Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Di fronte allo sconsolante paesaggio politico di
oggi la domanda nasce spontanea: ma dove e quando abbiamo sbagliato? dove sono
state poste le radici di questo paese che ogni giorno delude i suoi cittadini
onesti? Credo che la domanda sia legittima perché, se non si conoscono le cause
di una malattia, è ben più difficile curarla. La risposta è del resto facile:
basta prendere in mano un libro di storia. Il nostro Paese non è mai stato
unitario, né indipendente, nei secoli, ma frammentato in stati e staterelli che
regolarmente si facevano la guerra tra di loro e governati da classi di un
feudalesimo crudele e spietato che provocava la miseria più nera. Poi vi è stato
quel movimento che fu chiamato ottimisticamente "Risorgimento", movimento di
élite del tutto estraneo alle masse popolari - ancora analfabete e disperate - e
che nacque come segno di speranza ottimistica sull'ondata degli ideali della
rivoluzione francese. Di questo movimento si impossessò la monarchia sabauda che
riuscì ad "unificare", dalle Alpi alla Sicilia, in una uniformità savoiarda che
aggravò di fatto le condizioni economiche dei poveri e che precipitò poi
nell'abisso delle guerre coloniali di fine secolo, di quelle dell'inizio del
secolo, e poi nelle due guerre mondiali tenacemente preparate dalle classi
possidenti come sicuro e definitivo mezzo per tenere a bada il grido che la
miseria e lo sfruttamento alzavano dalle campagne e dalle fabbriche (compensi da
fame, malattie spaventose, vita media sui 40 anni). La reggia, tenuta in piedi
dalla "cleptocrazia", e cioè da quel numero determinato di famiglie che si sono
appropriate della ricchezza del Paese, è un circo equestre che fa sorridere gli
stranieri che, dall'America settentrionale, all'Inghilterra, alla Francia, la
loro rivoluzione sul serio l'avevano fatta. Il capitalismo è da due secoli
una piaga dell'umanità e addirittura negli ultimi decenni ne è diventato il
carnefice, attraverso l'ideologia della destra economi ca e cioè il neo
liberalismo, la globalizzazione della economia, la concentrazione in numero
sempre minore di mani di sistemi informativi planetari ed infine il monopolio
mondiale della forza nell'unica superpotenza superstite. Dico anch'io a me
stesso che è inutile piangere ma le origini sono quelle sopra dette, seguite
dalle conseguenze che mi pare giusto avere riassuntivamente tratte, in parte la
responsabilità è anche nostra, anche di quelli che volevano essere gli uomini
nuovi; abbiamo lasciato che il blocco degli interessi conservatori reazionari si
ricostruisse dopo la folle paura provata con la Resistenza, abbiamo lasciato che
i nostri ragazzi fossero sua mercé nelle scuole e nell'esercito, non abbiamo
saputo portare avanti ideali di nonviolenza e di pace, di educazione civica e di
solidarietà che sono gli unici, davvero gli unici, che possono ancora dire una
parola in questo mondo dove, non solo si cementificano i boschi, ma sono ormai
cementificati gli spiriti. Tutti gli spazi morali da noi colpevolmente (per la
nostra inerzia, per non essersi attivati) lasciati liberi sono stati occupati
dalla mala società che va dal craxismo alla mafia, dalla sfrenata speculazione
economica, alla piaga della violenza, preaticamente incontrastata che regna nel
Paese. So bene che gli appelli che sembrano cadere dall'alto e dal pulpito
sembrano - e forse sono anche - inutili perché inascoltati. Ma anche se fossero
voci del deserto, l'importante è che, sommate tutte assieme, diventino un coro
di volontà il più possibile unanime che giunge alle orecchie di chi può. La
marcia è lunga, la storia della civiltà, anche se oggi è oscurata, non può
finire domani mattina.
Pace negativa, pace positiva cresce la ricerca scientifica
di Enrico Peyretti e Nanni Salio
Questi sono appunti orientativi per
tracciare un quadro, ovviamente integrabile, della ricerca per la pace in
Italia, con un breve riferimento previo al livello internazionale. Si vuole
indicare la ricerca scientifica originale, ma si aggiungono anche cenni ad
attività di divulgazione e rielaborazione, che contribuiscono alla cultura di
pace.
1 - INTERNAZIONALE Tre sono le principali scuole di pensiero
sull'idea di pace: pace negativa, pace positiva, nonviolenza (cfr G. Salio, Le
guerre del Golfo e le ragioni della nonviolenza, Ed. Gruppo Abele, Torino 1991,
pp. 14-15). Esistono istituti che studiano le condizioni della pace negativa
(armamenti e disarmo; tensioni e strategie), il più famoso dei quali è il SIPRI
di Stoccolma {cfr Si-pri Yearbook. Armaments, Disarmament and International
Security, Stockholm International Peace Research Institute, Oxford University
Press 1996). Da segnalare anche il Bonn International for Conversion,
Elisabethkirche 25, D-53113 Bonn, Germania (cfr Conversion Survery 1996, Global
Disarmament Demilitariza-tion and Demobilitation, Oxford University Press
1996). Sulla pace positiva (assenza di guerra ma anche di violenza
strutturale) ci sono nelle Università di gran parte del mondo centinaia di corsi
di "peace studies" e relativi dottorati. Si ha un'idea degli ambiti di studio
scorrendo le denominazioni delle commissioni dell' IPRA (International Peace
Research Association), che riunisce gli istituti nazionali di ricerca per la
pace: 1) Comunicazioni; 2) Soluzione dei conflitti e costruzione della pace; 3)
Europa dell'Est; 4) Sicurezza ecologica; 5) Economia politica globale; 6)
Diritti umani internazionali; 7) Conflitti interni; 8) Nonviolenza; 9)
Educazione alla pace; 10) Storia della pace; 11) Teorie della pace; 12) La pace
nella letteratura; 13) Movimenti per la pace; 14) Rifugiati; 15) Religioni e
pace; 16) Sicurezza e disarmo; 17) Donne e pace; (Newsletter IPRA, september
1996). Così pure, Johan Galtung, probabilmente oggi nel mondo il principale
peace resear-cher, nel testo che costituisce la base dei suoi corsi (Peace by
Peaceful Means. Peace and Conflit, Development and Civi-lization. International
Peace Reseach Institute, Oslo 1996), propone, attraverso le parti in cui è
suddiviso il libro, una struttura centrale degli studi per la pace: I: Peace
Theory; II: Conflict Theory; III: Development Theory; IV: Civilization Theory.
Nel 1985 Johan Galtung, facendo un bilancio degli studi per la pace (Twenty-Five
Years of Peace Research: Ten Challenges and Some Responses, in Journal of Peace
research, voi 22, no 2, 1985) indicava questi punti: 1) definizione di peace
research; 2) pace come assenza di violenza (inclusa la violenza strutturale); 3)
violenza come ostacoli alla soddisfazione dei bisogni primari; 4) estensione
alla pace in natura, spazi umani e spazi sociali; 5) dialettica tra ricerca,
educazione e azione; 6) il ruolo sociale del ricercatore di pace; 7) le
strategie fondamentali dell'azione di pace; 8) i metodi della pace research; 9)
la scelta dello stile intellettuale; 10) la concezione della pace nelle varie
civiltà. Nella sua Storia dell'idea di pace (Satyagraha, Torino 1995, tabella a
p. 64) lo stesso Galtung indica il "problema inter- fattoriale". Combinando i
quattro poteri (militare, economico, politico, culturale) con i due concetti di
pace (negativa e positiva), oppure, in altre parole, i quattro tipi di violenza
corrispondenti ai quattro poteri con i due tipi di terapia (curativa,
preventiva) si da luogo a quattro aree di problemi e relativa ricerca. Le teorie
della pace devono affrontare contemporaneamente tutte le quattro aree e i loro
problemi. Se si limitano ad un solo fattore (p. es. solo politico, o solo
culturale, o solo curativo) danno risultati insufficienti.
2 - IN
ITALIA Rami principali della ricerca (assumendo la cultura di pace nelle tre
dimensioni di, memoria, coscienza, progetto; cfr relazione di E. Peyretti alla
Scuola di Pace di Torino, 27 febbraio 1994): - storico: - maestri e autori
classici: antologia di Balducci e Grassi, La pace, realismo di un'utopia,
Principato 1985; vari volumi nelle Ed. Cultura della Pace; testi della grande
tradizione pacifista antica e moderna curati da Paolo Siniscalco (antichità
cristiana), Emilio Butturini (i classici moderni), Pier Cesare Bori (religioni e
sapienze antiche; Tolstoj), Gianni Sofri (Gandhi), Giuliano Pontara (Gandhi),
ecc. - storia dei movimenti per la pace (tre volumi dell'IPRI, Ed. Gruppo
Abele, 1996, 1989) e dell'obiezione di coscienza (Sergio Albesano, Ed. Santi
Quaranta); N. Salio sul 1989 (II potere della nonviolenza, EGA 1995) - storia
delle lotte nonviolente e/o nonarmate: v. bibliografia Casi storici di difesa
senza guerra (disponibile a richiesta). - pedagogico: (educazione alla pace):
quaderni Ed. Gruppo Abele; Giovanni Catti, Bologna; Daniele Novara,
Piacenza - psicologico: Istituto di Psicologia del CNR, Roma (Francesco
Robustelli, referente italiano del "Manifesto di Siviglia" dell'Unesco; cfr nota
a p. 152 di G. Salio, Il potere della nonviolenza, Ega 1995; convegno marzo 1997
sulla violenza); Ettore Zerbino, psichiatra (Roma); Paolo Rigliano, psichiatra
(Milano); Luigi Pagliarini (Canton Ticino, Svizzera) - filosofico: lavori di
Capitini, Bobbio,Pontara, Balducci, Italo Mancini, Roberto Mancini, ecc. -
economico: corsi locali su "Economia nonviolenta", Beati i Costruttori di Pace:
"Quando l'economia uccide bisogna cambiare"; Associazione Pace e Diritti; Centro
per il Nuovo Modello di Sviluppo (F. Gesualdi). In genere è poco esplicitato il
nesso tra alternative economiche e pace. - politico: nessuna (?) ricerca
scientifica in Scienze Politiche, ma tesi di laurea (p. es. una in corso con
Marco Revelli ad Alessandria sulla Resistenza civile); articoli di riviste
(Teoria politica, Torino); qualcosa sulle istituzioni internazionali, nessuna
ricerca scientifica sui modelli di difesa (soltanto tesi di laurea) -
fisico-matematico: modelli matematici dei conflitti (un quaderno EGA;
ricercatori a Napoli, Torino, Trieste); Antonino Drago, Le due opzioni. Storia
popolare della scienza, La Meridiana, Molfetta 1991). - geografico: Giuliana
Martinari (Napoli), Andrea Pase (Padova) - scienze sociali: Alberto L'Abate,
Consenso, conflitto e mutamento sociale. Introduzione a una sociologia della
nonviolenza, F. Angeli, Milano 1990. - diritto e relazioni internazionali:
Antonio Papisca (Padova), Luigi Bonanate (Torino), Rodolfo Venditti (testi
scientifici sull'obiezione di coscienza e sulla difesa popolare nonviolenta,
pubblicati da Giuffré, Ed Gruppo Abele, Eirene)
Linee di ricerca da
sviluppare: - teoria dei conflitti: gestione nonviolenta o nondistruttiva dei
conflitti, a livello micro, meso, macro: interiori, interpersonalì, sociali,
urbani, internazionali, tra culture,...; mediazione sociale; - elaborazione
di modelli di difesa alternativi al militare (Difesa Popolare Nonviolenta); -
studio dell'istituzione militare (p. es. Ekkerhardt Krippendorf, Stadt und
Krieg,...) - indirizzo educativo: ricerca in corso, sostenuta dal MURST,
sull'efficacia dei metodi di educazione alla pace, in almeno sette sedi
universitarie: Verona, Bologna, Torino, Roma, Napoli, Bari, Firenze -
indirizzo storico (storia delle culture; storia delle culture pacifiste
minoritàrie, sia religiose che laiche, storia dei conflitti e delle alternative
alla guerra nelle lotte nonarmate e/o nonviolente) - indirizzo politico
strategico (p. es. P.Ackerman - Ch. Kruegler, Strategie Nonviolent Conflict: The
Dynamics of People Power in The Twentieth Century, Praeger, Westport 1994) -
modelli organizzativi e dinamiche dei movimenti per la pace nella società civile
(Gene Sharp, Politica dell'azione nonviolenta, voi 3°, Ed. Gruppo Abele, Torino
1997) - antropologia 1) filosofica (p. es. grandi sintesi di Balducci su
"l'uomo inedito") 2) culturale (p. es. Erich Fromm, Anatomia della distruttività
umana, Mondadori, e altri studi) - funzione dei media, dell'arte, della
letteratura, nella costruzione di un immaginario collettivo pacifico anziché
violento e belligenio
Numero di ricercatori in Italia: sulla pace
negativa: una cinquantina; sulla pace positiva: 10-20; sulla nonviolenza: una
decina; (e non tutti a tempo pieno!)
