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Dal Convegno di Firenze, analisi, proposte, iniziative.
Il movimento si confronta con partiti e istituzioni.
Concludiamo il resoconto del Convegno organizzato dal Movimento Nonviolento su “Nonviolenza e politica” (Firenze, 5-7 maggio). Pubblichiamo alcuni degli interventi fatti, senza pretesa di completezza, ma solo per dare l’idea della ricchezza del dibattito. La trascrizione non è stata rivista dagli autori. La prima parte è apparsa nel numero di giugno.
Ecologia e nonviolenza
Michele Boato
Mi sono avvicinato alla nonviolenza dal 1972, quando, a 25 anni, ho cominciato a capire, durante un convegno nazionale semi-clandestino di Lotta Continua a Rimini, il suicidio umano e culturale della prospettiva della “guerra di popolo”, tipo Irlanda del Nord (IRA) o Paesi Baschi (ETA), che veniva proposta con sempre maggior insistenza da una buona parte del gruppo dirigente, forzando in senso insurrezionalista la lettura delle lotte di quegli anni (dai cortei della Fiat del 69, alle barricate delle imprese d’appalto di Marghera del 70, alle lotte dei carcerati e dei soldati, fino ai moti per reggio Calabria capoluogo di regione). Così LC tendeva ad assumere (ma per fortuna si è sciolta prima) i connotati di un partitino leninista, gerarchizzato, con un “servizio d’ordine” numeroso ed aggressivo, tradendo l’ispirazione anti-autoritaria e spontaneista (alla Rosa Luxemburg) con cui l’avevamo costruita anche a Venezia e Marghera nell’autunno del 1969.
Sono partito da questa vicenda personale, perché credo che, nella seconda metà del ‘900 in Italia si siano abbondantemente sprecate le due più importanti esperienze di rinnovamento “politico” nate dopo la stagione dei CLN del 1943-46: l’anti-autoritarismo del ’68 e l’ambientalismo degli anni ’80.
L’”Arcipelago verde” ha compiuto una parabola diversa da quella di LC, ma simile nella sostanza: è nato nel giugno 1981, come coordinamento di gruppi ed associazioni locali che (dalla fine degli anni ’70) agivano sui temi mobilità ciclabile, alimentazione sana e agricoltura biologica, nonviolenza e antimilitarismo, riduzione e riciclo dei rifiuti, difesa dei consumatori, animalismo, antinucleare e promozione delle energie e tecnologie “dolci” e, in generale, diffusione di una cultura ecologista e nonviolenta. Sono nate le prime Università Verdi (Università popolare di ecologia a Mestre nel 1982 e poi, dal 1983, altre decine), i primi Amici della Bicicletta (Firenze), le prime riviste ecologiste (Smog e dintorni a Venezia, Azione nonviolenta di Verona, AAM-Terra Nuova di Firenze, i Quaderni di Pistoia, la Malaerba a Pescara ecc.), le prime trasmissioni ambientali alle Radio libere (da Radio Cooperativa di Mestre a Radio Irene di Comiso, in Sicilia), i nuovi gruppi nonviolenti della LOC, quelli delle Tra la gente di Cesena e dintorni e così via. Si è dato vita anche ad una agenzia stampa quindicinale, si chiamava “Arcipelago verde”, appunto, ed era curata da ecologisti milanesi, con sede presso il WWF locale; ci si incontrava ogni due mesi circa a Bologna in sale dei Quartieri, e si decidevano assieme iniziative comuni. Senza rapporti gerarchici di alcun tipo; si trattava, insomma, di quella che oggi si chiamerebbe Rete.
Nel 1983 alcuni gruppi locali hanno presentato a Mantova, Trento, Viadana MN (dove volevano costruire una centrale nucleare) ecc. le prime Liste Verdi; l’esperienza era quasi sempre molto positiva, con forte partecipazione popolare, apertura delle istituzioni locali all’informazione pubblica, controllo degli eletti con frequenti assemblee, impegno alla rotazione negli incarichi.
Nel 1984 l’arcipelago verde ha convocato la prima assemblea nazionale a Firenze sull’ipotesi di presentare, l’anno successivo, Liste Verdi in molte città e regioni d’Italia. E subito si sono cominciate a vedere le prime manovre “romane”, per omologare, imbrigliare, gerarchizzare il movimento ancora in fase nascente. Arrivano le segreterie nazionali delle associazioni ambientaliste che si erano messe d’accordo per creare una dirigenza nazionale: Legambiente (Mattioli e Scalia), WWF (Amendola) e Amici della Terra (Signorino, Rosa Filippini e, dietro a loro, Pannella).
