Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
Abbonamento annuo Euro 29.00.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
In cammino, da Perugia ad Assisi
il 24 di settembre, per un nuovo viaggio
"Se fosse vero che i viaggi educano la mente, i controllori dei
treni sarebbero gli uomini più saggi del mondo" scrive Santiago
Rusinol. "Le cose che odio di più sono le auto e gli aeroplani:
hanno danneggiato il mondo e lo hanno derubato di ogni diversità"
aggiunge Sir Wilfred Thesiger. Più radicalmente Sant'Agostino "E
gli uomini vanno a mirare le altezze dei monti e i grossi flutti del mare
e le larghe correnti dei fiumi e la distesa dell'oceano e i giri delle
stelle e abbandonano sè stessi" con il conseguente invito
noli foras ire in te ipsum redi etc.etc. Come non essere d'accordo con
lo scrittore catalano e con l'esploratore britannico e non tener conto
dell'ammonimento del santo africano?
Il vero viaggio si fa a piedi (al più in bicicletta) ed è
un viaggio dentro e fuori, che si compie una volta ultimato l'eventuale
trasferimento, che ha pure i suoi meriti se non è troppo veloce
e paesaggi e compagnia sono buoni. Io un viaggio vero, da proporre, ce
l'ho, con itinerario e data precisi: da Perugia ad Assisi, il 24 settembre.
Una marcia nonviolenta, MAI PIU' ESERCITI E GUERRE, rivolta a quanti credono
nella nonviolenza come scelta personale e politica "aperta all'esistenza,
alla libertà e allo sviluppo di ogni essere", come diceva
Aldo Capitini.
Per me, ora che scrivo, è viaggio nella memoria dei miei vent'anni,
nel 1961. Massima è la tensione USA - URSS, per la questione di
Cuba (fallito lo sbarco alla Baia dei Porci) e per l'inizio dell'impegno
americano in Vietnam. L'URSS manda Gagarin nello spazio e riprende gli
esperimenti nucleari, con una bomba da 58 megatoni (3 mila volte quelle
di Hiroshima). Gli USA aumentano gli stanziamenti per la difesa del mondo
libero, mentre a Berlino viene eretto il muro, che durerà a lungo.
Il sanguinoso conflitto algerino si complica con l'entrata in campo dell'OAS
e delle sue azioni terroristiche. In Italia ci sono i primi segni di nuovi
rapporti politici, che sfoceranno poi nel centro sinistra, mentre esplode
la "notte dei fuochi" in Alto Adige ( meglio sarebbe dire Sud
Tirolo ), con attentati a 33 tralicci elettrici ed un morto. Io sono allora
un giovane, e presuntuoso, "indipendente di sinistra" ( saprò
poi che questa espressione l'ha inventata Capitini ), vicino al PSI (molto
diverso da quello che è poi diventato), e mi pare di avere le idee
chiare su tutto: con Fidel, ma non con Krusciov (che i cinesi cominciano
a contestare), con l' FLN algerino e l'autonomia della provincia di Bolzano,
ma contro ogni terrorismo. Ma c'è il rimosso della guerra, del
pericolo atomico incombente, della sensazione di non far nulla al riguardo.
La marcia Perugia-Assisi è la novità, è la boccata
d'aria fresca. Dopo verranno gli incontri con Pinna, Capitini, Dolci,
Ganduscio, L'Abate, Tenerini, Schippa, Marcucci, Comberti, Nobilini, Eughenes,
Fornari e tanti altri, ed un diverso modo di stare con gli amici più
cari. Dopo verrà la costituzione del Movimento Nonviolento.
Mi piacerebbe che il mio viaggio, ormai lungo e spesso vizioso, fosse
di una qualche utilità. Mi piacerebbe conoscere i viaggi di quanti
cammineranno con me su un percorso a molti noto, ma che ha tanto da rivelare.
Capitini sconsigliava di conversare durante le marce, o peggio di lanciare
slogan, che producono confusione: meglio il silenzio o cantare in coro.
Ma questa è una marcia speciale. Nella sua convocazione è
scritto: in cammino sulla strada della nonviolenza. E' una marcia nella
quale sono importanti le domande che ci facciamo ( caminar preguntando
), le risposte che proviamo a darci. Sono le risposte che gli amici della
nonviolenza provano a dare, nelle situazioni più diverse di conflitto,
in tutti i continenti. Sono la testimonianza che si può non arrendersi
all'inevitabilità della guerra e della sua preparazione, che si
può rifiutare la subdola violenza culturale, che oggi la riabilita
come guerra giusta (santa o per i diritti umani secondo le aree culturali
appunto), mentre accompagna, ed assieme occulta, la grande violenza. E'
la violenza strutturale per cui, in un mondo dall'impensabile sviluppo
tecnico-scientifico, la povertà ogni anno fa più vittime
della seconda guerra mondiale.
Mi piacerebbe che questa marcia fosse un invito a continuare il cammino,
a progettare altri viaggi, dentro e fuori di noi, avanti ed indietro nello
spazio e nel tempo. Consapevoli della necessità del progetto e
del suo limite: Caminante no hay camino, camino se hace al andar.
Mohammad Yunus,
il banchiere dei poveri
A cura di Elena Buccoliero
“Grameen non è stata fatta in un giorno: la strada è
stata lunga e tortuosa, ma oggi la banca dei poveri è presente
fin nei villaggi più sperduti del Bangladesh, tra le capanne di
argilla della Tanzania e nei ghetti di Chicago...”
Muhammad Yunus, fondatore di Grameen Bank, la banca che in 25 anni di
lavoro ha risollevato dalla povertà circa 10 milioni di abitanti
del Bangladesh, ripercorre la sua impresa a partire da quel lontano 1974.
La carestia si abbatteva su centinaia di migliaia di persone mettendo
in ginocchio il paese e aggravando una situazione già disperata,
in cui tutt’ora il 40% della popolazione vive al disotto della soglia
di sopravvivenza e circa il 90% degli abitanti è analfabeta.
“L’università in cui prestavo servizio come capo del
Dipartimento di Economia era situata all’estremità sud-orientale
del paese e, in un primo tempo, nessuno di noi fece caso alla carestia.
Presto, però, figure più scheletriche che umane cominciarono
ad apparire nelle stazioni di Dhaka. Se ne vedevano ovunque, ed era quasi
impossibile distinguere i vivi dai morti. Anche volendo, era impossibile
non vedere gli affamati”.
Da qui il sentimento di impotenza e di ribellione verso la propria comodità,
il proprio vivere al riparo dalla sofferenza degli ultimi.
“Quando uscivo dall’aula mi dovevo confrontare con il mondo
reale. Lì la realtà quotidiana peggiorava continuamente,
e i poveri diventavano sempre più poveri. Dov’era la teoria
economica che rispecchiava la loro vita reale? Come potevo, al solo scopo
di salvare il prestigio delle dottrine economiche, continuare a imbottire
di chiacchiere gli studenti? Avevo voglia di scappare dai manuali e dalle
teorie, di lasciarmi alle spalle la vita accademica. Mi premeva capire
la realtà che circondava la vita dei poveri, scoprire l’economia
di un villaggio nel suo svolgersi quotidiano”.
E così il Professor Yunus, direttore del Dipartimento di Economia,
si allontana dal campus e scende nelle strade di Jobra, il villaggio vicino.
Ricordiamo il primo dei suoi innumerevoli incontri, quello che fece scoccare
la scintilla da cui nacque Grameen Bank.
L’incontro con Sofia Begum
Sofia Begum ha 21 anni e 3 bambini a suo carico. Per vivere intreccia
bambù, che acquista e rivende allo stesso paikar, il commerciante,
per un compenso quotidiano di 2 centesimi di dollaro, insufficiente anche
per la sopravvivenza familiare. Potrebbe vendere lei stessa i suoi sgabelli
al mercato ad un prezzo nettamente superiore, se solo avesse il denaro
necessario ad acquistare il bambù.
“Nei miei corsi universitari ragionavo in termini di miliardi, ma
lì, sotto i miei occhi, la vita o la morte si giocavano sui centesimi.
Evidentemente c’era qualcosa di sbagliato, le mie lezioni non rispecchiavano
la realtà. Ero arrabbiato con me stesso, arrabbiato con il mondo
per la sua indifferenza. Non avrei mai pensato che qualcuno potesse patire
la miseria perché gli mancavano 22 centesimi”.
Mohammad Yunus vorrebbe intervenire personalmente per aiutare Sofia, ma
si rende conto che occorre una soluzione più radicale. Mette all’opera
i suoi studenti e in capo ad una settimana ha una mappa di tutti gli abitanti
del villaggio che ricorrono ai prestiti dei commercianti per avere accesso
alle materie prime necessarie per il loro lavoro.
“L’elenco era pronto: conteneva 42 nomi di persone per un prestito
totale di 856 taka. Non è possibile!, esclamai, quarantadue famiglie
ridotte alla fame, e tutto per meno di 27 dollari!”
Muhammad Yunus decide di concedere personalmente il prestito a tasso zero
alle 42 famiglie e, intanto, si mette all’opera per escogitare qualcosa
di più ampio, di più convincente, che aiuti la gente a riscattarsi
dalla povertà. Nasce così Grameen Bank, una banca che opera
nel settore del microcredito concedendo piccoli prestiti (fino a 200 dollari)
ad una miriade di persone, con una netta preferenza per le donne che anche
attualmente rappresentano circa il 90% dei debitori.
“Paradossalmente tutta l’impresa del microcredito, che è
stata costituita attorno, per e con il denaro, intimamente e sostanzialmente
con esso non ha nulla a che fare”, spiega Yunus. “Il suo fine
più alto è quello di aiutare le persone a sviluppare il
proprio potenziale; non ha quindi a che fare con il capitale monetario,
bensì con il capitale umano. Il microcredito è solo uno
strumento che permette alla gente di liberare i propri sogni, e aiuta
anche i più poveri e i più sfortunati a infondere nella
propria vita dignità, rispetto e significato”.
Attraverso il velo
“In Bangladesh la donna povera vive nell’insicurezza più
totale. Il marito può divorziare da lei semplicemente ripetendo
per tre volte la formula ‘io ti ripudio’. Non sa né leggere
né scrivere, e in generale non le è permesso di uscire di
casa per guadagnarsi da vivere, neanche se lei lo desidera. Tutti non
aspettano altro che di poterla allontanare, per essere in meno a condividere
il cibo. Se, una volta ripudiata, ritorna nella casa dei genitori, sarà
considerata un peso per la famiglia e una vergogna agli occhi dei vicini”.
Sono proprio le donne, dunque, ad avere più bisogno di sicurezza
e si riscatto. E sono loro, più dei compagni, a saper anteporre
il bene della famiglia e dei figli alla soddisfazione personale immediata.
“La pratica ci ha dimostrato che le donne si adattano meglio e più
rapidamente degli uomini al processo di autoassistenza”, riconosce
Muhammad Yunus. “Sono più attente, si preoccupano di costruire
un futuro migliore per i figli, dimostrano maggiore costanza nel lavoro.
Il denaro affidato ad una donna per la gestione familiare rende più
di quando passa per le mani dell’uomo. E l’atto di conferire
alla donna il controllo della gestione del denaro costituiva il primo
passo per restituirle all’interno della famiglia i propri diritti
di essere umano”.
