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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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Alex Langer 11 anni dopo sulle vie della nonviolenza
A cura del Circolo ACLI “Aldo Capitini” di Pordenone
Perché questo viaggio?
Viaggiare significa toccare con mano, sperimentare in prima persona, per comprendere
più a fondo. E per capire la nonviolenza altra strada non c’è
se non quella di andare in profondità, mettendosi direttamente in gioco
e toccando con mano la complessità delle situazioni e delle relazioni
tra le persone.
È questa la proposta che offriamo da quattro anni con Le Vie della Nonviolenza,
un percorso che già nel suo nome richiama l’idea del cammino e
delle tante direzioni possibili.
In questo nostro camminare ci siamo imbattuti in Alexander Langer, che pochi
di noi conoscevano e che ci ha subito incuriositi, per l’estrema attualità
del suo messaggio.
Molte le provocazioni, che abbiamo voluto rievocare già nel titolo del
nostro viaggio: “Un tranquillo weekend di paure”. La paura è
quella del diverso, persone, situazioni, idee che sentiamo altri da noi e per
questo rigettiamo. È nell’apparente distanza del mondo da noi che
nasce l’intima paura, negazione – ma anche origine – di un’indispensabile
apertura. Un’apertura ben incarnata da Langer, un “costruttore di
ponti” che sa vincere la paura del diverso e coglierne la bellezza. La
sua vita ed esperienza aprono uno squarcio di paure spesso sentite come insostenibili,
ma che sono sfida per un futuro possibile.
Uno degli insegnamenti di Alex è l’importanza di vedere e sperimentare
in prima persona. Per questo abbiamo voluto creare un viaggio attorno alla sua
figura, ad 11 anni dalla morte, che ci ha permesso di penetrare luoghi reali
e simbolici della nonviolenza e vivere non più come spettatori ma da
protagonisti del quotidiano.
L’iniziativa si è svolta il 27 e 28 maggio, toccando le città
di Vipiteno (città natale di Langer), Bolzano (sede della Fondazione
a lui dedicata) e Verona (sede del Movimento Nonviolento).
Le “vie alla nonviolenza” di Alexander Langer
È molto difficile definire la figura di Langer, proprio perché
egli rifugge ogni gabbia, cerca sempre di andare oltre le posizioni raggiunte
e gli schemi mentali. Per avvicinarsi al suo pensiero, abbiamo cercato di ripercorrere
le sue “vie alla nonviolenza”, soffermandoci su tre tematiche a
noi particolarmente care: la nonviolenza, l’interculturalità, l’ecologia.
Essere nonviolento
Langer non si dichiara mai apertamente “nonviolento”, ma lo è
nel metodo e nel linguaggio. L’attenzione per l’uomo traspare dall’empatia
che avvolge i suoi pensieri e le sue azioni. La propensione innata a dialogare
lo porta alla difficile impresa di applicare la nonviolenza all’ambito
della politica, sapendo anche cambiare idea, se necessario, pur mantenendo la
coerenza nell’agire. Ne sono dimostrazione l’idea dei corpi civili
di pace e la drammatica esperienza della guerra nella ex Jugoslavia.
Ma il 3 luglio 1995 Alex decide di interrompere la sua vita. Inevitabile una
riflessione sul suicidio: perché un uomo della nonviolenza decide di
compiere un gesto così violento nei confronti di se stesso? Alcuni suoi
amici tentano una spiegazione: è morto per troppo amore. Il suo immenso
amore per l’uomo e per il creato l’ha portato a caricarsi di troppi
pesi, troppe responsabilità, fino a farsi schiacciare. Lo dice lui stesso
nel biglietto di commiato: «I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili».
Forse l’unico momento in cui Alex ha accettato i propri limiti e si è
fermato.
Convivere, conoscere, comprendere per superare la paura del “diverso”
Nella questione interetnica, Langer parte dalla sua esperienza personale in
Alto Adige e comprende la necessità di sperimentare la convivenza in
concreto e nel piccolo, incontrandosi: «Più abbiamo a che fare
gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo». La componente politica
e normativa è fondamentale per contribuire a creare un clima di serena
convivenza, ma non è sufficiente. La convivenza si gioca nelle relazioni
che si creano ogni giorno tra singoli e all’interno di piccoli gruppi.
Sta a noi riuscire a “saltare i muri” e “costruire ponti”,
riconoscendo e valorizzando tutte le «dimensioni della vita personale
e comunitaria che non sono in prima linea a carattere etnico».
Ancora una volta Langer suggerisce profonde riflessioni e atteggiamenti pratici
che tutti noi possiamo applicare nella quotidianità. Si potrebbe parlare
di “conversione”, un cambiamento di mentalità che può
riguardare ognuno di noi, se ci rendiamo conto che la nostra identità
non può darsi senza l’altro, ma anzi si costruisce attraverso il
costante confronto con l’altro.
«Tutti vogliono tornare alla natura, ma nessuno a piedi»
Oggi si sente parlare sempre più spesso della necessità di una
decrescita, invertire il senso di marcia nella nostra corsa allo sviluppo, per
evitare il collasso ambientale e umano. Ci ha colpito scoprire in Langer l’idea
analoga di autolimitazione, che smaschera l’ipocrisia del concetto di
“sviluppo sostenibile”. “Sviluppo” è sinonimo
di “crescita”: più che «una reale correzione di rotta»,
questa espressione sembra piuttosto indicare «la propensione ad un nuovo
ordine mondiale nel quale il Sud del mondo viene obbligato ad usare con più
parsimonia e razionalità le sue risorse, sotto una sorta di supervisione
e tutela del Nord». La vera correzione di rotta implica una conversione
ecologica, un cambiamento a tutti i livelli, personale, culturale, politico,
nelle pratiche e negli stili di vita di ciascuno e di tutti. Langer non si limita
ad un “ecologismo tecnico”: introduce la nonviolenza nelle tematiche
ambientali ed approda ad una sorta di “ecologismo francescano”,
basato sull’amore ed il rispetto di tutte le creature. Questo giocarsi
in prima persona nella nostra vita di tutti i giorni è forse uno degli
aspetti che ci ha più affascinato.
Lentius, profundius, suavius
Langer capovolge il motto olimpico “più veloce, più alto,
più forte” nel motto “più lento, più profondo,
più dolce”. “Più lento”, perché la velocità
che domina tuttora nella società, lascia indietro chi non regge il ritmo
e impedisce di prestare attenzione ai più deboli. “Più profondo”,
per contrastare la disumana pretesa di essere superiori agli altri; per opporsi
alla superficialità e andare all’essenziale. “Più
dolce”, contro l’aggressività e la violenza del nostro rapportarci
all’altro, per imparare a prenderci teneramente cura dell’altro.
Ci ha colpito in particolare il “lentius”, perché ci sentiamo
sopraffatti dal fare, col rischio di lasciare poco tempo alla cura delle relazioni
con gli altri e con noi stessi. Nel nostro procedere per le “vie della
nonviolenza”, al termine di questo viaggio, reale e interiore, l’abbiamo
preso come un impegno: andare più lenti, per poter essere più
profondi e più dolci.
Tentativo di decalogo: Alexander Langer secondo noi
Consapevoli dei grandi limiti di ogni categorizzazione, specie quando si tratta
di entrare nel pensiero e nella vita di una persona, abbiamo provato a esplicitare
l’ “Alexander Langer secondo noi”, un piccolo decalogo che,
attraverso 10 parole chiave, cerca di ripercorrere ciò che ci ha colpito
della sua poliedrica figura. È il nostro piccolo omaggio a chi ci ha
incuriosito con le sue idee e le sue azioni. Ma è anche un tentativo
di cogliere l’attualità del suo pensiero, ciò che Langer
dice oggi, ancora, a noi giovani.
1.Oltre. Oltre le barriere etniche e culturali, i confini tra gli Stati, le
idee consolidate, alla ricerca di qualcosa di sempre nuovo, di cambi, anche
radicali, di prospettiva. La sua sete di conoscenza, la curiosità, l’apertura,
l’irrequietezza.
2.Attivismo. Carismatico, illuminante nelle idee e nel modo di comportarsi,
sempre presente e vivo. L’impegno in tanti gruppi, associazioni e movimenti,
in politica. Un attivismo che lascia in eredità agli amici, invitando
tutti a “continuare in ciò che era giusto”.
3.Ponte. La straordinaria capacità di incontrare e far incontrare persone
diverse, alla ricerca costante di compromessi e mediazioni, senza rinunciare
all’identità etnica e culturale di ognuno, fanno pensare a lui
come a un ponte lanciato verso un orizzonte di interculturalità oggi
ancora possibile.
4.Conversione ecologica. La salvaguardia del creato e il rispetto per l’ambiente
sono il sogno ecologico, ancora oggi irrealizzato. Eppure Langer traccia una
strada possibile: un cambiamento deciso di rotta verso una “decrescita”
che nasce dall’autolimitazione nei comportamenti quotidiani di tutti,
non vissuta come una privazione, ma resa desiderabile, “felice”.
5.“Lentius”. Contro il mito occidentale della velocità e
dell’agonismo diventati norma quotidiana e onnipresente, Langer propone
come ideale l’andare “più lenti”, il richiamo alla
sobrietà e all’equilibrio nello stile di vita, ma anche alla necessità
di dare più tempo e spazio a relazioni più profonde tra le persone.
6.“Suavius”. Altruismo, generosità, gratuità appaiono
caratteristiche peculiari della sua personalità. Il mettersi a totale
disposizione degli altri, l’irriducibile spinta a farsi carico con passione
di persone, situazioni, rapporti lo rendono “suavius”, “più
dolce” agli occhi di chi incrocia il suo percorso.
7.Empatia. Intelligenza, preparazione culturale, chiarezza di pensiero non sono
frutto di un semplice esercizio intellettuale. La sua è una conoscenza
costruita insieme agli altri, e con gli altri sempre condivisa. Attraverso l’empatia,
la vicinanza, l’amicizia, la capacità di coinvolgere le persone
e di coinvolgersi nelle loro storie, Langer contribuisce alla creazione di un
sapere partecipato.
8.Valori e fatti. Le verità e i valori forti in cui crede sono sempre
accompagnati dal “fare”. Irriducibile programmatore di iniziative,
cerca di tradurre i valori nella pratica quotidiana attraverso il metodo dialettico,
la ricerca di compromesso, l’attenzione al contesto.
9.Responsabilità. Non sa dire di no, si fa carico dei bisogni di molti,
e quei “pesi divenuti insopportabili” sono forse il segnale del
limite che riconosce in se stesso e davanti al quale si ferma.
10.Umiltà. Come San Cristoforo, omone grande e forte che accetta l’umile
servizio di barcaiolo, Langer, scegliendo una vita sobria e semplice, si fa
“traghettatore” per mettere in relazione persone e gruppi, senza
chiedere mai molto per sé.
Le “Vie della Nonviolenza” sono organizzate da:
Circolo ACLI “Aldo Capitini” di Pordenone (
;
www.acli.pn.it)
Biblioteca Tematica “Pace Immigrazione Povertà” della Caritas
Diocesana di Concordia-Pordenone (
;
www.caritaspordenone.com)
IPSIA (Istituto Pace Innovazione Sviluppo Acli) di Pordenone (
;
www.ipsia.acli.it
Edmondo Marcucci, intellettuale pacifista europeo, bibliofilo.
Una zattera per attraversare la vita, verso una civiltà di pace.
Se, ipoteticamente, si sbirciasse tra gli elenchi dei partecipanti alle molteplici
iniziative nazionali e internazionali, fra l’inizio del XX° secolo
e il 1963, su tematiche inerenti a pace, nonviolenza, dialogo interculturale
e interreligioso, si troverebbe spesso, alla lettera “M”, il nome
di Marcucci Edmondo.
"Poteva accadere nei nostri convegni a Roma, a Firenze, a Perugia e altrove
di arrivare prima dell'inizio e trovare già nella sala un amico di media
statura e di aspetto vigoroso che passeggiava su e giù, toccandosi i
piccoli baffi che ricordavano un po' l'800 e i primi decenni del secolo.
Nelle conversazioni l'amico aveva un evidente brusco accento marchigiano, ma
quando prendeva la parola nella riunione mai precipitandosi e sempre con piglio
modesto, usava un giro garbato e largo della frase proprio degli studiosi usi
a comunicare elevatamente tra loro e a fare relazioni esatte e oggettive"
(1)
Così “l’amico egregio” (2) Aldo Capitini lo dipinge
in un passaggio del lungo discorso di commemorazione.
