Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
Abbonamento annuo Euro 29.00.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Marcia nonviolenta Perugia–Assisi 24 settembre
2000
MAI PIÙ ESERCITI E GUERRE
In cammino sulla strada della nonviolenza
Noi riteniamo che esista negli esseri umani una sufficiente riserva di
coscienza, intelligenza e scienza capace di affrontare e comporre con
equità i grandi conflitti di gruppo, evitando così che questi
giungano ad un grado di esasperazione incontrollata fino allo sbocco sanguinoso
della guerra (da rifiutarsi sempre, anche quando venga eufemisticamente
chiamata "umanitaria" e "giusta").
Ci poniamo quindi in antitesi con la politica dominante che, in lacerante
contraddizione col ripudio pressoché universale della guerra, ne
mantiene ben oliato l’apparato portante: l’esercito. Talché,
di contro alle ormai secolari trattative diplomatiche per il disarmo,
ne è sempre sortito l’esatto contrario, la corsa al riarmo
- da cui inesorabilmente, insieme con guerre mondiali, la sequela di “piccole”
guerre sgocciolanti sulla scena terrestre come spiccioli da una tasca
bucata.
Per uscire dal vicolo cieco di siffatta politica schizofrenica e bancarottiera,
si rivela indispensabile che l'avversione puramente verbale alla guerra
sia accompagnata dal rifiuto degli strumenti che la consentono e la producono,
gli eserciti e gli armamenti. Siamo pertanto impegnati ad avviare una
politica di superamento degli apparati bellici attraverso passi reali
ed inequivocabili di disarmo unilaterale: una politica che contro l'idea
nefasta dell'inevitabilità della guerra sappia costruire forme
alternative di prevenzione e risoluzione pacifica dei conflitti (in linea
con la sentenza della Corte Costituzionale n. 164 del 1985 che ha sancito
la piena aderenza della difesa non armata al dettato costituzionale, e
con la legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare n.
230 del 1998, che per la prima volta ha istituito la sperimentazione e
l’addestramento alla Difesa Popolare Nonviolenta).
La Marcia intende convocare tutti coloro, singoli ed organizzati, che
lavorano per costruire l’alternativa della nonviolenza e che vogliono
contrastare ogni rassegnazione all’inevitabilità della guerra.
L’occasione della Marcia, di evidenziazione del pacifismo nonviolento,
che si oppone in modo assoluto alla guerra, potrà anche servire
a chiarire e superare finalmente la via bloccata in cui ancora una volta
si sono trovati irretiti i diversi pacifismi relativi, “sconcertati”
e “spiazzati” di fronte all’Italia di nuovo lanciata in
un’avventura bellica, contro le regole che si consideravano certe
ed acquisite una volta per sempre (art. 11 della Costituzione).
Al contempo marciamo affinché la risoluzione delle controversie
internazionali venga assunta non dalla NATO ma da un’ONU riformata
e sia realizzata con veri interventi di polizia internazionale; anche
per questo sosteniamo l’istituzione di un Corpo Civile Europeo di
Pace e contrastiamo la nascita di un nuovo esercito comune europeo. Marciamo
contro tutti gli eserciti, di leva o professionali, con o senza le donne,
e per opporci al Nuovo Modello di Difesa.
In questo nostro impegno di sviluppo di una politica nonviolenta tesa
ad ulteriori iniziative fra tutti i nonviolenti organizzati, siamo fin
d'ora pienamente confortati dal Manifesto dell'Unesco per l'Anno 2000
(Anno Internazionale per la Cultura della Pace), che segue a sua volta
la deliberazione ONU basata sull'appello lanciato nel 1999 dai Premi Nobel
per la Pace, per la raccolta di impegni personali per la pace e la nonviolenza.
Auspichiamo infine che una qualche voce possa salire all’esterno
della marcia e giungere ad essere intesa nel coro delle celebrazioni per
il Giubileo: e che a suggello di questo, con preminenza sulle tante altre
pratiche di contrizione e di remissione dei peccati, sia posto il pentimento
e la remissione del crimine sommo, quello di continuare, da cristiani,
a preparare con gli eserciti la guerra.
Come nel 1961 con Aldo Capitini, per aggregare tutti coloro che credono
nella nonviolenza come scelta personale e politica, “aperta all’esistenza,
alla libertà e allo sviluppo di ogni essere”.
Movimento Nonviolento
Via Spagna 8 – 37123 Verona
Tel 045 8009803 Fax 045 8009212
Movimento Internazionale della Riconciliazione
Via Belgatto 78 – 61032 Fano (Pesaro)
Tel. e Fax 0721 830265
La prevenzione dei conflitti
e la difesa dei diritti umani
di Daniele Lugli
Nei proponimenti di inizio d'anno Kofi Annan, segretario dell'ONU, indicava
come compito dei prossimi 20 anni quello della prevenzione dei conflitti,
vista l'esperienza compiuta di "doverosi" interventi militari
per la sicurezza internazionale e la difesa dei diritti umani. Sottolineava
anche che la più costosa prevenzione costa comunque meno della
guerra più economica. I costi in denaro delle guerre sono infatti
altissimi, senza contare, naturalmente, quelli politici e umani. Ciò
dovrebbe condurre, secondo il segretario dell'ONU, ad una comune volontà,
ai livelli più alti della Comunità internazionale, per una
strategia integrata di prevenzione, capace di vincere la riluttanza delle
parti in conflitto nei confronti di interventi esterni.
Non sembra questo il cammino che la Comunità internazionale sta
percorrendo o si accinga a percorrere. Come un grande re ha potuto in
passato affermare "Lo Stato sono io" e meritare il nome di Re
Sole, per il suo risplendere imparzialmente su tutti, così oggi
gli Stati Uniti d'America parlano a nome della Comunità Internazionale
e sono l'indiscusso leader mondiale. Sono gli USA a distribuire premi
e castighi, associando i più fidi alleati, usando o non usando,
secondo le convenienze, le istituzioni internazionali, rispettandone o
non rispettandone le regole. La Pax americana, nella quale viviamo, è
una proiezione esterna della sicurezza e degli interessi di quel Paese.
Quel che va bene per l'America deve andare bene per il resto del mondo.
Non vi è alcuna ricerca di un diverso concetto di sicurezza e di
interessi comuni. Nè altri Paesi, o la Comunità Europea,
o la stessa ONU, sembrano fare molto in questa direzione.
Eppure proprio di questo c'è bisogno, se continuano conflitti
di ogni dimensione e natura, capaci di crudeltà che sembravano
ormai superate nella coscienza e nella pratica umana. Delle decine di
conflitti in atto nel mondo molti si svolgono in Africa, ma non risparmiano
alcun continente. Sono quasi tutti, in qualche modo, interni, complessi
ed, apparentemente, intrattabili. Forse i soli conflitti Eritrea - Etiopia
e India - Pakistan sono riconducibili alla categoria dei conflitti tra
stati. In tutti gli altri casi siamo in presenza di guerre sui generis,
con attori diversi e talora indecifrabili.
Ogni conflitto va compreso nelle propria differente origine, motivazione,
configurazione, evoluzione, se si vuole prevenirlo, intervenirvi efficacemente,
contribuire a sanarne le conseguenze o, anche solo, non peggiorare la
situazione.
Per seguire il classico schema di Thomas Hobbes i conflitti nascono principalmente
dalla concorrenza per un bene materiale, dalla sfiducia negli altri, che
mette in forse la propria sicurezza, dalla volontà di fama e reputazione.
Vi sono cioè fattori economici: appropriazione di risorse scarse
naturali ( come materie prime, terre fertili, acqua...) o indispensabili
comunque allo sviluppo (come comunicazione, accesso ai crediti...). Vi
sono fattori politici: conseguenza di processi di costruzione e disgregazione
di stati, lotte di potere tra èlites regionali, nazionali, etniche,
criminali per il controllo sul territorio, sulle sue risorse, per l'influenza
sull'area. La crisi degli assetti precedenti induce una diffusa insicurezza
e l'attacco preventivo è la miglior difesa. Vi sono infine fattori
socio - culturali: connessi alla formazione delle èlites, ai rapporti
tra generazioni, tra città e campagna, tra pastori e contadini,
tra culture, tradizioni religiose ed etnie, riscoperte ed enfatizzate.
Fama e reputazione, o almeno una qualche identità, può essere
ricercata nel massacro del vicino, fino a ieri nostro concittadino, dal
quale ci divide una differenza divenuta improvvisamente insopportabile.
La caduta dei sistemi cosiddetti socialisti, che non possono certamente
essere rimpianti, ha prodotto un vuoto, presto occupato dal capitalismo
totalitario, dal sistema di società multinazionali e transnazionali,
che assumono volentieri il nome di Mercato. La competizione economica
è senza limiti, il rischio dell'esclusione e dell'emarginazione
è costante. La produzione e riproduzione di conflitti estremi,
che, come si è visto, non risparmiano neppure l'Europa, è
assicurata. Uno storico inglese. esperto di questioni militari ci invita
a rivedere le nostre convinzioni sulla guerra. Dobbiamo accettare la guerra
come un fatto normale e quotidiano, uno strumento, mai definitivo, ma
utile per raggiungere obiettivi precisi e limitati. Occorrono perciò
professionisti e mezzi sofisticati per colpire e controllare dittature,
fanatismi e criminali internazionali, la presenza dei quali è inevitabile,
quando questa si fa minacciosa per la sicurezza e lo sviluppo del mondo
libero e civile. In altre parole ogni minaccia all'ordine economico -
imprenditoriale che guida la globalizzazione è legittimo casus
belli. E' così che si riaccredita la guerra, ammessa dalla Carta
dell'ONU solo come legittima difesa di fronte all'aggressione, travestendola
da polizia volontaria internazionale, per la difesa dei più sacrosanti
diritti umani, contro le dittature, il terrorismo, la criminalità
internazionale.
Eppure vi sono altre lezioni che possono e, a seguire il Segretario dell'ONU,
debbono essere tratte dalla storia. Pensiamo al conflitto medio orientale,
che si protrae da oltre 50 anni con la formazione dello Stato di Israele.
Tutti i fattori sopraricordati vi sono presenti in sommo grado, fino alla
contrapposizione di due "mondi" irriducibili, ma la sua insolubilità
in termini militari è chiara a tutti. Una possibile, anche se difficile,
via d'uscita, attraverso l'intervento e la mediazione di terze parti autorevoli
(in primo luogo gli USA) appare ora possibile. Ma se questa prospettiva
è rimasta aperta ed è percorribile lo si deve principalmente
a quanti, all'interno delle proprie comunità, hanno alimentato
un prezioso dissenso (instancabile, insistente, coraggioso), non si sono
arruolati in nessuna guerra santa, hanno costruito spazi di incontro e
di fiducia tra le parti. E' la stessa lezione che viene dal Sudafrica
e che ha permesso di uscire dal più spietato e radicato apartheid.
Già il precedente segretario dell'ONU, Boutros- Ghali nella Agenda
della pace del 1992 e nel Supplemento del 1995 aveva compiuto una positiva
valutazione degli strumenti civili di intervento nei conflitti e del loro
rapporto con l'intervento, anche armato, dell'ONU, nella diverse fasi
e forme di peacekeping, peacemaking, peacebuilding, cioè nell'interposizione,
nella mediazione, nella prevenzione e conclusione dei conflitti. Ma gli
strumenti civili, non meno dei militari, richiedono studi, sperimentazioni,
risorse, volontà per essere approntati e migliorati. Il fatto che
abbiano prodotto risultati considerevoli, pur in presenza di un'attenzione
e di mezzi scarsissimi, è certamente incoraggiante. Ogni mille
dollari utilizzati per spese militari, ce n'è uno che va all'ONU,
e solo un cent per interventi civili, non violenti.
