Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Primo comandamento di tutti gli eserciti: tu non avrai altra ragione
all'infuori della ragione (impazzita) di colui che ti manda. I
soldati devono solo uccidere ed essere uccisi. (David Maria Turoldo)
Questa è la guerra, signori, che ora è il dolore della nostra Italia ma che è
la quotidiana tragedia di gran parte dell'umanità. Ora siamo noi a piangere
perché a morire sono stati i nostri figli ma questa è la guerra, signori. I
soldati fanno questo di mestiere: "uccidere ed essere uccisi". Il dramma è
l'ipocrisia degli uomini di Stato che prima li mandano ad "uccidere e ad essere
uccisi" e poi ostentano un dolore attonito ed ufficiale che non ha nessuna forza
morale su di noi che conosciamo i meccanismi di questa come di tutte le altre
guerre.
Questa è la guerra, signori, che obbedisce solo alla "ragione (impazzita) di
colui che ti manda". Sono i "mandanti" i responsabili di questi morti come di
tutti gli altri morti senza onori. Delle migliaia di morti civili che nessuno
aveva mandato, senza patrie e senza politici e presentatori televisivi ad
ostentare dolori ufficiali. Il "valore aggiunto" di essere italiani (o
americani) non toglie alla morte la sua tragicità e il suo carico di dolore. Le
madri, i figli, le fidanzate, non hanno patria, non hanno nazionalità.
Soffrono tutte allo stesso modo, indicibilmente allo stesso modo, anche le
madri, i figli, le fidanzate dei "nemici".
Questa è la guerra, signori, che sovverte i comandamenti della vita, che
tutto distrugge davanti a se, che non sopporta eccezioni "umanitarie". Perché
tutti i soldati sono uguali e tutti i soldati per le proprie patrie sono i
migliori ma tutti uccidono e sono uccisi. E tutti sono uomini ingannati dalle
bandiere e dalle ideologie e dal fanatismo o dalle necessità economiche che li
convincono a buttare la vita per qualche migliaia di dollari al mese.
Questa è la guerra, signori. Ma non raccontate ai nostri ragazzi che questo è
un bel morire, che questa è la patria, che questo è un ideale. Il petrolio, il
"posto al sole", i "sacri confini", la "guerra al terrorismo" non sono ideali.
Sono sempre e solo "pretesti" dei furbi governanti di questo mondo per
convincere tanti piccoli uomini a morire per loro. Sì, è triste e drammatico
dirlo, ma questi poveri ragazzi non sono morti per nessuna patria che non siano
le menzogne di qualche petroliere americano e le ambizioni di qualche piccolo
politico italiano.
Questa è la guerra, signori. E se anche l'ipocrisia del teatrino della
politica italiana ha stabilito che ora è il momento del dolore, è un dovere
civile gridare l'assurdità di questo dolore e del dolore degli altri, dei
troppi, dimenticati, e rifiutarsi di ingrossare le fila delle retoriche e vuote
"liturgie" patriottiche che da sempre preparano altre guerre ed altri morti.
Questa è la guerra, signori. e noi ci rifiutiamo di servire queste meschine
"patrie mercantili".
"Deus non vult!"
E poi sulla terra intera a innalzare monumenti "Ai Caduti"! così
felici di essere caduti! Ma provate a fissare quei corpi squarciati, a
fissare la loro smorfia ultima sulle facce frantumate, e quegli occhi
che vi guardano. Provate a udire nella notte l'infinito e silenzioso
urlo degli ossari: "Uccideteci ancora e sia finita"! (David Maria
Turoldo)
* parroco di S. Angelo in Mercole e S. Martino in Frignano (Spoleto)
Condividiamo questo bell’articolo di don Gianfranco. E perciò lo pubblichiamo
come “nostro” editoriale, dopo l’attentato di Nassiriya del 27 aprile, che ha
provocato tre morti fra i soldati italiani, con tanto dolore e tanta ipocrisia
conseguenti
Verso il Referendum costituzionale Salvare la Costituzione di Calamandrei
e bocciare la riforma di Calderoli
Di Andrea Pugiotto *
1 La posta in palio nel referendum costituzionale del giugno prossimo è
decisiva. Le modalità di approvazione di quella che è a tutti gli effetti una
nuova Costituzione (e non una sua semplice revisione), i suoi contenuti e la sua
logica di fondo segnano infatti il passaggio dalla Costituzione come regola e
limite al potere alla Costituzione come strumento di potere. Votare contro la
sua approvazione referendaria significa, dunque, fare argine a tale
deriva. Questa la tesi che - con accenti preoccupati - vorrei dimostrare,
ricorrendo a quattro argomenti.
2. Il primo fa leva sulla durata nel tempo come vocazione di ogni Carta
costituzionale, quale atto fondamentale dell’ordinamento. Ciò non significa
pietrificarne i contenuti, suscettibili di puntuali rinnovazioni ma secondo una
logica di manutenzione del testo costituzionale implicita nelle sue apposite
procedure di revisione. In Italia, dalla metà degli anni ‘80, si assiste
invece ad un uso congiunturale della Costituzione, attraverso sue radicali
riscritture, testimoniato da tre Commissioni bicamerali (Bozzi 1985; De
Mita-Iotti 1993; D’Alema 1997) e dalla modifica dell’intero Titolo V (l. cost.
n. 3 del 2001). Il testo su cui voteremo dà un colpo alla stabilità della
Carta costituzionale, ancora più grave. Perché – contrariamente alle Bicamerali,
fermatesi alla fase istruttoria – è approdato alla sua approvazione parlamentare
definitiva. Perché – diversamente dalla revisione del 2001 fatta dal
centrosinistra - non riguarda un solo titolo, ma metà della Costituzione. Perché
per effetto di faticosissime norme transitorie, l’entrata in vigore delle sue
disposizioni avverrebbe a scaglioni: alcune subito, altre nel 2011, altre ancora
nel 2016, aprendo così un lungo periodo di transizione che minaccia di rendere
inservibile la Costituzione (vecchia e nuova). L’idea della stabilità
costituzionale così è colpita al cuore, delegittimando – con la sua vocazione
alla durata - l’attualità e l’utilità della Costituzione ancora vigente.
3. Il secondo argomento fa leva sull’assenza di coerenza interna alla
Costituzione riformata. Le operazioni di scambio avvenute tra le tante anime del
centro destra ha, infatti, prodotto un testo normativo di complessa
interpretazione, aperto ad esiti applicativi mutevoli e largamente
imprevedibili. Qualche esemplificazione può darne prova. a) La cd.
devolution, che allarga le materie di potestà esclusiva regionale sazia l’orgia
di federalismo verbale della Lega. Ma entra in rotta di collisione con
l’ampliamento delle competenze esclusive statali, con la resurrezione del
sindacato parlamentare sulle leggi regionali contrarie all’interesse nazionale,
con l’estensione del potere sostitutivo (legislativo e amministrativo) dello
Stato nei confronti delle Regioni: tutti contrappesi voluti dalle altre
componenti del centrodestra. Ognuno ha così innalzato il proprio vessillo.
Ma le ragioni che conducono ad una conflittualità, già elevatissima, tra centro
e periferia sono in tal modo accresciute. b) Non c’è coerenza sostanziale
tra riforma costituzionale e nuova legge elettorale. L’una figlia della seconda
Repubblica, orientata verso un modello di democrazia maggioritaria. L’altra
figlia della prima Repubblica, di cui il proporzionale è stato il cemento. In
questo quadro alcune regole costituzionali introdotte dalla riforma finiranno
per piegarsi ad esiti diversi da quelli attesi. Il potere di scioglimento
della Camera, formalmente attribuito al Primo Ministro, in un assetto
neoproprozionalista scivola nella disponibilità dei leaders dei partiti della
sua coalizione, tradendo così la finalità di stabilizzazione del premier e della
sua maggioranza. Accadrà lo stesso per la cd. norma antiribaltone, secondo cui
«il Primo Ministro si dimette altresì qualora la mozione di sfiducia sia stata
respinta con il voto determinante di deputati non appartenenti alla maggioranza
espressa dalle elezioni»: se anche 1 solo voto dell’opposizione (purché
determinante) decide della sorte del premier, ad uscirne amplificato è il potere
di ricatto dei partiti più piccoli (ma numericamente decisivi) della maggioranza
espressa dalle elezioni. c) Infine, tra le nuove e le vigenti norme
costituzionali non interessate dalla revisione ci sono gravi contraddizioni
(volute?). Quando, ad esempio, il nuovo art. 67 stabilisce che «Ogni deputato
e ogni senatore rappresenta la Nazione e la Repubblica ed esercita le proprie
funzioni senza vincolo di mandato», introduce un’inedita distinzione
territoriale, prefigurando uno Stato etnicamente eterogeneo. Il che contraddice
il principio dell’unità nazionale, sancito dall’art. 5 della Costituzione, solo
formalmente non modificato. Analogamente, la XIX disposizione transitoria
finale della nuova Costituzione – nei suoi commi 14 e 15 – introduce una deroga
all’attuale procedimento deliberativo per la costituzione di nuove Regioni. E’
una norma filo-secessionista che contraddice ancora il principio dell’unità
nazionale, inteso come divieto di modifiche territoriali non partecipate e
condivise da tutte le popolazioni coinvolte. Lo slogan consueto secondo il
quale si è inteso modificare solo la Parte II della Carta fondamentale (la
Costituzione dei poteri) senza affatto rivederne la Parte I (la Costituzione dei
diritti) è falso. Vero è anzi il contrario: i principi fondamentali ed i diritti
riconosciuti dalla Costituzione sono inevitabilmente incisi dalla modifica
dell’organizzazione costituzionale.
4. Il terzo argomento richiama la fedeltà alla tradizione del
costituzionalismo moderno, che imporrebbe soluzioni conformi ai modelli delle
altre democrazie pluraliste. Viceversa, la revisione costituzionale introduce
meccanismi inediti nel panorama comparato. a) Così è per la nuova forma di
governo che, per larga parte, traspone a livello nazionale il modello
istituzionale introdotto – dal 1993 – per Comuni, Province e – dal 2001 – per le
Regioni. Segnando così il passaggio da una democrazia rappresentativa ad una
democrazia d’investitura di un unico organo – il Primo Ministro – senza darsi
cura di introdurre adeguati contrappesi. La sede principale della rappresentanza
politica (la Camera) si trasforma in un elemento secondario, pensata come
interprete sollecita e fedele delle decisioni del Premier. L’investitura
popolare diventa il vero perno del sistema, facendo aggio su tutto: diritti
dell’opposizione, ruolo della maggioranza, dialettica parlamentare, prerogative
del Capo dello Stato. Gli stessi meccanismi di razionalizzazione del sistema
(sfiducia costruttiva, norma antiribaltone, potere di scioglimento della Camera)
sono congegnati al solo fine di cristallizzare per l’intera legislatura quanto
deciso nell’election day, accada ciò che accada nei successivi cinque anni.
b) Estraneo alle tradizioni costituzionali è anche il Senato federale, che
tale non è malgrado il nome. La sua composizione e modalità di formazione non
configurano un organo di rappresentanza territoriale. Il legame con la Regione
dei senatori può essere evanescente: basta essere stati eletti una volta
parlamentari nella Regione, oppure risiedere nella Regione alla data di
indizione delle elezioni. La stessa norma – molto sbandierata – che ne riduce i
componenti entrerà in vigore nel 2016. In compenso il Senato, coinvolto nel
procedimento legislativo ma escluso dal circuito fiduciario, viene fornito di un
sostanziale potere di veto che rischia di farne una sorta di variabile
indipendente, capace di rendere ingovernabile l’intero sistema. c)
Assolutamente inedito è il procedimento legislativo che la revisione
costituzionale si è inventata, con i suoi tre tipi di leggi (a prevalenza
camerale, a prevalenza senatoriale, bicamerale) distinte in base all’incerto
criterio della materia, e con i suoi complicati meccanismi di soluzione degli
inevitabili conflitti di competenza. Un dedalo procedurale che segnerà il
passaggio dall’inefficiente bicameralismo paritario ad un bicameralismo
impossibile. d) Infine, la discontinuità con le tradizioni costituzionali
comuni si riscontra anche rispetto al principio dell’equilibrio tra i poteri.
Il Capo dello Stato non partecipa più alla nomina del Primo ministro né allo
scioglimento anticipato della Camera, potere ora nella disponibilità del premier
da usare per imporre decisioni in aula, a scapito di quella dialettica tra
maggioranza e opposizione che dà senso e garanzia procedurale alla deliberazione
parlamentare. La Corte costituzionale viene politicizzata per effetto della
quota di giudici costituzionali eletti dal Parlamento (7 su 15) ed esposta a
rischio di paralisi per il previsto ricorso diretto dei circa 8.100 Comuni.
