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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
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L'ombra di Tienanmen pesa ancora sulla Cina, e il regime di Pechino non
riesce a liberarsi dai fantasmi di quei giovani massacrati nella Piazza.
Le autorità cinesi non sopportano che qualcuno voglia mantenere
la memoria di Tienanmen e per questo sono giunte a volersi impadronire,
con la forza e con il ricatto, dei 20 milioni del Premio internazionale
"Alexander Langer" che la Fondazione Langer (di cui il Movimento
Nonviolento è socio fondatore) ha assegnato, nel luglio dello scorso
anno ai coniugi cinesi Ding Zilin e Jiang Peikun che hanno visto morire
a Tienanmen l'unico figlio diciasettenne.
Lu Wenhe, cittadino cinese che ha vissuto negli Stati Uniti per 20 anni
ed esponente di Human Rights, è stato arrestato lo scorso dicembre
a Beijing, poco prima di incontrare la signora Ding Zilin per consegnare
materialmente i 20 milioni del premio (circa 10 mila dollari).
Dopo tre giorni di interrogatori, durante i quali gli è stato confiscato
il passaporto e minacciato di venire imprigionato, Lu ha dovuto confessare
lo scopo della sua visita. Poi è stato scortato dalla polizia fino
a Shanghai e da qui avrebbe potuto lasciare il paese, a condizione di
girare a favore di un ufficiale del Dipartimento di Sicurezza di Stato
di Shanghai, la somma della donazione, in quel momento depositata in un
conto corrente negli Stati Uniti. Sotto minaccia, ha dovuto intestato
vari assegni al funzionario Chen Jian. Ma a quel punto la polizia, avendo
sospettato che lui stesso avrebbe potuto bloccare il pagamento della somma
una volta lasciato il paese, ha iniziato a fare pressione su suo padre
settantottenne, che abita a Shanghai, per garantirsi in questo modo l'effettivo
pagamento. Lu è tornato negli Stati Uniti in gennaio e il pagamento
degli assegni è stato subito bloccato. Ora le autorità cinesi
continuano a pressare i genitori del signor Lu perchè facciano
saltare fuori i soldi, altrimenti rischiano di perdere il loro appartamento
e la macchina. "Questa è una estorsione" ha dichiarato
il sig. Lu "perchè non sono soldi miei; sono donazioni, e
per famiglie che hanno urgentemente bisogno di un sostegno". Lu ha
anche raccontato che secondo gli agenti di sicurezza la donazione sarebbe
passata attraverso organizzazioni straniere ostili, e quindi avrebbe "messo
in pericolo la sicurezza di stato" e per questo avrebbe potuto essere
condannato ad un minimo di 4 anni.
Da quando suo figlio venne assassinato, la signora Ding, destinataria
del Premio Langer, ha espresso apertamente forti critiche nei confronti
del governo, e quindi si trova sotto stretta sorveglianza. Dal 1989 ha
messo sotto pressione le autorità, presentando istanze presso agenzie
legali, anche all'estero, sostenendo la responsabilità delle autorità
cinesi nell'uccisione di centinaia di dimostranti e spettatori di quell'avvenimento.
Si è impegnata, assieme ad altre persone, nella distribuzione di
aiuti alle famiglie delle vittime, molte delle quali hanno difficoltà
economiche. Nel 1989 sono stati uccisi uomini che dovevano mantenere la
famiglia, mentre altri genitori hanno perso figli che avrebbero potuto
assisterli in vecchiaia. In una intervista, la signora Ding ha spiegato
come durante l'anno scorso, il gruppo abbia distribuito 20.000 dollari
a più di 100 famiglie, dividendo l'ammontare in rapporto alle singole
esigenze. La signora Ding pensa che le nuove pressioni costituiscano una
sorta di vendetta contro la sua dura critica nei confronti di quegli ufficiali
che nel 1989 hanno avuto responsabilità diretta nella repressione,
compreso il Primo Ministro Li Peng, che rimane tuttora il numero due del
partito Comunista.
"Quello che hanno fatto è totalmente illegale" ha dichiarato
Ding Zilin: "Hanno violato la mia corrispondenza privata e tentato
di impadronirsi dei soldi inviati a me. Questo fatto dimostra che a discapito
delle belle parole sul ruolo della legge, le autorità cinesi fanno
ciò che vogliono. La gente deve continuare a preoccuparsi della
propria sofferenza e del proprio dolore".
Mao Tse-Tung diceva che "il nemico è una tigre di carta"…
forse non sapeva che stava parlano della Cina del 2000.
Quando la globalizzazione non riesce
a garantire acqua e pane per tutti
di Daniele Lugli
"Probabilmente prima della fine del secolo vedremo il mondo dominato
da pochissime multinazionali immense- perchè la tendenza è
a diminuirne il numero e a crescerne la dimensione - 20, 30, 40 managers
sconosciuti e inconoscibili, come nel castello di Kafka, possono fare
e disfare quello che vogliono: tutti gli altri miliardi di uomini o sono
complici di questi padroni, aguzzini degli schiavi, o sono schiavi. Se
non accettano nè una cosa nè l'altra sono imprigionati,
torturati, massacrati o nella migliore delle ipotesi esiliati, emarginati
dalla società". Questo prevedeva Lelio Basso 25 anni fa ed
affidava le sue speranze di un avvenire diverso all'unione delle forze
migliori della classe operaia e dei popoli del terzo mondo, all'impegno
personale nella difesa della libertà e dignità umana.
Effettivamente assistiamo a concentrazioni immense di imprese, favorite
dai poteri pubblici per consentire competitività, si dice, al paese
o al continente. Per la stessa ragione sono smantellate le misure di protezione
e garanzia dei lavoratori dei paesi più ricchi (quelli dei paesi
più poveri non ne hanno mai conosciute). Cresce, quando va bene,
l'indifferenza rispetto a chi (popolo, gruppo, individuo) non regge al
ritmo imposto dalla globalizzazione e resta emarginato (più frequenti
sono varie forme di esclusione ed intolleranza). Il governo del pugno
di managers, evocato da Basso, sembra esprimersi attraverso i diktat del
Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, dell'Organizzazione
per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, dell'Organizzazione Mondiale
del Commercio.
Lo stesso scenario può essere illustrato in modo differente, come
fa ad esempio Enrico Sassoon su Sole 24 Ore, presentando uno studio di
Charles Jones, della Stanford University. Gli anni novanta sono stati
il decennio della globalizzazione, come crescita accelerata dell'interdipendenza
tra Paesi, economie, imprese, popoli, emersa a partire dal 1945 in stretta
unione con l'innovazione tecnologica. "Può piacere o meno
ai ragazzi di Seattle, ma ha portato a miglioramenti stratosferici del
benessere e a un allungamento impensabile della vita media". Quanto
alla vita media si potrebbe osservare che sconvolgimenti economici hanno
avuto l'effetto, proprio in questi anni, di incidere addirittura sulla
speranza di vita di intere popolazioni dell'Est del Sud del mondo, invertendo
la consolidata tendenza all'aumento. Quanto alla misura del benessere
i risultati sono ovviamente diversi secondo che si conti l'aumento dei
poveri o quello dei miliardari.
Il sistema capitalistico - forte dei suoi successi e del fallimento di
un sistema che si diceva socialista e si pretendeva alternativo - è
il protagonista del processo di globalizzazione e stende il suo pensiero
e il suo potere su tutto il mondo: tutto il mondo è merce e ogni
decisione sulla merce (sul mondo) è presa, come è giusto,
dai mercati. Poichè il sistema si autocorregge e trova la soluzione
ottimale, la cosa migliore è non turbarne il funzionamento: si
farebbe comunque peggio, come l'esperienza ha dimostrato. Se comporta
costi umani, per interi gruppi sociali e popolazioni, pazienza. Intervenire
non gioverebbe loro ed ostacolerebbe progresso e benessere futuro.
C'è però anche la preoccupazione che l'assenza di misura
(chiamata anche equità o solidarietà ) si rivolti contro
il processo di globalizzazione del sistema capitalistico, ad esempio per
crisi ambientali, crescenti squilibri demografici, migrazioni incontrollabili,
rigurgiti fondamentalisti, aumento di conflitti di ogni genere, indotti
da una crescente ed intollerabile diseguaglianza tra popoli e ceti. Perciò
si invoca il ruolo ed il potenziamento degli istituti, prima ricordati:
FMI, BM, OCSE, OMC, attraverso i quali governi e multinazionali stimolino
e assieme controllino i processi di globalizzazione. L'incontro di Seattle
e quello più recente di Davos hanno questo senso e vanno in questa
direzione. A questi appuntamenti si è presentato un terzo incomodo:
"i ragazzi", secondo Sassoon, con le loro "inarticolate
proteste", secondo il Guardian.
"L'ansia per la globalizzazione - commenta il Guardian - è
accompagnata dal tentativo di far nascere una coscienza globale. Ricchi
e potenti scopriranno forse che tutto non può andare come fa comodo
a loro". Vede un'aurora promettente Ramonet, su Le Monde Diplomatique:
"Mentre si spegneva il secolo a Seattle è sorta una luce.
Per troppo tempo espropriati della parola, privati delle loro scelte,
tanti cittadini hanno detto con forza: Basta!". E' l'embrione di
un contropotere mondiale, il ritorno di un'istanza di giustizia e di uguaglianza.
Dopo i diritti politici e sociali "davanti alle devastazioni della
globalizzazione i cittadini reclamano una nuova generazione di diritti,
stavolta collettivi: il diritto alla pace, il diritto a una natura tutelata,
il diritto alla città, il diritto all'informazione, il diritto
all'infanzia, il diritto allo sviluppo dei popoli..".
Questo è il frutto di un programma impegnativo ed articolato di
azioni, di campagne, di alleanze inedite, di rapporti internazionali,
che nel nostro Paese trova significativa espressione nella rete lillipuziana.
Ha aiutato la costruzione e manifestazione di un'opinione pubblica mondiale,
capace di critica efficace nei confronti dell'accordo multilaterale sugli
investimenti prima, del millenium round dell'Omc e dell'incontro di Davos
poi. Possono restare episodi: frutto dell'effetto sorpresa, della divisione
tra Usa, Europa, Paesi del Sud su temi fondamentali. Vorremmo fosse l'avvio
di quell'unione che auspicava un quarto di secolo fa Lelio Basso e di
un processo di profonda democratizzazione locale ed internazionale.
Saranno certamente necessarie altre manifestazioni per rendere palesi
i guasti di un'economia, degli abbienti e dei potenti, che non assicura
a tutti diritti vitali, individuali e collettivi, come è pure oggi
possibile e necessario, se si vogliono evitare esiti catastrofici per
tutti. Petrella indica come test significativo il diritto all'acqua entro
il 2020. Su temi come questo si deve misurare la New Economy, virtuoso
incontro di tecnologia ed economia. In queste manifestazioni è
indispensabile che non entri neppure il sospetto della violenza. C'è
l'esigenza di coerenza tra fini e mezzi, soprattutto quando si denuncia
la violenza strutturale e culturale di un sistema. Per noi che agiamo
in paesi privilegiati, in situazioni privilegiate, è chiaro che
il problema è conquistare i cittadini e i loro rappresentanti,
ad una visione che valorizzi il potere, di tutti e di ciascuno, nella
costruzione di una società che assicuri i diritti sociali e politici,
frutto del sacrificio delle generazioni che ci hanno preceduto, e realizzi,
per sè e quelli che verranno, i nuovi diritti collettivi, evocati
da Ramonet. E questo si può fare se diritti, vecchi e nuovi, si
estendono tendenzialmente a tutti.
