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Voglia di impero, smania di comunità, rifiuto della
democrazia Verso il Convegno di Firenze su Nonviolenza e politica
di Daniele Lugli
Ci sono due desideri collettivi che caratterizzano questi anni: la voglia di
impero e la voglia di comunità. Della prima ci parla l’inizio veramente
folgorante del libro di Fabio Mini ("La guerra dopo la guerra"). La voglia di
impero, o si potrebbe dire la smania di impero, è il fenomeno che caratterizza
quest'avvio del terzo millennio. Sembra quasi che l'esperimento della democrazia
popolare dopo meno di un secolo stia scivolando all'indietro verso un nuovo
sistema imperiale. Almeno parallela cresce un’altra voglia, quasi una
smania, di comunità, la nostalgia di una comunità che non abbiamo in verità mai
conosciuto. Scrive Zigmunt Bauman ("Voglia di Comunità"): La comunità ci manca
perché ci manca la sicurezza, elemento fondamentale per una vita felice che il
mondo di oggi è sempre meno in grado di offrirci e sempre più riluttante a
promettere. Ma la comunità resta pervicacemente assente, ci sfugge costantemente
di mano o continua a disintegrarsi, perché la direzione in cui questo mondo ci
sospinge nel tentativo di realizzare il nostro sogno di una vita sicura non ci
avvicina affatto a tale meta... La voglia di sentirsi in quella comunione
profonda diventa ricerca di un legame collettivo, potremmo quasi dire un legame
“purché sia”, anche inventato. Il che sarebbe in sé abbastanza ridicolo se non
avesse elementi preoccupanti, che emergono in luoghi non poi così lontani da
noi, con esiti cruenti. È la ricerca di un’appartenenza che ci sorregga nella
distinzione da chi è diverso da noi perché sta oltre un certo confine, definito
per stile di vita, gruppo etnico o religioso, o semplicemente una distinzione
funzionale a rivendicare il nostro privilegio. La smania di impero e di
comunità sono entrambi modi di rifiutare la politica, la democrazia, la ricerca
faticosa della costruzione di una convivenza, che non è regalata. L’impero è
una soluzione; significa che c’è qualcuno, più forte di tutti, che aggiusta le
cose. Nella storia, almeno in quella nostra, lo hanno impersonato i romani, poi
gli inglesi, ora gli americani. Preferire l’impero è arrendersi ad un’evidenza
semplice: se il mondo è fatto in modo tale che si può essere solamente piaga o
coltello, meglio essere coltello - e possibilmente stare dalla parte del
manico.
L’atomica contro l’ipocrisia Spesso chi mi chiede di parlare di Aldo
Capitini mi domanda che cosa c’è di vivo nei suoi scritti. La domanda vera è per
me quanto di vivo porto io (e portano anche gli altri) rispetto alle cose
scritte e compiute da Aldo Capitini, cioè quale sia oggi la nostra capacità di
proposta rispetto ad una testimonianza di pensiero e di azione che ho avuto la
fortuna di incontrare. C’è tra gli altri un testo breve di Capitini, scritto
tre giorni dopo la bomba di Hiroshima e pubblicato sull’Epoca nel suo primo
numero - siamo nell’agosto del ’45: “Tutta la potenza si è raccolta in una bomba
di sovrumana potenza”, scrive Capitini, “l’imperium si è ricollocato verso
l’unica forza che d’ora in poi può decidere della guerra o della pace”. Di
seguito tratteggia in modo sintetico e preciso quello che oggi noi chiamiamo
globalizzazione, la prospettiva - ormai realizzata - di un mondo che si fa uno.
E, ancora a proposito della bomba, dice: è un bene che sia avvenuto, ci toglie
la possibilità di fare dei distinguo sull’opportunità della violenza e ci
interroga su come possiamo affermare, al di fuori di una logica di forza, i
valori costruiti attraverso l’esperienza di comunità che per la guerra hanno
sofferto. Nella crisi e nel vedere in prospettiva il conflitto mondiale che
si stava preparando, ancora dopo la bomba di Hiroshima e Nagasaki, Capitini
ripropone con forza la nonviolenza come varco attuale della storia, come “la”
cosa da fare, un tema politico da affrontare. Il che vuol dire trasformare anche
le istituzioni, che poi sono modalità di relazione tra le persone. Nel tempo si
sono irrigidite, ispessite, e vanno di nuovo vivificate. È una cosa con la
quale occorre fare i conti, in particolare dovranno farlo i giovani in una
situazione nella quale parlare di politica ha un suono che, se non è osceno, ci
manca poco, perché il tipo di esperienza che viene fatta nella vita pubblica nel
nostro paese, da anni a questa parte, ha perso molti degli elementi di valore,
che sono inscritti anche nella nostra Costituzione.
Una marcia di molti… Aldo Capitini è noto soprattutto come ideatore e
promotore della Marcia per la pace Perugia-Assisi, che ha avuto la prima
edizione nel 1961. Qualche breve cenno per contestualizzare. Il 1961 è l’anno in
cui si costruisce il muro a Berlino, l’anno della crisi di Cuba, che ci porta
sull’orlo della guerra atomica. All’indomani della Marcia Kennedy dirà che “o
gli uomini sono capaci di liberarsi della guerra, o la guerra si sbarazzerà di
loro”. In questo clima politico e culturale si colloca la prima Perugia-Assisi
promossa da questo professore umbro che non ha dietro a sé grandi
organizzazioni, nessuna forza politica o religiosa, solo l’intuizione di questa
manifestazione per affermare una volontà popolare di pace. La Marcia ebbe un suo
significato e un suo senso, tanto che è stata ripetuta e ancora si ripete, ad
anni alterni, con l'aggiunta di edizioni “speciali”. Dopo quella prima
iniziativa furono costituite un po’ dappertutto le Consulte per la Pace, con
l’appoggio delle forze politiche e sindacali di sinistra, colpite dalla gravità
del momento. Capitini, non iscritto a partiti, ma noto per il suo impegno contro
la guerra fin sotto il regime fascista, divenne presidente della consulta
nazionale della pace. Ci furono momenti di forte partecipazione popolare, che
abbiamo ritrovato forse solamente con la campagna delle bandiere arcobaleno.
Aldo Capitini, che pure aveva un ruolo riconosciuto - presidente nazionale della
Consulta - in un movimento tanto ampio, sentì il bisogno di qualcosa di più
specifico e radicato, che andasse oltre larghe ma generiche manifestazioni per
la pace. Per questo scelse di costituire un piccolo movimento: il Movimento
Nonviolento.
…un movimento di pochi Quando la pace è in pericolo si leva la reazione
spontanea delle persone, una sensibilità che però scompare non appena i media
guidano la nostra attenzione su un tema diverso, su un’altra urgenza. Il rifiuto
della violenza è un obiettivo più mirato, più quotidiano, che pervade tutto il
modo di essere di una società e non si realizza per caso. La guerra è
un’espressione, orribile, dell’incapacità di risolvere in modo diverso dalla
violenza i problemi che si pongono. Da lì nasce la necessità, per tutti noi, di
approfondire il tema della nonviolenza e da lì nasce anche il piccolo ma
tenacissimo Movimento Nonviolento in cui mi ritrova. Per lo stesso desiderio
di esprimere messaggi precisi, specifici, dopo la Perugia-Assisi Capitini indice
a Roma una marcia “contro la guerra, il terrorismo, la tortura”. Dalle migliaia
che avevano marciato in Umbria, si passa a 200 persone. Il tema è chiaro: ci
sono persone disposte in ogni caso ad assumere la questione della violenza come
un punto centrale, consapevoli ormai che le strade dell’inferno sono lastricate
di buone intenzioni e che le vie del cambiamento, percorse con mezzi violenti ed
incoerenti con il fine, portano al peggio. Gandhi precisa in più punti che
dobbiamo esercitare la nostra padronanza sui mezzi che scegliamo, poiché sui
fini è impossibile esercitare un controllo. Per certo sappiamo che quanto
facciamo s’imprime indelebilmente sul risultato. Non è vero che il fine
giustifica i mezzi, come l’interpretazione più banale di Machiavelli fa dire, è
invece vero, sicuramente vero, che i mezzi pregiudicano il fine, lo distorcono,
lo fanno diventare diverso da quello che si voleva.
Un banco di prova: politica, amministrazione locale,
partecipazione L’esperienza del fare politica, a partire dall'amministrazione
locale, è, diceva Capitini, una responsabilità necessaria. Può esserci nella
vita un momento di meditazione quasi monastica, scriveva, ma poi occorre passare
di nuovo per la vita pubblica, perché questa capacità di relazione con gli altri
è ciò di cui siamo costituiti. Altrimenti, ci ricordava, verrà ancora un tempo
in cui le persone avvertiranno i politici come persone lontane, che non li
rappresentano. È molto bello, diceva Aldo, che ora ci siano comizi nelle piazze
e non una persona che arringa le masse dal balcone di piazza Venezia o dalla
radio, ma non sarà un progresso vero se resterà la distinzione tra chi parla e
chi ascolta. Un tentativo di risposta erano i suoi Centri di Orientamento
Sociale, dove si andava per ascoltare e parlare, non uno senza l'altro, dove i
temi più diversi erano affrontati. Patate e ideali, ripeteva Capitini. Affiorano
esperienze che riprendono quell'ispirazione, di seria e impegnata costruzione
dal basso d’istituti per la miglior conoscenza, discussione, deliberazione degli
argomenti di comune interesse. È la necessaria aggiunta, fondata sul potere di
tutti, agli istituti di democrazia rappresentativa, che attraversano una
profonda crisi: dall'ONU alla circoscrizione. La democrazia, nella sua
migliore espressione che è quella costituzionale, appare fragile nelle
cosiddette democrazie occidentali. Sembra avere smarrito la sua forza
propulsiva. Viene da chiamarle democrazie accidentali. La loro pretesa di
esportare diritti con la forza dell'economia, della corruzione, delle armi ha
dato luogo, al più, a democrature, che hanno fatto apparire meno orride, se non
rimpiangere, le istituzioni precedenti.
Democrazia e costituzione La democrazia costituzionale è esigente: chiede
che la promessa d’eguaglianza che caratterizza il diritto sia presa sul serio,
sempre più sul serio, turbando gli equilibri esistenti se sono fondati, come
sono, sull'oppressione, su una violenza strutturale, coperta da una violenza
culturale che impedisce il venire allo scoperto della violenza diretta. Quella
che più ci spaventa, minacciando la nostra stessa vita, la nostra faticata
sicurezza. La strada da percorrere era individuata con chiarezza nell'art. 3
della nostra Costituzione. I due commi vanno letti bene e assieme: Tutti i
cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza
distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche,
di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli
ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e
l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e
l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica,
economica e sociale del Paese. Realizzare la promessa d’eguaglianza e
libertà, nell’effettiva partecipazione di tutti all'organizzazione politica,
economica e sociale non è stata una priorità per le forze politiche, di governo
e d’opposizione, sia pure con diverse responsabilità. Né i partiti sono stati,
ben prima di tangentopoli, le libere associazioni dei cittadini per concorrere
con metodo democratico a determinare la politica nazionale, promessi dall'art.49
della Costituzione. Tanto meno lo sono oggi. I partiti al potere, uniti nella
Casa delle impunità, hanno messo mano anche alla Costituzione stravolgendone
l'impianto, limitando la partecipazione effettiva dei cittadini, vanificando il
sistema di garanzie, delineando una figura di premier particolarmente
inquietante in un paese che ha insegnato il fascismo al mondo. Per questo, quale
che sia la pochezza dei loro oppositori, vanno sconfitti nelle elezioni e va
liquidato, nel referendum costituzionale, il loro eversivo disegno.