Istituzioni: - CIRUP (Centro
Interdipartimentale di Ricerca Università per la Pace), Università di Bologna,
via Belle Arti 42, fondato nel 1989, in continuazione del CEDIP. -
UNIP-IUPIP, International Univer- sity of Peoples' Institutions for Peace, c/o
Fondazione Opera Campagna dei Caduti, Colle di Miravalle 38068 Rovereto; (scuola
intensiva estiva a carattere internazionale). Programmi svolti: 1993: Conflitti
nell'ex-Yu-goslavia. Conflitti sociali in Brasile; 1994: Diplomazia popolare e
contributo delle donne alla soluzione pacifica dei conflitti; 1995: Diplomazia
popolare, nonviolenta e mass-media; 1996: Diplomazia popolare, nonviolenta e
migrazioni, (v. opuscolo 1996). - Centro Diritti dell'Uomo e dei Po poli,
Università di Padova, via Anghinoni 10, 35100 Padova; diretto da Antonio Papisca
(istituzioni internazionali; diritto internazionale dei diritti dell'uomo);
pubblica rivista Pa ce, Diritti dell'Uomo, Diritti dei Popoli e Bollettino
Archivio Pace Diritti Umani. - IPRI, Italian Peace Research Institu-te,
Segreteria presso il Centro Studi "Domenico Sereno Regis" (che va costituendosi
in biblioteca multimediale internazionale "Pace, ambiente, sviluppo"), via
Garibaldi 13, 10122 Torino, tel-fax 011-53.28.24. L'IPRI è una rete di
ricercatori, non solo universitari, affiliato all'IPRA. A finanziamento
unicamente volontario. Sviluppa la cultura della nonviolenza. Ha tenuto cinque
convegni di ricerca sulla Difesa Popolare Nonviolenta, di tre dei quali sono
pubblicati agli atti (v. bibliografia Casi storici di difesa senza guerra).
Pubblica un bollettino IPRI Newsletter non solo di collegamento e informazione,
ma anche di ricerche e recensioni italiane e internazionali. - Scuole di
Pace: relativamente molte, sono il tipo di istituzione culturale-educativa più
diffuso e a più larga azione (se non si contano le agenzie educative come
scuola, chiese, e l'azione personale di singoli operatori in esse). Sono di vari
livelli e impostazione: educativo, culturale, di preparazione all'impegno
umanitario o di intervento nonviolento. Promosse da enti locali (Comune di
Boves), associazioni (Scuola di Pace "E. Balducci", BCP di Torino; Scuola di
Pace della Comunità Papa Giovanni di Rimini), gruppi o persone (Scuola della
Pace del Centro S. Apollinare di Fiesole), " Studiar per pace" (Bologna),
Università per la pace "E. Balducci" di Cesena (Giovanni Catti), ecc. Presentano
anche interventi di studiosi qualificati. - Forum per la Pace, Firenze.
Parauniversitario, pubblica quaderni; linea di pace negativa, finanziato dalla
Regione. Centro Eirene, via F. Scuri 1/c, 24100 Bergamo. Svolge ricerche,
pubblica quaderni e Fogli di collegamento degli Obiettori Nonviolenti -
USPID, Scienziati per il disarmo (attualmente in... disarmo); Pugwash,
(Francesco Calogero): disarmo, pacifismo "strumentale" (secondo la
classificazione di Bobbio); ISSODARCO, (Carlo Schaerf). Le tre istituzioni sono
collegate. Archivio per il Disarmo (Battistelli): Tutte queste sono
istituzioni benemerite della pace negativa. - Diversi enti locali vanno
istituendo uffici per la pace, la solidarietà, la cooperazione, che sono un
inizio di riconoscimento, visibilità pubblica e sostegno istituzionale alle
iniziative di base: Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace,
Provincia di Perugia, via della Viola 1, 06122 Perugia, tel 075/57.22.479,
fax 075/57.21.234.
Tesi di laurea: - in filosofia, pedagogia, fisica,
matematica, storia, diritto costituzionale, ecc. - in varie università (ci
risultano: Milano Statale, Bologna, Torino, Cagliari, Napoli, Trento) - le
tesi di cui si ha notizia sono segnalate su IPRI Newsletter - premi: per tesi
sulla DPN (finanziamento Obiezione alle Spese Militari): per tesi
sull'educazione alla pace(Catti, Bologna) Sarebbe opportuno che docenti e
ricercatori suggerissero ai molti studenti che richiedono tesi sulla pace,
lavori sulle linee di ricerca da sviluppare sopra indicate.
Riviste e
pubblicazioni: - Giano; rivista e gruppo di singoli ricercatori, taglio
universitario, di sinistra, pace negativa - singoli contributi su Teoria
politica, Dipartimento Studi Politici, via Maria Vittoria 19, Torino -
riviste di cultura per militanti: Azione nonviolenta, (Movimento Nonviolento),
Mosaico di Pace (Pax Christi), Guerre e Pace (Comitato Golfo) - riviste di
vario impegno culturale, molto sensibili alla pace: Bozze (fin quando è uscita),
Testimonianze, Rocca, il foglio,... - falliti tentativi di ottenere una
rubrica continua di informazione sulla ricerca per la pace su periodici e
quotidiani quali Avvenimenti, il manifesto, ...
- non c'è una rivista specifica di ricerca scientifica! Dieci anni fa 4
numeri di Ricerche per la pace, di Umberto Gori, Firenze. Case editrici
specializzate: - Edizioni Cultura della Pace, via Roccettini 11, 50016, San
Domenico di Fiesole (Fi); Edizioni Gruppo Abele, via Carlo Alberto 18, 10123
Torino; Sonda, via Ciamarella 23/3, 10149 Torino; La Meridiana, via Massimo
D'Azeglio 46, 70056 Molfetta (Ba); Pangea (già Satyagraha), C.P. 1086, 10100
Torino.
Alcuni autori (non solo italiani), centri, editori in alcuni
campi della cultura di pace in Italia: - campo interculturale: Raimon
Panikkar, Hans Kiing, (due volumi sull'etica mondiale, Rizzoli); Pier Cesare
Bori, (volume sul Consenso etico tra culture, Marietti 1995);... - campo
filosofico: vedi sopra - campo religioso: teologia ed etica cristiana
(autori: Chiavacci, Mattai, Rizzi, altri...; editori: Cittadella, Assisi;
Queriniana, Brescia..); spiritualità buddhista; dialogo tra religiosi (Pro
Civitate Christiana di Assisi; iniziative a base locale).
Che cosa
occorre fare oggi? - un bollettino sulla ricerca per la pace in Italia che
assicuri il contatto tra tutti i ricercatori, su tutte le linee di ricerca -
ma soprattutto un rivista di ricerca per la pace una scuola di specializzazione
di ricerca post-laurea a carattere nazionale e/o internazionale (la IUPIP di
Rovereto è per formatori e operatori), cioè un vero Istituto Universitario per
le Scienze della Pace borse di studio per ricerche specifiche - operare
per l'inserimento degli studi di pace nel quadro normale delle discipline
universitarìe (v. situazione in molti paesi esteri; v. lettera ad alcuni docenti
torinesi 8.2.94 e sollecitazione al nuovo Rettore). - sul piano cittadino:
centri studi e biblioteche specializzate su pace, sviluppo, ambiente, aperte al
pubblico e inserite nel circuito culturale della città
Difficoltà ed
ostacoli principali segnalati e proposte fatte dai docenti dei CIRUP
nell'incontro avuto il 17.12. 1996: 1) una scuola di specializzazione,
trasversale alle discipline, incontra grandi resistenze, tanto da non parere
realizzabile, perché oggi l'Università si fa violentemente settoriale. Sembra
più possibile la ricerca nei singoli settori, e la rilettura dei singoli
fenomeni nell'ottica della ricerca di pace. 2) c'è un aspro contrasto tra il
livello accademico-burocratico e la ricerca avanzata minoritaria, specialmente
se questa richiede anche un impegno etico, emarginato dall'accademia. Serve
un'idea forte, mobilitante la minoranza sensibile. 3) proposto un convegno di
ricercatori.
SI ALLARGA IL PATTO ATLANTICO E CRESCONO LE SPESE MILITARI
Il silenzio stoNato del Parlamento e dei "pacifisti"
di Gianni Tantino e Paolo Bergamaschi
Strano paese l'Italia. Ci si
abbandona a lunghe ed inconcludenti discussioni sull'opportunità di inviare o
meno un contingente di pace il Albania e si sorvola colpevolmente su questioni
ben più rilevanti come l'allargamento della Nato. Missioni come quella albanese
sono, purtroppo, destinate ad essere sempre più frequenti visto il tipo e la
natura dei nuovi conflitti e il nostro paese non può sottrarsi, quando richiesto
ad obblighi internazionali di peace-keeping. Essere parte attiva nel processo di
espansione di un'alleanza militare, invece, non ci sembra rientri fra i doveri
italiani. In un paese normale prima di compiere un passo così pesante ci si
preoccupa almeno di aprire un approfondito dibattito politico. Da noi, al
contrario, questo è avvenuto nell'indifferenza generale col silenzio-assenso
delle forze "pacifiste" che appoggiano il governo. Come si comporteranno queste
quando il Parlamento sarà chiamato a ratificare l'allargamento della Nato a
Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca? Usciranno dall'aula per non sporcarsi le
mani? Si rifugeranno dietro ad un comodo, tardivo ed inutile "no" di facciata o
si domanderanno il perché non sono state in grado, o non hanno voluto, incidere
sulle posizioni espansioniste del governo italiano? Una cosa è certa: il
frenetico lavoro diplomatico del nostro paese per includere anche Romania e
Slovenia tra i nuovi membri del patto atlantico non è dettato da ragioni
filantropiche per proteggere i malcapitati cittadini orientali da nuove e
spaventose minacce. Più venalmente l'Italia ha deciso di partecipare ad una
strisciante corsa al riarmo a sostegno della propria industria bellica. È
straordinario constatare come al vertice di inizio luglio a Madrid, fra le foto
di rito e le dichiarazioni altisonanti, all'appuntamento con la storia
mancassero i numeri.