Fiducia ed apertura sono compromesse da manifestazioni che trasmettono
immagini di violenza e paura, tanto più quanto l'effetto è
ricercato e moltiplicato dai mass media. Si può contribuire anzi
ad ulteriori e pericolose deleghe e chiusure identitarie, che sono già
in atto: quanti austriaci avranno votato Haider per affermare i loro diritti
collettivi, a cominciare dalla pace e dalla natura tutelata? Soprattutto
i giovani lo debbono sapere, per non ripercorrere, con intenzioni generose,
strade già purtroppo praticate in passato. Il che non vuol dire
dissuadere dall'azione diretta e dall'impegno personale, anzi. "
Il destino del paese - diceva Thoreau, e noi grazie alla globalizzazione
possiamo dire mondo - non dipende dal tipo di scheda che lasciate cadere
nell'urna elettorale una volta all'anno, ma dal tipo di uomo che lasciate
cadere ogni mattina dalla vostra camera nella strada". Con l'augurio
di un buon risveglio.
Ballando, ballando
il Valzer del Debito
Di Alex Zanotelli
Vivo a Korogocho, una enorme baraccopoli (100.000 abitanti circa) di Nairobi,
a splendida capitale del Kenya. Vivendo con i poveri tocco con mano (non
c'è bisogno di statistiche!) i disastri del neo-liberismo e degli
aggiustamenti strutturali imposti dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario.
Solo due esempi nel campo dell'educazione e della sanità. Il 45%
dei bambini di Korogocho e dintorni non riesce ad andare in prima elementare:
costa troppo! Così buona parte della popolazione di Korogocho non
può permettersi il lusso di andare all'ospedale Kenyatta di Nairobi:
costa troppo! Non resta che morire! Ma molti poveri non riescono nemmeno
più a seppellire i loro morti nel cimitero di Langata (Nairobi):
costa troppo!. La situazione dei poveri diventa sempre più pesante
e drammatica. Questo in barba alle "buone notizie" che ci vengono
dai centri di potere sia da Washington come da Londra, sia da Parigi come
da Roma. Mi è giunta notizia che il 29 settembre il presidente
Clinton, parlando a Washington all'assemblea della Banca Mondiale e del
Fondo Monetario, ha promesso di andare oltre le dichiarazioni dei G8 a
Colonia. " Oggi ordino alla mia amministrazione -ha dichiarato testualmente
Clinton- di condonare al 100% il debito che queste nazioni hanno con gli
USA, qualora questo denaro venga usato per finanziare bisogni umani fondamentali."
Gli ha fatto seguito, poco dopo, il ministro delle finanze del governo
britannico, Gordon Brown, che ha dichiarato che l'Inghilterra si accoderà
all'America: condono al 100%. "Buona novella" anche dall'Italia
dove il 19 dicembre il governo D'Alema ha varato un disegno di legge per
la cancellazione di 3000 miliardi di lire che corrispondono a tutti i
crediti (inesigibili!) dei Paesi che abbiano un reddito inferiore ai 300
dollari l'anno. Tutte decisioni che cavalcano l'onda di Colonia dove i
G8 avevano deciso lo scorso giugno il condono di 25 bilioni di dollari
ai Paesi Poveri più Indebitati (HIPC). "Buona novella"
o specchietto per le allodole? Vedendo con i miei occhi il costante impoverimento
degli esclusi dal banchetto, sento di poter affermare che questi "proclami
imperiali" sono buona propaganda e pubblicità di cui l'Impero
del denaro ha bisogno per legittimarsi. L'impero infatti (come ogni Impero
d'altronde) nega di opprimere i più poveri, anzi si pavoneggia
a benefattore dell'umanità. Per capire quanto siano ipocrite le
dichiarazioni di Clinton basta pensare che poco dopo, cioè il 3
novembre, il Senato americano varava la legislazione conosciuta popolarmente
come Nafta for Africa perchè simile all'Area di libero scambio
nordamericano (NAFTA). La Camera l'aveva già approvata il 16 luglio.
Il "Nafta for Africa" è il MAI (Accordo Multilaterale
sugli Investimenti) in pillole, purtroppo, ancora più amare per
questo travagliato continente. Questa legislazione prevede che il Presidente
degli USA potrà stipulare un accordo economico-commerciale con
ogni capo di Stato in Africa che permette l'apertura totale del Paese
alle multinazionali che potranno comperare, sfruttare,....fare quello
che desiderano. Mentre ai governi dell'Africa è richiesto di privatizzare
sanità, educazione, trasporti..... Per me questa legislazione è
un genocidio pianificato. E' la nuova spartizione dell'Africa: la schiavitù
economica. Gli USA vogliono imporre all'Africa un giogo molto più
pesante di quello imposto agli antichi schiavi. Altro che condono dei
debiti! Faccio mia la riflessione di un pastore del Sud Africa, il rev.
Molefe Tsele, coordinatore del Jubilee 2000 del suo paese, apparsa sulla
rivista Challenge diretta dal più importante teologo cattolico
dell'Africa, il domenicano Albert Nolan. ("Se ci sono voluti 300
anni per le chiese per arrivare a proclamare l'apartheid peccato -mi disse
quando lo incontrai nel 1995 a Johannesburg- di quanti secoli avranno
bisogno le chiese per proclamare l'attuale sistema economico peccato ?")
Molefe fa un'analisi impietosa del summit di Colonia. "L'iniziativa
di Colonia non è un passo in avanti e nemmeno un incontro a metà
strada. Il condono di 25 bilioni di dollari rappresenta solo il 25% del
debito totale e il 12% del debito dei paesi più indebitati".
Il debito globale (esclusi i paesi dell'Est) si aggira oggi sui 2.030
bilioni di dollari. "L'iniziativa di Colonia promette speranza senza
disturbare le coscienze dei ricchi, promette un nuovo inizio senza cambiamenti
fondamentali allo status quo. E' una speranza bugiarda" afferma sempre
Molefe. Il fatto grave di Colonia è che legando il condono dei
debiti agli aggiustamenti strutturali, i G8 hanno finalizzato il loro
controllo totale sui popoli impoveriti. C'è perfino chi sospetta
che questa mossa sia una magistrale manovra per ottenere i soldi non più
dai paesi impoveriti (non li possono più pagare!) ma dalla stessa
Banca mondiale. "Questo tipo di condono dei debiti -afferma sempre
Molefe- lascia intatta tutta la struttura dell'oppressione economica.
Anzi è uno strumento efficace per rafforzare il ladrocinio di quel
poco che rimane nel Sud del mondo." E aggiunge: "Questo è
ancora più vero in quanto tutta l'operazione di condono dei debiti
non ha mai affrontato il nodo di fondo degli aggiustamenti strutturali.
Anzi ai paesi più impoveriti è stata posta come condizione
di introdurre gli aggiustamenti strutturali per avere i debiti condonati."
Poi con estrema lucidità il pastore sudafricano smaschera l'ipocrisia
dei ricchi : "Non è questione di condono o di carità,
ma di giustizia. L'indebitamento del Sud non può essere separato
dall'attuale sistema economico globale che ha visto il trasferimento di
risorse naturali nazionali dal Sud al Nord su scala senza precedenti nella
storia umana. Il Sud afferma che il debito è già stato ampiamente
pagato! Non dobbiamo più nulla! Infatti è il Nord che deve
restituire al Sud." E Molefe mette tutti in guardia: dobbiamo vagliare
attentamente le varie campagne per il condono dei debiti. "Alcune
sono buone, altre no. Vi sono campagne dei ricchi che servono solo l'interesse
dei ricchi. Chiediamo a tutti I movimenti che si ispirano al Giubileo
di distanziarsi da quelle campagne per il condono dei debiti in cui le
decisioni sono prese dai governo creditori o dagli stati per i loro interessi.
Il Giubileo infatti è la continuazione delle lotte storiche mondiali
per la giustizia economica, sociale, tra i sessi. In queste lotte siamo
sostenuti dal Dio dei poveri e non dubitiamo che questo Dio che ha affrontato
l'agonia della croce e non ha preso la via facile per evitarla, sarà
con noi fino alla fine." Se la Chiesa non è capace di farsi
voce di questo sogno, che è il sogno di Dio che ha "rivelato
a Mosè", ai suoi profeti, a Gesù di Nazareth, non è
più Chiesa. Purtroppo il Giubileo che stiamo celebrando è
un "Giubileo sporcato" come ha avuto il coraggio di dire il
card. Tettamanzi di Genova. Il nostro è un Giubileo funzionale
al sistema economico imperante, all'impero del denaro. Vorrei invitare
anche la chiesa italiana a ripensare radicalmente la sua campagna sul
debito. Mi sembra sia una campagna molto blanda, fatta per raccogliere
un po' di fondi, senza nessuna volontà di aiutare i credenti a
capire che è ora di rimettere in discussione come peccato l'attuale
Impero del denaro. La Chiesa, in questo Giubileo, è chiamata ad
essere voce critica, profetica: decisa a rimettere in discussione un sistema
che crea sempre più poveri, sempre più morti. La Chiesa
aiuti I fedeli a prendere coscienza che se anche condoniamo questo debito,
l'attuale sistema finanziario lo raddoppierà tra poco. Da questa
Korogocho dove tocco con mano la sofferenza nella carne del Cristo vivente:
una sofferenza immane, chiedo a tutti voi di darvi da fare per cambiare
il Sistema. C'è bisogno di giustizia, non di carità. "La
giustizia prevarrà -grida Molefe- Il grido dei poveri sarà
ascoltato. Il loro Giubileo arriverà."
Aldo Capitini filosofo della nonviolenza
che fa rinascere religione e politica
A cura di Enrico Peyretti
A Torino, il 15 e 16 dicembre 1999, nel centenario della nascita di Capitini,
si è tenuto un importante convegno nazionale, organizzato dal Centro
Studi "Domenico Sereno Regis". Ne diamo una relazione sintetica.
Numerosi incontri e convegni di studio hanno ricordato il 30° della
morte di Aldo Capitini nel 1998 e il 100° della nascita nel 1999.
Due testi capitiniani possono essere citati a proposito di nascita e morte.
«Ogni data di nascita è un natale che non è soltanto
un incremento della compresenza, ma è anche una prova del portare
al massimo il nostro impegno al valore, al quale segue qualche cosa della
realtà liberata»
(La compresenza dei morti e dei viventi, in Scritti filosofici e religiosi,
Protagon, Perugia 1994, p. 328).
«Quando Gesù Cristo soffrì sulla croce e chinò
alfine la testa, la compresenza disse: "E' mio". Così
il nonviolento persuaso della compresenza, grato di ciò che ha
ricevuto, e umile per l'avvenire, non sa (ed è un gran bene che
non lo sappia) se anche per lui, come per gli altri, la compresenza dirà:
"E' mio"»
(Il potere di tutti, La Nuova Italia, Firenze 1969, p. 448).
Capitini scrisse queste parole tredici giorni prima di morire.
Pietro Pinna si è fatto testimone del pacifismo assoluto di Capitini.
Nel rifiuto di uccidere esseri umani è il centro della visione
religiosa di Capitini. Il pacifismo assoluto è ancora di un'infima
minoranza. I vari pacifismi sono relativi, giustificano l'uno o l'altro
dei contendenti. E' tardi opporsi alla guerra quando arriva, collaborare
allo stato militare è collaborare alla guerra. Poiché non
vogliamo la guerra, non vogliamo l'esercito. Se c'è l'esercito,
ci sarà la guerra.