Il potere di tutti È un esito che si andava da tempo preparando. Aldo
Capitini, libero religioso e indipendente di sinistra, fuori dalle chiese e dai
partiti, vedeva, e si era all'indomani della liberazione del nostro paese, la
fragilità della costruzione democratica, il rischio di una progressiva
distruzione della democrazia. Denunciava la superficialità dell'approccio dei
partiti interessati a conquistare e gestire posizioni di potere più che alla
trasformazione, secondo libertà e giustizia, delle istituzioni. Vedeva iniziata
una strada, ai cui esiti assistiamo ora quasi impotenti, che avrebbe portato il
paese in una situazione pre-fascista, con il fallimento dei partiti come
strumento di rappresentanza ed intervento politico dei cittadini, il discredito
delle organizzazioni sindacali, la disaffezione nei confronti degli istituti
della democrazia. C'è una lezione da imparare e diffondere: Ognuno deve
imparare che ha in mano una parte di potere e sta a lui usarla bene, nel
vantaggio di tutti; deve imparare che non c'è bisogno di ammanettare nessuno, ma
che cooperando o non cooperando, egli ha in mano l'arma del consenso e del
dissenso. E questo potere lo ha ognuno, anche i lontani, le donne, i
giovanissimi, i deboli, purché siano coraggiosi e si muovano cercando e
facendo. E Capitini non stava mai fermo, sempre a promuovere, a sollecitare,
a sperimentare. Una società democratica che stia immobile, si corrompe e si
muta: essa ha bisogno di rinnovarsi continuamente dal di dentro; la sua salute
sta nel movimento, e il movimento è impresso dal libero giuoco delle proposte
riformatrici. La nostra proposta, riassunta al massimo consiste nello
sviluppare e qualificare il controllo dal basso delle istituzioni
rappresentative ad ogni livello, nell'aggiungere al metodo democratico il metodo
nonviolento nelle lotte politiche sociali, economiche, nel costruire luoghi che
consentano ai cittadini di determinare la politica, integrando, se non
radicalmente mutando o sostituendo, i partiti, che a tale compito male
assolvono, nel lavorare per una nuova socialità capace di affrontare la crisi
della forme istituzionali infra e sovra statali. Non ci stancheremo di
avanzarla e, per quel che ci riesce, di praticarla.
La nonviolenza interpella anche Polizia e Carabinieri Una buona pratica
nella formazione delle Forze dell’Ordine
Nostra intervista ad Andrea Cozzo A cura di Elena Buccoliero
È possibile trattare con metodi nonviolenti le situazioni di crisi che le
Forze dell’Ordine si trovano quotidianamente ad affrontare? Che rapporto c’è tra
il rischio personale corso dagli agenti e la disposizione ad esercitare
violenza? E tra l’identificazione nel ruolo e nella divisa, e i comportamenti
sulla strada? Ne parliamo con Andrea Cozzo (Movimento Nonviolento), docente
di “Teoria e pratica della nonviolenza” e di “Lingua e civiltà greca” presso
l’Università di Palermo. Negli ultimi anni ha condotto corsi sulla “Formazione
alla gestione creativa e nonviolenta delle situazioni di tensione” con la
Guardia di Finanza e i Carabinieri della sua città, e con i Vigili di Pescara,
incontrando circa 200 persone. Con loro ha parlato di strategie comunicative, di
ruoli, di uso della forza e, soprattutto, di alternative.
Quando si parla di questo tema due sono le principali obiezioni che vengono
poste: da un lato l’idea che le Forze dell’Ordine siano già preparate a svolgere
il loro lavoro riducendo al minimo l’uso della violenza, dall’altro la
convinzione che se violenza resta, vuol dire che è inevitabile e quindi
legittima, anche perché agita con una divisa addosso. Poi c’è un ultimo
approccio, cioè che in alcuni casi la violenza sia voluta e
inestirpabile… Certo, queste sono le prime eccezioni che mi vengono
presentate. In linea di principio non credo che un poliziotto usi la violenza
per divertirsi o in modo arbitrario, ma la nonviolenza è un passo più in là. Non
è semplicemente l’uso legittimo, o legale, o giustificato della forza, ma è
cercare un’alternativa per non fare né subire violenza, e per non permettere che
ne venga fatta ad altri. Ci vuole tempo perché questa idea penetri nelle
coscienze. La nonviolenza è un sovrappiù, uno scardinare il pensiero dicotomico
che contrappone due sole ipotesi – imporsi o subire – per seguire una strada
diversa attraverso delle vere e proprie tecniche di comunicazione. Per
“comunicazione” intendo le parole che si dicono ma anche i toni con cui vengono
pronunciate, i gesti che le accompagnano. E poi capire che la comunicazione è
fatta non soltanto di una parte attiva, di presa di parola, ma innanzitutto e
prima ancora - fatto che solitamente viene ignorato – di una capacità di ascolto
e di una capacità di domanda. Il mio invito ricorrente era proprio a mantenere
una capacità di domanda anche di fronte all’atteggiamento che sembra più facile
da decifrare. Ho incontrato quasi duecento agenti e giurerei che erano tutte
ottime persone, di quelli che si divertivano a picchiare mi pareva che non ce ne
fossero. Tutti raccontavano di averlo fatto solo quando era necessario. Allora
si trattava per me di restringere il limite di questa necessarietà. Non ho mai
detto: “fate male a manganellare”, oppure “state sbagliando tutto”, perché,
ripetevo, “sulla strada ci siete voi, voi sapete come stanno le cose veramente.
Però vi dico la mia”. Come erano organizzati i corsi? Duravano in tutto
25-30 ore. Nella prima parte, teorica, parlavo soprattutto io per definire i
concetti base di violenza e di nonviolenza, e di come la capacità comunicativa
può impedire l’escalation. Nella seconda metà del corso davo la parola agli
agenti per una parte applicativa. Invitavo i corsisti a presentare casi tratti
dalla loro esperienza in cui avevano ritenuto necessario ricorrere all’uso della
forza, e insieme cercavamo di capire se quello che io avevo appena detto poteva
essere di aiuto per individuare altre possibilità. Poi, certo, c’erano
situazioni che a loro sembravano veramente impossibili da trattare con la
nonviolenza e io non mi sono mai opposto a questo, proprio perché l’esperienza
diretta ce l’hanno loro, non io. Ma domandavo, veramente domandavo, se non si
poteva fare diversamente. Ecco, ho cercato soprattutto di seminare dei dubbi, e
mi pare di esserci riuscito. Le tue parole suonavano nuove all’orecchio dei
corsisti? Sostanzialmente sì. Alcuni avevano ragionato su questi temi nei
percorsi di formazione come poliziotto di quartiere, per esempio parlando della
mediazione nelle liti familiari. Nessuno aveva mai pensato di applicare le
stesse strategie non soltanto come terze parti, ma nei conflitti di cui era
parte. Anche il fischio di un vigile sulla strada può essere fatto in modo da
farti sentire colpevole oppure semplicemente per richiamare la tua attenzione. E
fare questo non significa cedere di fronte a chi infrange la legge, ma adoperare
dei modi comunicativi che permettono all’altro di non percepire davanti a sé un
nemico, e di non opporsi a propria volta. Il tema della controparte mi
sembra molto importante. Chi rappresenta la legge sembra sempre dover assumere
delle parti, designare il giusto e lo sbagliato… E in tutto questo, durante
i corsi, moltissimo giocava la pretesa degli agenti di non avere pregiudizi, e
che tutti i pregiudizi li avessero i cittadini contro di loro. In qualche misura
la loro è una percezione reale perché la divisa non piace granché, ma negli
agenti scattavano meccanismi uguali e contrari. Ad esempio, per loro era chiaro
che chi si comportava in modo sbagliato aveva l’intenzione di violare la legge e
magari di “fregarli”, non esisteva la possibilità che una persona si stesse
semplicemente sbagliando, o che non conoscesse la regola. Ci sono pregiudizi
verso alcuni comportamenti, e forse anche verso alcune categorie di
persone…? Generalmente i giovani, per non parlare dei manifestanti. I no
global sono considerati tutti dei violenti. Se li invitavo ad approfondire la
conoscenza diretta mi dicevano: “Non possiamo mica metterci a terra seduti
accanto ai no global!”. Capisco; se però farlo aiuta la comunicazione, forse un
poliziotto può sedersi su un marciapiede due minuti per stare accanto ad un
ragazzo e comunicare con lui in modo meno rigido. Perché la divisa poi… …è un
bell’ostacolo, no? La maggior parte degli agenti racconta di trasformarsi
quando indossa la divisa. Alcuni si sentono i difensori della legge e non
guardano più in faccia a nessuno, “nemmeno mio fratello” dicevano per mostrare
la loro imparzialità – e io a cercare di dimostrare che forse è possibile
guardare tutti come il proprio fratello, piuttosto che nessuno. Altri dalla
divisa si sentono irrigiditi, adoperano una gestualità assolutamente innaturale
perché questo è ciò che ritengono ci si aspetti da loro. È un problema
complesso, e non può essere risolto finché ognuno si preoccupa di quello che
l’altro si aspetta, anziché concentrarsi sulla propria identità più vera.
Avrai trovato, probabilmente, una violenza dettata dalla paura in situazioni
in cui le Forze dell’Ordine si sentono in prima linea, e particolarmente a
rischio. Questa obiezione era presente, collegata ad un’idea di nonviolenza
come cedimento. “Come”, ribattevano, “io sono quello che rischia di più e tu mi
dici di essere nonviolento?”. Abbiamo lavorato molto sulla gestione delle
emozioni in situazioni di tensione e sulla creatività. Qui ho adoperato lo
schema di Galtung a proposito dei tre momenti di fronte al conflitto: la
diagnosi, cioè la lettura della situazione, poi la prognosi, la proiezione del
conflitto, e infine la terapia, vale a dire l’intervento. Nel conflitto
pienamente dispiegato ci si inserisce, esattamente come la barca non si oppone
alle onde, né si lascia travolgere, ma le prende per il verso giusto per
avvantaggiarsene. Possono esserci situazioni in cui le Forze dell’Ordine
hanno a che fare con persone violente, o alterate, e in cui devono decidere in
tempi brevi come comportarsi. Abbiamo analizzato il caso di vicini che
avevano chiamato la polizia perché in strada degli ubriachi lanciavano bottiglie
contro le porte, facevano schiamazzi, e gli agenti: “Che cosa potevamo fare noi,
se non dargli subito addosso per immobilizzarli?” Ho proposto alternative che
un po’ hanno fatto ridere ma un po’ sono servite. Proviamo per esempio ad
immaginare di solidarizzare con queste persone, magari chiediamo da bere
piuttosto che dirgli di smettere e questo ci consentirà di avvicinarli e di
distoglierli dal loro comportamento senza fargli male. Un agente della Guardia
di Finanza raccontò di essersi comportato in un modo simile di fronte ad un
paziente psichiatrico che, rimasto solo in casa, si era messo a buttare dal
balcone pentole, mobili, tutto. In molti avevano cercato di fermarlo urlando
sotto il balcone, la polizia era arrivata a dirgli di smettere, altri avevano
cercato di forzare la porta ma invano, perché lui l’aveva bloccata con degli
ostacoli. Questo agente era arrivato e aveva detto semplicemente: “Me lo offri
un caffè?” E quello: “Acchiana”, cioè “Sali”. Ecco, vedi… bastava non opporsi.
Non sempre si riesce a fare la cosa giusta, per tante ragioni. Si ha a volte
l’impressione che per le Forze dell’Ordine, come per altre istituzioni, sia
quasi impossibile ammettere gli errori. Come se dire “ho sbagliato” significasse
mettere in discussione la propria legittimità - mentre per molti cittadini è
esattamente il contrario, proprio il silenzio o la negazione creano sfiducia in
chi dovrebbe difenderci. Ne abbiamo parlato riferendoci alle relazioni
interpersonali con il cittadino. Il poliziotto che si accorge di avere sbagliato
è in difficoltà di ammettere l’errore, anche quando se ne accorge - e questo è
direttamente proporzionale a quanto aveva alzato il tono precedentemente, al
grado di presunzione di veridicità che aveva mostrato. È la gradualità della
lotta nonviolenta. Già, bisognerebbe partire sempre dal livello più basso di
conflittualità e senza avere la presunzione di scommettere sulla correttezza di
quello che si pensa, o perfino di quello che si osserva. L’ho detto molte volte:
i sensi ingannano, ci possiamo sbagliare. Possiamo interpretare male quello che
abbiamo davanti agli occhi. Nel senso comune c’è la convinzione che alcune
persone trovino nella divisa la protezione per dare sfogo alle proprie
frustrazioni. Sì, ma ammettere questo non è facile perché la divisa
condiziona davvero e ti dice che tu sei la legge. Da “alzo il tono perché la
legge me lo consente”, a “alzo il tono perché sopraffare un altro mi fa stare
meglio psicologicamente”, il passo è breve e chi lo compie difficilmente ne ha
consapevolezza, sono due stadi troppo vicini e interni al rapporto con il
proprio ruolo. Ci sono situazioni valutate come impossibili da
trasformare? Quando ho parlato di mafia, lì era proprio un no secco. Invano
ho citato frasi di Falcone che potevano essere lette come nonviolente, lì
veramente mi dicevano “Lei professore vive sulle nuvole”. E poi le grosse
manifestazioni: “Quando i no global tirano le pietre - mi dicevano - che cosa
fai se non: primo squillo di tromba, secondo squillo di tromba e poi carica…?”.