Nelle sue Memorie (2) Marcucci documenta tanti episodi che, messi assieme come
pezzi d’uno stesso mosaico, costituiscono la storia del fermento pacifista
nel periodo di cui ne è stato protagonista. La sua presenza attiva agli
incontri gli permise di conoscere molti personaggi illustri e coltivarne, successivamente,
l’amicizia. Tra i tanti nomi, oltre a Capitini, ricordiamo Ernesto Buonaiuti,
di cui diviene “discepolo” e amico, Tatiana Sukhòtin Tolstoj,
figlia dell’illustre Lev Nikolàevic, George Friedrich Nicolai,
autore de “La biologia della guerra”, I coniugi Trocmé, rappresentanti
del MIR, Eugen Relgis, Giovanni Pioli e altri ancora.
Significativo, per inquadrare il contesto in cui si svolgevano molti degli incontri,
è il racconto di un convegno della Società Vegetariana (di cui
Marcucci fu co-fondatore) tenutosi nell’agosto del 1954 nell’appartamento
perugino della sig.ra Emma Thomas, già sede del C.O.R. (Centro di Orientamento
Religioso). “..nell’abitazione di Miss Thomas, sempre sorridente
e svelta (più che ottantenne!) e premurosa nell’offrire il tè
anche ai poliziotti in borghese, che non mancavano alle riunioni in omaggio
alle libertà democratiche (la questura di Perugia non vuole che a casa
di Miss Thomas si parli di politica, quando la riunione è dichiarata
pubblica…” (2). Fa riflettere come in una piccola dimora venissero
affrontate tematiche di valenza universale alla presenza di ospiti internazionali.
Nello specifico erano presenti il naturista franco-argentino prof Juan Estive-Dulin,
il professore americano William Langebartel, e altri ancora.
In precedenza, con lo stesso sobrio stile, nel gennaio del 1952, ci fu un interessante
“Convegno internazionale per la nonviolenza” nell’occasione
dell’anniversario della morte di Gandhi. “..dalle 9 del mattino
a mezzanotte, fu un denso lavoro” scrisse Marcucci e, verso la fine del
puntuale racconto, aggiunse: “Dopo le molte discussioni, dopo la cena
concentrammo proposte e decisioni per intensificare la lotta non-violenta. Fu
redatto un appello ‘Ai governanti attuali e in modo speciale all’ONU’
contenente varie proposte (riconoscimento legale del diritto all’obbiezione
di coscienza; costituzione in tutti gli stati di un organo per l’addestramento
dei cittadini all’attiva resistenza nonviolenta verso un’eventuale
invasione; costituzione di corpi volontari di ‘Servizio civile’
di composizione internazionale; costituzione di ampie zone di disarmo progressivo;
ecc.)..” (2). Ai lettori la riflessione sulla lungimiranza di tali obbiettivi
e sugli ostacoli culturali che ancora oggi ne impediscono il raggiungimento.
Anche in questo caso, tra i presenti, figurarono nomi significativi; uno fra
tutti l’indù Asha Devi Aryanayakan, collaboratrice di Gandhi e
direttrice di una comunità che viveva dei principi gandhiani.
Edmondo Marcucci seguì da vicino anche la problematica dell’obiezione
di coscienza. In tal direzione organizzò a Roma nel 1950, insieme ad
altri, il “Convegno italiano per i problemi sull’obbiezione di coscienza”
con l’intento di sollecitare l’allora progetto Calosso-Giordani
per il riconoscimento legale dell’OdC e attirare l’attenzione sugli
obiettori allora in carcere. Marcucci fu anche teste di difesa in vari processi,
in giro per l’Italia, di altrettanti obiettori di coscienza (spesso testimoni
di Jehova). Nelle sue Memorie (2) spicca il riferimento al caso Pinna dove,
assieme a Capitini e all’on. Calosso fu, anche in quel caso, teste di
difesa. Con Capitini e Pinna successivamente partecipò anche al congresso
internazionale del W.R.I. (associazione internazionale dei resistenti alla guerra
fondata in Olanda nel 1921 da Obiettori di Coscienza) tenutosi a Parigi.
Tra gli insegnanti di quello che l’intellettuale jesino definì
il suo personale corso pacifista, un posto d’eccezione spetta a Tolstoj.
Il meticoloso studio della figura del maestro Tolstoj lo portò a stringere
una sincera amicizia con Tatiana Sukhòtin Tolstoj a cui fece visita diverse
volte nella casa romana di quest’ultima. Marcucci ricorda l’emozione
del primo incontro, i racconti che la donna faceva di suo padre e le riflessioni
sul periodo storico che stavano vivendo. Fu la sig.ra Tatiana, tra l’altro,
a dare l’impulso decisivo alla scelta vegetariana del professore. La donna
apprezzò la preparazione di Marcucci sulla vita e sul pensiero del padre
sino a stupirsi dell’esattezza dei dettagli ogni qual volta l’uomo
faceva dei riferimenti topografici sulla casa di Jasnaja-Polijana o biografici
sul padre.
Marcucci ebbe anche modo di conoscere Olga Biriukòf, figlia di Paolo,
illustre discepolo, amico e bibliografo di Tolstoj, e intrecciare con lei una
collaborativi amicizia.
Per Edmondo Marcucci il pacifismo era “seguendo l’etimologia della
parola (“pacem facete”), quella consuetudine di azione che concorre
a produrre la pace, ad allontanare le cause di odio e di guerra, che evita la
collaborazione con ogni guerra e ogni cosa alla guerra connessa, che lotta soprattutto
con mezzi non-violenti, con la resistenza passiva. Unitamente a quelle dottrine
che studiano le cause delle guerre, che stabiliscono i fondamenti della pace
con l’aiuto di tutte le scienze” (2). Alla causa dedicò gran
parte della sua vita fatta anche di scelte coraggiose a partire dalla decisione
di non iscriversi al partito nazionale fascista. Marcucci non esitò mai
ad approfondire, con la lettura, le tematiche a lui care e, in una casa nel
centro storico di Jesi, raccolse molti libri dei quali, gran parte, acquistati
nei frequenti viaggi in giro per il mondo. Aldo Capitini, Camille Drevet, i
coniugi Trocme, Fernando Tartaglia e molti altri ebbero modo e piacere di intrattenersi
in questo luogo per apprezzare la preziosità di quei testi che Marcucci
definiva la “zattera per attraversare la vita” (1).
Seppur nella velata amarezza di vedere spesso accantonata l’eredità
intellettuale di grandi uomini di pace, come è stato Edmondo Marcucci,
a 106 anni dalla sua nascita (13 Agosto 1900) e a 43 anni dalla sua prematura
scomparsa (16 Agosto 1963 di ritorno da un convegno sulla nonviolenza) è
piacevole ritrovare il suo pensiero tra le pagine della rivista fondata dal
suo amico e collaboratore Aldo Capitini.
La certezza di camminare assieme per l’unica strada che porta ad una CIVILTA’
DI PACE la ritroviamo in queste parole conclusive dell’intellettuale jesino:
"..Ma anche se il lavoro per la pace serpeggia quasi nascosto, privo di
successi appariscenti e definitivi, nelle vie della storia, esso tuttavia non
ha mai cessato di essere un fattore - ripetiamo, artificiosamente lasciato nell'ombra
- dell'evoluzione umana, un testimonio del dover essere che supera l'essere,
perché tale è la natura dell'uomo - se vuole essere degno della
sua qualifica di "homo sapiens" -, di superarsi sempre, di formare
nuove realtà. E queste nuove realtà egli le desidera apportatrici
di gioiosa energia di vita, di eliminazione del male e del dolore. Una CIVILTA'
DI PACE, in una parola. Non l'assenza della lotta, dello sforzo doloroso, del
sacrificio: ma l'assenza delle guerre, cioè la cessazione delle lotte
armate, con ogni mezzo indiscriminato di distruzione tra grandi masse umane
disciplinate a quest'uso." (2)
Note:
All’indirizzo internet http://italy.peacelink.org/marcucci è possibile
trovare un approfondimento sulla vita, il pensiero, le amicizie e soprattutto
l’eredità pacifista di Edmondo Marcucci.
L’intera biblioteca di Marcucci è stata donata al comune di Jesi
ed è consultabile presso la Biblioteca Planettiana della città.
Bibliografia
(1)In Ricordo di Edmondo Marcucci. Commemorazione tenuta nella Sala maggiore
del Palazzo della Signoria [Jesi] il 20 ottobre 1963, [Jesi, Amministrazione
civica di Jesi, dopo 1963], pp. 16-25
(2)Sotto il Segno della Pace – Memorie – Edmondo MarcucciBiografia
Sigillo (PG) 13/8/1900: nasce Edmondo Marcucci.
Da Sigillo, nel 1916, la famiglia Marcucci, col giovane Edmondo, si trasferisce
a Jesi (AN).
Dopo anni di studi presso la Regia Università di Roma, il 5 maggio del
1923 Edmondo consegue la laurea. Nel periodo universitario conosce Ernesto Buonaiuti
diventandone amico e seguace. Nelle sue memorie definirà gli incontri
con Buonaiuti come "oasi di liberà spirituale".
Dopo gli studi inizia ad insegnare a Jesi. Nel contempo cura la sua biblioteca
personale arricchendola di nuovi testi sul pacifismo, sulla storia delle religioni
e sui due grandi ispiratori: Tolstoj e Verne.
Nel periodo fascista sceglie di non iscriversi al Partito Nazionale Fascista.
Nel 1930 pubblica il libro "Giulio Verne e la sua Opera".
Tra il 1936 e il 1937 allaccia rapporti con Olga Biriukòf, figlia del
noto biografo di Tolstoj (Paolo) e Tatiana Sukhòtin Tolstoj che lo introduce
al vegetarianismo.
Nel 1941 inizia la collaborazione con l'amico Aldo Capitini. Nel 1945 affianca
Capitini nella fondazione del Centro di Orientamento Sociale (C.O.S.) di Perugia,
diffuso poi in altre città.
Nel 1949 assieme a Umberto Calosso e Aldo Capitini, Marcucci è teste
di difesa al processo del primo obiettore di coscienza in Italia: Pietro Pinna.
Nel 1952 fonda con Aldo Capitini la Società Vegetariana Italiana. Sempre
nel 1952 pubblica la versione italiana del libro "Tolstoj e l'Oriente"
di Paolo Biriukòf.
Nel 1954 partecipa a Parigi al congresso internazionale del W.R.I.
Il 24 settembre 1961 partecipa alla prima marcia della pace Perugia-Assisi.
Edmondo Marcucci muore nel tragitto verso casa di ritorno da un convegno svoltosi
a Perugia sulla nonviolenza il 16 agosto 1963.
" A te, che oggi sei davanti a noi come morto, porgiamo un saluto di gratitudine
per tutto ciò che ci hai dato da vivo e per tutto ciò che continuerai
a darci in eterno. La tua parte ci è sempre stata nella nostra vita e
sempre ci sarà: sappi che ne abbiamo veramente bisogno. Tu hai incontrato
il fatto della morte come tutti gli altri che morendo sono stati martiri, perché
hanno testimoniato che esiste questo fatto. In ogni nostro dolore ti ricorderemo,
e un giorno sarai visibile, non perché ritornerai nella lontananza ma
perché finirà questa realtà, che impedisce di vedere come
tu vai avanti in una via di sviluppo e di miglioramento. Intanto, attuando valori
saremo insieme e sempre più uniti. Noi ti parliamo in nome di tutti,
oltre ogni distinzione e gruppo particolare. La bellezza della luce, di ogni
lume acceso, ci consola nel mondo e più saremo certi che tu, nella compresenza
di tutti, ci dai un aiuto, più sarà per noi una festa ".
Tratto da Ricordo di Edmondo Marcucci. Commemorazione tenuta da Aldo Capitini
nella Sala maggiore del Palazzo della Signoria [Jesi] il 20 ottobre 1963, [Jesi,
Amministrazione civica di Jesi, dopo 1963], pag. 25
si svolgeva nel vecchio Teatro Imperiale di Johannesburg, convocata dal giovane
avvocato Gandhi, una grande assemblea degli Indiani immigrati in Sud Africa.