Il processo (nonostante la resistenza di Alex Langer, mia, di Mao Valpiana, di Giannozzo Pucci e di molti altri gruppi locali) è proseguito velocemente con la creazione della Federazione delle Liste Verdi in forma di “partito” nel 1987 e l’entrata organizzata, nel 1990, degli ex radicali (con Rutelli) ed ex demoproletari (con Ronchi), che si erano inventati i Verdi Arcobaleno alle elezioni europee del 1989 per contare di più e dare la definitiva svolta partitaria ai Verdi, ancora troppo spontaneisti. Dal 1991 in poi si può parlare di un partito quasi esclusivamente di consiglieri, assessori, parlamentari ed aspiranti tali.
Il modello partecipativo, permeabile ai movimenti e ai comitati locali, sopravviveva, a stento, solo in alcune esperienze locali.
Oggi, di fronte alla miseria del panorama politico ed alla asfissia di tutti i partiti politici (salvo rarissime esperienze locali), mi domando: c’è ancora spazio per la proposta di Capitini del “potere di tutti”, della democrazia vera, della partecipazione che è informazione diffusa, trasparenza dei processi decisionali, strumenti di democrazia diretta come i referendum comunali?
In che modo è possibile (come scrive Daniele Lugli su Azione Nonviolenta di marzo 2006) “accompagnare le istituzioni”, controllarle, far loro sentire il fiato della gente sul collo?
La risposta non è scontata; alla luce delle cocenti delusioni appena descritte, non basta il “rimbocchiamoci le maniche” dell’ottimismo della volontà. Provo a indicare alcuni possibili “paletti”:
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Sostenere, valorizzare, collegare tra loro le esperienze di base, dal popolo dei ciclisti, a quello dei consumatori critici, dei riciclatori e anti-inceneritori o i tantissimi comitati contro l’elettrosmog.
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A partire da queste esperienze, costruire strumenti di nuova democrazia, costringendo la politica istituzionale a fare i conti con l’iniziativa popolare, senza dover rincorrere continuamente i tempi assurdi, i minuetti dei partiti, molto più interessati agli assetti di potere che ai problemi reali.
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Contemporaneamente moltiplicare i “ponti” con le istituzioni, fatti di persone elette nei vari organismi (dal Quartiere al Comune, fino al Parlamento) che, prima di rispondere alla propria parte politica, si mettono realmente al servizio delle lotte e delle iniziative ecologiste, nonviolente e solidali. Ho detto ponti e non spie o transfughi, perché non si tratta di contrapporre le iniziative di base (buone) alle istituzioni (cattive), ma di aprire varchi significativi in esse perché il potere cominci a diventare di tutti.
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Essenziale comunque, sia per chi agisce fuori che per chi sta dentro le istituzioni, una forte coerenza tra le idee proclamate e il proprio stile di vita: non si può lottare contro l’elettrosmog ed essere perennemente attaccati al telefonino, così come non si fa la lotta all’inquinamento da traffico, viaggiando prevalentemente in auto in città e fuori. Così come i mezzi di lotta e di organizzazione vanno scelti esclusivamente alla luce della nonviolenza più assoluta. Solo una tale coerenza può permettere di cambiare le regole della politica e dei partiti.
Verso i Corpi Civili di Pace
Alberto L’Abate
È importante chiederci quale potrà essere il rapporto dell’area nonviolenta con il nuovo governo. Abbiamo una sinistra che dovrà governare, però purtroppo ci sembra che la coscienza antimilitarista o di comprensione dei temi che portiamo avanti sia piuttosto scarsa.
Nel programma dell’Unione ci sono due elementi che ci riguardano in particolare: non si parla di SCV obbligatorio ma si dice “per tutti, maschi e femmine”, risulta un SCV obbligatorio nei fatti; l’altro, i corpi civili di pace. All’interno della sinistra non si fa alcun cenno alla riduzione delle spese militari, anzi buona parte dell’area vorrebbe aumentarle per rispondere alle esigenze dei nostri militari. Noi abbiamo fatto i conti. Con un Eurofight in meno potremmo avere 7.000 ricercatori in più nelle nostre Università per fare ricerca sulla riconversione delle industrie belliche.
Le ricerche serie a livello mondiale dicono che con il 30% delle spese militari mondiali si potrebbero risolvere tutti i problemi di questo mondo: inquinamento ambientale, fame, analfabetismo, miseria… Ma su questo nessun accenno sul programma di governo, tranne credo nel programma dei Verdi la richiesta di portare allo 0,70% del PIL gli aiuti a livello internazionale, che è un minimo di nostra partecipazione al Millennium Project. Attualmente l’Italia dà lo 0,16%, quindici anni fa lo 0,36.
