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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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Un anno fa c’era la guerra in Serbia e nel Kossovo. Ora la pace
non c’è ancora, ma qualche timido segnale comincia a vedersi.
Fa ben sperare la dichiarazione congiunta dei tre capi delle comunità
religiose kossovare. Sappiamo però che per evitare la guerra, purtroppo
non bastano le buone intenzioni. Bisogna innanzitutto abolire le cause
e gli strumenti che permettono lo scoppio dei conflitti armati: a cominciare
dagli eserciti e dall’industria bellica. A questo tema dedichiamo
gran parte del numero di Azione nonviolenta.
Un comune impegno morale
delle comunità religiose kossovare
Noi, leaders religiosi delle comunità religiose tradizionali del
Kossovo, la Comunità Islamica, la Chiesa Serba Ortodossa e la Chiesa
Cattolica Romana, preoccupati per la lentezza e l’inefficace compimento
del piano di pace in Kosovo, in occasione della nostra visita di lavoro
con il Consiglio Interreligioso della Bosnia Erzegovina, abbiamo deciso
di emettere la seguente comune dichiarazione:
1. Tutte le popolazioni in Kosovo sono state sottoposte ad enormi sofferenze.
Siano rese grazie a Dio che la guerra è finita, ma sfortunatamente
continua ad esserci insicurezza e violenza. Nostro dovere ora è
stabilire una pace durevole basata sulla verità, la giustizia e
la vita comune.
2. Noi riconosciamo ed accettiamo che le nostre comunità religiose
differiscono le une dalle altre, e che ciascuna di esse si sente chiamata
a vivere fedele al proprio credo. Allo stesso tempo riconosciamo che le
nostre tradizioni spirituali e religiose possiedono molti valori in comune
e che questi valori condivisi possono servire come autentica base per
una mutua stima, cooperazione e libera vita in comune sull’intero
territorio del Kosovo.
3. Ciascuna delle nostre tradizionali chiese e comunità religiose
riconosce e proclama che la dignità dell’uomo e il valore
umano è un dono di Dio. Le nostre fedi, ciascuna nel suo proprio
modo, ci chiamano al rispetto dei fondamentali diritti umani di ogni persona.
La violenza contro le persone o la violazione dei loro diritti fondamentali
per noi non solo sono contrarie alle leggi fatte dagli uomini, ma anche
infrangono la legge di Dio.
4. Noi inoltre, nel mutuo riconoscimento delle nostre differenze religiose,
condanniamo ogni violenza contro persone innocenti ed ogni forma di abuso
o violazione dei fondamentali diritti umani, e specificamente noi condanniamo:
-gli atti di odio basati sull’etnicità o le differenze religiose;
-la profanazione di edifici religiosi e la distruzione di cimiteri; -l’espulsione
della gente dalle proprie case; -l’impedimento del libero diritto
di ritorno alle proprie case; -gli atti di vendetta; -l’abuso dei
mezzi di comunicazione allo scopo di diffondere odio.
5. Infine, noi richiamiamo tutte le persone di buona volontà ad
assumere la responsabilità delle loro proprie azioni. Trattiamo
gli altri come vorremmo che essi trattassero noi.
6. Con questa dichiarazione noi facciamo appello a tutti i nostri fedeli
in Kosovo, alle autorità locali e ai rappresentanti della comunità
internazionale in Kosovo.
Dr Rexhep Boja
Mufti e Presidente della Comunità Islamica del Kosovo
H.E. Dr Artemije Radosavljevic
Vescovo di Raska e Prizren, Chiesa Ortodossa Serba
H.E. Marko Sopi
Vescovo di Prizren, Chiesa Cattolica Romana
Finchè c’è guerra…
c’è speranza (per i mercanti d’armi)
La BBC ha dichiarato che la guerra del Kosovo è costata in totale
50 miliardi di Euro (centomila miliardi di lire).
The Guardian ha scritto che la ricostruzione costerebbe più di
31 miliardi di Euro (62.000 miliardi di lire).
I costi dei bombardamenti hanno superato i 160 miliardi FB (8000 miliardi
di lire).
In totale, durante la guerra nel Kosovo, sono stati utilizzati circa 23.000
fra missili e bombe.
Abolire la guerra, abolire gli eserciti
abolire i cappellani militari
A cura di padre Angelo Cavagna
Quasi tutti sono contro le guerre, ma quasi tutti pure sono a favore
degli eserciti, cioè al «sistema di guerra». I cappellani
militari, di per sè, svolgono un’azione pastorale buona. Purtroppo
fungono insieme da copertura alle missioni militari, anche a quelle palesemente
ingiuste. E’ in atto nella Chiesa Cattolica una svolta teologica
e magisteriale dal bellico alla nonviolenza. Occorre consolidarla.
Mi piace iniziare segnalando un fatto positivo: i rappresentanti delle
tre comunità religiose kossovare, la Comunità Islamica,
la Chiesa Ortodossa e la Chiesa Cattolica Romana, incontratisi a Sarajevo
l’8 febbraio 2000, hanno emesso una Dichiarazione di Comune Impegno
Morale contro la guerra (vedi a pag. 3).
ABOLIRE LA GUERRA - ABOLIRE GLI ESERCITI
Il problema è radicale. Contro la guerra, per lo più, lo
sono anche i generali. Quello che sembra sfuggire è il nesso tra
esercito e «sistema militare» o «sistema di guerra»,
per cui si cade, anche senza volerlo, in contraddizioni palesi e forti.
Quando si denuncia il controsenso e lo sperpero di soldi della ricerca
bellica nella quale lavorano circa la metà degli scienziati esistenti
al mondo, quando si fanno campagne contro il debito estero dei paesi poveri,
quando si criminalizzano la fabbricazione di armi e il commercio bellico,
quando si fa la campagna contro le mine antiuomo e cose simili, quando
si denunciano i governi per le spese folli da loro destinate alle Forze
Armate mentre lasciano morire di fame 40.000 bambini al giorno, poi, però,
si dice anche che l’esercito è indispensabile e che le esigenze
della difesa militare sono prioritarie rispetto ad ogni altra, e si fanno
discorsi religiosi o etici sul fondamento morale della professione militare,
si cade in una contraddizione insanabile e non si cambia la storia di
una virgola.
Esempio eclatante: si celebrerà a Roma il giubileo dei soldati,
mentre gli obiettori di coscienza al servizio militare, anche quelli della
Caritas, non sono mai stati ricevuti ufficialmente in Vaticano nemmeno
una volta.
Ora è evidente che, nonostante le denunce circa i vari anelli del»sistema
militare» (ricerca, industria, commercio, spese...), se poi si dice
che l’esercito è indispensabile, non è difficile comprendere
che l’esercito, a sua volta, vuole armi sempre più efficienti
(= terribili), che quindi vanno studiate scientificamente e poi costruite,
commerciate, pagate e... usate (= guerre). Gli eserciti non esistono senza
gli altri anelli, inscindibilmente agganciati l’uno all’altro,
così da formare un tutt’uno; e cioè: il «sistema
militare» o «sistema di guerra».
Occorre avere l’umile presunzione di pensare e di affermare che è
finito il tempo degli eserciti, nel senso che deve finire se si vuole
che la vita umana sulla terra abbia futuro.
Il papa Giovanni Paolo II, con le ripetute condanne della guerra, di ogni
guerra, come “inutile, dannosa, illegale, foriera di nuove guerre”,
ha posto tutte le premesse anche per l’eliminazione degli eserciti.
La loro sparizione è del resto logica conseguenza dell’altrettanto
insistita esigenza, oggi che i problemi sono mondiali, di istituzioni
sovranazionali a garanzia della giustizia e della pace per tutti i popoli,
ossia di un nuova ONU democratizzata e rafforzata. Al formarsi degli stati,
sparirono gli eserciti delle precedenti comunità intermedie, che
si dotarono semplicemente, per l’interno, di un corpo di polizia
nazionale. Oggi, supposta un’adeguata riforma dell’ONU, basta
un corpo di polizia internazionale (caschi blu) e un corpo di polizia
disarmata (caschi bianchi).
Si assiste tuttavia oggi a una mistificazione terribile, per cui le azioni
militari si rivestono di locuzioni pacifiste e non si chiamano più
«guerre», ma: azioni di polizia internazionale, missioni di
pace, ingerenza umanitaria e simili, quando si sa benissimo che gli eserciti
si muovono per precisi interessi nazionali. Tutti i testi scritti fondamentali
del cosiddetto “Nuovo modello di difesa” non lasciano dubbi
in tal senso. Si veda il fondo di Angelo Panebianco sul Corriere della
Sera del 13.9.’99 in prima pagina: “Bisogna intervenire ovunque
per la pace? GLI INTERESSI E LE IPOCRISIE”. Si veda soprattutto il
documento ufficiale del nostro Ministero della Difesa “Linee di sviluppo
delle Forze Armate negli anni ‘90” presentato in Parlamento
nell’ottobre 1991, che parla esplicitamente di “difesa degli
interessi vitali” della patria, che a loro volta sono da intendere
per “le materie prime presenti nel terzo mondo, necessarie alle economie
dei paesi industrializzati” (v. Settimana n. 21/’92 p. 10).
Del resto sono gli stessi esperti dell’arte militare, come il gen.
Bruno Loi, che scrivono e confermano che “non si possono mandare
gli eserciti a fare azioni di polizia internazionale”, o come il
gen. Giancarlo Naldi dell’Aeronautica e presidente dell’Apostolat
Militaire International, che in un discorso fra esperti militari ha bollato
l’»esercito puramente professionale», che ogni governo
e gran parte dei politici vorrebbero avallare, come esercito separato
dalla società, con pochi soldati motivati e tendenzialmente esaltati,
e con molti poveri in cerca di stipendio inviati a fare le guerre dei
ricchi.
Un vero corpo di polizia internazionale dovrebbe limitarsi a un uso «non
omicida» della forza anche armata; la polizia infatti non ha lo
scopo di uccidere; anzi, essa “dovrebbe dotarsi di armi intrinsecamente
non letali, mentre il soldato dev’essere addestrato a uccidere e
ad uccidere bene” (gen. Bruno Loi).
Ma la vera alternativa al sistema di guerra è la Difesa Popolare
Nonviolenta (DPN), che non è utopia ma ha già scritto pagine
storiche magnifiche, come ha splendidamente affermato papa Giovanni Paolo
II nel messaggio di pace del 10 gennaio 2000 “Pace in terra agli
uomini che Dio ama”: “Di fronte allo scenario di guerra del
secolo XX, l’onore dell’umanità è stato salvato
da coloro che hanno parlato e lavorato in nome della pace.
E’ doveroso ricordare quanti, innumerevoli, hanno contribuito all’affermazione
dei diritti umani e alla loro solenne proclamazione, alla sconfitta dei
totalitarismi, alla fine del colonialismo, allo sviluppo della democrazia,
alla creazione di grandi organismi internazionali. Esempi luminosi e profetici
ci hanno offerto coloro che hanno improntato le loro scelte di vita al
valore della nonviolenza. La loro testimonianza di coerenza e fedeltà,
giunta spesso fino al martirio, ha scritto pagine splendide e ricche di
insegnamenti” (n. 4).
Che dire dei cappellani militari ?
Già nel 1985, in un libro “Per una prassi di pace” (EDB),
ora esaurito, ho trattato della “Pastorale dei militari”. Scrivevo:
“Quanto alla pastorale spicciola, ma non banale, ossia la vicinanza
alle persone, in prevalenza giovani, interessate alla vita militare per
accompagnarle rispettosamente, ma amorevolmente, nella loro responsabile
e libera ricerca spirituale, l’attuale ordinario militare, il vescovo
Gaetano Bonicelli, sta svolgendo un’opera di sensibilizzazione di
tutta la comunità cattolica italiana, delle diocesi e delle parrocchie,
specialmente quelle più vicine alle caserme” (p. 57).
