trattato Internazionale di Ottawa (entrato
in vigore il 1 Marzo 99), che mette al bando le mine antipersona, ne proibisce
l’uso, lo stoccaggio, la produzione ed il trasferimento e ne decreta,
tra l’altro la completa distruzione. Purtroppo, però, all’appello
mancano ancora 61 stati, tra cui USA, Russia, Cina, India, Pakistan, Egitto,
Turchia, Finlandia. La pressione su questi governi non si deve allentare
anche perché essi rappresentano alcuni degli stati più popolosi
e maggiormente coinvolti nel commercio internazionale di armi.
INFO: Marcello Storgato, Missione Oggi, Brescia. E-mail:
Embarghi
Sono 30.211 le firme consegnate il 21 Luglio dalla Campagna “Rompere
l’Embargo” al Presidente della Camera, On. Luciano Violante,
per chiedere che l’Italia si dissoci unilateralmente dall’embargo
all’Iraq. In occasione della consegna delle firme, una delegazione
composta dai rappresentanti di alcune fra le centinaia di associazioni
aderenti alla Campagna, ha incontrato il Presidente Violante, ricordandogli
la tragedia del popolo irakeno e l’importanza che un paese come l’Italia
compia un passo coraggioso di dissociazione dal genocidio che ha ucciso,
in dieci anni, oltre un milione di civili innocenti, in maggioranza bambini
sotto i 5 anni. Una richiesta, quella della dissociazione dall’embargo,
condivisa dalla maggioranza della società civile italiana. L’On.
Violante si è dimostrato sensibile alle ragioni della petizione
e ne ha assicurato l’immediata trasmissione alla Commissione Affari
Esteri perché venga messa in discussione al più presto,
aggiungendo che intende recarsi in Iraq in autunno. La Campagna ha intanto
annunciato, come prossima iniziativa, la convocazione di una Convenzione
nazionale a Roma, per la metà di ottobre, per radunare tutti i
firmatari e le associazioni che hanno sottoscritto la petizione, in occasione
dello scadere dei tre mesi previsti nell’ultima risoluzione approvata
dalla camera dei Deputati, che impegna il Governo ad operare in modo concreto
ed esplicito nelle sedi internazionali per arrivare alla revoca delle
sanzioni all’Iraq.
INFO: Campagna “Rompere l’embargo”, Roma. E-mail:
Caschi Bianchi
Il 12 Luglio scorso una delegazione dell’Associazione Papa Giovanni
XXIII° e del Gavci hanno incontrato il Dott. Bertolaso ed il Dott.
Bastianini, rappresentanti della Direzione dell’Ufficio Nazionale
per il Servizio Civile (UNSC); nel corso dell’incontro si è
parlato della situazione del Servizio Civile in Italia, dell’emanazione
dei decreti attuativi e dei Caschi Bianchi. In sintesi si è stabilito
di: dedicare una particolare attenzione ai progetti di OdC in missioni
internazionali; concentrare le partenze in tre scaglioni annuali (Maggio,
settembre e Dicembre), con l’impegno a rispettare le richieste nominative;
convocare, da Settembre, un Tavolo sul tema dei Caschi Bianchi. Si rende
importante, a questo punto, elaborare progetti di servizio standard, idee
e proposte per i regolamenti.
INFO: Samuele Filippini, Associazione Papa Giovanni XXIII°, Rimini.
E-mail:
Anch’io a Bukavu
Il 10 Dicembre 2.000 sarà il 52° anniversario della Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani. In vista di questa ricorrenza l’associazione
“Société Civile” di Bukavo (Repubblica democratica
del Congo) ha lanciato un appello a tutte le persone ed organizzazioni
interessate alla pace, per la realizzazione di una Azione Internazionale
Nonviolenta di Pace per l’Africa e la Regione dei Grandi Laghi. I
promotori, nel denunciare il clima di guerra, insicurezza ed oppressione
diffusa (1.700.000 vittime in 22 mesi, in maggioranza civili), informano
che si stanno attivando per realizzare una serie di manifestazioni a Bukavu,
a favore della pace e dei diritti umani, con incontri di preghiera ecumenici,
conferenze e manifestazioni culturali, auspicando l’appoggio e la
partecipazione delle organizzazioni internazionali non governative o dell’ONU.
Rappresentanti di Beati i Costruttori di pace, Chiama l’Africa e
dell’Associazione Papa Giovanni XXIII° si sono già recati
a Bukavo per meglio conoscere le condizioni in cui la popolazione civ