Sai se le lezioni hanno avuto una influenza sulla pratica quotidiana degli
agenti? Alcuni me lo hanno detto successivamente. Moltissimi, soprattutto i
più anziani e i più colti, mi dicevano: “Io mi rendo conto che queste sono cose
belle, forse sono anche fattibili, ma mi rendo conto pure che ormai ho un’altra
mentalità”. E questo era bello e triste al contempo. Forse bisognerebbe
entrare nelle scuole di polizia… Oh sì, moltissimi me lo hanno consigliato:
“Queste cose le dovrebbe insegnare alla scuola di polizia, avrebbero dei
risvolti enormi; noi abbiamo già avuto un addestramento di un certo tipo…” Ed
effettivamente alcune cose sono proprio conflittuali. Per anni gli hanno
insegnato tutt’altro, adesso arriva uno che parla di nonviolenza… O è stupido, o
è una specie di prete laico che vive sulle nuvole… oppure dobbiamo cambiare
qualcosa. Ne nasce un conflitto interiore in cui non è facile cavarsela. Te
ne hanno parlato? Alcuni sì, lo riconoscevano: “Ora so che non è così
meccanico fare come mi hanno insegnato, ma non sono sicuro di saper agire in
modo diverso”.
I nostri poliziotti nonviolenti saranno dei riformatori
“…Io ho ammesso che anche in uno stato nonviolento potrebbe essere necessaria
una forza di polizia. Questo, lo confesso, e' un sintomo dell'imperfezione del
mio ahimsa. Non ho il coraggio di affermare che potremo fare a meno di una forza
di polizia come lo affermo riguardo all'esercito. Naturalmente posso immaginare,
e immagino uno stato nel quale la polizia non sarà necessaria; ma se riusciremo
a realizzarlo o meno soltanto il futuro potrà deciderlo. La polizia che io
concepisco tuttavia sarà di tipo totalmente diverso da quella oggi esistente. Le
sue file saranno composte da seguaci della nonviolenza. Questi saranno i
servitori e non i padroni del popolo. Il popolo darà loro spontaneamente tutto
il suo aiuto, e grazie alla reciproca collaborazione, essi saranno in grado di
far fronte con facilità ai disordini, che saranno peraltro in continua
diminuzione. La forza di polizia disporrà di alcune armi, ma ne farà uso solo
raramente, se non addirittura affatto. Di fatto i poliziotti saranno dei
riformatori”.
M. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino 1973, 1996, p.
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Una proposta di legge per formare la polizia alla
nonviolenza
Il 6 dicembre 2001 preso la Sala Rossa del Senato, a Roma, si è svolta una
conferenza stampa di presentazione pubblica di una proposta di legge recante
"Norme di principio e di indirizzo per l'istruzione, la formazione e
l'aggiornamento delle forze di polizia", che ha come primo firmatario il
senatore Achille Occhetto ed è stata sottoscritta da vari parlamentari di
diverse forze politiche. Sei articoli di legge per chiedere che la formazione
del personale di polizia sia “coerentemente ispirata ai valori della
Costituzione della Repubblica” (Art. 1), “introducendo le metodologie didattiche
più idonee ad elevare la conoscenza e l'uso dei valori, delle tecniche, delle
modalità di servizio e delle strategie della nonviolenza” (Art. 2). La
proposta è nata dopo il G8 di Genova su forte stimolo di Peppe Sini, amico della
nonviolenza ed instancabile animatore del Centro di Ricerca per la Pace di
Viterbo. Essa prevede una vigilanza costante dei programmi di formazione delle
forze dell’ordine e il coinvolgimento diretto, come formatori, di persone con
una preparazione e un’esperienza specifica in ambito nonviolento. Va detto
che, a differenza di altre, questa proposta di legge non ha proseguito il suo
iter parlamentare…
Un colloquio nel braccio della morte con Donald Dufour Quarantanove anni,
detenuto da ventuno per omicidio
E’ detenuto nel braccio della morte di Raiford (Florida). L’abbiamo
conosciuto nell’ambito dell’iniziativa “scrivere a un condannato a morte” della
Comunità di Sant’Egidio. Nel mese di ottobre ci siamo recati negli USA per fare
visita a Donald. Ecco il racconto di una nuova amicizia.
Per Donald sono stati giorni di colloquio quelli di sabato e domenica. Un
evento raro nelle sue giornate all’interno del braccio della morte del carcere
di Raiford. Il suo ultimo colloquio risaliva ad un anno fa. Donald è
diventato amico di Marco, un medico italiano della Comunità di Sant’Egidio, che
ha iniziato a scrivergli : un pen pal che in sei anni di corrispondenza ha
dimostrato una tale fedeltà e fantasia nel mantenere un rapporto così
complicato, da essere ormai la famiglia di questo detenuto. Il sole del nord
della Florida comincia a splendere quando con Marco e Sandra arrivo a Raiford,
un paesino circondato da campi e foreste che consiste essenzialmente in una
cittadella di complessi carcerari. I colloqui iniziano alle nove, ma alle
sette e mezza molti parenti sono già in attesa all’ingresso. Si riconoscono le
mogli, che si sono fatte particolarmente belle per l’incontro, i genitori
anziani e cauti nel seguire le procedure per l’ingresso, quelli che come noi non
sanno bene che cosa fare per entrare, i bambini assonnati. C’è una signora
bionda, sui quarant’anni, che ha l’aria di aver affrontato tante volte la
trafila che precede il colloquio: dà indicazioni a chi ne ha bisogno, indica
moduli da compilare, dice ai più anziani di aspettare seduti, che di tempo da
aspettare ce n’è. La solidarietà che ho già sperimentato in Italia, fra chi
aspetta di incontrare una persona a cui vuol bene e che conosce la medesima
tribolazione degli altri in coda con lei per la perquisizione. Ingresso,
foto, impronte digitali, perquisizione, cartellino di riconoscimento. Guardie
più cortesi, meno cortesi, solerti, che sgranocchiano incessantemente. Siamo
all’interno delle mura. Per raggiungere il parlatorio il percorso è
all’aperto, ma in un corridoio di maglia di metallo e filo spinato che
attraversa i cortili. Poco distante da noi vediamo l’ala dove vivono i
condannati a morte “pericolosi” o con problemi psichici; ogni cella ha una porta
che dà direttamente sul luogo dove trascorrono l’ora d’aria: una fila di gabbie
singole di un paio di metri di lato, come piccoli pollai. Passando ci capita di
sentire arrivare da lì le urla fortissime di un detenuto che batte contro la
porta. Penso alle famiglie dei detenuti che passeranno lì davanti come noi e lo
sentiranno. Avrei quasi preferito che il tempo non fosse così bello, che il
prato fra un camminamento e l’altro non fosse stato reso di un verde brillante
dalla pioggia della settimana precedente, che la natura non sottolineasse
clamorosamente, per contrasto, l’innaturalità di un luogo fatto per rinchiudere
uomini per anni ed anni, in attesa di essere uccisi. Donald è un tipo
tranquillo, non ha creato problemi durante la carcerazione e quindi il colloquio
sarà in una stanza con una trentina di tavolini attorno a cui sedersi. Nella
stanza adiacente intravediamo il parlatorio in cui i colloqui sono fatti con il
citofono e con un vetro che divide il detenuto dal visitatore. Arriva
Donald. Lo riconosco dalle foto che mi ha mostrato Marco, ma lui non ci vede
finchè non richiamiamo la sua attenzione sbracciandoci. Ha l’aria spaesata, di
chi non è abituato a questa situazione ed ha qualche problema di vista. E’ un
uomo alto e magro che abbraccia a lungo Marco e poi saluta me e Sandra che vede
per la prima volta. E’ particolarmente contento di conoscere Sandra, la moglie
di Marco: un altro pezzo della sua famiglia. Quarantanove anni di vita di cui
i primi sedici passati a cambiare continuamente città con la sua famiglia, la
tossicodipendenza di un ragazzo non benestante e l’accusa per due omicidi legati
agli ambienti che frequenta. Una fidanzata al momento dell’arresto che muore
in un incidente mentre lo va a trovare in carcere. Ventun’anni di
carcerazione fra il Mississipi e la Florida trascorsi in celle minuscole, due
ore da trascorrere all’aperto due volte alla settimana ed una gran
solitudine. Di questa parte di storia emergono frammenti durante le due
giornate di colloquio che ci sono state concesse, dalle nove di mattina alle tre
di pomeriggio, anche in considerazione della distanza e del fatto che le visite
per Donald sono rare. Ma emerge anche un aspetto della sua vita in carcere
sicuramente più inaspettato. Donald è un uomo che dalla sua cella, dalla
finestra minuscola e dotata di sbarre, tiene gli occhi ben aperti sul mondo: la
televisione e la lettura della versione in inglese di “Le monde diplomatique”.
Gli interessi che coltiva nonostante le limitazioni della sua condizione, con la
lettura di riviste che parlano di moto e di meccanica che passano di mano in
mano fra tutti i detenuti. La corrispondenza con Marco che gli manda notizie
delle attività della Comunità di Sant’Egidio nel mondo (corredate di cartine,
foto, notizie sui paesi), con la scuola elementare Coppino di Novara (i cui
bambini sono diventati ormai per tutta la sezione che ospita Donald i “Coppino’s
kids”), con gli anziani di un istituto che gli dedicano preghiere e belle
cartoline. E’ un uomo con tante cose ed amici di cui chiedere e discutere,
quello con cui ho passato quelle ore attorno al tavolino d’acciaio del
parlatorio; uno che è curioso di sapere delle guerre civili in Africa e delle
nostre vite, che ha voglia di conoscere una vita diversa da quella che ha
fatto. Donald sostiene come può il bene di cui viene a conoscenza. Ha
pochissimi soldi con cui acquistare all’interno del carcere quello di cui ha
necessità, ma ha mandato ai bambini della scuola elementare con cui corrisponde
venticinque dollari per un’iniziativa a favore della cura dell’AIDS in Mozambico
a cui stavano lavorando; “perché i bambini vanno incoraggiati, devono sapere che
è una cosa importante quella che stanno facendo”. Raccoglie firme fra gli altri
detenuti per sostenere gli appelli urgenti per tentare di salvare la vita a
condannati a morte di diversi paesi del mondo e poi li spedisce ai governi
coinvolti. Le ore passano, inframmezzate dalla conta dei detenuti che qui le
guardie eseguono facendoli alzare dai tavoli e allineandoli ad una parete. Si
parla tanto (nonostante il nostro inglese non proprio perfetto), anche dei
carceri italiani. Si scherza, si ride giocando a briscola, guardano i figli
piccoli di alcuni detenuti che sgambettano nella stanza. Mangiamo panini
molto americani che si acquistano al parlatorio e possiamo anche farci fare
delle foto insieme. E’ domenica, vediamo arrivare le tre sul grande orologio
appeso in fondo alla sala colloqui. I saluti sono abbracci forti e un po’
commossi. Donald ci aspetta l’anno prossimo. Ci mettiamo in coda per
l’uscita e lo vediamo, a sua volta in attesa, con la casacca arancione sul cui
retro, noto ora, è scritta a pennarello la taglia per permette una rapida
distribuzione dopo il lavaggio comune. Parliamo un po’ meno del solito
allontanandoci dal carcere. Penso al valore enorme che può avere una lettera
in carcere: la possibilità di allacciare un'amicizia duratura e sincera, di
allargare le sbarre creando uno spazio libero per il pensiero. Rifletto, una
volta di più, sull’amicizia che in Italia mi lega ad uomini condannati
all’ergastolo e sulla fortuna di vivere in un paese che ha abolito la pena di
morte. Pensiamo all’inutilità di una pena che vuole insegnare a non uccidere
uccidendo, che nega la possibilità del cambiamento delle persone. Parliamo di
Donald felice per la visita, della sua partecipazione alla vita: davvero l’amore
è più forte della morte. Pensiamo al suo nuovo processo ed alla possibilità
della commutazione della sua pena. Donald ci aspetta l’anno prossimo.
Emergenza Africa anche per l’obiezione di coscienza Chi rifiuta
l’esercito è costretto all’esilio, senza diritti
Molti di noi si ricordano le speranze legate all’indipendenza dell’Eritrea
nei primi anni novanta. Soprattutto perché in Eritrea iniziava un percorso di
sviluppo che non faceva affidamento sulle istituzioni internazionali come la
Banca Mondiale, che hanno portato molti altri paesi ad un enorme indebitamento
estero. Però, 14 anni dopo, la situazione è completamente diversa, e
tragica. Quando la War Resisters’ International ha ricevuto le prime
informazioni dall’Eritrean Antimilitarist Initiative (Iniziativa Eritrea
Antimilitarista) siamo rimasti scioccati: reclutamento forzato ed
imprigionamento, esecuzioni di giovani – uomini e donne –, perciò chi rifiuta il
servizio militare ha l’esilio come unica alternativa. I contatti che War
Resisters’ International ha in africa sono ancora scarsi. Il 15 maggio, giornata
internazionale dell’obiezione di coscienza, sarà una buona occasione per
accendere i riflettori sulla situazione in Eritrea e una buona opportunità per
conoscere gruppi antimilitaristi africani.
