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IL DOCUMENTO DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO del Comitato di
Coordinamento del MN
IL TALISMANO DI GANDHI ECONOMISTA DEL POPOLO
LUNGA VITA AI PRODOTTI di Michele Boato
SENZA TIMORE DI ESSERE FELICE di Gigi Eusebi
PER UN CORPO CIVILE EUROPEO DI PACE di Mao Valpiana
LATTE NESTLÉ E ALLATTAMENTO AL SENO
L’ANTIMILITARISMO DI CARLO CASSOLA di Claudio
Cardelli
L’ASSEMBLEA DEL RILANCIO
UNA SCUOLA PER LA FORMAZIONE DEGLI O.D.C. di Matteo
Mascia, Paolo De Stefani
CULTURA DELLA VIOLENZA E CULTURA DELLA VITA di Francesco
Lo Vecchio
STORIE VERE DALL’ALTRA SPONDA DEL MEDITERRANEO di Alberto
Trevisan
Recensioni
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ELEZIONI POLITICHE
Il Documento del Movimento Nonviolento
La prossima scadenza elettorale del 21 Aprile giunge in un momento nel quale.
nel nostro paese. si allarga sempre di più la distanza tra coloro che sono
garantiti e coloro che vivono in condizioni di povertà ed emarginazione (si
calcolano 6.500.000 persone con potere di acquisto inferiore a £ 550.000
mensili); il de grado ambientale e il consumo delle risorse, senza che peraltro
ciò produca occupazione, non ha di certo rallentato la sua corsa; l’approvazione
del nuovo modello di difesa con l’ennesimo affossamento della riforma della
legge sull’obiezione di coscienza allarga, sul piano internazionale, la forbice
della disuguaglianza tra Nord e Sud del mondo. A fronte di questa situazione
la risposta della politica si dimostra sempre più confusa, convulsa e distaccata
da questi problemi. Il sistema elettorale maggioritario sta accentuando sempre
di più i processi di omologazione programmatica delle varie forze politiche (si
pensi alla subalternità generalizzata all’ideologia del mercato), causa profonda
della disaffezione dei cittadini alla partecipazione alla cosa pubblica. In
questo quadro i nonviolenti italiani si presentano ancora una volta in maniera
dispersa e individuale. Il Movimento Nonviolento prende atto del ritardo
operativo del progetto di costituente nonviolenta lanciato due anni fa, proprio
come tentativo di risposta in positivo al degrado della politica. Pertanto nella
contingenza immediata, il Movimento Nonviolento, pur consapevole della
inadeguatezza della politica attuale. dei suoi attori come delle regole
maggioritarie che la governano, ritiene che la prospettiva di un governo stabile
di centro-destra nel nostro paese per i prossimi 5 anni sia una ipotesi da
respingere. Devono dunque essere sostenute quelle forze politiche che.
all'interno delle coalizioni imposte dai vincoli del maggioritario, si collocano
in maniera alternativa al polo delle destre. In particolare vanno sostenute
quelle forze che si dimostrano maggiormente sensibili ai nostri obiettivi e
programmi: istituzionalizzazione della difesa nonviolenta, riforma della L.
772/72, drastica riduzione delle spese militari; e ai nostri valori quali quelli
di una società sobria. Sostenibile con i vincoli ambientali e solidale.
Contemporaneamente il Movimento Nonviolento intende rilanciare fin d’ora una
proposta di federazione tra tutti quei soggetti (individuali e/o collettivi) che
a livello nazionale e locale riferiscono la loro prassi, in spirito di apertura.
alla nonviolenza. Questo perché non devono cadere, dal punto di vista operativo,
le proposte elaborate e la riflessione sviluppatasi intorno all’idea di
costituente nonviolenta. Proposte che il Movimento Nonviolento ritiene quanto
mai necessarie per il superamento della attuale crisi della politica
italiana
 torna in alto
GRAM- SWARAJ
Il talismano di Gandhi economista del popolo
di Surur Hodà (*)
La visione di Gandhi di ‘gram-swaraj” -vale a dire una repubblica di villaggi
autosufficienti ma interconnessi tra loro, con strutture economiche su piccola
sala e democrazia partecipativa - lo tenne a distanza da molti che si
proponevano di sviluppare l’India come un “moderno” stato - nazione industriale.
Per Gandhi la libertà politica era semplicemente il primo gradino verso il
conseguimento di una effettiva indipendenza per 700.000 villaggi. “Se i villaggi
muoiono anche l’india rnorirà”. Ma la maggior parte degli economisti con una
partecipazione accademica aveva definito la sua posizione ‘retrograda’, e aveva
accusato Gandhi di voler spostare all’indietro l'orologio. Molti di coloro che
ammiravano la sua abilità nel condurre la lotta per indipendenza nazionale
sopportavano a fatica questa sua visione. e la consideravano come il prezzo da
pagare per avere la sua guida politica. Essi aderivano al concetto di
industrializzare su larga scala e produzione di massa. Non riuscivano a capire
l’acuta visione economica di Gandhi e lo criticavano, affermando che “Gandhi non
si intende di economia”. Eppure, quasi un quarto di secolo dopo il suo
assassinio, E.F. Schumacher descriveva Gandhi come l'economista del popolo”.
Schumacher raccontò una storia: “un famoso dirigente tedesco, al quale era stato
chiesto chi egli considerasse il più grande dei compositori. rispose “senza
dubbio Beethoven”. Alla domanda: “perché non prende in considerazione Mozart?”,
la sua risposta fu: “scusatemi. Pensavo vi riferite agli altri”. Tracciando
un parallelo, Schumacher diceva che la stessa domanda si poteva rivolgere a un
economista. La risposta avrebbe potuto essere “Keynes. Senza dubbio. Come mai
non prende in considerazione Gandhi ? “Oh. scusatemi! Pensavo agli
altri’. Schumacher identificò il pensiero economico di Gandhi con la
spiritualità, in contrapposizione al materialismo. E affermò che “Gandhi
conosceva bene la situazione delle masse perciò, quando qualcuno gli faceva
osservare che nessuna religione poteva funzionare se non aveva un senso in
termini economici. Gandhi controbatteva che nessuna forma di economia poteva
portare alcun bene se non aveva un senso in termini di moralità. Schumacher
perciò spiegava la differenza tra ragionamento economico basato sulla ‘gente e
quello basato sui ‘prodotti’, come si verifica di fatto con il pensiero
economico materialistico. La riflessione economica basata sui ‘prodotti’
dovrebbe occuparsi esclusivamente di aumentare al fornitura di beni di consumo
per mezzo della tecnologia più moderna. In base a questa linea di pensiero, le
industrie dovrebbero essere a larga scala, a concentrazione di capitale e a
riduzione di lavoro, fino a ipotizzare una totale automazione. Dal punto di
vista dei “beni di consumo”, gli esseri umani non sarebbero agenti ideali di
produzione, perché tendono a fare errori, sono poco puntuali, discutono, si
iscrivono ai sindacati. L’ideali, quindi, sarebbe eliminare il “fattore
umano”. D’altra parte, se il significato economico di sviluppo fosse basato
sulla gente, si porterebbe l’attenzione direttamente sulla gente che si trova in
stato di bisogno, e ci si chiederebbe come mai sia povera. E se si scopre che il
motivo è che la loro produttività è nulla, allora ci si potrebbe chiedere come
mai. L’aspetto più disturbante della maggior parte dei paesi in sviluppo,
pensava Schumacher, era il fatto che milioni e milioni di persone erano senza
lavoro. Come si sarebbero potuto aiutare queste persone ad aiutare se stesse? Fu
proprio allo scopo di affrontare questo problema che Gandhi lanciò un appello
per la “produzione da parte delle masse anziché la “produzione di massa”. Dando
un tale suggerimento alla nazione, egli affermò che “la salvezza dell’India è
impossibile senza la salvezza di villaggi e dei loro abitanti”.
Riferendosi al mondo occidentale. Schumacher affermò che “è ora ampiamente
accettato che vi sono limiti alla crescita secondo la via finora percorsa,
cosicché, con tutta probabilità, gli andamenti stabilitisi negli ultimi 25 anni
non potranno continuare, anche se tutti lo volessero. Le risorse fisiche
necessarie semplicemente non sono disponibili, e la natura vivente interno a
noi, l'ecosistema, non potrebbe sopportare il carico. Gli Stati Uniti, con il
5,6% della popolazione mondiale, consuma fino al 40% delle risorse del mondo, la
maggior parte delle quali non rinnovabili. Un simile stile di vita non potrebbe
estendersi a tutta l’umanità. Di fatto, sta emergendo attualmente la verità che
il mondo non può sopportare gli Stati Uniti, per non parlare dell’insieme Stati
Uniti + Europa + Giappone + altri paesi altamente industrializzati, Si conosce
ormai abbastanza sui dati fondamentali del vascello spaziale “Terra per rendersi
conto che i suoi passeggeri di prima classe stanno facendo richieste che non
possono più essere soddisfatte a lungo senza distruggere il vascello
stesso”. Schumacher riassunse i suggerimenti dati da Gandhi per l’India, e in
effetti per il mondo intero, con queste parole: * iniziare qualunque
riflessione economica dai bisogni reali della gente. e aiutare i poveri ad
aiutare se stessi a trarsi fuori dalla povertà. * Rivitalizzare e
incoraggiare non solo l’agricoltura, ma anche attività non-agricole nelle zone
rurali, come le piccole industrie artigianali: vasai. tessitori. carpentieri,
calzolai, fabbri ecc.. * Frenare una ulteriore concentrazione della
popolazione verso le grandi città. invertendo la direzione di migrazione dalle
città alle campagne.
Sviluppare in modo sistematico delle politiche basate sulle migliori
conoscenze a disposizione per la mobilizzazione delle risorse produttive, la più
importante delle quali è rappresentata proprio dalla gente. Solo seguendo
tali suggerimenti — pensava Schumacher - paesi in via di sviluppo come l’India
potevano sperare di dare cibo, abiti, casa e di far fronte alle necessità vitali
di milioni di persone. Egli proseguì quindi nell’analisi, identificando i 5
caratteri fondamentali dell’economia di Gandhi: * nonviolenta *
semplice * su piccola scala * con attenzione al risparmio * basata
sulla campagna.
Nonviolenta
Gandhi percepiva che la civilizzazione industriale moderna era basata sullo
sfruttamento e sulla violenza. Gandhi non aveva certo bisogno di usare un
computer per arrivare a simili conclusioni! Il buon senso gli diceva che
l’industrializzazione di stile occidentale era intrinsecamente violenta e che
non avrebbe mai potuto essere conseguita dall’intera umanità. “Saccheggerebbe il
mondo come una cavalletta”, aveva sostenuto Gandhi, e aveva avvertito che “per
l’India volgersi verso una società industriale avrebbe portato a un
disastro”. Schumacher, descrivendo il termine “nonviolenza” nell'accezione
gandhiana. estese il concetto per includere non semplicemente la violenza che
gli esseri umani commettono contro altri esseri umani, ma anche la violenza
contro le risorse della Terra. limitate e finite. Prendendo come esempio la
ricerca in campo agricolo, Schumacher affermò che questa era basata tutta sulla
violenza - l’uso di insetticidi, erbicidi, fungicidi. fertilizzanti chimici,
coltivazione di piante e allevamento di animati dipendenti dalla creazione di
condizioni di vita annuali. Questo modo di pensare e di agire ha portato -come
conseguenza -a trasformare l’agricoltura moderna in una gigantesca battaglia
contro la natura “Come nell’agricoltura, così è capitato nell’industria e in
ogni altro settore della vita” - proseguì Schumacher. “Abbiamo bisogno di
spostare la nostra attenzione allo sviluppo e alla messa a punto di metodi
nonviolenti per trovare una soluzione alla triplice crisi del mondo
moderno: la crisi di esaurimento delle risorse, la crisi ecologica. la crisi
da alienazione. Tutto ciò richiede di lavorare con lo stesso spirito di verità e
nonviolenza che ispirò Gandhi.”
Semplice
L’esistenza di Gandhi fu contraddistinta da uno stile di vita semplice. Alla
sua morte i suoi averi consistevano di un orologio, un paio di occhiali e un po
di biancheria e qualche semplice abito. Per la maggior parte della sua vita
Gandhi visse in povertà, per scelta, in linea con il suo motto “vita semplice,
pensieri elevati”. Citando l’affermazione di Gandhi. secondo il quale “il
pensiero elevato è inconciliabile con una vita materiale complicata”, Schumacher
fece notare come i bisogni umani reali siano essenzialmente semplici; perciò,
frivolezze e stravaganze come il trasporto a velocità supersonica erano
inevitabilmente complicate, ed erano non un segno di progresso, bensì una
testimonianza di fallimento. Riferendosi a una esperienza vissuta in prima
persona in uno dei Paesi Orientali all’inizio degli anni ‘60, Schumacher disse:
“Questo mi colpì profondamente in Burma, pensando a quanto mi avevano detto i
colleghi economisti, cioè che il reddito nazionale pro-capite in Burma era di 20
sterline all’anno: mi venne in mente l’Inghilterra in tempo di guerra, quando
una politica ufficiale molto efficace ci spremette fino al midollo. Allora il
reddito pro-capite era intorno alle 200 sterline. Questo è un confronto che
dovrebbe attirare la nostra attenzione: con qualcosa dell’ordine di 200 £ noi
riusciamo a malapena a sopravvivere, e in un’altra parte del mondo, con una
cifra 10 volte inferiore, altri riescono a loro volta a sopravvivere. Ma si
tratta di confronti genuini? Essi mettono in evidenza non differenze di
ricchezza, ma differenze negli stili e nelle modalità di vita. Un modo si
riflette - nei calcoli degli economisti - come 20 £ all’anno pro-capite; l’altro
- che di fatto descrive condizioni simili - nei testi degli economisti si vede
attribuire 200 £ l’anno. Se fosse possibile, nel sistema economico etichettato
con la cifra di 20 £ l’anno, aumentare il reddito nazionale in modo che quel 20
diventasse 30 o 40. si trasformerebbe quel paese in un posto molto vicino a un
paradiso in terra. Ma raddoppiando il reddito nazionale e permettendo allo stile
di vita di modificarsi, da quello tradizionale della popolazione locale a quello
Americano, che non funziona finché non è sostenuto, secondo questa mia
statistica simbolica, da un reddito di 200 £ l’anno, i risultati sarebbero
semplicemente deludenti: anche se gli economisti potrebbero sostenere di aver
aumentato il reddito nazionale, la percezione del paese sarebbe quella di essere
piombati in un’economia da slum, e non di aver conseguito un miglioramento
economico, perché un reddito di 40 £ in una situazione così profondamente
alterata può risultare addirittura insufficiente a soddisfare i bisogni
primari. Riconoscendo che esistono di fatto due economie e due stili di vita
- e che l’ambiguità del problema sta proprio lì - possiamo riconoscere una
duplice esigenza: di realizzare con successo il settore occidentalizzato, e di
realizzare con successo anche il resto”.