Angelo D'Orsi ha illustrato la formazione culturale di Capitini, la "conversione"
nel primo dopoguerra, il suo impegno pedagogico, l'influenza morale di
Claudio Baglietto («Mi sono persuaso che si deve sempre rifiutare
di uccidere») sul rifiuto dell'iscrizione al partito fascista. Capitini
legge l'Autobiografia di Gandhi. Negli anni '30 mette a fuoco la sua concezione
di pensatore politico ossia religioso, e viceversa. Croce promuove il
suo primo libro solo perché è antifascista, ma non lo apprezza,
come dirà nel '47. Con Calogero Capitini fonda il liberalsocialismo,
che non è un centrismo, ma fusione del meglio di liberalismo e
socialismo. Ma quando questa corrente confluisce nel Partito d'Azione,
Capitini non la segue: egli pensa che i partiti sono necessari, ma insufficienti,
e poi il Partito d'Azione gli appare troppo moderato. Già nel '44
propone i Cos, Centri di Orientamento Sociale, esperienze di democrazia
diretta, di base. Ciò lo differenzia da Bobbio, che è per
la democrazia classica, parlamentare. Nel '48 sostiene il Fronte Popolare,
dicendosi post-comunista, non nel senso di oggi, ma nel senso che non
si può fare a meno dell'esperienza comunista. Per primo usa l'espressione
"indipendente di sinistra". Ottiene a fatica (perché
è anti-cattolico) la cattedra di pedagogia. È profeta, perché
anticipa qui e ora l'ideale, e non utopista, come chi rinvia ad un futuro
perfetto. Nel '68 (morirà in ottobre) vede con entusiasmo il movimento,
riconosce nell'assemblea la democrazia diretta, ma non accetta gli aspetti
di intolleranza (si veda l'ultima delle sue Lettere di religione, in Il
potere di tutti). La sua è una rivoluzione fondata sull'amore,
eppure mai dimentica la razionalità. Combatte i limiti della naturalità,
anche la morte: per lui, la vita senza morte comincia col non uccidere.
Goffredo Fofi, assente, ha inviato un testo. Oggi non c'è bisogno
di dittature, perché i media producono consenso. È caduta
nella rassegnazione la speranza di un mondo migliore. Di fronte a ciò,
sta la sfida tragica del "non accetto" di Capitini. Ma dobbiamo
parlare di noi, oggi, della nostra ipocrisia. I diritti sono diventati
la sciagurata retorica di ogni corporazione attaccata ai suoi privilegi.
Le pratiche sono deboli anche per debolezza della teoria. Tante minoranze
sono risucchiate nel sistema. Ma ci sono anche molte piccole esperienze
che devono incontrarsi. Pacifisti e nonviolenti devono fare una dura autoanalisi.
Prima che di nonviolenza, bisogna parlare di non-collaborazione, non accettare
le regole di questo gioco.
Nanni Salio ha fatto notare che Capitini aveva davanti un orizzonte più
buio del nostro. Il movimento ecologista si è sviluppato in venti
anni, meno di una generazione, e ora (vedi ultimamente l'opposizione a
Seattle) imposta il problema eco-eco (economia-ecologia). C'è un
primato della cultura sulla politica e l'economia: la nonviolenza di principio
è un cambiamento di paradigmi culturali. Oggi ci sono ipotesi scientifiche
(ipotesi Gaia) che confermano l'unità dei viventi intuita da Gandhi
e Capitini. Anche le scienze psicologiche avvalorano la trasformazione
nonviolenta dei conflitti. Tanti movimenti restano inglobati nel sistema,
come denuncia Fofi, perché non hanno autentica cultura nonviolenta.
Mario Martini, studioso perugino di Capitini, ha esposto i fondamenti
filosofici della sua nonviolenza, in una densa relazione. Se la nonviolenza
è il suo metodo pratico, l'aggiunta è il metodo teorico
di Capitini, la nuova razionalità, che egli sostituisce alla dialettica:
antitesi che si superano nell'inclusione. Egli privilegia l'etica (in
ciò è vicino a Levinas), il mondo morale e religioso, e
giudica eticamente le religioni. La verità non è nell'essere
così com'è, la realtà è insufficiente, mentre
la prassi pura è una «iniziativa assoluta». Capitini
pensa con Kant che «se diventassimo ciò che dobbiamo essere,
la natura risponderebbe ai nostri desideri, che non sarebbero mai insensati».
La religione aperta è una prassi di liberazione, e porta l'attenzione
sui mezzi dell'azione (che devono essere adeguati al fine giusto: questa
è una sua tesi portante), sulla «forza della verità»,
la quale spinge tutti dall'intimo, ed è la base dell'«atto
persuaso». La verità è nella bontà dell'atto.
«La verità è Dio», pensa Capitini con Gandhi,
cioè non è posseduta da nessuno. Capitini riceve da Gentile
l'idea di "atto": Dio si realizza nell'atto, non è essere,
ma scegliere; è compresente alle cose. Accanto all'aggiunta, in
Capitini c'è l'idea del contrasto. Il conflitto è una proposta,
non è la necessità eraclitea. La nonviolenza nel conflitto
non è affatto rinunciataria (Ernst Bloch: «Chi non si oppone
al male lo accresce»), è invece attivissima insoddisfazione
e opposizione a tutto ciò che si è costituito con la violenza.
Non si combatte la guerra con la guerra, ma prima della guerra.
La relazione di Roberto Mancini ha voluto mostrare nel pensiero filosofico
di Capitini la "trascendenza e correlazione", quindi il filo
unitario, antidualista, la profonda unità del reale, e non un dualismo
moralistico. Anzi, Capitini è maestro nel superamento del dualismo.
La sua è una «metafisica religiosa dell'amore»: uno
sguardo, cioè, che coglie il senso invisibile, non immediato, delle
cose visibili e, a differenza dell'ontologia tradizionale, elabora una
metafisica dell'unità-amore. La tradizione filosofica occidentale
è amore della conoscenza (filo-sofia). Capitini è nella
linea (già apparsa in Pascal) che pensa la conoscenza come amore.
Il pensiero tradizionale va per scomposizione, perciò è
dominato dal conflitto. Il nostro dialogo con Capitini, nella compresenza,
ci porta fuori dai confini angusti della filosofia italiana, alla grande
filosofia del '900, oltre che a Gandhi. Una prima direzione è la
spiritualità della correlazione amorosa dei viventi. Una seconda,
l'euristica della trasformazione della realtà, verso la realtà
liberata. La sua intuizione originaria è che gli esseri viventi
sono «qualche cosa di più che esseri annientabili»,
sono «superiori alla possibilità di scomparire», superiori
alla morte, «infinitamente presenti» (Elementi di un'esperienza
religiosa, p. 62); è il valore irriducibile di ogni vivente. La
verità è plurale: è la vivente unità-amore
di Dio e dei viventi. È una verità religiosa aperta. L'esperienza
religiosa è esperienza di questa verità, dell'apertura e
compresenza, ovvero di "trascendenza e correlazione". Sia trascendenza
che immanenza sono termini sospetti; Capitini supera questa dialettica
nell'idea di «Dio che si dà». Trascendenza è
l'apertura, la categoria che permette di vedere il valore di ciascuno
e l'unità di tutti. Immanenza è stare presso l'altro. Trascendenza
è il punto di vista più alto, è cogliere il tempo
considerato dal futuro, che ci sostenga come una terra. La compresenza-amore
non è un mettersi insieme per dovere, ma si fonda sull'iniziativa
di Dio. L'altro è un dono che mi è dato. La religione è
educazione dell'amore, riconoscimento appassionato dell'altro.
Quale Dio per Capitini? Non quello delle religioni storiche; non il monarca
sovrano, con potere di vita e di morte, di guerra e di pace. Capitini
sradica la sovranità dalla politica perché la sradica da
Dio. Dio è atto d'amore. Nell'idea di atto, c'è solo un'assonanza
con Gentile, il cui pensiero è monologico: la ragione è
tutto, deve solo svolgersi, senza relazione, dato che ogni alterità
è solo la maschera di un momento. Capitini invece è pensatore
dialogico, non monologico. L'"atto" di Capitini non è
quello di Gentile. Allora, cosa significa? Gli atti che ricapitolano la
nostra esistenza finita sono gli atti d'amore. La nostra finitezza fa
esperienza dell'infinito nel tu. L'essere di Dio consiste nell'amare,
nel darsi, e così ricapitola l'identità di ciascuno. Il
darsi di Dio non è il dono di qualcosa, ma la radicale risposta
al male con il bene: perdono, dono radicale, rinnovo della relazione.
Dio è «anonimo», ma non dissolto, è reale, vivente,
non vuole un nome per sé perché è donazione, non
si tiene l'amore per sé, chiama per nome ciascuno. Si risponde
a lui chiamando per nome ogni vivente.
La mia relazione, su "L'idea di una religione aperta" ha proposto
l'ipotesi che questa idea sia, in Italia, ammonimento e ammaestramento
tanto per la tradizione cattolica quanto per la tradizione agnostica laica.
Esaminato il concetto di apertura, che è categoria pratica, non
conoscitiva, ho posto il problema se e come in Capitini ci sia l'alterità
di Dio (senza la quale l'uomo proietta come idoli parti di sé,
mentre, all'opposto, una religione che oggettivizza troppo Dio lo pone
in una lontananza irraggiungibile). Se per certi versi quella alterità
è in Capitini attenuata, in polemica col forte oggettivismo teologico
cattolico, la sua non è certo una religione soggettiva, ma una
religione del tu, e una teologia etica: Dio lo si incontra nell'apertura
all'altro. In Capitini è chiaro il valore della religione in termini
di senso dell'esistenza, salvata da una pura casualità assurda.
Dio, per Capitini, «da persona si fa anonimo», «persona
per le persone», ma egli non lo identifica con lo spirito dell'uomo,
perché Dio opera prima e distintamente dall'uomo: è Altri,
in intimità, ma non identità con l'uomo.
Capitini può, come Gandhi, collegare profondamente religione e
politica, perché la sua religione è intima e corale, ma
non è una istituzione potente, in competizione con quella politica.
Trovo che Antonio Vigilante (autore dell'ultimo libro su Capitini: La
realtà liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni
del Rosone, Foggia 1999) concorda con la mia opinione che il filosofo
perugino non si possa dire cristiano, se non prendendo questo aggettivo
in termini molto vaghi. Ma c'è in lui, senza l'interpretazione
teologica cristiana, la sostanza vissuta dell'evangelo: amare chi non
ti ama, dare senza contare sulla restituzione, sperare l'insperabile,
non rassegnarsi al potere del male, perdonare sempre, vedere la fecondità
della sofferenza accettata con la forza dell'amore. Evangelico non cristiano,
possiamo dunque dire Capitini. Con questa distinzione non si annette affatto
Capitini ad una chiesa e ad una credenza che egli ha rifiutato, ma si
riconosce in lui lo stesso flusso di verità e di bene che un cristiano
riconosce in Gesù e che ogni persona religiosa trova nella sua
religione. Oggi, anche importanti teologi cattolici riconoscono che l'evangelo
detto da Gesù è presente ed è vissuto anche fuori
dal cristianesimo, e che religioni non cristiane hanno dei contenuti universali
di verità e di salvezza.
Pietro Polito ha parlato su «la via della nonviolenza». Per
Capitini la nonviolenza è una via alla pace attraverso la «tramutazione»,
via differente da quelle del diritto (pacifismo giuridico) e del cambiamento
sociale (pacifismo sociale). La nonviolenza è uno degli strumenti
per la tramutazione del conflitto, con la non-collaborazione e la non-menzogna.
Sotto la dicotomia collaborare-non-collaborare sta il contrasto tra due
concezioni della natura umana: l'homo religiosus, o "persuaso",
e l'homo faber, pragmatico. L'homo faber opera sulla base della realtà
attuale, l'homo religiosus, sulla base della compresenza.