5. Resta un ultimo argomento contro la riforma. Andando a segnare i
confini e le regole del gioco, una Costituzione deve essere condivisa, non
imposta da una maggioranza. Come invece è accaduto. La proposta di revisione
nasce dal Governo in conseguenza di un impegno elettorale. Non era mai accaduto
prima. Questo peccato originale ha pervaso, poi, la fase di approvazione del
nuovo testo costituzionale, attraverso un dibattito parlamentare strozzato nei
tempi e nei modi. La via maestra per le modifiche costituzionali è
l’approvazione a maggioranza dei 2/3, che garantisce un largo consenso tra le
forze parlamentari di maggioranza e di opposizione. Si è invece scelta l’altra
via – pure prevista – della approvazione a maggioranza assoluta, in un muro
contro muro con l’opposizione. Si è forzata la ratio dell’art. 138 della
Costituzione (e forse anche la sua lettera, che parla di «revisioni» e non di
riforme), che consentirebbe solo modifiche puntuali ed omogenee, non riscritture
complessive della Carta costituzionale.
6. La Costituzione non è una
legge tra le leggi, ma la Legge delle leggi. Va dunque custodita gelosamente e
difesa da sue modifiche strumentali, perché appartiene a tutti e non è nella
disponibilità di una sola parte politica. Sarà bene ricordarlo, quando
sceglieremo tra la Costituzione di Calamandrei e la Costituzione di Calderoli.
* Ordinario di Diritto costituzionale Università di Ferrara torna in alto
Il Movimento Nonviolento ha aderito a questa campagna di obiezione di
coscienza promossa dal GAVCI di Bologna, e invita tutti i giovani obiettori e le
giovani obiettrici a compilare ed inviare il modulo.
Obiezione di coscienza dei ragazzi e delle ragazze e delle persone
richiamabili
L' art. 52. della Costituzione stabilisce che il servizio militare è
obbligatorio, nei limiti e nei modi previsti dalla legge. La legge 331/2000,
in un'ottica di trasformazione dello strumento militare in professionale, ha
sospeso il servizio militare obbligatorio.
Perché diciamo sospeso, e non abolito? In primo luogo perché - proprio in
base all'art. 52 della Costituzione - è il legislatore a stabilire limiti e
modalità del servizio militare obbligatorio, che potrebbe quindi essere
ripristinato con una semplice legge dello Stato. In secondo luogo, perché
l'art. 2 della legge 331/2000 prevede che il personale militare impegnato nella
difesa nazionale è formato da personale volontario ma anche da personale da
reclutare su base obbligatoria (nel caso in cui il personale in servizio sia
insufficiente e non sia non sia possibile colmare i vuoti di organico) in due
ipotesi: quando sia deliberato lo stato di guerra o quando una grave crisi
internazionale, nella quale l’Italia sia coinvolta direttamente o in ragione
della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale (ad es. ONU, NATO),
giustifichi un aumento della consistenza numerica delle forze armate. Tanto è
vero che, proprio ai fini del possibile ripristino del reclutamento
obbligatorio, i comuni devono continuare a svolgere l'attività di formazione e
di aggiornamento delle liste di leva anche per i nati dopo il 1985.
Quali sono, in concreto, le conseguenze di questa nuova disciplina? In
tempo di pace, nel caso in cui dovesse essere ripristinato il servizio di leva
obbligatorio, verrebbe automaticamente ripristinato anche il servizio civile,
dato che la legge 331/2000 fa salvo quanto previsto dalla legge sull'obiezione
di coscienza: i cittadini che intendono prestare servizio civile potrebbero
quindi presentare domanda al competente organo di leva entro quindici giorni
dalla data di arruolamento. Ma che cosa accadrebbe in caso di guerra o di
"grave crisi internazionale"? La prima differenza è che, in questi casi, il
servizio militare obbligatorio può essere ripristinato con decreto del
Presidente della Repubblica previa deliberazione del Consiglio dei Ministri,
cioè con una procedura molto più rapida e molto meno "garantista" rispetto a
quella di una legge ordinaria. La seconda differenza è che sarebbe molto
difficile dichiararsi, in quel momento, obiettori di coscienza. La legge
230/1998 sull'obiezione di coscienza prevede infatti che in caso di guerra o di
mobilitazione generale gli obiettori di coscienza che prestano il servizio
civile o che, avendolo già svolto, sono richiamati, siano assegnati alla
protezione civile ed alla Croce rossa. E che cosa succede per chi non ha svolto
il servizio civile perché era sospeso? La nuova disciplina non lo prevede.
Per questo è importante che tu faccia la tua dichiarazione di obiezione di
coscienza fin da ora. Per questo è importante che - oltre all'Ufficio leva
del Distretto militare di competenza e al tuo Comune di residenza - tu ne mandi
una copia anche al Comitato consultivo per la Difesa Civile Non Armata e Non
violenta (Ufficio Nazionale per il Servizio Civile – UNSC) e alla LOC, che
saranno garanti della tua scelta. Per questo è importante che tu faccia il
piccolo investimento di inviare la tua dichiarazione all’Ufficio leva del
Distretto Militare e al Comune di residenza con lettera raccomandata. N.B.:
la legge 331/2000 fa riferimento alla durata di 10 mesi prolungabili , ma non
chiarisce per quale durata massima!
all’Ufficio Leva del Distretto Militare di ………………………… via
…………………………………………….
al Comune di ………………………… via……………………………………………..
all’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile (U.N.S.C.) via San
Martino della Battaglia 6- 00185 Roma
alla Lega Obiettori di Coscienza (L.O.C.) via Mario Pichi 1- 20143
Milano
Oggetto: Dichiarazione di Obiezione di Coscienza al servizio militare
La recente legge di riforma della leva (n. 331/2000) ha dato avvio al
servizio militare professionale, ora esteso anche alle donne in omaggio alla
parità costituzionale dei sessi. Il servizio è volontario in tempo normale, ma
obbligatorio in caso di guerra e di crisi internazionale, “salvo quanto previsto
dalla legge in materia di obiezione di coscienza” (art.2, comma 1, lettera f).
Intendendo avvalersi del diritto di opporsi all’uso delle armi, il/la
sottoscritto/a…………………………………………………………………………………….…, nato/a a ………..……………(…….) ,
il ……/…./.…….. , codice fiscale ……………………………, residente a
…………………………………………….…(………..….) , c.a.p. ……..………….……., in
via…………………………..………………….……………………. , n° …………………………., si dichiara
obiettore/obiettrice di coscienza al servizio militare, ai sensi della legge n.
230/98, in quanto contrario/a all’uso delle armi e a qualsiasi guerra e, previa
formazione, disponibile, in caso di necessità, ad attivarsi per la Difesa
Popolare Nonviolenta e/o per la partecipazione ai Corpi Civili di Pace. A tal
fine, consapevole della responsabilità penale in cui potrà incorrere in caso di
dichiarazione mendace, ai sensi dell’art. 4 della legge 04/01/1968 n. 25 e
successive modifiche, dichiara: 1.di non essere titolare di licenze o
autorizzazioni relative all’uso delle armi; 2.di non aver presentato domanda
da meno di 2 anni per la prestazione del servizio militare nelle FF.AA.,
nell’Arma dei Carabinieri, nel Corpo della Guardia di Finanza, nella Polizia di
Stato, nel Corpo della Polizia Penitenziaria e nel Corpo Forestale dello Stato,
o per qualunque altro impiego che comporti l’uso delle armi; 3.di non essere
stato/a condannato/a con sentenza di 1° grado per detenzione, uso, porto,
trasporto, importazione o esportazione abusivi di armi e materiali
esplodenti; 4.di non essere stato condannato con sentenza di 1° grado per
delitti non colposi commessi mediante violenza contro persone o delitti
riguardanti l’appartenenza a gruppi eversivi o di criminalità
organizzata; 5.……………………………………………………………………………………………………..…………………………………………………………………………………………………………
Data ……./……/.……….. Il/La dichiarante ……..……..…….…………………
Ricettario per una salvezza possibile. Fermarsi e un passo indietro. Fare
una scelta unilaterale: dimissionare! Poi si vedrà….
Quando un uomo non si riconosce più nel proprio mondo, nel proprio
quotidiano, nel proprio momento storico, cosa deve fare? Dimissionare,
ovvio!
Di Christoph Baker
L’andazzo attuale è a dir poco terrificante. Guerre terrorismo atrocità
crudeltà fondamentalismi religiosi ed economici crisi sociali e politiche apatie
ed indifferenze di ferro muri eretti fossati scavati. C’è un indurimento in giro
che fa paura. Facendo parlare i sui più biechi istinti, l’uomo si chiude in
atteggiamenti auto-celebrativi e auto-consolatori della peggiore sorte. E’ tutta
una gara ad eliminazione, come in tivù. Trionfa la volgarità. A rimpiangere il
buon gusto si passa per dandy o rimbambito. A forza di riempire la nostra vita
di gadget e tecnologie, non c’è più un millimetro libero per pensare. Fra poco
neanche per respirare.
Poi se uno pensa alla distruzione della natura… Povera Madre Terra! Povere
creature del cosmo e di ogni microcosmo! La parola catastrofe non rende più
l’idea. Anzi, i catastrofisti oggi bevono il tè nei salotti buoni e più ne
parlano più non ce ne frega niente. E così possiamo andare avanti con le solite.
L’allarme è diventato un sonnifero. Infatti, l’umanità sembra proprio
addormentata mentre gli sta per mancare la terra sotto i piedi.
Sorpresi? Ma se era già scritto sui muri da un pezzo. Se già da decenni menti
visionari e coraggiose hanno evidenziato il fallimento della società umana
incapace di mantenere un buon senso comune e un minimo di saggezza nel
“progredire”, parola semi-religiosa ormai messa a nudo da quel che il famigerato
progresso ha poi prodotto. Grande è la tentazione di dire semplicemente: ce lo
siamo meritati. E chiudere la storia.
Ma con gli altri esseri viventi che non se lo sono meritati per niente, come
la mettiamo? Ce ne frega niente un’altra volta? Mi vien da pensare che sarebbe
solo giustizia naturale se ci prendessimo tutti la febbre aviaria. La rivincita
delle galline, simbolo estremo dello sfruttamento (siete mai stati in un
allevamento di polli industriali?). Eccolo il progresso, evviva!
Solo che poi fregarsene è un boomerang. Può dare l’impressione di avere
lasciato i problemi alle spalle, ma prima o poi te li ritrovi davanti casa.
Stare al passo con questa società dei consumi, con questa cultura materialista,
diventa sempre più una corsa affannosa e senza tregua. Hai voglia di comprare,
di accumulare, di rinnovare l’armamento elettrodomestico, di inseguire l’ultimo
software, di riempirti le orecchie, le mani e gli occhi della generazione più
avanzata di cyber-tecnologia, non ce la farai mai. C’è il trucco in quel girone
dantesco. Si chiama dipendenza. Siamo tutti dei drogati, altro che 23 spinelli a
casa (poi non ho capito, ma sono 23 spinelli al giorno…?). Non hai comprato
l’ultimo modello di una qualsiasi cosa, che c’è già una novità in agguato…
Che noia poi. Che solitudine. E che tristezza. Mentre il mondo là fuori
peggiora di giorno in giorno, ecco che sentiamo insinuarsi nelle nostre cellule
ogni forma di cancro di malessere, di putrefazione. E non saranno le palestre a
salvarci né le pillole integrative di vitamine. Vuoi un bell’esempio: fare
jogging in città. Sarebbe salutare questo? Imporre uno sforzo fisico al tuo
corpo e poi per aiutarlo, inalare interi polmoni di monossido di carbonio? Ma
per favore. Intanto le città si popolano sempre di più e le campagne sono
lasciate alla deriva. Diventeranno presto solo cartoline postali ingiallite in
fondo a qualche cassetto. Nel giro di due generazioni, nessuno saprà più come
profumava e cantava la campagna…
Che ce ne frega. Abbiamo il progresso tecnologico che ci riempirà i vuoti con
qualcosa, fidati. Non ci sarà tempo per i rimpianti. Ci saranno meraviglie che
gli anni cinquanta sembreranno l’età della pietra. Vedrai che roba, che fuochi
d’artificio, che spettacolo. Saremo tutti più virtuali che reali. Tutti su un
blog, su un forum, dentro alla rete in comunicazione permanente ed esponenziale
che non si capirà più se stai chiedendo rispondendo avviando chiudendo navigando
sprofondando inventando copiando ingurgitando o espellendo.