CHI FA I CONTI? Ancora oggi non si conoscono i
costi reali nell'adeguamento dei sistemi militari dei tre nuovi paesi agli
standard occidentali e, ancora di più, non si conosce come verrà ripartita la
spesa fra i singoli membri. Stime del Dipartimento della Difesa americano
parlano di cifre attorno ai 35 miliardi di dollari (63 mila miliardi di lire)
nell'arco di dieci anni ma alcuni esperti forniscono dati di gran lunga
superiori. Lo stesso Solana, segretario generale dell'alleanza atlantica,
riferendo sull'argomento alla Commissione Esteri del Parlamento Europeo ad una
precisa domanda ha preferito non rispondere. E fra europei ed americani la
partita su quanto pagare a testa è ancora abbon dantemente aperta. Ai primi
spetterebbero 19 miliardi di dollari mentre 14 toccherebbero ai tre nuovi membri
e due agli americani. In realtà siamo ancora in alto mare. Sono in grado
Polonia, Repubblica Ceca ed Ungheria di esporsi per cifre così impegnative? Come
conciliare il fatto che da una parte le istituzioni finanziarie internazionali
(Fondo monetario internazionale e Banca Mondiale) richiedono forti tagli alla
spesa pubblica e politiche draconiane di contenimento dei bilanci mentre
dall'altra ci si abbandona a uscite così consistenti? E i paesi che sono anche
membri dell'Unione Europea saranno in grado di rispettare i rigorosi criteri di
Maastricht con questi nuovi ed onerosi impegni? Gli americani hanno già fatto
sapere che non intendono sborsare più di quanto hanno previsto lasciando agli
europei i costi diretti ed indiretti di quello che reputano come "le prove
generali" dell'allargamento dell'unione. Il dibattito degli USA va comunque
riscaldandosi alla luce, anche, di una maggioranza repubblicana nel Congresso le
cui spinte isolazioniste sono sempre più marcate.
E I DIVIDENDI DI
PACE? A questo punto viene spontaneo chie dersi dove sono finiti i tanto
decantati dividendi di pace, cioè i capitali liberati dai drastici tagli alle
spese militari conseguenti al crollo del blocco comunista che avrebbero dovuto
portare al continente europeo una nuova era di prosperità e benessere. La fine
della guerra fredda sancisce, invece, una nuova divisione innescando
un'ulteriore ed inutile corsa agli armamenti. Come inciderà l'allargamento sul
precario equilibrio della fragile democrazia russa? Riprenderanno vigore a Mosca
le forze nazionaliste? Quali reazioni nel prossimo futuro da parte
dell'ex-Armata Rossa? La Nato allargata non favorisce, di certo, lo
smantellamento degli arsenali, compresi quelli nucleari, ma finisce con l'acuire
le incomprensioni e le diffidenze fra chi è dentro e chi è restato fuori. È così
che la Russia, respinta dall'alleanza atlantica, si è riavvicinata, nello scorso
aprile alla Cina con la pronta reazione del Giappone che, come contro mossa, ha
in giugno, sottoscritto con gli Stati Uniti un nuovo trattato di cooperazione in
materia di sicurezza.
IL FIANCO SUD Non marginale è la questione del
raffor zamento del fianco sud della Nato alla luce delle nuove, presunte,
minacce. Il presidente francese Chirac, a Madrid, ha giustamente posto,
inascoltato, la questione del suo comando oggi saldamente in mani americane. La
posta in gioco è, infatti, altissima visto il ruolo e gli interessi delle forze
statunitensi nel bacino Mediterraneo che spesso non coincidono con quelli
europei. Lo stallo, che ormai si sta trasformando in vero e proprio
affossamento, del processo di pace in Medio Oriente è un segnale troppo forte
che non può non preoccupare i paesi europei del Mediterraneo particolarmente
esposti ai prevedibili "effetti collaterali".
PREVENZIONE ADDIO Così,
paradossalmente, il crollo del mu ro di Berlino porterà ad un aumento delle
spese militari con il rafforzamento di un settore industriale che si auspicava
potesse essere ridimensionato. E con l'ampliamento del patto atlantico risulta
fortemente indebolito il concetto di prevenzione dei conflitti uscendo
rafforzati, ancora una volta, i meccanismi di soluzione militare delle crisi.
Perché le forze pacifiste non sono state i grado di affermare nelle sedi
opportune questi principi basilari? Si abbia il coraggio, almeno, di aprire una
discussione.
Appello al Governo Italiano ed al Ministro del Esteri
Nel Kossovo, regione ex autonoma della Serbia abitata per circa il 90% da
albane si, c'è una situazione gravissima che rischia di esplodere da un momento
all'altro, compromettendo gravemente la stabilità di tutti i Balcani. E questo a
causa: 1) dell'eliminazione, da parte serba, con la frode e la violenza,
delle prerogative statuali delle autonomie concesse a questa regione dalla
Costituzione del 1974; 2) del perdurare della legge serba di emergenza (o
legge marziale) che ha portato alla militarizzazione dell'intero
territorio; 3) delle continue violazioni dei diritti umani individuali e
collettivi, cui da anni il popolo albanese risponde con la nonviolenza; 4)
della mancata attuazione dell'accordo Milosevic-Rugova sulle scuole; 5) gli
episodi finora sporadici, di reazione armata da parte di frange che non
accettano più l'opzione non violenta del governo parallelo di Rugova; 6) del
rimpatrio forzoso di profughi, attuato da parte di molti paesi europei con il
consenso della Serbia, e da questa sottoposti a gravi maltrattamenti in quanto
spesso si tratta di renitenti alla leva.
L'Italia è da tempo un
interlocutore privilegiato ed autorevole, sia per il governo serbo, come hanno
dimostrato gli interventi del Ministro Dini in occasione delle manifestazioni di
dissenso al Belgrado ed i recenti accordi commerciali, tra i quali quello della
Tclccom-ltalia che rivelerà la gestione delle Poste e delle Telecomunicazioni
nella Repubblica Federale Iugoslava (ed anche nel Kossovo, dove però con
l'eliminazione delle autonomie statuali sono stati espulsi dalle PPT migliaia di
impiegati rei soltanto di essere albanesi), sia anche dal governo parallelo
albanese, come hanno dimostrato l'accordo Milosevic-Rugova per la
normalizzazione del sistema scolastico, sottoscritto con la mediazione della
Comunità di S.Egidio nel settembre '96, ed il colloquio Dini-Rugova avvenuto a
Roma nel novembre successivo. Pertanto la Campagna per una soluzione nonviolenta
in Kossovo ed il Coordiname-to delle Associazioni Kossovane in
Italia
CHIEDONO
al Governo Italiano, ed in particolare al Ministro
degli Esteri on. L.Dini
- di intensificare i contatti con le istituzioni
serbe ed albanesi per prevenire il conflitto armato nel Kossovo ed avviare un
concreto processo di normalizzazione della vita di questa regione; - di
subordinare la ratifica di tutti gli accordi economici e commerciali in corso
con la Serbia e con la Repubblica Federale Iugoslava alle seguenti garanzie da
attuarsi in Kossovo: - rispetto dei Diritti Umani, individuali e collettivi,
per tutta la popolazione residente e per tutti i rifugiati rimpatriati; -
revoca della "legge di emergenza" (o legge marziale) da parte del Governo Serbo
e ritiro graduale dell'esercito e della polizia; - accettazione da parte
serba ed albanese di una mediazione garantita dalla Comunità Internazionale per
avviare un dialogo costruttivo tra le parti basato sui seguenti principi: parità
di condizioni tra le parti, nessun pregiudizio sul risultato finale,
nonviolenza, autodeterminazione dei popoli; - ripristino delle istituzioni
democrati-che ed in particolare del Parlamento, del Governo e della
Magistratura; - ripristino delle istituzioni educative con l'attuazione
dell'accordo Milose-vic-Rugova, e di tutte le istituzioni culturali, di
informazione, scientifiche e finanziarie. La ratifica degli accordi economici
subordinata alle condizioni sopra riportate può e deve costituire per l'Italia
un mezzo per attuare una concreta politica di pace, così come previsto dall'ari.
11 della sua Costituzione: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa
alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali".
Campagna per una Soluzione nonviolenta in Kossovo c/o
Casa per la Pace, c.a.8, via S.Fr.sco de G. 3 74023 GROTTAGLIE (TA)
tel/fax 099/5662252
Unione delle Associazioni e Comunità Albanesi in
Italia e delle Associazioni Italo-Albanesi via Siena 15, 50142 FIRENZE
tel. 055/7323421, fax 055/363603 cell.: 0335/6253074
sottoscrivere il
presente appello ed inviarlo per fax a: - ON. L. DINI, MINISTERO DEGLI
ESTERI, fax 06/3222850 - CAMPAGNA KOSSOVO, fax 099/5662252 o UNIONE ASS. E
COM. ALBANESI IN ITALIA, fax 055/363603
Appello per la costituzione di un contingente italiano di Caschi Bianchi
dell'Onu
In base alla "Agenda per la Pace", pre sentata nel 1992 dal Segretario Butrus
Ghali, l'ONU ha approvato vari Documenti (in particolare la Risoluzione A/43/139
B del 20.12.1994 ed il Documento A/50/203 del 27.6.1995) per l'istituzione di un
contingente di volontari civili, denominato CASCHI BIANCHI, da utilizzare per la
costruzione ed il mantenimento della pace nelle aree di crisi. L'Italia ha
aderito, con altri 21 Paesi, all'iniziativa dei CASCHI BIANCHI, impegnandosi a
parteciparvi con un proprio Contingente, costituito molto probabilmente da
uomini e donne. Al riguardo, alcuni Uffici Governativi stanno lavorando per
definire le caratteristiche del Contingente italiano e le modalità per farne
parte. Questa è sicuramente un'occasione storica per i pacifisti e nonviolenti
italiani per poter dimostrare che la pace si può costruire e mantenere nelle
aree in crisi senza le armi. Per questo motivo è assolutamente necessario che
questo primo Contingente italiano sia adeguatamente "addestrato" in modo da
poter dimostrare di essere all'altezza del compito di pacificazione che gli sarà
affidato. Il fallimento di questa prima iniziativa rischia infatti di vanificare
tutto il lavoro finora svolto all'estero dai pacifisti e nonviolenti italiani,
che dall'inizio degli anni novanta hanno operalo concretamente, con positivi
risultati, in alcune aree di crisi, soprattutto nella ex Jugoslavia. Il Centro
Studi Difesa Civile (CSDC), Associazione pacifista non violenta attiva a Roma
fin dal 1984, impegnatasi nel 1987 a pubblicizzare la proposta del leader
induista Ramsahai PUROHIT per la costituzione di una FORZA NONARMATA dell'ONU
per la costruzione ed il mantenimento della pace nelle situazioni, ha deciso di
sostenere il "progetto Caschi Bianchi". A questo scopo, ha predisposto un
APPELLO, per "sollecitare il Governo italiano a provvedere in tempi rapidi alla
costituzione ed alla adeguata formazione operativa del contingente italiano dei
Caschi Bianchi dell'ONU". Il CSDC invita le Associazioni per la pace dei diritti
umani e del volontariato, le ONG, i singoli che condividono l'iniziativa, di
firmare l'appello per la rapida costituzione del Contingente italiano dei Caschi
Bianchi dell'ONU. Il CSDC intende anche organizzare, nel prossimo autunno a
Roma, un Convegno internazionale, preparato con semi-nari in altre città, in
collaborazione con le Associazioni disponibili. Per l'invio dell'adesione
all'appello per informatori sul Convegno, rivolgersi al CSDC, presso il prof.
