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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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Un convegno “umile e alto” per la nonviolenza
politica
Di Mao Valpiana
Nei giorni 5, 6 e 7 maggio si è svolto a Firenze il Convegno “Nonviolenza e
politica” promosso dal Movimento Nonviolento. Il Convegno si è inserito nel
percorso iniziato con la Marcia Perugia-Assisi “Mai più eserciti e guerre” del
2000, proseguito con la camminata Assisi-Gubbio “In cammino per la nonviolenza”
del 2003, e poi con il Congresso di Gubbio “Nonviolenza è politica” del 2004.
L'iniziativa è nata dalla necessità di una nuova politica: quella che cresce
dal basso, unica a legittimare quella delle istituzioni. L’orizzonte è quello
indicato da Aldo Capitini: il “potere di tutti”, concetto che annuncia e supera
quello oggi tanto citato di “democrazia partecipata”. E' stata scelta
Firenze come sede del convegno proprio per l'importanza che la città ha avuto
nella storia della nonviolenza italiana: da Giorgio La Pira ad Alexander Langer,
da Padre Ernesto Balducci a Don Lorenzo Milani, dalla rivista “Il Ponte” al
Centro di Orientamento Sociale (COS) di Aldo Capitini. Proprio i COS furono una
esperienza breve, ma intensissima, nell'Italia appena uscita da un ventennio di
dittatura e una guerra devastante: erano assemblee dove i cittadini potevano
parlare in libertà, senza alcuna distinzione di ceto o di cultura, di ogni
argomento possibile. Una esperienza che conserva intatto la sua importanza
ancora oggi. I temi affrontati sono stati molti: dalle campagne per il
disarmo ai corpi civili di pace, dall’opposizione al nucleare civile e militare
alle campagne ecologiste contro le antenne, dal movimento No-Tav all’educazione
alla pace, dalla scuola all’informazione, e altro ancora. Il metodo di lavoro è
stato quello dei Cos: ascoltare e parlare. Esperienze, idee e proposte sono
state presentate da 30 interventi che si sono susseguiti mattina e pomeriggio,
in un clima di grande interesse ed accoglienza. Nella mattina l’attenzione si è
concentrata su “nonviolenza e politica: partiti e istituzioni”, mentre il
pomeriggio è stato dedicato a “nonviolenza e politica: movimenti e alternative”.
Nel convegno, frequentato da un centinaio di persone, ampio spazio ha trovato il
confronto fra tante iniziative concrete che sono cresciute in questi anni, per
riconoscere e rafforzare le radici storiche, e per costruire nuovi momenti
comuni di iniziative di movimento. Indubbiamente la politica ha bisogno di
essere ripensata, e non da oggi, e noi siamo convinti che la nonviolenza sia la
strada giusta anche per la rigenerazione della politica. La domenica si è
svolta la camminata (come una “processione” laica) in città, variopinta dalle
bandiere della nonviolenza, per visitare luoghi della nonviolenza, partendo da
Palazzo Vecchio, dove lavorarono Giorgio La Pira e Enriquez Agnoletti, in Piazza
della Signoria, luogo storico della democrazia a Firenze; la prima sosta è stata
alla Chiesa evangelica metodista in via de’ Benci, dove abbiamo ricordato la
figura di Ferdinando Tartaglia, poeta e religioso, animatore con Capitini dei
Centri di Orientamento Religioso. Poi ci si è soffermati in Piazza Santa Croce,
alla cappella dei Pazzi, luogo a lui caro, per rivolgere un pensiero ad
Alexander Langer, morto a Firenze, dove sognava di fondare una università per la
pace. La terza tappa è stata in via Oriuolo, dove Isabella Horn, ha ricordato la
figura di suo marito, Pio Baldelli, amico e collaboratore di Capitini. In piazza
San Marco siamo stati ospitati nella sede della Fondazione dedicata a Giorgio La
Pira, indimenticabile sindaco della città. Accolti nella Chiesa di San
Giovannino degli Scolopi in via Martelli, dove egli predicò, abbiamo omaggiato
padre Ernesto Balducci. La conclusione della camminata è stata davanti al
Palagio di Parte Guelfa, sede del primo Centro di Orientamento Sociale a
Firenze. La camminata, conviviale e sobria, è stata apprezzata da tutti i
partecipanti ed è stata una vera e propria “assemblea itinerante”. Il
convegno fiorentino del Movimento Nonviolento è stato un utile confronto comune
sulle proposte di una politica nonviolenta e di una nonviolenza politica.
Omnicrazia. Patate e ideali. Ascoltare e parlare. Conoscere, discutere,
agire Nonviolenza e controllo dal basso per superare il militarismo e la
burocrazia
Può essere che la democrazia per il suo sviluppo chieda alle persone maggiori
garanzie di quelle che chiede ora: una garanzia sarebbe l’apertura alla
compresenza di tutti. Aldo Capitini
La democrazia appare sotto assedio. Un pugno di manager di immense
multinazionali fanno e disfano quello che vogliono. Gli altri miliardi di uomini
sono complici o schiavi. Se si rifiutano, nella migliore delle ipotesi, sono
emarginati e non contano niente. Questa era la previsione di Lelio Basso, un
trentennio fa. Pare avverata. Gli stati contano sempre meno. Le organizzazioni
internazionali, a cominciare dall'Onu, sono screditate. In grave difficoltà
appare la stessa Unione Europea. Gli stati "democratici" sembrano differenziarsi
dagli altri per una minor ferocia verso i propri cittadini e per la volontà di
esportare "democrazia", consistente unicamente in rituali elettorali e nel
rispetto delle multinazionali. Contrastare questo processo non è semplice. Uno
stimolo ci può venire da Aldo Capitini e dalla sua omnicrazia. E' una strana
parola per indicare democrazia diretta e consiliare, potere di tutti e di
ciascuno, inventata da Capitini negli anni del dopoguerra e riproposta,
nell'azione e con scritti teorici, fino agli ultimi giorni. La riforma religiosa
e la rivoluzione nonviolenta, che avrebbero dovuto realizzarla, non sono in
vista. Capitini ne era consapevole: non voglio dire affatto che proprio le mie
proposte religiose e politiche troveranno chi le farà proprie e le svolgerà.
Tutt'altro che questo! Così annotava infatti nel suo ultimo scritto Attraverso
due terzi di secolo, che si conclude così: Questa unità o parte interna di
tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità pura, il loro "puro dopo" la
finitezza e tante angustie, l'ho chiamata la compresenza. Anche senza la
persuasione capitiniana nella compresenza si può però, con Edgard Morin,
condividere la necessità di conoscere la condizione umana - l'unità complessa
della sua natura, fisica, biologica, psichica, culturale, sociale, storica - e
il legame indissolubile tra l'unità e la diversità di tutto ciò che è umano.
La proposta di Capitini merita di essere ricordata come aggiunta possibile e
necessaria allo stato democratico, costituzionale, in crisi nei suoi elementi
costitutivi di pluralismo politico, sociale, informativo e nella sua tensione
alla costruzione di ordinamenti superiori, che ne regolino i rapporti esterni.
Non si contrappone alla democrazia rappresentativa, fondata sullo spirito
critico, della quale afferma il progresso rispetto alle società militare e
religiosa, fondate su obbedienza pronta e cieca e su formazione alla fede. Se
finalità dello Stato democratico pluralista è l'inclusione nel circuito politico
istituzionale del massimo numero possibile di gruppi, interessi, idee, valori
presenti nella comunità l'omnicrazia, che è inclusione di tutti, ne appare il
compimento. E' assieme adempimento della solenne promessa che, nella nostra
Costituzione, è ben formulata all’articolo 3. Tutti i cittadini hanno pari
dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di
razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e
sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine
economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei
cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e
sociale del Paese. Possiamo esaminare più da vicino la proposta secondo cinque
direttrici fondamentali.
Il ripudio della guerra Il rifiuto della guerra è la condizione
preliminare per un nuovo orientamento. Aldo Capitini Se lo Stato appare in
crisi quanto alla sua connotazione democratica non lo è per l'aspetto militare.
Anzi la sua capacità offensiva, da solo o in bellicose alleanze, è la principale
e decisiva misura del suo peso, del suo ruolo internazionale. La guerra è
tornata ad essere normale, e micidiale, elemento della politica. Il crollo
dell'ex Unione sovietica, nel cui atteggiamento l'Occidente ha per anni indicato
l'impossibilità di un virtuoso funzionamento dell'ONU, non ha portato a rapporti
tra gli Stati regolati dal diritto anziché dalla forza. L'attacco della Carta
costitutiva Noi popoli delle Nazioni unite, decisi a salvare le future
generazioni dal flagello della guerra... non trova conseguente traduzione
pratica. Addirittura i Diritti umani, universalmente dichiarati, sono presi
a pretesto delle guerre condotte dai paesi più ricchi, potenti e democratici nei
confronti dei paesi più poveri, deboli e autoritari. Nel nostro Paese nessuna
applicazione si dà al disposto costituzionale che ripudia la guerra. La Chiesa
stessa, nella sua gerarchia, (attenta al diritto alla vita quando si tratti di
un embrione o di "vivente" per artifici tecnici, magari sofferente e senza
alcuna coscienza) si è ritratta, nonostante la bella formulazione contenuta nel
catechismo per gli adulti, dalla solenne proclamazione della Pacem in terris.
Qua re aetate hac nostra, quae vi atomica gloriatur, alienum est a ratione,
bellum iam aptum ad violata iura sarcienda. Se è irragionevole pensare che in
questa era atomica (nel frattempo le armi di distruzione di massa si sono
arricchite di nuovi orrori) la guerra possa essere usata come strumento di
giustizia bisogna riconoscere che la sua pratica distrugge ogni diritto, che non
sia ulteriore arma nelle mani dei potenti, e, certamente, ogni giustizia. La
giustizia, ricorda Gustavo Zagrebelsky, ha come fondamento minimo il rifiuto
dell'ingiustizia, che è, tipicamente, la sofferenza inferta agli innocenti,
esito sicuro della guerra. Perciò il rifiuto della guerra è necessario
preliminare per una convivenza civile. Il suo ripudio è cosa da praticare e non
vuotamente proclamare. E' quindi il primo terreno sul quale impegnarsi, così
come il diritto alla vita è condizione per tutti gli altri diritti. Corpi civili
di pace, difesa popolare nonviolenta, diplomazia dal basso sono elementi di
costruzione di un intervento per i diritti umani non affidato a carneficine di
massa. In questa direzione va la proposta del Movimento Nonviolento di ridurre
le spese militari del 5% annuo progressivo, per finanziare forme di intervento e
difesa nonviolenta, quali i Corpi Civili di Pace; usare il denaro così
risparmiato, per adottare, magari attraverso il Ministero per la Pace, una
rigorosa politica costituzionale di ripudio effettivo della guerra; ritirare i
militari italiani da ogni teatro di occupazione e guerra; espellere dall’Italia
le bombe nucleari presenti nelle basi Usa; ripristinare e rafforzare la legge
185, limitativa del commercio delle armi. Mentre la guerra, come osserva
Giuliano Pontara, non ha mai trovato positiva applicazione nella tutela dei
diritti umani, invocati a sua giustificazione, né appare scongiurata la
prospettiva di una catastrofe nucleare, costituiscono invece esiti certi della
guerra i massacri su scala industriale, la violazione dei diritti degli
innocenti, presenti e futuri, per gli strascichi letali a lungo termine delle
armi impiegate, l'alimento a nuove guerre e alla loro escalation, il
rafforzamento del complesso militare industriale, alimentato ed alimentante la
guerra, l'avvvio ed il sostegno a processi di deumanizzazione (genocidi e
simili). Occorre al contrario, condividendo il pensiero di Edgard Morin,
insegnare ed apprendere l'identità terrestre, il complesso della crisi
planetaria, nella quale ci troviamo, per cui tutti gli umani, ormai alle prese
con i medesimi problemi di vita e di morte, vivono una medesima comunità di
destino, che lo scannarsi reciproco non può in alcun modo migliorare. E' l'uomo
planetario del quale già ci parlava Ernesto Balducci.Controllo dal
basso Nonviolenza e controllo dal basso per superare il militarismo e la
burocrazia. Aldo Capitini L'impotenza di fronte alla guerra, la complessità
del vivere associato, l'enormità dei problemi percepiti, la fondata sensazione
della propria scarsissima influenza aiuta la passività, l'apatia dei cittadini,
spettatori (meglio telespettatori) di vicende politiche di difficile
comprensione. Alle scadenze istituzionali si assiste a un risveglio, più o meno
accentuato, secondo le stimolazioni ricevute, che si traduce in voto. Molto
efficaci si rivelano gli stimoli elementari e ripetuti, che non impegnano
capacità critiche, ma si affidano a riflessi, più o meno, condizionati. Si
assiste però a risvegli collettivi quando nei pressi di casa le amministrazioni
vogliano depositare cose o persone sgradevoli: scorie, inceneritori, nomadi,
immigrati... Nascono comitati, che non solo si oppongono, ma suggeriscono usi
creativi dei siti, dei quali si scoprono valori e bellezze fino a quel momento
sconosciuti. Amministratori avveduti cercano di evitare queste opposizioni - si
verificano sempre e sono sempre inaspettate - attraverso procedure di
partecipazione e coinvolgimento: VIA ben fatte, Agende 21, piani sociosanitari,
urbanistica, bilanci, e quant'altro, partecipati, pratiche innovative, importate
dall'America o dal Nord Europa, focus group, citizen jury, planning cells,
consensus conference, open space... Non è detto che la cosa funzioni: quando li
chiami i cittadini non vengono, ma si fanno puntualmente vivi quando gli
amministratori non ne sentono il bisogno. Nell'immediato dopoguerra si
colloca la straordinaria esperienza dei Centri di Orientamento Sociale, promossi
da Capitini e da un ristretto gruppo di amici, che ebbe tuttavia significativa
diffusione e risonanza, nonostante il modestissimo e periferico sostegno
ricevuto dalle forze politiche e sindacali e dalle istituzioni. E' proprio il
luogo del controllo dal basso sull'operare delle istituzioni. Ci si va per
ascoltare e parlare, non l'uno senza l'altro. Chi può parlare ascolta più
profondamente, diceva Capitini. E' un'esperienza che non supera le elezioni del
'48. Chi oggi la rivisita vi trova ricchezza di ispirazioni, confronto su
problemi etici, suggerimenti all'assemblea costituente, esperimenti di
democrazia partecipata, anticipazione di questioni emerse decenni più tardi,
buone pratiche di cittadinanza... Non è stata questa la strada imboccata e
sostenuta da partiti, sindacati, formazioni religiose e sociali poco
interessati, quando non ostili, alla formazione di cittadini, di lavoratori,
competenti e consapevoli, capaci di esprimere direttamente, nel confronto in
appropriate assemblee, il proprio orientamento o di scegliere, quando
necessario, propri rappresentanti. Pensava Capitini a Cos non solo diffusi sul
territorio (in ogni parrocchia), ma in ogni istituzione, dalla fabbrica, alla
scuola, all'ospedale, al carcere. Una democrazia consiliare, che almeno
affiancasse il sistema dei partiti, che si veniva affermando, garantendo
circolazione di proposte e di esperienze. E' questo un terreno di impegno
per il nostro piccolo movimento e per chi vorrà con noi praticarlo. Un maestro
liberale, Luigi Einaudi, indicava come corretto percorso del governare
conoscere, discutere, agire. Non è detto che il percorso sia sempre questo. Il
punto di partenza può variare: l'importante è che questi elementi siano il più
possibile collegati ed, alla fine, compresenti ed includenti. E' la base perché
la democrazia sia di tutti e non democrazia di amministrazione, come la chiamava
Capitini, diventata nel frattempo di cattiva, se non pessima e corrotta,
amministrazione. Per dirla con Totò è la scelta tra essere uomini o caporali e
come tali rapportarsi e dar vita a congruenti istituzioni. Il lavoro per lo
sviluppo e la qualificazione del controllo dal basso, da parte di chi è
coinvolto nelle decisioni di ogni ente, pubblico o privato, ad ogni livello è un
passo ineludibile. E' anche occasione di apprendimento condiviso di altri
saperi, che Morin indica come essenziali per stare decentemente nel tempo che ci
è dato: riconoscere l'errore e l'illusione, che accompagnano la nostra
conoscenza, acquisire principi di una conoscenza pertinente, che colga i
problemi globali e fondamentali e sappia inserirvi le conoscenze parziali e
locali. Il pensiero va a Alexander Langer e ancora a Capitini. Nei Cos si parla
di patate e ideali. E' questo un elemento della sua forza: il Cos è umile e
alto.