La non-menzogna è il proposito espresso all'altro di non mentirgli
mai, altrimenti si resta separati. Questo proposito attesta che Dio sostiene
infiniti altri. La non-uccisione è il proposito espresso all'altro
che la sua esistenza è nel mio intimo, con amore. «La nonviolenza
è non oppressione, non tormentare, non distruggere neppure gli
avversari, cioè apertura all'esistenza, alla libertà, allo
sviluppo di tutti, di ogni essere» (in Azione Nonviolenta, 10 gennaio
1964). La nonviolenza si specifica: verso il prossimo umano, ma anche
verso gli altri viventi e verso le cose, da non sciupare perché
«tutte sono sorelle a me individuo limitato e naturale». Il
momento negativo della nonviolenza è il rifiuto di fare violenza,
il suo momento positivo è dare valore di tu ad ogni essere, visto
sempre come fine, mai solo come mezzo.
È centrale per Capitini la problematica mezzi-fini, di cui discusse
con Calogero e Martinetti. Il loro modo di porsi pragmatico non è
pacifista assoluto, il modo persuaso di Capitini rompe subito il circolo
vizioso della violenza, rifiutandola in ogni sua forma. Capitini richiama
ad una realtà più profonda, in modo religioso: «Il
sacrificio non è mai sterile» (Mazzini). Non si possono intendere:
il pragmatico chiede se la nonviolenza è efficace; il persuaso
rimprovera il pragmatico di non avere lavorato col pensiero sulla nonviolenza
tanto quanto ha lavorato sulla violenza-anti-violenza. Per il persuaso
la nonviolenza è più efficace, ma dal punto di vista religioso.
Come ha scritto Bobbio, per Capitini la nonviolenza è l'anello
di congiunzione tra politica e religione. Il nonviolento tende allo stesso
tempo al Regno di Dio e alla pace in terra.
Rocco Altieri (autore di La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia
intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Serantini, Pisa 1998), ha illustrato
nella sua relazione "Il programma costruttivo della rivoluzione nonviolenta".
L'originalità intellettuale e spirituale di Capitini ha fatto sì
che il suo pensiero non fosse solo un'obiezione, ma fosse altamente positivo
e propositivo. La sua critica della religione cattolica è per la
sua purificazione religiosa, come Gandhi fece per lo hinduismo. La nonviolenza
è una "conversione" intesa anche come categoria politica,
mutamento personale e sociale. Altieri ritiene che Capitini sia pienamente
cristiano, se ciò significa servizio agli altri. Il suo Movimento
di religione (1946-47) era contro la monarchicizzazione di Gesù,
ed ispirava anche una riforma politica. Il Movimento nonviolento è
un grande e pieno no alla guerra, propone il disarmo, ed è costruttivo
nell'addestramento alla difesa nonviolenta. Capitini chiede nel 1948 un
Ministero della resistenza alla guerra. Nella critica del modello vigente
di sviluppo economico, Capitini ha una prospettiva di apertura alla mondialità.
La deportazione nazista dei bibelforscher
Il martirio dei Testimoni di Geova
di Alberto Bertone
In lingua tedesca “bibelforscher” significa “studiosi
della Bibbia”. “Studenti Biblici Internazionali” era il
nome ufficiale di un movimento religioso sorto negli Stati Uniti nell’ultimo
trentennio dell’Ottocento. La denominazione di quel movimento fu
cambiata nel 1931 in “Testimoni di Geova”. I bibelforscher di
cui parleremo altri non sono quindi che i testimoni di Geova degli anni
Trenta e Quaranta, secondo l’appellativo con il quale erano noti
nei Paesi di lingua tedesca. I bibelforscher furono duramente perseguitati
dal nazi-fascismo. Rispetto a quella di altri religiosi presenti nei lager,
la loro esperienza fu caratterizzata da aspetti singolari, ancor oggi
poco noti agli studiosi e al pubblico in generale.
Gli Studenti Biblici Internazionali si affacciarono sulla scena italiana
agli inizi del Novecento. Nel 1903 sorse in provincia di Torino, a San
Germano Chisone, nelle valli valdesi, la prima comunità. Fino al
1938 fu diretta da Remigio Cuminetti, che nel 1915 aveva vissuto le vicissitudini
di obiettore di coscienza durante la prima guerra mondiale1.
Nel 1919 a Pinerolo fu aperto un ufficio per coordinare l’attività
di evangelizzazione. Lì, nel 1923, gli Studenti Biblici tennero
la prima assemblea in Italia, durante un banchetto nuziale per eludere
la sorveglianza fascista.
Dall’esame di cinque circolari diramate dal Ministero dell’Interno
nel periodo 1929-1940, contenute nei fascicoli relativi ai testimoni di
Geova depositati presso l’Archivio Centrale di Stato a Roma, è
evidente che questi ultimi furono uno dei principali obiettivi della discriminazione
religiosa fascista. Secondo lo storico Giorgio Rochat, fra il 1927 e il
1943 in un elenco di centoquarantadue persone arrestate e confinate per
motivi religiosi, ottantadue erano testimoni di Geova2. Fra loro c’erano
Guido Costantini e Francesco Liberatore, condannati nel 1940 per il rifiuto
di partecipare ai corsi premilitari3. Nicola De Felice fu condannato nel
1943 a due anni di reclusione dal Tribunale Militare territoriale di Bologna
per “disobbedienza continuata” ad indossare l’uniforme4.
Nel 1940 ventisei testimoni furono condannati dal Tribunale Speciale fascista
a quasi centonovantanni complessivi di carcere per aver diffuso, letto
e commentato pubblicazioni bibliche che, secondo gli inquirenti, offendevano
la dignità del duce, del re, del papa e di Hitler5.
Numerosi furono i confinati, fra i quali Aldo Fornerono di Prarostino
e Domenico Giorgini di Teramo, che scontò la pena nell’isola
di Ventotene in compagnia di Sandro Pertini.
Due furono i casi di deportazione. Salvatore Doria era stato condannato
ad undici anni di reclusione dal Tribunale Speciale. Prima venne detenuto
nel carcere di Sulmona e poi fu deportato a Dachau e infine a Mauthausen.
Liberato dagli Alleati nel 1945, fece ritorno in Italia ove morì
nel 1951, a soli quarantatre anni, menomato nel fisico e nello spirito.
Narciso Riet, nato in Germania da genitori italiani, braccato dai nazi-fascisti
perché impegnato a introdurre clandestinamente pubblicazioni bibliche
nei lager, fu arrestato nel 1943 a Cernobbio e deportato a Dachau. Dopo
essere stato sottoposto a torture atroci, fu infine soppresso prima della
liberazione dei campi. Le sue spoglie non sono mai state ritrovate6.
I relativamente pochi casi di arresto e di deportazione che videro per
protagonisti gli Studenti Biblici durante il ventennio fascista in Italia
si spiegano con la scarsa presenza degli stessi: duecento, duecentocinquanta
secondo Giorgio Rochat; cento, centocinquanta secondo i dati rilevabili
dalla letteratura dei testimoni di Geova7. Nella Germania nazista le cose
andarono diversamente. Alla salita di Hitler al potere i bibelforscher
erano oltre diciannovemila. Immediatamente scattarono le misure repressive
nei loro confronti. Il 24 luglio 1933 l’Associazione dei Bibelforscher
fu dichiarata fuorilegge in tutta la Germania. Gradualmente diecimila
testimoni furono internati nei campi; duecentotre furono le condanne a
morte eseguite; seicentotrantacinque i testimoni che morirono di patimenti;
ottocentosessanta le famiglie distrutte con la prigionia dei genitori
e la scomparsa dei figli.
Le motivazioni della repressione? Ha scritto Bruno Segre: “Per i
nazisti, i testimoni incarnavano tutto ciò che essi odiavano: il
Movimento era internazionale, influenzato dall’ebraismo attraverso
l’utilizzazione dell’Antico Testamento e la sua escatologia;
predicava il comandamento che ordinava di Non uccidere e quindi rifiutava
il servizio militare. (...) Il 12 novembre 1933, in nome della neutralità
cristiana, i Testimoni di Geova non si recarono ai seggi per le elezioni
del Reichstag. (...) Rifiutavano il saluto hitleriano e il saluto alla
bandiera nazista”8.
I lager in cui i testimoni di Geova vennero internati furono quelli di
Dachau, Sachsenhausen, Buchenwald per i maschi e di Moringen e Ravensbrück
per le donne. Lì subirono torture indicibili. Buona parte dei condannati
a morte per il rifiuto del servizio militare furono decapitati con l’ascia,
poiché i nazisti ritenevano che la fucilazione fosse una condanna
troppo mite. Come affermò il Tribunale Internazionale di Norimberga,
“le persecuzioni di tutte le sette pacifiste dissidenti come quelle
dei testimoni di Geova e dei Pentecostali erano particolarmente accanite
e crudeli”.
I testimoni di Geova furono tra i primi a denunciare la barbarie nazista:
essendo i primi ad essere internati, disponevano di notizie di prima mano
sulle reali condizioni esistenti nei campi di concentramento. Attraverso
le riviste “The Golden Age” e “Consolation” (ora “Svegliatevi!”)
fin dal 1933 parlarono di oppositori politici rinchiusi dietro il filo
spinato dei campi di concentramento (16 agosto 1933); di gas impiegato
in via sperimentale a Dachau (15 dicembre 1937); di quarantamila innocenti
arrestati un solo colpo (3 maggio 1939); di campi di concentramento per
le donne (28 luglio 1939); di sessantamila ebrei polacchi sterminati nei
campi (12 giugno 1940); di greci, polacchi e serbi sistematicamente sterminati
(27 ottobre 1943).
Nei campi di sterminio furono il solo gruppo religioso a ricevere un contrassegno
d’identificazione: un triangolo viola cucito sulla casacca (il rosso
era per i politici, il giallo per gli ebrei, il rosa per gli omosessuali,
il bruno per gli zingari, il nero per gli “asociali”).
Margarete Buber-Neumann, giornalista e scrittrice internata a Buchenwald,
fu, suo malgrado, capo del blocco numero tre occupato dalle testimoni9
e a suo rischio si adoperò per rendere meno gravosa la loro detenzione.
Lo stesso fece la signora Maria Ruhnau, testimone internata a Buchenwald,
che assistette fino alla morte la sua compagna di prigionia, la principessa
Mafalda di Savoia10. Rudolf Höss, il sanguinario comandante di Auschwitz,
condannò a morte pubblicamente diversi testimoni perché
colpevoli di non volere prestare servizio militare e di non “compiere
qualunque cosa avesse il minimo rapporto con le faccende militari”11.
L’esperienza dei bibelforscher nei campi di sterminio fu singolare
sotto diversi aspetti. Anzitutto l’azione del nazismo che li condusse
alla deportazione fu contro tutta la collettività dei testimoni
e non contro qualche religioso particolarmente attivo e inviso al regime.
Gli internati potevano sfuggire alla loro sorte semplicemente firmando
una dichiarazione di abiura alla fede, che quasi nessuno firmò.
Non erano internati per una opposizione politica al regime, ma per il
rifiuto di dichiarare fedeltà o anche solo di collaborare con il
regime. I bibelforscher non rifiutavano solo il diretto servizio militare,
ma anche tute le attività indotte: dal costruire un deposito di
munizioni al cucire le stellette su un’uniforme. Ben aveva interpretato
il loro atteggiamento Pasquale Andriani, ispettore generale dell’O.V.R.A.,
il quale, in un rapporto datato 3 gennaio 1940 scrisse: “Il comandamento
di Dio di non uccidere e di amare il prossimo come se stessi va interpretato
[dai testimoni di Geova] nel senso più restrittivo e letterale;
quindi nessun testimone di Geova, per qualsiasi motivo, può impugnare
le armi contro il prossimo”12.
Per la riconciliazione dei popoli
Trasformeranno le loro spade in aratri
di Pasquale Pugliese
Sulle splendide colline del dolce Appennino reggiano, a Montalto di Vezzano
sul Crostolo, il 1° gennaio 2000 è stato inaugurato il
CENTRO PER LA RICONCILIAZIONE TRA I POPOLI, IL DISARMO UNIVERSALE, L’ARMONIA
DEL CREATO.
