Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
Abbonamento annuo Euro 29.00.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Azione nonviolenta si è rinnovata. Con il 2000 la nostra rivista
mensile ha indossato una veste più leggera, più ariosa,
più colorata. L'esigenza di rinnovamento era emersa chiaramente
dal Congresso del Movimento Nonviolento ed ora spetta ai lettori giudicare
il nostro lavoro. Naturalmente non abbiamo voluto limitare le novità
all'aspetto grafico.
Il lavoro redazionale si è allargato, coinvolgendo più persone
amiche della nonviolenza, che generosamente hanno messo a disposizione
tempo e competenze. Anche i contenuti sono stati ripensati, e si sono
aggiunte nuove rubriche e nuovi interessi: la musica, il cinema, le recensioni,
la rassegna stampa, la nonviolenza nella cultura islamica, il pacifismo
nei siti internet, le interviste, l'osservatorio internazionale, le azioni
dirette nonviolente, l'attualità…. Alcune rubriche compaiono
già da questo primo numero, diciamo così, di prova; altre
vedranno la luce nei prossimi mesi. Il progetto è molto ambizioso,
ma con la consapevolezza di dover fare un passo alla volta. Abbiamo investito
molte energie, materiali e intellettuali, in questo progetto, convinti
come siamo che Azione nonviolenta è preziosa per la crescita del
nostro Movimento.
Ma oggi l'impegno si moltiplica. Il Congresso del Movimento Nonviolento
ha avviato un processo di federazione con altri movimenti, a partire dal
più affine, il MIR. La "Federazione dei nonviolenti"
per lavorare in rete, in sinergia,
per aumentare la forza della nonviolenza. Le sfide che il mondo oggi ci
pone, dalla globalizzazione all'immigrazione, dalle guerre dimenticate
ai crescenti nazionalismi, devono trovare nella nonviolenza una risposta
credibile e praticabile.
Azione nonviolenta vuole essere al servizio di questo processo, con spirito
aperto e di ricerca.
Una rivista di movimento ha un doppio compito, essere lo specchio di quanto
produce il movimento stesso, e nel
contempo proporre iniziative e stimoli. In questo senso Azione nonviolenta
lancia fin da questo numero la Marcia
specifica per la Nonviolenza, che Movimento Nonviolento e MIR hanno indetto
per il 24 settembre 2000.
Queste pagine saranno strumento di promozione e organizzazione della Marcia.
Aldo Capitini, nel gennaio del 1964, ebbe un'intuizione straordinaria:
creare uno strumento di collegamento fra tutti gli amici e i persuasi
della nonviolenza. La primogenitura, l'autorevolezza data dai tanti lustri
di ininterrotta militanza, sono insieme l'orgoglio e le credenziali della
nostra rivista. Ancora oggi l'eredità che ci ha lasciato Capitini
dà molti frutti. Il comune compito è quello di mantenere
viva la rendita di questo straordinario capitale culturale.
Quando si avvia un processo di rinnovamento, è bene anche, e forse
soprattutto, rinnovare il legame con le proprie radici. Per questo ci
piace andare a rileggere le parole di Capitini, scritte con il titolo
"Il nostro programma" per il primo numero di Azione nonviolenta,
con data 10 gennaio 1964:
"Con Azione nonviolenta poniamo un centro di questo lavoro. Esso
sarà informativo. Fornendo notizie su tutto ciò che avviene
nel mondo con attinenza al metodo nonviolento; sarà teorico, perché
esaminerà le ragioni e tutti i problemi,
anche i più tormentosi, di questo metodo.; sarà pratico-informativo,
perché illustrerà via via le tecniche di questo metodo,
in modo che diventi palese quanto esse sono ricche e complesse e possono
ancora accrescersi infinitamente, perché la nonviolenza è
infinita e creativa nel suo sviluppo. Azione nonviolenta riferirà
su libri e articoli concernenti la nonviolenza e la pace; manterrà
sempre aperto il dibattito con quesiti e risposte. E vuole anche essere
fatta da tutti, nel senso che esaminerà volentieri proposte, suggerimenti,
articoli che riceverà, come si augura fin da ora di essere aiutata
nella diffusione capillare, nella raccolta di abbonamenti e di offerte
per le gravi spese."
Quello che ci serve è soprattutto il conforto e la collaborazione
dei lettori. La misura del consenso sarà molto concreta:
se nel corso dell'anno gli abbonamenti aumenteranno, la scommessa sarà
vinta.
