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Azione nonviolenta - Giugno 1997 PDF Print E-mail

DON LORENZO MILANI LA SCUOLA DI BARBIANA E LA NONVIOLENZA
di Mao Valpiana

DON MILANI AI GIOVANI:OGNUNO DEVE SENTIRSI RESPONSABILE DI TUTTO
di Matteo Sorcio

QUEGLI OCCHI BELLI E SCURI DEL VOSTRO MAESTRO
di Aldo Capitini

QUEL FILO DIRETTO TRA PERUGIA E BARBIANA
di Lanfranco Mencaroni

IL PRIORE DI BARBIANA MAESTRO DI LIBERTÀ
di Francuccio Gesualdi

IL POTERE HA AVUTO PAURA DELLA POLITICA DI DON MILANI
di Antonino Drago

UN PRETE CLASSISTA A SAN DONATO
di Flavio Marcolini

UN VERO PRETE IO LO FAREI SANTO

di Gregario Monasta

DIVENTARE SOVRANI SUSCITARE E RISOLVERE I CONFLITTI
di Angela Dogliotti Marasso

NONVIOLENZA SENZA LA TIVÙ
di Mario Lodi

MAESTRO DI LINGUA E DI COSTUME CIVILE
di Emilio Butturini

ESSERE ATTENTI AI BISOGNI DI CIASCUNO
di Grazia Honegger Fresco

ALLA SCALA DI MILANO PER DISPREZZARE IL LUSSO
di Giorgio Pecorini

BIOGRAFIA E BIBLIOGRAFIA
a cura di Gabriele Colleoni


RIFLESSIONI A TRENT'ANNI DALLA MORTE DI UN PRETE E MAESTRO SCOMODO

Don Lorenzo Milani la scuola di Barbiana e la nonviolenza (senza corrente elettrica)

di Mao Valpiana

Ho conosciuto don Lorenzo Milani dopo la sua morte.
Nel 1970, allora avevo 15 anni, vidi girare per casa un libro la cui lettura appassionava i miei familiari. Fui incuriosito e iniziai a leggere le Lettere del Priore di Barbiana. Per la giovane età non avevo mai sentito parlare né di Esperienze Pastorali, né della Lettera ad una Professoressa, né avevo saputo delle vicende processuali seguite alla Lettera ai Cappellani militari. Ma in poco tempo mi appassionai anch'io a ciò che aveva da dirmi quel prete. Il suo modo di scrivere, chiaro e schietto, era l'ideale per l'animo esuberante, inquieto e in ricerca di un adolescente. Le cose che diceva offrivano risposte certe alle domande, precise, ingenue, impellenti, che mi ponevo. Ne parlai al gruppo parrocchiale che frequentavo, e scoprii che anche il mio curato, don Giuseppe, seguiva e condivideva le idee di don Milani. Ne nacque il progetto, che realizzammo, di un lavoro di quartiere, e poi di un dopo scuola popolare. Era il 1972 ed il colpo di stato militare in Cile, per stroncare l'esperienza di Allende, ci spinse a studiare la situazione dell'America Latina e a scoprirne le responsabilità del mondo occidentale. Ne sortì un volantino che distribuimmo la domenica all'uscita dalle messe. I benpensanti della Parrocchia videro con sospetto queste attività, avrebbero forse preferito vederci impegnati in un torneo di calcetto piuttosto che mescolare Vangelo e politica; così convinsero il Vescovo ad allontanare il prete donmilaniano trasferendolo in una sperduta barbiana veronese, e a mandare nel quartiere bene un nuovo sacerdote che avviò subito la normalizzazione. Toccai con mano il malessere che c'era nella Chiesa, i fermenti di rinnovamento da una parte e il potere conservatore dall'altra.
Poco dopo. L'obbedienza non è più una virtù divenne il testo base sul quale maturai la mia obiezione di coscienza. Il resto è storia conosciuta.

L'obiezione di coscienza
Don Lorenzo Milani, con l'esperienza di Barbiana, è diventato una figura centrale per il Movimento Nonviolento ed è stato quindi naturale, in occasione del trentesimo anniversario della sua morte, preparare un numero monografico di Azione nonviolenta. La scelta fatta è stata quella di non limitarci ad una commemorazione o a un ricordo, ma di approfondire il rapporto tra Don Milani e la nonviolenza: l'educazione, l'obiezione, l'essere buoni cittadini e buoni cristiani. In particolare abbiamo voluto affrontare la questione dell'obiezione di coscienza, per capir, -come alcuni sostengono- a don Milani interessava solo preparare dei cittadini critici che al momento di svolgere il servizio militare fossere in grado di discer-nere il bene dal male (e quindi la presa di posizione sugli obiettori in carcere sarebbe stata solo un episodio contingente e marginale), oppure se -come altri pensano- don Milani volle sostenere direttamente le ragioni dell'obiezione di coscienza per farne un esempio da seguire. Riteniamo che don Milani avesse ben chiara la questione dell'obiezione di coscienza, la sua portata ideale, sociale, filosofica e politica. E la condividesse in pieno. Ma siccome egli non ragionava mai in astratto, ma sempre avendo ben presenti i volti e i nomi dei suoi ragazzi, che rappresentavano l'umanità intera, e in fondo anche Dio stesso, egli ben sapeva che non si può mettere sulle spalle di un uomo più peso di quello che le sue forze gli permettono di portare. Bisogna ricordare che quando don Milani scrisse la lettera ai Cappellani e poi la lettera ai Giudici, non esisteva ancora la legge sull'obiezione al servizio militare, e quindi i giovani che rifiutavano la divisa venivano processati da un tribunale militare condannati e rinchiusi nelle carceri di Gaeta o di Peschiera.
I suoi allievi venivano dalle montagne del Mugello e il maestro ritenne che non erano pronti a reggere l'esperienza del carcere militare. Che forse ne sarebbero usciti massacrati più che rinforzati. Forse anche per questo Don Milani tendeva a smorzare i facili entusiasmi dei suoi ragazzi per l'obiezione. Bisognava trovare forme più adatte per loro. La nonviolenza richiede una proporzione tra mezzi e fini ed il rispetto massimo della coscienza delle capacità di ciascuno.
D'altra parte l'interesse profondo di don Milani per l'obiezione di coscienza è testimoniato anche dalla sua partecipazione attiva ad alcuni incontri fiorentini promossi sul tema dal Movimento Nonviolento.

L'incontro con Capitini
Abbiamo poi cercato di mettere bene a fuoco il rapporto tra don Lorenzo Milani ed Aldo Capitini, che si concretizzò per via epistolare e poi con alcuni incontri a Barbiana. Non esiste traccia scritta o registrata delle visite di Capitini a Barbiana, se non nel ricordo dei testimoni che abbiamo intervistato. Ma è certo che le riflessioni di don Milani sull'obiezione di coscienza, sulla disobbedienza civile, sulla noncollaborazione, sul pensiero di Gandhi, sono state fatte proprio a partire dagli incontri con Capitini. Lo testimonia anche la lettera, inedita, che pubblichiamo, scritta da Capitini alla Scuola di Barbiana all'indomani della morte del Priore. Sappiamo che l'arrivo a Barbiana era. per tutti, un po' brusco, che bisognava superare una specie di esame, di inter-rosatorio. Gli intellettuali erano ammessi solo per "servire" i ragazzi. Aldo Capitini, che certamente era un intellettuale oltre che instancabile diffusore della teoria e della pratica nonviolenta, fu subito ben accolto da don Milani e fu invitato a fermarsi più di un giorno. Probabilmente la spiccata sensibilità del Priore gli fece immediatamente cogliere la profonda coerenza che c'era in Capitini, dal rigore antifascista, fino alla scelta vegetariana. Quest'ultima fu anche oggetto di bonarie prese in giro quel giorno che -forse per riguardo all'ospite- fu preparato un coniglio arrosto e Capitini mangiò solo una mela (col verme!, osservò un ragazzo con un po' di irriverenza verso il professore. Ma sia Capitini che don Milani avevano un buon senso dell'umorismo!).
Senza luce elettrica
Preparando questo speciale di Azione nonviolenta, e realizzando le interviste ai protagonisti dell'epoca, sono molti gli spunti che mi hanno offerto occasioni di riflessione. Ma ve n'è uno, apparentemente banale, su cui voglio soffermarmi in conclusione. Tutto il lavoro svolto alla scuola di Barbiana -che ancor oggi rappresenta uno straordinario esempio di opera culturale- è stato fatto senza luce elettrica. Ciò significa che la sera si leggeva con la candela e che gli unici strumenti di lavoro erano carta e penna. Eppure ne sono sortiti testi basilari. Oggi qualsiasi sede o ufficio sembra non poter lavorare senza fotocopiatrice, fax, video, computer, tastiere, monitor, stampante, e-mail, pagine www, modem... si muovono migliaia di informazioni virtuali ma si conclude gran poco! Se si hanno le idee chiare bastano invece un foglio e una matita; se si hanno le idee confuse nemmeno Windows 95 ti può aiutare! Il segno della decadenza del tempo che viviamo emerge anche dal paragone (a me è venuto spontaneo di farlo) tra don Milani e i "leader" di oggi (da quelli televisivi a quelli politici o culturali; non faccio nomi perché c'è solo l'imbarazzo della scelta, fatene voi uno qualsiasi e ditemi se non c'è da vergognarsi...). L'insegnamento di don Milani sta proprio nell'arrivare all'essenza delle cose, al vero significato delle parole. Era un uomo, un prete, che esigeva da sé e dagli altri coerenza con ciò che si dice. Dovrebbe essere cosa normalissima, ma siamo ridotti a considerarla mercé preziosa. Tanto da celebrare chi -con grande semplicità-trent'anni fa ha vissuto coerentemente in una sperduta parrocchia del Mugello. La straordinarietà di don Milani è nella sua normalità.
Una bella lezione per tutti.


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PATRIA, GUERRA, OBBEDIENZA, RESPONSABILITÀ, NONVIOLENZA

Don Milani ai giovani: "ognuno deve sentirsi responsabile di tutto"