Metodo nonviolento Bisogna prepararci tutti al potere per il bene di
tutti, cioè per la loro libertà, per il loro benessere per il loro sviluppo.
Aldo Capitini Si tratta dunque di aggiungere al metodo democratico il metodo
nonviolento, a partire dal controllo dal basso per la difesa e lo sviluppo della
democrazia. Questa aggiunta può e deve farsi ovunque: nelle lotte politiche,
sociali, economiche. Solo così la riforma delle corrispondenti istituzioni può
accompagnarsi ad un positivo mutamento delle persone. E' la sola speranza di un
futuro migliore. Già lo scriveva Condorcet: progresso è eguaglianza tra popoli
di paesi diversi, eguaglianza tra le persone all'interno dello stesso paese,
perfezionamento del genere umano. Di metodo, non di sole tecniche, si
tratta. Il boicottaggio, strumento classico delle lotte nonviolente, dei negozi
degli ebrei precedette e preparò la notte dei cristalli e i forni crematori.
L'ispirazione nonviolenta - cioè l'apertura all'esistenza, alla libertà, allo
sviluppo di ogni essere - è necessaria. E' apertura contro chiusura, apertura ai
singoli tu fino all'apertura alla realtà di tutti, diceva Capitini. Non è così
lontano un altro dei saperi necessari indicati da Morin: La mutua comprensione
tra umani, sia vicini sia stranieri, è ormai vitale affinché le relazioni umane
escano dal loro barbaro stato di incomprensione. E' un saper indispensabile a
chi opera nelle istituzioni, come a chi opera nei movimenti. Al metodo
nonviolento conduce anche la consapevolezza della nostra fallibilità e lo stesso
principio di precauzione. Può condurvi tutt'altro che l'amore. La nonviolenza è
arte che si può apprendere per fare di ogni agire politico, dal più complesso al
più elementare, un'opera d'arte. Già l'avevano scritto i ragazzi di don Milani:
Così abbiamo capito cos'è l'arte. E' voler male a qualcuno o a qualche cosa.
Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare dagli amici in un paziente lavoro di
squadra. Pian piano viene fuori quello che di vero c'è sotto l'odio. Nasce
l'opera d'arte, una mano tesa al nemico perché cambi. Non c'è un nemico da
sopprimere, da sconfiggere, da mettere sotto. C'è una violenza agita in diverse
forme, incorporata nelle strutture e giustificata dalla cultura, che vogliamo
far cessare, una relazione ingiusta e dolorosa che vogliamo cambiare. Dobbiamo
essere pronti ad assumere i sacrifici che un'azione a ciò rivolta
necessariamente comporta, per liberarci da un condizionamento nel quale viviamo
e del quale avvertiamo l'insopportabilità ed aiutare anche gli altri a farlo
assieme a noi. I nostri avversari resisteranno e attaccheranno duramente, quanto
più convinti sono di difendere la posizione migliore, se non l'unica realistica
e possibile. Occorre anche di questo tener conto. Perciò è necessario che
l'azione degli amici della nonviolenza si fondi sulla massima obiettività
nell'analisi dei problemi; non nasconda i propri punti deboli; li affronti nel
modo più trasparente possibile, sotto il controllo dei partecipanti. Miri ad un
programma costruttivo che allarghi la partecipazione e proponga la
collaborazione delle parti in conflitto. Di qui ancora la necessità di
un’attenta considerazione dei mezzi di lotta impiegati. Se ci opponiamo ad una
situazione, che percepiamo come di violenza nei suoi vari aspetti (strutturale,
culturale, diretta) primo obiettivo sarà non alimentarla. La graduazione dei
mezzi impiegati, l'attenzione agli effetti prodotti sugli avversari e
sull'opinione in generale è una modalità che tende a rendere le parti, la nostra
inclusa, più attente e competenti nella conduzione. Mira a trasformare il
conflitto evitandone la distruttività e favorendone il miglior esito per tutte
le parti. Fonda la politica, come già quarant'anni fa la indicavano i ragazzi di
Barbiana: il problema degli altri è eguale al mio. Uscirne tutti insieme è la
politica. Sortirne da soli è l'avarizia.
Il centro per l'innovazione della politica Per trasformare la democrazia
in omnicrazia vi sono due elementi: le assemblee e l'opinione pubblica. Aldo
Capitini Sentiamo come compito nostro contribuire a costruire luoghi e
modalità che consentano ai cittadini di pensare la politica e, con procedure
decenti, determinarla, anche scegliendo i propri rappresentanti nelle diverse
istituzioni. Occorre almeno integrare, se non radicalmente mutare e sostituire i
partiti, che a tale compito male assolvono, ammesso che se lo pongano. Nelle
ultime elezioni, ancor più che per il passato e in modo più esplicito, un pugno
di segretari di partiti (della cui democrazia interna meglio non parlare) hanno
deciso la composizione del nuovo parlamento e cioè coloro che dovrebbero
rappresentare i cittadini. Impossibile riconoscere, nel modo di essere e di
agire dei partiti, la previsione della Costituzione. Art.49: Tutti i cittadini
hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo
democratico a determinare la politica nazionale. Non si tratta di
contrapporre democrazia diretta a democrazia rappresentativa. Si tratta di
fondare (o rifondare) le basi di una democrazia decente. Giovanni Sartori, che
vede un rischio in ogni tentativo di massimizzare una democrazia incerta del suo
futuro, la caratterizza secondo tre coordinate fondamentali: 1 governo di
ideali, alimentato e arricchito da ideali: 2 un governo di idee (ideocrazia),
per dire che deve essere ragionata e capita; 3 un governo di opinione, e cioè
fondato su opinione e consenso dei cittadini. E' una visione sulla quale si può
concordare, ma che è una severa condanna per la democrazia che viviamo. In essa
questi elementi sono, con tutta evidenza, assenti da tempo. Gli uomini della
politica (vi sono fortunatamente eccezioni, forse più numerose tra le donne) non
sembrano mossi da grandi ideali, né interessati ad un'ideocrazia (piuttosto al
suo rovescio che è la videocrazia) né al formarsi di un consenso informato e di
un'opinione pubblica, potenzialmente scomodi. Stanno piuttosto bene nei loro
privilegi. Qualcuno, incontentabile, li chiama pane e cicoria. Sono privilegi
minimi, d'accordo, se paragonati a quelli di chi condanna il teatrino della
politica, quando rilutta a rappresentare il suo musical preferito. La politica
immota, richiusa su se stessa, marcisce. Occorre altro. Il centro è aperto al
mondo circostante, non delimita e chiude la sua azione, non registra ciò che
riceve, va oltre gli iscritti, gli iniziati, i battezzati, gli aderenti, i
fruenti delle stesse idee e degli stessi beni. Al posto della società
circoscritta che esclude trova posto il centro che dà e non sa più dove
arriveranno le onde che partono da esso. Il pensiero torna ai Centri di
orientamento sociale, all'esperienza consiliare, dove potere e sapere stanno
assieme. E' un'indicazione che può dar vita a strutture non effimere,
articolarsi in procedure. E' avvenuto in passato, quando ancora i sindacati non
fornivano magari sindaci e presidenti, ma cercavano nuovi istituti,
sperimentavano lotte ed organizzazione, partendo dai gruppi omogenei di base. E'
la condizione per affrontare il mare di incertezza nel quale ci troviamo (un
altro dei saperi indispensabili secondo Morin). Vi sono donne e uomini, nei
partiti, nelle istituzioni che avvertono tutta la pochezza di una visione
aziendale, che ha conquistato ogni luogo e che al più si ripromette di fare del
cittadino un cliente, che ha sempre ragione (di quella ragione che si concede,
appunto, a chi non ragiona). Vi sono donne e uomini impegnati, come si dice, nel
sociale che ne avvertono i limiti. Vi sono ancora cittadini che sentono
l'incompletezza di una vita, che non passi per la vita pubblica, che non si
rassegnano ad essere clienti. I clienti sono persone che dipendono e sono
controllate da chi li aiuta e li guida. I clienti sono persone che concepiscono
la propria esistenza in funzione delle proprie carenze, persone che aspettano
che altri agiscano per loro conto. I cittadini sono invece persone che capiscono
i propri problemi. I cittadini avvertono che esiste un legame tra loro e credono
nella loro capacità di agire. I buoni clienti sono cattivi cittadini, scrivono
Osborne e Gaebler in Dirigere e governare.
Nuova socialità per la comunità aperta L'apertura alla compresenza, la
persuasione di un'interdipendenza infinita, eterna perché crescente tra tutti
gli esseri che mai sono stati, che sono e che saranno. Aldo Capitini L'ultimo
dei saperi, che Morin indica come indispensabili per entrare nel XXI secolo, è
l'etica del genere umano, che non si insegna con lezioni di morale. Muove dalla
coscienza di essere sia individuo, che parte di una società, che di una specie.
Promuove le azioni politiche e le forme giuridiche che mirano alla realizzazione
della cittadinanza terrestre. Segni di quanto questa necessità sia avvertita non
mancano. I vari Forum, più o meno sociali che si svolgono in giro per il mondo
(con tutti i loro limiti), lo testimoniano. Ma è importante anche rispondere in
modo adeguato alla frana delle istituzioni democratiche, che da vicino ci
minaccia. Il pensiero va al referendum costituzionale che deve bocciare
l'attacco portato alla Costituzione. Anche in questo caso si tratta dell'esito
ultimo di un processo le cui responsabilità riguardano l'intero ceto politico e
una popolazione priva di una decente educazione civica. Si inscrive in un
mutamento epocale, del quale Marco Revelli ci parla ne La politica perduta.
Meglio di molti politologi ha descritto questo tipo di processi Emily
Dickinson:
Sgretolarsi non è un evento istantaneo o una cesura
fondamentale i processi di dilapidazione sono deperimenti sistematici.
E' dapprima una ragnatela dell'anima una pellicola di polvere un
insetto che scava nella trave una ruggine degli elementi. La rovina è
metodica - consecutivo e lento è il lavoro del diavolo - cadere in un
istante, a nessuno è successo scivolare - è la legge del
crollo.
Gli strumenti tradizionali della politica non hanno saputo
vedere i segnali di questa frana, tuttora in corso a vari livelli (statale,
infrastatale e sovrastatale). Occorre una nuova socialità, capace di cogliere
per tempo i segni delle crisi e di affrontarle, ai livelli e nei campi in cui si
manifestano. Questa socialità non si produce spontaneamente. Va alimentata
quotidianamente facendosi Centro, come suggeriva Capitini, a partire dalla
singola persona, dal piccolo gruppo, per giungere ai contatti più vasti.
L'attenzione va alle forme istituzionali, alle attività produttive,
all'ambiente, in cui si scarica l'incapacità di dare soluzioni non distruttive
ai nostri conflitti, alla soddisfazione dei nostri bisogni, al nostro vivere
associato. L'individuo si trova in gruppi di condizionamenti, che per
semplificazione abbiamo ridotto a tre: lo Stato, l'Impresa, la Natura scriveva
Capitini. La costruzione del potere di tutti si confronta con questi ambiti, a
tutti i livelli, per farne luoghi di liberazione e non di oppressione. Si misura
quindi nella capacità di trasformare i conflitti, nelle esperienze di
pianificazione dal basso, nelle varie forme di democrazia inclusiva, nel dare
dignità e sicurezza a chi lavora e a chi lavorare non può ancora o più,
nell'impostare un rapporto con la Natura più maturo e responsabile... Non
mancano, nel mondo e nel nostro paese, persone che su questa strada si sono
messi e, fortunatamente, ci precedono. Non è persa la speranza che qualcuno un
giorno dica, come Capitini si augurava, Ieri eravamo violenti.
