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Azione nonviolenta - Settembre 1997 PDF Print E-mail

DOVE E QUANDO ABBIAMO SBAGLIATO?
di Sandro Canestrini

PACE NEGATIVA, PACE POSITIVA, CRESCE LA RICERCA SCIENTIFICA
di Enrico Peyretti e Nanni Salio

IL SILENZIO STONATO DEL PARLAMENTO E DEI "PACIFISTI"
di danni Tantino e Paolo Bergamaschi

APPELLO AL GOVERNO ITALIANO ED AL MINISTRO DEGLI ESTERI

MANIFESTAZIONE NONVIOLENTA
di Mao Valpiana

NOI POPOLI DELLE NAZIONI UNITE PER UN'ECONOMIA DI GIUSTIZIA

MARCIA PER I DIRITTI DEGLI ANIMALI

LE BANDIERE DELLA PACE COLORANO LE DOLOMITI
di Luigi Casanova

RITORNO A ST. RADEGUND PER ONORARE JÀGERSTÀTTER
di Alberto Trevisan

IN MEMORIA DI MADRE TERESA
di Tiziana Valpiana

IL BUDDHISMO IN CINA (LA SCUOLA CH'AN)
di Claudio Cardelli

Ci hanno scritto

RIFLESSIONI POST ESTIVE

Dove e quando abbiamo sbagliato?

dì Sandro Canestrini

Di fronte allo sconsolante paesaggio politico di oggi la domanda nasce spontanea: ma dove e quando abbiamo sbagliato? dove sono state poste le radici di questo paese che ogni giorno delude i suoi cittadini onesti? Credo che la domanda sia legittima perché, se non si conoscono le cause di una malattia, è ben più difficile curarla. La risposta è del resto facile: basta prendere in mano un libro di storia. Il nostro Paese non è mai stato unitario, né indipendente, nei secoli, ma frammentato in stati e staterelli che regolarmente si facevano la guerra tra di loro e governati da classi di un feudalesimo crudele e spietato che provocava la miseria più nera. Poi vi è stato quel movimento che fu chiamato ottimisticamente "Risorgimento", movimento di élite del tutto estraneo alle masse popolari - ancora analfabete e disperate - e che nacque come segno di speranza ottimistica sull'ondata degli ideali della rivoluzione francese. Di questo movimento si impossessò la monarchia sabauda che riuscì ad "unificare", dalle Alpi alla Sicilia, in una uniformità savoiarda che aggravò di fatto le condizioni economiche dei poveri e che precipitò poi nell'abisso delle guerre coloniali di fine secolo, di quelle dell'inizio del secolo, e poi nelle due guerre mondiali tenacemente preparate dalle classi possidenti come sicuro e definitivo mezzo per tenere a bada il grido che la miseria e lo sfruttamento alzavano dalle campagne e dalle fabbriche (compensi da fame, malattie spaventose, vita media sui 40 anni). La reggia, tenuta in piedi dalla "cleptocrazia", e cioè da quel numero determinato di famiglie che si sono appropriate della ricchezza del Paese, è un circo equestre che fa sorridere gli stranieri che, dall'America settentrionale, all'Inghilterra, alla Francia, la loro rivoluzione sul serio l'avevano fatta.
Il capitalismo è da due secoli una piaga dell'umanità e addirittura negli ultimi decenni ne è diventato il carnefice, attraverso l'ideologia della destra economi ca e cioè il neo liberalismo, la globalizzazione della economia, la concentrazione in numero sempre minore di mani di sistemi informativi planetari ed infine il monopolio mondiale della forza nell'unica superpotenza superstite. Dico anch'io a me stesso che è inutile piangere ma le origini sono quelle sopra dette, seguite dalle conseguenze che mi pare giusto avere riassuntivamente tratte, in parte la responsabilità è anche nostra, anche di quelli che volevano essere gli uomini nuovi; abbiamo lasciato che il blocco degli interessi conservatori reazionari si ricostruisse dopo la folle paura provata con la Resistenza, abbiamo lasciato che i nostri ragazzi fossero sua mercé nelle scuole e nell'esercito, non abbiamo saputo portare avanti ideali di nonviolenza e di pace, di educazione civica e di solidarietà che sono gli unici, davvero gli unici, che possono ancora dire una parola in questo mondo dove, non solo si cementificano i boschi, ma sono ormai cementificati gli spiriti. Tutti gli spazi morali da noi colpevolmente (per la nostra inerzia, per non essersi attivati) lasciati liberi sono stati occupati dalla mala società che va dal craxismo alla mafia, dalla sfrenata speculazione economica, alla piaga della violenza, preaticamente incontrastata che regna nel Paese.
So bene che gli appelli che sembrano cadere dall'alto e dal pulpito sembrano - e forse sono anche - inutili perché inascoltati. Ma anche se fossero voci del deserto, l'importante è che, sommate tutte assieme, diventino un coro di volontà il più possibile unanime che giunge alle orecchie di chi può.
La marcia è lunga, la storia della civiltà, anche se oggi è oscurata, non può finire domani mattina.


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CULTURA DELLA NONVIOLENZA

Pace negativa, pace positiva cresce la ricerca scientifica

di Enrico Peyretti e Nanni Salio

Questi sono appunti orientativi per tracciare un quadro, ovviamente integrabile, della ricerca per la pace in Italia, con un breve riferimento previo al livello internazionale. Si vuole indicare la ricerca scientifica originale, ma si aggiungono anche cenni ad attività di divulgazione e rielaborazione, che contribuiscono alla cultura di pace.

1 - INTERNAZIONALE
Tre sono le principali scuole di pensiero sull'idea di pace: pace negativa, pace positiva, nonviolenza (cfr G. Salio, Le guerre del Golfo e le ragioni della nonviolenza, Ed. Gruppo Abele, Torino 1991, pp. 14-15).
Esistono istituti che studiano le condizioni della pace negativa (armamenti e disarmo; tensioni e strategie), il più famoso dei quali è il SIPRI di Stoccolma {cfr Si-pri Yearbook. Armaments, Disarmament and International Security, Stockholm International Peace Research Institute, Oxford University Press 1996). Da segnalare anche il Bonn International for Conversion, Elisabethkirche 25, D-53113 Bonn, Germania (cfr Conversion Survery 1996, Global Disarmament Demilitariza-tion and Demobilitation, Oxford University Press 1996).
Sulla pace positiva (assenza di guerra ma anche di violenza strutturale) ci sono nelle Università di gran parte del mondo centinaia di corsi di "peace studies" e relativi dottorati.
Si ha un'idea degli ambiti di studio scorrendo le denominazioni delle commissioni dell' IPRA (International Peace Research Association), che riunisce gli istituti nazionali di ricerca per la pace: 1) Comunicazioni; 2) Soluzione dei conflitti e costruzione della pace; 3) Europa dell'Est; 4) Sicurezza ecologica; 5) Economia politica globale; 6) Diritti umani internazionali; 7) Conflitti interni; 8) Nonviolenza; 9) Educazione alla pace; 10) Storia della pace; 11) Teorie della pace; 12) La pace nella letteratura; 13) Movimenti per la pace; 14) Rifugiati; 15) Religioni e pace; 16) Sicurezza e disarmo; 17) Donne e pace; (Newsletter IPRA, september 1996).
Così pure, Johan Galtung, probabilmente oggi nel mondo il principale peace resear-cher, nel testo che costituisce la base dei suoi corsi (Peace by Peaceful Means. Peace and Conflit, Development and Civi-lization. International Peace Reseach Institute, Oslo 1996), propone, attraverso le parti in cui è suddiviso il libro, una struttura centrale degli studi per la pace: I: Peace Theory; II: Conflict Theory; III: Development Theory; IV: Civilization Theory. Nel 1985 Johan Galtung, facendo un bilancio degli studi per la pace (Twenty-Five Years of Peace Research: Ten Challenges and Some Responses, in Journal of Peace research, voi 22, no 2, 1985) indicava questi punti: 1) definizione di peace research; 2) pace come assenza di violenza (inclusa la violenza strutturale); 3) violenza come ostacoli alla soddisfazione dei bisogni primari; 4) estensione alla pace in natura, spazi umani e spazi sociali; 5) dialettica tra ricerca, educazione e azione; 6) il ruolo sociale del ricercatore di pace; 7) le strategie fondamentali dell'azione di pace; 8) i metodi della pace research; 9) la scelta dello stile intellettuale; 10) la concezione della pace nelle varie civiltà. Nella sua Storia dell'idea di pace (Satyagraha, Torino 1995, tabella a p. 64) lo stesso Galtung indica il "problema inter- fattoriale". Combinando i quattro poteri (militare, economico, politico, culturale) con i due concetti di pace (negativa e positiva), oppure, in altre parole, i quattro tipi di violenza corrispondenti ai quattro poteri con i due tipi di terapia (curativa, preventiva) si da luogo a quattro aree di problemi e relativa ricerca. Le teorie della pace devono affrontare contemporaneamente tutte le quattro aree e i loro problemi. Se si limitano ad un solo fattore (p. es. solo politico, o solo culturale, o solo curativo) danno risultati insufficienti.

2 - IN ITALIA
Rami principali della ricerca (assumendo la cultura di pace nelle tre dimensioni di, memoria, coscienza, progetto; cfr relazione di E. Peyretti alla Scuola di Pace di Torino, 27 febbraio 1994):
- storico:
- maestri e autori classici: antologia di Balducci e Grassi, La pace, realismo di un'utopia, Principato 1985; vari volumi nelle Ed. Cultura della Pace; testi della grande tradizione pacifista antica e moderna curati da Paolo Siniscalco (antichità cristiana), Emilio Butturini (i classici moderni), Pier Cesare Bori (religioni e sapienze antiche; Tolstoj), Gianni Sofri (Gandhi), Giuliano Pontara (Gandhi), ecc.
- storia dei movimenti per la pace (tre volumi dell'IPRI, Ed. Gruppo Abele, 1996, 1989) e dell'obiezione di coscienza (Sergio Albesano, Ed. Santi Quaranta); N. Salio sul 1989 (II potere della nonviolenza, EGA 1995)
- storia delle lotte nonviolente e/o nonarmate: v. bibliografia Casi storici di difesa senza guerra (disponibile a richiesta).
- pedagogico: (educazione alla pace): quaderni Ed. Gruppo Abele; Giovanni Catti, Bologna; Daniele Novara, Piacenza
- psicologico: Istituto di Psicologia del CNR, Roma (Francesco Robustelli, referente italiano del "Manifesto di Siviglia" dell'Unesco; cfr nota a p. 152 di G. Salio, Il potere della nonviolenza, Ega 1995; convegno marzo 1997 sulla violenza); Ettore Zerbino, psichiatra (Roma); Paolo Rigliano, psichiatra (Milano); Luigi Pagliarini (Canton Ticino, Svizzera)
- filosofico: lavori di Capitini, Bobbio,Pontara, Balducci, Italo Mancini, Roberto Mancini, ecc.
- economico: corsi locali su "Economia nonviolenta", Beati i Costruttori di Pace: "Quando l'economia uccide bisogna cambiare"; Associazione Pace e Diritti; Centro per il Nuovo Modello di Sviluppo (F. Gesualdi). In genere è poco esplicitato il nesso tra alternative economiche e pace.
- politico: nessuna (?) ricerca scientifica in Scienze Politiche, ma tesi di laurea (p. es. una in corso con Marco Revelli ad Alessandria sulla Resistenza civile); articoli di riviste (Teoria politica, Torino); qualcosa sulle istituzioni internazionali, nessuna ricerca scientifica sui modelli di difesa (soltanto tesi di laurea)
- fisico-matematico: modelli matematici dei conflitti (un quaderno EGA; ricercatori a Napoli, Torino, Trieste); Antonino Drago, Le due opzioni. Storia popolare della scienza, La Meridiana, Molfetta 1991).
- geografico: Giuliana Martinari (Napoli), Andrea Pase (Padova)
- scienze sociali: Alberto L'Abate, Consenso, conflitto e mutamento sociale.
Introduzione a una sociologia della nonviolenza, F. Angeli, Milano 1990.
- diritto e relazioni internazionali: Antonio Papisca (Padova), Luigi Bonanate (Torino), Rodolfo Venditti (testi scientifici sull'obiezione di coscienza e sulla difesa popolare nonviolenta, pubblicati da Giuffré, Ed Gruppo Abele, Eirene)