Ulteriori informazioni sulla situazione in Eritrea sono disponili in una
documentazione pubblicata su sito della WRI:
http://wri-irg.org/news/2005/eritrea-en.htm
Andreas Speck Staff WRI di Londra
Obiezione di coscienza in Eritrea
Situazione generale del paese:
L’Eritrea, paese del Corno d’Africa, ha ottenuto la sua indipendenza de-facto
il 24 maggio del 1991 dopo 30 anni di una dura, sanguinosa e costosa lotta
armata senza regole contro la confinante Etiopia. L’Eritrea ha formalmente
dichiarato la propria indipendenza nel maggio del 1993 in seguito ad una
schiacciante vittoria del sì al referendum svoltosi sotto la supervisione
dell’ONU. I due maggiori gruppi etnici del paese sono i Tigrini (50%) e Tigré
(40%); gli Afar costituiscono il 4% della popolazione mentre il rimanente 6%
include i Kunama, i Nara, i Bielen, i Rashaida, gli Hidarb e i Saho. Le due
religioni dominanti sono il Cristianesimo, che comprende cattolici, protestanti
e copta, e l’Islamismo. Le lingue ufficiali sono: tigrino, inglese ed arabo,
anche se sono presenti diversi idiomi locali. L’Italia colonizzò questa
nazione dandole il nome Eritrea nel 1890. In seguito alla sconfitta italiana
nella II Guerra mondiale le sue colonie africane, Eritrea, Somalia e Libia,
furono poste sotto protettorato inglese per 10 anni. Dal 1945 al 1950 il futuro
di queste tre nazioni fu una tematica assai controversa all’interno delle
Nazioni Unite che si concluse con la creazione di una sconsiderata
confederazione tra Etiopia ed Eritrea, un progetto della durata di 10 anni, dal
1952 al 1962. La confederazione si concluse però anticipatamente, quando, nel
1961, l’Etiopia ne violò le condizioni dichiarando l’annessione dell’Eritrea
come sua 14esima provincia. Nello stesso anno il Fronte Eritreo di Liberazione
(ELF) iniziò una resistenza armata sotto la leadership di Hamid Idris
Awate. Nel 1970 una fazione dell’ELF, conosciuta come Forze Popolari di
Eritrea (PFE) si distaccò: si trattò di un movimento rivoluzionario guidato
dalle nuove generazioni. Dopo il suo primo congresso, nel 1977, il PFE si
riorganizzò come Fronte Popolare Eritreo di Liberazione (EPLF), che eclissò
l’ELF. E fu proprio questo nuovo movimento che, dopo una lunga guerra, riuscì a
raggiungere l’indipendenza dall’Etiopia. L’EPLF stabilì immediatamente un
governo di transizione guidato da Issayas Afewerki leader della vittoriosa lotta
per l’indipendenza. I membri dell’EPLF occuparono tutti i ruoli amministrativi e
le posizioni chiave. Nel 1994, il terzo congresso dell’EPLF, decise di cambiare
nuovamente nome in Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia
(PFDJ). Diversamente dal suo nome, il regime instauratosi non fu né
democratico né giusto. Si rivelò un governo incostituzionale, in quanto ignorò
che un suo organo, la Commissione Costituzionale Eritrea, creata nel 1994, aveva
dato vita ad una carta costituzionale ratificata dai cittadini eritrei nel 1997.
Dopo l’11 settembre 2001, il regime imprigionò 11 membri di spicco del partito
di opposizione che avevano chiesto una svolta democratica del paese e
l’applicazione della carta costituzionale ratificata dalla
popolazione. Attualmente il PFDJ è il solo legislatore all’interno del duro
regime dittatoriale. Alla popolazione eritrea sono negati i diritti umani e
civili fondamentali, ogni forma di protesta va inevitabilmente a concludersi con
un arresto arbitrario, l’incarcerazione e la tortura. Per tutti i cittadini
eritrei che avevano creduto nella creazione di un nuovo stato di pace, stabilità
e prosperità, la misura delle guerre, della corruzione e dell’abuso di potere
che seguirono all’indipendenza del paese furono incredibili. Unici anni dopo
l’indipendenza e tredici dopo la liberazione, l’Eritrea è un paese dove la
povertà e l’oppressione sono la regola. Negli ultimi tre anni il campo
d’addestramento militare Sawa è stato destinato a quartier generale per il
servizio nazionale universale. Tutti gli studenti delle scuole secondarie,
maschi e femmine, sono costretti a finire il loro dodicesimo anno di studio in
una scuola all’interno del Sawa. Nessuno di loro ha proseguito negli studi
universitari una volta adempiuto il servizio nazionale. L’Università di Asmara,
la sola università dell’Eritrea, ha solo studenti del terzo e del quarto anno
che si sono iscritti prima che tale legge entrasse in vigore. Il governo ha
completamente militarizzato il paese. Il forzato reclutamento dei giovani, come
l’arruolamento di minorenni e adulti fino a 50 anni, è prassi quotidiana. Le
reclute sono trattate brutalmente e ci sono prove di abusi sessuali sulle donne,
nessuno ha il diritto di interrogare le autorità militari. Nessuno ha il diritto
all’obiezione di coscienza. Negli ultimi tre anni e mezzo, agli eritrei è
stato negato il loro diritto costituzionale della libertà d’espressione. Non ci
sono giornali, canali televisivi o stazioni radio indipendenti, gli unici mezzi
di comunicazione attivi sono controllati dal governo. Solo internet può fornire,
a coloro che hanno la possibilità di accesso a tale fonte di informazione, delle
notizie non condizionate dalla propaganda governativa. La politica estera
condotta in questi anni ha isolato il paese, allontanando organizzazioni di
difesa dei diritti umani, agenzie d’aiuto allo sviluppo e in generale la
comunità internazionale. Il dittatore ha usato il concetto di Unità Nazionale al
fine di intimidire e discreditare gli oppositori al regime. Le minoranze
religiose sono diventate vittime di persecuzioni, incarcerazioni e torture.
Secondo l’agenzia di notizie Compass Direct, 187 eritrei cristiani sono stati
arrestati fin ora quest’anno, la cifra comprende gruppi in preghiera, intere
cerimonie di matrimonio, gruppi di studio della Bibbia, intellettuali e
professionisti. Spesso questi arresti riguardano anche bambini e persone
anziane. Secondo il “Christian Post” del 24 febbraio 2005 il governo eritreo,
a partire da maggio 2002, ha chiuso le chiese protestanti del paese, dichiarando
i loro luoghi di culto illegali e proibendo adunate private. Solo 4 religioni
sono ufficialmente accettate: Cristianesimo ortodosso, Cattolicesimo,
Luteranesimo e Islamismo. L’obiezione di coscienza è un tabù. Gli obiettori
di coscienza sono marchiati dal regime come codardi e antipatriottici. Non
esiste nessun ricorso alla legge né servizio civile sostitutivo per gli
obiettori di coscienza. Le conseguenze dell’obiezione di coscienza e della
diserzione sono severe torture, imprigionamento per lunghi e periodi e persino
la pena di morte. Dopo gli orrori della guerra contro la confinante Etiopia
dal 1998 al 2000, il numero degli obiettori di coscienza tra i militari è
cresciuto. Attualmente sono migliaia quelli che obiettano il servizio militare e
che per questo sono costretti ad andare in esilio. Un considerevole numero sono
fuggiti in Europa, Libia, Etiopia e Sudan chiedendo asilo politico. I rifugiati
politici eritrei in Germania hanno fondato “Iniziativa Antimilitarista Eritrea”
(EAI), che dà supporto ai rifugiati che devono fuggire dall’esercito eritreo e
che combatte per la pace e contro il militarismo in Eritrea.
Conseguenze della guerra
Il negativo impatto che la lunga guerra per l’indipendenza e il successivo
conflitto hanno avuto sulla società e sull’economia eritrea sono incalcolabili.
Hanno inasprito le conseguenze del ciclo di siccità che ha afflitto l’intera
regione e ha fatto sì che milioni di persone dipendessero dagli aiuti
internazionali per la loro sopravvivenza. I risultati di questo conflitto sono
orrendi: perdita di vite, impoverimento, profughi, terreni minati, saccheggi,
confisca di proprietà, esilio e traumi. Attualmente, più di un terzo della
popolazione eritrea vive in esilio. La guerra ha portato allo sgretolamento
delle famiglie, alla perdita della cultura di appartenenza, del modello di
società, sia per le persone rimaste che per quelle in esilio.
ONG nazionali ed internazionali
E’ presente una modesta attività di Organizzazioni Non Governative nazionali
ed internazionali. Queste sono però sotto il controllo del regime, non ci sono
ONG che difendano i diritti umani o che testimonino il reclutamento militare
forzato nella sua brutalità ed il trattamento riservato agli obiettori di
coscienza. Il governo non tollera la presenza di ONG indipendenti, gruppi di
difesa dei diritti umani, osservatori internazionali e giornalisti stranieri.
L’inchiesta richiesta da Amnesty International e altri è stata ignorata e tutti
i giornalisti internazionali sono stati ufficialmente allontanati.
Obiezione di coscienza come via per la pace
Le persone in Eritrea vivono una crisi politica, economica e sociale. C’è
urgente bisogno di creare una sana atmosfera democratica, con una leadership
costituzionalmente eletta ed sistema politico multipartitico; altrettanto
importane è l’immediato rilascio dei prigionieri politici e degli obiettori di
coscienza. Per ciò l’EAI difende il rifiuto del servizio militare all’interno
del descritto contesto.
Noi rifiutiamo il servizio militare, il militarismo e la guerra per le
seguenti ragioni:
1.Le idee e gli insegnamenti dell’obiezione di coscienza si basano, sulla
pace, l’umanità e la morale. Crediamo che questa sia la risposta per resistere
alla propaganda di unità nazionale e sovranità nazionale, che sono fuorvianti e
provocatorie. 2.La maggioranza delle persone è contraria alla guerra in
Eritrea a quella contro i paesi confinanti, la regione ed il mondo, i governi
devono iniziare a pensare a delle soluzioni pacifiche, ad accrescere il rispetto
per la vita umana e programmare la costruzione di una società giusta e sicura
per le generazioni future. 3.L’obiezione di coscienza è all’estremo opposto
del dominio della guerra. Crediamo che l’obiezione di coscienza possa far fronte
e cambiare gli obiettivi militari.
Passi verso una pace duratura
L’EAI crede che il seguente percorso possa aiutare a raggiungere un pace
duratura fondata sui diritti umani, civili e politici.
1.Introdurre e coltivare il rispetto per l’obiezione di coscienza ed offrire
agli obiettori la possibilità del servizio civile come alternativa a quello
militare. 2.Stabilire una cultura fondata sul pluralismo, la civiltà, il
rispetto e la tolleranza. 3.Sviluppare un sistema politico basato sui
principi democratici. 4.Adottare percorsi di lotta
nonviolenta. 5.Risolvere i conflitti pacificamente attraverso il dialogo, la
mediazione, ed il negoziato. 6.Rispettare il diritto internazionale.
Yohannes Fidane *
* Rifugiato eritreo che vive in Germania, dove è attivo nell’Iniziativa
Eritrea Antimilitarista (Eritrean Antimilitarist Initiative)
E’ in uscita anche in Italia la serie di video “Una forza più potente”
(prodotta negli Stati Uniti dalla York Zimmerman e diffusa in versione DVD nel
nostro paese dal Movimento Nonviolento) che presentano 6 casi storici di
resistenza nonviolenta nel XX° secolo. Presentiamo una scheda al mese: dopo
Danimarca e India seguiranno Polonia, Cile, Sudafrica, Usa.
A cura di Luca Giusti
La marcia del sale è un esempio emblematico della strategia gandhiana; la
campagna rappresenta un punto di non ritorno nel processo di lotta che porterà
l’India all’indipendenza nel 1947.
La situazione: Nel 1930 l’India era da oltre un secolo il gioiello della
corona del maggiore impero coloniale del momento (la regina Vittoria era stata
proclamata Imperatrice delle Indie nel 1877). Per riuscire a controllare
l’immenso sub-continente indiano, i colonizzatori inglesi puntavano sulla
passività delle masse , sulla collaborazione dell’aristocrazia terriera e delle
classi medie occidentalizzate, cui era stata affidata parte dell’amministrazione
territoriale, e sulla politica del divide et impera, che sfruttava le profonde
divisioni interne (tra Indù e Musulmani, tra moderati ed estremisti, tra caste,
regioni, lingue diverse…). A partire dagli ultimi anni dell’Ottocento si era
sviluppato un movimento nazionale indiano, articolato in diverse componenti, ma
egemonizzato all’inizio dai gruppi moderati, che nel 1885 avevano fondato il
Partito del Congresso (Indian National Congress). In questo contesto si
inserisce Gandhi che, dal suo rientro dal Sudafrica nel 1915, ha avviato una
serie di campagne nonviolente su questioni locali che hanno destato crescente
attenzione di leader politici indiani, autorità britanniche, ma soprattutto
delle masse di oppressi.