Finchè la chiesa insegna che un buon cristiano può essere
un buon soldato, sarebbe irresponsabile abbandonare tante persone nelle
caserme privandoli dell’assistenza religiosa; e riconosco anche che,
essendo la caserma un ambiente totalizzante, sarebbe difficile garantire
un servizio pastorale adeguato solo dall’esterno. L’esperienza
dice che vi sono cappellani zelanti e che la loro immagine tra i giovani
in divisa è in genere buona.
Ciò che fa problema è l’identificazione del cappellano
con la struttura militare, con le stellette fino al punto di assumere
come normali delle espressioni quali “chiesa militare”, come
ho sentito con le mie orecchie dall’inizio alla fine della «Messa
dei militari» al Congresso Eucaristico Nazionale di Bologna, o “via
militare alla santità”, come si esprime il documento sinodale
dell’Ordinariato Militare in Il Regno-Documenti n. 3/2000, p. 103,
nn. 36-40. Non parliamo di cappellani che celebrano l’Eucaristia
dall’alto di un carro armato. El Pais, giornale spagnolo, del 22.2.2000,
a p. 12, pubblica una foto che mostra un plotone di soldati russi, a 30
km da Grozny, mentre un monumentale pope ortodosso li benedice.
Quante volte l’Eucaristia, sacramento dell’amore per eccellenza,
è stata celebrata d’ambo i lati del fronte fra soldati cristiani
in procinto di buttarsi all’assalto fratricida!
Sono d’accordo che il rapporto fede e vita militare è problema
di tutta la chiesa; ma i cappellani militari dovrebbero essere tra i primi
a farsene carico con scrupolo per denunciare almeno le aberrazioni dal
punto di vista della tradizionale dottrina della guerra giusta. Invece,
si sono fatte guerre coloniali, prima guerra mondiale (“Il Trentino
poteva essere italiano senza colpo ferire”, parola dell’on.
Flaminio Piccoli da segretario nazionale della Democrazia Cristiana),
la seconda guerra mondiale iniziata addirittura a fianco di Hitler, si
fanno guerre dove si uccidono molti più civili che militari, si
fanno guerre più per il petrolio che per i motivi politico-etnico-religiosi
addotti (v. articolo di F. Scaglione su Avvenire del 2.3.2000 pp. 1 e
2), si rinnovano gli arsenali Nato di armi atomiche (altro che disarmo!),
anche l’Italia ha votato per mantenere nella Nato la “dottrina
del primo colpo nucleare” ossia dell’uso delle armi atomiche
nonostante la condanna esplicita da parte del concilio Vaticano II (GS
n. 80), con le guerre del Golfo, dell’Iraq e del Kossovo siamo già
entrati nell’era dell’uso di materiale radioattivo (i missili
a testata di uranio impoverito) con conseguenze terribili fino alla morte
per gli stessi soldati americani e pare, ultimamente, anche italiani (v.
L’Unione Sarda 22.1.2000; Panorama 27.1.2000 pp. 32-35; la Padania
19.3.2000; Il Giorno 20.3.2000; La Nuova Sardegna 14.9.’99, 10.10.’99
e 22.1.2000; Liberazione 17.12.’99 e 21.3.2000 p. 16).
Tutto ciò senza che i cappellani militari abbiano alzato una voce
significativa di protesta morale, anzi mettendo tutto sotto l’etichetta
di missioni di pace o sventolando i fiori all’occhiello dei soccorsi
alla protezione civile in occasione di emergenze, continuando a benedire
e difendere la sacralità del sistema militare.
E’ per tutto questo complesso di contraddizioni che si può
capire la reazione di un giovane prete, che così scrive: “Ero
da poco ordinato sacerdote e mi chiesero di dire Messa una domenica alla
scuola allievi ufficiali carabinieri per la celebrazione di un matrimonio.
Quando alla consacrazione udii il suono della trombra e il presentatarm
provai un turbamento profondo e duraturo... Tornato in sacrestia... trovai
una scusa per non andare al ricevimento e scappai in lacrime” (p.
Pio Parisi gesuita, per tanti anni assistente spirituale delle Acli nazionali).
Mi sembra onesto anche manifestare la mia perplessità (spero non
solo mia!) circa la solidità del fondamento biblico proposto in
tutti i modi a conferma della compatibilità tra vocazione cristiana
e “vocazione militare”: “Il Sinodo ha individuato l’origine
della nostra Chiesa nei tre centurioni biblici: di Cafarnao, di Gerusalemme,
di Cesarea e li ha riconosciuti come i propri padri nella fede. Il terzo
fra essi, Cornelio, accolse con tutta la famiglia l’apostolo Pietro
ricevendo dalle sue mani il battesimo e aprendo, in tal modo, la strada
all’annuncio della salvezza anche ai pagani; egli apparteneva alla
coorte italica; pertanto si è pensato di dichiararlo patrono di
tutto l’Esercito italiano” (lettera di presentazione del vescovo
Giuseppe Mani ordinario militare per l’Italia, In Regno-Documenti
n. 3/2000 p. 99). Il testo biblico esalta la loro fede attuale e non il
loro stato di militari e di pagani da cui provenivano.
Segnali nuovi
Al contrario, è da segnalare una svolta teologica e magisteriale,
che sempre più orienta al superamento della “dottrina della
guerra giusta” e ad una interpretazione biblica radicalmente nonviolenta.
In questa direzione, dal punto di vista teologico, mi limito a richiamare
il corposo Dizionario di Teologia della Pace (EDB 1997) e il ricco quanto
piccolo libro di G. Mattai “La Pace Oggi - Domande gravi, risposte
stimolanti” (Edizioni Ennepilibri, Imperia 1999).
Anche in campo magisteriale, è dato cogliere pronunciamenti di
vescovi, oltre quelli oramai classici del papa Giovanni Paolo II, sempre
più chiari e radicali: “Nell’anno giubilare deve assumere
ancora più forza l’impegno per la pace: condanna del commercio
delle armi... e assunzione di responsabilità per arrivare a proscrivere
la guerra... La professione militare diventi tutela della pace attraverso
vere forze di polizia internazionale...
Proponiamo a tutti i giovani... cammini di servizio, solidarietà
e giustizia. Un paese capace di futuro è quello capace di proposte
profetiche, praticabili. L’obiezione di coscienza e il servizio civile
lo sono: oggi come ieri, anzi di più” (card. Piovanelli di
Firenze, Settimana n. 8/2000 p. 1).
Il vescovo R. Corti di Novara, in una lettera alla diocesi, punta su una
politica estera di giustizia e di pace scrivendo: “E’ stata
fatta emergere l’urgenza che in Europa la Chiesa sia attenta alle
scelte di politica estera dei vari Paesi. Spesso il capitolo della politica
estera è piuttosto sfuggente nelle campagne elettorali... Poichè
la storia, anche recente, dimostra che si possono fare delle scelte molto
discutibili, se non inaccettabili (come per esempio a proposito della
vendita delle armi o dell’appoggio offerto a determinate fazioni
o nazioni per interessi prevalentemente economici), si chiede che i cristiani
in Europa siano una voce significativa a nome di chi, come tanti popoli
africani, non ha voce”.
La svolta più organica e decisa si ha nel nuovo Catechismo degli
Adulti della CEI “La verità vi farà liberi”, dove
è scritto: “Oggi l’accresciuta consapevolezza riguardo
alla dignità di ogni uomo, ancorchè criminale, induce ad
abolire la pena di morte” (p. 491); “Abolire la guerra... (Essa
h) il mezzo più barbaro e più inefficace per risolvere i
conflitti... Si dovrebbe togliere agli stati il diritto di farsi giustizia
da soli con la forza, come già è stato tolto ai privati
cittadini e alle comunità intermedie... Appare urgente promuovere
nell’opinione pubblica il ricorso a forme di difesa nonviolenta.
Ugualmente meritano sostegno le proposte tendenti a cambiare struttura
e formazione dell’esercito per assimilarlo a un corpo di polizia
internazionale” (pp. 493-494); “Oggi i confini degli stati sono
attraversati da un flusso continuo di uomini, informazioni, capitali,
merci, armi... La pretesa dei singoli stati sovrani di porsi come vertice
della società organizzata sta diventando anacronistica... Si auspicano
forme di governo sopranazionale con larga autonomia delle entità
nazionali” (pp. 528-529).
A suggello di questa svolta necessaria dalla dottrina della guerra giusta
all’abolizione di ogni guerra e quindi degli eserciti, valga questo
passaggio del diario personale di s. Giovanni Calabria neo-canonizzato:
“9.6.1918 - Dio mio, la guerra continua. Io non ho mai capito come
un cristiano possa arrivare a patrocinare la guerra... Il cristiano deve
sempre pregare perchè regni la pace, perchè gli uomini,
nelle divergenze, ragionino col lume della ragione, illuminati ancor più
dalla fede, e decidano e compongano quello che è meglio per un
popolo cristiano e civile. Ma la guerra no, no. no!.. I fratelli che uccidono
i fratelli! Chi lo può pensare e approvare, senza rinunciare ad
essere seguace di Gesù Cristo?”.
Quanto costa un litro di benzina?
Una guerra in Cecenia!
A cura di Achille Lodovisi
Finalmente ci si sta accorgendo di ciò che sta accadendo, ormai
dal 1992, nella regione del Caucaso, senza per altro prestare la dovuta
attenzione a quanto succede nelle repubbliche dell'Asia ex sovietica.
Proviamo quindi a riflettere sulla cronologia degli eventi.
L'8 luglio 1999, con le ceneri delle macerie 'umanitarie' in Iugoslavia
ancora calde, l'Associated Press da Mosca annunciava che la Russia si
stava preparando a lanciare un'offensiva contro le basi dei guerriglieri
che stavano operando una serie di attacchi lungo la frontiera tra Cecenia
e Dagestan.
La stessa fonte sottolineava come gli attacchi condotti contro i villaggi
del Dagestan erano opera di 'warlords' ceceni che non riconoscevano l'autorità
del governo di Grozny.
Nel frattempo le autorità militari di Mosca stavano costruendo
una sorta di 'cordone sanitario', della lunghezza di 69 miglia, attorno
alla frontiera cecena.
Il presidente ceceno Aslan Maskhadov, favorevole ad un negoziato e ad
un miglioramento delle relazioni con Mosca, in quei giorni veniva sottoposto
a forti pressioni da parte dei 'warlords' che, ammantandosi di una fede
coranica tutta da verificare e forti degli armamenti acquistati dalle
stesse truppe russe o ad esse sottratti, scambiati con partite di droga
in Azerbaigian e Georgia, provvidamente offerti dalla Turchia, premevano
per la 'guerra santa'.
In realtà queste bande armate - i cui meccanismi d'azione ed ideologici
ricordano da vicino la storia dell'UCK - avevano ed hanno tutto da guadagnare
dal perdurare di una situazione di conflitto per gestire con maggior facilità
i traffici di armi, stupefacenti e uomini dai quali ricavano profitti
notevoli ed un potere vessatorio che esercitano sulle popolazioni inermi.
L'indomito spirito indipendentista della gente cecena ha ben poco a che
spartire con la filosofia dei 'warlords'.
Pochi giorni prima erano ripresi gli scontri tra truppe azere ed armene
in Nagorno Karabak ed il ministro della difesa azero Safar Abiyev, nel
corso di un colloquio con l'ambasciatore italiano, chiedeva l'intervento
delle truppe della NATO nella regione contesa (France Presse 17 giugno
1999 da Baku).Non va dimenticato che nei primi mesi del 1999, prima che
iniziassero i bombardamenti NATO sulla Iugoslavia, il sistema basato sull'adesione
delle repubbliche ex sovietiche ad un trattato per la sicurezza collettiva
con la Federazione Russa era collassato in seguito alla decisione della
Georgia e dell'Azerbaigian di non rinnovare la loro partecipazione.