Sapete che vi dico: erano meglio gli anni cinquanta!
Ma è possibile che nessuno si ribelli? Va bene così e basta? Ma tutta questa
miseria quotidiana? Le mamme che ammazzano i figli neonati. I padri che
sterminano la famiglia, che filmano tutto il massacro con la videocamera e poi
si sparano in diretta. I ragazzi che si suicidano senza lasciare neanche un
biglietto. I morti sulle strade. I morti di cancro. I morti di noia. Tutto
questo massacro e non c’è un minimo accenno di rivolta?
Eppure nella ribellione vi è sempre un filo di compassione, un tentativo di
comunicazione primordiale, un appello alla fratellanza. Un uomo non si sbilancia
verso gli altri se non sente una speranza, anche una residua speranza, di
coinvolgere il prossimo nella sacrosanta ricerca di un domani migliore.
E’ con questo spirito che bisogna affermare che dimissionare è possibile.
Intanto peggio di così non può andare. Abbiamo veramente toccato il fondo e
raschiare il barile diventa noioso (in questa affermazione, sono confortato
dagli sguardi che incrocio in giro). Dovere convincersi ogni mattina al
risveglio che vale ancora la pena correre per immettersi nel traffico,
immischiarsi nell’impressionante folla degli alienati di cui facciamo parte,
timbrare anche quando non è obbligatorio, obbedire ad ordini intrinseci,
gesticolare a vanvera, riempirsi la bocca di ovvietà, leccare il culo a
prescindere e così via, diventa sempre più pesante. O no?
In nome del diritto nobile alla pigrizia, si potrebbe intanto rimanere a
letto una mattina e darsi per ammalati. Provare per credere. Grattarsi
lentamente un po’ dappertutto per aiutare la circolazione. Poi a piedi nudi per
casa con una nonchalance che manco Ava Gardner e con maestosa lentezza
soffermarsi sulle abitudini domestiche, alzare le sopraciglia divertiti di
fronte alle mosse apparentemente così fondamentali tipo lavarsi ogni mattina -
ma chi l’ha detto che bisogna lavarsi ogni giorno? – o trangugiare un cornetto
industriale con un caffè insipido o scegliere la giusta cravatta il giusto
tailleur. Ah, il look.
Seduti con calma in salotto o tornati a riposare a letto, si può cominciare a
intravedere una via di fuga dalla prigione della routine dal carcere dello
status quo. Ma per questo bisogna avere un certa disciplina. Serve la capacità
di inseguire un pensiero o un’idea fino in fondo. Roba che di questi tempi è
un’impresa. Siamo talmente abituati ad essere interrotti da qualcuno o da
qualcosa che quando non succede ci pensiamo da soli ad interromperci (tipo
andare a controllare le e-mail in arrivo, dieci secondi dopo averlo appena già
fatto).
Inseguire un pensiero vuol dire lasciarsi trasportare in un piccolo viaggio
ozioso verso l’incognito. Non sai mai dove ti porterà il pensiero. Puoi
illuderti di controllarlo, come fanno da millenni i filosofi, ma se provi a
fermarlo, muore. O rimane in sospeso. Il pensiero è innanzitutto un grido di
libertà. Non sopporta l’ingabbiatura razionale, al contrario di quanto si possa
dedurre studiando i maîtres à penser di scolastica memoria. Ma se ti lasci
abbindolare vedrai che spasso. Vedrai che stupore. Scoprirai che hai dentro cose
inaudite, incredibili, impensate (è il caso di dirlo...). Ti lascerai incantare
da ricchezze mai immaginate. Inseguendo un pensiero, hai voglia a riempire la
giornata di significato. Hai voglia di avere una ragione di vivere.
Finalmente.
Lasciamo che il nostro pensiero sgomberi il terreno da tutto l’inquinamento
mentale che abbiamo accumulato in anni di scuola, di convenzioni, di luoghi
comuni, di false certezze. Lasciamoci trasportare nelle praterie incontaminate
dell’utopia. Sognare è un diritto, perbacco! E dobbiamo resistere. Sognare
rimane una delle poche cose non completamente cooptate dalla società dei
consumi. Sognare è una sana attività, un serio impegno, una grande opportunità.
Solo dal sogno possono nascere idee veramente nuove e rivoluzionarie. In un
sogno, ogni uomo può comporre la propria musica, miscelare i colori favoriti,
scolpire la materia primordiale che sono i nostri desideri.
Il mio sogno più grande è vivere pienamente la vita. Per questo mi sono
convinto che sono fondamentali le scelte unilaterali. Non si può stare alla
finestra ad aspettare un mitico movimento di massa che come d’incanto ci
proporrebbe un sistema perfetto di “gestione” del mondo. Ogni tentativo in
questo senso nella storia dell’uomo ha lasciato dietro di sé una lunga scia di
cadaveri. Vivere non si può delegare. Appena lo si fa, appare evidente la
miseria del tentativo. In effetti, nelle società cosiddette ricche o avanzate
(che arroganza!), basta guardarsi intorno: è un oceano di anime alla deriva. Ci
si mette in coda per la grande gara al successo e all’affermazione sociale,
convinti che questo sia lo scopo ultimo della propria esistenza. Poi ci si rende
conto che alla fine solo un piccolissimo numero di “eletti” ce la fanno a
vincere. Il resto, noi tutti, siamo perdenti in partenza.
Allora perché insistere? Perché non trarre le ovvie conseguenze? Perché non
abdicare prima di correre il rischio di non sapere più come uscire dalla
trappola? Dimissionare da questa società, da questo sistema di
controllo/potere/alienazione, appare quindi come una saggia decisione. Si
direbbe che è una scelta dettata semplicemente dal buon senso comune. Allora
perché non succede? Come mai uno continua a farsi fregare la propria vita,
offrendo non solo l’altra guancia ma tutta la mente il cuore e l’anima per
andare a gonfiare i ranghi degli sconfitti a vita? Va bene che l’uomo è una
creatura paurosa e che ha bisogno di un sacco di certezze e di sicurezze per
tranquillizzarsi. Ma se alla fine il prezzo è la perdita totale della propria
capacità di vivere, di godersi questa incredibile avventura che è la vita,
allora non si capisce perché dobbiamo insistere.
Scrivere di queste cose è sempre una scommessa: si corre il rischio di
parlare ai pochi perdenti già convinti perché non hanno più niente da… perdere.
Per gli altri, questi pensieri sembrano provocatori sovversivi e soprattutto
lasciano il tempo che trovano non riuscendo a scalfire il muro di roccia della
razionalizzazione di tutto. Ed è proprio lì che vorrei tentare uno
smantellamento mentale, pregando il lettore scettico dubbioso cinico o
sarcastico di resistere alla prima reazione di stizza, alla prima voglia di dare
un bel calcio a tutte queste fandonie!
Invoco un po’ di clemenza, anche perché parlarsi addosso non è una attività
molto edificante. Il succo di un discorso sta nella condivisione con quelli che
devi convincere o almeno stuzzicare; di notti in bianco a fissare il soffitto
rimuginando pensieri cupi e sentimenti di disfatta, ne ho fatte anche troppe.
Chiedo semplicemente al lettore di accompagnare una riflessione fino in fondo,
prima di giudicare o di emettere fatwa definitive. In fondo, il punto di
partenza di qualsiasi riflessione sui mali del mondo è la libertà. La libertà di
pensare, la libertà di dubitare, la libertà di sognare, la libertà di creare.
Chi non accetta di rimettersi in discussione (anche solo il tempo di una
lettura), non sta anche rinunciando alla propria libertà? Libertà che non esiste
perché è scritto in qualche costituzione o sui muri dei municipi, ma esiste in
quanto la esercitiamo, in quanto la sentiamo, in quanto la difendiamo.
Parto quindi da un presupposto di libertà per avviare il discorso dello
smantellamento delle convenzioni delle idee ricevute dei luoghi comuni accettati
in blocco come sante verità. E si deve partire da ciascuno di noi,
nell’accezione della persona individuale (non individualista) e dell’unicità di
ogni uomo e donna. Perché è dentro ognuno di noi che si svolge la grande saga
filosofica ed esistenziale dell’essere umani. E’ nel profondo di ogni persona
che vibra l’energia che ci porta al positivo o al negativo. E’ quindi logico che
un vero cambiamento non può che nascere dentro di noi. Non si può imporre nulla
dal di fuori, ci si può al limite illudere di imporre un cambiamento. Ma la
storia ci insegna che sono i convincimenti intimi a travolgere lo status quo,
non gli slogan populisti.
Vediamo il discorso della libertà allora nel proprio quotidiano. Misuriamo
l’abissale distanza fra quello che ci è dato e quel che ne facciamo. Qualche
esempio? Il contatto umano con l’altro; il modo in cui ci muoviamo; il rapporto
con il tempo; la cura dei beni comuni (quei pochi rimasti); l’arte del
festeggiamento; il saper vivere; la curiosità, la meraviglia e lo stupore; la
convivialità. Ecco tutte opportunità di “vivere la vita” che in fondo accogliamo
poco o male. Eppure, in ognuna di queste circostanze, vi è un mondo da scoprire,
emozioni da sentire, piaceri da godere, sentimenti da condividere. E libertà da
praticare.
Si ritorna alle scelte unilaterali. Decidere di “prendere il proprio tempo”
permette di aprire un capitolo sconosciuto della proprio vita. Praticare il
passo tranquillo, fare le cose con calma, fermarsi per pensare, per ascoltare,
per intuire, stare attenti alle sfumature, agli sguardi furtivi, alle frase
dette a metà, contemplare quel che ci circonda, cercare la bellezza anche mezzo
al brutto, coltivare la conoscenza. In tutto questo vi è la profondità
dell’essere, la sostanza dell’esistenza. Essersi lasciati così massicciamente
inquinare da una concezione del tempo colonizzatrice e impietosa, ha dato i
risultati che abbiamo sotto gli occhi: una massa di morti di tempo. Sempre in
affanno, sempre di corsa, sempre proiettati sul prossimo imprescindibile
appuntamento per il quale siamo perennemente in ritardo. Lo stesso concetto di
ritardo è sintomo di un modo sbagliato di vivere. Come si può essere in ritardo
nella vita? Come se la vita fosse una specie di orario delle ferrovie
implacabile. E’ semplicemente ridicolo. Se perdi un treno, fatti una
passeggiata. Approfitta dell’imprevisto. Sganciati dai programmi
preconfezionati. Di solito, l’appuntamento mancato si riesce a recuperare.
Impariamo a domare le nostre ansie che non servono a niente. Mai.
Ridimensioniamo l’importanza delle scadenze. Controlliamo i nostri impulsi
competitivi. Prendiamo grandi boccate d’ossigeno. Sediamoci in una terrazza e
sorseggiamo un buon bicchiere di vino. Leggiamo un libro su una panchina nel
parco. Giochiamo con i bambini. Annusiamo i profumi nell’aria. Cose normali,
cose essenziali. Ma se si guarda alle spalle: quand’è l’ultima volta che si è
fatta una sola di queste cose? Eppure non sono proibite dalla legge (almeno non
ancora).
Anche il nostro rapporto con lo spazio è diventato folle. Intanto perché nel
nostro immaginario lo spazio è solo una cosa da conquistare. Da riempire. Da
ingabbiare. Le città moderne parlano per sé. Roba spaventosa. Bisogna essere
proprio ciechi e ben indottrinati per non vedere l’essenza distruttiva dell’urbs
odierna. Ad ogni passaggio a New York (ma potrebbe essere Tokyo, Sao Paulo,
Berlino o Milano), mi convinco sempre di più che i grattacieli sono lì per
obbligarci a fissare il marciapiede. Provate a guardare il cielo per più di
cinque secondi a New York. Raggiungerete due soli risultati: torcicollo e
investimento pedone. Per non parlare del concetto filosofico che sta a monte
dell’idea brillante di mettere migliaia e migliaia di persone in gabbie di
quaranta sessanta cento piani. Poi ci sono le strade delle città. La vittoria
definitiva dell’automobile sull’uomo. Le zone pedonali sono riserve indiane,
piccole isole in un mare di asfalto gomme e paraurti.
Eppure, basterebbe poco, tipo lasciare la macchina a casa. Sì, sì. Sfatare il
tabù dell’automobile come necessità. Rovesciare l’equazione del movimento e del
trasporto intorno ai quali bisogna organizzare tutto il resto. Ripartire dai
luoghi per decidere se si può e cosa può circolare. La logica della città
moderna imporrebbe per esempio lo sventramento di tutte le Medina del Maghreb.