di Matteo Soccio*

In un convegno, tenutosi a Firenze nel 1980, sulla figura e l'opera di don Milani, un relatore affermò che la lettura di testi come la Lettera ai cappellani militari e la Lettera ai giudici, "non suscitano particolare emozione né presentano apporto di pensiero tali da sostenere una loro particolare esegesi per la identificazione dei crismi di originalità". Che significa? Che questi testi non hanno più nulla da dirci e da insegnarci? che non sono più stimolanti? che hanno perso la loro carica provocatoria e si sono banalizzati per essere stati troppo letti e citati? Certo i tempi sono cambiati e il fuoco di quelle pagine, che una volta incendiava le coscienze e scottava in modo insopportabile i destinatari diretti e indiretti, oggi si è un po' intiepidito. Ma non spento. Forse andrebbe un po' ravvivato perché la sostanza e lo spirito di quelle idee non hanno ancora rinnovato il costume e la politica degli italiani. Penso ai trentamila o quarantamila giovani all'anno che oggi si dichiarano "obiettori di coscienza" per non fare il servizio militare. Quanti di essi hanno fatto proprie e maturato le semplici verità contenute in quei testi?. Ho notato, incontrando questi giovani nei corsi di formazione e durante il loro servizio civile, che molti non li hanno mai letti e alcuni non sanno neanche che sia esistito un don Milani. Don Milani non fa più scuola. Questa può essere materia di riflessione.
Da parte mia, penso che la vicenda storica, la parola, le idee di don Milani, nei diversi piani della sua esperienza (religiosa, educativa, morale, civile) possa ancora contribuire al rinnovarsi della coscienza e all'affermarsi dei valori in una società costretta ad una rapida trasformazione. C'è un messaggio di don Milani. Di questo messaggio mi limiterò qui ad evidenziare quanto emerge dai suoi due scritti "antimilitaristi", già citati, che possono essere considerati non semplici documenti di una testimonianza occasionale ma espressione generale e sintetica del suo pensiero. Il punto di partenza di don Milani (che non fu un prete comunista, né marxista nonostante i suoi accenti anticlassisti) è la scoperta che il mondo si divide in diseredati e oppressi da una parte, privilegiati e oppressori dall'altra.. La sua riflessione si sviluppa quindi nei due testi (il secondo è una estensione del primo) incentrandosi su alcune parole chiave o temi principali: l'idea di patria, la guerra, la legge, l'obbedienza, la responsabilità, la disob-bedienza, l'obiezione di coscienza, l'impegno nonviolento. Intorno a questi temi don Milani promuove un decisivo rovesciamento di valori.
Incominciamo dal concetto di patria. Don Milani non discute l'idea in sé e per sé, l'idea con la lettera maiuscola, astratta e nostalgica, proveniente da una antichissima tradizione e cultura, ma la patria in concreto, storicizzata e umanizzata. In questo senso la sua patria sono i poveri: "io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri". "La parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti". Studiando la storia si scopre quella verità che don Milani definisce "lapalissiana", cioè che gli eserciti marciano sempre agli ordini di una classe dominante, e non rappresentano quasi mai la patria "nella sua totalità e nella sua eguaglianza". In essi è presente quella spaccatura ra ricchi e poveri, per cui masse di esclusi dalle leve del potere marciano al comando di una ristretta classe di privilegiati. Questo attacco che don Milani mosse all'idea di patria negli anni '60 fu sentita come sacrilega e vilipendiosa (non per niente fu processato). Oggi si constata (vedi Galli della Loggia, La morte della patria, Ed. Laterza) la sua definitiva crisi. L'idea è superata dal processo storico. Nuovi concetti e problemi, come interdipendenza e globalità, ne vanificano il senso. Oggi, nonostante il colpo di coda dei nazionalismi emergenti in ritardo sulla scena geografica, si deve fare i conti con una realtà nuova che si chiama mondialità..
Don Milani denuncia anche quella menzogna che è il far credere che il nostro esercito serva a difendere la Patria. Non è ìtato così: "era nel "22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l'esercito non la difese". Citando esempi storici don Milani dimostra che il nostro esercito non ha partecipato che a "guerre inutili": guerre per dilatare i confini nazionali, guerre coloniali, guerre "volontarie", guerre di aggressione fascista. E' una esemplificazione veloce per arrivare al nodo della questione: l'obbedienza. Come si fa a parlare di obbedienza se in cento anni di storia non si riesce a trovare "a mala pena" che una sola guerra "giusta": "l'unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana", la guerra contro il fascismo, combattuta contro la guerra, perché non ci fossero più guerre. Allora si rivolge ai cappellani militari, che nel loro comunicato avevano definito l'obiezione di coscienza "un insulto alla Patria e ai suoi caduti", "estranea al comandamento cristiano dell'amore", "espressione di viltà": "Diteci esattamente che cosa avete insegnato ai soldati. L'obbedienza ad ogni costo? E se l'ordine era il bombardamento dei civili, un'azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l'esecuzione sommaria dei partigiani, l'uso di armi atomiche, batteriologiche, chimi-che, la tortura, l'esecuzione di ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore agli altri soldati della Patria), una guerra di evidente aggressione, l'ordine di un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari?" Di fronte a tutto questo non è facile parlare di obbedienza. La teoria dell'obbedienza sarebbe solo un "macabro gioco di parole".
La guerra è un crimine compiuto con la complicità di molti, sostenuta e garantita dal principio di obbedienza. Don Milani ha osato dire ai giovani che "F obbedienza non è più una virtù ma la più subdola delle tentazioni". Un gioco di parole, non può cancellare nella valutazione delle cause dei mali collettivi, la responsabilità del singolo (ne abbia o no coscienza): E' qui la forza più durevole del messaggio mila-niano: "bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto". Infatti è dall'assenza di responsabilità, dalla deresponsabilizzazione fondata sull'obbedienza agli ordini e alla legge che nascono, le abitudini, il conformismo, l'assuefazione alle ingiustizie e violenze di questo mondo e società. Don Milani moltiplica il peso della responsabilità in una catena di individuali corresponsabilità.
Oggi l'idea di responsabilità ha acquisito un'importanza mai avuta prima Viviamo nel tempo delle responsabilità e abbiamo di fronte situazioni inedite rispetto alla nostra storia. Per la prima volta l'umanità è in grado di compiere azioni i cui effetti catastrofici possono avere dimensioni cosmiche. Possiamo distruggere la terra in un istante con le bombe nucleari, oppure renderla inabitabile con l'inquina- "" mento e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse. E' stata messa una pesante ipoteca persino sul futuro remoto, sul perpetuarsi dell'esistere umano. Anche il futuro è "perituro". Allora ci chiediamo: chi è responsabile? L'argomento è stato approfondito recentemente dal filosofo tedesco Hans Jonas nel suo bellissimo libro intitolato II principio responsabilità. Di fronte ai cambiamenti dell'agire umano il concetto milaniano di responsabilità
ha dunque acquisito attualità, peso, inelu-dibilità. Per un approfondimento attuale rinviamo all'opera di Jonas. Qui ci interessa invece capire il senso della provocazione milaniana. Per capire il concetto milaniano di responsabilità e la sua specificità non dobbiamo confonderlo con quello di "imputabilità". Per imputabilità si intende la procedura per cui Fautore di un'azione è identificato e chiamato a rispondere dei sui atti (cfr. il processo di Norimberga). In questo senso la responsabilità si declina al passato: si cerca chi è all'origine di eventi, o di una catena di eventi delittuosi. Don Milani ci fa vedere come questo tipo di responsabilità elude, attraverso il principio di obbedienza, la vera responsabilità e diventa un "macabro gioco di parole" con il quale si può dimostrare di fronte ai tribunali che "dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore". E' un paradosso sottolineato da don Milani, che non esclude l'imputabilità ma perviene ad un modo nuovo di intendere la responsabilità e il rapporto con la legge. Innanzitutto c'è un'altra idea di responsabilità, non più coniugata al passato ma rivolta al presente e al futuro. E' la condizione per cui si può prevedere la conseguenza delle proprie azioni, responsabilità come peso che si prende sulle proprie spalle, come compito da svolgere, come assunzione di comportamenti coerenti con le proprie convinzioni. Ma prima dobbiamo avere chiarezza sui valori che ci aiuteranno a capire la realtà e a compiere le nostre scelte. Da qui l'importanza che don Milani attribuiva all'educazione, alla scuola. Partendo dalla constatazione delle diseguaglianze sociali, don Milani è pervenuto al suo modo di intendere la responsabilità individuale e il rapporto con la legge. Di fronte agli ordini e alla legge egli afferma sempre il valore dell'interiorità, della decisione di coscienza. La legge non è più allora l'autorità, l'assoluto, ma qualcosa che la coscienza può cambiare perché è continua creazione, cioè moralità. Perciò la legge a cui noi possiamo obbedire è quella di cui siamo persuasi, persuasi perché abbiamo meditato, esercitato la nostra razionalità, interrogato la tradizione, l'esperienza. In questo don Milani è molto capitiniano. In un suo scritto su Obbedienza e disobbedienza, Aldo Capitini ha scritto: "(...) è facile far osservare che ognuno realmente agisce così, cioè non obbedisce che a leggi a cui egli, con le sue mani, ha aperto la porta della propria coscienza. C'è soltanto questa differenza: che alcuni scelgono un'autorità, e poi in seguito sono disposti ad obbedire a tutto ciò che quella autorità comandi; altri invece, preferiscono riesaminare spesso le ragioni dei comandi, e non consegnano a nessuno le chiavi della propria coscienza (...) il fatto è che essi non riconoscono nessuna autorità, nemmeno il governo del proprio paese o il presidente della propria società, come assoluta, cioè sciolta da ogni controllo. Questo secondo modo sarà più faticoso, ma è certo che il primo è molto pericoloso, perché disabitua al controllo, e fa male a chi esercita il potere e a chi lo subisce".
Don Milani, nella sua concezione della legge umana, si pone certamente in questa seconda categoria. Non nega il valore delle leggi, anzi riconosce in esse degli strumenti per realizzare il suo amore verso i poveri e gli ultimi assetati di giustizia. Questo riconoscimento milaniano del valore delle leggi fondate sui principi di giustizia ed uguaglianza, e rivolte veramente a promuovere occasioni di crepita civile e morale per tutti, e provato dal fatto che cita in continuazione e appassionatamente il testo della Costituzione italiana. Ma don Milani e consapevole del fatto che le leggi attuali sono limitate, che hanno bisogno di integrazioni e correzioni. "Per voi magistrati - dice don Milani - vale solo ciò che è legge stabilita (...) La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non son tutte giuste". I giudici hanno il senso della legalità. Fa parte della loro funzione. Ma i cittadini devono avere il senso della politica, cioè della migliorabiltà delle leggi e delle istituzioni. Così quando la legge è ingiusta e contrasta con l'ordine morale cui fermamente crediamo è un diritto-dovere la critica e persino la disobbedienza.
L obbedienza non è più una virtù perché la logica dell'obbedienza può portarci anche a compiere dei crimini. L'obbedienza non è più un valore perché non siamo più sudditi ma sovrani. Non c'è chi deve scegliere al posto nostro, ognuno di noi è capace di cercare, conoscere, giudicare, scegliere come va spesa la propria vita.
La scuola "buona" di don Milani non può dire ai suoi ragazzi "che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla". Al momento giusto devono essere pronti a violare la legge che in coscienza sentono che è cattiva. Ci sono infatti momenti in cui ci dobbiamo assumere la responsabilità di collaborare o di non collaborare. In quei momenti sentiamo che la storia che vivremo dipende da noi, dalle scelte che compiamo. I cittadini, riconoscendo la piena libertà e sovranità della propria coscienza, scegliendo di collaborare o di non collaborare con le leggi, opponendosi apertamente a quelle ingiuste, spiegando la ragione della propria opposizione, accettando di pagare di persona il prezzo di una obiezione di coscienza, possono costringere i legislatori a migliorare le leggi.
Ma cos'è che stabilisce il valore dell'obiezione? Per don Milani, come d'altronde per Capitini, l'obbedienza e la disobbedienza alle leggi non devono ridursi allo spazio privato ma estendersi alla dimensione pubblica o se volete politica, devono cioè essere esercitate nell'interesse di tutti. Capitini direbbe che in quel momento si esercita "l'omnicrazia"', il potere di tutti Proprio come don Milani ha scritto nella Lettera ad una professoressa:"(...) il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia".
Questo spiega perché don Milani, in alcune interviste e conversazioni private, abbia affermato che, pur commuovendosi per la sorte degli obiettori di coscienza imprigionati e pur riconoscendo il loro diritto sosteneva che dell'obiezione al servizio militare non gli "importava assolutamente nulla", che la riteneva "una cosa insignificante", "nobile, ma fondamentale no". Queste parole possono amareggiare i giovani che oggi praticano la via dell'obiezione di coscienza e del servizio civile alternativo. Don Milani continua a pungere anche da morto i comportamenti non autentici, tiepidi o conformisti. Ma non dimentichiamo che quelle parole sono state pronunciate da un uomo che ha definito "profeti" gli obiettori e per difenderli dall'accusa di viltà ha affrontato le sanzioni della legge. La verità è che a don Milani interessava relativamente una legge che sancisse il diritto all'obiezione di coscienza. Questo è un diritto che la coscienza si prende quando è chiamata ad esercitare la propria responsabilità, che è morale, non giuridica. A don Milani interessava poco l'obiezione di coscienza come istituto giuridico di tipo anglosassone. Faceva notare che in quel tempo la Germania aveva riconosciuto legalmente l'obiezione di coscienza e aveva i suoi (numerosi) obiettori, ma non li aveva quando era il momento di disobbedire. Egli auspicava cambiamenti più sostanziali, come la messa al bando delle armi nucleari, anzi di tutte le armi e di tutti gli eserciti. Diciamo ancora che a don Milani non interessava una obiezione di coscienza come affermazione individualistica della propria indipendenza, privilegiata e aristocratica. La difesa dell'obiezione di coscienza era per lui l'occasione per un discorso più ampio. Ha scritto il magistrato fiorentino G.P. Meucci, che lo conosceva bene: "A lui interessava riaffermare il valore di una disubbidienza creativa, di un mettere in discussione prese di coscienza e leggi positive condizionate dalle .lassi dominanti, al fine di permettere la liberazione degli oppressi attraverso il loro "appropriarsi delle dinamiche di formazione della coscienza comunitaria e delle leggi". Anche qui c'era una ielle sue provocazioni. Don Milani non si accontentava di una "piccola" obiezione di coscienza, una obiezione da intellettuali, da "signorini", come diceva. Egli mirava ad una obiezione di coscienza totale, che non si esaurisse col mero rifiuto dell'obbligo della leva ma dipendesse da una scelta rigorosamente nonviolenta che deve trasformarsi in una intera vita di lotta contro tutte le violenze e le ingiustizie.
Nella nostra società don Milani vede due categorie di individui: -quelli che non si interessano di niente e non prendono - ente sul serio (i "qualunquisti"); - e quelli che si interessano di tutto, si informano. affollano i convegni, si fanno una cultura mostruosa su tutti i mali del mondo (gli "impegnati"). Sui primi non c'è nulla da dire. Sui secondi c'è da svolgere una riflessione (o un esame di coscienza): Quanti dei cosiddetti impegnati accettano di correre rischi, di assumere veramente l'impegno personale di cambiare il mondo con la propria azione? Don Milani ha insegnato che ognuno deve sentirsi responsabile di tutto e che prima di accomodarsi e cercare alibi alla propria inerzia deve avere il coraggio di vedere qual è il posto che occupa negli ingranaggi della macchina dell'ingiustizia e dell'oppressione. Questa macchina non è una fatalità, non si è costruita e non si muove da sola. In molti collaboriamo a generare fame, sottosviluppo, emarginazione, sfruttamento, ingiustizia, violenza, guerra. Siamo noi che rapiniamo le risorse del Sud del mondo, distruggiamo la qualità della vita, addestriamo eserciti, finanziamo le corse agli armamenti, globalizziamo i problemi. Questa macchina ha bisogno di noi. Il suo potere è il potere che noi le diamo e che potremmo sottrarle con la noncollaborazione e la lotta nonviolenta.
Alla fine della sua autodifesa, don Milani dichiara di essere personalmente non violento ma ha voluto evitare di parlare da nonviolento, anche se ha educato i suoi ragazzi ad esserlo. Nonviolenza è per don Milani rifiutare la tentazione della violenza per far giustizia, continuare a lottare senza diventare violenti, costruire senza distruggere, vincere la violenza degli oppressori attraverso la nostra capacità di sopportare. Ma la nonviolenza è soprattutto impegno, lotta. E come tutte le lotte ha le sue armi. Aveva detto ai cappellani militari: "almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto". Su questo tema don Milani è debitore a Capitini che l'ha sviluppato in una intera esistenza. Quando Capitini si recò a Barbiana a fargli visita quasi non parlò d'altro. Questo non sminuisce il valore del messaggio milaniano. Don Milani ha enfatizzato soprattutto due armi della nonviolenza: la parola e l'esempio. Legando insieme pensiero e azione e fondandoli sul riconoscimento dei valori e della verità, pronunciò parole profetiche che ci impegnano sia a livello personale che a livello politico: "quando è l'ora non c'è scuola più grande che pagare di persona un 'obiezione di coscienza ".