Su piccola scala
Riferendosi al suo libro Piccolo è bello” Schumacher sosteneva che quando
Gandhi parlava di “non produzione di massa, ma produzione da parte deIle
masse”, o quando sosteneva che “produzione e consumo devono essere ricollegate”,
egli stava parlando nel linguaggio di Piccolo è bello. Quanto maggiore è la
dimensione dell’unità produttiva, tanto più grande diventa la separazione della
produzione dal consumo. Riunificare produzione e consumo poteva essere possibile
solo le unità produttive restavano piccole. In tali condizioni sarebbe stato
facile adeguarsi alle condizioni locali. Uno i enormi vantaggi della produzione
ola scala del consumo su piccola la riduzione dei trasporti. La produzione di
massa richiede un aumento degli spostamenti, che incide sui costi ma non
aggiunge nulla al valore reale dei beni. Schumacher aveva elaborato una teoria
negativa dei trasporti, e interpretava la necessità di trasporto dei beni di
consumo come un indizio di fallimento, un segnale che i beni erano prodotti nei
posti sbagliati. “Occorre portare il lavoro alla gente, e non la gente al
lavoro” - diceva Gandhi. “Possiamo utilizzare la scienza e la tecnologia a
questo scopo?” chiedeva Schumacher. Era importante chiedere ai nostri scienziati
e tecnologi di usare la loro conoscenza e creatività non per strutturare unità
produttive sempre più grandi - perseguendo l’idea di un sistema economico su
larga scala - ma organizzare mini-strutture in modo che gli abitanti di piccole
comunità potessero nuovamente diventare produttivi, senza dipendere da gente già
ricca e potente che offrisse loro delle “opportunità di impiego”, “Si può
dimostrare che le economie su grande scale, che possono essere state una
realtà nel XIX secolo, sono un mito per il XX secolo”, affermava Schumacher.
Basata sul risparmio
Uno dei fondamenti del pensiero economico di Gandhi era l’idea del risparmio.
Tragicamente il mondo si sta muovendo con velocità crescente verso un sistema
economico su larga scala, con concentrazione di capitali ed eliminazione del
fattore umano. Ciò sta portando l’umanità verso una crisi di sopravvivenza. Una
delle ragioni che Gandhi adduceva in opposizione a un’economia di capitale era
la conseguenza che ne derivava: la trasformazione delle persone in automi.
Questo tipo di economia non offriva nulla per sviluppare l’umanità delle
persone, e semplicemente le derubava dalle loro capacità creative. La tecnologia
basata su investimenti di grandi capitali si è dimostrata mostruosamente
inefficiente nel risolvere i problemi mondiali. Schumacher poneva alcuni
interrogativi: “se un antenato, vissuto tanto tempo fa, ci facesse visita oggi,
di che cosa rimarrebbe più stupefatto? Dell’abilità dei nostri dentisti o dello
stato disastroso dei nostri denti? Della velocità dei nostri mezzi di trasporto
o della scomodità e fatica del nostro andare e venire dal lavoro? Del progresso
della nostra medicina o del sovraffollamento degli ospedali? Lo colpirebbe la
nostra abilità tecnologica. in grado di inviare l’uomo sulla Luna, o la nostra
incapacità di trovare lavoro per chi lo cerca? L’efficienza delle nostre
macchine, o l’inefficienza complessiva del nostro sistema?”
A base rurale
Per Gandhi l’indipendenza politica rappresentava semplicemente “la prima
tappa” verso il conseguimento dell’indipendenza sociale, morale ed economica del
700.000 villaggi indiani, considerati come entità distinte dalle sue città,
grandi e medie. In un documento che è diventato famoso con l’appellativo di
“Ultime volontà” Gandhi propose delle linee - guida ai suoi seguaci, delle
indicazioni per promuovere attraverso il Movimento Sarvodaya (il benessere
di tutti) lo sviluppo dei villaggi. “Non è possibile costruire nonviolenza in
una civilizzazione di fabbriche. Il sistema economico che ho in mente rifiuta lo
sfruttamento, perché lo sfruttamento è l’essenza della violenza. Bisogna
acquisire una mentalità ‘basata sulla campagna’ prima di poter essere
nonviolenti...” A questo proposito Schumacher osservò: “l’obiettivo del
Movimento Sarvodaya era la ricostruzione della società indiana. Ciò implicava
che il villaggio sarebbe diventato l’unità di base dell’economia. In tale unità
l’agricoltura sarebbe rimasta l’attività fondamentale, e intorno ad essa
avrebbero potuto svilupparsi industrie rurali su piccola scala, con il sostegno
di tecnologie adeguate”. Schumacher rimpiangeva che il governo indiano nel
periodo post-indipendenza non avesse prestato attenzione al sogno gandhiano, e
avesse deciso invece di spingere l’India verso uno sviluppo di tipo
industriale. Nonostante che quasi l’80% della popolazione indiana vivesse nei
villaggi, non si dedicò adeguata attenzione a migliorare la qualità della vita e
creare lavoro nelle zone rurali. Come risultato si verificò una imponente
migrazione di persone in cerca di lavoro dalle campagne verso la città, dove
finirono per ingrossare le file dei diseredati degli slums. L’unico modo per
invertire questa tendenza e salvare i villaggi da questa rovina sarebbe quello
di creare piccole industrie rurali con l’aiuto di una tecnologia appropriata. Le
industrie a base cittadina hanno distrutto la capacità produttiva degli abitanti
delle campagne e li hanno depredati dei loro mezzi di sussistenza. Citando un
esempio di come i villaggi sono stati privati del loro lavoro, Schumacher
osservò che “un tempo il riso coltivato nel villaggio veniva macinato a mano nel
villaggio stesso e consumato dagli abitanti; il surplus veniva inviato nei
villaggi o nella città più vicina, dove c’era scarsità. Adesso invece tutto il
riso viene convogliato, con i mezzi di trasporto più moderni, fino a una grande
città, dove viene trattato, ed eventualmente trasformato in farina. Di qui
ritorna ai villaggi, carico di ogni tipo di malattie. Intanto i lavoratori dei
villaggi hanno perso il loro lavoro... Quel che si sarebbe dovuto fare era di
introdurre direttamente nei villaggi dei sistemi più raffinati e
tecnologicamente avanzati per il trattamento del riso”. Anche a questo proposito
Schumacher cita Gandhi: “se noi ritorniamo a controllare le nostre risorse,
potremo essere di nuovo ricchi, come eravamo un tempo. Possiamo ripristinare
questa situazione se riusciamo a occupare in modo produttivo le ore vuote di
milioni di persone”. “Occupare le ore vuote di milioni” era la sfida più
grossa che doveva affrontare l’India, sosteneva Schumacher, e continuava
osservando che nessun paese può svilupparsi se non permette alla sua popolazione
di lavorare. La più grave deprivazione di cui si può soffrire è quella di non
avere I opportunità di guadagnarsi da vivere. Dando un esempio di economia
rurale Schumacher osservò che “uno dei più grandi insegnanti dell’India, il
Buddha. includeva nel suo insegnamento l’obbligo per ogni buon buddhista di
piantare un albero ogni anno e accudirlo nel suo sviluppo per 5 anni. Questa
azione porterebbe, in 5 anni, a piantare complessivamente 2.000 milioni di
alberi. Il valore economico di una simile iniziativa, se realizzata con
intelligenza, sarebbe di gran lunga superiore a qualunque risultato promesso da
un piano quinquennale. Si potrebbero ottenere cibo, fibre, materiale da
costruzione, ombra, acqua, di fatto quasi tutto ciò che davvero è necessario. E
tutto ciò potrebbe essere realizzato senza un soldo di moneta straniera e con un
investimento davvero ridotto.” Secondo Schumacher, Gandhi identificò se
stesso completamente con i poveri dell’India, e combattè per tutta la vita per
migliorare la loro condizione. Questo atteggiamento emerge con evidenza quando
si legge il suggerimento che egli diede ai suoi seguaci, chi è rimasto noto come
“Talismano di Gandhi”. Ogni volta che sei in dubbio, prova il seguente test:
riporta alla memoria il volto delle persone più deboli e più povere che hai
incontrato nella tua vita, e chiediti se le iniziative che stai avviando
potranno essere di qualche uso per quella persona. Quella persona ne trarrà
qualche vantaggio? Il suo controllo sulla propria vita e destino sarà migliore?
In altre parole, questa azione porterà al benessere di milioni di affamati e
denutriti? Allora vedrai che i tuoi dubbi si scioglieranno”.
Questo talismano rappresenta ancora oggi una sfida per tutti coloro che
prendono delle decisioni nell’india di Gandhi.
(*) Segretario Generale della Gandhi Foundation, Gran Bretagna.
Tratto da Resurgence n. 172, Settembre/Ottobre 1995. Traduzione di Elena
Camino, “Gruppo ASSEFA - Torino”.
E.F. Schumacher è stato uno dei rari
economisti occidentali a capire e ad apprezzare le proposte gandhiane in campo
economico.
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NEL POST-CONSUMISMO
Lunga vita ai prodotti
di Michele Boato (*)
Quando Alex Langer coniò l’espressione ‘Utopie concrete” voleva dire che le
nostre proposte spesso vengono ridicolizzate come irrealizzabili. fuori del
mondo, e invece poi si dimostrano le uniche realistiche, cioè in grado di
affrontare i problemi del XX secolo. Così è per l’invasione dei rifiuti,
raddoppia-ti in Italia e in tutto il mondo industrializzato, nel giro degli
ultimi 20 anni: da noi si è passati da 13 a 26 milioni di tonnellate l’anno dal
1975 al 95, ma governi grandi scienziati non sanno come affrontarli. Una
causa del raddoppio è la concentrazione di un numero crescente di persone in
città, dove non si danno gli scarti alimentari alle galline, non si usa legno,
carta e cartoni per la stufa, non passa lo straccivendolo che prende vestiti,
ferro e altra roba vecchia, non si usano le bottiglie per i1 vino, l’olio e la
passata nè i vasetti per le marmellate e rosi via. Ma c’è anche un ritmo di vita
che ti porta a fare le spese nei supermercati, comprando tutta roba
confezionata, inscatolata, incelofanata, plastiticata dentro orrendi vassoietti
di polistirolo espanso. E poi porta moltissime persone a mangiare in mense e
ristoranti, dove piatti, stoviglie, bicchieri, tovaglie, tovaglioli ecc. sono
mono-uso riempiono enormi contenitori rifiuti. E, naturalmente. c’è un
sistema industriale-commerciale che, per i suoi particolari interessi economici,
ha favorito la produzione e l'utilizzo di merci sempre meno durevoli, in modo da
aumentare le vendite, fino alla genialità dell’usa e getta, dal fazioletto al
pannoone, dalla penna a sfera al pennarello, passando per il rasoio e le lenti a
contatto, che associano la “comodità” individuale alla crescita esponenziale dei
rifiuti. Tutto questo, specie in Italia, si è accentuato dismisura negli
ultimi 10 anni, con la progressiva invasione delle bottiglie e dei
contenitori a perdere, sia di plastica che di vetro e metallo, che hanno
sostituito quasi completamente le bottiglie a rendere su cauzione. Così,
mentre lo scarto alimentare è rimasto più o meno costante, il raddoppio dei
rifiuti è dovuto alle montagne di imballaggi di plastica, cartoni, tetrapak.
alluminio, banda stagnata (ferro) che riempiono in un baleno i cassonetti
stradali, trasformando ogni angolo delle nostre strade in una piccola
discarica. Incapaci di affrontare le cause del problema, i Comuni e le loro
Aziende con “realismo” suicida hanno rincorso per decenni la crescita del
pattume inventando prima i cassonetti stradali, poi aumentandoli di numero e di
volume, poi trasformando i camions in “compattatori” e disseminando le campagne
e le periferie di discariche sempre più grandi. Contemporaneamente a qualcuno
è venuta la pensata “Bruciamo tutto, così sparisce il problema” e sono nati gli
inceneritori, prima piccoli, poi più grandi, poi a due o tre linee. Ma
l’incidente di Seveso nel 1976 ha fatto suonare il campanello d’allarme sui
rischi tremendi che certi composti chimici, invisibili ma cancerogeni, fanno
correre alla salute umana e dell’ambiente. E gli entusiasmi degli apprendisti
stregoni sono stati, relativamente, spenti. E arrivata, buona ultima, la
parola magica del “riciclo” e accanto ai cassonetti, nelle città si sono via via
moltiplicate le campane, prima del vetro, poi per la carta, le lattine, la
plastica (pile e farmaci scaduti fanno caso a sè: la raccolta separata non porta
ad alcun riciclo, ma a smaltimento in particolari discariche o inceneritori).
Troppo spesso. però, si tratta(va) di una iniziativa solo di facciata: i rifiuti
hanno continuato a crescere al ritmo del 4% in più ogni anno, in peso (in volume
ancora di più), a la raccolta delle campane, dove ci sono, arriva spesso a
percentuali addirittura inferiori. Insomma la tipica fatica di Sisifo, di chi
dipinge con fatica un masso in salita per poi trovarselo di nuovo a
valle. Questo non significa che non bisogna riciclare, ma che la linea delle
“campane” è solo un pezzo della soluzione, e non sempre il più importante.
