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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
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Nonviolenza e politica per passare dalla telecrazia all’omnicrazia
Di Mao Valpiana
Scrivo queste note a pochi giorni dalle elezioni del 9-10 aprile. Quando
verranno lette, i risultati saranno già noti e i commenti si sprecheranno.
Aldilà dell’esito (ma ci sarà modo e tempo per valutare l’operato del nuovo
governo…) qualche osservazione è d’obbligo.
C’è bisogno di ripensare completamente la politica. E noi crediamo che ciò
debba essere fatto con le categorie della nonviolenza (amore, verità, ripudio
della violenza, dialogo, empatia, mitezza, coraggio, abnegazione, pazienza,
coscienza). Per questo proponiamo a tutti gli amici e le amiche una tre giorni
di riflessione e proposta su “Nonviolenza e politica” (Firenze, 5, 6 e 7
maggio). Purtroppo le forme attuali della politica stanno andando in senso
diametralmente opposto: i partiti, la legge e la campagna elettorale ne sono
stati uno specchio. Il sistema bipolare obbliga ad alleanze innaturali, elimina
le differenze ed esalta la mediocrità. La legge elettorale ha affidato tutto il
potere alle oligarchie dei partiti, che hanno deciso la composizione del nuovo
parlamento, esautorando l’elettore da qualsiasi possibilità di scelta delle
persone. Gli eletti non sono stati votati dai cittadini, ma indicati dai
partiti, per di più senza esprimere la territorialità. La campagna elettorale
non è più basata sui dibattiti, ma esclusivamente sulla “telecrazia”. Pochi
leader (si fa per dire…) che accedono ai salotti buoni degli studi televisivi e
parlano per tutti, più attenti a come dicono, piuttosto che a cosa dicono.
Spesso lo spettacolo è nauseante, comunque sempre ininfluente. Milioni di
cittadini hanno l’illusione di “occuparsi di politica” solo perché assistono ad
un teatrino i cui attori sono giornalisti e politici. Gli amici della
nonviolenza hanno una concezione altissima della politica, che è tale solo se
c’è vera partecipazione, vero dialogo, vero confronto. Ma la nonviolenza vuole
andare anche oltre, dalla democrazia all’omnicrazia, il potere di tutti. Dunque,
come diceva Gino Bartali, oggi “gli è tutto sbagliato, tutto da rifare”.
Nel numero di gennaio-febbraio abbiamo pubblicato, in questa stessa pagina, a
firma Mir e Movimento Nonviolento, una proposta di pace per il programma
dell’Unione. L’abbiamo inviata a tutti i partiti del centro-sinistra e ai loro
segretari. Risultato? Nemmeno una risposta, nemmeno un cenno di riscontro. I
partiti dovrebbero essere uno strumento di collegamento fra la società e le
istituzioni, per trasformare in proposta politica gli interessi generali, e
quindi l’atteggiamento dei partiti dovrebbe essere quello di grande ascolto e di
attenzione per ciò che si muove dal basso. Siamo ben coscienti di essere un
piccolo movimento, un gruppo minoritario, ma abbiamo anche la consapevolezza di
essere portatori (per fortuna non da soli, e non unici) di una proposta di
fondamentale importanza per il futuro di tutti: la nonviolenza. I temi della
pace e della nonviolenza (cioè la speranza di futuro per il pianeta stesso) sono
stati completamente oscurati durante la campagna elettorale, e poco spazio hanno
avuto anche nei programmi politici. Per questo insistiamo, e riportiamo quei
cinque punti di governo che riteniamo il minimo essenziale.
Ridurre le spese militari, finora sempre crescenti, almeno del 5% annuo
progressivo, per finanziare forme di difesa nonviolenta quali ad esempio i Corpi
Civili di Pace, unico mezzo degno per dare aiuto e solidarietà democratica ai
popoli vittime della guerra. Spostare su un apposito capitolo di spesa il
denaro sottratto al bilancio del Ministero della Difesa, per istituire il
Ministero per la Pace, dotato di portafoglio, per adottare una rigorosa politica
costituzionale di Pace che obblighi a ripudiare la guerra come metodo di
risoluzione delle controversie. Cominciare subito il ritiro continuo e
completo della presenza militare italiana di appoggio alla guerra e occupazione
dell’Iraq. Decidere l’espulsione dall’Italia delle molte decine di bombe
nucleari presenti nelle basi Usa, in violazione clamorosa e inammissibile della
Costituzione e dei patti internazionali. Ripristinare e rafforzare la legge
185, limitativa del commercio delle armi, che è causa primaria dei conflitti
omicidi nel mondo, e disumano criminale esercizio del profitto economico.
Si dice che ogni popolo ha il governo che si merita. Io penso anche che “la
gente”non sia poi tanto migliore di chi la governa (se non altro perché ha
permesso che ciò avvenisse). Dunque, in fondo, il nuovo governo rappresenta
proprio ciò che l’Italia è oggi. Nel bene e nel male. Il Movimento Nonviolento,
per la sua piccola parte, fa parte di questo popolo, e non intende rinunciare
alle proprie responsabilità.
La pace profetica come programma politico. Giorgio La Pira,
governare la città col Vangelo.
Di Carmelo Sgandurra
Sindaco santo, profeta disarmato, cantore delle città, viaggiatore di pace,
sono alcuni tra i tanti appellativi usati per definire Giorgio La Pira (Pozzallo
1904 – Firenze 1977). Numerosi sono gli studi che lo riguardano, ed in
particolar modo, durante il 2004, nel centenario della sua nascita, in pieno
processo di beatificazione, numerosi convegni e articoli hanno riproposto il
profilo di “uno degli uomini nuovi auspicati da Einstein dopo l’esplosione di
Hiroshima” secondo la definizione di un suo grande amico, Ernesto Balducci.
Molto è ancora il materiale inedito, soprattutto la corrispondenza epistolare,
meritevole di attenzione. Giuseppe Lazzati, suo amico e compagno di viaggio
nell’esperienza della Costituente, ha scritto che “in un'epoca in cui si tende a
trascurare il contemplativo per privilegiare la concretezza del quotidiano,
Giorgio La Pira ha scandalosamente rovesciato i termini di questo rapporto
intorno al quale si gioca l'intero significato della vita cristiana.” La sua
formazione culturale comincia in un ambiente futurista e anticlericale, nella
Messina devastata dal terremoto del 1908. Nei primi anni del Ventennio, per
completare gli studi di Giurisprudenza, si trasferisce a Firenze, la città dove
la sua conversione ed il suo operato lo proietteranno nel novero dei profeti di
pace del ‘900. Sicuramente originale il suo itinerario personale che lo
vedrà conciliare l’impegno nelle stanze (mai nei salotti) del potere con le
visite domenicali ai carcerati, la cattedra di Diritto ed il pulpito della
Badia, da cui spiegava il vangelo ai poveri, prima di distribuire loro da
mangiare. Il suo modo di fare il Sindaco del capoluogo fiorentino, nelle fila
della DC (di cui non volle mai la tessera), requisendo ville disabitate per
darle ai senza casa, difendendo i disoccupati delle industrie fiorentine, fu per
i più sconcertante, fuori da ogni schema e, soprattutto, da ogni logica di
potere. Ed in effetti molti suoi atteggiamenti sono stati compresi solo
l’indomani della sua morte quando il Cardinale Antonelli ha rivelato che La Pira
era un laico consacrato, una scelta su cui per tutta la vita, fedele al suo
impegno, mantenne il più assoluto riserbo anche con gli amici più intimi. Nel
1926 entra nel Terz’Ordine Domenicano, e nel 1928 abbraccia la regola terziaria
francescana al pari dei religiosi, prendendo i voti e facendo la promessa di
apostolato. È questa la sua vocazione sociale, vissuta in perfetta coerenza con
lo stile di Francesco, prima da testimone e poi da annunciatore del Verbo.
Dimorerà per lungo tempo in una cella del convento di S. Marco, tra gli
affreschi ispirati del Beato Angelico, azzerando, alla fine di ogni mese, il suo
reddito in opere di carità. Molti autori hanno accostato la sua figura a
quella del poverello di Assisi, contribuendo a rileggere i quasi cinquant’anni
del suo apostolato. L’amico Dossetti ce lo descrive con “una libertà sovrana…
una percezione acutissima… della bellezza e dell’armonia, un senso poetico di
tutto il reale e della vita, una creatività inesauribile… la sua mimica, il suo
sorriso… l’estrema leggerezza e soavità… la sua letizia sempre così pura e
armonica…” Il saggista Piero Antonio Carnemolla ha voluto confrontare i
pellegrinaggi dei due laici consacrati nel mondo musulmano: “La missionarietà
lapiriana si modellava sull’esempio del Santo d’Assisi, la cui presenza tra i
saraceni ebbe il significato di superare barriere politiche e religiose per
l’instaurazione di una convivenza amichevole riconoscendosi fratelli perché
figli di un comune Dio.” E Balducci scrive: “Andava inerme, con candore
scoperto, senza mettere un velo sulle sue ispirazioni, programmando i suoi
itinerari come un pellegrino medievale che misura il tempo e lo spazio con
criteri del tutto ignari alle cancellerie del potere.” Per entrambi, liberi
dai pregiudizi delle loro rispettive epoche, il Vangelo è il messaggio della
Pace. La sua personale ortodossia, è stata più volte avversata in Vaticano,
proprio come per il Poverello di Assisi. E se Don Sturzo lo definiva “statalista
della povera gente” accusandolo di pericolosi innamoramenti socialisteggianti,
lui ribaltava il punto di vista dell’avversario con affermazioni al limite
dell’eresia. “I veri materialisti siamo noi cristiani”, soleva ripetere.
All’amico Fanfani nel ‘55 aveva scritto: “Tutta la vera politica sta qui:
difendere il pane e la casa della più gran parte del popolo italiano… Il pane (e
quindi il lavoro) è sacro; la casa è sacra; non si tocca impunemente né l’uno né
l’altra. Questo non è marxismo: è il vangelo”. Se Francesco è stato il
modello da emulare, tra i suoi contemporanei è Aldo Capitini la persona a lui
più vicina nell’idea di pace vera, quella che non “nasce da una guerra vinta –
per dirla con Gianfranco Ravasi - bensì da una coscienza
rigenerata.” Francesco Comina su il “Segno nel mondo”, li definisce i “due
personaggi che hanno contribuito fortemente ad innovare la lezione gandhiana in
Italia.” Capitini è stato “un vero e proprio teorico della nonviolenza attiva e
dinamica”, Giorgio La Pira è stato “il braccio operativo, se così si può dire,
della cultura della pace. Ha posto il tema della pace universale al centro del
programma politico per il governo della città”. È infatti nel ruolo di
amministratore che la sua personalità trova la sintesi di una vita trascorsa tra
la sua piena aderenza alla realtà e lo slancio profetico. Amministra sentendo
continuamente le istanze della gente, rispondendo ai reali bisogni dei
concittadini, in una forma di democrazia partecipativa ante litteram. Da
Firenze, “città terrazza”, lancia un appello, attraverso numerose iniziative
volte a favorire il dialogo interreligioso, politico e culturale, per scavalcare
le barriere dei due grandi blocchi: “unire le città per unire le nazioni”.
Anche se non ha in tasca la tessera del Movimento Nonviolento e non usa la
terminologia degli Obiettori di coscienza, La Pira intuisce la carica
innovatrice del messaggio che viene dall’India. E aderisce con gesti concreti.
Manda un telegramma augurale alla prima Marcia Perugia-Assisi, unico sindaco
democratico e cristiano, in un clima di sospetto e distinguo nei confronti del
professore perugino. Con la proiezione del film censurato Tu non ucciderai, che
tratta il tema dell’obiezione di coscienza, compie un gesto di disobbedienza
civile che gli costerà un procedimento giudiziario. Siamo nel ’61, e seguiranno
a breve anche i noti processi a padre Balducci ed a don Milani nel quinquennio
che il padre scolopio definirà della “germinazione fiorentina”. Nel frattempo,
con l’entusiasmo che lo contraddistingue, saluta la promulgazione della Pacem in
terris come “il manifesto del mondo nuovo”, grazie al quale “la guerra non sarà
più possibile”. Siamo oltre il pacifismo cattolico del suo tempo, quello che lui
aveva sostenuto nella rivista Principi quando condannava il nazifascismo ma
annoverava “la guerra giusta nelle tradizioni della Chiesa Cattolica”.
Nell’ultimo decennio della sua vita il politico lascia sempre più il posto
al profeta. Alla sua uscita di scena dai santuari del potere (nel ’65 termina la
sua esperienza di amministratore e, con il boicottaggio del suo tentativo di
mediazione tra Stati Uniti e Vietnam, viene isolato definitivamente), ai momenti
di sconforto dovuti alle varie crisi internazionali, corrisponderanno le più
belle pagine rivolte al futuro dell’umanità, a “forzare l’aurora a nascere”. Ai
limiti evidenti del capitalismo e del comunismo, preferisce la terza via
gandhiana, e decreta la strada della Nonviolenza come l’unica percorribile. A
Budapest nel ’69 è tra i quattro relatori invitati ad una commemorazione di
Gandhi. Nel suo intervento profetizza “un mondo nel quale la liberazione dei
popoli deboli ed oppressi da quelli potenti ed oppressori avrebbe avuto il suo
punto di forza insurrogabile ed invincibile, il suo punto di Archimede, non
nella guerra, ma in quella nonviolenza dei forti che egli (Gandhi) vedeva, in
prospettiva, come la fondamentale ed unica norma reggitrice ed edificatrice
della nuova politica (mondiale) dei popoli e della nazioni.” Come Capitini,
anche La Pira, crede che la storia vada inevitabilmente verso una cooperazione
universale tra i popoli che farà tutti gli uomini concittadini del mondo.