Eppure la nonviolenza ha molto da dire a proposito dei conflitti. Schematizzando
al massimo, per nonviolenza intendiamo sostanzialmente tre cose, collegate,
ma distinte: -un "credo" ed un atteggiamento di fondo della
persona ( le cui radici possono essere molto differenti e variamente combinate:
filosofiche, politiche, religiose ),
- un metodo di lotta e di intervento nel conflitto, alternativo alla violenza,
- una tensione verso una società libera da violenza, sia diretta,
che strutturale, che culturale. Per dirla con Gandhi nonviolenza come
ahimsa, satyagraha, sarvodaya. La nonviolenza non dà nulla per
acquisito: è un orientamento ed una ricerca. Se portiamo l'attenzione
sul metodo di lotta, che Gandhi ha chiamato satyagraha, cioè forza
della verità, ci accorgiamo come possa costituire, nelle condizioni
odierne, uno strumento prezioso nella prevenzione dei conflitti e nella
loro conduzione, quando inevitabili, in forme che minimizzano violenza
e sofferenza. Anche quando il conflitto è ormai scontro aperto
ed armato vi sono esperienze importanti di intervento e di interposizione
nonviolenti, di mediazione e diplomazia popolare. Tutti poi riconoscono
il contributo di pratiche, orientate ed ispirate alla nonviolenza, nell'attività
di ricostruzione della convivenza dopo i conflitti. E' un campo nel quale,
più all'estero che in Italia, non mancano studi e studiosi impegnati.
Per limitarmi ad italiani, che hanno approfondito questi temi, i nomi
che mi vengono in mente ( a parte l'inevitabile Aldo Capitini ), per diretta
conoscenza ed anche perchè hanno spesso unito la ricerca teorica
alla pratica più impegnata, sono quelli di Antonino Drago, Alberto
L'Abate, Enrico Peyretti e Nanni Salio. Alle loro opere rinvio per ogni
auspicabile approfondimento. Solo segnalo, come valida introduzione ad
una teoria generale, il libro I conflitti di due giovani studiosi, Emanuele
Arielli e Giovanni Scotto.
In un suo bel libretto, La personalità nonviolenta, Giuliano Pontara
individua, ed analizza, le qualità del nonviolento sintetizzandole
in dieci: 1) Ripudio della violenza,2) Capacità di identificarla,
3) Capacità di empatia, 4) Rifiuto dell'autorità, 5) Fiducia
negli altri, 6) Disposizione al dialogo, 7) Mitezza, 8) Coraggio, 9) Abnegazione,
10) Pazienza. Persone così fatte sono certamente le più
adatte ad essere portatori di pace e di liberazione. Aldo Capitini, che
tali qualità pure possedeva in alto grado, piuttosto che nonviolento
preferiva dirsi amico della nonviolenza. Per quello che mi riguarda io
posso al più considerarmi un amico degli amici della nonviolenza.
Promuovere la formazione di queste personalità è certo concreto
ed essenziale lavoro per una pace vera. Inutile che io sottolinei l'importanza
di un'attività educativa consapevole di ciò. Un contributo
importante viene dalla concreta esperienza di azioni nonviolente condotte
collettivamente. Esse, nella loro varietà (Gene Sharp ha illustrato
198 diverse tecniche), hanno comuni regole di conduzione, sulle quali
esistono numerose ed approfondite analisi. Schematicamente si ricordano
gli imperativi del non uso della violenza, dell'attenersi alla verità,
della disponibilità al sacrificio, dell'impegno in un programma
costruttivo, della disponibilità al compromesso sulle questioni
non essenziali, della gradualità nell'uso dei mezzi. Si può
rilevare che l'autolimitazione, consistente nell'assicurazione che non
si userà violenza, tende a fermare l'escalation della violenza
nel conflitto stesso e, nei casi migliori, ad avviare un processo di attenuazione
e risoluzione. E ciò è vero anche quando sono le azioni
nonviolente a provocare il conflitto, o meglio, a renderlo manifesto da
latente che era. La disponibilità ad assumere su di sè il
carico e le sofferenze che lo scontro comporta, l'impegno in un programma
positivo, che tiene conto anche delle esigenze dell'altro, sono elementi
che aumentano la resistenza nei confronti di pressioni ed ingiuste pretese.
Resta sempre la disponibilità al dialogo, l'offerta della fiducia,
la tensione a ritrovare ed allargare la dimensione cooperativa, gli interessi
e valori comuni presenti anche nel conflitto. Più facile a dirsi
che a farsi, certamente, ma non mancano gli esempi positivi.
Da Gandhi in poi, e volendo si potrebbe anche risalire, ci sono state
infatti lotte nonviolente, condotte con risultati importanti, a vari livelli,
in diversi campi, su differenti temi, da gruppi consistenti ed organizzati.
Non si deve dunque vedere nell'azione ispirata alla nonviolenza solo il
sacrificio del singolo, difficilmente proponibile ad altri, la pura testimonianza,
destinata a scontrarsi, impotente, con la realtà dei fatti. Anche
se non va sottovalutata l'importanza dell'azione individuale, dell'assunzione
personale di responsabilità, del peso che si ha quando si agisce
nella persuasione, mettendo sè stessi in gioco. Il pensiero va,
ad esempio, all'attività di Libera, una rete di associazioni antimafia
ed alla rottura dell'acquiescenza e dell'omertà, che costituiscono
la base del potere della criminalità. Si può ricordare il
successo di lotte nonviolente contro il razzismo e la discriminazione,
condotte dagli Usa (M.L. King) al Sudafrica (Mandela e Luthuli). C'è
stato un felice incontro, che non ha avuto il seguito auspicabile, del
pacifismo occidentale, impegnato contro il nucleare, con il movimento
del dissenso ed antitotalitario dei paesi dell'Est europeo, fino alla
caduta del muro di Berlino. C'è stata, durante l'ultima guerra,
una resistenza civile nonviolenta, poco conosciuta: qui basta ricordare
quella straordinaria ed efficace, delle popolazioni danese e norvegese
contro la deportazione degli ebrei, sotto l'occupazione tedesca. C'è
stata, per venire all'oggi, una decennale resistenza nonviolenta delle
popolazioni kossovare, private del loro diritto all'autogoverno, del lavoro,
della scuola, dell'uso della loro lingua. A questa resistenza, che per
anni ha evitato gli spargimenti di sangue già conosciuti nella
ex Jugoslavia, la Comunità internazionale non ha prestato alcun
ascolto e reale sostegno. Ha lasciato aggravare, ed anzi ha aggravato
con i suoi comportamenti, la situazione, salvo poi, dopo un diktat, che
sapeva inaccettabile, affidarsi ai bombardamenti. Il pensiero, per restare
in Europa, va ancora alla difesa nonviolenta di Praga nel '68, non inutile
come il seguito ha dimostrato, e a quella di Vilnius nel '91.
Ma il richiamo fatto in apertura al tema della prevenzione e dell'alternativa
all'intervento armato nei conflitti, indicato come decisivo per i prossimi
anni dal segretario dell'ONU, ricorda un altro ed impegnativo terreno
sul quale il pensiero e la pratica ispirati alla nonviolenza hanno mostrato
di poter dare un contributo. Si tratta cioè di forme di interposizione,
riconciliazione, mediazione, diplomazia popolare, aiuti umanitari attuati
da numerosi gruppi quali le "Peace Brigades International" (PBI),
le "Balkan Peace Teams", "Witness for Peace, i "Peaceworkers",
l'Assemblea dei Cittadini di Helsinki, Christian Peace Makers Teams, SIPAZ,
Il Movimento Internazionale della Riconciliazione, War Resisters International
e altri gruppi, che operano in numerosi paesi. Hanno dimostrato la loro
capacità nel diminuire i livelli di violenza e nel sostenere i
costruttori di pace locali. Si tratta di esperienze preziose nella linea
di soluzioni nonviolente dei conflitti. Si possono ricordare, per quel
che riguarda il conflitto nella ex Jugoslavia,
- l'operazione Colomba, condotta in Kossovo, dai giovani della Comunità
Giovanni 23 di Rimini, che condividono condizioni di vita dei perseguitati
e si prestano ad operazioni di scorta, secondo il modello delle PBI.;
- l'iniziativa del MIR SADA durante la guerra in Bosnia, che aveva mostrato
la possibilità di apertura e tregua, in un conflitto particolarmente
feroce, costituita da un gruppo disarmato di intervento;
- il Balkan Peace Team e la Campagna Kossovo, che avevano cercato e trovato
i contatti con la parte migliore della società civile della ex
Jugoslavia e dato preziose indicazioni per affrontare il conflitto nei
balcani, tutte ignorate dalla Comunità internazionale. La loro
opera comunque continua anche nelle nuova situazione;
- la Comunità di S.Egidio e la preziosa attività diplomatica
condotta, dal Mozambico all'Algeria, allo stesso Kossovo, dove i primi
risultati raggiunti furono disattesi e trascurati, per preminente responsabilità
di Milosevic, ma anche di chi pensava ormai ad altre violente soluzioni;
- i Beati costruttori di pace presenti in Kossovo con iniziative particolarmente
rivolte a giovani e giovanissimi.
Per quello che attiene in particolare questo ultimo conflitto raccomando
due libri: Kossovo, una guerra annunciata di Alberto L'Abate e La guerra
del Kosovo (anatomia di un'escalation) di Giovanni Scotto ed Emanuele
Arielli.
Si può fare certo di più e di meglio da parte di quanti
si ispirano alla nonviolenza, ma è essenziale che anche le istituzioni
facciano la loro parte. Verità e coerenza agli impegni proclamati
solennemente sarebbero il primo passo. Abbiamo visto come sia stato possibile
invece portare il nostro Paese in querra, chiamandola "difesa integrata"
in spregio della Costituzione, della carta dell'ONU, dello stesso patto
della NATO. La nonviolenza ha dimostrato di poter dare un proprio contributo.
Occorre che le istituzioni nazionali ed internazionali passino, almeno,
dalle parole ai fatti. Per quello che riguarda il nostro Paese la legge
sull'obiezione di coscienza ed il servizio civile, lungamente attesa,
prevede sperimentazione di forme di difesa nonviolenta e intervento degli
obiettori in missione di pace all'estero. Sarebbe una prima concreta traduzione
del ripudio della guerra solennemente affermato dalla Costituzione. Ma
non si vedono iniziative serie e concrete: la novità, la modernità
sono le donne nell'esercito e la professionalizzazione del servizio militare.
Alex Langer è morto da 5 anni. Lentamente una sua proposta si è
fatta strada: il corpo civile di Pace europeo è stato finalmente,
nel febbraio del '99, proposto dal Parlamento europeo al Consiglio. Ma
anche qui la priorità è un'altra: l'identità di sicurezza
europea, l'esercito europeo, che si costruisce nell'ambito della NATO.
Questo ci riconsegna alla Pax americana ed, in ultima analisi, alla precisione
e potenza dei sistemi d'arma, nelle mani di eserciti di professionisti
della guerra, che, comprensibilmente, pensano prima di tutto a proteggere
sè stessi. Un tempo erano soprattutto i combattenti a morire in
guerra e le vittime civili erano un deprecabile incidente. Oggi è
esattamente il contrario. Formare un buon pilota costa molto. E' un investimento
che va protetto, in pace ( quando l'esuberanza lo porta a tranciare il
cavo di una teleferica) e in guerra (quando viene recuperato con mezzi
straordinari se abbattuto). Chi si scandalizza del massacro di civili,
donne e bambini in particolare, si consoli. Non sono inermi: avremo sempre
più donne combattenti e i soldati-bambini continueranno ad essere
una realtà in tanta parte del mondo, se non si affrontano le cause
dei conflitti. Ma per far questo occorre passare da armi intelligenti
a donne ed uomini intelligenti. E' un passaggio difficile.