* Insegnante, obiettore di coscienza incarcerato prima della legge 772 del 1972
Responsabile della Casa per la pace di Vicenza - Movimento Nonviolento

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UNA LETTERA DI CAPITINI AI RAGAZZI DI BARBIANA

Quegli occhi belli e scuri del vostro maestro

Perugia, 14 settembre 1967

Alla scuola di Barbiana

Cari amici,
mi avete chiesto ricordi personali del vostro maestro, il carissimo don Lorenzo Milani. Vi mando qualche riga. Quando uscì il libro "Esperienze pastorali", qui a Perugia, nel nostro gruppo lo leggemmo tutti, ne parlammo anche in una delle riunioni domenicali del nostro Centro di orientamento religioso e ne suggerimmo la lettura a molti. Da allora abbiamo cercato di seguire anche le vicende personali dell'autore, e io stabilii un rapporto epistolare con lui, così che venni informato della sua protesta presso l'Arcivescovo di Firenze e anche del lavoro che don Lorenzo svolgeva a Barbiana. Concordammo un incontro. Mi accompagnò con la sua macchina un medico umbro, profondo ammiratore della tempra rivoluzionaria di don Lorenzo, Lanfranco Mencaroni, medico a Colvalenza di Todi, un giovane di estrema sinistra di un'età uguale a quella di don Lorenzo e direi anche con qualche qualità somigliante. C'era con noi anche Pio Baldelli. Don Lorenzo mi aveva mandato una lettera con tutte le indicazioni e anche con una chiarissima ed elegante pianta topografica. Ora penso che purtroppo in quella visita avvenuta quattro anni orsono e in quella di due anni dopo, io non preparai la possibilità di restare a Barbiana anche qualche giorno, come don Lorenzo mi chiese l'una e l'altra volta. Ricordo chiarissimo il nostro incontro: mi sorprese la giovanilità del suo aspetto, e sempre più ho notato la bellezza dei suoi scuri occhi. Ma soprattutto il volto così innocente. Appena arrivati fummo subito assorbiti nel gruppo dei scolari, e siccome era di estate, sì potè restare tutta la mattina e tutto il pomeriggio a discutere all'aperto. La prima volta il tema, mi sembra unico, fu la nonviolenza. Don Lorenzo non faceva domande, perché preferiva che le facessero i ragazzi stessi. Essi erano simpaticissimi per la semplicità e immediatezza che avevano, senza nessun timore per la persona estranea e dì molta età. Avevano quel tono che e 'è nei giovanissimi toscani, che è di là da ogni riconoscimento formale di autorità, e che tende solamente a capire. Naturalmente mi fecero le obbiezio-ni che si fanno nella solita casistica sulla nonviolenza. La seconda visita che feci, sempre con l'amico Mencaroni e con l'aiuto di Virgilio Zangrilli, fu nel periodo in cui don Lorenzo era già ammalato, ma non ancora grave. Il metodo della riunione fu eguale a quello della volta precedente: conversazione con i ragazzi. Mi pare che si riprese il tema della nonviolenza, si parlò anche della situazione presente, mi venne fatto anche di accennare al mio non esser cattolico, su cui i ragazzi chiesero qualche commento, che io detti molto sobriamente perché non volevo dispiacere a don Lorenzo : egli disse loro che si riservava di riparlare poi con loro sulle ragioni del mio dissenso con il cattolicesimo, che avevo espresso. In questo secondo incontro mi pare che venne uno di quegli episodi così illuminanti sulla "pedagogia " di don Lorenzo. Egli investì (era uomo capace di sfuriate, come i santi e i profeti) uno dei ragazzi dicendogli pressappoco: "Tu che sei intelligente, ti tengo qui perché tu sia utile a quell'altro ragazzo, che è il più stupido e a cui voglio più bene che a tutti voi ".
Nell'insieme mi è parsa una scuola mirabile. Per la lettura del giornale fatta tutti i giorni insieme, commentando, cosa che ho sempre apprezzato e. difeso fin da ragazzo in mezzo agli accademici e incartapecoriti insegnanti apolitici. A me l'attenta lettura dei giornali fin da ragazzo ha dato un forte aiuto a non diventare fascista nemmeno un istante. Un 'altra cosa bellissima nella scuola era la cura della lingua, la comprensione dei termini, la chiarezza dell'espressione. Un ragazzo mi disse: "Campionissimo è una parola sbagliata perché ha due superlativi ". Un 'altra cosa era il senso che si aveva che quella era una scuola continua, non entro un determinato orario, ma che lì si ascoltava, si studiava, si ricercava, si scriveva, senza interruzione.
Naturalmente dietro tutto questo c'era la capacità creativa di don Lorenzo insieme con la sua capacità di dedizione intera, senza residuo: gli scolari sentivano che egli non aveva nulla da salvare per sé.
Da allora si sono stabiliti rapporti tra la scuola di Barbiana e il nostro lavoro perugino per la nonviolenza e per l'obiezione di coscienza.
Ho avuto la fortuna di rivedere don Lorenzo molto tempo dopo e poco prima della morte. Dico "fortuna " non solo per la impressione di forza morale e di fermezza in tutto che egli mi ha rinnovato, ma perché ho potuto parlargli del libro ultimo e anche fargli pervenire la recensione, uscita poi in Azione nonviolenta. Gli domandai: "Che cosa vuoi che si faccia?", ed egli mi rispose: "Pubblicità per il libro". Egli mi fece anche capire che non desiderava che i ragazzi diventassero degli intellettuali superiori, ma che restassero al livello popolare e al puro servizio dei poveri, servizio culturale, politico, sindacale, morale.

Aldo Capitini


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L'INCONTRO TRA ALDO CAPITINI E LORENZO MILANI

Quel filo diretto tra Perugia e Barbiana

Nel 1959 Aldo Capitini lesse sulla rivista "II mondo" una recensione che diceva molto bene del libro "Esperienze pastorali" di don Lorenzo Milani. Lesse il libro e, come ebbe a scrivere più tardi allo stesso don Milani, lo trovò "così fresco, vivo, sincero, schietto, che conferma nella certezza che ci sono persone bene orientate". Consigliò a tutti la lettura e ne parlò a più riprese nelle riunioni del suo Centro di orientamento religioso. Nel gennaio del 1960 scrisse a don Milani per chiedere notizie sulla scuola e sul suo funzionamento, affermando che "era una mia vecchia idea quella della scuola che insegnava a capire ciò che è testo, le parole, la lingua". In effetti dai C.O.S. (Centri di orientamento sociale) del 1945 agli articoli del "Potere è di tutti" degli anni '64, '65 il socialismo di Capitini si è venuto sviluppando sempre più chiaramente sul tema del legame fra potere esercitato da tutti e dal basso, e possibilità culturale e pratica per tutti di esercitare questo potere democratico. Con quella lettera cominciava tra Capitini e don Milani un dialogo e un'amicizia troncati solo dalla morte. Capitini nel gennaio '60 chiedeva a don Milani un incontro a Firenze o a Barbiana. Nel giugno dello stesso anno don Milani scriveva che avrebbe gradito la visita di Capitini in qualsiasi periodo e in qualsiasi giorno. Un giorno dell'estate 1960, insieme a Pio Baldelli accompagnai Capitini nella sua prima visita a Barbiana. Don Milani viveva lì dal 1954, ma dovemmo fare a piedi l'ultimo chilometro perché non c'era ancora una strada carrozzabile fino alla chiesa e alla scuola di Barbiana. Come succedeva con tutti i visitatori, la nostra visita si trasformò in un interrogatorio di Capitini da parte di tutti gli allievi della scuola, che erano stati informati da don Milani sulle sue idee religiose, sui libri che aveva scritto, sulla sua posizione di non violento e vegetariano. Il colloquio avvenne all'aperto, sotto l'ombra dei grandi alberi di Barbiana e proseguì durante il pranzo, la siesta, fino alla partenza. Capitini e noi fummo molto impressionati della personalità di don Lorenzo, dallo spirito e dall'organizzazione della scuola di Barbiana: prima di partire chiedemmo a don Milani cosa ci suggeriva di fare nella nostra Umbria, che potesse riflettere la nostra adesione ai principi guida della scuola di Barbiana. Don Milani ci propose di stampare un Giornale destinato ai lavoratori umbri, contenente un solo articolo per numero, insieme a tutte le notizie di carattere linguistico e culturale necessaria per farlo capire a tutti. L'idea ci piacque e tornati a Perugia chiedemmo ai partiti di sinistra e ai sindacati i mezzi per realizzarla. Il partito comunista, quello socialista e la Camera del lavoro di Perugia accettarono di aiutarci con soldi e indirizzi per la diffusione. Capitini organizzò un comitato di redazione e nel novembre del 1960 uscì il primo numero del "Giornale Scuola", "periodico di lotta contro l'analfabetismo", stampato presso la Tipografia Tuderte a Todi, come supplemento del "Solco" organo della Federterra umbra, diretto da Umberto Cavalaglio. Era un piccolo foglio a due facciate, con un solo articolo scritto da Capitini sulla "Liberazione dei popoli coloniali", uno dei grandi temi di quegli anni, con al centro dell'interesse la Conferenza di Bandung, organizzata pochi anni prima, nel 1955. Il resto del giornale conteneva quattro rubriche: "un po' d'italiano" per spiegare le parole più difficili, scritte in corsivo nell'articolo; "un po' di storia" sulla conferenza di Bandung, "un po' di geografia" che parlava dell'India, uno dei grandi paesi liberatisi di recente; "problemi dell'istruzione" dedicato a notizie sull'educazione dei popoli coloniali. Nel dicembre del 1960 uscì il secondo numero dedicato a "Stampa e giornali" con la solita rubrica di lingua italiana, un po' di storia e geografia dei giornali italiani e stranieri, un panorama dei giornali sportivi, dei giornali di destra e di sinistra in Italia. Il terzo numero, gennaio 1961, affrontava un altro grosso tema di attualità, "La lotta per l'indipendenza del popolo algerino"; il quarto numero, del febbraio 1961, riportava un articolo di Capitini sulla "Scuola" con una difesa delle scuole pubbliche contro le scuole clericali, "che impongono agli scolari le loro idee reazionarie". D "Giornale Scuola", che era gratuito e accettava solo le offerte dai suoi lettori, suscitò apprezzamenti e interesse fra i contadini e gli operai umbri che lo ricevevano, fu diffuso anche fuori dell'Umbria e ricevette numerose adesioni e richieste di invio da molte parti d'Italia. Dopo il quarto numero, per ragioni che non ricordo, venne a mancare il finanziamento e l'appoggio dei partiti e dei sindacati, per cui fummo costretti a sospendere le pubblicazioni, con grande dispiacere di Aldo Capitini, che si è sempre rammaricato di non aver potuto proseguire l'esperienza. Don Milani riceveva naturalmente il "Giornale Scuola". L'attacco di Capitini alle scuole clericali, contenuto nel quarto numero, non lo trovò d'accordo. Scrisse a me, che fungevo da responsabile della redazione, una lunga lettere in cui riaffermava la superiorità della scuola "clericale" di Barbiana sulla scuola statale, contestando il fatto che "milioni di contribuenti cristiani e poveri siano costretti a finanziare una scuola di stato profondamente anticristiana, profondamente antioperaia e anticontadina...". Temi che di lì a non molto sarebbero tornati nella "Lettera a una professoressa". Non ricordo se Capitini, cui feci vedere la lettera, rispose privatamente a don Milani: comunque "Giornale Scuola" e la lettera di don Milani sono un esempio del grande contributo che alla cultura italiana venne in quegli anni dall'incontro di due uomini, fra i migliori che l'Italia abbia mai avuto.