Secondo Balducci, che forse meglio di chiunque altro ne ha saputo decifrare
il personale itinerario dalla metafisica delle città verso la profezia
“dell’uomo mediterraneo”, La Pira “tende a mettere tra parentesi il venerdì
santo. La Resurrezione ha per effetto l’instaurazione di un Regno pienamente
umano, anche dentro l’orizzonte storico.” Lo strumento politico per costruirlo è
l’ONU. Il suo obiettivo è unire, mai dividere, per questo “non capiva gli
steccati, né nel consiglio comunale, né tra est e ovest, né tra nord e sud. Li
scavalcava tutti, anche quelli eretti dalle controversie teologiche”. Fare
il bilancio del suo operato sarebbe ingeneroso e riduttivo; in molti hanno
provato a liquidarlo come uno sconfitto dalla storia e dagli eventi, ma questo è
un metro che non appartiene a chi usa il linguaggio del Vangelo. La sua
esistenza rimane un inno di lode all’Amore universale, cantato da un pellegrino
in marcia, in cammino, verso il luogo in cui giustizia e pace s’incontreranno.
Bibliografia
AA. VV. La Pacem in terris quarant’anni dopo - Quaderni della Fondazione
Balducci, Fiesole 2003 AA. VV. Giorgio La Pira: speranza e profezia
cristiana. Quaderni dell’associazione culturale Giuseppe Lazzati – In Dialogo,
Milano1998 Balducci Ernesto. GiorgioLa Pira - Edizioni Cultura della Pace,
Fiesole 1986 Carnemolla Piero Antonio. Giorgio La Pira missionario
francescano della Regalità di Cristo – Quaderni Biblioteca Balestrieri, Ispica
2003 Comina Francesco. Costruttori di pace – Segno nel mondo n. 5 – 31 marzo
2005 De Giuseppe Massimo. Giogo La Pira. Un sindaco e le vie della pace -
Centro Ambrosiano , Milano 2001 La Pira Giorgio. Principi - Libreria Editrice
Fiorentina Firenze 2000 Peri Vittorio. I fondamenti teologali della santità
dei laici: Giorgio La Pira tra speranza storica e carità politica. Quaderni
Biblioteca Balestrieri, Ispica 2003 Truini Fabrizio. Aldo Capitini - Edizioni
Cultura della Pace, Fiesole 1989
Con la prossima dichiarazione dei redditi sarà possibile sottoscrivere un
versamento al Movimento Nonviolento. Non si tratta di pagare tasse in più, ma
solo di utilizzare diversamente soldi che comunque dovranno essere versati allo
Stato. La legge finanziaria ha previsto per l’anno 2006, a titolo sperimentale,
la destinazione in base alla scelta del contribuente di una quota pari al 5 per
mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a finalità di sostegno del
volontariato, onlus, associazioni di promozione sociale e di altre fondazioni e
associazioni riconosciute; finanziamento della ricerca scientifica e delle
università; finanziamento della ricerca sanitaria; attività sociali svolte dal
comune di residenza del contribuente. La scelta del contribuente: cosa fare
per destinare la quota Il contribuente può destinare la quota del 5 per mille
della sua imposta sul reddito delle persone fisiche, relativa al periodo di
imposta 2005, apponendo la firma in uno dei quattro appositi riquadri che
figurano sui modelli di dichiarazione e indicando il codice fiscale dello
specifico soggetto cui intende destinare direttamente la quota del 5 per mille,
traendo il codice fiscale stesso dagli elenchi pubblicati (vedi sito
www.agenziaentrate.it) La scelta di destinazione del 5 per mille e quella
dell’8 per mille di cui alla legge n. 222 del 1985 non sono in alcun modo
alternative fra loro.
Dunque, destinare il 5 per mille delle proprie tasse al Movimento Nonviolento
è molto semplice: basta apporre la propria firma nell'apposito spazio e
scrivere il numero di codice fiscale dell'associazione. Il Codice Fiscale del
Movimento Nonviolento è: 93100500235 Coloro che si fanno compilare la
dichiarazione dei redditi dal commercialista, o dal CAF, o da qualsiasi altro
Ente preposto (sindacato, patronato, Cud, ecc.) devono dire esplicitamente che
intendono destinare il 5 per mille al Movimento Nonviolento, e fornire il Codice
Fiscale della nostra Associazione. Sono moltissime le associazioni cui è
possibile destinare il 5 mille, compresi i Comuni, le Università, Enti di
ricerca scientifica. Per molti di questi soggetti qualche centinaio di euro in
più o in meno non farà nessuna differenza, mentre per il Movimento Nonviolento
ogni piccola quota sarà determinante per sostenere attività, campagne ed
iniziative nonviolente che si basano esclusivamente sul volontariato, la
gratuità, le donazioni. SOSTIENI UN'ASSOCIAZIONE CHE DA OLTRE QUARANT'ANNI,
CON COERENZA, LAVORA PER LA CRESCITA E LA DIFFUSIONE DELLA NONVIOLENZA.
GRAZIE! Movimento Nonviolento sede nazionale Via Spagna, 8 -
Verona
Israele – Palestina: un conflitto lungo un secolo. Quali prospettive
dopo il successo elettorale di Hamas ?
di Alberto Trevisan
Il conflitto israelopalestinese, che dura da quasi un secolo, è stato
affrontato nel corso di questo lungo periodo dai maggiori pensatori del nostro
tempo: da Gandhi a Martin Buber, da Einstein ad Hanna Arendt, da Magnes a Fromm
sino ad arrivare a Galtung, solo per citare persone che hanno espresso un
giudizio competente e autorevole su questo conflitto. Una premessa che non
poteva mancare a chiunque si accinga ad una riflessione sull’attuale situazione
in terra di Israele e Palestina, dopo le elezioni palestinesi del 26 gennaio
2006, il cui risultato ha sorpreso la maggior parte dei politologi per la
dimensione del successo della formazione islamica Hamas. Cercando anche di
ricordare solo alcuni brevi riferimenti storici, ricordo che al termine di un
mio studio sull’Intifada (1987-1991), conosciuta come la rivolta delle pietre
lanciata dai ragazzini palestinesi, mi avevano colpito due particolari
significativi: uno di carattere politico, citato da Johan Galtung, l’altro di
carattere letterario raccontato dallo scrittore israeliano David Grossman, forse
il primo a parlarci di un viaggio nei territori occupati al tempo dell’intifada.
Galtung, con la lungimiranza e competenza di cui è capace, senza incertezza
scriveva nel suo libro, “Palestina-Israele: una soluzione nonviolenta? (edizioni
Sonda-Torino 1989) che “non c’è processo di pace in Medio Oriente, non c’è mai
stato e probabilmente non ce ne mai stata l’intenzione” e, pur sottolineando il
valore dell’esperienza dell’intifada come uso della violenza al livello più
basso possibile, non lasciava molto spazio a soluzione di breve durata, come
invece molti politologi pensavano. Lo scrittore David Grossman, nel suo
splendido libro, “Il vento giallo” (Mondadori-Milano 1988) raccontando il suo
viaggio nei territori palestinesi occupati da Israele dopo la guerra del 1967,
riprendendo una leggenda raccontatagli da un vecchio palestinese, definito come
“la storia ambulante del paese”, ipotizza, come metafora, il possibile disastro
del conflitto rappresentato dal soffio di un terribile vento proveniente dal
deserto, caldissimo, che coprirà tutta la terra di Palestina di una coltre
gialla (il vento giallo, che gli arabi chiamano riha azpar) raggiungendo tutti,
persino le persone rifugiatesi negli anfratti delle rocce: nessuno avrà scampo.
Ma ora che dal 26 gennaio 2006 spira un vento “verde” rappresentato dalle
migliaia di bandiere verdi che hanno salutato l’imponente vittoria elettorale di
Hamas, quale processo di pace in Medio Oriente e in particolare a Gerusalemme?
si avvicina o si allontana.? Sono questi gli interrogativi più significativi che
politici, politologi, uomini di cultura e del diritto si sono posti in tutto il
mondo all’indomani dei risultati delle elezioni palestinesi. Come già è
accaduto, pensiamo alla rapidità con cui il muro di Berlino è crollato, spesso
il corso della storia è imprevedibile e lascia sorpresi anche i più fini
interpreti delle vicende politiche e sociali della vita degli stati e dei
popoli. Su un punto mi sembra ci sia una convergenza: le elezioni, volute in
particolare dall’Unione Europea, con oltre 220 milioni di euro stanziati per
fornire, schede, seggi, osservatori internazionali, si sono svolte con
regolarità e senza particolari problemi. Significativo il commento di Aldo
Baquis, riportato sul settimanale “Diario” il quale osservando l’atmosfera
attorno ai seggi gli “sembrava di essere in Europa la domenica mattina: Gaza e’
diventata una provincia della Danimarca”. Dodicimila gli osservatori
palestinesi, novecento quegli stranieri, niente brogli, niente assalti ai seggi,
non un colpo di fucile sparato: i palestinesi sono andati a votare, hanno
individuato i loro candidati, hanno illustrato i loro programmi in una tregua
concordata e in un’atmosfera che persino alcuni osservatori israeliani hanno
azzardato: “i palestinesi hanno dato una bella lezione di democrazia a tutto il
mondo arabo. Da oggi noi in Israele non siamo più l’unica democrazia nella
regione”, riferisce sempre Baquis nel suo reportage. Hamas ha conquistato 74
seggi, Al Fatah appena 45: ha vinto il pragmatismo, il partito–assistenza che
dove era al governo locale ha amministrato bene, dove forse ha spirato questo
“nuovo vento verde” o ha perso la mala amministrazione e l’ insopportabile
corruzione di Al Fatah, dove da tempo una coltre di “vento giallo” continua a
posarsi sui territori amministrati dalla autorità palestinese? Non sarebbe però
corretto dimenticare come la politica di delegittimazione di Israele nei
confronti di Arafat, prima, assediato per mesi nel suo quartiere semidistrutto,
di Abu Mazen, dopo, cioè la parte moderata palestinese, abbia di fatto favorito
l’ascesa imponente del movimento islamico di Hamas. Lo steso era accaduto negli
anni dell’occupazione del Libano da parte di Israele quando questa politica
aggressiva aveva contribuito alla nascita della formazione degli Hezbollah,
sostenuti dal fondamentalismo iraniano. Se pensiamo che persino intellettuali
israeliani, come Kimmerling che si definisce “patriota” non ha esitato a
definire la politica di Sharon nei confronti dei palestinesi come un
“politicidio”, cioè “un processo che comprende un’ampia forma di attività
sociali, politiche e militari che hanno come fine la distruzione dell’esistenza
politica e nazionale di una intera comunità di persone, negandole, così di ogni
possibilità di autodeterminazione”. (“Politicidio. Sharon e i Palestinesi.”,
Fazi editore, luglio 2003). Se anche Tanya Reinhart, docente e giornalista
israeliana, descrive la politica di Israele dopo il 1948 con il significativo
titolo del suo libro “Distruggere la Palestina” (Marco Troppa editore, 2004),
sicuramente le vie d’uscita per una soluzione del conflitto appaiono
difficilmente ipotizzabili. Come i due popoli possono uscirne insieme? Luigi
Bonanate, insigne studioso nel campo dei diritti umani, all’indomani del
risultato elettorale palestinese, in un suo editoriale apparso sul giornale “L’
Unità”, pur riconoscendo che “nessuno di noi conosce il futuro, osa ipotizzare
che la gestione del potere politico potrebbe fare di Hammas un partito di
governo più che di lotta e che ciò costituirebbe il miglior viatico per la
ripresa di un vero processo di pace con Israele. Hammas, sostiene Bonanate, non
ha vinto le elezioni con un programma di azioni terroriste e non potrà usare il
terrorismo né per organizzarle né per giustificarle. La democrazia, infatti, tra
le sue virtù, ha anche quella di avere una funzione promozionale, spinge cioè
chi utilizza le sue istituzioni a comportarsi secondo le regole…Se e’ vero che
l’Autorità palestinese nazionale del passato non era democratica, ora che il suo
governo è stato eletto, Israele avrà un interlocutore affermatosi con le schede
elettorali e non il fucile”. Mentre scrivo l’esito delle prossime elezioni
israeliane non e’ dato a sapere, oltre alla difficoltà di prevederne il
risultato, data l’irreversibile uscita dalla politica di Sharon: certo se le
elezioni confermeranno una chiusura netta sulla linea suggerita dagli Stati
Uniti, “con Hamas non si tratta”, se il muro continuerà implacabile a creare
“enclaves” all’interno dei villaggi palestinesi e in particolare da parte di
Israele continuerà l’annessione di Gerusalemme Est senza minimamente pensare
all’idea di una Gerusalemme, se non “condivisa”, almeno rispettosa dei diritti
dei due popoli che la abitano, allora il “vento giallo” rischierà di soffiare
sempre più forte. Se invece Hamas riuscirà a contenere le sue spinte più estreme
senza umiliare o persino estromettere dal parlamento la moderazione dei
rappresentanti di Al Fatah, e come ha sostenuto il suo leader, H. Hassan
Yousseff, “ad aprire un dialogo aperto e senza condizioni con l’ONU, l’Unione
Europea, gli Stati Uniti e la Russia” e nell’attesa di un chiaro rifiuto del
terrorismo rispettando il diritto all’esistenza e alla sicurezza di Israele,
attraverso “una tregua” di lunga durata dove sia garantito l’ordine nei
territori palestinesi, questa potrebbe essere la strada indica da Bonanate come
possibile alternativa all’uso promozionale della loro democrazia. E sulla via di
una possibile soluzione non violenta tra Israele e Palestina, una possibile
risposta ce la fornisce Alì Rashid, da anni primo segretario della Delegazione
Palestinese in Italia, ora probabile deputato al prossimo Paralamento italiano
quando in una sua intervista al Manifesto del 22/6/06 dichiara che “la non
violenza è un punto di arrivo. “Per noi il bilancio della lotta armata contro
Israele è terribile. Abbiamo perso la nostra generazione più bella, quella nata
a ridosso dalla catastrofe (“Nakba”) del 1948. Una generazione che fino al 1967
aveva investito nell’istruzione dei propri figli che si e’ laureata nelle
migliori università’ del mondo e che aveva un peso culturale enorme in tutto il
mondo arabo e non. Era questa la nostra forza….Nella condizione specifica dei
Palestinesi credo sia necessario cercare altri strumenti di lotta. Se sul piano
militare il confronto è impossibile, sul piano etico-culturale gli spazi di
azione sono immensi… per questo sono per una lotta non violenta: perché è un
atto di fiducia nelle donne e negli uomini. Mentre la violenza dilaga ovunque
bisogna avere la lucidità di evitare scorciatoie. Israele è il più acerrimo
nemico del suo popolo non vorremo anche noi fare lo stesso per il nostro”. Sarà
questo il nuovo vento dell’arcobaleno in terra di Palestina? Ce lo
auguriamo.