Ma rivolgersi alle donne in un piccolo villaggio come Jobra, dove il purdah
(letteralmente: velo, cortina) è rigidamente osservato, significa
prendere di mira uno degli istituti più radicati della cultura
popolare. Nella versione più restrittiva, fa obbligo alle donne
di nascondersi alla vista degli uomini, salvo i familiari più stretti.
Entrare in contatto con loro, anche solo per illustrare una buona possibilità
per l’economia familiare, richiede conoscenza della cultura popolare,
trasparenza ed umiltà.
“Se volevo parlare con una donna del villaggio, non andavo certo
a bussare alla sua porta. Piuttosto, mi mettevo in uno spiazzo tra le
case, in modo da essere visibile. Di solito mi facevo accompagnare da
una delle mie studentesse o da una bambina del villaggio. La portavoce
entrava nelle case, segnalava la mia presenza, ed esponeva le cose per
mio conto. E’ così che ho presentato inizialmente la nostra
proposta di credito. Poi usciva, mi riportava le domande che le donne
eventualmente ponevano, io rispondevo, e lei tornava dentro”.
Sulle prime, era difficile avere riscontro.
“Alle volte, la bambina faceva la spola su e già per più
di un’ora, senza che io riuscissi a convincere quelle donne celate
a fidarsi del progetto Grameen. Se in capo a un’ora non avevo concluso,
generalmente me ne andavo; ma tornavo alla carica il giorno dopo, sempre
aiutato dalla mia messaggera”.
Il sostegno del gruppo
Quando un povero decide di richiedere un prestito deve sottoporsi ad un
programma di istruzione approfondito, che termina con un esame orale individuale,
per assicurarsi che abbia compreso quello che sta facendo; poi deve presentare
un progetto preciso per sé e la sua famiglia e associarsi ad altre
quattro persone, perché Grameen concede crediti a gruppi e non
a singoli. In questo modo si stimola un meccanismo di incentivo e di mutuo-aiuto
tra famiglie.
“Quando un povero si trova ad agire da solo”, spiega Yunus,
“prova la sensazione di essere esposto a ogni genere di rischi; inoltre,
tende ad essere imprevedibile ed irresoluto. Invece, il fatto di appartenere
ad un gruppo infonde un senso di sicurezza; con l’appoggio e lo stimolo
dei compagni, il comportamento acquista stabilità e diventa più
affidabile. La competizione che si instaura tra gruppi e all’interno
del singolo gruppo incita ognuno a fare del suo meglio”.
Il rimborso, poi, avviene per quote basse e frequenti, esattamente al
contrario di quanto accade con le banche tradizionali, dove i rimborsi
hanno scadenze lontane nel tempo e richiedono, in una sola rata, una somma
ingente.
“Alla fine, magari, decide di non pagare. Risolvetti di fare esattamente
il contrario: le quote di rimborso sarebbero state così basse che
il cliente non si sarebbe neanche accorto di pagarle”.
Inizialmente il rimborso avveniva in piccole rate quotidiane. Dopo qualche
tempo, è stato messo a punto un sistema di pagamento che prevede
prestiti annuali con tratte settimanali di identico importo, per un tasso
d’interesse del 20%.
Grammen Bank e le banche tradizionali
Le differenze tra Grameen e le banche tradizionali non finiscono qui.
Tanto per incominciare, il regolamento impone ai dipendenti di stare in
agenzia il minor tempo possibile. “Andate dove volete”, veniva
spiegato loro durante la formazione, “sdraiatevi a dormire sotto
un albero, andate a chiacchierare davanti a un baracchino del tè,
ma non fatevi vedere in ufficio”. E, se la regola può essere
sbalorditiva per chi conosce la pratica bancaria, Yunus ci dice che “per
un povero - e per giunta analfabeta - un ufficio è un luogo minaccioso,
terrificante. E’ un modo ulteriore per interporre una distanza”.
Per questo gli impiegati Grameen passano la gran parte della loro giornata
lavorativa nelle vie del villaggio, e rientrano in ufficio alla sera per
riordinare i loro conti.
I debitori, d’altra parte, “non devono dimostrare quanto sono
ricchi, quanto hanno risparmiato, bensì quanto sono poveri, quanto
sono realmente privi di risorse”. Difatti Grameen non chiede garanzie,
né documenti, né firme, né avalli. Solo l’impegno
personale e diretto a rimborsare il prestito. Cosa che avviene nel 97%
dei casi, vale a dire una solvibilità nettamente superiore a quella
delle banche tradizionali.
“Mediante visite settimanali o mensili, Grameen verifica continuamente
lo stato di salute finanziaria dei clienti, accertandosi che siano in
grado di pagare e che tutta la famiglia benefici dei vantaggi del credito.
L’obiettivo è il superamento della soglia di povertà”.
Il caso di Hajeera Begum
“In una società”, sostiene Yunus, “la qualità
della vita non dovrebbe essere giudicata dallo stile di vita dei ricchi,
ma da quello di coloro che sono ai gradini più bassi della scala
sociale”. Vediamo a questo proposito in che modo è cambiata
la vita di Hajeera Begum, una donna bengalese beneficiaria dei prestiti
Grameen.
“Per tutta la vita mi ero sentita ripetere che ero una buona a nulla”,
dice Hajeera. “I miei genitori dicevano che, essendo femmina, ero
una disgrazia per loro, e che la mia famiglia non avrebbe potuto pagarmi
la dote. Spesso ho sentito mia madre dire che avrebbe dovuto uccidermi
alla nascita. Non credevo di meritare un prestito; non pensavo di essere
capace di rimborsarlo”.
“Quando ricevette un prestito di 2000 taka (50 dollari) non poté
trattenere le lacrime”, continua Yunus. “A distanza di un anno,
Hajeera aveva rimborsato l’intera somma e ne aveva ottenuta una seconda
per affittare un terreno sul quale piantò sessanta banani. Con
il resto del denaro, acquistò un secondo vitello. Oggi possiede
un campo di riso gravato da ipoteca, nonché capre, polli e anatre”.
Destra o sinistra?
Per piccoli passi quotidiani Grameen Bank si è affermata progressivamente,
in Bangladesh e in moltissimi altri paesi del mondo, mantenendo un impegno
di trasparenza e di coerenza che ha significato, per esempio, respingere
numerose offerte di credito dalla Banca Mondiale, se questo significava
soggiacere a compromessi che avrebbero snaturato l’identita di Grameen
e disperso la vocazione di intervento a favore dei più poveri.
A distanza di anni Grameen Bank, che è nata per contrasto rispetto
alle teorie - e alla prassi - dell’economia tradizionale, può
con questa ritornare a confrontarsi. Dove si colloca politicamente la
filosofia del microcredito? Secondo Muhammad Yunus non esiste una risposta
univoca.
“Grameen auspica che lo stato riduca al minimo la sua presenza e
sostiene l’economia di mercato e la creazione di imprese, quindi
dev’essere di destra. D’altra parte, Grameen si batte per la
conquista di obiettivi sociali quali eliminare la povertà, fornire
istruzione, assistenza sanitaria, lavoro, parità di diritti tra
i sessi; condanna le imprese basate sulla cupidigia e non crede nel liberismo
selvaggio, ma auspica un intervento sociale per incoraggiare le imprese
a impegnarsi nel sociale. Queste caratteristiche tenderebbero a classificare
Grameen come un’organizzazione di sinistra. La verità è”,
continua Yunus, “che le posizioni di Grameen sono difficilmente classificabili
e optano per un settore del tutto nuovo, che definisco ‘settore privato
guidato dall’impegno sociale’”.
Resta da vedere in che modo tutto questo può essere realizzato.
La risorsa decisiva, secondo Yunus, sono le persone. O per meglio dire,
“persone animate da una coscienza sociale. Nell’essere umano
la coscienza sociale può essere una molla molto forte, anche più
forte della cupidigia. Se queste persone, se queste aziende riusciranno
a trovare spazio sul mercato, potranno con mezzi migliori affrontare i
problemi sociali e operare per la pace, l’uguaglianza e la creatività”.
Il World Trade Organization
e la globalizzazione delle multinazionali
Nato nel 1985, il WTO è l’organizzazione mondiale per il
commercio che ha ottenuto in dote gli accordi scaturiti dalle varie trattative
commerciali svoltesi nel corso degli anni dal 1947 (anno della prima versione
del GATT, l’Accordo sulle Tariffe e il Commercio) ad oggi. Oltre
che custodire questi “testi sacri”, il WTO è l’organismo
preposto a dirimere le questioni giuridiche fra nazioni, nell’ambito
del commercio, e ad essere la sede ufficiale delle trattative mondiali.
E’ uno degli strumenti principali della globalizzazione attuata dalle
multinazionali. Anche se ufficialmente dichiara di basarsi sul “free
trade”, nei fatti le oltre 700 pagine di regole che costituiscono
gli accordi su cui si basa creano quello che si definisce come “corporate
- managed trade”, ovvero un commercio regolato dalle multinazionali.
Secondo il sistema gestito dal WTO l’efficienza economica, tradotta
in profitti per la società, domina qualsiasi altro valore. L’economia
è un affare privato, mentre i costi sociali ed ambientali sono
pubblici. Qualcuno chiama questo modello neoliberismo, e lo riassume come
: trascurare le regole ambientali, la salvaguardia dei diritti dei lavoratori
e della salute pubblica in modo da fornire lavoro e materie prime a basso
costo alle multinazionali.
Il mito che ogni nazione può esportare più di quanto importi
è centrale nel neoliberismo. I suoi propositori sembrano però
dimenticare che se un Paese esporta un’automobile, qualcun altro
la deve importare.
Si sta rafforzando un sistema mondiale di regole che stabiliscono che
le “corporation” hanno solo diritti, i governi hanno solo doveri
;
...e la democrazia sta finendo nel cestino dei rifiuti.
Ora le società transnazionali vogliono ancor di più, un
nuovo “Millennium Round” di trattative per accelerare la corsa
all’espansione dei poteri del WTO.
Loro parlano di quello che sta accadendo come se non ci fossero alternative,
esprimono questo concetto con la sigla TINA, “There Is No Alternative”,
ma si tratta di un inganno, quello di presentare un lungo sforzo per mettere
in piedi regole per facilitare investitori e società, piuttosto
che comunità, lavoratori ed ambiente come frutto di un destino
inevitabile e non come il risultato di una precisa strategia.
Alla fine di novembre a Seattle si sono riuniti i tecnocrati del commercio
internazionale per il terzo meeting ministeriale del WTO, qui di seguito
sono riportati alcuni esempi di come questo organismo abbia sinora difeso
i diritti delle società a danno di quelli degli esseri umani.
Cos’è e come opera il WTO
“Sempre più il WTO è sollecitato ad espandere la sua
agenda, poiché appare sempre più come il punto focale delle
sfide e delle preoccupazioni della globalizzazione”. (Renato Ruggiero,
primo Direttore generale del WTO).
Il WTO è stato creato nel 1995 al termine dei negoziati noti sotto
il nome di Uruguay Round. Questi negoziati portarono in dote, oltre al
nuovo GATT, l’accordo sui servizi (GATS) e quello relativo ai Diritti
di Proprietà Intellettuale (TRIPS).
In precedenza, il GATT si occupava di tariffe (dazi doganali) e quote
d’importazione. Dal 1995 le regole si occupano di quelle che in gergo
si definiscono come barriere non doganali (non - tariff barriers to trade),
in pratica leggi sanitarie, regolamenti sui prodotti, sistemi fiscali
interni, politiche d’investimenti e qualsiasi altra legge di un Paese
che in qualche modo può influenzare il commercio di qualche prodotto.