Giorgio Giannini, Vìa della Cellulosa n.112, 00166 Roma, Tel
06/61550763.
Per pubblicizzare il Nuovo Modello di Difesa
(ammodernamento e professionalizzazione dell'Esercito) il Ministero della Difesa
ha organizzato il "Rap Camp 97", una mostra/fiera di strumenti bellici con prove
pratiche e virtuali di combattimento rivolte particolarmente ai giovani. Questa
manifestazione militarista, chiamata "Le 7 sfide da vincere", si è svolta in
agosto/settembre in 11 località italiane. I recenti fatti drammatici della
guerra del Golfo, della Somalia, della Bosnia, hanno dimostrato -se ce n'era
ancora bisogno- che la guerra non è un gioco ma "il più grande crimine contro
l'umanità". Quello di cui il mondo ha bisogno non è l'aumento delle spese
militari e la costruzione di ordigni sempre più sofisticati, ma il rafforzamento
dell'Orni, l'istituzione di un Corpo Civile di Pace, un lavoro capillare di
educazione alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, la lotta alla fame e alla
povertà. II 9 settembre il R.A.P. Campo 97 è sbarcato a Verona, nel cuore
della città, a piazza San Zeno, davanti alla magnifica Basilica (e a pochi metri
dalla Casa per la Nonviolenza...) Evidentemente il Sindaco e la sua Giunta
(Forza Italia e Lega) hanno pensato che la piazza della Basilica di San Zeno,
oltre ad essere destinata a parcheggio, meriti di essere trasformata per un
giorno in campo da guerra...e che ai giovani scaligeri faccia bene addestrarsi e
"divertirsi" con il combattimento bellico. Complimenti! Noi ci siamo
dichiarati contrari al R.A.P. Camp per motivi etici ed estetici. La Verona
civile e democratica si è mobilitando per protestare contro l'iniziativa del
Ministero della Difesa e la concessione della piazza da parte del Sindaco.
Abbiamo raccolto centinaia di firme di cittadini che vogliono salvare la più
bella piazza della città da ulteriore degrado e le abbiamo consegnate all'Abate
della Basilica. Ma soprattutto ci siamo scandalizzati perché si è voluto
presentare la guerra come un gioco. Il manifesto di presentazione del R.A.P.
Camp diceva: "Guida un missile anticarro, punta l'obiettivo con il
laser...divertiti partecipando ad una sfida entusiasmante" cercando così di
attirare i giovani alla vita militare come se si trattasse di fare una gita a
Gardaland. Bisogna invece dire la verità: che la guerra è il più grande
crimine contro l'umanità, che il Nuovo Modello di Difesa costerà agli italiani
altri 50 mila miliardi, che le armi servono ad arricchire chi le vende e ad
uccidere le vittime civili. Per questo Martedì 9 settembre in Piazza San Zeno ci
siamo andati anche noi, in trecento, con una manifestazione nonviolenta per
promuovere l'obiezione di coscienza, il servizio civile, il Corpo Civile di
Pace, l'educazione alla non violenza.... La polizia ha tentato di
rinchiuderci in un angolo della piazza, impedendoci di muoverci liberamente come
tutti gli altri cittadini. Ma nonostante gli strattonamenti, qualche
manganellata, le identificazioni, siamo riusciti ugualmente a distribuire oltre
2000 volantini, ad attaccare adesivi pacifisti sugli elicotteri militari, a
mettere fiori sui carri armati. Obiettori, bambini, donne, anziani, riuniti nel
segno della nonviolenza, hanno trasformato piazza San Zeno in luogo di festa. La
nostra manifestazione è riuscita perfettamente, il R.A.P. Camp ha fatto flop e
così i militari hanno abbandonato piazza San Zeno un'ora prima del previsto.
12 OTTOBRE MARCIA PER LA PACE DA PERUGIA AD ASSISI
Noi popoli delle Nazioni Unite per un'economia di giustizia
L'economia mondiale sta diventando sempre più ingiusta e insostenibile:
uccide più delle bombe, semina guerre e tensioni, alimenta la povertà, la
disoccupazione e l'esclusione sociale. L'abisso che separa una minoranza ricca e
la maggioranza impoverita dell'umanità sta diventando sempre più profondo. Noi
popoli delle Nazioni Unite preoccupati per la colpevole indifferenza che
continua a circondare questa realtà e per l'assenza di adeguate politiche
nazionali e internazionali capaci di affrontare le radici di tanta sofferenza e.
miseria, abbiamo deciso di dare vita, il 12 ottobre 1997, alla marcia
Perugia-Assisi 'per un'Economia di Giustizia'. Negli ultimi cinquant'anni il
mondo ha conosciuto uno sviluppo senza precedenti. La ricchezza prò capite è
triplicata. Dovremmo dunque, stare tutti meglio. E invece... Ogni 3 secondi
muore un bambino che non abbiamo saputo proteggere. Le disuguaglianze
aumentano. In 102 paesi oggi si vive peggio di 15 anni fa. Nello stesso arco
di tempo, il numero dei più ricchi è raddoppiato ma quello dei più poveri è
triplicato. Oltre il 60% della popolazione mondiale è costretta a
sopravvivere con 2 dollari o meno al giorno. Tre quarti della produzione
mondiale sono concentrati nei paesi industrializzati, e appena un quarto nei
cosiddetti ' paesi in via di sviluppo', dove vive l'80% della popolazione del
pianeta. Anche all'interno dei paesi più avanzati aumentano le diseguaglianze
tra ricchi e poveri. L'ingiustizia economica provoca la maggior parte di
conflitti del nostro tempo alimentando instabilità e insicurezza in tutto il
mondo. L'impossibilità per molti stati di svilupparsi economicamente sta
moltiplicando le tensioni e le fratture sociali, i danni ambientali, le carestie
e la diffusione delle malattie, la crescita della criminalità organizzata, i
conflitti per il controllo di risorse vitali come la terra, l'acqua o l'energia,
le guerre civili ed^etniche, le distruzioni e i profughi. Quest'ingiustizia
affonda le sue radici in un neoliberismo che non sa rispondere ai veri bisogni
delle persone e non rispetta i diritti umani. Essa cresce in un'economia
organizzata per il profitto di pochi anziché per il benessere di tutti, che
mette il mercato al di sopra delle persone e che privilegia: la competizione
selvaggia anziché la cooperazione; i profitti resi possibili dalle disparità
anziché la riduzione di esse; le rendite finanziarie e i guadagni speculativi
anziché la produzione; la crescita quantitativa dell'economia anziché la qualità
e la distribuzione dei beni e dei servizi; lo sfruttamento della natura e
dell'ambiente anziché la loro protezione. Tutti i popoli dovrebbero beneficiare
della crescente interdipendenza e dei progressi realizzati in campo scientifico
e tecnologico. E invece...priva di ogni regolazione democratica, la
globalizzazione dei mercati e dell'economia, con la forte crescita degli scambi
commerciali internazionali e degli investimenti esteri delle imprese
multinazionali, sta favorendo solo alcuni paesi più forti e alcune élite
economiche e sociali, aumentando la marginalizzazione di milioni di persone e
dei paesi più poveri del mondo. L'economia mondiale che sta emergendo è
fondata su una ideologia del mercato e della competizione senza regole che
rischia di travolgere tutto e tutti, in una spirale verso il basso che riduce i
salari e la protezione sociale, viola molti diritti umani, crea nuove povertà,
provoca l'aumento della disoccupazione, distrugge le risorse e l'ambiente
naturale, alimenta la diffusione dell'economia sporca e accentua la crisi della
democrazia politica. Di fronte a questa grave realtà è urgente cambiare strada.