L’unica parte di rifiuti che necessariamente deve essere riciclata è lo scarto
organico, di cucina e di giardino. Se possibile questo riciclo va fatto nella
propria casa (orto, giardino o terrazza), o nel quartiere, nell’angolo del
compostaggio di condominio o di giardinetto pubblico, altrimenti facendo la
raccolta separata degli scarti umidi, porta a porta, almeno due volte la
settimana. Così si fa in molti Comuni delle provincie di Milano. Bergamo,
Brescia, Venezia, Bolzano, Cremona e altre riducendo drasticamente il problema
rifiuti e rendendoli inoltre molto meno inquinanti. Dell’altro 70% dei
rifiuti, quelli “secchi”, vanno raccolte, per riciclarle, tutte le parti utili,
come carta e cartoni da una parte, vetro, metalli e plastiche assieme da
un’altra: il resto, essendo inerte, non può che andare a riempire buchi. Ma
se non si affronta di petto l’obiettivo di produrre e acquistare sempre meno
rifiuti, torneremo sempre daccapo. come al gioco dell’oca. Bisogna ridurre al
minimo gli imballaggi e rendere obbligatorio il loro riutilizzo, dice Beppe
Grillo: “Nelle scuole, invece di dire ai ragazzi che la lattina va messa nel
portalattine, devi spiegare che non bisogna più bere nella lattina, ma nel vetro
a rendere” così non si fanno più rifiuti. Lo stesso vale per le bottiglie di
plastica, che, anche se raccolte separate, riempiono le “campane” di
aria... Una bottiglia a rendere, con una adeguata cauzione, elimina dal
cassonetto, ma anche dalle campane, da 50 a 100 bottiglie usa e getta. Una pila
ricaricabile elimina dai rifiuti da 100 a 1000 pile non ricaricabili. Su
questa linea, il 3 febbraio 96, ha preso avvio con un Convegno a Milano, una
iniziativa nazionale, a cui hanno già aderito una sessantina di associazioni e
istituzioni (Regioni, Provincie, Comuni e Scuole) di tutt’Italia, che mira a
diffondere la cultura del riuso e a costringere aziende e catene commerciali a
sostituire ogni specie di usa e getta con prodotti durevoli e
...intelligenti.
(*)coordinatore Forum Risorse e Rifiuti
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INCONTRO RAVVICINATO CON LULA, LEADER DEL PARTITO BRASILIANO DEI
LAVORATORI
Senza timore di essere felice
di Gigi Eusebi
“Sem medo de ser feliz” è stato per anni, in Brasile, uno slogan
efficace, in politica come nel sindacato, nei movimenti popolari. nelle comunità
di base, tra gli indios, i negri, i favelados, i contadini, i braccianti, gli
operai. Esprimeva - oltre che una trovata di marketing elettorale del PT - un
sentimento di ottimismo diffuso tra la gente, uscita alla fine degli anni
ottanta da vent’anni di feroce dittatura militare. Mentre nel mondo cadevano i
muri e subito ne venivano innalzati degli altri ed in Italia dominava il
“rampantlsrno” politico e culturale, in Brasile si tentava di proporre un nuovo
modello di società e di governo, che ereditava gli aspetti migliori delle teorie
socialiste adattandogli ad un contesto latino, ricco di umanità e di calore, in
un paese dove le ingiustizie sociali e la violenza erano e sono tragiche
costanti della vita quotidiana. Nacque, crebbe e si impose all’attenzione
generale il VF (Partido dos Trabalhadores) e l’uomo che più di tutti ha
rappresentato il simbolo di questa stagione politica è Luis Inàcio da Silva:
Lula.
Il romanzo di una vita E stato due volte candidato alle
elezioni presidenziali e per due volte è stato sconfitto dall’onnipotenza dei
mass-media, in particolare della famigerata ‘Rede Globo”, che nell’ 89 ha
“fabbricato” dal nulla il fantoccio Collor de Melo e nel ‘94 ha “inventato” un
piano di risanamento economico per sponsorizzare l’attuale presidente, Fernando
Henrique Cardoso. Lula non è un personaggio qualunque, ma uno degli esempi più
affascinanti di come sia possibile coniugare impegno politico ed onestà, carisma
e simpatia. E una figura ormai leggendaria negli ambienti popolari brasiliani,
una specie di incrocio tra Fidel Castro (di cui ricorda la leadership e la
capacità comunicativa) ad Alex Langer (per l’umanità e la visione
politica). La sua storia è un romanzo: cinquantenne, nordestino (originario
cioè della regione più povera del paese), emigrò a sette anni a San Paolo con la
famiglia alla ricerca di lavoro e dignità, dopo un viaggio di molti giorni sui
famosi “pau de arara” (letteralmente, trespolo di pappagallo, dal tipo di camion
che trasportava i contadini, stipandoli come bestie) Arrivato nella metropoli
paulista. scopri che il padre aveva un’altra donna, dalla quale aveva avuto
cinque figli. La “famiglia” crebbe fino a venti componenti e Lula dovette
cercare un lavoro per sopravvivere. Fece di tutto un po’ e con il tempo divenne
tornitore meccanico. Ci perse anche il dito mignolo, tranciato in officina in un
rnomento di distrazione. Negli anni settanta fu perseguitato dal regime
militare e rimase a lungo in clandestinità. Con altri compagni diede vita nel
‘79 alla CUT (Centrale Unica dei Lavoratori), che oggi è diventato il maggior
sindacato dell’America Latina, con quasi dieci milioni di iscritti. Nell’ 80
fondò il PT, di cui è sempre stato il capo carismatico arrivando, come detto, a
sfiorare per due volte l’elezione a - come ama ricordare - “primo tornitore
meccanico Presidente della Repubblica...”. Dice anche, sottovoce, che il Pt
rappresenta, insieme al sandinismo. la migliore esperienza di sinistra della
storia recente, I suoi modi non raffinati e le straripante umanità ne fanno un
mito per molti e uno spauracchio per pochi (un “sapo barhuo”, un rospo da
ingoiare, è stato definito spesso). Le sue straordinarie capacità politiche di
articolazione. di mediazione e di intuizione, gli hanno permesso di acquisire la
dimensione di statista, riconoscimento che non gli negano nemmeno i suoi
avversari e le oligarchie militari ed economiche brasiliane.
Sulle tracce del mondo delle cooperative Lula è venuto in
Italia per conoscere da vicino il cooperativismo ed in particolar modo le
esperienze di economia alternativa. Lo abbiamo ricevuto a Verona, in una
giornata che ha dato molto a lui, ma ha arricchito soprattutto noi, contagiati
dalla carica di simpatia e dell’acutezza di pensiero. Il racconto
dell’esperienza delle MAG e la visita del magazzino CTM (con circa 3.000
prodotti esposti. provenienti da oltre 100 gruppi di 35 paesi diversi) lo hanno
entusiasmato. “Os rneus parabéns, rapaz!” (complimenti. ragazzi!) è stato il
commento a caldo. “Queste sì che sono forme concrete ed efficaci di solidarietà
e di alternativa economica. Non credevo foste così organizzati!”. I commenti
di Lula costituiscono un’iniezione di ottimismo per gli operatori del settore.
abituati a rilevare troppo spesso solo le “magagne”. perdendo di vista i
contenuti ideali del progetto. Parlando di Mag e di Banca Etica, il consenso di
Lula si è spinto fino al punto di domandare di avvertirlo quando si avvierà il
primo sportello, in quanto intende aprire un conto simbolico. Sul versante
del commercio equo e solidale ha incaricato il suo staff di contattare i 54
sindaci ed i 2 governatori del PT, per chiedere loro di mobilitarsi
segnalando i progetti produttivi più validi. Tra i molti momenti seri di
discussione e l’unico intervallo almeno del programma (una visita fugace al
balcone di Giulietta e Romeo, con turistica toccatina portafortuna alla tetta
della statua sottostante...), Lula ha risposto ad alcune domande sui temi
d’interesse comune.
Lula e il Brasile Dopo quasi un anno di governo, il
presidente Cardoso non ha concretizzato niente che giustifichi la fama di
democratico riformista che si è saputo creare in campagna elettorale. Per la
gente non è cambiato nulla, in quanto tutte le manovre intraprese ubbidiscono
alla “ricetta” imposta da Fondo Monetario Internazionale: privatizzazione delle
imprese statali più sane, venti miliardi di dollari spesi per il pagamento degli
interessi del debito estero, installazione di un sistema militare di controllo
radar dell’Amazzonia, un cambio artificiale che aggancia il “real” al dollaro
provocando un aumento dei prezzi insostenibile. Sono convinto che anche questa
volta, come con Collor, il tempo si incaricherà di definire chi è realmente
Cardoso.
Lula e la caduta d’interesse e sensibilità per la solidarietà, dopo
che le “mode” degli ultimi anni (prima l’Amazzonia, poi gli indios, infine i
bambini di strada),hanno perso la capacità di attirare l’attenzione
dell’opinione pubblica internazionale. Hai usato la parola giusta:
moda. Come avviene con tutte le mode, prima o poi ci si stanca. Non è questo
l’approccio corretto Per risolvere i problemi, perché non può, non deve
esistere la “moda” delle ingiustizie sociali. Queste potranno diventare
“moda” solo quando saranno state risolte. I problemi che hai ricordato sono
tuttora presenti e eravi. ai~che se non se ne parla più. E necessario
intervenire con maggiore serietà. Evitando di “pompare” i leaders popolari,
gonfiati artificialmente, in nome della spettacolarizzazione della
comunicazione. Questi capi indigeni o sindacali sono stati scorrazzati per
mezzo mondo e rovinati da forme di solidarietà emotiva e dal fiume di denaro
dato senza criterio? Basta con la superficialità e la corruzione! Ciò che ci
serve è una cooperazione più dimessa ma più profonda, più ideologicamente
definita e solida, che lavora per rimuovere le cause delle ingiustizie. Ci sono
troppe organizzazioni, nel primo come terzo mondo, che fanno le stesse cose,
contendendosi lo stesso denaro e sprecando la maggior parte delle energie a
bisticciare tra loro.
Lula e il pessimismo diffuso sulle possibilità concrete di
costruzione di alternative al modello neoliberale dominante. Ad una
prima analisi, sembrerebbe che si siano effettivamente molti motivi di
scoramento: non dirlo proprio a me, che ho perso due elezioni di seguito,
scippato della vittoria a pochi giorni dal voto... D'altra parte, il modello
capitalista e le leggi del mercato globale, con tutte le trasformazioni
tecnologiche di questi anni non hanno migliorato per nulla le condizioni delle
classi sociali più emarginate. Ogni giorno che passa i poveri son sempre più
esclusi dall’organizzazione produttiva e dalla distribuzione delle ricchezze del
pianeta. Le spietate leggi del libero mercato stanno colpendo anche la classe
media di molti paesi, che è stata coinvolta da una forte recessione che genera
l’aumento selvaggio della disoccupazione. E un metodo strutturato per gli
interessi delle élites. Le imprese si preoccupano solo del lucro immediato e
facile, spesso frutto di speculazioni finanziarie. Tocca a noi, ai partiti ai
sindacati, alle chiese di base, ai movimenti popolari, alle cooperative,
elaborare modelli alternativi di governo. E' fondamentale unire le forze a
livello internazionale per definire finalmente una proposta comune. Non è
possibile che l’umanità continui ad essere divisa tra quelli che non dormono
perché hanno fame e quelli che non dormono perché hanno paura di quelli che
hanno fame.
Lula e la politica italiana Per una questione di etica
politica preferisco non esprimere giudizi sulla vostra realtà. Il VF ha buone
relazioni con tutte le forze progressiste della società italiana ed intende
proseguire su questa linea. L’unica riflessione che mi sento di fare, da
osservatore esterno, è che siamo rimasti sbalorditi che in un paese con
tradizioni culturali e politiche sedimentate come l’Italia, abbia potuto
emergere e vincere le elezioni un personaggio come Berlusconi.
Lula e il razzismo, l’immigrazione Tutto nasce dal
preconcetto e dalla paura che il diverso, l’inferiore socialmente, possa
minacciare il proprio benessere. Sembra che l’Europa stia ricostruendo il muro
dell’intolleranza. Perché per i movimenti del capitale non ci sono frontiere,
mentre per i poveri si? Chi è in realtà che crea le condizioni per stimolare
l’aumento dell’immigrazione dal terzo mondo? I governi locali e le grandi
imprese europee, alla ricerca di nuovi mercati da occupare e di manodopera a
basso costo. Si presenta alla gente il primo mondo come un paradiso, ricco di
opportunità di lavoro e di ricchezza, esattamente come avviene all’interno del
Brasile, dove milioni di persone lasciano le campagne ogni anno per ingolfare le
grandi metropoli, illudendosi di rifarsi una vita. Voi europei avete il diritto
di difendere le vostre conquiste economiche, ma anche gli immigrati hanno il
diritto di lottare per costruirsi un futuro migliore. Questo ordine
internazionale è ingiusto: è ingiusta la politica, è ingiusto il debito estero,
è ingiusta la distribuzione delle risorse. C’è gente che mangia cinque volte al
giorno e gente che mangia una volta ogni cinque giorni. Le grandi potenze
hanno speso trenta miliardi di dollari nella Guerra del golfo. E la Francia, con
gli esperimenti nucleari? E intanto continua l’embargo contro Cuba, Iraq e tanti
altri paesi. Ma che razza di politica è questa? Non è una battaglia tra uguali:
chi paga il prezzo dell’embargo sono i bambini, che muoiono di diarrea.
Sicuramente è necessario regolamentare anche l’immigrazione, ma non con leggi
come quella approvata dall’Italia, che autorizza ad espellere
indiscriminatamente gli immigrati. Ai poveri tocca sempre e solo rispettare la
legge, mentre ai ricchi rimangono sempre tutti i privilegi.
Lula e il Commercio Equo e Solidale Come faccio a
criticare un’attività che ha dimostrato di funzionare, in Europa come da noi?
