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RIFLESSIONI A TRENT'ANNI DALLA MORTE DI UN PRETE E MAESTRO
SCOMODO
Don Lorenzo Milani la scuola di Barbiana e la nonviolenza (senza corrente
elettrica)
di Mao Valpiana
Ho conosciuto don Lorenzo Milani dopo la sua morte. Nel 1970, allora avevo
15 anni, vidi girare per casa un libro la cui lettura appassionava i miei
familiari. Fui incuriosito e iniziai a leggere le Lettere del Priore di
Barbiana. Per la giovane età non avevo mai sentito parlare né di Esperienze
Pastorali, né della Lettera ad una Professoressa, né avevo saputo delle vicende
processuali seguite alla Lettera ai Cappellani militari. Ma in poco tempo mi
appassionai anch'io a ciò che aveva da dirmi quel prete. Il suo modo di
scrivere, chiaro e schietto, era l'ideale per l'animo esuberante, inquieto e in
ricerca di un adolescente. Le cose che diceva offrivano risposte certe alle
domande, precise, ingenue, impellenti, che mi ponevo. Ne parlai al gruppo
parrocchiale che frequentavo, e scoprii che anche il mio curato, don Giuseppe,
seguiva e condivideva le idee di don Milani. Ne nacque il progetto, che
realizzammo, di un lavoro di quartiere, e poi di un dopo scuola popolare. Era il
1972 ed il colpo di stato militare in Cile, per stroncare l'esperienza di
Allende, ci spinse a studiare la situazione dell'America Latina e a scoprirne le
responsabilità del mondo occidentale. Ne sortì un volantino che distribuimmo la
domenica all'uscita dalle messe. I benpensanti della Parrocchia videro con
sospetto queste attività, avrebbero forse preferito vederci impegnati in un
torneo di calcetto piuttosto che mescolare Vangelo e politica; così convinsero
il Vescovo ad allontanare il prete donmilaniano trasferendolo in una sperduta
barbiana veronese, e a mandare nel quartiere bene un nuovo sacerdote che avviò
subito la normalizzazione. Toccai con mano il malessere che c'era nella Chiesa,
i fermenti di rinnovamento da una parte e il potere conservatore
dall'altra. Poco dopo. L'obbedienza non è più una virtù divenne il testo base
sul quale maturai la mia obiezione di coscienza. Il resto è storia
conosciuta.
L'obiezione di coscienza Don Lorenzo Milani, con
l'esperienza di Barbiana, è diventato una figura centrale per il Movimento
Nonviolento ed è stato quindi naturale, in occasione del trentesimo anniversario
della sua morte, preparare un numero monografico di Azione nonviolenta. La
scelta fatta è stata quella di non limitarci ad una commemorazione o a un
ricordo, ma di approfondire il rapporto tra Don Milani e la nonviolenza:
l'educazione, l'obiezione, l'essere buoni cittadini e buoni cristiani. In
particolare abbiamo voluto affrontare la questione dell'obiezione di coscienza,
per capir, -come alcuni sostengono- a don Milani interessava solo preparare dei
cittadini critici che al momento di svolgere il servizio militare fossere in
grado di discer-nere il bene dal male (e quindi la presa di posizione sugli
obiettori in carcere sarebbe stata solo un episodio contingente e marginale),
oppure se -come altri pensano- don Milani volle sostenere direttamente le
ragioni dell'obiezione di coscienza per farne un esempio da seguire. Riteniamo
che don Milani avesse ben chiara la questione dell'obiezione di coscienza, la
sua portata ideale, sociale, filosofica e politica. E la condividesse in pieno.
Ma siccome egli non ragionava mai in astratto, ma sempre avendo ben presenti i
volti e i nomi dei suoi ragazzi, che rappresentavano l'umanità intera, e in
fondo anche Dio stesso, egli ben sapeva che non si può mettere sulle spalle di
un uomo più peso di quello che le sue forze gli permettono di portare. Bisogna
ricordare che quando don Milani scrisse la lettera ai Cappellani e poi la
lettera ai Giudici, non esisteva ancora la legge sull'obiezione al servizio
militare, e quindi i giovani che rifiutavano la divisa venivano processati da un
tribunale militare condannati e rinchiusi nelle carceri di Gaeta o di
Peschiera. I suoi allievi venivano dalle montagne del Mugello e il maestro
ritenne che non erano pronti a reggere l'esperienza del carcere militare. Che
forse ne sarebbero usciti massacrati più che rinforzati. Forse anche per questo
Don Milani tendeva a smorzare i facili entusiasmi dei suoi ragazzi per
l'obiezione. Bisognava trovare forme più adatte per loro. La nonviolenza
richiede una proporzione tra mezzi e fini ed il rispetto massimo della coscienza
delle capacità di ciascuno. D'altra parte l'interesse profondo di don Milani
per l'obiezione di coscienza è testimoniato anche dalla sua partecipazione
attiva ad alcuni incontri fiorentini promossi sul tema dal Movimento
Nonviolento.
L'incontro con Capitini Abbiamo poi cercato di mettere
bene a fuoco il rapporto tra don Lorenzo Milani ed Aldo Capitini, che si
concretizzò per via epistolare e poi con alcuni incontri a Barbiana. Non esiste
traccia scritta o registrata delle visite di Capitini a Barbiana, se non nel
ricordo dei testimoni che abbiamo intervistato. Ma è certo che le riflessioni di
don Milani sull'obiezione di coscienza, sulla disobbedienza civile, sulla
noncollaborazione, sul pensiero di Gandhi, sono state fatte proprio a partire
dagli incontri con Capitini. Lo testimonia anche la lettera, inedita, che
pubblichiamo, scritta da Capitini alla Scuola di Barbiana all'indomani della
morte del Priore. Sappiamo che l'arrivo a Barbiana era. per tutti, un po'
brusco, che bisognava superare una specie di esame, di inter-rosatorio. Gli
intellettuali erano ammessi solo per "servire" i ragazzi. Aldo Capitini, che
certamente era un intellettuale oltre che instancabile diffusore della teoria e
della pratica nonviolenta, fu subito ben accolto da don Milani e fu invitato a
fermarsi più di un giorno. Probabilmente la spiccata sensibilità del Priore gli
fece immediatamente cogliere la profonda coerenza che c'era in Capitini, dal
rigore antifascista, fino alla scelta vegetariana. Quest'ultima fu anche oggetto
di bonarie prese in giro quel giorno che -forse per riguardo all'ospite- fu
preparato un coniglio arrosto e Capitini mangiò solo una mela (col verme!,
osservò un ragazzo con un po' di irriverenza verso il professore. Ma sia
Capitini che don Milani avevano un buon senso dell'umorismo!). Senza luce
elettrica Preparando questo speciale di Azione nonviolenta, e realizzando le
interviste ai protagonisti dell'epoca, sono molti gli spunti che mi hanno
offerto occasioni di riflessione. Ma ve n'è uno, apparentemente banale, su cui
voglio soffermarmi in conclusione. Tutto il lavoro svolto alla scuola di
Barbiana -che ancor oggi rappresenta uno straordinario esempio di opera
culturale- è stato fatto senza luce elettrica. Ciò significa che la sera si
leggeva con la candela e che gli unici strumenti di lavoro erano carta e penna.
Eppure ne sono sortiti testi basilari. Oggi qualsiasi sede o ufficio sembra non
poter lavorare senza fotocopiatrice, fax, video, computer, tastiere, monitor,
stampante, e-mail, pagine www, modem... si muovono migliaia di informazioni
virtuali ma si conclude gran poco! Se si hanno le idee chiare bastano invece un
foglio e una matita; se si hanno le idee confuse nemmeno Windows 95 ti può
aiutare! Il segno della decadenza del tempo che viviamo emerge anche dal
paragone (a me è venuto spontaneo di farlo) tra don Milani e i "leader" di oggi
(da quelli televisivi a quelli politici o culturali; non faccio nomi perché c'è
solo l'imbarazzo della scelta, fatene voi uno qualsiasi e ditemi se non c'è da
vergognarsi...). L'insegnamento di don Milani sta proprio nell'arrivare
all'essenza delle cose, al vero significato delle parole. Era un uomo, un prete,
che esigeva da sé e dagli altri coerenza con ciò che si dice. Dovrebbe essere
cosa normalissima, ma siamo ridotti a considerarla mercé preziosa. Tanto da
celebrare chi -con grande semplicità-trent'anni fa ha vissuto coerentemente in
una sperduta parrocchia del Mugello. La straordinarietà di don Milani è nella
sua normalità. Una bella lezione per tutti.
Don Milani ai giovani: "ognuno deve sentirsi responsabile di tutto"
di Matteo Soccio*
In un convegno, tenutosi a Firenze nel 1980, sulla
figura e l'opera di don Milani, un relatore affermò che la lettura di testi come
la Lettera ai cappellani militari e la Lettera ai giudici, "non suscitano
particolare emozione né presentano apporto di pensiero tali da sostenere una
loro particolare esegesi per la identificazione dei crismi di originalità". Che
significa? Che questi testi non hanno più nulla da dirci e da insegnarci? che
non sono più stimolanti? che hanno perso la loro carica provocatoria e si sono
banalizzati per essere stati troppo letti e citati? Certo i tempi sono cambiati
e il fuoco di quelle pagine, che una volta incendiava le coscienze e scottava in
modo insopportabile i destinatari diretti e indiretti, oggi si è un po'
intiepidito. Ma non spento. Forse andrebbe un po' ravvivato perché la sostanza e
lo spirito di quelle idee non hanno ancora rinnovato il costume e la politica
degli italiani. Penso ai trentamila o quarantamila giovani all'anno che oggi si
dichiarano "obiettori di coscienza" per non fare il servizio militare. Quanti di
essi hanno fatto proprie e maturato le semplici verità contenute in quei testi?.
Ho notato, incontrando questi giovani nei corsi di formazione e durante il loro
servizio civile, che molti non li hanno mai letti e alcuni non sanno neanche che
sia esistito un don Milani. Don Milani non fa più scuola. Questa può essere
materia di riflessione. Da parte mia, penso che la vicenda storica, la
parola, le idee di don Milani, nei diversi piani della sua esperienza
(religiosa, educativa, morale, civile) possa ancora contribuire al rinnovarsi
della coscienza e all'affermarsi dei valori in una società costretta ad una
rapida trasformazione. C'è un messaggio di don Milani. Di questo messaggio mi
limiterò qui ad evidenziare quanto emerge dai suoi due scritti
"antimilitaristi", già citati, che possono essere considerati non semplici
documenti di una testimonianza occasionale ma espressione generale e sintetica
del suo pensiero. Il punto di partenza di don Milani (che non fu un prete
comunista, né marxista nonostante i suoi accenti anticlassisti) è la scoperta
che il mondo si divide in diseredati e oppressi da una parte, privilegiati e
oppressori dall'altra.. La sua riflessione si sviluppa quindi nei due testi (il
secondo è una estensione del primo) incentrandosi su alcune parole chiave o temi
principali: l'idea di patria, la guerra, la legge, l'obbedienza, la
responsabilità, la disob-bedienza, l'obiezione di coscienza, l'impegno
nonviolento. Intorno a questi temi don Milani promuove un decisivo rovesciamento
di valori. Incominciamo dal concetto di patria. Don Milani non discute l'idea
in sé e per sé, l'idea con la lettera maiuscola, astratta e nostalgica,
proveniente da una antichissima tradizione e cultura, ma la patria in concreto,
storicizzata e umanizzata. In questo senso la sua patria sono i poveri: "io non
ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da
un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia Patria, gli
altri i miei stranieri". "La parola Patria è stata usata male molte volte.
Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo
studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben
più alti". Studiando la storia si scopre quella verità che don Milani definisce
"lapalissiana", cioè che gli eserciti marciano sempre agli ordini di una classe
dominante, e non rappresentano quasi mai la patria "nella sua totalità e nella
sua eguaglianza". In essi è presente quella spaccatura ra ricchi e poveri, per
cui masse di esclusi dalle leve del potere marciano al comando di una ristretta
classe di privilegiati. Questo attacco che don Milani mosse all'idea di patria
negli anni '60 fu sentita come sacrilega e vilipendiosa (non per niente fu
processato). Oggi si constata (vedi Galli della Loggia, La morte della patria,
Ed. Laterza) la sua definitiva crisi. L'idea è superata dal processo storico.
Nuovi concetti e problemi, come interdipendenza e globalità, ne vanificano il
senso. Oggi, nonostante il colpo di coda dei nazionalismi emergenti in ritardo
sulla scena geografica, si deve fare i conti con una realtà nuova che si chiama
mondialità.. Don Milani denuncia anche quella menzogna che è il far credere
che il nostro esercito serva a difendere la Patria. Non è ìtato così: "era nel
"22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l'esercito non la difese".
Citando esempi storici don Milani dimostra che il nostro esercito non ha
partecipato che a "guerre inutili": guerre per dilatare i confini nazionali,
guerre coloniali, guerre "volontarie", guerre di aggressione fascista. E' una
esemplificazione veloce per arrivare al nodo della questione: l'obbedienza. Come
si fa a parlare di obbedienza se in cento anni di storia non si riesce a trovare
"a mala pena" che una sola guerra "giusta": "l'unica che non fosse offesa delle
altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana", la guerra contro
il fascismo, combattuta contro la guerra, perché non ci fossero più guerre.