Ovviamente questo sistema di sicurezza altro non era e non è che
un espediente russo per tentare di mantenere l'egemonia nel Caucaso e
nella regione del Caspio, la prima strategica per il passaggio delle infrastrutture
energetiche (oleodotti e gasdotti) e della droga, la seconda molto ricca
di petrolio, gas e minerali in gran parte non ancora sfruttati oltre che
produttrice di oppio ed altri stupefacenti.
Come si vede gli interessi in gioco in Cecenia vanno ben oltre il mantenimento
della 'sovranità nazionale' della Russia, espressione che suona
in realtà ridicola in quanto ampie regioni del paese sono di fatto
controllate da mafie locali o da 'signorotti', ex papaveri del PCUS convertiti
all'ultranazionalismo, che stanno approfittando di questo processo di
disgregazione e feudalizzazione dell'ex impero - ben voluto dall'Occidente
e dagli Usa - per accumulare fortune gigantesche attraverso i traffici
illeciti e la privatizzazione dell'industria e dei settori economici di
stato.
Da questa realtà bisogna partire per giungere ad identificare il
vasto novero di responsabili di questo ennesimo disastro umanitario ed
ambientale.
Il 'Global Intelligence Update' della Stratfor (studi strategici NATO,
n.d.r.) in data 15 giugno 1999 sottolineava come dopo l'intervento NATO
nei Balcani la 'competition' tra la Russia e la NATO per il controllo
della periferia dell'ex impero sovietico si sarebbe fatta più serrata
nel Caucaso e, a far da sfondo alle cannonate, fosse rimasta la questione
dei percorsi e della operatività degli oleodotti e dei gasdotti
che trasportano petrolio e gas dal Caspio al Mar Nero, da dove raggiungono
via mare l'Europa.
Uno dei più importanti oleodotti attraversa il Caucaso transitando
per la Cecenia, per poi raggiungere a nord il terminale di Novorossiysk
posto in territorio russo.
Grozny è sede di una importante raffineria - bombardata in questi
giorni con effetti sull'ambiente tipo Pancevo - ed è posta su di
un importante snodo tra la pipeline che proviene da Baku e quella che
si dirige verso i giacimenti del Caspio settentrionale e della Siberia
centrale.
La pipeline Baku-Novorossiysk è stata realizzata con 10 miliardi
di dollari di investimenti sborsati da un consorzio che vede tra i maggiori
azionisti British Petroleum, Amoco, Exxon, la compagnia mista saudita
e statunitense Unocal e la maggiore compagnia petrolifera russa Lukoil.
In passato i guerriglieri ceceni avevano sabotato in più occasioni
l'oleodotto e il 14 giugno 1999 si era verificata una grande esplosione
dovuta forse al tentativo di asportare petrolio dal condotto.
Nei mesi passati inoltre il flusso del greggio era stato interrotto più
volte dal governo ceceno inseguito al rifiuto di fatto dei russi di pagare
i diritti di passaggio per il tratto posato in Cecenia.
Nessuno deve dimenticare il tenore della dichiarazione del Dipartimento
di Stato Usa nel momento dell'avvio dell'offensiva russa: gli Usa non
intervenivano in quanto non erano direttamente minacciati interessi nazionali;
infatti a difendere gli interessi di Amoco, Exxon, Unocal, ecc., ci stavano
pensando le truppe di Mosca.
Pochi mesi prima è stata inaugurata una seconda importante pipeline
che collega Baku con Supsa, terminale petrolifero sul Mar Nero posto nel
territorio della Georgia.
Questa nuova infrastruttura, appoggiata politicamente dall'Azerbaigian,
dalla Georgia, dalla Turchia - che preme per la realizzazione della variante
verso il terminale turco di Ceyhan sul Mediterraneo via Kurdistan - e
dagli Usa, non attraversa il territorio russo e viene vista da Mosca come
un tentativo di sottrarre alle grandi compagnie petrolifere russe il controllo
sul transito del petrolio e del gas del Caspio verso l'Europa.
E' opportuno ricordare che il settore energetico (produzione di gas e
petrolio)rappresenta, dopo la deindustrializzazione dell'economia e le
riforme eltsiniane, il 23% delle esportazioni ed il 12% del prodotto interno
lordo della Russia (Gian Paolo Caselli e Giulia Bruni, "Il settore
petrolifero russo, il petrolio del Mar Caspio e gli interessi geopolitici
nell'area", Working Paper n.278, luglio 1999).
Lungo il tracciato dell'oleodotto Baku-Supsa si trovano il Nagorno-Karabak
e la regione secessionista dell'Abkazia.
I vertici politici e militari russi hanno nuovamente appoggiato, in concomitanza
con la messa in opera della pipeline, le guerriglie indipendentiste in
tali regioni anch'esse legate al narcotraffico, fornendo armi all'Armenia
ed incoraggiando le forze secessioniste dell'Abkazia che hanno dichiarato
l'indipendenza della regione dalla Georgia.
Quest'ultima assieme all'Ucraina, alla Moldavia ed all'Azerbaigian ha
costituito una alleanza militare regionale, richiedendo una stretta cooperazione
con la NATO, che ha tra i suoi obbiettivi la difesa dell'oleodotto.
I consorzi per la realizzazione della 'via turca' tra i pozzi petroliferi
ed i giacimenti di gas del Caspio ed il Mediterraneo prevedono investimenti
complessivi per 7 miliardi di dollari.
Tra gli azionisti di spicco figurano la Unocal, la Chevron, la Shell,
l'Eni ed i governi della Turchia e dell'Azerbaigian.
A conclusione di questa breve e sommaria analisi balza agli occhi una
terribile realtà: lo scontro globale per il controllo delle risorse
scarica i suoi effetti devastanti solo ed unicamente sugli inermi, senza
che nessuno degli strenui difensori mediatici dei diritti umani abbia
il modesto coraggio di sussurrare...
I care.
Quello che sta accadendo in Cecenia, in Nagorno Karabak, in Abkazia, in
Tagikistan fa parte di un copione che recita la 'degna' replica di quanto
è avvenuto nei Balcani.
Quanto sangue costa un litro di carburante?
Achille Lodovisi per Peacelink
I Corpi civili di pace sono
una possibile risposta alla guerra
di Ken Butigan
Mentre sono qui, farò il mio lavoro.
E qual è il lavoro? Alleviare il male di vivere.
Tutto il resto: la pantomima di un ubriaco
Allen Ginsberg
Mentre ci avventuriamo nel nuovo millennio, ci troviamo a un importante
bivio.
Il prossimo secolo porterà un incessante flusso di devastanti conflitti
armati, come gli orrori cui abbiamo assistito in Iraq, nel Kosovo,a Timor
Est, in Cecenia?
David Hartsough e Mel Duncan, da lungo tempo difensori di pace e nonviolenza,
si stanno appellando per un’alternativa al ripetersi senza fine di
queste catastrofi.
Sempre più gli interventi militari hanno portato a enormi perdite
civili e hanno soffiato sul fuoco delle continue ingiustizie e della guerra.
Hartsough e Duncan invece stanno proponendo la creazione, il finanziamento
e lo spiegamento di una Forza di Pace costituita da centinaia di professionisti
nonviolenti come risposta ai futuri conflitti.
Modellata sulla nozione gandhiana di “brigate della pace” e
incoraggiata da venti anni di esperimenti in “intervento nonviolento
come terza parte” da parte di alcuni gruppi come le Peace Brigades
International e i Witness for Peace, la Forza di Pace può offrire
un’alternativa vitale all’inferno della lotta armata.
La Forza di Pace è un modo di intendere la nonviolenza attiva audace
e innovativo, ma anche determinato e pratico. Con Martin Luther King Jr.
si basa sull’idea che l’umanità ha due alternative rigorose
- nonviolenza o nonesistenza - e cerca un modo di modellare concretamente
gli strumenti che ci portino a fare la scelta giusta.
La visione di Hartsough e Duncan di nonviolenza pratica è radicata
sia nei fatti che nella fede.
Fatti e fede
Nonostante l’attuale epidemia di violenza negli Stati Uniti e nel
mondo, è un fatto che l’umanità ha messo in pratica
i principi e le dinamiche della nonviolenza fin dai suoi inizi; il genere
umano non sarebbe altrimenti sopravvissuto. Il perdurare della famiglia
umana si è affidato non alle minacce di vendetta ma ai meccanismi
di cooperazione e costruzione della pace.
In ogni epoca le comunità umane si sono confrontate con il dilemma
della scarsità e dell’insicurezza. In generale, quando la
violenza è stata lo strumento principale per risolvere questi dilemmi,
la scarsità e l’insicurezza sono cresciute, a loro volta portando
a ulteriore instabilità e a nuovi rischi. Se le politiche di violenza
hanno talvolta prodotto vantaggi a breve termine per alcune fazioni, in
ultima analisi esse hanno minacciato il benessere degli individui e delle
società alle quali appartenevano, e indebolito le speranze di sopravvivenza.
Dall’altro lato, le strategie di cooperazione hanno rafforzato queste
speranze tenendo implicitamente in considerazione i bisogni e le inclinazioni
di tutte le fazioni, rivolgendosi alle radici della scarsità e
dell’insicurezza. Come ha affermato Kenneth Boulding, il compianto
teorico della pace, ci sono tre tipi di potere: il potere della minaccia,
dello scambio e il potere integrativo. L’umanità è
sopravvissuta ed è anche prosperata sviluppando la capacità
di andare al di là dell’intimidazione per creare meccanismi
di scambio economico e, ancora più importante, di afferrare e attualizzare
la possibilità di creare l’unità salvaguardando la
differenza. Nonostante le evidenze contrarie, questa capacità persiste,
come è mostrato da un altro insieme di fatti: il crescente utilizzo
ed efficacia della nonviolenza attiva. Come affermano Mel Duncan e David
Hartsough, “Questo secolo ha assistito ad un’impressionante
crescita nell’utilizzo di strategie nonviolente. Gli indiani hanno
raggiunto l’indipendenza attraverso un’attiva e prolungata lotta
nonviolenta. Le importanti conquiste nel campo dei diritti civili negli
Stati Uniti furono raggiunte attraverso una serie di tattiche nonviolente
comprendenti il boicottaggio, i sit-in, le cavalcate per la libertà,
le marce e le dimostrazioni di massa. I Sudafricani si sono liberati dell’apartheid
attraverso metodi largamente nonviolenti, e un successivo processo di
verità e riconciliazione ha evitato una guerra civile. I Filippini
hanno rovesciato il brutale regime di Marcos con mezzi nonviolenti. I
popoli della maggior parte delle nazioni dell’ex blocco sovietico
hanno rovesciato le dittature comuniste attraverso metodi nonviolenti.
Nel 1991 migliaia di russi disarmati hanno circondato la Casa Bianca a
Mosca per impedire un colpo di stato militare. I miglioramenti ottenuti
dai lavoratori, i diritti delle donne e dei disabili e la nascita dei
movimenti ambientalisti si sono raggiunti principalmente attraverso l’organizzazione
nonviolenta”.