Quello che fate è la dimostrazione di ciò che qualunque governo dell’America
Latina potrebbe realizzare con una politica più accorta, non sottoposta agli
interessi delle grandi imprese nazionali e straniere. Condivido la linea del
vostro lavoro. Il mio impegno personale èdi ritornare in Brasile e di divulgare
l’esperienza del commercio equo presso tutte le strutture locali del PI, in modo
da gettare le basi per rinforzare una rete di nuove collaborazioni.
Il motivetto “Sem medo de ser feliz” della campagna elettorale, terminava con
il musicale e beneaugurante “Lula-là” (dove “là” voleva dire entrare “dentro” il
Palacio do Planalto, il Quirinale brasiliano). Lula è rimasto di “qua”, ma
continua come prima a non aver paura di essere felice...
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PARLAMENTO EUROPEO
Per un Corpo Civile Europeo di Pace
Il 17 maggio 1995 il Parlamento Europeo, nella sua sessione plenaria di
Strasburgo, ha adottato il rapporto “Bourlanges/Martin” che prevede la creazione
di un Corpo Civile Europeo di Pace come primo passo verso un contributo nella
prevenzione e risoluzione dei conflitti; successivamente la stessa proposta e
stata ripresa in altri documenti parlamentari. Sulla base di un documento
elaborato da Alexander Langer ed Ernst Gulcher, il Gruppo Verde al Parlamento
Europeo ha convocato il 6 novembre 1995 a Bruxelles una Tavola Rotonda cui erano
invitati un centinaio di rappresentanti dei movimenti per la pace e ONG dei vari
paesi europei per discutere insieme il progetto di un Corpo Civile di Pace. Un
secondo momento di riflessione ed elaborazione si è tenuto a Stadtschlaining
(Vienna, Austria) nei giorni 16-18 febbraio 1996 con un gruppo di lavoro
ristretto che ha voluto definire ulteriormente il progetto. Il documento
Langer/Gulcher evidenziava come l’esperienza attuale del “peacekeeping”
militarizzato affidato alle Nazioni Unite per contrastare lo scoppio della
violenza non è molto bnillante...così che i civili potrebbero avere successo là
dove i militari falliscono, specialmente in conflitti “complicati” o
internazionali. “Sebbene i civili siano vulnerabili, essi costituiscono un
bersaglio meno naturale per le parti militari coinvolte nel conflitto. Nelle
situazioni di conflitto fra le minoranze o sui valori religiosi, l’intervento
civile ha più probabilità di successo dove l’intervento militare è praticamente
impossibile . Secondo questa prima ipotesi il Corpo dovrebbe essere costituito
dall’Unione Europea sotto gli auspici delle Nazioni Unite. Il Corpo dovrebbe
riferirsi all’OSCE e quindi gli Stati membri dell’Unione Europea
contribuirebbero finanziariamente e quindi il PE dovrebbe essere coinvolto
sull’attuazione delle operazioni. Inizialmente il Corpo dovrebbe essere
costituito da 1.000 persone di cui 3/400 professionisti e 6/700 volontari. Su
questi ed altri primi elementi si è sviluppato un ampio dibattito per cercare di
definire scopi, funzioni, requisiti, fino ad addentrarsi in questioni più
“specifiche” come il reclutamento, l’addestramento e il finanziamento. Su ogni
punto sono emerse varie posizioni che si possono raggruppare in due diversi
approcci al tema: quello “istituzionale” e quello “di base”. La prima
posizione si può riassumere nel pensiero di Arno Truger (Study Centerfor Peace
and Conflict Resolution -Stadtschlaining, Austria), il quale non è favorevole ad
inviare un Corpo Civile nella fase militare di un conflitto; ed ugualmente è
contrario all’interposizione del Corpo, mentre sottolinea l’importanza
dell’utilizzo nella fase del dopo conflitto che potrebbe anche essere visto come
preventivo ad una successiva violenta escalation del conflitto. Secondo questa
posizione, dunque, i partecipanti al Corpo dovrebbero avere una specifica ed
elevata specializzazione, con addestramento continuo; il reclutamento di questi~
“professionisti” dovrebbe avvenire principalmente attraverso le agenzie speciali
ONU e UNHCR, senza escludere i militari “a riposo” del peacekeeping che
preferirebbero andare in una missione civile piuttosto che espletare a casa i
loro normali doveri quotidiani. La seconda posizione è stata sostenuta
principalmente da Howard Clark (War Resisters lnternational -Londra), che si
dice scettico circa il coinvolgimento governativo nella risoluzione del
conflitto, specialmente quando avviene che il proprio governo violi i diritti
umani in patria e venda armi all’estero (cosa che accade per quasi tutti i paesi
europei): a questo livello non è chiaro come la partecipazione dei gruppi di
base si collegherebbe ad un Corpo civile alle dipendenze di un corpo
intergovernativo. Secondo Clark l’interesse ufficiale di un’istituzione come il
PE alla costituzione di un Corpo Civile “porterò con sé il rischio di farci
contaminare dalle istituzioni statali o in qualche modo di piegarci a servire i
loro interessi Tra queste due posizioni sono emerse molte diverse sfumature,
che hanno lasciato aperte altrettante questioni. E stato detto che
l’intervento del Corpo dovrebbe avvenire solo dopo un invito ma non è chiaro da
quale parte un tale invito dovrebbe venire. Non è chiaro da quale momento e a
quale livello il Corpo dovrebbe intervenire, e in quale momento dovrebbe
ritirarsi. Quale il rapporto di cooperazione con la popolazione locale? Un corpo
di pace dovrebbe operare solo prima che un conflitto diventi violento o ha anche
il compito di agire dopo che sono intervenuti i militari? Quale dovrebbe essere
in generale la relazione tra i peace keepers civili e quelli militari? Il Corpo
di Pace dovrebbe essere organizzato soltanto dai governi oppure le ONG
dovrebbero avere un ruolo importante? Come si vede molte restano ancora le
questioni aperte e da risolvere. Riteniamo perciò utile avviare uno specifico
livello italiano di discussione per contribuire alla elaborazione europea,
coinvolgendo tutte quelle persone gruppi, o istituzioni che, in qualche modo,
hanno lavorato per l’idea di un Corpo Civile di Pace. Per questo abbiamo
convocato un seminario di lavoro che si terrà a Verona il prossimo Sabato
30marzo dalle 9,30 alle 18,30 (presso lo Studio Teologico S.Bernardino in piazza
S.Francesco d’Assisi). Per facilitare la discussione partiremo dal documento
base (pubblicato in Azione nonviolenta di ottobre 1995, pg.11-13) e dalle 6
domande già presentate alla tavola rotonda di Bruxelles; 1. Fin dove la bozza
del documento Lan ger/Gulcher riflette la vostra idea di un corpo civile di
pace? 2. Cosa intendete per un corpo civile di pace -un corpo non
militare? o uno non governativo? o qualcos’altro? 3. Fino a che punto pensate
che il corpo civile di pace debba essere c’allegato ad una filosofia di non
violenza? Per esempio, fin dove dovrebbe cooperare con, o essere protetto dai
militari? 4. Come garantireste che un corpo civile di pace non diventasse un
altro strumento della politica di potere nazionale od europea? 5. Come
potremo far tesoro di altre iniziative in questo campo? 6. Cosa fare per il
futuro? Inoltre Arno Truger ci riferirà su quanto finora emerso nei diversi
confronti precedenti e Gianni Tamino ci illustrerà lo “stato dell’arte” per
quanto concerne il Parlamento e l’Unione Europea. Il Seminario di lavoro si
concluderà con un documento da inviare al Ministro degli Esteri, come nostro
specifico contributo al semestre di presidenza italiana.
Mao Valpiana
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BOTTA E RISPOSTA
Latte Nestlé e allattamento al seno
Grazie Nestlé Desidero comunicare a tutti i cari amici del Movimento
Nonviolento e di Azione Nonviolenta che ho una notizia interessante riguardante
la Nestlè. La notizia, che può sembrare inizialmente banale, è uno di quei
problemi di coscienza che un nonviolento o comunque una persona che cerca di
essere coerente con le proprie idee, non può far tinta di non vedere e renderne
partecipi gli altri, e riguarda proprio il latte in polvere della suddetta
multinazionale. 1116 ottobre 1995 è nata mia figlia Sara che dalla nasci~a è
stata nutrita con latte artificiale in quanto mia moglie non aveva latte,
inizialmente il latte è stato il tipo “Mellin I” ma con intolleranza notevole,
poi siamo passati al latte di soia che è tollerato dalla maggior parte dei
bambini, ma non da lei, purtroppo, ed infine ci è stato proposto un latte
artificiale ‘particolare’ senza lattosio. l’AL-110 della Nestlè. Dopo alcune
nostre comprensibili domande al dottore relative alle alternative possibili, ci
venne detto che non vi erano altre case che producevano un latte con queste
caratteristiche (senza lattosio)! Iniziammo quindi ad usarlo con ottimi
risultati. la bambina non vomitava più, non aveva quasi più coliche e problemi
di allergie dovute all‘intolleranza, cominciava a riprendersi, a stare meglio e
non avere più dolori! Io attualmente, pur non provando simpatia per lei come per
altre multinazionali, devo alla Nestlè la salute della mia bimba. Come
affrontare allora il problema relativo al boicottaggio guardando a situazioni
come la mia? Se ritenete che il discorso possa interessare anche gli altri
lettori, gradirei una Vostra risposta su Azione Nonviolenta. Grazie.Vitaliano
Buzzola Savona
Sì, ma deve cambiare
Caro Vitaliano, io sono Adriano Cattaneo e sono il portavoce della Rete
Italiana Boicottaggio Nestlè oltre che membro del suo comitato scientifico. Sono
medico e lavoro presso l’istituto per l’Infanzia di Trieste. Inizio con
un’affermazione banale: tutte le donne, dopo la nascita di un bambino, hanno
latte. Questo è evidente in società dove non si conosce ancora l’allattamento
artificiale. Del resto, come si sarebbe moltiplicato e sviluppato il genere
umano senza il latte materno? Se alcune donne della nostra società non hanno
latte, come nel caso di tua moglie, non è a causa di problemi fisiologici o
patologici, ma per un’influenza “culturale” sul delicato meccanismo di
produzione del latte. Dove per “cultura” si intendono molti fattori dal
benessere psicologico individuale allo stato delle relazioni col partner, dalle
occupazioni per il lavoro allo stress della vita moderna, dai contati con il
sistema sanitario a quelli con le varie istanze (persone organizzazioni, media)
che si occupano di alimentazione del neonato. Se queste influenze sono positive
si instaura l’allattamento al seno; se sono negative, questo viene ostacolato o
addirittura impedito. Il ruolo delle compagnie produttrici di latte in
polvere non è secondario: fanno parte di queste influenze e, per i loro
obiettivi di profitto, tendono a influenzare negativamente l’allattamento al
seno. Si può senza ombra di dubbio affermare che sono la prima causa di
abbandono di questa pratica naturale, la seconda essendo la moderna
organizzazione dei servizi di maternità.
Quando un neonato non è allattato al seno, risulta esposto a rischi variabili
per molte patologie. Nota che rischio non significa certezza. Per esempio, su
1000 bambini di un paese povero con meno di un anno di età ed allattati al seno,
due muoiono di diarrea: il rischio è in media 20 volte maggiore tra quelli
allattati con il latte in poi-vere, ne muoiono cioè 40. Come vedi, 998 bambini
allattati al seno sopravvivono (o muoiono per altre cause), ma ne sopravvivono
(o muoiono per altre cause) anche 960 di quelli allattati artificialmente. Mi
sembra indiscutibile comunque la preferenza, se io avessi un figlio, per il
gruppo degli allattati al seno. Questo rischio, che nei paesi poveri si misura
in termini di mortalità, nei paesi ricchi come il nostro riguarda malattie che
in genere non portano a morte. Tra le più frequenti ci sono sia le allergie
della pelle, che del sistema respiratorio, che alimentari, come quella che ha
colpito tua figlia Sara. Sara faceva parte, per il fatto di non essere stata
allattata al seno (per le ragioni esposte nel paragrafo precedente), di quel
gruppo di bambini ad aumentato rischio di allergia. Le poteva andare bene, e
allora non le sarebbe successo niente; le andata male, e mi dispiace.
Per fortuna Sara è nata in una società ricca e con un sistema sanitario che
le ha permesso, dopo alcuni tentativi, di trovare una soluzione. Nella
fattispecie, questa soluzione proviene da un prodotto Nestlè, da una di quelle
compagnie cioè che creano nel mondo, compresa l’Italia, un ambiente sfavorevole
all’allattamento al seno. Ti renderai conto, spero, della circolarità
dell’argomento e della contraddizione che vi è insita.
Per il tuo caso individuale, io sono felice che tu abbia trovato una
soluzione targata Nestlè; saresti uno sciocco se non continuassi a sfruttarla.
Ma ti renderai conto, spero, di come sia necessario allo stesso tempo cercare di
far cambiare alla Nestlè (ed alle altre compagnie) atteggiamento nei confronti
della commercializzazione del latte in polvere e di altri alimenti per
l’infanzia. Se infatti i produttori di questi alimenti la smettessero di creare
un ambiente sfavorevole all’allattamento al seno, tutti i neonati si
nutrirebbero di latte materno e il rischio di allergia sarebbe notevolmente
ridotto. Ridotta sarebbe quindi la necessità di utilizzare prodotti (tra l’altro
costosissimi per la società) come l’AL-100 simili.
Più che per la tua Sara, che credo crescerà benissimo nonostante questi
problemi, dobbiamo continuare questa lotta per i milioni di bambini dei paesi
poveri che sono sottomessi, senza nemmeno saperlo, alla pressione delle
compagnie di alimenti per l’infanzia. Proteggere e promuovere l’allattamento al
seno può voler dire evitare milioni di morti infantili e di malattie che rendono
questi bambini fin dall’inizio svantaggiati. Si tratta di un’azione, non
violenta, che vale molto di più di un’offerta di aiuto quando i media ci
mostrano le emergenze alimentari ormai sempre più frequenti nei paesi
poveri.