Vi rendete conto che perdita sarebbe? Già i centri storici medievali dell’Italia
sono ridotti abbastanza male (ma perché bisogna per forza avere la propria
macchina, magari un SUV, davanti alla porta di casa?). Bisogna ricordare che
solo cent’anni fà l’uomo riusciva a sopravvivere senza macchine? E cosa sono
cent’anni nella storia umana? Prendiamo un po’ di distacco, diamine!
Le città dovranno essere totalmente ripensate se non vogliamo che ci
soffochino definitivamente. Si dovrà ripensare il mito degli spostamenti come
espressione di libertà. E’ folle che ogni giorno da ogni parte delle città si
mettano in movimento masse di gente per andare altrove a lavorare o consumare.
Questa falsa concezione della libertà ha portato all’ingorgo permanente,
all’aria inquinata, allo stress dominante che caratterizzano la vita urbana.
Cominciamo dai mezzi. La scarpa al posto delle gomme. Anche perché camminare fa
bene ed è un piacere (bello, una volta tanto!). Camminando ci ridimensioniamo
come predatori dello spazio e dei luoghi. Immaginate un minuto una città senza
automobili, e capirete in un lampo come immediatamente si ridurrebbe
l’invivibilità attuale. E’ il caso di dirlo: facciamo qualche passo nella
direzione saggia.
Non dobbiamo salvarci solo dalle realtà oggettive. Non si possono concentrare
tutti gli sforzi solo nel raggiungere cambiamenti materiali. Anzi sono sforzi
abbastanza inutili, se prima o contemporaneamente non ci sforziamo di cambiare
dentro di noi. A cominciare dal linguaggio, dalla comunicazione. In genere,
siamo ormai poco attento alle parole. Anzi, gli esperti dicono che il
vocabolario va impoverendosi velocemente. Anche qui siamo vittime di un
riduzionismo molto spiccio: usare frasi già fatte, limitarsi a poche centinaia
di vocaboli, ripeterli spesso, ecc., è l’applicazione verbale del mito
dell’utilitarismo. Un poema, si sa, non serve a niente.
Se a questo impoverimento si contrappone poi una proliferazione esponenziale
dei mezzi di comunicazione, siamo freschi. Non conta più infatti il senso o il
contenuto (neanche la forma!) di quello che diciamo, ma lo strumento per farlo,
la velocità con cui farlo, e la scelta del modo di farlo. Confondiamo di nuovo
il senso della libertà: anche se non abbiamo niente da dire, ci sembra chissà
quale meraviglia potere scegliere fra tanti strumenti di comunicazione. Ma se
non hai niente da dire, non puoi stare zitto almeno?!! L’inflazione del
blablabla superficiale, insensato, ripetitivo sta ormai dominando fisicamente la
vita quotidiana. Non c’è più situazione libera dal benedetto squillo di un
cellulare. Neanche il teatro, neanche la messa, neanche a letto. Ma li vogliamo
spegnere ‘sti cellulari? Guardate che non muore nessuno se per un giorno
l’oggetto malefico se ne rimane silenzioso in fondo ad un cassetto. Anzi.
Potrebbe segnare il risveglio del pensiero, la riscoperta del silenzio, la lenta
sconfitta dell’ansia nevrotica di dovere sempre essere raggiungibile e di sempre
potere raggiungere gli altri. Ma per che cosa? Per ripetere i soliti luoghi
comuni, le solite scemenze vacue e omologate?
Il verbo è una ricchezza. E con esso l’ascolto, lo sguardo, il gesto. Tanti
sono i linguaggi dell’uomo che sembra un vero suicidio quello a cui siamo
ridotti nel nome della cosiddetta comunicazione. Eppure, basterebbe riprendersi
il diritto alle parole giuste. Il diritto alla diversità dei linguaggi. La
musica, la pittura, la scultura, il teatro, il ballo, la scrittura, il racconto,
la poesia, c’è l’imbarazzo della scelta. Ognuno ha il diritto di provarci, di
inventarsi artista. Chi l’ha detto che dobbiamo soccombere alla volgare
comunicazione di massa, senza neanche provare, almeno provare, ad afferrare la
musa e lanciarsi in un volo immaginario e creativo? Perché questo non viene
insegnato a scuola? Perché impariamo a leggere e scrivere se il nostro destino
sono gli SMS?
Qualcosa non quadra, o peggio ti fa venire il dubbio che è tutto programmato.
L’educazione diventa indottrinamento, anche solo quando tarpa le ali e ammazza
sul nascere qualsiasi aspirazione creativa. Non c’è bisogno di propaganda
nazista o stalinista. Basta impedire ai bambini di pensare liberamente, basta
privarli delle conoscenze, basta riempire le loro teste di nozioni inutili, di
migliaia di informazioni senza importanza, ma che siano migliaia e migliaia, e
il trucco è fatto. La macchina implacabile dell’omologazione e del conformismo
tritura le anime vergini appena possibile e non le molla più. E’ un massacro
quotidiano di cui siamo tutti spettatori passivi e colpevoli. E non si tratta
solo della scuola. Qui c’è di mezzo anche il cinema, la televisione, internet, i
videogiochi, la pubblicità, la moda, e tutti i messaggi subliminali dei genitori
e della società circondante, per non parlare delle cosiddette classi
dirigenti.
Allora si deve per forza parlare di sovversione. Del capovolgimento dello
stato delle cose. La sfida è combattere l’alienazione e l’imbarbarimento
quotidiano con la sete di conoscenza. E qui siamo chiamati ad uno sforzo
filosofico molto concreto. Si tratta di privilegiare l’intuizione, lo stupore,
la curiosità, il dubbio, l’ispirazione e il sogno. Ecco gli ingredienti di un
approccio vitale all’esistenza. Questi sono i nostri strumenti per sconfiggere
il grigiore dello status quo, per rifiutare di morire lentamente anzitempo
incatenati ad una visione del mondo riduttiva, schiavizzante e indegna.
Guardiamoci bene dalle convenzioni sociali, dai “compromessi ragionevoli”, che
non fanno altro che renderci apatici partecipanti in una gara impietosa che non
conosce vincitori.
Abbandoniamo questa gara, scendiamo dal treno impazzito della modernità,
stacchiamo la spina che ci tiene legati alla folle corsa consumistica, seghiamo
le catene della tirannia occupazionale. Mica possiamo perdere una vita per
guadagnarla. Qui si tratta di fermare le bocce per un po’. Facciamo una bella
moratoria sull’andazzo attuale. Ammettiamo che non abbiamo soluzioni miracolose
da applicare immediatamente come un cerotto sulle ferite sanguinanti del nostro
vivere quotidiano. Che non vi sono pacchetti preconfezionati di felicità pronti
all’uso. Ma questo non deve significare che siamo obbligati ad andare avanti
lungo binari che ci portano dritto al baratro. Fermarsi è possibile, anzi è
salutare. La società attuale tradisce palesemente il fallimento del progetto di
benessere materiale. Avremo anche più cose in casa, ma poi piangiamo a dirotto
davanti al senso di vuoto che tutto questo ci dà.
Per questo bisogna rispolverare un po’ di coraggio. Osare. Rischiare. Sono
verbi che sembravano deperire inesorabilmente nel dimenticatoio della storia,
tanto imperversa la ricerca di sicurezza di protezione di rafforzamento di tutti
i muri di difesa. No. Bisogna buttarsi. E ai timorosi dico: ma può andare peggio
di così? Che volete che sia un piccolo atto di sana audacia. Mica sto dicendo
che bisogna fare una scelta ascetica o monacale. Mica bisogna bruciare mobili
libri e vestiti. Anzi, ecco un classico ricatto che ci fa la mente razionale.
Non appena uno contesta un micro-millimetro dello status quo, si sente trattare
di rivoluzionario impazzito, di guerriero dell’apocalisse, di terrorista
iconoclasta. Oh! si può prendere un po’ di ferie? Si può in controtendenza non
andare alle Maldive ma nell’Aspromonte? Si può smettere di comprare scarpe
griffate? Si può andare in campagna a comprare le verdure anzichè al
supermercato? Si può prendere un accelerato e scendere in una stazione
dimenticata del tempo per vedere proprio come se la spassano i dimenticati del
tempo (beati loro)? O non si può?
Io dico che si può. E che l’appetito vien mangiando. Provate una volta
l’ebbrezza di sentirvi di nuovo liberi, di respirare senza affanno, di volare
leggeri nell’aria. Dopo rimane il ricordo. E saranno i ricordi i più fidati
compagni, quelli che ci danno la forza di tentare di nuovo l’ebbrezza. Di andare
un po’ più lontano la prossima volta. Di sentirsi un po’ più vivi ad ogni
tentativo. Non possiamo aspettare di avere risolto tutti i nodi della psiche
dell’eros e del superego per partire. Non partiremo mai. L’appello del largo e
dell’orizzonte è vecchio come il mondo. La nostra sfiga è stata quella di
inventare macchine che hanno tentato di annientare quell’appello. Ma vedere le
Alpi dall’oblò di un jumbo jet non sarà mai niente in paragone alla visuale
dalla cima di un picco che uno ha scalato per un giorno intero, la testa leggera
per l’ossigeno che comincia a mancare e il cuore colmo di tanta mozzafiato
benedetta bellezza che ci regala la natura.
Credo che alla fine della giornata la partita si giochi sulla passione.
Vibrare di emozioni, essere sconvolti, commuoversi, esagerare, estasiarsi, farsi
prendere dall’esuberanza, impazzire di gioia, godere un infinito istante, ecco
la vera ricetta di una possibile salvezza. Dobbiamo tornare ad essere
passionali. Così sconfiggeremo una volta per tutte la dittatura del pensiero
razionale e di suoi figli disgraziati, il riduzionismo e il materialismo. Con la
passione, sapremo resistere alle delusioni, ai sentimenti di sconfitta, allo
scoraggiamento, al richiamo della normalità. La passione ci porterà per mano a
scoprire i tanti risvolti di ogni momento di vita. Ci aprirà gli occhi davanti
all’incredibile spettacolo che in ogni istante va in scena intorno a noi. Ci
farà sentire musiche mai immaginate che ci prenderanno l’anima e la faranno
cantare dopo secoli di silenzio. Ci condurrà all’incontro con l’incognito e
scopriremo allora tutto quello che ci stavamo perdendo, idioti come eravamo di
rimanere chiusi nelle nostre gabbie dorate chiuse a chiave dall’interno.
E quando per passione sentiremo anche il mondo crollare, quando ci metteremo
a piangere a dirotto per l’incapacità di non essere mai all’altezza dei nostri
sogni, per l’incommensurabile fossato fra quello che volevamo essere e quello
che siamo diventati, quando in una notte tempestosa non sarà l’esuberanza ma la
malinconia a prenderci per mano e a guidarci tra le nostre angosce, le nostre
fobie, i nostri demoni finché non saremo usciti dal bosco malefico, allora
avremo compiuto l’apprendistato della vita. E saremo finalmente pronti a vivere
pienamente e liberamente.
Il viaggio purificatore dentro di noi ci permetterà di sentirci meno
importanti, meno insostituibili, meno violenti e meno dannatamente arroganti.
Sarà finalmente possibile intuire qual è il nostro posto nell’universo, nella
biosfera, nel nostro angolo di terra, nel nostro nido, nei nostri affetti, nella
nostra solitudine. Scopriremo tutti i fili che ci legano a tutti gli altri
esseri viventi, a tutti gli elementi, a tutto l’invisibile che riempie la vita.
Ogni illusione di indipendenza, di libro arbitrio, di vana gloria, di
auto-importanza sarà spazzata via. Tremeremo sicuro, ci sarà da avere parecchia
paura, dovremo saltare nel buio. Ma poi toccheremo terra tranquillamente. E
invece di cercare immediatamente un rifugio, un muro protettivo, uno scudo, una
lancia, andremo a spasso per l’esistenza, meravigliandoci, stupendoci,
commuovendoci.
L’uomo è arrivato sull’orlo del precipizio. Un passo in avanti e ciao belli!
Un passo a lato o un passo indietro, e ci si salva.
Proseguono le schede sui casi di resistenza
nonviolenta nel XX secolo presentati dalla serie “Una forza più potente”,
prodotta negli Stati Uniti dalla York Zimmerman e diffusa in versione italiana
DVD dal Movimento Nonviolento. Pubblichiamo una scheda al mese: dopo Danimarca,
India, Polonia, Cile, seguiranno Sudafrica e Usa.