Lanfrnco Mencaroni
Tratto da "Azione Nonviolenta" - Settembre-Ottobre 1978


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NOSTRA INTERVISTA A FRANCESCO GESUALDI*

II Priore di Barbiana, maestro di libertà e profeta dell'obiezione globale

a cura di Mao Valpiana

Don Milani e l'obiezione di coscienza. Da molti il Priore di Barbiana è considerato un profeta dell'obiezione di coscienza al servizio militare. Altri sostengono invece che Don Milani si interessò solo incidentalmente dell'obiezione: preferiva dei soldati con spirito critico piuttosto che degli eroi in galera. Nei tuoi ricordi, come venne affrontato il tema dell'obiezione alla scuola di Barbiana?
Se dovessi definire il Priore, direi che è stato un profeta dell'obiezione globale. L'obiezione in ambito militare è stata solo l'occasione che gli ha consentito di affrontare il tema più generale del rapporto tra cittadino e potere, di qualsiasi tipo esso sia: militare, politico, economico e, perché no, anche ecclesiastico. La sua tesi è che nessun potere, neanche il più forte sta in piedi da solo, ma perché è sostenuto dai sudditi attraverso i silenzi, le omertà, l'obbedienza. In ambito militare, il generale riesce a fare le guerre perché i soldati accettano di pilotare carri armati. In ambito politico, i vari burattinai di turno riescono a comandare perché votiamo secondo i condizionamenti ricevuti e obbediamo a qualsiasi legge. In ambito economico, i padroni riescono ad opprimere e a distruggere l'ambiente perché accettiamo di lavorare alla loro condizioni e di consumare tutto ciò che ci propongono. Da ciò ne deriva che la responsabilità di tutta la violenza e l'ingiustizia che affliggono il mondo non è solo del potere, ma-di ciascuno di noi. Di qui la necessità di essere costantemente vigili, in modo da saper fare le nostre obiezioni in ogni momento della nostra vita sociale, economica e politica. Il problema se il Priore preferisse dei soldati critici o degli eroi in galera non si pone. Il Priore voleva semplicemente degli esseri umani pensanti e coerenti, capaci di arrivare fino al martirio quando l'obiezione è dettata da ragioni di coscienza, ma capaci di scegliere la via più efficace quando l'obiezione è dettata solo da considerazioni politiche. Molto spesso le nostre obiezioni non sono di coscienza, ma politiche e, a mio parere, è bene prenderne coscienza per non perdere la serenità quandola situazione
non ci consente di essere coerenti fino in fondo. Certo, con noi stessi dobbiamo essere onesti e non dobbiamo usare la complessità come un alibi per fare scelte di comodo.

Tu hai svolto il servizio militare. Quando si presentò la scelta, prendesti in considerazione anche la possibilità di fare obiezione? Ne avevi parlato con Don Lorenzo? Che consigli dava, in queste occasioni, ai suoi ragazzi?
Quando mi si pose il dilemma se fare o non fare il servizio militare il Priore era già morto da un paio ai anni, dunque ho dovuto risolvere il problema da solo. Mi guardai dentro e mi resi conto che la mia sensibilità per la nonviolenza non era così profonda da indurmi a sfidare il carcere. A ben guardare, la mia avversità per il servizio militare era più politica che morale e l'idea di passare 18 mesi a baloccarmi con il fucile, più che suscitarmi problemi di coscienza, mi faceva imbestialire. In effetti per me, quello del servizio militare fu un periodo molto penoso e riuscii a sopravvivere solo perché mi posi l'obiettivo di denunciare pubblicamente tutte le assurdità che sono fatte vivere a migliaia di giovani. Scrissi così il mio primo libro: Signornò! Credo che se il Priore fosse stato vivo mi avrebbe detto di fare quello che la mia testa e il mio cuore mi dicevano che era più giusto fare.

La Scuola di Barbiana è considerata un'esperienza fondamentale per la pedagogia nonviolenta. Ma come veniva affrontata concretamente la nonviolenza a Barbiana? Come veniva presentata la figura di Gandhi, o di Martin Luther King, la storia dei loro movimenti? Oltre che l'esempio di vita, vi era un'esplicita formazione nonviolenta nell'insegnamento di Don Milani?
Sono stato a Barbiana dai 7 ai 18 anni, ma a 15 ho cominciato un mio tirocinio nel mondo, come era consuetudine fare lassù. Tutto questo per dire che la mia testimonianza non ha pretese di completezza. Conservo chiaro il ricordo della lettura dell'autobiografia di Gandhi, eseguita comesempre con metodo estremamente scrupoloso: ogni parola veniva analizzata, sezionata, soppesata. Ogni fatto veniva discusso, ampliato e, se necessario, confrontato con visitatori esterni. Non ricordo la lettura di Martin Luther King e il libro "La forza di amare" me lo sono letto e goduto più tardi quando il Priore era già morto. Non ricordo lezioni particola-risulla nonviolenza che in ogni caso non ci è mai stata presentata come uninvito alla remissività e all'accettazione passiva del sopruso. Barbiana,al contrario, era scuola di ribellione contro ogni forma di ingiustizia. Mi sento di affermare che a Barbiana la nonviolenza ci veniva presentata come un valore molto alto ma non come una verità assoluta, come invece veniva considerata l'equità, la non discriminazione, la solidarietà. Come dire che, pur considerandola una via privilegiata per affermare la giustizia, non le si da il valore di scelta assoluta, valida per ogni situazione. Per questo, più che insistere sul valore morale della nonviolenza, l'attenzione della Scuola di Barbiana si concentrava sul nonviolento come persona, che ci veniva indicata come l'incarnazione della coerenza, del rispetto per l'uomo, della ricerca per la verità.

Aldo Capitini fu ospite alla Scuola di Barbiana. Eri presente a quell'incontro? Che ricordi ne hai? Come venne preparato e poi commentato?
Ero molto giovane quando Capitini venne a Barbiana e conservo ricordi molto sbiaditi. Come succede sempre quando i ricordi sono lontani dell'età infantile rimangono impresse solo le battute che hanno colpito di più, anche se non sono le più importanti. Ricordo che Capitini si fermò anche a cena e il fatto che fosse vegetariano sicuramente aveva creato un clima particolare perché andavano preparati piatti speciali. Per questo mi è rimasto impresso un episodio legato alla sua scelta di vegetariano. Qualche ragazzo gli chiese come conciliasse il suo rispetto per gli animali con il fatto di indossare scarpe di pelle. Non ricordo quale fu la reazione di Capitini, ma ricordo che questa obiezione venne considerata una buona domanda perché se ne parlò a lungo anche in seguito.

Nel tuo lavoro di oggi, con il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, trent'anni dopo, come vivi gli insegnamenti del Priore?
Sento che faccio riferimento costante a due valori di fondo, che in realtà sono due facce iella stessa medaglia: quello della responsabilità e della dignità personale, che poi diventano responsabilità e dignità collettiva. Credo che sia molto azzeccata l'immagine che da Padre Zanotelli del potere per ^ api re le proposte che da anni andiamo facendo come Centro. Padre Zanotelli paragona il potere alla statua di Nabucodonosor. Le sue dimensioni erano imponenti ed essa incuteva in tutti un grande terrore. Ma la statua aveva un difetto: aveva i piedi di argilla. Ora, l'argilla è un materiale che se riceve i raggi solari si indurisce ed è capace di sostenere un peso molto grande sopra di sé, ma se riceve qualche goccia d'acqua diventa una poltiglia ; fa crollare il peso che ci sta sopra. Noi
siamo i piedi del potere e sta a noi stabilire se vogliamo che questa argilla si indurisca, obbedendo ciecamente al potere, o se vogliamo che diventi una poltiglia, cominciando ad agire in maniera critica, dicendo "No, non collaboro" ogni volta che non condividiamo l'ordine o l'invito ricevuto. In concreto noi oggi dobbiamo dire "No!" alle multinazionali che sfruttano il Sud del mondo, dobbiamo dire "No!" alle banche che finanziano il traffico d'armi, dobbiamo dire "No!" ai politici che in nome del libero mercato smantellano ogni diritto sociale. Ecco l'importanza di fare della nostra vita un'obiezione permanente, eseguendo in maniera critica ogni nostro gesto, dal consumo al riparmio, dal voto al pagamento delle tasse.
Oggi don Milani e Barbiana sono contesi fra due fronti: quello di chi dice che è un'esperienza che va letta solo nel suo contesto storico e, in quanto tale, va considerata morta e seppellita, e quello di chi vorrebbe che fosse riabilitata dal potere che, nel caso specifico, si impersonifica col potere ecclesiastico. Ma Barbiana è stata innanzitutto una scuola di libertà e poiché la libertà è un valore che non tramonta mai, Barbiana continua ad essere viva, attuale e tremendamente scomoda.

*Nato nel 1949 nei pressi di Foggia, Francesco Gesualdi, giunge a Barbiana nel 1956 ed è allievo di don Milani fino al 1967. Partecipa alla stesura di "Lettera a una professoressa". Dal 1971 al 1974 insegna alla Scuola di Servizio Sociale a Calenzano (Fi). Poi è in Bangladesh per un servizio di volontariato di due anni. Nel 1982 pubblica "Economia: conoscere per scegliere ", un testo di divulgazione economica destinato agli esclusi dalla lettura. Nel 1983 si trasferisce a Vecchiano (Pisa) per vivere un 'esperienza semi-comunitaria con altre famiglie decise a dare solidarietà concreta a situazioni di difficoltà. All'interno di questa iniziativa nasce il Centro Nuovo Modello di Sviluppo per affrontare, da un punto di vista politico i temi della povertà, della fame, del disagio nel Nord come nel Sud del mondo. Nel 1990 viene pubblicata "Lettera a un consumatore del Nord" a cui seguono "Boycott ", "Nord/Sud predatori, predati e opportunisti", "Sulla pelle dei bambini Guida al consumo critico", "Sud/Nord nuove alleanze per la dignità del lavoro" e "Geografia del supermercato mondiale ".

Centro Nuovo Modello di Sviluppo
Via della Barra 32 56019 Vecchiano (PI)
Tel. 050-826354 - Fax 050-827165
E-mail:


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LA LETTERA AI CAPPELLANI MILITARI E' UN DOCUMENTO RIVOLUZIONARIO?

II potere ha avuto paura della politica di don Milani e l'ha chiamato "cattivo maestro"