Il femminismo, elemento centrale della nonviolenza
Io sento molto forte l’urgenza di fare qualcosa per cambiare le cose per come
stanno andando, ma al tempo stesso so che quando c’è un’urgenza bisogna essere
lenti. Ciò di cui avremmo più bisogno sarebbe: distendere in un tempo ristretto
un ragionamento calmo. Per esempio, noi donne elette, che siamo riunite in un
comitato, siamo state già sorpassate dalle decisioni che sono state prese
rapidamente da quelli che si sono subito insediati perchè sono attaccati al loro
potere. Per non parlare della possibilità di portare in parlamento le
rivendicazioni ecco ad esempio venute fuori in una giornata come oggi. Arriva
sempre tutto troppo tardi. E ci ritroviamo a fare i giochi di risulta. Mentre
invece ciò che più servirebbe è avere la forza di dire: “no fermiamoci un
momento, più che di andare veloce adesso serve mantenere una relazione molto
fervida tra rappresentanze e rappresentati/e”. Bisogna fermare il vorticoso moto
della politica, rallentare i tempi per fare spazio alla democrazia perchè se no
ci troviamo sempre di fronte al fatto che altri, che avevano la legittimità di
farlo, hanno preso le decisioni... [....] Sulla necessità che i movimenti si
autofinanzino io ho un atteggiamento duplice, ma mi sembra importante non
rimanere sempre in una marginale posizione sacrificale, una nobile testimonianza
che forse passerà alla storia, ma non la modificherà. [...] I movimenti
dovrebbero chiedere un’interlocuzione alla pari con i partiti di riferimento. Ad
esempio, è stato detto che il programma dell’Unione è stato scritto con il
metodo del consenso, ma è necessario che i movimenti facciano chiarezza sulle
proprie posizioni, anche forzandole perchè emergano e in maniera chiara.
Soprattutto è necessario superare un linguaggio troppo generico. Non basta dire
“superamento di una determinata legge”, è necessario anche specificare che cosa
si intende per “superamento”, che per alcuni può essere andare avanti per altri
tornare indietro. Rispetto al partito in cui sono stata eletta, sia pur come
indipendente, ho intenzione di mantenere un atteggiamento che definirei “laico”,
e sono disposta a fare cose come spionaggi, infedeltà, non ho nessun problema da
questo punto di vista dal momento che le infedeltà che si fanno a mio carico
sono assolutamente senza numero. Del resto io non credo più di tanto a questa
forma politica straordinariamente rispettabile-rispettata, che ha finito la sua
storia e che comunque continua a mantenere un grande potere, che si chiama “il
partito”.
Se devo dire che cosa mi manca in questa giornata: avete accennato al ’68,
all’ecologismo, etc, ma il femminismo non vi esce di bocca neanche sotto
tortura, eppure qualsiasi discorso non può essere fatto senza anche questo
elemento che è stato, ed è, una cosa grandiosa; forse inquietante, perchè mette
in gioco le certezze più profonde di chi ha gestito tutto al mondo fino a ieri
mattina e che ha dalla sua la gloria, la storia, il potere, tutto. Non per
niente tutto quello che fa il padre si studia a scuola, mentre niente si sa di
ciò che fa la madre. Anche solo come si mettono al mondo i bambini... eh, ma non
si raccontano di queste cose... Attila sì, ma come si nasce no! Un modo di
osservare il reale che fa già partire inosservate più di metà delle persone che
compongono la specie umana. Un pensiero politico che non includa ciò che è il
femminismo, e non si aggiorni (perchè il femminismo non è mica lo stesso sempre,
e inoltre i femminismi sono tanti) è un discorso incompleto e sostanzialmente
violento. Anche solo dal punto di vista del linguaggio non inclusivo, il fatto
di dire uomo per intendere l’essere umano comporta un genocidio simbolico di
natura violenta. [....] ....sul movimento di base come forma politica...
i vari movimenti dovrebbero contaminarsi tra di loro utilizzando meno l’aspetto
populista, l’unità di popolo, e più i contenuti che hanno di cultura politica
perchè la cosa nuova di questi movimenti (quelli contro la TAR in Val di Susa o
simili) è che hanno fatto una crescita culturale straordinaria ed hanno elementi
di conoscenza della realtà, di collocazione nel tempo, di attualità... sono
assolutamente movimenti presenti, e questo ha una grande importanza. [....] I
movimenti non hanno più la forma del mosaico, in cui qualcuno ha fatto il
disegno e poi colloca gli altri nei posti delle varie tessere del mosaico. I
movimenti oggi sono olistici, in un piccolo pezzo di realtà leggono tutto il
reale e questo stabilisce un’altra forma della conoscenza politica e delle
relazioni, però ti priva del fatto che qualcuno abbia fatto prima il disegno
generale. Risulta una cosa più affascinante, più avventurosa, più libera se si
vuole, ma anche c’è il rischio che così ci si arrocchi, non si abbia più la
capacità di mettersi in comunicazione con gli altri. Io credo che all’interno
del movimento ci si debba preoccupare di più di questo genere di problematiche.
Ed occuparsi più del presente, questo presente, così complesso che ci sfugge
sotto i piedi e che se non lo analizziamo per tempo, e non troviamo il modo di
affrontarlo, ci travolgerà. A me no perchè me ne andrò prima....
L’intervento di Lidia Menapace è stato trascritto da Giovanna Providenti.
Sono stati inseriti dei brevi tagli (indicati da [....]) e poche sintesi per
aiutare alla comprensione.
Trasformazione nonviolenta dei conflitti interculturali
I.In un contesto culturale già di per sé connotato da elementi di violenza,
il governo di destra ha introdotto ulteriori elementi di imbarbarimento che si
aggiungono agli imbarbarimenti sociale, civile e politico, di cui si è fatto
portatore. II.Ciò si è manifestato attraverso momenti di accelerazione e
rinforzo dei peggiori istinti presenti nella società. Non a caso una delle
ultime norme che ci ha lasciato è l’estensione della licenza di uccidere per la
legittima difesa dei beni propri e altrui. III.Finora, l’inevitabile flusso
migratorio, che sta trasformando lentamente la composizione culturale e sociale
del paese, era stato accompagnato da un’ansia securitaria ed espulsiva che ha
avuto il proprio apice nella legge “Bossi-Fini” e nella vergogna dei “Centri di
permanenza temporanea”. IV.Nell’ultima fase è avvento un salto di qualità che
ha dato la stura, la legittimità e l’alimentazione ad elementi diffusivi di vero
e proprio razzismo. Ciò di fronte ad un dato sociale che, tra le altre cose,
vede ogni anno aumentare la presenza dei bambini stranieri nelle scuole italiane
del 20% rispetto all’anno precedente. V.Razzismo sembra una parola antica, ma
come nessuno chiama più la guerra, anche quella di occupazione, con il suo nome
ma la si definisce “intervento di pace”, così il razzismo viene definito
“superiorità della civiltà occidentale”. Ed in nome di questa importanti uomini
delle istituzioni elaborano e sottoscrivono manifesti contro “l’uguale valore di
tutte le culture” (riallacciandosi idealmente al “manifesto della razza” del
1938) e partiti al governo hanno riempito le città di squallide vignette
elettorali offensive di tutte le comunità presenti in Italia (riallacciandosi
idealmente, e graficamente, alle vignette antiebraiche del ventennio
fascista). VI.Bisogna accorgersi che stiamo scherzando con il fuoco: non
dimentichiamo che i quattro attentatori suicidi di Londra erano figli di
famiglie pakistane emigrate in Inghilterra negli anni ottanta, il cui malessere
da integrazione è stato intercettato dall’ideologia terrorista. Non
dimentichiamo l’ondata di violenze globali suscitate dalle vignette
anti-islamiche danesi, né la rivolta delle seconde generazioni nelle banlieus
parigine… VII.Non a caso, Alex Langer tra le ultime cose ha scritto:
“esplosioni di razzismo, sciovinismo, fanatismo religioso, ecc. sono tra i
fattori più dirompenti della convivenza civile che si conoscano (più delle
tensioni sociali, ecologiche o economiche), ed implicano praticamente tutte le
dimensioni della vita collettiva: la cultura, l’economia, la vita quotidiana, i
pregiudizi, le abitudini, oltre che la politica o la religione. Occorre quindi
una grande capacità di affrontare e dissolvere la conflittualità etnica”.
(Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica, 1994) VIII.Non a caso
la pratica della nonviolenza nasce attraverso il confronto con queste questioni
nelle loro diverse dimensioni: Gandhi elabora e sperimenta il satyagraha nei
confronti del segregazionismo in Sudafrica, della discriminazione contro gli
“intoccabili” in India e del conflitto inter-religioso tra indù e musulmani,
durante e dopo la lotta per l’indipendenza dell’India. M.L. King introduce la
nonviolenza negli U.S.A. attraverso la lotta per i diritti civili dei
neri. IX.In Italia, arrivata ultima in Europa all’appuntamento diretto con il
fenomeno dell’immigrazione, invece non si vede la complessità del problema: da
un lato la destra xenofoba e razzista sostiene che gli immigrati devono tornare
a casa loro e dall’altro la sinistra “buonista” sostiene che possono restare
perché servono al mercato del lavoro, purché si comportino
bene… X.L’approccio nonviolento all’inevitabile passaggio alla società
trans-culturale, recuperando l’eredità di Gandhi e M.L.King, deve invece
focalizzare almeno tre elementi: a)l’incontro con l’altro - con chi è
portatore di culture, valori e pratiche differenti - è un elemento fondamentale
per lo sviluppo della civiltà e della conoscenza e passa attraverso la
relativizzazione delle rispettive cornici data dal confronto con le altre
cornici culturali; b) l’incontro tra persone portatrici di differenze non è
mai indolore, ma è causa di conflitti. E se le differenze sono di carattere
culturale i conflitti sono propriamente inter-culturali, e quanto più valori e
pratiche culturali saranno differenti tanto più i conflitti saranno intensi e
duraturi; c)perciò occorre attrezzarsi per la trasformazione nonviolenta dei
conflitti interculturali, considerando la cultura la dimensione più profonda e
radicata – seppur dinamica e fatta di elementi complessi - di cui ciascuno è
portatore sano o, molto spesso, insano.
Estremamente positiva è stata la partecipazione e la ricchezza degli
interventi. Si è partiti da una introduzione di Daniele Lugli sulla figura di
Capitini e della ricca esperienza dei Cos (centri di orientamento sociale) dove
effettivamente la gente comune poteva interloquire sulle scelte politiche ed
economiche delle amministrazioni locali. Oggi i Cos non esistono più, i
cittadini sono di fatto estromessi dalle scelte politiche ed economiche. Ma
malgrado tutto questo alcuni segnali confortanti sembrano emergere dagli esempi
di democrazia partecipata e dalla lotta No Tav in Val di Susa. Dagli
interventi che si sono susseguiti sono emerse molteplici situazioni in cui la
nonviolenza è presente nella politica e cerca di farsi strada con le sue
proposte. Servizio civile volontario, corpi civili di pace, cantieri di pace,
fucina della nonviolenza, percorsi di nonviolenza, riviste varie ("Azione
nonviolenta", "Satyagraha"...), economia di pace, lotte varie (rifiuti, scorie
nucleari, inquinamento elettromagnetico, ecc...). In particolare sulla
questione No Tav è stato fatto presente che la lotta in Val di Susa non è solo
la questione se fare altri binari, se esiste la sicurezza stante la situazione
di presenza di amianto e uranio; ma soprattutto è l'opposizione consapevole che
non c'è futuro con un uno sviluppo in cui l'unico parametro di riferimento è la
crescita del Pil e dove non viene assolutamente tenuto conto della qualità della
vita, degli scenari futuri di questo sviluppo dissennato in cui un semplice
yogurt percorre tremila chilometri prima di essere acquistato e consumato. E una
possibile lettura nonviolenta di questa lotta ci porta a sperare che sia
l'inizio di una inversione di rotta rispetto alle sciagurate scelte economiche
che i politici di mestiere sia di destra che di sinistra continuano a propinarci
con la teoria dello sviluppo infinito e senza tenere conto della deforestazione,
della cementificazione, dell'inquinamento, dell'aumento della popolazione e del
prossimo esaurimento delle fonti energetiche fossili. Molti altri temi sono
stati proposti in questo momento di confronto. Non si sono votate mozioni ma si
è preso atto della ricchezza dei contenuti. Una proposta interessante è quella
di una campagna per espellere dal nostro territorio le armi nucleari tuttora
presenti in alcune basi della Nato, campagna che potrebbe essere un collante per
una grande iniziativa comune di varie associazioni tra cui il Movimento
Nonviolento. In tutto questo non è certo mancato il richiamo (eravamo a
Firenze) alla figura di La Pira che nel campo della nonviolenza e dell'obiezione
di coscienza ha rappresentato un punto fermo cui riferirsi. Il giorno
successivo, domenica 7 maggio, a conclusione di questo percorso fra nonviolenza
e politica i partecipanti al convegno hanno preso aprte a una camminata
attraverso Firenze per visitare i luoghi in cui persone legate alla nonviolenza
(La Pira, Capitini, Langer, Pio Baldelli e altri) hanno vissuto e lasciato un
segno tangibile. Conoscere la storia passata è sicuramente uno stimolo e la
base per lavorare teneramente verso un futuro nonviolento.
Mi piace cominciare proprio dalla fine di questo incontro, ai saluti, quando
le persone arrivate da tutta Italia sono partite salutando i Fiorentini.
Qualcuno ha detto: i semi della nonviolenza gettati germoglieranno. Ho annuito,
ma non troppo convinto. Mi aveva deluso la partecipazione dei cittadini che
prevedevamo più numerosa, viste le reazioni positive alla vigilia del convegno.