Occorre innanzitutto: METTERE LE PERSONE AL CENTRO L'ordine delle priorità
va rovesciato. Non sono le persone che devono adattarsi al dominio del mercato,
ma è l'economia che deve contribuire a soddisfare i bisogni delle persone. La
crescita economica non può essere il fine ma solo un mezzo. Il fine è lo
sviluppo umano, in un'economia rispettosa di tutte le diversità sociali, le
culture e le identità, come affermato dalla Dichiarazione dell'Onu sul Diritto
allo Sviluppo del 1986. Per questo la promozione della crescita economica deve
essere riconciliata con l'impegno politico per il pieno impiego, la lotta alla
povertà e all'esclusione sociale, la promozione di pari opportunità per tutti e
in particolare per le donne, la salvaguardia dell'ambiente e delle risorse
naturali. È paradossale che i processi di integrazione economica siano
realizzati aprendo le frontiere alla finanza, agli investimenti, alle merci e
non alle persone. Mettere le persone al centro vuoi dire anche resistere alla
economicizzazione del mondo, alla diffusione dell'ideologia del mercato in tutte
le aree della nostra vita. BATTERSI CONTRO LA POVERTÀ E LE DISEGUAGLIANZE
SOCIALI Mediante l'adozione di coerenti politiche e patti locali, nazionali e
sovranazionali che coinvolgano anche gli enti locali, le forze sociali e quelle
economiche. Siamo la prima generazione che ha i mezzi e le capacità per
eliminare la povertà, con tutte le sue conseguenze e i suoi costi umani e
sociali. Ciò nonostante 1 miliardo e 300 milioni di persone sono ai margini
di tutto. Molte sono donne, anziani, bambini e bambine. Ogni minuto 47 persone
nel mondo diventano povere: circa 70.000 al giorno. Che ne facciamo di loro? Il
diritto allo sviluppo è un diritto universale e inalienabile di tutti gli esseri
umani o solo di alcuni? La povertà non è solo moralmente ripugnante, ma anche
economicamente distruttiva e politicamente pericolosa. Per questo la sua
eliminazione deve diventare un obiettivo prioritario sia a livello nazionale che
internazionale. Un passo decisivo in questa % direzione deve essere la ""
cancellazione del debito estero dei paesi impoveriti, che ha raggiunto la cifra
record di circa 2000 miliardi di dollari, e la revisione del sistema di
concessione dei crediti che genera processi insostenibili di
indebitamento. CREARE NUOVA OCCUPAZIONE E RIDARE PIENA DIGNITÀ AL LAVORO E
AI LAVORATORI I DI TUTTO IL MONDO 35 milioni di disoccupati nei paesi
industrializzati, di cui oltre 20 milioni in Europa. Più di 700 milioni di
persone pur lavorando, non sono in grado di dare a se stessi e alla propria
famiglia una vita dignitosa. Sono questi i numeri di quella che è la più grave
crisi sociale del nostro tempo. Una crisi destinata ad aggravarsi nel
prossimo futuro quando si produrrà sempre di più con molto meno lavoro. Bisogna
ricercare nuove politiche nazionali e locali capaci di ridistribuire le
ricchezze, di offrire nuova occupazione anche riducendo gli orari di lavoro, di
favorire l'accesso paritario delle donne alle risorse, all'occupazione, ai
mercati e al commercio, di sostenere lo sviluppo di un'economia plurale e
solidale valorizzando il ruolo e le finalità del Terzo settore e di stimolare la
realizzazione di esperienze, anche di piccola scala, che possano offrire
alternative concrete alla fare a meno e spesso prevale la miope difesa dei
cosiddetti interessi nazionali. Affidarsi alle leggi del mercato e della
competizione globale o a misure di carattere nazionale non serve a risolvere i
problemi che dobbiamo affrontare e ad assicurare la governabilità del pianeta. A
livello internazionale, l'Onu ha promosso una serie di importante Conferenze,
come il Vertice di Rio sull'ambiente e sullo sviluppo, il Vertice di Pechino
sulle donne e il Vertice di Roma sull'alimentazione, nelle quali i governi hanno
sottoscritto numerosi impegni che ancora oggi attendono di essere applicati e
rispettati. Basti pensare alla cooperazione allo sviluppo: le risorse
disponibili nel mondo per l'aiuto ai paesi più poveri hanno toccato il livello
più basso degli ultimi 25 anni. Ogni paese ha il dovere di invertire questa
tendenza aumentando gli stanziamenti, finalizzando gli interventi alla
promozione dello sviluppo umano, accettando un maggiore coordinamento
internazionale e promuovendo la cooperazione diretta tra comunità
locali. DEMOCRATIZZARE disoccupazione. Allo stesso tempo bisogna
operare affinché in tutto il mondo siano introdotti e difesi gli standard
internazionali che proibiscono lo sfruttamento del lavoro minorile e
garantiscono il rispetto dei fondamentali diritti economici e sociali dei
lavoratori contenuti nelle Convenzioni fondamentali della Organizzazione
internazionale del lavoro (Oil) e in numerosi altri documenti
internazionali. PUNTARE SULLA COOPERAZIONE A TUTTI I LIVELLI Mai come oggi
abbiamo bisogno di una cooperazione internazionale intensa ed efficace. Ma
molti governi ritengono che se ne può L'assenza di regole democratiche sulle
grandi imprese multinazionali e sulle istituzioni economiche e finanziarie
internazionali priva i governi della capacità di controllare le proprie economie
e i cittadini di determinare il proprio destino. In particolare, l'assenza di
controlli per il rispetto delle Convenzioni dell'Oil e delle norme commerciali
internazionali da parte delle grandi imprese multinazionali determina una grave
situazione di arbitrio, sfruttamento del lavoro e degrado delle condizioni di
vita, che che sono alla radice dei problemi globali che è chiamato ad
affrontare. Occorre procedere alle riforme necessarie perché il Fondo monetario,
la Banca mondiale e l'Organizzazione mondiale per il commercio agiscano nel
rispetto dei principi e degli impegni per lo sviluppo sostenibile fissati
dall'Onu, garantendo la trasparenza, la partecipazione e il controllo
democratico di tutti i paesi e della società civile. Democratizzare
l'economia vuoi dire anche modificare quelle regole del commercio internazionale
che impediscono il libero accesso ai mercati dei prodotti dei Paesi in via di
sviluppo. La democratizzazione esige, inoltre, una coerente azione anche
all'interno dei singoli paesi, delle imprese e dei luoghi di lavoro dove è
necessario rimuovere tutte le discriminazioni nei confronti delle donne e
promuovere una ripresa di controllo dei governi e dei parlamenti, dei lavoratori
e della società civile sui problemi e le scelte da compiere. La democrazia si
sviluppa se cresce a tutti i livelli, dalla città all'Onu, e se viene rispettato
il principio di sussidiarietà. ADOTTARE UN MODELLO DI SVILUPPO
SOSTENIBILE Pensare di continuare ad espandere l'attuale modello di sviluppo
vuoi dire alimentare l'ingiustizia e sottrarre diritti alle generazioni
future. Bisogna invece ripensare cosa si produce, come e perché. Bisogna
rivedere stili di vita personali e collettivi eliminando gli sprechi e gli
eccessi, controllando e ripensando i consumi, sostenendo le esperienze di
commercio equo e solidale, promuovendo una nuova gestione etica del risparmio.
Bisogna mettere fine al deterioramento dell'ambiente da cui dipende il nostro
benessere. Le grandi emergenze ambientali (riscaldamento globale, distruzione
della biodiversità, deforestazione, desertificazione...) devono essere al centro
dell'impegno degli stati, delle istituzioni internazionali e degli stessi enti
di governo locale. Questo noi, Popoli delle Nazioni Unite, chiediamo alle
grandi imprese, alle istituzioni economiche internazionali, alle forze
politiche, ai governi nazionali e all'Onu, dando attuazione a quanto previsto
dall'art.55 della carta delle Nazioni unite e agli impegni sottoscritti nelle
Convenzioni e nelle grandi Conferenze internazionali. Le risorse non mancano.
Per decenni siamo stati capaci di spendere somme enormi per la difesa militare
degli stati. Oggi è venuto il momento di spendere quelle stesse risorse per
garantire la vera sicurezza delle persone, dei popoli e del pianeta. La
nostra generazione ha la speciale responsabilità di cambiare. Per farlo è
necessario passare dalla cultura del dominio e della competizione e della
solidarietà: d alla cultura della guerra alla cultura della pace positiva. Molto
dipende dalle decisioni dei responsabili della politica e dell'economia
mondiale. Ma anche ciascuno di noi, donna o uomo, lavoratore, consumatore e
risparmiatore, può fare qualcosa: a partire da sé, nella propria famiglia, a
scuola o nel luogo di lavoro, nel proprio quartiere o nella propria
città. Abbiamo il diritto di chiedere ma anche il dovere di agire. E,
insieme, dobbiamo contribuire a rafforzare la società civile mondiale che sta
emergendo attraverso una grande rete di associazioni e organismi di cittadini
impegnati nella promozione della pace e dei diritti umani. Anche per questo,
dopo le manifestazioni organizzate per il cinquantenario dell'Orni, abbiamo
convocato, dal 5 al 12 ottobre 1997, la 2a Assemblea dell'Orni dei Popoli, cui
parteciperanno i rappresentanti della società civile di tutto il mondo.
Chi, anzi, cosa sono per noi gli
animali? Sono cibo, amici, parassiti, portatori di malattie, mezzi di lavoro,
fonte di godimento estetico, mezzi di divertimento, risorse "rinnovabili",
produttori di alimenti, predatori, oggetto di ricerca, terapeuti, fonti di
materie prime ed altro ancora. Avversari, risorse, oggetti di divertimento: via
via, a ragioni antiche se ne sono aggiunte di nuove e la guerra non è mai
cessata. Possiamo ben vedere negli animali le truppe in rotta di un regno che
quasi non esiste più, i sopravvissuti sbaragliati ai quali, finalmente,
bisognerebbe dichiarare la pace. La vita di ciascun singolo animale ha un
valore. Sia esso selvatico, domestico o al confine, cioè quelli che sarebbero
selvatici ma sono prigionieri in zoo, circhi, negozi, acquari oppure sarebbero
domestici ma si sono parzialmente o totalmente rinselvatichiti o ancora, infine,
quelli che si sono insediati in epoca remota o recente accanto all'uomo ma
conservano la loro indipendenza. L'animale nasce, impara, è curioso, corre,
mangia, ha relazioni con i suoi simili, si accoppia. Tutto questo ed altro
ancora cerca di farlo il più a lungo possibile, nel modo che è proprio della sua
specie. Né migliore né peggiore del nostro, solo diverso. Si tratta di
ovvietà, almeno per chi ha avuto a che fare con un animale. Eppure sia il nostro
modo di pensare che i nostri comportamenti sono, per lo più, informati alla
convinzione che gli animali non contano come individui, ma solo (e non sempre)
come specie, non soffrono, non pensano, non sono consapevoli, non temono la
morte ed altro ancora. E queste convinzioni resistono nonostante l'etologia e la
riflessione filosofica stiano via via mettendo in chiaro che nella maggior parte
dei casi si tratta di semplici pregiudizi con cui abbiamo piegato, senza limiti,
gli animali. La peculiarità della specie umana non e ne per questo negata:
non più di quanto si possa negare quella di qualunque altra specie. Né si tratta
di respingere il "so di appartenenza particolare che -siamo sentire verso la
nostra stessa specie. Da questo però non deriva la nostra collocazione
"naturale" in cima ad una piramide di importanza e di valori. L'etologia e la
neurofisiologia comparata, oltre che il buon senso, evidenziano che sofferenza,
gioia, amore, coscienza di sé, altruismo, comunicatività, capacità di analisi e
risoluzione di problemi, eredità culturale non sono caratteristiche esclusive
della specie umana e che, anzi, in particolari casi, alcune di esse si possono
riscontrare persino con maggior evidenza in individui appartenenti ad altre
specie. Tali prerogative, prima fra tutte la capacità di provare dolore e
piacere, sono sufficienti a conferire dei diritti a chi le possiede; più
precisamente il diritto ad un'equa considerazione delle proprie esigenze
fisiologiche e comportamentali. Il cammino della civiltà risulta strettamente
correlato al superamento delle discriminazioni al superamento delle
discriminazioni. La spinta all'annullamento di antinomie quale padrone-schiavo,
aristocratico-plebeo, bianco-nero, uomo-donna, sano-handicappato,
eterosessuale-omosessuale ha storicamente condotto non solo a conquiste di
ordine etico ma anche a fondamentali progressi in termini di qualità di
vita. Il riconoscimento di diritti anche ad individui non appartenenti alla
specie umana costituisce un corretto sviluppo della medesima tendenza. La
società ha già convenuto l'esigenza di proteggere in modo particolare gli
individui più indifesi. Così il comune sentimento si rivolge alla loro tutela
tanto più quanto maggiore si rivela la difficoltà oggettiva a far valere i
propri diritti. Se tale ottica è ritenuta significativa è legittimo estenderla a
qualunque titolare di diritti, indipendentemente dal gruppo, razza o specie di
appartenenza. La conoscenza delle caratteristiche etologiche delle diverse
specie animali ha anche contribuito ad interpretare molti aspetti del
comportamento dell'uomo, facilitando il rifiuto di quella visione esclusivamente
antropocentrica della natura che mette in pericolo la sua e la nostra
sopravvivenza. Seppure è vero che non c'è bisogno di provare amicizia od amore
nei loro confronti; c'è forse bisogno di provare amicizia ed amore verso tutti
gli umani per ritenere moralmente sbagliato uccidere, provocare sofferenze,
privare della libertà i nostri simili? Per questo noi saremo Sabato 4 ottobre
1997 a Roma alla prima "Marcia per i diritti degli animali" che porterà in
Parlamento una Proposta di loro riconoscimento fin dalla Carta-base della nostra
convivenza, la Costituzione.