Spero in definitiva che tu e tua moglie non vi sentiate in colpa per non aver
allattato e per l’utilizzo di un prodotto Nestlè. Continuato a farlo. Ma
partecipate anche al boicottaggio o ad altre azioni (il boicottaggio non è
l’unica possibile) che proteggano i vostri amici vicini e lontani dalle stesse o
peggiori sventure.
Vi mando un affettuoso saluto,
Adriano Cattaneo
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SERVITORI DELLA NONVIOLENZA/2
L’ antimilitarismo di Carlo Cassola
Si leggono ancora i romanzi di Cassola, ma pochi conoscono o ricordano la
campagna per il disarmo unilaterale dell’Italia, nella quale lo scrittore
toscano profuse tante energie dal 1975 alla morte. Cassola ha avuto un destino
simile a quello di Tolstoj entrambi, già scrittori celebri, hanno compreso che
un intellettuale non può dedicarsi alla letteratura, mentre la società è
attanagliata dal problema della fame e della sopravvivenza. E ad entrambi è
avvenuto di essere abbandonati da molti lettori e lettrici, che non
condividevano i nuovi orientamenti umanitari, considerandoli fumose utopie di
menti in declino per l’età.
La vita e le opere Cassola era nato a Roma il 17 marzo 1917 da famiglia
borghese: la madre era di Volterra; il padre, avvocato, era stato socialista e
redattore dell’Avanti!, ma dopo l’avvento al potere di Mussolini (1922), aveva
accettato il fascismo. Carlo, ultimo di quattro figli, frequentò nella capitale
il liceo classico e l’Università, laureandosi in legge. Dopo l’8 settembre
1943 partecipò attivamente alla Resistenza nei dintorni di Volterra (dove la
famiglia possedeva un podere), perseguendo ideali politici e sociali di
sinistra, che si ritrovano alla base della sua narrativa più impegnata (Fausto e
Anna, La ragazza di Bube) e della sua lotta antimilitarista. Dal 1948 si
stabilì a Grosseto, dove insegnò storia e filosofia al Liceo scientifico fino al
1962, anno in cui lasciò l’insegnamento per dedicarsi interamente all’attività
di scrittore. Trascorse gli anni successivi prima a Marina di Castagneto, poi a
Montecarlo di Lucca, dove morì il 29 gennaio 1987. Grande narratore, attratto
dalla vita quotidiana di personaggi semplici, ha saputo rappresentare, nei suoi
romanzi e racconti, indimenticabili figure femminili, nelle quali sapeva
infondere il proprio struggente amore per l’esistenza nel suo scorrere giorno
dopo giorno. Fra i molti titoli, ci limiteremo a ricordare qualcuna delle
opere più suggestive: Un cuore arido, il cacciatore, Paura e tristezza, L’uomo e
il cane, I/taglio del bosco (che vari critici considerano il suo
capolavoro).
L’antimilitarismo Cassola, dopo il periodo della Resistenza e della
nascita della Repubblica (1946), si allontanò progressivamente dall’impegno
politico e preferì dedicarsi all’attività letteraria, da lui considerata più
vicina ai problemi esistenziali; diffidava delle “ideologie”, che pretendevano
di dare una risposta precostituita al disagio personale e sociale. Ci fu una
breve parentesi alla fine del •52, quando partecipò al movimento di ‘Unità
popolare” contro la legge elettorale maggioritaria proposta dalla Democrazia
Cristiana e dai suoi alleati. Il distacco di Cassola dalla politica fu
aspramente criticato dai letterati del Gruppo •63 (in particolare da
Sanguineti), che qualificarono lo scrittore toscano con l’epiteto “Liala 63”.
cioè autore di romanzi rosa, d’evasione. Intorno al ‘74-’75 avvenne una
rivoluzione nel pensiero di Cassola, che intuì il pericolo di distruzione che
correva il nostro pianeta: l’idea di una guerra atomica, che poteva scoppiare
anche per errore, cominciò a tormentano. Comprese che bisognava agire con
rapidità per evitare la catastrofe nucleare. Lo colpì una riflessione di
Bertrand Russell: Tutti dobbiamo affrontare la morte individuale, ma la
morte collettiva è solo ora un ‘orrenda e concreta possibilità. Davanti a
questo pericolo, tutte le altre questioni diventano trascurabili.
Che fare? La risposta fu di battersi per il disarmo unilaterale della propria
nazione, in modo che l’Italia desse per prima l’esempio a tutte le altre
Potenze. Il disarmo avrebbe allontanato da noi la minaccia di una rappresaglia,
nel caso di un conflitto fra i due Blocchi, e ci avrebbe consentito di
risparmiare i tanti miliardi delle spese militari. Cassola individuò nel
militarismo il nemico da combattere. Per scuotere l’opinione pubblica redasse
nel ‘76 l’Appello degli uomini di cultura per il disarmo unilaterale dell’italia
(che però non fu firmato dagli intellettuali, tranne pochissime
eccezioni). La Lega per il disarmo unilaterale (L.D. U.) Cassola pensò di
rivolgersi direttamente all’opinione pubblica con un’intensa campagna a favore
del disarmo. La sua attività, veramente frenetica nonostante le dedicate
condizioni di salute soffriva di disturbi cardiaci), si articolò in diverse
direzioni: 1) un centinaio di articoli disarmisti sul “Corriere della sera” e
“La Stampa” (dal 1975 al 1980); 2) la pubblicazione di quattro saggi politici da
Rizzoli: Ultima frontiera, il gigante cieco, La lezione della storia, La
rivoluzione disarmista; 3) la fondazione e la direzione, con Francesco
Rutelli, del mensile L ‘Asino (uscirono in tutto 8 numeri nel 1980); 4 la
composizione di tre romanzi avvenieristici sul tema della fine del mondo (il più
riuscito è il superstite del 1978); 5) conferenze in ogni parte d’Italia per
incontrare cittadini, lavoratori e studenti. Questa campagna portò alla
nascita della L.D.U., avvenuta nel dicembre 1979, in seguito alla fusione fra la
Lega per il disarmo dell’Italia e la Lega socialista per il disarmo unilaterale.
La L.D.U. è ancora attiva e ha il suo recapito presso Pala Cassola a Montecarlo
di Lucca (via di Montechiani, 15). Ebbi occasione di incontrare varie volte
Cassa-la, negli anni 1977-78, che mi confidò il rammarico di non aver portato il
suo appello in tutte le regioni d’Italia. Era angosciato dal pensiero della fine
dell’umanità e considerava il 6 agosto ‘45 (bomba atomica su Hiroshima) la data
fondamentale della storia recente. Si sentiva chiamato da un’azione decisiva per
svegliare i connazionali dall’incoscienza. Di solito schivo e taciturno,
propenso ad ascoltare e a scrutare chi lo circondava con sguardo penetrante,
nelle pubbliche conferenze era combattivo, tenace, fermamente convinto della
giustezza della propria tesi. Un giornale socialista di Lugano, “Libera
Stampa”, l’aveva definito “un illuminista cristiano”; Cassola rispose sul
“Corriere della sera” accettando la qualifica di “illuminista”, quanto al
“cristiano” osservo:
Su quel giornale socialista venivo definito anche “cristiano So che è una
qualifica difficile a portarsi. Essere cristiani significa essere contro la
violenza, anche per legittima difesa, e io, per naturale impulso come per
convinzione razionale, non mi sento di essere da tanto. Ma c’è una frase del
linguaggio cristiano che mi affascina: quella sugli “uomini di buona volontà “.
Su queste colonne ho scritto che il mondo potrà essere salvato anche qui in
italia da una coalizione di libertari, marxisti e cattolici. Più semplicemente
dico oggi che il mondo potrà essere salvato anche qui in italia da una
coalizione degli uomini di buona volontà. (30/8/1977)
Claudio Cardelli
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SI È SVOLTA A FIRENZE
L’Assemblea del rilancio
Nei giorni 24 e 25 febbraio si è svolta a Firenze l’Assemblea Nazionale degli
Obiettori alle Spese Militari, che ha visto un ‘ampia e numerosa
partecipazione. Alla Campagna di Obiezione di Coscienza alle Spese Militari
(0SM,), promossa 14 anni fa dalle associazioni pacifiste e non violente, hanno
aderito quest’anno circa 2500 cittadini italiani che hanno preferito pagare per
la pace anziché per la guerra”. L’Assemblea ha deliberato di proseguire anche
nel 1996 la Campagna di disobbedienza civile, ridisegnandone però profondamente
obiettivi, strutture ed organizzazioni; la volontà degli obiettori è quella di
ridefinire le modalità di obiezione fiscale, anche alla luce del nuovo sistema
tributario, e di rilanciare gli obiettivi politici della Campagna a partire dal
riconoscimento politico e legislativo della Difesa Popolare Nonviolenta. A
questo scopo il coordinamento politico della Campagna OSM è stato incaricato di
preparare un ‘Assemblea straordinaria costituente del movimento da tenersi entro
ottobre 1996. Nel corso del dibattito politico gli obiettori hanno denunciato
la rimontante cultura militare in senso professionistico ed economico e I
‘aumento generale delle spese militari, dall’Italia agli Stati Uniti, per
sostenere il nuovo modello di difesa. I movimenti promotori interverranno ‘sella
prossima campagna elettorale sostenendo quei partiti e candidati be si
impegneranno per la riduzione delle spese militari e il sostegno
all'istituzionalizzazione di forme di difesa nonviolenta (Corpo civile europeo
di pace, caschi bianchi, interposizione ONU, ecc.) Le
mozioni approvate
Mozione 7
L'assemblea OSM del 24-25/02/1 996
CONSIDERATO che tutte le Associazioni presenti, molti coordinamenti Locali
e gli OSM presenti sostengono la necessità continuare, seppure in modi diversi
la campagna OSM, ridisegnandone però profondamente obiettivi, struttura e
organizzazione.
RITENUTO che il tempo a disposizione non sia stato
sufficiente a tramutare questa convinzione in una proposta articolata
unitaria
DELIBERA dopo preso visione delle diverse proposizioni e dei diversi
documenti, di 1) proseguire la campagna OSM per il1996 nelle forme e nei modi
attuati fino ad oggi o, laddove i coordinatori locali lo ritengano utile, in
nuove forme sperimentali, pubblicizzando nella Guida all’Obiezione Fiscale le
modalità emerse dall’assemblea odierna; 2)dà mandato al coordinamento
politico eventualmente integrato da esponenti dei gruppi e delle associazioni
più impegnati nel DPN di preparare una assemblea straordinaria costituente da
tenersi entro Ottobre 1996 per la revisione di tutti gli organismi e modalità
della campagna; 3)questa commissione raccoglierà tutte le proposte emerse che
farà circolare attraverso formiche di pace entro Luglio 1996.
Mozione 12 bis
L’assemblea degli OSM, considerata la validità della Campagna per la
legittimazione della DPN , propone la Campagna stessa ai coordinatori locali
come utile strumento per contattare altre realtà e movimenti pacifisti.
Mozione 2
L’assemblea OSM dà mandato al Coordinamento Politico di esperire ogni
tentativo per far accettare al Ministero delle Finanze l’assegno relativo ai
fondi 1994. Nel caso in cui, entro il 3 1/03/1996, non si fosse riusciti ad
accertare la definitiva restituzione dell’assegno o si fosse riusciti ad
accertare la sua definitiva accettazione. dà mandato al Coordinamento politico
di emanare un comunicato stampa con il quale far sapere che il Ministero delle
Finanze ha accettato i soldi degli obiettori alle spese militari. Nel caso di
non adeguata diffusione sui mezzi di informazione di tale comunicato, dà mandato
al Coordinamento politico di far pubblicare a pagamento lo stesso comunicato su
almeno 3 quotidiani a tiratura nazionale con una spesa massima di 10
milioni. Medesima procedura con il termine ultimo del 30/04/96 deve essere
eseguita per i fondi del 1995.
Raccomandazione (ex mozione 4)
Per una maggiore diffusione dell’informazione sulla Campagna si incarica il
Coordinamento politico di
- rendere disponibili in tempi rapidi i verbali e i documenti della propria
attività - stabilire i contatti con le realtà che operano a livello
istituzionale e parlamentare per rendere disponibili alla Campagna le
informazioni di interesse per la Campagna stessa (Bilanci della Difesa,
emendamenti pacifisti, legge di riforma OdC, etc. ) - utilizzare per la
diffusioni di queste informazioni lettere periodiche ai coordinamenti locali,
pagine di AN e anche la rete telematica amatoriale Peacelink - compilare una
lista di referenti nei coordinamenti locali per snellire l’indirizzano nelle
realtà con più coordinatori
Mozione 15
L’assemblea OSM delega la redazione di Azione Nonviolenta e personalmente Mao
Valpiana alla gestione per i prossimi due mesi e comunque in attesa delle
decisioni del CP in materia la funzione di ufficio stampa in stretto contatto
con il CP stesso nel rispetto degli obiettivi della Campagna OSM.
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ALL’UNIVERSITÀ PER LA PACE DI ROVERETO
Una scuola per la formazione degli O.d.C.