Il fallimento e il successo di Seattle
Di Gianni Tamino
Fino a qualche mese fa, per la maggior parte della gente, Seattle era
una città non molto conosciuta degli Stati Uniti, a qualcuno nota
solo perché vi ha sede la “Microsoft” di Bill Gates o
le industrie aeronautiche “Boeing”. Ma dopo il fallimento della
Conferenza del WTO (o OMC, cioè Organizzazione Mondiale del Commercio),
Seattle è diventata la città della rivolta contro la globalizzazione
e per molti giorni i giornali hanno descritto ed analizzato quanto è
successo nella capitale dello Stato di Washington. Così parole
come globalizzazione, liberalizzazione del mercato e sigle come WTO, GATT,
Millenium Round, Uruguay Round sono divenute sempre più diffuse,
ma non sempre chiare.
Che a Seattle si sia verificato qualcosa di storico non c’è
dubbio, quantomeno c’è stata la prima protesta globale, in
risposta alla globalizzazione dei mercati. Ma quando, alcuni giorni prima
della Conferenza, sono arrivato a Seattle , pur avendo chiaro di partecipare
ad una grande manifestazione, in concomitanza con un vertice mondiale
difficile e pieno di contrasti, non pensavo che, anche per merito della
protesta di migliaia di persone giunte da ogni parte del mondo, ci sarebbe
stato un fallimento della Conferenza.
Dopotutto, a Seattle si doveva decidere solo l’agenda di una serie
di negoziati sul commercio mondiale che sarebbero durati non meno di tre
anni.
Io avevo già avuto modo, come membro della Commissione Agricoltura
della Camera dei Deputati dal 1989 al 1992, di occuparmi di Commercio
Mondiale all’epoca dell’Uruguay Round, cioè dei negoziati
svoltisi in ambito GATT dal 1986 al 1994. Si trattava dell’ottavo
ciclo di negoziati, da quando il GATT (cioè l’accordo generale
sulle tariffe ed il commercio, dall’inglese General Agreement on
Trade and Tariff), era sorto, nel 1947, ed era sicuramente il più
ambizioso dei tentativi di liberalizzare i mercati su scala mondiale,
ciò che spiega la durata dei negoziati, ben otto anni. Nel 1994
venne siglato a Marrakesh un accordo tra 123 paesi, che pose non solo
le basi delle regole per il commercio mondiale, ma istituì l’Organizzazione
Mondiale del Commercio (o WTO, World Trade Organization), con sede a Ginevra.
Da allora i 123 paesi, man mano passati agli attuali 134, si sono impegnati
ad eliminare o quanto meno a ridurre i dazi doganali; a trattare allo
stesso modo i prodotti di ogni stato, a prescindere dalle caratteristiche
economiche, sociali e politiche dello stato stesso; a trattare le compagnie
straniere come quelle nazionali; ad eliminare ogni forma di restrizione
all’import-export.
Ma per i paesi economicamente e politicamente più deboli ciò
ha significato perdita di sovranità nazionale a favore degli interessi
di società multinazionali, uniche ad avere un grosso beneficio
dalle nuove regole.
Si è così costituito un organismo che può emanare
norme vincolanti per i paesi membri, che vengono fatte rispettare attraverso
un poco trasparente organo per regolare le controversie, che, valutata
una norma di uno stato non conforme alle regole dell’OMC, può
autorizzare il paese che si ritiene danneggiato ad applicare dazi compensativi
o addirittura può decidere sanzioni commerciali. Ma spesso vengono
ritenute non conformi norme tese a tutelare la salute, l’ambiente,
i diritti umani, ecc. Sono noti infatti i contenziosi tra USA e Unione
Europea sulle banane, sulla carne agli ormoni, sugli organismi geneticamente
modificati ( OGM), sugli animali da pelliccia catturati con tagliole.
Le multinazionali americane non hanno accettato né che l’Europa
favorisca l’importazione di banane dai paesi poveri dell’Africa,
Caraibi e Pacifico (i paesi ACP), con i quali è stato stipulato
un accordo che cerca di garantire a questi paesi un miglior sviluppo economico
anche attraverso una produzione rispettosa dei lavoratori e dell’ambiente,
né che l’UE blocchi l’importazione di pellicce ottenute
da animali selvatici catturati in modo crudele, come le tagliole. Ma non
è neppure possibile, in base alle regole dell’OMC, bloccare
l’importazione di prodotti ottenuti con lo sfruttamento del lavoro
minorile.
E soprattutto le multinazionali possono, in base alle norme dell’OMC,
rifiutare limitazioni per prodotti ritenuti pericolosi per l’ambiente
e la salute. Clamorosi sono il caso della carne proveniente da allevamenti
americani in cui si utilizzano ormoni o quello dei cibi transgenici.