L’influenza del WTO nelle legislazioni interne si è fatta
perciò pesante. Attualmente sono 134 i Paesi che ne fanno parte
e 33 sono osservatori. Ufficialmente, le decisioni sono prese per consenso
ma nella pratica a tirare le fila sono Canada, Giappone, USA ed Unione
Europea.
La mancanza di trasparenza e democrazia all’interno del WTO è
rappresentata in modo esemplare dal sistema di regolazione delle controversie.
Il WTO permette a un Paese di chiamarne in giudizio un altro, accusandolo
di violare le regole del commercio internazionale. Le cause sono risolte
da giurie di tre persone che lavorano a porte chiuse. Il Paese che perde
ha tre possibilità :
- cambiare le proprie leggi per adeguarsi alle regole WTO ;
- pagare delle compensazioni permanenti al Paese vincente ;
- affrontare sanzioni commerciali.
La prima è la strada normalmente percorsa.
Tutti gli accordi firmati hanno in comune alcuni punti, ribaditi e ripetuti
come una litania in tutti i documenti del WTO. Eccone il testo :
1. Riduzione delle tasse doganali. Con l’eliminazione o la riduzione
dei dazi doganali sui prodotti si riducono le spese di esportazione, creando
al contempo nuovi mercati ai produttori.
2. Trattamento di Nazione più favorita. Obbliga ogni Stato a trattare
investitori e compagnie straniere allo stesso modo. Per capirci, uno Stato
non può bandire le importazioni di un prodotto da uno Stato se
continua ad importare quel prodotto da altri, anche se la motivazione
potrebbe essere moralmente giusta (es. regimi oppressivi).
3. Trattamento nazionale. Obbliga i governi a trattare le compagnie straniere
almeno allo stesso modo con cui tratta quelle nazionali. Questo principio
mira ad eliminare la possibilità di offrire incentivi a produttori
locali.
4. Eliminazione di quote restrittive. Proibisce l’uso di restrizioni
all’import - export delle merci.
5. Il problema è che apparentemente questi possono sembrare dei
buoni principi, ma calati nella realtà delineano un formidabile
ambiente in cui la sovranità nazionale decade a favore delle società
multinazionali che, grazie al loro potere, sono le uniche a poter sfruttare
le nuove regole.
Le minacce alla democrazia, all’ambiente e alla salute
Quando nacque il WTO, varie organizzazioni non governative espressero
le loro preoccupazioni che le nuove regole e il sistema creato per farle
rispettare avrebbero potuto costituire una seria minaccia per gli abitanti
del pianeta. Cinque anni dopo possiamo dire che quei timori erano fondati.
Tutte le cause hanno avuto come risultato finale un verdetto sfavorevole
agli interessi pubblici.
ARIA PULITA - Per conto di una sua industria petrolifera, il Venezuela
contestò una legge americana, l’US Clean Air Act, che chiedeva
alle raffinerie di produrre un gas più “pulito”, con
minori emissioni inquinanti. Il Venezuela sosteneva che le nuove regole,
di fatto, mettevano fuori gioco le raffinerie straniere, che avrebbero
avuto bisogno di investimenti e tempo per adeguarsi alla normativa statunitense,
mentre la maggioranza di quelle statunitensi si erano adeguate alle direttive
dell’Environmental Protection Agency, l’agenzia americana per
la protezione dell’ambiente. Risultato : nel 1997 la giuria diede
ragione al Venezuela e l’EPA modificò le norme del Clean Air
Act.
LA CARNE AGLI ORMONI - Gli Stati Uniti chiamarono in giudizio l’Unione
europea poiché questa aveva messo al bando le importazioni di carne
trattata con ormoni. Risultato : nel 1998 il WTO ha accettato la tesi
americana, intimando all’UE di eliminare il bando entro il 13 maggio
1999. In seguito alla non eliminazione del bando, il 12 luglio 1999 ha
stabilito il valore delle sanzioni applicabili annualmente da USA (116,8
milioni di dollari) e Canada (11,3 milioni). Anche in questo caso, il
diritto dei consumatori ad avere cibi sani e sistemi di allevamento più
naturali sono stati ignorati.
GAMBERETTI E TARTARUGHE - Quattro Paesi asiatici citarono gli USA per
una loro legge che vietava l’importazione di gamberetti da Paesi
in cui i metodi di pesca comportavano anche l’uccisione delle tartarughe
di mare, specie in via di estinzione. Risultato : nel 1998 una giuria
in appello ha stabilito che gli USA hanno il diritto di proteggere le
tartarughe, ma in modo da non contravvenire alle regole del WTO, e che
perciò dovranno modificare la loro attuale normativa. La stessa
cosa è accaduta per una legge che metteva al bando le importazioni
di tonno catturato con metodi che uccidevano anche i delfini.
LE BANANE DEI CARAIBI - Gli USA accusano l’Unione Europea (UE) di
attuare un trattamento di favore per le banane provenienti dai cosiddetti
paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico). Tale comportamento costituiva un
atto discriminatorio rispetto alle compagnie americane produttrici di
banane in Centroamerica. Risultato : il 9 aprile 1999 la giuria ha stabilito
che la normativa UE è illegale ed ha quantificato in 191 milioni
di dollari le sanzioni applicabili dagli USA fino a che la normativa non
sarà modificata.
In questo modo, una normativa che dava lavoro a produttori molto più
piccoli delle varie Chiquita, Dole e Del Monte, contribuendo a stabilizzare
le economie e le democrazie di questi Paesi, è stata condannata
a cessare per permettere alle società citate di non avere alcun
ostacolo nel monopolio del mercato.
Accordi esistenti
TRIPS - Questo accordo stabilisce regole mondiali per patenti, copyright
e marchi registrati. L’industria farmaceutica sta facendo grosse
pressioni su questo punto per adottare le regole americane in materia,
che permettono un allungamento dei tempi che garantiscono il monopolio
dei diritti intellettuali. L’accordo TRIPS richiede ad alcune nazioni
- come l’India, il Brasile e l’Argentina - di abbandonare le
loro regole che sostengono la produzione farmaceutica nazionale. Le società
farmaceutiche sperano che le trattative permettano loro di erodere la
già debole fetta di mercato detenuta dai produttori dei Paesi meno
sviluppati.
SPS - L’accordo riguardante gli standard sanitari e fitosanitari
stabilisce le regole per la sicurezza alimentare umana, animale e vegetale
(contaminazioni batteriche, pesticidi, etichettature). Lo SPS stabilisce
il grado di sicurezza che un Paese può chiedere relativamente ai
prodotti importati. Lo SPS elimina il cosiddetto principio precauzionale,
applicando il metodo dell’impossibilità di bandire alcun prodotto
sospettato di nuocere alla salute in mancanza di dimostrazione scientifica.
In pratica, occorre dimostrare che una sostanza fa male, prima di poterla
vietare. Riguardo all’etichettatura dei cibi, il WTO riconosce il
Codex Alimentarius, un’agenzia che ospita al suo interno anche rappresentanti
di multinazionali, come arbitro degli standard di sicurezza alimentare.
Le regole dello SPS restringono il diritto di un Paese ad etichettare
i prodotti con informazioni che possono interessare il consumatore, come
il metodo di produzione o la presenza di organismi geneticamente manipolati.
L’intero SPS andrà rivisto, ma piuttosto che integrarlo con
ulteriori liberalizzazioni andrebbe modificato per fargli garantire il
rispetto della salute di persone, animali ed ambiente.
GATS - Col termine di servizi si intende tutto ciò che non rientra
nella produzione. Gli Stati Uniti chiedono la copertura del settore sanitario
e scolastico. Sono in lista anche il settore idrico, comprese le aziende
municipali. Spicca la richiesta di ulteriori liberalizzazioni nel settore
finanziario (potrebbe essere la cosiddetta porta di servizio per far approvare
parte del MAI non approvato all’OCSE) .
AGRICOLTURA - Anche questo accordo ha accelerato la concentrazione dell’agribusiness.
La tesi è che un Paese, piuttosto che divenire autosufficiente,
deve poter acquistare tutto sul mercato internazionale pagando con i proventi
delle sue esportazioni. Il problema è che i Paesi meno sviluppati
esportano per lo più materie prime i cui prezzi sono tendenzialmente
in calo. Nei primi quattro anni di applicazione, il prezzo dei prodotti
agricoli è sceso sempre più, mentre sono rimasti alti quelli
dei prodotti “lavorati”. Le regole vanno modificate per impedire
le concentrazioni che stanno portando a condizioni di monopolio. La Cargill,
ad esempio, controlla il 40% delle esportazioni di grano statunitense
e un terzo dei semi di soia.
Ed infine i lillipuziani
annodarono i loro fili…
A cura di Pasquale Pugliese
Centinaia di associazioni grandi e piccole, nazionali e locali hanno
annodato i loro fili e costituito la Rete di Lilliput per un’economia
di giustizia. Come i piccoli lillipuziani legando ciascuno un singolo
capello riuscirono a bloccare il gigante Gulliver, così gruppi
e cittadini impegnati nel variegato mondo della giustizia, della solidarietà,
dell’ecologia e della pace hanno provato a mettere in piedi una strategia
lillipuziana, una rete, con lo scopo di affrontare e bloccare da mille
versanti, ma in modo coordinato, il gigante mostruoso dell’economia
globalizzata e di rapina che costringe alla povertà ed alla morte
milioni di esseri umani in tutti i Sud del mondo.
L’idea, elaborata dagli attivisti americani Jeremy Brecher e Tim
Costello nel loro libro Contro il capitale globale. Strategie di resistenza
(vedi A.N. di Aprile ’98), è stata rilanciata in Italia -
su sollecitazione dell’infaticabile Alex Zanotelli - da Francuccio
Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo (vedi A.N. di Luglio-Agosto
‘99 e Settembre ’99) e fatta propria da un numero via via crescente
di realtà nazionali e locali, fino alla costituzione di Reti di
Lilliput in molte città, provincie e regioni. Anche il Movimento
Nonviolento, impegnato sul fronte della lotta alla violenza in tutte le
sue manifestazioni - diretta, strutturale e culturale – ha deliberato,
al Congresso di Pisa, di aderire alla Rete.
In questi mesi la Rete di Lilliput è cresciuta ed ha preso consapevolezza
della propria forza, svolgendo una prima mobilitazione in occasione del
Millennium Raund di Seattle e poi organizzando MOBILITEBIO la mobilitazione
contro Tebio, la Fiera delle biotecnologie di Genova, il 25 Maggio. Ha
sostenuto, inoltre, la campagne per la cancellazione del debito dei paesi
impoveriti e la proposta di legge per il controllo delle condizioni di
produzione (legge “Aquisti trasparenti”).
Il prossimo impegno della Rete di Lilliput – e forse il più
importante - è il primo Incontro nazionale che si terrà
nei giorni 6-7-8 Ottobre 2000, dove saranno elaborati i documenti di riferimento
per tutti i campi di azione e le regole di organizzazione e funzionamento
della Rete.