Linee di ricerca da sviluppare:
- teoria dei conflitti: gestione nonviolenta o nondistruttiva dei conflitti, a livello micro, meso, macro: interiori, interpersonalì, sociali, urbani, internazionali, tra culture,...; mediazione sociale;
- elaborazione di modelli di difesa alternativi al militare (Difesa Popolare Nonviolenta);
- studio dell'istituzione militare (p. es. Ekkerhardt Krippendorf, Stadt und Krieg,...)
- indirizzo educativo: ricerca in corso, sostenuta dal MURST, sull'efficacia dei metodi di educazione alla pace, in almeno sette sedi universitarie: Verona, Bologna, Torino, Roma, Napoli, Bari, Firenze
- indirizzo storico (storia delle culture; storia delle culture pacifiste minoritàrie, sia religiose che laiche, storia dei conflitti e delle alternative alla guerra nelle lotte nonarmate e/o nonviolente)
- indirizzo politico strategico (p. es. P.Ackerman - Ch. Kruegler, Strategie Nonviolent Conflict: The Dynamics of People Power in The Twentieth Century, Praeger, Westport 1994)
- modelli organizzativi e dinamiche dei movimenti per la pace nella società civile (Gene Sharp, Politica dell'azione nonviolenta, voi 3°, Ed. Gruppo Abele, Torino 1997)
- antropologia 1) filosofica (p. es. grandi sintesi di Balducci su "l'uomo inedito") 2) culturale (p. es. Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana, Mondadori, e altri studi)
- funzione dei media, dell'arte, della letteratura, nella costruzione di un immaginario collettivo pacifico anziché violento e belligenio

Numero di ricercatori in Italia: sulla pace negativa: una cinquantina; sulla pace positiva: 10-20; sulla nonviolenza: una decina; (e non tutti a tempo pieno!)

Istituzioni:
- CIRUP (Centro Interdipartimentale di Ricerca Università per la Pace), Università di Bologna, via Belle Arti 42, fondato nel 1989, in continuazione del CEDIP.
- UNIP-IUPIP, International Univer- sity of Peoples' Institutions for Peace, c/o Fondazione Opera Campagna dei Caduti, Colle di Miravalle 38068 Rovereto; (scuola intensiva estiva a carattere internazionale). Programmi svolti: 1993: Conflitti nell'ex-Yu-goslavia. Conflitti sociali in Brasile; 1994: Diplomazia popolare e contributo delle donne alla soluzione pacifica dei conflitti; 1995: Diplomazia popolare, nonviolenta e mass-media; 1996: Diplomazia popolare, nonviolenta e migrazioni, (v. opuscolo 1996).
- Centro Diritti dell'Uomo e dei Po poli, Università di Padova, via Anghinoni 10, 35100 Padova; diretto da Antonio Papisca (istituzioni internazionali; diritto internazionale dei diritti dell'uomo); pubblica rivista Pa ce, Diritti dell'Uomo, Diritti dei Popoli e Bollettino Archivio Pace Diritti Umani.
- IPRI, Italian Peace Research Institu-te, Segreteria presso il Centro Studi "Domenico Sereno Regis" (che va costituendosi in biblioteca multimediale internazionale "Pace, ambiente, sviluppo"), via Garibaldi 13, 10122 Torino, tel-fax 011-53.28.24. L'IPRI è una rete di ricercatori, non solo universitari, affiliato all'IPRA. A finanziamento unicamente volontario. Sviluppa la cultura della nonviolenza. Ha tenuto cinque convegni di ricerca sulla Difesa Popolare Nonviolenta, di tre dei quali sono pubblicati agli atti (v. bibliografia Casi storici di difesa senza guerra). Pubblica un bollettino IPRI Newsletter non solo di collegamento e informazione, ma anche di ricerche e recensioni italiane e internazionali.
- Scuole di Pace: relativamente molte, sono il tipo di istituzione culturale-educativa più diffuso e a più larga azione (se non si contano le agenzie educative come scuola, chiese, e l'azione personale di singoli operatori in esse). Sono di vari livelli e impostazione: educativo, culturale, di preparazione all'impegno umanitario o di intervento nonviolento. Promosse da enti locali (Comune di Boves), associazioni (Scuola di Pace "E. Balducci", BCP di Torino; Scuola di Pace della Comunità Papa Giovanni di Rimini), gruppi o persone (Scuola della Pace del Centro S. Apollinare di Fiesole), " Studiar per pace" (Bologna), Università per la pace "E. Balducci" di Cesena (Giovanni Catti), ecc. Presentano anche interventi di studiosi qualificati.
- Forum per la Pace, Firenze. Parauniversitario, pubblica quaderni; linea di pace negativa, finanziato dalla Regione.
Centro Eirene, via F. Scuri 1/c, 24100 Bergamo. Svolge ricerche, pubblica quaderni e Fogli di collegamento degli Obiettori Nonviolenti
- USPID, Scienziati per il disarmo (attualmente in... disarmo); Pugwash, (Francesco Calogero): disarmo, pacifismo "strumentale" (secondo la classificazione di Bobbio); ISSODARCO, (Carlo Schaerf). Le tre istituzioni sono collegate. Archivio per il Disarmo
(Battistelli): Tutte queste sono istituzioni benemerite della pace negativa.
- Diversi enti locali vanno istituendo uffici per la pace, la solidarietà, la cooperazione, che sono un inizio di riconoscimento, visibilità pubblica e sostegno istituzionale alle iniziative di base:
Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace, Provincia di Perugia, via della Viola 1, 06122 Perugia,
tel 075/57.22.479, fax 075/57.21.234.

Tesi di laurea:
- in filosofia, pedagogia, fisica, matematica, storia, diritto costituzionale, ecc.
- in varie università (ci risultano: Milano Statale, Bologna, Torino, Cagliari, Napoli, Trento)
- le tesi di cui si ha notizia sono segnalate su IPRI Newsletter
- premi: per tesi sulla DPN (finanziamento Obiezione alle Spese Militari): per tesi sull'educazione alla pace(Catti, Bologna)
Sarebbe opportuno che docenti e ricercatori suggerissero ai molti studenti che richiedono tesi sulla pace, lavori sulle linee di ricerca da sviluppare sopra indicate.

Riviste e pubblicazioni:
- Giano; rivista e gruppo di singoli ricercatori, taglio universitario, di sinistra, pace negativa
- singoli contributi su Teoria politica, Dipartimento Studi Politici, via Maria Vittoria 19, Torino
- riviste di cultura per militanti: Azione nonviolenta, (Movimento Nonviolento), Mosaico di Pace (Pax Christi), Guerre e Pace (Comitato Golfo)
- riviste di vario impegno culturale, molto sensibili alla pace: Bozze (fin quando è uscita), Testimonianze, Rocca, il foglio,...
- falliti tentativi di ottenere una rubrica continua di informazione sulla ricerca per la pace su periodici e quotidiani quali Avvenimenti, il manifesto, ...

- non c'è una rivista specifica di ricerca scientifica! Dieci anni fa 4 numeri di Ricerche per la pace, di Umberto Gori, Firenze.
Case editrici specializzate:
- Edizioni Cultura della Pace, via Roccettini 11, 50016, San Domenico di Fiesole (Fi); Edizioni Gruppo Abele, via Carlo Alberto 18, 10123 Torino; Sonda, via Ciamarella 23/3, 10149 Torino; La Meridiana, via Massimo D'Azeglio 46, 70056 Molfetta (Ba); Pangea (già Satyagraha), C.P. 1086, 10100 Torino.

Alcuni autori (non solo italiani), centri, editori in alcuni campi della cultura di pace in Italia:
- campo interculturale: Raimon Panikkar, Hans Kiing, (due volumi sull'etica mondiale, Rizzoli); Pier Cesare Bori, (volume sul Consenso etico tra culture, Marietti 1995);...
- campo filosofico: vedi sopra
- campo religioso: teologia ed etica cristiana (autori: Chiavacci, Mattai, Rizzi, altri...; editori: Cittadella, Assisi; Queriniana, Brescia..); spiritualità buddhista; dialogo tra religiosi (Pro Civitate Christiana di Assisi; iniziative a base locale).

Che cosa occorre fare oggi?
- un bollettino sulla ricerca per la pace in Italia che assicuri il contatto tra tutti i ricercatori, su tutte le linee di ricerca
- ma soprattutto un rivista di ricerca per la pace una scuola di specializzazione di ricerca post-laurea a carattere nazionale
e/o internazionale (la IUPIP di Rovereto è per formatori e operatori), cioè un vero Istituto Universitario per le Scienze della Pace
borse di studio per ricerche specifiche
- operare per l'inserimento degli studi di pace nel quadro normale delle discipline universitarìe (v. situazione in molti paesi esteri; v. lettera ad alcuni docenti torinesi 8.2.94 e sollecitazione al nuovo Rettore).
- sul piano cittadino: centri studi e biblioteche specializzate su pace, sviluppo, ambiente, aperte al pubblico e inserite nel circuito culturale della città

Difficoltà ed ostacoli principali segnalati e proposte fatte dai docenti dei CIRUP nell'incontro avuto il 17.12. 1996:
1) una scuola di specializzazione, trasversale alle discipline, incontra grandi resistenze, tanto da non parere realizzabile,
perché oggi l'Università si fa violentemente settoriale. Sembra più possibile la ricerca nei singoli settori, e la rilettura dei
singoli fenomeni nell'ottica della ricerca di pace.
2) c'è un aspro contrasto tra il livello accademico-burocratico e la ricerca avanzata minoritaria, specialmente se questa richiede anche un impegno etico, emarginato dall'accademia. Serve un'idea forte, mobilitante la minoranza sensibile.
3) proposto un convegno di ricercatori.