Il problema di fondo è contestare questa visione militarista e non limitarci a chiedere il ritiro dei militari ma cominciare una riconversione dei militari in interventi civili. Non si è speso nulla e non si spende nulla per prevenire i conflitti - vediamo un timido inizio a livello europeo - come per la ricostruzione successiva del tessuto sociale. Sono aspetti che potrebbero essere affidati a dei Corpi Civili di Pace ben organizzati e funzionanti, che però non possono essere né totalmente istituzionalizzati né esclusivamente delegati a organizzazioni di base come attualmente avviene.
L’attività per la formazione alla nonviolenza nella società civile irakena, ad esempio, non può essere fatta né solo dalle istituzioni né dai movimenti di base, quindi richiede delle forme di connessione tra istituzioni e movimenti che vanno organizzate e pensate.
Su questo, per portare avanti la presenza delle organizzazioni non governative che stanno lavorando molto all’estero, la rete CCP ha proposto una legge per assicurare, a chi vuole partecipare, almeno un permesso di lavoro come quello che viene dato per intervenire nelle emergenze, cioè una formula che permetta di non perdere il lavoro, l’assicurazione, e il minimo dei diritti delle persone che lavorano. Dobbiamo seguire e sostenere l’iter di questa legge.
Proposte di lavoro politico
Rocco Pompeo
È stata citata una frase di La Pira, “i veri materialisti siamo noi”. Quella lettera era indirizzata a don Alfredo Nesi. Io ho un particolare legame con l’esperienza fiorentina di quegli anni perché sono stato allievo, figliolo di don Nesi alla casa dello studente di Corea, a Livorno, dove ora ha sede la Fondazione don Nesi a Livorno e la sede livornese del MN.
Eravamo di casa a Barbiana con don Milani, abbiamo corretto le bozze di “Lettera a una professoressa”, accompagnato La Pira in lambretta perché non voleva l’auto blu. Per dire che i varchi della storia si preparano. I varchi, le svolte, si preparano attraverso un percorso che, per quanto ci riguarda molto più modestamente, Daniele Lugli ha indicato con precisione già nella introduzione. Percorso che il MN in questi ultimi anni ha ripreso, non ha inventato, ma ha ripreso con coerenza con la conclusione, ad oggi, del passaggio da “la nonviolenza è politica” alla formulazione “Nonviolenza e politica” di oggi.
Vorrei presentare una proposta al mondo della cultura e della politica. Prima di questo, però, desidero citare la convergenza operativa molto incisiva, tra la stagione forte del cattolicesimo fiorentino e la più grande tradizione laica della resistenza del dopoguerra: Capitini, Calamandrei, Agnolotti, Codignola, tutto un fiorire di personalità e di cultura, Borghi, Rossi…
I varchi non sono appartenenze o scommesse, sono la costruzione di un percorso. Il giovane Balducci osò attaccare Calamandrei e i laici che negli anni 50 andavano a Sicilia a difendere Danilo Dolci, dicendo che pure essendo laici dovevano cercare il santo per forza. Senza contrapposizioni, perché la vera laicità sta in una popolarità universale, la vera religiosità sta in una compresenza che supera gli stessi viventi per abbracciare anche chi non è più, come ci ha insegnato Capitini.
Vorrei addentrarmi nella definizione o nella precisazione di alcuni criteri del lavoro politico dei nonviolenti e del MN. Avremo modo di discuterne nelle commissioni del prossimo congresso, vorrei portare qui solo alcuni richiami molto schematici perché importanti per lavorare in futuro.
Noi saremo compatti, credo, nel referendum contro il disastro costituzionale che ci è stato propinato. Ma che questo debba significare non rivedere i meccanismi delle forme istituzionali del nostro Paese, non mi sta bene. Credo vadano rivisti, partendo da quelli semplici a quelli complessi. La tripartizione dei poteri per esempio, che noi indichiamo come modello della democrazia parlamentare, è una organizzazione monoclasse. La classe della borghesia, nella sua rivoluzione, ha indicato il sistema parlamentare e ha organizzato la ripartizione dei poteri per scongiurare il pericolo di dittature. Io non voglio dire che vada buttata via, ma cominciare a discuterne in un mondo in cui la complessità sociale aumenta e c’è il rischio che o si affermi una democrazia telecratica, o il modello craxiano che però per fortuna già non ha avuto fortuna.