E’ in uscita anche in Italia la serie di video “Una forza più potente”
(prodotta negli Stati Uniti dalla York Zimmerman e diffusa in versione DVD nel
nostro paese dal Movimento Nonviolento) che presentano 6 casi storici di
resistenza nonviolenta nel XX° secolo. Presentiamo una scheda al mese: dopo
Danimarca, India e Polonia seguiranno Cile, Sudafrica, Usa.
A cura di Luca Giusti I cantieri navali di Danzika scioperano, avviando il
processo che porterà alla vittoria di Solidarnosc.
La situazione: a fine anni ’70 l’economia è al collasso; aumento prezzi e
licenziamenti agitano un regime trentennale. ?1945: l’esercito sovietico
libera il paese dai nazisti e insedia un regime di partito unico che vieta i
sindacati autonomi. ?1970–settembre: i lavoratori di Danzica (Gdansk) in
sciopero si riversano in direzione del governo che risponde con i carri: 6
morti, 300 feriti e moltissimi arresti. ?1976-settembre: intellettuali e
dissidenti creano un comitato di difesa del lavoratori (KOR) per aiutare le
famiglie in difficoltà e pubblicare giornali e libri. ?1979:l’arcivescovo di
Cracovia Carol Woytila è eletto Papa Un elettricista con una grande
consapevolezza ?1980, 14 agosto Danzica, Lech Walesa, leader degli operai del
Cantiere navale Lenin annuncia: “Occuperemo il cantiere, io sarò l’ultimo ad
andarmene”. Lech Walesa 37enne meccanico e poi elettricista a Danzica dal’61:
“Nei dieci anni trascorsi dal 1970, quando ero leader dello sciopero nello
stesso cantiere, ho continuato a domandarmi ‘Quali errori abbiamo commesso?’ Se
avessi un’altra occasione di guidare uno sciopero come lo organizzerei?
” Questa volta non saranno dati pretesti ai carri armati: lo sciopero è
dichiaratamente non violento e attentamente preparato. Così quando, dopo qualche
ora, la gente comincia ad urlare di aprire i cancelli per andare alla sede
regionale del partito comunista, è pronto un antidoto: cominciano a cantare
l’inno nazionale e gli animi si calmano. Per evitare che il regime blocchi la
diffusione della notizia, lsi telefona subito al KOR di Varsavia; quando le
linee telefoniche vengono tagliate, la notizia è ormai giunta a Radio Europa
Libera e BBC. ?2° giorno: lo sciopero si è allargato a 50.000 lavoratori di
trasporti pubblici, porto e a decine di fabbriche nel comprensorio. Si prepara
una lista di richieste senza precedenti: diritto allo sciopero e sindacati
liberi. ?3° giorno: il partito autorizza il direttore del cantiere a
negoziare offrendo aumenti salariali e migliori condizioni lavorative; ma non un
sindacato autonomo. L’assemblea è pesantemente infiltrata e accetta l’accordo.
Migliaia di scioperanti se ne sono già andati quando Anna (operaia) e Alina
(infermiera) con coraggio si piazzano davanti al cancello principale e gridano:
“Che ne sarà degli operai che ci sostengono? Delle altre 40 fabbriche?”.
Riescono a persuadere alcune centinaia di operai a restare la notte: lo sciopero
prosegue. Anna Walentynowitcz: ai cantieri Lenin dal ’50, diventando presto
leader sindacale; viene licenziata nell’agosto dell’80 ma è subito reintegrata
per la sollevazione dei colleghi. Si crea un comitato inter-fabbrica, che in
meno di una settimana rappresenterà mezzo milione di lavoratori, 370 fabbriche
di ogni settore e di ogni regione: un potere popolare mai visto. ?4° giorno:
messa cattolica domenicale nel cortile d'ingresso. Migliaia di cittadini
partecipano da fuori decorando i cancelli con fiori, biglietti e foto del Papa,
divenuto simbolo di coesione e liberazione nazionale (foto Zgbiniew Tribiek ).
?5° giorno: Il comitato diffonde un documento con 21 richieste. Molti
ritornano a scioperare in tutto il paese. ?8°giorno: Gli occupanti
pubblicano un bollettino quotidiano dal titolo Solidarnosc, e istituiscono una
sorta di secondo governo della Polonia, preparandosi a una lunga lotta..
Zbigniew Bujak: 27enne, elettricista organizzava comitati sindacali alle
fabbriche Ursus di Varsavia: “Ci rendemmo conto di avere un’opportunità da
cogliere, prendere Dio per un braccio, come si dice in Polonia“. “Conoscevamo la
storia di Gandhi e Martin Luther king e sapevamo che loro attraverso la
resistenza non violenta avevano vinto” Il negoziato ?10° giorno: arrivano
al cantiere i rappresentanti del governo. Il comitato chiede la trasmissione
diretta del negoziato in televisione. Walesa rende quotidianamente conto ai
lavoratori, in un modo aperto e diretto che non ha precedenti. L’appoggio dei
lavoratori è forte e il regime, nell’urgenza di riprendere la produzione,
gradualmente scende a patti. ? 18° giorno: il 31 agosto 1980, si firma
l’accordo: si concedono sindacati liberi e diritto di sciopero, aumenti
salariali, settimana lavorativa di 5 giorni e alleggerimento della censura sulla
stampa. Walesa dichiara: “Abbiamo conquistato la cosa più importante: il diritto
alla libertà attraverso le nostre organizzazioni sindacali che saranno come noi
vogliamo che siano”. Bujak: Firmato l'accordo, ci rendemmo subito conto di
aver fatto solo il primo passo e che la corsa contro il tempo cominciava solo
allora" […] “Il decreto era costruito in modo che ci registrassimo separatamente
[…] migliaia di piccole strutture separate Per evitare la trappola della
frammentazione ci si affretta a rafforzare Solidarnosc
(www.solidarnosc.org.pl/english.htm) come struttura nazionale legale e unitaria.
Walesa e Anna Walentinowicz passano 4 intensissimi mesi in giro per la Polonia,
federando centinaia di sindacati locali e 10 milioni di iscritti. La
repressione La repressione arriva, sotto forma di violazioni dell'accordo
(ripristinati due sabati lavorativi al mese), molestie agli attivisti, censura
ai giornali e arresti dei funzionari. Ma Solidarnosc è ormai un’organizzazione
ben radicata, democratica e per questo impermeabile a estremisti e infiltrati;
controbatte minacciando scioperi. ? 1981, 9 dicembre: arresto dei delegati di
una conferenza sindacale. Nei due giorni successivi avviene lo stesso ovunque
per migliaia d'attivisti. ?13 dicembre: viene introdotta le legge marziale.
Solidarnosc è bandita e privata dei suoi dirigenti; il regime infiltra
dappertutto i propri informatori. Ma il movimento continua clandestino in
migliaia di piccole organizzazioni locali, troppe per essere spazzate via. Il
regime non può andare oltre, nell’attaccare un blocco sociale unito, ramificato
e in collegamento con chiesa e papato. Nè Solidarnosc gli fornisce il pretesto
di ribellioni violente; rafforza invece reti di disobbedienza e solidarietà a
partire dalla preziosissima rete di contatti fidati che si era creata nei cinque
anni di KOR.
La stampa clandestina si moltiplica raggiungendo oltre sette milioni di
Polacchi, in maniera decentrata (ogni città stampa il proprio giornale), così da
sfuggire alla repressione. Se un giornalista è cacciato dalla stampa ufficiale,
viene stipendiato da quella clandestina. Se un attore è messo al bando, gli si
aprono le piazze minori. ?1982-1988: in sette anni di repressione, il regime
mantiene un’apparente stabilità ma le sue fondamenta sono marce. Nel 1983 Lech
Walesa riceve il Premio Nobel per la pace. Il confronto finale ?1988.
estate: il continuo aumento dei prezzi, il razionamento alimentare ed energetico
paralizzano il paese; la nuova ondata di scioperi costringe il governo a
legalizzare Solidarnosc. ?Tre giorni dopo: gli scioperanti riprendono il
lavoro. ?1989, febbraio: Solidarnosc, governo, partito e chiesa aprono un
dialogo sul futuro della Polonia. ?aprile: accordo su liberi sindacati,
libera stampa ed elezioni parlamentari, le prime in oltre 60 anni. ?4 giugno:
La folla festeggia la vittoria sotto le finestre del nuovo premier Walesa; ha
vinto con un margine di 10 a 1. Per approfondire Persky, Stan. At the
Lenin Shipyard: Poland and the Rise of the Solidarity Trade Union. Vancouver:
New Star Books, 1981. Bernhard, Michael H. The Origins of Democratization in
Poland: Workers, Intellectuals and Oppositional Politics, 1976-1980. New York:
Columbia University Press, 1993. Jan Zielonka, Political Ideas in
Contemporary Poland, Gower Publishing Group, Aldershot UK, 1989. Ash, Timothy
Garton. The Polish Revolution: Solidarity. New York: Charles Scribners' Sons,
1984. Goodwyn, Lawrence. Breaking the Barrier: The Rise of Solidarity in
Poland. New York: Oxford University Press, 1991. Laba, Roman. The Roots of
Solidarity: A Political Sociology of Poland's Working-Class Democratization.