La prepotenza dei bulli, il disagio delle vittime
Casi di violenza quotidiana nelle scuole
A cura di Elena Buccoliero
Paolo, 9 anni, costringe ogni giorno il compagno di banco a portargli
5.000 lire, che lui dovrà sottrarre di nascosto dal portafogli
del padre.
Marcella, 10 anni, viene esclusa da tutti i giochi.
Federico, 13 anni, torna a casa ogni settimana con la schiena piena di
lividi.
Enrico, 12 anni, è stato ustionato con l’accendino rovente
e nella classe dicono che sia omosessuale.
Marcella, 17 anni è stata violentata da un compagno di scuola perché,
lui ha detto, “ci stava sempre...”.
La casistica - tutto è rigorosamente veritiero tranne naturalmente
i nomi dei ragazzi - potrebbe andare avanti ancora a lungo. Il fenomeno
della prepotenza nella scuola - qualche volta violenza vera e propria,
altre volte maldicenza, scherno, esclusione... - esiste forse da sempre,
ma solo da alcuni anni è oggetto di studio a livello accademico.
Si chiama “bullying”, in italiano: bullismo. Come si vede dagli
esempi, niente a che vedere con i giochi di bulli e pupe.
“Il bullismo è una situazione radicata e ripetuta che si
verifica tra pari, nelle scuole - non solo italiane - di ogni ordine e
grado, e assume connotati diversi a seconda dell’età, del
contesto culturale, delle competenze verbali e non verbali dei ragazzi.
Gli studi più importanti a livello europeo, condotti dal norvegese
Dan Olweus e dagli psicologi inglesi Sharp e Smith, hanno dato luogo a
due scuole di pensiero: quella scandinava, che insiste sul rafforzamento
delle regole istituzionali della scuola come contenimento della violenza,
e quella britannica, basata sulla lettura delle dinamiche del gruppo-classe
e sul coinvolgimento di chi sta a guardare”.
A parlarne sono Lucia Berdondini, dell’equipe del prof. Sharp presso
il Roehampton Institut di Londra, e Federica Fantacci, collaboratrice
esterna della cattedra di Psicologia dell’Educazione, presso la Facoltà
di Scienza dell’Educazione dell’Università di Bologna.
Insieme conducono ricerche, interventi educativi e corsi di formazione
per insegnanti sul tema del bullismo a scuola. Le incontriamo a Ferrara,
dove per Promeco, un ufficio comunale che si occupa di prevenzione, stanno
svolgendo un corso di formazione per insegnanti di scuola media superiore,
cui sono associati una ricerca, un progetto di intervento, forse un video...
Con loro, la nostra prima preoccupazione è quella di definire correttamente
il fenomeno, sgombrando il campo da facilonerie o fraintendimenti.
“Il bullismo può manifestarsi in diversi modi, può
essere diretto o indiretto, psicologico o fisico. Si definisce come abuso
di potere da parte di qualcuno che si approfitta della debolezza altrui.
Perché si possa parlare di bullismo, e non genericamente di prepotenza,
devono esserci alcune condizioni: episodi ripetuti, mantenimento dei ruoli
di aggressore e di vittima e, appunto, squilibrio di forze tra le parti.
I giochi di lotta tra pari, ad esempio, non costituiscono bullismo, né
altre manifestazioni di aggressività diffusa. Non per questo sono
meno degne di interesse, semplicemente sono un’altra cosa”.
Chi sono il bullo e la vittima? E’ possibile tentare un identikit?
“Non ci sono caratteristiche tipiche, uno stesso individuo può
essere bullo in alcuni contesti e vittima in altri. Il bullo a sua volta
può affermarsi in quanto leader del gruppo, dotato di eccellenti
capacità sociali e di cooperazione, mentre in altri casi è
un reietto che reagisce con prepotenza alla sua esclusione. D’altra
parte abbiamo osservato diverse tipologie di vittime: passive, aggressive,
provocatrici... vittime che si riscattano e diventano bulli... E’
importante sottolineare quello che la ricerca evidenzia chiaramente, ovvero,
non ci sono le basi per stigmatizzare il bullo o la vittima; chiunque
di noi, in determinate situazioni o periodi, può essere stato bullo
o vittima di altri. O magari astante, cioè spettatore di episodi
di prepotenza”.
Che cosa può fare un bullo?
“I comportamenti sono i più svariati, dal furto della merenda
alla puntina sulla sedia, alla colla nel diario. C’è chi minaccia
la vittima per farsi portare dei soldi o delle cose, chi impone scherzi
fisici pesanti, ma c’è anche l’esclusione. Per esempio,
tutte le volte che c’è una festa di classe il tal compagno
non viene invitato, oppure nella ricreazione viene lasciato da solo. E’
una forma di bullismo verbale anche il malignamento, “quello puzza”,
o il mettere in dubbio l’identità sessuale. Certi nomignoli
dispregiativi che vengono ripetuti fino a farne dei tormentoni”.
Hai parlato di identità sessuale. Il bullismo può svilupparsi
in seguito a modelli sessuali sbagliati, esasperati, per cui per esempio
l’uomo deve essere prevaricatore, e se non lo è viene trattato
da femminuccia?
“Può essere così in alcuni contesti, ma non è
detto. Le manifestazioni del bullismo dipendono dal contesto e dalle dinamiche
che si creano nel gruppo, non ci sono caratteristiche assolute. Certo,
dove i valori di fondo riguardano i modelli di genere, quello sarà
un appiglio. Ma se le gerarchie interne al gruppo si basano su altro,
per esempio sulla ricchezza, ecco che i bulli e le vittime sarano diversi”.
Il bullismo si verifica anche tra le ragazze?
“Sì, e quasi sempre in forma indiretta o verbale: pettegolezzo,
esclusione, emarginazione. Negli ultimi tempi ci sono anche casi di aggressione
fisica. Crescendo, anche i maschi si adeguano ad un bullismo meno palese”.
Dove e quando si verificano le prevaricazioni?
“Nelle situazioni sommerse. Può essere in cortile, sul pulmino,
nei bagni, in corridoio o durante la ricreazione, comunque dove non c’è
una figura adulta, istituzionale”.
Per questo motivo in alcune scuole vengono istituiti dei turni di controllo.
“Il controllo può funzionare come deterrente ma difficilmente
risolve la situazione, perché sposta il problema da un’altra
parte. Certo, se l’adulto, anche il bidello o l’anziano, non
è solo un controllore ma è preparato come mediatore, può
essere uno stimolo educativo importante, parte della rete degli interventi
da mettere in campo”.
Ascoltando gli insegnanti, si ha l’impressione che il bullismo riguardi
soprattutto istituti tecnici o professionali, meno i licei.
“Sono contesti diversi, per esempio negli istituti tecnici o professionali
si sta meno nei banchi e di più in laboratorio, che è una
situazione più libera e più fisica. E’ diverso maneggiare
dei libri o dei pezzi al tornio. E poi il liceo in genere ha una struttura
rigida e costrittiva, la disciplina è più sentita. Probabilmente
negli istituti umanistici si verificano casi di bullismo verbale o indiretto,
che però spesso non costituiscono grossi problemi per gli insegnanti,
quindi non vengono rilevati. E poi in alcuni casi il bullismo può
perfino essere funzionale ai modelli educativi”.
Vale a dire?
“I modelli culturali vigenti insegnano ai ragazzi che tutto è
lecito, premiano la trasgressione, la prevaricazione sul più debole.
Anche alcune famiglie trasmettono modelli di questo tipo, formano i ragazzi
alla competizione e alla forza. Per superare questa fase occorrerebbe
un intervento non solo sulla scuola, un’azione di tipo politico e
sociale controcorrente e convincente”.
Dalla parte delle vittime
Abbiamo visto alcuni tipici comportamenti da bullo. Come reagiscono le
vittime?
“Ancora una volta, dipende dai casi. Alcune tipiche manifestazioni
di disagio sono il rifiuto di andare a scuola accusando strani mal di
pancia, mal di testa. Spesso la vittima è una persona che non parla
con i compagni, non comunica; a volte difende il bullo dagli insegnanti
che cercano di difenderla, altre volte lo provoca. C’è da
dire che, rispetto al gruppo, quello di vittima è pur sempre un
ruolo: ci sono ragazzi che non hanno le doti per fare il prepotente ma
non vogliono essere spettatori, e accettano di essere vittima perché
in questo modo sentono di avere un loro posto all’interno del gruppo.
E’ molto rischioso trarre conclusioni, spesso la ricerca non è
rispettosa nei confronti di chi subisce”.
Che cosa vuoi dire?
“Studi recenti hanno cercato di dimostrare che le vittime hanno carenze
cognitive rispetto ai bulli. In Svezia è comparso un articolo,
“Bulli si nasce e non si diventa”, dove in sostanza si azzardava
che chi subisce è in quella posizione perché, sotto sotto,
se lo merita. C’è un grosso rischio di proiettare sulla classe
delle categorie precostituite basate sulle differenze di classe, come
c’è il rischio di ‘vittimizzare la vittima’. Se
poi leggiamo attentamente quelle ricerche, scopriamo che sono state strutturate
per poter arrivare a quelle conclusioni. Per esempio, se si chiede a venti
ragazzi di scrivere un componimento sulle prepotenze nella scuola, è
chiaro che chi le subisce sarà in difficoltà e avrà
più problemi di altri ad esprimersi. Ma non vuol certo dire che
è più stupido. E’ la scelta della prova ad invalidare
i risultati”.
Fino a dove può arrivare il disagio di chi viene preso di mira?
“Si arriva all’abbandono scolastico, nei casi più gravi
alla depressione e, talvolta, al suicidio. In genere la vittima mostra
un netto distacco emotivo rispetto a quello che accade, una sorta di dissociazione.
Interrogati su un fatto accaduto, minimizzano verbalmente, dicono che
non è successo niente.
Durante l’attività di ricerca ci è capitato di videoregistrare
episodi di aggressione accaduti nel gruppo. Li abbiamo rivisti insieme
ai ragazzi e li abbiamo, ancora una volta, filmati per analizzare le espressioni
che esprimevano, anche con il linguaggio non verbale. Di solito incontriamo
rabbia, paura, aggressività. In alcune vittime ci ha spaventato
osservare quella che tecnicamente si chiama ‘blank face’, cioè
un atteggiamento di distacco assoluto. Come dire: Non sono io, non mi
sta succedendo niente”.
E’ una reazione di difesa.
“Certo. D’altra parte, per chi non ha un’arma risolutiva,
il ruolo è un fardello troppo pesante da portare. Si arriva alla
negazione e, per questa strada, alla depressione. Per un bambino o per
un adolescente, poi, essere preso di mira vuol dire essere rifiutato come
persona. Il comportamento dei compagni riflette l’immagine di quello
che sei, dell’accettazione che anche tu puoi avere verso te stesso.
Sono esperienze durissime, se pensiamo che nella scuola si giocano le
prime occasioni per mettersi alla prova nel rapporto con gli altri”.
Quali aspettative hanno le vittime verso l’esterno?
“Sperano di ricevere aiuto dagli adulti, docenti e genitori, ma difficilmente
riescono a chiederlo e aspettano che qualcuno si accorga del loro malessere.