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SI ALLARGA IL PATTO ATLANTICO E CRESCONO LE SPESE MILITARI

Il silenzio stoNato del Parlamento e dei "pacifisti"

di Gianni Tantino e Paolo Bergamaschi

Strano paese l'Italia. Ci si abbandona a lunghe ed inconcludenti discussioni sull'opportunità di inviare o meno un contingente di pace il Albania e si sorvola colpevolmente su questioni ben più rilevanti come l'allargamento della Nato. Missioni come quella albanese sono, purtroppo, destinate ad essere sempre più frequenti visto il tipo e la natura dei nuovi conflitti e il nostro paese non può sottrarsi, quando richiesto ad obblighi internazionali di peace-keeping. Essere parte attiva nel processo di espansione di un'alleanza militare, invece, non ci sembra rientri fra i doveri italiani. In un paese normale prima di compiere un passo così pesante ci si preoccupa almeno di aprire un approfondito dibattito politico. Da noi, al contrario, questo è avvenuto nell'indifferenza generale col silenzio-assenso delle forze "pacifiste" che appoggiano il governo. Come si comporteranno queste quando il Parlamento sarà chiamato a ratificare l'allargamento della Nato a Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca? Usciranno dall'aula per non sporcarsi le mani? Si rifugeranno dietro ad un comodo, tardivo ed inutile "no" di facciata o si domanderanno il perché non sono state in grado, o non hanno voluto, incidere sulle posizioni espansioniste del governo italiano? Una cosa è certa: il frenetico lavoro diplomatico del nostro paese per includere anche Romania e Slovenia tra i nuovi membri del patto atlantico non è dettato da ragioni filantropiche per proteggere i malcapitati cittadini orientali da nuove e spaventose minacce. Più venalmente l'Italia ha deciso di partecipare ad una strisciante corsa al riarmo a sostegno della propria industria bellica. È straordinario constatare come al vertice di inizio luglio a Madrid, fra le foto di rito e le dichiarazioni altisonanti, all'appuntamento con la storia mancassero i numeri.

CHI FA I CONTI?
Ancora oggi non si conoscono i costi reali nell'adeguamento dei sistemi militari dei tre nuovi paesi agli standard occidentali e, ancora di più, non si conosce come verrà ripartita la spesa fra i singoli membri. Stime del Dipartimento della Difesa americano parlano di cifre attorno ai 35 miliardi di dollari (63 mila miliardi di lire) nell'arco di dieci anni ma alcuni esperti forniscono dati di gran lunga superiori. Lo stesso Solana, segretario generale dell'alleanza atlantica, riferendo sull'argomento alla Commissione Esteri del Parlamento Europeo ad una precisa domanda ha preferito non rispondere.
E fra europei ed americani la partita su quanto pagare a testa è ancora abbon dantemente aperta. Ai primi spetterebbero 19 miliardi di dollari mentre 14 toccherebbero ai tre nuovi membri e due agli americani. In realtà siamo ancora in alto mare. Sono in grado Polonia, Repubblica Ceca ed Ungheria di esporsi per cifre così impegnative? Come conciliare il fatto che da una parte le istituzioni finanziarie internazionali (Fondo monetario internazionale e Banca Mondiale) richiedono forti tagli alla spesa pubblica e politiche draconiane di contenimento dei bilanci mentre dall'altra ci si abbandona a uscite così consistenti? E i paesi che sono anche membri dell'Unione Europea saranno in grado di rispettare i rigorosi criteri di Maastricht con questi nuovi ed onerosi impegni?
Gli americani hanno già fatto sapere che non intendono sborsare più di quanto hanno previsto lasciando agli europei i costi diretti ed indiretti di quello che reputano come "le prove generali" dell'allargamento dell'unione. Il dibattito degli USA va comunque riscaldandosi alla luce, anche, di una maggioranza repubblicana nel Congresso le cui spinte isolazioniste sono sempre più marcate.

E I DIVIDENDI DI PACE?
A questo punto viene spontaneo chie dersi dove sono finiti i tanto decantati dividendi di pace, cioè i capitali liberati dai drastici tagli alle spese militari conseguenti al crollo del blocco comunista che avrebbero dovuto portare al continente europeo una nuova era di prosperità e benessere. La fine della guerra fredda sancisce, invece, una nuova divisione innescando un'ulteriore ed inutile corsa agli armamenti. Come inciderà l'allargamento sul precario equilibrio della fragile democrazia russa? Riprenderanno vigore a Mosca le forze nazionaliste? Quali reazioni nel prossimo futuro da parte dell'ex-Armata Rossa? La Nato allargata non favorisce, di certo, lo smantellamento degli arsenali, compresi quelli nucleari, ma finisce con l'acuire le incomprensioni e le diffidenze fra chi è dentro e chi è restato fuori. È così che la Russia, respinta dall'alleanza atlantica, si è riavvicinata, nello scorso aprile alla Cina con la pronta reazione del Giappone che, come contro mossa, ha in giugno, sottoscritto con gli Stati Uniti un nuovo trattato di cooperazione in materia di sicurezza.

IL FIANCO SUD
Non marginale è la questione del raffor zamento del fianco sud della Nato alla luce delle nuove, presunte, minacce. Il presidente francese Chirac, a Madrid, ha giustamente posto, inascoltato, la questione del suo comando oggi saldamente in mani americane. La posta in gioco è, infatti, altissima visto il ruolo e gli interessi delle forze statunitensi nel bacino Mediterraneo che spesso non coincidono con quelli europei. Lo stallo, che ormai si sta trasformando in vero e proprio affossamento, del processo di pace in Medio Oriente è un segnale troppo forte che non può non preoccupare i paesi europei del Mediterraneo particolarmente esposti ai prevedibili "effetti collaterali".

PREVENZIONE ADDIO
Così, paradossalmente, il crollo del mu ro di Berlino porterà ad un aumento delle spese militari con il rafforzamento di un settore industriale che si auspicava potesse essere ridimensionato. E con l'ampliamento del patto atlantico risulta fortemente indebolito il concetto di prevenzione dei conflitti uscendo rafforzati, ancora una volta, i meccanismi di soluzione militare delle crisi. Perché le forze pacifiste non sono state i grado di affermare nelle sedi opportune questi principi basilari? Si abbia il coraggio, almeno, di aprire una discussione.


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PREVENIRE LA GUERRA IN KOSSOVO

Appello al Governo Italiano ed al Ministro del Esteri

Nel Kossovo, regione ex autonoma della Serbia abitata per circa il 90% da albane si, c'è una situazione gravissima che rischia di esplodere da un momento all'altro, compromettendo gravemente la stabilità di tutti i Balcani. E questo a causa:
1) dell'eliminazione, da parte serba, con la frode e la violenza, delle prerogative statuali delle autonomie concesse a questa regione dalla Costituzione del 1974;
2) del perdurare della legge serba di emergenza (o legge marziale) che ha portato alla militarizzazione dell'intero territorio;
3) delle continue violazioni dei diritti umani individuali e collettivi, cui da anni il popolo albanese risponde con la nonviolenza;
4) della mancata attuazione dell'accordo Milosevic-Rugova sulle scuole;
5) gli episodi finora sporadici, di reazione armata da parte di frange che non accettano più l'opzione non violenta del governo parallelo di Rugova;
6) del rimpatrio forzoso di profughi, attuato da parte di molti paesi europei con il consenso della Serbia, e da questa sottoposti a gravi maltrattamenti in quanto spesso si tratta di renitenti alla leva.

L'Italia è da tempo un interlocutore privilegiato ed autorevole, sia per il governo serbo, come hanno dimostrato gli interventi del Ministro Dini in occasione delle manifestazioni di dissenso al Belgrado ed i recenti accordi commerciali, tra i quali quello della Tclccom-ltalia che rivelerà la gestione delle Poste e delle Telecomunicazioni nella Repubblica Federale Iugoslava (ed anche nel Kossovo, dove però con l'eliminazione delle autonomie statuali sono stati espulsi dalle PPT migliaia di impiegati rei soltanto di essere albanesi), sia anche dal governo parallelo albanese, come hanno dimostrato l'accordo Milosevic-Rugova per la normalizzazione del sistema scolastico, sottoscritto con la mediazione della Comunità di S.Egidio nel settembre '96, ed il colloquio Dini-Rugova avvenuto a Roma nel novembre successivo. Pertanto la Campagna per una soluzione nonviolenta in Kossovo ed il Coordiname-to delle Associazioni Kossovane in Italia

CHIEDONO

al Governo Italiano, ed in particolare al Ministro degli Esteri on. L.Dini

- di intensificare i contatti con le istituzioni serbe ed albanesi per prevenire il conflitto armato nel Kossovo ed avviare un concreto processo di normalizzazione della vita di questa regione;
- di subordinare la ratifica di tutti gli accordi economici e commerciali in corso con la Serbia e con la Repubblica Federale Iugoslava alle seguenti garanzie da attuarsi in Kossovo:
- rispetto dei Diritti Umani, individuali e collettivi, per tutta la popolazione residente e per tutti i rifugiati rimpatriati;
- revoca della "legge di emergenza" (o legge marziale) da parte del Governo Serbo e ritiro graduale dell'esercito e della polizia;
- accettazione da parte serba ed albanese di una mediazione garantita dalla Comunità Internazionale per avviare un dialogo costruttivo tra le parti basato sui seguenti principi: parità di condizioni tra le parti, nessun pregiudizio sul risultato finale, nonviolenza, autodeterminazione dei popoli;
- ripristino delle istituzioni democrati-che ed in particolare del Parlamento, del Governo e della Magistratura;
- ripristino delle istituzioni educative con l'attuazione dell'accordo Milose-vic-Rugova, e di tutte le istituzioni culturali, di informazione, scientifiche e finanziarie.
La ratifica degli accordi economici subordinata alle condizioni sopra riportate può e deve costituire per l'Italia un mezzo per attuare una concreta politica di pace, così come previsto dall'ari. 11 della sua Costituzione: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali".