Princeton: Princeton University Press, 1991. Vaclav Havel, Il potere dei
senza potere, La Nuova Agape, 1979 Theodor Ebert, La difesa popolare
nonviolenta, Ed. Gruppo Abele, Torino 1984 (originali 1967-1982). Resistenze
civili: le lezioni della storia, n.22 della collana Quaderni della DPN, (ed. La
Meridiana, Molfetta 1993, pp.163)
Davide Melodia, 1920 – 2006 Un artista della nonviolenza
evangelica
Di Mao Valpiana
Davide Melodia è stato un pioniere della nonviolenza italiana. Con la sua
ricca ed estrosa personalità ha camminato su tanti sentieri, si è cimentato in
mille mestieri: pittore, poeta, scrittore, maestro carcerario, guida turistica,
attore, cantante, compositore, traduttore poliglotta, giornalista, insegnante,
pastore evangelico, predicatore. Con i suoi racconti ti affascinava. Aveva
sempre pronto qualche ricordo, qualche aneddoto, qualche storia della sua vita
avventurosa. Grande narratore, che mescolava umorismo, scherzi, a momenti di
commozione vera. Una persona che ispirava subito simpatia e la cui compagnia era
piacevolissima. Ma ciò che subito emergeva era la sua profonda religiosità, la
sua fede, che l’ha portato ad essere attivissimo negli ambienti evangelici, fino
a diventare pastore battista poi predicatore evangelico e quindi attivissimo nei
Quaccheri. La sua riflessione sulla nonviolenza inizia durante la prigionia
nella seconda guerra mondiale (quanti episodi, divertenti e tragici su quegli
anni...). Ha approfondito soprattutto la nonviolenza religiosa, ecumenica, ed ha
partecipato ai primi momenti di organizzazione della nonviolenza italiana, con
notevoli frequentazioni anche degli ambienti pacifisti internazionali. Ha
sperimentato la nonviolenza in mille campi, anche dentro alle carceri italiane,
come insegnante. Alla nascita del movimento ecologista, lui che aveva fatto la
scelta vegetariana fin dal 1972, è in prima fila e viene subito eletto
consigliere comunale e provinciale. Mentre scrivo queste poche note, per
commemorare un caro amico, i ricordi si rincorrono, ed emergono nitidi ma
sovrapposti nel tempo. Chi ha avuto la fortuna di assistervi non potrà mai
dimenticare gli spassosi siparietti che Davide improvvisava nelle serate libere
di un convegno o un congresso nonviolento. Dategli un palco ed un microfono, ed
è fatta! Poesie, canzoni, scene teatrali, ed era un maestro nel tenere
l’attenzione del pubblico; anche se il suo era uno stile d’altri tempi, i
giovani lo apprezzavano per la spontaneità, improvvisazione, sincerità. Alle
volte sembrava lui stesso un giovanetto, anche se aveva all’epoca 60-70-80
anni... Per noi del gruppo veronese del Movimento Nonviolento è stato un
maestro. Veniva spesso, quando si faceva il teatro ambulante per la città, e
quanti trucchi da guitto che ci ha insegnato. Con il nostro Sergio Salzano ha
messo in piedi un vero sodalizio: Davide componeva i testi, e Sergio la musica,
poi accompagnandosi con la chitarra cantavano e insegnavano canzoni nonviolente
(come la memorabile “Uomo, chi fermerà la tua mano?”) alle marce antimilitariste
o ai campi estivi. Da quel sodalizio è nata anche l’idea dell’autobiografia di
Davide a puntate, “Un soldato mediocre”: alcuni fogli ciclostilati, a cadenza
mensile, che venivano spediti agli abbonati. Da quei primi anni l’amicizia con
Davide si è sempre mantenuta e i contatti erano costanti. Recentemente, con
l’avvento delle nuove tecnologie, lui, ormai ottuagenario, non si è lasciato
scoraggiare, e si è adeguato, prendendo dimestichezza con l’email e aprendo
anche una sua pagina, che trovate in http://web.tiscali.it/davidemelodia/ così
ha potuto non far mancare mai, fino a poche settimane fa, il suo punto di vista
e le sue poesie, anche se l’età ormai avanzata e vari problemi fisici gli
impedivano di fare lunghi spostamenti. Erano tanti gli amici di Davide
Melodia riuniti nella Chiesa Evangelica Metodista di Intra per porgergli
l'ultimo saluto. Non so dire i nomi di tutti gli intervenuti, ma quello che
più mi ha colpito è stato un giovane ragazzo ghanese, che ha raccontato di aver
trovato in Davide un disponibilissimo e generoso maestro di lingua italiana: "il
signor Davide non mi ha insegnato solo le parole della vostra lingua, ma
soprattutto mi ha insegnato buone idee, buoni valori, l'amore per la pace". Alla
cerimonia erano presenti i figli Marco e Paolo, che ci hanno confidato che
Davide si è spento dicendo con flebilissima voce: "Consegnatemi a Gesù per la
Pace". Sulla sobria ed essenziale cassa in legno e' stata distesa la bandiera
della nonviolenza con il fucile spezzato, che tanto piaceva a Davide.
Nell’ultima telefonata insisteva perchè la parte dedicata alla nonviolenza
del suo ricco archivio di documentazione e bibliotecario, fosse raccolta e
custodita dal Movimento Nonviolento. Ma quello che resta di Davide non sarà solo
in quelle carte che testimoniano l’infaticabile e originale vita di un amico
della nonviolenza. I migliori ricordi di Davide resteranno nella sue opere. Le
poesie sono il frutto del suo spirito libero, ora accolto nella nonviolenza
piena. E proprio all'artista nonviolento alla fine è stato tributato un
lunghissimo e commosso applauso.
Un pastore della nonviolenza
Nato il 10 agosto 1920 a Messina, Davide Melodia è figlio del Pastore
Evangelico Battista, Vincenzo. Soldato in Cavalleria nel 1939, inviato in
Libia nel 1940 prima dello scoppio della II Guerra Mondiale, cadeva prigioniero
dell’Esercito Britannico alla fine del ’40. Dopo sei anni e un mese di Prigionia
in Egitto e in Sud Africa, nel 1947 divenne Maestro Elementare, e nel 1949 è
stato nominato Pastore Evangelico, come il Padre, per operare a Sarzana, La
Spezia e Prato. Dopo altri sei anni, lasciato il pulpito, ha fatto
esperienze di insegnante di inglese in scuole private e nell’ Ente Nazionale
Educazione Marinara a Livorno, quindi ha svolto attività di guida turistica e
interprete di inglese e francese, e infine è stato per cinque anni Maestro
Carcerario. Nel frattempo ha approfondito la conoscenza della storia
Tedesca, specialmente la parte relativa alla Seconda Guerra Mondiale e al
Nazismo, per comprendere i problemi dei Lager nazisti e collaborare con il
fratello Giovanni, reduce dal Campo di Concentramento di Dachau. Nel 1960
trovava presso la Libreria Belforte di Livorno il libro: The Case against Adolf
Eichmann, autore Henry A. Geiger, che proponeva all’Editore Cino Del Duca di
tradurre. A Milano, dal 1961 al 1968, è stato traduttore di redazione da
quattro lingue – Inglese, Francese, Tedesco, Spagnolo - presso il giornale Il
Giorno. Si interessava nel frattempo di problemi carcerari con la Lega
Nonviolenta dei Detenuti, e, alla luce dell’esperienza pubblicava un
libro-documento, “Carceri = Riforma Fantasma”, nel 1976. Nei primi anni ’70
è stato insegnante di Lingua Italiana presso l’Istituto Dante Alighieri di
Milano. Sempre negli anni ’70 è stato due volte rappresentante del Movimento
Nonviolento presso i Congressi della WRI in Europa, e nel 1985 lo ha
rappresentato alla Triennale del WRI a Vedchi, in India. Dal 1972 è
vegetariano. Tornato a Livorno è stato nuovamente Guida Turistica, poi
insegnante delle Guide, e per quella città ha pubblicato una breve Guida, ed una
monografia sullo Storico Cimitero Inglese. Dal 1979 è tornato alla
Predicazione come Predicatore Evangelico, a disposizione di qualsiasi Comunità
Protestante, a Livorno, Pisa, Piombino, Isola d’Elba, Carrara, La Spezia,
Imperia, Rho e dal 1990 a Verbania, Omega, Luino, Como, Imperia, Rho, Canegrate,
Paterno Dugnano. Nel 1985 si reca in India ad una Triennale della WRI, e
l’anno successivo partecipa ad una Marcia per i Bambini del Mondo da Ahmedabad,
e alla Tomba di Gandhi, Dheli. Sempre negli Anni ’80 collabora con i
Nipponzan Myohojii, monaci buddisti pacifisti giapponesi, per presentare una
lettera del Sindaco di Hiroshima alla Accademia Navale di Livorno, a Camp Darby
di Pisa, alla NATO di Verona, ed a Londra alla Inaugurazione di una Pagoda della
Pace nel Kensington Park. Ancora negli Anni ’80, per conto della Società
Religiosa degli Amici, Quaccheri, partecipa al grnde Convegno Ecumenico
Internazionale della JPIC (Justice, Peace, Integrity of Creation) ad Assisi, e
poi a quello di Basilea. Impegnato politicamente con i Verdi, è stato
Consigliere comunale a Livorno, poi, raggiunto il Lago Maggiore, è stato
Consigliere Provinciale del Verbano Cusio Ossola, (VCO), sempre per i
Verdi. Pacifista Nonviolento dal 1947, da subito in contatto con la War
Resisters International (WRI), membro del Movimento Nonviolento dal 1972, ne è
stato il Segretario per alcuni anni, così come lo è stato della Lega per il
Disarmo Unilaterale, fondata dallo scrittore Carlo Cassola. Dal 1979 è
tornato alla predicazione evangelica, e dal 1983 ha approfondito i valori della
nonviolenza, della pace e dell’amore con i Quaccheri, su cui ha scritto alcuni
saggi inediti. Predica nelle Chiese Evangeliche di ogni Denominazione. Dal
1976 ha aggiunto ai valori della Pace e del Cristianesimo quelli della
Salvaguardia della Natura, attraverso i Verdi. Per anni ha tenuto, nelle scuole
medie e superiori, lezioni sulla Storia del pensiero e dell’azione
nonviolenta. Muore a Frino di Ghiffa il 7 marzo del 2006.
Il pacifismo nonviolento quacchero è nato, come il senso della giustizia,
dell'uguaglianza fra gli uomini, del rispetto di tutte le culture e delle
religioni, la difesa dei diversi, degli emarginati, dei carcerati, dei malati,
gli interventi nelle zone calde del mondo per tentarvi la mediazione o iniziare
la ricostruzione, dal principio fondamentale che gli Amici (Quaccheri) portano
alle sue estreme conseguenze: in ogni persona v'è un tanto di Dio (seme,
scintilla: « that of God in every one »). Il tutto partendo da un
altro principio: la luce interiore (di Cristo), la cui ricerca non è fine a se
stessa, né è finalizzata alla salvezza, o alla pura elevazione spirituale.
Come di fatto è accaduto, il fondamentale spiritualismo quacchero non si è
risolto in misticismo distaccato dal mondo, ma in un impegno (commitment)
socio-religioso senza soluzione di continuità. Mentre molte comunità locali
di Amici vivono la loro fede intorno al culto silenzioso e ne traggono linfa per
una attività filantropica simile a quella diaconale delle chiese evangeliche, i
gruppi che sanno tenere contatti regionali, nazionali e internazionali sono
coninvolti in una o più attività sociali di grande significato e respiro: vedi
il Quaker Peace & Service, con una diecina di diramazioni nel campo della
pace e dei diritti umani, fra cui quella che sostiene gli obiettori di coscienza
in vari paesi e quella che organizza campagne internazionali per l'obiezione
fiscale alle spese militari, quella che invia operatori sociali o esperti in
Iraq, Israele o ex-Jugoslavia per aiutare i più deboli e dialogare con i più
forti; o il Quaker Council for European Affairs, che segue con occhio critico e
nonviolento gli incontri del Consiglio d'Europa e del Parlamento Europeo, e
informa tutti gli interessati di ciò che fanno o non fanno sul piano della pace
e dei diritti umani, mediante il bollettino Around Europe (Bruxelles), invitando
chi può a intervenire. Ad esempio a fare pressioni affinché il diritto
all'obiezione di coscienza venga finalmente discusso, votato e inserito nella
European Convention. L'elenco, schematico, riempirebbe almeno un fascicolo di 10
pagine. Ma queste attività verso l'esterno provengono di solito da una
notevole coerenza interiore e personale. La schiacciante maggioranza degli Amici
ha sempre rifiutato di partecipare a qualsiasi conflitto fin dal 1651, quando
George Fox rifiutò un incarico militare che i Puritani gli offrivano (altri
avevano già preso le distanze dall'esercito cromwelliano), e, passando dalla
famosa Declaration to Charles II (genn. 1661) in cui « l'innocuo e
innocente popolo di Dio chiamati Quaccheri » si dichiarava contrario ad
ogni guerra vuoi per i regni di questo mondo che per il regno di Dio, ha
resistito ai richiami di guerra delle Colonie inglesi contro i francesi o gli
indiani, non ha partecipato militarmente alla rivolta delle Colonie d'America
contro l'Inghilterra, né alla Guerra di Secessione.... su su fino alla I e alla
II Guerra Mondiale, alla Guerra di Corea ed a quella del Vietnam. Non solo
non vi ha partecipato, ma non ha ispirato alcun giudizio o condanna, in quanto
credente nella santità della vita, data da Dio: in questo ed altri aspetti della
tolleranza quacchera verso l'Altro, non c'è spazio per tribunali e per condanne,
e la distanza dal moralismo, puritano o non, è, sul piano storico e di
principio, insuperabile.
Davide Melodia
Non parlare di Nonviolenza
Se non ami la vita, la gente, la folla variopinta, la libertà degli
altri, la follìa degli altri, non parlare di nonviolenza. Se non sei
cittadino del mondo, amico dei neri, dei gialli, di tutti, non parlare
di nonviolenza. Se non denunci confini, barriere, nazionalismi,
patrie, bandiere, galere, non parlare di nonviolenza. Se non ti
opponi ad eserciti di ogni colore, a corpi separati, consacrati,
ubriachi di potenza, non parlare di nonviolenza. Se non ti rivolti
contro il verticismo, il centralismo, l' autoritarismo, non parlare di
nonviolenza. Se non contesti il sacro che nasconde il vero, il dio in
terra che nasconde il cielo, il consumismo che risucchia il sangue dei
dannati della terra, non parlare di nonviolenza. Se non ti getti nel
folto della mischia, come la dinamite nel pozzo di petrolio per spegnere
l' incendio, pronto a perir con esso, non parlare di nonviolenza. O,
se ne parli, di' che stai favoleggiando intorno a qualche cosa che
non sai. (Sardegna, 14 agosto, 1976)
I Quaccheri e la riconciliazione
Per vocazione e per scelta, i quaccheri sono il popolo della riconciliazione.