di Antonino Drago*

Con la Lettera ai Cappellani militari Don Milani ha scritto un documento che io ritengo di importanza mondiale, perché non conosco un'altra motivazione politica all'obiezione di coscienza al servizio militare così precisa e incisiva come la sua. Ci si potrebbe aspettare da lui, prete, la motivazione classica di ogni uomo che vive radicalmente la fede cristiana: "Siccome il Padreterno ha detto "Tu non uccidere", un fedele non può in coscienza andare contro la precisa volontà di Dio; anche perché "E' meglio obbedire a Dio che agli uomini", come dice S. Pietro." Varie confessioni protestanti (valdesi dei primi secoli, mennoniti, quaccheri, ecc.) avevano preso a bandiera questo ragionamento.
Negli anni '60 si poteva pensare che la Chiesa Cattolica era già su questa strada, perché nel 1963 la suddetta frase di S. Pietro era stata ricordata dalla Pacem in Terris di Papa Giovanni XXIII, allo scopo di ridurre la tradizionale obbedienza dei cattolici, giustificata dall'alto con la frase: "ogni autorità viene da Dio" (S. Paolo). Inoltre la discussione nel Concilio Vaticano II aveva accettato l'idea dell'odc; cioè quel richiamo forte alla coscienza, che fin'allora era stato la caratteristica dei protestanti (mentre invece i cattolici si caratterizzavano per l'obbedienza al magistero della Chiesa, perché impersonava la tradizione dei cristiani). Niente di tutto questo nel documento di D. Milani. Lui parte ex-novo. Non è come prete che parla ai cappellani militari, o come cristiano a dei cristiani; ma da cittadino di questo Stato ad altri cittadini. La argomentazione ha il suo punto forte nella rassegna della storia delle guerre italiane: tutte le guerre sono state di aggressione, perciò incostituzionali secondo la nostra attuale Costituzione ( art. 11: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra le nazioni..."); quindi sono state ingiuste, contrarie ad ogni morale. Allora Don Milani ha buon gioco a chiedere quello che chiunque, richiamato nella I e II guerra mondiale poteva domandarsi: Chi aveva ragione, gli obbedienti ad una guerra ingiusta o gli obiettori e i disertori? La risposta è ovvia e non lascia spazio all'interlocutore.
Ma Don Milani non si limita a questo argomento, perché tutto questo è solamente intellettuale; non ha la concretezza della politica. Tant'è vero che c'è un'obiezione pratica: "Ma allora tu non prenderesti il fucile in nessuna situazione di difesa?" Perché questo ci si aspetta da un "pacifista assoluto", come di solito viene chiamato uno che si oppone alla guerra, in contrasto al "pacifista relativo", che non si impegna per tutti i casi futuri possibili. Ma Don Milani è troppo concreto per assolutizzare un ideale, sia pure nobile e intellettualmente ben fondato. Ed infatti lui conosce un caso in cui, forse, avrebbe potuto giustificare il prendere un fucile: la Resistenza, l'unica guerra giusta dell'Italia (che però lui conosceva solo per la lotta armata; e invece c'era stata una grande lotta non armata, più la non collaborazione dei 600.000 italiani internati nei campi di concentramento tedeschi).
Ma allora dove porre un limite? C'è una caratteristica cruciale delle due Lettere di Don Milani: esse sono una presa di coscienza della realtà strutturale, che giunge a ribaltare le responsabilità individuali sulle responsabilità sociali. Nell'altra Lettera la bocciatura scolastica è colpa sì individuale, ma molto di più dello scontro socio-culturale tra gruppi sociali. Così il problema del non uccidere non riguarda solo l'individuo, ma soprattutto lo Stato; non riguarda le sue analisi morali personali, ma la politica che è a fondamento dello Stato. Se lui arriverà alla scelta delle armi, ci arriverà autonomamente, per una suprema decisione di vita o di morte, della quale risponderà ai suoi figli e al Padreterno; ma non ci arriverà perché comandato da un altro, anche se costui fosse un caporale o un politico, cioè un rappresentante del nostro Stato. In altri termini, il patto costituzionale che stabilisco con gli altri uomini per formare l'organizzazione statale non mi deve obbligare, quando lo dice lui, a cedergli la mia vita o la mia capacità di uccidere. La vita e la morte, mia o di altri, non è un potere da concedere allo Stato.
Si noti che questa idea non è l'anarchia (negazione dello Stato); ma è una rivoluzione storica, perché delegittima ogni comportamento futuro come quello avuto dalle masse di milioni di uomini che sono andati obbedientemente al macello di due guerre mondiali (in questo senso è giusto che alla sua lettera è stato posto (dagli altri) il titolo "L'obbedienza non è più una virtù"; ma tenendo ben presente che qui si tratta della obbedienza solo sociale); inoltre la sua idea scardina la tradizione millenaria dello Stato del diritto (dell'impero) romano e la tradizione europea dello Stato, inteso come il primo soggetto giuridico, dopo del quale esiste il singolo cittadino (cioè: chi non ha il certificato di nascita, per la legge non esiste). E' una riduzione drastica dello Stato assoluto (anche nel tempo dell'emergenza acuta, com'è la guerra) ad uno Stato come iniziativa di tutti coloro che vogliono accordarsi su un certo programma di organizzazione comune, fatta salva la autonomia di decidere sulla propria vita e fatta salva la decisione se combattere i nemici senza armi distruttive; se poi alcuni cittadini vogliono difendersi con le armi, essi non possono in nome dello Stato imporre di fare altrettanto ai loro concittadini. Un discorso del genere non è stato concesso mai da nessuna legislazione costituzionale. Solo la Costituzione tedesca ha il diritto individuale all'obiezione di coscienza (una esenzione?); più avanti è andata la Corte Costituzionale italiana, che ha deciso ripetutamente (dal 1985 in poi) che la difesa della Patria con le armi è equivalente a quella senza armi. Ma questo principio non è ancora passato al livello di leggi specifiche. In tutte le nazioni casomai si preferisce abolire l'esercito di leva, diventato infido per gli alti comandi militari; i quali nel tempo di guerra si riservano di decidere come e quanti obbligare (con la legge e con la fucilazione) a prendere le armi per "difendere tutti gli altri".
Di fatto oggi in Italia si è obiettori 1 ) solo in tempo di pace (la legge 772/1972 contiene un insulto di codardia, quando dice quello che gli obiettori dovranno comunque fare in tempo di guerra: "... compiti ancorché pericolosi."); 2) e solo per motivi filosofici, religiosi e morali; cioè non per motivi politici. Muhamed Ali (Cassius Clay) obiettò perché non voleva combattere altri sfruttati come lui (i vietnamiti). Il discorso di Don Milani è più avanzato ed è di portata storica: dall'essere tollerati dallo Stato vuole passare alla modifica strutturale sia della difesa nazionale sia del patto fondativo dello Stato stesso. Per questi motivi (e per la grande efficacia della sua argomentazione) la sua giustificazione polìtica dell'odc non ha d'uguale nel mondo. Non è strano allora che Don Milani non è ricordato dal potere istituzionale. Il potere statale lo vede come una minaccia potentissima: non ha il coraggio di chiamarlo "un maestro di cose cattive" solo perché gli mancano degli argomenti forti come i suoi: preferisce confonderlo nel mucchio dei "cattivi sessantottini". Oppure c'è una maniera più "soft" di svalutarlo. Quella di dire che la Lettera ai
cappellani militari fu solo un particolare episodio della vita di Don Milani; anzi, fu quasi un incidente di un percorso che era di più ampia portata, di tipo intimo-comunitario, più sociale riformista invece che anti-istituzionale. Infatti, si dice, anche La lettera ad una professoressa non va contro la istituzione scuola (eppure questo testo stesso racconta che in proposito il dubbio è stato forte; vedi l'episodio di Don Borghi); comunque Don Milani non ha mai consigliato un suo alunno di fare obiezione; anzi, c'è una lettera nella quale lo sconsiglia. Il bello è che anche ex-alunni affermano questo; tant'è vero che non ce ne sono stati di impegnati nella lotta per la ode (solo Franco Gesualdi si è impegnato nella Campagna di Obiezione alle Spese Militari). Ora io so due fatti che indicano il contrario. Al centro di Documentazione di Vicchio c'è un giornaletto che fecero gli ex-alunni subito dopo la morte di D. Milani. In uno dei suoi numeri si racconta di una marcia organizzata da alcuni di loro, per proporre al paese la nonviolenza e la obiezione di coscienza. Inoltre c'è un fatto di cui sono testimone. Nel dicembre 1965, alla chiusura del Concilio, noi nonviolenti di Napoli organizzammo una manifestazione a Gaeta per ottenere la immediata liberazione degli ode lì incarcerati, sulla base dell'annunciato documento conciliare a favore degli ode nel mondo. Purtroppo, alla vigilia (30 novembre) della manifestazione (1-3 dicembre) e della chiusura del Concilio (8 dicembre) una conferenza stampa del card. Willebrands annunciò che il documento era stato rimaneggiato e che ora la Chiesa chiedeva solo la "comprensione" degli Stati verso i loro ode. Noi facemmo lo stesso la manifestazione (tre giorni di digiuno pubblico, dibattiti cittadini e volantinaggio a tutta la popolazione). Avevamo avvisato per posta tutti i possibili interessati. Il secondo giorno da Vicchio arrivò Franco Gesualdi (allora neanche maggiorenne, ma battagliero più che mai), mandato apposta per partecipare alla manifestazione. Per me questi sono atti precisi, oltre quelli della Lettera ai Cappellani militari e alla Autodifesa; la lettura dei quali, da sola, non lascia equivoci di sorta. Piuttosto, io ho vissuto quei tempi da adulto (e non da minorenne, come gli ex-alunni di Barbiana) e ne so tutta la durezza. So la inumanità di una condanna a ripetizione, teoricamente per tutta la giovinezza dell'obiettore, comminata (sulla base di una scusa) da un potere militare pressoché assoluto e incontrastato, che schiacciava una persona quasi isolata; so i segni personali, al limite della nevrosi, che la prigionia lasciava su ogni obiettore che era stato in galera. Ricordo poi un mio amico che partì col progetto fermo di fare obiezione e poi alla vigilia si limitò ad una dichiarazione pubblica di contrarietà all'Esercito. Ricordo il tormento della mia scelta, di non obiettare perché sposato con un figlio e una figlia in arrivo, senza la possibilità che la mia famiglia per un tempo indeterminato vivesse sulle spalle dei genitori, miei o di mia moglie. Allora era così, per un obiettore che entrava in galera, ce n'erano dieci che avevano tentato senza riuscirci. Oggi è facile pensare all'obiezione che mandava in galera; ma io sono sicuro che Don Milani, che ha detto di aver amato i suoi ragazzi più di Dio, ha cercato anche di preservarli da prove troppo dure. Sia perché queste prove li potevano schiacciare. Questi ragazzi di campagna arretrata (in quei tempi ad es. in Garfagnana c'era una ampia denutrizione infantile) già con gli studi di scuola media facevano un salto culturale che nessuno nella loro famiglia aveva compiuto; dalla campagna tradizionalista stavano per passare alla vita cittadina, mentre nel frattempo tutta la società italiana si "americanizzava" e diventava conflittuale. Grazie a Don Milani essi avevano acquisito una coscienza sociale su scala mondiale; ma questo non voleva dire avere un carattere maturato e tetragono, così come era necessario per fare l'obiezione di coscienza a quel tempo. Insomma, essi erano altamente vulnerabili; la loro vulnerabilità è evidente anche oggi, quando alcuni di essi non si riconoscono pienamente nelle parole di fuoco che pure allora sottoscrissero (se non addirittura suggerirono coi loro fogliettini, secondo il metodo della scrittura comunitaria). E allora nulla di peggio sarebbe stato per Don Milani che il venire accusato (con prove!) di essere un plagiatore (oltre che un fustigatore e insegnante di parolacce) di minorenni: cioè di essere un "cattivo 1.maestro" (così come l'hanno presentato alle generazioni successive; ma senza prove!). Io so il duro conflitto di quei tempi. Bisogna ricordare ai giovani di oggi lo scontro frontale, politico-ideologico, di allora (scomunica, CIA, marito e moglie divisi dalla politica). Bisogna ricordare che D. Milani fu processato perché Rinascita (quindicinale comunista!) pubblicò per primo il documento; e che fu condannato definitivamente dal Tribunale dello Stato non perché aveva violato delle leggi, ma perché, lui prete, esprimeva delle idee differenti da quelle dei teologi ufficiali della Chiesa cattolica! Bisogna ricordare anche che qualche mese dopo la Lettera ai cappellani militari, in una udienza, in evidente allusione a Don Milani, Papa Paolo VI affermò che i temi della pace e della guerra sono talmente grandi che il singolo fedele non può deciderli da solo e quindi doveva sottostare alle direttive del magistero ecclesiale. Quindi ragioni di opportunità pedagogica hanno sconsigliato D. Milani dal premere sull'acceleratore degli "scandali" da far scoppiare nella società (e nella Chiesa, nella quale lui aveva ritenuto opportuno tacere sulla sua nonviolenza, così come ci dice nella Autodifesa). Egli ha fatto politica anche con i suoi alunni, in attesa di una crescita maggiore. Tutto sommato, anche se lo Stato lo ha additato come "cattivo maestro", la sua è stata una mediazione politica molto ragionevole: durante trent'anni turbinosi per ogni ideologia politica, la politica dell'obiezione di coscienza ha avuto una crescita incessante; e la sua Lettera ha dato il massimo contributo al fenomeno politico dell'odc. E proprio perché nel frattempo lo Stato non ha voluto ripensare radicalmente la difesa nazionale sulla base dell'autonoma decisione personale sul "non uccidere" e si è chiuso nella difesa accanita del suo potere assolutista, che sono nati fenomeni centrifughi come il leghismo; i quali, nel loro modo sbagliato e confusionario, propongono un patto costituzionale meno autoritario e centralizzatore dell'attuale. Starebbe ai nonviolenti veri di oggi il proporre politicamente un vero nuovo patto che includa la nonviolenza come patrimonio politico comune dei cittadini dello Stato e del mondo.

*IPRI-Università di Napoli


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L'ITINERARIO ESISTENZIALE E SACERDOTALE

Un prete classista a San Donato

Tra i numerosi libri usciti ultimamente segnaliamo "Verso la scuola di Barbiana", un pregevole volume scritto dallo psicopedagogista saretino Domenico Simeone e pubblicato dalla casa editrice veronese il Segno dei Gabrielli Editori. Trentatré anni, originario di Martina Franca (TA), Simeone insegna Docimologia presso la Facoltà di Magistero dell'Università di Trieste e collabora in diverse attività didattiche con l'Università Cattolica della nostra città. Il testo, frutto di lunghe e minuziose ricerche, è uno strumento prezioso per la conoscenza dell'itinerario esistenziale, oltre che pastorale e pedagogico, compiuto da don Milani prima di essere spedito sui monti del Mugello a dirigere la sperduta parrocchia di Barbiana. Appena ordinato prete, nel 1947, egli venne inviato a San Donato di Calenzano, dove rimase per oltre sette anni. È questo il periodo che Simeone esamina con rigorosa attenzione, servendosi di diverse lettere inedite e testimonianze di allievi ed amici. Il clima è quello - per chi ha già dimestichezza con il priore di Barbiana - che esce da "Esperienze Postorali”, il saggio in cui il sacerdote espresse la convinzione che la scuola doveva essere il momento centrale dell'azione pastorale nel secondo dopoguerra.
Dopo aver abbandonato gli strumenti tipici della tradizione pastorale, egli seppe creare relazioni personali con i giovani, offrendo loro condivisione e chiedendo in cambio impegno e responsabilizzazione nella formazione di una coscienza civile oltre che religiosa.
Il luogo in cui tutto ciò poté avvenire fu la scuola popolare di San Donato, dove Don Milani, accortosi presto che l'istruzione religiosa veniva spesso vanificata dalla mancanza di istruzione civile, si dedicò con tutte le sue forze all'insegnamento radunando in canonica i ragazzi che lo seguivano. Quella di San Donato - benché condotta da un prete - fu una scuola aconfessionale e costituì un'occasione di confronto franco e leale tra giovani con valori di riferimento assai diversi tra loro.
Uno dei momenti peculiari di questa singolare esperienza educativa era l'organizzazione delle "conferenze del Venerdì", incontri aperti al pubblico con esperti invitati a parlare degli argomenti più svariati. Esse erano preziosissime finestre aperte sul mondo per dei ragazzi di provincia che, dopo una giornata nei campi o in fabbrica, offrivano l'opportunità di conoscere ed approfondire tematiche di attualità sociale e politica.
Altro spazio fisso era la "lettura del quotidiano". Don Milani insegnava ai suoi allievi a comprendere i diversi articoli, ad esaminarne i contenuti, a confrontarli con altri sullo stesso tema. Questo esercizio sistematico consentiva loro sia di prendere confidenza con la parola scritta che di sviluppare un forte senso critico.
Acquisire la padronanza dello strumento linguistico era fondamentale al fine di colmare i divario che separava questi giovani, poveri soprattutto di cultura, dai ricchi, anche di sapere. "Ciò che differenziava il povero contadino dal cittadino borghese", scrive Simeone "non era la qualità del tesoro che ognuno aveva chiuso in se, ma la possibilità di esprimerlo'.
Ma la funzione della scuola popolare non si esaurisce qui. Il problema più grave per i poveri operai e contadini era - al di là della innegabile e diffusa ignoranza - il notevole divario che li separava dalle altre classi sociali, l'impossibilità di discutere "alla pari" con chi era più istruito. Pertanto don Milani propose una scuola rigidamente classista perché "non interessava tanto colmare l'abisso di ignoranza, quanto l'abisso di differenza".
"Se aprissimo le nostre scuole, conferenze, biblioteche anche ai borghese scriveva il sacerdote "verrebbe a cadere lo scopo stesso del nostro lavoro. Si accettano forse i ricchi alle distribuzioni gratuite di minestra? Il classismo non è dunque una novità in questo senso per la chiesa". Ma è un classismo, questo, che va ben oltre i limiti dell'analisi marxista. Nasce infatti dallo schierarsi sistematicamente dalla parte dei poveri, dalla "condivisione della situazione di inferiorità in cui vive il suo popolo". La scelta di classe, più che dalla consapevolezza di una vocazione storica della classe operaia nella trasformazione della società, è guidata da un principio morale secondo il quale è necessario ridare dignità agli uomini a partire dagli ultimi di essi, fornire loro gli strumenti necessari per far sentire la propria voce ed il proprio pensiero.
"Dare la parola ai poveri", dunque. Proprio come suonava il titolo di una rubrica del periodico "Adesso" (diretto da don Primo Mazzolari) sul quale don Milani pubblicò i suoi primi articoli.
Simeone dedica un lungo capitolo del libro al fecondo rapporto tra i due preti "scomodi, individuando precisi interessi comuni quali l'attenzione ai lontani dalla fede, il problema della gestione della parrocchia, l'interesse per le questioni sociali. Ma, soprattutto, entrambi si sono sempre schierati apertamente dalla parte dei poveri, trovando innumerevoli difficoltà presso la gerarchia religiosa per questa loro testimonianza ma, nondimeno, restando sempre fedeli alle istituzioni ecclesiastiche.