Campagna per una Soluzione nonviolenta in Kossovo
c/o Casa per la Pace, c.a.8,
via S.Fr.sco de G. 3
74023 GROTTAGLIE (TA)
tel/fax 099/5662252

Unione delle Associazioni e Comunità Albanesi in Italia e delle Associazioni Italo-Albanesi
via Siena 15,
50142 FIRENZE
tel. 055/7323421, fax 055/363603 cell.: 0335/6253074

sottoscrivere il presente appello ed inviarlo per fax a:
- ON. L. DINI, MINISTERO DEGLI ESTERI, fax 06/3222850
- CAMPAGNA KOSSOVO, fax 099/5662252 o UNIONE ASS. E COM. ALBANESI IN ITALIA, fax 055/363603

Appello per la costituzione di un contingente italiano di Caschi Bianchi dell'Onu

In base alla "Agenda per la Pace", pre sentata nel 1992 dal Segretario Butrus Ghali, l'ONU ha approvato vari Documenti (in particolare la Risoluzione A/43/139 B del 20.12.1994 ed il Documento A/50/203 del 27.6.1995) per l'istituzione di un contingente di volontari civili, denominato CASCHI BIANCHI, da utilizzare per la costruzione ed il mantenimento della pace nelle aree di crisi. L'Italia ha aderito, con altri 21 Paesi, all'iniziativa dei CASCHI BIANCHI, impegnandosi a parteciparvi con un proprio Contingente, costituito molto probabilmente da uomini e donne. Al riguardo, alcuni Uffici Governativi stanno lavorando per definire le caratteristiche del Contingente italiano e le modalità per farne parte. Questa è sicuramente un'occasione storica per i pacifisti e nonviolenti italiani per poter dimostrare che la pace si può costruire e mantenere nelle aree in crisi senza le armi. Per questo motivo è assolutamente necessario che questo primo Contingente italiano sia adeguatamente "addestrato" in modo da poter dimostrare di essere all'altezza del compito di pacificazione che gli sarà affidato. Il fallimento di questa prima iniziativa rischia infatti di vanificare tutto il lavoro finora svolto all'estero dai pacifisti e nonviolenti italiani, che dall'inizio degli anni novanta hanno operalo concretamente, con positivi risultati, in alcune aree di crisi, soprattutto nella ex Jugoslavia. Il Centro Studi Difesa Civile (CSDC), Associazione pacifista non violenta attiva a Roma fin dal 1984, impegnatasi nel 1987 a pubblicizzare la proposta del leader induista Ramsahai PUROHIT per la costituzione di una FORZA NONARMATA dell'ONU per la costruzione ed il mantenimento della pace nelle situazioni, ha deciso di sostenere il "progetto Caschi Bianchi". A questo scopo, ha predisposto un APPELLO, per "sollecitare il Governo italiano a provvedere in tempi rapidi alla costituzione ed alla adeguata formazione operativa del contingente italiano dei Caschi Bianchi dell'ONU". Il CSDC invita le Associazioni per la pace dei diritti umani e del volontariato, le ONG, i singoli che condividono l'iniziativa, di firmare l'appello per la rapida costituzione del Contingente italiano dei Caschi Bianchi dell'ONU. Il CSDC intende anche organizzare, nel prossimo autunno a Roma, un Convegno internazionale, preparato con semi-nari in altre città, in collaborazione con le Associazioni disponibili.
Per l'invio dell'adesione all'appello per informatori sul Convegno, rivolgersi al CSDC, presso il prof. Giorgio Giannini, Vìa della Cellulosa n.112, 00166 Roma, Tel 06/61550763.

Giorgio Giannini


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IN OCCASIONE DEL R.A.P. CAMP '97

Manifestazione nonviolenta

di Mao Valpiana

Per pubblicizzare il Nuovo Modello di Difesa (ammodernamento e professionalizzazione dell'Esercito) il Ministero della Difesa ha organizzato il "Rap Camp 97", una mostra/fiera di strumenti bellici con prove pratiche e virtuali di combattimento rivolte particolarmente ai giovani. Questa manifestazione militarista, chiamata "Le 7 sfide da vincere", si è svolta in agosto/settembre in 11 località italiane.
I recenti fatti drammatici della guerra del Golfo, della Somalia, della Bosnia, hanno dimostrato -se ce n'era ancora bisogno- che la guerra non è un gioco ma "il più grande crimine contro l'umanità". Quello di cui il mondo ha bisogno non è l'aumento delle spese militari e la costruzione di ordigni sempre più sofisticati, ma il rafforzamento dell'Orni, l'istituzione di un Corpo Civile di Pace, un lavoro capillare di educazione alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, la lotta alla fame e alla povertà.
II 9 settembre il R.A.P. Campo 97 è sbarcato a Verona, nel cuore della città, a piazza San Zeno, davanti alla magnifica Basilica (e a pochi metri dalla Casa per la Nonviolenza...)
Evidentemente il Sindaco e la sua Giunta (Forza Italia e Lega) hanno pensato che la piazza della Basilica di San Zeno, oltre ad essere destinata a parcheggio, meriti di essere trasformata per un giorno in campo da guerra...e che ai giovani scaligeri faccia bene addestrarsi e "divertirsi" con il combattimento bellico. Complimenti!
Noi ci siamo dichiarati contrari al R.A.P. Camp per motivi etici ed estetici. La Verona civile e democratica si è mobilitando per protestare contro l'iniziativa del Ministero della Difesa e la concessione della piazza da parte del Sindaco. Abbiamo raccolto centinaia di firme di cittadini che vogliono salvare la più bella piazza della città da ulteriore degrado e le abbiamo consegnate all'Abate della Basilica. Ma soprattutto ci siamo scandalizzati perché si è voluto presentare la guerra come un gioco.
Il manifesto di presentazione del R.A.P. Camp diceva: "Guida un missile anticarro, punta l'obiettivo con il laser...divertiti partecipando ad una sfida entusiasmante" cercando così di attirare i giovani alla vita militare come se si trattasse di fare una gita a Gardaland.
Bisogna invece dire la verità: che la guerra è il più grande crimine contro l'umanità, che il Nuovo Modello di Difesa costerà agli italiani altri 50 mila miliardi, che le armi servono ad arricchire chi le vende e ad uccidere le vittime civili. Per questo Martedì 9 settembre in Piazza San Zeno ci siamo andati anche noi, in trecento, con una manifestazione nonviolenta per promuovere l'obiezione di coscienza, il servizio civile, il Corpo Civile di Pace, l'educazione alla non violenza....
La polizia ha tentato di rinchiuderci in un angolo della piazza, impedendoci di muoverci liberamente come tutti gli altri cittadini. Ma nonostante gli strattonamenti, qualche manganellata, le identificazioni, siamo riusciti ugualmente a distribuire oltre 2000 volantini, ad attaccare adesivi pacifisti sugli elicotteri militari, a mettere fiori sui carri armati. Obiettori, bambini, donne, anziani, riuniti nel segno della nonviolenza, hanno trasformato piazza San Zeno in luogo di festa. La nostra manifestazione è riuscita perfettamente, il R.A.P. Camp ha fatto flop e così i militari hanno abbandonato piazza San Zeno un'ora prima del previsto.