Essi decidevano di intraprendere una campagna di lotta e di disobbedienza civile
contro leggi discriminatorie ed umilianti. Successivamente il Mahatma Gandhi
riconobbe in quell’evento l’atto di nascita del Satya¯graha,
cioè di un modo nuovo di lottare che sostituisce alla forza fisica il
ricorso a una Forza più grande, che nasce dall’amore per gli altri
e per la Verità.
Nell’avvicinarsi del centenario di quello storico evento, il Centro Gandhi
di Pisa e i Quaderni Satya¯graha vogliono avviare una riflessione e una
ricerca comune che indichino i percorsi attuali e ininterrotti del Satya¯graha
di Gandhi. Di fronte alla grande confusione semantica e politica, all’uso
spesso strumentale del termine “nonviolenza” e della stessa immagine
di Gandhi, vogliamo ribadire che la sua nonviolenza non è passività,
negatività, o scelta del male minore; è invece obiezione di coscienza
alle strutture di dominio e scelta rivoluzionaria di trasformazione sociale
per costruire il potere di tutti (la cosiddetta omnicrazia di Aldo Capitini)
a partire dai piccoli gruppi.
Il mondo della politica sembra oggi ipnotizzato, incapace di rompere gli schemi
retorici che tengono prigioniere le menti. L’abbattimento del muro di
Berlino e la riunificazione europea attraverso l’azione nonviolenta dei
popoli non è servita a immaginare un ruolo per l’Europa al di fuori
delle ambizioni di “grande” potenza economica e militare. Adottando
pratiche discriminatorie verso i migranti e accodandosi al richiamo di una “guerra
di civiltà” il nostro sistema politico nasconde in realtà
un’aggressione neocoloniale di sfruttamento dei paesi del Sud del mondo.
Su tutte le questioni cruciali della pace e della guerra, la lotta Satya¯graha
indica una via di uscita radicale e globale, che va cioè alla radice
dei problemi angoscianti e dei conflitti apparentemente irrisolvibili della
modernità, rovesciando i modelli politici ed economici dominanti, costruendo
alternative realistiche all’imperialismo economico e alla politica di
aggressione militare, scegliendo nuovi stili di vita e un nuovo modello di sviluppo.
Questo percorso non può prescindere dalla cooperazione con i movimenti
indigeni degli altri continenti, che ci suggeriscono la possibilità di
cambiare il mondo senza ricreare strutture di dominio, tessendo reti internazionali
di cittadinanza attiva che valorizzino le identità locali.
Durante tre giorni di studio con tavole rotonde e intense discussioni, dalla
sera dell’8 settembre all’11 settembre 2006, vogliamo ricordare
un evento che non ha dato inizio alla strategia del terrore e della guerra preventiva,
ma a un metodo rivoluzionario e nonviolento di liberazione sociale. Al termine
del laboratorio di discussione, che si terrà in una struttura residenziale
sul mare, ci sposteremo il giorno 11 settembre a Pisa per un evento pubblico
di celebrazione del centenario e presentazione della via gandhiana alla pace
e alla giustizia.
A tal fine convochiamo le amiche e gli amici italiani della nonviolenza, i lettori
e gli abbonati ai Quaderni Satya¯graha per ridefinire un programma attuale
per la rivoluzione nonviolenta sui temi cruciali dell’organizzazione del
potere dal basso, dell’economia solidale e della parsimonia, della ridefinizione
del rapporto pace-giustizia, del servizio civile e della difesa popolare nonviolenta,
degli interventi civili e non-armati nelle situazioni di crisi, del disarmo
atomico, della critica alla scienza dominante, della definizione di una bioetica,
della laicità e della riforma di religione.
Attraverso un percorso di maggiore consapevolezza e di mutua chiarificazione
vogliamo costruire una rete capace di agire in senso culturale e politico per
far crescere l’alternativa nonviolenta.
Centro Gandhi
Redazione di Quaderni Satya¯grahaIl convegno si svolgerà presso
il Regina Mundi (www.cifpisa.com), viale del Tirreno 62, a Calambrone (Pisa).
E’ una struttura alberghiera affacciata sulla pineta e la spiaggia, dove
i partecipanti ed i loro accompagnatori potranno alloggiare e consumare i pasti
vegetariani.
Il programma completo è pubblicato sul sito http://www.centrogandhi.it
.
Iscrizione entro il 31 luglio:
email:
fax: 178 22 05 126
cellulare: 335 58 61 242 (Leila)
Dal Convegno di Firenze, analisi, proposte, iniziative.
Il movimento si confronta con partiti e istituzioni.
Concludiamo il resoconto del Convegno organizzato dal Movimento Nonviolento
su “Nonviolenza e politica” (Firenze, 5-7 maggio). Pubblichiamo
alcuni degli interventi fatti, senza pretesa di completezza, ma solo per dare
l’idea della ricchezza del dibattito. La trascrizione non è stata
rivista dagli autori. La prima parte è apparsa nel numero di giugno.
Ecologia e nonviolenza
Michele Boato
Mi sono avvicinato alla nonviolenza dal 1972, quando, a 25 anni, ho cominciato
a capire, durante un convegno nazionale semi-clandestino di Lotta Continua a
Rimini, il suicidio umano e culturale della prospettiva della “guerra
di popolo”, tipo Irlanda del Nord (IRA) o Paesi Baschi (ETA), che veniva
proposta con sempre maggior insistenza da una buona parte del gruppo dirigente,
forzando in senso insurrezionalista la lettura delle lotte di quegli anni (dai
cortei della Fiat del 69, alle barricate delle imprese d’appalto di Marghera
del 70, alle lotte dei carcerati e dei soldati, fino ai moti per reggio Calabria
capoluogo di regione). Così LC tendeva ad assumere (ma per fortuna si
è sciolta prima) i connotati di un partitino leninista, gerarchizzato,
con un “servizio d’ordine” numeroso ed aggressivo, tradendo
l’ispirazione anti-autoritaria e spontaneista (alla Rosa Luxemburg) con
cui l’avevamo costruita anche a Venezia e Marghera nell’autunno
del 1969.
Sono partito da questa vicenda personale, perché credo che, nella seconda
metà del ‘900 in Italia si siano abbondantemente sprecate le due
più importanti esperienze di rinnovamento “politico” nate
dopo la stagione dei CLN del 1943-46: l’anti-autoritarismo del ’68
e l’ambientalismo degli anni ’80.
L’”Arcipelago verde” ha compiuto una parabola diversa da quella
di LC, ma simile nella sostanza: è nato nel giugno 1981, come coordinamento
di gruppi ed associazioni locali che (dalla fine degli anni ’70) agivano
sui temi mobilità ciclabile, alimentazione sana e agricoltura biologica,
nonviolenza e antimilitarismo, riduzione e riciclo dei rifiuti, difesa dei consumatori,
animalismo, antinucleare e promozione delle energie e tecnologie “dolci”
e, in generale, diffusione di una cultura ecologista e nonviolenta. Sono nate
le prime Università Verdi (Università popolare di ecologia a Mestre
nel 1982 e poi, dal 1983, altre decine), i primi Amici della Bicicletta (Firenze),
le prime riviste ecologiste (Smog e dintorni a Venezia, Azione nonviolenta di
Verona, AAM-Terra Nuova di Firenze, i Quaderni di Pistoia, la Malaerba a Pescara
ecc.), le prime trasmissioni ambientali alle Radio libere (da Radio Cooperativa
di Mestre a Radio Irene di Comiso, in Sicilia), i nuovi gruppi nonviolenti della
LOC, quelli delle Tra la gente di Cesena e dintorni e così via. Si è
dato vita anche ad una agenzia stampa quindicinale, si chiamava “Arcipelago
verde”, appunto, ed era curata da ecologisti milanesi, con sede presso
il WWF locale; ci si incontrava ogni due mesi circa a Bologna in sale dei Quartieri,
e si decidevano assieme iniziative comuni. Senza rapporti gerarchici di alcun
tipo; si trattava, insomma, di quella che oggi si chiamerebbe Rete.
Nel 1983 alcuni gruppi locali hanno presentato a Mantova, Trento, Viadana MN
(dove volevano costruire una centrale nucleare) ecc. le prime Liste Verdi; l’esperienza
era quasi sempre molto positiva, con forte partecipazione popolare, apertura
delle istituzioni locali all’informazione pubblica, controllo degli eletti
con frequenti assemblee, impegno alla rotazione negli incarichi.
Nel 1984 l’arcipelago verde ha convocato la prima assemblea nazionale
a Firenze sull’ipotesi di presentare, l’anno successivo, Liste Verdi
in molte città e regioni d’Italia. E subito si sono cominciate
a vedere le prime manovre “romane”, per omologare, imbrigliare,
gerarchizzare il movimento ancora in fase nascente. Arrivano le segreterie nazionali
delle associazioni ambientaliste che si erano messe d’accordo per creare
una dirigenza nazionale: Legambiente (Mattioli e Scalia), WWF (Amendola) e Amici
della Terra (Signorino, Rosa Filippini e, dietro a loro, Pannella).
Il processo (nonostante la resistenza di Alex Langer, mia, di Mao Valpiana,
di Giannozzo Pucci e di molti altri gruppi locali) è proseguito velocemente
con la creazione della Federazione delle Liste Verdi in forma di “partito”
nel 1987 e l’entrata organizzata, nel 1990, degli ex radicali (con Rutelli)
ed ex demoproletari (con Ronchi), che si erano inventati i Verdi Arcobaleno
alle elezioni europee del 1989 per contare di più e dare la definitiva
svolta partitaria ai Verdi, ancora troppo spontaneisti. Dal 1991 in poi si può
parlare di un partito quasi esclusivamente di consiglieri, assessori, parlamentari
ed aspiranti tali.
Il modello partecipativo, permeabile ai movimenti e ai comitati locali, sopravviveva,
a stento, solo in alcune esperienze locali.
Oggi, di fronte alla miseria del panorama politico ed alla asfissia di tutti
i partiti politici (salvo rarissime esperienze locali), mi domando: c’è
ancora spazio per la proposta di Capitini del “potere di tutti”,
della democrazia vera, della partecipazione che è informazione diffusa,
trasparenza dei processi decisionali, strumenti di democrazia diretta come i
referendum comunali?
In che modo è possibile (come scrive Daniele Lugli su Azione Nonviolenta
di marzo 2006) “accompagnare le istituzioni”, controllarle, far
loro sentire il fiato della gente sul collo?
La risposta non è scontata; alla luce delle cocenti delusioni appena
descritte, non basta il “rimbocchiamoci le maniche” dell’ottimismo
della volontà. Provo a indicare alcuni possibili “paletti”:
a.Sostenere, valorizzare, collegare tra loro le esperienze di base, dal popolo
dei ciclisti, a quello dei consumatori critici, dei riciclatori e anti-inceneritori
o i tantissimi comitati contro l’elettrosmog.
b.A partire da queste esperienze, costruire strumenti di nuova democrazia, costringendo
la politica istituzionale a fare i conti con l’iniziativa popolare, senza
dover rincorrere continuamente i tempi assurdi, i minuetti dei partiti, molto
più interessati agli assetti di potere che ai problemi reali.
c.Contemporaneamente moltiplicare i “ponti” con le istituzioni,
fatti di persone elette nei vari organismi (dal Quartiere al Comune, fino al
Parlamento) che, prima di rispondere alla propria parte politica, si mettono
realmente al servizio delle lotte e delle iniziative ecologiste, nonviolente
e solidali. Ho detto ponti e non spie o transfughi, perché non si tratta
di contrapporre le iniziative di base (buone) alle istituzioni (cattive), ma
di aprire varchi significativi in esse perché il potere cominci a diventare
di tutti.
d.Essenziale comunque, sia per chi agisce fuori che per chi sta dentro le istituzioni,
una forte coerenza tra le idee proclamate e il proprio stile di vita: non si
può lottare contro l’elettrosmog ed essere perennemente attaccati
al telefonino, così come non si fa la lotta all’inquinamento da
traffico, viaggiando prevalentemente in auto in città e fuori. Così
come i mezzi di lotta e di organizzazione vanno scelti esclusivamente alla luce
della nonviolenza più assoluta. Solo una tale coerenza può permettere
di cambiare le regole della politica e dei partiti.
Verso i Corpi Civili di Pace
Alberto L’Abate
È importante chiederci quale potrà essere il rapporto dell’area
nonviolenta con il nuovo governo. Abbiamo una sinistra che dovrà governare,
però purtroppo ci sembra che la coscienza antimilitarista o di comprensione
dei temi che portiamo avanti sia piuttosto scarsa.