Programmi per la formazione degli obiettori di coscienza presso gli enti
di servizio civile potranno contare su una “nuova generazione” di formatori
intensamente motivati e adeguatamente preparati ad accompagnare i giovani
obiettori. Questa felice constatazione si impone come valutazione conclusiva del
corso 1995-96 della Scuola per formatori di obiettori di coscienza, svoltosi a
Rovereto nell’ambito dell’ Università internazionale delle istituzioni dei
popoli per la pace - Unip (la struttura di formazione e ricerca sulla pace
voluta dalla Fondazione Campana dei caduti di Rovereto) e realizzato su
iniziativa della Campagna di obiezione alle spese militari (Osm) e con la
collaborazione dell’Istituto italiano di ricerca sulla pace (Ipri). Il corso ha
avuto per tema la “difesa popolare nonviolenta” e la “diplomazia popolare”; la
sua prima fase si è tenuta dal 10 al 17 settembre 1995; il seminario conclusivo,
con la presentazione delle tesine finali, si è tenuto nei giorni 26-27 gennaio
di quest’anno. I giovani corsisti (circa 15. provenienti da Trentino, Veneto,
Emilia-Romagna, Piemonte, Lombardia, Friuli, Sardegna, Campania) hanno alle
spalle esperienze di formazione o di obiezione di coscienza molto varie; alcuni
di loro, in particolare, sono attivi in programmi di formazione con gli
obiettori di enti quali le Caritas diocesane di Piacenza. Modena, Brescia; le
Acli di Padova; i Comuni di Venezia, Verbania, Trento; il Gavci di
Bologna. Il corso, come detto, è nato dalla collaborazione di esponenti
dell’Osm e dell’Ipri con la direzione organizzativa e il Comitato scientifico
dell’Unip, e si proponeva in continuità con l’esperienza di “Scuola per
formatori di obiettori di coscienza sulla difesa popolare nonviolenta” attiva-la
a Firenze per il solo anno 1992. Rispetto a quell’esperienza, la proposta è
stata integrata, dal punto di vista tematico. alla luce delle specificità del
progetto culturale dell’Unip: la nonviolenza come opzione etica e politica di
base, e la dimensione transnazionale dell’impegno per la pace, la giustizia, i
diritti umani. nelle forme, in particolare, della diplomazia popolare. La
Scuola, pur essendo ancora in fase parzialmente sperimentale, si sta delineando,
alla fine dell’esperienza di quest’anno, come un importante contributo alla
costituzione di una rete di formatori con forti motivazioni ideali e spiccate
capacità professionali. Il profondo radicamento della proposta formativa della
Scuola nei valori e nella cultura della nonviolenza e dei diritti umani,
inoltre, consentirà che la progressiva definizione di una professionalità del
formatore di obiettori si realizzi in continuità storica e ideale con le lotte
dei movimenti per la pace, per l’obiezione di coscienza e per l’impiego di
metodi nonviolenti nella risoluzione dei conflitti sociali e internazionali, e
non ispirandosi soltanto a criteri efficientistici o tecnici. Gli “esperti”
che hanno proposto le relazioni durante la prima fase del corso (settembre ‘95)
sono stati: Giuliano Pontara (coordinatore del Comitato scientifico dell’Unip,
oltre che direttore della Scuola), Tonino Drago e Nanni Salio per l’Ipri -
Segreteria Dpn; Matteo Mascia e Paolo De Stefani. specialisti in diritti umani
presso l’Università di Padova, per l’Unip. Per quanto concerne le metodologie
applicate nel veicolare i contenuti del corso, sedute di training nonviolento
(guidate da Alberto L’Abate, Università di Firenze, Jpri: e Marco Baino,
formatore alla nonviolenza) si sono accompagnate al tradizionale modulo
seminariale attuato nell’ambito dell’Unip. fatto di relazione, discussione in
gruppi e, soprattutto, assidua presenza degli esperti in tutte le fasi, formali
e informali, del corso. La prima fase del corso si è conclusa con un
interessante convegno internazionale dedicato alle forze di interposizione
nonviolenta. a cui hanno dato il loro contributo, tra gli altri, Paul Hare
(PBJ), John Harbottle (già ufficiale dei “caschi blu” a Cipro), Ed Garcia
(Intemational Alert), Derek McDonald (Balkan Peace Team), Matteo Zuppi (Comunità
di s. Egidio), Luc Reychler (Jnternational Dialogue). Albino Bizzotto (Beati i
costruttori di pace), Jordi Alfonso (istruttore degli obiettori di coscienza
spagnoli impegnati come “caschi bianchi” in Bosnia). Nella seconda fase i
partecipanti sono stati impegnati nella redazione di brevi “tesi”, soprattutto
orientate a dare sbocco formativo ai temi discussi nella settimana di Rovereto.
Il 26 e 27 gennaio gli elaborati, presentati, con rare eccezioni, da tutti i
partecipanti ai seminari di settembre, sono state ampiamente illustrate e
commentate. Questi i titoli delle tesi discusse, ciascuna delle quali è stata
concordata e elaborata con il contributo di uno dei relatori, indicato tra
parentesi: Gian Luca Battilocchi: Riflessioni sulla fisionomia della
formazione per i forma-tori degli obiettori di coscienza al servizio militare
(P. De Stefani); Giovanni Biscontini: Informatica & nonviolenza (P. De
Stefani); Marco Bonamici: I.a seduzione formativa (P. De Stefani); Marco
Bonfio: Informazione su obiezione di coscienza e servizio civile nelle scuole
superiori (M. Baino); Ettore Botti: Nonviolenza in Simone Weil (G.
Pontara); Roberto Calzà: Per una formazione degli obiettori di coscienza in
azioni di diplomazia popolare (M. Mascia) Claudio Del Bianco: Idee per una
corretta impostazione dei corsi di formazione per il servizio civile. Idee per
una prassi del coordinatore nanviolento (T. Drago); . Giacomo Doglio: Guerra
ingiusta? (G. Pontara); Flavia Favero Baino: Dal Servizio civile obiezione di
coscienza: indicazioni per la progettazione di un intervento formativo (P. De
Stefani); Franco Lovisolo: Analisi di un conflitto interno ai movimenti
nonviolenti internazionali: il caso della campagna Ahimsatmkk Raksha Sahtyagraha
(N. Salio): Micaela Pasini: Caschi bianci: diritto o infrazione? (P. De
Stefani): Chiara Tosi: il ‘paradigma nonviolento” nella risoluzione dei
conflitti e i mezzi di comunicazione di massa (T. Drago). I testi delle
tesine e i recapiti e gli enti di provenienza dei formatori che le hanno
elaborate possono essere richiesti alla segreteria dell’Unip gli abstract delle
tesine saranno tra breve reperibili sul bbs “Pace diiritti umani” del Centro
diritti umani dell'Università di Padova (049-8756052) e sul parallelo Web/Gopher
server (http ://www.cepadu.unipd.it). La notevole soddisfazione espressa
da corsisti e relatori al termine dell’esperienza, motiva ulteriormente l’Unip e
le strutture che hanno promosso la Scuola a dare a quest’ultima continuità e
certezza di mezzi; a definirne in modo sempre più incisivo la proposta educativa
culturale e politica; a confrontarsi con gli enti di servizio civile
maggiormente impegnati sul fronte della formazione e per offrire un servizio di
aggiornamento specialistico dei loro formatori sempre più qualificato. Al di
là, comunque, di tali considerazioni riguardano prevalentemente il futuro di
questa Scuola nel quadro generale della istituzionalizzazione di una struttura
nazionale per la formazione dei formatori, vale la pena sottolineare
l’impressione fortemente positiva che il gruppo dei corsisti ha suscitato: di
fronte profonde motivazioni e alla sedi questa nuova generazione di formatori o
aspiranti tali, sarebbe un vero peccato per gli enti di servizio civile non
iniziare ad interrogarsi sulla valenza strategica della formazione e sulla
possibilità di investire in questo fondamentale settore.
Matteo Mascia, Paolo De Stefani
Cos’è l’UNIP
L’Università Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace – Unip -
è nata nel 1992 per iniziativa della Fondazione Opera Campana dei Caduti di
Rovereto, per offrire uno spazio di formazione e ricerca a movimenti,
associazioni, Ong di tutto il mondo impegnati attivamente alla costruzione della
pace e alla promozione dei diritti umani attraverso metodi
nonviolenti. L’Unip è gestita da un Comitato scientifico (di cui sono membri,
fra gli altri, Elise Bouldimg, Johan Galtung, Antonio Papisca, François Rigaux,
Chaiwat Satha Anand, Simona Sharoni), attualmente presieduto da Giuliano
Pontara, e da uno staff operativo formato da specialisti in Istituzioni e
tecniche di tutela dei diritti umani dell’Università di Padova. Le attività
dell’Unip comprendono: 1. il corso estivo internazionale, giunto nel 1996
alla sua quarta edizione, che ospita a Rovereto per tre settimane, con spese
interamente a carico dell’Unip, circa 25 attivisti di Ong di tutto il mondo, che
dibattono con esperti internazionali tematiche legate alla nonviolenza e alla
diplomazia popolare. Ogni anno viene proposto un particolare tema, che per il
1996 è quello delle migrazioni. Il corso 1996 si svolgerà dal 25 agosto al 14
settembre. Il corso gode del patrocinio del Comitato nazionale dell’Unesco e, a
partire da quest’anno, dell’Università di Trento; 2. la Scuola per formatori
di obiettori di coscienza; 3. la ricerca in materia di nonviolenza, della
diplomazia popolare. Un progetto di ricerca su quest’ultimo tema sta per essere
avviato; 4. la pubblicazione di volumi su argomenti trattati nel corso
internazionale; 5. l’organizzazione nel territorio trentino di iniziative di
sensibilizzazione e di studio sui temi della pace, della nonviolenza, della
diplomazia popolare, in collaborazione con le associazioni del Trentino e, in
particolare, con il sostegno del Forum trentino per la pace. Le attività
dell’Ump sono realizzate con il contributo finanziario della Provincia autonoma
di Trento, in attuazione della legge 11/1992 sulla cultura di
pace. Segreteria UNIP: c/o Fondazione Opera Campana dei Caduti, Colle di
Miravalle, 38068 Rovereto - TN; tel. 0464 -434412; fax 0464-434084.
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EXA: MOSTRA DELLE ARMI
Cultura della violenza e cultura della vita
di Francesco Lo Vecchio (*)
Quasi come un rito (la ritualità col tempo diventa paranoia) ogni anno
l’Associazione nonviolenta bresciana “Gandhi” insorge contro L’EXA: la vetrina
internazionale delle armi. Se l’EXA per noi nonviolenti resta una mostra di
violenza, dobbiamo ripeterlo finché tutti ne prendano coscienza e questo non
solo nei quattro giorni in cui si svolge la grande kermesse degli armieri. ma
nel resto degli altri mesi dell’anno. Toccare il tasto della produzione delle
armi a Brescia è ancora tabù. Tabù per le istituzioni, tabù per i sindacati, per
la società civile, per le gerarchie ecclesiastiche e persino per il pacifismo
all’acqua di rose. Sembra che la riconversione delle fabbriche di armi
interessi un’élite di pacifisti e nonviolenti irriducibili. Doveroso non
includere nell'ovattato pacifismo perbenista Roberto Cucchini unico ed
incrollabile monumento storico del pacifismo bresciano. E grazie al suo impegno,
infatti, che quest’anno la Consulta per la Pace del Comune di Brescia, sia pure
con tono ‘sommesso”. ha organizzato per venerdì 16 febbraio un interessante
convegno dal titolo “RICONVERXA '96: Armi, etica e cultura della nonviolenza”.