Le prime fasi della campagna
?1930, inizio di marzo: Gandhi scrive al viceré Irwing comunicando la sua
decisione di contestare la tassa sul sale e l’intenzione di promuovere una
campagna di disobbedienza civile contro di essa. Gli Indiani si sarebbero recati
sulla costa e avrebbero prodotto da sé il sale, infrangendo il monopolio
inglese. Prepara l’azione mettendo a fuoco l’iniquità della tassa, sapendo
che sarebbe stata un simbolo potente.
A.Dajtur, militante della campagna: “Voleva concentrarsi inizialmente su
un tema insensibile alle differenze di classe, di cultura e anche economiche e
riuscì così a toccare una corda in ogni cuore indiano”
?12 marzo: Gandhi inizia la marcia dall’ashram Sabarmati di Ahmedabad, un
itinerario di circa 400 km, fino a Dandi, sulla costa, cercando, attraverso il
percorso della marcia, il maggior coinvolgimento di popolo e un crescendo
graduale, per non far precipitare le cose con gli inglesi. Ben presto i
marciatori sono migliaia e via via che il percorso si snoda, il numero cresce
sempre di più.
La politica di non collaborazione Gandhi vuole recidere il legame di
collaborazione dei funzionari locali con i colonizzatori. Tappa dopo tappa
chiede dunque ai notabili di dimettersi dai ruoli istituzionali.
Alyque Padamse, attore: “Gandhi diceva: come possono centomila Britannici
controllare più di 350 milioni di Indiani? Il sistema funziona per
l’acquiescenza degli Indiani. Se smettiamo di fare tutto quello che vogliono
come possono cavarsela?” e ancora “Non ce l’hanno presa loro l’India, siamo noi
che gliel’abbiamo consegnata ”
Per lui, però, l’indipendenza non si può raggiungere solo attraverso un
cambiamento politico al vertice, ma richiede profonde e radicali riforme della
società indiana che coinvolgono l’educazione, la salute, la condizione delle
donne, il superamento del sistema delle caste, la redistribuzione della terra e
comportano il “risveglio in ogni settore della vita” e una vasta azione popolare
nonviolenta.
Le forme di non collaborazione sono perciò molteplici. Una di queste è il
boicottaggio dei tessuti e delle merci straniere. Simbolo di questa lotta ed
emblema dello swadeshi (spirito religioso che ci limita all’uso e al servizio
dell’ambiente più circoscritto possibile) è l’uso del kadi, il filato di
cotone locale, che diventa la divisa dei satyagrahi e di tutti gli Indiani
coinvolti nella lotta.
?6 aprile: all’alba Gandhi raccoglie una manciata di sale; la notizia si
diffonde immediatamente, coinvolgendo grandi folle in attesa, che si dirigono
verso il mare per fare altrettanto.
L’uso politico della repressione Il governo è sorpreso: aveva contato
sull’indifferenza e sulla codardia, ma la visione profonda di un leader
carismatico come Gandhi aveva avuto successo: era riuscito a trovare le
motivazioni giuste per mobilitare le masse e per far confluire tale motivazione
su un’azione concreta e significativa.
Di fronte ad azioni sempre più diffuse e incisive di disobbedienza gli
Inglesi si trovano davanti ad un vicolo cieco: se arrestano Gandhi infiammano
l’India, se non lo arrestano lasciano che sia lui a dar fuoco alla paglia.
?4 maggio: Lord Irwin fa arrestare Gandhi e mette in atto una pressione
continua, volta a contenere le reazioni esercitando il minimo della violenza; la
campagna però non si ferma, anzi i decreti di emergenza, il controllo sulla
stampa, i divieti di adunata scatenano trasgressioni sempre più massicce e gli
arresti sono migliaia. E’ proprio ciò che Gandhi vuole. La repressione
allora si fa ancora più dura, ma i manifestanti la affrontano con fermezza e
determinazione, come davanti alle saline di Dharasana, quando subiscono colpi
tremendi, ma non recedono.
Assiste ai fatti un reporter di nome Miller, la cui testimonianza finirà su
200 giornali di tutto il mondo: “Andavano giù come birilli, sentivo
distintamente il rumore dei manganelli sui loro crani indifesi, cadevano spesso
svenuti con brutte ferite e fratture, sangue dappertutto”
Gli arresti e le brutalità della repressione , accettati come parte della
lotta, vengono usati come un boomerang e si ritorcono contro chi li usa,
danneggiando la posizione britannica quasi quanto la campagna stessa. Resistere
alla repressione è una dimostrazione di autonomia, una affermazione di
indipendenza e una erosione continua dell’autorità britannica:
B.R.Nanda, storico: “Se un’autorità si scontra con una disobbedienza
diffusa, il suo potere si svuota”
La coercizione nonviolenta al negoziato e la conclusione della campagna La
lotta si estende: il commercio inglese cala del 25%; tre negozi su quattro di
tessuti stranieri chiudono.
? 1931 gennaio: il primo ministro britannico Ramsey Mc Donald è costretto al
negoziato, il primo con un Indiano come interlocutore alla pari.
? 17 febbraio: Il negoziato si conclude dopo tre settimane, con il rilascio
degli arrestati e l’abrogazione delle ordinanze repressive. La disobbedienza
civile è interrotta e Gandhi rinvia a successivi incontri a Londra le questioni
costituzionali.
L’India resta sotto il dominio britannico, ma la marcia del sale ha posto
fine alle pretese di legittimità di tale dominio, ha risvegliato la
consapevolezza del proprio potere da parte degli Indiani e ha impresso una
svolta al processo di indipendenza, che giungerà a compimento sedici anni dopo,
nel 1947.
Riferimenti bibliografici essenziali:
M.K.Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, (a cura di Giuliano Pontara),
Einaudi, Torino, 1973, ediz. Economica Einaudi 1996, con saggio introduttivo di
Pontara rivisto e ampliato M.K.Gandhi, Villaggio e autonomia, Libreria
Editrice Fiorentina, 1982 M.K.Gandhi, Civiltà occidentale e rinascita
dell’India, Ed. Movimento Nonviolento, Perugia, 1984 MK.Gandhi, La forza
della verità, Sonda, Torino, 1991 E.Erikson, La verità di Gandhi,
Feltrinelli, Milano, 1972 M.Torri, Dalla collaborazione alla rivoluzione
nonviolenta, PBE Einaudi, Torino, 1975 D.Lapierre, L.Collins, Stanotte la
libertà, Mondadori, Milano, 1983 B.R.Nanda, Gandhi il Mahatma, Oscar
Mondatori, Milano, 1984 J.Galtung, Gandhi oggi, EGA, Torino,
1987 E.Collotti Pischel, Gandhi e la nonviolenza, Editori Riuniti, Roma,
1989 Gene Sharp, Politica dell’azione nonviolenta, 3 volumi, EGA, Torino,
1985, 1986, 1996 Il puzzle della nonviolenza, MIR, Centro ricerche per la
nonviolenza, Padova, 1994 J.M.Brown, Gandhi. Prigioniero della speranza.Il
Mulino, , Bologna, 1995 G.Sofri, Gandhi e l’India, Giunti, Firenze,
1995 P.Ackerman, J.Duvall, A Force More Powerful, A Century of Nonviolent
Conflict, St.Martin’s Press, New York, 2000 Centro studi Sereno Regis,
Economia gandhiana e sviluppo sostenibile, Seb 27, Torino,
2000 M.Jurgensmeyer, Come Gandhi, Laterza, Bari, 2004 E.Peyretti,
Esperimenti con la verità. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini , Villa
Verucchio, 2005
Franz Jägerstätter, contadino, obiettore con le mani legate
di Alberto Trevisan
Leggere il nuovo libro sulla vita e le opere di Franz Jägerstätter è, per chi
da anni considera questo “testimone solitario” un importante compagno di
viaggio, come riprendere un lungo itinerario di pace che più volte l’ha portato
a St. Radegund, un delizioso paesino austriaco a soli quaranta chilometri da
Salisburgo vicino al confine tedesco. Si ha la sensazione che nell’armonia di
una natura quasi incontaminata Franz Jägerstätter abbia trovato la forza ma
soprattutto la gioia della lettura profonda della Bibbia, della parola di Dio.
Lui, modesto contadino, che, pur non andando oltre le scuole elementari, è
riuscito a “cogliere nella Bibbia i principi forti del suo orientamento, contro
le resistenze che gli venivano proposte non solo dai legami familiari che
venivano così spezzati, ma dal comportamento di tutto il mondo in cui viveva e
dalle insistenze dei responsabili stessi della sua Chiesa. “Benché morto, parla
ancora” come ci ricorda nella prefazione del libro Luigi Bettazzi, vescovo
emerito di Ivrea e per molti anni presidente di Pax Christi. “Scrivo con le
mani legate” aggiunge ulteriori notizie sulla vita e la scelta del “Testimone
solitario” (il primo libro presentatoci negli anni ‘60 da Gordon Zahn) e dopo la
dettagliata opera di Erna Putz (Franz Jägerstätter, Un contadino contro Hitler,
a cura di Giampiero Girardi, Berti, 2000) ci propone gli scritti autentici di
Jägerstätter durante la carcerazione (prima parte) e quelli precedenti (seconda
parte) che sono lo specchio della maturazione della sua obiezione di coscienza
al nazismo. Senza ombra di dubbio possiamo con gioia affermare che Franz non
solo non è più “un testimone solitario”, sconosciuto e dimenticato, ma oggi,
attraverso quest’ultima opera analitica dei suoi scritti, è considerato come “il
più conosciuto eroe (austriaco) della resistenza”, come afferma Erna Putz nella
sua premessa . Leggere questo ultimo libro così ben predisposto alla
conoscenza e alla riflessione, completo di riferimenti sia biografici che
bibliografici, con approfondimenti biblici spesso corredati da commento
esegetico, è come compiere un cammino della memoria per “non dimenticare” e
vincere l’orribile tentazione dell’oblio. È proprio vero che, come sostiene
Giampiero Girardi, che ha curato con passione l’edizione italiana e che ormai
dobbiamo ritenere come la “memoria storica” della figura di Franz Jägerstätter,
questo “libro è lo strumento che mancava per capire qualcosa di più di una
vicenda che ancora oggi, pur a distanza di oltre sessant’anni, ancora colpisce e
commuove per la sua grandezza”. Se non ci fosse stato il consenso alla
pubblicazione da parte della moglie Franziska delle lettere e degli scritti di
Jägerstätter noi saremmo rimasti molto meno informati e quindi impossibilitati a
capire il profondità la vita e la sofferenza di uno dei più significativi
testimoni della scelta dell’obiezione di coscienza contro la guerra. Ancora
altre lettere e cartoline potremmo leggere proprio per volontà di Franziska dopo
la sua scomparsa, che ci auguriamo più tardi possibile: saranno forse gli
scritti più intensi, più intimi di una storia di amore che anche nel dramma di
una guerra tanto tremenda rappresenterà il trionfo della condivisione di vita
sino in fondo di due semplici contadini in un’Europa messa a fuoco dalla
violenza fratricida e dalla smania della conquista. Adolf Hitler, i cui
natali la storia segnala a pochi chilometri da St. Radegund, è il grande
sconfitto in questa commovente vicenda e con lui tutti gli uomini che pensano di
fare della guerra la risoluzione delle controversie tra i popoli.
Scrivo con le mani legate. Lettere dal carcere e altri scritti
dell’obiettore-contadino che si oppose ad Adolf Hitler” di Franz Jägerstätter, a
cura di Giampiero Girardi, traduzione di Lucia Togni, prefazione di Luigi
Bettazzi, premessa di Erna Putz, Berti, Piacenza, 2005, XXXV+231 pagine, €
13,00.
Ayed Morrar, palestinese, e Jonathan Pollak, israeliano, sono amici. E’ raro
vedere immagini in cui i due non sorridano, o non si sorridano l’un l’altro.
Forse i loro nomi non vi dicono molto, ma sono fra i maggiori attivisti della
lotta nonviolenta contro l’occupazione israeliana. Largamente ignorato dai
media, il loro lavoro ha compreso l’organizzazione di una grande campagna di
resistenza alla costruzione del famoso (o infame, dichiarato illegale nel 2004
dal Tribunale Internazionale di Giustizia) “Muro”, che ha coinvolto a livello di
base migliaia di israeliani e di palestinesi: agricoltori, lavoratori, madri,
studenti, volontari internazionali hanno sfidato i gas lacrimogeni, le battiture
e le pallottole in oltre 50 marce di protesta ed hanno spesso bloccato la
costruzione del muro con i loro corpi. Wafaa Shaheen è un altro nome poco
noto. E’ una donna palestinese, co-fondatrice di “Al Zahraa”, e vive in Israele.