La situazione: E’ passato ormai un decennio da quell’11 settembre 1973 in cui
i generali, col pretesto di salvare il paese dal caos, avevano deposto il
legittimo governo, ucciso il Presidente Allende, recluso oltre 40.000
prigionieri politici e giustiziato o fatto sparire per sempre 3.000 persone. La
promessa di un rapido ritorno a un governo civile non si era naturalmente
avverata e si era invece provveduto a distruggere progressivamente lungo un
decennio la speranza stessa di un’opposizione, diffondendo paura in ogni angolo
del paese e in ogni aspetto della vita. Ma nell'83 la grave crisi economica
ha portato la disoccupazione al 30%. Resta ben poco da perdere e un'opposizione
aperta al regime diventa per la prima volta concepibile. Le prime fasi della
campagna ?primavera: L’idea di uno sciopero generale nazionale nasce delle
miniere di rame delle Ande; l'industria più importante e redditizia del paese,
grazie alle massicce esportazioni. Rodolfo Seguel: 29enne estrattore
minerario, appena eletto presidente del Consiglio Nazionale dei
Lavoratori. "Per 10 anni nessuno era sceso in piazza. Dovevamo valutare la
reazione del paese: avrebbe osato fare tanto? Dovevamo convincere la gente che
potevamo farlo, che era possibile" ?una settimana prima della data fissata
per lo sciopero, le truppe di Pinochet circondano la miniera. Per evitare
spargimenti di sangue i piani vengono cambiati: si opta per una giornata di
protesta nazionale, diffusa sul territorio e articolata in due momenti, secondo
modalità di manifestazione decisamente insolite: in mattinata: muoversi piano
in auto e a piedi, non mandare i bambini a scuola, non comprare nulla in
serata, alle 20: ritrovarsi con i vicini davanti a casa per manifestare il
proprio dissenso. Patrizia Verdugo, figlia del leader sindacale Sergio
Verdugo, rapito e ucciso nel ’76; è tra le protagoniste di quei quattro giorni
in cui le nuove modalità della protesta furono definite e divulgate: "Mi ricordo
quella mattina. All’inizio non era chiaro se la gente camminava piano e guidava
lentamente perché era insonnolita o se stava protestando. Ma a mezzogiorno
divenne chiaro che tutto era rallentato intenzionalmente. Divenne così evidente
che in centro città tutto iniziò a chiudere anzitempo". Un altro testimone:
“Ero in strada a far chiasso con le pentole insieme ai miei vicini. C’era un
senso di complicità del tutto nuovo, in una società dove ogni individuo era
diventato davvero un'isola". ?ogni mese per dieci mesi la protesta viene
ripetuta. Le modalità pacifiche disorientano il regime e danno più forza e
ottimismo alla gente e ai partiti politici che si riaffacciano sulla scena,
assumendo la guida del nuovo movimento: la maggiore corrente di opposizione è
rigorosamente fedele alla nonviolenza. Repressione e reazioni Non di meno
le proteste mensili sono represse con brutalità. Ma non riescono a intimidire e
fermare il movimento ?inizio di agosto: alla vigilia della manifestazione
mensile Pinochet attua nello stesso giorno due misure contraddittorie: nomina
un nuovo ministro dell'interno, Sergio Jarpa, con l'incarico di aprire un
dialogo con l'opposizione manda per le strade di Santiago sedicimila soldati
in assetto anti-sommossa che attaccano i manifestanti con inaudita violenza: 80
morti. Il nuovo cardinale della chiesa cattolica si offre come intermediario
nel dialogo che Pinochet ha promesso. Ma presto lo stesso Jarpa viene esautorato
e le redini del governo passano in mani più risolute. ?1985, fine novembre:
mezzo milione di Cileni si radunano nella manifestazione più imponente della
loro storia. Gli 11 partiti d'opposizione e la chiesa cattolica fondano un
Accordo Nazionale. La popolazione comincia a ribellarsi. Nelle poblaciones,
i quartieri poveri del Cile, è già in corso una guerra a bassa intensità. Pochi
hanno effettivamente imbracciato le armi, ma l’idea di una rivoluzione armata è
accettata. ?ore 4 del mattino: gli elicotteri volano a bassa quota e con gli
altoparlanti intimano di uscire in strada a tutti gli uomini di età superiore ai
14 anni; vengono rastrellati, interrogati nei campi o nello stadio, messi in
prigione senza processo e torturati; parecchie centinaia non saranno più visti
Alla luce della violazione dei diritti umani, il clero protesta apertamente
contro le uccisioni, le torture e le sparizioni e predica metodi
nonviolenti. La sinistra rivoluzionaria dichiara che il 1986 sarà l'anno
decisivo della lotta contro la dittatura. Le proteste mensili degenerano in
scontri con la polizia, fornendo a Pinochet il pretesto per reprimere ogni sorta
d'opposizione. Il movimento non violento è criticato dalle fazioni
rivoluzionarie che non credono alla protesta pacifica. ?1986, tarda estate:
la prospettiva di una guerra civile totale diventa concreta. Il controspionaggio
militare scopre un deposito di armi da guerra nella zona desertica del nord e
risale a responsabilità di gruppi collegati con il partito comunista cileno.
Sono armi cubane, che Pinochet esibisce come prova che i suoi avversari stanno
preparando una rivoluzione. ?Poche settimane dopo un corteo presidenziale
viene attaccato in montagna. Quattro ore dopo il dittatore appare in
televisione, apparentemente illeso. L’episodio rafforza la sua immagine
d’invincibilità e spinge alla polarizzazione fra due opposte
possibilità Verso il plebiscito La campagna sembra affossata ma rimane uno
spiraglio: la costituzione introdotta da Pinochet prevede che nel 1988 il paese
sia chiamato alle urne per votare sì o no ad altri 8 anni di regime militare.
Migliaia di volontari dell’opposizione, rafforzata dalla precedente
campagna, battono il territorio casa per casa per convincere una popolazione
sospettosa e scettica che non ci saranno brogli elettorali né
rappresaglie. Pinochet è convinto di vincere questo plebiscito; per rendere
credibile il voto, permette ai partiti di avere propri scrutatori presso i seggi
e 15 minuti di trasmissione televisiva serale ogni giorno per le quattro
settimane precedenti il voto. Il primo ad apparire in televisione per
l’opposizione è Ricardo Lagos, membro del governo Allende, esiliato dopo il
colpo di stato. Lagos esordisce mostrando il filmato di una solenne
dichiarazione del 1980 in cui Pinochet prometteva di non ricandidarsi e
commenta: “mentre ora lei promette al paese altri 8 anni di dittatura, con
torture, assassini, e violazioni dei diritti umani”. Gli spot TV guadagnano
la fiducia degli spettatori; anche i più scettici corrono a casa per vedere
queste finestre di 15 minuti di vita vera, che affermano cose vere sulla tortura
e la povertà; come lo spot dell'anziana signora che apre il portamonete e non ha
i soldi per comprarsi una bustina di tè. Ma non ci si fermano alla denuncia:
propongono messaggi di sviluppo e ottimismo per il futuro. Genaro Arriagada:
"E l’alegria già llene significa ‘la gioia è dietro l'angolo'; era un invito ad
un paese che appartenesse a tutti, all’idea che avremmo sconfitto la dittatura
non con il fucile, ma con una matita e che questa strada sarebbe stata percorsa
senza odio, senza rancore, né sete di vendetta".
?5 ottobre 1988: giorno del voto. Gli scrutatori dell’opposizione procedono
alla conta con tecniche semplici, e comunicano i parziali per telefono alla sede
di Santiago, che elabora i dati al computer. ?a sera una piccola radio
indipendente annuncia le proiezioni del voto realizzate dall’opposizione, da cui
risulta una netta prevalenza del NO. Chiuso nel suo palazzo Pinochet non
rilascia dichiarazioni. Con il passare delle ore aumentano i sospetti che stia
macchinando per imbrogliare il risultato. A mezzanotte arrivano al palazzo i
comandanti di esercito, marina, aviazione e polizia, che comunicano
ufficialmente alla radio che hanno prevalso i NO, invitando Pinochet ad
accettare la sconfitta. Durante la notte si celebra la vittoria, in privato,
e alla sede del movimento per il NO, ma le strade sono vuote sotto un rigoroso
coprifuoco che nessuno vuole sfidare offrendo a Pinochet pretesti per mobilitare
le truppe.
Riferimenti bibliografici Arriagada, Gennaro. Pinochet: The Politics of
Power. Boston: Unwin Hyman, 1988. Constable, Pamela, and Arturo Valenzuela. A
Nation of Enemies: Chile under Pinochet. New York: Norton, 1991. Drake, Paul,
and Ivan Jaksic, eds. The Struggle for Democracy in Chile, 1982-1990. Lincoln:
University of Nebraska Press, 1991. Oppenheim, Lois Hecht. Politics in Chile:
Democracy, Authoritarianism and the Search for Development. Boulder: Westview
Press, 1993. Spooner, Mary Helen. Soldiers in a Narrow Land: The Pinochet
Regime in Chile. Berkeley: University of California Press, 1994
Vivere la nonviolenza una settimana di condivisione e formazione
Un’occasione di condivisione e di formazione, con l’intento di stimolare la
curiosità per la nonviolenza di chi ha già maturato un primo orientamento in tal
senso e intende confrontarsi con altri. Lavoro manuale. È un aiuto concreto
alle realtà che ci ospitano e al tempo stesso è scoperta della bellezza del
lavoro condiviso. Formazione. Culturale attraverso letture, scambi di
opinione e relazioni. Spirituale attraverso la riflessione personale, la
meditazione, il silenzio. Convivialità. I campi sono autogestiti nelle loro
esigenze primarie: pulizia e cucina. Poi c’è il momento della festa per
celebrare la nostra unità attraverso canti, musiche e danze. In ogni campo
verso metà settimana ci sarà una gita per visitare i luoghi che ci ospitano.
All’interno della giornata è previsto un momento di vita interiore, definito con
i partecipanti, che potrà assumere varie forme: letture, silenzio e preghiere.
L’alimentazione è vegetariana.
SE DECIDI DI PARTECIPARE
1 - Mettiti in contatto con chi coordina il campo che hai scelto, poi invia
una lettera di presentazione con: nome e cognome, indirizzo, recapito
telefonico, indirizzo di posta elettronica, età, campo a cui desideri
partecipare, motivo per cui ti interessa, che cosa ti aspetti, quali sono i tuoi
interessi. 2 - Invia una quota di iscrizione di Euro 35,00, comprensivi della
quota associativa e assicurazione, utilizzando il ccp n° 20192100 intestato a:
Movimento Nonviolento, Via Venaria 85/8, 10148 Torino, specificando nella
causale del bollettino “Iscrizione al campo di…”. Fotocopia del bollettino di
versamento va inviata al coordinatore che ricevuta la tua iscrizione con il
versamento ti invierà le informazioni utili per raggiungere e partecipare al
campo. 3 - Durante il campo ti sarà chiesta una quota di Euro 85 per il
vitto, l’alloggio e il rimborso spese per i relatori che interverranno. Poiché
la quota indicata non deve essere motivo di esclusione per nessuno, che avesse
difficoltà economiche di qualunque tipo è pregato di parlarne con i coordinatori
al momento dell’iscrizione. 4 – I campi “Pellegrinaggio alle sorgenti” e
“Turismo ecologicamente compatibile” prevedono una quota di partecipazione più
elevata.
Nota: Il campo “Aiuto!...Ho una mamma marziana” è rivolto a
ragazze/ragazzi di 11-14 anni e genitori / accompagnatori. Il campo “Stili di
vita a confronto” è rivolto a ragazze/ragazzi di 13-19 anni e alle loro
famiglie. Il campo “Turismo ecologicamente compatibile” è rivolto a persone
con un buon allenamento ciclistico.
È disponibile un libretto con ulteriori indicazioni e spiegazioni,
richiederlo a: M.I.R. M.N. e Centro Studi Sereno Regis – Via Garibaldi 13 –
10122 Torino – tel. 011/532824 Il libretto completo dei campi è scaricabile
dal sito WWW.CSSR-PAS.ORG
Siamo Agnese ed Elisabetta, due ragazze di Torino che la scorsa estate hanno
partecipato al primo campo del Movimento Nonviolento dedicato ai ragazzi
minorenni e alle loro famiglie. Il primo a parlarcene è stato Sergio Albesano,
il coordinatore del progetto. Siamo state spinte a prendere parte a questa
esperienza principalmente dalla curiosità di provare una vacanza diversa dalle
solite, in cui il divertimento si combinava con riflessioni serie; anche il
pensiero di conoscere altri ragazzi è stato un fattore determinante. Noi avevamo
già tentato di avvicinarci al Movimento Nonviolento, ma l’esperienza di un campo
è certamente più interessante, per persone della nostra età, rispetto a una
serie di conferenze. Il campo, che si teneva nella provincia di Salerno, ben
combinava discorsi e riflessioni impegnativi con momenti dedicati al
divertimento. I momenti giornalieri di riflessione si sono incentrati
principalmente sull’analisi di un mondo utopico in cui non esistono conflitti,
disuguaglianze e soprusi. Il compito di tutti i partecipanti è stato arrivare a
ideare una società libera e pacifica, pensando ai modi concreti per realizzarla.