Allora si rivolge ai cappellani militari, che nel loro comunicato avevano
definito l'obiezione di coscienza "un insulto alla Patria e ai suoi caduti",
"estranea al comandamento cristiano dell'amore", "espressione di viltà": "Diteci
esattamente che cosa avete insegnato ai soldati. L'obbedienza ad ogni costo? E
se l'ordine era il bombardamento dei civili, un'azione di rappresaglia su un
villaggio inerme, l'esecuzione sommaria dei partigiani, l'uso di armi atomiche,
batteriologiche, chimi-che, la tortura, l'esecuzione di ostaggi, i processi
sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato
della Patria e fucilarlo per incutere terrore agli altri soldati della Patria),
una guerra di evidente aggressione, l'ordine di un ufficiale ribelle al popolo
sovrano, la repressione di manifestazioni popolari?" Di fronte a tutto questo
non è facile parlare di obbedienza. La teoria dell'obbedienza sarebbe solo un
"macabro gioco di parole". La guerra è un crimine compiuto con la complicità
di molti, sostenuta e garantita dal principio di obbedienza. Don Milani ha osato
dire ai giovani che "F obbedienza non è più una virtù ma la più subdola delle
tentazioni". Un gioco di parole, non può cancellare nella valutazione delle
cause dei mali collettivi, la responsabilità del singolo (ne abbia o no
coscienza): E' qui la forza più durevole del messaggio mila-niano: "bisogna che
si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto". Infatti è dall'assenza di
responsabilità, dalla deresponsabilizzazione fondata sull'obbedienza agli ordini
e alla legge che nascono, le abitudini, il conformismo, l'assuefazione alle
ingiustizie e violenze di questo mondo e società. Don Milani moltiplica il peso
della responsabilità in una catena di individuali corresponsabilità. Oggi
l'idea di responsabilità ha acquisito un'importanza mai avuta prima Viviamo nel
tempo delle responsabilità e abbiamo di fronte situazioni inedite rispetto alla
nostra storia. Per la prima volta l'umanità è in grado di compiere azioni i cui
effetti catastrofici possono avere dimensioni cosmiche. Possiamo distruggere la
terra in un istante con le bombe nucleari, oppure renderla inabitabile con
l'inquina- "" mento e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse. E' stata
messa una pesante ipoteca persino sul futuro remoto, sul perpetuarsi
dell'esistere umano. Anche il futuro è "perituro". Allora ci chiediamo: chi è
responsabile? L'argomento è stato approfondito recentemente dal filosofo tedesco
Hans Jonas nel suo bellissimo libro intitolato II principio responsabilità. Di
fronte ai cambiamenti dell'agire umano il concetto milaniano di
responsabilità ha dunque acquisito attualità, peso, inelu-dibilità. Per un
approfondimento attuale rinviamo all'opera di Jonas. Qui ci interessa invece
capire il senso della provocazione milaniana. Per capire il concetto milaniano
di responsabilità e la sua specificità non dobbiamo confonderlo con quello di
"imputabilità". Per imputabilità si intende la procedura per cui Fautore di
un'azione è identificato e chiamato a rispondere dei sui atti (cfr. il processo
di Norimberga). In questo senso la responsabilità si declina al passato: si
cerca chi è all'origine di eventi, o di una catena di eventi delittuosi. Don
Milani ci fa vedere come questo tipo di responsabilità elude, attraverso il
principio di obbedienza, la vera responsabilità e diventa un "macabro gioco di
parole" con il quale si può dimostrare di fronte ai tribunali che
"dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era
irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non
ha autore". E' un paradosso sottolineato da don Milani, che non esclude
l'imputabilità ma perviene ad un modo nuovo di intendere la responsabilità e il
rapporto con la legge. Innanzitutto c'è un'altra idea di responsabilità, non più
coniugata al passato ma rivolta al presente e al futuro. E' la condizione per
cui si può prevedere la conseguenza delle proprie azioni, responsabilità come
peso che si prende sulle proprie spalle, come compito da svolgere, come
assunzione di comportamenti coerenti con le proprie convinzioni. Ma prima
dobbiamo avere chiarezza sui valori che ci aiuteranno a capire la realtà e a
compiere le nostre scelte. Da qui l'importanza che don Milani attribuiva
all'educazione, alla scuola. Partendo dalla constatazione delle diseguaglianze
sociali, don Milani è pervenuto al suo modo di intendere la responsabilità
individuale e il rapporto con la legge. Di fronte agli ordini e alla legge egli
afferma sempre il valore dell'interiorità, della decisione di coscienza. La
legge non è più allora l'autorità, l'assoluto, ma qualcosa che la coscienza può
cambiare perché è continua creazione, cioè moralità. Perciò la legge a cui noi
possiamo obbedire è quella di cui siamo persuasi, persuasi perché abbiamo
meditato, esercitato la nostra razionalità, interrogato la tradizione,
l'esperienza. In questo don Milani è molto capitiniano. In un suo scritto su
Obbedienza e disobbedienza, Aldo Capitini ha scritto: "(...) è facile far
osservare che ognuno realmente agisce così, cioè non obbedisce che a leggi a cui
egli, con le sue mani, ha aperto la porta della propria coscienza. C'è soltanto
questa differenza: che alcuni scelgono un'autorità, e poi in seguito sono
disposti ad obbedire a tutto ciò che quella autorità comandi; altri invece,
preferiscono riesaminare spesso le ragioni dei comandi, e non consegnano a
nessuno le chiavi della propria coscienza (...) il fatto è che essi non
riconoscono nessuna autorità, nemmeno il governo del proprio paese o il
presidente della propria società, come assoluta, cioè sciolta da ogni controllo.
Questo secondo modo sarà più faticoso, ma è certo che il primo è molto
pericoloso, perché disabitua al controllo, e fa male a chi esercita il potere e
a chi lo subisce". Don Milani, nella sua concezione della legge umana, si
pone certamente in questa seconda categoria. Non nega il valore delle leggi,
anzi riconosce in esse degli strumenti per realizzare il suo amore verso i
poveri e gli ultimi assetati di giustizia. Questo riconoscimento milaniano del
valore delle leggi fondate sui principi di giustizia ed uguaglianza, e rivolte
veramente a promuovere occasioni di crepita civile e morale per tutti, e provato
dal fatto che cita in continuazione e appassionatamente il testo della
Costituzione italiana. Ma don Milani e consapevole del fatto che le leggi
attuali sono limitate, che hanno bisogno di integrazioni e correzioni. "Per voi
magistrati - dice don Milani - vale solo ciò che è legge stabilita (...) La
tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con
leggi che ancora non son tutte giuste". I giudici hanno il senso della legalità.
Fa parte della loro funzione. Ma i cittadini devono avere il senso della
politica, cioè della migliorabiltà delle leggi e delle istituzioni. Così quando
la legge è ingiusta e contrasta con l'ordine morale cui fermamente crediamo è un
diritto-dovere la critica e persino la disobbedienza. L obbedienza non è più
una virtù perché la logica dell'obbedienza può portarci anche a compiere dei
crimini. L'obbedienza non è più un valore perché non siamo più sudditi ma
sovrani. Non c'è chi deve scegliere al posto nostro, ognuno di noi è capace di
cercare, conoscere, giudicare, scegliere come va spesa la propria vita. La
scuola "buona" di don Milani non può dire ai suoi ragazzi "che l'unico modo
d'amare la legge è d'obbedirla". Al momento giusto devono essere pronti a
violare la legge che in coscienza sentono che è cattiva. Ci sono infatti momenti
in cui ci dobbiamo assumere la responsabilità di collaborare o di non
collaborare. In quei momenti sentiamo che la storia che vivremo dipende da noi,
dalle scelte che compiamo. I cittadini, riconoscendo la piena libertà e
sovranità della propria coscienza, scegliendo di collaborare o di non
collaborare con le leggi, opponendosi apertamente a quelle ingiuste, spiegando
la ragione della propria opposizione, accettando di pagare di persona il prezzo
di una obiezione di coscienza, possono costringere i legislatori a migliorare le
leggi. Ma cos'è che stabilisce il valore dell'obiezione? Per don Milani, come
d'altronde per Capitini, l'obbedienza e la disobbedienza alle leggi non devono
ridursi allo spazio privato ma estendersi alla dimensione pubblica o se volete
politica, devono cioè essere esercitate nell'interesse di tutti. Capitini
direbbe che in quel momento si esercita "l'omnicrazia"', il potere di tutti
Proprio come don Milani ha scritto nella Lettera ad una professoressa:"(...) il
problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica.
Sortirne da soli è l'avarizia". Questo spiega perché don Milani, in alcune
interviste e conversazioni private, abbia affermato che, pur commuovendosi per
la sorte degli obiettori di coscienza imprigionati e pur riconoscendo il loro
diritto sosteneva che dell'obiezione al servizio militare non gli "importava
assolutamente nulla", che la riteneva "una cosa insignificante", "nobile, ma
fondamentale no". Queste parole possono amareggiare i giovani che oggi praticano
la via dell'obiezione di coscienza e del servizio civile alternativo. Don Milani
continua a pungere anche da morto i comportamenti non autentici, tiepidi o
conformisti. Ma non dimentichiamo che quelle parole sono state pronunciate da un
uomo che ha definito "profeti" gli obiettori e per difenderli dall'accusa di
viltà ha affrontato le sanzioni della legge. La verità è che a don Milani
interessava relativamente una legge che sancisse il diritto all'obiezione di
coscienza. Questo è un diritto che la coscienza si prende quando è chiamata ad
esercitare la propria responsabilità, che è morale, non giuridica. A don Milani
interessava poco l'obiezione di coscienza come istituto giuridico di tipo
anglosassone. Faceva notare che in quel tempo la Germania aveva riconosciuto
legalmente l'obiezione di coscienza e aveva i suoi (numerosi) obiettori, ma non
li aveva quando era il momento di disobbedire. Egli auspicava cambiamenti più
sostanziali, come la messa al bando delle armi nucleari, anzi di tutte le armi e
di tutti gli eserciti. Diciamo ancora che a don Milani non interessava una
obiezione di coscienza come affermazione individualistica della propria
indipendenza, privilegiata e aristocratica. La difesa dell'obiezione di
coscienza era per lui l'occasione per un discorso più ampio. Ha scritto il
magistrato fiorentino G.P. Meucci, che lo conosceva bene: "A lui interessava
riaffermare il valore di una disubbidienza creativa, di un mettere in
discussione prese di coscienza e leggi positive condizionate dalle .lassi
dominanti, al fine di permettere la liberazione degli oppressi attraverso il
loro "appropriarsi delle dinamiche di formazione della coscienza comunitaria e
delle leggi". Anche qui c'era una ielle sue provocazioni. Don Milani non si
accontentava di una "piccola" obiezione di coscienza, una obiezione da
intellettuali, da "signorini", come diceva. Egli mirava ad una obiezione di
coscienza totale, che non si esaurisse col mero rifiuto dell'obbligo della leva
ma dipendesse da una scelta rigorosamente nonviolenta che deve trasformarsi in
una intera vita di lotta contro tutte le violenze e le ingiustizie. Nella
nostra società don Milani vede due categorie di individui: -quelli che non si
interessano di niente e non prendono - ente sul serio (i "qualunquisti"); - e
quelli che si interessano di tutto, si informano. affollano i convegni, si fanno
una cultura mostruosa su tutti i mali del mondo (gli "impegnati"). Sui primi non
c'è nulla da dire. Sui secondi c'è da svolgere una riflessione (o un esame di
coscienza): Quanti dei cosiddetti impegnati accettano di correre rischi, di
assumere veramente l'impegno personale di cambiare il mondo con la propria
azione? Don Milani ha insegnato che ognuno deve sentirsi responsabile di tutto e
che prima di accomodarsi e cercare alibi alla propria inerzia deve avere il
coraggio di vedere qual è il posto che occupa negli ingranaggi della macchina
dell'ingiustizia e dell'oppressione. Questa macchina non è una fatalità, non si
è costruita e non si muove da sola. In molti collaboriamo a generare fame,
sottosviluppo, emarginazione, sfruttamento, ingiustizia, violenza, guerra. Siamo
noi che rapiniamo le risorse del Sud del mondo, distruggiamo la qualità della
vita, addestriamo eserciti, finanziamo le corse agli armamenti, globalizziamo i
problemi. Questa macchina ha bisogno di noi. Il suo potere è il potere che noi
le diamo e che potremmo sottrarle con la noncollaborazione e la lotta
nonviolenta. Alla fine della sua autodifesa, don Milani dichiara di essere
personalmente non violento ma ha voluto evitare di parlare da nonviolento, anche
se ha educato i suoi ragazzi ad esserlo. Nonviolenza è per don Milani rifiutare
la tentazione della violenza per far giustizia, continuare a lottare senza
diventare violenti, costruire senza distruggere, vincere la violenza degli
oppressori attraverso la nostra capacità di sopportare. Ma la nonviolenza è
soprattutto impegno, lotta. E come tutte le lotte ha le sue armi. Aveva detto ai
cappellani militari: "almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le
armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare,
distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e
incruente: lo sciopero e il voto". Su questo tema don Milani è debitore a
Capitini che l'ha sviluppato in una intera esistenza. Quando Capitini si recò a
Barbiana a fargli visita quasi non parlò d'altro. Questo non sminuisce il valore
del messaggio milaniano. Don Milani ha enfatizzato soprattutto due armi della
nonviolenza: la parola e l'esempio. Legando insieme pensiero e azione e
fondandoli sul riconoscimento dei valori e della verità, pronunciò parole
profetiche che ci impegnano sia a livello personale che a livello politico:
"quando è l'ora non c'è scuola più grande che pagare di persona un 'obiezione di
coscienza ".