Duncan e Hartsough offrono un insieme di prove che gli approcci nonviolenti
ai conflitti sociali non sono solo eticamente migliori, ma sono anche
più efficaci. Ma la loro visione dell’efficacia della nonviolenza
si fonda anche su una fede che ne è alla base: la fede nella capacità
dell’essere umano di cambiare, la fiducia che l’umanità
possa trovare il proprio senso nell’inclusività piuttosto
che nell’esclusione e la fede ultima nella convinzione che le vie
dell’amore sono più forti di quelle della morte. In altri
termini, la violenza e il male non hanno l’ultima parola. Raccontando
in dettaglio questi esempi pratici di nonviolenza, Duncan e Hartsough
affermano implicitamente una fondamentale fede nella creatività
umana in risposta a sfide apparentemente insolubili. In breve, ci spingono
a vedere che le condizioni e le politiche violente non sono inevitabili.
Sono piuttosto costruzioni umane che possono essere reindirizzate con
ingegnosità, perseveranza e convinzione.
Creare la Forza di Pace
Le affermazioni di Duncan e Hartsough, e la fede sulla quale sono costruite,
non sono un esercizio accademico. Piuttosto vogliono essere le basi di
una “forza nonviolenta” capace di aiutare in modo significativo
il processo di arresto e risoluzione delle dispute armate. Come scrivono,
“Per costruire l’importante gruppo di lavoro per la pace in
tutto il mondo dobbiamo innalzare la nostra attività di costruttori
di pace a un nuovo livello. Dobbiamo sviluppare una risposta strategica,
efficiente e efficace alla brutalità, alla violenza e al genocidio
quando gli interventi focalizzati sulle cause di base sono falliti o si
sono mostrate inefficaci nell’arrestare il massacro in corso.
Il mondo ha bisogno di istituzioni e attività collettive che incoraggino
un gran numero di persone a impegnarsi in azioni pacifiche che diano speranza
e li richiamino a più alti valori. Abbiamo bisogno di sviluppare
una forza internazionale di pace, multietnica e permanente, che sia addestrata
in strategie e tattiche nonviolente e che si spieghi nelle aree di conflitto
o nelle aree a potenziale di violenza. La forza di pace dovrebbe includere
un numero significativo di volontari addestrati impegnati ad agire strategicamente
per prevenire la violenza e creare lo spazio per una risoluzione pacifica
del conflitto”.
Il loro obiettivo è “La creazione di una forza di pace ben
addestrata, permanente, multiculturale, nonviolenta da dispiegare nelle
aree di conflitto. La Forza di Pace dovrebbe essere attrezzata per realizzare
strategie e tattiche in cooperazione con i gruppi locali impegnati in
una trasformazione pacifica. Tali strategie sarebbero disegnate per diminuire
la violenza e il suo potenziale e creare lo spazio per una risoluzione
giusta e pacifica”. Per dare vita al programma c’è bisogno
di una serie di anticipati, che comprendono:
1.Almeno 200 persone che vogliono impegnarsi a partecipare all’addestramento
e spiegamento e all’attività sul campo per almeno due anni
2.Almeno 400 persone con esperienza e specifiche competenze come operatori
di pace che sarebbero disponibili come riserve per almeno un mese all’anno
su un periodo di due o tre anni.
3.Almeno 500 sostenitori
4.Cinque milioni di dollari per le operazioni iniziali
5.Attenzione da parte dei media e significative relazioni con loro
6.Un gruppo direttivo ben definito, internazionale, efficiente, responsabile
Secondo la proposta di Hartsough e Duncan, la Forza di Pace, “a
cominciare con 200 membri attivi, 400 riserve e 500 sostenitori, sarebbe
portata a un livello di 2000 attivi, 4000 riserve e 5000 sostenitori in
un periodo di sei anni. I membri saranno multietnici, internazionali,
di diverse generazioni, e dovranno avere diversi orientamenti di fede
e diverse pratiche spirituali. Dovrebbero dimostrare una grande capacità
di lavorare in gruppo, di ascolto, comunicazione, e interazione con culture
diverse, sopportazione di pericoli e frustrazioni. Tutti i membri che
partecipano a questo progetto saranno votati alla nonviolenza e all’impegno
pratico. Tutti i membri attivi e le riserve attive lavoreranno come volontari,
e gli saranno forniti vitto, alloggio, addestramento e trasporto. Sarà
anche istituito un sistema di borse di studi e contributi per i fondi
pensionistici”.
Il Futuro
La visione di Hartsough e Duncan per la nascita di una forza di pace
è in armonia con la ricerca mondiale per un’alternativa, nelle
crisi internazionali e intra-nazionali, al tradizionale intervento militare
da una parte, e all’inerte passività del dolersi dall’altra.
Sono i primi ad ammettere che una tale proposta pone numerosi interrogativi,
tra cui quelli che riguardano la sensibilità al contesto culturale
locale e i rischi fisici e psicologici inerenti a un tale programma, insieme
a enormi sfide logistiche nella raccolta di fondi, nel reclutamento, nell’addestramento.
Nonostante ciò, essi vedono con chiarezza che ciò che è
necessario nel mondo di oggi è un cambio di paradigma che ci liberi
dalla dipendenza dalle armi letali, che lasciano sulla loro scia orrore
e guerre future.
La Forza di Pace, se perseguita con diligenza, cura, sensibilità
e desiderio di rischiare per la terra e i suoi abitanti, può giocare
un ruolo di vitale importanza nell’ “alleviare il male di vivere”
nel nuovo millennio.
Ho visto la Terra Promessa
la terra del mio sogno…
a cura di Sergio Albesano
Il 4 aprile del 1968 Martin Luther King morì assassinato. Vogliamo
ricordare la figura del leader del movimento per i diritti civili dei
neri, e premio Nobel per la Pace, attraverso due momenti della sua vita.
A Montgomery, l’inizio.
Il 1° dicembre 1955 a Montgomery, in Alabama, Rosa Parks, una signora
nera di mezza età, salì su un autobus di linea, seguì
l’indicazione “Gente di colore” e prese posto nella quinta
fila a sinistra, dietro ai posti riservati ai passeggeri bianchi. L’autobus
ben presto si riempì. Il conducente invitò allora a far
posto ai “signori bianchi” e tre neri si alzarono. Rosa era
stanca e decise di rimanere seduta. Il conducente la invitò esplicitamente
ad alzarsi, ma la donna rifiutò, senza alzare la voce, perché
sapeva che altrimenti avrebbe offerto un pretesto per farla scendere.
L’autista si allontanò e ritornò dopo poco accompagnato
da due poliziotti, i quali afferrarono la donna e la trascinarono via.
L’autobus ripartì e la donna venne condotta al posto di polizia.
Rosa telefonò a E. D. Nixon, presidente dell’N.A.A.C.P., il
quale la raggiunse al commissariato, pagò la cauzione e la riportò
a casa. Quindi avvisò dell’accaduto Jo Ann Robinson, presidentessa
del Consiglio politico delle donne di Montgomery, la quale propose a Nixon
di lanciare un appello alla popolazione di colore per boicottare i mezzi
pubblici in segno di protesta. Alle cinque del mattino Nixon telefonò
ai due pastori della città per chiedere il loro appoggio. Uno dei
due era Martin Luther King, il quale esitò e chiese di poter riflettere,
ma quaranta minuti dopo, dietro le insistenze di Nixon, accettò
di mettere a disposizione la sua chiesa come luogo di incontro della comunità
nera per poter discutere la questione.
Nelle prime ore del pomeriggio erano già stati distribuiti quarantamila
volantini in cui si invitava a non utilizzare l’autobus lunedì
5 dicembre. L’appello al boicottaggio era già stato lanciato
prima che avesse inizio la riunione, durante la quale King si tenne in
disparte, suscitando il lamento di Robinson. Solo le chiese disponevano
dell’organizzazione necessaria per mobilitare un alto numero di neri
e alla fine i pastori promisero di dare risalto al boicottaggio nei sermoni
della domenica e di ristampare all’interno delle singole comunità
ecclesiastiche il volantino.
Alla domenica nelle chiese affluì una massa di gente e i pastori
raccolsero applausi scroscianti. Nel pomeriggio King lesse un articolo
sul “Montgomery adviser”, in cui si bollava il minacciato boicottaggio
come un’azione di razzismo nero e ciò sollevò i suoi
dubbi. Alla fine decise che il boicottaggio era un tentativo di spiegare
ai bianchi che non era possibile collaborare oltre con un sistema malvagio.
In genere in una giornata lavorativa utilizzavano i mezzi pubblici ventimila
neri. Quel lunedì furono contati solo dodici viaggiatori neri.
Intanto fu processata Rosa Parks, che fu riconosciuta colpevole e le venne
inflitta una multa di dieci dollari. Il suo avvocato presentò ricorso.
Qualche ora più tardi alcune persone si incontrarono nella chiesa
di King ed egli, colto di sorpresa, fu eletto presidente della Montgomery
Improvement Association. “Tutta la faccenda mi si presentò
così inaspettatamente, che non ebbi tempo di rifletterci sopra”,
affermò King. “Io non avevo né iniziato né proposto
quella protesta. Reagii semplicemente al richiamo del popolo che chiedeva
un portavoce.”
L’assemblea preparò il testo delle richieste da proporre all’azienda
dei trasporti, tra le quali si chiedeva “che i viaggiatori possano
prendere posto secondo l’ordine di salita, i neri a cominciare dalle
ultime file”. Si trattava di richieste indubbiamente moderate, che
non mettevano in discussione il principio della separazione razziale.
Quella sera il neo presidente tenne un discorso appassionato di fronte
ad una folle enorme. Ricordò molti casi di ingiustizie subite da
neri sui mezzi pubblici. Poi disse: “Siamo qui per dire a coloro
che ci hanno maltrattato per tanto tempo che noi siamo stanchi. Siamo
stanchi di essere segregati e umiliati. Siamo stanchi di essere presi
a calci in maniera brutale, di essere oppressi. Non abbiamo altra alternativa
che la protesta. Per molti anni abbiamo mostrato una pazienza sorprendente.
A volte abbiamo dato ai nostri fratelli bianchi l’impressione che
il modo in cui venivamo trattati ci piacesse. Ma questa sera siamo venuti
qui per dire che la nostra pazienza è finita, che saremo pazienti
solo quando avremo libertà e giustizia.”
L’assemblea approvò all’unanimità la proposta
di continuare il boicottaggio ad oltranza, fino a quando fossero state
rispettate le richieste della popolazione nera, la quale continuò
l’azione di protesta per trecentottantasei giorni, organizzando un
sistema di trasporti alternativo. In questi mesi King acquistò
una statura di rilievo pubblico. Quotidiani di tutto il mondo inviarono
giornalisti nella città sul fiume Alabama e arrivarono le televisioni
a riprenderlo. Contemporaneamente King e la sua famiglia furono bombardati
da minacce di morte e ricevettero un’infinità di telefonate
piene di insulti e di volgarità. La sua casa subì un attentato
dinamitardo in cui moglie e figlio si salvarono per miracolo. King ebbe
dubbi, provò paura, ma trovò nella sua fede religiosa la
forza di continuare. Intanto venne accusato di frode fiscale; quindi arrestato
per eccesso di velocità. Era la prima di una lunga serie di detenzioni.
Una folla adirata si adunò davanti alla prigione chiedendo la scarcerazione
del pastore e la polizia, dietro pagamento della cauzione, lo rilasciò.
King volò da una parte all’altra degli Stati Uniti per mobilitare
l’opinione pubblica e per raccogliere fondi per la causa. Intanto
le autorità municipali intentarono un processo per “trasporto
di viaggiatori non autorizzato” contro il Movimento per i diritti
civili, chiedendo al tribunale un provvedimento ingiuntivo temporaneo
contro il sistema di automobili private che offrivano passaggi gratuiti
ai neri. King cercò di trattare con l’azienda, che però
si dimostrò irremovibile. Il momento era delicato, perché
se la Corte locale avesse dato ragione alle autorità municipali,
il boicottaggio sarebbe giunto alla fine, in quanto non si poteva chiedere
alla popolazione nera di andare e tornare tutti i giorni dal lavoro a
piedi. Proprio in quel momento però la Corte Suprema, alla quale
avevano fatto ricorso gli avvocati della N.A.A.C.P., dichiarò incostituzionale
la separazione razziale sui mezzi pubblici di trasporto di Montgomery
e le norme locali di segregazione delle Stato dell’Alabama.