In questo difficile compito tutti, sia adulti sia ragazzi, hanno contribuito
attivamente con le proprie esperienze e idee. Le riflessioni e la convivenza di
una settimana intera hanno permesso uno scambio di opinioni costruttivo e un
confronto generazionale che ha reso possibile a due generazioni di comprendere
gli uni le opinioni degli altri. Ciò è stato possibile grazie a vari fattori. In
primo luogo perché la presenza di genitori e figli non ha influito sullo
svolgimento delle attività, in quanto i ragazzi non si sono trattenuti
dall’esprimere le proprie opinioni nonostante la presenza dei genitori. Inoltre
la divisione dei lavori manuali all’interno della casa tra adulti e ragazzi ci
ha permesso di entrare in contatto con una realtà dalla quale la città e la
nostra vita quotidiana ci estraniano. Infine durante una delle riflessioni
abbiamo provato a invertirci i ruoli: gli adulti hanno tentato di calarsi nei
nostri panni, mentre noi abbiamo provato a vedere le cose dal loro punto di
vista. Tale esperienza ha aiutato entrambe le generazioni a comprendersi a
vicenda. Questa vacanza ci ha insegnato a confrontarci con tutti, non solo
con i nostri coetanei, con i quali siamo abituati a conversare, ma anche con i
nostri genitori o altri adulti, con cui spesso ci risulta difficile affrontare
argomenti di tale portata. Il campo è stato un’esperienza anche dal punto di
vista pratico, in quanto la casa era priva di tutte quelle comodità a cui siamo
abituati come la televisione o più banalmente l’acqua calda per la doccia di
tutti. Ci siamo divertiti convivendo tutti insieme pur senza la presenza di quei
luoghi che nella vita quotidiana ci sembrano così importanti, come il cinema o
la discoteca. Anche l’alimentazione vegetariana, diversa da quella a cui siamo
solitamente abituati, ci ha permesso di venire a conoscenza di una realtà un po’
diversa dalla nostra. Abbiamo capito che si può vivere bene, divertendosi anche
senza troppe pretese, cooperando ed entrando in contatto con modi di pensare e
di rapportarsi al mondo differenti. Tutto ciò ci ha insegnato molte più cose di
quante si possa immaginare. In conclusione vogliamo consigliare
quest’esperienza a tutti quei ragazzi che credono sia possibile costruire un
mondo diverso da quello che ci circonda ora; invitiamo a partecipare anche tutti
coloro che non ci hanno mai pensato, perché il futuro è nelle mani di noi
giovani e, se vogliamo migliorarlo, il compito spetta a noi. Quindi riteniamo
possa essere necessario interessarsi fin da ora. Cogliamo l’occasione per
salutare tutti coloro che hanno partecipato al campo con noi e che hanno reso
possibile quest’esperienza rendendola divertente e difficile da dimenticare; ci
auguriamo di rincontrarli quest’estate con un gruppo, se possibile più
numeroso.
Quest’anno vengono proposti due campi estivi per giovani, distinti per fasce
di età. Giovani tra gli 11/14 anni - “Aiuto! …Ho una mamma marziana!” –
Vigna di Pesio (CN) presso la cascina di Donato Bergese – periodo: 16/23 luglio
– Per info contattare le coordinatrici Elena Zanolli tel. 0321-623191;
347-7595589 e-mail:
; Laura Corradini 0321/640080; cell.
340-2338205 e-mail
; Giovani 13/19 anni – “Stili di
vita a confronto” – Cavandone (VB) presso la casa parrocchiale – periodo: 30
luglio/ 6 agosto – Per info contattare il coordinatore Sergio Albesano (tel.
349-4031378; e-mail:
) (vedi pag. XX).
L’arte e la letteratura sono reali strumenti di pace perché il sapere
e l’esperienza acquisiti per tramite loro sviluppano la nonviolenza, la
compassione, la fiducia, la solidarietà, la bellezza e l’ampiezza di
vedute, intensificando la consapevolezza della natura e dei bisogni
dell’umanità
Il progetto “Teatro e Conflitti” nasce nel 2001 dall’idea di utilizzare
le tecniche dell’arte teatrale per avvicinare e sensibilizzare i bambini e i
giovani alla nonviolenza, scoprendo e approfondendo i meccanismi che generano un
conflitto e quali possono essere le alternative di trasformazione nonviolenta.
Si è trattato dunque di tracciare un percorso operativo pratico ed
esperienziale, che ha tratto ispirazione e incoraggiamento dalle opere di
J.Galtung, in modo particolare quando afferma: “Il teatro serve a rispecchiare
situazioni di vita reale o immaginata, con il dramma scritto e recitato dai
partecipanti. Un team che discute come scrivere su un conflitto, si trova esso
stesso in qualche genere di conflitto, il che rende più profonda
l’esperienza. L’idea si è trasformata in attività concreta trovando luoghi e
allievi presso alcune scuole elementari, medie e superiori della provincia di
Como in collaborazione con due strutture: il Cimas (Centro Interdisciplinare
Musica Arte e Spettacolo) con sede a Saronno e il C. Studi Sereno Regis di
Torino. L’attività ha prodotto documenti e valutazioni molto ricchi e
interessanti seguendo un percorso che si è sviluppato in alcune fasi
diversificate rispetto al livello scolastico: l’ascolto di un racconto d’autore,
l’esplicazione teorica sul tema dei conflitti, la creazione e la scrittura dei
racconti, la drammatizzazione. La caratteristica tipica dell’arte teatrale di
rendere vivo e vissuto in prima persona qualunque racconto o tema, fa in modo
che l’approccio al conflitto sia creativo e giocoso e nello stesso tempo crea
basi di comprensione e consapevolezza che superano i limiti dell’apprendimento
teorico, per spostarsi sul piano della memoria fisica dell’esperienza
diretta. Ascoltare l’interpretazione di una voce recitante di un racconto
d’autore, accompagna gli allievi in una zona libera che li predispone ad
attingere immagini e situazioni dalla propria fantasia. I personaggi del
racconto diventano buoni amici che li guidano, in modo leggero, a riconoscere un
certo tipo di conflitto contenuto nel racconto e a comprenderne i meccanismi, e
inoltre, tramite la drammatizzazione, mettersi nei panni di quegli stessi
personaggi che hanno litigato e poi fatto pace, sviluppa nei ragazzi una
naturale empatia e solidarietà. Individuato e studiato, attraverso
l’esplicazione teorica, qual è il tipo di conflitto interno al racconto, quali i
mediatori e la mediazione e come si sviluppa la trasformazione nonviolenta, la
proposta ad ognuno dei partecipanti di scrivere un piccolo racconto in ambiente
familiare, scolastico o ricreativo, di solito ha una buona risposta in quanto i
lavori prodotti delineano in modo chiaro gli elementi portanti del conflitto
preso in esame. E’ capitato che alcuni gruppi di studenti delle scuole
superiori, proponessero racconti in cui fossero evidenti tracce di “bullismo” e
che, confermato dalle insegnanti, i ragazzi stessero raccontando i meccanismi di
violenza interni alla loro classe e che quindi i personaggi inventati fossero
loro stessi. In questo caso il lavoro ha viaggiato sempre secondo le regole
teatrali della finzione che hanno permesso di mantenere il giusto distacco
nell’affrontare emozioni e situazioni che creavano disagio e sofferenza
all’interno del gruppo classe. Successivamente in sede di valutazione le
insegnanti hanno osservato che le relazioni in classe si sono in parte risanate
e comunque i ragazzi con questa esperienza, hanno potuto esprimere in modo
libero e diretto, anche se con nomi diversi, un proprio vissuto e ascoltare e
rispettare quello degli altri. La fase finale del progetto permette di
comporre alcuni testi teatrali creati dai racconti proposti dai ragazzi,
seguendo un percorso interattivo in cui i componenti del gruppo diventano a fasi
alterne a volte pubblico, a volte attori, a volte autori proponendo, discutendo
e scegliendo quali parole, e quali azioni i personaggi dicono e fanno per meglio
raccontare quel tipo di conflitto e la sua trasformazione nonviolenta.
Un giorno gli uomini si vergogneranno di aver costruito le armi e fatto la
guerra
Viviamo un incubo, ma vogliamo tenere gli occhi aperti e lo sguardo teso. Le
armi regnano e governano. Non ripeto qui le cifre della follia: la quantità
degli armamenti, i loro costi in fame di moltitudini e in degrado umano
incalcolabile dei profittatori e degli indifferenti, pandemia globale
disumanizzante. La morte come logica risolutiva dei conflitti per il dominio, e
a volte ancora con tragica illusione, persino come mezzo per la giustizia. E
sempre nuove tecniche per uccidere; oppure – che è lo stesso - per distruggere
obiettivi strategici anche se lì qualcuno muore, o se domani molti continueranno
a morirne, come già ora avviene con le armi di ieri. E questo «vale la pena»
(Madeleine Albright lo disse per gli effetti dell’embargo all’Iraq): le
sofferenze imposte (ad altri) sono un prezzo degno dei progetti di dominio
(nostro), cioè ci sono vite che non contano. Uccidere, le armi sanno solo
uccidere. Lo sappiamo, ma non lo pensiamo fino in fondo. Il male è banale, come
scrisse Hannah Arendt a proposito di Eichmann e dei diligenti collaboratori del
nazismo sterminatore. Si fa una vita “normale”, si fa qualunque lavoro, si
guardano i fatti del mondo, si progetta per la famiglia, ci si riposa, e un
sistema sovrano si serve anche di noi, se non spalanchiamo gli occhi, per
uccidere quelli che tratta come ingombro da spazzar via dalle strade del
dominio. Se fermiamo l’attenzione su tutto ciò, l’incubo sembra farci impazzire.
Nei momenti più terribili, quando scoppia l’orgia delle armi, ci chiediamo se
sia possibile vivere, accettare ancora di vivere, in un mondo che uccide. È
peggio della paura: è la vergogna, un senso di indegnità. Poi incontriamo chi
pensa a ridurre la minaccia delle armi, a controllarne produzione e diffusione:
sappiamo di qualche accordo di disarmo, qualche debole legge, ma di più vediamo
movimenti sociali, educativi, obiezioni organizzate, campagne contro i
finanziamenti e i consumi connessi agli armamenti, contro spese e bilanci
statali armisti. Ci conforta sapere che altri soffrono come noi lo scandalo, la
vergogna, l’incubo, e reagiscono, agiscono. Ci sono volontà e azioni per il
disarmo, a vari livelli e ampiezze. Ci uniamo a questa cultura e movimenti,
ciascuno come può. Poi ci raggela la paura che questi sforzi siano impotenti,
che non possano prevenire la catastrofe possibile, lì dietro l’angolo, preparata
dai pazzi potenti. Giustificano le armi: ci difendono da altre armi! È
l’antica prigionia mentale. Gandhi diceva agli Inglesi, nel 1940: se vi
difenderete dai nazisti con la guerra «diventerete come loro». Ci si può
chiedere se, pur in migliori sistemi politici, i vincitori, creando il ricatto
atomico, non abbiano ereditato lo sterminismo vinto in Hitler. Conosciamo
esperienze storiche di difesa popolare nonviolenta, che gli storici per lo più
non vedono perché non le cercano, abbacinati dalle imprese dei potenti
distruttori. Abbiamo scelto la nonviolenza positiva e attiva, come filosofia di
vita, volontà di in-nocuità e di lotta giusta, di testimonianza per chi la
porterà più avanti. Sappiamo bene che le armi non cadranno presto dalle mani
degli uomini, ma che è possibile la saggezza del ridurre il pericolo passando
per il transarmo (da armi offensive ad armi puramente difensive) verso la
civiltà del disarmo. Sappiamo che disarmo non è non-difesa dei diritti umani, ma
nuova difesa, con la forza umana costruttiva, antitetica alla violenza
distruttiva. Sappiamo che uccidere non fa vivere. Ci dicono ancora: la
resistenza nonviolenta può frustrare un’invasione territoriale, ma come vi
difendete dall’atomica e dal terrorismo? E, su base di sospetti e menzogne,
celebrano la guerra preventiva, pazzia e crimine che subito dimostra – ma era
già evidente - di estendere la morte, rompere fragili equilibri, moltiplicare le
vittime e il pericolo, consacrare il terrorismo ribelle col terrorismo di stato,
invece di ridurre per tempo le tante cause di violenza. La nonviolenza è una
concezione coraggiosa della vita, è amore dei viventi, è intelligenza del dolore
e passione per l’esistenza, è scienza del conflitto vitale, è ingegneria della
vita insieme. Sappiamo di essere su un cammino «antico come le montagne», ma pur
sempre iniziale, su cui potranno procedere generazioni dopo di noi, se noi
avremo fatto la nostra parte. Ernesto Balducci, un’eco di Isaia, disse:
«Verrà il giorno che gli uomini si vergogneranno di avere costruito le armi».