In genere però proprio chi dovrebbe farsi carico della situazione
risponde in modo inadeguato. Gli insegnanti intervengono poco, più
dei compagni ma meno di quello che ci si potrebbe aspettare. Rimproverano
il bullo e magari stimolano la vittima a rispondere a sua volta con la
stessa moneta. Lo stesso accade con i genitori, che sottovalutano la situazione
e dànno consigli inutili: “ridàgliele indietro!”,
oppure: “fai finta di niente”. Se il ragazzo ne fosse capace,
non sarebbe vittima di nessuno. Sono proprio quelle le reazioni più
difficili, e la vittima si sente ancora più inadeguata, perché
non è compresa e perché non è neppure all’altezza
dei consigli espressi dalle persone che stima di più”.
La finestra sul cortile
Il bullo e la vittima sono in due: e gli altri?
“Gli astanti sono l’ago della bilancia. Dipende da loro se il
fenomeno si radicalizza o se, al contrario, si evolve positivamente. Agli
insegnanti che incontriamo nei corsi di formazione cerchiamo di spiegare
che è fondamentale far capire al gruppo la responsabilità
civile e morale di intervenire per interrompere queste spirali di prepotenze
ripetute”.
In generale che cosa succede nel gruppo?
“La maggior parte dei ragazzi non interviene. Sono state fatte indagini
a largo spettro in Canada, Norvegia e Gran Bretagna e, sorprendentemente,
nonostante le differenze culturali, i dati percentuali sono gli stessi:
- l’85% degli astanti guarda ma non interviene, e magari rinforza
il bullo con risatine, sgomitate, grida di incitamento... A volte tra
gli astanti c’è anche il bullo vero e proprio, quello che
provoca e fa sì che un altro, ai suoi comandi, si comporti da prepotente.
- il 10-11% è composto da outsider, quelli che nei momenti cruciali
non ci sono mai, si allontanano, sanno tutto ma non stanno a guardare.
- il 4% viene in aiuto della vittima, intervenendo personalmente per separare
i contendenti oppure cercando aiuto dagli adulti. Questa è l’indicazione
che diamo a chi subisce: chiedere per quanto possibile l’intervento
degli esterni”.
Ma perché i compagni non intervengono?
“Perché è divertente veder star male la vittima. Questa
purtroppo è una delle risposte più frequenti. Poi per paura
di andarci di mezzo oppure per menefreghismo: 'non me ne importa niente,
fa sempre così, io non c’entravo nulla, non c’era di
mezzo un mio amico…'. Dobbiamo puntare molto, invece, sulla responsabilità
civile e morale di chi si accorge che sta succedendo qualcosa di pesante
e di ricorrente, perché solo i terzi possono essere davvero risolutivi.
Gli insegnanti da soli non bastano, se non riescono a coinvolgere la classe”.
Su che cosa sono basati i corsi per insegnanti?
“Su un inquadramento teorico del fenomeno e sulla trasmissione di
esperienze, tecniche di intervento, giochi cooperativi da proporre in
classe per modificare i rapporti tra i ragazzi. Con l’attenzione
costante a che i ragazzi prendano coscienza delle emozioni che vivono
e di quelle che provocano negli altri, perché spesse volte il bullo
è sinceramente inconsapevole della sofferenza che provoca, mentre
la vittima tende appunto a negare il proprio disagio. Per le vittime in
particolare, e dopo un buon allenamento finalizzato a rafforzare l’autostima,
si cerca di insegnare a reagire in modo assertivo, cioè esprimendo
le proprie convinzioni e sensazioni in modo deciso, ma senza aggressività
verso l’altro”.
Ci sono esperienze positive al riguardo?
“Sì, certo. A Calenzano, dove abbiamo lavorato, una ragazza
che era la classica vittima designata è riuscita a parlare con
alcune compagne di classe e ad inserirsi in un gruppetto, e ora il suo
ruolo si è trasformato completamente.
Su questi temi in Inghilterra si stanno sviluppando esperienze valide
di peer support, vale a dire educazione tra pari, quasi in alternativa
al lavoro di gruppo con gli insegnanti e con le classi che anche noi portiamo
avanti in Italia. I ragazzini vengono formati ad assumere un ruolo che
va da quello di mediatore nelle risse - cioè colui che cerca di
capire la dinamica della lite e di riportare equilibrio tra il bullo e
la vittima, restituendo responsabilità anche al gruppo di astanti
- alla figura del counselor, incaricato dello sportello di ascolto
Anche nel nostro paese gli insegnanti dovrebbero rendersi conto che non
serve a niente separare i ragazzini che si menano, qualunque messaggio
è molto più credibile quando proviene da un coetaneo”.
Le possibilità di intervento
La scuola comunque rimane un contesto istituzionale, con delle regole
precise. In che modo queste regole possono essere utilizzate?
“Le sanzioni possono e a volte devono scattare, il lavoro sul gruppo
non significa lasciar passare qualsiasi comportamento, anche perché
soprattutto nelle medie superiori si arriva a manifestazioni piuttosto
pesanti e la scuola deve prendere delle posizioni. Purché quello
non sia l’unico intervento. Nella scuola italiana di oggi un approccio
legalistico o basato sul divieto non dà alcun risultato. E’
vero però che certe regole o atteggiamenti del vivere comune vanno
mantenuti.
Il problema è sempre riempire di significato le regole. Se una
norma è fine a se stessa, i ragazzi tendono ad ignorarla. Questo
è un problema che ha radici profonde, perché spesso anche
l’adulto crede poco nelle regole che impone, e come può avere
credibilità presso gli adolescenti?
Insomma, le regole sono utili se vengono integrate e comprese. Uno degli
esercizi cooperativi che si usano è stimolare ragazzi e insegnanti
a trovare delle regole che siano valide in quella classe, legando ad esse
delle sanzioni concordate, applicabili indifferentemente a studenti e
insegnanti”.
E’ l’importanza di segnare un limite alle possibilità.
“Sì, assolutamente. Sono gli stessi ragazzi a chiederlo, a
volte in maniera implicita. Senza limite non c’è conflitto,
e senza conflitto con l’adulto non c’è crescita. Ricordo
un caso che però era di devianza, non soltanto di bullismo, un
ragazzino che derubava ripetutamente i compagni, ma davvero furbissimo,
perfettamente capace di non farsi incastrare. Da un certo punto in poi
ha fatto di tutto per essere colto con le mani nel sacco, come dire: Aiuto,
fermatemi, non reggo più”.
E la valutazione scolastica può rappresentare una risorsa?
“Perché no? Andare a scuola vuol dire anche essere capaci
di entrare in relazione con gli altri, e la valutazione può tenerne
conto. Ma dovrebbe trattarsi di una politica scolastica condivisa e non
del vecchio 7 in condotta, usato come deterrente.
Qui si sollevano altri problemi. Spesso la scuola non è capace
di far capire che le nozioni servono nella vita - e quindi, che la valutazione
c’entra con le abilità sociali. Penso a quanto ho detestato
la geografia, e a quanto la rimpiango adesso che amo viaggiare. Da ragazzina
non avevo mai avuto la sensazione che studiarla potesse servirmi a qualcosa...”
Qual è il problema principale per l’insegnante che si trova
a gestire una situazione di bullismo?
“Il primo scoglio è prendere coscienza del problema. Tante
volte l’insegnante sottovaluta la situazione perché non assiste
alle prepotenze. Inoltre, spesso la vittima viene trascurata perché
non disturba la classe, come se la passività o l’isolamento
non fossero segnali preoccupanti...
Il passo da compiere è quello di assumersi appieno la responsabilità
educativa nei confronti degli allievi e di dare dignità alla vittima”.
Sulle orme di Giorgio La Pira,
nei luoghi segreti della sua Firenze
a cura di Alberto Trevisan
Dopo il convegno su Giorgio La Pira: costituente, Sindaco, messaggero
di pace (Rubano, 8 nov. 1999) mi era rimasta una grande curiosità
: ripercorrere una tipica giornata di lavoro e di impegno di Giorgio La
Pira nella sua amata Firenze.
L’esuberanza e la poliedrica personalità hanno caratterizzato
l’impegno di questo grande uomo di cultura e così, approfittando
dell’aiuto di uno dei suoi ultimi stretti collaboratori, Giorgio
Giovannoni, ho potuto realizzare questo percorso: Giorgio Giovannoni è
lui stesso un “lapiriano” anche oggi, nel senso che oltre a
continuare il suo impegno per “non dimenticare” l’opera
di La Pira, si comporta sia nel modo di accogliere gli amici sia nel mettersi
a disposizione dei giovani continuando il suo prezioso lavoro sia presso
la Fondazione La Pira che presso l’Opera per la gioventù,
ora intitolata a La Pira.
“e non si dica quella solita frase poco seria :
la politica è una cosa brutta ! NO !
l’impegno politico - cioè l’impegno diretto
della costruzione cristianamente ispirata dalla
società è impegno, umanità...” (G. La Pira)
E così chiesi proprio a Giovanni di accompagnarmi per Firenze
in questo “viaggio della memoria” scoprendo che La Pira si aggirava
soprattutto nell’ambito di un quadrato, il quartiere S. Giovanni,
dove proprio in una casetta gestita da suore inglesi terminò la
sua vita il 5 novembre 1977.
La giornata “tipo” che ho voluto rivivere, anche per conoscere
di più l’attività di La Pira sulla pace, riguarda in
particolare il periodo dopo il 1965 quando La Pira, se pur rieletto con
il massimo dei voti, per giochi politici e distribuzione di seggi lasciò
la carica di Sindaco passando la mano a Lelio Lagorio, ex Ministro della
Difesa, che fece così poco che dopo pochi mesi il Comune di Firenze
venne commissariato.
Al suo arrivo a Firenze, La Pira risiede dapprima al Convento di S. Marco,
dove ci sono i famosi dipinti del Beato Angelico che lui non perdeva occasione
di illustrare con tutta la sua immaginazione ; il suo sogno segreto era
quello di rimanere ospite per sempre presso il Convento.
Le condizioni di La Pira, tuttavia, erano sempre state un po’ precarie,
tanto che anche durante il suo mandato di Sindaco risiedeva presso la
Clinica del prof. Montoni accudito in stanza dalle suore del nosocomio.
Ma era con i giovani che La Pira si trovava meglio : basti citare un episodio
del ’68, quando un gruppo di studenti di Architettura assai agguerriti
passano sotto le sue finestre. Lui li guarda e un attimo dopo, contro
il parere dei suoi collaboratori, è già in strada e subito
comincia a dialogare ; un gruppo di studenti si accalca intorno a lui,
parla dei problemi più importanti dell’università,
della politica, della classe operaia. Bene, poco dopo il corteo si scioglie
e i ragazzi rientrano con le loro bandiere e i loro striscioni in facoltà
: questo era il modo del Sindaco La Pira di affrontare le situazioni.
La giornata di La Pira iniziava presto al mattino, con la prima Messa
presso la Chiesa dell’Assunta vicino a dove abitava, poi il rientro
a casa e la lettura accurata di molti giornali, soprattutto sulle questioni
internazionali ; quindi l’incontro con il collaboratore Giorgio Giovannoni
che, in un ufficio poco distante, prendeva nota dei telegrammi da scrivere
e delle lettere da preparare. Alla sera alle 20, poi, il nuovo incontro
per la verifica del lavoro e per impostare le nuove iniziative.
Era il periodo in cui La Pira aveva fatto di Firenze il centro degli incontri
e dei colloqui internazionali : dove non arrivavano i Capi di Governo
lui riusciva comunque a far incontrare Israeliani e Palestinesi e così
via : per questo era stato nominato Presidente delle città per
la Pace.