* Insegnante, obiettore di coscienza incarcerato prima della
legge 772 del 1972 Responsabile della Casa per la pace di Vicenza - Movimento
Nonviolento torna in alto
UNA LETTERA DI CAPITINI AI RAGAZZI DI BARBIANA
Quegli occhi belli e scuri del vostro maestro
Perugia, 14 settembre 1967
Alla scuola di Barbiana
Cari
amici, mi avete chiesto ricordi personali del vostro maestro, il carissimo
don Lorenzo Milani. Vi mando qualche riga. Quando uscì il libro "Esperienze
pastorali", qui a Perugia, nel nostro gruppo lo leggemmo tutti, ne parlammo
anche in una delle riunioni domenicali del nostro Centro di orientamento
religioso e ne suggerimmo la lettura a molti. Da allora abbiamo cercato di
seguire anche le vicende personali dell'autore, e io stabilii un rapporto
epistolare con lui, così che venni informato della sua protesta presso
l'Arcivescovo di Firenze e anche del lavoro che don Lorenzo svolgeva a Barbiana.
Concordammo un incontro. Mi accompagnò con la sua macchina un medico umbro,
profondo ammiratore della tempra rivoluzionaria di don Lorenzo, Lanfranco
Mencaroni, medico a Colvalenza di Todi, un giovane di estrema sinistra di un'età
uguale a quella di don Lorenzo e direi anche con qualche qualità somigliante.
C'era con noi anche Pio Baldelli. Don Lorenzo mi aveva mandato una lettera con
tutte le indicazioni e anche con una chiarissima ed elegante pianta topografica.
Ora penso che purtroppo in quella visita avvenuta quattro anni orsono e in
quella di due anni dopo, io non preparai la possibilità di restare a Barbiana
anche qualche giorno, come don Lorenzo mi chiese l'una e l'altra volta. Ricordo
chiarissimo il nostro incontro: mi sorprese la giovanilità del suo aspetto, e
sempre più ho notato la bellezza dei suoi scuri occhi. Ma soprattutto il volto
così innocente. Appena arrivati fummo subito assorbiti nel gruppo dei scolari, e
siccome era di estate, sì potè restare tutta la mattina e tutto il pomeriggio a
discutere all'aperto. La prima volta il tema, mi sembra unico, fu la
nonviolenza. Don Lorenzo non faceva domande, perché preferiva che le facessero i
ragazzi stessi. Essi erano simpaticissimi per la semplicità e immediatezza che
avevano, senza nessun timore per la persona estranea e dì molta età. Avevano
quel tono che e 'è nei giovanissimi toscani, che è di là da ogni riconoscimento
formale di autorità, e che tende solamente a capire. Naturalmente mi fecero le
obbiezio-ni che si fanno nella solita casistica sulla nonviolenza. La seconda
visita che feci, sempre con l'amico Mencaroni e con l'aiuto di Virgilio
Zangrilli, fu nel periodo in cui don Lorenzo era già ammalato, ma non ancora
grave. Il metodo della riunione fu eguale a quello della volta precedente:
conversazione con i ragazzi. Mi pare che si riprese il tema della nonviolenza,
si parlò anche della situazione presente, mi venne fatto anche di accennare al
mio non esser cattolico, su cui i ragazzi chiesero qualche commento, che io
detti molto sobriamente perché non volevo dispiacere a don Lorenzo : egli disse
loro che si riservava di riparlare poi con loro sulle ragioni del mio dissenso
con il cattolicesimo, che avevo espresso. In questo secondo incontro mi pare che
venne uno di quegli episodi così illuminanti sulla "pedagogia " di don Lorenzo.
Egli investì (era uomo capace di sfuriate, come i santi e i profeti) uno dei
ragazzi dicendogli pressappoco: "Tu che sei intelligente, ti tengo qui perché tu
sia utile a quell'altro ragazzo, che è il più stupido e a cui voglio più bene
che a tutti voi ". Nell'insieme mi è parsa una scuola mirabile. Per la
lettura del giornale fatta tutti i giorni insieme, commentando, cosa che ho
sempre apprezzato e. difeso fin da ragazzo in mezzo agli accademici e
incartapecoriti insegnanti apolitici. A me l'attenta lettura dei giornali fin da
ragazzo ha dato un forte aiuto a non diventare fascista nemmeno un istante. Un
'altra cosa bellissima nella scuola era la cura della lingua, la comprensione
dei termini, la chiarezza dell'espressione. Un ragazzo mi disse: "Campionissimo
è una parola sbagliata perché ha due superlativi ". Un 'altra cosa era il senso
che si aveva che quella era una scuola continua, non entro un determinato
orario, ma che lì si ascoltava, si studiava, si ricercava, si scriveva, senza
interruzione. Naturalmente dietro tutto questo c'era la capacità creativa di
don Lorenzo insieme con la sua capacità di dedizione intera, senza residuo: gli
scolari sentivano che egli non aveva nulla da salvare per sé. Da allora si
sono stabiliti rapporti tra la scuola di Barbiana e il nostro lavoro perugino
per la nonviolenza e per l'obiezione di coscienza. Ho avuto la fortuna di
rivedere don Lorenzo molto tempo dopo e poco prima della morte. Dico "fortuna "
non solo per la impressione di forza morale e di fermezza in tutto che egli mi
ha rinnovato, ma perché ho potuto parlargli del libro ultimo e anche fargli
pervenire la recensione, uscita poi in Azione nonviolenta. Gli domandai: "Che
cosa vuoi che si faccia?", ed egli mi rispose: "Pubblicità per il libro". Egli
mi fece anche capire che non desiderava che i ragazzi diventassero degli
intellettuali superiori, ma che restassero al livello popolare e al puro
servizio dei poveri, servizio culturale, politico, sindacale,
morale.
Nel 1959 Aldo Capitini lesse sulla rivista "II mondo" una recensione che
diceva molto bene del libro "Esperienze pastorali" di don Lorenzo Milani. Lesse
il libro e, come ebbe a scrivere più tardi allo stesso don Milani, lo trovò
"così fresco, vivo, sincero, schietto, che conferma nella certezza che ci sono
persone bene orientate". Consigliò a tutti la lettura e ne parlò a più riprese
nelle riunioni del suo Centro di orientamento religioso. Nel gennaio del 1960
scrisse a don Milani per chiedere notizie sulla scuola e sul suo funzionamento,
affermando che "era una mia vecchia idea quella della scuola che insegnava a
capire ciò che è testo, le parole, la lingua". In effetti dai C.O.S. (Centri di
orientamento sociale) del 1945 agli articoli del "Potere è di tutti" degli anni
'64, '65 il socialismo di Capitini si è venuto sviluppando sempre più
chiaramente sul tema del legame fra potere esercitato da tutti e dal basso, e
possibilità culturale e pratica per tutti di esercitare questo potere
democratico. Con quella lettera cominciava tra Capitini e don Milani un dialogo
e un'amicizia troncati solo dalla morte. Capitini nel gennaio '60 chiedeva a don
Milani un incontro a Firenze o a Barbiana. Nel giugno dello stesso anno don
Milani scriveva che avrebbe gradito la visita di Capitini in qualsiasi periodo e
in qualsiasi giorno. Un giorno dell'estate 1960, insieme a Pio Baldelli
accompagnai Capitini nella sua prima visita a Barbiana. Don Milani viveva lì dal
1954, ma dovemmo fare a piedi l'ultimo chilometro perché non c'era ancora una
strada carrozzabile fino alla chiesa e alla scuola di Barbiana. Come succedeva
con tutti i visitatori, la nostra visita si trasformò in un interrogatorio di
Capitini da parte di tutti gli allievi della scuola, che erano stati informati
da don Milani sulle sue idee religiose, sui libri che aveva scritto, sulla sua
posizione di non violento e vegetariano. Il colloquio avvenne all'aperto, sotto
l'ombra dei grandi alberi di Barbiana e proseguì durante il pranzo, la siesta,
fino alla partenza. Capitini e noi fummo molto impressionati della personalità
di don Lorenzo, dallo spirito e dall'organizzazione della scuola di Barbiana:
prima di partire chiedemmo a don Milani cosa ci suggeriva di fare nella nostra
Umbria, che potesse riflettere la nostra adesione ai principi guida della scuola
di Barbiana. Don Milani ci propose di stampare un Giornale destinato ai
lavoratori umbri, contenente un solo articolo per numero, insieme a tutte le
notizie di carattere linguistico e culturale necessaria per farlo capire a
tutti. L'idea ci piacque e tornati a Perugia chiedemmo ai partiti di sinistra e
ai sindacati i mezzi per realizzarla. Il partito comunista, quello socialista e
la Camera del lavoro di Perugia accettarono di aiutarci con soldi e indirizzi
per la diffusione. Capitini organizzò un comitato di redazione e nel novembre
del 1960 uscì il primo numero del "Giornale Scuola", "periodico di lotta contro
l'analfabetismo", stampato presso la Tipografia Tuderte a Todi, come supplemento
del "Solco" organo della Federterra umbra, diretto da Umberto Cavalaglio. Era un
piccolo foglio a due facciate, con un solo articolo scritto da Capitini sulla
"Liberazione dei popoli coloniali", uno dei grandi temi di quegli anni, con al
centro dell'interesse la Conferenza di Bandung, organizzata pochi anni prima,
nel 1955. Il resto del giornale conteneva quattro rubriche: "un po' d'italiano"
per spiegare le parole più difficili, scritte in corsivo nell'articolo; "un po'
di storia" sulla conferenza di Bandung, "un po' di geografia" che parlava
dell'India, uno dei grandi paesi liberatisi di recente; "problemi
dell'istruzione" dedicato a notizie sull'educazione dei popoli coloniali. Nel
dicembre del 1960 uscì il secondo numero dedicato a "Stampa e giornali" con la
solita rubrica di lingua italiana, un po' di storia e geografia dei giornali
italiani e stranieri, un panorama dei giornali sportivi, dei giornali di destra
e di sinistra in Italia. Il terzo numero, gennaio 1961, affrontava un altro
grosso tema di attualità, "La lotta per l'indipendenza del popolo algerino"; il
quarto numero, del febbraio 1961, riportava un articolo di Capitini sulla
"Scuola" con una difesa delle scuole pubbliche contro le scuole clericali, "che
impongono agli scolari le loro idee reazionarie". D "Giornale Scuola", che era
gratuito e accettava solo le offerte dai suoi lettori, suscitò apprezzamenti e
interesse fra i contadini e gli operai umbri che lo ricevevano, fu diffuso anche
fuori dell'Umbria e ricevette numerose adesioni e richieste di invio da molte
parti d'Italia. Dopo il quarto numero, per ragioni che non ricordo, venne a
mancare il finanziamento e l'appoggio dei partiti e dei sindacati, per cui fummo
costretti a sospendere le pubblicazioni, con grande dispiacere di Aldo Capitini,
che si è sempre rammaricato di non aver potuto proseguire l'esperienza. Don
Milani riceveva naturalmente il "Giornale Scuola". L'attacco di Capitini alle
scuole clericali, contenuto nel quarto numero, non lo trovò d'accordo. Scrisse a
me, che fungevo da responsabile della redazione, una lunga lettere in cui
riaffermava la superiorità della scuola "clericale" di Barbiana sulla scuola
statale, contestando il fatto che "milioni di contribuenti cristiani e poveri
siano costretti a finanziare una scuola di stato profondamente anticristiana,
profondamente antioperaia e anticontadina...". Temi che di lì a non molto
sarebbero tornati nella "Lettera a una professoressa". Non ricordo se Capitini,
cui feci vedere la lettera, rispose privatamente a don Milani: comunque
"Giornale Scuola" e la lettera di don Milani sono un esempio del grande
contributo che alla cultura italiana venne in quegli anni dall'incontro di due
uomini, fra i migliori che l'Italia abbia mai avuto.
Lanfrnco Mencaroni
Tratto da "Azione Nonviolenta" - Settembre-Ottobre 1978
II Priore di Barbiana, maestro di libertà e profeta dell'obiezione
globale
a cura di Mao Valpiana
Don Milani e l'obiezione di coscienza.
Da molti il Priore di Barbiana è considerato un profeta dell'obiezione di
coscienza al servizio militare. Altri sostengono invece che Don Milani si
interessò solo incidentalmente dell'obiezione: preferiva dei soldati con spirito
critico piuttosto che degli eroi in galera. Nei tuoi ricordi, come venne
affrontato il tema dell'obiezione alla scuola di Barbiana? Se
dovessi definire il Priore, direi che è stato un profeta dell'obiezione globale.
L'obiezione in ambito militare è stata solo l'occasione che gli ha consentito di
affrontare il tema più generale del rapporto tra cittadino e potere, di
qualsiasi tipo esso sia: militare, politico, economico e, perché no, anche
ecclesiastico. La sua tesi è che nessun potere, neanche il più forte sta in
piedi da solo, ma perché è sostenuto dai sudditi attraverso i silenzi, le
omertà, l'obbedienza. In ambito militare, il generale riesce a fare le guerre
perché i soldati accettano di pilotare carri armati. In ambito politico, i vari
burattinai di turno riescono a comandare perché votiamo secondo i
condizionamenti ricevuti e obbediamo a qualsiasi legge. In ambito economico, i
padroni riescono ad opprimere e a distruggere l'ambiente perché accettiamo di
lavorare alla loro condizioni e di consumare tutto ciò che ci propongono. Da ciò
ne deriva che la responsabilità di tutta la violenza e l'ingiustizia che
affliggono il mondo non è solo del potere, ma-di ciascuno di noi. Di qui la
necessità di essere costantemente vigili, in modo da saper fare le nostre
obiezioni in ogni momento della nostra vita sociale, economica e politica. Il
problema se il Priore preferisse dei soldati critici o degli eroi in galera non
si pone. Il Priore voleva semplicemente degli esseri umani pensanti e coerenti,
capaci di arrivare fino al martirio quando l'obiezione è dettata da ragioni di
coscienza, ma capaci di scegliere la via più efficace quando l'obiezione è
dettata solo da considerazioni politiche. Molto spesso le nostre obiezioni non
sono di coscienza, ma politiche e, a mio parere, è bene prenderne coscienza per
non perdere la serenità quandola situazione non ci consente di essere
coerenti fino in fondo. Certo, con noi stessi dobbiamo essere onesti e non
dobbiamo usare la complessità come un alibi per fare scelte di
comodo.