Il Centro, ideato e fortemente voluto da Paride Allegri, “vuole dare
un contributo”- come si legge nel progetto – “affinché
gli uomini che transiteranno nel terzo millennio possano vivere in un
mondo senza armi, in un ambiente salubre, nella giustizia e nella fratellanza”.
Il Centro, inaugurato con una semplice e suggestiva cerimonia ricca di
simboli, è tuttora in fase di realizzazione perché non è
stato ancora possibile costruire tutti gli elementi previsti dal progetto.
Ci sono 10.000 mq. di terreno, donati da Paride; in essi sono state messe
a dimora 144 sequoie (alberi a portamento piramidale sempreverdi), disposte
a cerchio, in dodici cerchi, e 144 essenze diverse all’interno di
ogni circolo, a significare, le une e le altre, il legame tra terra e
cielo. Ci sono due blocchi di marmo lungo il tragitto: sul primo sono
incisi i versi del poeta equadoregno Jorge Carrera Andrade; sul secondo
il seguente messaggio: “le 144 sequoie giganti millenarie, dono del
Creatore, poste a dimora nell'anno 1999, cresceranno nel terzo millennio,
assieme all’affratellamento di tutti gli uomini della terra. Essi,
realizzata la pace, figlia della giustizia, distrutte per sempre tutte
le armi trasfigurate in aratri, restaureranno ogni cosa: l’Armonia
della Creazione.” C’è infine una fucina per la fusione
delle armi. Quel che ancora manca, perché il Centro sia completo
e funzionante, è la costruzione geodetica (che richiama la terra)
in cui saranno accolte le attrezzature necessarie per la realizzazione
di incontri, seminari ed iniziative volte alla riconciliazione e al disarmo.
Quel che certamente non manca è la tenacia e la volontà
con la quale Paride Allegri ha realizzato, superando ostacoli politici
e burocratici, quanto è stato inaugurato il primo giorno del 2000.
Alle ore 12.00 molte decine di persone hanno partecipato alla fusione
delle prime pistole (giocattolo, per questa volta) ed alla trasformazione
delle prime spade in falci; molte hanno simbolicamente piantato spighe
di grano sul terreno nel quale quei resti di strumenti di morte sono stati
seppelliti e sul quale Paride – con la semplicità e la sacralità
di un rito laico e religioso insieme perché intriso di nonviolenza
– aveva seminato alcune manciate di chicchi di grano; tutte hanno
partecipato al sobrio e ricco banchetto con frutta, dolci e lambrusco
ed al brindisi con il quale si è dato il benvenuto alla nuova era
di pace che dovremo avere la forza di costruire.
Il Centro per la riconciliazione tra i popoli potrà essere un nuovo
nodo in quella rete di Centri e Case per la pace che ha dato vita nel
nostro Paese ad una geografia nonviolenta, alternativa a quella dei centri
di potere politico ed economico. Esso, infatti, vuole essere “un
luogo di meditazione, di silenzio, di preghiera che favorisca e stimoli
la conoscenza dei visitatori, un luogo che stimoli ogni persona ad impegnarsi
in atti e comportamenti ispirati alla semplicità, alla cooperazione,
all’uso parsimonioso di ogni dono del creato; in cui sia possibile
realizzare incontri, feste di amicizia, seminari in cui dibattere i problemi
quali la giustizia economica, i conflitti di interesse, la disuguaglianza
fra gli uomini, al fine di educare una cittadinanza attiva, nonviolenta,
di solidarietà”.
Il costo complessivo per la totale realizzazione del Centro è di
600 milioni di lire. Molti sono stati donati, ma molti altri sono necessari
per raggiungere la cifra prevista.
(Chi volesse contribuire può fare un bonifico bancario sul conto
1812 della Cassa di Risparmio di Vezzano sul Crostolo a favore del CENTRO
PER LA RICONCILIAZIONE TRA I POPOLI).
Per tutti l’appuntamento è il 1° gennaio 2001, …
naturalmente…alla stessa ora.
Paride Allegri: dalla resistenza alla nonviolenza
Giovane sottotenente dell’aviazione, Paride Allegri l’8 settembre
1943 si trova a fronteggiare il disorientamento di superiori e sottoposti
di fronte all’armistizio con gli Alleati. I “camerati”
nazisti diventano improvvisamente nemici e truppe di occupazione; l’esercito
italiano, lasciato senza guida dal re e dal generale Badoglio che fuggono
a Brindisi sotto la protezione degli americani, è allo sbando:
chi fugge nel tentativo di tornare a casa e salvare la pelle, chi viene
ucciso dai nazisti, chi fatto prigioniero e deportato nei campi di concentramento,
chi, infine, si unisce alle prime bande partigiane. Paride è tra
questi. Lascia il ferrarese, dove si trova la sua caserma, e raggiunge
in bicicletta Collagna, suo paese natale sull’Appennino reggiano.
Nel volgere di un paio di mesi fonda nella sua zona i primi nuclei partigiani.
Subito gli viene affidato l’incarico di guidare i partigiani della
pianura fino al Po ed infine di organizzare e guidare la resistenza dell’intera
provincia di Reggio. Fino al 25 aprile comanda una brigata di circa tremila
uomini, con vari nomi di battaglia (Veltro, Atomo, Sirio, Juris).Sfugge
innumerevoli volte alla morte ed agli agguati dei nazifascisti e tuttavia
la sua condotta di comandante partigiano è improntata al rispetto
dell’uomo che veste la divisa del nemico. La necessità di
liberare l’Italia dall’orrore nazista non gli impedisce di cercare,
quando possibile, di colpire le strutture piuttosto che le persone. Centinaia
di operazioni sono azioni di sabotaggio: dal tagliare i fili del telefono
all’invertire la segnaletica stradale, al vuotare i magazzini di
cereali e formaggio da distribuire ai contadini. Nel dopoguerra si impegna
con l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) ad organizzare
fabbriche per la ricostruzione, mense popolari e la scuola popolare “Rinascita”.
Nel 1948 si trasferisce per due anni in Sicilia dove sostiene il movimento
di occupazione delle terre ed aiuta, da perito agrario, lo sviluppo dell’agricoltura.
Nel ’51 ritorna nell’aviazione, ma dopo tre anni lascia: è
maturata definitivamente la convinzione antimilitarista e nonviolenta.
Per venti anni si occupa del verde pubblico per il Comune di Reggio Emilia
ed approfondisce e sperimenta le tecniche biologiche e biodinamiche in
agricoltura. Si avvicina intanto al MIR – del quale diventa uno dei
punti di riferimento nazionali – e, nel ’78, costituisce Ca’
Morosini, un luogo di vita comunitaria sull’Appennino reggiano dove,
negli anni, decine di giovani di tutta Europa si sono fermati a sperimentare
uno stile di vita sobrio e sostenibile. Nel 1985 è tra i fondatori
dei Verdi, per i quali diventa consigliere comunale e dopo i primi venti
mesi, per il principio della rotazione, si dimette: sarà l’unico.
Le mobilitazioni contro la guerra lo vedono sempre in prima fila fino
alla guerra nel Kosovo, durante la quale – alla fine di un digiuno
di 24 ore svolto sotto il portico del municipio di Reggio – cade
e subisce una brutta frattura che lo tiene per qualche mese inattivo.
Ma il 1° gennaio del 2000, all’età di 80 anni, inaugura
il Centro per la riconciliazione tra i popoli, il disarmo universale,
l’armonia del creato: la sua nuova battaglia.
Pasquale Pugliese
Lettera aperta al Presidente Ciampi
La guerra e' sempre un disonore
di Enrico Peyretti
Caro Presidente Ciampi, a quanto posso apprendere da un giornale (La
Stampa, 18 febbraio), Lei, in visita ad El Alamein, al cimitero dei soldati
italiani uccisi (non è esatto chiamarli "caduti") in
quella battaglia, avrebbe detto che essi morirono «per seguire la
voce dell'onore, della lealtà, del dovere».
Ora, noi sappiamo che, nella loro buonafede, e comunque privi di libertà,
quei poveri soldati combattevano una guerra assolutamente ingiusta, voluta
da un governo dittatoriale ed aggressivo, e che quindi nella loro azione
non ci fu oggettivamente né onore, né lealtà, né
dovere. La verità è che quel dovere non lo avevano, ma avevano
il dovere contrario, di disobbedire. Che non potessero saperlo e capirlo,
è un fatto per cui ne abbiamo rispettosa pietà, ma questa
verità va detta sempre.
Ad un comando ingiusto essi avevano obbedito non per motivi nobili, ma
per ignoranza, per impreparazione civile e morale, per i danni interiori
subiti dall'educazione fascista e dal tradimento di tanti che avrebbero
dovuto essergli maestri di intelligenza e di coscienza. Essi furono vittime,
mandati a fare altre vittime. Noi possiamo comprenderli e scusarli, ma
non possiamo dire che fu onorevole l'azione in cui morirono. L'idea di
patria non basta a giustificare e nobilitare ogni azione, compiuta abusivamente
nel suo nome, tanto più se si tratta di azioni di guerra.
Quei soldati, mandati per uccidere altri uomini strumentalizzati come
loro, furono uccisi perché non furono i più svelti e i più
attrezzati nell'uccidere. La loro morte è da compiangere con viva
pietà, ma non è umanamente onorevole: è invece uno
dei modi più tristi e umilianti di morire, perché è
un morire da potenziali omicidi.
Chi combatte - o è trascinato a combattere - con armi che uccidono,
invece che con la forza della ragione e della dignità umana, non
può sfuggire ad una di queste sorti: o uccide, ed è un omicida;
o è ucciso mentre è nell'animo un potenziale omicida; o
se la cava per fortuna, ma era moralmente disposto ad uccidere; o ne esce
vivo perché ha pensato soprattutto a salvare la pelle (e questa
è cosa buona, perché così ha salvato, per quanto
poteva, anche la vita del "nemico"). C'è poi una scelta
più grande: quella di chi, trascinato nella guerra, si rifiuta
di uccidere, pronto a morire piuttosto che uccidere, come fece, tra tanti
altri ignoti, il soldato Guido Plavan, di Torre Pellice, nella prima guerra
mondiale: egli usciva con gli altri dalla trincea lasciandovi il fucile,
oppure con il fucile scarico, col consenso del tenente Carlo Lupo (questa
storia è narrata nel volume Le periferie della memoria, Profili
di testimoni di pace, ed. ANPPIA e Movimento Nonviolento, 1999). Plavan
ebbe la fortuna di non essere ucciso, e visse dando frutti di pace. Chi
fa così disobbedisce al comando guerresco, ma è il più
fedele e coraggioso difensore dell'umanità di noi tutti.
La sorte di chi muore in guerra da combattente è triste ed anche
vergognosa, come ogni partecipazione alla guerra. La quale è sempre
paragonabile alle lotte mortali tra gladiatori, volute da poteri e da
mentalità che usano gli uomini come pedine in giochi disumani.
La guerra è orrenda non perché siano moralmente orrendi
gli uomini che la combattono, ma perché fa fare cose orrende anche
a persone buone, che quelle cose non farebbero mai, cose che poi non hanno
l'animo di confessare. Qui sta il carattere infernale, imperdonabile,
intollerabile, dello strumento e dell'istituzione guerra, sia di offesa
che di difesa, che deve essere finalmente del tutto «ripudiata»,
come ci impone la Costituzione, vero onore, essa sì, dell'Italia.
Solo la Resistenza popolare al nazifascismo fu una guerra "giusta"
(meglio: giustificabile), ma solo in quelle precise e limitate circostanze
temporali e culturali, perché oggi, a differenza di allora, si
conoscono esperienze e metodi di lotta non armata e nonviolenta (citati
anche nella legge 230/1998, art. 8), con possibilità di efficacia,
che permettono di emanciparsi dall'uso contraddittorio e controproducente
di un mezzo ingiusto - come sono senza dubbio le armi - per uno scopo
giusto.