Nel programma dell’Unione ci sono due elementi che ci riguardano in particolare:
non si parla di SCV obbligatorio ma si dice “per tutti, maschi e femmine”,
risulta un SCV obbligatorio nei fatti; l’altro, i corpi civili di pace.
All’interno della sinistra non si fa alcun cenno alla riduzione delle
spese militari, anzi buona parte dell’area vorrebbe aumentarle per rispondere
alle esigenze dei nostri militari. Noi abbiamo fatto i conti. Con un Eurofight
in meno potremmo avere 7.000 ricercatori in più nelle nostre Università
per fare ricerca sulla riconversione delle industrie belliche.
Le ricerche serie a livello mondiale dicono che con il 30% delle spese militari
mondiali si potrebbero risolvere tutti i problemi di questo mondo: inquinamento
ambientale, fame, analfabetismo, miseria… Ma su questo nessun accenno
sul programma di governo, tranne credo nel programma dei Verdi la richiesta
di portare allo 0,70% del PIL gli aiuti a livello internazionale, che è
un minimo di nostra partecipazione al Millennium Project. Attualmente l’Italia
dà lo 0,16%, quindici anni fa lo 0,36.
Il problema di fondo è contestare questa visione militarista e non limitarci
a chiedere il ritiro dei militari ma cominciare una riconversione dei militari
in interventi civili. Non si è speso nulla e non si spende nulla per
prevenire i conflitti - vediamo un timido inizio a livello europeo - come per
la ricostruzione successiva del tessuto sociale. Sono aspetti che potrebbero
essere affidati a dei Corpi Civili di Pace ben organizzati e funzionanti, che
però non possono essere né totalmente istituzionalizzati né
esclusivamente delegati a organizzazioni di base come attualmente avviene.
L’attività per la formazione alla nonviolenza nella società
civile irakena, ad esempio, non può essere fatta né solo dalle
istituzioni né dai movimenti di base, quindi richiede delle forme di
connessione tra istituzioni e movimenti che vanno organizzate e pensate.
Su questo, per portare avanti la presenza delle organizzazioni non governative
che stanno lavorando molto all’estero, la rete CCP ha proposto una legge
per assicurare, a chi vuole partecipare, almeno un permesso di lavoro come quello
che viene dato per intervenire nelle emergenze, cioè una formula che
permetta di non perdere il lavoro, l’assicurazione, e il minimo dei diritti
delle persone che lavorano. Dobbiamo seguire e sostenere l’iter di questa
legge.
Proposte di lavoro politico
Rocco Pompeo
È stata citata una frase di La Pira, “i veri materialisti siamo
noi”. Quella lettera era indirizzata a don Alfredo Nesi. Io ho un particolare
legame con l’esperienza fiorentina di quegli anni perché sono stato
allievo, figliolo di don Nesi alla casa dello studente di Corea, a Livorno,
dove ora ha sede la Fondazione don Nesi a Livorno e la sede livornese del MN.
Eravamo di casa a Barbiana con don Milani, abbiamo corretto le bozze di “Lettera
a una professoressa”, accompagnato La Pira in lambretta perché
non voleva l’auto blu. Per dire che i varchi della storia si preparano.
I varchi, le svolte, si preparano attraverso un percorso che, per quanto ci
riguarda molto più modestamente, Daniele Lugli ha indicato con precisione
già nella introduzione. Percorso che il MN in questi ultimi anni ha ripreso,
non ha inventato, ma ha ripreso con coerenza con la conclusione, ad oggi, del
passaggio da “la nonviolenza è politica” alla formulazione
“Nonviolenza e politica” di oggi.
Vorrei presentare una proposta al mondo della cultura e della politica. Prima
di questo, però, desidero citare la convergenza operativa molto incisiva,
tra la stagione forte del cattolicesimo fiorentino e la più grande tradizione
laica della resistenza del dopoguerra: Capitini, Calamandrei, Agnolotti, Codignola,
tutto un fiorire di personalità e di cultura, Borghi, Rossi…
I varchi non sono appartenenze o scommesse, sono la costruzione di un percorso.
Il giovane Balducci osò attaccare Calamandrei e i laici che negli anni
50 andavano a Sicilia a difendere Danilo Dolci, dicendo che pure essendo laici
dovevano cercare il santo per forza. Senza contrapposizioni, perché la
vera laicità sta in una popolarità universale, la vera religiosità
sta in una compresenza che supera gli stessi viventi per abbracciare anche chi
non è più, come ci ha insegnato Capitini.
Vorrei addentrarmi nella definizione o nella precisazione di alcuni criteri
del lavoro politico dei nonviolenti e del MN. Avremo modo di discuterne nelle
commissioni del prossimo congresso, vorrei portare qui solo alcuni richiami
molto schematici perché importanti per lavorare in futuro.
Noi saremo compatti, credo, nel referendum contro il disastro costituzionale
che ci è stato propinato. Ma che questo debba significare non rivedere
i meccanismi delle forme istituzionali del nostro Paese, non mi sta bene. Credo
vadano rivisti, partendo da quelli semplici a quelli complessi. La tripartizione
dei poteri per esempio, che noi indichiamo come modello della democrazia parlamentare,
è una organizzazione monoclasse. La classe della borghesia, nella sua
rivoluzione, ha indicato il sistema parlamentare e ha organizzato la ripartizione
dei poteri per scongiurare il pericolo di dittature. Io non voglio dire che
vada buttata via, ma cominciare a discuterne in un mondo in cui la complessità
sociale aumenta e c’è il rischio che o si affermi una democrazia
telecratica, o il modello craxiano che però per fortuna già non
ha avuto fortuna.
Ho sempre pensato che gli alleati naturali degli amici della nonviolenza erano
da una parte gli anarchici – che però ammettono la violenza e talvolta
esaltano l’azione individuale -, dall’altra il mondo operaio, politico,
sindacale, prevalentemente di sinistra perché, pur non richiamandosi
direttamente alla nonviolenza, erano interlocutori privilegiati, solo con il
limite dell’essere di parte.
Marx, nella sua dittatura comunista del ‘900, pensava che il volere della
maggioranza potesse coincidere con la volontà generale. Questo invece
è un tema su cui lavorare: come fare in modo che una democrazia partecipativa,
inclusiva di tutti per quanto possibile, non accentui un carattere di esclusione.
I partiti sono una tradizione nobile, Capitini dice: “Sento parlare male
dei partiti , e quante se ne dovrebbero dire!”, tuttavia “è
il meglio che la storia ci ha consegnato”. Il sindacato ha ormai non pochi
difetti. Sicuramente dobbiamo inventare nuovi strumenti. Capitini pensò
ai COS, esperienza significativa del dopoguerra; noi dobbiamo costruire degli
strumenti, partendo da ciò che altri sperimentano, per capire quelli
che ci vanno o non ci vanno bene.
Il percorso attivato deve trovare a mio giudizio un punto di arrivo, forse nel
congresso prossimo, in cui la nonviolenza presenti le proprie proposte. Abbiamo
lavorato molto su questi temi nei quanrant’anni passati: su nonviolenza
e politica, sulla scuola, sul mondo del lavoro, sul marxismo e sulla nonviolenza.
Perché non cominciare a raccogliere in modo sistematico e serio i materiali,
e aggiornarli con un pacchetto di proposte che il mondo nonviolento vuole portare
come aggiunta al mondo della politica?
Sul servizio civile volontario
Claudia Pallottino
Mi occupo da alcuni anni di Servizio Civile Volontario (SCV), non mi sono mai
occupata di obiettori di coscienza. Vorrei provare a dare una lettura del SCV
di oggi come una nuova istituzione. Abbiamo a che fare con una recentissima
istituzione che nasce nel 2001 e forse questo è un degli elementi di
cui si parla di meno, quando ci si riferisce al SCV di oggi.
C’è da chiedersi cosa significa una “istituzione che nasce”,
e cosa vuol dire, nella normativa che la crea, l’espressione “non
militare”. Questa istituzione di fatto è una istituzione di pace,
che espressamente si richiama ai principi di solidarietà sociale e costituzionale,
alla cooperazione tra i popoli e all’educazione alla pace. È difficile
viverla così, per la mia esperienza questo approccio è stato accolto
con molta diffidenza. L’eredità arriva proprio dalla ultima generazione
di obiettori di coscienza e dalla loro gestione, un grandioso autogol: l’esempio
dei giovani sfruttati che a loro volta rispondevano sfruttando l’esperienza
dell’obiezione di coscienza.
Ci sono interrogativi che a mio avviso il mondo della nonviolenza e della pace
fa bene a porsi in relazione a questa esperienza, che oggi coinvolge concretamente
circa 40.000 giovani all’anno, ma sarebbero molti di più se i finanziamenti
fossero più ampi e si potesse dare forza a tutti i progetti che vengono
presentati e approvati ogni anno. Per almeno 40.000 persone presenti nei progetti,
altri 80.000 giovani se ne vedono negare la possibilità.
C’è il senso politico di questa istituzione. Lo Stato, nella organizzazione
dell’Ufficio Nazionale di Servizio Civile (UNSCV), ha ricalcato quanto
aveva predisposto nel 98 per la gestione degli obiettori di coscienza, il soggetto
istituzionale è ancora lo stesso. Ha fatto questa scelta probabilmente
perché molte altre risorse non c’erano per pensare a qualcosa di
nuovo. Resta il fatto che il SCV è non ben definito, non ha un’identità
concreta, ed è espressione diretta della Presidenza del Consiglio.
Una domanda per tutte: perché era importante che lo Stato creasse una
istituzione civile nuova? Che senso aveva, che motivi c’erano? Dare un
contentino alle associazioni che hanno visto andare via man mano gli obiettori
con la prospettiva di vederli scomparire del tutto? Dare un’immagine rispetto
all’Europa di uno Stato che si impegna e dà ai suoi cittadini la
possibilità di impegnarsi davvero nelle proprie attività?
Forse questo senso politico c’è e non c’è, ma è
da ricercare, da coscientizzare. Questa istituzione è nata nel 2001 e
ha 5 anni di vita, ma dà una delega per progettare, chiede di essere
attivi in questo. Non apre ad enti che dicano semplicemente: abbiamo bisogno
di giovani, ma a enti che siano istituzioni pubbliche o associazioni e possano
portare una proposta alla vita dei giovani. Ma allora chiediamoci come mai hanno
bisogno di giovani forze, risorse umane non pagate da loro, pagate dallo Stato.
Perché questa situazione nel settore del sociale, e che senso può
dare la progettazione del SCV nel contatto con i giovani? Secondo me sono segnali
da cogliere e su cui è importante lavorare.
Se guardiamo poi il SCV dalla parte dei giovani, il senso politico non è
più nelle motivazioni che avvicinano i giovani al SCV, come si poteva
fare nelle prime obiezioni di coscienza, o dovremmo dire che se non sono antimilitaristi
o pacifisti, vuol dire che lo fanno per i soldi e allora non va bene. Questa
conclusione non è scontata. Un grosso senso politico del SCV lo ricaviamo
dalla loro esperienza concreta, 12 mesi della loro vita in cui per 30 ore alla
settimana un giovane sceglie la via civile per stare nelle proprie realtà
di cittadinanza o di associazionismo, comunque agisce un diritto di cittadinanza,
che è da fare emergere. Anche perché 40.000 giovani non sono pochi,
e se aggiungiamo gli altri in lista d’attesa il numero è ancora
più imponente. Qualcosa dobbiamo dirci riguardo al fatto che il SCV ci
mette in contatto con la realtà di giovani che non hanno l’etichetta
di quelli che non hanno i valori, che stanno in famiglia finché possono,
che sono incapaci di mantenere un impegno… Forse questi ragazzi ci vogliono
dire che non è così bello stare parcheggiati, forse ci chiedono
maggiore attenzione. Un senso politico possiamo trovarlo non nella motivazione
ma nei fatti. Sono giovani che fanno i fatti e ci chiedono di farli con loro.
L’ultimo punto riguarda la Carta di impegno etico sul SCV scritta proprio
per dare un segnale di continuità rispetto all’obiezione di coscienza,
ma anche con la voglia di farlo diventare qualcosa di diverso.