Sul piano religioso, come elemento fondamentale di un corretto rapporto con Dio,
Creatore e Padre, con cui è follia avere un rapporto di conflittualità, di
rigetto e di lontananza arrogante; con gli uomini, quali coeredi di una identica
figliolanza divina, egualmente fruitori di una scintilla divina, partecipi
attivi o passivi di una sola fratellanza universale. Sul Piano sociale, come
impegno a riportarla fra gli uomini in lotta fratricida, la riconciliazione è
per i quaccheri un aspetto della testimonianza di pace. Detto questo, di fatto,
come si svolge e si articola l'opera di riconciliazione? In primis, senza
prendere le parti di uno dei due (o più) contendenti. Ciò non per evitare rischi
e stare comodamente a guardare con atteggiamento neutrale, ma per dare
all'intervento di riconciliazione attiva presso tutte le parti in conflitto la
garanzia della imparzialità, la trasparenza dell'azione e la credibilità per
fungere da ponte. Secondariamente, lasciando in disparte ogni pregiudizio
verso coloro in cui vuole fare sbocciare il fiore del rispetto reciproco,
dell'ascolto e della collaborazione, il quacchero deve per primo vivere fiducia,
rispetto, ascolto, accettazione del prossimo. La parola nemico deve
scomparire dal suo vocabolario, sì da renderla inattuale nella bocca e
nell'atteggiamento di coloro che vivono ancora la tensione, l'angoscia, il
rancore e l'odio provocati dal conflitto. Il problema, per il quacchero che
ha ben maturato il concetto della pace spirituale e sociale che emana dalla luce
interiore di Cristo, non è quello del suo rapporto con la religione, la cultura
o l'etnia con cui viene a contatto per operare in vista della riconciliazione -
perché è superato dal suo genuino rispetto per l'altro come lui - quanto
indicare la via del rispetto a quelli che sono in lotta fra loro. Ad esempio
portare vera pace ecumenica fra cristiani e musulmani, fra cristiani ed ebrei,
fra musulmani ed ebrei, là dove quelli si mantengono su fronti opposti e
polemici. Lasciando a chiunque, quacchero o simpatizzante, di affrontare
politicamente i problemi che travagliano e dividono gli uomini, purché lo
facciano a titolo e responsabilità personale, i quaccheri come comunità
intervengono nelle aree di conflitto cercando il contatto con la gente comune,
con la base e non con il vertice della piramide sociale, con le persone di buona
volontà che vogliono collaborare alla riconciliazione. Gli stati e i governi
passano, la gente resta, con i suoi problemi. Alla gente e ai problemi va
dato il massimo di attenzione. Ai governi, quando si è capaci e qualificati per
farlo, si potranno in alcuni casi inviare delegazioni con documenti emessi da
un'assemblea responsabile e preparata, miranti a sottolineare un'ingiustizia,
una forma di violenza, una trasgressione verso i diritti inalienabili
dell'essere umano. Questo modo di operare non è raro in casa quacchera.
Tutte le forze vengono da sempre dirette senza deviazioni politiche alla
persona, affinché ritrovi in se stessa e nell'Altro quel « tanto di
Dio » che alberga in entrambi, offrendo collaborazione nell'istruzione, nei
Kindergarten, nel lavoro, nell'addestramento alla nonviolenza a tutte le parti
coinvolte. Quando e se tale risultato viene raggiunto fra gli uomini prima
in conflitto, il resto viene da sé, perché la riconciliazione è benedetta da
Dio.
"Dio è con noi" - sta scritto - ma io, con chi son io ? Con Lui, con
me stesso, con gli altri, con il piacere, con gli ’idoli del Mondo ? Che
ho fatto della mia vita, come ho vinto il dolore,. la paura, la solitudine
? Ho lenito le pene del prossimo, ho riconosciuto Cristo nell’affamato
? Ho portato una parola di speranza ai disperati, di pace agli assediati
? Ho lottato contro il male e la violenza con Lui ? Eppure Egli è qui,
accanto a me, Amico onnipresente, divino Consolatore."Ma io ho altre
soluzioni, risorse tecnologiche, scientifiche invenzioni. "Io,
Uomo pensante, non ho bisogno dell’ Emmanuel. Sono il mio
Dio, Il mio Io è Dio. Posso ogni cosa, basta che lo
voglia ! Ed ecco, m’avvio alla vittoria Sulla materia, la
morte, il dolore. Attenda pure l’Emmanuele Qualche anno ancora
. . ." Ma poi mi sveglio dal superbo, sacrilego sogno, e mi
accorgo che ho sprecato la vita, che ho scacciato l’unico amorevole
Amico. E sono solo, sull’ orlo di un abisso E Lui ritorna, anzi è già
qui, dietro la porta del mio cuore, e bussa, e sussurra : "Sono
l’Emmanuel !"
Laboratori di nonviolenza in carcere. Capire le ragioni della violenza.
Rimarginare le ferite attraverso la consapevolezza, per cambiare.
Nostra intervista a Pat Patfoort A cura di Elena Buccoliero
Pat Patfoort è uno dei nomi più belli e più noti della nonviolenza
europea. È una signora dolcissima e ridente, piena di grinta e ben persuasa del
suo pensiero. Le sue tracce si ritrovano in Cecenia, in Kossovo, in Ruanda…
nelle situazioni di conflitto più dure, più aspre, dove proporre training che
aiutino gruppi di entrambe le parti – di solito prima separatamente e poi
insieme – a riconoscere le ragioni dell’altro, la sua umanità.
Pat Patfoort è anche impegnata da oltre 15 anni nella conduzione di gruppi
sulla nonviolenza, in diverse carceri del suo paese, il Belgio. Per una volta le
abbiamo chiesto di parlarci di questo aspetto, meno noto, della sua azione per
la nonviolenza. E come inizia a parlare dei carcerati, si intuisce una vicinanza
personale molto forte alle tante storie che ha incontrato.
Il carcere è una strategia adottata dalla società per difendere se stessa,
mettendo gli autori di reato in posizione minore. Ora, io ammetto che chi ha
determinati comportamenti possa avere bisogno di un tempo di isolamento per
pensare a quello che ha fatto, a come è stato possibile, a quali come avrebbe
potuto agire diversamente. Questo però comporta un intenso lavoro con le persone
dei carcerati, ed anche con le guardie, o con le persone là fuori, perché tutti
oscillano tra le posizioni di debolezza o di sopraffazione, tra minore e
Maggiore come io sono solita dire, ed anche i prigionieri tra loro ripropongono
lo stesso modello relazionale se non vengono aiutati a fare diversamente. La
tua è una critica radicale alla istituzione carceraria, alle sue
modalità…? Io credo ci siano diversi modi per consentire la riparazione dei
reati, e dovrebbero essere esplorati di più. Un tema su cui si riflette e si
sperimenta da tempo è la ricostruzione di un rapporto tra vittima e autore di
reato, quando questo è possibile, perché entrambi possano rielaborare ciò che
hanno vissuto. Io dico ai carcerati che incontro: non puoi più cambiare il
passato; puoi solo scegliere di proseguire come prima, in una posizione M o m,
oppure puoi cercare l’equivalenza, il rapporto alla pari con gli altri. La
mediazione è molto importante, ma credo richieda un grosso percorso alle
vittime. Sì, ma non soltanto a loro. Anche per chi ha commesso il crimine è
molto difficile accettare di incontrare la propria vittima. Non sono pronti. Per
molti di loro il comportamento celava una difesa, un desiderio di affermazione
positiva o il bisogno di uscire da una posizione minore – non è raro, per
esempio, conoscere uxoricidi che per anni erano stati posti in posizione minore
dalle loro mogli – l’errore sta in come una spinta, legittima, viene tradotta in
azione. Ogni volta che noi, ad un bambino picchiato da un compagno, diciamo di
“ridargliele indietro” stiamo preparando un potenziale autore di reato. Si
tratta di capire, e di sperimentare, che affermare se stessi è diverso dal
prevaricare gli altri. È diverso per te lavorare con autori di violenza
privata o politica? I criminali non sono cattiva gente. Sono persone che
hanno fatto cose cattive. D’altra parte, io in tanti anni non ho mai conosciuto
persone veramente malvagie. Per i terroristi vale lo stesso discorso, ma io ho
bisogno di lavorare di più su me stessa per accostarmi a loro. Ricordo bene
il caso di un veterinario ucciso dalla mafia del mio paese cinque anni fa,
perché si era rifiutato di pagare il pizzo. Questo caso mi aveva toccato
moltissimo. Era un eroe per me. Tempo dopo ho conosciuto in prigione un certo
Carl che sapeva tutto sul commercio delle armi. Un tipo simpatico, intelligente.
Come fai a sapere tante cose?, gli ho chiesto, e così ho scoperto che aveva
scritto un libro sulle armi da fuoco. Bene, Carl aveva venduto l’arma che aveva
ucciso quel veterinario. Come è stato possibile?, mi sono chiesta. Ed ecco la
storia: il padre di Carl è morto quando lui era solo un bambino, è stato
adottato da un mercante di armi. A dodici anni sapeva tutto il possibile sulla
merce del nuovo padre. Questa era l’unica cosa che sapeva fare davvero
bene. In prigione, alcuni anni più tardi, è diventato cosciente della propria
storia. Sì, ma non credi che in questo modo si finisca per giustificare
qualsiasi comportamento, anche il più crudele? Ti racconto ancora una storia.
Yussef era un ragazzo di 17 anni, nordafricano. Quando l’ho conosciuto era in
carcere perché aveva ucciso una signora anziana per rubare in casa sua. Ascolta
la sua storia. Yussef veniva picchiato dal padre, non amato dai suoi
familiari. Cercava fuori casa l’affetto che non sentiva intorno a sé. Ha
incontrato un gruppo di amici e per la prima volta ha avuto la sensazione di
essere parte di qualcosa di più grande di lui, ma anche il gruppo lo ha posto in
posizione minore. Avrebbe fatto di tutto pur di essere accettato. “Scommetto che
tu non sei capace di rubare”, gli hanno detto. E lui ha voluto dimostrare che
invece sì, era un duro come gli altri. Entra nella casa dell’anziana signora,
gli altri fuori che lo aspettano. Yussef picchia questa signora, lei si difende,
lui la uccide. Come posso non piangere per la tragedia di questa donna, per la
tragedia di Yussef che a 16 anni ha rovinato la sua vita quando voleva solo
essere amato, voleva solo esistere per qualcuno? No, non è una scusa. Non ci
sono giustificazioni per un omicidio, ma ci sono delle ragioni che devono essere
cercate, anche perché questo ci permette di lavorare sulla prevenzione. Come
si svolgono i laboratori in carcere? Tengo gruppi di 9 persone e lavoro con
loro per 10 settimane, due volte alla settimana, con qualche altro incontro più
avanti, di verifica sul lavoro del gruppo. Che risultati hai
riscontrato? In genere ci sono illuminazioni repentine a cui seguono delle
ricadute, e poi delle lente riprese di ognuno dentro al proprio percorso di
vita. È proprio come se inizialmente, quando spiego il modello m-M, chi mi
ascolta adottasse per la prima volta un’altra prospettiva e scoprisse molte cose
di sé. Poi il tempo passa e ognuno è portato a rientrare nella vita di sempre. È
allora che il cambiamento inizia davvero, sempre con lo sguardo rivolto a quella
piccola luce intravista inizialmente… Immagino che i tuoi “allievi” possano
avvicinarsi anche per opportunismo: sconti di pena, permessi…? I prigionieri
vengono ai miei gruppi per scelta e la loro prima motivazione è poter mostrare
il diploma del corso al giudice del prossimo processo, per esempio di secondo
grado, sperando che venga diminuita la pena. A me tutto questo non interessa. Io
chiedo la partecipazione, e basta. Non m’importa del motivo iniziale per cui le
persone vengono al gruppo. “Ho incontrato una volta un terrorista musulmano
che ha partecipato alle prime due sessioni e poi è scomparso. Continuava a dire
che erano tutte stupidaggini. Beh, qualche tempo dopo è ricomparso e ha seguito
tutto il percorso. Ciò che lo ha fatto ritornare, è che non si era sentito
giudicato. È necessario un lavoro su se stessi per relazionarsi serenamente
con persone che possono aver commesso anche reati davvero gravi? Il percorso
è lungo per ognuno di noi. Trentacinque anni fa a Bordeaux ho incontrato Lanza
Del Vasto. Ricordo bene quel momento. Era inverno, c’era poca gente. È stato per
me una fonte di grande ispirazione, anche se poi non ho condiviso tutte le sue
posizioni. Dopo di allora credo di aver fatto tanto, per i miei bambini e mio
marito, e poi per i miei amici, le persone che ho intorno. Dopo qualche tempo ho
cominciato a chiedermi: Quale influenza ho io? Ecco, credo che il passaggio
fondamentale sia stato proprio in questa acquisizione di consapevolezza.