Il giornale citato scrive che anche Lei combattè nella seconda
guerra mondiale per lo stesso senso dell'onore, della lealtà, del
dovere che ora rivendica per i Suoi commilitoni caduti (uccisi). Io amo
credere invece che, in questo ricordo, Lei abbia sentito di nuovo l'umiliazione
e il senso di fallimento umano che non può non venire dall'aver
dato mano alla guerra, qualunque essa sia, e tanto più quella ingiustissima;
sentimento riscattabile e riscattato da chi ha poi agito per la pace e
la giustizia.
Perciò trovo che Lei ci ha dato una lezione di civiltà,
di cui Le sono grato, visitando, con la stessa pietà, anche le
tombe dei soldati "nemici" uccisi dagli italiani in quella battaglia.
L'onore distrutto dalla guerra, da ogni guerra, si ricostruisce proprio
ritrovando la comune umanità, al di là delle assurde ragioni
di odio con cui politiche disumane spinsero gli uni contro gli altri uomini
non capaci in quel momento di difendersi da quelle politiche.
Da cittadino attivo, insieme ad altri, nel Movimento Nonviolento di Aldo
Capitini (il cui magistero e testimonianza di pace Lei poté forse
incontrare nella Scuola Normale di Pisa), impegnato nel cercare le ragioni
più alte della nostra convivenza - che risiedono nella pace, nella
giustizia, nella libertà solidale, e non nella sopraffazione bellica
o economica, non nella giustificazione storica delle ingiustizie - vorrei
modestamente contribuire a difendere la nostra patria dalla più
grave delle sconfitte, che è ogni ricaduta nel mito disonorevole
della guerra.
In questo tragico errore anche recentemente il nostro paese si è
lasciato trascinare, incapace di vedere e volere le alternative all'uso
dell'omicidio organizzato dallo Stato, utile solo ai fabbricanti di armi,
ai loro committenti e agli speculatori, tutti servi della morte. Tali
alternative esistono sempre, e le si vedrebbe se solo si avesse l'immaginazione,
la volontà e la cultura di pace per conoscere e sviluppare i metodi
per le soluzioni costruttive dei conflitti, col prevenire e con l'opporsi
alle soluzioni distruttive. Ciò era possibile, innegabilmente,
anche nella crisi del Kossovo, come le analisi più serie e più
libere hanno dimostrato.
Le propongo queste considerazioni con rispetto, fiducia e franchezza,
in questa lettera aperta e pubblica, data l'eminente importanza pubblica
dell'argomento. Le sarei grato, e non solo io, di una Sua risposta parimenti
pubblica.
via Luserna 1, 10139 Torino; e-mail:
ISLAM
a cura di Claudio Cardelli
Il Sufismo,
una corrente mistica
La rapida affermazione dell’Islam in Arabia e la conquista nei secoli
VII e VIII dei territori a oriente (Siria, Irak e Iran) e a occidente
(Africa mediterranea e Spagna) portarono alla nascita dell’Impero
islamico: c’era però il pericolo che l’esercizio del
potere politico soffocasse il genuino sentimento religioso. La stessa
frettolosa adesione di interi popoli all’Islam rischiava di intiepidire
il fervore primitivo.
Per reazione, sorsero predicatori popolari, commossi cantori del sacro
Corano, che richiamarono i credenti al ripudio della ricchezza e alla
purificazione dei cuori, attraverso la preghiera, il digiuno e la povertà.
Questi uomini spirituali, tesi a un intimo rapporto con la divinità,
furono chiamati sufi, forse dall’abito di lana (in arabo, suf) bianca
che usavano portare a imitazione dei monaci cristiani dell’Oriente.
Un’altra spiegazione considera il termine come una trascrizione del
greco sophos (sapiente).
Il Sufismo portò a un arricchimento della spiritualità islamica,
poiché tendeva ad avvicinare il Dio trascendente del Corano all’interiorità
del singolo credente, anche per l’influsso cristiano e neoplatonico.
Il sufi si eleva per gradi alla divinità attraverso una serie di
“stazioni”: pentimento, scrupolosità rinuncia al mondo,
povertà, rassegnazione, affidamento totale di sé a Dio,
stato di soddisfazione per tutto quanto avviene secondo la volontà
di Dio.
La diffusione del Sufismo
Scrive l’arabista prof. Virginia Vacca: “La penetrazione e circolazione
delle dottrine dei sufi si svolgeva liberamente entro il vasto impero
islamico senza confini interni, ove l’arabo era l’unica lingua
della religione e della cultura; gli insegnamenti si diffondevano in conversazioni
fra amici, nelle riunioni delle case private, in moschee dove un maestro,
reperibile nello stesso angolo o accanto alla stessa colonna, riuniva
intorno a sé un cerchio di ascoltatori seduti per terra, esponeva
dottrine, rispondeva a quesiti, con interruzioni per la preghiera rituale
e la recitazione del Corano.
Gli adepti venivano da tutte le classi sociali; buon numero di artigiani
e commercianti meritavano per altezza d’ingegno e di devozione l’amicizia
di teologi e studiosi. Di fronte all’ortodossia i mistici giustificavano
la novità delle loro dottrine facendole risalire a pretesi insegnamenti
esoterici di Maometto. Ma l’ostilità delle scuole teologiche
era inevitabile; i teologi condannavano il concetto di reciproco amore,
di unione, fra Dio e il mistico, giudicandolo un abbassamento della divinità
a livello umano. L’identificazione dell’anima con Dio al culmine
degli stati mistici, l’interpretazione esoterica del Corano, la svalutazione
delle osservanze religiose, le rivelazioni ricevute nell’estasi,
le pratiche nuove (per esempio i concerti) senza giustificazione nel Corano
e nella sunna, furono i principali motivi di incomprensione e di scandalo”.
(da Vite e detti di santi musulmani, Edizioni TEA, Milano,1988, pg.112).
Nel Sufismo ha assunto particolare importanza il rapporto tra maestro
e discepolo, sicchè, verso il XII secolo, si giunse alla costituzione
di vere e proprie scuole o confraternite, ciascuna delle quali trae il
nome dal santo fondatore e dispone di una regola per i propri aderenti.
In Turchia esiste tuttora la confraternita dei “dervisci danzanti”,
che vanta come fondatore il mistico e poeta Maulana Rumi.
Il modo di vita dei sufi
Una folta letteratura, araba e persiana, ci ha descritto le vite dei sufi,
mettendo in luce la loro devozione, le continue preghiere e letture del
Corano, la povertà e l’amore al prossimo. Il poeta persiano
Farid al-Din Attar, vissuto tra XII e XIII secolo, così presenta
un sufi:
Ibrahìm dimorò nove anni in una grotta, dedicandosi continuamente
ai riti e alla meditazione. Il giovedì usciva dalla sua grotta
portando sul dorso un carico di legna che il venerdì vendeva al
bazar. Col ricavato della vendita comprava un pane, ne mangiava metà,
dandone l’altra metà in elemosina. Dopo aver fatto la preghiera
del venerdì, tornava alla sua grotta dove riprendeva le meditazioni.
(Attar, Parole di sufi, Boringhieri, Torino, 1964, pg.164)
Non mancano esempi di autentica nonviolenza : il poeta persiano Sadi di
Sciraz (secolo XIII) nel suo Golestan (Roseto) ci ha lasciato il seguente
raccontino:
Un ladro entrò nella casa di un asceta. Per quanto cercasse non
trovò nulla, e se ne andava, triste. L’asceta se ne accorse
e gettò al passaggio del ladro la stuoia sulla quale dormiva, perché
non se ne andasse deluso.
Ho udito che gli uomini della Via di Dio nemmeno il cuor del nemico hanno
saputo attristare. Come spererai tu di raggiunger quell’altissimo
grado che odio e guerra senti per gli amici?
(da Pagliaro - Bausani, La letteratura persiana, Sansoni - Accademia,
Firenze, 1968, pg.522)
Giubileo
di Alberto Castagnola e Maurizio Meloni
Quando un forte movimento di base riesce a imporre nell’agenda politica
istituzionale i propri temi è sempre un momento molto delicato.
La Campagna Jubilee 2000, una rete internazionale animata dalla straordinaria
Ann Pettifor, che ha dato vita alla più forte iniziativa di opinione
dai tempi della Campagna anti-apartheid, ha avuto l’enorme merito
di coinvolgere milioni di persone ed esponenti dello star-system per far
tornare al centro dell’azione istituzionale lo scandalo del debito,
il più potente meccanismo di esclusione sociale che abbia operato
nelle relazioni nord-sud nell’ultimo ventennio. Un meccanismo che
coinvolge Governi, banche, istituzioni come il Fondo Monetario e la Banca
Mondiale, con responsabilità ormai pienamente accertate. Anche
in Italia la campagna SdebitarSi, nodo locale di Jubilee 2000, e migliaia
di persone che hanno firmato l’appello “per un Millennio senza
debiti”, promosso insieme a riviste come Nigrizia, hanno chiesto
al Governo di adoperarsi in direzione della cancellazione del debito.
Tuttavia esiste il forte rischio che la montagna debito partorisca un
ben misero topolino.
Il topolino in questione si chiama disegno di legge “Misure per la
riduzione del debito dei paesi a più basso reddito e maggiormente
indebitati”, presentato nelle ultime ore del Governo D’Alema
1, qualche giorno prima di Natale. Un atto che presenta aspetti innovativi
non privi di interesse, ma che non dovrebbe in nessun modo essere spacciato
dal Governo come la risposta alle questioni sollevate. Se questo avverrà
nelle prossime giornate, non sarebbe a nostro parere una viôtoria per
i sostenitori della cancellazione e di “un nuovo inizio”, come
lo chiama Jubilee 2000, per i paesi del Sud.
Le ragioni per cui questo atto governativo nella forma attuale non può
in nessun modo essere considerato la risposta alle richieste anti debito,
sono duplici.
Primo, sul piano delle cifre. Come spiega la penultima riga della relazione
introduttiva, si dice chiaramente che: “il provvedimento non comporta
oneri aggiuntivi diretti a carico del bilancio dello stato.” Si tratta
insomma di un’operazione di carattere soltanto formale su crediti
considerati ormai perduti, dalla quale i Paesi indebitati non traggono
alcun vantaggio che non sia quello della riduzione dell’ammontare
complessivo. Si tratta infatti di debiti che già da tempo non stavano
pagando. Questo è il vero significato della frase citata all’inizio:
lo Stato italiano aveva già perduto i prestiti concessi, mentre
i Paesi debitori non liberano alcuna risorsa che avrebbero dovuto destinare
al pagamento di questi debiti, da tempo giudicati impagabili. E’
troppo duro definire questa operazione come una semplice “ripulitura
di bilanci” italiani (del ministero degli esteri e della sace)? E’
un’interpretazione purtroppo confermata dalla sottolineatura del
fatto che il provvedimento nella sua forma attuale “è straordinario,
eccezionale e una tantum”. Il fatto inoltre che la cancellazione
non richieda alcuna trattativa con debitori evidenzia il carattere interno,
contabile, delle misure previste. Il secondo grave limite è sul
piano della gestione complessiva del debito. Si dichiara apertamente che
il decreto “serve a riportare il debito a livelli sostenibili per
le risorse di ciascun paese” (leggi: rimettiamoli in grado di pagarci).
Non solo: la condizione è che questi Paesi “avviino un programma
di aggiustamento strutturale monitorato dal Fondo monetario internazionale”,
la cui centralità, che giudichiamo disastrosa, non viene mai messa
in discussione.