L’Europa, avendo sottoscritto importanti convenzioni per la difesa
dell’ambiente, come quella sulla biodiversità, ha fatto proprio
il principio di precauzione, in base al quale un sistema produttivo o
un prodotto devono essere preventivamente dimostrati innocui per poter
essere messi in commercio. Ma gli Stati Uniti non hanno mai firmato la
Convenzione sulla Biodiversità e rifiutano il principio di precauzione,
che non rientra nelle norme dell’OMC. Pertanto le multinazionali
chiedono che gli europei accettino i loro prodotti, senza garanzie di
innocuità, chiedendo a noi di dimostrare che sono pericolosi, cosa
che si può fare solo dopo la messa in commercio, contando danni,
malattie e morti, come è successo in passato per molte sostanze
chimiche.
Ma proprio questi risvolti del commercio mondiale e il rischio che si
vada verso una sempre maggiore “deregulation” a favore della
liberalizzazione dei mercati, senza tener conto né dei diritti
dei popoli, né degli aspetti sociali, ambientali e sanitari, ha
portato ad una crescente opposizione sia da parte di alcuni paesi del
sud del mondo, che di una parte dei Paesi dell’Unione Europea (UE)
e soprattutto da parte delle organizzazioni non governative che si occupano
di cooperazione, lavoro, ambiente, diritti dei consumatori, ecc.
Così quando si è saputo luogo e data della 3° Conferenza
dell’OMC che doveva aprire i nuovi negoziati del 2000, e perciò
inopportunamente chiamati Millenium Round (con evidente reazione dei popoli
di religione non cristiana), attraverso internet si sono messe in contatto
le ONG di ogni parte del mondo per organizzare la propria presenza e per
far sentire la propria voce durante i lavori della Conferenza.
Ovviamente anche nelle ONG non c’erano posizioni unanimi e si andava
da un rifiuto globale (è il caso di dirlo!) del WTO, a proposte
di modifica delle regole del commercio mondiale, per introdurre clausole
sociali, ambientali e sanitarie, come la difesa delle condizioni dei lavoratori,
il principio di precauzione, condizioni di favore per i paesi più
poveri, ecc.
Ma tutti coloro che si sono messi in rete, associazioni o semplici cittadini,
erano concordi sul fatto che in nome della liberalizzazione del mercato
si è ottenuto nei fatti l’opposto: il controllo monopolistico
di poche multinazionali presenti nei paesi più ricchi, e per questo
hanno deciso di mobilitarsi per una moratoria, un blocco dei negoziati,
in attesa di un riesame del funzionamento del commercio mondiale in funzione
dell’interesse dei popoli e dei cittadini.
Oltre 1200 organizzazioni di quasi cento paesi si sono date appuntamento
per denunciare l’attuale ruolo del WTO e per evitare che assuma nuove
funzioni, sapendo che solo unendosi su questo obiettivo, sindacati, agricoltori,
consumatori, ambientalisti, paesi più poveri potevano raggiungere
importanti risultati.
Ed il risultato c’è stato e più grosso di quanto ci
si poteva attendere: il fallimento del vertice ed il rinvio dei negoziati,
che, comunque vadano le cose, non potranno riprendere senza tenere conto
delle proteste di un fronte così vasto.
Ma torniamo a Seattle. Parlando con la gente del posto mi sono molto
stupito della scelta della località, che non è solo la sede
della Microsoft e della Boeing, ma anche la città dove più
forti sono i sindacati e le tendenze politiche di sinistra, dove ampia
è la partecipazione alla vita pubblica dei cittadini, al punto
che il resto degli americani la considera una specie di “soviet”.
Quindi non solo vi era una mobilitazione globale ma anche la città
era pronta ad accogliere favorevolmente la protesta, sia in difesa dei
paesi più poveri, che dell’ambiente o di un’agricoltura
pulita, ma soprattutto in difesa dei posti di lavoro, perché la
logica della globalizzazione tende a delocalizzare le produzioni dove
più facile è sfruttare ambiente e manodopera.
Una parte dei manifestanti da giorni era già arrivata da diverse
città degli Stati Uniti, ma anche dall’Europa, dal Sud America
e dall’Asia per preparare le diverse iniziative, che dovevano essere
assolutamente nonviolente, efficaci e con responsabilità ben definite.
Inoltre erano stati preparati moltissimi convegni e dibattiti per approfondire
non solo i temi della protesta, ma anche per individuare le proposte per
rendere accettabile la globalizzazione.