Invece i semi hanno cominciato a germogliare subito, come per incanto: a
Firenze, dove stiamo cercando di riunire i nonviolenti della città in un gruppo
che si è chiamato "Fucina per la nonviolenza", sono già nate idee di nuovi
incontri e iniziative in vista dell'opposizione alla guerra e all'allargamento
della partecipazione di tutti; una serie di telefonate, contatti, email hanno
cominciato a girare come se una forza magnetica avesse scosso il torpore della
città. I semi germogliano, germoglieranno, al peggio saranno quieti, se
l'ambiente sarà ostile, in attesa che si risvegli la coscienza intorpidita degli
abitanti di Firenze. Tre giorni pieni di discussioni, confronti, appunti,
scambio di documenti, libri, stampe, impressioni. Un convegno che ha visto
interventi di tutte le anime del movimento, da quella meditata e concretissima
di Nanni Salio nel delineare i pericoli della danza macabra sull'orlo di un
vulcano che l'umanità sta conducendo, a quella più positiva e fiduciosa di Lidia
Menapace che ha portato il soffio rigeneratore delle sue ironiche esperienze
femministe, dai dubbi e le speranze sul nuovo servizio civile, al ribadire
convinto e testardo della necessità dei Corpi Civili di Pace come esperienza
assolutamente alternativa, ma concretissima, nella soluzione dei conflitti che
insanguinano il mondo, dal ricordo di un uomo come La Pira (ex sindaco di
Firenze) alla constatazione dei problemi di oggi cui, intuizioni come quella
dell'omnicrazia, potrebbero essere un valido rimedio... Al di là di tutte le
parole dette e ascoltate, germogliano i virgulti di amicizie nate o rinvigorite
dallo stare assieme, sbocciano sentimenti di stima e di affetto usciti dal
reciproco confronto; una tenue promessa di umanità pacificata con se stessa e
col mondo. Alla domenica mattina una passeggiata nel centro di Firenze, nei
luoghi che furono importanti per la nascita della nonviolenza in città e nel
mondo. Per chi, come me, vive in questa città è stata una brutale esperienza
vedere luoghi che furono abitati e vissuti dai cittadini, sospesi in un vuoto
urbanistico: dove una volta erano quartieri di donne e uomini, adesso solo
negozi griffati, fast food, alberghi, mandrie di turisti condotte in sentieri di
consumismo e di arte ridotta a insipidi bignamini. L'emozione più amara è
stata di fronte alla prima sede del COS (Centro di Orientamento Sociale) di
Firenze, una volta quartiere popolare, adesso deserto umano segnato dagli scarti
di un turismo frettoloso e inutile: lattine, dépliant accartocciati, scatole
vuote di pellicole, tovaglioli di carta. Un amaro epilogo se non fosse che
il ricordo dei COS, iniziati in città da Aldo Capitini e Pio Baldelli, ricordati
dalle parole di Daniele Lugli, ha preso forma nel cuore dei presenti, dando
sostanza al desiderio di rinnovare una stagione aperta di umanità partecipe al
proprio destino, dove il potere non sia più il mostro opprimente che le cronache
ci fanno conoscere, ma un patrimonio di tutti, la ricchezza di esseri viventi
riconciliati con se stessi. La coscienza della pochezza della vita politica
attuale non è divenuta astioso desiderio di rivalsa, ma bisogno di persuadere i
detentori del potere, divenuto dominio, che la condivisione è una ricchezza per
tutti, ben più piacevole di un'arida illusione di potenza. I semi
germogliano: oggi, amici che hanno sentito parlare alla radio di omnicrazia, mi
hanno chiesto che cosa fosse. Mi hanno ascoltato piacevolmente stupiti. I
semi germoglieranno, non possono non germogliare se l'umanità vuole un futuro.
Un saluto da Firenze, città alla ricerca di un futuro di pace.
Proseguono le schede sui casi di resistenza nonviolenta nel XX secolo
presentati dalla serie “Una forza più potente”, prodotta negli Stati Uniti dalla
York Zimmerman e diffusa in versione italiana DVD dal Movimento Nonviolento.
Pubblichiamo una scheda al mese: dopo Danimarca, India, Polonia, Cile, Usa,
concluderemo con il Sudafrica e Usa.
La situazione Nashville (negli USA, 1959) è una città totalmente
segregazionista al pari di Johannesburg, una sorta di Apartheid; una città
divisa fra due razze distinte, con vite parallele senza alcun contatto fra la
comunità bianca e quella nera, né a scuola, né sul lavoro, né in chiesa, né nei
luoghi pubblici. Vige una totale segregazione, con ampia e tranquilla
soddisfazione delle parti. Preparazione della campagna In una piccola
chiesa presso il campus della Fisk University, prestigiosa istituzione
afro-americana, James Lawson tiene una serie di seminari serali sulla
nonviolenza. James Lawson: 30 anni, prelato metodista dell'università
dell'Ohio, è tornato da poco da un soggiorno di 3 anni in India dove insegnava e
ha studiato l'opera di Mohandas Gandhi. Inviato a Nashville da Martin Luther
King jr. "Con l’intero gruppo affrontammo la nonviolenza da diversi punti di
vista: la storia della nonviolenza, le sue radici nella Bibbia, nel pensiero
cristiano, i metodi non violenti, e cercai di rimarcare l’idea di Gandhi, di
intraprendere un sentiero sperimentale" … “
Mesi prima di entrare in azione con gruppi di azione diretta nonviolenta,
Lawson prepara gli studenti. Il suo scopo è far sperimentare loro i probabili
attacchi verbali e fisici imparando a resistere alla tentazione di fuggire o
reagire con violenza "Doveva essere conquistata una disciplina coerente; per
una dimostrazione non servivano 25 reazioni diverse, pur se intese come
nonviolente. E questa è spesso una difficoltà con simpatizzanti nonviolenti: non
riconoscono la necessità di un approccio disciplinato, costruito, sistemico,
preparato, collaudato, credendo che basti l'intenzione/atteggiamento interiore;
che invece può non bastare in un individuo, tanto meno in un gruppo, un
movimento (…) Se volevamo mettere fine alla segregazione a Nashville dovevamo
iniziare dai ristoranti e dai luoghi di ristoro del centro. Era naturalmente
solo il primo passo, il primo passo verso la nonviolenza insegnata da Gandhi:
cercare un obiettivo, scegliere un preciso obiettivo e concentrarsi su
quello"…
Il sit-in nei ristoranti I volontari così preparati inscenano la loro
prima dimostrazione un sabato, quando sono certi di essere notati e benvestiti
per evitare ulteriori attriti, entrano nel ristorante e si siedono in modo
ordinato e pacifico. Non si stupiscono che il servizio sia loro rifiutato. “Sono
spiacente ma non ci è permesso di servire negri qui”. I gestori chiudono i
locali di ristorazione, ma gli studenti rimangono seduti fino alla chiusura
leggendo e facendo i compiti. Nessuna violenza, nessun arresto.
La comunità bianca è convinta si tratti di un fenomeno passeggero lungi dal
minacciare lo status quo. I gestori di locali prendono una decisione scontata:
chiuderanno prima di servire eventuali avventori neri. ?Il sabato seguente:
gli studenti tornano: provocano curiosità e qualche abuso verbale, ma nulla più,
nessun arresto. ?Il 3° sabato: sono pronti a violare la segregazione in 6
locali. In ogni gruppo sono presenti un leader ed un osservatore, incaricato di
riferire telefonicamente al coordinamento presso la chiesa.
Il confronto con polizia e istituzioni cittadine ?Dopo un quarto d’ora: la
polizia intima di andarsene e, al rifiuto, arresta i giovani, che vengono però
sostituiti dopo poco da altre persone (sono in 600) disposte a farsi
arrestare. John Seighenthaler era caporedattore di “The Tenneseen” (giornale
del mattino di Nashville) e aiutò a esporre le ingiustizie e a stimolare il
dibattito sul razzismo. “Era chiaro che c’era una guerra in atto, che l’arma
della nonviolenza stava prevalendo sulla violenza, e che era un momento storico,
qualunque fosse stato l’esito finale. Credo vi fosse una certa consapevolezza in
tutti noi del significato storico di quel momento”. I media giocarono un
ruolo fondamentale nel formare la pubblica opinione. Se il giorno dopo della
prima azione “The Tenneseen”, riportò la notizia in decima pagina, dopo gli
arresti in massa i giornalisti si accorgono che stanno assistendo a un evento di
portata nazionale. ?Il lunedì mattina: gli studenti sono ancora dietro le
sbarre presso la questura avendo rifiutato il rilascio su cauzione. In sole
48 ore il piccolo movimento promosso dagli studenti ha ispirato migliaia di
persone. Gran parte della comunità nera cittadina si è ora unita alla lotta e si
organizza: raccoglie denaro, cerca sostegni e ingaggia avvocati. Alexander Luby,
fra i più eminenti avvocati neri di Nashville organizza un gruppo di legali del
luogo per la difesa degli studenti arrestati. Quando si presentano davanti al
giudice, come Gandhi, drammatizzano il loro arresto e le ingiustizie subite.
La NBC trasmette un dibattito sull’emergente strategia non violenta. Ormai
sotto gli occhi dell’opinione pubblica nazionale, il movimento accresce
enormemente il numero di adesioni. I seminari di Jim Lawson sono ampliati per
accogliere nuovi allievi, le chiese cittadine forniscono nuovi spazi d'incontro,
ciclostili, telefoni, con lo scopo di far arrivare il loro messaggio ben aldilà
dei confini di Nashville. Una settimana dopo, quando gli studenti tornano nei
ristoranti la città risponde con altri arresti e condanne a 50$ di multa o 30
giorni di detenzione. Rifiutandosi di pagare la multa, che sosterrebbe il
sistema che li opprime, optano per il carcere, scelta che invece mette in
difficoltà il sistema: le carceri che non sono pronte a sostenere la situazione
e devono sobbarcarsi costi notevoli.
Il boicottaggio dei negozi I sit-in continuano e ad essi si aggiunge il
boicottaggio della zona commerciale del centro. Volantinaggi chiedono ai clienti
di non frequentare i negozi che praticano la segregazione. Le comunità
ecclesiali nere invitano la congregazione al boicottaggio sistematico di tutti i
negozi del centro. Fra i neri la percentuale di partecipazione al boicottaggio è
stimata al 98%. Le contro-manifestazioni della comunità bianca portano un
effetto economicamente controproducente: il centro viene evitato da molti
abituali frequentatori per timore dei disordini. Esercizi commerciali del centro
perdono fino al 40% degli affari.
La stretta finale: attentato e marcia ?19 aprile 1960 ore 5,30: la casa
dell’avvocato Alexander Luby viene fatta esplodere. Tutti illesi ma l’attentato
scuote la città e dà agli studenti la possibilità di prendere
l’iniziativa. ?in giornata: inviano un telegramma al sindaco chiedendo un
incontro ?in serata: marcia silenziosa dal campus al municipio. Inizialmente
sono in 1500, lungo il percorso il numero raddoppia. Vengono ricevuti dal
sindaco. Diane Nash Studentessa della Fisk University svolge in questa
occasione un ruolo importante, interpellando faccia a faccia il sindaco: “lei
non ritiene sbagliata la discriminazione sulla sola base della razza e del
colore della pelle?” Il sindaco risponde “non ritengo moralmente corretto che
qualcuno venda merci ai neri ma rifiuti di servirli per motivi razziali” Diane
rilancia chiedendo se pensa sia giusto mettere fine alla segregazione nei
ristoranti. Il sindaco risponde di si. ?quel giorno stesso, il sindaco
comincia a liberalizzare l'accesso alle istituzioni pubbliche, ai grandi
magazzini e altri luoghi pubblici. ?3 o 4 anni dopo: il processo si estende
a teatri, ai ristoranti e altri luoghi di ritrovo. Molti ristoratori in centro
dichiarano in privato agli studenti di essere intenzionati alla desegregazione.
Gli studenti allora mettono a punto un piano di azione morbido. Non avremmo
annunciato ufficialmente la fine delle proteste per la fine della segregazione.
Decidono di fare un esperimento, una sorta di prova: coppie di colore entrano
nei ristoranti, si siedono e mangiano, con osservatori bianchi seduti lì vicino.
E’ tutto programmato. E funziona benissimo: nemmeno un
incidente. L’esperienza ha lasciato ai protagonisti una grande
consapevolezza: eravamo guerrieri, affinati, di un equivalente nonviolento
dell'accademia militare di west point.
Per approfondire Howard Zinn, Disubbidienza e democrazia lo spirito della
ribellione, edizioni Saggiatore 2003. Qui sono interessanti i seguenti capitoli:
a) un esempio di cambiamento sociale tranquillo, b) il frutto dei sit-in (a
proposito del comitato di coordinamento degli studenti nonviolenti), c) la
marcia di Selma a Montgomery (per organizzare la partecipazione al voto) d)
abolizionisti, fredom raiders e tattiche di rivolta (un confronto tra le lotte
degli abolizionisti e le forme più avanzate della lotta per i diritti
civili) Branch, Taylor. Parting the Waters:Marting Luther King and the civil
right movement, 1954-63. edizioni Papermac, 1988. Arnulf Zitelman, Non mi
piegherete, vita di Martin Luther King, edizioni Feltrinelli 1997 Martin
Luther King Jr, Il giorno di Dio nel giorno dell’uomo (capitolo 4: la lotta per
i diritti civili), edizioni Amicia 2002
C’era una volta un monumento antimilitarista. Qualcuno conserva ancora
nella memoria le vicende del monumento creato da Gino Scarsi che, negli ultimi
anni ’70, ha indignato i militaristi e le Forze Armate, tanto da indurle a
sequestrarlo e a denunciare l’autore e il Movimento Nonviolento di vilipendio.
Fortunatamente, nonostante siano passati quasi 30 anni - e da più di 15 il
monumento sia praticamente stato relegato in un angolo - c’è chi non dimentica
la sua storia.
Nel lontano 1977 prende vita il monumento intitolato “ai caduti di tutte le
guerre”: un’idra a tre teste (una portante un berretto da generale, un’altra con
un fez fascista, la terza indossa un cilindro con il simbolo del dollaro, a
raffigurare rispettivamente militarismo, totalitarismo e capitalismo), che
trafigge con la baionetta il petto di un soldato steso a terra, inerme, in
ricordo di tutti i soldati caduti in guerra. Nell’ottobre dello stesso anno
il monumento (reso itinerante da una pedana con rotelle) inizia il suo cammino,
partendo da Canale d’Alba (Cuneo) – paese d’origine dell’autore – dove viene
denunciato per vilipendio all’esercito, e dove rimane in esposizione per due
mesi. In seguito, il monumento si mette in viaggio e inizia a girare per le
varie città della penisola. Questa “processione laica”, organizzata dal
Movimento Nonviolento, era l’occasione, in ogni città dove passava il monumento,
per una manifestazione antimilitarista e per dibattiti sul tema della pace e
della guerra. Solitamente i monumenti “ai caduti” che ci sono in ogni paese
d’Italia, sono pieni di retorica; spesso si tratta di monumenti che “esaltano”
la guerra e che quindi uccidono una seconda volta la memoria di chi a causa
della guerra ha perso la vita. Arrivato a Verona, nell’ottobre del ’79, il
monumento viene sequestrato dalle forze dell’ordine e nuovamente denunciato per
“vilipendio”. Il caso fa scalpore ed è oggetto anche di interrogazioni
parlamentari e di una memorabile manifestazione nazionale. Il monumento rimane
sequestrato per oltre due anni nella locale caserma dei carabinieri, dopodichè
monumento e autore vengono prosciolti in istruttoria. Riprende il viaggio
nell’82 e, nel 1984 vede la sua ultima tappa ad Acri, in Calabria, dove
l’amministrazione si offre per ospitarlo definitivamente. Ma poi le cose vanno
diversamente. Passato il tempo, cambiato amministrazione, il monumento rimane
“nascosto” in un angolo del piazzale di un liceo, come un oggetto incomodo e
importuno.