Manifesto della Rete di Lilliput
per un'economia di giustiziaIn un momento in cui sembrano valere solo
le leggi del mercato e del profitto mentre le istituzioni democratiche
stanno perdendo credibilità e potereNOI
associazioni, gruppi e cittadini impegnati nel volontariato, nel mondo
della cultura, nella cooperazione Nord/Sud, nel commercio e nella finanza
etica, nel sindacato, nei centri sociali, nella difesa dell'ambiente,
nel mondo religioso, nel campo della solidarietà, della pace e
della nonviolenza
diamo avvio alla Rete di Lilliput per unire in un’unica voce le nostre
molteplici forme di resistenza contro scelte economiche che concentrano
il potere nelle mani di pochi e che antepongono la logica del profitto
e del consumismo alla salvaguardia della vita, della dignità umana,
della salute e dell’ambiente.
Come i piccoli lillipuziani riuscirono a bloccare il gigante Gulliver,
legando ciascuno un singolo capello del predone, così noi cerchiamo
di fermare il tiranno economico conducendo ciascuno la nostra piccola
lotta in collegamento con gli altri. Per questo abbiamo costituito la
Rete di Lilliput:
per ampliare l'efficacia delle nostre singole opposizioni condividendo
esperienze, informazioni, collaborazioni e concordando mobilitazioni comuni.
La recente sconfitta dell'Accordo Multilaterale sugli investimenti, lo
stop che l'Organizzazione Mondiale del Commercio ha subito a Seattle,
la creazione di sempre più stretti contatti, collaborazioni ed
iniziative tra i movimenti che a livello mondiale si oppongono agli effetti
devastanti della globalizzazione dell'economia dimostrano che è
possibile bloccare la macchina
globale con i nostri granelli di sabbia.
Il nostro obiettivo a lungo termine è la costruzione di un mondo
dove ogni abitante della terra possa soddisfare i propri bisogni materiali,
sociali e spirituali nel rispetto dell'integrità dell'ambiente
e del diritto delle generazioni future ad ereditare una terra feconda,
bella e vivibile.
Nell'immediato ci opponiamo alle scelte economiche che attentano alla
democrazia, che portano a morte il pianeta e che condannano miliardi di
persone alla miseria.Le nostre strategie d'intervento sono di carattere
nonviolento e comprendono l'informazione e la denuncia per accrescere
la consapevolezza e indebolire i centri di potere, il consumo critico
e il boicottaggio per condizionare le imprese , la sperimentazione di
iniziative di economia alternativa e di stili di vita più sobri
per dimostrare che un'economia di giustizia è possibile.Ci impegniamo
a realizzare tutto questo in un rapporto di dialogo e di collaborazione
con tutti gli altri gruppi, reti e movimenti che in Italia e all'estero
si battono per gli stessi obiettivi. Siamo certi che mettendo in comune
idee, conoscenze, risorse e iniziative, potremo ostacolare il cammino
della
globalizzazione al servizio delle multinazionali per contrapporre una
globalizzazione al servizio degli esseri umani.Questa è la nostra
strategia lillipuziana, questo è il potere di cui ciascuno di noi
dispone. Esercitiamolo insieme per ottenere risultati concreti.
Finmeccanica, un’industria bellica
che si privatizza: quali conseguenze?
A cura di Paolo Macina
Come mai avviene la privatizzazione di Finmeccanica? Per quale motivo
un'azienda così strategica per gli interessi del paese, che negli
ultimi nove anni non è mai stata in attivo, chiede ad aziende dello
stesso comparto (i cosiddetti "partners industriali") ma anche
ai singoli cittadini di investire i propri soldi per acquistare un carrozzone
che fin dal caso degli elicotteri Agusta e delle armi all'Iraq ha prodotto
soprattutto scandali ed intrallazzi?
La riposta è molto semplice: lo Stato Italiano, finora padrone
pressoché assoluto di questa creatura, non poteva più garantire,
per motivi di bilancio e un po' anche per la protesta di partiti ed associazioni,
un flusso imponente di denaro necessario a produrre quelle ormai sofisticatissime
armi tecnologiche che avrebbero garantito all'azienda di avere ancora
commesse; in altre parole, di "stare sul mercato", e competere
così alla pari con i colossi americani, ma ora anche europei, del
settore.
L'operazione è presentata quindi dai mass-media come un modo per
sgravare le sempre esangui finanze dello Stato dall'obbligo di investire
energie e denaro in un settore controverso e, finora, appunto in perenne
deficit. Con i soldi rastrellati dalla privatizzazione (12 mila miliardi)
e con gli accordi industriali che si creeranno tramite scambi azionari,
il gruppo otterrà quelle risorse necessarie da destinare alla ricerca
e allo sviluppo del settore degli armamenti.
La prospettiva è affascinante, ma purtroppo si dimentica spesso
di sottolineare quello che è il nocciolo più importante
della questione, che comporterà un cambiamento direi epocale per
un paese come il nostro. Finora Finmeccanica aveva come unico obiettivo
quello di seguire la politica di difesa dello Stato Italiano, dotando
il suo esercito (e quello dei paesi considerati amici) dei mezzi per affrontare
eventuali guerre, sommosse, attacchi dei potenziali nemici.
Con la trasformazione in SpA e la successiva privatizzazione, l'obiettivo
unico di Finmeccanica sarà radicalmente diverso, e coinciderà
con quello di tutte le altre società quotate in borsa: quello di
massimizzare il profitto dei propri azionisti. E la differenza non è
da poco.
Le conseguenze di questo cambiamento di rotta avranno alcuni risvolti
grotteschi:
1)Avendo come obiettivo il profitto, le opportunità di vendita
dei prodotti saranno spinte all'eccesso, e accadrà ciò che
già accade negli stati in cui questo cambiamento si è già
verificato (Stati Uniti, Francia, Germania): sarà addirittura il
Governo ad assumersi il compito di propagandare la vendita dei nuovi armamenti
sfornati dall'azienda, per contribuire all'affermazione internazionale
di un "cavallo di razza" della scuderia italiana. La trasformazione
della Sace, compagnia assicurativa di Stato che garantisce l'export delle
nostre aziende, conforta questa tesi.
2)Per la stessa ragione, Finmeccanica si sentirà di invadere altri
settori industriali, magari più profittevoli, utilizzando quella
massa di capitali e quelle tecnologie che un'azienda di tali dimensioni
possiede. Il suo attuale amministratore delegato, Alberto Lina, ha già
quotato in borsa un'azienda di componenti elettronici, la St. Microelettronics;
ha dichiarato di voler concorrere nella gara per l'assegnazione dei cellulari
di nuova generazione, i cosiddetti Umts ("Ne parlano tutti, perché
non anche noi?", ha dichiarato durante la presentazione della privatizzazione
alla comunità finanziaria) e di voler utilizzare le risorse tecnologiche
interne all'azienda per sbarcare in internet. Ma in questo modo sarà
sempre più difficile, per chi non vorrà contribuire a finanziare
la produzione di armi, distinguere ciò che è legato all'industria
bellica e ciò che non lo è.
3)Se lo Stato non sarà più il monopolista (o quasi) della
difesa militare italiana, si può supporre che altri soggetti si
inseriranno nel mercato delle armi, e questo è un fenomeno solitamente
auspicato dai fautori del liberismo che vedono nella competizione uno
strumento per aumentare la qualità e l'offerta dei prodotti. Ma
questo comporterà inevitabilmente, nel nostro paese, una spinta
verso la costruzione di armi sempre più micidiali ed "intelligenti",
in grado di essere sempre più efficaci (non si richiede questo
quando si acquista un prodotto?), gettando le basi affinché l'Italia
diventi uno dei maggiori esportatori di morte.
4)Infine, troveremo innocui padri e madri di famiglia che faranno il tifo
perché il titolo sul quale hanno investito i loro risparmi sia
sempre più apprezzato o stacchi cedole sempre più redditizie,
dimenticandosi che tale risultato sarà direttamente legato alla
vendita di armi ed al loro conseguente utilizzo: chissà se riusciranno
a spiegare ai loro figli che il giocattolo o lo spider acquistato con
i proventi delle azioni è direttamente collegato ai bombardamenti
che si susseguono sempre più spesso nei telegiornali?
Il coraggio della disobbedienza
Con gli obiettori per cambiare la Turchia
A cura di Lorena Ferraro e Daniele Tramonti
Associazione Papa Giovanni XXIII
Il 14 maggio ad Istanbul si è svolta una manifestazione in occasione
della giornata mondiale per il riconoscimento del diritto all’obiezione
di coscienza. Questa iniziativa h stata organizzata dal gruppo antimilitarista
di obiettori di coscienza di Istanbul (IAMI), in collaborazione con il
Partito della Solidarietà e della Democrazia (ODP), fondato nel
1996 da un gruppo di intellettuali turchi. Questa forza politica si oppone
al processo di militarizzazione della società turca ed alla guerra
condotta dall’esercito in Kurdistan, pur non avendo mai appoggiato
la scelta della lotta armata operata in passato dal PKK. La manifestazione
è stata organizzata nel quartiere Besiktas di Istanbul, la sede
e gli orari di svolgimento sono stati imposti dalla polizia che ha pure
"partecipato" controllando tutti i presenti e perquisendo ciascuna
persona. Dietro imposizione delle autorità, l’incontro si
è svolto in una sala. La polizia ha a sua volta rinunciato a filmare
i partecipanti. Agli organizzatori è stato imposto di omettere
il termine obiezione di coscienza nelle locandine che annunciavano l’incontro,
al quale hanno partecipato oltre mille persone, in maggior parte giovani
che prendevano contatto per la prima volta con le tematiche del rifiuto
cosciente della violenza e della logica militare. A partire dalle 12.30
si sono avvicendati sul palco diversi oratori: Saruhan Uluc, vice presidente
dell'ODP, Sanar Yurdatapan, intellettuale molto noto vicino all'ODP, Ahmet
Insel, giornalista, Oguz Sonmez dello IAMI. Da tutti gli interventi è
emerso con chiarezza ed efficacia come la Turchia sia attualmente uno
stato militarista, all’interno del quale è estremamente difficile
creare spazi per il dibattito democratico e promuovere una riforma che
tuteli il diritto all'obiezione di coscienza e alla libertà di
opinione. I vertici militari hanno partita vinta nei confronti delle istituzioni,
del mondo religioso e delle istanze della società civile. Inoltre
una quantità enorme di risorse viene impiegata per condurre le
operazioni di guerra in Kurdistan e mantenere un apparato militare-industriale
tra i più estesi e pervasivi di tutto il Mediterraneo orientale.
Una macchina da guerra, con ambizioni di divenire un polo per la produzione
bellica destinata al Medio Oriente ed all’Asia ex sovietica, che
assorbe, come ha denunciato uno degli oratori, il 24% del Prodotto Interno
Lordo del paese, nonostante la crisi economica abbia raggiunto dimensioni
devastanti.
Tutti gli oratori hanno sostenuto che il cammino per il riconoscimento
del diritto all’obiezione di coscienza sarà lungo e difficile
e dovrà svolgersi in sintonia con le lotte per la democratizzazione
della società turca nel suo complesso. E’ seguito un dibattito
nel corso del quale molti giovani hanno sovente manifestato il loro interesse
per la possibilità di scegliere il rifiuto del servizio militare,
un’opzione che mai prima d’ora avevano conosciuto, in quanto
la cappa propagandistica del regime schiaccia qualsiasi visione alternativa
a quella ufficiale. Successivamente si è giunti al momento culminante
della manifestazione. Tre ragazzi chiamati alle armi, Ugur Yorulmaz, Timucin
Kizilay, Hasan Gimen, in piedi davanti al microfono, attorniati da giornalisti
e fotografi e circondati da un assoluto silenzio della platea, hanno letto
la loro dichiarazione di obiezione di coscienza e di disobbedienza al
governo turco, affermando di non aver nessuna intenzione di aderire alla
logica della violenza e tanto meno di volerla esercitare ai danni di altri
esseri umani. Le autodenunce, lette con viva emozione mista a timore,
sono state sottolineate da tre lunghissimi applausi e da tantissimi abbracci.