Ho sempre pensato che gli alleati naturali degli amici della nonviolenza erano da una parte gli anarchici – che però ammettono la violenza e talvolta esaltano l’azione individuale -, dall’altra il mondo operaio, politico, sindacale, prevalentemente di sinistra perché, pur non richiamandosi direttamente alla nonviolenza, erano interlocutori privilegiati, solo con il limite dell’essere di parte.
Marx, nella sua dittatura comunista del ‘900, pensava che il volere della maggioranza potesse coincidere con la volontà generale. Questo invece è un tema su cui lavorare: come fare in modo che una democrazia partecipativa, inclusiva di tutti per quanto possibile, non accentui un carattere di esclusione.
I partiti sono una tradizione nobile, Capitini dice: “Sento parlare male dei partiti , e quante se ne dovrebbero dire!”, tuttavia “è il meglio che la storia ci ha consegnato”. Il sindacato ha ormai non pochi difetti. Sicuramente dobbiamo inventare nuovi strumenti. Capitini pensò ai COS, esperienza significativa del dopoguerra; noi dobbiamo costruire degli strumenti, partendo da ciò che altri sperimentano, per capire quelli che ci vanno o non ci vanno bene.
Il percorso attivato deve trovare a mio giudizio un punto di arrivo, forse nel congresso prossimo, in cui la nonviolenza presenti le proprie proposte. Abbiamo lavorato molto su questi temi nei quanrant’anni passati: su nonviolenza e politica, sulla scuola, sul mondo del lavoro, sul marxismo e sulla nonviolenza. Perché non cominciare a raccogliere in modo sistematico e serio i materiali, e aggiornarli con un pacchetto di proposte che il mondo nonviolento vuole portare come aggiunta al mondo della politica?
Sul servizio civile volontario
Claudia Pallottino
Mi occupo da alcuni anni di Servizio Civile Volontario (SCV), non mi sono mai occupata di obiettori di coscienza. Vorrei provare a dare una lettura del SCV di oggi come una nuova istituzione. Abbiamo a che fare con una recentissima istituzione che nasce nel 2001 e forse questo è un degli elementi di cui si parla di meno, quando ci si riferisce al SCV di oggi.
C’è da chiedersi cosa significa una “istituzione che nasce”, e cosa vuol dire, nella normativa che la crea, l’espressione “non militare”. Questa istituzione di fatto è una istituzione di pace, che espressamente si richiama ai principi di solidarietà sociale e costituzionale, alla cooperazione tra i popoli e all’educazione alla pace. È difficile viverla così, per la mia esperienza questo approccio è stato accolto con molta diffidenza. L’eredità arriva proprio dalla ultima generazione di obiettori di coscienza e dalla loro gestione, un grandioso autogol: l’esempio dei giovani sfruttati che a loro volta rispondevano sfruttando l’esperienza dell’obiezione di coscienza.
Ci sono interrogativi che a mio avviso il mondo della nonviolenza e della pace fa bene a porsi in relazione a questa esperienza, che oggi coinvolge concretamente circa 40.000 giovani all’anno, ma sarebbero molti di più se i finanziamenti fossero più ampi e si potesse dare forza a tutti i progetti che vengono presentati e approvati ogni anno. Per almeno 40.000 persone presenti nei progetti, altri 80.000 giovani se ne vedono negare la possibilità.
C’è il senso politico di questa istituzione. Lo Stato, nella organizzazione dell’Ufficio Nazionale di Servizio Civile (UNSCV), ha ricalcato quanto aveva predisposto nel 98 per la gestione degli obiettori di coscienza, il soggetto istituzionale è ancora lo stesso. Ha fatto questa scelta probabilmente perché molte altre risorse non c’erano per pensare a qualcosa di nuovo. Resta il fatto che il SCV è non ben definito, non ha un’identità concreta, ed è espressione diretta della Presidenza del Consiglio.
Una domanda per tutte: perché era importante che lo Stato creasse una istituzione civile nuova? Che senso aveva, che motivi c’erano? Dare un contentino alle associazioni che hanno visto andare via man mano gli obiettori con la prospettiva di vederli scomparire del tutto? Dare un’immagine rispetto all’Europa di uno Stato che si impegna e dà ai suoi cittadini la possibilità di impegnarsi davvero nelle proprie attività?