Un quinto della popolazione israeliana lo è, ed il 70% di essi vivono in zone
rurali. Wafaa lavora con le donne, in tali zone, per insegnare ed imparare a
sconfiggere la violenza. Il suo gruppo organizza incontri e seminari sin nei più
sperduti villaggi, dopo di che le donne generalmente danno vita ad
organizzazioni autonome nelle loro comunità. Il 98% delle donne che vengono in
contatto con “Al Zahraa” sono madri povere (la maggior parte è sposata ed ha
figli prima dei vent’anni), vivono esistenze difficili in luoghi isolati e non
hanno contatto con le organizzazioni internazionali. “Il primo incontro è spesso
molto commovente. Per molte donne si tratta della prima occasione nella loro
vita di parlare di se stesse. La violenza, domestica e non, e la partecipazione
sociale sono due istanze ricorrenti. Quando le donne possono definire i propri
bisogni ed organizzarsi l’impatto sulla comunità è positivo ed immediato.”, dice
Wafaa. Lo sa bene il villaggio di Bana Al Zjedet, dove le donne, dopo
l’incontro con “Al Zahraa”, hanno organizzato una manifestazione contro la
violenza domestica. Si trattò della prima azione politica femminile mai compiuta
nel villaggio, e vi presero parte 1.500 donne su una popolazione di 6.000
persone. Nel 2002 “Al Zahraa” organizzò il primo “8 marzo” per le donne
palestinesi in Israele. Con grande sorpresa delle organizzatrici, oltre 1.700
donne da tutto il paese gradirono l’idea e parteciparono. Lo stesso anno,
spronate dal successo, le donne del gruppo organizzarono una conferenza
nazionale in cui, a parlare del proprio desiderio di pace e dei metodi per
ottenerla nelle proprie esistenze, vennero donne druse, beduine, musulmane e
cristiane. “Alcuni uomini ci fanno visita per lamentarsi.”, racconta Wafaa
Shaheen, “Dicono che le loro mogli sono diverse. Ecco un vero segno di
cambiamento: adesso le loro mogli vogliono essere ascoltate.” E ride, perché
anche nella situazione più buia e dolorosa, com’è spesso quella del conflitto
israeliano/palestinese, i volti di Ayed, Jonathan e Wafaa sanno dare luce e
speranza. Sorridono, sì, al futuro che stanno costruendo.
CACCIATORE DI TESTE di Constantin Costa-Gavras Titolo originale: Le
couperet Origine: Belgio, Francia, Spagna Anno: 2005 Produzione:
Michele Ray-Gavras, Jose Maria Morales, Jean-Pierre e Luc Dardenne per KG
Productions, France 2 Cinema, Studiocanal, Les Films du Fleuve, RTBF, Scope
Invest, Wanda Vision S.A., Canal +, Eurimages, Wallimage Distribuzione:
Fandango (2006) Soggetto: Donald Westlake Sceneggiatura: Constantin
Costa-Gavras, Jean-Claude Grumberg Presentato al Festival di Taormina
2005
Una piccola perla l’ultima fatica cinematografica di Costa-Gavras, che riesce
magistralmente a mantenere uno straordinario equilibrio pur avendo scelto un
registro impegnativo e “scivoloso”. Questo noir “luminoso”, tratto dal romanzo
“The Ax” di Donald Westlake, ben lungi dal soffocare lo spettatore con atmosfere
cupe e angoscianti, è invece pieno di luce e di humor, è brillante e divertente,
grottesco e paradossale, ma allo stesso tempo ferocemente drammatico e
inquietante perché capace di spietato realismo nei confronti dei drammi e delle
contraddizioni della contemporanea società capitalistica. Bruno Davert è un
ingegnere chimico di alto livello, molto capace e stimato, che può offrire a sé
e alla sua famiglia un alto tenore di vita. Dopo quindici anni di lavoro al
servizio della stessa azienda nel settore dell’industria cartaria impegnata nel
riciclaggio, perde il suo posto di lavoro a causa di una di quelle - ormai
sempre più diffuse - operazioni di ristrutturazione, fusione e delocalizzazione
della produzione. Ma Bruno è fiducioso, sicuro di sé, in fondo ha solo
quarant’anni e una professionalità di altissimo livello: trovare un nuovo posto
di lavoro per lui sarà come bere il proverbiale bicchier d’acqua, anzi, dopo
anni di tempo sottratto alla famiglia per dedicarsi ad un lavoro sempre troppo
esigente, questa pausa forzata sarà per lui un gradito ricostituente. Il
tempo però scorre e dopo tre anni Bruno ha smesso di essere fiducioso e sicuro
di sé: sta diventando professionalmente “obsoleto” e, conseguentemente,
aggressivo e asociale, anche con i familiari, fino a che la paranoia prende il
sopravvento e un progetto folle si fa strada nella sua mente. Pur riconoscendo
che il vero “nemico” sono gli azionisti e gli speculatori, guidato da un
pragmatismo delirante, deciderà di eliminare quegli sventurati che si trovano,
sempre più numerosi, a condividere la sua infelice situazione e, proprio per
questo, sono diventati suoi concorrenti. Il rinculo “doloroso” della pistola
di Davert diventa icona della sua stessa situazione, quella di vittima di un
sistema che ha contribuito ad edificare e che si è abbattuto su di lui,
trasformandolo in carnefice. Bruno incarna la possibilità (così remota?) di
una follia collettiva come conseguenza della filosofia delirante diffusa nelle
nostre società, dove il denaro, il benessere e il successo sono l’unico motore
della vita. O sei “della tribù” e allora sei al sicuro, oppure sei morto, e
allora devi trovare il modo di rientrare nel clan ad ogni costo, e se con le
parole insegni ai tuoi figli che il fine non giustifica mai i mezzi, il tuo
pragmatismo ti fa giustificare anche i mezzi più feroci. Non c’è odio, non
c’è senso di colpa, cattiveria o piacere: l’omicidio è giustificato come
necessità in nome della sopravvivenza. E’ una battaglia, quella di Bruno, contro
l’ingiustizia delle spietate logiche aziendali e la violenza dell’economia
globale, dove però non si combatte in nome di una superiore moralità e di un
ideale, in nome dell’umanità e della giustizia, e soprattutto dove non c’è più
spazio per la solidarietà: l’individualismo regna sovrano e l’uomo, in questa
società così evoluta, torna ad essere predatore primitivo, spietato e
anestetizzato dal pragmatismo. Costa-Gavras, che con questo film abbraccia il
genere che lui stesso definisce del “fanta-sociale”, ci regala una serie di
spunti interessanti e dissemina il suo film di riferimenti sociali e politici:
le file per il sussidio, i blocchi stradali in difesa del salario, la tv
“spazzatura” violenta e annichilente, i cartelloni pubblicitari pieni di
messaggi volgari che invitano ad acquistare e consumare oggetti e “persone”, i
richiami ad una primitiva aggressività, la contaminazione tra il contesto
sociale e quello familiare... Una pellicola da non perdere, che non smette di
riservare sorprese... fino alla fine.
La birra fa bene a chi la beve ma anche a chi la produce
E’ passato più di un anno da quando la multinazionale olandese Heineken,
produttrice di birre famose in tutto il mondo (l’elenco farebbe venire
l’acquolina in bocca a qualunque appassionato: Amstel, Moretti, Dreher,
Henninger, Budweiser, Adelscott, Ichnusa, Prinz, Sans Souci, Triple Diamond),
annunciò con ruvido distacco la volontà di chiudere lo stabilimento produttivo
di Pedavena, in provincia di Belluno. Pedavena è anche il nome storico di
una birra, prodotta negli stabilimenti del paese, nata nel 1897 ed acquistata
dagli olandesi nel lontano 1974. I cittadini sono sempre andati orgogliosi del
marchio e del ristorante annesso (quest’ultimo gestito da un imprenditore
locale), nei quali lavorano complessivamente 150 dipendenti. La famiglia
Luciani, fondatrice dell’impresa, aveva sin dall’inizio puntato sulla qualità
del prodotto, garantito dalla capacità di maestri maltatori formati in
collaborazione con il locale istituto professionale e da una particolare qualità
delle acque del luogo. Un solo passo espansivo, con l’acquisizione della Dreher
negli anni ’60, destinata a diventare il marchio di famiglia per il resto
d’Italia, poi la necessità di vendere agli olandesi quando il processo di
industrializzazione inizia a falcidiare i piccoli produttori incapaci di stare
al passo con le multinazionali. La mobilitazione contro la chiusura e le
40.000 firme raccolte in pochi giorni inaugurarono nel settembre 2004 una
stagione di lotte sindacali e popolari il cui esito è finalmente stato scritto
l’11 gennaio scorso: la birreria è salva, acquistata dalla Castello di San
Giorgio Nogaro. Ma come si è arrivati ad un risultato così inaspettato?
Certamente, le amministrazioni locali hanno giocato un ruolo importante: ma
il sindaco Franco Zaetta è stato solo il capofila di una protesta che ha portato
parroci, sindacalisti, cittadini ad impegnarsi in un conflitto in cui la
creatività è stata l’arma vincente. Nei momenti di maggior crisi, come ad
esempio il 30 luglio scorso, quando è stata interrotta la produzione nello
stabilimento dopo 107 anni di attività, il consiglio comunale ha deciso di
depositare il marchio collettivo “Pedavena” come azione di disturbo, per
tutelare il nome della località in ogni iniziativa. E quando è circolata la voce
che Heineken non era interessata alla vendita dello stabilimento ma solamente
alla sua chiusura, per evitare la nascita di un concorrente temibile nella zona,
è stato lanciato un appello tra gli artisti italiani affinché dipingessero uno
striscione che raccontasse la storia della birreria: un lenzuolo di 600 metri
portato in giro per la regione, ad incrinare l’immagine dei cinici
olandesi. Chissà cosa avranno pensato il presidente di Heineken Italia Piero
Perron ed il suo amministratore delegato Massimo Von Wunster quando lo scorso
autunno, sotto le finestre dei loro uffici, sono comparsi, a braccetto con i
rappresentanti sindacali, anche i parroci di Pedavena con la benedizione del
vescovo di Belluno. “Pedavena, dove la birra è passione”, diceva uno striscione,
nel tentativo di riportare alla mente il più famoso Calvario. La storia si è
incrociata poi con il mondo della finanza etica: qualche socio di Banca Etica,
scoprendo che tra i titoli in cui investe Etica SGR (la società di gestione
della banca) compariva il marchio olandese, ha chiesto spiegazioni sui motivi di
tale scelta. La banca, dopo aver ascoltato i soci locali, ha deciso di non
vendere le azioni Heineken, ma anzi di utilizzarle per contrastare in assemblea
le scelte del colosso olandese. Nel settembre scorso, per dare un ulteriore
segnale di attenzione, Banca Etica ha proposto di costituire una associazione
che potesse candidarsi all’acquisto della birreria, facendosi garante economico
della proposta. All’Associazione “Pedavena Progetto Birra” aderirono quasi tutti
i dipendenti dello stabilimento, e certo il segnale ha contribuito a dare una
sicurezza alle famiglie coinvolte, da quel momento sicure che in qualche modo la
produzione nello stabilimento sarebbe prima o poi ripresa. Ora la Castello ha
promesso l’assunzione immediata di 20 dipendenti, e di 40 entro fine anno. Altri
40 in questi mesi hanno dovuto trovare altre sistemazioni, ed il costo del
lavoro è probabilmente diventato accettabile per chi dovrà farsi carico di
rilanciare l’azienda. Non sembra un’impresa difficile, visto che la stima del
complesso (stabilimento, ristorante, piazzali, parco annesso di 40 mila metri
quadri) si aggira sui 72 milioni di euro e la capacità produttiva è di 660 mila
ettolitri, per circa 68 milioni di ricavi. Con 600 mila turisti l’anno che si
concentrano soprattutto durante i tre giorni della “Festa della birra”, quando
vengono scolati 350 ettolitri di bevanda bionda, non resta che augurare alla
Pedavena un futuro lungo almeno quanto il suo passato.