La popolarità di King era alle stelle e all’inizio del 1957
la sua fotografia campeggiò sulla copertina di “Time”.
Il boicottaggio ebbe termine il 21 dicembre 1956 e nel giro di una settimana
il trasporto integrato divenne una pratica comune a Montgomery.
A Memphis, la fine
Nel febbraio 1968 a Memphis le forze di polizia caricavano con sostanze
chimiche e manganelli i netturbini neri in sciopero, che chiedevano il
riconoscimento del loro sindacato, nuovi contratti di lavoro e l’istituzione
di un ufficio per le conciliazioni. Il sindaco rifiutò le loro
richieste. I netturbini allora entrarono in sciopero, ma le autorità
comunali dichiararono illegale tale sciopero e fecero intervenire la polizia.
Come reazione furono boicottati i negozi dei bianchi, fu organizzato un
sit-in davanti al municipio e le chiese promossero assemblee di protesta.
Dopo quattro settimane l’amministrazione cittadina ancora non dava
segni di cedimento e allora venne chiamato in aiuto Martin Luther King,
la cui presenza doveva essere una motivazione in più per i netturbini
in sciopero. Inoltre avrebbe dato rilievo pubblico alla loro lotta. Egli
parlò davanti a quindicimila persone, spronando i netturbini a
continuare la loro lotta e invitando tutti i neri di Memphis a organizzare
uno sciopero generale.
Il 4 aprile King si stava preparando in albergo prima di recarsi ad un
comizio indetto per quella sera. Dopo essersi annodato la cravatta uscì
sul balcone e scambiò alcune parole con un amico che stava lì
sotto. La pallottola di grosso calibro lo fece schiantare di colpo. Colpì
King sotto il labbro, gli spappolò il mento, rimase conficcata
nelle vertebre cervicali e gli trapassò il midollo spinale. E’
probabile che King sia morto all’istante. I ghetti esplosero. Furono
arrestate ventisettemila persone, tremilacinquecento rimasero ferite,
quarantatré uccise e i danni complessivi ammontarono a cinquantotto
milioni di dollari.
King aveva sempre saputo che quella sarebbe stata la sua fine. Nel discorso
che aveva tenuto la sera prima, aveva detto: “Non so che cosa succederà
adesso. Ma non è questo che mi interessa. Sono salito in cima alla
montagna. Non sono preoccupato. Come tutti, anch’io desidero vivere
a lungo. Ma tutto questo ora non mi preoccupa. Desidero soltanto compiere
la volontà di Dio. Egli mi ha concesso di salire in cima alla montagna.
Io ho guardato oltre e ho visto la Terra Promessa. Forse io non arriverò
fino là con voi. Ma voglio che voi sappiate, questa notte, che
noi insieme, come popolo, giungeremo alla Terra Promessa. Per questo oggi
sono felice. No, non mi preoccupa più niente. Non temo nessun uomo.
I miei occhi hanno visto l’arrivo del Signore, il suo splendore.”
A Peschiera si chiude
Il carcere militare non c’è più
L’annuncio ufficiale è venuto dal Ministero della Difesa:
il 30 giugno il carcere militare di Peschiera del Garda sarà definitivamente
“dismesso”. Quella prigione, l’ex Caserma XXX Maggio, è
stata un simbolo dell’ingiustizia militare. Nelle sue celle fredde
e umide, tanti obiettori sono stati incarcerati per lunghi mesi; il movimento,
fuori dalle mura, manifestava “per gli obiettori, li-ber-tà”
“Gaeta e Peschiera, codice in camicia nera”. Ci fu un momento
in cui ai nonviolenti venne persino impedito di manifestare davanti al
carcere: solo con la disobbedienza civile si riconquistò il “diritto”
di stare in quella piazza, fra il casermone e la chiesa. Le prime Marce
antimilitariste, da Milano a Vicenza, sostavano davanti al carcere per
solidarizzare con i compagni rinchiusi; poi, quando la Marcia camminava
da Trieste ad Aviano, si concludeva ugualmente sulle sponde del Lago di
Garda, a Peschiera. Ci fu anche una Marcia dell’ultimo dell’anno
a Peschiera. Poi, nel dicembre del 1972, arrivò la Legge 772 che
rimise in libertà gli obiettori, ma il movimento continuò
a manifestare e solidarizzare, con gli obiettori totali, con i proletari
in divisa, con i testimoni di Geova, per chiudere il Carcere di Peschiera.
Ci son voluti 30 anni, ma ce l’abbiamo fatta!
Pubblichiamo le testimonianze di quattro protagonisti della storia dell’obiezione
di coscienza: un’intervista a Matteo Soccio e le lettere di Alberto
Trevisan ed Enzo Melegari, obiettori di coscienza rinchiusi a Peschiera
all’inizio degli anni ’70, e un intervento dell’avvocato
Sandro Canestrini, storico difensore degli obiettori.
Qual è la tua prima reazione alla notizia che il carcere militare
di Peschiera verrà chiuso?
La mia prima reazione è di «serena indifferenza».
Forse per una naturale rimozione. Sono passati 30 anni da quando, per
la mia obiezione di coscienza, fui incarcerato a Peschiera insieme ad
altri giovani. Erano tempi «eroici», carichi di ideali e di
utopie. Oggi sono tempi diversi anche per l’obiezione di coscienza,
che sarebbe meglio chiamare più realisticamente «servizio
civile». Ma sono tempi «diversi» per tante altre cose.
E’ il tempo del disincanto e anche delle «dismissioni»,
come questa.
Piano piano la memoria di eventi personali significativi comincia ad emergere
dall’oblio. A pensarci, mi colpisce la grande forza interiore, la
serenità, la persuasione, la capacità di sacrificio che
aveva quel giovane di poco più di ventanni. Mai più posseduta.
Ma non c’è posto qui per raccontare «le mie prigioni»
alla maniera di Silvio Pellico. Per quanto ingiusta, quella carcerazione
è stata accettata come una scelta conseguente, un prezzo da pagare
per affermare valori più alti di quello dell’obbedienza e
del rispetto della legge. Non c’è mai stato astio, risentimento,
voglia di «vederlo distrutto quel carcere». Con questo non
voglio dire che, sul piano personale, non ci sia stata sofferenza, che
non ci siano state violenze e persecuzioni morali e materiali. Tutto perdonato
e archiviato nella memoria.
Ricordi qualche episodio particolare dell’esperienza del carcere?
Ricordo l’arrivo a Peschiera, proveniente da una caserma di Alessandria.
I carabinieri, che mi conducevano, mi avevano risparmiato i ceppi lungo
la strada ma, ultimo arrivato, fui sistemato con la mia brandina in una
camerata affollatissima (20/30 detenuti) vicino alle sbarre d’uscita,
accanto ad un enorme mucchio d’immondizia, di fronte al «cesso».
Devo ricordare, dopo qualche giorno, la visita non prevista di mia madre,
donna del popolo, che non aveva mai viaggiato, costretta ad un lungo viaggio
dal Sud per cercare suo figlio (cosa le avevano detto?), ad affrontarlo
con durezza, senza intimità, alla presenza di estranei agenti di
sorveglianza. Un momento difficile, superato con forza di carattere e
poi con un successivo lungo pianto liberatorio una volta ritornato in
camerata.
Nei primi tempi scoprii anche la pratica del «nonnismo», ancora
più stupido e feroce in questo carcere-caserma. C’era in questa
camerata un bellicoso legionario, rinchiuso per renitenza alla leva in
Italia (lui che aveva fatto la guerra in Africa). Una notte mi mise il
coltello alla gola chiedendomi se avevo soldi. Gli dissi di no. “Bene
- rispose - perché se non me li avessi dati, ti avrei tagliato
la gola”. Fui spesso spostato, «per motivi di sicurezza»,
da una camerata all’altra e conobbi anche quella dei «Testimoni
di Geova», una specie di istituto biblico o casa estiva, con salami
e prosciutti appesi al soffitto e la dispensa sempre piena. Per l’autorità
del carcere erano innocui ed obbedienti: da qui qualche privilegio.
E il personale di custodia come si comportava con gli obiettori?
Non posso non ricordare qualche altro personaggio che vive nella mia
memoria indelebilmente associato a quel luogo carcere-caserma. Il Capitano
Nestorini, direttore o meglio comandante, persona civilissima ma pur sempre
un militare nel suo comportamento. Era per antonomasia il nostro carceriere:
il suo nome veniva scandito con forza durante le manifestazioni che allora
si svolgevano davanti al carcere, in solidarietà con gli obiettori
di coscienza ivi rinchiusi. Ricordo il maresciallo Amendola, buono e ingenuo.
Una volta raggiunse il gruppo di obiettori che aveva trovato il modo di
incontrarsi nella «biblioteca» del carcere, per darci il suo
consiglio: “Ragazzi, qui non dovete parlare tra voi, anzi non dovete
‘pensare’”. Per evitare questi incontri, dopo un po’,
l’autorità del carcere abolì la biblioteca. Ricordo
anche il Cappellano militare in forza a quella caserma. Arrivava in cortile
con una spider rossa. Una volta, per evitare la Censura, gli affidai una
lettera privata da imbucare all’esterno. Non fu mai recapitata. Il
buon padre la consegnò al suo superiore ed io fui richiamato dal
Capitano e punito in base al regolamento.
Ricordo il tronfio e ridicolo maresciallo Costa (proprio simile, con il
suo pancione, a quello della serie televisiva di Zorro), il quale si vantava
con gli altri militari di avermi sbattuto in cella (di punizione!) di
peso, senza farmi toccare i piedi per terra. Era quello che durante le
perquisizioni delle camerate mi aveva sequestrato, tra l’altro, una
penna stilografica perché non dovevo scrivere; dei libri considerati
sovversivi perché avevano la copertina rossa; e uno in particolare
di psicologia intitolato Tecniche di liberazione (sic!) perché
pensava si trattasse di un manuale di tecnica dell’evasione.
E degli altri obiettori, ricordi qualcuno?
Non posso dimenticare i miei «compagni» obiettori, con cui
per lunghi mesi ci facemmo forza, solidarizzando ed aiutandoci a sopportare
la condizione del carcere che la gente libera chiama, con esattezza semantica
«penitenziario». Qualche nome di questi vecchi amici: Trevisan,
Truddaiu, Rizzi, Pizzola, Lerino, Minnella. Alcuni mai più ritrovati
dal tempo del carcere.
Ma perché parlare solo male del carcere? Dovrei anch’io, come
fece Ernesto Rossi, fare l’«elogio della galera». Bisognerebbe
tener conto anche dei vantaggi e consigliarlo ai giovani d’oggi come
esperienza salutare. “Bisogna stare in galera per non prendersi un
malanno”, diceva, con il suo forte senso dello humour, Ernesto. Diciamolo:
bisogna stare in galera per riprendere gli studi, stare in compagnia,
discutere di ogni cosa come i filosofi peripatetici. Insomma: è
stata anche una scuola. Non sono più riuscito a leggere tanto attentamente
e tanti libri, e a capire tante cose come allora. Ne ho nostalgia. Come
siamo tutti impegnati a correre in giro, oggi!
Cosa suggeriresti per la «riconversione» del carcere di Peschiera?
Riconvertire questa struttura? E perché non lasciare che le ortiche
e gli arbusti spontanei se ne impadroniscano e su di esso cada l’oblio?