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12 OTTOBRE MARCIA PER LA PACE DA PERUGIA AD ASSISI

Noi popoli delle Nazioni Unite per un'economia di giustizia

L'economia mondiale sta diventando sempre più ingiusta e insostenibile: uccide più delle bombe, semina guerre e tensioni, alimenta la povertà, la disoccupazione e l'esclusione sociale. L'abisso che separa una minoranza ricca e la maggioranza impoverita dell'umanità sta diventando sempre più profondo. Noi popoli delle Nazioni Unite preoccupati per la colpevole indifferenza che continua a circondare questa realtà e per l'assenza di adeguate politiche nazionali e internazionali capaci di affrontare le radici di tanta sofferenza e. miseria, abbiamo deciso di dare vita, il 12 ottobre 1997, alla marcia Perugia-Assisi 'per un'Economia di Giustizia'.
Negli ultimi cinquant'anni il mondo ha conosciuto uno sviluppo senza precedenti. La ricchezza prò capite è triplicata. Dovremmo dunque, stare tutti meglio. E invece... Ogni 3 secondi muore un bambino che non abbiamo saputo proteggere. Le disuguaglianze aumentano.
In 102 paesi oggi si vive peggio di 15 anni fa. Nello stesso arco di tempo, il numero dei più ricchi è raddoppiato ma quello dei più poveri è triplicato.
Oltre il 60% della popolazione mondiale è costretta a sopravvivere con 2 dollari o meno al giorno. Tre quarti della produzione mondiale sono concentrati nei paesi industrializzati, e appena un quarto nei cosiddetti ' paesi in via di sviluppo', dove vive l'80% della popolazione del pianeta. Anche all'interno dei paesi più avanzati aumentano le diseguaglianze tra ricchi e poveri. L'ingiustizia economica provoca la maggior parte di conflitti del nostro tempo alimentando instabilità e insicurezza in tutto il mondo. L'impossibilità per molti stati di svilupparsi economicamente sta moltiplicando le tensioni e le fratture sociali, i danni ambientali, le carestie e la diffusione delle malattie, la crescita della criminalità organizzata, i conflitti per il controllo di risorse vitali come la terra, l'acqua o l'energia, le guerre civili ed^etniche, le distruzioni e i profughi.
Quest'ingiustizia affonda le sue radici in un neoliberismo che non sa rispondere ai veri bisogni delle persone e non rispetta i diritti umani. Essa cresce in un'economia organizzata per il profitto di pochi anziché per il benessere di tutti, che mette il mercato al di sopra delle persone e che privilegia: la competizione selvaggia anziché la cooperazione; i profitti resi possibili dalle disparità anziché la riduzione di esse; le rendite finanziarie e i guadagni speculativi anziché la produzione; la crescita quantitativa dell'economia anziché la qualità e la distribuzione dei beni e dei servizi; lo sfruttamento della natura e dell'ambiente anziché la loro protezione. Tutti i popoli dovrebbero beneficiare della crescente interdipendenza e dei progressi realizzati in campo scientifico e tecnologico.
E invece...priva di ogni regolazione democratica, la globalizzazione dei mercati e dell'economia, con la forte crescita degli scambi commerciali internazionali e degli investimenti esteri delle imprese multinazionali, sta favorendo solo alcuni paesi più forti e alcune élite economiche e sociali, aumentando la marginalizzazione di milioni di persone e dei paesi più poveri del mondo.
L'economia mondiale che sta emergendo è fondata su una ideologia del mercato e della competizione senza regole che rischia di travolgere tutto e tutti, in una spirale verso il basso che riduce i salari e la protezione sociale, viola molti diritti umani, crea nuove povertà, provoca l'aumento della disoccupazione, distrugge le risorse e l'ambiente naturale, alimenta la diffusione dell'economia sporca e accentua la crisi della democrazia politica. Di fronte a questa grave realtà è urgente cambiare strada. Occorre innanzitutto:
METTERE LE PERSONE AL CENTRO
L'ordine delle priorità va rovesciato. Non sono le persone che devono adattarsi al dominio del mercato, ma è l'economia che deve contribuire a soddisfare i bisogni delle persone. La crescita economica non può essere il fine ma solo un mezzo. Il fine è lo sviluppo umano, in un'economia rispettosa di tutte le diversità sociali, le culture e le identità, come affermato dalla Dichiarazione dell'Onu sul Diritto allo Sviluppo del 1986. Per questo la promozione della crescita economica deve essere riconciliata con l'impegno politico per il pieno impiego, la lotta alla povertà e all'esclusione sociale, la promozione di pari opportunità per tutti e in particolare per le donne, la salvaguardia dell'ambiente e delle risorse naturali. È paradossale che i processi di integrazione economica siano realizzati aprendo le frontiere alla finanza, agli investimenti, alle merci e non alle persone. Mettere le persone al centro vuoi dire anche resistere alla economicizzazione del mondo, alla diffusione dell'ideologia del mercato in tutte le aree della nostra vita.
BATTERSI CONTRO LA POVERTÀ E LE DISEGUAGLIANZE SOCIALI
Mediante l'adozione di coerenti politiche e patti locali, nazionali e sovranazionali che coinvolgano anche gli enti locali, le forze sociali e quelle economiche. Siamo la prima generazione che ha i mezzi e le capacità per eliminare la povertà, con tutte le sue conseguenze e i suoi costi umani e sociali.
Ciò nonostante 1 miliardo e 300 milioni di persone sono ai margini di tutto. Molte sono donne, anziani, bambini e bambine. Ogni minuto 47 persone nel mondo diventano povere: circa 70.000 al giorno. Che ne facciamo di loro? Il diritto allo sviluppo è un diritto universale e inalienabile di tutti gli esseri umani o solo di alcuni?
La povertà non è solo moralmente ripugnante, ma anche economicamente distruttiva e politicamente pericolosa. Per questo la sua eliminazione deve diventare un obiettivo prioritario sia a livello nazionale che internazionale. Un passo decisivo in questa % direzione deve essere la "" cancellazione del debito estero dei paesi impoveriti, che ha raggiunto la cifra record di circa 2000 miliardi di dollari, e la revisione del sistema di concessione dei crediti che genera processi insostenibili di indebitamento.
CREARE NUOVA OCCUPAZIONE
E RIDARE PIENA DIGNITÀ AL LAVORO E AI LAVORATORI I DI TUTTO IL MONDO
35 milioni di disoccupati nei paesi industrializzati, di cui oltre 20 milioni in Europa.
Più di 700 milioni di persone pur lavorando, non sono in grado di dare a se stessi e alla propria famiglia una vita dignitosa. Sono questi i numeri di quella che è la più grave crisi sociale del nostro tempo. Una
crisi destinata ad aggravarsi nel prossimo futuro quando si produrrà sempre di più con molto meno lavoro. Bisogna ricercare nuove politiche nazionali e locali capaci di ridistribuire le ricchezze, di offrire nuova occupazione anche riducendo gli orari di lavoro, di favorire l'accesso paritario delle donne alle risorse, all'occupazione, ai mercati e al commercio, di sostenere lo sviluppo di un'economia plurale e solidale valorizzando il ruolo e le finalità del Terzo settore e di stimolare la realizzazione di esperienze, anche di piccola scala, che possano offrire alternative concrete alla
fare a meno e spesso prevale la miope difesa dei cosiddetti interessi nazionali. Affidarsi alle leggi del mercato e della competizione globale o a misure di carattere nazionale non serve a risolvere i problemi che dobbiamo affrontare e ad assicurare la governabilità del pianeta. A livello internazionale, l'Onu ha promosso una serie di importante Conferenze, come il Vertice di Rio sull'ambiente e sullo sviluppo, il Vertice di Pechino sulle donne e il Vertice di Roma sull'alimentazione, nelle quali i governi hanno sottoscritto numerosi impegni che ancora oggi attendono di essere applicati e rispettati. Basti pensare alla cooperazione allo sviluppo: le risorse disponibili nel mondo per l'aiuto ai paesi più poveri hanno toccato il livello più basso degli ultimi 25 anni.
Ogni paese ha il dovere di invertire questa tendenza aumentando gli stanziamenti, finalizzando gli interventi alla promozione dello sviluppo umano, accettando un maggiore coordinamento internazionale e promuovendo la cooperazione diretta tra comunità locali.
DEMOCRATIZZARE
disoccupazione.
Allo stesso tempo bisogna operare affinché in tutto il mondo siano introdotti e difesi gli standard internazionali che proibiscono lo sfruttamento del lavoro minorile e garantiscono il rispetto dei fondamentali diritti economici e sociali dei lavoratori contenuti nelle Convenzioni fondamentali della Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) e in numerosi altri documenti internazionali.
PUNTARE SULLA COOPERAZIONE A TUTTI I LIVELLI
Mai come oggi abbiamo bisogno di una cooperazione internazionale intensa ed efficace.
Ma molti governi ritengono che se ne può
L'assenza di regole democratiche sulle grandi imprese multinazionali e sulle istituzioni economiche e finanziarie internazionali priva i governi della capacità di controllare le proprie economie e i cittadini di determinare il proprio destino. In particolare, l'assenza di controlli per il rispetto delle Convenzioni dell'Oil e delle norme commerciali internazionali da parte delle grandi imprese multinazionali determina una grave situazione di arbitrio, sfruttamento del lavoro e degrado delle condizioni di vita, che che sono alla radice dei problemi globali che è chiamato ad affrontare. Occorre procedere alle riforme necessarie perché il Fondo monetario, la Banca mondiale e l'Organizzazione mondiale per il commercio agiscano nel rispetto dei principi e degli impegni per lo sviluppo sostenibile fissati dall'Onu, garantendo la trasparenza, la partecipazione e il controllo democratico di tutti i paesi e della società civile.
Democratizzare l'economia vuoi dire anche modificare quelle regole del commercio internazionale che impediscono il libero accesso ai mercati dei prodotti dei Paesi in via di sviluppo. La democratizzazione esige, inoltre, una coerente azione anche all'interno dei singoli paesi, delle imprese e dei luoghi di lavoro dove è necessario rimuovere tutte le discriminazioni nei confronti delle donne e promuovere una ripresa di controllo dei governi e dei parlamenti, dei lavoratori e della società civile sui problemi e le scelte da compiere. La democrazia si sviluppa se cresce a tutti i livelli, dalla città all'Onu, e se viene rispettato il principio di sussidiarietà.
ADOTTARE UN MODELLO DI SVILUPPO SOSTENIBILE
Pensare di continuare ad espandere l'attuale modello di sviluppo vuoi dire alimentare l'ingiustizia e sottrarre diritti alle generazioni future.
Bisogna invece ripensare cosa si produce, come e perché.
Bisogna rivedere stili di vita personali e collettivi eliminando gli sprechi e gli eccessi, controllando e ripensando i consumi, sostenendo le esperienze di commercio equo e solidale, promuovendo una nuova gestione etica del risparmio. Bisogna mettere fine al deterioramento dell'ambiente da cui dipende il nostro benessere. Le grandi emergenze ambientali (riscaldamento globale, distruzione della biodiversità, deforestazione, desertificazione...) devono essere al centro dell'impegno degli stati, delle istituzioni internazionali e degli stessi enti di governo locale.
Questo noi, Popoli delle Nazioni Unite, chiediamo alle grandi imprese, alle istituzioni economiche internazionali, alle forze politiche, ai governi nazionali e
all'Onu, dando attuazione a quanto previsto dall'art.55 della carta delle Nazioni unite e agli impegni sottoscritti nelle Convenzioni e nelle grandi Conferenze internazionali.
Le risorse non mancano. Per decenni siamo stati capaci di spendere somme enormi per la difesa militare degli stati. Oggi è venuto il momento di spendere quelle stesse risorse per garantire la vera sicurezza delle persone, dei popoli e del pianeta.
La nostra generazione ha la speciale responsabilità di cambiare. Per farlo è necessario passare dalla cultura del dominio e della competizione e della solidarietà: d alla cultura della guerra alla cultura della pace positiva. Molto dipende dalle decisioni dei responsabili della politica e dell'economia mondiale.
Ma anche ciascuno di noi, donna o uomo, lavoratore, consumatore e risparmiatore, può fare qualcosa: a partire da sé, nella propria famiglia, a scuola o nel luogo di lavoro, nel proprio quartiere o nella propria città.
Abbiamo il diritto di chiedere ma anche il dovere di agire.
E, insieme, dobbiamo contribuire a rafforzare la società civile mondiale che sta emergendo attraverso una grande rete di associazioni e organismi di cittadini impegnati nella promozione della pace e dei diritti umani.
Anche per questo, dopo le manifestazioni organizzate per il cinquantenario dell'Orni, abbiamo convocato, dal 5 al 12 ottobre 1997, la 2a Assemblea dell'Orni dei Popoli, cui parteciperanno i rappresentanti della società civile di tutto il mondo.


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A ROMA IL 4 OTTOBRE

Marcia per i diritti degli animali

a cura della Lega Anti Vivisezione

Chi, anzi, cosa sono per noi gli animali? Sono cibo, amici, parassiti, portatori di malattie, mezzi di lavoro, fonte di godimento estetico, mezzi di divertimento, risorse "rinnovabili", produttori di alimenti, predatori, oggetto di ricerca, terapeuti, fonti di materie prime ed altro ancora. Avversari, risorse, oggetti di divertimento: via via, a ragioni antiche se ne sono aggiunte di nuove e la guerra non è mai cessata. Possiamo ben vedere negli animali le truppe in rotta di un regno che quasi non esiste più, i sopravvissuti sbaragliati ai quali, finalmente, bisognerebbe dichiarare la pace.
La vita di ciascun singolo animale ha un valore. Sia esso selvatico, domestico o al confine, cioè quelli che sarebbero selvatici ma sono prigionieri in zoo, circhi, negozi, acquari oppure sarebbero domestici ma si sono parzialmente o totalmente rinselvatichiti o ancora, infine, quelli che si sono insediati in epoca remota o recente accanto all'uomo ma conservano la loro indipendenza.
L'animale nasce, impara, è curioso, corre, mangia, ha relazioni con i suoi simili, si accoppia. Tutto questo ed altro ancora cerca di farlo il più a lungo possibile, nel modo che è proprio della sua specie. Né migliore né peggiore del nostro, solo diverso.
Si tratta di ovvietà, almeno per chi ha avuto a che fare con un animale. Eppure sia il nostro modo di pensare che i nostri comportamenti sono, per lo più, informati alla convinzione che gli animali non contano come individui, ma solo (e non sempre) come specie, non soffrono, non pensano, non sono consapevoli, non temono la morte ed altro ancora. E queste convinzioni resistono nonostante l'etologia e la riflessione filosofica stiano via via mettendo in chiaro che nella maggior parte dei casi si tratta di semplici pregiudizi con cui abbiamo piegato, senza limiti, gli animali.
La peculiarità della specie umana non e ne per questo negata: non più di quanto si possa negare quella di qualunque altra specie. Né si tratta di respingere il "so di appartenenza particolare che -siamo sentire verso la nostra stessa
specie. Da questo però non deriva la nostra collocazione "naturale" in cima ad una piramide di importanza e di valori. L'etologia e la neurofisiologia comparata, oltre che il buon senso, evidenziano che sofferenza, gioia, amore, coscienza di sé, altruismo, comunicatività, capacità di analisi e risoluzione di problemi, eredità culturale non sono caratteristiche esclusive della specie umana e che, anzi, in particolari casi, alcune di esse si possono riscontrare persino con maggior evidenza in individui appartenenti ad altre specie. Tali prerogative, prima fra tutte la capacità di provare dolore e piacere, sono sufficienti a conferire dei diritti a chi le possiede; più precisamente il diritto ad un'equa considerazione delle proprie esigenze fisiologiche e comportamentali. Il cammino della civiltà risulta strettamente correlato al superamento delle discriminazioni al superamento delle discriminazioni. La spinta all'annullamento di antinomie quale padrone-schiavo, aristocratico-plebeo, bianco-nero, uomo-donna, sano-handicappato, eterosessuale-omosessuale ha storicamente condotto non solo a conquiste di ordine etico ma anche a fondamentali progressi in termini di qualità di vita.
Il riconoscimento di diritti anche ad individui non appartenenti alla specie umana costituisce un corretto sviluppo della medesima tendenza.
La società ha già convenuto l'esigenza di proteggere in modo particolare gli individui più indifesi. Così il comune sentimento si rivolge alla loro tutela tanto più quanto maggiore si rivela la difficoltà oggettiva a far valere i propri diritti. Se tale ottica è ritenuta significativa è legittimo estenderla a qualunque titolare di diritti, indipendentemente dal gruppo, razza o specie di appartenenza. La conoscenza delle caratteristiche etologiche delle diverse specie animali ha anche contribuito ad interpretare molti aspetti del comportamento dell'uomo, facilitando il rifiuto di quella visione esclusivamente antropocentrica della natura che mette in pericolo la sua e la nostra sopravvivenza. Seppure è vero che non c'è bisogno di provare amicizia od amore nei loro confronti; c'è forse bisogno di provare amicizia ed amore verso tutti gli umani per ritenere moralmente sbagliato uccidere, provocare sofferenze, privare della libertà i nostri simili? Per questo noi saremo Sabato 4 ottobre 1997 a Roma alla prima "Marcia per i diritti degli animali" che porterà in Parlamento una Proposta di loro riconoscimento fin dalla Carta-base della nostra convivenza, la Costituzione.

PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE
Integrazione all'articolo 9 della Costituzione in tema di diritti degli animali
Art. 1
Dopo il primo comma dell'articolo 9 della Costituzione è inserito il seguente:
"Anche le specie animali non umane hanno pari diritto alla vita e ad un'esistenza compatibile con le proprie caratteristiche biologiche. Lo Stato riconosce tutti gli animali come soggetti di diritto. Promuove e sviluppa servizi ed iniziative volte al rispetto degli animali, alla tutela della loro dignità e punisce ogni attentato alla loro esistenza".
Le adesioni vengono raccolte da
LAV-EAR
Via Sommacampagna 29
00185 Roma
tei. 06/4461325 r.a. - fax 06/4461326
Email:


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OLTRE I CONFINI

Le bandiere della pace colorano le Dolomiti

di Luigi Casanova

Nel Trentino la Casa per la Pace ha organizzato la 3° edizione della giornata "In montagna per la Pace". Domenica 6 luglio quasi 300 escursionisti hanno raggiunto contemporaneamente 5 rifugi diversi (Peller e Brentei nel Brenta, Biaena sopra la Vallagarina, Contrin in Marmolada e Sette Selle in valle dei Mocheni) uniti da una riflessione oggi basilare per le sorti della convivenza della umanità - "I confini e l'altro" -.
La riflessione della Casa per la Pace (organismo che riunisce in Provincia gran parte della sensibilità e dell'associazionismo che lavora sui temi della solidarietà e della nonviolenza) parte da un dato di fatto. Fino a pochi anni fa le montagne sono state viste e vissute come ostacolo, come momento di separazione, le loro creste
segnano o confini di Comuni, o Provincie o di Stati. Sono state oggetto di contesa durante le guerre e teatro di incomprensibili sofferenze e violenze. Al di là delle rocce verticali si è sempre insinuato l'ignoto, il pericolo, un qualcosa riassumibile nell'altro.
La montagna, fortunatamente, non è così semplice da descrivere e nemmeno è stata vissuta in modo tanto banale, né da chi la abitata, né dagli escursionisti occasionali. Tante storie di uomini e donne, singole e collettive, sono maturate sotto le pareti verticali, sui ripidi e faticosi ghiaioni, nelle serate nei rifugi, nelle brevi e fredde notti trascorse nei bivacchi: in queste ^occasioni si sono sommati discorsi di incontri, di solidarietà. Le fatiche e le difficoltà sono state il momento di unione fra uomini diversi fra loro per cultura, per provenienza: sono nate amicizie e intimità profonde che hanno scardinato ogni ostacolo non solo frapposto dalla natura, ma anche umano, ad esempio le difficoltà di comprensione di lingue diverse. Non casualmente la manifestazione della Casa per la Pace ha toccato anche le terre abitate dalle minoranze linguistiche ladine e cimbre. L'iniziativa del 6 luglio ha avuto il sostegno anche delle sezioni C.A.I. - S.A.T. e dei gruppi di periferia, un momento che ha visto il gruppo di pacifisti uscire dal ristretto ambito di chi è sempre disponibile ad evidenziare una forte testimonianza solidaristica per collaborare con altre importanti identità del volontariato locale.
L'appuntamento ha ormai acquisito una sua solidità ed è quanto mai attuale in quanto, proprio in queste giornate di settembre alcune forze politiche stanno tornando ad usare le vette alpine come emblema di divisione, come confine, portando sulle vette bandiere che riassumono i contenuti della forza, dell'imposizione, dell'imbarbarimento della nostra società e la sconfitta dei valori della convivenza.


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ITINERARI DI PACE

Ritorno a St. Radegund per onorare Jàgerstatter

di Alberto Trevisan

Da tempo ormai il 9 agosto è per St. Radegund (Austria), incantevole paesino, 40 Km. da Salisburgo, un giorno molto particolare.
La vita di questa piccola comunità diventa per molti "uomini di pace" punto di riferimento: si ricorda infatti la morte di Franz Jàgerstatter, contadino, obiettore di coscienza, giustiziato a Berlino il 9 agosto 1943 per aver detto NO al nazionalsocialismo e alla guerra nazista. Come spesso accade, anche per questo martire, "nemo propheta in patria" tanto da richiamare più persone da vari paesi d'Europa e allontanare non pochi suoi concittadini, in particolare coloro che la guerra l'hanno subita.
Ma è solo questione di tempo, perché sempre la storia ci ha dimostrato come la ricerca della verità sia lunga ma alla fine trionfi: e già i segnali di un giusto riconoscimento a questo gesto esemplare stanno già arrivando. A St. Radegund, dove è nato Franz Jàgerstatter e dove ha vissuto sino alla sua morte, si sono ancora una volta incontrate diverse sensibilità che ancora oggi si interrogano su come sia potuto accadere che un semplice contadino, impegnato nella vita dei campi e dedito al mantenimento della sua famiglia, senza grandi discorsi filosofici sia riuscito da solo, quasi unico, a dire NO alla Guerra e terminare da martire la sua giovane vita.
È proprio la semplicità della scelta di Franz Jàgerstatter che scandalizza, che ci ricorda da> vicino la necessità di essere coerenti, che non servono titoli accademici o dotte riflessioni per rifiutare l'idea della guerra, dello sterminio, del genocidio. E St. Radegund è ancora oggi spec-.hio di questa semplicità: poche case immerse nel verde di montagna, la chiesa con il suo piccolo cimitero, la scuola, la locanda dove socializzare gioie e dolori :i tutta la comunità. Ti arrivai con Claudia, mia moglie che da sempre mi segue e condivide questi itinerari di pace, una prima volta nell'Ottobre del 1995, dopo aver lasciato Barbiana dove eravamo saliti per l'anniversario della lettera ai giudici di Don Lorenzo Milani; eravamo alla ricerca di quel "testimone solitario" le cui ceneri riposano in un cimitero così difficile da descrivere tanta è la sua intimità e discrezione. Il mio parlare un "tedesco" incerto non mi avrebbe assicurato molto nella ricerca, se non avessi incontrato Maria, donna semplice, amante dei fiori e degli ornamenti cimiteriali, ma soprattutto spontanea: aveva intuito che il mio girovagare per i cimitero di St. Radegund non poteva che avere un interesse specifico, così, non solo mi indicò la tomba di Franz Jàgerstàtter, ma riuscì in pochi minuti a farmi conoscere l'unica persona della piccola comunità che parlasse italiano, Laura, da più di vent'anni residente a St. Radegund, operatrice sociosanitaria. E stato proprio così che la ricerca è divenuta realtà, che questo nuovo itinerario di pace si arricchiva di persone ed elementi significativi: abbiamo conosciuto Franciska e le figlie di Jàgerstatter, ancora residenti a St. Radegund favorendo con la loro presenza il richiamo da ogni parte del mondo di persone che cercano in questa figura di semplice contadino, la forza e la conferma per andare avanti sulla lunga e difficile strada della nonviolenza.
Questo il significato profondo del ritorno a St. Radegund, proprio il 9 agosto, il giorno del ricordo del martirio di Jàgerstatter, in cui paesani e cittadini del mondo discutono, marciano, pregano insieme e illuminano con centinaia di lumini la tomba di Franz.
Questa volta, sempre con Claudia, giungevano da Sarajevo quasi per ripercorrere non solo idealmente una lunga strada della speranza del "mai più guerra!", dopo un lungo viaggio costellato da distruzioni e morte, da colline ricoperte di croci, da improvvisati cimiteri di tutte le religioni perché la guerra e la morte distingue anche in questa ultima attività umana: un viaggio dove la voglia di ricominciare, di ricostruire, di convivere sembrava poco a poco venire alla luce. Portare a St. Radegund la speranza di Sarajevo è forse un'impresa impossibile! ma se ci è riuscito Franz Jàgerstatter perché desistere?
Non hanno certo perso la speranza Franciska e le figlie Maria e Laura, e tanti altri, dal parroco al sindaco tanto è vero che per Franz Jàgerstatter, dopo tanto silenzio, non solo è arrivata la "riabilitazione" civile, ma tra poco (7 ottobre 97) inizierà persino il processo per la sua beatificazione. L'incontro con Franciska e la figlia Maria, il visitare la piccola casa-museo di Franz, rimasta tale quale a come lui la lasciò prima di partire per il carcere e poi la decapitazione a Berlino, sono la conferma che la semplicità trionfa, che riesce a mettere al mondo le nostre complicazioni, i nostri estenuanti ragionamenti quasi per non accettare che le grandi scelte della vita per il trionfo della giustizia e della pace tra gli uomini sono le scelte degli uomini semplici, dei mansueti.
E Franz Jàgerstatter è sicuramente uno di questi: la sua scelta deve diventare simbolo di una testimonianza allora "solitaria", ma oggi sempre più aggregante per tutti i "costruttori di pace". Andare a St. Radegund, ripercorrere questo nuovo itinerario di pace è come allargare un mosaico di pace che ha bisogno oltre che di idee, di persone vere e pacifiche.