Con il primo punto della Carta ogni ente di SCV si impegna a partecipare all’attuazione
di una legge che ha tra le finalità la difesa della patria con mezzi
non armati e non violenti, mediante servizi di utilità sociale, tesi
a rafforzare i legami che sostanziano la società civile, a rendere vitali
le relazioni, ad allargare l’accesso ai servizi alle categorie più
deboli e svantaggiate… e tutto questo in ambito italiano ed internazionale.
Questa presa di consapevolezza sui percorsi di DPN all’interno della realtà
di SCV è però da ricercare. Occorre trovare una via per evitare
l’ennesimo autogol e perché questa sia un’esperienza che
cambia davvero la vita dei giovani. Quanti ODC avevano voglia dall’inizio
di fare obiezione, e quanti hanno cambiato poi i loro percorsi, le loro scelte
di lavoro?
L’ultimo soggetto che manca, una grossa fetta di popolazione toccata dal
SCV sono i destinatari. I giovani svolgono un servizio rivolto alla collettività.
In alcuni casi, ad esempio nei progetti di assistenza alle persone, l’utente
è chiaro. Se si fa un progetto di SCV in una biblioteca l’utente
non riceve un aiuto di cura, però incontra una presenza amica che fa
da tramite con le istituzioni. Ancora non si è fatto nulla sulla ricaduta
del SCV sulla comunità in cui viene esplicato. Sarebbe bello chiedere
agli utenti se tu che vai in biblioteca… tu che frequenti l’associazione…
hai trovato persone disponibili ad orientarti, e che cosa vuol dire questo per
te? C’è un valore aggiunto nella tua ricerca culturale o nella
tua esperienza di aggregazione?
La proposta che ne scaturisce è quella di prendere contatto con i destinatari
dei servizi, iniziare dei dialoghi, dei percorsi di coscientizzazione su quello
che può essere il valore aggiunto del servizio civile, migliorare i rapporti
nei contesti in cui il SCV è presente.
I nonviolenti e i partiti
Mao Valpiana
Vorrei declinare il tema “nonviolenza e politica” traducendolo più
modestamente in “Movimento Nonviolento e partiti”, in base alla
nostra concreta esperienza, alla nostra storia.
Il MN nasce nel 1961 e inizia subito il confronto con i partiti.
Capitini già nella preparazione della I° Marcia si è rapportato
con il Pci e la Dc di perugia. Fu un rapporto tra pari, senza nessuna subalternità,
ma non fu certamente facilissimo. Lo racconta lui stesso in “Italia nonviolenta”
Nel 1968 muore Capitini e resta Pietro Pinna alla conduzione del Movimento.
Negli anni successivi c’è da registrare un rapporto diretto, con
alcuni gruppi della sinistra extraparlamentare, Lotta Continua in particolare,
nelle marce antimilitariste in Friuli, e fu un rapporto alla pari.
Negli anni ‘70 inizia un rapporto con il Partito Radicale nella campagna
per l'approvazione della legge sull' obiezione di coscienza. E’ un rapporto
per tanti aspetti positivo. Con il digiuno di Marco Pannella e Alberto Gardin
si ottiene l’uscita degli obiettori dal carcere nel dicembre del ‘72.
Il rapporto tra nonviolenti e radicali, che vede anche candidature di esponenti
del Movimento nelle liste del Partito Radicale, si conclude con l'entrata in
parlamento dei radicali e una posizione critica del MN conseguente la scelta
tutta istituzionale che il PR compie di fatto dopo l’elezione dei primi
quattro deputati radicali.
Negli anni ’80 si crea il rapporto con il movimento ambientalista. Prima
con l’esperienza di “Arcipelago Verde” e poi la nascita delle
prime Liste Verdi locali (elezioni amministrative del 1985), trasformate quindi
in movimento nazionale. Il MN entrò a piene mani in questo processo.
Molti dei primi consiglieri comunali verdi erano dell’area nonviolenta.
La storia dei verdi la diamo per conosciuta, nel suo sviluppo, con molti aspetti
positivi, e con la deludente conclusione della parabola verde di questi ultimi
anni: trasformazione in partito e perdita della spinta ideale dell’inizio.
Recentemente è iniziato un rapporto con Rifondazione Comunista, a partire
dall’attenzione del partito verso la nonviolenza, esplicitata al convegno
di Venezia, al quale ci hanno chiesto di collaborare e partecipare. Il seguito
è storia di questi giorni.
Qualche brevissima riflessione. Questi sono rapporti nei quali il MN ha sempre
dato e non ha mai chiesto. Non abbiamo mai contrattato un posto. Niente. Noi
abbiamo interesse che anche nelle culture di questi partiti cresca la nonviolenza,
quella specifica, superando il generico pacifismo, perché questo può
essere uno strumento in più per raggiungere certi obiettivi.
Oggi siamo in una fase in cui tutti questi partiti sono nella maggioranza di
governo. Con questi partiti abbiamo fatto un pezzo di cammino insieme, lavorando
in campagne comuni. Ora sono tre partiti determinanti nella maggioranza del
governo del paese. Il MN è rimasto celibe e credo ci tenga rimanere single…,
ma ci tiene anche a vedere i risultati della semina fatta: che frutti daranno
questi partiti ora al governo? Radicali, Verdi, Rifondazione, hanno sempre protestato
contro le spese militari. Ora come si comporteranno alla prossima finanziaria?
Voteranno il bilancio del Ministero della Difesa? Ci aspettiamo un vero segnale
di cambiamento.
Quello che abbiamo messo in campo in tanti ambiti ora ha una possibilità
in più di arrivare a un qualche sbocco, perché le campagne culturali
hanno un'importanza se poi danno un risultato. Capitini diceva, “vedo
una realtà inadeguata e mi interessa cambiarla”. La possibilità
di cambiamento passa che anche dalle istituzioni.
Affinché una proposta “per pochi” possa diventare “per
tutti” c’è bisogno di uno snodo istituzionale. Una buona
idea ha valore per il singolo. Una buona legge è per tutti.
Cultura militarista
Gigi Ontanetti
Noi viviamo tutti dentro a una cultura militarista. Ne siamo impregnati dalla
punta dei capelli fino all’unghia dei piedi, tanto che il rischio che
corriamo, ed è forte, è che a tutt’oggi noi releghiamo la
pace agli eserciti. È il servizio, che dovrebbe essere garantito dallo
Stato, agli anziani, ai bambini, a quelli che non hanno il coraggio di andare
a fare i soldati. NO! Non ci sto in questa logica.
Credo sia un dovere – una parola che uso molto raramente – fare
molta attenzione perché, legge o non legge, sta passando questa cultura.
Il fatto che in prospettiva il servizio civile sia volontario o obbligatorio
m’interessa poco, va nella direzione di dire che la pace la fanno i soldati.
Quando fu assassinato Morelli la più grossa contestazione venne dal mondo
pacifista. Allora credo sia importante che tutto il movimento pacifista, compreso
il MN nella sua complessità, riavvicini il mondo della ricerca, il mondo
teorico, che è indispensabile, a chi per tanti motivi non ha fatto parte
di questa esperienza e vive nella strada.
L’unica cosa che siamo in grado di dire è ritiro di tutte le truppe
dall’Iraq, e poi ci si ferma lì. Allora, chiediamo il ritiro delle
truppe e in contemporanea una attività a tutti livelli, compreso quella
commerciale, e la partecipazione della società civile italiana che progetta,
propone e realizza esperienze di fraternizzazione con la società dell’Iraq.
Le pratiche del femminismo
Giovanna Providenti
Mi interessa molto sottolineare il discorso delle pratiche che il femminismo
ci ha insegnato, nel senso che è il toccare la terra, lo stare a contatto
con la realtà vera.
Credo dovremmo focalizzarci di più sulla trasformazione dell'individuo
perché, attraverso le pratiche individuali e personali, può dare
veramente un contributo alla trasformazione della società: il potere
più forte che noi nonviolenti abbiamo.
Voglio riferirmi a Tic Nat Han, secondo me il maggiore teorico e pratico della
nonviolenza ancora vivente. Lui parla di potere e il rapporto con il potere
non è il fatto di stare dentro al potere istituzionale; il rapporto con
il potere è il fatto di acquisire, cercare di valorizzare all' interno
di noi dei poteri che ci facciano stare all'interno della società con
delle personalità nonviolente davvero stabili. Tic Nat Han parla del
rapporto con i leader politici e dice che secondo lui la prima cosa che tutti
quanti noi dovremmo fare è di tornare a se stessi. Lo collego moltissimo
con il lavoro che le donne hanno fatto nel femminismo, con il lavoro di autocoscienza.
Le donne si sono fermate e hanno detto: ma dove siamo?, e hanno iniziato un
percorso di liberazione. Partire da sé è un percorso di liberazione.
Io cosa sono, chi sono, cosa veramente voglio? E una volta ritrovato se stesso,
si conquista una potenza fortissima perché significa aver fatto un lavoro
di liberazione dai vari dogmi che ci vengono dalla società. Questo ci
permetterà la possibilità di una relazione autentica, tema su
cui le femministe hanno insistito tantissimo, scoperto con il lavoro di autocoscienza.
Voi politici, andate in parlamento e cominciate a chiedere ai vostri compagni
di partito, a chi vi ha votato, e verificare attraverso l' ascolto profondo
(se io mi sono ascoltato, posso ascoltare l'altro) dove sta il parlamento e
dove sta la popolazione, la gente. Questo “accorgersi” è
qualcosa su cui noi dobbiamo molto insistere come nonviolenti, proprio nel rapporto
tra nonviolenza e politica. Perché quello che sta succedendo in questo
momento è che la politica è sempre più lontana dalle persone
in carne e ossa. Invece noi persone in carne e ossa abbiamo degli strumenti
per ritrovarci con gli altri. Questo possiamo chiedere ai nostri politici: di
accorgersi delle reali esigenze della popolazione.
Due campagne
Alfonso Navarra
Stiamo correndo il rischio di precipitarci in abissi senza ritorno. La proliferazione
nucleare sta rompendo gli argini. Nella prosecuzione diretta di un’ormai
unica guerra - formalmente una guerra preventiva contro il terrorismo per portare
la democrazia, concretamente per il controllo in zone ritenute strategiche dal
punto di vista politico ed economico – c’è il rischio che
il prossimo intervento sia contro l’Iran e venga combattuto con le armi
atomiche tattiche per bombardare i siti di arricchimento dell’uranio che
si trovano nel sottosuolo.
Occorre che noi nonviolenti, che abbiamo coraggio, consapevolezza, libertà,
ci facciamo uniti per promuovere due campagne su cui convergere tutti.
La prima, da attuare subito in Italia ma da ampliare poi, per l’attuazione
del trattato di non proliferazione nucleare. Non dobbiamo accettare sul nostro
territorio la presenza di armi atomiche di chicchessia. L’arma atomica
deve essere resa tabù, non possiamo accettare giustificazioni.
Il secondo punto, il ritiro da tutte le operazioni di guerra neo-coloniale,
la guerra unica, quella che stiamo combattendo in Afghanistan dove ancora ci
sono dei morti, a testimoniare che non di missione di pace si tratta ma di missione
offensiva sotto la copertura della comunità internazionale.
Di fronte all’emergenza
Nanni Salio
Disegnare una strategia politica significa individuare gli obiettivi generali
e specifici, le linee di azione a cui rifarsi e gli strumenti operativi di tipo
organizzativo e logistico che permettono di seguirle. In questo momento i movimenti
sono ricchi di obiettivi, iniziative, priorità. Tutto va bene, ma la
domanda che dobbiamo porci è se viviamo in tempi normali, se abbiamo
a disposizione un tempo illimitato, o se ci sono priorità che richiederebbero
di essere poste al primo punto di una agenda collettiva.
Purtroppo non viviamo tempi ordinari. Si sta prefigurando un grande conflitto
globale che potrebbe fare impallidire il secolo scorso. Siamo entrando nel picco
di produzione del petrolio e questa è la ragione oggettiva della crisi
internazionale in corso, una ragione che non possiamo eludere con argomenti
generici. Tutto il modello di vita e di economia che abbiamo conosciuto da un
secolo a questa parte, con maggiore forza negli ultimi decenni, la stessa crescita
delle potenze emergenti India e Cina è legata alla disponibilità
di una fonte energetica attualmente non sostituibile, per la quale non c’è
un ricambio immediato.