PROPOSTA DI LEGGE
COSTITUZIONALE Integrazione all'articolo 9 della Costituzione in tema di
diritti degli animali Art. 1 Dopo il primo comma dell'articolo 9 della
Costituzione è inserito il seguente: "Anche le specie animali non umane hanno
pari diritto alla vita e ad un'esistenza compatibile con le proprie
caratteristiche biologiche. Lo Stato riconosce tutti gli animali come soggetti
di diritto. Promuove e sviluppa servizi ed iniziative volte al rispetto degli
animali, alla tutela della loro dignità e punisce ogni attentato alla loro
esistenza". Le adesioni vengono raccolte da LAV-EAR Via Sommacampagna
29 00185 Roma tei. 06/4461325 r.a. - fax 06/4461326 Email:
Nel Trentino la Casa per la Pace ha organizzato la
3° edizione della giornata "In montagna per la Pace". Domenica 6 luglio quasi
300 escursionisti hanno raggiunto contemporaneamente 5 rifugi diversi (Peller e
Brentei nel Brenta, Biaena sopra la Vallagarina, Contrin in Marmolada e Sette
Selle in valle dei Mocheni) uniti da una riflessione oggi basilare per le sorti
della convivenza della umanità - "I confini e l'altro" -. La riflessione
della Casa per la Pace (organismo che riunisce in Provincia gran parte della
sensibilità e dell'associazionismo che lavora sui temi della solidarietà e della
nonviolenza) parte da un dato di fatto. Fino a pochi anni fa le montagne sono
state viste e vissute come ostacolo, come momento di separazione, le loro
creste segnano o confini di Comuni, o Provincie o di Stati. Sono state
oggetto di contesa durante le guerre e teatro di incomprensibili sofferenze e
violenze. Al di là delle rocce verticali si è sempre insinuato l'ignoto, il
pericolo, un qualcosa riassumibile nell'altro. La montagna, fortunatamente,
non è così semplice da descrivere e nemmeno è stata vissuta in modo tanto
banale, né da chi la abitata, né dagli escursionisti occasionali. Tante storie
di uomini e donne, singole e collettive, sono maturate sotto le pareti
verticali, sui ripidi e faticosi ghiaioni, nelle serate nei rifugi, nelle brevi
e fredde notti trascorse nei bivacchi: in queste ^occasioni si sono sommati
discorsi di incontri, di solidarietà. Le fatiche e le difficoltà sono state il
momento di unione fra uomini diversi fra loro per cultura, per provenienza: sono
nate amicizie e intimità profonde che hanno scardinato ogni ostacolo non solo
frapposto dalla natura, ma anche umano, ad esempio le difficoltà di comprensione
di lingue diverse. Non casualmente la manifestazione della Casa per la Pace ha
toccato anche le terre abitate dalle minoranze linguistiche ladine e cimbre.
L'iniziativa del 6 luglio ha avuto il sostegno anche delle sezioni C.A.I. -
S.A.T. e dei gruppi di periferia, un momento che ha visto il gruppo di pacifisti
uscire dal ristretto ambito di chi è sempre disponibile ad evidenziare una forte
testimonianza solidaristica per collaborare con altre importanti identità del
volontariato locale. L'appuntamento ha ormai acquisito una sua solidità ed è
quanto mai attuale in quanto, proprio in queste giornate di settembre alcune
forze politiche stanno tornando ad usare le vette alpine come emblema di
divisione, come confine, portando sulle vette bandiere che riassumono i
contenuti della forza, dell'imposizione, dell'imbarbarimento della nostra
società e la sconfitta dei valori della convivenza.
Da tempo ormai il 9 agosto è per St. Radegund
(Austria), incantevole paesino, 40 Km. da Salisburgo, un giorno molto
particolare. La vita di questa piccola comunità diventa per molti "uomini di
pace" punto di riferimento: si ricorda infatti la morte di Franz Jàgerstatter,
contadino, obiettore di coscienza, giustiziato a Berlino il 9 agosto 1943 per
aver detto NO al nazionalsocialismo e alla guerra nazista. Come spesso accade,
anche per questo martire, "nemo propheta in patria" tanto da richiamare più
persone da vari paesi d'Europa e allontanare non pochi suoi concittadini, in
particolare coloro che la guerra l'hanno subita. Ma è solo questione di
tempo, perché sempre la storia ci ha dimostrato come la ricerca della verità sia
lunga ma alla fine trionfi: e già i segnali di un giusto riconoscimento a questo
gesto esemplare stanno già arrivando. A St. Radegund, dove è nato Franz
Jàgerstatter e dove ha vissuto sino alla sua morte, si sono ancora una volta
incontrate diverse sensibilità che ancora oggi si interrogano su come sia potuto
accadere che un semplice contadino, impegnato nella vita dei campi e dedito al
mantenimento della sua famiglia, senza grandi discorsi filosofici sia riuscito
da solo, quasi unico, a dire NO alla Guerra e terminare da martire la sua
giovane vita. È proprio la semplicità della scelta di Franz Jàgerstatter che
scandalizza, che ci ricorda da> vicino la necessità di essere coerenti, che
non servono titoli accademici o dotte riflessioni per rifiutare l'idea della
guerra, dello sterminio, del genocidio. E St. Radegund è ancora oggi spec-.hio
di questa semplicità: poche case immerse nel verde di montagna, la chiesa con il
suo piccolo cimitero, la scuola, la locanda dove socializzare gioie e dolori :i
tutta la comunità. Ti arrivai con Claudia, mia moglie che da sempre mi segue e
condivide questi itinerari di pace, una prima volta nell'Ottobre del 1995, dopo
aver lasciato Barbiana dove eravamo saliti per l'anniversario della lettera ai
giudici di Don Lorenzo Milani; eravamo alla ricerca di quel "testimone
solitario" le cui ceneri riposano in un cimitero così difficile da descrivere
tanta è la sua intimità e discrezione. Il mio parlare un "tedesco" incerto non
mi avrebbe assicurato molto nella ricerca, se non avessi incontrato Maria, donna
semplice, amante dei fiori e degli ornamenti cimiteriali, ma soprattutto
spontanea: aveva intuito che il mio girovagare per i cimitero di St. Radegund
non poteva che avere un interesse specifico, così, non solo mi indicò la tomba
di Franz Jàgerstàtter, ma riuscì in pochi minuti a farmi conoscere l'unica
persona della piccola comunità che parlasse italiano, Laura, da più di vent'anni
residente a St. Radegund, operatrice sociosanitaria. E stato proprio così che la
ricerca è divenuta realtà, che questo nuovo itinerario di pace si arricchiva di
persone ed elementi significativi: abbiamo conosciuto Franciska e le figlie di
Jàgerstatter, ancora residenti a St. Radegund favorendo con la loro presenza il
richiamo da ogni parte del mondo di persone che cercano in questa figura di
semplice contadino, la forza e la conferma per andare avanti sulla lunga e
difficile strada della nonviolenza. Questo il significato profondo del
ritorno a St. Radegund, proprio il 9 agosto, il giorno del ricordo del martirio
di Jàgerstatter, in cui paesani e cittadini del mondo discutono, marciano,
pregano insieme e illuminano con centinaia di lumini la tomba di
Franz. Questa volta, sempre con Claudia, giungevano da Sarajevo quasi per
ripercorrere non solo idealmente una lunga strada della speranza del "mai più
guerra!", dopo un lungo viaggio costellato da distruzioni e morte, da colline
ricoperte di croci, da improvvisati cimiteri di tutte le religioni perché la
guerra e la morte distingue anche in questa ultima attività umana: un viaggio
dove la voglia di ricominciare, di ricostruire, di convivere sembrava poco a
poco venire alla luce. Portare a St. Radegund la speranza di Sarajevo è forse
un'impresa impossibile! ma se ci è riuscito Franz Jàgerstatter perché
desistere? Non hanno certo perso la speranza Franciska e le figlie Maria e
Laura, e tanti altri, dal parroco al sindaco tanto è vero che per Franz
Jàgerstatter, dopo tanto silenzio, non solo è arrivata la "riabilitazione"
civile, ma tra poco (7 ottobre 97) inizierà persino il processo per la sua
beatificazione. L'incontro con Franciska e la figlia Maria, il visitare la
piccola casa-museo di Franz, rimasta tale quale a come lui la lasciò prima di
partire per il carcere e poi la decapitazione a Berlino, sono la conferma che la
semplicità trionfa, che riesce a mettere al mondo le nostre complicazioni, i
nostri estenuanti ragionamenti quasi per non accettare che le grandi scelte
della vita per il trionfo della giustizia e della pace tra gli uomini sono le
scelte degli uomini semplici, dei mansueti. E Franz Jàgerstatter è
sicuramente uno di questi: la sua scelta deve diventare simbolo di una
testimonianza allora "solitaria", ma oggi sempre più aggregante per tutti i
"costruttori di pace". Andare a St. Radegund, ripercorrere questo nuovo
itinerario di pace è come allargare un mosaico di pace che ha bisogno oltre che
di idee, di persone vere e pacifiche.
Quando nel 1974 ha deciso di abbandonare una
brillante carriera accademica per dedicarsi ai bambini più poveri e più
denutriti di Calcutta, il pediatra nutrizionista indiano Samir Chaudhuri si è
rivolto a Madre Teresa, con cui aveva precedentemente collaborato, per farsi
aiutare nel mettere a punto il progetto di un centro di dove curare questo
bambini. Così, i primi passi del Child In Need In-stitute (Istituto del Bambino
bisognoso - C.I.N.I.) sono stati accompagnati anche da Madre Teresa che è poi
tornata negli anni a vedere questa iniziativa crescere e ampliare i propri
orizzonti. Ma anche con il sostegno dell'associazione italiana "Amici di Cini".