Forse questo senso politico c’è e non c’è, ma è da ricercare, da coscientizzare. Questa istituzione è nata nel 2001 e ha 5 anni di vita, ma dà una delega per progettare, chiede di essere attivi in questo. Non apre ad enti che dicano semplicemente: abbiamo bisogno di giovani, ma a enti che siano istituzioni pubbliche o associazioni e possano portare una proposta alla vita dei giovani. Ma allora chiediamoci come mai hanno bisogno di giovani forze, risorse umane non pagate da loro, pagate dallo Stato. Perché questa situazione nel settore del sociale, e che senso può dare la progettazione del SCV nel contatto con i giovani? Secondo me sono segnali da cogliere e su cui è importante lavorare.
Se guardiamo poi il SCV dalla parte dei giovani, il senso politico non è più nelle motivazioni che avvicinano i giovani al SCV, come si poteva fare nelle prime obiezioni di coscienza, o dovremmo dire che se non sono antimilitaristi o pacifisti, vuol dire che lo fanno per i soldi e allora non va bene. Questa conclusione non è scontata. Un grosso senso politico del SCV lo ricaviamo dalla loro esperienza concreta, 12 mesi della loro vita in cui per 30 ore alla settimana un giovane sceglie la via civile per stare nelle proprie realtà di cittadinanza o di associazionismo, comunque agisce un diritto di cittadinanza, che è da fare emergere. Anche perché 40.000 giovani non sono pochi, e se aggiungiamo gli altri in lista d’attesa il numero è ancora più imponente. Qualcosa dobbiamo dirci riguardo al fatto che il SCV ci mette in contatto con la realtà di giovani che non hanno l’etichetta di quelli che non hanno i valori, che stanno in famiglia finché possono, che sono incapaci di mantenere un impegno… Forse questi ragazzi ci vogliono dire che non è così bello stare parcheggiati, forse ci chiedono maggiore attenzione. Un senso politico possiamo trovarlo non nella motivazione ma nei fatti. Sono giovani che fanno i fatti e ci chiedono di farli con loro.
L’ultimo punto riguarda la Carta di impegno etico sul SCV scritta proprio per dare un segnale di continuità rispetto all’obiezione di coscienza, ma anche con la voglia di farlo diventare qualcosa di diverso.
Con il primo punto della Carta ogni ente di SCV si impegna a partecipare all’attuazione di una legge che ha tra le finalità la difesa della patria con mezzi non armati e non violenti, mediante servizi di utilità sociale, tesi a rafforzare i legami che sostanziano la società civile, a rendere vitali le relazioni, ad allargare l’accesso ai servizi alle categorie più deboli e svantaggiate… e tutto questo in ambito italiano ed internazionale.
Questa presa di consapevolezza sui percorsi di DPN all’interno della realtà di SCV è però da ricercare. Occorre trovare una via per evitare l’ennesimo autogol e perché questa sia un’esperienza che cambia davvero la vita dei giovani. Quanti ODC avevano voglia dall’inizio di fare obiezione, e quanti hanno cambiato poi i loro percorsi, le loro scelte di lavoro?
L’ultimo soggetto che manca, una grossa fetta di popolazione toccata dal SCV sono i destinatari. I giovani svolgono un servizio rivolto alla collettività. In alcuni casi, ad esempio nei progetti di assistenza alle persone, l’utente è chiaro. Se si fa un progetto di SCV in una biblioteca l’utente non riceve un aiuto di cura, però incontra una presenza amica che fa da tramite con le istituzioni. Ancora non si è fatto nulla sulla ricaduta del SCV sulla comunità in cui viene esplicato. Sarebbe bello chiedere agli utenti se tu che vai in biblioteca… tu che frequenti l’associazione… hai trovato persone disponibili ad orientarti, e che cosa vuol dire questo per te? C’è un valore aggiunto nella tua ricerca culturale o nella tua esperienza di aggregazione?
La proposta che ne scaturisce è quella di prendere contatto con i destinatari dei servizi, iniziare dei dialoghi, dei percorsi di coscientizzazione su quello che può essere il valore aggiunto del servizio civile, migliorare i rapporti nei contesti in cui il SCV è presente.
I nonviolenti e i partiti
Mao Valpiana
Vorrei declinare il tema “nonviolenza e politica” traducendolo più modestamente in “Movimento Nonviolento e partiti”, in base alla nostra concreta esperienza, alla nostra storia.
Il MN nasce nel 1961 e inizia subito il confronto con i partiti.
Capitini già nella preparazione della I° Marcia si è rapportato con il Pci e la Dc di perugia. Fu un rapporto tra pari, senza nessuna subalternità, ma non fu certamente facilissimo. Lo racconta lui stesso in “Italia nonviolenta”
Nel 1968 muore Capitini e resta Pietro Pinna alla conduzione del Movimento. Negli anni successivi c’è da registrare un rapporto diretto, con alcuni gruppi della sinistra extraparlamentare, Lotta Continua in particolare, nelle marce antimilitariste in Friuli, e fu un rapporto alla pari.