Potete farne un museo della guerra, della «giustizia militare»
e dell’obiezione di coscienza, per portarci le scolaresche, o la
sede di un archivio di stato.
Oppure, dopo aver tolto il recinto, il filo spinato e trasformato le finestre
a bocca di lupo in luminose finestre a vetri (ma non sarebbe più
la «Caserma XXX Maggio»!) potreste farne la sede di una scuola,
una casa di accoglienza, un ospedale....
Basta un po’ di fantasia!
Matteo Soccio
Vicenza
Il carcere militare di Peschiera del Garda è stato chiuso. In
quel carcere, come obiettore di coscienza, ho passato vari mesi. Ora non
sognerò più la lunga serie di cancelli, il suono dei controlli
notturni con i colpi dati alle sbarre, non sognerò più il
cielo a spicchi dalle finestre a bocca di lupo, non sognerò più
quella fortezza così fredda che ci impregnava di umidità
nelle brande delle nostre celle, non sognerò più il tintinnio
delle manette per gli amici che entravano : insomma, oggi è una
grande giornata. Anche Gaeta, la paura di tutti i militari di leva, è
chiusa da anni e forse diventerà sede dell’Università
di Cassino : sarò il primo a visitare questo splendido castello
non più segnato dal dolore ma dalla gioia dei giovani universitari
e dalla forza della cultura. Una vera e propria riconversione da usi militari
a usi civili !
E di Peschiera che cosa faranno, che cosa possiamo proporre ? Prima di
tutto non dimenticare il luogo di sofferenza e spesso ingiusta repressione,
simbolo di tutto il movimento dell’obiezione di coscienza. Intanto
abbiamo riempito un altro granaio e svuotato un arsenale !
Alberto Trevisan
Padova
ISLAM
A cura di Claudio Cardelli
Storia di Rabia,
santa musulmana
Rabia di Bassora nell’Iraq, morta nell’801 all’età
di oltre ottant’anni, fu una delle grandi ispiratrici, vera “madre”,
del Sufismo. Nata in una povera famiglia irachena, è la quarta
figlia dei suoi genitori, dal che deriva il suo nome (rabi’a = quarta).
Rimasta orfana, fu venduta come schiava a un padrone molto duro che, convertito
dalla sua santità, la rese libera. Si ritirò in seguito
in una capanna di giunchi, dove trascorse la sua vita nella povertà
e nella preghiera, in compagnia della sua ancella Abda.
Tutta presa dall’amore verso Dio, non volle mai prendere marito:
Il matrimonio è necessario per chi ha scelta. Quanto a me, non
ho scelta; sono del mio Signore e vivo all’ombra dei suoi comandi.
La mia persona non ha alcun valore (XVI, 17).
Non gli ho reso culto né per timore del suo fuoco, né per
amore del suo paradiso.
Sarei stata allora come il cattivo salariato, che lavora quando è
pagato. Gli ho reso culto, invece, per amore e desiderio di Lui (XI,2).
La via mistica di Rabia è molto semplice e molto impegnativa: nella
sua lunga vita, ha cercato di concentrarsi nell’amore verso Dio,
ha desiderato con tutte le forze rendere Dio presente alla propria anima.
Nel celebre “poema dei due amori”, che tanti musulmani conoscono
a memoria, ha dato espressione al proprio sentimento:
Ti amo di due amori: un amore di desiderio e un amore perché Tu
sei degno di essere amato.
L’amore di desiderio è che nel ricordo di Te io mi distolga
da chi è altro da Te.
L’amore di cui Tu sei degno è che Tu tolga i veli perché
io Ti veda./Non lode a me né in questo né in quello ma lode
a Te in questo e in quello.(V,1).
Testimonianze sulla santità di Rabia
Molti sufi e altri personaggi visitarono la casa di Rabia e ci hanno lasciato
preziose testimonianze: leggiamone qualcuna.
Entrai in casa di Rabia, quando era già una vecchia di ottant’anni,
ed era come un piccolo otre consunto che sta per afflosciarsi. Vidi, in
casa sua, una specie di stuoia di giunchi e un treppiede di canne persiane,
alto due bracci. La casa era ricoperta di sterco secco di mucca o forse
di una stuoia di giunchi. Nella casa c’era una brocca, un otre e
del feltro che era, a un tempo, il suo giaciglio e il suo tappeto per
la preghiera. Aveva anche un treppiede di canne a cui era appeso il suo
drappo mortuario. Quando ricordava la morte era presa da un fremito e
si turbava.
Quando passava fra la gente, si riconosceva in lei la serva di Dio. Un
uomo le disse:”Prega per me”. Ella si appoggiò al muro
e disse:”Chi sono io? Dio abbia misericordia di te! Ubbidisci al
tuo Signore e pregalo: Egli esaudisce il povero”(XIII,3).
Si racconta ancora che degli uomini pii andarono a far visita a Rabia.
Poiché videro che indossava degli abiti stracciati, dissero:”Molta
gente ti aiuterebbe, se chiedessi loro aiuto”. Ma ella rispose:”Mi
vergogno di chiedere qualcosa dei beni di questo mondo, perché
le cose del mondo non appartengono a nessuno. Chi le ha in mano, le ha
soltanto in prestito”. Dissero allora: “Questa donna ha sentimenti
sublimi”(XVI,33).
Il racconto di Abda
Era la fedele ancella e compagna di Rabia e ci ha lasciato un ritratto
suggestivo della santa, cui segue il racconto, spoglio e lineare, della
sua morte. Rabia non temeva la morte; al contrario nutriva la speranza
di incontrare finalmente il volto di Dio:”Le notti e i giorni sono
lunghi per la brama dell’incontro con Dio”(V,2).
Rabia pregava tutta la notte, e quando cominciava ad albeggiare faceva
un breve sonno sul suo tappeto per la preghiera, fino al sorgere dell’aurora.
La udivo dire, allora, alzandosi con un balzo dal giaciglio, tutta agitata:”O
anima, quanto dormi! E quanto poco vegli! Non tarderai ad addormentarti
di un sonno da cui non ti risveglierai che al grido del giorno della risurrezione!”.
E fu questa un’abitudine che ebbe fino alla morte. Al momento della
morte mi chiamò e mi disse:”Abda, non informare nessuno della
mia morte. Avvolgimi in questa mia veste”(una veste di pelo nella
quale vegliava in preghiera durante la notte).
La avvolgemmo in quella veste e in un velo di lana che era solita portare.
Circa un anno dopo la sua morte, la vidi in sogno (XIII,8).
Un aneddoto, noto anche in Occidente, ci narra che Rabia fu veduta correre
per la strada, portando una torcia accesa in mano e nell’altra un
secchio d’acqua. Interrogata dove stesse andando, rispose:”Sto
andando in cielo, per gettare il fuoco nel paradiso e versare l’acqua
nell’inferno: non resterà così né l’uno
né l’altro, e apparirà Colui che si cerca”(X).
Concludiamo col suo testamento spirituale:
Strappai dal mio cuore ogni attaccamento alle cose del mondo, e distolsi
il mio sguardo da ogni realtà mondana. E ora sono trascorsi trent’anni
durante i quali non ho mai pregato senza dire questa preghiera, che può
essere l’ultima delle mie preghiere, e non mi sono mai stancata di
dire ripetutamente:”Mio Dio, fammi sprofondare nel tuo amore, cosicché
nulla mi distolga da te!” (XVI,30).
Tutte le citazioni del presente articolo sono tratte da I detti di Rabi’a,
a cura di Caterina Valdrè, Adelphi Ed., Milano, 1992.
MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Musica Maestro: la banda Roncati
Bologna, marzo 1992…un gruppo di studenti per lo più iscritti
al D.A.M.S., conosciutisi durante le occupazioni del ’90 della “pantera”,
costantemente occupato a confrontarsi su progetti, iniziative politiche,
discussioni sul ruolo della musica e confronto su realtà difficili,
maturò l’idea di intervenire nei luoghi di emarginazione sociale
di Bologna.
Come primo obiettivo, i nostri, individuarono l’ospedale psichiatrico
Roncati.
Per alcune settimane i musicisti organizzarono questo intervento, arrangiando
dei pezzi e contattando amici e conoscenti.
Il 29 marzo, domenica mattina, centocinquanta persone e alcune radio si
ritrovarono davanti al manicomio e dopo un breve percorso a corteo fecero
irruzione nei padiglioni dell’ospedale suonando e coinvolgendo i
degenti nella festa.
L’azione riuscì benissimo e senza alcun problema di sorta
e grazie all’adesione e all’entusiasmo creato in quell’occasione
gli organizzatori idearono una banda che animasse con un nuovo modo di
fare politica le manifestazioni pubbliche: la banda Roncati.
Già dal suo inizio alcune regole non scritte furono subito chiare:
doveva essere una banda senza divisa;
senza metodi musicali prestabiliti ma con la voglia di sperimentare e
di autoapprendimento dei vari componenti;
non doveva esserci alcun direttore, ma una autoresponsabilizzazione dei
vari musicisti e una organizzazione orizzontale che coinvolgesse il maggior
numero di persone nella gestione interna. Ogni decisione andava quindi
presa collettivamente (anche se questo comportava e comporta tuttora interminabili
discussioni);
spirito sinistroide lontano dai partiti. Pronti però ad aderire
a singole proposte e idee di associazioni e gruppi che cerchino di mobilitare
l’opinione pubblica.
La banda Roncati è un gruppo di ragazze e ragazzi eterogeneo per
età, conoscenze musicali e connotazioni culturali e politiche che
agisce e si mobilita per tutte le realtà conflittuali sui temi
di giustizia, guerra e sfruttamento. La banda ha scelto la musica per
comunicare con la gente.
Penso che uno degli elementi più interessanti di questo gruppo
sia l’aver capito che la musica è un ottimo aggregante, essa,
soprattutto se suonata per le strade e tra la gente, unisce più
di come interminabili comizi potrebbero mai fare. La musica è festa
e la festa è un ottimo modo per trasformare un conflitto. In molte
manifestazioni dove c’era un forte nervosismo e una forte contrapposizione
(ad esempio con la celere)la presenza della banda è servita a tramutare
la tensione e l’odio in danze; la protesta continuava, ma diversamente,
quasi in maniera gioiosa.
Ricordo con piacere nel novembre del ’96 una manifestazione a sostegno
di “Piazza Grande”, un’associazione bolognese di senza
fissa dimora; il comune aveva emanato una sorta di diktat per impedire
di sostare in Piazza Verdi (zona universitaria), soprattutto sotto i portici
del teatro comunale dove spesso dimoravano dei senza fissa dimora. I celerini
presidiavano i portici e la tensione era molto alta perché dall’altra
parte c’era chi voleva ripigliarsi la piazza e i portici. Di colpo,
senza nessun preavviso tra i fischi e le grida di ingiuria contro la celere,
la banda, suonando, si incamminò lentamente e arrivata di fronte
ai celerini continuò ad avanzare sotto il porticato e…i celerini
indietreggiarono lasciando ai musici lo spazio conteso, nuovamente libero
e di tutti dove chiaramente partì la festa danzante. Credo che
se non ci fosse stata la banda una simile azione sarebbe costata molti
ematomi e denuncie, ma si sa che la musica ha un potere tutto suo. La
potenza della banda sta nella capacità di sfruttare la specificità
aggregante della musica e nel saper creare un buon feeling con la gente.
Non so se Galtung nei suoi grafici e nelle sue classificazioni metterebbe
l’agire della banda Roncati nella “trascendenza”. Penso
che pochi in banda sappiano chi è Galtung o si interessino di nonviolenza
o di trasformazioni dei conflitti. La banda Roncati non è un’associazione
di nonviolenti, è un gruppo eterogeneo di persone con opinioni
e pensieri molto diversi tra di loro. Sono però accomunati da una
cosa: che siano a una manifestazione contro la guerra, in un carcere minorile,
in un reparto psichiatrico o a una festa popolare si esprimono suonando.