Generalmente il compito più difficile è proprio con le persone più vicine.
Lo so bene… Io sono cresciuta in posizione maggiore. Una famiglia dell’elite
francese, benestante, con ottime possibilità di istruzione. Per mio padre era
tassativo: “non sposare un fiammingo!”. Solo da ragazza mi sono resa conto della
mia storia, che era molto fortunata ma anche molto dura, perché per buona parte
della mia vita sono stata terrorizzata da mio padre, e cioè in posizione minore
davanti a lui. Me ne sono accorta dopo la nascita del mio primo figlio, avevo
già trent’anni, e da quel momento ho deciso di compiere un percorso insieme a
lui. Sono andata a trovarlo da sola, spesso, per un paio d’anni. Per prima cosa
gli ho chiesto di parlarmi di lui, di come era cresciuto, di che cosa gli altri
si aspettavano da lui – e piano piano, con dolcezza perché non si ritraesse,
sono riuscita a rivelargli quanto io fossi da sempre terrorizzata da lui. È
stata una liberazione così grande… Ed è stato un dono, perché dopo pochi anni
mio padre è morto. Ora molte persone mi dicono che sono stata fortunata a
poter vivere questo, ma io credo invece di essere stata brava e coraggiosa,
perché ho voluto che questo percorso si compisse. Non ci sarebbe mai stato senza
la mia determinazione. Io credo che, come me, anche molte altre persone
potrebbero lavorare su se stesse in questi termini, per rimarginare le ferite
attraverso la consapevolezza e la riconciliazione. Nell’autunno scorso hai
svolto dei laboratori sui conflitti in Cecenia. Puoi affidarci un ricordo di
quell’esperienza? Ho lavorato con russi e ceceni nello stesso laboratorio, è
stata un’esperienza fortissima. Ricordo bene una donna russa il cui fratello era
stato bruciato vivo nella sua macchina, rivedo la sua emozione. Riuscire per la
prima volta a pensare che questa cosa tanto orribile era accaduta perché
dall’altra parte c’erano non degli oppositori ma un popolo con delle
rivendicazioni che potevano avere una loro verità. L’ultimo giorno poi è
stato emozionante. Ho chiesto a due russi e a due ceceni di mettersi uno di
fronte all’altro e di cercare di parlarsi per soddisfare le esigenze reciproche.
In certi momenti è stato durissimo. E tu che cosa hai imparato da questa
esperienza? Mi sembra di essere diventata più umana. Ho imparato molto sui
ceceni, la mia relazione con questo popolo è letteralmente cambiata. Ho imparato
ancora una volta a lottare contro le mie paure e i miei stereotipi. E ho
acquisito una convinzione ancora più forte che è importantissimo costruire una
via per la nonviolenza, anche solo con un bambino di due anni. Non c’è niente di
impossibile da risolvere, io ne sono convinta, soprattutto in educazione. Si
possono svolgere seminari anche molto difficili, e questo darà potere e speranza
alle generazioni future. È bello poter pensare di costruire relazioni armoniose
per i propri figli.
Difesa senza attacco. La potenza della
nonviolenza L’ultimo libro di Pat Patfoort, in uscita per il Gruppo
Abele
Sarà in Italia nel mese di maggio, Pat Patfoort, per presentare il suo ultimo
libro edito anche in Italia alla fine di aprile dai tipi del Gruppo Abele. Si
intitola Difesa senza attacco. La potenza della nonviolenza e raccoglie le
ultime riflessioni ed esperienze in tema di trasformazione dei conflitti. Il
libro è suddiviso in tre sezioni che vogliono sottolineare come la nonviolenza
sia azione e lotta intensa, ma con regole e modalità diverse dalla
sopraffazione. Le sezioni sono: Rabbia senza aggressività; Difesa senza attacco;
Riparazione senza vendetta, e puntano proprio a mostrare la nonviolenza come una
possibilità realmente praticabile, diversa dalla sottomissione o dalla violenza,
una via che libera dalla paura. Il punto di riferimento è il modello di
analisi, elaborato proprio da Pat Patfoort, che disegna il conflitto in termini
di posizioni m-M, minore maggiore, o di equivalenza. L’autrice tende a precisare
che in questo modo tutti i conflitti possono essere raffigurati, da quelli
interpersonali, sociali o internazionali. “Io torno sempre alla radice”, ha
affermato Pat Patfoort. “La violenza nasce da una contrapposizione asimmetrica
di forze e trasformare il conflitto significa riportare i due soggetti in una
posizione di equivalenza. Questo è uno dei modelli possibili, altri autori hanno
cercato per altre direzioni. Io credo che tutti i modelli si completino e siano
validi percorsi di conoscenza. Come in tutte le scienze, una proposta di analisi
è buona in quanto mi permette di conoscere alcuni aspetti della realtà, e
nessuna deve essere intesa in senso assoluto”.
Saper dire “no” e saper dire “sì” per essere obiettori e
nonviolenti
Nei due numeri precedenti della rubrica “Giovani” abbiamo condiviso
testimonianze e riflessioni su alcune forme di violenza. Abbiamo constatato che
sia reagendo in modo violento alle provocazioni sia restando passivi di fronte
alle ingiustizie i conflitti non si risolvono, ma anzi la situazione si aggrava
sempre di più. Ora vogliamo capire se si può reagire alle ingiustizie in modo
nonviolento e, se sì, con quali strumenti. Iniziamo questo percorso chiedendo a
due attivisti del Movimento Nonviolento di raccontarci la loro storia.
Sabato 4 marzo quattro coraggiosi giovani della redazione si sono recati a
Torino, presso il Centro Studi Sereno Regis, per intervistare Piercarlo Racca e
Angela Dogliotti Marasso. Abbiamo chiesto loro cosa voleva dire essere obiettori
di coscienza prima del 1972, anno in cui è stata approvata la legge sul servizio
civile, e cosa vuol dire oggi essere "nonviolenti". Piercarlo, uno dei primi
obiettori di coscienza, ha passato un mese rinchiuso nella caserma di Albenga ed
ha subito un processo per questa sua scelta. Ci ha spiegato che il suo è stato
soprattutto un gesto dimostrativo forte, in quanto alla seconda chiamata per
l’arruolamento, ha poi accettato di prestare servizio militare, in seguito alle
forti pressioni sia familiari sia sociali. Riguardo alla vita in prigione,
queste sono state le sue parole: “La mia cella era una stanza nella quale avevo
a disposizione solo un tavolaccio per dormire e una coperta. Due volte al giorno
potevo uscire nel cortile per un'ora accompagnato da una guardia armata. Potevo
anche recarmi allo spaccio della caserma, ma in quel caso dovevano uscirne i
militari di leva”. L’esperienza del servizio militare lo ha convinto ancor di
più della sua scelta nonviolenta e lo ha reso un attivista infaticabile. In
quegli anni coloro che si rifiutavano di impugnare le armi venivano incarcerati
e subivano più processi, con un progressivo aggravarsi della condanna. Infatti,
dopo aver scontato la prima pena, venivano richiamati alle armi e, se ancora si
rifiutavano di servire l’esercito, venivano nuovamente condannati. Questa
situazione teoricamente si sarebbe potuta ripetere sino al compimento dei
45anni, età in cui si è esonerati dal servizio militare per “anzianità”. Di
fatto non sono noti casi così gravi, ma qualcuno è stato condannato anche sei
volte. Dopo alcune condanne, si veniva esonerati per “problemi psichiatrici” o
per “problemi di salute”. Gli obiettori all’interno delle carceri erano
testimoni di ingiustizie e violenze che prontamente denunciavano e quindi
creavano problemi alle autorità anche in questo senso. I sostenitori
dell’obiezione di coscienza fuori dal carcere facevano sentire la loro
solidarietà ai rinchiusi organizzando, nei pressi del penitenziario, frequenti
manifestazioni, ovviamente pacifiche. La polizia cercava ugualmente di
impedirle, qualche volta anche con i manganelli. Angela si è avvicinata al
movimento quando aveva 17 anni, ispirata dalle idee di Don Milani, che aveva
difeso gli obiettori di coscienza quando i cappellani militari li avevano
accusati di vigliaccheria. Ha partecipato a molte manifestazioni. “A queste
manifestazioni partecipavano poche persone, poiché, a quel tempo, protestare
contro l’esercito era tabù.” In quegli anni il suo riferimento è stato il CEP
(corpo europeo della pace) che si era posto tra i propri obiettivi quello di
ottenere una legge sull’obiezione di coscienza. Essendo un’insegnante il suo
impegno si è incentrato su tematiche relative all’educazione e alla
formazione. Le abbiamo chiesto cosa vuol dire essere nonviolenti oggi:
“rifiuto della violenza a tutti i livelli, essere non solo contro la guerra, ma
saper riconoscere le varie forme della violenza: l’uso delle risorse a livello
planetario, il modo di relazionarsi con gli altri, mettere in discussione il
nostro modello di vita e le nostre scelte di consumo. L’impostazione
all’apertura e al dialogo sono il modo di vivere la nonviolenza”. Nella
stanza accanto a quella dove si è svolta l’intervista stavano costruendo un
pannello solare e ci è stato spiegato come questa attività sia importante anche
per un decentramento democratico delle risorse. E’ stato considerato inoltre
come la nonviolenza si può attuare anche nelle scelte quotidiane, ad esempio
facendo attenzione alla produzione dei rifiuti con la scelta di imballaggi
minimi prima ancora di preoccuparsi del loro riciclo.
Rielaborazione di Stefano. All’intervista ha collaborato tutto il gruppo
giovani di Novara (Lorenzo Lorenzo 11 anni; Simone Negro 11; Riccardo Sguazzini
11; Gaetano Smecca 11; Lorenzo Ballarè 12; Davide Marino12; Matteo Zanella 12;
Mamadou Sall12; Stefano Moia 13; Sofia Mancini 12; Vanessa Gambini 12; Laura Di
Pietro 12; Maria Stella Smecca 12; Raissa Zuliani 12; Carmela 12; Alice
Zambelli12.
Sono un’insegnante elementare da anni sostenitrice di un interscambio con
amici e amiche brasiliani-e impegnati sui temi della pace e spiritualità. In
questa linea, lo corso anno, nel mese di novembre, ho partecipato all’esperienza
dell’ “accampamento” della pace a Guaporè che è una città di 20 000 abitanti,
nel rio Grande del sud (Brasile), fondata nel 1903 con l’arrivo dei primi
immigrati italiani. A Guaporè la scuola pubblica Bandeirante ha iniziato un
percorso di educazione per la pace coinvolgendo parte del personale insegnante,
genitori e ragazzi e ragazze frequentanti. L’ “accampamento” è stata
un’occasione unica per me di vivere in prima persona momenti di grande ricchezza
emotiva e fortissima umanità. Durante l’incontro si sono alternate dinamiche e
giochi specifici per la conoscenza reciproca; riflessioni e scambi di esperienze
di vita sulla nostra spiritualità a partire da alcune frasi del libro biblico
del profeta Osea; un percorso naturalistico a stretto contatto con la natura
come la “trilha”; la celebrazione del fuoco come ringraziamento; canti con la
chitarra, danze e giochi per il divertimento di tutti e tutte. Ho visitato
personalmente la scuola Bandeirante e ho conosciuto le persone che credono e
operano per questo progetto dall’anno 2001 con il coordinamento del professor
Silvio Bedin. Il Bandeirante è una scuola pubblica che si occupa di circa
1.600 alunni-e, in tutti i livelli della educazione di base e conta circa 90 fra
educatori ed educatrici. Lo sviluppo del percorso per una educazione alla pace
si è avvalso, fin dal suo inizio, dell’accompagnamento delle O.N.G “Educatori di
pace”1 con sede in Porto Alegre e del SERPAZ (servizio della pace) di Sao
Leopoldo coordinata da Ricardo Wangen. Gli obiettivi che ci si propone di
raggiungere con l’educazione alla pace e alla non-violenza sono: - migliorare
le relazioni interpersonali contribuendo allo spazio di convivenza
etico-affettiva; rendere trasversale la tematica della pace nel curricolo
scolare e la trasformazione delle lezioni dell’insegnamento religioso in
spazi aperti di dialogo; rendere effettivo il processo pedagogico di
programmazione partecipativa del calendario scolastico, dei progetti educativi e
le norma di convivenza; sviluppare tutte le potenzialità per il protagonismo
degli educatori, dei giovani in manifestazioni pubbliche come la camminata per
la pace, la raccolta di firme per il bando delle mine terrestri, azioni per la
difesa dell’ambiente e della biodiversità nella ricerca di un modello di civiltà
autonomo, armonico, socialmente giusto ed ecologicamente sostenibile, senza il
quale non sarà possibile conoscere una cultura di pace; sviluppare una
spiritualità intesa come cura della nostra interiorità che ci aiuti a superare
le nostre fragilità di fronte alle difficili sfide educative del nostro
tempo; Questa azione pedagogica è indispensabile in un paese come il Brasile
dove la violenza ha assunto proporzioni allarmanti. Prima di arrivare ai 21
anni molti giovani hanno già perso amiche e amici vittime della violenza di
armi2. Il quadro economico del paese evidenzia che il baratro tra ricchi e
poveri si allarga, le imprese non assumono e i lavori disponibili sono pagati
con un salario minimo insufficiente per rispondere alle necessità di base di una
vita dignitosa. In questo contesto, in mancanza di opportunità, molti giovani
vendono sesso, droga e armi, sviluppando un’economia sotterranea che si
autoregola attraverso la violenza. Ma i giovani stessi sono anche alla ricerca
di alternative, cercando modelli positivi da seguire per identificare la radici
delle cause dei problemi e cambiare le condizioni che portano alla devastazione,
all’isolamento, alla sfiducia totale. Di fronte a tutto questo è evidente
l’importanza della scuola Bandeirante per formare una coscienza profonda che
riduca l’odio e costruisca un sentire comune tra le persone. E’ attraverso il
cammino della non-violenza che si intende assumere il conflitto come possibilità
per stimolare un cambiamento positivo e affrontare l’ingiustizia sociale che
giace alla radice di molti conflitti violenti. Solo l’educazione di una
coscienza profonda, di una personalità critica porterà le persone a fare scelte
responsabili e coraggiose. Il senso della comunità, oggi in declino nel mondo
intero, vuole essere invece sostenuto e rafforzato nel progetto di pace della
scuola Bandeirante perché ritenuto indispensabile antidoto nei confronti della
violenza e del preconcetto. La scuola Bandeirante è una comunità in cammino,
come tanti altri gruppi che anche in Italia e nel mondo operano per raggiungere
gli stessi obiettivi.