Negli anni ‘70 inizia un rapporto con il Partito Radicale nella campagna per l'approvazione della legge sull' obiezione di coscienza. E’ un rapporto per tanti aspetti positivo. Con il digiuno di Marco Pannella e Alberto Gardin si ottiene l’uscita degli obiettori dal carcere nel dicembre del ‘72. Il rapporto tra nonviolenti e radicali, che vede anche candidature di esponenti del Movimento nelle liste del Partito Radicale, si conclude con l'entrata in parlamento dei radicali e una posizione critica del MN conseguente la scelta tutta istituzionale che il PR compie di fatto dopo l’elezione dei primi quattro deputati radicali.
Negli anni ’80 si crea il rapporto con il movimento ambientalista. Prima con l’esperienza di “Arcipelago Verde” e poi la nascita delle prime Liste Verdi locali (elezioni amministrative del 1985), trasformate quindi in movimento nazionale. Il MN entrò a piene mani in questo processo. Molti dei primi consiglieri comunali verdi erano dell’area nonviolenta. La storia dei verdi la diamo per conosciuta, nel suo sviluppo, con molti aspetti positivi, e con la deludente conclusione della parabola verde di questi ultimi anni: trasformazione in partito e perdita della spinta ideale dell’inizio.
Recentemente è iniziato un rapporto con Rifondazione Comunista, a partire dall’attenzione del partito verso la nonviolenza, esplicitata al convegno di Venezia, al quale ci hanno chiesto di collaborare e partecipare. Il seguito è storia di questi giorni.
Qualche brevissima riflessione. Questi sono rapporti nei quali il MN ha sempre dato e non ha mai chiesto. Non abbiamo mai contrattato un posto. Niente. Noi abbiamo interesse che anche nelle culture di questi partiti cresca la nonviolenza, quella specifica, superando il generico pacifismo, perché questo può essere uno strumento in più per raggiungere certi obiettivi.
Oggi siamo in una fase in cui tutti questi partiti sono nella maggioranza di governo. Con questi partiti abbiamo fatto un pezzo di cammino insieme, lavorando in campagne comuni. Ora sono tre partiti determinanti nella maggioranza del governo del paese. Il MN è rimasto celibe e credo ci tenga rimanere single…, ma ci tiene anche a vedere i risultati della semina fatta: che frutti daranno questi partiti ora al governo? Radicali, Verdi, Rifondazione, hanno sempre protestato contro le spese militari. Ora come si comporteranno alla prossima finanziaria? Voteranno il bilancio del Ministero della Difesa? Ci aspettiamo un vero segnale di cambiamento.
Quello che abbiamo messo in campo in tanti ambiti ora ha una possibilità in più di arrivare a un qualche sbocco, perché le campagne culturali hanno un'importanza se poi danno un risultato. Capitini diceva, “vedo una realtà inadeguata e mi interessa cambiarla”. La possibilità di cambiamento passa che anche dalle istituzioni.
Affinché una proposta “per pochi” possa diventare “per tutti” c’è bisogno di uno snodo istituzionale. Una buona idea ha valore per il singolo. Una buona legge è per tutti.
Cultura militarista
Gigi Ontanetti
Noi viviamo tutti dentro a una cultura militarista. Ne siamo impregnati dalla punta dei capelli fino all’unghia dei piedi, tanto che il rischio che corriamo, ed è forte, è che a tutt’oggi noi releghiamo la pace agli eserciti. È il servizio, che dovrebbe essere garantito dallo Stato, agli anziani, ai bambini, a quelli che non hanno il coraggio di andare a fare i soldati. NO! Non ci sto in questa logica.
Credo sia un dovere – una parola che uso molto raramente – fare molta attenzione perché, legge o non legge, sta passando questa cultura. Il fatto che in prospettiva il servizio civile sia volontario o obbligatorio m’interessa poco, va nella direzione di dire che la pace la fanno i soldati. Quando fu assassinato Morelli la più grossa contestazione venne dal mondo pacifista. Allora credo sia importante che tutto il movimento pacifista, compreso il MN nella sua complessità, riavvicini il mondo della ricerca, il mondo teorico, che è indispensabile, a chi per tanti motivi non ha fatto parte di questa esperienza e vive nella strada.