A riaccendere l’interesse per questa “creatura” in ferro battuto è stato
proprio un ragazzo di Acri, Jonny Rosa, studente universitario, anch’egli
appassionato di scultura, che ha tentato di avere maggiori delucidazioni su
tutta la faccenda ma, quando si è recato presso il Comune per raccogliere
informazioni, l’amministrazione comunale l’ha liquidato dicendo che non sapeva
nulla. Stranamente, però, il giorno seguente la sua intromissione, la scultura è
stata spostata dal cortile del liceo in un’autorimessa per mezzi comunali in
periferia. Se prima, almeno chi frequentava il liceo poteva vedere
quell’emblema pacifista (anche non conoscendone le vicissitudini), ora è stato
condannato all’oblio. Intenzionato a restaurare e ridare importanza al
monumento, il giovane si è messo in contatto con Gino Scarsi, il «padre» della
scultura, entusiasta di riceverne notizie e di aver trovato qualcuno nuovamente
interessato alla vicenda. Così l’autore, dopo uno scambio di informazioni con
il giovane cosentino, ha scritto una lettera al Sindaco di Acri, spiegandogli
brevemente la storia del monumento, con le varie tappe, e chiedendogli la sua
disponibilità a ridare una posizione visibile e dignitosa ad una scultura ancora
di grande e drammatica attualità.
Battere la mafia è possibile anche nel nord d’Italia
Abbiamo scelto che il primo articolo per questa rubrica, quello di
gennaio-febbraio, fosse di ponte con i giovani della Calabria che avevano
reagito in modo nonviolento contro la mafia, scendendo in piazza dopo
l’uccisione di Fortugno a Locri. Martina Raschillà durante l’intervista ci
assicurava che molto era quel che noi potevamo fare da qua sia per dare loro
sostegno sia per agire sul nostro territorio. Per questo motivo, per capire
meglio cosa in concreto si può fare da qui contro la mafia, venerdì 5 maggio
abbiamo invitato presso la nostra scuola, la SMS Ossola di Novara, Gabriele
Cortella, il referente del coordinamento della provincia di Vercelli per
“Libera, Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie”. L’incontro si è svolto in
due momenti. Il primo è stato di riflessione su che cosa si intende per mafie,
sulle sue origini storiche, su quali sono le condizioni che ancora oggi le
permettono di avere forte potere su larga parte del territorio italiano, sulle
diverse realtà che gravitano intorno agli affari mafiosi. Il secondo momento è
stato di informazione su cos’è Libera e sulle sue attività. La mafia non è solo
un problema del sud. Si muove anche al nord, con modalità diverse, molto spesso
sono legata ad affari finanziari illeciti, alle gare di appalto, al riciclo di
denaro sporco. Gabriele ci ha ha spiegato che è importante ricordare i nomi
di chi ha dato la vita per resistere con forza e determinazione al potere
mafioso, per proporre sulla sua terra un modo di pensare diverso, per offrire
una speranza di futuro libero alla sua gente e soprattutto ai giovani. Per
questo si è proclamato il 21 marzo Giornata dell’impegno e della memoria delle
vittime di mafia: un giorno non di ricorrenza, ma di presenza: non un momento di
manifestazione, ma di testimonianza. Il dolore porta a ricordare. E il ricordo è
un invito ad assumerci delle responsabilità, a imparare a essere cittadini che
partecipano, che sanno e che vogliono agire in prima persona. Insieme. Altri
appuntamenti importanti sono: La Carovana Antimafie (un gruppo di persone che si
spostano in tutt’Italia per promuovere iniziative pubbliche, incontri con le
scuole sui temi della cultura della legalità e della giustizia sociale); la
Corsa per la Pace e i Diritti, che fa parte delle attività organizzate da
LiberaSport – un coordinamento che promuove una cultura dello sport inteso come
momento formativo e di svago, che aiuta a comprendere i propri limiti rifiutando
l’idea di dover vincere ad ogni costo, che educa ad un atteggiamento e
comportamento sportivo corretto e senza uso di dopping; i Campi estivi di
formazione antimafia, dove parte della giornata è dedicata al lavoro presso le
cooperative di Libera Terra e parte è di educazione e informazione. Libera
si occupa anche in modo concreto dei problemi sociali che alimentano la mafia:
per esempio la mancanza di lavoro al sud e il “pizzo”. Una legge approvata
alcuni anni fa ha fatto in modo che i beni confiscati alle mafie fossero
assegnati ad associazioni e cooperative. Libera Terra, per esempio, è una rete
di cooperative che lavora i terreni sottratti alle mafie per produrre olio,
pasta, vino, legumi e altri prodotti biologici, restituendo così quelle terre
alla legalità e avendo loro stessi un lavoro onesto. Altre associazioni si sono
organizzate per contrastare il “pizzo” (come per esempio AddioPizzo) o l’usura.
Sono scelte difficili che queste persone portano avanti con coraggio e un modo
per sostenerli concretamente può essere per esempio organizzare dei gruppi di
acquisto solidale per comprare i loro prodotti. Per informare e diffondere una
cultura di impegno contro la corruzione e la criminalità organizzata e per
formare ad una cittadinanza attiva, Libera propone dei percorsi didattici nelle
scuole e ha anche una rivista: Narcomafie. Gabriele ci ha raccontato che
nelle scuole superiori della provincia di Vercelli le associazioni che hanno
aderito a Libera hanno già proposto dei momenti di riflessione su questi temi e
che dal prossimo anno scolastico cercheranno di coinvolgere anche i giovani
delle scuole medie. E’ importante imparare a riconoscere quegli atteggiamenti e
comportamenti che favoriscono il diffondersi della mentalità mafiosa: l’omertà,
la passività, il disinteresse per le informazioni, per esempio. La mafia è anche
qua vicino. Uno dei collaboratori di Riina è stato arrestato a Borgomanero e
l’unico comune del nord sciolto per mafia è Bardonecchia, poco distante da
Torino. L’incontro con Gabriele ha acceso in alcuni di noi il desiderio di
poter fare qualcosa di concreto contro le mafie, anche se ci rendiamo conto che
siamo solo dei ragazzi. Tenerci informati forse è già un buon inizio.
Lorenzo Arnoletti 11, Mamadou Sall 12, Laura Di Pietro 12, Maria Stella
Smecca 12, Raissa Zuliani 1, Mattia. Lorenzo ha rielaborato il racconto per
tutto il gruppo.
Educare all’incontro con l’altro contro il virus del razzismo
Contesti culturali…
Il contesto culturale attuale, dal punto di vista delle relazioni
interculturali, mi pare per certi versi analogo a quello apertosi nei primi anni
’90 sul piano delle relazioni internazionali. Da allora le prassi educative
volte alla trasformazione nonviolenta dei conflitti interpersonali hanno dovuto
cominciare a fare i conti con la ri-legittimazione della guerra come strumento
per affrontare i conflitti internazionali. Oggi le pratiche educative volte alla
convivenza interculturale devono cominciare a fare i conti con la
ri-legittimazione del razzismo. Non lasciamoci distogliere dalle parole: come
nessuno chiama più guerra la guerra, ma la si definisce “missione di pace” (!),
così nessuno chiama il razzismo con il suo nome, ma lo si definisce “superiorità
della civiltà occidentale”. Intellettuali e importanti uomini delle
istituzioni hanno firmato manifesti “Per l’Occidente” contro chi “predica
l’uguale valore di tutte le culture” (l’ultimo manifesto di questo tipo
circolato in Italia è “Il manifesto della razza” del 1938) e partiti al governo
hanno fatto campagna elettorale affiggendo grandi vignette satiriche che nulla
hanno da invidiare a quelle che accompagnavano la propaganda razzista del
fascismo. Se in questo contesto dobbiamo ripartire dal confronto con il
razzismo, allora l’educazione deve riaffermare principi che non si possono più
dare per scontati. E non basta certo rispondere ai “cattivi”, che dicono che gli
immigrati devono tornare a casa, con le argomentazioni dei “buoni” che
sostengono che possono restare perché servono alle aziende. Credo che sui piani
culturale ed educativo si debba riaffermare l’importanza - tout court -
dell’incontro con l’altro, con il differente da noi. Non con il diverso, che
implica un concetto complementare di normalità nei cui confronti si definisce
una diversità, ma con chi è portatore di pratiche, norme e valori a volte molto
differenti. Naturalmente nessuna cultura va considerata in maniera
essenzialistica e reificata, cioè ridotta a pochi elementi immodificabili, ma
tutte vanno guardate nelle rispettive complessità e nelle evoluzioni che
avvengono principalmente attraverso l’incontro – e la convivenza - tra persone
appartenenti a culture differenti. Per questo va ribadito che una città
interculturale è anche una città educativa, purché nel contesto vengano agite
pratiche conseguenti.
…e apprendimenti educativi
Dal punto di vista educativo l’incontro con l’altro ha un’enorme rilevanza
tanto sul piano cognitivo che relazionale: anche se nella realtà i due piani
sono intrecciati, proviamo ad accennarne separatamente. Dal punto di vista
cognitivo, sempre più gli studi sullo sviluppo dell’apprendimento evidenziano il
carattere integrato, fatto per connessioni successive delle operazioni mentali.
L’intelligenza umana dà il meglio di se quando riesce ad adattarsi alle
richieste dell’ambiente, a mostrare flessibilità e capacità di rivedere le
certezze precedenti. Ossia quando viene aiutata la sua propensione propriamente
“interculturale”. Invece i modelli culturali ed educativi autocentrati e
difensivi tendono all’invecchiamento prematuro delle capacità esplorative, alla
chiusura rispetto al nuovo. Ossia formano intelligenze propriamente
“monoculturali”. L’incontro con l’altro che viene a con-vivere con noi
consente a tutti perciò di avviare un processo di apertura della conoscenza nel
quale possiamo evidenziare almeno 3 tappe1: 1.la presa di coscienza dalle
proprie cornici, ossia ri-conoscere la dimensione culturale delle rispettive
categorie; 2.l’avvio del decentramento cognitivo, ossia imparare a vedere le
cose anche dal punto di vista dell’altro; 3.l’operare per “doppie visioni”,
ossia diventare ricercatori sociali capaci di muoversi in sistemi complessi dove
non valgono per tutti le stesse premesse implicite. Sul piano delle
relazioni, l’incontro non occasionale ma strutturale con l’altro ci fornisce
infine la grande opportunità di esercitarci nell’arte della trasformazione
nonviolenta dei conflitti. Questa pratica educativa, che si fa carico
dell’esistenza dei conflitti e cerca di trasformarli affinché i diversi
confliggenti non ne escano con le ossa rotte, ma con una maggiore conoscenza
reciproca ed una migliore relazione, ha fatto ormai grandi passi in avanti.
Scriveva Martin Luther King che se il virus dell’odio penetrerà nelle vene
della nostra nazione e non sarà fermato, porterà ad una catastrofe morale e
spirituale inevitabile. L’odio è un male contagioso; si diffonde e si estende
come una pestilenza; e nessuna società è tanto sana da conservarsene
automaticamente immune2. Per prevenire l’attecchire del virus, il nostro compito
di educatori è di costruirne, tutti i giorni, robusti e resistenti anticorpi.
E se il lavoro da difendere è in una fabbrica di armi?
Come si concilia il diritto del lavoratore con la produzione di armi? il
lavoratore è solo parte dell’ingranaggio o ha anche lui delle responsabilità?
che significato hanno per il sindacato parole come: nonviolenza, disarmo,
riconversione dell’industria bellica? Abbiamo chiesto a Gianni Alioti della
Fim Cisl di aprire la discussione.
I sindacati, con tutti i loro limiti e difetti, hanno svolto e svolgono
tuttora un grande ruolo di protezione del lavoro dal libero e incondizionato
funzionamento del mercato. Gian Primo Cella ha scritto1 che “il sindacato è
in fondo una rappresentazione organizzata degli aspetti più concreti della vita
quotidiana, del lavoro, ma non solo. Per questo riproduce impegno e dedizione,
solidarietà pratica, ma anche egoismi e meschinità. Fornisce rappresentanza e
protezione al lavoro e ai lavoratori, per come essi sono, non per come
dovrebbero essere”. Parlando di produzione d’armi dobbiamo, quindi, avere
coscienza di ciò e delle contraddizioni che possono manifestarsi tra la difesa
corporativa degli interessi materiali e le scelte di natura etica e politica.
Una cosa va detta, però, con chiarezza: la decisione di produrre armi da
parte degli Stati (che ne sono i maggiori committenti) non è lo strumento per
garantire il diritto al lavoro (il fine), né per creare maggiore occupazione.
Chi sostiene questo (fosse anche un sindacalista) fa un’operazione
mistificatoria. E’ vero piuttosto il contrario: spesso si usa il diritto al
lavoro e la difesa dell’occupazione come argomento per giustificare determinate
commesse militari da parte dello Stato o peggio per forzare i vincoli all’export
di armamenti verso determinati paesi. In questi casi i lavoratori e le loro
rappresentanze sindacali - sovente -finiscono per essere colpevolmente
risucchiati in azioni di lobby. Per rompere questa logica subalterna è
fondamentale che il sindacalismo svolga anche un ruolo “educatore”, recuperando
la tensione etica, coniugando l’utopia con la pratica del possibile, rifuggendo
viceversa il cinismo e l’opportunismo. In caso contrario la partecipazione
massiccia dei sindacati nel Movimento per la Pace, come ho più volte sostenuto,
rischia di essere schizofrenica. In questo senso la nonviolenza è un
importante antidoto. Allo stesso modo le parole “disarmo”, “riconversione
dell’industria militare” (concetto più ampio e radicale di quello comunemente
usato di “industria bellica”, perché presuppone il superamento degli Eserciti e
della Difesa Armata) rivestono un’importanza straordinaria, in quanto ci
costringono come sindacati a misurarci concretamente con le nostre
contraddizioni. Il disarmo presuppone un’azione del sindacato globale per
ridefinire le priorità nell’agenda politica degli Stati e della comunità
internazionale riducendo le spese militari e trasferendo risorse ingenti dalla
“sicurezza militare” alla “sicurezza alimentare - ambientale -
sanitaria”. Per quanto riguarda la “riconversione dell’industria militare”
dobbiamo partire da un dato: nonostante si stia verificando una crescita
imponente delle spese militari nel mondo, l’occupazione in questo settore non è
destinata ad aumentare, anzi subisce una progressiva contrazione (a maggior
ragione se riuscissimo ad invertire il trend delle spese per armamenti).