L’incontro si è chiuso con un concerto nel corso del quale
si sono esibiti artisti turchi, curdi ed armeni. La tensione è
salita quando i tre obiettori di coscienza hanno lasciato la sala, momento
nel quale avrebbero potuto essere immediatamente fermati ed arrestati
dalla polizia. Per fortuna non è accaduto nulla, forse grazie alla
presenza dei molti intervenuti, ma Ugur, Timucin e Hasan sono ben consapevoli
di ciò che li aspetta; in qualunque istante possono essere arrestati
ed imprigionati per un periodo la cui durata è stabilita arbitrariamente
dalle autorità. Questo regime di ricatto, con gravi ripercussioni
dal punto di vista sociale e personale, può durare per tutta la
vita. La manifestazione, nel corso della quale si è registrato
un diffuso interesse e molto entusiasmo per le tematiche e le proposte
avanzate dagli oratori, ha segnato l'inizio della prima campagna nonviolenta
di massa nella storia della Turchia, che ha come obiettivo il riconoscimento
del diritto all'obiezione di coscienza e la promozione della disobbedienza
civile.
Zitti, zitti, hanno avviato
il Nuovo Modello di Difesa
di Stefano Guffanti
La Legge finalizzata alla sospensione della leva obbligatoria ed alla
creazione di un esercito professionale, è stata recentemente approvato
dalla Camera dei Deputati, senza che nel paese vi fosse il benché
minimo dibattito politico.
A noi il tentativo di dare voce alla complessità all’argomento,
partendo da alcune domande.
Ha ancora senso l’obbligatorietà della leva?
Molte esperienze storiche (p.e. il Golpe in Cile o i tentativi di Golpe
in Italia) dimostrano che l’esercito di popolo non è di per
sé una garanzia democratica, soprattutto in un quadro come quello
italiano dove, a corpi di leva inefficienti, si affiancano corpi professionali
preparati alla guerra (l’esercito di professionisti è già
una realtà).
La qualità di vita nelle caserme e lo scarsissimo grado di preparazione
e di efficienza delle truppe di leva, ci mostrano che queste FFAA sono
indifendibili e rappresentano solo uno spreco di denaro pubblico. Inoltre
i modelli culturali ai quali vengono educati i giovani nelle caserme sono,
quanto di più distante ci possa essere dalla cultura della pace
e della solidarietà.
L’abolizione della leva in sé, quindi, potrebbe anche essere
vista come un risultato positivo, se non fosse che il problema “difesa”
rimane da risolvere e le risposte che questo governo si accinge a dare
ci preoccupano profondamente.
Quale struttura militare?
Abolire la leva non significa abolire le FFAA, anzi!
Il Nuovo Modello di Difesa, sostenuto da tutti i Governi succedutisi dal
90 in poi, mira ad aumentarne la potenza e la capacità di impiego
all’estero, in difesa non del territorio nazionale ma degli interessi
vitali (economici, mercantili, strategici) della nazione e delle alleanze
(NATO in primis) cui l’Italia aderisce.
Iraq, Somalia, Albania, Kosovo: negli ultimi 10 anni l’Italia ha
sviluppando un nuovo protagonismo militare nello scacchiere internazionale;
l’esercito di leva è inadeguato a questo scopo e, per partecipare
al controllo dei mercati, delle risorse e delle vie di comunicazione è
necessaria una struttura militare di rapido impiego ed efficiente; ecco
la vera ragione che spinge il nostro, come tanti altri paesi occidentali,
a riformare in senso professionale le proprie FFAA.
E’ chiaro che questo progetto è inaccettabile, sia perché
anticostituzionale (la guerra ritorna ad essere, anche per l’Italia,
strumento di risoluzione delle controversie internazionali), sia perché
configura una politica estera basata sulla ragione della forza, invece
che sulla cooperazione e su scambi equi e solidali.
Con la fine della Guerra Fredda si auspicava un progressivo ridimensionamento
dello strumento e delle spese militari, nonché dei compiti affidati
all’apparato bellico, da impiegarsi solo in ambiti di reale polizia
internazionale, sotto l’egida dell’ONU.
Quale futuro per il servizio civile?
Molte strutture di volontariato che, nel corso degli anni, hanno potuto
impiegare gli obiettori di coscienza per erogare servizi di pubblica utilità,
sono molto preoccupate dall’abolizione della leva obbligatoria perché
comporterebbe, di fatto, anche l’abolizione del servizio civile.
Invece di criticare la portata negativa del Nuovo Modello di Difesa, ampi
settori del volontariato si limitano a chiedere un servizio civile obbligatorio
e adeguatamente finanziato
Possiamo rinunciare a criticare il modello di difesa, in cambio di manodopera
gratuita?
E non convince neanche chi, per sostenere l’obbligatorietà
di un servizio civile (magari anche per le ragazze: pari opportunità),
sbandiera la valenza educativa di un servizio di solidarietà e
di cittadinanza.
Le leggi, se non applicate e se non dotate degli strumenti finanziari
per essere realizzate, per belle che possano essere sulla carta, sono
destinate a fallire nella maniera peggiore.
E’ quello che sta succedendo alla nuova legge sull’obiezione
di coscienza, per la quale non vi sono nemmeno i soldi per permettere
di immettere in servizio tutti gli obiettori in attesa.
Così, mentre da un lato si stanziano più di 32.000 miliardi
all’anno, per sviluppare le capacità di proiezione all’estero
delle nostre FFAA e garantire gli interessi forti (nazionali ed internazionali),
dall’altro si stanziano solo 171 miliardi per finanziare un servizio
civile che dovrebbe, ma non ci riesce, impiegare più di 100.000
giovani in un anno, a favore delle persone più deboli e dell’ambiente.
Il problema non è quello di sospendere la leva, bensì quello
di abolire le Forze Armate e liberare risorse economiche, umane, intellettive,
ambientali per avviare concrete politiche di solidarietà, pace
e cooperazione, miranti a prevenire i conflitti e ad affrontarli cercando
di ridurre il tasso di violenza in essi presenti.
Per tutti questi motivi non possiamo che esprimere la nostra piena contrarietà
alla scelta del Parlamento di “sospendere” la leva per creare
un esercito di professionisti.
Né possiamo tacere vedendo morire, giorno per giorno, l’esperienza
del servizio civile, nell’indifferenza governativa.
La difesa del paese è un problema che riguarda tutti, non solo
i giovani di leva.
ESTERI
A cura della Redazione
Bosnia
L’equilibrio politico-militare in Bosnia, dopo la firma degli accordi
di Dayton, continua ad essere delicato e complesso.
Formalmente la direzione dell’esercito della federazione croato-musulmana
è congiunta tra le due etnie ma, in realtà, si tratta di
due eserciti indipendenti, che sopravvivono grazie a finanziamenti esterni,
i cui destini sembrano diversificarsi notevolmente: da un lato i musulmani
godono di un notevole sostegno economico da parte dei paesi arabi; dall’altro
i croati di Bosnia temono un disimpegno della Croazia, dopo la vittoria
di Mesic alle elezioni. Oltre a ciò permangono seri dubbi sulla
effettiva riduzione della potenza serba. E’ in questo contesto che,
durante un viaggio a Sarajevo, alcuni volontari di pace del GAVCI di Bologna,
hanno incontrato Zoran, giovane bosniaco interessato a dichiararsi obiettore
di coscienza, per il quale è indispensabile cambiare approccio
al problema della leva e della guerra, avviando un serio dibattito sull’apertura
di una campagna a sostegno dell’obiezione di coscienza. Zoran racconta
che qualcosa si sta muovendo: sono state raccolte già 10.000 firme
a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare e, nelle scorse
settimane, a Zenica, si sono incontrati molti ragazzi tra i quali ve ne
erano 17 disposti a dichiararsi obiettori. Gli schieramenti politici hanno,
sull’argomento, posizioni assai diversificate: l’HDZ (estremisti
croati) ed il partito musulmano di Izetbegovic (ora al potere), hanno
velleità guerrafondaie e non sono favorevoli all’obiezione
di coscienza, mentre il partito Socialdemocratico (SDP), ha sempre dimostrato
un interessamento al problema, sostenendo iniziative a favore dell’obiezione.
In ottobre ci saranno le elezioni politiche ed una vittoria della SDP
potrebbe creare le premesse per ridimensionare le politiche militariste
di HDZ e musulmani, aprendo nuove opportunità per la scelta nonviolenta
tra i giovani. I pacifisti italiani possono giocare un ruolo importante
per sostenere la campagna a favore del riconoscimento giuridico dell’obiezione
di coscienza in Bosnia, fornendo, nei limiti del possibile, un supporto
tecnico, giuridico e logistico a chi, come Zoran (ha già ricevuto
due cartoline precetto) rischia in prima persona: secondo la normativa
attualmente vigente in Bosnia, chi obietta viene condannato al carcere
e, una volta scontata la pena, viene nuovamente richiamato per lo svolgimento
del servizio militare.
INFO: Luca Martelli, c/o ARCI, Via Pola, 10 – 28100 Novara. T + f:
0321.457215-457330.
E-mail:
Russia
Dmitri Neverovsky è un obiettore di coscienza russo che si è
rifiutato di combattere in Cecenia, chiedendo che gli venisse consentito
di svolgere un servizio civile alternativo al servizio militare, così
come garantito dalla Costituzione russa. Per questo suo gesto nonviolento
è stato condannato a due anni di carcere ma, dopo alcuni mesi di
detenzione, a seguito di numerose lettere di supporto al suo gesto e di
protesta per l’atteggiamento repressivo delle autorità russe,
è stato rilasciato, sebbene in pendenza di reato.
INFO: Amnesty International - Ufficio Stampa. E-mail:
Adam Berry, Centre for Peacemaking and Community Development, Moscow.
www.natm.ru/cpcd
Australia
Quella del 28 maggio a Sidney, secondo molti commentatori, è stata
la più grande manifestazione politica in Australia, dai tempi della
Guerra del Vietnam. La partecipazione di 250.000 persone sul Sidney Harbour
Bridge è stato il momento culminante di una serie di manifestazioni,
svoltesi in molte città australiane dal 27 maggio al 3 giugno,
organizzate per promuovere il processo di riconciliazione tra aborigeni
e australiani di discendenza europea e riconoscere e sanare le terribili
ferite inflitte agli abitanti originari dell’isola-continente a partire
dall’insediamento inglese del 1788. Il processo di riconciliazione
è stato avviato da tempo: nel 1967 la stragrande maggioranza degli
australiani sancì, con un referendum, l’abolizione delle discriminazioni
costituzionali verso gli aborigeni, ai quali era negato, fra l’altro,
anche il diritto di voto; nel 1992 l’Alta Corte sconfessò,
con un proprio decreto, il principio secondo cui l’Australia, al
momento dell’insediamento dei primi europei, fosse terra di nessuno;
nel 1997 vennero resi noti i risultati di una inchiesta sulla “stolen
generation”, ossia bambini aborigeni allontanati forzatamente dalle
proprie famiglie, per essere dati in adozione a famiglie bianche, in nome
della “assimilazione culturale”. Il rifiuto del Primo Ministro
John Howard, di pronunciare, a nome della nazione, scuse ufficiali per
questa politica, è fra i punti più controversi del difficile
processo di riconciliazione. Malgrado questo si deve sottolineare come
il processo di riconciliazione sia ancora lontano da una sua realizzazione
completa, in quanto i nativi sono una comunità fortemente svantaggiata;
basti pensare che l’aspettativa di vita non supera i 50 anni, 20
anni in meno di quella degli australiani di origine europea.