L’unica cosa che siamo in grado di dire è ritiro di tutte le truppe dall’Iraq, e poi ci si ferma lì. Allora, chiediamo il ritiro delle truppe e in contemporanea una attività a tutti livelli, compreso quella commerciale, e la partecipazione della società civile italiana che progetta, propone e realizza esperienze di fraternizzazione con la società dell’Iraq.
Le pratiche del femminismo
Giovanna Providenti
Mi interessa molto sottolineare il discorso delle pratiche che il femminismo ci ha insegnato, nel senso che è il toccare la terra, lo stare a contatto con la realtà vera.
Credo dovremmo focalizzarci di più sulla trasformazione dell'individuo perché, attraverso le pratiche individuali e personali, può dare veramente un contributo alla trasformazione della società: il potere più forte che noi nonviolenti abbiamo.
Voglio riferirmi a Tic Nat Han, secondo me il maggiore teorico e pratico della nonviolenza ancora vivente. Lui parla di potere e il rapporto con il potere non è il fatto di stare dentro al potere istituzionale; il rapporto con il potere è il fatto di acquisire, cercare di valorizzare all' interno di noi dei poteri che ci facciano stare all'interno della società con delle personalità nonviolente davvero stabili. Tic Nat Han parla del rapporto con i leader politici e dice che secondo lui la prima cosa che tutti quanti noi dovremmo fare è di tornare a se stessi. Lo collego moltissimo con il lavoro che le donne hanno fatto nel femminismo, con il lavoro di autocoscienza. Le donne si sono fermate e hanno detto: ma dove siamo?, e hanno iniziato un percorso di liberazione. Partire da sé è un percorso di liberazione. Io cosa sono, chi sono, cosa veramente voglio? E una volta ritrovato se stesso, si conquista una potenza fortissima perché significa aver fatto un lavoro di liberazione dai vari dogmi che ci vengono dalla società. Questo ci permetterà la possibilità di una relazione autentica, tema su cui le femministe hanno insistito tantissimo, scoperto con il lavoro di autocoscienza. Voi politici, andate in parlamento e cominciate a chiedere ai vostri compagni di partito, a chi vi ha votato, e verificare attraverso l' ascolto profondo (se io mi sono ascoltato, posso ascoltare l'altro) dove sta il parlamento e dove sta la popolazione, la gente. Questo “accorgersi” è qualcosa su cui noi dobbiamo molto insistere come nonviolenti, proprio nel rapporto tra nonviolenza e politica. Perché quello che sta succedendo in questo momento è che la politica è sempre più lontana dalle persone in carne e ossa. Invece noi persone in carne e ossa abbiamo degli strumenti per ritrovarci con gli altri. Questo possiamo chiedere ai nostri politici: di accorgersi delle reali esigenze della popolazione.
Due campagne
Alfonso Navarra
Stiamo correndo il rischio di precipitarci in abissi senza ritorno. La proliferazione nucleare sta rompendo gli argini. Nella prosecuzione diretta di un’ormai unica guerra - formalmente una guerra preventiva contro il terrorismo per portare la democrazia, concretamente per il controllo in zone ritenute strategiche dal punto di vista politico ed economico – c’è il rischio che il prossimo intervento sia contro l’Iran e venga combattuto con le armi atomiche tattiche per bombardare i siti di arricchimento dell’uranio che si trovano nel sottosuolo.
Occorre che noi nonviolenti, che abbiamo coraggio, consapevolezza, libertà, ci facciamo uniti per promuovere due campagne su cui convergere tutti.
La prima, da attuare subito in Italia ma da ampliare poi, per l’attuazione del trattato di non proliferazione nucleare. Non dobbiamo accettare sul nostro territorio la presenza di armi atomiche di chicchessia. L’arma atomica deve essere resa tabù, non possiamo accettare giustificazioni.
Il secondo punto, il ritiro da tutte le operazioni di guerra neo-coloniale, la guerra unica, quella che stiamo combattendo in Afghanistan dove ancora ci sono dei morti, a testimoniare che non di missione di pace si tratta ma di missione offensiva sotto la copertura della comunità internazionale.
Di fronte all’emergenza
Nanni Salio
Disegnare una strategia politica significa individuare gli obiettivi generali e specifici, le linee di azione a cui rifarsi e gli strumenti operativi di tipo organizzativo e logistico che permettono di seguirle. In questo momento i movimenti sono ricchi di obiettivi, iniziative, priorità. Tutto va bene, ma la domanda che dobbiamo porci è se viviamo in tempi normali, se abbiamo a disposizione un tempo illimitato, o se ci sono priorità che richiederebbero di essere poste al primo punto di una agenda collettiva.