La sua stanza al Centro Giovanile è rimasta come al momento della
sua morte : ci sono i suoi numerosissimi libri, sistemati in modo che
solo un miracolo li può far stare in piedi, una semplice poltrona
per leggere e accanto una sala per discutere con i giovani e celebrare
la Messa. E’ una religiosità così profonda, così
rispettata e condivisa che non ho osato fotografarla : è un luogo
che devo ricordare così, e già questo è un grande
privilegio.
In tutto il lavoro svolto nell’Assemblea Costituente pesa tantissimo
l’idea che La Pira e altri padri della Costituente, come Dossetti,
avevano della persona umana.
Come Sindaco e Messaggero di Pace, poi, fece di Firenze un vero crocevia
di culture diverse e di incontri che neppure i vertici nazionali riuscivano
ad organizzare.
Come Professore universitario amava i giovani più di ogni altra
cosa, perché riteneva che questi rappresentassero il futuro di
una società unita dal sentimento della fratellanza e della pace.
Per questo, dopo il 1965 scelse di andare ad abitare in via Capponi, 28,
ancora oggi sede dell’Opera dei Villaggi della Gioventù, ora
intitolata allo stesso La Pira.
Lì non mancava di mandare i suoi messaggi e le sue riflessioni
durante i seminari e i convegni che questi giovani tenevano durante l’anno
: era come indicare la via dei valori forti, degli ideali da realizzare
nella vita quotidiana.
Il carisma di La Pira era unanimemente riconosciuto : me lo ricorda Beppino
Artioni, collaboratore e consigliere comunale durante tutta la gestione
La Pira. Mi ha riferito che La Pira lo chiamò, gli chiese di interessarsi
al problema dei disoccupati e - testuali parole - gli disse : “Tu
devi rispondere solo a me e basta, e ogni sera alle ore 20 devi correre
a Palazzo Vecchio (Comune, ndr.) e riferire del tuo lavoro.”
Al momento dell’elezione del sindaco Lagorio, socialista, Arpioni,
Giovanni Giovannoni, fratello gemello di Giorgio - che mi ha accompagnato
in questa emozionante avventura di ricordi - assieme a Vittorio Citterich,
Danilo Zolo e Rosetta Mazzei (da poco scomparsa) votarono contro e poco
dopo la maggioranza non resse, al punto che il Comune di Firenze venne
commissariato. In quei tempi non c’erano dubbi: solo Giorgio La Pira
poteva governare la città di Firenze.
La Pira aveva una grande capacità di iniziativa, sapeva coinvolgere
ed entusiasmare quanti collaboravano con lui in tutti i settori della
vita pubblica, sapeva affrontare la gente più disperata, più
povera, per loro dava quasi tutto il suo stipendio, formando la famosa
“Repubblica di S. Procolo” e numerose confraternite della S.
Vincenzo.
A mezzogiorno abbiamo consumato un pasto frugale in una piccola trattoria
dove La Pira soleva accompagnare i suoi amici senza eccessi e sfarzi :
anzi, La Pira preferiva quasi sempre tornare a mangiare in comunità
con i giovani.
E verso il tramonto il momento più vissuto, più toccante
: il concludersi di un “itinerario della memoria” contro la
logica attuale dell’oblio”.
Ci siamo diretti verso il cimitero di Rifredi, abbiamo visto la fabbrica
della Pignone, che La Pira riuscì a salvare con l’interessamento
di Giacomo Matteotti per non far pagare il prezzo della chiusura a migliaia
di famiglie di operai ancora oggi residenti nei quartieri dell’Isolotto,
costruito da La Pira proprio per loro.
Entriamo quasi in punta di piedi in una Firenze chiara e ariosa, e su
un lato appartato del cimitero troviamo tre semplici tombe con delle croci
di legno, all’ombra di un grande ulivo : Giorgio La Pira, Rosetta
Mazzeo,...
Francesco Jori, il giornalista che ha coordinato il Convegno, credo abbia
giustamente definito Giorgio La Pira come “l’uomo dell’Avvento”,
inteso come tempo di preparazione e vigilanza oltre che di incontro e
di presenza attiva.
La Pira fece suo il motto di S. Paolo, SPES CONTRA SPEM, la speranza malgrado
tutto. Aldo Moro, ricordando la sua scomparsa, disse che La Pira “non
ebbe mai secondi fini, non fece alcuna concessione, non si adattò
a nulla”.
Di lui Mikail Gorbaciov ricorda che “La Pira era partito dalla convinzione
che, senza dubbio, la guerra nucleare totale è - pena la distruzione
del pianeta - impossibile; per questo la pace tra i popoli di tutta la
Terra è, malgrado tutto, inevitabile” .
Forse per questo un piccolo uomo, disincantato, privo di mezzi e di denaro,
riesce a recarsi dai potenti della Terra per chiedere la fine dei conflitti,
come fece con Ho Chi Min, al quale presentò una proposta di pace
che otto anni fa risultò identica all’accordo sulla guerra
in Vietnam. Se gli avessero dato ascolto, ci sarebbero stati otto anni
in meno di guerra e di vittime ingiuste, da entrambe le parti.
Per questo sono convinto che se oggi esistesse una classe politica in
grado di svolgere soltanto l’1% della politica portata avanti da
Giorgio La Pira, ci sarebbe più giustizia e pace tra i popoli.
Potranno (forse) zittire noi,
ma non far tacere Internet
Intervista a XY, che vive in una paese dittatoriale e solo tramite Internet
può consultare le informazioni censurate nella sua nazione. Le
potenzialità e i limiti della comunicazione elettronica senza frontiere.
A cura di Alessandro Marescotti *
L'articolo 19 della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo afferma: "Ogni
individuo ha diritto alla libertà d'opinione e d'espressione, il
che implica il diritto di non venir disturbato a causa delle proprie opinioni
e quello di cercare, ricevere e diffondere con qualunque mezzo di espressione,
senza considerazione di frontiere, le informazioni e le idee”. Nonostante
i suoi 50 anni questo articolo sembra stato pensato e scritto da chi aveva
già sotto mano una tastiera e un collegamento telematico. Ed invece
nasceva in un'epoca in cui il controllo sulle notizie era ferreo e le
radio delle nazioni libere non riuscivano a penetrare nel territorio delle
nazioni con regimi totalitari per via dei disturbi elettromagnetici da
essi creati ad hoc per non far filtrare informazioni diverse da quelle
"autorizzate".
Oggi invece con Internet un'informazione viene "zittita" in
un luogo può rinascere in un altro e ciò che viene cacciato
dalla porta ritorna dalla finestra. Poco può fare un governo dittatoriale:
esso deve rassegnarsi all'idea che in altre nazioni altri siti Internet
ospitino le informazioni censurate. Può scollegare tutta la nazione
da Internet? No, tenterà di porre sotto tutela militare i collegamenti
e di controllare fin dove può. Di fronte a questo nuovo squarcio
di libertà come reagiscono i governi totalitari? Abbiamo realizzato
un'intervista scoop a XY, una persona che usa Internet e che risiede in
una nazione dominata da un regime militare che vìola sistematicamente
i diritti umani. Per ragioni di sicurezza non possiamo rivelare l'identità
e la nazionalità della persona intervistata.
Nella nazione dove lei vive c'è libertà di stampa?
No. Alcuni giornali che hanno criticato il governo sono stati chiusi.
Tramite Internet quei giornali hanno potuto far leggere le loro informazioni?
Sì, alcuni di questi giornali hanno "riaperto" le loro
pagine in un sito Internet esterno alla nazione dove vivo. Il governo
non le può censurare e così io continuo a leggere su Internet
ciò che il governo mi proibisce nelle edicole.
Ma il governo della sua nazione non fa nulla?
Ha tentato di oscurare i siti che ospitavano quei giornali. Ovviamente
non poteva intervenire su territorio straniero, ma ha imposto a tutti
i nodi Internet della mia nazione di inibire i collegamenti ai siti "proibiti".
E così, se mi collego direttamente ad essi, ora non sono in grado
di leggere più nulla.
Quindi i dittatori possono piegare Internet...
No, perchè io aggiro l'ostacolo... mi collego su siti internazionali
che ospitano a loro volta i siti "oscurati" e così, giocando
di sponda, posso consultare lo stesso i siti "oscurati": è
come il biliardo, se non puoi colpire direttamente, devi giocare di sponda.
Attraverso un po' di triangolazioni riesco ad aggirare il divieto e a
giungere all'informazione desiderata. E poi se si conosce l'inglese si
possono consultare su Internet quasi tutte le agenzie internazionali di
informazione. Sono tante e non possono certo bloccarle tutte. Possono
zittire i nostri giornali ma non possono zittire Internet.
La posta elettronica che lei riceve e invia è controllata?
Un giorno ho fatto una visita al mio Internet Provider, ossia all'ufficio
che mi dà accesso ad Internet. C'erano dei monitor sempre accesi
dove si potevano leggere i messaggi in partenza e in arrivo. Un altro
giorno ho provato ad entrare ma... nella stanza dei monitor c'erano dei
militari che leggevano i nostri messaggi di posta elettronica.
Allora è più sicuro comunicare con le lettere...
No, le lettere le aprono e le controllano. E' normale trovare la propria
posta aperta.
Fin qui l'intervista. Ma anche a questo proposito va detto che ci sono
diversi mezzi per aggirare l'ostacolo: si possono inviare immagini elettroniche
(ad esempio una bella cartolina turistica digitalizzata) in cui nascondere
messaggi segreti mimetizzati con particolari accorgimenti. C'è
poi la crittografazione dei messaggi per renderli illeggibili anche se
intercettati. Un regime dittatoriale potrebbe imporre a chi gestisce i
collegamenti Internet (ma solo gli Internet provider di quella nazione)
di fornire una "traccia" dei siti consultati da ciascun utente
per "spiare i dissidenti", ma ci sono dei siti dentro cui si
può entrare e uscire nuovamente facendo perdere le tracce dei successivi
siti consultati. Internet sembra una gara fra chi vuole controllare e
chi non vuole farsi controllare. Ha la particolarità di non essere
"dominabile" da un solo stato: le leggi della nazione A possono
essere imposte ai siti Internet della nazione A ma non quelli della nazione
B che sono collegati in rete alla nazione A. Ma da solo lo strumento non
basta: occorre fare accettare ai governi - anche ai più totalitari
- l'idea che la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo è un impegno
formale e sostanziale che tutti i governi hanno sottoscritto in sede Onu
e che sono quindi obbligati a rispettare. Tutti i cittadini del mondo
devono poter essere liberi di comunicare: con Internet e senza Internet.
Non solo nel segreto digitale dei flussi elettronici ma anche all'aperto,
nelle piazze, nelle fabbriche, nelle scuole, ovunque.
* Presidente di PeaceLink
http://www.peacelink.it
Un computer per sfidare i dittatori
Un governo dittatoriale censura o sopprime un giornale? Si può
riaprirlo su Internet, in barba ai divieti dei regimi totalitari: oltrepasserà
le frontiere di tutti gli stati. Un'ingerenza umanitaria e una fonte di
libertà un tempo impensabile
Importantissimo: Internet è un mezzo che oltrepassa le frontiere.
Non stiamo parlando dell'Internet pubblicizzata per fare soldi o stupire
con effetti speciali ma di una tecnologia che può diventare strumento
di difesa dei diritti umani. Se infatti un regime dittatoriale chiude
un giornale d'autorità, quello stesso giornale può riaprire
le proprie pubblicazioni all'estero e farle giungere via computer nella
nazione dove è stato vietato. La rete Internet azzera le distanze.
Tecnicamente è indifferente su Internet consultare un sito a dieci
chilometri da casa o a diecimila chilometri di distanza: la connessione
ad un sito informativo internazionale ha lo stesso costo della connessione
ad un sito nazionale (in genere si paga solo lo scatto telefonico urbano).