Flavio Marcolini


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INTERVISTA A GREGORIO MONASTA*

Un vero prete, che io farei santo per la sua ortodossia e la sua modernità

a cura di Mao Valpiana

Come hai incontrato don Milani?
Nel 1962 ero un giovane fisico; avevo un incarico di prestigio all'università, ero forse il più giovane professore d'Italia; insegnavo meccanica razionale, studiavo e facevo ricerca quantistica, ma ero insoddisfatto. Dopo un campeggio estivo, un amico mi imprestò il libro "Esperienze pastorali"; lui era già stato a Barbiana con Don Borghi. Una sera mi feci portare su a Barbiana. Era una sera particolare: la scuola era vuota perché i ragazzi erano andati nei campi "a brucar le olive" (cioè a raccoglierle dai rami, si diceva proprio così). Dunque -cosa eccezionale- rimasi solo con don Lorenzo e gli parlai della mia volontà di cambiare intenti e di trovare una nuova prospettiva di vita. Alle "Giornate del Mediterraneo" organizzate dal Sindaco La Pira avevo conosciuto molte persone che militavano nei movimenti di Liberazione dell'Africa dal giogo coloniale. Volevo unirmi a loro. La mia fisica pareva non servisse a nessuno; io ero disposto a lasciare tutto ed andare in Africa anche se avessi dovuto diventare medico e lavorare in qualche ospedale. Lui mi ascoltò ed io fui colpito dalla sua lucidità, dalla sua profondità. Per la prima volta, a 23 anni, mi resi conto di aver incontrato un prete cattolico "serio", cioè coerente con quello che avrebbe dovuto essere ogni prete. Se un prete ti dice "beati i poveri" e poi lo vedi andare via con un bella macchina, capisci che quel messaggio è falso. Con don Lorenzo questo non avvenne, capii che ogni sua parola era profonda, vera. Ne nacque un legame affettivo reciproco. Quando dopo un anno lasciai l'Università e me ne andai da Firenze entrai nel Collegio Universitario Aspiranti Medici Missionari di Padova, per prepararmi ad andare in Africa, lui iniziò a considerarmi davvero uno dei suoi confratelli. Questo spiega perché anche quando a Barbiana ci fu il cosiddetto "blocco continentale", pur non essendo nella lista ufficiale di chi comunque era ammesso alle visite, io potevo andare tranquillamente. Mi venne detto "certo che tu puoi venire, come gli altri preti". Io non solo non ero prete, ma
ero sempre stato un cattolico piuttosto freddino. E mi avvicinai al cristianesimo, alla sostanza e alla forma, proprio attraverso la bellezza della liturgia, che mi fece scoprire don Lorenzo. Nel 1967 mi laureai in medicina e nel 1968 partii per il Kenya, con mia moglie e la bambina di due mesi. In Africa vi sono poi rimasto 22 anni, lavorando, dopo il Kenya, in Tanzania, in Mozambico, in Somalia e in Etiopia.

Qual è il filo conduttore di questo tuo rapporto con don Milani?
La coerenza di vita, nelle scelte, nella solidità etica. E poi l'esempio di don Lorenzo che nei momenti difficili emerge ancora: per esempio nel '91 sono stato nominato responsabile dell'Unicef per l'America Latina, continente a me sconosciuto. Dopo qualche mese però ho capito quale era il maggiore problema dei 25 milioni di bambini indigeni. Sparse sulle Ande, in Messico, in Guatemala, in Amazzonia vi sono migliaia di Barbiane.
Se fossi stato semplicemente un funzionario di buona volontà mi sarei generosamente battuto per la loro istruzione, ma senza cogliere il nocciolo del problema. L'esperienza della scuola di Barbiana invece mi ha fatto capire chiaramente cosa c'era da fare: la parola loro dovevano averla doppia. Cioè dovevano avere la possibilità di parlare in maniera elevata la loro lingua, quella dei loro genitori, ed in più dovevano conoscere bene la lingua del nemico, cioè lo spagnolo. E' stata una battaglia lunga, durata cinque anni, con vittorie e sconfitte, ma alla fine il principio è passato; nelle elementari si impara a leggere e scrivere nell'idioma materno, apprendendo subito dopo l'altra lingua come lingua straniera, non veicolare e cambiando poi alle medie, dove la prima lingua diventa lo spagnolo e 1' idioma di villaggio viene mantenuto come madrelingua. Questa è stata una vera rivoluzione. Siccome i maestri che conoscono la lingua locale sono indigeni, siamo riusciti a dare al bambini il maestro che gli compete, che non umilia, che rispetta la cultura locale. Se invece gli dai un maestro cittadino e magari li mescoli ai bambini cittadini, ecco che gli indigeni sono subito svantaggiati e rimarranno sempre ultimi, portando dentro di sé il timbro degli esclusi.
Essere padroni della propria lingua e anche di quella del "nemico" è il segreto per vincere dentro di sé la timidezza dell'emarginato e, nella società, la lotta contro l'ingiustizia.
Sempre per conto dell'Unicef ora sto realizzando una ricerca sui traumi psicosociali dei bambini vittime di guerra. Ed anche qui si può ritrovare don Milani, quando nella lettera ai giudici diceva che ormai le vittime di un conflitto sono al 90% civili e solo casualmente vi sono dei militari morti.

A proposito di questo, come immagini potrebbe essere il pensiero di don Milani sul pacifismo di oggi, sull'obiezione di coscienza?
L'obiezione di coscienza di oggi è poca cosa rispetto ad una disobbedienza civile seria. Da quando l'odc è entrata nelle leggi, non fa più scandalo. Ovviamente la considero un passo in avanti, ma non ha nulla di rivoluzionario, è semplicemente un'alternativa a livello individuale. Puoi fare questo o puoi fare quello. I ragazzi arrivano a fare questa scelta totalmente impreparati. La scuola dovrebbe essere innanzitutto formatrice di una coscienza retta. Dovrebbe formare i cittadini di domani. In
segnare cosa è giusto e cosa non è giusto.
A quel punto anche dentro l'esercito, come in qualsiasi altra struttura sociale,avremmo delle persone con coscienze libere, in grado di accettare o rifiutare compiti od ordini ingiusti. In questo modo cambierebbero tutti i parametri, e potremmo avere finalmente un vero esercito di polizia internazionale (il vecchio sogno di Bertrand Russel fin dal '48) con dei soldati che conoscano i diritti sanciti dalla Carta dell'Onu, i diritti dei bambini sanciti dalla convenzione sull'infanzia, e così via. Questi soldati
avrebbero il dovere e la capacità di disobbedire ad ordini che uscissero dal rispetto dei diritti dell'uomo. Oggi siamo ancora molto lontani da tutto ciò. L' Onu non ha un proprio esercito e si rivolge di volta in volta agli eserciti degli stati, impreparati a queste finalità.
Addirittura abbiamo visto i soldati canadesi, che sembravano i più "pacifisti" di tutti, sodomizzare i bambini in in Somalia... e stiamo parlando dei migliori... Con eserciti di tipo tradizionale non potremo fare mai niente. L'obiezione di coscienza, oggi, lascia inalterato l'esercito. Bisogna invece che l'esercito sia costituito da cittadini adulti capaci di trasformarlo radicalmente. Don Milani, secondo me, voleva esprimere questo.

Tutti conoscono don Milani maestro, ma com'era don Milani prete?
Don Milani aveva una lettura "amorosa" del Vangelo, che in fondo è la sola lettura profonda che si possa fare. I sacri testi sono stati tradotti in tutte le lingue da persone diversissime, e se tu vai a vedere bene, la stessa parola la puoi trovare tradotta in tanti modi diversi che cambiano anche il significato. Nella parabola dei talenti, la stessa parola sulla base della quale il padrone affida ai servi differenti quantità di ricchezza l'ho trovata tradotta con furbizia, intelligenza, ingegno, forza, o addirittura con bontà. Emergono le
diversità culturali; allora, nella lettura del Vangelo, puoi usare i dogmi, oppure, appunto, affidarti ad una lettura amorosa, cioè cerchi ciò che da una mano ai poveri che ti stanno vicino e a cui vuoi bene, scegli ciò che ti aiuta a difenderli. E così faceva don Lorenzo.

Don Milani e la Chiesa...
Don Milani potrebbe essere recuperato come il santo di questo secolo, perché aveva una grandissima ortodossia ed una grandissima modernità. I suoi scritti di 35 anni fa sembrano fatti per oggi, anzi per domani. Se alla parola "montanari" sostituisci "albanesi" o "extracomunitari", vedi che i fondamenti del pensiero di don Milani sono ancora validissmi. Lui ci ha lasciato una chiave di lettura che ha saputo andare al di là dei fatti contingenti. Ci ha fatto capire i meccanismi dell'economia, per cui nei libri di medicina dovrebbero spiegare che in Africa si muore di morbillo non solo per il virus, ma soprattutto per il debito estero; mio figlio non muore di morbillo ma il figlio del contadino africano sì, perché in più c'è la povertà, la malnutrizione, la sporcizia, e così via.
Don Lorenzo ti dava una chiave di lettura ed un codice etico per agire. Se personalmente non puoi fare nulla, almeno non devi collaborare con questo meccanismo economico che crea ingiustizia. Il commercio equo e solidale e le campagne di boicottaggio sono due cose che si deducono dal messaggio milaniano. Magari non saranno efficienti, ma almeno ti salvi l'anima, cioè la libertà e la correttezza del pensiero.
Il più bel ricordo che ti resta?
Il suo modo di ragionare. Trasformare l'odio in argomenti, in un potente lavoro di squadra, e a poco a poco nasce l'arte, la mano tesa al nemico perché cambi idea. E' una definizione che c'è in Lettera ad una professoressa. Significa che quanto più sei impegnato a fare una cosa bella (nella scrittura, ma anche nella pittura, in qualsiasi forma artistica) tanto più potrai convincere gli altri a cambiare, in meglio. Don Milani scriveva così per convincere la professoressa a cambiare idea sulla scuola. Una mano tesa al nemico perché cambi. Secondo me questa è la vera interpretazione dell'evangelico "ama il tuo nemico". Altrimenti sarebbe una frase priva di senso.
Per don Lorenzo l'arte dello scrivere è la religione, perché il tentare di capirsi, di esprimersi al meglio, di cercare la verità per sé e per gli altri, è la carità. Questi concetti a me paiono estremamente religiosi e nel contempo estremamente laici.