Tu hai svolto il servizio militare. Quando si presentò la
scelta, prendesti in considerazione anche la possibilità di fare obiezione? Ne
avevi parlato con Don Lorenzo? Che consigli dava, in queste occasioni, ai suoi
ragazzi? Quando mi si pose il dilemma se fare o non fare il
servizio militare il Priore era già morto da un paio ai anni, dunque ho dovuto
risolvere il problema da solo. Mi guardai dentro e mi resi conto che la mia
sensibilità per la nonviolenza non era così profonda da indurmi a sfidare il
carcere. A ben guardare, la mia avversità per il servizio militare era più
politica che morale e l'idea di passare 18 mesi a baloccarmi con il fucile, più
che suscitarmi problemi di coscienza, mi faceva imbestialire. In effetti per me,
quello del servizio militare fu un periodo molto penoso e riuscii a sopravvivere
solo perché mi posi l'obiettivo di denunciare pubblicamente tutte le assurdità
che sono fatte vivere a migliaia di giovani. Scrissi così il mio primo libro:
Signornò! Credo che se il Priore fosse stato vivo mi avrebbe detto di fare
quello che la mia testa e il mio cuore mi dicevano che era più giusto
fare.
La Scuola di Barbiana è considerata un'esperienza
fondamentale per la pedagogia nonviolenta. Ma come veniva affrontata
concretamente la nonviolenza a Barbiana? Come veniva presentata la figura di
Gandhi, o di Martin Luther King, la storia dei loro movimenti? Oltre che
l'esempio di vita, vi era un'esplicita formazione nonviolenta nell'insegnamento
di Don Milani? Sono stato a Barbiana dai 7 ai 18 anni, ma a 15 ho
cominciato un mio tirocinio nel mondo, come era consuetudine fare lassù. Tutto
questo per dire che la mia testimonianza non ha pretese di completezza. Conservo
chiaro il ricordo della lettura dell'autobiografia di Gandhi, eseguita
comesempre con metodo estremamente scrupoloso: ogni parola veniva analizzata,
sezionata, soppesata. Ogni fatto veniva discusso, ampliato e, se necessario,
confrontato con visitatori esterni. Non ricordo la lettura di Martin Luther King
e il libro "La forza di amare" me lo sono letto e goduto più tardi quando il
Priore era già morto. Non ricordo lezioni particola-risulla nonviolenza che in
ogni caso non ci è mai stata presentata come uninvito alla remissività e
all'accettazione passiva del sopruso. Barbiana,al contrario, era scuola di
ribellione contro ogni forma di ingiustizia. Mi sento di affermare che a
Barbiana la nonviolenza ci veniva presentata come un valore molto alto ma non
come una verità assoluta, come invece veniva considerata l'equità, la non
discriminazione, la solidarietà. Come dire che, pur considerandola una via
privilegiata per affermare la giustizia, non le si da il valore di scelta
assoluta, valida per ogni situazione. Per questo, più che insistere sul valore
morale della nonviolenza, l'attenzione della Scuola di Barbiana si concentrava
sul nonviolento come persona, che ci veniva indicata come l'incarnazione della
coerenza, del rispetto per l'uomo, della ricerca per la
verità.
Aldo Capitini fu ospite alla Scuola di Barbiana. Eri
presente a quell'incontro? Che ricordi ne hai? Come venne preparato e poi
commentato? Ero molto giovane quando Capitini venne a Barbiana e
conservo ricordi molto sbiaditi. Come succede sempre quando i ricordi sono
lontani dell'età infantile rimangono impresse solo le battute che hanno colpito
di più, anche se non sono le più importanti. Ricordo che Capitini si fermò anche
a cena e il fatto che fosse vegetariano sicuramente aveva creato un clima
particolare perché andavano preparati piatti speciali. Per questo mi è rimasto
impresso un episodio legato alla sua scelta di vegetariano. Qualche ragazzo gli
chiese come conciliasse il suo rispetto per gli animali con il fatto di
indossare scarpe di pelle. Non ricordo quale fu la reazione di Capitini, ma
ricordo che questa obiezione venne considerata una buona domanda perché se ne
parlò a lungo anche in seguito.
Nel tuo lavoro di oggi, con il
Centro Nuovo Modello di Sviluppo, trent'anni dopo, come vivi gli insegnamenti
del Priore? Sento che faccio riferimento costante a due valori di
fondo, che in realtà sono due facce iella stessa medaglia: quello della
responsabilità e della dignità personale, che poi diventano responsabilità e
dignità collettiva. Credo che sia molto azzeccata l'immagine che da Padre
Zanotelli del potere per ^ api re le proposte che da anni andiamo facendo come
Centro. Padre Zanotelli paragona il potere alla statua di Nabucodonosor. Le sue
dimensioni erano imponenti ed essa incuteva in tutti un grande terrore. Ma la
statua aveva un difetto: aveva i piedi di argilla. Ora, l'argilla è un materiale
che se riceve i raggi solari si indurisce ed è capace di sostenere un peso molto
grande sopra di sé, ma se riceve qualche goccia d'acqua diventa una poltiglia ;
fa crollare il peso che ci sta sopra. Noi siamo i piedi del potere e sta a
noi stabilire se vogliamo che questa argilla si indurisca, obbedendo ciecamente
al potere, o se vogliamo che diventi una poltiglia, cominciando ad agire in
maniera critica, dicendo "No, non collaboro" ogni volta che non condividiamo
l'ordine o l'invito ricevuto. In concreto noi oggi dobbiamo dire "No!" alle
multinazionali che sfruttano il Sud del mondo, dobbiamo dire "No!" alle banche
che finanziano il traffico d'armi, dobbiamo dire "No!" ai politici che in nome
del libero mercato smantellano ogni diritto sociale. Ecco l'importanza di fare
della nostra vita un'obiezione permanente, eseguendo in maniera critica ogni
nostro gesto, dal consumo al riparmio, dal voto al pagamento delle
tasse. Oggi don Milani e Barbiana sono contesi fra due fronti: quello di chi
dice che è un'esperienza che va letta solo nel suo contesto storico e, in quanto
tale, va considerata morta e seppellita, e quello di chi vorrebbe che fosse
riabilitata dal potere che, nel caso specifico, si impersonifica col potere
ecclesiastico. Ma Barbiana è stata innanzitutto una scuola di libertà e poiché
la libertà è un valore che non tramonta mai, Barbiana continua ad essere viva,
attuale e tremendamente scomoda.
*Nato nel 1949 nei pressi di Foggia,
Francesco Gesualdi, giunge a Barbiana nel 1956 ed è allievo di don Milani fino
al 1967. Partecipa alla stesura di "Lettera a una professoressa". Dal 1971 al
1974 insegna alla Scuola di Servizio Sociale a Calenzano (Fi). Poi è in
Bangladesh per un servizio di volontariato di due anni. Nel 1982 pubblica
"Economia: conoscere per scegliere ", un testo di divulgazione economica
destinato agli esclusi dalla lettura. Nel 1983 si trasferisce a Vecchiano (Pisa)
per vivere un 'esperienza semi-comunitaria con altre famiglie decise a dare
solidarietà concreta a situazioni di difficoltà. All'interno di questa
iniziativa nasce il Centro Nuovo Modello di Sviluppo per affrontare, da un punto
di vista politico i temi della povertà, della fame, del disagio nel Nord come
nel Sud del mondo. Nel 1990 viene pubblicata "Lettera a un consumatore del Nord"
a cui seguono "Boycott ", "Nord/Sud predatori, predati e opportunisti", "Sulla
pelle dei bambini Guida al consumo critico", "Sud/Nord nuove alleanze per la
dignità del lavoro" e "Geografia del supermercato mondiale ".
Centro
Nuovo Modello di Sviluppo Via della Barra 32 56019 Vecchiano (PI) Tel.
050-826354 - Fax 050-827165 E-mail:
LA LETTERA AI CAPPELLANI MILITARI E' UN DOCUMENTO RIVOLUZIONARIO?
II potere ha avuto paura della politica di don Milani e l'ha chiamato
"cattivo maestro"
di Antonino Drago*
Con la Lettera ai Cappellani militari Don Milani ha
scritto un documento che io ritengo di importanza mondiale, perché non conosco
un'altra motivazione politica all'obiezione di coscienza al servizio militare
così precisa e incisiva come la sua. Ci si potrebbe aspettare da lui, prete, la
motivazione classica di ogni uomo che vive radicalmente la fede cristiana:
"Siccome il Padreterno ha detto "Tu non uccidere", un fedele non può in
coscienza andare contro la precisa volontà di Dio; anche perché "E' meglio
obbedire a Dio che agli uomini", come dice S. Pietro." Varie confessioni
protestanti (valdesi dei primi secoli, mennoniti, quaccheri, ecc.) avevano preso
a bandiera questo ragionamento. Negli anni '60 si poteva pensare che la
Chiesa Cattolica era già su questa strada, perché nel 1963 la suddetta frase di
S. Pietro era stata ricordata dalla Pacem in Terris di Papa Giovanni XXIII, allo
scopo di ridurre la tradizionale obbedienza dei cattolici, giustificata
dall'alto con la frase: "ogni autorità viene da Dio" (S. Paolo). Inoltre la
discussione nel Concilio Vaticano II aveva accettato l'idea dell'odc; cioè quel
richiamo forte alla coscienza, che fin'allora era stato la caratteristica dei
protestanti (mentre invece i cattolici si caratterizzavano per l'obbedienza al
magistero della Chiesa, perché impersonava la tradizione dei cristiani). Niente
di tutto questo nel documento di D. Milani. Lui parte ex-novo. Non è come prete
che parla ai cappellani militari, o come cristiano a dei cristiani; ma da
cittadino di questo Stato ad altri cittadini. La argomentazione ha il suo punto
forte nella rassegna della storia delle guerre italiane: tutte le guerre sono
state di aggressione, perciò incostituzionali secondo la nostra attuale
Costituzione ( art. 11: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di
risoluzione dei conflitti tra le nazioni..."); quindi sono state ingiuste,
contrarie ad ogni morale. Allora Don Milani ha buon gioco a chiedere quello che
chiunque, richiamato nella I e II guerra mondiale poteva domandarsi: Chi aveva
ragione, gli obbedienti ad una guerra ingiusta o gli obiettori e i disertori? La
risposta è ovvia e non lascia spazio all'interlocutore. Ma Don Milani non si
limita a questo argomento, perché tutto questo è solamente intellettuale; non ha
la concretezza della politica. Tant'è vero che c'è un'obiezione pratica: "Ma
allora tu non prenderesti il fucile in nessuna situazione di difesa?" Perché
questo ci si aspetta da un "pacifista assoluto", come di solito viene chiamato
uno che si oppone alla guerra, in contrasto al "pacifista relativo", che non si
impegna per tutti i casi futuri possibili. Ma Don Milani è troppo concreto per
assolutizzare un ideale, sia pure nobile e intellettualmente ben fondato. Ed
infatti lui conosce un caso in cui, forse, avrebbe potuto giustificare il
prendere un fucile: la Resistenza, l'unica guerra giusta dell'Italia (che però
lui conosceva solo per la lotta armata; e invece c'era stata una grande lotta
non armata, più la non collaborazione dei 600.000 italiani internati nei campi
di concentramento tedeschi). Ma allora dove porre un limite? C'è una
caratteristica cruciale delle due Lettere di Don Milani: esse sono una presa di
coscienza della realtà strutturale, che giunge a ribaltare le responsabilità
individuali sulle responsabilità sociali. Nell'altra Lettera la bocciatura
scolastica è colpa sì individuale, ma molto di più dello scontro socio-culturale
tra gruppi sociali. Così il problema del non uccidere non riguarda solo
l'individuo, ma soprattutto lo Stato; non riguarda le sue analisi morali
personali, ma la politica che è a fondamento dello Stato. Se lui arriverà alla
scelta delle armi, ci arriverà autonomamente, per una suprema decisione di vita
o di morte, della quale risponderà ai suoi figli e al Padreterno; ma non ci
arriverà perché comandato da un altro, anche se costui fosse un caporale o un
politico, cioè un rappresentante del nostro Stato. In altri termini, il patto
costituzionale che stabilisco con gli altri uomini per formare l'organizzazione
statale non mi deve obbligare, quando lo dice lui, a cedergli la mia vita o la
mia capacità di uccidere. La vita e la morte, mia o di altri, non è un potere da
concedere allo Stato. Si noti che questa idea non è l'anarchia (negazione
dello Stato); ma è una rivoluzione storica, perché delegittima ogni
comportamento futuro come quello avuto dalle masse di milioni di uomini che sono
andati obbedientemente al macello di due guerre mondiali (in questo senso è
giusto che alla sua lettera è stato posto (dagli altri) il titolo "L'obbedienza
non è più una virtù"; ma tenendo ben presente che qui si tratta della obbedienza
solo sociale); inoltre la sua idea scardina la tradizione millenaria dello Stato
del diritto (dell'impero) romano e la tradizione europea dello Stato, inteso
come il primo soggetto giuridico, dopo del quale esiste il singolo cittadino
(cioè: chi non ha il certificato di nascita, per la legge non esiste). E' una
riduzione drastica dello Stato assoluto (anche nel tempo dell'emergenza acuta,
com'è la guerra) ad uno Stato come iniziativa di tutti coloro che vogliono
accordarsi su un certo programma di organizzazione comune, fatta salva la
autonomia di decidere sulla propria vita e fatta salva la decisione se
combattere i nemici senza armi distruttive; se poi alcuni cittadini vogliono
difendersi con le armi, essi non possono in nome dello Stato imporre di fare
altrettanto ai loro concittadini. Un discorso del genere non è stato concesso
mai da nessuna legislazione costituzionale. Solo la Costituzione tedesca ha il
diritto individuale all'obiezione di coscienza (una esenzione?); più avanti è
andata la Corte Costituzionale italiana, che ha deciso ripetutamente (dal 1985
in poi) che la difesa della Patria con le armi è equivalente a quella senza
armi. Ma questo principio non è ancora passato al livello di leggi specifiche.