Se un cinese di Pechino vuole consultare via Internet informazioni americane
paga lo stesso costo necessario a consultare un sito della sua città.
Per questo in Cina limitano conoscenza dell'inglese ai soli quadri aziendali
e controllano chi accede ad Internet. Chi ha intuito questa straordinaria
innovazione avrà anche capito perché abbiamo incominciato
dicendo: importantissimo. I dittatori lo hanno già capito, e noi?
Continuiamo a perdere tempo a "giocherellare" su Internet o
stiamo maturando una consapevolezza? Siamo infatti di fronte ad una potenziale
rivoluzione. Se le nazioni dove c'è libertà di espressione
del pensiero ospitassero nei loro siti Internet quelle informazioni censurate
nelle nazioni a regime totalitario, ci sarebbe una pressione informativa
non più contenibile con i tradizionali mezzi repressivi. E finalmente
si disporrebbe di un mezzo internazionale su cui la singola nazione non
potrebbe esercitare pressioni, inibizioni o intimidazioni: se io invio
in Cina informazioni su Tien An Men o gli appelli dei dissidenti politici
cinesi all'estero non mi possono fermare (terrorismo a parte).
Eppure gli esperti telematici dei dittatori stanno lavorando per "oscurare"
i siti dei dissidenti. Ci riusciranno?
A. M.
Un computer per spiare i pacifisti
Echelon, la grande rete di intercettazione è sotto inchiesta.
Le e-mail e i messaggi dei telefonini vengono catturati. Una storia che
interessa da vicino anche i pacifisti.
“La CIA ci spia e non vuole più andare via...”, cantava
Eugenio Finardi. Oggi tutto questo esiste veramente e si chiama Echelon.
“In tutt’Europa la posta elettronica, le comunicazioni telefoniche
e quelle via fax sono intercettate sistematicamente dalla National Security
Agency. Le informazioni intercettate vengono poi trasferite via satellite
a Fort Meade nel Maryland, dopo essere state raccolte in un centro inglese”.
Sono parole del magistrato Carlo Sarzana, vicepresidente dei Gip di Roma,
tratte da un’intervista rilasciata all’Agi, dopo che la Procura
di Roma ha aperto un’inchiesta su Echelon, il grande orecchio che
intercetta tutti i messaggi, anche questo che invio ad Azione nonviolenta
per posta elettronica.
Ma c’e’ di piu’: in una mini-inchiesta giornalistica del
Televideo RAI emerge anche il dato del “pedinamento” tramite
cellulare. Dove sarà in questo momento il signor X Y ? A Roma?
A Milano? A Termoli? Sul treno a meta’ strada fra Milano e Roma?
E con lui chi c’è? C’è quella tal persona che
ci interessa controllare? Basta vedere il segnale del suo cellulare, verificare
le coordinate del cellulare più vicino e sappiamo con chi si sta
incontrando o chi sta viaggiando con lui.
Il tutto può essere complicato dai dati separati negli archivi
delle reti informatiche Tim, Omnitel, Wind... Ma niente paura: con Echelon
viene rimesso ordine nel disordine e ricomposto il puzzle se questa ragnatela
globale di intercettazione e’ riuscita a carpire pure i file che
abbinano ai numeri dei cellulari anche i nominativi degli utenti. L’intelligence
anglo-americana ha sede a Morwenstow, nei pressi di Londra, che poi smista
a Fort Meade nel Maryland. “L’investigatore privato munito di
licenza non può assolutamente fare intercettazioni telefoniche,
né ambientali, né di fax o di computer. E’ un reato
punibile con 5 anni di arresto e ritiro e sospensione definitiva della
licenza”. Lo spiega a Televideo Miriam Ponzi, della omonima agenzia
di investigazioni private. Ma se a pedinarci e ascoltarci è Echelon,
possiamo arrestare Bill Clinton e Tony Blair?
Magari accadrà il contrario: come previsto da piani NATO a suo
tempo segnalati dal ricercatore scandinavo Esko Antola, in caso di crisi
militare e di conflitto di alto livello, i pacifisti verrebbero neutralizzati.
Basterà controllare i loro cellulari e intercettare le loro e-mail.
A. M.
Appunti di viaggio
A&R in Kossovo
di Franco Perna
Qualche settimana fa mi telefonò Alberto L’Abate chiedendomi
di dare una mano alla “Campagna Kosovo” portando una Panda 4x4
a Pristina, dono del Comune di Riccione per il Kossovo, e riportando la
sua in Italia. Il viaggio è durato due settimane (in tutto 4.500
km) in compagnia di Maria Carla Biavati di Bologna e, per qualche giorno,
di Zef Chiaromonte, italo – albanese di Palermo.
Abbiamo potuto visitare varie città, tra cui Peja, Dakovica, Prizven,
Viti, Kamenica e naturalmente Pristina, incontrando alcune persone, anche
per caso, che potrebbero rivelarsi potenziali interlocutori – referenti
della campagna, specialmente Padre Lush, carismatica figura cattolica,
conosciuto anche all’estero. attualmente la Campagna opera da un
piccolo appartamento in affitto a Pristina, e prevede l’attuazione
di un programma di mediazione / conciliazione dal basso (tribunali civili)
sotto l’auspicio dell’OSCE. Tale progetto vorrebbe basarsi,
in qualche modo, sul successo di un’altra campagna che venne iniziata
e condotta dal carismatico intellettuale – attivista Anton Çetta
(1920 – 1995) tra il 1990 e il ’92, quando oltre 2000 casi di
“feudi di sangue” furono risolti pacificamente (vedi anche Peace
News, March – May 2000) con l’aiuto di circa 500 volontari –
studenti e con la partecipazione attiva di molti capi / anziani di villaggio.
Fu veramente un grande successo, che contribuì non poco anche all’alternativa
nonviolenta promossa da Rugova a livello politico per l’indipendenza
del Kossovo.
Spostandoci da un posto all’altro ci siamo resi conto della precarietà
della vita in queste zone dei Balcani (ivi compreso il Montenegro, dove
la possibilità di un conflitto non è da escludere), nonostante
l’afflusso massiccio di soldi e di beni in seguito alla guerra NATO.
In teoria, però, tutto dovrebbe funzionare bene, dopo un periodo
transitorio efficacemente – sempre in teoria – gestito da quattro
principali organizzazioni e agenzie internazionali sotto la guida del
dr. Konchner, rappresentante speciale del Segretario Generale dell’ONU.
L’intera operazione è suddivisa in quattro settori:
Assistenza umanitaria (UNHCR), che dovrebbe concludersi a metà
2000;
Amministrazione civile, sotto la responsabilità diretta dell’ONU;
Democratizzazione e ricostruzione del tessuto sociale (OSCE);
Sviluppo economico (Unione Europea).
Naturalmente c’è anche la presenza militare (K – FOR),
ma questo è un capitolo a parte e molto complesso. Vengono poi
le oltre 400 ONG (organizzazioni non – governative), molte delle
quali hanno un notevole potere finanziario e peso economico, ma senza
abilità / volontà di collaborazione tra loro, soprattutto
a livello istituzionale – decisionale, benché abbiano formato
un consiglio ONG che si riunisce regolarmente nei locali dell’UNHCR.
Ad uno di tali incontri (cui partecipai come osservatore accanto al rappresentante
del Balkan Peace Team, non essendo la Campagna Kossovo ufficialmente riconosciuta)
la figura di Konchner venne severamente criticata, con l’accusa di
voler ignorare il ruolo e i bisogni degli operatori non – governativi.
A margine di tutto questo occorre sottolineare la modestissima presenza
di alcuni gruppi, con scarsi mezzi finanziari, orientati verso un lavoro
per la pace dal basso eseguito da volontari/e. E’ bene ricordare
qui i Beati i Costruttori di Pace, Balkan Peace Team, Balkan Sunflowers,
Conflict Resolution Catalysts, Operazione Colomba, con cui io ho avuto
contatti diretti e personali. La Campagna Kossovo potrebbe, in teoria
almeno, coordinare le attività di tali gruppi, ma amministrativamente
è troppo debole per farlo, ammesso che ce ne sia la volontà
da parte di tutti. Infatti, manca addirittura una buona conoscenza reciproca,
nonostante saltuari contatti - alcuni dei quali molto belli – sul
terreno, com’è avvenuto per esempio con volontari/e di BCP
e OC. Grazie a tali incontri abbiamo potuto visitare due famiglie sospettate
di collaborazionismo coi Serbi e conseguentemente minacciate di morte
(il capo di una di queste famiglie fu ucciso qualche mese fa). Da sei
mesi queste persone non osano mettere piede fuori casa e i loro unici
contatti sociali avvengono grazie alle visite di volontari/e, nonché
alla presenza in strada di un blindato K – FOR dell’E.I.
Ci si chiede che cosa sarà del Kossovo quando la massiccia presenza
straniera – internazionale andrà via, se nel frattempo i Kossovari
non saranno riusciti a crearsi le proprie strutture sociali, economiche
e politiche per ricostruire le loro comunità dilaniate dall’odio
e dalla vendetta. Tutto l’apporto dall'esterno, per quanto grande
possa essere, rischia di creare un benessere temporaneo e caratterizzato
da dipendenza. Certo, occorre dare una mano a chi è in difficoltà,
come segno di solidarietà, ma senza pretendere di risolvere i loro
problemi.
ISLAM
a cura di Claudio Cardelli
Al-Hallàg, martire mistico dell'Islam
La vita e la tragica morte di al-Hallàg segnano una svolta nella
storia del Sufismo: mentre i suoi contemporanei esprimevano le loro idee
in cerchie ristrette con circospezione, egli le comunicò apertamente
al popolo, suscitando la reazione ostile dei teologi musulmani e della
classe dirigente. Di origine persiana, era nato a Tur nella provincia
del Fars (Iran) nell'857 (o 858). A sedici anni lasciò la famiglia
per seguire l'insegnamento dei grandi mistici del suo tempo; tale noviziato
durò 24 anni presso tre successivi maestri, di cui l'ultimo è
Gunayd a Baghdad, allora capitale dell'impero islamico sotto la dinastia
degli Abbasidi.
A quarant'anni iniziò un cammino indipendente e originale, essendo
giunto all'intuizione dell'unione con Dio nell'amore reciproco; egli avvertiva
la presenza di Dio nella propria interiorità, presenza che gli
permetteva di dire la Parola di Dio allo stesso titolo del sacro Corano.
Esaltato da questa scoperta, volle annunciarla al mondo e percorse, in
circa dodici anni di viaggi, vaste regioni , soprattutto l'Iraq e la Persia,
spingendosi fino all'India e ai confini della Cina. Tornato a Baghdad,
predicò in tutti gli ambienti, a tutte le classi sociali: sui mercati,
nei cimiteri, nei convegni di dotti e fin nel palazzo del Califfo.
La condanna e la morte
Contro di lui sorsero varie opposizioni: i teologi musulmani gli rimproveravano
la dottrina dell'unione mistica, che a loro avviso, fondendo il divino
e l’umano, portava a una sorta di panteismo. I politici lo accusavano
di turbare gli spiriti e lo trattavano da agitatore. Arrestato per due
volte dalla polizia abbaside, fu condannato, come eretico, ad avere le
mani e i piedi tagliati alternativamente e ad essere appeso al patibolo.
La sentenza fu eseguita e al-Hallag venne messo a morte il 27 marzo 922:
il suo corpo fu bruciato e le ceneri disperse al vento, per evitare che
divenissero oggetto di culto. In uno dei suoi poemi aveva previsto il
destino che lo attendeva:
Vai ad avvertire i miei amici che mi sono imbarcato per l'alto mare e
che la barca ha fatto avaria. E' nella religione del patibolo che morirò,
non voglio più né la Mecca né Medina.(p.154)
La dottrina mistica
Al-Hallàg era partito dal sacro Corano, ma poi aveva percorso un
lungo cammino spirituale, teso ad una unione profonda col Dio amore.