Pensate che cosa può essere una società che si trova improvvisamente
di fronte ad un’estrema difficoltà a far funzionare tutto il sistema
dei trasporti e tutto il sistema agroalimentare. Sarà, sarebbe una crisi
dirompente. Questa possibilità dovrebbe stimolarci ad una operazione
tempestiva, sia verso le istituzioni sia verso altri movimenti dal basso.
Eppure noi viviamo in una società del benessere in cui più o meno
tutti siamo anestetizzati, in altre parole nella nostra società si sta
relativamente bene. Questa è la condizione della maggior parte della
gente. Le guerre ci preoccupano, sì, ma dove sono? A dodicimila chilometri
da casa nostra. In confronto ai morti per incidente stradale cosa volete che
sia? La guerra non ci colpisce. Sotto sotto pensiamo ancora che la macchina
mondiale che ha messo in modo questo progresso, questo tipo di civiltà
industriale, sia perfetta. Ma non esistono macchine molto perfette. Possono
durare dieci, venti, trent’anni a dir molto. E se ignoriamo tutto questo
e agiamo all’ultimo momento, sarà troppo tardi per prevenire il
collasso del sistema, che può trascinare tutti quanti.
Se questa è l’analisi di sfondo, occorre avere delle priorità
per un vero e proprio programma costruttivo, una parola magica un po’
smarrita, che preveda un programma molto, molto preciso. Un programma economico
ed ecologico su scala mondiale.
Occorre prima di tutto progettare la transizione supponendo delle linee di azione.
Teniamo presente che la nostra è una lotta asimmetrica e per questo ci
lascia solo tre possibilità: subire, agire, oppure optare per la disobbedienza
civile e per azioni dirette nonviolente. Nel momento in cui questo governo dovesse
non rispettare quasi nessuna delle nostre richieste che cosa facciamo? Rimaniamo
a consolarci, ci ripromettiamo di non votarli mai più, o organizziamo
delle forme di disobbedienza civile?
Cito per tutti un esempio storico. È stato davvero molto bene che l’11
febbraio 2003 a Roma si siano ritrovate 3 milioni di persone per chiedere di
non entrare in Iraq, ma ne sarebbero bastati 5.000 il giorno dopo a assediare
il Parlamento per impedire l’invio delle truppe italiane. Senza forme
di nonviolenza gandhiana, che porti la gente ad accettare di andare in carcere,
le idee della nonviolenza rimangono delle pure e semplici testimonianze.
E poi dobbiamo organizzarci. Ci sono persone disposte a mettere da parte un
euro al giorno in un salvadanaio collettivo? Abbiamo bisogno di creare delle
strutture che possano camminare con le proprie gambe, strutture che attualmente
non ci sono o, se sì, ancora troppo embrionali, piccole, non capaci per
essere un riferimento certo, e la frammentazione non è ricchezza delle
diversità, è frammentazione, è povertà.
Noi facciamo molte analisi ma prendiamo poche decisioni. Quando si tratta di
passare alle azioni, ancora meno. Abbiamo la necessità di un istituto
di ricerca che si impegni proprio a fare previsioni. Spesso i ricercatori falliscono
in questo. Abbiamo scienziati imprenditori che tendono a mascherare il rischio,
è vero, ma sono più pericolosi ancora gli scienziati negazionisti,
quelli che negano la presenza di problematiche così pericolose. Negano
ciò che prima o poi diventerà una verità - ma intanto svolgono
una funzione di addormentamento delle coscienze, cosa di cui non abbiamo affatto
bisogno.
Andiamo incontro a scadenze molto impegnative che richiede ai movimenti nonviolenti
una capacità di presa di consapevolezza, di coscienza, che non ci faccia
dormire. Noi non possiamo dormire dei sonni tranquilli. È vero che il
bicchiere si può sempre vedere mezzo pieno e mezzo vuoto, ma oggi riconosciamo
soprattutto la parte mezzo vuota perché le scadenza future possono essere
travolgenti.
Spero che avremo la capacità di mettere insieme le nostre energie, poche
singolarmente ma non collettivamente. Noi cercheremo nel nostro piccolo di dare
una mano.
Sesta ed ultima scheda della serie “Una forza più potente”,
prodotta negli Stati Uniti dalla York Zimmerman e diffusa in versione italiana
DVD dal Movimento Nonviolento. Le schede precedenti sono pubblicate sui numerica
da gennaio a giugno.La situazione: La lotta di massa contro il sistema di discriminazione
legalizzata noto come Apartheid vanta già una lunga e dolorosa storia.
Nelson Mandela è in prigione da oltre un ventennio e un decennio è
trascorso dalla rivolta della popolazione nera della township di Soweto. Da
qualche mese la rabbia giovanile si è fatta rivolta negli agglomerati
suburbani della Vaal Triangle. Il duro intervento delle forze dell’ordine
ha innescato un’escalation. Ma giornali e televisioni, controllati dal
governo, non passano l’ormai quotidiano bollettino di neri uccisi; la
comunità bianca sembra non accorgersi di quel che accade nelle vicine
township.
?Maggio – Alcune madri di famiglia di Port Elizabeth, Provincia Orientale
del Capo di Buona Speranza, lanciano un boicottaggio delle merci bianche. Si
propongono di portare il conflitto al di fuori dei sobborghi, ponendo la popolazione
bianca di fronte alle loro responsabilità.
Dispongono di poche settimane per persuadere mezzo milione di persone a non
acquistare in città ma solo nelle townships e per preparare i commercianti
locali a soddisfare l’enorme domanda. Possono però contare sul
lavoro fatto dell’United Democratic Front, organizzazione ombrello per
oltre 600 rappresentanti di quartiere, associazioni ecclesiali, gruppi sportivi,
circoli femminili.
Mikhuseli Jack: 27enne, attivista fin dall’adolescenza, lavora da tempo
all’organizzazione di gruppi civici strada per strada ed è animatore
instancabile del boicottaggio: “Andammo nelle chiese, nelle scuole, e
parlammo con gli autisti dell’autobus, e con i tassisti per convincerli
a non portare la gente in centro e sostenere così il boicottaggio”.
?15 luglio: sembra un mattino come tutti gli altri, ma alle dieci la differenza
è evidente: le strade commerciali, solitamente affollate, sono deserte;
l’adesione è del 100%. In 5 giorni il boicottaggio si propaga nel
paese.
La reazione del potere
Il governo, ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale del 1953, proclama
lo stato d'emergenza in alcune aree, tra le quali: Port Elizabeth, Uitenhage,
Kirkwood, Adelaide, Bedford, Hankey, Bathurst, Jansenville e Pearston.
Colonnello Lourens du Plessis: fu tra i protagonisti della repressione del movimento
in veste di ufficiale capo a Port Elizabeth dal ’67: “Che razza
di crimine è non voler comprare? E’ un’azione di massa. E
cosa si può fare? Non si può sparare a tutte quelle persone, non
si può arrestarle tutte. E’ una strategia estremamente efficace.
Gandhi fu il fondatore del movimento di resistenza non violenta”. Collaborò
poi a far verità sui crimini di cui si era reso partecipe.
Il lavoro di chi, come du Plessis, cercava di indebolire questa insolita forma
di resistenza civile era reso gravoso dalla struttura a rete, dal sostegno popolare
diffuso e dall’alta intercambiabilità dei responsabili, sconosciuti
al di fuori della zona di appartenenza e distribuiti in un gran numero di piccoli
gruppi locali.
L'esercito rompe allora gli indugi: occupa le townships, limita gli spostamenti,
impone il coprifuoco notturno e diurno, arresta centinaia di persone, infierendo
su adolescenti.
Ma intimidazione e brutalità non fermano il boicottaggio, che inizia
a incrina il blocco sociale dominante.
Janet Cherry: Segretaria generale dell’Unione nazionale degli studenti
sudafricani dall'83, venne più volte incarcerata. “Il boicottaggio
ebbe un forte impatto sulla comunità bianca e contribuì a far
comprendere la necessità di un cambiamento. Molti capirono, furono convinti
dalla forza del messaggio che riguardava uno degli aspetti che dividono la stessa
classe dominante, se la si dovesse dividere in segmenti”.
La Camera di Commercio esce per prima dal coro muto: provvederà a soddisfare
le richieste di sua competenza, invitando il governo ad attuare quelle che gli
competono.
Il movimento prova a capitalizzare il successo dichiarando che interromperà
il boicottaggio alle seguenti condizioni: township smilitarizzate, Mandela libero,
strutture pubbliche e luoghi di lavoro ripuliti da discriminazioni.
Si risponde rafforzando la repressione
?2 agosto, arriva la risposta: 30.000 persone, tra cui Jack e altri leader vengono
arrestati. Il rilancio della repressione sembra dare i primi frutti, scatenando
rivolte giovanili che rischiano di offrire pretesti per una definitiva repressione.
Un ruolo chiave in questo passaggio critico è svolto da un importante
uomo di chiesa, l'arcivescovo di Città del Capo.
Desmond Tutu è fra i più determinati ad ammonire del pericolo
di un'involuzione violenta: "Ricordiamoci di non dargli pretesti per schiacciarci
passando, magari per i distratti, anche dalla parte della ragione; ricordiamoci
di fidarci solo di forze sane. Perché tradire la nostra causa usando
metodi, gli stessi metodi che i bianchi usano con noi? Dobbiamo ricordarci,
amici miei, che la nostra è una causa meravigliosa: è la causa
della libertà, della giustizia, della bontà. E noi, tutti noi
dobbiamo camminare a testa alta. Noi affermiamo che useremo solo quei metodi
che passeranno al verdetto, all’alto verdetto della storia (…) non
sono le armi quello che autocrati e tiranni devono temere di più, bensì
la decisione della gente di essere libera; quando si arriva a tanto è
un processo irrefrenabile""
?settembre: i negozianti sono disperati; in molti tra loro vogliono incontrare
quelle persone che prima descrivevano come delinquenti. Jack è ora sostenuto
da potenti alleati bianchi, ma il governo si oppone a liberazione e trattative,
quasi attendesse un’involuzione del processo.
?novembre: i negozianti si impegnano a far pressione sulle autorità perché
scarcerino i leader e ritirino le truppe. Il movimento accetta di interrompere
il boicottaggio ma annuncia che lo ripristinerà se le richieste non saranno
soddisfatte entro il 31 marzo.
La delegittimazione del regime è ormai consolidata presso l’opinione
pubblica internazionale; l’ONU discute di sanzioni economiche e le multinazionali
iniziano a fuggire.
?22 marzo: la corte suprema di giustizia revoca l’ordine restrittivo a
carico di Jack, sentenziando che il governo non ha fornito sufficienti motivazioni.
Jack strappa l’ordinanza usando i festeggiamenti per rinsaldare l’unità
di cui avranno assoluto bisogno nella settimana a venire: “il nostro potere
d'acquisto sarà determinante per il nostro destino”.
?31 marzo: non tutte le richieste dell’accordo sono soddisfatte; come
annunciato, il boicottaggio riprende più saldo che mai
Ultimi pretesti per la repressione
?12 giugno ore 1.00: col pretesto dei tumulti in occasione del decimo anniversario
della rivolta cittadina le forze dell’ordine fanno irruzione nelle townships:
migliaia di arresti, stato d'emergenza e legge marziale ripristinati. Il presidente
Botha riferisce al Parlamento di avere sventato un complotto sovversivo di ANC
e partito comunista. L’emergenza sarà rinnovata ogni anno per tre
anni, costringendo le forze anti-Apartheid alla clandestinità. Ma gli
occhi del mondo sono ormai puntati sul Sud Africa e il governo delegittimato:
la fine è solo questione di tempo.
?1989: P.W. Botha si dimette e diventa presidente F.W. DeKlerk che ordina subito
rilascio di Mandela e revoca del bando alle organizzazioni politiche.
?1993, 10 dicembre: Premio Nobel per la Pace a Mandela e Deklerk.
?1994, aprile: Mandela trionfa alle elezioni generali
Giorgio Barazza
(curatore anche della scheda precedente su Nashville)
Per approfondire
Mandela, Nelson. Il lungo cammino verso la libertà, autobiografia, Feltrinelli
1994.