Le strade poi si sono divise: la vocazione di Madre Teresa era ed è restata il
soccorso ai moribondi, l'assistenza ai casi umani più drammatici e senza più
speranza; Cini ha invece scelto i bambini e con loro la speranza e la continuità
della vita. Ci sono state critiche a Madre Teresa e alla sua carità, ma
provenienti sicuramente da chi non ha visto e conosciuto l'abisso dei bisogni di
Calcutta, di chi alla povertà si è accostato per "dare" qualcosa, non per
"compatire". Pur avendo poi scelto strade diverse ed avendo su molte cose
valutazioni differenti, a Cini Madre Teresa è una presenza viva. È per questo
che, quando mi sono recata a Cini nel 1990, tra le visite a Centro e negli
ambulatori di villaggio per capire la realtà che mi ha poi spinto a fondare
l'associazione "Amici di Cini", era prevista anche una visita alla Casa Madre
delle Suore di Calcutta. Cini si trova esattamente nel lato opposto dell'immensa
città rispetto alla Lower Circular Road: già la sveglia alle 4 e la partenza
alle 4 e mezza con il pulmino che funge anche da ambulanza, l'attraversamento
della Calcutta che si risveglia in un'ora in cui il caldo umido e soffocante non
attutisce ancora i sensi e ti permette di osservare e registrare ogni cosa ti
coinvolgono in un'atmosfera irreale. Ricordo tutto di quel tragitto, sono
rimasti in modo indelebile nei miei occhi i marciapiedi zeppi di corpi
addormentati l'uno sull'altro, i capannelli per le abluzioni davanti a qualsiasi
fontanella, la processione dei diseredati in direzione del vicoletto
maleodorante. Ma appena varcato il portoncino in legno... ecco un altro mondo:
la pace e la "laetitia" prendono il posto del caos e dell'orrore. Le suorine
bianco azzurre di ogni razza e colore si muovono con discrezione nel cortile e
attraverso il chiostro ti fanno entrare nella stanza nella quale si svolge la
messa. Madre Teresa è inginocchiata sulla stuoia come tutte le altre suore, ma
lei è la più piccola, la più rannicchiata, la più curva. Ma da lei si sprigiona
qualcosa che ti attira irresistibilmente. La città sembra lontana, ma ancora più
lontane le brutture e le sofferenze che pore a partire da qui trovano sollievo.
Forse il miracolo di questa donna sta proprio qui: essere riuscita a creare uno
spazio di serenità in mezzo alla ripugnanza della malattia, al raccapriccio
della fame, all'orrore della miseria. Ma lo stupore anche del non credente è
quello di avvertire palpabilmente che una presenza immateriale è scesa tra noi e
si è incarnata in Lei per farti sentire finalmente una "cosa sola" con il resto
dell'umanità. Ma il momento per l'introspezione e, forse, per la preghiera è
breve. Al commiato del sacerdote, tutte le suorine, la Madre compresa, escono
spedite dalla stanza e si dirigono nei mille angoli in cui le conduce alla
carità. Chi si avvicina ai mastelli a lavare i sari, chi alle cucine per sfamare
la folla, chi all'infermeria: l'immagine è proprio quella del brulicare delle
formiche che non hanno tempo per rispondere ai perché del visitatore, ma con
l'azione soddisfano ogni domanda. A noi non resta che gettarci nel calore e
nell'umidità e negli odori di questa torma immensa; la prossima tappa è la "casa
del cuore puro", dove Madre Teresa raccoglie con amore gli ultimi respiri degli
ultimi della terra. Saliamo la scala ripida umida e buia che conduce alla casa,
una zaffata di carne marcia, di putrefazione di corpi scarni e lebbrosi,
l'emanazione della morte ci fa indietreggiare con sgomento, confusi e turbati di
fronte alla grandezza di chi a potuto con cuore pure concepire e dedicare tutta
una vita a una simile opera. Per Cini, istituzione laica, lavorano a favore
dei bambini bisognosi, medici, infermieri, impiegati, insegnanti, cuochi,
autisti. Oltre 120 lavoratori che ogni mattina che prima di iniziare la giornata
si fermano nella stanza, assolutamente spoglia, sotto un disegno a batik che
rappresenta una madre con il suo neonato in braccio, emblema di Cini. Sotto il
dipinto una frase, in inglese: "Ogni bambino è un dono sacro di Dio
all'umanità". Sopra la porta d'ingresso, una modesta lapide in pietra bianca:
"Questa stanza è stata inaugurata dalla nostra amica Madre Teresa".
*
Presidente dell'associazione Amici di Cini Italia
Nei primi secoli della nostra era, sotto il
governo degli Han (206 a.C. - 220 d.C), cominciò a diffondersi in Cina il
buddhismo, che all'inizio trovò non poche difficoltà, a causa della sua
svalutazione della famiglia e della società, che erano i valori tradizionali più
radicali nella mentalità cinese. Dopo la fine della dinastia Han, la Cina fu
divisa in tre stati e poco più tardi cominciarono le invasioni alle frontiere
settentrionali di Mongoli e altre popolazioni barbariche. Seguirono alcuni
secoli di divisione e di guerre, con grandi sofferenze per il popolo, fino al
589, anno in cui la Cina si riunificò con la nuova dinastia Sui (589-618). A
questa seguì la dinastia T'ang (618-907), che garantì alla nazione cinese un
periodo di stabile potenza politica e di grande fioritura culturale. Mentre
accadevano tanti avvenimenti tumultuosi, che coprono una decina di secoli di
storia, il buddhismo penetrava tra tutti gli strati sociali e diveniva uno dei
maggiori fattori della civiltà cinese, accanto al confucianesimo e al
taoismo.
LA PREDICAZIONE DEL BUDDHA Siddhartha Gautama - al quale fu
attribuito il titolo di Buddha, lo "Svegliato" - nacque nell'India
settentrionale, ai confini del Nepal attuale, verso il 563 a.C. e morì
probabilmente nel 483 a.C. a Kusinara, nella regione indiana del Magadha. Il
Buddha è quindi contemporaneo a Confucio e a Lao-tzu: alcuni taoisti diffusero
la leggenda che Lao-tzu, alla fine della sua vita, sarebbe scomparso di là dalle
frontiere occidentali della Cina, raggiungendo l'India, dove avrebbe avuto come
discepolo il Buddha. La predicazione del Buddha si fonda sulle quattro Nobili
Verità: 1) la realtà del mondo, transeunte e in perpetua trasformazione, è il
dolore; 2) l'origine del dolore è il desiderio e l'attaccamento egoistico alla
vita; 3) la liberazione dal dolore è possibile mediante l'estinzione di tale
desiderio; 4) esiste una via che mena a tale estinzione, questa via è la
Legge. La Legge si esprime nell'Ottuplice sentiero, la via che conduce
all'estinzione del dolore. Il sentiero è costituito da: retta visione, retta
intenzione, retto discorso, retta azione, retto modo di vivere, retto esercizio,
retta presenza morale, retta concentrazione. Alcuni di questi principi hanno un
valore particolare per mettere in pratica una condotta di vita
nonviolenta. Per "retta intenzione" s'intende l'astenersi dalle brame,
dall'astio, dalla crudeltà e il coltivare l'aspirazione sincera alla
liberazione. Il "retto discorso " o retta parola è la parola non falsa, non
calunniosa, non aspra, non frivola. La "retta azione" consiste nell'astenersi
dall'uccidere, dall'aspirazione del non dato, dal cattivo comportamento generato
dalle passioni, dalle pratiche ascetiche eccessive e dannose. Il "retto modo
di vivere" consta in una vita sincera, onesta, nonviolenta e serena.
(M.I..Tornotti, La nonviolenza nella cultura indiana, Cittadella Ed. Assisi,
1994, p.139)
IL BUDDISMO CH'AN (O ZEN) La scuola più interessante del
buddhismo cinese è quella detta Ch'an (meditazione), nota in Occidente con il
nome di Zen, che essa prese in Giappone. Secondo l'insegnamento di questa
scuola, l'illuminazione e il nirvana sono in noi stessi: dobbiamo cercarli
dentro di noi con l'ascetismo e la meditazione. Il pensiero deve muoversi
liberamente, senza alcun fine pratico o conoscitivo, senza intenzione; soltanto
in questo modo può avvicinarsi all'"il luminazione", che è spesso considerata
dai maestri ch'an come la "visione del Tao". Comprensione del Tao significa
essere uno con esso; la sua immensa estensione di vuoto non è vuoto, ma
semplicemente uno stato in cui tutte le distinzioni sono scomparse. Si noti come
il buddhismo ch'an si fosse appropriato in temi taoisti: è altresì significativo
che alcuni buddhisti conoscessero il Chuang-tzu. Ma il Primo Principio (lo si
chiami Tao oppure Wu=Non-essere) è inesprimibile: chiamandolo "Spirito" o con un
altro nome, gli si da una definizione e quindi gli si impone una limitazione. In
tal caso i filosofi ch'an e i taoisti dicono che si cade in una "rete di
parole". Alcuni maestri ch'an si servivano del silenzio per esprimere l'idea
di Wu o del Primo Principio. Si dice per esempio che, dovendo discutere con un
altro monaco, Hui-chung (morto nel 775) si mise a sedere sulla sua sedia e
rimase in silenzio. L'altro monaco disse allora: "Prego, proponi la tua tesi in
modo che io possa discuterla ". Hui-chung rispose: "Ho già proposto la mia
tesi". Il monaco chiese: "qual è". Hui-chung disse: "Io so che è di la dalla
tua capacità di comprensione", e con questo lasciò la sua sedia. La tesi
proposta da Hui-chung era quella del silenzio; poiché il Primo Principio o Wu è
cosa di cui si possa dire alcunché, il modo migliore di esprimerlo sta nel
rimanere in silenzio. (Fung Yu-lan, Storia della filosofia cinese, Oscar
Mondadori, Milano, 1975,p. 206) II buddhismo diede vita in Cina a numerose
istituzioni monastiche, che offrivano un porto sicuro a quanti desideravano
fuggire dalle violenze e dalle ingiustizie della società. Fece sentire la sua
influenza anche negli ambienti di Corte, ma non soppiantò il confucianesimo
quale ideologia dell'Impero. La dinastia T'ang fece dei classici confuciani la
base principale per gli esami di concorso con i quali veniva reclutata molta
parte della sua burocrazia. Nel loro attacco contro il buddhismo i confuciani
furono aiutati dal fatto che si trattava di dottrina straniera, non solo per le
sue origini, ma per la sua natura. L'idea di restar celibi o nubili e di farsi
monaco o monaca non attraeva la maggior parte dei Cinesi, i quali aspiravano
invece a una lunga vita in una casa felice, circondati da numerosi figli e
nipoti.