Purtroppo non viviamo tempi ordinari. Si sta prefigurando un grande conflitto globale che potrebbe fare impallidire il secolo scorso. Siamo entrando nel picco di produzione del petrolio e questa è la ragione oggettiva della crisi internazionale in corso, una ragione che non possiamo eludere con argomenti generici. Tutto il modello di vita e di economia che abbiamo conosciuto da un secolo a questa parte, con maggiore forza negli ultimi decenni, la stessa crescita delle potenze emergenti India e Cina è legata alla disponibilità di una fonte energetica attualmente non sostituibile, per la quale non c’è un ricambio immediato.
Pensate che cosa può essere una società che si trova improvvisamente di fronte ad un’estrema difficoltà a far funzionare tutto il sistema dei trasporti e tutto il sistema agroalimentare. Sarà, sarebbe una crisi dirompente. Questa possibilità dovrebbe stimolarci ad una operazione tempestiva, sia verso le istituzioni sia verso altri movimenti dal basso.
Eppure noi viviamo in una società del benessere in cui più o meno tutti siamo anestetizzati, in altre parole nella nostra società si sta relativamente bene. Questa è la condizione della maggior parte della gente. Le guerre ci preoccupano, sì, ma dove sono? A dodicimila chilometri da casa nostra. In confronto ai morti per incidente stradale cosa volete che sia? La guerra non ci colpisce. Sotto sotto pensiamo ancora che la macchina mondiale che ha messo in modo questo progresso, questo tipo di civiltà industriale, sia perfetta. Ma non esistono macchine molto perfette. Possono durare dieci, venti, trent’anni a dir molto. E se ignoriamo tutto questo e agiamo all’ultimo momento, sarà troppo tardi per prevenire il collasso del sistema, che può trascinare tutti quanti.
Se questa è l’analisi di sfondo, occorre avere delle priorità per un vero e proprio programma costruttivo, una parola magica un po’ smarrita, che preveda un programma molto, molto preciso. Un programma economico ed ecologico su scala mondiale.
Occorre prima di tutto progettare la transizione supponendo delle linee di azione. Teniamo presente che la nostra è una lotta asimmetrica e per questo ci lascia solo tre possibilità: subire, agire, oppure optare per la disobbedienza civile e per azioni dirette nonviolente. Nel momento in cui questo governo dovesse non rispettare quasi nessuna delle nostre richieste che cosa facciamo? Rimaniamo a consolarci, ci ripromettiamo di non votarli mai più, o organizziamo delle forme di disobbedienza civile?
Cito per tutti un esempio storico. È stato davvero molto bene che l’11 febbraio 2003 a Roma si siano ritrovate 3 milioni di persone per chiedere di non entrare in Iraq, ma ne sarebbero bastati 5.000 il giorno dopo a assediare il Parlamento per impedire l’invio delle truppe italiane. Senza forme di nonviolenza gandhiana, che porti la gente ad accettare di andare in carcere, le idee della nonviolenza rimangono delle pure e semplici testimonianze.
E poi dobbiamo organizzarci. Ci sono persone disposte a mettere da parte un euro al giorno in un salvadanaio collettivo? Abbiamo bisogno di creare delle strutture che possano camminare con le proprie gambe, strutture che attualmente non ci sono o, se sì, ancora troppo embrionali, piccole, non capaci per essere un riferimento certo, e la frammentazione non è ricchezza delle diversità, è frammentazione, è povertà.
Noi facciamo molte analisi ma prendiamo poche decisioni. Quando si tratta di passare alle azioni, ancora meno. Abbiamo la necessità di un istituto di ricerca che si impegni proprio a fare previsioni. Spesso i ricercatori falliscono in questo. Abbiamo scienziati imprenditori che tendono a mascherare il rischio, è vero, ma sono più pericolosi ancora gli scienziati negazionisti, quelli che negano la presenza di problematiche così pericolose. Negano ciò che prima o poi diventerà una verità - ma intanto svolgono una funzione di addormentamento delle coscienze, cosa di cui non abbiamo affatto bisogno.
Andiamo incontro a scadenze molto impegnative che richiede ai movimenti nonviolenti una capacità di presa di consapevolezza, di coscienza, che non ci faccia dormire. Noi non possiamo dormire dei sonni tranquilli. È vero che il bicchiere si può sempre vedere mezzo pieno e mezzo vuoto, ma oggi riconosciamo soprattutto la parte mezzo vuota perché le scadenza future possono essere travolgenti.
Spero che avremo la capacità di mettere insieme le nostre energie, poche singolarmente ma non collettivamente. Noi cercheremo nel nostro piccolo di dare una mano.
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