L’esperienza dei primi anni ’90 ci ha insegnato che una dipendenza esclusiva
delle aziende dal mercato militare è un elemento di maggiore vulnerabilità sul
piano occupazionale. Per questo occorre lanciare un nuovo programma Konver a
livello europeo, accompagnato da iniziative legislative nelle regioni
direttamente interessate, che rispondano ad esigenze di innovazione, conversione
e diversificazione nel civile dell’industria militare, dettate - più che da
ragioni di crisi di mercato - da scelte di responsabilità sociale e
comportamento etico delle imprese. Ritornando, invece, alla questione posta
sulle responsabilità individuali di quanti lavorano in fabbriche d’armi, ritengo
personalmente sbagliato colpevolizzare i lavoratori per le cose che si
producono. L’obiettivo della riconversione nel civile - per avere successo -
deve coinvolgere necessariamente gli operai, i tecnici ed i manager di queste
aziende. Un atteggiamento antagonista verso questi lavoratori preclude,
viceversa, l’individuazione di alternative alla produzione militare impiegando
le competenze professionali e le tecnologie esistenti. Se vogliamo dare una
risposta a questo problema dobbiamo offrire un quadro giuridico e normativo che
garantisca (sul piano della tutela del reddito e della mobilità da un posto di
lavoro ad un altro) il diritto all’obiezione di coscienza dei lavoratori
occupati nelle fabbriche d’armi. Il mio pensiero va a Maurizio Saggioro, operaio
della MPR, che nel 1981 - prima della messa al bando delle mine antiuomo - pagò
la sua testimonianza di obiettore alla produzione militare con il licenziamento.
Una sbirciatina nella finanza palestinese per capire meglio OLP e
Hamas…
Come si comportano i paesi arabi di fronte al tema della finanza etica? Il
tema è di stretta attualità, a causa del sospetto imperante nell’opinione
pubblica per il quale dietro ogni arabo si celi ormai un pericoloso attentatore,
e che i denari gestiti dagli enti creditizi orientali servano solo ad acquistare
esplosivi e mitragliatori. Per gli arabi credenti nell’Islam il Corano in
proposito è molto preciso: divieti sussistono nel commercio e l’utilizzo di
sostanze come alcool, tabacco o pornografia (halal), che quindi devono essere
messi al bando quando si tratta di scegliere gli investimenti in cui operare.
Inoltre alla sura II vv. 275-280 recita: “Coloro che si nutrono di usura
resusciteranno come chi sia stato toccato da Satana… Ma Allah ha permesso il
commercio e ha proibito l’usura… O voi che credete, temete Allah e rinunciate ai
profitti dell’usura se siete credenti”. Da queste parole i praticanti evincono
che è possibile prestare soldi, ma non ricevere una remunerazione. Alcuni fondi
islamici “aggirano” questo divieto investendo in immobili o mutui per l’acquisto
della casa, trasformando i rendimenti in canoni d’affitto: con questa modalità
la banca di Singapore stima una raccolta di 30 miliardi di dollari, e
un’istituzione come il Dow Jones ha creato un indice finanziario per comparare i
risultati dei numerosi fondi islamici. In Inghilterra è poi nata la Islamic
Bank of Britain, che investe direttamente nel capitale di rischio delle aziende
finanziate, in modo che banca e cliente dividano i profitti (o le perdite) delle
attività; di conseguenza i risparmiatori, condividendo lo stesso rischio, non
sono perseguibili agli occhi della legge islamica. In Germania infine la
Commerzbank, come in Italia la Banca Agricola Mantovana, mette a disposizione
dei numerosi immigrati islamici dei conti correnti a tasso zero, con particolari
vantaggi per chi deve trasferire denaro all’estero. La finanza araba laica
invece come si comporta? Un esempio viene dall’Autorità Palestinese, che
amministra il Palestine Investment Fund fondato ufficialmente il 14 agosto 2002.
Il direttore generale risponde direttamente al presidente Abu Mazen, e la sua
sede è all’interno della famosa Muqata a Ramallah. La provenienza dei denari è
stata garantita negli anni da istituzioni internazionali e paesi amici, ma anche
dalla cosiddetta solidarietà del popolo arabo. Il fondo amministra circa 790
milioni di dollari (dati 2005) con investimenti in 79 imprese commerciali,
soprattutto nella regione, per un valore degli investimenti quasi doppio grazie
alle rivalutazioni di alcuni asset presenti nel portafoglio. Il fondo serve
soprattutto per garantire parte del bisogno corrente dell’Autorità per
funzionare, pari a circa 100 milioni al mese: solo per pagare gli stipendi del
settore pubblico servono 115 milioni e 125 ne servono per i fondi di
disoccupazione e sicurezza sociale. Qualche esempio di investimento? Il 10%
dell’egiziana Orascom, l’operatore cellulare che in Italia possiede Wind; il 35%
di Palestine Cellular Comunication; oppure il cementificio Cement Co, che in
Gaza opera in regime di monopolio. Ma il grosso degli investimenti resta un
mistero. Quel che si sa ormai è come il patrimonio della comunità palestinese
è stato gestito, con altre denominazioni, nei decenni precedenti, quando a
controllarlo era direttamente Arafat. Si sa che già nel momento migliore, prima
dell’invasione israeliana del Libano nel 1982, il leader poteva contare su 900
milioni di dollari, che comprendevano anche linee aeree nella Guinea Bissau,
piantagioni di caffè nello Zimbabwe e fondi europei; che nel 1994, dopo gli
accordi di Oslo, si lanciò in acquisti negli Stati Uniti, arrivando a
controllare un’azienda per il commercio elettronico in Virginia, un’impresa di
computer a New York e una quota del famoso bowling al Village di Manhattan; che
nel 2001, a causa del crollo della New Economy, perse quasi 20 milioni di
dollari al Nasdaq. Questo incidente aprì la porta ad una gestione più
trasparente delle attività, con l’aiuto di Standard&Poor’s, l’arrivo alla
direzione generale di un palestinese già funzionario della Banca Mondiale,
Mohammed Mustafa e addirittura l’apertura di un sito internet
(www.pa-inv-fund.com). Ora Hamas, recente vincitore alle elezioni politiche,
reclama la gestione del tesoro di famiglia, ma l’Olp sembra restio a concederlo.
Inutile dire che Stati Uniti e ONU sono leggermente contrariati alla sola idea
che un militante possa appropriarsi di una somma così ingente. Ai posteri
verificare con quale approccio all’etica il movimento estremista affronterà i
mercati economici mondiali.
Nella comunità di Parihaka vive la nonviolenza dei Maori
C'è un villaggio, in Nuova Zelanda, che si chiama Parihaka. Ogni anno vi si
tiene un Festival Internazionale della Pace. Parihaka si è formato
artificialmente, per così dire, in seguito alle confische delle terre abitate
precedentemente dai Maori ed alla loro conseguente migrazione interna. Nel 1870,
Parihaka era il villaggio Maori più grande del paese ed era divenuto il rifugio
principale per i profughi e gli spossessati di qualsiasi genere. Dieci anni
dopo, fu il teatro di una delle peggiori violazioni dei diritti umani subite da
questo popolo, il culmine di una campagna di repressione che aveva già condotto
ai lavori forzati, indefinitamente e senza processo, centinaia di persone. Il 5
novembre 1881, una milizia armata di 1.500 uomini, affiancata da “irregolari”
assoldati dai proprietari terrieri europei, invase Parihaka. Due prominenti
figure, due uomini esplicitamente dediti all’azione nonviolenta, i cui nomi
erano Te Whiti o Rongomai e Tohu Kakahi guidarono la resistenza. Entrambi
volevano instaurare buone relazioni fra i due gruppi, sostenuti dai loro
convincimenti spirituali che derivavano sia dalle tradizioni ancestrali, sia dai
più recenti insegnamenti cristiani. Da tempo i Maori avevano deciso che l’uso
delle armi e della violenza non avrebbero portato alcuna soluzione, ed avevano
chiamato il governo coloniale a rispondere sul piano giuridico, proclamando
l’illegalità delle guerre, della confisca delle terre, delle politiche punitive
a cui erano soggetti. Il giorno dell’invasione, più di 2.000 abitanti del
villaggio sedettero quietamente mentre i bambini andavano a salutare l’esercito.
Al popolo di Parihaka fu letto l’atto governativo contro le sommosse, ed un’ora
più tardi Te Whiti e Tohu furono condotti ad un processo farsa, ed incarcerati.
La distruzione del villaggio cominciò immediatamente: ci vollero due settimane
per abbattere tutte le case, e due mesi per estirpare le coltivazioni. Migliaia
di capi di bestiame vennero uccisi e confiscati. Donne e ragazze Maori vennero
sistematicamente stuprate, dando inizio ad un’epidemia di sifilide nella
comunità. Al posto del villaggio sorse un fortino che ospitava un’ottantina di
soldati: l’occupazione militare di Parihaka, che durò cinque anni, era
cominciata. Ma la gente di Parihaka continuò a fare ciò che aveva fatto in
precedenza, ovvero a chiamare al dialogo i propri oppressori. Il villaggio aveva
infatti stabilito una data ricorrente (il 18° giorno di ogni mese, in una sorta
di rovesciamento della memoria del 18.3.1860, data di inizio della prima guerra
nel loro territorio) in cui invitava i coloni europei a sedere nel proprio
cerchio di dialogo. Con il ritorno di Te Whiti o Rongomai e Tohu Kakahi dal
carcere, nel 1883, questi incontri ripresero con regolarità, mentre lentamente e
testardamente gli abitanti del villaggio ricostruivano tutto: case, stalle,
coltivazioni. Te Whiti fu arrestato di nuovo nel 1886, e rilasciato due anni
dopo. Parihaka aveva adottato il suo convincimento che la tecnologia
europea, se adottata insieme a quella Maori, poteva essere usata per arrivare
alla stabilità ed alla pace, ed alla costruzione di una nuova grande società:
nel 1890, i Maori avevano fatto di Parihaka l’insediamento urbano più avanzato
del paese, con case in cui vi era acqua corrente calda e fredda, illuminazione
stradale, bonifica dei terreni. E il 18 di ogni mese continuavano a sedere
insieme, e a parlare con i soldati. La resistenza nonviolenta del villaggio era
fonte di imbarazzo per l’intero paese, eccetto che per coloro che vi
appartenevano. Nel 1898 l’ultimo dei deportati di Parihaka fece ritorno a
casa. Nel 1907, sia Te Whiti che Tohu morirono. Le violazioni contro i Maori non
cessarono nel secolo successivo, deprivandoli di ogni acro di terreno
coltivabile, eppure Parihaka continuava ad esistere, a vivere, a riunirsi
pacificamente e ad invitare chiunque lo volesse a discutere insieme. Gandhi e
King visitarono Parihaka e riconobbero i due leader, Te Whiti e Tohu, come
“padri dell’azione nonviolenta”. Parihaka è ancora oggi il luogo in cui al 18°
giorno di ogni mese la comunità si riunisce, condivide ciò che appreso,
trasmette la tradizioni Maori, pratica l’armonia con la terra e fra esseri
umani. Un luogo in cui, come scrisse Te Whiti o Rongomai ne “L’eredità di
Parihaka”, ognuno è “il frutto di uno sforzo verso la giustizia, e un’erba che
guarisce”.
L’anima popolare degli States ha un nome: Pete Seeger
“We shall overcome: the Seeger session” è l’ultimo cd di Bruce Springsteen.
Il “boss”, sempre più sbilanciato pubblicamente contro la guerra e contro la
politica di Bush, in questo titolo chiama in causa un inno storico dei movimenti
nonviolenti e pacifisti e il grande vecchio della canzone folk non solo
americana. Se andate su Wikipedia.org, libera enciclopedia on line, trovate
la voce “nonviolenza” e alla lettera S, assieme a Satyagraha e Shanti Sena,
trovate Pete Seeger! Chi è Pete Seeger? E’ un uomo di 87 anni (è nato a New
York nel 1919) che ha fatto della musica un potente strumento di crescita e
autoeducazione popolare, collegata prima ai movimenti operai e poi pacifisti ed
ecologisti. Ha fatto parte della War Resisters’ e ricordo ad esempio una sua
simpatica lettera alla rivista dell’Ifor dove lodava una curiosa rubrica, in cui
si immaginava come il Mahatma Gandhi potesse rispondere argutamente ai lettori
smontando alcuni classici luoghi comuni. Pete Seeger ha raggiunto enorme
popolarità centrando successi commerciali con canzoni ancor oggi popolarissime e
interpretate da svariati artisti, come “Wimoweh”, “If I had a hammer”, “Where
have all the flowers gone?”, “We shall overcome” e “Turn! Turn! Turn!”. Ha
scoperto e fatto conoscere al grande pubblico perle come “Guantanamera”,
“Goodnight Irene” e “The house of the rising sun”. E’ stato uno degli
iniziatori della riscoperta della tradizione popolare non solo americana. Figlio
di una violinista e di un musicologo e docente universitario, ha iniziato a
suonare professionalmente negli anni ’30 percorrendo gli Stati Uniti alla
ricerca dell’anima popolare musicale del Paese. In un primo tempo ha proposto
questa musica per l’educazione musicale dei bambini. Ha collaborato con Woody
Guthrie e ha fatto parte degli Almanac Singers e poi dei Weavers, gruppi che
proponevano musica collegata alle radici popolari, ai movimenti sindacali e con
grande capacità di coinvolgimento del pubblico che diventava protagonista dello
spettacolo. Con decenni di anticipo sulla word music, già nel 1955 realizzò
“Bantu choral folk songs” un disco di canzoni africane. “La gente dimentica –
dice Pete Seeger – che esistono tante canzoni folk quanti diversi tipi di
persone. Ci sono nel mondo 4000 lingue parlate e molti più tipi di canzoni
folk” Negli anni 50 per la sua militanza comunista fu vittima della caccia
alle streghe maccartista che gli rese difficili i contratti discografici e gli
negò lo spazio sui mass media, riconquistato poi grazie successo ottenuto con i
concerti e le canzoni scritte. Negli anni 60 si oppose con forza alla guerra
nel Vietnam attaccando in uno spettacolo tv la politica di guerra del presidente
Johnson con la canzone “Waist deep in the big muddy”(= giù fino al collo nel
grande pantano), censurata in un primo momento ma ripresentata per intero la
settimana dopo. Fu parzialmente critico con le rivolte studentesche e il
radicalismo culturale e politico degli anni 60: in particolare ammonì
ripetutamente i giovani rispetto alle tensioni e divisioni generazionali,
scrivendo anche la canzone “Be kind to parents” (= siate gentili coi
genitori). In seguito si è impegnato in iniziative ambientaliste e, in
particolare, è stato ideatore e sostenitore della campagna “Hudson Clearwater”
diretta a risanare l’avvelenato corso d’acqua del grande fiume americano.