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UN GIORNO A CALCUTTA

In memoria di Madre Teresa

di Tiziana Valpiana*

Quando nel 1974 ha deciso di abbandonare una brillante carriera accademica per dedicarsi ai bambini più poveri e più denutriti di Calcutta, il pediatra nutrizionista indiano Samir Chaudhuri si è rivolto a Madre Teresa, con cui aveva precedentemente collaborato, per farsi aiutare nel mettere a punto il progetto di un centro di dove curare questo bambini. Così, i primi passi del Child In Need In-stitute (Istituto del Bambino bisognoso - C.I.N.I.) sono stati accompagnati anche da Madre Teresa che è poi tornata negli anni a vedere questa iniziativa crescere e ampliare i propri orizzonti. Ma anche con il sostegno dell'associazione italiana "Amici di Cini". Le strade poi si sono divise: la vocazione di Madre Teresa era ed è restata il soccorso ai moribondi, l'assistenza ai casi umani più drammatici e senza più speranza; Cini ha invece scelto i bambini e con loro la speranza e la continuità della vita. Ci sono state critiche a Madre Teresa e alla sua carità, ma provenienti sicuramente da chi non ha visto e conosciuto l'abisso dei bisogni di Calcutta, di chi alla povertà si è accostato per "dare" qualcosa, non per "compatire". Pur avendo poi scelto strade diverse ed avendo su molte cose valutazioni differenti, a Cini Madre Teresa è una presenza viva. È per questo che, quando mi sono recata a Cini nel 1990, tra le visite a Centro e negli ambulatori di villaggio per capire la realtà che mi ha poi spinto a fondare l'associazione "Amici di Cini", era prevista anche una visita alla Casa Madre delle Suore di Calcutta. Cini si trova esattamente nel lato opposto dell'immensa città rispetto alla Lower Circular Road: già la sveglia alle 4 e la partenza alle 4 e mezza con il pulmino che funge anche da ambulanza, l'attraversamento della Calcutta che si risveglia in un'ora in cui il caldo umido e soffocante non attutisce ancora i sensi e ti permette di osservare e registrare ogni
cosa ti coinvolgono in un'atmosfera irreale. Ricordo tutto di quel tragitto, sono rimasti in modo indelebile nei miei occhi i marciapiedi zeppi di corpi addormentati l'uno sull'altro, i capannelli per le abluzioni davanti a qualsiasi fontanella, la processione dei diseredati in direzione del vicoletto maleodorante. Ma appena varcato il portoncino in legno... ecco un altro mondo: la pace e la "laetitia" prendono il posto del caos e dell'orrore. Le suorine bianco azzurre di ogni razza e colore si muovono con discrezione nel cortile e attraverso il chiostro ti fanno entrare nella stanza nella quale si svolge la messa. Madre Teresa è inginocchiata sulla stuoia come tutte le altre suore, ma lei è la più piccola, la più rannicchiata, la più curva. Ma da lei si sprigiona qualcosa che ti attira irresistibilmente. La città sembra lontana, ma ancora più lontane le brutture e le sofferenze che pore a partire da qui trovano sollievo. Forse il miracolo di questa donna sta proprio qui: essere riuscita a creare uno spazio di serenità in mezzo alla ripugnanza della malattia, al raccapriccio della fame, all'orrore della miseria. Ma lo stupore anche del non credente è quello di avvertire palpabilmente che una presenza immateriale è scesa tra noi e si è incarnata in Lei per farti sentire finalmente una "cosa sola" con il resto dell'umanità. Ma il momento per l'introspezione e, forse, per la preghiera è breve. Al commiato del sacerdote, tutte le suorine, la Madre compresa, escono spedite dalla stanza e si dirigono nei mille angoli in cui le conduce alla carità. Chi si avvicina ai mastelli a lavare i sari, chi alle cucine per sfamare la folla, chi all'infermeria: l'immagine è proprio quella del brulicare delle formiche che non hanno tempo per rispondere ai perché del visitatore, ma con l'azione soddisfano ogni domanda.
A noi non resta che gettarci nel calore e nell'umidità e negli odori di questa torma immensa; la prossima tappa è la "casa del cuore puro", dove Madre Teresa raccoglie con amore gli ultimi respiri degli ultimi della terra. Saliamo la scala ripida umida e buia che conduce alla casa, una zaffata di carne marcia, di putrefazione di corpi scarni e lebbrosi, l'emanazione della morte ci fa indietreggiare con sgomento, confusi e turbati di fronte alla grandezza di chi a potuto con cuore pure concepire e dedicare tutta una vita a una simile opera.
Per Cini, istituzione laica, lavorano a favore dei bambini bisognosi, medici, infermieri, impiegati, insegnanti, cuochi, autisti. Oltre 120 lavoratori che ogni mattina che prima di iniziare la giornata si fermano nella stanza, assolutamente spoglia, sotto un disegno a batik che rappresenta una madre con il suo neonato in braccio, emblema di Cini. Sotto il dipinto una frase, in inglese: "Ogni bambino è un dono sacro di Dio all'umanità". Sopra la porta d'ingresso, una modesta lapide in pietra bianca: "Questa stanza è stata inaugurata dalla nostra amica Madre Teresa".

* Presidente dell'associazione Amici di Cini Italia


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MAESTRI DEL PENSIERO CINESE /7

II buddhismo in Cina (la scuola Ch'an)

di Claudio Cardelli

Nei primi secoli della nostra era, sotto il governo degli Han (206 a.C. - 220 d.C), cominciò a diffondersi in Cina il buddhismo, che all'inizio trovò non poche difficoltà, a causa della sua svalutazione della famiglia e della società, che erano i valori tradizionali più radicali nella mentalità cinese. Dopo la fine della dinastia Han, la Cina fu divisa in tre stati e poco più tardi cominciarono le invasioni alle frontiere settentrionali di Mongoli e altre popolazioni barbariche. Seguirono alcuni secoli di divisione e di guerre, con grandi sofferenze per il popolo, fino al 589, anno in cui la Cina si riunificò con la nuova dinastia Sui (589-618). A questa seguì la dinastia T'ang (618-907), che garantì alla nazione cinese un periodo di stabile potenza politica e di grande fioritura culturale. Mentre accadevano tanti avvenimenti tumultuosi, che coprono una decina di secoli di storia, il buddhismo penetrava tra tutti gli strati sociali e diveniva uno dei maggiori fattori della civiltà cinese, accanto al confucianesimo e al taoismo.

LA PREDICAZIONE DEL BUDDHA
Siddhartha Gautama - al quale fu attribuito il titolo di Buddha, lo "Svegliato" - nacque nell'India settentrionale, ai confini del Nepal attuale, verso il 563 a.C. e morì probabilmente nel 483 a.C. a Kusinara, nella regione indiana del Magadha. Il Buddha è quindi contemporaneo a Confucio e a Lao-tzu: alcuni taoisti diffusero la leggenda che Lao-tzu, alla fine della sua vita, sarebbe scomparso di là dalle frontiere occidentali della Cina, raggiungendo l'India, dove avrebbe avuto come discepolo il Buddha. La predicazione del Buddha si fonda sulle quattro Nobili Verità: 1) la realtà del mondo, transeunte e in perpetua trasformazione, è il dolore; 2) l'origine del dolore è il desiderio e l'attaccamento egoistico alla vita; 3) la liberazione dal dolore è possibile mediante l'estinzione di tale desiderio; 4) esiste una via che mena a tale estinzione, questa via è la Legge.
La Legge si esprime nell'Ottuplice sentiero, la via che conduce all'estinzione del dolore. Il sentiero è costituito da: retta visione, retta intenzione, retto discorso, retta azione, retto modo di vivere, retto esercizio, retta presenza morale, retta concentrazione. Alcuni di questi principi hanno un valore particolare per mettere in pratica una condotta di vita nonviolenta.
Per "retta intenzione" s'intende l'astenersi dalle brame, dall'astio, dalla crudeltà e il coltivare l'aspirazione sincera alla liberazione.
Il "retto discorso " o retta parola è la parola non falsa, non calunniosa, non aspra, non frivola.
La "retta azione" consiste nell'astenersi dall'uccidere, dall'aspirazione del non dato, dal cattivo comportamento generato dalle passioni, dalle pratiche ascetiche eccessive e dannose.
Il "retto modo di vivere" consta in una vita sincera, onesta, nonviolenta e serena. (M.I..Tornotti, La nonviolenza nella cultura indiana, Cittadella Ed. Assisi, 1994, p.139)

IL BUDDISMO CH'AN (O ZEN)
La scuola più interessante del buddhismo cinese è quella detta Ch'an (meditazione), nota in Occidente con il nome di Zen, che essa prese in Giappone.
Secondo l'insegnamento di questa scuola, l'illuminazione e il nirvana sono in noi stessi: dobbiamo cercarli dentro di noi con l'ascetismo e la meditazione. Il pensiero deve muoversi liberamente, senza alcun fine pratico o conoscitivo, senza intenzione; soltanto in questo modo può avvicinarsi all'"il
luminazione", che è spesso considerata dai maestri ch'an come la "visione del Tao". Comprensione del Tao significa essere uno con esso; la sua immensa estensione di vuoto non è vuoto, ma semplicemente uno stato in cui tutte le distinzioni sono scomparse. Si noti come il buddhismo ch'an si fosse appropriato in temi taoisti: è altresì significativo che alcuni buddhisti conoscessero il Chuang-tzu.
Ma il Primo Principio (lo si chiami Tao oppure Wu=Non-essere) è inesprimibile: chiamandolo "Spirito" o con un altro nome, gli si da una definizione e quindi gli si impone una limitazione. In tal caso i filosofi ch'an e i taoisti dicono che si cade in una "rete di parole".
Alcuni maestri ch'an si servivano del silenzio per esprimere l'idea di Wu o del Primo Principio. Si dice per esempio che, dovendo discutere con un altro monaco, Hui-chung (morto nel 775) si mise a sedere sulla sua sedia e rimase in silenzio. L'altro monaco disse allora: "Prego, proponi la tua tesi in modo che io possa discuterla ". Hui-chung rispose: "Ho già proposto la mia tesi".
Il monaco chiese: "qual è". Hui-chung disse: "Io so che è di la dalla tua capacità di comprensione", e con questo lasciò la sua sedia.
La tesi proposta da Hui-chung era quella del silenzio; poiché il Primo Principio o Wu è cosa di cui si possa dire alcunché, il modo migliore di esprimerlo sta nel rimanere in silenzio.
(Fung Yu-lan, Storia della filosofia cinese, Oscar Mondadori, Milano, 1975,p. 206) II buddhismo diede vita in Cina a numerose istituzioni monastiche, che offrivano un porto sicuro a quanti desideravano fuggire dalle violenze e dalle ingiustizie della società. Fece sentire la sua influenza anche negli ambienti di Corte, ma non soppiantò il confucianesimo quale ideologia dell'Impero. La dinastia T'ang fece dei classici confuciani la base principale per gli esami di concorso con i quali veniva reclutata molta parte della sua burocrazia. Nel loro attacco contro il buddhismo i confuciani furono aiutati dal fatto che si trattava di dottrina straniera, non solo per le sue origini, ma per la sua natura. L'idea di restar celibi o nubili e di farsi monaco o monaca non attraeva la maggior parte dei Cinesi, i quali aspiravano invece a una lunga vita in una casa felice, circondati da numerosi figli e nipoti.