INFO: Council for Aboriginal Reconciliation, www.austlii.edu.au/au/orgs/car/,
www.apology.west.net.au/
ISLAM
A cura di Claudio Cardelli
Le Quartine di Omar Khayyàm
poeta persiano
Dopo il Mille i Turchi Selgiuchidi, convertiti alla fede musulmana, riunirono
sotto il proprio dominio per oltre un secolo l’Iràn, l’Iràq,
la Siria e parte della Turchia. Omar visse in questo periodo e fu al servizio
del sultano selgiuchide Malikshàh, il quale lo incaricò
nel 1073 di riformare con altri astronomi il calendario secondo esatti
calcoli (la riforma non fu portata a compimento per la morte del sultano
nel 1092).
Khayyàm, che significa “fabbricatore di tende”, era nato
nella città di Nishapur nel Khorasan (Persia nord-orientale), e
la sua tomba si trova tuttora presso quella città. Non si conosce
la data esatta della nascita, avvenuta verso la metà del secolo
XI d.C. ; la data di morte viene collocata dagli studiosi intorno al 1126.
Si dedicò prevalentemente all’attività di scienziato,
componendo vari trattatelli di filosofia naturale e di matematica, per
lo più inediti in Occidente. Sembra amasse recitare le Quartine
(Rubaiyyàt) , un genere della poesia persiana coltivato pure da
altri letterati, nella cerchia privata dei propri amici. Per secoli fu
conosciuto in Persia soprattutto come scienziato e filosofo.
La sua “scoperta” come poeta è merito della geniale,
seppur infedele, traduzione in versi inglesi di Edward Fitzgerald, che
uscì nel 1859 ed ebbe, dopo pochi anni, uno straordinario successo
presso il pubblico dei lettori anglofoni. Da allora Khayyàm gode
di notorietà mondiale, oscurando altri poeti che i Persiani apprezzano
maggiormente, come Hàfiz (autore di Odi molto raffinate e ammirate
anche da Goethe).
Le Quartine
Il poeta vi manifesta uno spirito anti-conformista, invitando ai piaceri
terreni, all’amore e a bere in abbondanza vino, che nei Paesi musulmani
è vietato. Khayyàm è consapevole della brevità
della vita e dell’incombere della morte ; ma non si fa sorprendere
dalla depressione, sa reagire e apprezzare ogni momento di gioia. Nel
linguaggio della filosofia occidentale, potremmo definire il suo atteggiamento
“scettico ed epicureo”. In italiano abbiamo la buona traduzione
dal persiano di Alessandro Bausani (Einaudi, rist. 1998), che ho usato
per questo articolo.
113
E’ giunta l’aurora : lèvati, o Amata piena di grazie,
Bevi dolcemente vino e accarezza le corde del liuto ;
Chè quelli che stanno nel mondo non vi rimarranno per molto
E quelli che sono andati, mai più torneranno.
64
Ah quanto tempo noi non saremo, e sarà il Mondo !
Non nome di noi rimarrà , non traccia veruna.
E prima già non fummo, e il Mondo non n’ebbe alcun danno,
E ancora poi non saremo, e tutto sarà come prima.
103
O cuore, fa’ conto d’avere tutte le cose del mondo,
Fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,
E tu su quell’erba verde fa’ conto d’esser rugiada
Gocciata colà nella notte, e al sorger dell’alba svanita.
273
Sii attivo al bene, e lascia andare i precetti,
E quel boccone che hai non rifiutarlo ai compagni,
non attentare alla vita, e alle ricchezze d’altrui.
Ti garantisco io il Cielo. Portate dunque del vino !
175
Aver un pane fresco di fior di frumento,
Due calici di vino e un coscio di pingue montone,
E un angolo di giardino con fanciulla dalla guancia di rosa :
E’ questo un piacere raro, che non è dato a un Sovrano.
43
Io nulla so, non so se Chi m’ha creato
M’ha fatto pel cielo o m’ha destinato all’Inferno.
Ma una coppa e una bella fanciulla e un liuto sul lembo del prato
Per me son monete sonanti : a te la cambiale del Cielo !
251
Noi siam burattini e il Cielo n’è il burattinaio
(Per vero questo lo dico, e non per allegoria).
Sulla scena dell’Essere giochiamo un piccolo gioco,
E ad uno ad uno poi ricadiam nella cassa del Nulla.
174
Fosse dipeso da me, non sarei venuto nel Mondo,
E se da me dipendesse l’andarmene, mai me ne andrei.
E meglio di tutto sarebbe se in questo diroccato Convento
Non fossi venuto, né andato, né stato, giammai.
238
Il Cielo che tutto contiene il nostro venire e l’andare,
Non ha né visibile fine, né manifesto principio.
E niuno mai disse il vero su questa difficil questione :
Da dove siamo venuti e dove n’andremo.
282
Puri venimmo dal Nulla, e ce ne andammo impuri.
Lieti entrammo nel Mondo, e ne partimmo tristi.
Ci accese un Fuoco nel cuore l’Acqua degli occhi :
La vita al Vento gettammo, e poi ci accolse la Terra.
92
Ogni mattina, quando il volto del tulipano gocciola di rugiada
E l’esile vita della viola sul prato si piega a un inchino,
Davvero m’allieta allora vedere il virgineo bocciòlo
Avvolgersi stretto nel manto colorato di rosa.
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Se rESTATE all’ombra
del grande schermo…
Nonostante alcune delle grandi major americane tentino quest’anno
di prolungare la stagione cinematografica anche al periodo estivo facendo
uscire in luglio film “blockbuster” di sicuro successo di pubblico,
ad uso e consumo degli imponenti “centri commerciali” del cinema
che stanno sorgendo come funghi un po’ in ogni parte della penisola,
noi, poveri nostalgici del cinema d’essai, possiamo dire che la suddetta
stagione è terminata. Si può quindi fare un bilancio ed
azzardare qualche valido suggerimento per i lettori di Azione nonviolenta,
adagiati, nel momento in cui leggeranno queste futili righe, su confortevoli
sdraio al riparo dal sole, intenti a godersi il meritato riposo delle
vacanze.
Se vi siete sciaguratamente persi i film che vi stiamo per elencare, non
lasciatevi andare ad inconsulti gesti di isterismo ma, dopo aver riflettuto
a lungo sui mille perché della vostra negligenza, recatevi in qualche
buona arena estiva (magari nei giorni di lunedì o martedì,
generalmente riservati, nel palinsesto delle rassegne, agli ormai pochi
appassionati del cinema di qualità) oppure, nella peggiore delle
ipotesi, noleggiate una pratica videocassetta.
Noi della cooperativa FuoriSchermo ci sentiamo quest’anno di “salvare”
i seguenti film:
Una storia vera (The Straight story), di David Lynch
per chi ancora non ha smesso di credere in una vita centrata sui rapporti
umani, avulsa dalle manie individualistiche e dai ritmi frenetici della
società contemporanea e imperniata sulla capacità di accogliere
in un unico respiro la forza dell’ascolto e la grandezza del perdono,
nella cornice di un cielo stellato di dantesca memoria
L’estate di Kikujiro, di Takeshi Kitano
per chi non conosce assolutamente nulla della tradizione iconografica
giapponese ed è fermamente convinto che lo sguardo dolce di un
bambino possa trasformare anche il peggiore dei gangster
Garage Olimpo, di Marco Bechis
per chi non ha ancora finito di indignarsi di fronte al pianto delle madri
di Plaza de Majo e, in generale, di fronte ai crimini contro l’umanità
perpetrati dal dopoguerra ad oggi in America latina, in un concorso di
responsabilità che parte dai vertici dei regimi dittatoriali e
arriva dritto alla CIA e, quindi, alla “nazione delle libertà”
per eccellenza: gli Stati Uniti d’America
La coppa, di T. Norbu
per chi non crede che anche la reincarnazione di un lama possa dirigere
un film, e per tutti quelli che pensano che “se c’è un
rimedio perché preoccuparsi? E se non c’è un rimedio,
perché preoccuparsi?”
Tutto su mia madre, di Pedro Almodovar
per tutti quelli che non l’hanno ancora visto (pochi!!), per chi
ha sempre creduto che gli oscar premiassero solo i film brutti (stavolta
si è sbagliato!), e per chi ama il melodramma e le donne, intese
come “universo femminile”.
Citiamo inoltre, senza dilungarci oltre, Ghost Dog di Jim Jarmush, Non
uno di meno di Zhang Yimou e Ricomincia da oggi di Bertrand Tavernier.
Una menzione speciale infine, per l’amico Silvio Soldini e il suo
piccolo capolavoro Pane e tulipani: per chi amava già da tempo
in un regime di semiclandestinità il cinema di questo regista milanese,
e per chi è testardamente convinto che anche in Italia si possano
fare degli ottimi film (e ci sono molti registi che già li fanno),
indipendentemente dai Vanzina o dai Pieraccioni di turno.
Già negli articoli dello scorso anno era passato un accenno a
iniziative musicali locali, promosse dai soggetti più svariati
(gruppi dell'area nonviolenta, parrocchie, radio private, studenti, musicisti
…) con caratterizzazioni in qualche modo nonviolente. Amici e lettori
ce ne hanno ricordate altre ancora lasciando aleggiare una domanda inquietante
ed entusiasmante allo stesso tempo: quante potranno essere e quante saranno
tuttora in attività ?
Intuitivamente la risposta può far ipotizzare numeri davvero interessanti
(diverse centinaia in giro per l'Italia ?!) e invita ad approfondire una
ricerca molto stimolante, anche se impegnativa. La buttiamo lì
come idea per qualche tesi di laurea o per qualche studio che, prima o
poi, qualcuno potrà avviare, riempiendo magari qualche libro (o
qualche prodotto multimediale…) che arricchirà sicuramente
sia chi lavora in questo senso, sia chi potrà apprezzarne i risultati!
Anche se Guccini (ma non solo lui: le citazioni sarebbero interminabili!)
ha detto che "a canzoni non si fan rivoluzioni", ci occupiamo
di qualcuno che vuol dimostrare il contrario, con grande originalità:
il Grande Coro Insieme di Brescia.
Nato nel 1995, si autodefinisce "voce di chi non ha voce" e
gira la provincia con una cinquantina di concerti all'anno. In spettacoli
di festa-denuncia, si canta la pace, la nonviolenza, la solidarietà
e la condivisione con un repertorio vastissimo che va dai gospel alla
musica sacra, da Bach e Haendel alle canzoni popolari italiane e straniere.
Appuntamenti ormai consolidati: il 30 gennaio per ricordare "nostro
fratello Gandhi" e il 4 novembre contro tutte le guerre, soprattutto
quelle che sono in corso…
Teatro privilegiato per esibirsi sono le situazioni di sofferenza e di
conflitto, proprio per modificare l'atmosfera di certi angoli della città
e della provincia, per superare l'indifferenza che spesso diventa tacito
consenso: le strade della prostituzione, i quartieri della città
che vedono le presenze più pesanti di emarginazione, droga, delinquenza.