Autocostruire la propria casa: un sogno realizzabile?
Trovare una casa nella quale vivere, è da sempre un problema per le fasce
deboli della popolazione: da anni questa preoccupazione si è estesa ai
lavoratori precari ed agli immigrati, soprattutto quelli che hanno raggiunto una
collocazione sociale e lavorativa, ma che non vengono ancora considerati
soggetti economici dalle banche e quindi affidabili per sostenere le rate di un
mutuo. Alcuni operatori nel campo del disagio si sono quindi interrogati su come
rispondere a questa sfida, mettendo in moto energie ed idee in alcuni casi
veramente originali. Nel 1998 le Ong Cidis e Nuova Frontiera, da 15 anni
impegnate nella cooperazione internazionale, decidono di mettere insieme le
forze per cambiare l’oggetto della loro missione, ma non il loro spirito: per
aiutare le fasce povere della popolazione a risolvere il problema di trovare
casa, nasce la cooperativa Alisei (www.alisei.org), che con il progetto “un
tetto per tutti” rivoluziona il modo di approcciarsi alla questione. Alisei
si occupa infatti di intermediazione abitativa, ma è soprattutto lo strumento
operativo dell'autocostruzione, in quanto nella sua compagine riunisce
architetti, consulenti esperti in materia di immigrazione, mediatori,
amministratori, tutte persone che si sono occupate e si occupano di
implementare, sostenere e accompagnare gli autocostruttori in tutte le fasi del
progetto, fino al termine della edificazione delle case. In sostanza, Alisei
sensibilizza le amministrazioni locali interessate a progetti di edilizia
popolare e promuove la costituzione di una cooperativa edilizia formata dai
beneficiari stessi che ne diventeranno i costruttori; essi devono risultare
iscritti alle liste per l’assegnazione di una casa popolare ed avere un reddito
massimo di 20.000 euro annui. Una banca deve farsi carico di anticipare le spese
iniziali (Banca Etica ha finanziato il progetto in provincia di Ravenna), in
modo da far gravare sui soci le spese solo al termine della costruzione, come se
fossero rate di un mutuo o canoni di un affitto. Viene quindi chiesta ai soci
una disponibilità lavorativa di circa 60 ore mensili, per un arco di tempo che
può arrivare fino a due anni, durante le quali saranno affiancati dai
professionisti di Alisei nel preparare la malta, rizzare i muri, fare l’impianto
elettrico. In compenso, il costo di una villetta di 100 mq con tanto di giardino
può arrivare a soli 85.000 euro, un prezzo impensabile in qualsiasi città
d’Italia. I futuri proprietari formano gruppi eterogenei per razza, cultura
e religione. “Un massimo di 25 famiglie, il più possibile varie quanto a
provenienza e tradizioni, garantisce che non si creino odiose ghettizzazioni”,
afferma Ottavio Tozzo, presidente di Alisei. “Vedere persone che non si
conoscono imparare a lavorare assieme, stringere amicizie, litigare, anche, ma
sempre con l’intento comune di costruire la propria casa, è un’esperienza
entusiasmante. E dà due garanzie: i futuri vicini si conoscono in anticipo,
cementando una solidarietà che di rado troviamo nei condomini; e si rendono
visibili agli abitanti del territorio, che osservandoli lavorare estate e
inverno imparano a conoscere la nuova comunità, spesso aiutandola e infrangendo
così possibili diffidenze”. Per molti immigrati, si tratta di ricreare in Italia
le condizioni solite che si sarebbero trovati ad affrontare nei loro paesi di
origine: spesso infatti nei paesi maghrebini o dell’est europeo, l’unico modo
per ottenere una casa è costruirsela con le proprie mani: prima con materiali
poveri, poi migliorandola nel tempo quando le condizioni economiche lo
permettono. Ottavio Tiozzo condivide l’impegno con la vicepresidente, Carla
Barbarella, insegnante di Pedagogia multiculturale all'Università di Trieste e,
dal 1979 al 1989, deputato del Parlamento Europeo, dove si è occupata di
problemi agricoli, riforme comunitarie e relazioni e progetti d'investimento in
Paesi in via di sviluppo. “Le donne si adoperano al pari degli uomini, grazie a
scelte tecnologiche in cui l’impiego della forza è sempre meno vincolante. E
sebbene le famiglie musulmane fossero inizialmente riluttanti a lasciare che le
donne prendessero parte ai lavori, vedere le altre signore all’opera ha fatto
crescere entusiasmo e partecipazione anche in loro”, riporta Ombretta Bertini di
Famiglia Cristiana. La sperimentazione nel nostro Paese, che importa
l’esperienza avvenuta già in altri paesi europei, è partita dall’Umbria, per poi
estendersi all’Emilia-Romagna e alla Lombardia, e successivamente anche al
Piemonte, al Veneto e al Friuli-Venezia Giulia.
Le mani di Rosa Cantalina Sanchez si muovono metodicamente lungo il ramo,
mentre raccoglie le rosse bacche di caffè nel cesto che porta attorno al collo.
Notando la destrezza e la forza che mette nel proprio lavoro, nessuno direbbe
che Rosa ha 66 anni. Glades Valencia, 14enne, sta facendo la stessa cosa, e
passa le mani fra i rami come se stesse pettinando dei capelli. Rosa e
Glades rappresentano il lavoro di una vita, la vita dei coltivatori di caffè nel
Perù del nord. Molti agricoltori della regione hanno ottenuto la certificazione
per il commercio equo, tuttavia i loro guadagni restano sempre al disotto della
media annua pro capite. 68.600 famiglie povere producono circa il 49% del caffè
peruviano (quasi totalmente esportato). Nelle società rurali a dominio
maschile l’alto livello di povertà si traduce in problemi specifici per le
giovani donne, che sono più spesso dei giovani maschi mandate sui campi anziché
a scuola, e che vengono date in spose già a 12 anni per alleviare il disagio
economico familiare. Rosa ha lavorato per anni dalle 10 alle 12 ore al giorno
durante la stagione del raccolto, e per anni ha ricevuto come compenso ciò che
il marito decideva di darle quando il caffè era venduto. Le cooperative che
fanno riferimento al commercio equo sono state spesso un mondo di uomini
sostenuto dal sudore delle donne, ma le cose stanno cambiando in Perù, per Rosa
e Glades e per centinaia di donne come loro. Nel 2003, oltre quattrocento
coltivatrici decisero di lavorare insieme ad una speciale varietà di caffè. La
chiamarono “Caffè Femmina”, perché attraverso di essa avrebbero sollevato
consapevolezza internazionale sulla cruda disparità che affrontavano nelle loro
vite quotidiane. Trovarono l’aiuto di Isabel Uriarte Latorre, una donna
peruviana che da molto tempo assieme al marito sostiene le comunità agrarie
aiutandole ad organizzarsi in cooperative e ad ottenere miglioramenti nelle
infrastrutture comunitarie. Ora, 60 importatori di caffè del Canada,
dell’Australia e degli Usa pagano volentieri quei due centesimi in più alla
libbra che andranno alla Fondazione Caffè Femmina, che produce miglioramenti
economici nelle vite delle donne. Nel contratto che devono firmare, infatti, c’è
la clausola che essi pagheranno questi due centesimi alla Fondazione oppure li
devolveranno al Centro Antiviolenza più vicino alla loro residenza. “Le donne
in Perù sono viste tradizionalmente come lavoratrici e madri, non come
proprietarie della terra o come coloro che prendono decisioni.”, racconta Isabel
Latorre, “Si suppone che servano principalmente a fare bambini. Le donne delle
comunità più povere raggiunte dal progetto “Caffè Femmina” hanno in media sette
figli.” Per entrare nella cooperativa, una donna deve dimostrare che il suo nome
è sui documenti di proprietà della terra che lavora, e poiché tramite la
cooperativa i guadagni sono più alti, padri e mariti hanno trovato conveniente
avere le donne al loro fianco come proprietarie. Oggi queste donne si incontrano
regolarmente al tramonto, in cerchi di dialogo provvisti di una facilitatrice e
gli uomini non glielo stanno impedendo. Isabel Latorre dice che la diminuzione
della violenza nei rapporti fra i generi si nota a vista d’occhio: “Gli uomini
hanno molto più rispetto per loro. E ora le donne stanno parlando di frequentare
le scuole, di capire meglio l’andamento dei mercati, di organizzare seminari sui
metodi di coltivazione organica e dei loro diritti umani.” A Nuevo York, in
Amazzonia, le donne della cooperativa si incontrano tutte una volta all’anno.
Appendono ovunque palloncini colorati, e le orchestrine suonano musica da ballo.
Attorno al cerchio di dialogo, quest’anno, c’erano alcuni uomini in piedi con le
braccia conserte, che mostravano un certo cipiglio. Le donne sorridevano, come
la bella e giovanissima Glades: “Vogliamo che gli uomini beneficino del nostro
progetto e ne siano coinvolti. Ma dev’essere chiaro che per noi stesse le
decisioni siamo noi a prenderle.”
Andate a trovarle, almeno virtualmente:
http://www.cafefemeninofoundation.org
La musica contemporanea e la guerriglia non aggressiva
di Henry Pousseur
(Seconda parte) Fino alla Rivoluzione Francese la costruzione del linguaggio
musicale si è sviluppata assieme alla costruzione del pensiero liberale, che
credeva in un miglioramento armonico della società, la “lumière” come si dice in
francese. Poi, a partire dalla rivoluzione che non ha avuto un buon esito, il
romanticismo ha cominciato a tirare conseguenze drammatiche, pessimiste. Il
principio dell’armonia nel diciannovesimo secolo ha cominciato a degradarsi
parallelamente alla crescita di pessimismo, di sentimenti sempre più forti di
sconforto, di tragedia, di malessere. I canti più riusciti di questo periodo
sono canti disperati… Nel ventesimo secolo si è arrivati alla situazione
culminante di rottura e di crisi. La musica del ventesimo secolo è critica
rispetto a quella precedente e nega in gran parte qualsiasi legame con la
proposta della musica classica antica. Questa musica moderna, soprattutto a
partire dal 1950, diventa sempre più violenta rispetto alle nostre abitudini
uditive, al nostro gusto musicale, al nostro conforto affettivo. Diventa
violenta, aggressiva e dunque, si potrebbe dire che è una musica di guerra, di
guerriglia culturale. Ma se pensate che la musica classica, con tutte le sue
armonie, tutte le sue dolcezze, poteva anche essere un’arma di guerra, di dolce
guerra, di dolce sfruttamento, di dolce dominazione e oppressione, allora questa
guerriglia può essere lotta contro la guerra e può portare verso una certa
liberazione. Va quindi compresa non solo in termini negativi, come negazione
delle negazioni presenti nella grammatica classica. Per esempio nella dimensione
acustica, la musica moderna rifiuta la selezione dell’acustica musicale classica
e reintroduce tutte le sonorità che erano state eliminate e che sono invece
utilizzate in altre civiltà; così tra la musica moderna, la musica giapponese e
la musica di certe regioni africane c’è un certo riavvicinamento, forse
superficiale, ma che ha elementi comuni. Nella musica moderna c’è un gusto per
le sonorità grezze e complesse che la musica classica negava. Non è solo una
negazione, è una nuova affermazione, una riscoperta di aspetti che erano stati
esclusi ed è anche la costruzione di un nuovo modello che forse può essere un
modello di pace.
nuovi modelli di pace in musica ?