Massimiliano Pilati
CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
GLI ULTIMI GIORNI, di James Moll
Soggetto e sceneggiatura James Moll
Fotografia Harris Done
Musica Hans Zimmer
Nathan Wang
Montaggio James Moll
David Holden
Produttore June Beallor e Ken Lipper, per Steven Spielberg/Survivors of
the Shoah Visual History Foundation pres.
Durata 86’
Origine USA, 1999
Festival di Berlino 1999 – Selezione Ufficiale – Evento Speciale
Vincitore del Premio Oscar 1999 come Miglior Documentario
Gli ultimi giorni: ovvero il racconto della “passione” di cinque
ebrei deportati nei campi di concentramento tedeschi, nella fase finale
(tra il 1944 e il 1945) della più sistematica campagna di sterminio
perpetrata da un esercito armato ai danni di una popolazione civile disarmata;
cinque ebrei di nazionalità ungherese, il che non è secondario
ai fini di una corretta interpretazione della vicenda filmica: gli ebrei
ungheresi infatti risultavano essere gli unici (poiché ultimi ad
essere deportati in ordine di tempo), ad avere piena consapevolezza dell’assurda
equazione deportazione=morte.
Scorrono davanti ai nostri sguardi i volti dei cinque sopravvissuti alla
Shoah, inquadrati con insistenza, in primissimo piano, dalla macchina
da presa, con la capacità di penetrazione, la carica emozionale
e la forza d’urto che solo il primo piano sa dare, in un tentativo
di riavvicinamento e di abbraccio fraterno e solidale con lo spettatore.
Sgomentano i racconti delle atrocità subite e vissute sulla propria
pelle, le immagini documentarie che fanno da intercalare alla narrazione
orale, e i drammatici interrogativi ancora senza risposta: “…perché
– si domanda all’inizio del film Bill Basch, uno dei sopravvissuti
– perché i tedeschi, nell’ultima fase del conflitto,
quando il crollo del Terzo Reich era ormai inevitabile, anziché
concentrare le proprie risorse belliche, economiche e fisiche in un estremo
sforzo difensivo o nel tentativo di contenere le perdite, hanno continuato
a dedicare tutte le loro energie alll’opera di annientamento degli
ebrei?…”
Il lavoro diretto da James Moll, premiato con l’Oscar come Miglior
Documentario nel 1999, e supportato dal contributo prezioso di Steven
Spielberg, tenta di dare delle risposte a questa come ad altre numerose
questioni aperte dalla Shoah; lo fa con pudore ed intelligenza, servendosi
della voce e degli “sguardi” di coloro che sono sopravvissuti
all’inferno, e salvando sulla pellicola il loro anelito di pace e
il desiderio catartico di riconciliazione.
La storia siamo noi…, recita Francesco De Gregori in una famosa canzone:
ovvero la storia, intesa con al S maiuscola in un’ottica collettiva
e globalizzante, si ricostituisce e si sostanzia nelle vicende particolari
dei singoli individui, in questo caso nelle voci e nella memoria di questi
cinque sopravvissuti: anche per la Storia della II Guerra Mondiale -capitolo
Shoah- risulta decisivo il contributo fornito dai singoli testimoni, attraverso
l’elemento della narrazione orale.
Il dispositivo filmico è supportato da una sceneggiatura solida
e precisa, che gli conferisce ritmo e ulteriore potenzialità di
coinvolgimento emotivo. Coinvolgimento che mira ad incidere nella memoria
collettiva un passato da non ripetersi mai più, ma che sa aprirsi
anche a momenti significativi di dialogo, di conoscenza, e a tentativi
di riconciliazione nel presente, come nella scena dell’incontro tra
Renèe Firestone (una delle sopravvissute) e Hans Münch, capo
dell’Istituto di Igiene SS di Auschwitz, assolto a Norimberga per
aver salvato la vita ad alcune donne ebree sottoponendole ad esperimenti
medici innocui; nella breve sequenza è condensato tutto l’immane
e doloroso sforzo di aprire una via per il dialogo e la comprensione reciproca,
nell’ottica di una possibile risoluzione dei conflitti.
Nel complesso quindi, l’operazione compiuta da Moll è degna
di tutta la nostra attenzione; ma chi si fosse fatto sfuggire questo film
al Cinema non disperi: è appena stata pubblicata la versione Home
Video, disponibile in edicola e corredata da un’utile guida alla
visione.
Gianluca Casadei
Flavia Rizzi
Cooperativa FuoriSchermo–Cinema & Dintorni
Per chi naviga:
www.istruzione.it/spielberg.htm
www.primissima.it/scuola
NESTLE’
A cura di Adriano Cattaneo
AL COMITATO CENTRALE PER IL
GRANDE GIUBILEO DEL 2000
00120 CITTA’ DEL VATICANO
Roma, 7 marzo 2000
Nei mesi scorsi, abbiamo indirizzato alla Sua cortese attenzione una
lettera, nella quale esprimevamo profondo rincrescimento per la scelta
d codesto Comitato di inserire l’impresa elvetica Nestlé tra
le sette aziende fornitrici del Giubileo del 2000.
Avevamo sottolineato con forza che questa azienda, da anni, vìola
coscientemente il Codice Internazionale di condotta Oms/Unicef, sulla
commercializzazione e vendita dei sostituti del latte materno. Con conseguenze
disastrose nei paesi dell’emisfero Sud del pianeta dove, informa
Unicef, ogni anno un milione e mezzo di neonati muoiono per cause derivanti
dall’allattamento artificiale.
Ed anche durante quest’anno giubilare, Nestlé, come altre
imprese dello stesso settore produttivo, continua impunemente a violare
questo Codice, a dispetto della normativa internazionale e di quella dei
singoli paesi. L’ultima testimonianza è data da una denuncia
di un ex-impiegato pachistano della multinazionale svizzera, il quale
ha pubblicato un documento che illustra numerose violazioni.
Avevamo altresì ricordato che lo stesso Santo Padre, in un discorso
del 1994, aveva preso le difese dell’allattamento al seno ed accennato
all’influenza delle multinazionali del latte in polvere sul suo progressivo
abbandono. E che già nel 1998, in occasione della Giornata Mondiale
della Gioventù, la Ribn aveva protestato con mons. Liberio Andreatta,
all’epoca direttore dell’Opera Romana Pellegrinaggi, per un
contratto di ristorazione stipulato con la Nestlé – nella
sua risposta, mons. Andreatta aveva riconosciuto le nostre ragioni ed
assicurato una maggior attenzione in futuro alle implicazioni etiche dei
contratti.
A codesto Comitato Centrale, chiedevamo una maggiore attenzione nell’effettuare
operazioni commerciali e finanziarie, che non possono essere mai neutre,
perché la produzione di beni e servizi ed il commercio nazionale
ed internazionale hanno conseguenze importanti sulla vita e sulla salute
di intere popolazioni. Scegliere un’impresa piuttosto che un’altra,
una banca piuttosto che un’altra, vuol dire anche diventare, in positivo
o in negativo, corresponsabili di ciò che quell’impresa e
quella banca fanno con il nostro denaro.
Il Suo silenzio, Eminenza, non solo ci stupisce, ma è per noi molto
difficile da comprendere. Mentre si sta realizzando il Giubileo e si parla
di perdono e riconciliazione, di rimettere i debiti, di condividere e
fare solidarietà, di rivolgere l’attenzione verso gli ultimi,
proprio ora viene rifiutato un minimo di attenzione ad una questione così
importante e delicata: un milione e mezzo di neonati, sacrificati ogni
anno sull’altare del profitto di poche imprese, meriterebbero quanto
meno una risposta.
Desideriamo perciò sottoporre nuovamente alla Sua attenzione e
sensibilità questo appello. E preannunciamo fin d’ora che
saremo comunque disposti a sollevare il problema, se necessario, con azioni
che richiamino l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica,
nell’osservanza dei canoni della nonviolenza e della correttezza.
Confidiamo in un Suo autorevole interessamento e, nel ringraziare, Le
inviamo i nostri più distinti saluti.
RIBN-RETE ITALIANA BOICOTTAGGIO NESTLE’
Segreteria Nazionale c/o Casale del Podere Rosa
Via Diego Fabbri ang. Via A. De Stefani – 00137 Roma
Fax 0039-6-8270876 (att. Ribn) - e-mail:
Un ex-impiegato della filiale Nestlé del Pakistan, il signor Syed
Aamar Raza, ha recentemente reso pubblici dei documenti interni e riservati
della Compagnia che a suo parere mostrano come la stessa abbia ripetutamente
violato il Codice Internazionale dell’Organizzazione Mondiale della
Sanità: prove di regali fatti ai medici perché prescrivano
i prodotti Nestlé, di incentivi pagati agli impiegati perché
raggiungano targets prefissati di vendita, di contatti diretti tra i promotori
dei prodotti Nestlé ed il pubblico (madri con bambini in età
di allattamento), di forniture di campioni di sostituti del latte materno
alle strutture sanitarie. Tutte queste pratiche sono vietate dal Codice
Internazionale. All’epoca dei fatti (fino alla fine del 1997) il
Pakistan non aveva una legge nazionale equivalente al Codice Internazionale;
le denuncie del signor Raza hanno contribuito ad accelerare l’approvazione
di una legge in questo senso.
La Nestlé nega le accuse e minaccia una denuncia contro l’ex-
impiegato, ma non l’ha ancora depositata in nessun tribunale. Sarebbe
utile che la Nestlé, oltre a negare e minacciare, iniziasse un
procedimento di audit esterno, affidato a consulenti indipendenti ed i
cui risultati siano alla fine resi pubblici. Un simile procedimento permetterebbe
di evitare le annose discussioni tra la Nestlé e chi da anni l’accusa
di violare il Codice Internazionale.
LIBRI
A cura di Silvia Nejrotti
Philip Alston, Diritti umani e globalizzazione. Il ruolo dell’Europa,
Torino 1999, Edizioni Gruppo Abele, pp. 170, £ 16.000
“Non ci sono automatismi nelle faccende umane; il movimento verso
un mondo più umano non avviene inesorabilmente. (...) Un’efficace
difesa dei diritti umani richiede una comprensione delle dinamiche che
hanno fatto della Dichiarazione universale un faro di luce in una notte
di disumanità” (p.18). Ed interamente teso ad interpretare
tali dinamiche, alla luce dei fenomeni fondamentali che attraversano l’attuale
tempo storico, vale a dire globalizzazione e costituzione dell’Unione
Europea, è questo testo di Philip Alston. Da qui il filo conduttore
che intesse il libro: nei confronti della Dichiarazione del 1948, “la
sfida (...) è di riconciliare le esigenze di continuità
e cambiamento in modo da conservare l’aquis in termini di dignità
umana, e nello stesso tempo assicurare la capacità di rispondere
a nuove sfide, alle circostanze mutevoli e al progresso nel rispetto dei
valori condivisi” (p. 18-19). Per dare corpo a tale sfida occorre
dimostrare - ed è obiettivo esplicitamente dichiarato del testo
(cfr. p. 10) - che l’approccio tradizionale alla globalizzazione
e all’integrazione europea, di tipo economicistico ed escludente
ogni considerazione relativa ai diritti umani, “è alla fine
controproducente e può anche rivelarsi autolesionistico” (p.
10).
Il volume si articola in due ampi capitoli: nel primo l’autore dà
luogo ad una disamina del processo di globalizzazione al fine di valutarne
il grado di compatibilità con la Dichiarazione universale dei diritti
umani, nel secondo è tematizzato invece il rapporto tra Unione
Europea e diritti umani. Il tutto è proposto in “una prospettiva
rivolta all’azione: a completamento delle analisi sono infatti avanzate
concrete raccomandazioni per il futuro” (p. 7).