Noi soffriamo e elaboriamo questa vergogna.
Enrico Peyretti
Vedi http://italy.peacelink.org/disarmo. Vedi l’articolo “Disarmo: storia
del concetto” e la bibliografia “Difesa senza guerra” nel
sito:http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti
Ma cos’è ‘sto partito umanista? E’ buono o cattivo?
Il 22 marzo scorso ha fatto visita a Torino Tomas Hirsch, candidato alle
presidenziali in Cile (poi vinte da Michelle Bachelet) della coalizione “Juntos
podemos mas” che riunisce il partito umanista, quello comunista e numerose
associazioni di base. Tomas Hirsch, 48 anni, fondatore e dirigente del Partito
Umanista cileno, è solo l’ultimo esponente politico di una lunga serie, che ai
quattro angoli del mondo rappresenta gli ideali del globalizzatissimo Movimento
Umanista. Ma per parlare di questo movimento è indispensabile partire da uno
pseudonimo: Silo. Silo è il nome d’arte di Mario Luis Rodríguez Cobos,
scrittore e pensatore argentino nato a Mendoza, Argentina, il 6 gennaio 1938,
nonchè ideologo del Nuovo Umanesimo a cui si ispirano le attività del Movimento
Umanista. Vive tuttora a Mendoza, sua città natale, con la moglie e i due figli,
ed ha un sito frequentatissimo (www.silo.net) contenente tutte le informazioni
relative al suo pensiero. Le sue opere complete sono riassunte in due volumi,
usciti nel 1993 e nel 2002 per le edizioni Multimage e recentemente è stato
insignito della laurea honoris causa dell'Accademia delle Scienze della
Russia. Il Movimento Umanista è un'organizzazione internazionale fondata nel
1969 in Argentina dallo stesso Silo, formata da persone diverse per età,
provenienza, cultura e religione unite dal progetto di costruire una società
veramente umana. Attualmente è presente in 110 paesi del mondo e conta più di un
milione di seguaci. Dal sito di Wikipedia si apprende che aspira a creare una
società in cui l'essere umano sia il valore centrale, crede nella possibilità di
una rivoluzione nonviolenta, portata avanti dalla base sociale e nella necessità
di una trasformazione personale che accompagni i cambiamenti sociali. Per questo
motivo, sono state elaborate tecniche psicologiche e spirituali di
autoconoscenza e di lavoro personale, che secondo i pareri critici mostrano però
il fianco ad una deriva settaria del movimento. Per il Movimento Umanista i
responsabili della situazione attuale sono le banche internazionali, i governi e
le compagnie multinazionali. Per questo il Movimento organizza molte attività
per combattere queste ingiustizie e cercare quindi di eliminare ogni forma di
dolore. Tutte le attività del Movimento Umanista sono basate sul lavoro
volontario e sono autofinanziate. All’attività politica tramite il Partito
Umanista, che in Italia è nato nel 1986, vengono affiancate campagne di appoggio
a progetti internazionali e centri di incontro per facilitare l'organizzazione
della gente nei quartieri. Proprio in questi centri, una volta l’anno, i
simpatizzanti si ritrovano per leggere e commentare la lettera che Cobos/Silo
invia in tutto il mondo per diffondere il verbo. I membri del Movimento
Umanista formano gruppi che si moltiplicano quando ogni membro forma il suo
gruppo e lo orienta nelle riunioni settimanali e nelle attività. Il primo
livello di partecipazione è quello di delegato di gruppo; quando un delegato di
gruppo ha formato il suo gruppo (minimo 12 persone), diventa delegato d'equipe;
e diventa delegato generale quando tutti i suoi delegati di gruppo sono
diventati delegati d'equipe. E così via fino al livello di coordinatore
generale. Per adesso nel Movimento Umanista i coordinatori generali sono 2:
Silo, e Luis Milani che orienta la grande struttura a livello
internazionale. Nonostante le dichiarate preferenze per la nonviolenza, in
Italia non si ricorda un tentativo del movimento di concertare la propria azione
con gli altri movimenti nonviolenti presenti, né, va detto, il viceversa.
Neanche con il mondo della politica i contatti sono frequenti, al contrario di
quanto avviene in alcune altre parti del mondo. Oltre all’America Latina, dove
la presenza degli Umanisti è più forte, per esempio in California il partito dei
Verdi è stato più volte oggetto di interesse da parte dei “Siloisti” (v.
http://cagreens.org/history/history1992.html). Ultimamente il movimento
italiano si è dotato di una web tv (www.delta208.org) per meglio presidiare i
nuovi media, che non sempre li trattano bene. Per chi sa lo spagnolo, un sito
che getta ombre settarie sul movimento è: www.secta-humanista.com, mentre chi
preferisce l’inglese o il francese può curiosare su:
www.geocities.com/silowatch. D’altronde, il movimento è molto più sviluppato
all’estero, e suscita quindi soprattutto oltralpe sentimenti di stima o
repulsione.
Il giorno in cui le donne scioperarono fu un bellissimo lungo venerdì di
pausa
Il 24 ottobre 1975, il 90% delle donne islandesi si rifiutò di lavorare,
cucinare o badare ai bambini. Il 1975 era stato proclamato “Anno delle Donne”
dalle Nazioni Unite, ed un comitato formato da rappresentanti delle più grandi
organizzazioni femminili islandesi era incaricato di organizzare eventi
celebrativi. Durante una riunione del comitato, una donna chiese: “Perché non
scioperiamo, semplicemente?” L’azione sarebbe stata un modo forte di ricordare
alla società il ruolo che le donne giocano nel sostenerla con il lavoro in casa
e fuori casa. L’idea fu dibattuta, ed alla fine l’intero comitato acconsentì:
solo, la parola “sciopero” venne sostituita con “giorno di pausa”. Le donne
pensarono che messa così la questione sarebbe risultata meno disturbante per
l’opinione pubblica e che i datori di lavoro, che avrebbero potuto licenziare le
donne per aver scioperato, avrebbero avuto più problemi nel negare loro un
giorno di pausa. Nei giorni precedenti lo sciopero erano visibili ovunque
gruppetti o capannelli di donne, al caffè o per la strada, che discutevano
animatamente. A Reykjavik, il 24 ottobre, si radunarono più di 25.000 donne:
un numero notevole, se si pensa che l’intera popolazione islandese ammontava
allora a circa 220.000 persone. Ad ascoltare gli interventi, dibattere istanze e
cantare c’erano donne di tutte le età, di ogni professione, di ogni classe
sociale. Alcune vennero indossando i loro abiti da lavoro, altre si vestirono a
festa per l’occasione. Scuole, negozi, fattorie, pescherie e asili dovettero
chiudere, o cercare di provvedere i consueti servizi con metà del personale.
Coloro che parteciparono a questo giorno speciale oggi ricordano soprattutto
il senso di appartenenza e comunità, la tranquilla determinazione che pervadeva
le partecipanti. Gerdur Steinthorsdottir, allora 31enne e fra le organizzatrici
dell’evento dice che la risposta delle donne fu così alta perché durante la
preparazione esse erano state capaci di lavorare insieme, a qualsiasi partito
politico, organizzazione o sindacato aderissero. Leggere oggi l’intervento di
Adalheidur Bjarnfredsdottir, delegata del Sokn (il sindacato che riuniva le
donne dal reddito più basso) alla riunione del 1975, manda un brivido nella
schiena: “Gli uomini hanno governato questo mondo da tempi immemorabili, e che
cos’è oggi questo mondo?” Rispondendo alla propria domanda, la sindacalista
descrive un pianeta annegato nel sangue, una terra inquinata e sfruttata sino a
livelli irreparabili. Una descrizione che sembra più vera che mai. Nel
frattempo gli uomini cercavano di venire a capo dalla confusa situazione in cui
si erano trovati: non più di tanto preoccupati per la sparizione delle colleghe
o delle mogli, dovevano però provvedere a bambini scatenati che volevano
accompagnare i padri al lavoro, ai più piccoli che non si poteva lasciare da
soli, e così via. Ci fu un acquisto massiccio di matite colorate, caramelle e
salsicce già cotte dagli esercizi che erano ancora aperti, e molti padri
pagarono i figli più grandi perché badassero ai fratelli minori. Anche gli
uomini islandesi ricordano benissimo quel giorno che li lasciò esausti per
carico di lavoro: fra di loro, lo chiamano ancora “Il lungo venerdì” o “Il
venerdì che non finiva mai”. L’azione, costruendo solidarietà e
consapevolezza fra le donne, aprì la via cinque anni più tardi all’elezione
della prima Presidente eletta in uno stato democratico, Vigdis Finnbogadottir:
“Dopo il 24 ottobre,” ricorda oggi Vigdis, “le donne pensarono che era venuto il
momento di una Presidente donna. Mi offrirono questa opportunità, ed io accettai
di impegnarmi.” 30 anni dopo lo storico sciopero, le donne islandesi
riconoscono i risultati raggiunti, ma provano anche un senso di amarezza per le
troppe cose che non sono cambiate. I loro salari, ad esempio, ammontano
mediamente solo al 64,15% di quelle degli uomini, a parità di orario e
qualifica. Ma dall’esperienza precedente hanno imparato molto: il 24 ottobre
2005, un gran numero di esse ha ripetuto lo sciopero, lasciando il lavoro alle
ore 2.08 del pomeriggio, ovvero al momento in cui guadagnerebbero il 64,15%
della paga se avessero gli stessi stipendi degli uomini. Dalle cucine si sono
portate dietro padelle e pentole e per farsi ascoltare dalle autorità hanno
prodotto con esse un cacofonico e allegro concerto per le strade d’Islanda.
Una musica pacifica aperta alla democrazia estrema Diversità musicale per
vedere le cose da diversi punti di vista
Igor Stravinski ha definito Webern “l’eroe che ha tagliato il diamante della
solitudine”. Prima di cominciare a scrivere musica seriale, nel 1944 Stravinski
ha scritto un’opera per due voci soliste, coro e orchestra. Mezzi tutti
tradizionali, lo stesso organico di un’opera di J.S.Bach. Stravinski ha una
grande venerazione per Bach e a lui si è riferito certamente, ma ha eliminato
tutto quello che ci poteva essere di egocentrico nella musica di Bach, in
particolare la polifonia allo stato puro. E’ una musica pacifica, non ha niente
di aggressivo, ma usa sonorità molto forti, scostanti, spigolose e richiede una
cultura uditiva che permetta di comprenderla. Non per niente è stata subito
paragonata alla pittura taoista cinese e giapponese o ai poemi zen. E’ una
sensibilità molto vicina al buddismo, mentre Webern è più tomista e nei suoi
testi parla spesso del “Verbo”. Se uno degli ostacoli maggiori alla pace è
l’ipertrofia egocentrica (non solo l’egocentrismo individuale, ma anche quello
di gruppo), allora una musica come questa può rappresentare un esercizio di
apertura non egocentrica e dunque un esercizio di democrazia estrema. Ecco
dunque un modello a partire dal quale tutto il nuovo movimento musicale poteva e
può svilupparsi. In effetti, questo linguaggio musicale è stato subito imitato
e, dopo la seconda guerra mondiale, si è caduti in un nuovo accademismo,
rischiando di riprodurre le qualità esteriori senza aver compreso il principio e
senza applicarlo veramente. Non si tratta per un musicista di riprodurre le
settime maggiori ma l’organizzazione di tutto quello che Webern ha applicato.