Per una sera vengono sconvolti quei precari equilibri e si liberano certe
strade dal traffico di auto con clienti e protettori, si dimostra che
luoghi come la Stazione ferroviaria potrebbero essere belli e vivibili
(non sedi di malaffare, ma crocevia di idee, culture, etnie), si invitano
le persone in posti non sempre vissuti ed attraversati da chiunque con
tranquillità.
Il Grande Coro Insieme, fra coristi e strumentisti (oltre alla chitarre
anche tastiere, fiati, percussioni…) è composto da 200 persone
di tutte le età, dirette con grande passione ed efficacia da Betty
Pasotti; fra queste non a caso ne troviamo tantissime attive nei gruppi
pacifisti, nei Bilanci di Giustizia, nelle botteghe del commercio equo
e solidale, nelle associazioni del volontariato.
L'ideatore e principale animatore, don Mario Neva, parroco, filosofo,
appassionato della bicicletta, dello scoutismo e di tutte le arti, ha
pensato una realtà che "canta al Dio vivente la lode, grida
per la fame e la sete di giustizia, cerca la bellezza originaria nascosta
in ogni cosa".
Tante persone anche tanto diverse fra loro che cantano e suonano per questi
motivi in situazioni spesso difficili, sono già l'avvio di una
rivoluzione nonviolenta che, secondo don Mario, comincerà veramente
quando il Grande Coro Insieme raggiungerà i 500 componenti…
Ci auguriamo (e lo auguriamo alla nonviolenza!) che l'obiettivo venga
raggiunto al più presto!
Per ulteriori informazioni:
www.grandecoro.freeweb.org
LETTERE
Leopardi (Giacomo) e altri animali
“Cento anni fa si estinguevano due specie viventi all’anno,
oggi queste si estinguono al ritmo di tre all’ora”. Così
ha esordito il prof. Gino Ditadi, storico e saggista, in una conferenza
organizzata a Bassano del Grappa dalla Lega Anti Vivisezione, il quale
ha spiegato al pubblico presente il suo lavoro critico sull’opera
giovanile e poco nota di Giacomo Leopardi: Dissertazione sull’anima
delle bestie e altri scritti selvaggi (vedi il testo critico – a
cura di Gino Ditadi – Ediz. Isonomia, Este (Pd), 1999, tel./fax 0429/55783).
E’ stata tracciata una figura nuova ed eccezionale del Leopardi e,
per quanto ci riguarda, rivoluzionaria: non solo poeta, come si crede
normalmente, ma anche filosofo precursore.
Leopardi si è qualificato filosofo impegnato già da giovane,
avendo studiati testi sulle idee di Cartesio (Descartes), che venivano
stampati soltanto a Bassano, la nostra città, e a Padova; in misura
minore a Venezia.
Il poeta fu grande combattente per ideali quali il rispetto per tutte
le genti, la compassione per gli animali e contro l’antropocentrismo
divoratore. Temi che stanno assumendo ora grande valore!
“...Se la natura è senza scopo, la poesia può operare
una crepa nelle necessità umane ed ingentilire la vita. La compassione
è l’aurora della conoscenza. Perciò l’uomo può
allargare l’etica anche agli animali, almeno a quelli che gli sono
più prossimi.”
Si tratta di un’opera giovanile, che contribuì all’ascesa
mondiale del poeta, ma che fu repressa in tutta l’Europa cattolica,
dalle autorità ecclesiastiche di quel tempo e non solo allora.
Recentemente quest’opera è stata riscoperta da ricercatori
della verità come il professor Ditadi, al quale va tutta la nostra
stima. Noi crediamo necessario rilanciare questa novità su Giacomo
Leopardi, ma più in alto di una semplice conferenza, per dare tutto
il dovuto a questo grande ed amato poeta; per trarre finalmente insegnamento
dal suo animalismo e dalla sua opposizione strenua all’antropocentrismo.
Speriamo quindi nelle fiducia e nel sostegno di persone illuminate che
si sentono coinvolte in questa novità e per un’eventuale creazione
di una fondazione di “rinnovati studi leopardiani”.
Bassiano Moro
Bassano del Grappa VI
Un indulto per dare dignità al carcere
Siamo i detenuti del carcere di Voghera e anche noi, come quelli della
stragrande maggioranza delle carceri dell’Italico Stivale, entriamo
in agitazione permanente. Abbiamo assistito, in questi ultimi anni, al
deteriorarsi della situazione carceraria. Considerato che i tempi delle
rivolte e della reale emergenza delle carceri sono stati superati da anni,
pare chiaro che la situazione incrudelitasi negli ultimi tempi non possa
far ricadere la colpa sui detenuti. I mass - media hanno riempito le cronache
di “scarcerazioni facili”, abbiamo assistito e subìto
in anni di carcerazione fatti di identica e anche, per quanto possa sembrare
assurdo, di superiore gravità di quelli accaduti a Sassari, ma
gli organi d’informazione, ben orchestrati da politicanti e dalle
Magistrature, sono riusciti a trasformare le vittime in carnefici, facilitati
anche dal fatto che noi non possiamo andare in piazza a solidarizzare,
come hanno fatto gli agenti di custodia in mezza Italia, tralasciando
completamente le problematiche inerenti la detenzione, ben sapendo che
in Italia, da un po’ di tempo, le carceri sono una polveriera, ed
ignorando le decine di richiami ai diritti umani lanciati puntualmente
dalla Comunità Europea. Ci limitiamo a fare nostra la “Piattaforma
rivendicativa di Rebibbia”, perché le richieste poste riguardano
la totalità dei detenuti e la loro voglia di cambiamento e di libertà.
Nello stesso tempo facciamo nostro l’appello della società
civile e della Chiesa di Roma per un indulto generalizzato che permetterebbe
uno sfollamento delle carceri, il che consentirebbe di poter vivere più
decentemente ai tanti che comunque vi rimarrebbero, e dare inizio ad un
“pensare positivo” da parte di tutte quelle strutture che con
il carcere si relazionano.
Chiediamo inoltre che il carcere smetta di essere un “non - luogo”,
per assumere la dignità di un posto in cui chi deve scontare una
pena lo possa fare serenamente, anche per aver modo di formarsi una coscienza
critica. Per far questo, tuttavia, è necessaria la massima trasparenza,
per ovviare a fatti incresciosi che è superfluo sottolineare, facendo
del carcere un luogo dove non convergano e si nascondano solo malumore
e disperazione : tanti di noi hanno indiscutibilmente sbagliato, ma non
per questo dobbiamo essere considerati la “pattumiera” del mondo
e del vivere sociale, ma una risorsa di relazioni di cultura e di cambiamento
che ognuno di noi ha e vuole avere, possibilmente in stretto contatto
con le realtà territoriali, perché il carcere, come “comunità
sociale”, è parte integrante dei flussi trasformativi dell’intera
società. Aprire il carcere all’esterno è un atto di
consapevole coraggio per chi desidera realmente che questi “non -
luoghi” evitino di essere un centro di segregazione e abulia.
Facciamo appello ai politici nazionali e regionali, alle donne e uomini
di cultura, dello spettacolo, dell’associazionismo, alla società
civile: abbiamo bisogno di voi per sperare di realizzare un sogno.
Carmelo Musumeci
per i detenuti del carcere di
Voghera PV
Polizia internazionale
e sogni nostrani…
Lettera aperta ad Enrico Peyretti, Angelo Cavagna, Luciano Benini e gli
altri amici credenti dell’area pacifista
Gentili Amici,
conosco ed ammiro il vostro impegno al servizio di Cristo e della pace,
e proprio per questo mi permetto di esprimere la mia perplessità,
anzi preoccupazione, per le proposte che da un po’ di tempo vengono
da voi avanzate per la costituzione di una “polizia” internazionale
che mantenga la pace o fermi le guerre.
Tale proposta mi sembra segua ancora quell’ottica del “mondo”
da cui ci si deve liberare, e con tanto sforzo, per entrare nell’ottica
del Regno. Infatti in questo modo si tratterebbe ancora di lottare contro
la violenza per mezzo della forza, mentre la nonviolenza evangelica, a
cui si sono ispirati Tolstoj, Gandhi, Capitini, ecc. insegna a vincere
la violenza per mezzo della verità e dell’amore.
Si tratta insomma di due metodi opposti !
In secondo luogo, anche da un punto di vista puramente pratico, occorre
capire che la polizia raggiunge (in parte) lo scopo di mantenere l’ordine
all’interno di uno Stato, perché lei è armata mentre
i cittadini sono disarmati; nel caso di guerra fra Stati, tuttavia, si
troverebbe di fronte ad eserciti ben armati. Come fermarli, se non con
un massacro ? E poi come sarebbero motivati i poliziotti internazionali,
che devono rischiare la vita? da un ideale? quale? da un forte stipendio?
Si sono visti i fallimenti dei Caschi Blu, poco motivati. In USA è
stata persino avanzata la proposta di mandare mercenari (sic) per fermare
le guerre in Africa. Oppure verranno mandati solo aerei che bombardano
indiscriminatamente dall’alto, senza rischiare la vita dei piloti
?
E ancora, se i prevaricatori saranno Stati forti come gli USA, o la Russia
(vedi Cecenia), o la Cina (vedi il Tibet), quale polizia li fermerà
?
(Altra cosa sono naturalmente le forze di pace che intervengano in situazioni
difficili con trattative diplomatiche, persuasione, soccorsi, ecc.).
Bisogna, credo, cercare altre vie, più coerenti, più radicali.
Per eliminare le guerre, bisogna eliminarne le cause. Queste sono oggi,
fra i popoli poveri, rappresentate principalmente dalle frustrazioni -
il narcisismo frustrato, direbbe Fromm - per cui essi, sentendosi disprezzati
e inferiori nei confronti dell’Occidente, cercano di recuperare l’autostima
opprimendo a loro volta il vicino povero o più povero, e perciò
imitandoci in modo nefasto, oltre ad essere poi soggetti alle seduzioni
dei mercanti d’armi interessati a vendergliele.
Cari fratelli, è per una presa di coscienza collettiva che si deve
lavorare, non per la creazione di una polizia collettiva! E sarebbe davvero
un peccato se voi impiegaste le vostre forze per un progetto destinato
a rivelarsi fallimentare, anziché in altri veramente utili. Le
nostre forze infatti sono poche e non possiamo sprecarle.
Gloria Gazzeri
Roma
Vorrei arruolarmi
nel Corpo di Pace
Caro Direttore di Azione Nonviolenta,
ho letto con molto interesse l’articolo a cura di Ken Butigan, dal
titolo I corpi civili di pace sono una possibile risposta alla guerra,
pubblicato sul numero di aprile della Sua rivista.
E’ un argomento che mi interessa molto: credo in una rivoluzione
(conversione) dal basso e credo che i potenti della Terra si possano convincere
di una risoluzione nonviolenta della guerra solo se le associazioni pacifiste
di volontariato riescono a creare un corpo civile in grado di prevenire
i conflitti armati.
Io mi sono avvicinato alla nonviolenza grazie ai testi di Gandhi e l’ho
consolidata in me con i pensieri di Tolstoj, Lanza Del Vasto, Simone Weil,
Aldo Capitini, Giuliano Pontara, Lorenzo Milani.