In tutte le nazioni casomai si preferisce abolire l'esercito di leva, diventato
infido per gli alti comandi militari; i quali nel tempo di guerra si riservano
di decidere come e quanti obbligare (con la legge e con la fucilazione) a
prendere le armi per "difendere tutti gli altri". Di fatto oggi in Italia si
è obiettori 1 ) solo in tempo di pace (la legge 772/1972 contiene un insulto di
codardia, quando dice quello che gli obiettori dovranno comunque fare in tempo
di guerra: "... compiti ancorché pericolosi."); 2) e solo per motivi filosofici,
religiosi e morali; cioè non per motivi politici. Muhamed Ali (Cassius Clay)
obiettò perché non voleva combattere altri sfruttati come lui (i vietnamiti). Il
discorso di Don Milani è più avanzato ed è di portata storica: dall'essere
tollerati dallo Stato vuole passare alla modifica strutturale sia della difesa
nazionale sia del patto fondativo dello Stato stesso. Per questi motivi (e per
la grande efficacia della sua argomentazione) la sua giustificazione polìtica
dell'odc non ha d'uguale nel mondo. Non è strano allora che Don Milani non è
ricordato dal potere istituzionale. Il potere statale lo vede come una minaccia
potentissima: non ha il coraggio di chiamarlo "un maestro di cose cattive" solo
perché gli mancano degli argomenti forti come i suoi: preferisce confonderlo nel
mucchio dei "cattivi sessantottini". Oppure c'è una maniera più "soft" di
svalutarlo. Quella di dire che la Lettera ai cappellani militari fu solo un
particolare episodio della vita di Don Milani; anzi, fu quasi un incidente di un
percorso che era di più ampia portata, di tipo intimo-comunitario, più sociale
riformista invece che anti-istituzionale. Infatti, si dice, anche La lettera ad
una professoressa non va contro la istituzione scuola (eppure questo testo
stesso racconta che in proposito il dubbio è stato forte; vedi l'episodio di Don
Borghi); comunque Don Milani non ha mai consigliato un suo alunno di fare
obiezione; anzi, c'è una lettera nella quale lo sconsiglia. Il bello è che anche
ex-alunni affermano questo; tant'è vero che non ce ne sono stati di impegnati
nella lotta per la ode (solo Franco Gesualdi si è impegnato nella Campagna di
Obiezione alle Spese Militari). Ora io so due fatti che indicano il contrario.
Al centro di Documentazione di Vicchio c'è un giornaletto che fecero gli
ex-alunni subito dopo la morte di D. Milani. In uno dei suoi numeri si racconta
di una marcia organizzata da alcuni di loro, per proporre al paese la
nonviolenza e la obiezione di coscienza. Inoltre c'è un fatto di cui sono
testimone. Nel dicembre 1965, alla chiusura del Concilio, noi nonviolenti di
Napoli organizzammo una manifestazione a Gaeta per ottenere la immediata
liberazione degli ode lì incarcerati, sulla base dell'annunciato documento
conciliare a favore degli ode nel mondo. Purtroppo, alla vigilia (30 novembre)
della manifestazione (1-3 dicembre) e della chiusura del Concilio (8 dicembre)
una conferenza stampa del card. Willebrands annunciò che il documento era stato
rimaneggiato e che ora la Chiesa chiedeva solo la "comprensione" degli Stati
verso i loro ode. Noi facemmo lo stesso la manifestazione (tre giorni di digiuno
pubblico, dibattiti cittadini e volantinaggio a tutta la popolazione). Avevamo
avvisato per posta tutti i possibili interessati. Il secondo giorno da Vicchio
arrivò Franco Gesualdi (allora neanche maggiorenne, ma battagliero più che mai),
mandato apposta per partecipare alla manifestazione. Per me questi sono atti
precisi, oltre quelli della Lettera ai Cappellani militari e alla Autodifesa; la
lettura dei quali, da sola, non lascia equivoci di sorta. Piuttosto, io ho
vissuto quei tempi da adulto (e non da minorenne, come gli ex-alunni di
Barbiana) e ne so tutta la durezza. So la inumanità di una condanna a
ripetizione, teoricamente per tutta la giovinezza dell'obiettore, comminata
(sulla base di una scusa) da un potere militare pressoché assoluto e
incontrastato, che schiacciava una persona quasi isolata; so i segni personali,
al limite della nevrosi, che la prigionia lasciava su ogni obiettore che era
stato in galera. Ricordo poi un mio amico che partì col progetto fermo di fare
obiezione e poi alla vigilia si limitò ad una dichiarazione pubblica di
contrarietà all'Esercito. Ricordo il tormento della mia scelta, di non obiettare
perché sposato con un figlio e una figlia in arrivo, senza la possibilità che la
mia famiglia per un tempo indeterminato vivesse sulle spalle dei genitori, miei
o di mia moglie. Allora era così, per un obiettore che entrava in galera, ce
n'erano dieci che avevano tentato senza riuscirci. Oggi è facile pensare
all'obiezione che mandava in galera; ma io sono sicuro che Don Milani, che ha
detto di aver amato i suoi ragazzi più di Dio, ha cercato anche di preservarli
da prove troppo dure. Sia perché queste prove li potevano schiacciare. Questi
ragazzi di campagna arretrata (in quei tempi ad es. in Garfagnana c'era una
ampia denutrizione infantile) già con gli studi di scuola media facevano un
salto culturale che nessuno nella loro famiglia aveva compiuto; dalla campagna
tradizionalista stavano per passare alla vita cittadina, mentre nel frattempo
tutta la società italiana si "americanizzava" e diventava conflittuale. Grazie a
Don Milani essi avevano acquisito una coscienza sociale su scala mondiale; ma
questo non voleva dire avere un carattere maturato e tetragono, così come era
necessario per fare l'obiezione di coscienza a quel tempo. Insomma, essi erano
altamente vulnerabili; la loro vulnerabilità è evidente anche oggi, quando
alcuni di essi non si riconoscono pienamente nelle parole di fuoco che pure
allora sottoscrissero (se non addirittura suggerirono coi loro fogliettini,
secondo il metodo della scrittura comunitaria). E allora nulla di peggio sarebbe
stato per Don Milani che il venire accusato (con prove!) di essere un plagiatore
(oltre che un fustigatore e insegnante di parolacce) di minorenni: cioè di
essere un "cattivo 1.maestro" (così come l'hanno presentato alle generazioni
successive; ma senza prove!). Io so il duro conflitto di quei tempi. Bisogna
ricordare ai giovani di oggi lo scontro frontale, politico-ideologico, di allora
(scomunica, CIA, marito e moglie divisi dalla politica). Bisogna ricordare che
D. Milani fu processato perché Rinascita (quindicinale comunista!) pubblicò per
primo il documento; e che fu condannato definitivamente dal Tribunale dello
Stato non perché aveva violato delle leggi, ma perché, lui prete, esprimeva
delle idee differenti da quelle dei teologi ufficiali della Chiesa cattolica!
Bisogna ricordare anche che qualche mese dopo la Lettera ai cappellani militari,
in una udienza, in evidente allusione a Don Milani, Papa Paolo VI affermò che i
temi della pace e della guerra sono talmente grandi che il singolo fedele non
può deciderli da solo e quindi doveva sottostare alle direttive del magistero
ecclesiale. Quindi ragioni di opportunità pedagogica hanno sconsigliato D.
Milani dal premere sull'acceleratore degli "scandali" da far scoppiare nella
società (e nella Chiesa, nella quale lui aveva ritenuto opportuno tacere sulla
sua nonviolenza, così come ci dice nella Autodifesa). Egli ha fatto politica
anche con i suoi alunni, in attesa di una crescita maggiore. Tutto sommato,
anche se lo Stato lo ha additato come "cattivo maestro", la sua è stata una
mediazione politica molto ragionevole: durante trent'anni turbinosi per ogni
ideologia politica, la politica dell'obiezione di coscienza ha avuto una
crescita incessante; e la sua Lettera ha dato il massimo contributo al fenomeno
politico dell'odc. E proprio perché nel frattempo lo Stato non ha voluto
ripensare radicalmente la difesa nazionale sulla base dell'autonoma decisione
personale sul "non uccidere" e si è chiuso nella difesa accanita del suo potere
assolutista, che sono nati fenomeni centrifughi come il leghismo; i quali, nel
loro modo sbagliato e confusionario, propongono un patto costituzionale meno
autoritario e centralizzatore dell'attuale. Starebbe ai nonviolenti veri di oggi
il proporre politicamente un vero nuovo patto che includa la nonviolenza come
patrimonio politico comune dei cittadini dello Stato e del
mondo.
Tra i numerosi libri usciti ultimamente segnaliamo "Verso la scuola di
Barbiana", un pregevole volume scritto dallo psicopedagogista saretino Domenico
Simeone e pubblicato dalla casa editrice veronese il Segno dei Gabrielli
Editori. Trentatré anni, originario di Martina Franca (TA), Simeone insegna
Docimologia presso la Facoltà di Magistero dell'Università di Trieste e
collabora in diverse attività didattiche con l'Università Cattolica della nostra
città. Il testo, frutto di lunghe e minuziose ricerche, è uno strumento prezioso
per la conoscenza dell'itinerario esistenziale, oltre che pastorale e
pedagogico, compiuto da don Milani prima di essere spedito sui monti del Mugello
a dirigere la sperduta parrocchia di Barbiana. Appena ordinato prete, nel 1947,
egli venne inviato a San Donato di Calenzano, dove rimase per oltre sette anni.
È questo il periodo che Simeone esamina con rigorosa attenzione, servendosi di
diverse lettere inedite e testimonianze di allievi ed amici. Il clima è quello -
per chi ha già dimestichezza con il priore di Barbiana - che esce da "Esperienze
Postorali”, il saggio in cui il sacerdote espresse la convinzione che la scuola
doveva essere il momento centrale dell'azione pastorale nel secondo
dopoguerra. Dopo aver abbandonato gli strumenti tipici della tradizione
pastorale, egli seppe creare relazioni personali con i giovani, offrendo loro
condivisione e chiedendo in cambio impegno e responsabilizzazione nella
formazione di una coscienza civile oltre che religiosa. Il luogo in cui tutto
ciò poté avvenire fu la scuola popolare di San Donato, dove Don Milani,
accortosi presto che l'istruzione religiosa veniva spesso vanificata dalla
mancanza di istruzione civile, si dedicò con tutte le sue forze all'insegnamento
radunando in canonica i ragazzi che lo seguivano. Quella di San Donato - benché
condotta da un prete - fu una scuola aconfessionale e costituì un'occasione di
confronto franco e leale tra giovani con valori di riferimento assai diversi tra
loro. Uno dei momenti peculiari di questa singolare esperienza educativa era
l'organizzazione delle "conferenze del Venerdì", incontri aperti al pubblico con
esperti invitati a parlare degli argomenti più svariati. Esse erano
preziosissime finestre aperte sul mondo per dei ragazzi di provincia che, dopo
una giornata nei campi o in fabbrica, offrivano l'opportunità di conoscere ed
approfondire tematiche di attualità sociale e politica. Altro spazio fisso
era la "lettura del quotidiano". Don Milani insegnava ai suoi allievi a
comprendere i diversi articoli, ad esaminarne i contenuti, a confrontarli con
altri sullo stesso tema. Questo esercizio sistematico consentiva loro sia di
prendere confidenza con la parola scritta che di sviluppare un forte senso
critico. Acquisire la padronanza dello strumento linguistico era fondamentale
al fine di colmare i divario che separava questi giovani, poveri soprattutto di
cultura, dai ricchi, anche di sapere. "Ciò che differenziava il povero contadino
dal cittadino borghese", scrive Simeone "non era la qualità del tesoro che
ognuno aveva chiuso in se, ma la possibilità di esprimerlo'. Ma la funzione
della scuola popolare non si esaurisce qui. Il problema più grave per i poveri
operai e contadini era - al di là della innegabile e diffusa ignoranza - il
notevole divario che li separava dalle altre classi sociali, l'impossibilità di
discutere "alla pari" con chi era più istruito. Pertanto don Milani propose una
scuola rigidamente classista perché "non interessava tanto colmare l'abisso di
ignoranza, quanto l'abisso di differenza". "Se aprissimo le nostre scuole,
conferenze, biblioteche anche ai borghese scriveva il sacerdote "verrebbe a
cadere lo scopo stesso del nostro lavoro. Si accettano forse i ricchi alle
distribuzioni gratuite di minestra? Il classismo non è dunque una novità in
questo senso per la chiesa". Ma è un classismo, questo, che va ben oltre i
limiti dell'analisi marxista. Nasce infatti dallo schierarsi sistematicamente
dalla parte dei poveri, dalla "condivisione della situazione di inferiorità in
cui vive il suo popolo". La scelta di classe, più che dalla consapevolezza di
una vocazione storica della classe operaia nella trasformazione della società, è
guidata da un principio morale secondo il quale è necessario ridare dignità agli
uomini a partire dagli ultimi di essi, fornire loro gli strumenti necessari per
far sentire la propria voce ed il proprio pensiero. "Dare la parola ai
poveri", dunque. Proprio come suonava il titolo di una rubrica del periodico
"Adesso" (diretto da don Primo Mazzolari) sul quale don Milani pubblicò i suoi
primi articoli. Simeone dedica un lungo capitolo del libro al fecondo
rapporto tra i due preti "scomodi, individuando precisi interessi comuni quali
l'attenzione ai lontani dalla fede, il problema della gestione della parrocchia,
l'interesse per le questioni sociali. Ma, soprattutto, entrambi si sono sempre
schierati apertamente dalla parte dei poveri, trovando innumerevoli difficoltà
presso la gerarchia religiosa per questa loro testimonianza ma, nondimeno,
restando sempre fedeli alle istituzioni ecclesiastiche.