Agli inizi degli anni cinquanta, la nostra generazione di musicisti era molto
severa verso i compositori pre-weberniani, c’era tra noi un anatema crudele e
molto ingiusto verso di loro. Questo impediva di comprendere meglio l’essenza
della musica moderna e il fatto che ogni compositore, a suo modo, aveva
realizzato alcuni aspetti di questo principio nuovo. Questo principio nuovo lo
definisco in generale come tensione mantenuta. In effetti, per realizzare
l’organizzazione concentrica della musica classica umanistica, bisognava basarsi
continuamente sul principio della risoluzione delle tensioni, della risoluzione
delle crisi, delle difficoltà, in una pseudo-armonia in cui io sono il centro.
pace come equilibrio di forze
Wagner ha cominciato a sollevare il problema restando prigioniero della
risoluzione e Stravinski non parla più di risoluzione ma di nostalgia della
risoluzione. Ma sia in Berg che Schoenberg e ancor più in Stravinski e Debussy,
si introducono altre novità. In Stravinski ci sono certamente tensioni che
restano non risolte, sia nell’armonia, sia nella sovrapposizione di note, ci
sono componenti relativamente classiche, ma ci sono anche componenti che le
contraddicono e le relativizzano. Le strutture sono spesso composte da
opposizioni senza mediazioni. Dunque compare l’idea della costellazione e il
principio della tensione mantenuta e della necessità di mantenere la tensione,
cioè la necessità di mantenere una certa situazione di guerra che, se volete, ci
porta un’altra idea della pace, non più centrata su di me tutto solo, ma che è
nell’equilibrio di forze. Non c’è più una visione unica della verità giusta,
bisogna considerarne la complessità. La musica parla anche della verità e dunque
occorrono musiche che facciano vedere le cose da diversi punti di vista.
Nell’ultimo periodo della sua opera, Stravinski è stato molto colpito dall’opera
di Webern. Dagli anni cinquanta in poi, le sue opere, pur restando molto
personali, si sono messe a dialogare in particolare con Webern. La sua prima
opera di questo periodo “Agon”(= lotta) è un’opera in cui racconta una lotta
amorosa col modello di Webern. Stravinski aveva basato tutta la sua arte sul
ricordo non solo della musica classica, ma anche di musiche più antiche, esterne
all’Europa e alla civiltà europea, musiche popolari, primitive come in “La sagra
della primavera”. Con “Agon” mette tutto questo in rapporto con Webern e fa una
specie di grande confronto storico fra tutto quello che noi conosciamo e Webern.
In questa musica si può trovare una mediazione col passato e una volontà di
lavorare per costruire uno spazio popolare contemporaneo molto meno selettivo
rispetto a quello della musica contemporanea che fu il contrario della selezione
antica. Nelle opere più tardive dei compositori della mia generazione si trovano
lavori che vanno in quel senso e per i quali Stravinki è servito certamente da
modello. Potrei citarvi la mia opera “Votre Faust”, che non solo è un’opera
variabile,”aperta”, ma anche un’opera dove ci sono quasi esclusivamente
citazioni di musica classica, mescolate con altri elementi in una specie di
grande insalata tutta in dialogo con la storia. Un’altra è “Sinfonia” di Berio,
in cui il terzo movimento è uno scherzo tratto da una sinfonia di Mahler sul
quale Berio ha graffettato citazioni di Bach, Debussy, Beethoven, Ravel,
Shoemberg, Webern. C’è un opera di musica elettronica degli anni sessanta,
“Hymnen” di K.H. Stockhausen, un grosso affresco di due ore che contiene gli
inni nazionali di quasi tutto il mondo. Un’opera internazionalista che racconta
tutti i tipi di storia e comprende, alla fine, la risoluzione delle difficoltà
attraversate, di tutte le guerre mostrate e raccontate, in un’armonia che non è
soltanto egocentrica, ma stockhausencentrica…
musiche politiche ed esercizi di democrazia
Parlando di musiche politiche abbiamo due grandi correnti. Da una parte le
musiche descrittive che presentano una situazione, con tre possibilità: 1: parla
il testo e il sostegno musicale è quasi indifferente; 2: non c’è rapporto tra
musica e testo; 3: la descrizione serve a sollecitare un cambiamento:“Guardate:
non dobbiamo continuare così!”. Poi ci sono le opere politiche basate su un
tipo di struttura musicale che possiamo definire “opere aperte” (vedi Umberto
Eco), una corrente nata per sperimentare altre relazioni nella pratica musicale.
Nella pratica musicale classica, l’orchestra che esegue un concerto riproduce
forme di repressione, di separazione del lavoro, di sfruttamento, con la
partitura che ognuno dei musicisti deve eseguire, col direttore d’orchestra che
dà il tempo e tutti i musicisti che sono completamente sottomessi. Con l’opera
aperta si sperimenta un altro rapporto. Per esempio, il compositore non impone
completamente il suo pensiero o immagine musicale ma, al contrario, fornisce
agli esecutori un materiale anche molto elaborato, con strutture anche
complesse, ma non completamente fissate, per potersi prestare a tutti i tipi di
varianti. All’interno di questo paesaggio che il compositore propone, resta una
vera e considerevole libertà e capacità d’iniziativa, una sperimentazione di
democrazia, di vera pratica democratica per alcune persone nel piccolo ambito
musicale. Con un’opera aperta, se l’interprete è un singolo musicista, è
evidente che l’esecutore può organizzare quello che il compositore propone con
totale padronanza sul risultato. Se abbiamo due, cinque, dodici o venti
musicisti, il pericolo aumenta notevolmente perché si possono disturbare
reciprocamente, possono entrare in contrasto, il risultato può diventare
stocastico, un imbrogliaccio e, senza certe disposizioni, ci saranno momenti di
crisi perché mentre uno fa una cosa l’altro può fare il contrario,
neutralizzandosi a vicenda.. Dunque è proprio il problema della società, il
problema di come essere liberi senza creare entropia o massa o livellamento
senza significato. Ho lavorato su opere aperte per due o sette musicisti e poi
nel 1970 sono arrivato a un’opera per venti musicisti. Si chiama “Icaro 2” e
prevede un solista principale, tre altri solisti, poi quattro gruppi di quattro,
tutti solisti con ogni possibile iniziativa ma un po’ differenziati
nell’importanza dei ruoli. C’è un’opera che fa tesoro dell’incontro tra
Webern e Stravinski, con la coabitazione del vecchio e del nuovo, del
conservatore e del progressista. Un’opera ammirevole per piano di Frederic
Rzewski, “36 variazioni su El pueblo unido jamas sera vencido”. Partendo dal
tema della canzone politica sviluppa trentasei variazioni per piano costruendo
una specie di confluenza di tutte le musiche possibili e immaginabili. In questo
modo produce un grande accumulo di energia davvero galvanizzante ed è una
meravigliosa illustrazione del tema della canzone (1). La mia opera “La rose
des voix” (2) è l’idea di un sistema di sistemi, di una grammatica generalizzata
che permetta non di appropriarsi di tutte le musiche, ma di tentare di metterle
in rapporto, di farle dialogare nel modo più rispettoso possibile. Ho tentato di
rappresentare la confluenza dei popoli provenienti dai quattro punti cardinali
con la loro musica, la loro lingua, la loro cultura. La realizzazione concreta è
molto lontana dalla grammatica di Webern, però nello spirito e nella proposta
generale credo di essere rimasto vicino al modello da cui sono partito.
Michel Butor, autore dei libretti di mie opere, ha scritto un libro su
Fourier, grande utopista contemporaneo di Beethoven, dove parla del clima
“fourierista”, un clima di gioia collettia, di pace, ma non di una pace
addormentata, di una pace ludica e gioiosa, molto variabile da un giorno
all’altro, secondo gli elementi del gioco che sono proposti. La musica in un
modo o nell’altro ha proposto elementi di riflessione per una situazione
migliore tra le genti: può essere musica politica, ma anche musica descrittiva e
si può trovare musica che propone modelli di comportamento. Si può parlare di
pedagogia musicale.
Henry Pousseur (3 – fine)
Le precedenti puntate sono state pubblicate su AN 3/06 e AN 4/06
Note: 1 - vedi AN 8-9/05 pag. 26 2 - vedi AN 11/05 pag. 24, 25.
Il caimano Regia: Nanni Moretti Italia, 2006 Con Silvio Orlando,
Margherita Buy, Michele Placido. 14 candidature al David di Donatello
2006.
Bruno, un produttore in difficoltà, con diversi problemi familiari ed
economici, rinuncia all'ennesimo film sul ritorno di Cristoforo Colombo dalle
Americhe, per realizzare un progetto rischioso, un film, Il Caimano, tratto
dalla sceneggiatura di Teresa, una giovane regista con pochissima esperienza,
che racconta le vicende umane e politiche del presidente del Consiglio, Silvio
Berlusconi. Le insidie al progetto sono moltissime: finanziatori e attori
rinunciano al film, considerandolo troppo rischioso, vista la tematica. La
determinazione di Bruno però è tale che alla fine decide di girare comunque…
Ho voluto vedere "Il caimano" di Nanni Moretti, senza aver letto alcun
commento, per reagire in modo personale, non influenzato da alcun giudizio. Ne
scrivo un commento politico-civile, più che artistico. Mi pare che il film di
Nanni Moretti dica e mostri quello che già sappiamo. Ma la politica consiste
precisamente nel dire le cose, nel non tacere, nel liberare la parola, nel far
circolare e confrontare opinioni e giudizi, liberamente e seriamente, per poter
decidere. La cultura e l’arte consistono nel trasformare l’esperienza in
coscienza. In questo film sull'Italia, la politica non c’è, è scomparsa: non
compare mai l'opposizione parlamentare, non ci sono politici che intervengano a
denunciare le mene e le male arti del caimano. Questa critica, forse eccessiva,
è simbolicamente terribile. Solo i giudici resistono al caimano, e un solo
giornalista, che fa pensare a Indro Montanelli, «dice la verità al potente»
(Gandhi), unico in un consesso di alti vassalli. Il senso della denuncia di
Moretti mi sembra essere questo: la folla ipnotizzata è contro la legge. Il
popolo è sedotto e addormentato con le favole, come i due bambini nel film – la
favola del popolo è la televisione, arma principale del caimano, da alcuni
decenni la sua via al potere - e la più bella di tutte le favole è quella
dell’uomo che si fa da sé, ricco e vincente, scavalcando tutte le difficoltà, e
tutte le regole, oggetto di invidia e ammirazione. Il caimano ha creato e
utilizzato per sé una democrazia senza legge. È la classica degenerazione
plebiscitaria che Norberto Bobbio bollava, già riguardo a Bettino Craxi, come
"democrazia dell'applauso": la democrazia, invece, è dibattito e pluralismo,
confronto nonviolento di ragioni, nella ricerca del massimo consenso possibile
col massimo ascolto di tutti i differenti contributi, per il maggiore possibile
bene comune. Se viene assorbita nella pubblica consegna entusiasta ad un capo,
le democrazia si disintegra in una apparenza vacua di trionfo e di festa, come i
fuochi d’artificio e le majorettes dell’inaugurazione di Milano 2, che si vede
all’inizio della storia. A questa falsa democrazia servono i partiti
personali, nati fuori dalla sofferta storia popolare e dalla cultura
costituzionale italiana, senza programma sociale, per ridurre la legge (meno
stato) e dare mano libera ai forti (più mercato). Nella democrazia senza legge
il consenso popolare annulla il reato, pone l’eletto sopra la legge, sopra il
resto dell’umanità. La qualità della democrazia dipende dalla qualità di chi ha
potere, ma, più ancora, dipende sempre dalla qualità del popolo: se i cittadini
pensano principalmente agli Affari Propri, non c’è più popolo, non c’è più
democrazia. Nel finale del film, la folla fedele al caimano applaude il
condannato e condanna i custodi della legge. L'Italia si avvolge «tra orrore e
folclore». Questa denuncia – per poterla gridare al pubblico, il piccolo
produttore scalcagnato inventato da Moretti vende tutto quello che ha - è la
vera opposizione della cultura, della politica, della coscienza. Allora c'è,
un'opposizione, c’è una resistenza, che va all’essenza del problema meglio
dell’opposizione istituzionale. Il film è stato variamente interpretato. A me
sembra che ponga, nel modo dell’invenzione filmica, in specie con l’artificio
del film dentro il film, il problema realissimo italiano, che neppure la
sgangherata campagna elettorale ha saputo porre: il problema costituzionale, la
Costituzione, minacciata nel costume pubblico prima ancora che nella sciagurata
riforma che dovremo bocciare nel referendum di giugno. Costituzionalismo
significa regole che limitano il potere, che prevengono le possibilità di abuso
e di violenza. Se gli italiani, in troppo grande parte, si occupano delle tasse
più che della Costituzione, l’Italia sta molto male, chiunque vinca. Se i
politici non pongono in primo piano questo aspetto, forse è perché conoscono i
loro polli, ma sbagliano e lasciano che si abbassi il livello civile.