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La nonviolenza di Calcutta
Qui a Calcutta ho fatto il battesimo della sopravvivenza, succube dei capricci dei Monsoni e intrappolato nelle maglie della megalopoli.
La città, contrariamente a quanto credevo, è forte, è vitale, dinamica nonostante l'evidente povertà.
L'Ashram, dove sono alloggiato a Dak-shineswar, nell'immediata periferia a nord di Calcutta, si presenta un luogo in netto ed improvviso contrasto con la babele circostante, è rilassante, tranquillo, quasi inerte.
Proprio di fianco all'Ashram passa l'Hooghly river, un possente ramo nel delta del Gange. Anche questo spettacolo di fiume cattura la mente. La impressiona e induce alla contemplazione con corni, merli continuamente affaccendati e rumorosi nel giardino delFAshram tenuto sempre in ordine dalla servitù locale. Qui sembra che il tempo non scorra mai: l'imponenza degli alberi desta rispetto, i fiori multiformi, significanti in questo luogo, occhieggiano qua e là all'improvviso stormir delle fronde. Gli incontri per le meditazioni devozionali del mattino e della sera sono felpati: sono un fruscio di persone. I canti si levano pacati e regolari con una intensità decrescente fino al bisbiglio sommesso, poi subentra la meditazione nel più grande silenzio, rotto solo dai soliti uccelli o dai monotoni colpi di motore di qualche barca nelle vicinanze. Così si può dire anche per la città di Calcutta, osservandola al di là del suo scenario caotico. Calcutta è un immenso brulichio di persone, di animali, di cose, malandate e sporche, ma anche qui si avverte la devozione, il "Pronam".
Tutto si accalca in fretta, all'improvviso, dall'acquazzone alle ondate di veicoli e pedoni ognuno intento nelle sue cose. Così gli animali, dal quadrupede agli insetti, sembra non ci sia spazio, tutto è occupato; con frequenza le situazioni di impatto, di pressione fisica e mentale sembrano drammatiche, irreversibili per incremento di aggressività, ma all'ultimo istante tutto si normalizza, per riprendere di nuovo.
Molti tempietti addossati a muri o a vecchi alberi, in mezzo a liquami, rumori e altro che sia, consentono una pausa di preghiera e l'accensione di qualche bastoncino di incenso da parte di devoti. Le vacche, i cani e altri animali si stendono tranquilli a riposare anche dove il traffico è intenso.
Nessuna molestia contro di essi: o vengono abilmente aggirati o invitati con pazienza a cambiar posto. La violenza, nella forza, è evidente, ma essa lascia il posto alla nonviolenza quando sorge il contrasto. C'è una straordinaria capacità a Calcutta di adattamento, di accettazione reciproca ai limiti dell'assurdo. Dov'è la razionalità? dov'è la sicurezza? Uomini di tutte le forme, di tutte le classi sociali si intersecano continuamente, frequentano strutture cadenti e pericolose, affrontano fetide pozzanghere: quale meraviglia, stupore vedere una figura di donna in uno splendido "sari" attraversare abilmente le pozzanghere delle strade di Calcutta senza sporcarsi. La coesistenza di estremi valori è presa con naturalezza; sembra un gioco irresponsabile.
Il valore della vita e della morte, del lavoro e del riposo, della ricchezza e della povertà, del rumore e della quiete, dello sporco e del pulito, dell'irrazionale sono parte di una danza in qui l'essere e il non essere assumono sempre nuovi equilibri. C'è qualcosa, al di là del caos, oltre l'aspetto fisico; si può percepire. Si può scoprire facilmente negli occhi accesi e dolci dei bambini. Si può intuire nel bagno nel limaccioso Gange e nell'Ashram durante la meditazione. È il grandioso cuore dell'India.
Bassiano Moro
Bassano

Ma cos'è il 513 ?
Come ormai moltissimi sanno, per la polemica che è divampata, l'art. 513 del codice di procedura penale, che qui è inutile ricopiare perché, tant'è, verrà appunto
modificato, stabilirà che non potranno essere utilizzate nel processo penale dichiarazioni rese nel corso delle indagini se no verranno confermate nel pubblico dibattimento e cioè in aula. È un grosso nodo di civiltà che bisogna sciogliere e come sempre in questi casi i democratici si presentano divisi, ognuno di noi "visconte dimezzato" per rubare un termine allo scrittore Calvino. Ridotta ad un nocciolo estremizzato la problematica è la solita: sottolineare maggiormente il pubblico interesse alla lotta contro la criminalità o continuare ad avere fiducia in strumenti di diritto che assicurino anche ai grandi criminali di mafia di godere di tutte le garanzie stabilite, in generale, dal codice di procedura penale. I sostenitori della prima ipotesi ritengono che in un momento così drammatico nella vita del paese anche sotto il profilo criminale, ogni cedimento in eccessi permissivo-le-galitario sia un regalo che si fa ad una potenza come la mafia, gigantesca sotto il profilo economico e sociale. Nel caso del 513 se un collaboratore di giustizia o pentito che dir si voglia decidesse - secondo la riforma che si vuole introdurre -appunto di non confermare pubblicamente quanto ha già detto, magari con un quantità di particolari concreti, all'inquirenti, l'imputato non potrebbe più essere condannato se non vi fossero altri elementi d'accusa che questi, contro di lui. Non occorrerebbe insomma che il pentito si presentasse in aula per smentire se stesso, basterebbe che non si presentasse. È a dire subito che questa riforma è stata tale da allarmare drammaticamente sia pure da diversi punti di vista, l'intera magistratura. Centinaia di persone sono state processate e lo saranno nel futuro per delitti di mafia proprio sulla base di circostanziate chiamate di correo da parte dei pentiti. Gettare nel cestino, d'ora in avanti, le dichiarazioni di questi ultimi vorrebbe dire aprire tutte le porte del carcere.
Da Caselli a Vigna ogni magistrato impegnato su questo fronte ha sottolineato il regalo che viene fatto alle organizzazioni criminali quando diventerà evidentemente prassi comune che i pentiti vengano fatti avvicinare da picciotti di fiducia promettendo loro l'impunità, per se e famigliari, per la avvenuta "delazione", a meno che appunto, con il dissenso e con l'assenza dimostrino di non volerla confermare in dibattimento. La potenza della mafia è tale da poter tranquillamente ricattare in questo modo le persone dalle quali possono dipendere lunghe carcerazioni e carceri a vita per moltissime persone.
Come abbiamo detto si contrappone a questa impostazione tutto uno schieramento che una volta avremo chiamato garantista: lo stesso magistrato Vigna è preoccupato per alcuni aspetti del "vecchio 513" così come è preoccupato per i nuovi, e ne ha scritto a lungo. Ma anche nel campo democratico, e penso ad un prestigioso personaggio come la Rossana Rossanda, sorgono delle forti perplessità. In sostanza da questa parte si dice che ogni limitazione dei diritti di difesa, la quale fino ad oggi ha potuto contare sulla possibilità di avere in aula il pentito, è una ferita inferta comunque ad un sistema democratico. La stessa Rossanda fa presente che l'argomento relativo alla bilancia tra l'interesse pubblico e i diritti del singolo cittadino anche imputato è un argomento che ha tutta una storia. Scrive testualmente così: "...ricorrente in tutte le rivoluzioni nel Terrore come nel Termidoro, nei totalitarismi di destra come dei socialismi reali dove ...molte oneste persone hanno creduto che in nome di interessi effettivi e reali della società si potessero colpire i rei e i sospetti senza troppo consentire la difesa". Qualcuno come il Giudice Colombo ha delle soluzioni tecniche intermedie come quella per la quale il pentito che voglia avere protezione dovrà ripetere in aula quello che ha detto al Pubblico Ministero. Altri come, nella magistratura, sostiene la Pacioni o nella politica Pisapia e Salvato, suggeriscono altri rimedi che possano essere definiti "un altro binario" e cioè delle norme che mantengano particolari disposizioni per questo tipo di reato.
La discussione è intensa ed aperta: sarebbe interessante conoscere, ora più che mai, l'opinione dei lettori (che, non dimentichiamolo, sono anche cittadini ed elettori!).
Avv. Sandro Canestrini
Rovereto

I delitti dell'esercito
Ho letto con ritardo su Azione Nonviolenta di aprile l'articolo scritto dal comitato NO AMX riguardante l'aereo che, abbattendosi su una scuola di Casalecchio, uccise molti ragazzi.
Dalla protesta del comitato emerge ancora una volta la logica ferrea e proterva della difesa militare: "Noi vi difendiamo e questo è il prezzo da pagare". Per chi crede nella difesa militare, questa è l'unica logica, la più coerente ed anche incontestabile. Quanti soldati e civili sono morti in tempo di pace durante le esercitazioni militari terrestri navali ed aeree in Italia ed in altri Paesi del mondo! Quanti in URSS e negli USA sono stati sottoposti, a loro insaputa, ad esperimenti con armi nucleari! Quanti sono morti nelle fabbriche di armi? Quante vittime del nonnismo! Quanti "suicidi" di militari di cui non si saprà mai la verità! Se esiste la difesa militare ci sono sempre le vittime inevitabili di questo mostro che divora chi trova nella sua strada, esse sono le vittime civili e militari votate al sacrificio necessario anche in tempo di pace a questo dio disumano; sventurato chi ci capita, talvolta alla sventura si aggiungono l'offesa ed il silenzio complice. Questa logica della difesa armata è anche anacronistica, infatti nella II guerra mondiale, nella guerra di Corea, del Vietnam, di Algeria e della Bosnia sono morti più civili che militari, quindi gli eserciti non servono alla difesa dei civili. La logica della difesa militare giustifica tutto; l'inquinamento acustico, atmosferico, le servitù militari, le vittime delle esercitazioni, la costruzione di armi NBC, le invasioni, le enormi spese militari ecc, perché necessitas suprema lecx est. Dall'episodio di Casalecchio, come da altri tragici avvenimenti si capisce che l'esercito purtroppo non è fatto di veri eroi e di veri coraggiosi, come vogliono farci credere. Nell'esercito non c'è gente pronta a morire per gli atri, a dare la vita per gli altri, ma c'è gente pronta ad uccidere e morire, armi in pugno, per odio e per paura degli altri e non per amore e per
aiutare gli altri nemici o amici che siano. Se quell'aviere avesse cercato di controllare l'aereo fino in fondo, per evitare che esso si abbattesse su un centro abitato, se avesse rischiato la sua vita per salvare quella degli altri sarebbe stato un vero eroe, un vero coraggioso. Ma il coraggio non è monopolio dei militari.
Pierfelice Bellabarba
Macerata

LadyD. e Madre Teresa
A tombe chiuse, parliamo pure di Diana e di Madre Tersa, visto che hanno commosso miliardi di persone. E' segno positivo che vi sia tanto desiderio di sentimenti e simboli comuni a tutti, in un mondo che ci mette gli uni contro gli altri. Eppure, quale superficialità! Gli impegni umanitari di Diana, giusti e meritevoli, non sono il per fetto equivalente dei balli di beneficenza delle ricche signore di un tempo? E noi tutti sulla porta del castello ad ammirare gli abiti splendenti e i gioielli stramiliarda-ri, commossi di tanta bontà! Madre Teresa è stato un grande segno d'amore e di scelta dei poveri. Chi può dubitarne? Ma, per fare un solo nome, Alex Zanotelli a Korogocho non fa di meno (se non guardiamo soltanto all'aspetto quantitativo). Eppure, se morisse (Dio lo conservi!), non avrebbe certamente un funerale ecumenico né l'omaggio dei capi di stato. E perché? Perché Madre Teresa ha dato una "testimonianza di carità eroica alimentata da una fede profonda (...) pur senza spingersi a contestare le ingiustizie sociali che provocano tante miserie" (Luigi Bettazzi, Il Risveglio popolare, Ivrea 12.9.97). Zanotelli, invece, ha fatto anche questo, al punto da mobilitare l'allora Ministro della Difesa italiano Spadolini e non so quanti altri potenti politici ed ecclesiastici per cercare di farlo tacere. Meditiamo un momento: neppure Gesù ebbe un funerale onorato, tanto meno lo avrebbe oggi. E tutto l'Evangelo dice bene il perché.
Enrico Peyretti Torino


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