Desmond Tutu, Non c’è futuro senza perdono, Feltrinelli, 1999
Antonello Nociti, Guarire dall’odio: come costruire una pace multirazziale,
lo straordinario insegnamento del Sud Africa, Franco Angeli
G. Caligaris e A. Tolosini, Boycott! Sud Africa banche italiane e d’intorni,
EMI
Walter Wink, Violence and nonviolence in South Africa : Jesus' third way, Philadelphia
: New Society Publishers, 1987
A Cura di Marcello Flores, Verità senza vendetta, l’esperienza
della commissione sudafricana per la verità e la riconciliazione, Manifestolibri
1999
I giovani dell’ITC Mossoti di Novara hanno incontrato Lidia Menapace
e dibattuto sui valori di libertà, di pace, di democrazia, di giustizia,
che sessant’anni fa alimentarono la ribellione al nazifascismo, e oggi
disegnano, attraverso la Costituzione, l’identità della nostra
Repubblica.
Art. 1 : “ L’Italia è una repubblica democratica fondata
sul lavoro”.
“L’Italia è un repubblica…”: per noi è
palese questa affermazione, ma la modifica dell’ordinamento istituzionale
risale solo al giugno 1946. L’idea repubblicana si sviluppò nelle
formazioni partigiane, quando il re, dopo aver passato il potere da Mussolini
a Badoglio e aver firmato una resa ambigua, scappò: “così,
proprio in quelle formazioni ci si chiese che cosa farsene dei Savoia e nacque
una grande discussione sulla repubblica. Dunque l’idea e la preparazione
della repubblica italiana avvenne nell’antifasciscmo, nella Resistenza
e nella lotta alla liberazione.”
“…democratica”. Durante il Fascismo, non si sapeva che cosa
fosse la democrazia, si capiva forse attraverso le lezioni di storia greca e
romana, ma non se ne conosceva il significato e quello che si sapeva veniva
dai partiti politici di opposizione al Fascismo e dalle formazioni cattoliche.
“Il primo grande sussulto democratico avvenne con l’entrata in vigore
delle leggi razziali (1938) in quanto, con queste leggi, uno è colpevole
per ciò che è e non per ciò che fa, una logica che, democraticamente
parlando, è sbagliata”.
“…fondata sul lavoro”. Nell’Italia fascista i lavoratori
erano oppressi e molto sfruttati in quanto il Fascismo distrusse i sindacati,
arrestò coloro che partecipavano o avevano partecipato all’attività
sindacale, e soprattutto mise fuori legge lo sciopero. Oggi è invece
lo sciopero è un diritto fondamentale del lavoratore.
Art.3: “Tutti i cittadini italiani davanti alla legge sono uguali senza
distinzione di razza, sesso o religione”. Le donne nel regime fascista
erano molto sfavorite: non potevano insegnare, non potevano votare, erano solo
spinte a fare molti figli perché Mussolini aveva bisogno di giovani per
il suo esercito. La relatrice fa notare che l’articolo sulla parità
ha le basi nella Resistenza in quanto, nella lotta di Liberazione, le donne
erano alla pari degli uomini e parteciparvi significava crederci veramente:
“Questa fu la prima straordinaria grande esperienza di autonomia personale
dimostrata dalle donne nella storia del nostro paese”. Tuttavia il Fascismo
durò a lungo nella cultura nazionale. Ne dà una conferma Lidia
Menapace ricordando un’intervista che le venne fatta alcuni anni fa da
una giornalista democratica della Rai. Questa giornalista, nel porle le domande
per conoscere la sua esperienza partigiana, faceva riferimento allo “spirito
di avventura” che animava le partigiane. Ciò fa capire che, a più
di 50 anni dopo la decisione delle donne di partecipare alla Resistenza, c’era
ancora chi non la considerava una scelta di autonomia personale. “La repubblica
rimuove gli ostacoli e promuove le condizioni…”. E’ il fondamento
del progetto democratico: “La democrazia non consiste nel votare, in quanto
il voto è uno strumento, l’essenza della democrazia è un’azione
volta a rimuovere gli ostacoli, cioè a mettere tutti il più possibile
alla pari nelle scelte di vita, e a promuovere lo sviluppo delle persone come
singoli individui”. Lidia Menapece teme la cancellazione di questo articolo
che ritiene importantissimo per le persone che vengono a lavorare in Italia.
Art. 11: “L’Italia ripudia la guerra”. Lidia Menepace sostiene
che è un capolavoro di articolo della nostra Costituzione: “L’orrore
della guerra che ti arriva direttamente in casa è enorme perché,
con i bombardamenti aerei, il modello di guerra è totalmente distruttivo,
colpisce la popolazione civile, vuole eliminare quella popolazione. L’Italia
dunque la ripudia : la guerra per noi è fuori legge”.
Alla fine ricorda le sue azioni di staffetta partigiana, azioni che oggi si
chiamerebbero nonviolente.
Conclude dicendo che nel Fascismo e nel Nazismo l’esaltazione della guerra
era un veleno molto diffuso, ma non tra il popolo che, convinto che quella doveva
essere l’ultima guerra del Mondo, si impegnava a lottare per l’idea
della pace perché voleva vivere. “E’ dal popolo che nasce
il ripudio della guerra in quanto non si fece corrompere dai fascisti, ma aiutò
i partigiani ospitandoli senza mai denunciarli”. Lidia Menapace ha visto,
invece, i nazifascisti scappare perché non potevano resistere ad un popolo
che li ripudiava: “Erano più forti militarmente, ma sono stati
sconfitti politicamente e moralmente ed è questa la sconfitta che conta”.
Stefania Francioni, Roberta Gadeschi, Daniela Tua.
Classe VA Programmatori - Istituto Mossotti di Novara.
Ci troviamo spesso in un ruolo educativo di fronte a situazioni di violenza:
esperienza sempre difficile. Quella che racconto qui è legata alla mia
professione, che proprio con l’educazione ha a che fare.
La cronaca, per suggestioni, parte da un conflitto “fra pari” e
arriva ad uno “adulto-bambino”; il contesto, Comunità alloggio
per minori.
Non propongo una modalità standard ideale di gestione del conflitto;
semplicemente racconto risonanze, pensieri, relazione.
Cronaca di un conflitto
Laura, 12 anni, sta insultando Chiara, 11 anni. In breve assisto a un’escalation
del conflitto, Laura malmena Chiara.
Intervengo duramente: il tono di voce è alto, mi frappongo fra le due,
Chiara mi fugge alle spalle e si rifugia in camera. Tra me e Laura l’escalation
continua, la mia arrabbiatura trasmette il messaggio “non ammetto che
tu faccia violenza ad un’altra persona”, l’argomentazione
è sul piano razional-morale; Laura risponde sul registro autonomistico-emotivo
squisitamente pre-adolescenziale della serie “ma chi sei per venirmi a
dire cosa devo fare: fatti i cazzi tuoi!… E non urlare… e non urlareee!”
“Urlo perché sono arrabbiato, non pretendere che riesca a parlarti
con voce calma dopo quello che ho visto! Ma poi ti senti? Chi sta urlando di
piùù?!!!”
“Non urlareeee!!”
Lo scontro è all’apice, mi rendo conto che quanto ho appena detto
mi ha permesso di prendere contatto con le emozioni fortissime che sto provando…
E mi spavento ancora di più. Figuriamoci Laura… Mi fermo. Mi allontano.
Laura rimane lì, piange e impreca.
Servono due minuti di pausa. Quello che le dico poi suona più o meno
così:
“Laura, adesso ci prendiamo il tempo che ci serve per calmarci, mi sembra
che entrambi siamo parecchio agitati (attraverso le lacrime condivide); appena
ce la sentiamo riprendiamo il discorso.
Passano 10 minuti circa, io bevo acqua, lei lacrima. Parliamo di quanto successo
con Chiara.
Poi emerge una sensazione di incompiutezza, come se a Laura interessasse parlare
d’altro…
“Cosa ti preme ora?”
“Voglio dirti che non devi urlare con me; in questo momento soffro molto
di più per le tue urla che per altro…”
“Scusa Laura, come faccio a comunicare la mia arrabbiatura in altro modo?
Ti aspetti che gli altri siano freddi e razionali anche di fronte alla violenza?”
“Quando mi urli da vicino mi fai paura… mi ricordi mio padre”
Segue un breve silenzio, ma ci serve: sottolinea l’apertura che Laura
mi ha appena offerto.
“Mi dispiace di averti fatto paura.”
“E’ che non riesco più a ragionare quando ho paura…”
“Senti, facciamo un patto: prometto di non urlarti più così
vicino, ho capito che è importante per te. (…) Dovremo trovare
il modo per affrontare l’aggressività…”
Cronaca finita. Inutile aggiungere che ci stiamo ancora lavorando, malgrado
siano trascorsi mesi. Ma qualcosa è cambiato dopo quello scontro-incontro…
Alcuni ancoraggi teorici…
- Spazio alle emozioni! Come afferma Marianella Sclavi, le emozioni sono importanti
strumenti conoscitivi: informano non sui contenuti, ma sui processi in atto,
su come si sta affrontando la situazione; ci dicono come stiamo vivendo una
relazione.
- Facciamo un patto? L’intesa con l’adolescente sta alla base della
legittimazione a intervenire, legittimazione mai data e sempre in via di contrattazione,
da inseguire attraverso…
- Uno stile interrogativo. Parola a Dolci, Novara… L’importanza
delle domande nella relazione, come strumento fondamentale di apertura all’altrui
soggettività nella relazione, dialogo non controllante in quanto reciproco.
- “Mi dispiace”. Alice Miller sottolinea la consapevolezza dell’adulto
nel momento in cui chiede scusa per aver perso il controllo. Lungi dal rinunciare
al proprio ruolo educativo, un tale atteggiamento comunica potenti meta-messaggi:
vissuti di reciproca comprensione, riflessione sul proprio agito, rispetto per
l’altro, volontà di trovare insieme una soluzione. E spezza l’idea
di educazione come processo unilaterale che vede il bambino come mero destinatario
di messaggi e azioni predeterminati, immodificabili.
Tre libri, tre:
- Novara D., L’ascolto si impara – Domande legittime per una pedagogia
dell’ascolto, Torino, Ed. Gruppo Abele, 1997;
- Sclavi M., Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici
di cui siamo parte. Ed. Bruno Mondatori, Milano, 2003;
- Miller A., L’infanzia rimossa, Garzanti, Milano, 1990.
Massimiliano Brignone
Dopo anni di iniziative contro EXA, la mostra delle armi “sportive”
più importante in Italia e la terza nel mondo, abbiamo avuto modo di
osservare la forza di persuasione che ha, nella nostra società, la cultura
delle armi. Il fascino che una pistola o un fucile sembrano esercitare sulle
persone, ha sorpassato le nostre convinzioni. Decine di migliaia di visitatori
per una mostra di armi che spesso di sportivo hanno ben poco. Il richiamo più
forte è quello delle armi come strumento di difesa. La carta vincente
dei nostri commercianti di armi (e non solo) è il tema della “sicurezza”.
La sicurezza, ovvero la paura, fanno sicuramente vendere. Uomini, donne e bambini
visitano gli stand come se si andasse a una festa. Gli sguardi sono gioiosamente
curiosi, felici: toccare con mano la possibilità di sentirsi sicuri,
onnipotenti. La nostra riflessione è partita da qui: le armi danno davvero
la sicurezza che promettono? Forse val la pena di ricominciare a sfatare qualche
tabù al riguardo.
In Italia ci sono 4 milioni 800mila permessi per possesso d’armi per un
totale di circa 12 milioni di armi da fuoco in mano ai privati. Tra questi ci
sono: oltre 1 milione 100mila autorizzazioni per portare l’arma anche
all’esterno delle abitazioni, di cui: 845mila sono i cacciatori; 55mila
le guardie giurate; 34mila permessi per difesa personale; 194 mila autorizzazioni
per fucili per il tiro a volo.
Non passa giorno che non si abbia notizia di qualche delitto commesso con armi
da fuoco legalmente possedute. Ma in compenso non esistono statistiche specifiche
sulle conseguenze dell’uso “improprio” di queste armi da fuoco.
Contrariamente a quanto si pensa, la stragrande maggioranza delle persone morte
per armi da fuoco non è dovuta all’azione dei criminali.
In Brasile si calcola che solo il 10% degli omicidi è compiuto durante
azioni criminali.
Negli Stati Uniti tra il 1976 e il 2000 solo il 15% degli omicidi con armi da
fuoco è imputabile ad azioni criminali. Il resto sono delitti tra familiari,
parenti e conoscenti.
Chi subisce un’aggressione con armi da fuoco, ha il 75% di probabilità
di essere ucciso, mentre in un’aggressione all’arma bianca essa
è del 36%.