Data non casuale visto che quello stesso giorno si inaugurava la mostra
internazionale “EXA”. Questa grande fiera, giunta alla sua V edizione (la
prima si è svolta nel 1980 e ad oggi c’è stata l’interruzione di una sola
edizione quella del 1991 soppressa per ragioni di sicurezza dovuti alla guerra
del Golfo), viene allestita nel palazzetto dell’EIB che si estende su una
superficie di circa 15.000 mq. Spazio giudicato inefficiente dagli organizzatori
che ogni anno ripropongono la realizzazione cli un nuovo e più esteso po1o
fieristico (si parla di 25.000 mq per un costo di circa 50
miliardi). “Potrebbe sembrare fuori luogo - afferma il Presidente della
Camera di Commercio di Brescia dott. Francesco Bettoni - dedicare una fiera alla
produzione armiera, ma EXA non è una mostra che esalta le armi in quanto
strumento di offesa”. Sempre secondo il dott. Bettoni “EXA è la fiera delle armi
sportive che si rivolge ad un ambito particolarmente legato alla tradizione
venatoria”. Che queste affermazioni le faccia il doti. Bettoni è
comprensibile, ma il guaio è che a Brescia è difficile convincere l’opinione
pubblica che l’EXA va oltre la “tradizione venatoria” (È inutile ribadire che,
in quanto nonviolenti, siamo contrari a questa “tradizione”). I 496
espositori di questa XV edizione esponevano dai capi d’abbigliamento sportivo
all’arceria, dalle armi ad aria compressa a quelle da caccia e tiro, dalle armi”
soft air” alla coltelleria, dalle munizioni alle pistole e revolvers, dalla
riproduzione di armi antiche alla stampa specializzata, al turismo venatorio e
via dicendo. Il tutto per un giro di svariati miliardi. Dai dati forniti dal
Banco Nazionale di Prova di Gardone Val Trompia (BS) nel 1995 sono state
sottoposte “a prova forzata” ben 762.371 armi, di cui 328.292 lunghe e 434.079
corte. Mentre per le armi legate alla caccia gli armieri lamentano qualche
riflessione nelle vendite rispetto al 1994, per quelle corte registrano un
leggero progresso dello 0,5 %. Se i dati, comunque. si rapportano ad un arco di
tempo comprendente gli ultimi 25 anni, le flessioni non preoccupano i produttori
in quanto il trend della produzione sembra essersi stabilizzato dai 700.000 agli
800.000 pezzi all’anno. Quanto al fatturato - secondo il Presidente del
Consorzio degli armaioli (che raggruppa 75 imprese con circa 2.000 addetti)
Pierangelo Pedersoli - il 1995 chiude con un incremento del 15% in più rispetto
al 1994. Sempre Pedersoli - in una dichiarazione riportata da Bresciaoggi del
17-2-1996 - parla dell’impegno del Consorzio per la promozione delle armi ed in
particolar modo per quella operata all’interno delle scuole “non solo per
trovare nuove maestranze, ma anche nuove utenze”. “Vogliamo dimostrare alle
scuole - dichiara ancora il Presidente del Consorzio - che i produttori di armi
non sono “delinquenti”. Nel marasma delle cifre e degli affari per svariate
decine di miliardi, l’EXA celebra ogni anno i suoi fasti, ma nessun dato viene
fornito sul numero delle vittime prodotti dalle armi. Non ci resta, allora,
che documentarci, visitando la mostra, per capire i significati più intrinseci,
quelli meno appariscenti, quelli che poi determinano le vendite e costruiscono
le ingenti fortune degli armieri. E pressoché impossibile destreggiarsi
all’interno della Fiera, ma non così difficile coglierne i significati. La
denominazione ufficiale, come già detto, è “EXA: mostra armi sportive ed
accessori”, ma in realtà alle cosiddette “armi sportive” (uccidere un animale
non è uno sport) si affiancano quelle da difesa, senza dimenticare quelle da
replica più note come “soft air”. Il “soft air” è la produzione, con dimensioni
inferiori, di armi vere utilizzate per combattimenti simulati tra squadre di
giocatori in campi appositamente autorizzati. Il fenomeno è nato in Giappone
alla fine degli anni ‘70 e si è successivamente sviluppato in Italia e in altri
paesi. Negli Stati Uniti, ad esempio, il combattimento (“Combat”) simulato nasce
come addestramento militare con l’impegno di fucili che sparano capsule
contenenti vernice. Per la legislazione italiana le repliche “soft air” non
sono armi giocattolo (decreto N0 313 del 27/9/1991 - G. U. N0 234 del 5/10/1991)
e. quindi, debbono essere autorizzate ed omologate dalla Commissione Consultiva
Centrale delle armi del Ministero dell’Interno. Non a caso i produttori di armi
“soft air” raccomandano di “rispettare alcuni semplici norme di sicurezza”. I
prezzi di questi “giocattoli”aggirano dalle 547.000 lire per una pistola
“Western Arms” a 1.497.000 lire per un fucile elettrico di precisione del tipo
“TOKYO MARUI”, da 1.120.000 lire per uno “Shanon” a 1.975.000 lire per visore
notturno “Tasco” “Gatto”. Al piacere, infatti, non c’è
prezzo. Riflessione, però, ci induce a chiederci se ‘(amo realmente davanti
ad uno sport “liberatorio” o ad una scuola propedeutica alla violenza. Non a
caso in una videocassetta, in vendita all’EXA, armi vere e armi “soft air”
vengono pubblicizzate insieme ed indistintamente. Sempre nello stesso video si
evidenzia che alcune di queste “repliche” sono state utilizzate per la prima
volta in specifici serial televisivi di produzione americana. Finction e
realtà c’è scongiurare che non diventino sinonimi. Qualsiasi pedagogo sa quanto
sia fondamentale la funzione del gioco per lo sviluppo della personalità del
bambino. Affidare, allora, l’educazione dei bambini televisioni o ai
produttori di armi vere o finte che siano è un gioco in cui i risultati non
possono che essere deleteri. Non casuale che le bancarelle dei mercati vicina
Croazia trabocchino di armi giocattolo come non causale che molti bambini
indossino tute mimetiche. L’educazione alla violenza dispone sicuramente mezzi e
metodi molto più sottili e convincenti che quelli della
nonviolenza. Peccheremmo di eccessivo zelo se il passo dalla simulazione alla
realtà non fosse breve, se dai giochi “combat” non si passasse arruolamento
mercenario in zone di guerra. La ex Jugoslavia dovrebbe essere una riflessione
permanente per tutti. Non è da sottovalutare l’elemento portante della
pedagogia della violenza: l’idea del nemico, la paura dietro l’angolo, il
diverso. L'idea del nemico è ormai dottrina alla quale ben pochi riescono a
sottrarsi. A tal proposito gli abili produttori di armi consigliano l' acquisto
di un “MR 35 PUNCH” ovvero uno strumento di difesa personale capace di stordire,
a 15 metri di di distanza, un presunto aggressore. Sta, forse, per chiudersi
il fronte della caccia e il mercato delle armi si appresta ad inventare nuove
prospettive: le armi di difesa personale. Le leggi italiane, per fortuna, sono
ancora restrittive. Non casualmente gli armieri hanno organizzato un convegno
dal tema: “Il porto d’armi in Italia e nel confronto internazionale”, nel quale
si mette sotto accusa la legislazione italiana per non essersi adeguata alla
direttiva comunitaria 91/477/CEE. Gli armieri non accettano condizioni che
impongano ‘restrizioni sulla circolazione legittima delle armi”. Vorrebbero in
poche parole la libera circolazione delle persone e dei beni che, in questo
caso, sono le armi. Qualora, per dannata ipotesi, l’Italia, devastata da cosche
mafiose e trafficanti d’ogni sorta, renda meno ristrettive le norme per la
concessione del porto d’armi correrebbe il rischio della deriva americana,
stabilirebbe di fatto la legge della giungla. Per avere, comunque, un’idea di
quanto siano “restrittive” le leggi relative alla libera circolazione delle armi
e sufficiente leggere uno studio lucido ed interessante condotto dai giornalisti
Michele Gambino e Luigi Grimaldi e pubblicato da “Editori Riuniti”, Roma,
novembre 1995. Un’EXA che quest’anno ha registrato, secondo dati ancora
ufficiosi, 34.700 visitatori (di cui 16.200 specializzati e 18.500 generici),
pur essendo aperta a tutti i ceti sociali, si rivolge nelle vendite
particolarmente ai plurimilionari. Un set di 4 fucili da caccia può costare fino
a 290.000.000 di lire ed un fucile da caccia si aggira dai 60 ai 75 milioni.
Armi per i ricchi e forse anche per poveri, così come caccia per ricchi
organizzata in grande stile in Sud Africa, nei Paesi dell’Est Europeo, in
America Latina e persino in Mongolia e caccia per poveri confinata sui monti
della VaI Trompia con primitivi archetti atti a sterminare peppole e fringuelli.
Quest’anno, ad esempio, le signorie della grande caccia ostentavano un leone
impagliato a testimonianza delle loro battute del Terzo Mondo del quale ci si
ricorda solo quando lo si deve depredare. Lasciando, per concludere, ai
collezionisti o ad irriducibili nostalgici i vecchi gingilli e cimeli
dell’armata nazista, non si può tollerare che una vasta produzione letteraria
sul nazismo venga esposta disinvolta-mente in una fiera che pretende di essere
una esposizione atta a non esaltare le armi “in quanto strumento di
offesa”. Vorremmo aver sbagliato sulle nostre ipotesi, vorremmo un giorno, e
quel giorno saremo felici di farlo, poter smentire tutto. Oggi, però,
esaltiamo la vita, la gioia, l’armonia tra tutte le componenti la biosfera.
Oggi, appunto, ci adoperiamo con tutte le nostre forze per scongiurare quanto
sopra da noi ipotizzato... E la terra sia un colloquio universale.
(*) Associazione Gandhi-King-Khan”
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LETTERA APERTA AGLI IMMIGRATI
Storie vere dall’altra sponda del Mediterraneo
di Alberto Trevisan
Carissimi amici dell’altra sponda. cari “vicini scomodi”, vi ringrazio delle
risposte che avete voluto dare a me, a tanti altri che Domenica 10 Dicembre a
Padova hanno accolto l'invito di sentire chi siete, da dove venite, insomma le
vostre “storie”. Mai nella nostra città, da quando la vostra presenza spesso
diventa ‘scomoda” o ingombrante. e sembra quasi impossibile coniugare
accoglienza, solidarietà. Diversità rispetto. mai ripeto. c’è stata una
occasione così vera, dove solo voi al tavolo della presidenza. senza nessuna
mediazione “nostrana”. vuoi di qualche politico o giornalista, avete comunicato
con grande tensione ciò che pensate di voi e di noi... La sala era piena di
gente bella, colorata, vestita con gli abiti delle vostre terre, attorniata di
amici, di parenti. anche dei vostri piccoli e bellissimi figli: siamo stati bene
insieme, e alla fine è stato ancora più bello passeggiare tra le piazze della
nostra città e salutarci tutti di fronte al Pedrocchi, con una bella foto
ricordo, non rituale, ma estremamente sentita e voluta da tutti noi, bianchi e
neri, uomini e donne, piccoli e grandi... Una grande emozione che deve essere
valorizzata al massimo ma che non può far dimenticare un grande vuoto, di sicuro
non giustificato: nessun uomo politico di rilievo che governa questa città
abbiamo visto in sala, nessuna televisione, nessun giornalista, nessun
fotografo. Certo era domenica, le TV non escono, gli uomini politici meritano il
giusto riposo ma perché allo stadio sì, ma perché a certe cerimonie rituali e
inutili, perché? Ecco l’impegno preso all’interno di questa straordinaria
assemblea dei popoli, una piccola Onu dei popoli e non dei Governi, di scrivere
ciò che ci avete detto con grande calore e con grande dignità. e anche di
fotografare chi siete, quasi a sostituire tante immagini che ogni giorno vi
vorrebbero dipinti veramente di nero.. Per questo ho cercato di annotare (non
conosco la stenografia. non avevo il registratore). di fotografare qualcuno di
voi: il frutto di questo piccolo impegno per la pace tra i popoli e le persone
lo affido a chi era assente quel giorno, magari senza colpa. ma comunque poco
attento ad una occasione così importante. Ho riletto quanto avevo annotato, e
anche se non ho ritrovato tutto quello che avevo ~ricevuto”, penso che le vostre
storie siano soprattutto storie vere, fatte di gioie e di dolori, e per nulla
diverse dalle nostre...
Le storie, i vostri “vissuti”, i vostri interrogativi.
eccole: Dalla Nigeria ero partito: quando sono venuto in Italia ero certo
che avrei riservato fiducia e rispetto per questo paese. Ma soprattutto
nell’italiano credevo di trovare una persona che poteva aiutarmi a creare un
futuro migliore. Sono partito dal mio paese dove ho lasciato la mia famiglia,
i miei amici, e tutto quello che avevo, anche se magari ai tuoi occhi era
poco. Perché tu mi fai sentire così diverso? Ma scusa, non sei tu che ti
metti tutte quelle creme per diventai-e abbronzato, per essere nero? Tu che mi
chiami, che scrivi sui muri, sui cassonetti delle immondizie, “sporco nero”,
spesso non ti fai la doccia per restare nero! Anche sul posto di lavoro, in
treno, in autobus o in luogo pubblico trovi difficile sederti vicino a me, ad
un nero, persino in Chiesa dove siamo tutti uguali! E quando vado in
Questura per rinnovare il permesso di soggiorno o per fare il visto di
reingresso o la pratica per ricongiungimento familiare, devo aspettare fuori,
che sia freddo, vento o pioggia, per tante ore. Poi quando vengo nel tuo ufficio
mi mandi avanti e indietro, facendomi perdere tante ore o giornate di lavoro, in
più mi fai fare tante carte, anche quelle che non servono! Alla fine mi dai
solo tre mesi di soggiorno, di reingresso e poi mi dici che sono Nigeriano!
Allora io ti ho chiesto è peccato essere un Nigeriano? Ricordi cosa mi hai
risposto? Mi hai offeso, mi hai detto che tutti i Nigeriani sono delinquenti.
Adesso basta con queste esagerazioni. E arrivato il momento di affrontare la
verità, devi ascoltare la mia storia. I delinquenti. tu sai bene chi sono, e non
devi per due o tre di loro continuare a far pagare a me e ad altri lavoratori
immigrati quello che non abbiamo mai fatto e che non abbiamo nessuna colpa. Noi
vogliamo i nostri diritti e ricordati che non dobbiamo aspettare la terza guerra
mondiale per avere quello che meritiamo. Come ho detto all’inizio avevo un
sogno venendo in Italia: ora quel sogno è diventato ancora più grande. Vorrei
arrivare ad un accordo con voi che abitate a Padova e noi immigrati, in maniera
che voi possiate conoscere bene le nostre idee, i tipi di cultura, modi di
vestire, i nostri piatti. le nostre lingue e che tipo di persone siamo noi
Dalla Romania sono arrivato, giovane per studiare: ora parlo bene l’italiano,
e molti non si accorgono nemmeno che sono straniero perché io la pelle nera non
ce l’ho! Credo nel diritto di tutti gli uomini, in particolare di noi giovani di
scegliere la libertà, di poter costruire un futuro migliore e per questo con
l’aiuto della mia famiglia, della famiglia che mi ospita, della scuola che qui
frequento. cerco la felicità! Non ho la faccia “brutta”, come spesso sento
dire di noi Rumeni. Polacchi. Bulgari, senza parlare degli amici
Albanesi: siamo come voi, dobbiamo e vogliamo essere tutti felici per quello
che la vita vorrà concederci, nel bene o nel male, ma comunque amici, ci siamo
anche noi.
Dalla Polonia sono partita, giovane, bionda e perché no! anche carina, volevo
continuare i miei studi di lingue straniere, per questo avevo scelto l’Italia,
anche se essere “polacca” in Italia è ormai sinonimo di ragazza “strada”: così
si dice sia in Polonia che in Italia, e questo è già per sé terribile! Sono
arrivata circa sei anni or sono: ho girato in lungo e in largo il vostro bel
paese. ho lavorato, sono stata sfruttata con lavori umili e pesanti, a volte ore
e ore per tutto il giorno senza neppure il diritto di un pasto, tanto ad ogni
mia lamentela c'era una sola risposta: se vuoi puoi guadagnare molto di più, sei
bella, sei giovane, sei “polacca”, perché non vai “in strada”? E così di paese
in paese, per sfuggire ad una facile ma terribile tentazione: neppure un prete
ebbe di meglio, se guardatami dall'alto in basso, alla fine la proposta era la
stessa, la sua “stanza” invece della “strada”... Ma qualcuno che crede al
rispetto, alla dignità della persona si trova sempre: fu così che delle suore,
delle vere sorelle, mi hanno ospitato nella loro piccola casa, non nei maestosi
conventi, magari vuoti, e poco a poco mi sono sentita “accolta” non più come
“polacca” ma come cittadina di un Paese diverso dal vostro, che si chiama
Polonia e di cui sono fiera. Ora sono qui a raccontarvi la mia storia, il mio
vissuto, i miei sentimenti, le mie paure ma anche la mia gioia di essere
riuscita a rimanere fuori dalla strada e insieme a voi, bianchi e neri, questo
non ha grande importanza, anche se forse oggi esseri neri è sicuramente più
difficile. Ma cari amici per essere stranieri dobbiamo essere amici tra di
noi stranieri, superare, colore della pelle, etnie, insomma rompere i muri che
ancora sono tra noi... solo dopo avremmo la forza di chiedere aiuto agli altri,
a loro, ai nostri amici italiani
e così tante altre storie, tutte belle, vive dal Marocco alla Tunisia,
dall’Iran all’Irak, dalla Palestina alla Bosnia.