Un vero prete, che io farei santo per la sua ortodossia e la sua
modernità
a cura di Mao Valpiana
Come hai incontrato don Milani? Nel 1962 ero
un giovane fisico; avevo un incarico di prestigio all'università, ero forse il
più giovane professore d'Italia; insegnavo meccanica razionale, studiavo e
facevo ricerca quantistica, ma ero insoddisfatto. Dopo un campeggio estivo, un
amico mi imprestò il libro "Esperienze pastorali"; lui era già stato a Barbiana
con Don Borghi. Una sera mi feci portare su a Barbiana. Era una sera
particolare: la scuola era vuota perché i ragazzi erano andati nei campi "a
brucar le olive" (cioè a raccoglierle dai rami, si diceva proprio così). Dunque
-cosa eccezionale- rimasi solo con don Lorenzo e gli parlai della mia volontà di
cambiare intenti e di trovare una nuova prospettiva di vita. Alle "Giornate del
Mediterraneo" organizzate dal Sindaco La Pira avevo conosciuto molte persone che
militavano nei movimenti di Liberazione dell'Africa dal giogo coloniale. Volevo
unirmi a loro. La mia fisica pareva non servisse a nessuno; io ero disposto a
lasciare tutto ed andare in Africa anche se avessi dovuto diventare medico e
lavorare in qualche ospedale. Lui mi ascoltò ed io fui colpito dalla sua
lucidità, dalla sua profondità. Per la prima volta, a 23 anni, mi resi conto di
aver incontrato un prete cattolico "serio", cioè coerente con quello che avrebbe
dovuto essere ogni prete. Se un prete ti dice "beati i poveri" e poi lo vedi
andare via con un bella macchina, capisci che quel messaggio è falso. Con don
Lorenzo questo non avvenne, capii che ogni sua parola era profonda, vera. Ne
nacque un legame affettivo reciproco. Quando dopo un anno lasciai l'Università e
me ne andai da Firenze entrai nel Collegio Universitario Aspiranti Medici
Missionari di Padova, per prepararmi ad andare in Africa, lui iniziò a
considerarmi davvero uno dei suoi confratelli. Questo spiega perché anche quando
a Barbiana ci fu il cosiddetto "blocco continentale", pur non essendo nella
lista ufficiale di chi comunque era ammesso alle visite, io potevo andare
tranquillamente. Mi venne detto "certo che tu puoi venire, come gli altri
preti". Io non solo non ero prete, ma ero sempre stato un cattolico piuttosto
freddino. E mi avvicinai al cristianesimo, alla sostanza e alla forma, proprio
attraverso la bellezza della liturgia, che mi fece scoprire don Lorenzo. Nel
1967 mi laureai in medicina e nel 1968 partii per il Kenya, con mia moglie e la
bambina di due mesi. In Africa vi sono poi rimasto 22 anni, lavorando, dopo il
Kenya, in Tanzania, in Mozambico, in Somalia e in Etiopia.
Qual è il filo
conduttore di questo tuo rapporto con don Milani? La coerenza di vita, nelle
scelte, nella solidità etica. E poi l'esempio di don Lorenzo che nei momenti
difficili emerge ancora: per esempio nel '91 sono stato nominato responsabile
dell'Unicef per l'America Latina, continente a me sconosciuto. Dopo qualche mese
però ho capito quale era il maggiore problema dei 25 milioni di bambini
indigeni. Sparse sulle Ande, in Messico, in Guatemala, in Amazzonia vi sono
migliaia di Barbiane. Se fossi stato semplicemente un funzionario di buona
volontà mi sarei generosamente battuto per la loro istruzione, ma senza cogliere
il nocciolo del problema. L'esperienza della scuola di Barbiana invece mi ha
fatto capire chiaramente cosa c'era da fare: la parola loro dovevano averla
doppia. Cioè dovevano avere la possibilità di parlare in maniera elevata la loro
lingua, quella dei loro genitori, ed in più dovevano conoscere bene la lingua
del nemico, cioè lo spagnolo. E' stata una battaglia lunga, durata cinque anni,
con vittorie e sconfitte, ma alla fine il principio è passato; nelle elementari
si impara a leggere e scrivere nell'idioma materno, apprendendo subito dopo
l'altra lingua come lingua straniera, non veicolare e cambiando poi alle medie,
dove la prima lingua diventa lo spagnolo e 1' idioma di villaggio viene
mantenuto come madrelingua. Questa è stata una vera rivoluzione. Siccome i
maestri che conoscono la lingua locale sono indigeni, siamo riusciti a dare al
bambini il maestro che gli compete, che non umilia, che rispetta la cultura
locale. Se invece gli dai un maestro cittadino e magari li mescoli ai bambini
cittadini, ecco che gli indigeni sono subito svantaggiati e rimarranno sempre
ultimi, portando dentro di sé il timbro degli esclusi. Essere padroni della
propria lingua e anche di quella del "nemico" è il segreto per vincere dentro di
sé la timidezza dell'emarginato e, nella società, la lotta contro
l'ingiustizia. Sempre per conto dell'Unicef ora sto realizzando una ricerca
sui traumi psicosociali dei bambini vittime di guerra. Ed anche qui si può
ritrovare don Milani, quando nella lettera ai giudici diceva che ormai le
vittime di un conflitto sono al 90% civili e solo casualmente vi sono dei
militari morti.
A proposito di questo, come immagini potrebbe essere il
pensiero di don Milani sul pacifismo di oggi, sull'obiezione di
coscienza? L'obiezione di coscienza di oggi è poca cosa rispetto ad una
disobbedienza civile seria. Da quando l'odc è entrata nelle leggi, non fa più
scandalo. Ovviamente la considero un passo in avanti, ma non ha nulla di
rivoluzionario, è semplicemente un'alternativa a livello individuale. Puoi fare
questo o puoi fare quello. I ragazzi arrivano a fare questa scelta totalmente
impreparati. La scuola dovrebbe essere innanzitutto formatrice di una coscienza
retta. Dovrebbe formare i cittadini di domani. In segnare cosa è giusto e
cosa non è giusto. A quel punto anche dentro l'esercito, come in qualsiasi
altra struttura sociale,avremmo delle persone con coscienze libere, in grado di
accettare o rifiutare compiti od ordini ingiusti. In questo modo cambierebbero
tutti i parametri, e potremmo avere finalmente un vero esercito di polizia
internazionale (il vecchio sogno di Bertrand Russel fin dal '48) con dei soldati
che conoscano i diritti sanciti dalla Carta dell'Onu, i diritti dei bambini
sanciti dalla convenzione sull'infanzia, e così via. Questi soldati avrebbero
il dovere e la capacità di disobbedire ad ordini che uscissero dal rispetto dei
diritti dell'uomo. Oggi siamo ancora molto lontani da tutto ciò. L' Onu non ha
un proprio esercito e si rivolge di volta in volta agli eserciti degli stati,
impreparati a queste finalità. Addirittura abbiamo visto i soldati canadesi,
che sembravano i più "pacifisti" di tutti, sodomizzare i bambini in in
Somalia... e stiamo parlando dei migliori... Con eserciti di tipo tradizionale
non potremo fare mai niente. L'obiezione di coscienza, oggi, lascia inalterato
l'esercito. Bisogna invece che l'esercito sia costituito da cittadini adulti
capaci di trasformarlo radicalmente. Don Milani, secondo me, voleva esprimere
questo.
Tutti conoscono don Milani maestro, ma com'era don Milani
prete? Don Milani aveva una lettura "amorosa" del Vangelo, che in fondo è la
sola lettura profonda che si possa fare. I sacri testi sono stati tradotti in
tutte le lingue da persone diversissime, e se tu vai a vedere bene, la stessa
parola la puoi trovare tradotta in tanti modi diversi che cambiano anche il
significato. Nella parabola dei talenti, la stessa parola sulla base della quale
il padrone affida ai servi differenti quantità di ricchezza l'ho trovata
tradotta con furbizia, intelligenza, ingegno, forza, o addirittura con bontà.
Emergono le diversità culturali; allora, nella lettura del Vangelo, puoi
usare i dogmi, oppure, appunto, affidarti ad una lettura amorosa, cioè cerchi
ciò che da una mano ai poveri che ti stanno vicino e a cui vuoi bene, scegli ciò
che ti aiuta a difenderli. E così faceva don Lorenzo.
Don Milani e la
Chiesa... Don Milani potrebbe essere recuperato come il santo di questo
secolo, perché aveva una grandissima ortodossia ed una grandissima modernità. I
suoi scritti di 35 anni fa sembrano fatti per oggi, anzi per domani. Se alla
parola "montanari" sostituisci "albanesi" o "extracomunitari", vedi che i
fondamenti del pensiero di don Milani sono ancora validissmi. Lui ci ha lasciato
una chiave di lettura che ha saputo andare al di là dei fatti contingenti. Ci ha
fatto capire i meccanismi dell'economia, per cui nei libri di medicina
dovrebbero spiegare che in Africa si muore di morbillo non solo per il virus, ma
soprattutto per il debito estero; mio figlio non muore di morbillo ma il figlio
del contadino africano sì, perché in più c'è la povertà, la malnutrizione, la
sporcizia, e così via. Don Lorenzo ti dava una chiave di lettura ed un codice
etico per agire. Se personalmente non puoi fare nulla, almeno non devi
collaborare con questo meccanismo economico che crea ingiustizia. Il commercio
equo e solidale e le campagne di boicottaggio sono due cose che si deducono dal
messaggio milaniano. Magari non saranno efficienti, ma almeno ti salvi l'anima,
cioè la libertà e la correttezza del pensiero. Il più bel ricordo che ti
resta? Il suo modo di ragionare. Trasformare l'odio in argomenti, in un
potente lavoro di squadra, e a poco a poco nasce l'arte, la mano tesa al nemico
perché cambi idea. E' una definizione che c'è in Lettera ad una professoressa.
Significa che quanto più sei impegnato a fare una cosa bella (nella scrittura,
ma anche nella pittura, in qualsiasi forma artistica) tanto più potrai
convincere gli altri a cambiare, in meglio. Don Milani scriveva così per
convincere la professoressa a cambiare idea sulla scuola. Una mano tesa al
nemico perché cambi. Secondo me questa è la vera interpretazione dell'evangelico
"ama il tuo nemico". Altrimenti sarebbe una frase priva di senso. Per don
Lorenzo l'arte dello scrivere è la religione, perché il tentare di capirsi, di
esprimersi al meglio, di cercare la verità per sé e per gli altri, è la carità.
Questi concetti a me paiono estremamente religiosi e nel contempo estremamente
laici.
* Medico, consulente intemazionale Unicef, autore del libro
"Don Lorenzo Milani. Amico e maestro"
Diventare sovrani, suscitare e risolvere conflitti, prendersi cura dei
problemi collettivi
di Angela Dogliotti Marasso* Ci sono state, nell'Italia del secondo
dopoguerra, diverse esperienze ed elaborazioni, importanti e significative, alle
quali gli insegnanti che vogliono assumere l'educazione alla pace come punto
qualificante del proprio lavoro educativo, possono fare riferimento: quelle di
Aldo Capitini, di Danilo Dolci e, certamente, di Lorenzo Milani. A trent'anni
dalla morte, l'attualità e l'efficacia dell'opera di don Milani non sono venute
meno e, pur in un contesto tanto diverso, le motivazioni di fondo della sua
passione educativa continuano ad ispirare il lavoro di educazione alla pace
ancora oggi. A questo proposito, molti sono i contributi che possiamo ricavare
dall'esperienza milaniana; nel breve spazio di questo articolo vorrei
soffermarmi su due di essi, tra loro strettamente connessi: la capacità di
affrontare le questioni generali a partire dalla concretezza delle situazioni
particolari, nella fedeltà a delle persone concrete; l'educazione al
conflitto. "Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato". La
forza di don Milani sta nella sua fedeltà assoluta a delle persone concrete e
nella capacità di capire con lucidità i problemi generali proprio a partire da
questa fedeltà alla situazione particolare. Lettera a una professoressa non
sarebbe nato se non ci fosse stata una bruciante situazione di ingiustizia, non
astrattamente pensata, ma colta nelle vite concrete dei ragazzi con nome e
cognome e perciò compresa e condivisa; Barbiana non avrebbe avuto la forza
dirompente che tutti conosciamo se non fosse stata l'espressione di questo amore
personale che si fa veicolo della presa di coscienza di un problema collettivo:
"In Africa, in Asia, in America Latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi,
perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano di essere fatti uguali.
Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio
dell'umanità." (Lettera a una professoressa, pag.80) Non si possono amare
concretamente che poche persone: è un programma, un modo di essere, di vivere,
di rifiutare l'ideologismo, che è sempre una fuga dai problemi presenti nelle
situazioni reali in cui ciascuno si trova e nei confronti dei quali deve, in
primo luogo, dare le sue risposte, esprimere e mettere alla prova la sua volontà
di cambiamento. Emerge in questo atteggiamento una concezione di politica che
salda il "qui e ora" con i progetti per il futuro, il pensiero con l'azione
esercitata "nel posto in cui ci hanno messo le circostanze e non in quello che
s"è scelto". "Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne
tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia" (Lettera, p. 14); "I
care" e "L'obbedienza non è ormai più una virtù" sono le espressioni
emblematiche attraverso cui questo atteggiamento si articola: la politica è
il saper risolvere insieme iproblemi, dopo aver preso coscienza che "il problema
degli altri è uguale al mio", cioè dopo essere stati capaci di riconoscere
nell'altro un parte di sé, di cogliere il legame creato dall'uguale
condizione; la politica è il farsi carico dei problemi, è farsi coinvolgere
non in modo astrattoma concretamente, personalmente ed integralmente, fino a
modificare la propria vita; la politica è il sentirsi responsabili e sovrani,
cioè assumere direttamente , anche disobbedendo, quella parte di cambiamento che
è possibile nella situazione specifica di ciascuno. Tutto ciò è anche
l'essenza della nonviolenza come ricomposizione tra etica e politica; non
l'ideologia della nonviolenza che, come tutte le ideologie, può essere assunta
dogmaticamente e perciò diventare fonte di violenza e intolleranza o portare ad
un attivismo che estranea dalla vita, ma una nonviolenza vissuta come
realizzazione di quell'unità tra il prendersi cura dei rapporti, degli affetti,
delle persone nel concreto della vita quotidiana e il prendersi cura dei
problemi collettivi, che trasforma il modo di vivere, sia la dimensione privata
e individuale, sia quella pubblica e politica. Si può ben comprendere, perciò,
come una simile prospettiva metta in luce due capisaldi dell'educazione alla
pace intesa come educazione alla nonviolenza; l'esistenza di un legame tra il
micro e il macro livello, tra la sfera d'azione personale, privata e la sfera
collettiva, pubblica, da cui deriva la necessità di non limitarsi a promuovere
la sola conoscenza dei problemi, ma bensì di educare i comportamenti, di rendere
capaci a operare delle scelte, affinché ciascuno sappia assumersi la sua parte
di responsabilità, a partire dal concreto e dal quotidiano; l'educazione alla
pace come educazione alla trasformazione nonviolenta dei conflitti. Educare alla
pace non è, cioè, educare ai buoni sentimenti, alla retorica del "volersi bene"
e dell'armonia, ma è educare ad assumersi la responsabilità della proprie
azioni, ad esercitare correttamente il potere che rende ciascuno di noi
"sovrano", ad accettare pienamente la conflittualità delle relazioni umane e
sociali senza rinunciare all'esigenza di salvaguardare l'integrità delle
persone. "In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire
ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla. Posso solo
dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da
osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando
invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionando il sopruso del
forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. La leva ufficiale per
cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello
sciopero. Ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola
e con l'esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l'ora non c'è
scuola più grande che pagare di persona una obiezione di coscienza. Cioè violare
la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa
prevede. È scuola per esempio la nostra lettera sul banco dell'imputato ed è
scuola la testimonianza di quei 31 giovani che sono a Gaeta" (Lettera ai
giudici, al processo del 30-10-65). Ma a questo fine non serve un atteggiamento
remissivo e rinunciatario, è necessario invece mobilitare tutta l'energia
positiva, la forza assertiva, il coraggio di chi sa mettersi in gioco per
affermare ciò che ritiene giusto: '"Poi c'è la storia della superbia. Sai che ho
deciso dopo matura riflessione che l'umiltà è la rovina della classe operaia e
peggio ancora contadina e montanara. Gosto senza di me era un pastorello
scontroso e umiliato che avrebbe imitato da schiavo le usanze del mondo. Ora è
vivace, battagliero, sicuro di sé. Non esce ora dalla scuola, è già diversi mesi
che è in officina. Aiutalo a non battere la testa, ma non ricacciarlo
nell'umiliazione della razza inferiore dei vinti figli di vinti padri di vinti."
Don Milani ha insegnato ai suoi ragazzi a diventare sovrani e perciò a suscitare
conflitti: nella scuola, nei confronti dell'esercito, nella società, in nome di
un "amore costruttivo per la legge" imparato "insieme ai ragazzi mentre
leggevamo il Critone, l'Apologia di Socrate, la vita del Signore nei quattro
Vangeli, l'autobiografia di Gandhi, le lettere del pilota di Hiroshima...". I
tragici eventi del nostro secolo evidenziano con forza quanto sia importante la
formazione di individui non conformisti, capaci di obbedienza critica, che
sappiano contrastare la "banalità del male", i semi di violenza presenti
nell'indifferenza e nella de-responsabilizzazione, in ultima analisi il pericolo
"insito nella moderna società industriale di una progressiva abitudine
all'indifferenza morale di fronte ad azioni non immediatamente legate alla sfera
di esperienza dei singoli..." (Mommen. Anti-Jewish Politics and the
Interpreation of the Holocaust, Oxford, pag. 140). “I care". In questo,
soprattutto, l'insegnamento di Lorenzo Milani resta attualissimo per chi vuole
essere educatore di pace, oggi.
Cosa pensa dell'educazione nonviolenta in don Milani? Quando si parla
della nonviolenza in don Milani, mi viene subito in mente la violenza che oggi
vediamo nei mass media, soprattutto attraverso la televisione. Nella scuola
di oggi il concetto di "atteggiamento critico" dovrebbe essere alla base della
formazione del cittadino cosciente dei suoi diritti e dei suoi doveri. Don
Milani aveva allargato questo concetto ed oggi dovrebbe essere esteso nella
pratica quotidiana della vita sociale. I bambini devono abituarsi a
partecipare alla vita della classe (intesa come comunità) in modo da poter
formulare delle regole essi stessi, che poi osserveranno senza bisogno di
qualcuno che gli dice cosa devono o non devono fare, ma solo qualcuno che li
aiuta a rispettare le loro regole. Nella scuola il bambino deve abituarsi ad
essere protagonista (lo prescrive addirittura il programma ministeriale); la
scuola deve diventare la seconda casa del bambino e lì dentro lui svilupperà il
concetto di democrazia nel momento in cui lui contribuisce alla formazione delle
regole. Se invece c'è disobbedienza, vuoi dire che qualcun altro ha fatto le
regole, che contrastano con quello che si pensa, che si vorrebbe
fare.
Allora, il nemico principale è la TV? Noi possiamo educare alla
nonviolenza, tentare di formare delle coscienze e poi vedere tutto vanificato,
distrutto, da una televisione che ti presente la violenza in tutte le salse, ad
ogni ora. Che senso ha educare alla nonviolenza in una società dove la violenza
è continuamente presentata, quasi sempre come risolutrice? C'è un cattivo ? Lo
ammazzo. Devo difendermi? Sparo. Karl Popper racconta come da educatore si era
occupato di bambini che nella loro vita avevano assistito ad atti di violenza
familiare (il padre ubriaco che picchia la mamma); sono scene che restano
impresse per sempre nella vita di un bambino. Oggi ogni bambino assiste in tv
(nella finction o nei telegiornali) a centinaia di scene di violenza, omicidi,
stragi, sangue, cui non avrebbe mai assistito nella sua vita quotidiana,
familiare, nemmeno ad una! Oggi noi abbiamo il problema di educare i
responsabili della televisione. Quello del controllo televisivo è ormai divenuto
un prioritario problema sociale.
*Maestro elementare e pedagogista,
ancora in piena attività, che dalla sua Scuola di Vho di Piadena intesse una
fitta rete di lettere e rapporti con la Scuola di Barbiana
Maestro di lingua e di costume civile con l'arma della parola e del
pensiero
di Emilio Butturini*
Non per entrare nel merito di recenti polemiche
su don Lorenzo Milani (eco, in parte, delle vecchie e immediate stroncature sia
di Esperienze Pastorali che di Lettera a una professoressa), ma per cercare di
cogliere il punto focale della sua personalità, mi soffermerei prima sugli
aspetti pastorali e pedagogici del suo pensiero e della sua azione e poi su
quelli sociali e politici. "Mio fratello - aveva detto a un intervistatore
Adriano Milani Comparetti, fratello di don Lorenzo, mancato nel 1986, fisiatra e
neuropsichiatra di fama mondiale - era un sacerdote cattolico, seppure 'fuori
ordinanza'. Egli si batteva innanzi tutto per fare dei buoni cristiani. Io sono
un laico e mi batto per fare dei buoni cittadini: la differenza è
fondamentale"1. Alla base di ogni posizione di don Milani vi è infatti la sua
scelta di fede, una scelta assoluta e rigorosa di Dio, della Sua Parola e della
Chiesa, interprete di quella Parola e tramite necessario perché essa diventi
operante e salvifica, soprattutto attraverso i sacramenti2. Conseguente alla
scelta religiosa è la scelta dei poveri, radicalmente impregnata di umori
biblici (II Servo di Jahwè, il Magnificat, le Beatitudini, la paolina follia
della croce, ecc), ben lontana dalla impostazione e dal linguaggio
dell'economicismo marxista, anche se egli giunse provocatoriamente a dire che
amava i poveri più del Papa e della Chiesa e più anche di Dio, che non sta
attento a certe "sottigliezze" (Lettere, a cura di M. Gesualdi, Mondadori,
Milano 1970, p. 142 e p.324). La lotta di don Milani era contro la borghesia
come classe, ma più ancora come mentalità - secondo una linea che era stata
propria anche di pensatori come Tolstoj e Berdjaev o anche come Péguy, Bloy,
Maritain, Mounier ecc. - una mentalità da combattere in particolare per la
tendenza a diffondersi anche fra i poveri. È illuminante al riguardo la lettera
a Pipetta del 1950 (Lettere, cit., pp. 3-5), dove afferma recisamente il primato
della Parola e del Pane di Dio su ogni liberazione umana e la validità solo
contingente della sua solidarietà sociale e politica con i poveri, a causa della
vittoria democristiana del 18 aprile 1948, che aveva "guastato tutto" e segnato
la sua sconfitta di cristiano e di prete. Vien subito da pensare a L'ombra e la
grazia di Simone Weil ("Essere sempre pronti a cambiar parte, come la giustizia,
'questa fuggiasca dal campo dei vincitori"3, opera ben conosciuta da d. Milani,
che "venerava" Simone, ma che, nella sua "doppia qualità di rabbino e di prete",
considerava quel libro "una litania scomposta di orribili bestemmie e di ardenti
baci al Signore" e perciò "pericolosissimo" ed "esposto nelle vetrine cattoliche
per evidente istigazione diabolica"4. Forse occorre anche ricordare che don
Lorenzo amava fare poche citazioni e parlare come auctor e profeta in proprio,
pronto ad accettare il "destino dei profeti", quello di "rendersi antipatici,
noiosi, odiosi, insopportabili a tutti quelli che non vogliono aprire gli occhi
sulla luce e splendenti e attraenti solo per quelli che hanno Grazia sufficiente
da gustare altri valori che non siano quelli del mondo", come scrisse nel 1955 a
don Ezio Palombo (Lettere, p.36. Cfr. p. 37 per una rara citazione, proprio
dalla Weil). Da questa "assenza di mediazioni culturali, istituzionali, anche
ecclesiali" deriva la forza liberante della sua parola e del suo scritto, che
pongono ascoltatori e lettori in una disponibilità particolare. Ciascuno
"diviene - per dirla con Michele Ranchetti - primo destinatario, il discorso si
indirizza a lui e gli viene esposto da chi, come lui, in apparenza non possiede
'altro che la parola' e non si cela dietro citazioni e allusioni: ciò che viene
detto lo riguarda quanto riguarda chi parla"5. L'uomo di fede testimonia
un'altra liberazione che va oltre quella, pure necessaria, dai bisogni di
sopravvivenza, di sicurezza o anche di autorealizzazione. Si tratta di liberarsi
dalle false o limitate sicurezze, attraverso scelte esistenziali radicate sui
valori essenziali del Regno. "La religione per me - aveva scritto a Elena
Brambilla nel 1961 (Lettere, p.156) - consiste solo nell'osservare i 10
Comandamenti e confessarsi presto quando non si sono osservati".
Dare ai
poveri "l'arma della parola" La stessa "passione" di maestro nasce dalla sua
vocazione religiosa e dal conseguente prioritario impegno di evangelizzazione.