La nonviolenza di Calcutta Qui a Calcutta ho fatto il
battesimo della sopravvivenza, succube dei capricci dei Monsoni e intrappolato
nelle maglie della megalopoli. La città, contrariamente a quanto credevo, è
forte, è vitale, dinamica nonostante l'evidente povertà. L'Ashram, dove sono
alloggiato a Dak-shineswar, nell'immediata periferia a nord di Calcutta, si
presenta un luogo in netto ed improvviso contrasto con la babele circostante, è
rilassante, tranquillo, quasi inerte. Proprio di fianco all'Ashram passa
l'Hooghly river, un possente ramo nel delta del Gange. Anche questo spettacolo
di fiume cattura la mente. La impressiona e induce alla contemplazione con
corni, merli continuamente affaccendati e rumorosi nel giardino delFAshram
tenuto sempre in ordine dalla servitù locale. Qui sembra che il tempo non scorra
mai: l'imponenza degli alberi desta rispetto, i fiori multiformi, significanti
in questo luogo, occhieggiano qua e là all'improvviso stormir delle fronde. Gli
incontri per le meditazioni devozionali del mattino e della sera sono felpati:
sono un fruscio di persone. I canti si levano pacati e regolari con una
intensità decrescente fino al bisbiglio sommesso, poi subentra la meditazione
nel più grande silenzio, rotto solo dai soliti uccelli o dai monotoni colpi di
motore di qualche barca nelle vicinanze. Così si può dire anche per la città di
Calcutta, osservandola al di là del suo scenario caotico. Calcutta è un immenso
brulichio di persone, di animali, di cose, malandate e sporche, ma anche qui si
avverte la devozione, il "Pronam". Tutto si accalca in fretta,
all'improvviso, dall'acquazzone alle ondate di veicoli e pedoni ognuno intento
nelle sue cose. Così gli animali, dal quadrupede agli insetti, sembra non ci sia
spazio, tutto è occupato; con frequenza le situazioni di impatto, di pressione
fisica e mentale sembrano drammatiche, irreversibili per incremento di
aggressività, ma all'ultimo istante tutto si normalizza, per riprendere di
nuovo. Molti tempietti addossati a muri o a vecchi alberi, in mezzo a
liquami, rumori e altro che sia, consentono una pausa di preghiera e
l'accensione di qualche bastoncino di incenso da parte di devoti. Le vacche, i
cani e altri animali si stendono tranquilli a riposare anche dove il traffico è
intenso. Nessuna molestia contro di essi: o vengono abilmente aggirati o
invitati con pazienza a cambiar posto. La violenza, nella forza, è evidente, ma
essa lascia il posto alla nonviolenza quando sorge il contrasto. C'è una
straordinaria capacità a Calcutta di adattamento, di accettazione reciproca ai
limiti dell'assurdo. Dov'è la razionalità? dov'è la sicurezza? Uomini di tutte
le forme, di tutte le classi sociali si intersecano continuamente, frequentano
strutture cadenti e pericolose, affrontano fetide pozzanghere: quale meraviglia,
stupore vedere una figura di donna in uno splendido "sari" attraversare
abilmente le pozzanghere delle strade di Calcutta senza sporcarsi. La
coesistenza di estremi valori è presa con naturalezza; sembra un gioco
irresponsabile. Il valore della vita e della morte, del lavoro e del riposo,
della ricchezza e della povertà, del rumore e della quiete, dello sporco e del
pulito, dell'irrazionale sono parte di una danza in qui l'essere e il non essere
assumono sempre nuovi equilibri. C'è qualcosa, al di là del caos, oltre
l'aspetto fisico; si può percepire. Si può scoprire facilmente negli occhi
accesi e dolci dei bambini. Si può intuire nel bagno nel limaccioso Gange e
nell'Ashram durante la meditazione. È il grandioso cuore dell'India. Bassiano
Moro Bassano
Ma cos'è il 513 ? Come ormai moltissimi sanno, per la
polemica che è divampata, l'art. 513 del codice di procedura penale, che qui è
inutile ricopiare perché, tant'è, verrà appunto modificato, stabilirà che non
potranno essere utilizzate nel processo penale dichiarazioni rese nel corso
delle indagini se no verranno confermate nel pubblico dibattimento e cioè in
aula. È un grosso nodo di civiltà che bisogna sciogliere e come sempre in questi
casi i democratici si presentano divisi, ognuno di noi "visconte dimezzato" per
rubare un termine allo scrittore Calvino. Ridotta ad un nocciolo estremizzato la
problematica è la solita: sottolineare maggiormente il pubblico interesse alla
lotta contro la criminalità o continuare ad avere fiducia in strumenti di
diritto che assicurino anche ai grandi criminali di mafia di godere di tutte le
garanzie stabilite, in generale, dal codice di procedura penale. I sostenitori
della prima ipotesi ritengono che in un momento così drammatico nella vita del
paese anche sotto il profilo criminale, ogni cedimento in eccessi
permissivo-le-galitario sia un regalo che si fa ad una potenza come la mafia,
gigantesca sotto il profilo economico e sociale. Nel caso del 513 se un
collaboratore di giustizia o pentito che dir si voglia decidesse - secondo la
riforma che si vuole introdurre -appunto di non confermare pubblicamente quanto
ha già detto, magari con un quantità di particolari concreti, all'inquirenti,
l'imputato non potrebbe più essere condannato se non vi fossero altri elementi
d'accusa che questi, contro di lui. Non occorrerebbe insomma che il pentito si
presentasse in aula per smentire se stesso, basterebbe che non si presentasse. È
a dire subito che questa riforma è stata tale da allarmare drammaticamente sia
pure da diversi punti di vista, l'intera magistratura. Centinaia di persone sono
state processate e lo saranno nel futuro per delitti di mafia proprio sulla base
di circostanziate chiamate di correo da parte dei pentiti. Gettare nel cestino,
d'ora in avanti, le dichiarazioni di questi ultimi vorrebbe dire aprire tutte le
porte del carcere. Da Caselli a Vigna ogni magistrato impegnato su questo
fronte ha sottolineato il regalo che viene fatto alle organizzazioni criminali
quando diventerà evidentemente prassi comune che i pentiti vengano fatti
avvicinare da picciotti di fiducia promettendo loro l'impunità, per se e
famigliari, per la avvenuta "delazione", a meno che appunto, con il dissenso e
con l'assenza dimostrino di non volerla confermare in dibattimento. La potenza
della mafia è tale da poter tranquillamente ricattare in questo modo le persone
dalle quali possono dipendere lunghe carcerazioni e carceri a vita per
moltissime persone. Come abbiamo detto si contrappone a questa impostazione
tutto uno schieramento che una volta avremo chiamato garantista: lo stesso
magistrato Vigna è preoccupato per alcuni aspetti del "vecchio 513" così come è
preoccupato per i nuovi, e ne ha scritto a lungo. Ma anche nel campo
democratico, e penso ad un prestigioso personaggio come la Rossana Rossanda,
sorgono delle forti perplessità. In sostanza da questa parte si dice che ogni
limitazione dei diritti di difesa, la quale fino ad oggi ha potuto contare sulla
possibilità di avere in aula il pentito, è una ferita inferta comunque ad un
sistema democratico. La stessa Rossanda fa presente che l'argomento relativo
alla bilancia tra l'interesse pubblico e i diritti del singolo cittadino anche
imputato è un argomento che ha tutta una storia. Scrive testualmente così:
"...ricorrente in tutte le rivoluzioni nel Terrore come nel Termidoro, nei
totalitarismi di destra come dei socialismi reali dove ...molte oneste persone
hanno creduto che in nome di interessi effettivi e reali della società si
potessero colpire i rei e i sospetti senza troppo consentire la difesa".
Qualcuno come il Giudice Colombo ha delle soluzioni tecniche intermedie come
quella per la quale il pentito che voglia avere protezione dovrà ripetere in
aula quello che ha detto al Pubblico Ministero. Altri come, nella magistratura,
sostiene la Pacioni o nella politica Pisapia e Salvato, suggeriscono altri
rimedi che possano essere definiti "un altro binario" e cioè delle norme che
mantengano particolari disposizioni per questo tipo di reato. La discussione
è intensa ed aperta: sarebbe interessante conoscere, ora più che mai, l'opinione
dei lettori (che, non dimentichiamolo, sono anche cittadini ed
elettori!). Avv. Sandro Canestrini Rovereto
I delitti dell'esercito Ho letto con ritardo su Azione
Nonviolenta di aprile l'articolo scritto dal comitato NO AMX riguardante l'aereo
che, abbattendosi su una scuola di Casalecchio, uccise molti ragazzi. Dalla
protesta del comitato emerge ancora una volta la logica ferrea e proterva della
difesa militare: "Noi vi difendiamo e questo è il prezzo da pagare". Per chi
crede nella difesa militare, questa è l'unica logica, la più coerente ed anche
incontestabile. Quanti soldati e civili sono morti in tempo di pace durante le
esercitazioni militari terrestri navali ed aeree in Italia ed in altri Paesi del
mondo! Quanti in URSS e negli USA sono stati sottoposti, a loro insaputa, ad
esperimenti con armi nucleari! Quanti sono morti nelle fabbriche di armi? Quante
vittime del nonnismo! Quanti "suicidi" di militari di cui non si saprà mai la
verità! Se esiste la difesa militare ci sono sempre le vittime inevitabili di
questo mostro che divora chi trova nella sua strada, esse sono le vittime civili
e militari votate al sacrificio necessario anche in tempo di pace a questo dio
disumano; sventurato chi ci capita, talvolta alla sventura si aggiungono
l'offesa ed il silenzio complice. Questa logica della difesa armata è anche
anacronistica, infatti nella II guerra mondiale, nella guerra di Corea, del
Vietnam, di Algeria e della Bosnia sono morti più civili che militari, quindi
gli eserciti non servono alla difesa dei civili. La logica della difesa militare
giustifica tutto; l'inquinamento acustico, atmosferico, le servitù militari, le
vittime delle esercitazioni, la costruzione di armi NBC, le invasioni, le enormi
spese militari ecc, perché necessitas suprema lecx est. Dall'episodio di
Casalecchio, come da altri tragici avvenimenti si capisce che l'esercito
purtroppo non è fatto di veri eroi e di veri coraggiosi, come vogliono farci
credere. Nell'esercito non c'è gente pronta a morire per gli atri, a dare la
vita per gli altri, ma c'è gente pronta ad uccidere e morire, armi in pugno, per
odio e per paura degli altri e non per amore e per aiutare gli altri nemici o
amici che siano. Se quell'aviere avesse cercato di controllare l'aereo fino in
fondo, per evitare che esso si abbattesse su un centro abitato, se avesse
rischiato la sua vita per salvare quella degli altri sarebbe stato un vero eroe,
un vero coraggioso. Ma il coraggio non è monopolio dei militari. Pierfelice
Bellabarba Macerata
LadyD. e Madre Teresa A tombe chiuse, parliamo pure di
Diana e di Madre Tersa, visto che hanno commosso miliardi di persone. E' segno
positivo che vi sia tanto desiderio di sentimenti e simboli comuni a tutti, in
un mondo che ci mette gli uni contro gli altri. Eppure, quale superficialità!
Gli impegni umanitari di Diana, giusti e meritevoli, non sono il per fetto
equivalente dei balli di beneficenza delle ricche signore di un tempo? E noi
tutti sulla porta del castello ad ammirare gli abiti splendenti e i gioielli
stramiliarda-ri, commossi di tanta bontà! Madre Teresa è stato un grande segno
d'amore e di scelta dei poveri. Chi può dubitarne? Ma, per fare un solo nome,
Alex Zanotelli a Korogocho non fa di meno (se non guardiamo soltanto all'aspetto
quantitativo). Eppure, se morisse (Dio lo conservi!), non avrebbe certamente un
funerale ecumenico né l'omaggio dei capi di stato. E perché? Perché Madre Teresa
ha dato una "testimonianza di carità eroica alimentata da una fede profonda
(...) pur senza spingersi a contestare le ingiustizie sociali che provocano
tante miserie" (Luigi Bettazzi, Il Risveglio popolare, Ivrea 12.9.97).
Zanotelli, invece, ha fatto anche questo, al punto da mobilitare l'allora
Ministro della Difesa italiano Spadolini e non so quanti altri potenti politici
ed ecclesiastici per cercare di farlo tacere. Meditiamo un momento: neppure Gesù
ebbe un funerale onorato, tanto meno lo avrebbe oggi. E tutto l'Evangelo dice
bene il perché. Enrico Peyretti Torino