* Medico, consulente intemazionale Unicef,
autore del libro "Don Lorenzo Milani. Amico e maestro"


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L'ATTUALITÀ DI BARBIANA NELL'EDUCAZIONE ALLA PACE

Diventare sovrani, suscitare e risolvere conflitti, prendersi cura dei problemi collettivi

di Angela Dogliotti Marasso*
Ci sono state, nell'Italia del secondo dopoguerra, diverse esperienze ed elaborazioni, importanti e significative, alle quali gli insegnanti che vogliono assumere l'educazione alla pace come punto qualificante del proprio lavoro educativo, possono fare riferimento: quelle di Aldo Capitini, di Danilo Dolci e, certamente, di Lorenzo Milani. A trent'anni dalla morte, l'attualità e l'efficacia dell'opera di don Milani non sono venute meno e, pur in un contesto tanto diverso, le motivazioni di fondo della sua passione educativa continuano ad ispirare il lavoro di educazione alla pace ancora oggi. A questo proposito, molti sono i contributi che possiamo ricavare dall'esperienza milaniana; nel breve spazio di questo articolo vorrei soffermarmi su due di essi, tra loro strettamente connessi: la capacità di affrontare le questioni generali a partire dalla concretezza delle situazioni particolari, nella fedeltà a delle persone concrete; l'educazione al conflitto.
"Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato". La forza di don Milani sta nella sua fedeltà assoluta a delle persone concrete e nella capacità di capire con lucidità i problemi generali proprio a partire da questa fedeltà alla situazione particolare. Lettera a una professoressa non sarebbe nato se non ci fosse stata una bruciante situazione di ingiustizia, non astrattamente pensata, ma colta nelle vite concrete dei ragazzi con nome e cognome e perciò compresa e condivisa; Barbiana non avrebbe avuto la forza dirompente che tutti conosciamo se non fosse stata l'espressione di questo amore personale che si fa veicolo della presa di coscienza di un problema collettivo: "In Africa, in Asia, in America Latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano di essere fatti uguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell'umanità." (Lettera a una professoressa, pag.80)
Non si possono amare concretamente che poche persone: è un programma, un modo di essere, di vivere, di rifiutare l'ideologismo, che è sempre una fuga dai problemi presenti nelle situazioni reali in cui ciascuno si trova e nei confronti dei quali deve, in primo luogo, dare le sue risposte, esprimere e mettere alla prova la sua volontà di cambiamento. Emerge in questo atteggiamento una concezione di politica che salda il "qui e ora" con i progetti per il futuro, il pensiero con l'azione esercitata "nel posto in cui ci hanno messo le circostanze e non in quello che s"è scelto". "Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia" (Lettera, p. 14); "I care" e "L'obbedienza non è ormai più una virtù" sono le espressioni emblematiche attraverso cui questo atteggiamento si articola:
la politica è il saper risolvere insieme iproblemi, dopo aver preso coscienza che "il problema degli altri è uguale al mio",
cioè dopo essere stati capaci di riconoscere nell'altro un parte di sé, di cogliere il legame creato dall'uguale condizione;
la politica è il farsi carico dei problemi, è farsi coinvolgere non in modo astrattoma concretamente, personalmente ed integralmente, fino a modificare la propria vita; la politica è il sentirsi responsabili e sovrani, cioè assumere direttamente , anche disobbedendo, quella parte di cambiamento che è possibile nella situazione specifica di ciascuno.
Tutto ciò è anche l'essenza della nonviolenza come ricomposizione tra etica e politica; non l'ideologia della nonviolenza che, come tutte le ideologie, può essere assunta dogmaticamente e perciò diventare fonte di violenza e intolleranza o portare ad un attivismo che estranea dalla vita, ma una nonviolenza vissuta come realizzazione di quell'unità tra il prendersi cura dei rapporti, degli affetti, delle persone nel concreto della vita quotidiana e il prendersi cura dei problemi collettivi, che trasforma il modo di vivere, sia la dimensione privata e individuale, sia quella pubblica e politica. Si può ben comprendere, perciò, come una simile prospettiva metta in luce due capisaldi dell'educazione alla pace intesa come educazione alla nonviolenza;
l'esistenza di un legame tra il micro e il macro livello, tra la sfera d'azione personale, privata e la sfera collettiva, pubblica, da cui deriva la necessità di non limitarsi a promuovere la sola conoscenza dei problemi, ma bensì di educare i comportamenti, di rendere capaci a operare delle scelte, affinché ciascuno sappia assumersi la sua parte di responsabilità, a partire
dal concreto e dal quotidiano; l'educazione alla pace come educazione alla trasformazione nonviolenta dei conflitti. Educare alla pace non è, cioè, educare ai buoni sentimenti, alla retorica del "volersi bene" e dell'armonia, ma è educare ad assumersi la responsabilità della proprie azioni, ad esercitare correttamente il potere che rende ciascuno di noi "sovrano", ad accettare pienamente la conflittualità delle relazioni umane e sociali senza rinunciare all'esigenza di salvaguardare l'integrità delle persone.
"In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla.
Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionando il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate.
La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero. Ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola e con l'esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l'ora non c'è scuola più grande che pagare di persona una obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede. È scuola per esempio la nostra lettera sul banco dell'imputato ed è scuola la testimonianza di quei 31 giovani che sono a Gaeta" (Lettera ai giudici, al processo del 30-10-65). Ma a questo fine non serve un atteggiamento remissivo e rinunciatario, è necessario invece mobilitare tutta l'energia positiva, la forza assertiva, il coraggio di chi sa mettersi in gioco per affermare ciò che ritiene giusto: '"Poi c'è la storia della superbia. Sai che ho deciso dopo matura riflessione che l'umiltà è la rovina della classe operaia e peggio ancora contadina e montanara. Gosto senza di me era un pastorello scontroso e umiliato che avrebbe imitato da schiavo le usanze del mondo. Ora è vivace, battagliero, sicuro di sé. Non esce ora dalla scuola, è già diversi mesi che è in officina. Aiutalo a non battere la testa, ma non ricacciarlo nell'umiliazione della razza inferiore dei vinti figli di vinti padri di vinti." Don Milani ha insegnato ai suoi ragazzi a diventare sovrani e perciò a suscitare conflitti: nella scuola, nei confronti dell'esercito, nella società, in nome di un "amore costruttivo per la legge" imparato "insieme ai ragazzi mentre leggevamo il Critone, l'Apologia di Socrate, la vita del Signore nei quattro Vangeli, l'autobiografia di Gandhi, le lettere del pilota di Hiroshima...".
I tragici eventi del nostro secolo evidenziano con forza quanto sia importante la formazione di individui non conformisti, capaci di obbedienza critica, che sappiano contrastare la "banalità del male", i semi di violenza presenti nell'indifferenza e nella de-responsabilizzazione, in ultima analisi il pericolo "insito nella moderna società industriale di una progressiva abitudine all'indifferenza morale di fronte ad azioni non immediatamente legate alla sfera di esperienza dei singoli..." (Mommen. Anti-Jewish Politics and the Interpreation of the Holocaust, Oxford, pag. 140).
“I care". In questo, soprattutto, l'insegnamento di Lorenzo Milani resta attualissimo per chi vuole essere educatore di pace, oggi.

'Segretaria del Movimento Nonviolento


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INTERVISTA A MARIO LODI*

Nonviolenza senza la tivù

Cosa pensa dell'educazione nonviolenta in don Milani?
Quando si parla della nonviolenza in don Milani, mi viene subito in mente la violenza che oggi vediamo nei mass media, soprattutto attraverso la televisione.
Nella scuola di oggi il concetto di "atteggiamento critico" dovrebbe essere alla base della formazione del cittadino cosciente dei suoi diritti e dei suoi doveri.
Don Milani aveva allargato questo concetto ed oggi dovrebbe essere esteso nella pratica quotidiana della vita sociale.
I bambini devono abituarsi a partecipare alla vita della classe (intesa come comunità) in modo da poter formulare delle regole essi stessi, che poi osserveranno senza bisogno di qualcuno che gli dice cosa devono o non devono fare, ma solo qualcuno che li aiuta a rispettare le loro regole. Nella scuola il bambino deve abituarsi ad essere protagonista (lo prescrive addirittura il programma ministeriale); la scuola deve diventare la seconda casa del bambino e lì dentro lui svilupperà il concetto di democrazia nel momento in cui lui contribuisce alla formazione delle regole. Se invece c'è disobbedienza, vuoi dire che qualcun altro ha fatto le regole, che contrastano con quello che si pensa, che si vorrebbe fare.

Allora, il nemico principale è la TV?
Noi possiamo educare alla nonviolenza, tentare di formare delle coscienze e poi vedere tutto vanificato, distrutto, da una televisione che ti presente la violenza in tutte le salse, ad ogni ora. Che senso ha educare alla nonviolenza in una società dove la violenza è continuamente presentata, quasi sempre come risolutrice? C'è un cattivo ? Lo ammazzo. Devo difendermi? Sparo. Karl Popper racconta come da educatore si era occupato di bambini che nella loro vita avevano assistito ad atti di violenza familiare (il padre ubriaco che picchia la mamma); sono scene che restano impresse per sempre nella vita di un bambino. Oggi ogni bambino assiste in tv (nella finction o nei telegiornali) a centinaia di scene di violenza, omicidi, stragi, sangue, cui non avrebbe mai assistito nella sua vita quotidiana, familiare, nemmeno ad una! Oggi noi abbiamo il problema di educare i responsabili della televisione. Quello del controllo televisivo è ormai divenuto un prioritario problema sociale.

*Maestro elementare e pedagogista, ancora in piena attività, che dalla sua Scuola di Vho di Piadena intesse una fitta rete di lettere e rapporti con la Scuola di Barbiana


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L'INTERESSE SPECIFICO PER I MOVIMENTI NONVIOLENTI

Maestro di lingua e di costume civile con l'arma della parola e del pensiero

di Emilio Butturini*

Non per entrare nel merito di recenti polemiche su don Lorenzo Milani (eco, in parte, delle vecchie e immediate stroncature sia di Esperienze Pastorali che di Lettera a una professoressa), ma per cercare di cogliere il punto focale della sua personalità, mi soffermerei prima sugli aspetti pastorali e pedagogici del suo pensiero e della sua azione e poi su quelli sociali e politici. "Mio fratello - aveva detto a un intervistatore Adriano Milani Comparetti, fratello di don Lorenzo, mancato nel 1986, fisiatra e neuropsichiatra di fama mondiale - era un sacerdote cattolico, seppure 'fuori ordinanza'. Egli si batteva innanzi tutto per fare dei buoni cristiani. Io sono un laico e mi batto per fare dei buoni cittadini: la differenza è fondamentale"1. Alla base di ogni posizione di don Milani vi è infatti la sua scelta di fede, una scelta assoluta e rigorosa di Dio, della Sua Parola e della Chiesa, interprete di quella Parola e tramite necessario perché essa diventi operante e salvifica, soprattutto attraverso i sacramenti2. Conseguente alla scelta religiosa è la scelta dei poveri, radicalmente impregnata di umori biblici (II Servo di Jahwè, il Magnificat, le Beatitudini, la paolina follia della croce, ecc), ben lontana dalla impostazione e dal linguaggio dell'economicismo marxista, anche se egli giunse provocatoriamente a dire che amava i poveri più del Papa e della Chiesa e più anche di Dio, che non sta attento a certe "sottigliezze" (Lettere, a cura di M. Gesualdi, Mondadori, Milano 1970, p. 142 e p.324). La lotta di don Milani era contro la borghesia come classe, ma più ancora come mentalità - secondo una linea che era stata propria anche di pensatori come Tolstoj e Berdjaev o anche come Péguy, Bloy, Maritain, Mounier ecc. - una mentalità da combattere in particolare per la tendenza a diffondersi anche fra i poveri. È illuminante al riguardo la lettera a Pipetta del 1950 (Lettere, cit., pp. 3-5), dove afferma recisamente il primato della Parola e del Pane di Dio su ogni liberazione umana e la validità solo contingente della sua solidarietà sociale e politica con i poveri, a causa della vittoria democristiana del 18 aprile 1948, che aveva "guastato tutto" e segnato la sua sconfitta di cristiano e di prete. Vien subito da pensare a L'ombra e la grazia di Simone Weil ("Essere sempre pronti a cambiar parte, come la giustizia, 'questa fuggiasca dal campo dei vincitori"3, opera ben conosciuta da d. Milani, che "venerava" Simone, ma che, nella sua "doppia qualità di rabbino e di prete", considerava quel libro "una litania scomposta di orribili bestemmie e di ardenti baci al Signore" e perciò "pericolosissimo" ed "esposto nelle vetrine cattoliche per evidente istigazione diabolica"4. Forse occorre anche ricordare che don Lorenzo amava fare poche citazioni e parlare come auctor e profeta in proprio, pronto ad accettare il "destino dei profeti", quello di "rendersi antipatici, noiosi, odiosi, insopportabili a tutti quelli che non vogliono aprire gli occhi sulla luce e splendenti e attraenti solo per quelli che hanno Grazia sufficiente da gustare altri valori che non siano quelli del mondo", come scrisse nel 1955 a don Ezio Palombo (Lettere, p.36. Cfr. p. 37 per una rara citazione, proprio dalla Weil). Da questa "assenza di mediazioni culturali, istituzionali, anche ecclesiali" deriva la forza liberante della sua parola e del suo scritto, che pongono ascoltatori e lettori in una disponibilità particolare. Ciascuno "diviene - per dirla con Michele Ranchetti - primo destinatario, il discorso si indirizza a lui e gli viene esposto da chi, come lui, in apparenza non possiede 'altro che la parola' e non si cela dietro citazioni e allusioni: ciò che viene detto lo riguarda quanto riguarda chi parla"5. L'uomo di fede testimonia un'altra liberazione che va oltre quella, pure necessaria, dai bisogni di sopravvivenza, di sicurezza o anche di autorealizzazione. Si tratta di liberarsi dalle false o limitate sicurezze, attraverso scelte esistenziali radicate sui valori essenziali del Regno. "La religione per me - aveva scritto a Elena Brambilla nel 1961 (Lettere, p.156) - consiste solo nell'osservare i 10 Comandamenti e confessarsi presto quando non si sono osservati".