In Esperienze Pastorali (LEF, Firenze 1958, pp. 200-201), dopo aver mostrato
l'inconsistenza e la sua superficialità degli strumenti ricreativi solitamente
usati nell'attività pastorale, sottolinea l'urgente necessità di passare agli
strumenti tipici della "istruzione civile". "Fai conto - egli scrive - che qui
io mi trovi in un istituto pieno di sordomuti non ancora istruiti. Che ne
diresti se pretendessi di evangelizzarli senza aver dato prima loro la parola? I
missionari dei sordomuti non fanno così. Fanno scuola della parola per anni e
poi dottrina poche ore. ...Lo stesso avviene quassù: con la scuola non li potrò
far cristiani, ma li potrò far uomini; a uomini potrò spiegare la dottrina e su
100 potranno rifiutare in 100 la grazia o aprirsi tutti e 100, oppure alcuni
rifiutarsi e altri aprirsi. Dio non mi chiederà ragione del numero dei salvati
nel mio popolo, ma del numero degli evangelizzati". Per questo la scuola gli era
"sacra come un ottavo sacramento" ed egli non si sentiva parroco che nel far
scuola, senza peraltro avere della cultura "una fiducia magica... come se i
professori universitari fossero tutti automaticamente più cristiani" (Esperienze
Pastorali, p. 203). Don Milani iniziò la sua "scuola popolare" a S. Donato
nell'ottobre 1949 (due anni dopo il suo arrivo come collaboratore del parroco) e
la scuola fu immediatamente il suo primo pensiero quando arrivò a Barbiana nel
dicembre 1954, da buon giudeo o rabbino, come amava chiamarsi, compiacendosi del
sangue ebreo che scorreva nelle sue vene, non solo per la madre Alice Weiss,
figlia di un ebreo di origine boema, ma anche per la bisnonna paterna (moglie
del suo celebre bisnonno, cattedratico e senatore, Domenico Comparetti) Elena
Raffalovitch, un'ebrea russa appassionata della pedagogia di Fròbel6. Le due
esperienze differiscono notevolmente: luogo d'intensa conflittualità sociale S.
Donato, che si rispecchiava nella sua scuola, luogo di emarginazione, ma anche
di sostanziale omogeneità culturale e sociale Barbiana. Nel passaggio dall'una
all'altra si accentuò la tendenza alla aconfessionalità, ad una sana "laicità
positiva" - per usare una nota espressione del "primo discorso di religione" di
Giovanni Gentile7 - che portava ad una scuola liberata da presupposti
confessionali e ideologici e da preoccupazioni proselitistiche ("Ragazzi io vi
prometto- scrive in Esperienze Pastorali, p. 269 - davanti a Dio che questa
scuola la faccio soltanto per darvi l'istruzione e che vi dirò sempre la
verità d'ogni cosa, sia che faccia comodo alla mia ditta sia che le faccia
disonore"). Non si trattava certo però di una scuola "neutrale" di fronte ai
valori o alla necessità , di schierarsi, in loro nome, ad esempio, contro il
produttivismo e il consumismo dominanti. Si accentuò anche l'impegno non
tanto a trasmettere contenuti, a "dare una cultura ai poveri", quanto a "dare la
parola ai poveri", ad offrire loro strumenti per farsi una propria cultura ,
continuando a considerare fra tali strumenti la grande cultura del passato
(Platone o la musica classica) o la Divina Commedia o i Promessi Sposi, di cui
non si possono "defraudare" i poveri, come scrisse a Pecorini nel 1964 Lettere,
pp. 204-205). Si rafforzava però id un tempo l'impegno di attenzione al presente
e ai problemi dei suoi allievi ( il nuovo contratto dei metalmeccanici, il
pronunciamento dei cappellani militari, a bocciatura toccata ad un compagno,
tee), con un'alfabetizzazione finalizzata - per dirla con Paulo Freire - alla
coscientizzazione, anche attraverso l'uso d'una lingua viva, nata
dall'esperienza del visito e tesa ad esprimere la cultura non dritta ma reale
delle classi sociali sfruttate ed emarginate. La severità e il rigore :: una
tale scuola servono a garantire dal rischio già denunciato da Gramsci per -irte
università popolari, di dare "mercé .: paccottiglia" in cambio di "pepite ; oro"
e cioè una pseudocultura in cambio d'un serio impegno per liberarsi
culturalmente e socialmente8. "I signori ai poveri - scriveva a Nadia Neri nel
gennaio 1966 {Lettere, p.277-278) -possono dare una cosa sola: la lingua cioè il
mezzo d'espressione. Lo sanno da sé i poveri cosa dovranno scrivere". Nel far
questo i signori "troveranno Dio come un premio" e ritroveranno anche se stessi,
perché - come scriveva nel marzo di quello stesso anno alla veronese prof. Dina
Lovato - "l'arte dello scrivere è la religione. Il desiderio d'esprimere il
nostro pensiero e di capire il pensiero altrui è l'amore e il tentativo di
esprimere la verità che solo s'intuiscono le fa trovare a noi e agli altri. Per
cui esser maestro, essere sacerdote, essere cristiano, essere artista, essere
amante e essere amato sono in pratica la stessa cosa"'. I poveri poi potranno
non solo rivendicare i loro diritti, ma anche comunicare, a vantaggio di tutti,
"le inesauribili ricchezze di equilibrio, di saggezza, di concretezza, di
religiosità potenziale che Dio ha nascosto nel loro cuore quasi per compensarli
della sperequazione culturale di cui sono vittime" (Cfr. la lettera a Meucci del
marzo 1955 in Lettere, p. 34). Compito fondamentale della scuola era quello di
dare l'unica arma degna dell'uomo, quella della parola e del pensiero
{Esperienze Pastorali, p. 243), cosa meno facile del "dare loro una bandiera,
una tessera, un canto, un passo, una bomba a ma-no", come aveva scritto don
Primo Mazzo-lari in una rubrica intitolata appunto "la parola ai poveri",
apparsa fin dal primo numero di "Adesso" (15 gennaio 1949), la rivista cui anche
don Lorenzo collaborò fin dall'anno della fondazione. "Dare la parola" voleva
dire suscitare "Interessi degni d'un uomo", che andassero oltre i bisogni di
sopravvivenza e di sicurezza, far acquisire stima e fiducia in sé stessi e
capacità di mettersi in rapporto con gli altri, su un piano di pari dignità
personale. Come un medico può discutere alla pari con un ingegnere o un
avvocato, pur non avendo conoscenze specifiche di ingegneria o diritto, così
deve essere anche per un operaio e un contadino, grazie al "dominio della
parola", con cui si riusciva a "colmare l'abisso di differenza" e a togliere
"all'odio di classe gran parte della sua ragion d'essere" {Esperienze pastorali,
pp. 220-221 e Lettere, p. 58-59). Per questo, specie a Barbiana, si puntò tutto
o quasi su "lingua e lingue", limitandosi a "sfiorare tutte le materie un po'
alla meglio per arricchirsi la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti
solo nell'arte del parlare {Lettera a una professoressa, LEF, Firenze, 1967, pp.
94-95). Scuola "popolare" allora in un senso tutto particolare, come "esperienza
di vita", non certo nel senso del folklore di gramsciana memoria, con una forte
accentuazione del rapporto interpersonale fra il maestro e i suoi ragazzi, ai
quali si sentiva legato da un "amore totale", con l'unico limite del sesto
comandamento10, come ha confermato nelle celebri parole del suo Testamento: "Ho
voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a
queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto". (Cfr. Lettere, p.324).
Con una tale scuola era possibile raggiungere un ideale di cultura mai
posseduto, quello che consentiva di far sì che ad un tempo si appartenesse alla
massa e si possedesse la parola. Si superava la divaricazione fra i Gianni
disgraziati perché non si sanno esprimere, ma fortunati perché appartengono al
mondo grande dell'Africa, dell'Asia e dell'America latina e conoscono da dentro
i bisogni dei più, e i Pierini fortunati perché sanno parlare e disgraziati
perché non hanno nulla di importante da dire, se non ripetere le cose lette su
libri scritti da altri come loro e come loro tagliati fuori dalla storia e dalla
geografia (Cfr. Lettera a una professoressa, pp. 105-106). Certo, inizialmente
c'era più che altro da distruggere, perché non era più "assolutamente il caso di
costruire quattordicesimi piani su rottami di vecchie casacce", come scrisse a
Meucci il 25 marzo 1953" ed occorreva anzi avere brechtianamente il coraggio
dell'odio (arte - si dirà in Lettera a una professoressa, p. 132 - è anche
"voler male a qualcuno o a qualche cosa. Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare
dagli amici in un paziente lavoro di squadra"), ma per far venire "fuori quello
che di vero c'è sotto l'odio" e che fa nascere "l'opera d'arte: una mano tesa al
nemico perché cambi". Ma poi si riuscirà a riscrivere tutta la storia,
rovesciando i valori su cui il mondo si è poggiato, per farne un nuovo e più
giusto, modificando profondamente, dall'interno, la struttura sociale e
politica, processo di trasformazione per il quale le armi si sono rivelate
storicamente inutili quando non controproducenti.
Don Milani maestro di
costume civile Maestro fu anzitutto don Milani, nel senso più classico e
pregnante del termine, convinto come egli era dell'esemplarità della funzione
docente (non ci si dovrebbe preoccupare "di come bisogna fare scuola, ma solo di
come bisogna essere" scrive in Esperienze Pastorali, p. 239) e del carattere di
"sequela" dell'apprendimento ("Io sono un ragazzo influenzato dal maestro e me
ne vanto. Se ne vanta anche lui. Sennò la scuola in che consiste?" fa dire
provocatoriamente ad un allievo in Lettera a una professoressa, p.l 12). Si
possono rilevare i limiti di una concezione idealistica dell'educazione o le
connotazioni di una "didattica dell'esistenza", che porta ad una certa
"adultizzazione" dei contenuti e delle procedure di insegnamento o alla
concezione puritana della scuola (Cfr. l'intervento di Cesare Scurati negli Atti
del Convegno di Palermo del 1982", con la sottovalutazione, fra l'altro, del
gioco come categoria a sé e la sua "riduzione" alla categoria dell'utile. Non si
può però negare la persistente attualità dell'esigenza personalistica (senza la
"pianta uomo" non crescono i nuovi virgulti) e di uno stile educativo né
permissivo né autoritario, ma autorevole e democratico, nel senso forte del
termine, realmente "centrato-sull'allievo", certo prima che si diffondessero in
Italia le opere di Rogers11. Quale scuola centrata sui ragazzi più di quella di
don Milani, così attenta ai bisogni ai problemi, gli interessi degli allievi?.
La stessa antiludicità milaniana - che pure è da discutere, in nome della reale
autonomia del gioco dalla sfera dell'utile e della necessaria attenzione ai
diversi stadi di età - si può comprendere come rifiuto di ogni tipo di
conformismo e come richiamo contro quella che egli amava chiamare "bestemmia del
tempo" (Cfr. Esperienze Pastorali, p. 142), rivolto specialmente ai giovani
delle classi subalterne, "maliziosamente" distratti dalle cose che contano
attraverso televisione, cinema, tifo "sportivo", tee. (Cfr. la lettera al
giudice Marco Ramat in appendice dell'opera citata di Fallaci, p. 576). Non è
difficile condividere la critica del priore contro "questo chiasso scipito,
questa smania di svago, questa leggerezza fatta regola di vita" che egli
considerava una vera e propria "truffa" rispetto a "ciò che di più vero e sano
ci dev'essere anche a quell'età, anzi proprio a quell'età" {Esperienze
Pastorali, p. 204). La paura di andare in fondo alle cose, di ragionare con la
propria testa, di porre le grandi domande di chi non vuoi assistere passivamente
a ciò che avviene è l'humus naturale del fascismo, la fucina di quel "cittadino
onestissimo e obbediente che registra le casse di sapone. Si farebbe scrupolo a
sbagliare una cifra (quattro, quattro meno), ma non domanda se è sapone fatto
con carne d'uomo" (Cfr. Lettera a una professoressa, p.78). C'è un solo modo,
secondo don Milani, per uscire dal macabro o dall'equivoco ed è quello di "avere
il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza
non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano
di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che
si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto" (L'obbedienza non è più una
virtù. LEF, Firenze 1973, p.51). Per questo su una parete della scuola di
Barbiana c'era scritto a caratteri cubitali "/ care", "Me ne importa, mi sta a
cuore" (c'è la radice del latino carìtas), cioè il contrario esatto del motto
fascista "Me ne frego". Anche nella vicenda dei cappellani militari toscani in
congedo (20 in verità su 120) che avevano accusato di viltà gli obiettori di
coscienza, non è il riconoscimento giuridico di quella speciale forma di
obiezione che sta a cuore maggiormente a don Milani, come si capisce da
un'attenta lettura del documento e come è confermato dall'invito del priore ai
suoi ragazzi a fare il militare e ad obiettare semmai a "singoli atti cattivi"
(Cfr. la lettera al suo allievo, ma anche praticamente "figlio adottivo".
Michele Gesualdi in Lettere, pp. 240-241 o anche la "storia di naia" del
fratello di Michele. Francuccio Gesualdi, Signornò. Guaraldi. Rimini 1972). Fu
l'occasione, come disse lo stesso priore, per un discorso più ampio
sull'obiezione in genere, sul "senso di responsabilità individuale", per il
quale sarebbe invece "fondamentale che tutti i soldati avessero la coscienza di
giudicare gli ordini che ricevono". Si tratta di un radicale cambiamento
dell'atteggiamento del cittadino verso lo stato, non in nome di un malinteso
anarchismo, ma di una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui ci
si ribella. Vien da pensare ad un celebre passo dell'Autobiografia di Gandhi,
dove egli dichiara la sua "istintiva" disponibilità all'obbedienza ,
all'autorità, seguita invece poi da un atto di disobbedienza e da una "pacifica
sottomissione" alla pena prevista, "non per mancanza di