Navigandolo su una casa-battello e fermandosi a cantare contro l’inquinamento in
ogni centro abitato è riuscito a organizzare volontari per ripulirlo, a
sensibilizzare milioni di persone, l’opinione pubblica e i politici. Se una gran
parte dell’Hudson è oggi nuovamente balenabile, lo si deve a lui e alla sua
“Clearwater”. Pete Seeger oggi si esibisce raramente anche se non fa mancare
la sua voce a sostegno di cause progressiste. Presente nelle manifestazioni
contro la guerra di questi ultimi anni e più volte protagonista al “National
storyteller Festival” del Tennessee, dove racconta storie in gran parte rivolte
ai bambini. Secondo Riccardo Venturi, curatore del sito “Canzoni contro la
guerra”, Pete Seeger è stato e resta una delle figure più amate da chi in
America “non cede”, uno degli ultimi legami viventi rimasti con la cultura
ottimistica ed aperta dell’America post-depressione.
Alla ricerca di un equilibrio per affrontare i conflitti familiari
ANCHE LIBERO VA BENE Italia – 2006 Regia: Kim Rossi
Stuart Interpreti: Alessandro Morace Kim Rossi Stuart Barbora
Bobulova Marta Nobili
Un dramma familiare che è costruito sui conflitti: professionali, familiari,
scolastici, sportivi. Un uomo, marito e padre perdente, che riversa
frustrazione sul lavoro, odio sulla moglie fuggitiva e aspettative sui
figli. Conflitti, conflitti, conflitti e assoluta incapacità di
affrontarli. Il padre sfoga la propria insoddisfazione in scenate di violenza
verbale via via crescente, ma tutto sommato sterile. La madre si rifugia nella
fuga verso una esistenza più agiata (una volta si sarebbe detto dissoluta) quasi
rispondendo ad un oscuro richiamo. La figlia maggiore, Viola, affronta la
vicenda in modo più sentimentale, cercando al contempo una vita da adolescente
“normale” fra scuola, danza e idoli giovanili. Il tutto viene invece affrontato
in maniera molto più interiore ed intensa dal fratello undicenne, Tommaso
(l’ottimo esordiente Alessandro Morace, dalla grande espressività e ricchezza di
pathos) che, senza mai fare cose “da grande”, anzi cercando anch’egli le sue
evasioni, è colui che vede, elabora e affronta la realtà per quella che è
(ovviamente vista con i suoi occhi). Non si entusiasma più di tanto al
ritorno della madre ed è il primo che si accorge della sua nuova, ennesima,
fuga; è attento alla realtà economica della famiglia, tanto che la sorella, più
evanescente, lo canzona come tirchio; ha la perseveranza di far sentire il suo
disamore per il nuoto, che il padre considera il vero investimento per il
futuro; ha il coraggio del ritorno a casa dopo esserne stato cacciato e chiedere
al padre un «come stai, pa’?», vero culmine emotivo del film. Un ragazzino
però, con le sue monellerie e le sue avventure; con Antonio, vicino di casa
ricco e con una famiglia modello verso la quale si sente inevitabilmente
attratto (bilanciata peraltro, forse in maniera non necessaria, dall’amicizia
col compagno di classe muto, guardacaso, per un trauma familiare); con la
compagna di classe per la quale prende una cotta (rinnegata poi per timidezza);
col suo girare sui tetti ad osservare la gente col binocolo. Quest’ultimo
svago, però, contiene a mio avviso una seconda lettura. Durante il film ci si
aspetta da un momento all’altro che Tommi “cada”, che la vita prenda il
sopravvento su di lui. Invece, come sulle tegole dei tetti di Roma (belle alcune
inquadrature in piena luce del panorama della città), riesce sempre a trovare un
equilibrio: una piccola esistenza sul limite… Fa da contraltare a ciò il
fatto che il suo amico Antonio, non appena esce sul tetto, corre sbalordito a
rimettersi al sicuro… Questa è la vera forza della vicenda narrata, lo sforzo
di trovare, ove possibile, un nuovo equilibrio: col padre che accetta la sua
scelta di cambiare sport (immagine forse di un nuovo clima familiare), ma che
continua nel volerlo condizionare scegliendogli il ruolo; con la madre
accettando il suo definitivo abbandono (unica scena in cui Tommi cede al
pianto). In definitiva un buon esordio alla regia per Kim Rossi Stuart, con
una storia tutto sommato semplice ma molto intensa, realizzata in maniera
abbastanza convenzionale, ma ben costruita nel crescendo di emozioni (il primo
tempo sembra fin troppo lento, ma è funzionale a portarci al culmine) e ben
recitata, anche se qualche dialogo appare un po’ convenzionale. C’è qua e là
qualche citazione (una per tutte, la morettiana cantata familiare in macchina),
forse inevitabile per un esordiente, che tuttavia non toglie originalità al
film. Quest’opera inoltre rappresenterà l’Italia al festival Cannes alla
Quinzaine des Rèalisateurs con un film che già è stato paragonato per forza
espressiva a “Incompreso” di Comencini o “I bambini ci guardano” di De
Sica. Resta, alla fine di tutto, il coraggio di Tommi, il coraggio di chi
trova la forza di tornare verso chi con lui aveva chiuso e chiedergli “come
stai?”. Sull’orgoglio, sull’affermazione di sé pare vincere il richiamo
affettivo verso un padre disperato. Una sorta di Edipo a rovescio. Un Edipo che
non uccide il padre, ma gli tende la mano per aiutarlo a rialzarsi.
Verso i Corpi Civili di Pace una necessità della storia
Ci troviamo oggi in una situazione paradossale: mentre i popoli del pianeta
sono oppressi quasi ovunque dalla guerra, i governi sono arrivati a chiamare la
guerra "missione di pace". Inoltre, il governo più potente del pianeta, troppo
spesso, non riconosce nei fatti altra autorità oltre se stesso. Come
conseguenza, molti governi tendono ad usare sempre di più la violenza. In questa
situazione, l'ONU è pressoché impotente. Siamo in una situazione di palese
emergenza. Di positivo c'è che, certo, proprio per questo la vigilanza della
società civile internazionale non è mai stata così alta. I popoli del pianeta,
stanchi della politica violenta dei più forti (siano essi governi o meno), che
pagano sempre sulla propria pelle, si domandano come uscirne. In questi anni
abbiamo visto crescere fortemente l'esigenza di dare una risposta alla guerra in
difesa della vita, e la necessità di organizzarsi per questo. In Italia, in
particolare, è ormai matura una esperienza organizzativa di anni che vede nei
corpi civili di pace una prima precisa risposta al problema guerra. Per
realizzare in concreto e in visibilità i Corpi Civili di Pace serve sinergia.
Per questo è nata la Rete Corpi Civili di Pace (ccp), ora divenuta Ipri-Rete
ccp. Questa nuova associazione si riunirà il 2 luglio a Bologna (Saletta
ferrovieri della Stazione centrale) per iniziare la realizzazione del progetto
comune.
In Italia si sta iniziando a dibattere molto su e intorno ai corpi civili di
pace. Sono state fatte anche alcune pubblicazioni e si fa formazione in modo
abbastanza ampio. Tutti dati positivi. Tuttavia, non c'è ancora un progetto
comune. Mi spiego: la ricerca e la formazione sono quasi sempre slegate
dall'azione, non esiste una azione comune e non esiste, salvo casi rari, una
ricerca basata sull'azione, che è, a mio avviso, una ricerca fondamentale.
Questo è dovuto a due motivi:
1) i gruppi che fanno intervento in zona di conflitto non costruiscono poi
sufficiente riflessione, cioè fanno poca ricerca;
2) i gruppi o i singoli che fanno formazione nella loro stragrande
maggioranza, non fanno azione in zona di conflitto.
A mio avviso, questa situazione va rapidamente superata, trovando delle forme
di collegamento tra chi fa ricerca e formazione e chi fa azione, ma, di sicuro,
invitando da subito chi fa azione a fare ricerca approfondita sul proprio
lavoro. Inoltre, manca del tutto una formazione comune finalizzata
all'intervento. Ad oggi esistono una serie di interventi, più o meno validi,
che già giustamente si chiamano corpi civili di pace. Sono interventi a bassa
incidenza, è vero, e soprattutto sono scarsamente o per niente fra loro
coordinati, ma, tuttavia, rappresentano una volontà visibile e operativa della
società civile in contrasto al dominio della guerra e sono di importanza
capitale perché tengono accese le speranze di pace dei popoli, che sanno che la
pace è una necessità della Storia. E serve anche alla democrazia. Costruire una
risposta alla guerra vuole dire lavorare non solo per la pace ma anche per la
democrazia. Il binomio pace e democrazia, del resto, è un patrimonio e un
compito che, da tempo, i nonviolenti hanno fatto proprio. Bisogna che la
nuova associazione Ipri-Rete ccp, appena inizierà il suo cammino, realizzi
questo coordinamento e la saldatura tra ricerca-formazione e azione in modo che
si sviluppi rapidamente nel nostro paese una sinergia operativa tra le varie
associazioni, tesa alla concreta realizzazione dei corpi civili di pace. La
prima azione comune potrebbe essere lavorare assieme a un progetto pilota,
riconosciuto, magari anche solo parzialmente, dalle istituzioni che si
renderanno disponibili. Inoltre, questa sinergia deve essere anche visibile
all'esterno e relazionarsi internazionalmente. E' necessaria, quindi, una
formazione comune di chi lavora per i corpi civili di pace all'interno di una
casa comune, la casa dei Corpi Civili di Pace. Gli spazi che si sono aperti
faticosamente nelle istituzioni hanno bisogno di un interlocutore unico, chiaro
e valido sul tema dei corpi civili di pace. Ripeto: una casa, un interlocutore,
una ricerca-formazione-azione comune costruiscono un progetto, che può essere
aggiustato assieme in corso d'opera, ma che, sono convinto, sarà solido, poiché
nato dal basso della società civile, e non potrà, proprio per questo, essere
facilmente invalidato dall'alto. I corpi civili hanno naturalmente bisogno al
loro interno anche dei professionisti, ma questo dopo che il volontariato ha
costruito l'ossatura, la macchina della pace. Il percorso per il
riconoscimento dei corpi civili di pace da parte delle istituzioni nazionali e
internazionali sarà probabilmente lungo e complesso, ma, proprio per questo è
necessario decidere da subito di nascere assieme e assieme operare per una
politica estera di pace, che veda protagonista la società civile, che la guerra
la paga sulla propria pelle.
G. BAGNI R. CONSERVA, Insegnare a chi non vuole imparare, Edizioni Gruppo
Abele, Torino, 2005.
Insegnare a chi non vuole imparare potrebbe essere definito come un “dialogo
sul mestiere dell’insegnare”. E’ infatti un insieme di riflessioni presentati
nella forma di scambio epistolare tra due colleghi, Giuseppe Bagni e Rosalba
Conserva, entrambi docenti della secondaria. Già la scelta di ragionare
intorno ai problemi dell’insegnamento attraverso una relazione dialogica tra due
docenti è di per sé significativa, perché rimanda a un approccio che mette in
primo piano il lavoro docente come attività centrata sulla relazione. Ciò che
rende significativo un insegnamento è in primo luogo il modo in cui l’insegnante
si pone, i suoi atteggiamenti, il suo mettersi in gioco come persona, il che
porta a rifuggire da ogni facile illusione tecnicistica: la metodologia
didattica può certamente aiutare, ma non basta; ciò che fa la differenza si pone
a un livello più profondo e più ampio. “Non c’è conoscenza senza pathos” è il
tema della passione come condizione essenziale per ogni vera conoscenza. Così
come l’essere appassionato della propria materia è ciò che rende credibile e
motivante l’insegnamento per il docente stesso, per l’allievo un apprendimento è
tale solo se coinvolge razionalità ed emozioni. Da ciò scaturisce una sorta di
intesa, di alleanza, di legame empatico tra insegnante e allievo. Tuttavia la
passione è costantemente temperata dal dubbio e ciò aiuta a evitare
atteggiamenti di intolleranza e rigidità che potrebbero derivare da forti e
appassionate certezze. Un altro tema ricorrente è quello del rigore,
declinato spesso insieme a quello della cura. Non c’è contraddizione tra questi
due aspetti; anzi, proprio perché è presente un atteggiamento di cura verso gli
studenti, c’è nei loro confronti anche un grande rigore. Rigore e cura sono
l’essenza dello spirito milaniano che nel testo si sente aleggiare in più
punti. Certamente è necessario prendersi cura soprattutto di quelli che di
scuola “non ne vogliono”, ma ciò non porta a pensare a recinti differenziali, a
percorsi facilitati per loro, ma piuttosto a una scuola migliore per
tutti. Nel volume lascia perplessità il modo in cui è trattato il tema della
gerarchia. E’ certamente vero che quella tra insegnate e allievo è una relazione
asimmetrica, ma una relazione asimmetrica non necessariamente è una relazione
gerarchica; ci può essere asimmetria e relazione di equivalenza (riconoscimento
di ugual valore). E’ una questione relativa al modo in cui il diverso tipo e
livello di potere viene gestito da ciascun attore: ci può essere abuso di
potere, non uso del proprio potere o uso corretto del potere da parte di
ciascuno, qualunque sia il ruolo che ricopre e il potere che ha. Quando le
relazioni da asimmetriche diventano gerarchiche si corre il rischio di
legittimare abusi di potere. Il concetto di gerarchia introduce infatti una
sorta di cristallizzazione nelle relazioni, mentre le asimmetrie sono più
mutevoli e dinamiche e consentono di fare riferimento a diversi tipi di
potere.