Ho messo in pratica la nonviolenza con la scelta dell’obiezione di
coscienza al servizio militare e tuttora porto avanti la mia scelta nonviolenta
nella realtà dell’Associazione Papa Giovanni XXIII con un’opera
di servizio, pur non facendo parte della comunità.
Ho preso parte ai campi di condivisione promossi dall’Operazione
Colomba in Croazia ed in Kossovo, vere e proprie presenze nonviolente
in luoghi di conflitto. Ho partecipato alla marcia per la pace a Pristina.
L’Associazione Papa Giovanni XXIII e l’Operazione Colomba promuovono
già esse stesse un corpo civile di pace. In ogni caso, alla luce
dell’articolo di Ken Butigan - la cui visione mi interessa molto
- vi sarei grato se consideraste il mio interessamento alla creazione
di un corpo civile di pace e se comunicaste il mio nominativo a chiunque
possa essere utile.
La ringrazio per la cortesia e la disponibilità.
Mauro Marchetti
Saludecio RN
SEGNALIAMO
A cura di Silvia Nejrotti
Verso la Biennale della NonviolenzaUn cartello di realtà pacifiste
e di volontariato, "Stop war", sta preparando per l'anno 2001
in Sicilia la prima Biennale della Nonviolenza, rassegna internazionale
di eventi sui temi della guerra, come forma involuta del conflitto, e
soprattutto della nonviolenza, come opzione feconda di pace.
E' importante che la manifestazione assuma il nome della nonviolenza,
e non di un generico pacifismo. Tutti dicono di volere la pace, anche
chi la vuole attraverso la guerra, vanamente. La nonviolenza è
più che pacifismo perché cerca la pace coi mezzi coerenti,
omogenei alla pace, e perché non contrasta solo la guerra, ma anche
tutte le altre forme di violenza, a volte più insinuanti e dure
della stessa guerra.
Le manifestazioni delle biennale lasceranno una eredità permanente
nel progettato Museo per la Pace di Paternò, presso Catania. Ci
sono nel mondo vari musei sulla guerra e la shoah, ma, come ha detto Peter
van den Dungen, responsabile della International Network of Peace Museums,
recatosi appositamente in Sicilia: «Questo genere di musei può
provocare nei visitatori oltre che orrore, dolore e sgomento, anche un
senso di rassegnazione, di impossibilità di reagire a tanto male.
Invece, il Museo per la Pace deve mostrare il potere della nonviolenza
e le sue esperienze di lotta, presentare le istituzioni per la pace. Adesso
dobbiamo creare figure di costruttori di pace, rendere visibile la pace,
creare professionisti delle azioni veramente di pace». E’ significativo
che il Museo avrà sede in un appartamento confiscato alla mafia.
Chiunque - singolo, associazione, comitato, gruppo, chiesa, scuola, ente
locale, cooperativa, impresa sociale, movimento artistico, giornale...
- sia interessato a saperne di più, o a svolgere una parte nel
progettare, realizzare, sostenere la Biennale della Nonviolenza, può
rivolgersi a “Stop War” (
; tel-fax 095-316.339
a Catania; 091-32.28.68 a Palermo; c/c 100170 Banca Popolare Etica (Abi
5018 - Cab 12100).
Turismo Responsabile
Trentadue pagine dedicate al turismo responsabile, ricche di foto e proposte
per chi vuole uscire dai riti e miti del turismo tradizionale. E' l'inserto
dell'ultimo numero di Volontari per lo sviluppo, rivista bimestrale edita
da un gruppo di organizzazioni non governative che si occupa dei temi
della cooperazione e del volontariato internazionale (ma anche delle economie
alternative e di tutte le questioni che riguardano i paesi in via di sviluppo).
Quindici viaggi - dal Brasile al Tibet, dal Costa Rica all'Albania, dal
Guatemala all'Africa subsaheliana - cercano, compatibilmente con il tempo
a disposizione, di fornire al turista qualche strumento in più
per la comprensione dei paesi e delle popolazioni che vivono tuttora ai
margini del 'villaggio globale'.
INFO: Volontari per lo Sviluppo, T. 011/8993823, F. 011/8994700 E-mail:
Web site: www. arpnet.it/cisv
Democrazia e responsabilità
Marco Mari, Democrazia e responsabilità - Maritain, Mounier, Bonhoeffer,
Capitini e Verri, Armando Editore, Roma, 1999, pp. 111, £ 20.000
Accompagniamo la segnalazione di questo con le parole dell'Autore: "Democrazia
può voler dire tutto e nulla. Carica di significati diversi a seconda
degli ambiti in cui è invocata, oggi la democrazia pare essere
la meta di ogni speculazione politica, sia che si parta da destra, da
sinistra o dal centro, anche se poi a ben vedere, ognuno la intende a
modo suo. Riflettere sul significato profondo di questo termine può
essere dunque un modo per fare chiarezza e riappropriarsene, per acquisire
consapevolezza verso cosa tendere. Ma la democrazia non è frutto
del caso, essa nasce da un impegno preciso, da una consapevolezza politica
che è anche assunzione di responsabilità, responsabilità
difficili che a volte (…) chiamano ad azioni fuori dalle logiche
comuni, per una coerenza talmente profonda da poter apparire ai più
come incoerenza".
La Biologia Sociale
Carmelo R. Viola, A proposito del Kosovo: come i barbari di Nagasaki
vogliono "feudalizzare il mondo", tomo 1 e 2, Quaderno n. 17,
Centro Studi Biologia Sociale, Acireale/CT, febbraio 2000
L' A. propone una lettura della guerra Nato-Serbia come 'esempio paradigmatico'
per analizzare, da un punto di vista socio-biologico, lo 'stato attuale
della civiltà' e per mettere in luce il 'piano di feudalizzazione
mondiale perseguito dagli USA come epilogo fisiologico della gara a chi
diventa più forte'.
Numerose sono le pubblicazioni del Centro Studi Biologia Sociale - 'centro
che promuove lo studio e l'approfondimento critico della Biologia Sociale,
scienza interdisciplinare fondata da Carmelo R. Viola', recita l'opuscolo
introduttivo - , è possibile richiedere il catalogo dei titoli,
ordinare i quaderni e informarsi sulle attività del Centro, rivolgendosi
al seguente indirizzo:
Centro Studi Biologia Sociale, C.P. 65 - 95024 Acireale (CT), email:
http//members.tripod.com/~biosociologo/home.htm
A Natasa Kandic e Vjosa Dobruna
il Premio Langer 2000
A cura di Helmuth Moroder
Il Comitato Scientifico e di Garanzia della Fondazione, composto da Renzo
Imbeni (presidente), Bologna, deputato europeo, vice-presidente del P.E.;
Gianni Tamino (vice), Padova, biologo, docente universitario; Ursula Apitzsch,
Frankfurt, docente e ricercatrice universitaria; Anna Bravo, Torino, storica,
docente universitaria; Elis Deghenghi Olujiæ, Pula/Pola critica
letteraria, docente universitaria; Sonia Filippazzi, Roma, giornalista,
Segretariato ONU contro la desertificazione; Pinuccia Montanari, Reggio
Emilia, giornalista, bibliotecaria università; Margit Pieber, Wien,
insegnante, giornalista; Alessandra Zendron, Bolzano, giornalista, consigliere
Regione Trentino-Südtirol, ha deciso di assegnare il premio 2000
a Natasa Kandic e Vjosa Dobruna, due donne di Belgrado e Pristina. Una
menzione speciale verrà conferita al deputato russo Sergei Kovaljev
per il suo impegno per la difesa dei diritti umani in Cecenia.
In precedenza i premi erano andati nel 1997 a Khalida Messaoudi (Algeria),
nel 1998 a Jolande Mukagasana e Jacqueline Mukansonera (Rwanda), nel 1999
a Ding Zilin e Jang Peikun (Cina).
Con questo premio la Fondazione vuole ricordare Alexander Langer, il parlamentare
europeo che ha deciso di morire il 5 luglio 1995 e incoraggiare persone
che si battano per la convivenza tra i popoli, per la difesa di diritti
universali e la tutela della natura. Il premio è dotato di una
somma di 20.000.000 di lire.
Natasa Kandic (1946), laureata in Sociologia nel 1972 presso l’Università
di Belgrado, entra a far parte di quel gruppo di intellettuali che, già
a partire dal 1990, si oppone attivamente alla linea politica repressiva
delle autorità serbe nei confronti delle minoranze democratiche
e si impegna per difesa dei diritti umani e per la difesa delle vittime
di soprusi perpetrati nel nome della superiorità etnica o nazionale
E´ nel 1992 che fonda lo Humanitarian Law Center a Belgrado, di
cui è attualmente il Direttore Esecutivo. Inizia a recarsi con
regolarità anche in Kosova/o, dove oltre a raccogliere una documentazione
sul campo, fornisce assistenza legale, ed altre forme di solidarietà.
Nel 1996 apre un ufficio dello HLC anche a Pristina. Continua la sua attività
nonostante le minacce e le limitazioni imposte dal regime di Belgrado,
non fermandosi nemmeno dopo lo scoppio della guerra. Natasa Kandic, nel
pieno dei bombardamenti NATO, si reca più volte in taxi a Pristina,
per rendersi conto direttamente della situazione, rischiando la vita per
portare in salvo qualche kosovaro. Fa sentire spesso la sua voce attraverso
la stampa internazionale e grazie al lavoro d’inchiesta portato avanti
con gli uffici dell´HLC, ha potuto offrire un prezioso contributo
alla creazione del tribunale dell´Aja e alle sue prime sentenze
di condanna. Di recente ha ricevuto insieme a Veton Surroi, direttore
del quotidiano di Pristina Koha Ditore, il premio per la democrazia dal
"National Endowment for Democracy" a Washington.
Vjosa Dobruna. (1955) pediatra di Pristina, partecipa dagli anni ’90
alla resistenza non violenta ed alla disobbedienza civile sostenuta dal
popolo kosovaro, contro la politica discriminatoria del regime di Milosevic.
Perso il lavoro nel '92, come tutti i medici e i professori di lingua
albanese, decide di dedicare la vita all’impegno a fianco delle donne
e dei bambini kosovari. Ed è così che, grazie alla collaborazione
di associazioni di donne di Bologna, dà vita a Pristina ad un “Centro
per le donne e i bambini”, che si impegna in particolare nel campo
della salute e dell’istruzione. All’esplodere della guerra,
nel marzo scorso, Vjosa Dobruna decide di trasformare il Centro, dotato
di qualche attrezzatura, in un ospedale di fortuna. Viene improvvisamente
catturata in punta di mitra, caricata a forza su un treno e condotta fino
a Tetovo, in Macedonia. Nemmeno qui, nel campo profughi, si perde d´animo
e riesce a continuare il suo lavoro con le donne e con i bambini, impegnandosi
a mettere in piedi un Centro simile a quello di Pristina. Rientrata con
i primi convogli di profughi alla fine della guerra, Vjosa Dobruna si
impegna nella ricostruzione delle cose e delle relazioni tra le persone.
Vuole che il Kosova/o vinca questa decisiva sfida e possa diventare veramente
un paese per tutti quelli che vogliono viverci nel rispetto reciproco.
Ha ricevuto di recente un incarico ONU volto proprio a favorire e promuovere
il processo di riconciliazione nel suo paese.