Resilienza e coscientizzazione per educare nel tempo della
globalizzazione (2^ parte)
La coscientizzazione
L’educazione alla resilienza1, pur necessaria, non è tuttavia sufficiente ad
articolare una risposta all’altezza del tempo della globalizzazione. Infatti,
oltre ad aiutare i ragazzi a dotarsi degli strumenti di difesa per attraversare
le crisi personali e collettive in un mondo sempre più incerto, è necessario
costruire strumenti che li aiutino ad orientarsi, a capire, a criticare e a
trasformare la realtà. Negli anni ’70 Paulo Freire, nell’elaborare la
pedagogia degli oppressi come strumento di liberazione e pratica di libertà2,
usava la parola coscientizzazione per indicare l’avvicinamento critico al mondo
e alla propria quotidianità per la costruzione di nuove relazioni sociali,
fondate sull’uguaglianza e la solidarietà. Dopo trent’anni, di fronte ai
fenomeni di impoverimento economico e culturale di fasce sempre più ampie di
popolazione mondiale, veicolati sotto il manto ideologico della globalizzazione,
la parola coscientizzazione è risuonata ancora molte volte nei tre Forum
Mondiali sull’Educazione svoltisi dal 2001 al 2004 a Porto Alegre, riprendendo
così nuovo vigore e arricchendosi di ulteriori significati.
Coscientizzazione, per noi oggi, è dunque non dare per scontato lo stato di
cose esistenti ma esercitarsi a porre le domande legittime3 che aiutano a
decifrarne la realtà più profonda. E’ acquisire la capacità di ricondurre gli
effetti della propria condizione sociale alle cause che l’hanno prodotta e di
attivarsi per rimuoverle. E’ imparare a guardare le cose decentrandosi dal
proprio punto di vista, ascoltando e comprendendo il punto di vista degli altri,
ampliando le proprie capacità percettive. E’ acquisire la consapevolezza della
interdipendenza globale ed il senso di responsabilità rispetto agli altri ed al
mondo in cui viviamo, a partire dai piccoli gesti quotidiani. E’ non fuggire dai
conflitti, né accettare la danza della violenza – sia essa strutturale,
culturale o diretta – ma agire una danza nuova: quella della loro trasformazione
nonviolenta. Insomma educare oggi alla coscientizzazione significa uscire
dalla logica volta alla costruzione di “teste ben piene” e passare a quella
dell’aiutare a modellare “teste ben fatte”, ossia capaci di muoversi con
consapevolezza nel tempo e nei luoghi della complessità4.
I laboratori
dei G.E.T.
Nei Gruppi Educativi Territoriali5 (G.E.T.) di Reggio Emilia la
globalizzazione si incontra tutti i giorni sui volti e nelle storie di bambini e
bambine, ragazzi e ragazze. Storie di vita ancora acerbe ma, in molti casi, già
attraversate da traumi e sofferenze. Storie di fuga da una qualche guerra; di
dolorosa emigrazione o faticoso ricongiungimento; di povertà materiale e
deprivazione culturale; di fatica di crescere e di stare sui banchi di scuola;
di piccolo bullismo e di genitori precari sul mercato del lavoro. E altre storie
ancora che raccontano, dal vero, come le dinamiche economiche globali segnano le
vite di tutti. In particolare quelle dei più fragili e meno difesi. Per
questo – pur lavorando da sempre sulla resilienza cioè sul rafforzamento della
forza d’animo di questi giovani cittadini per aiutarli ad affrontare al meglio
il futuro – le educatrici e gli educatori dei G.E.T. hanno pensato di dover
cominciare a lavorare, con sistematicità, anche sulla pedagogia della
coscientizzazione. E così nello scorso inverno hanno attivato una serie di
laboratori per affrontare assieme a bambini e ragazzi il tema della
globalizzazione. In realtà, durante i diversi percorsi, la parola
globalizzazione i ragazzi non l’hanno mai sentita. Si sono sentiti, invece,
molto coinvolti nella sua declinazione sui due argomenti nei quali sono stati
articolati, per lo più, i diversi laboratori: il consumo ed il lavoro minorile.
Il rapporto con il consumo, o meglio con i prodotti che, di volta in volta,
il potere del consumo impone per essere alla pari - e attraverso cui passa
soprattutto in adolescenza il riconoscimento - è problematicamente centrale
nella crescita di tutti i ragazzi. Lo è ancora di più per coloro che non possono
permetterselo, e magari sono già portatori di altre diversità, dal colore della
pelle alla religione, dal livello culturale al non rientrare nei canoni estetici
del successo…Il rapporto con il lavoro è altrettanto presente, almeno quanto i
fallimenti nei percorsi scolastici. Perciò, per molti di loro, “lavoro minorile”
non è il titolo di un documentario su paesi lontani, ma un’alternativa al gioco
ed allo studio sempre incombente. I linguaggi e le arti proposti nei
laboratori sono stati i più diversi, dal teatro alla danza, dai video alla
cucina, dalla musica ai burattini, dalla clownerie al disegno.
I Gruppi Educativi Territoriali sono un servizio del Comune di Reggio Emilia
rivolto al tempo libero. Il progetto pedagogico dei G.E.T. mette al centro del
processo educativo i bambini e i ragazzi, aiutandoli ad affrontare i loro
compiti di sviluppo in modo progettuale, tramite spazi di integrazione con i
coetanei e la sperimentazione di attività in contesti che favoriscano
conoscenza, relazioni, motivazioni e creatività. Oltre trecentocinquanta tra
bambini e ragazzi, tra gli otto e i quindici anni, frequentano ogni anno i
G.E.T., i quali sono diventati piccoli cantieri di socialità e integrazione, al
cui interno si costruiscono le condizioni favorevoli per produrre saperi nuovi
ed originali. In essi l’esperienza creativa prende forma attraverso la scoperta
da parte di bambini e ragazzi di altre dimensioni del pensare, del relazionarsi
e dell’agire. Dentro questo orizzonte di senso si lavora sull’accoglienza, sugli
stili cognitivi, sulla gestione e trasformazione dei conflitti, sulla
costruzione delle regole, sulla progettazione individualizzata e di piccolo
gruppo. Infine, poiché tra le finalità del progetto educativo vi è la
diffusione della cultura di pace e nonviolenza tra i bambini del mondo presenti
in città, i G.E.T. hanno nomi di personaggi che hanno contribuito, in maniera
evidente e significativa, a diffondere questa cultura tra i popoli. L’occasione
per l’attribuzione dei nomi è stata fornita dalla proclamazione da parte delle
Nazioni Unite degli anni 2001-2010 “decennio internazionale per una cultura di
pace e nonviolenza per i bambini del mondo”. Perciò oggi sono presenti a Reggio
Emilia i GET M.Gandhi, M.L.King, L.Tolstoj, P.Freire, D.Dolci, C.Mendes,
G.Impastato, oltre al don Bosco e sant’Antonio che hanno sede negli omonimi
oratori.
Per concludere: New Orleans è lontana ma Parigi è vicina
Di fronte a scelte politiche nazionali e internazionali che, in ossequio ai
dogmi della globalizzazione neoliberista, continuano a tagliare le spese sociali
ed educative, le contraddizioni si manifestano in maniera sempre più evidente e
violenta, anche in Occidente. New Orleans è lontana ma le periferie di Parigi
sono vicine e dunque ci interpellano, proprio come educatori e ri-costruttori di
socialità. Perciò vorrei concludere queste poche righe riprendendo una
pagina da La politica perduta di Marco Revelli, per dedicarla a tutti coloro che
ostinatamente continuano a spendersi nel lavoro educativo, fondato sulla
resilienza e la coscientizzazione, in un mondo che ferocemente rema
contro. Decine, forse centinaia di migliaia di donne e di uomini sono al
lavoro, negli interstizi del disordine globale, per <<riannodare i
nodi>>, ricucire le lacerazioni, <<elaborare il male>>. Per
sciogliere i grumi d’inimicizia che i dislivelli planetari, i conflitti
identitari, lo spettacolo osceno dell’ingiustizia rappresentato sul palcoscenico
del sistema-mondo, vanno con velocità crescente addensando. Li si trova a Banja
Luka e a Prjedor come a Bagdad o in quella terra che solo con impietosa ironia
si può continuare a chiamare <<santa>>, nella miseria radicale delle
favelas latinoamericanecome come nel fetore delle periferie africane, nel cuore
di Kabul come nelle banlieux di Parigi, o negli slum di New York o di Londra,
tra le macerie di Grozny e la polvere di Mogadiscio, a riparare dal basso i
danni che i flussi sdradicanti dell’economia e della politica (del Mercato e
dello Stato) producono. Sono loro l’unico embrione, fragile, esposto, di uno
spazio pubblico non avvelenato o devastato nella città planetaria. Non sono
ancora il presente. Sono tutt’al più un vago presagio di futuro. Di una
possibile, inedita, politica del futuro6.
Bibliografia
Bauman Zingmunt La società dell’incertezza il Mulino 1999 Bauman Zingmunt
Voglia di comunità Editori Laterza 2001 Beck Ulrich La società del rischio
Carocci 2000 Codeluppi Vanni Il potere del consumo Bollati Boringhieri
2003 Freire Paulo La pedagogia degli oppressi EGA 2002 Morin Edgar La
testa ben fatta Raffaello Cortina 2000 Oliviero Ferraris Anna la forza
d’animo Rizzoli 2003 Revelli Marco La politica perduta Einaudi 2003 Von
Forster Heinz Sistemi che osservano Astrolabio 1987
La dolce violenza della musica classica occidentale che ha schiacciato le
altre culture musicali
“Musica e Pace” è un tema che va da sé, un tema evidente. Si dice che la
musica addolcisce l’umore. La musica è il linguaggio universale che permette la
comprensione fra tutti i popoli. Proprio per questo bisogna anche notare che ci
sono musiche di guerra, che in tutti i modi la musica ha servito la guerra. Non
solo nei popoli primitivi, non solo perché permette di eccitare i guerrieri per
le azioni più sanguinarie, ma anche nei popoli più civilizzati che hanno le loro
musiche marziali. Anche nei grandi capolavori, come ad esempio nella Nona
Sinfonia di Beethoven, che è un’opera di fraternità universale, ci sono echi di
battaglie, di guerra e di musica marziale. Che rapporto ha la musica classica
con la guerra e la pace? E che rapporto ha la musica moderna con la guerra e la
pace?
eccitare e calmare: funzioni primarie dell’attività musicale
Ci sono due funzioni fondamentali dell’attività musicale: eccitare e calmare.
All’interno di ognuna ci sono però differenze considerevoli. Si può eccitare in
un sacco di direzioni: alla danza, al lavoro, all’amore, alla guerra. Si possono
calmare i bambini con le ninnananne, ma anche calmare il popolo quando si
rivolta; offrendo musiche edificanti. La musica può esercitare una funzione di
psicologia di massa, di manipolazione sociopsichica. Queste funzioni primarie si
ritrovano sempre, poi c’è una funzione un po’ più complessa. Come tutte le
attività culturali, transculturali, metaculturali, come la religione o la
mitologia, la musica gioca un ruolo di identificazione per i gruppi umani, le
etnie, i popoli, le tribù. Ci sono segni, simboli estetici e musicali, di stile,
di forma, di linguaggio, propri di ciascuna etnia, anche nelle società di tipo
primitivo, che permettono di distinguersi dal circondario e di darsi un’identità
collettiva alla quale ciascuno dei membri si può riferire. Per certi sociologi,
“la musica avrebbe una funzione che permette a certi gruppi sociali di
distaccarsi, di separarsi dai comuni mortali e darsi una distinzione
particolare”. Questa funzione ha un rapporto preciso coi concetti di
segregazione, repressione, sfruttamento e, in particolare, con la nozione di
guerra. Musica molto armoniosa, molto pacifica, molto fraterna, molto felice,
può essere carica di volontà di separazione e dunque di repressione, di
esclusione. Si è parlato anche di funzioni della musica quando questa è un
fenomeno marginale rispetto a funzioni più complesse, essendo solo veicolo o
sviluppo di contenuti più articolati e diversificati. La musica può partecipare
a costruzioni che si possono chiamare cognitive, proponendo contenuti semantici,
che permettono di elaborare sistemi di conoscenza non solo intellettuale e
astratta, coinvolgendo anche la sensibilità e l’affettività. Queste costruzioni
cognitive possono guidare l’individuo a comprendere meglio la sua situazione
individuale o di gruppo, permettendo una certa emancipazione. Potremmo definirla
uno strumento di liberazione ma, prima di arrivarci, la musica diventa spesso
uno strumento di manipolazione. Anche oggi, la pratica della musica nei media è
un formidabile apparato di insinuazione da parte di un certo potere nelle grandi
masse.
la musica classica e la dolce violenza
La nostra musica occidentale cosiddetta “classica”, cioè il linguaggio che si
è sviluppato dopo il Rinascimento fino al diciannovesimo secolo, è una specie di
grammatica coerente che appartiene alla propria epoca e corrisponde alla
grammatica del pensiero, alla rappresentazione dell’universo, alla pittura dello
stesso periodo. Si dice abitualmente che l’Occidente ha sviluppato un
linguaggio musicale che è potenzialmente una lingua universale, che ha costruito
grandi monumenti musicali per tutto il mondo, per tutto il genere umano.