Angela Dogliotti
E. PEYRETTI, Esperimenti con la verità, Pier Giorgio Pazzini, Villa
Verucchio RM, pagg. 104.
Il titolo di questo libretto è ripreso da Gandhi, che intitolò la propria
autobiografia An autobiography, or the story of my experiments with truth. Egli
diceva di se stesso: «Non sono che un comune mortale che procede dall’errore
verso la verità». Per lui la verità è la preziosa unità di tutte le cose e
di tutte le vite, che nessuna violenza deve offendere, che va difesa con la
forza della nonviolenza, la forza dell’anima e dell’unità. Il libro è un
lavoro semplice, divulgativo, un avvio a conoscere Gandhi e il movimento, più
importante che imponente, da lui messo in moto nel Novecento: in questo secolo è
sorta la maggiore alternativa politica alla violenza nei conflitti, nelle
strutture, nelle culture, nella concezione stessa della società e delle sue
istituzioni. Il lavoro è dedicato e diretto ai giovani che stanno scoprendo
l’esempio e l’impegnativa eredità di Gandhi e se ne sentono sospinti e
incoraggiati a costruire pace e giustizia coi mezzi della pace e della
giustizia. Dopo una sintesi sulla vita e la personalità di Gandhi,
attraverso la sua azione storica si espone la sua teoria della nonviolenza:
etica e politica, fini e mezzi nell’azione, le regole sperimentate dell’azione
nonviolenta, la relazione tra religioni e pace. Concludono il volumetto di un
centinaio di pagine l’indicazione dei principali libri per conoscere Gandhi e
una piccola antologia di testi gandhiani.
Antonino Drago “Storia e tecniche della nonviolenza”, Edizioni in proprio,
Napoli, 2006, pp. 192 Cesare Persiani “La parabola del dottor Gittardi.
Cronaca di un tumulto popolare avvenuto in Martinengo, terra bergamasca, al
tempo dell’avvento del fascismo”, Flavius Editore, Pompei, 2005, pp.
262 Girogio Grimaldi (Centro Studi sul Federalismo) “Federalismo, ecologia
politica e partiti verdi”, Giuffrè Editore, Milano, 2005, pp. 253 Martino
Corazza “L’arca di Lanza Del Vasto. Aspetti socio-religiosi di una comunità
nonviolenta”, Edizioni Il Punto/Schena Editore, Brescia, 2005, pp.
314 Francesco Selmin “Verso Awschwitz”, Cierre Edizioni, Verona, 2006,
pp.47 A cura di Francesca Contini e Gianluca Casadei “Tränen-lacrime. Cinema
teatro deportazioni”, un progetto Cinecircoli Giovanili Socioculturali, Milano,
pp. 285 AA. VV. “Poesie di pace. I° concorso internazionale”, Casa Editrice
Costruttori di Pace, Varese, 2005, pp. 46 A cura di Manitese e Campagna per
la riforma della Banca Mondiale “Il pubblico, il privato e i perdenti. I falsi
miti della privatizzazione dell’acqua”, Manitese, Milano, pp.42 “Augen-Blicke
mit tieren. Attimi con animali” DVD con 7 video di animali. Prodotto da Radio
Santec GmbH, Würzburg, 2004 Estratti dal libro “Questa è la mia parola ? e O.
Il Vangelo di Gesù. La rivelazione del Cristo che il mondo non conosce”,
Edizione italiana a cura di Comunità per la diffusione di Vita Universale,
Milano, 2000, pp. 46 “L’amore di Gesù per gli animale finora tenuto nascosto.
Antichi scritti dimostrano che i primi Cristiani erano vegetariani / Gli
animali: vittime indifese. Che cosa dicono i grandi personaggi storici in merito
al cibarsi di cadaveri di animali e riguardo alla caccia?”, Edito da Vita
Universale, Milano, 2003, pp. 88 “Per una vita migliore, più sana e più
cosciente. Libri, cd, cassette”, Edito da Vita Universale, Milano, 2005, pp.
34 “Il profeta: l’assassinio degli animali è la morte degli uomini”. Edito da
Vita Universale, Milano, 2003, pp. 64 “Gli animali soffrono:il profeta
denuncia”, Edito da Vita Universale, Milano, 2005, pp. 156 “Liberi!”
Pubblicazione realizzata dai detenuti durante il corso di Comunicazione,
promosso dall’associazione “La Fraternità”, Verona, 2005, pp. 45 “Per mano:
per mano dell’altro, per mano con l’altro. Una raccolta di interviste a
israeliani e palestinesi che hanno avuto un familiare ucciso e che militano
insieme nell’associazione pacifista Parent’s Circe-Families Forum”, Edito da Una
Città soc. coop., Forlì, 2005, pp. 95 Collettivo Matuta “E dunque che fare?
Cambia il tuo stile di vita e salverai il pianeta. Prefazione di Alex
Zanotelli”, Edizioni Paoline, Milano, 2006, pp. 170 Giorgio Pecorini “Il
segreto di Barbina ovvero l’invenzione della scuola”, Edito da EMI della coop.
SERMIS, Bologna, 2005, pp. 64 Ellin Selae “Raccolta illustrata di pensieri,
tracce, armonie e disarmonie umane, Edito dall’Associazione Letteraria Ellin
Selae, Cuneo, pp. 38 Kirkpatrick Sale “Ribelli al futuro. I luddisti e la
loro guerra alla rivoluzione industriale”, Arianna Editrice, Bologna, 2005, pp.
270 Michele Meomartino “Frammenti di pace. Racconti, riflessioni, lettere di
un amico della nonviolenza e artista pacifista”, Edizioni Qualevita, L’Aquila,
2005, pp. 126 “Le conflit: entrez sans frapper”, Edito da Centre pour
l’Action Non-Violente (CENAC), Lausanne, 2005, pp. 19
AA. VV. “Tutte le bugie del libero commercio. Perché la WTO è contro lo
sviluppo”, Consorzio Altra Economia Edizioni, Milano, Suppl. al n° 67, dic. 2005
di “Altreconomia”, pp. 54 Vito Piazza “Lettera a una professoressa 2. Don
Milani vive ancora”, Edizioni Erickson, Trento, 2005, pp.109 Claudio Tugnoli
“Perché la violenza. Mimetismo conflitto sacrificio”, Il Segno dei Gabrielli
Editori, Verona, 2005, pp. 103 AA. VV. “Obiezione di coscienza in sanità.
Nuove problematiche per l’etica e per il diritto”, Edizioni Cantagalli, Siena,
2005, pp. 264 Dino Levante “Novoli: contributo alla resistenza”, Edito da
Biblioteca Minima, Novoli (Lecce), 2005, pp. 8 “Educare nei parchi. Rassegna
delle proposte educative delle aree protette della Regione Veneto”, Edito da
ARPAV (Agenzia Regionale Per la Prevenzione Ambientale del Veneto) con il
patrocinato della Regione Veneto, dell’Assessorato alle Politiche per l’Ambiente
e per la Mobilità e dell’Assessorato alle Politiche per il Territorio, 2004, pp.
182 “Guida agli ambienti del Veneto per realizzare attività educative”, Edito
da ARPAV, 2005, pp. 241 “Dall’A-mianto…alla Z-anzara…Glossario dei rischi
ambientali”, Edito da ARPAV, 2005, pp. 251 “Linee guida per Agenda 21 a
scuola”, Edito da ARPAV, 2005, pp. 117 “L’ambiente e i giovani del Veneto.
Comportamenti conoscenze percezioni”, Edito da ARPAV, 2005, pp. 121 “Rom
rumeni a Verona. Azioni positive per una convivenza possibile”, Edito da Centro
Polifunzionale Don Calabria e Comunità dei Giovani-Società Cooperativa Sociale
ONLUS, Verona, 2005, pp. 78 “Taizè Fr. Roger. Una parabola di semplicità”,
Suppl. alla rivista “L’Incontro” n° 136-137 dic. 2005- feb. 2006, pp.
99 Daniele Novara “Ognuno cresce solo se sognato. Antologia essenziale della
pedagogia citica”, Edizioni La Meridiana, Bari, 2005, pp. 122 Daniela de
Robert “Sembrano proprio come noi. Frammenti di vita prigioniera”, Bollati
Boringhieri Editore, Torino, 2006, pp. 119 “Sapere d’Africa. La cultura come
via per la cooperazione allo sviluppo”, Suppl. alla rivista “Vita”, pp.
32 “Aldo Capitini. Elements of a religious experience”, Edizioni La Terza,
Bari, pp. 97 “Finanza etica-guida 2006”, Allegato alla rivista “Vita”, pp.
72 Carlo Simon-Belli “La risoluzione dei conflitti internazionali”, Guerra
Edizioni, Perugia, 2005, pp. 100 Enrico Peyretti “Esperimenti con la verità.
Saggezza e politica di Gandhi”, Pazzini Editore, Rimini, 2005, pp. 102 Aldo
Capitini, Remo Ricci “Carteggio (1953-1968)”, a cura di Giuseppe Moscati,
Associazione Nazionale “Amici di Aldo Capitini”, Perugia, 2005, pp. 94
Ho letto l’appello dell’AVI all’Obiezione al certificato per il porto d’armi
(AN gen-feb 2006). Io sono medico, sono stato obiettore al servizio militare,
obiettore fiscale, e sono contrario all’uso delle armi, ma mi sembra che questa
campagna contenga un errore di fondo. L’errore è di pretendere di imporre
direttamente ad altri cittadini le nostre scelte etiche. Un conto è fare una
campagna per MODIFICARE UNA LEGGE, utilizzando strumenti come la propaganda, la
pressione sulle istituzioni, i sacrifici personali. Un altro conto è, per
affermare le proprie convinzioni, utilizzare la propria posizione per CREARE
PROBLEMI AI SINGOLI CITTADINI, come avviene in questo caso costringendo gli
assistiti che vogliono per loro scelta il porto d’armi a peregrinare di medico
in medico cercando qualcuno che gli rilasci il certificato.
Portato
all’eccesso questo atteggiamento porterebbe a situazioni paradossali e alla fine
della convivenza civile: se sono contrario all’uso delle automobili private
dovrò rifiutarmi di rilasciare i certificati per la patente? Un dipendente delle
poste ateo potrà negarmi di fare un versamento a favore di una organizzazione
religiosa? Un impiegato del gas potrebbe negarmi l’allacciamento perché pensa
che potrei utilizzare il gas per scopi autolesivi? Credo inoltre che questo
tipo di campagne invece di sensibilizzare e attirare la solidarietà della
pubblica opinione, provochino la reazione arrabbiata di chi suo malgrado subisce
un danno.
Vi invito gentilmente a rivalutare l’opportunità di questa
campagna. Cordiali saluti.
Antonio Carones Milano
Adunata nazionale alpini ad Asiago
Mi sia permesso di esprimere il mio dissenso dal contenuto della lettera che
il Sindaco di Bassano del Grappa ha mandato alla cittadinanza in occasione della
festa nazionale degli alpini di maggio ad Asiago. Credo di aver il diritto
morale di esprimermi in questa circostanza in quanto mio padre all'età di 25
anni circa, alpino nella guerra del 15-18, perse il braccio destro sul fronte
dell'altipiano di Asiago. La sua mutilazione condizionò pesantemente il suo
futuro e di conseguenza anche la sua famiglia che egli si creò molto tempo dopo.
Io ho sempre ammirato mio padre per la modestia con la quale egli portò avanti
la sua vita. In questi tempi, lo scenario degli equilibri internazionali non
è più quello di 80 anni fa. Oggi molte personalità esprimono il loro dissenso e
preoccupazione per il crescente accesso alle armi nel mondo e per l'opzione alla
guerra sotto le più svariate giustificazioni; e invitano grandi e piccoli della
terra a costruire innanzitutto il dialogo e a diffondere concetti e prassi di
nonviolenza. Nella lettera, il sig. Sindaco ricorda le gesta degli alpini
nella prima guerra mondiale, ma tace sulla storia degli alpini della seconda
guerra mondiale: dichiara di aver creato un sodalizio più forte con l'ANA in
questi ultimi anni ed elogia gli alpini per i valori che essi sanno conservare e
trasmettere. Questi due aspetti, la fermezza e la bontà, sono un'evidente
caratteristica portata avanti dall'ANA, che piace e che ha fatto breccia nel
cuore della maggioranza delle persone. Una voce nel deserto fa osservare invece
che la base dell'ANA dialoga con il popolo per attività solidali e umanitarie e
che, nello stesso tempo, il vertice dell'ANA dialoga con le alte cariche
dell'Esercito per missioni di pace armata nel mondo. Questa alternanza è un
connubio forzato di valori assai diversi tra loro.
Bassiano Moro Bassano del Grappa
L’Africa c’è e vuole vivere
Chi pensa all' Africa come ad un continente che sta morendo non conosce bene
questa terra e la sua grande vitalità, non solo per motivi anagrafici visto che
buona parte della sua popolazione è sotto i 30 anni, ma anche per quella
culturale e sociale. In un mio recente viaggio in Kenya e Tanzania ho potuto
provare quanto ciò sia vero. Sono stato invitato a parlare a Nairobi (Kenya)
a nome della Tavola della pace alla "Nairobi Peace Rally & concert towards
Justice and Equity". Quella che doveva essere una marcia con quattro cortei
che dovevano partire da zone diverse della città si è dovuta trasformare in un
grande incontro al Parco Uhuru perchè il governo l' ha vietata. Fare una
manifestazione per la Pace a Nairobi non è la stessa cosa che farla a Perugia,
se non altro per le priorità ed i bisogni degli abitanti di una città di 5
milioni di abitanti di cui la metà vivono in 199 baraccopoli. Eppure circa 5000
persone hanno partecipato a questa iniziativa che è stato un grande spettacolo
con cori vocali, cantanti, acrobati, percussionisti ed anche una banda
musicale. Una manifestazione non facile che cozza con gli interessi delle
ecomafie locali, che vede coinvolti anche esponenti governativi. La riuscita
della manifestazione segnala le possibilità di cambiamento che esistono anche in
simili circostanze.