Sentiva la presenza di Dio nella propria anima, tanto che giunse a scrivere
(con scandalo dei musulmani ortodossi):
Sono divenuto Colui che amo, e Colui che amo è divenuto me. Siamo
due spiriti che abitano in un solo corpo. Dunque, se tu mi vedi, tu Lo
vedi e se tu Lo vedi, tu ci vedi.(p.156)
Un altro aspetto che lo differenzia dall'Islamismo è il valore
attribuito alla sofferenza e alla morte sul patibolo:
Uccidetemi, miei cari amici, poiché la mia morte è la mia
vita. La mia morte è di sopravvivere e la mia vita è di
morire.
Sento che ridurmi al nulla è il più bel dono che mi si possa
fare.
E lasciarmi vivere così il peggiore dei torti.
La mia vita ha cessato di piacermi, tra queste rovine che crollano.
Uccidete dunque queste ossa periture.
In seguito, quando passerete vicino alla mia tomba, troverete il segreto
del mio Amico (Dio) nei recessi delle anime che sopravvivono.(p.151)
La conoscenza di al-Hallàg in Occidente
Nessun islamista aveva approfondito la vita e la dottrina del mistico
persiano prima di Louis Massignon (1883-1962), illustre islamista francese,
che gli ha dedicato molti anni di studio, conclusi con la pubblicazione
dell'opera: La passione di al-Hallàg, martire mistico dell'Islam,
ed .postuma in 4 volumi, Gallimard, Paris, 1975. Magnisson ha sottolineato
in particolare le affinità tra il tragico destino del martire persiano
e quello di Gesù. Grazie agli studi di Massignon, al-Hallag è
entrato nella cultura mondiale. In Italia l'islamista prof. Alberto Ventura
ha curato la traduzione in italiano del Diwan (canzoniere) del mistico-martire
(Editrice Marietti, 1980), già tradotto in francese dal Massignon
nel 1955.
Le citazioni del presente articolo sono tratte da: Autori vari, Le grandi
figure dell'Islam, Cittadella editrice, Assisi, 1989.
EDUCAZIONE
a cura di Grazia Honegger Fresco
Dov’è finito il gioco libero dei bambini?
Sommerso da attività programmate e computer!
Che il gioco infantile sia attività serie e formativa, oggi non
lo mette in discussione più nessuno e tuttavia è facile
osservare quanto esso sia progressivamente ridotto e svalutato soprattutto
negli anni della scuola elementare.
Indubbiamente hanno influito su tale inversione i forti cambiamenti avvenuti
negli ultimi trent’anni : da un lato i bambini passano tempi sempre
più lunghi fuori casa affidati a terzi, dato che i genitori sono
sempre più freneticamente occupati e lontani. Al tempo stesso è
cresciuta nei confronti dei piccoli anche prima dei sei anni la pretesa
di precoci conoscenze di base - i prerequisiti - come se la vita fosse
sempre - e dunque anche l’infanzia- preparazione a qualcos’altro.
Eccoci allora al pre-grafismo, al pre-calcolo, alle schede che danno simboli
pre- costituiti dagli adulti, ovvero stereotipati e non creati dai bambini
stessi attraverso il gioco, le esperienze sensoriali, le attività
liberamente scelte e liberamente continuate. Fin dai primi anni nelle
istituzioni infantili - private o di stato, rette da suore o da maestre
laiche - i bambini entrano in ruolini di marcia programmati per cui il
giorno X all’ora Y i soggetti A B C D E F G H - e speriamo che non
siano più di otto - vanno a fare l’attività Z. Sta
all’abilità degli educatori convincerli che è bello
farlo, che è divertente, ci viene anche Luigi, poi lo facciamo
vedere alla mamma, ecc., ecc. I mezzi di seduzione sono tanti. Si va lì
e si esegue quanto previsto nel tempo previsto.
Tutti fanno la stessa cosa con l’illusione - per l’adulto -
che, nel confronto tra pari, la valutazione sia più obiettiva:
in definitiva è questa che conta ai suoi occhi.
Dall’altro lato sempre più si osserva una confusione tra
educazione e animazione. La prima dovrebbe partire dal riconoscimento
delle ricchezze potenziali di ogni individuo, la seconda presuppone individui
passivi che appunto devono essere ”animati”: coordinati, organizzati,
stimolati.
Gli animatori, professione alquanto recente, riempiono con livelli variabili
di esperienza le sale-gioco dei reparti pediatrici, le ludoteche, i dopo-scuola,
gli oratori e, là dove é possibile, anche le classi. Si
fa animazione sul campo sportivo come all’ora di religione. Tutto
è confuso e mescolato e la coerenza tra obiettivi e mezzi è
assai lontana.
Un esempio.
10 aprile 2000: la Tv regionale della Lombardia mette in risalto l’iniziativa
di un giovane parroco di Busto Arsizio che sfida a pallone (calcio) i
ragazzini: se perde lui, vanno tutti a messa; se perdono loro, paga a
ciascuno un gelato. I bambini allegri battono le mani.
L’animazione è entrata nelle attività cosiddette “espressive”
della scuola (ma che cosa esprimono, se sono fatte a comando?), spolverando
di moderno i “lavoretti” di buona memoria: pacchi di carte,
pennarelli, colle, ecc. vengono profusi in prodotti spesso di dubbio gusto,
copiati da testi o da giornali, con i bambini sempre lì a eseguire
cose che a casa non ripetono mai più da soli. Nel campo vuoto,
che fare se non tirare calci alla palla? Al chiuso, che fare se non quanto
è proposto, secondo modelli e tecniche previste, dal materiale
messo a disposizione?
D’altra parte non ci sono angoli quieti o cantucci in cui stare da
soli o giocare con un amico. Tutto è pianificato per agire insieme,
in grande gruppo, intorno a un grande tavolo.
Guai a chi si isola, a chi vagabonda.
La regola è l’intrattenimento; dunque l’adulto è
il protagonista, il primo attore. Il gioco libero, l’invenzione autonoma
sono tenuti lontani perché in fondo trasgressivi. Siamo alla mistificazione,
non si sa quanto consapevole: viene chiamata gioco un’attività
fortemente condizionata dal fatto che l’adulto - anzi i vari adulti
con cui il bambino ha a che fare - predispongono fino all’esasperazione
gli oggetti “per i momenti ludici” . (Mi si perdoni il linguaggio!).
Manipolare? C’è il Di-dò. Costruire? Duplo o Lego.
Guardare libri? Disney a profusione. Giocare alla casa? Coloratissime
cucinette di indistruttibile e inquinante plastica dove tutto è
finto o le case miniaturizzate delle Barbie che riportano a una netta
divisione tra giochi maschili e femminili. I piccoli hanno le collezioni
della Fisher Price e, appena crescono, i vari mostri, Power Rangers, Robot
trasformabili in auto alla Diabolik e così via.
Quanto alle armi / giocattolo , vige anche qui la regola dell’imitazione
perfetta, ma un ragazzino di mia conoscenza che - giusto ha ricevuto in
regalo una mitraglietta (!!!) - mi dice: “Non mi piace tanto; gioco
meglio con la spada di Zorro e il mio mantello”. Il fatto che questo
sia un ampio telo rosso aggiunge forza al personaggio che snida mostri
dagli armadi e da sotto i letti.
Poi c’è il computer che sta diventando più invadente
della tv perché ridotto a giocattolo per i più piccoli e
quindi estremamente seduttivo, funzionale a una dipendenza precocissima.
(Una riflessione: ci angoscia l’idea della droga data con bibite
o caramelle ai ragazzini all’uscita delle scuola, ma non ci preoccupiamo
di ciò che mettiamo in atto per sopprimere precocemente il gusto
di giocare e di inventare. Eppure, una droga tira l’altra!).
Nelle nostre case extrapulite, nelle scuole dove gli inservienti spesso
sono più potenti del direttore, non c’è più
spazio per attività proibite in quanto sporchevoli come terra,
sabbia, acqua, legni, conchiglie o altri tesori trovati dai bambini: Non
c’è posto per trasformarli - così facilmente, se li
si lascia fare - in occasioni e in compagni di gioco.
Osservo un bambino di sette anni che, nel tinello dei nonni, pesca da
un cesto castagne matte e mandorle troppo vecchie per essere mangiate
ma ottime per diventare una mandria di bisonti minacciati da un dinosauro
(una pigna lunga e stretta intorno a cui ha arrotolato uno spago rosso).
Che cosa inventa? Che cosa esoricizza?
Domande indiscrete in fondo: quello che conta è la felicità
dell’invenzione e il senso di libertà che gli permette di
trovare un suo spazio malgrado gli adulti vicini, nessuno dei quali però
si permette di interferire, consigliare, suggerire.
Un bambino fortunato perché le persone di casa tollerano con paziente
buon umore quel tanto di sano disordine provocato da orde di briganti
e da macchine rovesciate in fondo a precipizi.
E invece preferiamo bambini con l’antennina in testa, che non osano
salire non dico su un albero, ma nemmeno su un muretto e che mai si leverebbero
le scarpe per entrare in un prato o in una pozzanghera, bambini che non
hanno mai scoperto come trarre spunto dalla sagome banali degli oggetti
quotidiani per trasformarli in brillanti personificazioni, in situazioni
avventurose che spaziano per monti e per mari.
Eppure i bambini hanno diritto a questa loro autonoma stagione: non perdono
tempo, ma si costruiscono; non raccontano stupidaggini, ma rafforzano
ed esplorano con la loro forza immaginativa; non operano a vuoto, ma attraverso
la felice invenzione entrano in contatto con le cose vere. Bambini che
non possono essere pienamente bambini nei loro desideri, nei loro giochi,
come faranno domani ad essere adulti in equilibrio con se stessi, audaci
e sognatori, concreti realizzatori di un mondo migliore?
ESTERI
a cura di Stefano Guffanti
CINA
Dopo il tentativo attuato dalle autorità cinesi, nel febbraio scoro,
di impadronirsi con la forza e con il ricatto, dei 20 milioni che la Fondazione
aveva destinato ai coniugi Ding Zilin e Jiang Peikun, ai quali era stata
assegnata l’edizione 1999 del Premio internazionale “Alexander
Langer”, ora il New York Times e l’associazione Human Rights
in China riferiscono di un nuovo atto repressivo.
Sabato 1 aprile, a Lois Wheeler, alla vedova 79enne del famoso giornalista
Edgar Snow, autore di diversi saggi sulla Cina contemporanea, è
stato impedito di consegnare a Ding Zilin un libro ed un importo di 1000
dollari, a sostegno della sua azione a favore delle vittime di Tienanmen.
Un’altra “madre di Tienanmen”, Su Bingxian, che cercava
di mettersi in contatto con la stessa Ding Zilin è stata arrestata
e non ancora rilasciata.
La signora Lois Wheeler Snow, che da tempo è impegnata a fianco
della dissidenza cinese e per il rispetto di universali diritti umani,
ha minacciato di chiedere che le ceneri del marito, un tempo molto onorato
in quel paese, vengano tolti dalla capitale Pechino dove attualmente riposano.
Human Rights in China, chiede che l’opinione pubblica internazionale
si mobiliti perché sia garantito in Cina il rispetto dei diritti
umani e che a Ding Zilin e ai familiari delle vittime di Tienanmen venga
assicurata la libertà di proseguire la loro ricerca di verità
e giustizia.