Effettivamente oggi li si ascolta a Tokyo, a Rio de Janeiro, negli Usa e a
Mosca: Beethoven, Bach, Ravel, ecc. C’è davvero qualcosa di universale, dunque
favorevole alla comprensione fra i popoli e alla pace. Sono anche opere ricche
di contenuti: forniscono un’eredità, un patrimonio di idee, di sentimenti, di
scopi. hanno qualcosa di molto prezioso che è un bene di tutta l’umanità. Ma non
bisogna dimenticare che questa ricchezza è stata ottenuta al prezzo di
esclusioni e repressioni. C’è una prima esclusione importantissima di tipo
acustico. La musica classica occidentale ha ridotto il materiale musicale ai
suoni puri cioè, parlando in termini fisici, al sistema vibratorio perfettamente
periodico, che dà una percezione di armonia. Attorno a questo valore si possono
costruire strutture perfettamente trasparenti. Per capire che questa è
un’esclusione notevole, ricordo che non solo i popoli primitivi, ma le grandi
civiltà, per esempio quelle dell’estremo oriente, hanno al contrario un
materiale sonoro musicale molto più complesso: cercare di ridurlo ai suoi
componenti più semplici per poi ricominciare a costruire è un comportamento
proprio della civiltà greco-romana. I Cinesi hanno i gong, metallofoni che
producono i suoni più complessi che non si possono ridurre ed è impossibile
trovare tutti i loro componenti, in Africa tutta la musica è basata sulle
percussioni; nella nostra musica invece la percussione è stata esclusa. Si è
esclusa la possibilità di avere ogni tipo di relazione tra i suoni, a vantaggio
di quelle che danno all’individuo l’impressione di essere al centro del racconto
e che ci sarà sempre una soluzione armoniosa. La nostra musica ha voluto
costruire una grammatica interamente centrata sull’individuo, sulla coscienza
soggettiva e ha voluto, conformemente all’ideologia della società classica
occidentale, dare all’individuo, al soggetto, l’impressione di essere il centro
dell’universo. Come nella pittura la prospettiva italiana costruisce l’universo
attorno all’asse centrale, l’ego, il sé, nella musica è la stessa cosa. La
costruzione del sistema tonale è una costruzione che riporta esattamente le
stesse leggi della prospettiva italiana in pittura. Sono mezzi materiali
diversi, ma il principio più profondo è lo stesso: mettere l’ego al centro,
dargli l’impressione che tutto è al suo servizio, che chi suona, suona per lui.
Allo stesso modo nella filosofia, nella politica, nell’economia occidentale è
questo principio a dominare. Operando questa esclusione acustica e
grammaticale per arrivare a una costruzione egocentrica, occorreva una
costruzione precisissima del rapporto fra i suoni, perché il nostro psichismo
uditivo avesse l’impressione di essere al centro. Questa notevolissima selezione
acustica e semiotica, si ripercuote al livello sociale e al livello etnico.
All’interno della società occidentale, le opere più elaborate sono sempre più
riservate a un’aristocrazia che possiede certi mezzi. D’altra parte, la società
occidentale nei suoi primi tempi si costruisce un’immagine musicale che la
separa completamente da tutte le altre civiltà, che la rende impermeabile ad
altre civiltà. I primi esploratori, scoprendo la musica cinese, non la
comprendono per niente perché vengono da un’esperienza musicale completamente
estranea. Poi nel ventesimo secolo si va a colonizzare musicalmente la totalità
del pianeta. La musica di tipo occidentale a poco a poco ha schiacciato tutte le
culture musicali della terra lasciando poco spazio alle altre grandi civiltà
musicali. Questo sistema di esclusione ha funzionato a livello musicale,
permettendo a certe classi di distinguersi e alla società occidentale di
identificarsi come razza che ha poteri tecnici superiori in tutti i casi (la
polifonia è una tecnica sviluppata dalla nostra società, come la macchina a
vapore) e poi nel ventesimo secolo di costruire un’industria culturale e un
commercio culturale che ha invaso tutto il pianeta e che ha schiacciato le altre
culture musicali. La cosa è molto complessa e io semplifico, ma si può dire che
il linguaggio musicale occidentale, che pure è una cosa magnifica, è un sistema
straordinario di dolce violenza. La dolce violenza si insinua e obbliga ad
assumere certi comportamenti.
Henry Pousseur
(1 – continua)
Nota di Henry Pousseur abbiamo già parlato nel numero 8/9 del 2005
Le parole non dette dalle vittime Storie vere di violenza
quotidiana
Spesso nelle storie di bullismo mancano le parole delle vittime, quelle dei
bulli, che non riescono a raccontare la loro marginalità, ma anche quelle degli
adulti, che dovrebbero presidiare il campo della crescita. Questa raccolta di
testimonianze vere cerca di dare qualche parola alle storie silenziose. In
alcuni casi sono le parole delle vittime, in altri sono quelle dei semplici
osservatori che, come nella maggior parte delle storie come queste, si accorgono
di come la quotidianità sia spesso teatro di tanti fragili poteri che diventano
sopraffazione.
Chiara, 38 anni: “Alle medie alcuni ragazzi più grandi (bocciati, con
situazioni difficili) avevano preso di mira due compagni, uno tranquillo,
l’altro un po' obeso. Nell’intervallo i professori si ritrovavano nella loro
aula : noi restavamo da soli. Il compagno più grande iniziò a dire a quello più
piccolo che doveva mettersi in ginocchio davanti a lui. Lui ha iniziato a
tremare. Noi ragazze dicevamo al ragazzo più piccolo di non inginocchiarsi. Però
alla fine non abbiamo fatto niente di concreto. E questa cosa mi è spiaciuta
molto: alla fine il ragazzo più piccolo si è inginocchiato; penso che abbia
sofferto molto di questo.”
Luca, 12 anni: “Racconto un episodio successo alle elementari. Eravamo in
classe; un mio compagno provocava una mia compagna gettandole a terra le cose e
non le permetteva di seguire la lezione. Io l’ho aiutata a raccogliere i suoi
quaderni e le sue penne. Lui, per gelosia, è saltato addosso sia a me sia a lei.
Questa volta però tutta la classe si è messa dalla nostra parte e assieme alla
maestra l' abbiamo fermato.”
Gianna e Alice, 13 anni: “Nella nostra classe c' è una ragazza che ha un
handicap, un problema al cervello e a volte capita che sputa, anche addosso a
qualcuno. Per questa ragione alcuni compagni la evitavano. Alla fine qualcuno ha
alzato la mano per parlarne, perché, anche se lei ogni tanto fa cose strane tipo
gridare, non è giusto prenderla in giro.”
Stefano, 12 anni: “In terza elementare avevo una maestra molto antipatica:
per un errore gridava e ti offendeva davanti a tutti. Se la prendeva sempre con
una bambina e diceva che aveva il cervello piccolo come quello di una gallina.
Io avevo sempre paura di sbagliare e non stavo bene, però nessuno prendeva le
difese di chi veniva attaccato perché avevamo paura di finire in presidenza.
Alla fine ho parlato con la mamma. Abbiamo deciso di finire l’anno scolastico e
poi ho cambiato scuola.”
Michele, 12 anni: “Una volta ero con un amico in un parco. A una panchina non
lontano dalla nostra, c’era un gruppo di adulti. Uno iniziò a spingere un altro
perché gli aveva fatto uno scherzo innocente. Allora anche gli altri iniziarono
a spintonarlo arrabbiati. Cercavano di togliergli i vestiti e di lanciarli in
giro. Poi un gruppo che era in disparte lo ha difeso e ha fatto calmare tutti;
hanno raccolto i suoi vestiti e sono andati via.
Valentina, 35 anni: “Il nipote di miei conoscenti era sempre andato bene a
scuola. Improvvisamente cominciò a portare a casa brutti voti e pagelle
disastrose. Non si capiva come mai. Poi lui stesso disse alla famiglia che lo
faceva apposta: non rispondeva bene alle interrogazioni per essere accettato dal
gruppo. L' unico modo per poter far parte di quella classe era portarsi al
livello della classe.”
Alessandra, 37 anni: “Nella zona in cui abitavo c'era un gruppetto che faceva
cose losche. Hanno preso un ragazzo che doveva loro dei soldi, lo hanno portato
in campagna e, dopo averlo massacrato di botte, lo hanno lasciato lì. Io l’ho
accompagnato in ospedale. Aveva la mascella fratturata, era rimasto senza denti
e con le costole rotte, ma non ha fatto denuncia. Era da "infami": significava
l’esclusione dal gruppo. Ha impedito anche a me di farlo e poi io mi sono
sentita in colpa per non averlo fatto: quei ragazzi hanno continuato a picchiare
e a fare i bulli.
Ludovico, 12 anni: “Questa mattina un ragazzo mi dava fastidio e la
professoressa lo ha mandato fuori dalla classe. Però un amico diceva che sarei
dovuto uscire io e mi ha offeso: mi ha chiamato “straniero di m.". Io gli sono
saltato addosso, la professoressa è intervenuta e abbiamo smesso. Una compagna
di classe ha detto “Dai, vi menate fuori da scuola”. E finite le lezioni ci
siamo picchiati davanti a scuola.”
Marco, 22 anni: “Ricordo che alle medie era come essere in caserma: quelli di
terza avevano diritto a prendere la merenda di quelli di prima, per esempio. Non
c'erano quasi mai fatti di violenza: la sottomissione all' autorità dei "nonni"
era scontata e nessuno si rifiutava di accettarla. Anche i professori dicevano
"noi non possiamo mica occuparci di tutto!"
Nel prossimo numero: campi estivi MIR e MN, un’ occasione per incontrare
coetanei ed adulti. Inviare idee e suggerimenti a
Voglio ringraziare Paolo Macina per il suo articolo nella rubrica Economia
(A.N. 1-2/06), che ha il merito di riportare l’attenzione dei lettori sui
problemi del lavoro. Dal mio punto di vista, che è quello di delegato nella
Rappresentanza Sindacale Unitaria (RSU) del Comune di Milano, eletto nelle liste
dello SLAI –un piccolo sindacato di base che fa della non delega e dell’auto
organizzazione i cardini della sua azione- vorrei aggiungere a quelli suggeriti
da Paolo un ulteriore ambito di impegno: l' opposizione alla privatizzazione dei
beni comuni (acqua, energia) e dei servizi sociali e culturali (asili nido,
scuole, mense scolastiche, musei e biblioteche). L’esperienza milanese di questi
anni ci insegna infatti che le privatizzazioni hanno causato, oltre che un netto
scadimento quantitativo e qualitativo dei servizi erogati ai cittadini, un netto
peggioramento delle condizioni di lavoro (carenza di personale, flessibilità
selvaggia, precarizzazione). Ma difendere il carattere pubblico di beni e
servizi non basta. Occorre pensare a nuove forme di gestione efficiente e
trasparente, che vedano il coinvolgimento diretto e la partecipazione attiva
degli utenti e dei lavoratori. E’ in questa pratica creativa e costruttiva che
gli amici della nonviolenza, sulla base dei loro principi e della loro
esperienza, sono chiamati a dare un contributo decisivo.
Ivan Bettini (Sesto San Giovanni)
Il cantastorie di Gandhi
I lavori al tetto della Biblioteca gandhiana di Narayan procedono bene, anche
grazie ai contributi italiani (vedi Azione nonviolenta n. 3/2005 e n. 8-9/2005
pag 27 ). In questi giorni sono con lui e sua figlia a Mumbay per un programma
organizzato dal movimento gandhiano nella commemorazione della morte di Gandhi
(30 gennaio). Si chiama “Gandhi katha” che significa "storie di Gandhi". È una
tradizionale forma di trasferire informazioni in via verbale con parole semplici
e con musica e canti. È praticata da quelli che noi chiameremmo "cantastorie".
In questo caso il cantastorie è l'ottantenne Narayan Desai, figlio di Mahadevi
Desai, l'uomo che è stato a fianco di Gandhi come assistente e segretario per
tutti gli anni della sua vita. Narayan racconta le storie di Gandhi tutti i
pomeriggi dalle 6 alle 8 ed il campo in cui è allestito lo spettacolo accoglie
2000 persone a sera. Nell'occasione abbiamo allestito un banco di abiti in khadi
prodotti da alcuni gruppi del Gujurath e tutte le sere ci diamo da fare per
venderli, raccontando la storia ed il valore del khadi a chi ancora non la
conosce. Fra un mese circa saranno pronti 5000 metri di tessuto khadi. Che
sarà disponibile per l'acquisto e con parte del quale potremo confezionare dei
capi semplici per voi, per noi, per la gente del posto e per gli amici
italiani.... Se volete aggiungere lucentezza a questo filo e a questa storia...
Fatevi sentire.... Alessandra L’Abate alessandra ph:(+91)9326024543