Mi soffermo in breve sulla seconda parte, dove viene svolta un’accurata
analisi volta ad evidenziare come l’Unione Europea, nonostante ammetta
l’esigenza di “una politica sui diritti umani coerente, equilibrata,
solida e professionale” (p. 56), oltreché innovativa e all’altezza
dei tempi (cfr. l’“Agenda 2000 per i diritti umani dell’Unione
Europea”, 1998), non abbia ancora adottato adeguate misure per tradurre
in realtà questa ed analoghe enunciazioni di principio. Muovendo
da questa constatazione, l’autore intende avanzare “un pacchetto
di riforme equilibrato e completo, estremamente attento a rispettare i
limiti di quanto è giuridicamente e politicamente realizzabile”
(p. 57), orientato all’idea che “le strutture e le istituzioni
competenti devono essere più trasparenti e aperte alle domande
della società civile e delle varie sentinelle per la tutela di
diritti umani” (p.59). Assunto fondamentale per dare l’avvio
al passaggio dal livello dei principi a quello delle politiche concrete,
in tema di diritti umani, è il riconoscimento, da un lato, che
la politica interna ed esterna all’Unione non può essere diversa
né divisa e, dall’altro, che nuove ed efficienti strutture
politiche e burocratiche sono necessarie per realizzare gli impegni assunti
e dichiarati dall’UE. In costante equilibrio dialettico tra tensione
ideale e senso della realtà sta l’analisi di Alston, conscia
che, fino a quando l’UE e gli Stati membri non promuoveranno concrete
misure per raggiungere questi obiettivi, “darsi a immaginare grandiosi
progetti per il gusto di farlo non ha molto senso” (p. 166).
Il testo di Philip Alston è pubblicato dalle Edizioni Gruppo Abele
nell’ambito della collana Alternative, diretta da Giuliano Pontara
e promossa dall’International University of Peoples’Institution
for Peace (IUPIP). Nella medesima collana, inaugurata qualche anno fa
da La personalità nonviolenta dello stesso Pontara, altri testi
di rilevante interesse: da La logica della pace di Simona Sharoni alla
riflessione di Michel Chossudovski su La crisi albanese; da Inventare
futuri di pace di Elise Boulding all’indagine su Islam e nonviolenza
ad opera di Chaiwat Satha-Anand.
Qualche parola, infine, sull’autore: Philip Alston insegna diritto
internazionale all’Istituto Universitario Europeo di Firenze e, dopo
essere stato presidente del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici,
sociali e culturali dal 1991 al 1998, collabora oggi con numerose organizzazioni
internazionali.
ESTERI
A cura di Sergio Albesano
Il Parlamento internazionale
degli scrittori
Le città dell’asilo politico: una rete contro l’intolleranza,
per la protezione degli scrittori minacciati e perseguitati.
L’International Parliament of Writers (I.P.W.) è stato creato
dopo un appello lanciato nel luglio 1993 da trecento autori di tutto il
mondo, come reazione all’incremento degli assassini di scrittori
in Algeria. I firmatari dell’appello affermavano la necessità
di una struttura internazionale capace di organizzare una solidarietà
concreta con gli scrittori perseguitati, nella forma di una rete di città
dell’asilo politico. Essi decisero anche di difendere la libertà
di creazione ovunque essa fosse minacciata e di intraprendere indagini
e ricerche sulle nuove forme di censura. Il 24 giugno 1994 l’I.P.W.
fu costituita e venne eletto Salman Rushdie suo primo presidente. L’attuale
presidente è Wole Soyinka, mentre tra i presidenti onorari figura
Vaclav Havel. Hanno aderito, tra gli altri, Saul Bellow (U.S.A.), John
Michael Coetzee (Sud Africa), Vincenzo Consolo, Giovanni Giudici, Claudio
Magris, Antonio Tabucchi (Italia), Jacques Derrida (Francia), Slavenka
Drakulic (Austria), Carlos Fuentes (Messico), Günter Grass (Germania),
Naguib Mahfouz (Egitto), Josè Saramago (Portogallo).
Attualmente la Rete è composta da venticinque città, tra
cui Berna e Losanna (Svizzera), Francoforte (Germania), Gijon (Spagna),
Göteborg (Svezia), Oporto (Portogallo), Salisburgo (Austria), e si
sta diffondendo in America Latina e in Africa. La Rete finora è
stata in grado di offrire circa quaranta residenze ad autori provenienti
da Afghanistan, Albania, Algeria, Bangladesh, Cuba, Iraq, Iran, Kosovo,
Nigeria, Uzbekistan, Serbia, Sierra Leone, Vietnam, Yemen. In Italia hanno
aderito la città di Venezia e la regione Toscana con i Comuni di
Certaldo, Grosseto e Pontedera. Nel marzo 1998 l’I.P.W. ha aperto
una Casa dell’asilo politico a Città del Messico, che ha accolto
diversi autori perseguitati, è diventata il centro del coordinamento
della Rete in America Latina e inoltre è stata utilizzata anche
come centro per incontri, scambi, mostre e conferenze.
L’I.P.W. si sta dotando di un sito in Internet e di una rivista,
intitolata “Autodafe”, pubblicata simultaneamente in sei lingue,
che offrirà testimonianze, indagini e analisi sugli spazi della
cultura e sugli effetti della censura.
Gli scrittori protetti dalla Rete sono scelti dall’I.P.W., grazie
all’attività di un Osservatorio della libertà di creazione
costituito a Barcellona, che si avvale a sua volta di molti contatti internazionali.
L’iniziativa, proteggendo gli autori perseguitati, ha la finalità
sia di garantire la libertà di espressione, sia di diffondere il
diritto di asilo politico, per “riconquistare nuovi territori liberi
dove l’atto di creatività sia non solo tollerato ma incoraggiato
e dove gli scrittori possano continuare a scrivere anziché ad essere
uccisi; insomma un vero e proprio arcipelago dell’immaginazione”.
Essere una città della Rete significa mettere a disposizione degli
artisti e degli scrittori in pericolo luoghi di residenza, finanziare
l’I.P.W., facilitare con le autorità locali le procedure per
far ottenere i visti e i permessi di soggiorno e finanziare i viaggi degli
scrittori verso le città ospiti, assicurare agli scrittori residenti
le coperture assicurative sociali e incoraggiare la loro integrazione
garantendo l’accesso ai servizi pubblici municipali e difendendo
il loro lavoro attraverso letture, traduzioni e pubblicazioni.
Al fine di sviluppare una vero polo di solidarietà, una Regione
può entrare nella Rete raggruppando alcuni Comuni. In questo modo
i costi dei soggiorni sono divisi fra più Comuni e istituzioni
regionali.
Per diventare una Città o una Regione della Rete è necessario
aderire ai principi della Carta della Rete, sottoscriverne le condizioni
ed essere accreditati presso l’I.P.W.
L’I.P.W. è un’associazione senza scopo di lucro ed è
finanziata dalla sottoscrizione dei suoi membri e delle città che
ne fanno parte, oltre che di alcune istituzioni europee.
INFO: 120 rue Hotel del Monnaies, B-1060 Brussels, tel. 32 2 539 10 47,
fax 32 2 534 45 59, e-mail:
Sergio Albesano
LETTERE
Telefonini invadenti
anche nei treni
Caro direttore,
è purtroppo sempre più frequente per chi viaggia in treno
la sventura di dover subire le conversazioni al telefonino di qualche
vicino.
Qualcuno educatamente si alza e risponde sottovoce allontanandosi in corridoio
o nelle piattaforme dei vagoni, ma la maggior parte fa finta di essere
a casa propria, e ti stordisce con interminabili conversazioni, a volte
banali (“sono a Padova, qui c’è nebbia”), d’affari
(“passami l’ufficio contratti, ho detto duecento, non trecento
pezzi da 40!”), litigate furibonde o dichiarazioni d’amore in
serie, prima alla moglie e poi magari ad un’altra…
Per chi, come me, sceglie di viaggiare in treno anche per poter utilizzare
il tempo di viaggio per leggere e scrivere, viene da diventar pazzi.
In Inghilterra ho visto che ci sono scompartimenti di treno “vietati
ai telefoni cellulari”, in Italia no.
Qualche volta ho tentato direttamente, con molta cortesia, o indirettamente,
con ironia ad alta voce, di far cessare l’intrusione, ma con scarsi
risultati o prendendomi delle risposte sgarbate.
Ho chiesto allora aiuto ad un ufficio delle Ferrovie e, con difficoltà,
abbiamo scoperto che il viaggiatore non cellulare-dipendente ha il diritto
di impedire il disturbo.
Infatti l’Orario Ufficiale delle FS, inverno 1999-2000 (la Bibbia
per chi viaggia in treno), al capitolo “prescrizioni di carattere
generale per i viaggi in ferrovia” riporta al punto 11 bis, che precede
il 12 sul “divieto di fumare”, e che dice testualmente: “Uso
dei telefoni cellulari in treno. L’uso dei telefoni cellulari a bordo
dei treni è consentito nei corridoi o sulle piattaforme delle vetture;
l’uso nei compartimenti e nelle vetture salone è consentito
a condizione che non arrechi disturbo agli altri viaggiatori.”
E’ chiaro quindi che se un viaggiatore dichiara di essere disturbato,
l’uso dei cellulari non è più consentito.
Mi sembra opportuno ed urgente che questo articolo del regolamento sia
fatto conoscere alla pari del “divieto di fumare”, stampandolo
in evidenza con adesivi in ogni vagone.
Questo, tra l’altro, eviterebbe di subire l’inquinamento elettromagnetico
che, come il “fumo passivo”, colpisce anche chi decide di non
usare cellulari, soprattutto al chiuso dove sono ancora più dannosi.
Michele Boato
Mestre VE
Quando la leggerezza
diventa una sfida politica
Cos’è la leggerezza ?
La leggerezza è il progetto umano che dei progetti mantiene solo
uno schizzo del disegno principale : l’uomo.
La leggerezza è l’incommensurabile, irrinunciabile libertà
dell’uomo. Poiché ogni uomo è libero. Libero comunque.
Libero di avere dentro di sé il dono sacro di ogni essere umano
: il dono del rispetto e dell’amore per l’altro.
La leggerezza è l’insieme delle indistruttibili fondamenta
dei nostri princìpi.
La leggerezza è il superamento leggero della dicotomia sconfitta
- vittoria. Per la leggerezza non esiste sconfitta che non sia vittoria.
Non esiste rispetto umano che sia meno forte di qualsiasi presunta sconfitta.
Non esiste ricchezza maggiore del senso di appartenenza ad una civiltà.
Leggerezza come sorriso.
E’ con questa leggerezza che ho sognato che il mondo potesse essere
cambiato. E’ con questa leggerezza che si può abitare l’abisso
tra un “qui e ora2 e una futura e piena realizzazione dell’uomo.
Un qui e ora che, agli occhi leggeri dell’uomo che crede nell’uomo
(e quindi a Dio, a Buddha,...), appare stupendo, incredibile, incorrotto
eppure abitato da una disumana violenza umana. E un futuro dell’uomo
che non reclama la razionalità del tempo poiché come destino
dell’uomo si è già formato nelle radici e nel sangue
che uniti ci appartengono come l’aria appartiene ai polmoni. Un destino
che attende di essere chiamato subito.
La leggerezza non abita solo nella storia o solo nel futuro. Se abitasse
solo nella storia sarebbe come se avesse un solo occhio, il quale non
sa percepire la profondità dell’essere, ma sa solamente giudicare
l