Ogni dieci volte che un cittadino onesto afferra un’arma per difendersi,
nove volte il criminale ne trae vantaggio.
Uno studio realizzato negli Stati Uniti dimostra che la presenza di un’arma
da fuoco in casa aumenta del 41% il rischio che qualcuno in quel luogo sia assassinato;
per le donne il rischio aumenta del 272%.
Le donne quasi mai comprano, possiedono o usano un’arma, ma sono le prime
a subire le conseguenze dell’uso di armi da fuoco. La probabilità
per una donna di morire assassinata con l’arma del marito o dell’amante
è due volte maggiore della possibilità di essere uccisa da uno
sconosciuto.
Quando, tra il 1995 e il 2003, il Canada inasprì le leggi sulle armi
da fuoco, l’indice dell’uccisione delle donne cadde del 40%. In
Australia, cinque anni dopo l’inasprimento delle leggi sulle armi da fuoco,
il tasso dell’uccisione di donne è diminuito della metà.
La violenza dovuta alle armi da fuoco consuma, in america Latina, il 14% del
Pil (il 10% in Brasile e il 25 % in Colombia).
Negli Stati Uniti, è stato calcolato che il possesso di un’arma
da fuoco aumenta, per la donna, di cinque volte il rischio di suicidio e di
tre il rischio di omicidio.
In Brasile, si calcola che un terzo (33%) delle armi usate per commettere crimini
erano state acquisite legalmente e successivamente finite nelle mani della criminalità.
Giovanni Aliquò, direttore del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del
Ministero dell’Interno, dichiara che in Italia i furti e gli smarrimenti
di pistole e fucili sono il primo canale di approvvigionamento del crimine.
Come si vede da questi pochi dati, l’affermazione “più armi,
più sicurezza” si rivela poco più di una trovata pubblicitaria.
Ma funziona. Funziona anche perché non viene mai messa in discussione:
è un assioma, un dogma. Come le affermazioni: “la guerra c’è
sempre stata” (anche la prostituzione!), oppure “l’esercito
serve a difendere la patria” (quando? L’otto settembre?). Ma contrastare
un luogo comune è un lavoro lungo e faticoso. E’ questo che dobbiamo
sapere, è qui che dobbiamo impegnarci. Dietro alla cultura della armi
c’è sempre la preparazione e la giustificazione per la prossima
guerra.
Adriano Moratto
Gli hanno dato tre anni di tempo, ma uno è già passato. Il suo
amico Nicky Vendola, appena eletto presidente della Regione Puglia, aveva pensato
a lui per gestire la più grande azienda della regione, con ben 2150 dipendenti
e 700 milioni di euro di ricavi: l’Acquedotto Pugliese (Aqp). Ora Riccardo
Petrella, docente universitario nell'ateneo di Lovanio (Belgio), presidente
italiano del Contratto Mondiale sull'acqua, impegnato da anni per difendere
il bene acqua dalla privatizzazione, come presidente dell’acquedotto più
colabrodo d’Italia (si stima che il 50% delle acque che passano nei suoi
tubi si perdano per strada prima di arrivare ai rubinetti di casa) deve avere
già chiara quale sia stata la sfida che ha accettato.
La gestione degli acquedotti è il servizio in cui la mano pubblica è
più presente: il 71% della popolazione italiana è servito da società
a capitale pubblico, contro per esempio il 59% nello smaltimento dei rifiuti,
il 46% nei trasporti ed il 17% nelle farmacie (dati 2003). La materia prima
nel nostro paese è presente in abbondanza: secondo il dossier di Legambiente
“Siccità 2005” abbiamo una disponibilità teorica di
2700 metri cubi per abitante all’anno, e gli italiani sono i primi consumatori
di acqua in Europa e terzi al mondo dopo USA e Canada. Ciononostante, un terzo
dei nostri connazionali non ha un accesso regolare e sufficiente all’acqua
potabile, e di conseguenza deteniamo il record mondiale di consumo di acqua
minerale: in media 172 litri pro capite l'anno. La produzione italica, con 275
marchi, è invece di circa 11 miliardi di litri ed il risultato è
l’utilizzo di un enorme quantità di bottiglie in plastica: circa
200 mila tonnellate. Manco a dirlo, il gruppo Nestlè con tre miliardi
di bottiglie di minerale prodotte e 860 milioni di euro di fatturato è
leader italiano con il 29% del mercato, e pesa per un sesto sul giro d'affari
mondiale di Nestlè Waters.
Da diversi anni è in atto un processo generalizzato, incentivato dall’Unione
Europea, che mira a raccorpare e privatizzare i maggiori gestori del settore,
per poter attirare capitali privati utili ad affrontare le necessarie spese
di ammodernamento. Abbiamo così assistito alla trasformazione in società
per azioni (e quindi società di capitale che possono acquistare aziende,
farsi acquistare o quotarsi in borsa) della maggior parte delle vecchie aziende
municipalizzate. I promotori del Contratto Modiale dell’Acqua, di cui
Riccardo Petrella è fondatore è promotore, sostengono invece la
necessità di consolidare la mano pubblica su un bene così prezioso,
perché non è possibile lucrare privatamente su un bene primario.
Petrella è piombato in una realtà dove non esisteva nemmeno un
ufficio di progettazione interno, con un processo in corso per decine di assunzioni
irregolari accertate ed una seria difficoltà ad utilizzare i fondi che
l’Unione Europea destina per i miglioramenti necessari alla rete. Entro
fine anno dovrebbero essere presentati progetti di spesa per 1 miliardo di euro:
a fine 2005 i progetti impegnavano solo 46 milioni, con il rischio di perdere
il rimanente. Intanto, le tariffe aumentano nonostante l’amica mano pubblica:
del 10% nel 2004 e di un altro 7% nel 2005 (cui i Comuni si sono opposti), in
parte giustificati con l'ammodernamento delle strutture.
«Stiamo lavorando – spiega Petrella - per investire in depuratori,
in controlli sulla qualità, per l’ampliamento e la modernizzazione
delle fogne, per l’eliminazione delle perdite, la promozione di tecniche
di risparmio dei consumi idrici, accordi con i Comuni; per introdurre, ad esempio,
i riduttori di flusso. Presto sarà pronto il piano operativo triennale
e anche la nuova carta dei servizi». Nei 258 Comuni raggiunti dall’Aqp,
solo 140 hanno un depuratore che funziona, con immaginabili impatti ambientali,
contro una media nazionale del 74,8% (49% in Sicilia); mentre le malevoli voci
di corridoio narrano di contrasti con l’amministratore delegato di Aqp,
Scognamiglio, stimato professore della Sapienza di diritto del lavoro, il superesperto
di acque si barcamena tra la burocrazia e la presenza a convegni e dibattiti
per convincere gli amministratori locali a ripristinare il controllo pubblico
nella gestione delle ex-municipalizzate, come recentemente avvenuto in Campania
e ribadito nel Torinese grazie alle pressioni della campagna organizzata da
Attac Italia (di cui Petrella è presidente onorario). I prossimi mesi
diranno se l’utopia al potere può diventare realtà anche
in un campo così cruciale.
Ida vive a Bujumbura, la capitale del Burundi. E’ una piccola anziana
signora di etnia Tutsi, una persona dinamica, che trasmette energia. E’
la presidente dell’Associazione delle vicine, che ha la propria sede nella
periferia della città.
Nel 1993, Ida era una donna disperata e in pericolo. Più di 300.000 suoi
connazionali erano già morti nella guerra civile. Moltissimi erano fuggiti
e la comunità in cui Ida aveva sempre vissuto era spezzata in due. Prima
dei massacri, l’Associazione delle vicine comprendeva donne Tutsi e donne
Hutu, che coltivavano assieme la terra e condividevano i raccolti, ma nel 1993
le famiglie Hutu avevano passato il fiume, fuggendo per salvare le proprie vite,
e l’Associazione cessò di esistere. Per otto lunghi anni, nessuno
attraversò quel fiume in un senso o nell’altro.
Nel 2001, nacque a Bujumbura il Centro Pace delle donne. Era stato concepito
come un luogo sicuro in cui le donne di qualsiasi gruppo etnico potevano entrare
e partecipare alle attività, una delle quali era l’addestramento
alla risoluzione nonviolenta dei conflitti. Ma forse il suo contributo più
importante alla vita della comunità era il provvedere uno spazio in cui
le donne potevano parlarsi apertamente ed esprimere la sofferenza che pativano
a causa della guerra, intermittente eppure continua.
Dopo aver preso parte a diversi programmi del Centro, Ida decise di ritrovare
le sue vecchie amiche e colleghe di lavoro. Era molto determinata: pensava che
le donne di entrambi i gruppi etnici fossero sorelle, non nemiche, e che dovessero
riunirsi. Durante un periodo di intensi combattimenti nello stesso quartiere
in cui viveva, con case date alle fiamme e ulteriori esodi, Ida chiese al Centro
Pace delle donne di aiutarla ad organizzare un incontro fra donne Hutu e donne
Tutsi.
Ci voleva un bel coraggio, come dimostrarono i giorni seguenti: la sua stessa
gente la accusò di tradimento, gli Hutu di essere al servizio di qualche
complotto contro di loro. Ma il Centro la sostenne, e Ida dice oggi che sapeva
bene come solo “il costruire ponti” avrebbe “fermato la follia”.
Dopo diversi inviti e approcci e scambi di messaggi, Ida raccolse attorno a
sé un centinaio di donne Tutsi ed attraversò il fiume con loro,
per incontrare circa lo stesso numero di donne Hutu. Entrambi i gruppi avevano
le braccia cariche di doni, mentre entravano nel piccolo edificio che avrebbe
ospitato l’incontro. Mentre le donne sedevano insieme, in cerchio, dall’esterno
venivano i rumori di spari ed esplosioni. Molte dissero, commosse, che non avrebbero
mai creduto di essere capaci di sedere di nuovo nella stessa stanza, con le
madri, le moglie e le sorelle di coloro che avevano ucciso i loro figli.
Nonostante i rumori di guerra si facessero via via più forti e vicini,
le donne tennero il loro consiglio, discussero, e si scambiarono i doni. La
loro gioia era diventata così grande che cominciarono ad abbracciarsi
e a danzare insieme. Infine presero a cantare: “Vogliamo la pace subito!”
Il suono delle loro voci, questo canto ripetuto, soverchiò i rumori dei
fucili. Le donne continuarono a cantare. Le armi smisero di sparare. Non si
era mai vista una cosa del genere prima, ma l’eco di quell’azione
si sparse così rapidamente che numerosi incontri simili si tennero nei
giorni seguenti. Dove le donne cantavano, i fucili finivano per tacere.
Ida è oggi una delle ispiratrici dei “Giorni della solidarietà”,
incontri comunitari in cui membri delle due etnie si siedono insieme a discutere.
“Durante la crisi, racconta Ida, la parola solidarietà significava
soltanto essere leali al proprio gruppo etnico, non importava cosa questo facesse
o che stesse succedendo. Per questo bisogna ridefinire la parola, riappropriarsene.
Per me significa unità fra gli esseri umani, soprattutto.”
Una canzone del 1903 scritta da Charles Tindley di Philadelphia, conteneva
il verso, ripetuto più volte, “I’ll overcome some day”;
un gospel successivo conteneva i versi “Deep in my heart. I do believe/
I’ll overcome some day”. Quest’ultimo era fra i canti intonati
dai dipendenti dell’American Tobacco di Charleston in Sud Carolina, durante
gli scioperi del 1946, in maggior parte donne afro-americane. Una di loro, Lucille
Simmons cambiò il testo in “We’ll overcome”. Zilphia
Horton, moglie bianca di un fondatore della Highlander Folk School la imparò
da lei e la insegnò a Pete Seeger che modificò la musica basandosi
su uno spiritual negro del XIX secolo ( “No more auction block for me”
= “Non mettetemi più all’asta”…), aggiunse alcuni
versi e sostituì “We shall overcome” a “We will overcome”,
probabilmente raccogliendo un’idea di Septima Clark e la insegnò
al cantante californiano Frank Hamilton che, a sua volta, la insegnò
a Guy Carawan che la riportò alla Highlander nel 1959. Da lì si
iniziò una diffusione orale che la portò a diventare un inno dei
sindacati afro-americani nel sud degli Usa e poi dell’attivismo per i
diritti civili.
La storia di “We shall overcome” è lunga e