Per offrire alcuni esempi, comincio con Anton Webern che per me e per i
musicisti della mia generazione come Pierre Boulez, Stokhausen, Berio, resta un
modello, una specie di faro, di chiave creativa per tutta la musica
contemporanea. Webern è il grande discepolo di A.Shoemberg, membro della
“triade” della scuola viennese contemporanea, il più radicale dei tre, quello
che si è allontanato di più dalle regole della musica classico-romantica.
Schoemberg e Berg mantengono molti elementi post romantici. Mentre la musica
occidentale era organizzata attorno alla prassi della prospettiva pittorica
italiana, Webern ha trovato un nuovo nucleo di organizzazione, assolutamente
discordante e in un certo modo contrario, che contiene una possibile guarigione
di quello che c’era di patologico nel principio precedente. Non dico del
principio dell’importanza dell’individuo, perché l’individuo è importantissimo,
ma del bisogno di aver a che fare con la collettività, col cosmo, con la
solidarietà. Ed è questo il problema che si pone per esempio in economia col
liberalismo. La crisi aperta e sviluppata da quel gruppo di musicisti e in
particolare da Shoemberg riguarda proprio la distruzione della grammatica
classica. Webern ne trae le conseguenze e gli elementi responsabili della
dissoluzione del principio tonale e ne fa il germe, il seme fondamentale della
sua nuova costruzione. ottenendo una musica in cui non c’è più l’impressione di
essere al centro, ma un universo di suoni, un microcosmo nel quale tutti gli
elementi, anche molto differenti, anche molto personalizzati sono perfettamente
equilibrati fra loro e formano delle costellazioni dove nessuno di questi attira
su di sé un’attenzione maggiore. Non è possibile essere al centro, ma si
sperimenta e si apprezza una condizione di relatività rispetto a tutto il resto,
alle persone, allo spazio, com’è un punto in mezzo a molti altri punti. La
musica di Webern è estremamente eloquente in questo senso, a me dà l’impressione
di vedere un cielo stellato.
La prima parte di questo lavoro è pubblicato sul numero precedente (AN n.
3/2006)
Una Conferenza dell’ONU sui traffici illeciti di armi leggere
La Campagna “Control Arms ” promossa da Amnesty International, Oxfam e
Iansa (International action network on small arms) ed in Italia portata avanti
dalla Rete Italiana Disarmo, ha lanciato lo scorso 16 Marzo un appello
internazionale per gli ultimi cento giorni di pressione in vista della
Conferenza dell’ONU sui traffici illeciti di armi leggere (Rev Con) che si terrà
dal 26 giugno al 7 luglio 2006 a New York. In questi cento giorni assai
decisivi per l’esito della Conferenza stessa è necessario aumentare le attività
di pressione ed intensificare l’attenzione da parte dei media e più in generale
dell’opinione pubblica verso tale evento che dovrà discutere se adottare un
trattato internazionale che limiti il commercio di armi, ormai divenuto
incontrollabile e responsabile di centinaia di migliaia di morti ogni anno.
L’ultimo caso che dimostra questa assenza di controlli internazionali è accaduto
qualche settimana fa in Italia proprio con le pistole Beretta ritrovate dal
contingente Usa nei depositi della guerriglia irachena dopo esser state
riciclate e rivendute dalla famosa ditta di Gardone Valtrompia alla "Super
Vision International ltd", una sigla inglese sconosciuta che attraverso una
triangolazione ben orchestrata è riuscita a farle arrivare in Iraq. Tutte le
iniziative attivate durante questi cento giorni avranno alcuni obiettivi in
comune in tutto il mondo ma uno su tutti è fermare il problema globale della
violenza legata all’uso delle armi. Per far questo è stata pensata una azione di
pressione globale che parta dal livello locale ed arrivi a dare la spinta finale
rafforzando quindi la mobilitazione internazionale che avrà il suo momento
finale nella consegna a New York, della Petizione dei “Milioni di Volti” a
simboleggiare il milione di persone uccise dalle armi dall’ultima conferenza
sullo stesso tema, svoltasi nel 2001. La foto-petizione è lo strumento di
mobilitazione principale utilizzato dalla campagna per esprimere e rappresentare
anche visivamente il forte dissenso sulle attuali politiche di regolamentazione
del commercio delle armi. Dall’inizio della campagna (ottobre 2003) oltre
800.000 persone in 160 paesi hanno già aggiunto la propria foto alla “Million
Faces Petition . In Italia questa particolare forma di mobilitazione sta avendo
un successo senza precedenti: sono già circa 30.000 le persone che hanno aderito
alla campagna facendosi fotografare e "mettendo il proprio volto contro le armi"
(galleria su www.controlarms.it). Inoltre abbiamo raccolto anche il sostegno di
alcune facce importanti sia nel mondo dello spettacolo e della cultura tra cui
Beppe Grillo, Jovanotti, Trio Medusa, Fiorello, Oliviero Toscani, Luis
Sepulveda, Sergio Staino e tantissimi altri “volti noti” . Tutto questo è stato
possibile anche grazie al lavoro di oltre 300 gruppi locali (coordinamenti e
associazioni) che in tutta Italia si stanno mobilitando dal basso per supportare
questa campagna. E’ essenziale continuare la raccolta dei rimanenti 200.000
volti, per arrivare a raggiungere e magari superare l’obbiettivo, in tempo per
la conferenza di Giugno, data della consegna internazionale. Altro lavoro
portato avanti della campagna è la pressione sulle istituzioni da quelle
nazionali a quelle locali per spingerle a prendere una posizione favorevole per
l’adozione del Trattato. Più di quaranta governi sostengono ufficialmente i
contenuti della campagna mentre il governo Italiano troppo pre/occupato dal
“bussines delle armi” ancora non si è pronunciato in tal senso. L’unica nota
positiva è stata una mozione parlamentare (ottobre del 2005) sottoscritta 110
tra deputati e senatori per sostenere il Trattato Internazionale e le diverse
adesioni di enti locali, quasi una quarantina, che attraverso la votazione di
mozioni hanno confermato il loro impegno nella campagna. Ultima tappa prima
di partire per New York sarà la consegna delle foto raccolte a livello nazionale
ai funzionari di governo e ai parlamentari, ministri e delegazioni che
parteciperanno alla Rev Con nella settimana Settimana Mondiale d’Azione contro
le Armi leggere, il 22-29 Maggio 2006. Questo momento rappresenterà una grande
opportunità per fare un ultima pressione sul nostro futuro governo che per
quella data potrebbe anche esser composto da altri schieramenti politici
(elezioni ad aprile ). Quello che ci auguriamo è che in questi “cento Giorni”
ogni gruppo possa organizzare almeno un evento in maniera tale che si possa
preparare un “Conto alla Rovescia” che segnali dal basso un’enorme dissenso per
questo mercato di morte.
Quattro bambine africane piene di speranza e coraggio
MOOLADE’
Regia e sceneggiatura: Ousmane Sembene Origine: Senegal Anno: 2004
(Uscita in Italia: marzo 2006) Produzione: Ousmane Sembene per Filmi
Doomirew Fotografia: Dominique Gentil Durata: 117’ Versione originale
sottotitolata.
Vincitore nella sezione “Un certain regard” a Cannes 2004, solo ora nel marzo
2006, il film “Mooladè” dell’ottantatreenne regista africano Ousmane Sembene
arriva sugli schermi italiani. E’ un film che arriva da lontano. E’ un “film
lontano”. Lontano perché parla dell’Africa. Parla con le lingue dell’Africa.
Parla con le immagini dell’Africa e con i suoi suoni, la sua musica. Parla con
lentezza africana. Con i colori africani. Di problemi africani. Di eroi africani
del quotidiano. Parla di salindè, bilakoro e mooladè. Parla di paura della
diversità. Parla di modernità e tradizione. Di sottomissione della donna
all’uomo. Di conflitti e di coraggio. Di oppressione e di ribellione. Di
ignoranza e di informazione. Di violenza e di resistenza nonviolenta. Di “chi
porta la vita” e “chi porta la morte”. Parla di quattro bambine che, in un
piccolo e grazioso villaggio del Burkina Faso che sembra uscito da una favola
antica, scappano dal bosco sacro e si rifugiano da Collè Ardo implorando la sua
protezione. I tamburi iniziano a suonare. Cercano qualcuno. Cercano le bambine.
Sei bambine sono scappate per sottrarsi alla salindè, ovvero alla purificazione
attraverso l’escissione: una mutilazione genitale estremamente dolorosa e
menomante per le donne, quando non mortale, ritenuta necessaria per elevare le
giovani al rango onorabile di spose, e ancora praticata nella maggioranza dei
paesi africani. Delle sei bambine terrorizzate, scappate dalle sacerdotesse di
questo terribile e antico rito, due si sono uccise gettandosi in un pozzo,
quattro invece si sono rifugiate dall’unica donna del villaggio che, anni prima,
si è rifiutata di sottoporre la figlia Amsatou alla stessa crudele pratica,
condannadola a diventare una bilakoro, un’impura, indegna di essere sposata.
Collè Ardo infatti, seconda delle tre mogli di uno dei notabili del villaggio,
dopo aver perso due figli alla nascita non ha voluto correre il rischio di
perdere anche l’ultima, cosa peraltro frequente a causa del rito, e ha voluto
risparmiarle le sofferenze psicologiche e fisiche che lei stessa ha dovuto
subire da piccina. Le bambine fanno appello al mooladè, una sorta di diritto
d’asilo, di protezione accordata a qualcuno in fuga; è una convenzione trasmessa
dalla tradizione orale ma ha valore giuridico e, soprattutto, è riconosciuta da
tutti da tempo immemorabile. Le sue regole, leggi e decreti, sono impressi nelle
coscienze di uomini, donne e bambini, consapevoli delle tremende e funeste
conseguenze di una possibile violazione dell’antica magica norma. Ma Collè
Ardo, con la sua scelta coraggiosa, porta scompiglio all’interno della vita del
villaggio, caratterizzato dalla totale sottomissione delle donne agli uomini, e
fortemente gerarchizzato anche all’interno dello stesso mondo femminile. Il
villaggio si divide tra due antiche tradizioni. Ma anche tra tradizione e
modernità. Si divide tra religione e laicità. Ma anche tra religiosità e
fanatismo. Collè Ardo pagherà cara la sua resistenza, ma la sua lotta, che
difende senza “offendere”, porterà frutto, scuoterà le menti e le coscienze di
uomini e donne; un frutto che andrà ben al di là del solo problema
dell’infibulazione coinvolgendo tutta la sfera dei rapporti donna-uomo,
“servo-padrone”. “La speranza fa nascere il coraggio” dice una delle donne
coinvolte nella rivolta di Collè Ardo. La stessa speranza che il vecchio regista
coltiva per la sua Africa: un’Africa che sappia accogliere le sfide del presente
e della modernità, partendo però dalla ricchezza della sua stessa tradizione e
dalla sua capacità di laicità e di autodeterminazione, senza dover fare
necessariamente ricorso a culture e società esterne: “l’Africa non può più
restare ripiegata su se stessa. Deve aprirsi al futuro. Dobbiamo modificare i
nostri comportamenti, ma dobbiamo decidere da soli e per noi stessi”*.
* Dichiarazioni di Ousmane Sembene, raccolte da Jean-Pierre Garcia, Le Film
Africain, maggio 2004.
MARCO DERIU, Dizionario critico delle nuove guerre, Editrice Missionaria
Italiana, Bologna 2005, pagg. 512, euro 20,00.
Il monumentale Dizionario, scritto in collaborazione con Aluisi Tosolini e
Daniele Barbieri, è una vera e propria miniera di informazioni scottanti sui
conflitti in preparazione e in corso sul pianeta. I dati che si scoprono
leggendolo sono variegati e impressionanti. Gli Stati Uniti coprono quasi la
metà della spesa mondiale in armamenti, l'Italia occupa il settimo posto in
questa terribile classifica, con 362 dollari per abitante, la spesa militare
globale (che si era ridotta fra il 1987 e il 1998) ha subito un'impennata dopo
l'11 settembre, gli esperimenti nucleari in Nevada hanno provocato quindicimila
morti per cancro (mentre in generale la corsa all'armamento atomico ha causato
nel mondo circa mezzo milione di vittime), lo sfruttamento sessuale dei bambini
rifugiati è una pratica abbastanza diffusa fra i Caschi blu, la maggior parte
degli attentati contro obiettivi Usa non ha matrice mediorientale ma avviene in
America Latina, la rete di sorveglianza Echelon può controllare l'intero flusso
globale delle comunicazioni mobili oltre a intercettare le informazioni via
satellite e attraverso i cavi sottomarini. E molto altro ancora. Quanto basta
per ribadire la convinzione che la guerra, ogni guerra, è un crimine contro
l’umanità. Lungi dall’essere semplicemente un testo informativo, il volume
tenta piuttosto di interpretare le vicende e i processi della contemporanea
società globale nella loro interconnessione con la guerra, restituendone la
complessità e l'articolazione sulla base di un preciso inquadramento teorico, di
determinati principi normativi e di una chiara istanza critica. Per dirla con il
suo autore, si tratta di "un ipertesto, in cui ogni voce rima