Sono le storie di oltre duemila extracomunitari, immigrati che lavorano “in
regola” a Padova, che sono una risorsa economica per la nostra città e per la
nostra provincia, che fanno i lavori che noi non desideriamo più fare, che
vendono, certo anche senza permesso prodotti “regolarmente” usciti dalle nostre
fabbriche, dai nostri magazzini. E come non bastasse questi lavoratori
“regolari”, mai riceveranno un soldo di pensione di quello che “regolarmente”
versano: certo il Nord-Est appartiene anche a loro ma non porteranno quasi nulla
a casa, nei loro villaggi, nelle loro città, nei loro Paesi d’origine.
Sicuramente una società per essere civile, accogliente, a tutela di tutti, ha
bisogno di regole, di sicurezza: la delinquenza va stroncata, ma la certezza del
diritto deve valere per tutti, il diritto alla cittadinanza, al rispetto va
tutelato: insomma il diritto all’espulsione, oggi tanto invocato, non è un
diritto ma la negazione dello spirito della accoglienza e della
tolleranza. Certo le leggi ci sono, le regole le abbiamo delineate: ma allora
perché non le applichiamo come quella tutela i profughi dai territori della cx
Jugoslavia, che garantisce l’identità culturale delle minoranze e delle
popolazioni nomadi? Non vorrei che ci trovassimo nella condizione del
contadino di Kafka, quando ci descrive il contadino che arriva in città per
chiedere di poter entrare, bussa alla porta apposta creata per il suo ingresso
e, quando si decide di farlo entrare, il contadino non c’è più, è morto,
travolto dal destino, in attesa che qualcuno decida sulla regolarità o meno
della sua richiesta. Noi forse abbiamo le porte giuste, o non le apriamo in
tempo o non le vogliamo proprio aprire. Di una cosa sono certo: esiste il
rischio che i fratelli dell’altra sponda del Mediterraneo, più giovani, più
numerosi ci possano forse travolgere, ma non perché cattivi, ma solo perché
liberi di scegliere dove costruire il loro futuro....
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RECENSIONI
Alexander Langer, Dal Sud-Tirolo all’Europa, I Quaderni della Porta, Igs,
Bergamo, 1996, p. 50, L. 5000
Collaboravo con Alexander Langer a Bruxelles quando ricevette l’invito per
l’incontro presso il Centro “La Porta”. Ricordo che mi chiese qualche
informazione sulle iniziative e su chi le frequentava. Lo aggiornai
sommariamente, sottolineando in particolare il ruolo di “spazio aperto”, luogo
di dialogo a 360 gradi che La Porta rivestiva da tempo nella realtà bergarmasca.
Pur con l’agenda fittissima di impegni, istituzionali e “di movimento”, che
puntualmente si ritrovava, Alexander ebbe un motivo in più per accettare
quell’ulteriore invito. Era infatti questo tipo di iniziative culturali, a
suo modo un po’ “ei-etiche” rispetto alle varie chiese ideologiche, a stimolano
ed offigli un terreno (li confronto, che riteneva particolarmente costruttivo
perché capace di articolare insieme alle idee credibili proposte di azione.
Ricordate “pensare globalmente, agire localmente”? Era una delle sue
bussole. Del resto, l’attitudine al dialogo, innata ma anche pazientemente
coltivata, è stata una delle caratteristiche che più hanno segnato la storia
personale e politica di Alexander. Un’attitudine che metteva a proprio agio le
persone anche culturalmente e ideologica-mente lontane. La qualità del suo
ascolto e della sua attenzione non era di maniera. Tanto che quasi sempre, da
ogni colloquio, da ogni circostanza, riusciva a trarre (od offirire agli
interlocutori) spunti ed indicazioni perché quel tal discorso o iniziativa non
si arenassero un attimo dopo la conclusione dell’incontro. Ebbi modo di
verificarlo personalmente nell’esperienza del Club di Manaus, iniziativa alla
quale su sua spinta demmo vita dopo un convegno nella capitale amazzonica cui
partecipammo insieme. E questo ancor prima che l’Amazzonia diventasse di lì a
qualche mese una “priorità” mondiale sull’onda dell’emozione suscitata
dall’assassinio di Chico Mendes. Lo verificai soprattutto nel grande
investimento (in tutti i sensi) che puntualmente fece per sei anni nella
Campagna Nord-Sud in difesa dei popoli del Sud povero del pianeta e della
biosfera. Era sorprendente quanto Alexander Langer sapesse far sintesi in
positivo ed in modo realistico da ogni esperienza e da ogni confronto. Vorrei
dire - e ad una lettera attenta, lo attesta in modo esemplare anche la
conferenza trascritta - in lui era costantemente in azione un “buon senso” di
altissimo livello. Aveva la capacità, nelle varie situazioni, di trovare
soluzioni o possibili spiragli in positivo, convincenti. e con il minimo delle
forzature volontaristiche o idealistiche rispetto al contesto. Per questo il suo
era un “fare politica” ed un farla in modo non prevaricante. Un fare politica
che aveva come proprio orizzonte costante quella dimensione di convivialità.
baricentro del pensiero di un suo maestro e nel tempo interlocutore, Ivan
Illich. Ricordare tutto ciò è farsi volontariamente del male, di fronte ad
un’assenza irreparabile? Certo, il dolore c’è. E ci sarà sempre al pensiero di
come Alexander ha voluto imboccare da solo la sua strada definitiva. Ma resta
una sua traccia. Restano le sue tracce. Disseminate in abbondanza. E ben
impresse, non solo nella memoria. Esse hanno già delineato e potranno ancora
innescare nuovi percorsi di azione e di riflessione, e soprattutto un modo, un
metodo per affrontarli. Il costante riferimento di Alexander alla sua
biografia personale ci ricorda che l’uomo di idee che era, nasceva e si
alimentava di “prassi” e con questa costantemente si misurava. Una lezione
silenziosa, non arrogante ma certo non eludibile, di fronte ai molti, troppi
politici battutairi e mediatici che affollano senza merito (e dannosamente)
questo scorcio di crisi italiana. Ma è una lezione anche per chi - con
presunzione, ci mettiamo pure noi che lo abbiamo frequentato e gli abbiamo
voluto bene - ha l’ambizione di mettere insieme le proprie forze - con le
proprie capacità ed i propri limiti - per tentare di lasciai-e il mondo un po’
migliore di come lo ha trovato. Vorrei infine sottolineare due aspetti di
merito del discorso che Alexander fece alla Porta nel giugno del 1990. Il primo,
la lucidità con cui parlando di convivenza etnica e delle possibili soluzioni ai
conflitti di quella natura, di fatto previde con oltre un anno di anticipo sulla
sanguinosa esplosione della guerra il piano inclinato verso le pulizie etniche
che avrebbero stravolto i territori della ex Jugoslavia. Il secondo, il forte
riferimento europeo con l’accenno alla dimensione e vocazione specificamente
mediterranee dell’Italia nel contesto che si veniva delineando dopo l’allora
recente caduta del Muro di Berlino. Ed è interessante questa precisa
coscienza mediterranea presente in un uomo, per cultura e formazione proiettato
piuttosto verso l’Europa del Nord. E un indicazione preziosa da non lasciare
cadere. Il Mediterraneo come casa comune deve far crescere, anziché estirpare,
le esperienze di convivenza possibili e “sostenibili”. Sì, una casa comune. Non
una frontiera corazzata di un’insostenibile “fortezza Europa” che più di uno
vorrebbe. E i Balcani, con i loro tragici conflitti, sono il primo banco
concreto - là, anzi qui di fronte, in Adriatico - di prova di questa volontà
ed attenzione. Proprio qui Alexander aveva maggiormente proiettato le sue
energie ed intelligenza negli ultimi cinque anni. E. ne sono certo, per questo
una parte del suo cuore respira ancora in quella martoriata Tuzla che, se Dio
vorrà e con l’aiuto di altri uomini di buona volontà come lui, spera di
sottrarre la sua anima di piccola patria di molti popoli alla bufera di odio e
violenza che ha devastato la Bosnia.
Gabriele Colleoni
Forrest Carter, “Piccolo Albero”, Leonardo, Milano 1990, pp. 200,
L.14.000
“Piccolo Albero” è il protagonista di questo romanzo autobiografico che
racconta la storia di un bimbo di cinque anni, il quale, rimasto orfano di
entrambi i genitori, viene “adottato” dai nonni che vivono in una valle tra i
monti del Tennessee. La nonna (Ape Graziosa) è una indiana Cherokee, mentre il
nonno è mezzosangue scozzese, ma in tutto indiano. Il bimbo non ha difficoltà
ad integrarsi nella vita della valle. Guidato dall’esperta mano dei nonni,
Piccolo Albero (così viene ribattezzato il nipote) impara rapidamente a
riconoscere le piante, le erbe e le radici. Impara a cacciare, riconoscendo il
tempo giusto ed individuando quali e quanti animali si possono prendere. Impara
a riconoscere le stagioni e i cicli di Mon-o-lah (Madre Terra). Impara anche a
giocare con la Natura: riconosce il canto degli uccelli ed il loro significato,
impara a comunicare con i cani e ne stimola l’eterna competizione con la volpe,
pesca a mani nude nel torrente. Ma il romanzo non è il racconto di un
semplice processo di inculturazione. Lo sforzo educativo dei nonni, nella loro
leggerezza, è sempre volto ad indurre in Piccolo Albero il desiderio di
conoscere le relazioni che regolano la vita ed intorno ad esse costruire la
propria identità di uomo maturo. La sapienza ha il primato sulla conoscenza:
così Ape Graziosa non dimentica di educare la mente corporea di Piccolo Albero,
istruendolo alla lettura, ma non permette questa mente utilitaristica, egoistica
prevalga sulla “mente dello spirito”. Allo stesso modo il nonno provvede ad
insegnare un mestiere a Piccolo Albero. Non un lavoro. ma un’arte nella quale è
richiesta la stretta collaborazione di mani, mente e cuore affinché il risultato
sia perfetto. Che poi mestiere consista nella distillazione clandestina di
Whiskey di mais in epoca proibizionista aggiunge solo un tocco di comicità alla
vicenda. Resta il fatto che il nonno è il miglior distillatore di Whiskey di
mais della regione. Egli ne produce solo 11 galloni mese: 2 per sé e 9 che,
rivenduti all’emporio, danno quel tanto di che vivere alla famiglia. Piccolo
Albero conosce John Salice, un anziano Cherokee che vive in una valle vicina. I
quattro si incontrano ogni domenica alla chiesa che si trova a metà strada. Agli
occhi di Piccolo Albero, John Salice è l’incarnazione della sapienza Cherokee.
Il dolore per la diaspora della propria gente non ha intaccato la fierezza di
questo uomo la cui figura contrasta con quella ipocrita, allucinata e
bacchettona del pastore e degli altri “cristiani”, abituali frequentatori della
chiesa. I “cristiani” considerano gli indiani stregua di pagani, destinati senza
speranza al fuoco eterno. Dal canto loro i quattro Cherokee si sentono
“tecnicamente” fuori dalla questione salvezza, ma coltivano spiritualità
infinitamente più viva dei “cristiani”. L'unico uomo uomo bianco che ha una
relazione non formale con la famiglia di Piccolo Albero è il signor Wine, un
anziano e smemorato venditore ambulante ebreo che insegna l'aritmetica al
giovane indiano, ma soprattutto ad entrare in comunione con gli effetti lontani.
E quando verrà il momento di intonare il proprio “canto di transito”, ovvero si
preparerà a lasciare questa vita, la smemoratezza dell’anziano ebreo, non gli
impedirà di lasciare un ricordo a ciascuno dei suoi amiciindiani. “Piccolo
Albero” è un bel romanzo, semplic ma elegante e profondo, che regala momenti
commoventi ed esilaranti, non solo per le vicende in sé narrate, ma soprattutto
per il contrasto che continuamente emerge tra la vita armonica dei nativi e
quella e complessata dei bianchi. C’è qualche volta indignazione, mai rancore
per i bianchi. L’identità dell’uomo rosso è così forte, così legata alla Natura
da apparire impermeabile a tutto ciò che è transitorio, come è di gran parte
della cultura dell’uomo bianco. Nessuno di noi lettori urbani ha avuto la
fortuna di ricevere l’educazione di Piccolo Albero, né di ereditare direttamente
l’antica sapienza dei nativi. ma possiamo coglierne il messaggio e tentare di
renderlo, come dice il signor Wine, più moderno, senza cambiarne la
sostanza.
Giuseppe Barbiero
Quaderni della rete di formazione alla nonviolenza, “Anch’io a Sarajevo”,
“L’esperimento di Boves - Un sociodramma/test per la difesa popolare
nonviolenta”, Satyagraha Editrice, Torino 1995, L.10.000 e L.15.000
Sicuramente uno degli eventi più significativi . desiderati e attesi del
1995, pur considerando rischi e incognite di una pace tutta da verificare, è
stata la fine dell’assedio di Sarajevo; e proprio sul finire del 1995 esce,
presso Satyagraha editrice (Torino), il secondo numero della collana “Quaderni
della Rete di Formazione alla Nonviolenza (RFN)”, “Anch’io a Sarajevo . Già dal
sottotitolo, L’intervento formativo della RFN, è possibile capire il senso di
queste agili cento pagine: ma leggiamo ciò che scrive nell’introduzione Enrico
Euli (curatore della collana e, con Sabina Eandi, del Quaderno): “Il testo si
pone l’obiettivo di ricostruire la piccola memoria di un grande avvenimento: la
spedizione pacifista e nonviolenta a Sarajevo, da “Beati i costruttori di pace”,
partita da Ancona il 7 Dicembre del 1992 e qui conclusasi sei giorni dopo.” Tale
ricostruzione è stata effettuata da un osservatorio particolare: alla RFN venne
difatti affidata la formazione dei partecipanti alla marcia.
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