IRAQ / 1
La 6° edizione del Premio “Oscar Romero per la dignità
– 1999” è stata assegnata al popolo irakeno, da 10 anni
assediato da embargo, bombardamenti e bombe radioattive. Il premio, che
sarà consegnato a breve dai promotori dell’iniziativa, consiste
in una macchina di potabilizzazione d’acqua ad osmosi inversa (capace
di potabilizzare 100 litri l’ora), che verrà installata in
un ospedale o in una scuola di un villaggio nella zona di Bassora.
INFO: Pasquale Ranghelli, Gruppo Mission, Roma. E-mail:
IRAQ / 2
“Rompere l’Embargo, Campagna per la dissociazione unilaterale
dalle sanzioni economiche all’Iraq”, prosegue le proprie attività
e continua a raccogliere nuove adesioni importanti, tra cui quelle di
molti professori universitari, responsabili di associazioni nazionali,
rappresentanti istituzionali. Molti gruppi locali hanno realizzato e realizzeranno
iniziative sul territorio, per sensibilizzare e invitare l’opinione
pubblica a pretendere l’interruzione di questo genocidio che sta
facendo centinaia di migliaia di morti (soprattutto bambini e anziani)
tra la popolazione civile irakena. La Campagna invita i gruppi locali,
le associazioni ed i singoli ad impegnarsi per raccogliere ulteriori adesioni
all’appello “Rompere l’embargo” (disponibile anche
su Internet www.petitiononline.com/s343/petition.html). La campagna è
riuscita anche realizzare banchetti per la raccolta firme nella giornata
del 9 aprile, in occasione dell’iniziativa “Vivicittà”,
una corsa competitiva di 12 km e non competitiva di 2 km, organizzata
dall’UISP in 50 città italiane e 20 città estere (tra
cui anche Bagdad). Chi volesse avere maggiori e costanti informazioni,
può chiedere l’invio, tramite E-mail, di un bollettino in
formato elettronico.
INFO: “Un Ponte per ...”, Via della Guglia 69/a. 00186 Roma.
T: 06.6780808, f: 06.6793968.
E-mail:
, www.unponteper.eu.org
TURCHIA
Tre volontari dell’associazione Papa Giovanni XXIII sono partiti,
il 18 marzo, alla volta della Turchia, nell’ambito di un progetto
avente l’obiettivo di supportare gruppi e persone che stanno conducendo
una lotta nonviolenta per il riconoscimento ed il rispetto dei diritti
umani. I volontari nel corso della loro missione, hanno svolto il ruolo
di osservatori durante il capodanno Kurdo (Nevroz), solitamente represso
dalle forze turche. Quest’anno per la prima volta, è stato
possibile celebrare liberamente il Newroz in alcune città ed è
stata data la disponibilità ad aprire un centro culturale curdo
a Diyarbakir. Malgrado questi timidi segnali di apertura (favoriti dal
cessato il fuoco unilaterale attuato dal PKK) i segnali della repressione
contro i kurdi sono ancora evidenti e, a subirne le spese, sono soprattutto
i bambini: il tribunale di Diyarbakir ha condannato a morte 68 bambini,
commutando poi la pena in 20 anni di carcere; spesso, quando vengono arrestati,
subiscono interrogatori che possono durare fino a 15 giorni, nel corso
dei quali non vengono risparmiate torture con scariche elettriche, denudazioni
ed altre forme di pressioni psicologiche. Durante la loro permanenza in
Turchia i volontari hanno incontrato anche:
Nadire Mater, giornalista turca sotto processo (rischia una condanna a
12 anni di carcere) per aver scritto un libro di testimonianze di militari
turchi che hanno combattuto nel sud est della Turchia;
Osman Murat Ulke, perseguitato dal regime con una lunghissima carcerazione
per aver scelto la via dell’obiezione di coscienza.
INFO: Associazione Papa Giovanni XXIII, Servizio Obiezione e Pace. T:
0541.751498 o 0348.2488126
FRANCIA / 1
La Campagna francese “Sortir du nucleaire” denuncia il rischio
che in Francia venga applicata una direttiva europea di Euratom (13 maggio
97), che permette il “riciclaggio” delle scorie nucleari per
la produzione di beni di uso comune. Se questa direttiva venisse applicata
ci si potrebbe ritrovare ad utilizzare, nella vita quotidiana, oggetti
che espongono costantemente le persone e l’ambiente alle radiazioni
nucleari, con conseguente aumento di malattie ed inquinamento. Sortir
du nucleaire, al fine di scongiurare l’applicazione di questa direttiva,
sta promuovendo in tutta la Francia una grande campagna di sensibilizzazione
ed informazione, invitando tutti i cittadini ad inviare, al Ministro della
Sanità e dell’Inquinamento, cartoline postali nelle quali
si chiede di fare chiarezza sull’applicazione di tale direttiva e
interdire l’utilizzo di scorie radioattive riciclate nella produzione
di beni di uso comune.
INFO: Sortir du nucleaire, 9 Rue Dumenge 69004 Lione (Francia). www.sortirdunucleaire.org
FRANCIA / 2
“Eurosatory” è una mostra internazionale d’armi
che si terrà a Bourget (Francia) dal 19 al 23 Giugno. Il Coordinamento
dell’Azione Nonviolenta dell’Arca di Lanza del Vasto (CANVA)
sta promuovendo una vasta mobilitazione contro tutti i saloni nazionali
ed internazionali d’armi, la promozione ed il commercio d’armi.
La protesta si articolerà in varie forme: presenza silenziosa all’entrata
del Salone, rinforzata dall’esposizione di una mostra sulle conseguenze
derivanti dal commercio di armi e l’organizzazione di un “Contro-salone”,
con stage di formazione all’azione nonviolenta, conferenze e dibattiti:
La CANVA invita tutte le associazioni ed i singoli ad aderire alle giornate
di mobilitazione, impegnandosi a mantenere un comportamento strettamente
nonviolento e collaborare per la fattiva riuscita dell’iniziativa.
Oltre alla sospensione delle mostre d’armamenti, i promotori chiedono:
l’instaurazione di una commissione mista di controllo composta da
parlamentari e rappresentanti delle ONG, avente il compito di definire
le regole etiche per il commercio di armi, di controllare il traffico
d’armi alla luce di questi criteri, di rinunciare pubblicamente ai
contratti che non rispettino i criteri etici, di ridurre considerevolmente
l’utilizzo del “Segreto militare”, al fine di far luce
sulle vendite occulte di armi e sulle triangolazioni.
l’attivazione di un Servizio Civile di Pace, la formazione di collegi
di mediatori ed osservatori internazionali, al fine di prevenire l’inizio
dei conflitti.
la presa in esame degli studi, già realizzati, inerenti la riconversione
dell’industria bellica a produzioni civili.
INFO: Jean Luc Bremond, c/o CANVA, La Borie-Noble, 34650 Roqueredonde.
T: 0467440989, f: 0467572020
STATI UNITI
La Campagna statunitense “Moratoria ora – nessun altra esecuzione”,
realtà tra le più attive contro la pena di morte, ci comunica
che, negli ultimi tempi si sono verificati importanti novità: George
Ryan, Governatore repubblicano dell’Illinois, ha dichiarato che vuole
imporre una moratoria a tempo indeterminato nel suo Stato; 4 importanti
città (San Francisco, Philadelphia, Baltimora e Pittsburgh hanno
ratificato una risoluzione per chiedere l’applicazione di una moratoria
ne rispettivi stati; Jesse Jackson ha presentato una legge in cui si chiede
una moratoria di 7 anni e anche il Presidente Clinton concorda con l’idea
di valutare l’introduzione di una moratoria federale. Soprattutto
pare che vi siano dei grossi cambiamenti in seno all’opinione pubblica,
determinati anche dalle Campagne delle associazioni che lottano contro
la pena di morte e da dozzine di quotidiani che hanno cominciato una campagna
di stampa per segnalare l’urgenza di una moratoria.
“Moratoria ora”, che si sta impegnando per formare attivisti,
produrre materiale e chiedere sostegno alle proprie attività, invita
tutti i cittadini ad inviare fax e cartoline al presidente Clinton, per
chiedere l’applicazione di una legge che preveda una moratoria federale.
INFO: Quixote Center: P.O: Box 5206, Hyattsville, MD 20782. T: 3016990042,
f: 3018642182.
E-mail:
, www.quixote.org/ej/ejuusaform.html
LIBRI
A cura di Silvia Nejrotti
Perdere la guerra,
per vincere la pace
Enrico Peyretti, Per perdere la guerra, B.Grandi, Torino, 1999
Avevo già letto quasi tutti gli articoli, le argomentazioni, le
prese di posizione che Enrico ci passava, via via che li scriveva, nel
periodo della guerra del Kossovo. Ma rileggerli tutti insieme, raccolti
nel volumetto Per perdere la guerra, edito da una piccola casa torinese,
offre l’opportunità di riprendere la riflessione sulla guerra
e sulle alternative ad essa, riflessione condotta con lucidità
e passione da Enrico in quei tragici giorni, che a tutt’oggi non
ha perso nulla della sua attualità.
“Te ne fai una malattia!”, “Infatti, non vedi che questa
è la peste più spaventosa, malattia che ci sfigura il volto
e ci azzanna il cuore?” (p.60). Queste brevi battute, riportate al
termine di uno degli articoli, potrebbe essere la chiave di lettura per
comprendere lo stato d’animo di fondo, l’intento etico ed intellettuale
che anima queste pagine, intento dichiarato e ripetuto più volte,
declinato in diversi modi, ma sempre caparbiamente uguale: dire un NO
forte, esplicito, irreversibile alla guerra, a quella guerra come ad ogni
altra. Basta scorrere alcuni titoli: “E’ la guerra l’impero
del male”; “L’Italia è in guerra! Io no, noi no!”;
”25 aprile 1999, per la liberazione dalla guerra”; “Nelle
difficoltà un orientamento: non uccidere”; “Non uccidere
è un diritto”…
Questo suo punto fermo di partenza si scontra con le varie forme di legittimazione
e giustificazione, con i “distinguo” e le obiezioni , alle quali
risponde con determinata convinzione che “Un pensiero maledetto,
incarnato nella storia, obbliga a pensare che alla guerra non c’è
altra risposta che la guerra. Menzogna dogmatica che imprigiona menti
e cuori, uccide la politica e la storia. O ci libereremo da questo diavolo
o non diventeremo umani” (p.56). Ma il discorso, a partire da questo
NO preliminare, si articola poi in alcune importanti acquisizioni, che
rappresentano ormai il patrimonio comune del pensiero e della strategia
nonviolenti sull’argomento e che Peyretti in questo agile libretto
sintetizza in modo mirabile ed efficace.
Tra di esse, le più significative mi sembrano, schematicamente,
le seguenti:
1-la distinzione tra guerra e conflitto;
2-la distinzione tra guerra e intervento di polizia internazionale (“La
polizia non è la guerra”);
3-le proposte di alternative alla guerra (“Contro la guerra e per
una risoluzione nonviolenta dei conflitti nei Balcani”; “Pacifismo?
No grazie!”…)
In particolare, nell’articolo significativamente intitolato “Invece
della guerra” si possono trovare stralci che si riferiscono a tutti
questi aspetti.
A proposito di guerra e conflitto, infatti, e a come umanizzare i conflitti
si afferma: “Un conflitto non è una guerra, fino a quando
non lo si pensa risolvibile soltanto con la distruzione o sottomissione
dell’avversario.” (p.89); “Non cercare né prospettare
un risultato a somma zero, cioè con tutto il guadagno da una parte
e tutta la perdita dall’altra…bensì un risultato a somma
inferiore per ciascuno, ma positivo per entrambi….” (p.90).