Infine, il ddl non si risparmia un predicozzo frutto del peggior paternalismo
eurocentrico: il debito ve lo cancelliamo, spiega, a patto che non facciate
più la guerra, “rinunciate alla guerra come mezzo di risoluzione
delle controversie internazionali”. Che detto da un Governo che ha
appena compiuto la sua “opera di pace” nei vicini Balcani, suona
quantomeno azzardato.
Insomma ben venga il clamore sul debito, ma attenzione ai colpi ad effetto.
Spettacolarizzare questi temi è quantomai efficace ma anche pericoloso.
Certo, se la risposta sarà questo disegno di legge, sarà
una gloria acquistata a ben scarso prezzo, quasi gratis. Occhi aperti,
dunque.
Musica
A cura di Paolo Predieri
Accordi di pace
non sono solo canzonette
C’è in giro voglia di musica: di ascoltarla, di suonarla
, di inventarla e averla come strumento fondamentale nelle nostre iniziative
nonviolente. I riscontri positivi dalle chiacchierate pubblicate lo scorso
anno e delle due serate al Congresso del Movimento Nonviolento a Pisa
lo confermano.
Proviamo allora, con grande piacere, a riprendere qualche aspetto, qualche
episodio fra quelli già accennati nella serie “Accordi di
pace” (AN luglio-agosto, settembre e ottobre 99) e altro ancora.
Contiamo come sempre sull’aiuto prezioso dei lettori che invitiamo
subito a inviare interventi o segnalazioni, ad esempio su:
musica e canzoni nella gestione di azioni dirette nonviolente;
gruppi musicali particolarmente impegnati;
canzoni per bambini ben caratterizzate;
eventi musicali significativi
Cominciamo con un contributo musicale nonviolento ... alla fine della
guerra fredda!!! Non a caso, prima della rivoluzione del 1989, a Berlino
una serie di concerti aggregò con forza gente delle due Germanie
allora ancora divise e, dopo la caduta del Muro, uno dei momenti celebrativi
più intensi fu l’esecuzione dell’opera rock “The
Wall” di Roger Waters.
Nel programma di conoscenza e riconciliazione Est-Ovest e, in particolare
Usa-Urss, attivato dal Mir internazionale negli anni ottanta, ci sono
stati anche scambi artistico-musicali.
La testimonianza che riportiamo viene da una diretta protagonista ed è
tratta da “Ifor Report”.
CANTARE PER LE NOSTRE VITE
di Deborah Lubar
Abbiamo cantato canzoni popolari americane e canzoni per la pace, abbiamo
tenuto spettacoli coi burattini, giochi di prestigio, racconti di storie
e brevi drammi. In cambio i sovietici si sono esibiti per noi. E’
stato un modo per scoprire un continente che ci era oscuro. Non tutti
fra noi erano artisti professionisti, solo qualcuno: due attori, tre cantanti,
un burattinaio e un cantastorie. Il resto del gruppo era composto da operatori
sociali, insegnanti d’arte, madri, amministratori di Enti denuclearizzati,
studenti, un agricoltore. Tutti eravamo attivisti nel movimento per la
pace, tutti ci sentivamo di cantare, di esibirci per le nostre vite. Non
avevamo la pretesa di essere grandi star venute per meravigliare il pubblico
sovietico.
A Tbilisi, capitale della Georgia, ci siamo trovati in un’enorme
sala da pranzo, delle dimensioni di un campo da calcio con un piccolo
palco pieno di strumenti rock e 92 amplificatori.
Ci fu un’esibizione non programmata a Yerevan, capitale dell’Armenia.
L’auditorium si riempì fino a traboccare. Ci chiesero: ”Conoscete
canzoni di Bob Dylan?” E noi cominciammo a cantare tutte quelle che
riuscivamo a ricordare. Gli Armeni sapevano le parole meglio di noi.
A Leningrado la nostra guida ci disse: “Okay ragazzi, stavolta è
molto importante. Oggi dovete dare il meglio di voi!”. L’autobus
ci portò a un capriccioso edificio, denominato “Palazzo degli
Attori”. Ci trovammo, dopo una scalinata di marmo, in una sala ampia
ed elegante. Toccò a me presentarci. Questo prese i primi 5 minuti,
gli altri 25 vennero occupati per discutere del fatto che i nostri missili
sono puntati sulle loro città e possono arrivare in soli 6 minuti
e che si potrebbe fare qualcosa per migliorare la situazione. Noi lo sapevamo
ed eravamo lì per questo, ma non sapevamo come avremmo passato
le ore seguenti senza apparire del tutto stupidi.
Il nostro coro si alzò per il primo gruppo di canzoni e accadde
qualcosa: attorno alla seconda strofa di “If I had a hammer”
il nostro elegante pubblico cominciò a battere i piedi e a dondolare
la testa. Alla seconda canzone battevano il ritmo con le mani e cercavano
di seguire le parole. Alla terza i nostri occhi e i nostri sorrisi incontravano
i loro e ognuno di noi cantava per una persona precisa. Tutto il resto
fu un godimento reciproco. Presentammo anche la nostra piccola opera intitolata
“Storia del mondo in 30 minuti”, in cui due di noi rappresentano
lo sviluppo dell’universo dalla creazione alla distruzione nucleare.
Loro scoppiavano dalle risa in tutti i pezzi comici. Ma, alla fine, ci
fu un momento di grande serietà. Il globo di plastica gonfiata
veniva lanciato in aria e si giocava con la terra come se fosse una palla.
Abbiamo cominciato a palleggiare con loro: la terra rimbalzava fra le
mani dei nostri due grandi continenti. Uno di loro ha preso il globo e,
con molta delicatezza, lo ha lanciato in alto. Tutti abbiamo applaudito
la nostra terra. Abbiamo alzato assieme le mani, unite nella solidarietà
e legate nella canzone...We shall live in peace someday…
Film
a cura di PeaceLink
E’ morto Claude Autant-Lara
regista di “Non uccidere”
E’ morto il 5 febbraio 2000 all’eta’ di 97 anni il regista
francese Claude Autant-Lara. Ha firmato una sessantina di film importanti
tra cui “Il diavolo in corpo” (1947),”La traversata di
Parigi” (1956) e “Non uccidere” (1961). Autant-Lara e’
stato autore di battaglie civili che gli procurarono contrasti con la
censura.
Vale la pena ripercorrere la storia di “Non uccidere”, un film
simbolo dell’obiezione di coscienza, che all’inizio degli anni
Sessanta viene “proibito” dalla censura in diverse nazioni,
fra cui l’Italia.
Autant-Lara vede morire il suo film sotto il peso di divieti imposti dall’alto.
Ma un fatto straordinario accade in Italia. Il 18 novembre 1961 il sindaco
di Firenze, Giorgio La Pira, fa proiettare il film “Non uccidere”
di fonte a decine di giornalisti e di uomini di cultura. I divieti vengono
cosi’ infranti da un gesto clamoroso di cui si fa protagonista un
sindaco cattolico, vicono a Dossetti ed eletto come indipendente nella
DC.
Che cosa contiene di tanto “pericoloso” il film?
“Non uccidere” narra un fatto accaduto realmente, quello di
un giovane francese che si rifiuta di indossare l’uniforme militare
perche’, come cattolico, non vuole imparare ad uccidere. Poiche’
il film esalta la figura di un obiettore di coscienza, la commissione
ministeriale sulla censura di quel tempo vi rintraccia il reato di istigazione
a delinquere e percio’ lo esclude dalle sale cinematografiche. Tale
censura suscita l’indignazione del deputato Sandro Pertini che, assieme
ad altri socialisti, presenta un’interrogazione parlamentare. Ma
il sindaco va oltre e, con un atto di disobbedienza civile, infrange,
nella citta’ di cui e’ sindaco, il divieto di proiezione e invita
giornalisti e uomini di cultura a vedere il film.
Scoppia un caso internazionale, dato che anche in altre nazioni il film
e’ boicottato fin dall’inizio, tanto che per girarlo il regista
era stato costretto ad andare in Jugoslavia, poiche’ ne’ la
Francia ne’ l’Italia avevano autorizzato le riprese nel loro
territorio.
Il dibattito e l’impressione profonda suscitati dal film di Autant-Lara
producono l’effetto “ibdesiderato” per cui i vertici militari
avevano richiesto la censura sul film: in Francia viene approvata una
legge che consente l’obiezione di coscienza.
In Italia intanto, nel 1962, rifiuta di indossare la divisa Giuseppe Gozzini,
primo obiettore di coscienza cattolico. Entra in galera per coerenza con
il quinto comandamento: “Non uccidere”.
SCHEDA / FILM
Dal romanzo “Addio alle armi” viene tratto un film che nel 1932
mette in scena la sconfitta di Caporetto, il mito della prima guerra mondiale
viene infranto da scene di cruda realta’ e di insensata follia. Scatta
la censura e gli italiani per vederlo (in TV) dovranno aspettare 50 anni.
Oscuramento in Italia e Germania anche per il film “All’Ovest
niente di nuovo”, uscito nel 1930, vincitore di due Oscar ma troppo
antimilitarista. Realizzare e far vedere film critici sulla prima guerra
mondiale risulta difficile anche nel 1950: la narrazione della storia
di un obiettore di coscienza ha un effetto cosi’ dirompente che il
“servizio segreto psicologico” dell’esercito francese ne
impedisce la realizzazione. Il film viene ripreso dieci anni piu’
tardi, cambia titolo (da “L’obiettore” diventa “Non
uccidere”) e il regista Autant-Lara e’ costretto a realizzarlo
in Jugoslavia, fra il 1961 e il 1963. Sono gli anni dell’Algeria,
allora colonia francese, in lotta per l’indipendenza. Il film ha
un impatto poderoso sull’opinione pubblica. Stesso effetto shock
ha in Italia “Uomini contro” di Francesco Rosi. Il regista incontra
resistenze tali in Italia da non doversi recare in Jugoslavia per girarlo.
Il film esce nel 1970 provocando uno strascico di polemiche e di proteste
dei “benpensanti”.
Altri film che hanno rivisitato criticamente la prima mondiale sono “Charlot
soldato” (uscito nel 1918), “La grande guerra” di Mario
Monicelli, il tedesco “Westfront”, “Orizzonti di gloria”
di Kubrick e “La grande illusione”, francese.
Raccontare la verita’ della guerra, risvegliare le coscienze e’
un impresa anche per chi non e’ regista ma educatore di pace: negli
anni Sessanta padre Ernesto Balducci viene incarcerato e don Lorenzo Milani
e’ sottoposto a processo, entrambi per aver sostenuto il diritto
ad agire secondo coscienza di fronte a una guerra ingiusta.
LIBRI
A cura di Silvia Nejrotti
Micro credito: una proposta ed una realtà rivoluzionaria per uscire
dalla povertà
La Grameen Bank, o banca rurale, è un istituto di credito, nato
nel 1976 in Bangladesh, che concede prestiti esclusivamente ai poveri,
con assoluta preferenza alle donne, consentendo loro di procurarsi gli
strumenti per un lavoro indipendente e, poi, la sistemazione/costruzione
della casa, l’istruzione per i figli, le cure sanitarie.
Il suo fondatore, Muhammad Junus, è un docente universitario di
economia, entrato in crisi dopo la tremenda inondazione del 1974 che,
seguita da una terribile carestia, provocava la morte di migliaia di persone
e la miseria per la maggioranza della popolazione del Bangladesh.
L’idea di fondo che anima questa esperienza è, secondo le
parole di Junus, “una semplice verità: la differenza tra poveri
e ricchi consiste nelle opportunità, non nelle capacità.
La Grameen Bank ha dimostrato che, se un povero ha la possibilità
di cessare di esserlo, è molto probabile che la colga. Questa occasione
è ciò che mancava; l’unica cosa di cui avrebbero veramente
bisogno i poveri non è l’elemosina (aiuti a fondo perduto)
ma una giusta opportunità, un’occasione.”