Dare ai poveri "l'arma della parola"
La stessa "passione" di maestro nasce dalla sua vocazione religiosa e dal conseguente prioritario impegno di evangelizzazione. In Esperienze Pastorali (LEF, Firenze 1958, pp. 200-201), dopo aver mostrato l'inconsistenza e la sua superficialità degli strumenti ricreativi solitamente usati nell'attività pastorale, sottolinea l'urgente necessità di passare agli strumenti tipici della "istruzione civile". "Fai conto - egli scrive - che qui io mi trovi in un istituto pieno di sordomuti non ancora istruiti. Che ne diresti se pretendessi di evangelizzarli senza aver dato prima loro la parola? I missionari dei sordomuti non fanno così. Fanno scuola della parola per anni e poi dottrina poche ore. ...Lo stesso avviene quassù: con la scuola non li potrò far cristiani, ma li potrò far uomini; a uomini potrò spiegare la dottrina e su 100 potranno rifiutare in 100 la grazia o aprirsi tutti e 100, oppure alcuni rifiutarsi e altri aprirsi. Dio non mi chiederà ragione del numero dei salvati nel mio popolo, ma del numero degli evangelizzati". Per questo la scuola gli era "sacra come un ottavo sacramento" ed egli non si sentiva parroco che nel far scuola, senza peraltro avere della cultura "una fiducia magica... come se i professori universitari fossero tutti automaticamente più cristiani" (Esperienze Pastorali, p. 203). Don Milani iniziò la sua "scuola popolare" a S. Donato nell'ottobre 1949 (due anni dopo il suo arrivo come collaboratore del parroco) e la scuola fu immediatamente il suo primo pensiero quando arrivò a Barbiana nel dicembre 1954, da buon giudeo o rabbino, come amava chiamarsi, compiacendosi del sangue ebreo che scorreva nelle sue vene, non solo per la madre Alice Weiss, figlia di un ebreo di origine boema, ma anche per la bisnonna paterna (moglie del suo celebre bisnonno, cattedratico e senatore, Domenico Comparetti) Elena Raffalovitch, un'ebrea russa appassionata della pedagogia di Fròbel6. Le due esperienze differiscono notevolmente: luogo d'intensa conflittualità sociale S. Donato, che si rispecchiava nella sua scuola, luogo di emarginazione, ma anche di sostanziale omogeneità culturale e sociale Barbiana. Nel passaggio dall'una all'altra si accentuò la tendenza alla aconfessionalità, ad una sana "laicità positiva" - per usare una nota espressione del "primo discorso di religione" di Giovanni Gentile7 - che portava ad una scuola liberata da presupposti confessionali e ideologici e da preoccupazioni proselitistiche ("Ragazzi io vi prometto- scrive in Esperienze Pastorali, p. 269 - davanti a Dio che questa scuola la faccio
soltanto per darvi l'istruzione e che vi dirò sempre la verità d'ogni cosa, sia che faccia comodo alla mia ditta sia che le faccia disonore"). Non si trattava certo però di una scuola "neutrale" di fronte ai valori o alla necessità , di schierarsi, in loro nome, ad esempio, contro il produttivismo e il consumismo dominanti.
Si accentuò anche l'impegno non tanto a trasmettere contenuti, a "dare una cultura ai poveri", quanto a "dare la parola ai poveri", ad offrire loro strumenti per farsi una propria cultura , continuando a considerare fra tali strumenti la grande cultura del passato (Platone o la musica classica) o la Divina Commedia o i Promessi Sposi, di cui non si possono "defraudare" i poveri, come scrisse a Pecorini nel 1964 Lettere, pp. 204-205). Si rafforzava però id un tempo l'impegno di attenzione al presente e ai problemi dei suoi allievi ( il nuovo contratto dei metalmeccanici, il pronunciamento dei cappellani militari, a bocciatura toccata ad un compagno, tee), con un'alfabetizzazione finalizzata - per dirla con Paulo Freire - alla coscientizzazione, anche attraverso l'uso d'una lingua viva, nata dall'esperienza del visito e tesa ad esprimere la cultura non dritta ma reale delle classi sociali sfruttate ed emarginate. La severità e il rigore :: una tale scuola servono a garantire dal rischio già denunciato da Gramsci per -irte università popolari, di dare "mercé .: paccottiglia" in cambio di "pepite ; oro" e cioè una pseudocultura in cambio d'un serio impegno per liberarsi culturalmente e socialmente8. "I signori ai poveri - scriveva a Nadia Neri nel gennaio 1966 {Lettere, p.277-278) -possono dare una cosa sola: la lingua cioè il mezzo d'espressione. Lo sanno da sé i poveri cosa dovranno scrivere". Nel far questo i signori "troveranno Dio come un premio" e ritroveranno anche se stessi, perché - come scriveva nel marzo di quello stesso anno alla veronese prof. Dina Lovato - "l'arte dello scrivere è la religione. Il desiderio d'esprimere il nostro pensiero e di capire il pensiero altrui è l'amore e il tentativo di esprimere la verità che solo s'intuiscono le fa trovare a noi e agli altri. Per cui esser maestro, essere sacerdote, essere cristiano, essere artista, essere amante e essere amato sono in pratica la stessa cosa"'. I poveri poi potranno non solo rivendicare i loro diritti, ma anche comunicare, a vantaggio di tutti, "le inesauribili ricchezze di equilibrio, di saggezza, di concretezza, di religiosità potenziale che Dio ha nascosto nel loro cuore quasi per compensarli della sperequazione culturale di cui sono vittime" (Cfr. la lettera a Meucci del marzo 1955 in Lettere, p. 34). Compito fondamentale della scuola era quello di dare l'unica arma degna dell'uomo, quella della parola e del pensiero {Esperienze Pastorali, p. 243), cosa meno facile del "dare loro una bandiera, una tessera, un canto, un passo, una bomba a ma-no", come aveva scritto don Primo Mazzo-lari in una rubrica intitolata appunto "la parola ai poveri", apparsa fin dal primo numero di "Adesso" (15 gennaio 1949), la rivista cui anche don Lorenzo collaborò fin dall'anno della fondazione. "Dare la parola" voleva dire suscitare "Interessi degni d'un uomo", che andassero oltre i bisogni di sopravvivenza e di sicurezza, far acquisire stima e fiducia in sé stessi e capacità di mettersi in rapporto con gli altri, su un piano di pari dignità personale. Come un medico può discutere alla pari con un ingegnere o un avvocato, pur non avendo conoscenze specifiche di ingegneria o diritto, così deve essere anche per un operaio e un contadino, grazie al "dominio della parola", con cui si riusciva a "colmare l'abisso di differenza" e a togliere "all'odio di classe gran parte della sua ragion d'essere" {Esperienze pastorali, pp. 220-221 e Lettere, p. 58-59). Per questo, specie a Barbiana, si puntò tutto o quasi su "lingua e lingue", limitandosi a "sfiorare tutte le materie un po' alla meglio per arricchirsi la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti solo nell'arte del parlare {Lettera a una professoressa, LEF, Firenze, 1967, pp. 94-95). Scuola "popolare" allora in un senso tutto particolare, come "esperienza di vita", non certo nel senso del folklore di gramsciana memoria, con una forte accentuazione del rapporto interpersonale fra il maestro e i suoi ragazzi, ai quali si sentiva legato da un "amore totale", con l'unico limite del sesto comandamento10, come ha confermato nelle celebri parole del suo Testamento: "Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto". (Cfr. Lettere, p.324). Con una tale scuola era possibile raggiungere un ideale di cultura mai posseduto, quello che consentiva di far sì che ad un tempo si appartenesse alla massa e si possedesse la parola. Si superava la divaricazione fra i Gianni disgraziati perché non si sanno esprimere, ma fortunati perché appartengono al mondo grande dell'Africa, dell'Asia e dell'America latina e conoscono da dentro i bisogni dei più, e i Pierini fortunati perché sanno parlare e disgraziati perché non hanno nulla di importante da dire, se non ripetere le cose lette su libri scritti da altri come loro e come loro tagliati fuori dalla storia e dalla geografia (Cfr. Lettera a una professoressa, pp. 105-106). Certo, inizialmente c'era più che altro da distruggere, perché non era più "assolutamente il caso di costruire quattordicesimi piani su rottami di vecchie casacce", come scrisse a Meucci il 25 marzo 1953" ed occorreva anzi avere brechtianamente il coraggio dell'odio (arte - si dirà in Lettera a una professoressa, p. 132 - è anche "voler male a qualcuno o a qualche cosa. Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare dagli amici in un paziente lavoro di squadra"), ma per far venire "fuori quello che di vero c'è sotto l'odio" e che fa nascere "l'opera d'arte: una mano tesa al nemico perché cambi". Ma poi si riuscirà a riscrivere tutta la storia, rovesciando i valori su cui il mondo si è poggiato, per farne un nuovo e più giusto, modificando profondamente, dall'interno, la struttura sociale e politica, processo di trasformazione per il quale le armi si sono rivelate storicamente inutili quando non controproducenti.

Don Milani maestro di costume civile
Maestro fu anzitutto don Milani, nel senso più classico e pregnante del termine, convinto come egli era dell'esemplarità della funzione docente (non ci si dovrebbe preoccupare "di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere" scrive in Esperienze Pastorali, p. 239) e del carattere di "sequela" dell'apprendimento ("Io sono un ragazzo influenzato dal maestro e me ne vanto. Se ne vanta anche lui. Sennò la scuola in che consiste?" fa dire provocatoriamente ad un allievo in Lettera a una professoressa, p.l 12). Si possono rilevare i limiti di una concezione idealistica dell'educazione o le connotazioni di una "didattica dell'esistenza", che porta ad una certa "adultizzazione" dei contenuti e delle procedure di insegnamento o alla concezione puritana della scuola (Cfr. l'intervento di Cesare Scurati negli Atti del Convegno di Palermo del 1982", con la sottovalutazione, fra l'altro, del gioco come categoria a sé e la sua "riduzione" alla categoria dell'utile. Non si può però negare la persistente attualità dell'esigenza personalistica (senza la "pianta uomo" non crescono i nuovi virgulti) e di uno stile educativo né permissivo né autoritario, ma autorevole e democratico, nel senso forte del termine, realmente "centrato-sull'allievo", certo prima che si diffondessero in Italia le opere di Rogers11. Quale scuola centrata sui ragazzi più di quella di don Milani, così attenta ai bisogni ai problemi, gli interessi degli allievi?. La stessa antiludicità milaniana - che pure è da discutere, in nome della reale autonomia del gioco dalla sfera dell'utile e della necessaria attenzione ai diversi stadi di età - si può comprendere come rifiuto di ogni tipo di conformismo e come richiamo contro quella che egli amava chiamare "bestemmia del tempo" (Cfr. Esperienze Pastorali, p. 142), rivolto specialmente ai giovani delle classi subalterne, "maliziosamente" distratti dalle cose che contano attraverso televisione, cinema, tifo "sportivo", tee. (Cfr. la lettera al giudice Marco Ramat in appendice dell'opera citata di Fallaci, p. 576). Non è difficile condividere la critica del priore contro "questo chiasso scipito, questa smania di svago, questa leggerezza fatta regola di vita" che egli considerava una vera e propria "truffa" rispetto a "ciò che di più vero e sano ci dev'essere anche a quell'età, anzi proprio a quell'età" {Esperienze Pastorali, p. 204). La paura di andare in fondo alle cose, di ragionare con la propria testa, di porre le grandi domande di chi non vuoi assistere passivamente a ciò che avviene è l'humus naturale del fascismo, la fucina di quel "cittadino onestissimo e obbediente che registra le casse di sapone. Si farebbe scrupolo a sbagliare una cifra (quattro, quattro meno), ma non domanda se è sapone fatto con carne d'uomo" (Cfr. Lettera a una professoressa, p.78). C'è un solo modo, secondo don Milani, per uscire dal macabro o dall'equivoco ed è quello di "avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto" (L'obbedienza non è più una virtù. LEF, Firenze 1973, p.51). Per questo su una parete della scuola di Barbiana c'era scritto a caratteri cubitali "/ care", "Me ne importa, mi sta a cuore" (c'è la radice del latino carìtas), cioè il contrario esatto del motto fascista "Me ne frego". Anche nella vicenda dei cappellani militari toscani in congedo (20 in verità su 120)
che avevano accusato di viltà gli obiettori di coscienza, non è il riconoscimento giuridico di quella speciale forma di obiezione che sta a cuore maggiormente a don Milani, come si capisce da un'attenta lettura del documento e come è confermato dall'invito del priore ai suoi ragazzi a fare il militare e ad obiettare semmai a "singoli atti cattivi" (Cfr. la lettera al suo allievo, ma anche praticamente "figlio adottivo". Michele Gesualdi in Lettere, pp. 240-241 o anche la "storia di naia" del fratello di Michele. Francuccio Gesualdi, Signornò. Guaraldi. Rimini 1972). Fu l'occasione, come disse lo stesso priore, per un discorso più ampio sull'obiezione in genere, sul "senso di responsabilità individuale", per il quale sarebbe invece "fondamentale che tutti i soldati avessero la coscienza di giudicare gli ordini che ricevono". Si tratta di un radicale cambiamento dell'atteggiamento del cittadino
verso lo stato, non in nome di un malinteso anarchismo, ma di una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui ci si ribella. Vien da pensare ad un celebre passo dell'Autobiografia di Gandhi, dove egli dichiara la sua "istintiva" disponibilità all'obbedienza , all'autorità, seguita invece poi da un atto di disobbedienza e da una "pacifica sottomissione" alla pena prevista, "non per mancanza di