Per approfondire l’argomento, c’è un ottimo libro pubblicato
dall’editrice EMI: “Il denaro della speranza”, curato da
Federica Volpi con grande chiarezza e quantità d’informazioni.
Sono 144 pagine, costa 15.000 e fa parte della collana “Sviluppo,
Ambiente, Pace” in cui, oltre al celebre “Futuro sostenibile”
dell’Istituto Wuppertal, si possono trovare altri ottimi testi di
esperienze, di donne e non solo, che nei paesi del terzo mondo costruiscono
un futuro sostenibile.
Michele Boato
La Giustizia intesa non come potere, ma come servizio all’uomo
Di Rodolfo Venditti mi era sfuggito un testo, uscito qualche anno fa.
Si tratta di Giustizia come servizio all’uomo (Edizioni Elle Di Ci,
Torino, 1995, pag.120, £ 11.000). In esso l’illustre magistrato
ripercorre la sua esperienza di giudice.
Il filo conduttore che lega tutto e che dà un sapore preciso all’opera
è il richiamo costante alla dignità dell’uomo, di ogni
uomo, anche quando compare in un’aula di tribunale, in qualità
di imputato. Modo concreto di rispettare l’imputato (e la parte lesa)
è celebrare processi rapidi, non consentendo alle manovre dilatorie
di chi spera nella prescrizione o nel malcostume di condoni e indulgenze.
E’ parlar chiaro, farsi intendere, con speciale attenzione per chi,
avendo studi limitati o nulli, prova maggiore difficoltà. E’
passare delle notti, e a volte anche delle domeniche, a lavorare per rispettare
con scrupolo i termini previsti dalla legge per il deposito dei provvedimenti.
E’ non farsi imprigionare dalle pastoie formalistiche e procedurali
per andare alla sostanza, cioè fare giustizia, assolvere o condannare.
Fare il giudice rispettando la dignità dell’uomo significa
in sostanza gestire la funzione giurisdizionale non in chiave di potere
ma in chiave di servizio.
Gli agili capitoli del testo ripercorrono l’esperienza pretorile,
quella di giudice minorile, quella dell’insegnamento universitario,
che hanno via via arricchito una vita che si spende al servizio dell’uomo.
L’intero percorso è sostenuto da una fede cristallina, che
lo porta sovente ad obiettare. Una fede così alta da sentire interiore
sofferenza quando, ad esempio, la procedura impose a lui, Presidente,
di richiedere giuramento ad un teste rabbino (che rifiutò). Il
modo in cui questo giudice obiettore compose la vicenda col rabbino obiettore
è narrata a pagina 74 e75. Non voglio qui riassumerla, dico che
è un inno alla tolleranza religiosa e al rispetto della coscienza.
Così come tutto il libro è un inno alla legalità,
che è tutt’altra cosa dal perbenismo.
Spero che molti studenti, avvocati, magistrati leggano questo testo. Ma
soprattutto lo consiglio a chi, in buona fede, pensa che l’inasprimento
delle pene, e in particolare la pena di morte, abbiano funzioni positive.
C’è un modo diverso di avere uno stato funzionante e autorevole
e Venditti in queste pagine vive e forti lo mostra con chiarezza.
Beppe Marasso
Lettere
Direttori e Presidi:
Educatori o Manager?
Caro Berlinguer,
Il 13 giugno del 96, all’inizio dell’orale del concorso direttivo,
un commissario -vista la mia Laurea in Economia e Commercio- esordì
con la frase “....allora lei sarà un bravo manager nella scuola”.
La mia fu una risposta un po’ stizzosa. Ribadii il mio desiderio
di essere direttore didattico, attento e portato verso le problematiche
educative, didattiche e pedagogiche. E così è stato nella
mia esperienza trentina a Moena (2 anni) e a Carpegna (1 anno). Ora che
sono a Rimini in un circolo già “dimensionato” (800 studenti
circa), mi accorgo che la didattica è di qualcun altro e io devo
rincorrere i problemi amministrativi inerenti “genitori, bidelli,
orari, bilanci, rendiconti...”. In tutto questo si inserisce il corso
per acquisire la cosiddetta dirigenza (che stiamo concludendo) e il recente
Circolare Ministeriale per la Valutazione dei capi d’istituto in
attuazione dell’art. 41 del C.C.N.I. Nel regime di autonomia della
scuola, si dice in sostanza, verranno apprezzate (cioè valutate)
le attività realizzate dai capi di istituto. I più bravi
godranno di una retribuzione aggiuntiva. In un anno di transizione, che
ci vede impegnati su tutti i fronti (da ultimo quello del passaggio dei
bidelli dai Comuni allo Stato) invece di lavorare per favorire la coesione
e le sinergie fra le scuole ci si sta chiedendo di essere come delle aziende
in concorrenza fra di loro. In un appello ad inizio di anno scolastico
ho scritto ai colleghi direttori ed ispettori dicendo che “..ci sono
due virus nell’aria e che in questo periodo possono annidarsi nel
DNA dei presidi, delle direttrici e dei direttori didattici (futuri dirigenti
scolastici): sono i virus della gelosia e dell’invidia. Alcuni di
noi si stanno attrezzando per formare una buona difesa immunitaria, prima
che lo stress da “corso dirigenziale” faccia indebolire il fisico,
la mente e lo spirito. Abbiamo scoperto che la convivialità e la
solidarietà possono essere, insieme al “riso e allo humor”,
buoni antidoti alla possibile futura epidemia, che porterebbe inevitabilmente
alla solitudine e allo sconforto (credo che in termini scientifici si
dica “burn out”). Poichè il primo saggio letto nella
mia vita è stato Lettera ad una professoressa, prendo spunto da
don Milani, per affermare che “...sortirne da soli è avarizia,
sortirne insieme è politica”. Per questo mi dispiace quando
vedo un collega in difficoltà. E se la scuola che lui dirige “va
male” faccio di tutto per migliorarla perchè per me questo
significa una sconfitta non sua, ma di tutta la scuola e della comunità
che educa e forma. Non sono quindi attratto dall’idea di perdere
tempo per inventare la maniera migliore di scrivere quello che ho fatto
e per “autovalutarmi”. Chi vive nella scuola sa perfettamente
cosa succede nelle nostre scuole e non sono certo i quintali di carta
scritta che fanno la qualità della scuola. Mi auguro che dopo gli
insegnanti si ripensi ora anche alla “autovalutazione” dei futuri
dirigenti. Anche noi possiamo essere ascoltati.
Gianfranco Zavalloni
(Rimini)
Jovanotti e il Debito
No alla spettacolocrazia
Caro Direttore,
non conosco i retroscena che hanno indotto una macchina tanto frivola
come il Festival di San Remo a dare voce ad un tema tanto drammatico come
quello del debito. Del resto non ho la televisione e ho saputo della cosa
solo perché ne hanno parlato tutti i giornali.
Al di là delle motivazioni che stanno alla base della scelta effettuata
dalla mega macchina-spettacolo, immagino che l’inziativa sia stata
realizzata per una pressione esercitata dalla campagna internazionale
Jubilee 2000 e quella italiana “Sdebitarsi”. Ritengo che le
due campagne abbiano fatto una mossa intelligente ad utilizzare il Festival
di San Remo come tribuna per parlare del debito, ma devo confessare che
il risultato ottenuto mi provoca al tempo stesso soddisfazione e sgomento.
Soddisfazione perché è riuscito a fare giungere il messaggio
anche ai milioni di teledipendenti che se ne stanno col telecomando in
mano alla ricerca del programma più insulso. Sgomento perché,
ancora una volta, ho dovuto costatare il basso livello di serietà
dei mezzi di informazione. Il debito sta mietendo vittime da almeno venti
anni, ma i quotidiani non se ne sono mai occupati nonostante le numerose
conferenze stampa indette da associazioni che da anni lottano, con impegno
certosino, contro questa particolare forma di oppressione. Fa male al
cuore costatare che i problemi non si affermano per la loro gravità
o rilevanza sociale e culturale, ma per la loro spettacolarità.
Ma la preoccupazione più grossa è per il comportamento di
D’Alema. Lui, capo di governo di un paese democratico, mentre ignora
le proteste e le sollecitazioni che gli giungono dalla società
civile organizzata, si precipita a convocare un cittadino che ha la particolarità
di cantare e di apparire in televisione. Non mi risulta, del resto, che
Jovanotti abbia mai ricevuto la delega a rappresentare in ambito politico
la campagna contro il debito. Con tutto il rispetto per Jovanotti, credo
che altri abbiano più competenza di lui per esporre le richieste
della campagna e per parlamentare con le autorità dello stato che
devono prendere decisioni al riguardo. Naturalmente parto dal presupposto
che quando D’Alema si muove lo faccia per affrontare seriamente i
problemi e non per gettare del fumo negli occhi, nel qual caso si aggiungerebbe
preoccupazione a preoccupazione. La sollecitudine di D’Alema ad incontrare
le persone appariscenti, mentre ignora le forze popolari organizzate che
per ostruzionismo della stampa sono costrette ad operare nell’ombra,
mi pare un insulto alla democrazia. In democrazia l’unica sovranità
che vale è quella popolare e quando si dimostra di considerare
di più quella legata al censo, alla posizione economica o alla
notorietà, mi pare una brutta china che può portare molto
lontano.
Francuccio Gesualdi
(Vecchiano)
Violenza e nonviolenza
in curva e in campo
“UNA DOMENICA BESTIALE”: così titolava Il Gazzettino
di lunedì 14 febbraio. A Venezia vi è stata una rissa a
fine partita tra giocatori per “saldare i conti sospesi” in
campo; un giocatore del Padova a Cittadella dichiara che durante la rissa
una persona “ha aperto la giacca mostrando la pistola” e giustamente
sarà interrogato dal giudice.
Un allenatore posato come Eriksson , dopo aver parlato durissimo –
lui, sempre di poche parole – con i tifosi definendo “schifosi”
quei cori razzisti, ritrova anche lui la verve polemica degli allenatori
che sembrano negli ultimi giorni aver individuato il dodicesimo avversario
o nemico in campo: l’arbitro.
Anche tra il calcio giovanile e dilettantistico le cose non vanno meglio:
la federazione locale pugliese, ad esempio, ha deciso di sospendere tutti
gli incontri per il prossimo turno di campionato.
Ora deve veramente finire il tempo delle discussioni, delle polemiche,
dei processi televisivi e dell’invasione totale del calcio in video
per tutta la domenica.
Dopo questa fotografia, che tutti hanno già più volte scattato
o moviolato è giunto il momento delle proposte, quelle vere e sincere.
Non è la prima volta che rilancio una proposta di tecnica nonviolenta
per fermare la violenza negli stadi, e in questa occasione i destinatari
sono i dirigenti della Lega Calcio, i Presidenti delle società
e gli stessi giocatori, con particolare attenzione a quelli che si battono
contro la guerra e la violenza (possiamo citare, ad esempio, Tommasi,
della Roma, anche lui obiettore di coscienza).
In Italia abbiamo oggi, solo per il 2000, quasi 100 mila domande di giovani
che hanno chiesto di svolgere un servizio civile, tutelati finalmente
da una legge seria. Il Governo, tuttavia, stenta a trovare i fondi e i
posti per sistemare tutti, giungendo al punto di esonerare molti giovani
o di sospenderne le chiamate, e lasciando conseguentemente enti assistenziali
senza obiettori, il che costringe molti disabili a rimanere chiusi in
casa, senza poter usufruire dei servizi di trasporto per le loro attività
riabilitative.
Qual è in sostanza la proposta da me avanzata? Si tratta di un
progetto semplice e realizzabile, che non comporta grosse spese: occorrerebbe
prevedere l’inserimento nel mondo del calcio di gruppi di obiettori
adeguatamente preparati (la nuova legge prevede un periodo di formazione)
che possano entrare in contatto con le socie