Così il giorno precedente all’apertura ufficiale, dedicato
ad un confronto tra WTO ed ONG invitate ( solo una parte di quelle impegnate
nella protesta), per le strade vi erano tanti piccoli gruppi di manifestanti
con cartelli inneggianti al lavoro e agli alberi, contro gli OGM e per
i diritti degli agricoltori, ecc., con maschere e costumi, come gli animalisti
vestiti da tartarughe, che avevano di fatto invaso il centro della città,
in un clima comunque gioioso e non violento. Il pomeriggio migliaia di
persone hanno accolto l’appello di Josè Bovè, leader
degli agricoltori francesi contrari alla globalizzazione del cibo e agli
OGM, di protestare davanti alla Mc Donald, simbolo di un’alimentazione
standardizzata. Distribuendo “Roquefort”, il formaggio francese
su cui sono cadute le ritorsioni fiscali USA, in conseguenza del rifiuto
europeo della carne americana estrogenata, Bovè ha evidenziato
le due filosofie che si contrappongono in agricoltura. Da una parte pesticidi
e piante transgeniche, brevettate dalle multinazionali, coltivate in qualunque
parte del pianeta, indipendentemente dalle caratteristiche ambientali
e culturali del territorio e dall’altra le piante tipiche nel loro
territorio per produrre cibi di qualità, nel rispetto dell’ambiente
e della biodiversità, per soddisfare anzitutto il mercato locale,
da esportare solo dopo aver garantito il cibo per gli abitanti della regione.
In altre parole da una parte un’agricoltura sostenibile e dall’altra
un sistema per produrre cibo dove costa meno e venderlo dove il mercato
è più redditizio. A sostegno delle tesi di Bovè e
contro gli OGM e la biopirateria di geni e di piante, logica conseguenza
della brevettabilità dei viventi, sono intervenuti agricoltori
dell’India, del Sud America ed anche statunitensi, a difesa della
loro storia e cultura messa a repentaglio dalla standardizzazione voluta
dalle multinazionali.
Il giorno dopo, il giorno dell’inizio ufficiale dei lavori, fin
dal primo mattino alcune migliaia di persone avevano circondato in doppia
fila i luoghi della Conferenza, impedendo, in modo nonviolento, a chiunque
di entrarvi. La polizia, colta di sorpresa (ma non si sa fino a quanto),
aveva circondato a sua volta i manifestanti, costituendo un terzo cordone,
da cui ogni tanto partivano dei lacrimogeni e rendendo ancor più
impenetrabili le sedi degli incontri.
In tal modo l’inaugurazione della Conferenza era stata bloccata.
Ma alla fine della mattinata era prevista la grande manifestazione dei
sindacati, alla quale si sarebbero unite tutte le Associazioni presenti.
Al momento della partenza si contavano varie decine di migliaia di lavoratori,
agricoltori, ambientalisti, ma anche tibetani e cinesi che protestavano
contro l’oppressivo regime cinese che vuole aderire al WTO, animalisti
in difesa di tartarughe e balene, indios in difesa delle foreste, ecc.
Quando la manifestazione ha raggiunto il centro, dove continuava il blocco
nonviolento, i partecipanti erano circa centomila, la più grande
manifestazione svoltasi negli USA dall’epoca della guerra nel Vietnam.
A questo punto qualche centinaio di anarchici hanno approfittato della
grande mobilitazione per spaccare alcune vetrine, un’azione prevedibile
di un ben individuabile gruppo di persone vestite di nero e con il passamontagna
calato sul viso, che ha permesso alla polizia di dare il via a scontri,
che hanno trasformato il centro di Seattle in un teatro di guerriglia
urbana, che comunque ha reso ancora più difficili i lavori del
WTO.
Verso sera il sindaco, ritenuta insufficiente la polizia locale, ha decretato
il coprifuoco e fatto intervenire la guardia nazionale: una decisione
eccessiva rispetto alle caratteristiche della protesta. Ma, a sorpresa,
prima il segretario di Stato, Madeleine Albright, e poi lo stesso Presidente
Clinton si sono affrettati a dire che, pur deprecando atti di violenza,
comprendevano le ragioni della protesta.
Discutendo con i membri di diverse delegazioni governative e con alcuni
giornalisti, si è ipotizzato che il Governo americano avesse grosse
difficoltà a trovare un accordo sull’agenda dei lavori a causa
delle prossime elezioni presidenziali. Infatti il vicepresidente e probabile
candidato dei democratici, Al Gore, appoggiato dai sindacati e dichiaratamente
ambientalista, difficilmente potrebbe gestire una campagna elettorale
dopo un accordo che scontenta il mondo del lavoro e le associazioni ecologiste;
d’altra parte è difficile pensare di vincere delle elezioni
senza l’appoggio delle potenti multinazionali americane. Quindi il
male minore poteva essere il fallimento del vertice.
Non so se questa ipotesi sia vera o verosimile, ma qualunque sia stato
il ruolo del governo americano, ciò nulla toglie al fatto che a
Seattle ha vinto la gente, i popoli del sud del mondo, le associazioni
non governative, che hanno tessuto una rete in cui è rimasto impigliato
il WTO.
Certamente è solo un primo passo verso un obiettivo più
ambizioso: che prevalgano sui profitti, pur legittimi, delle multinazionali
valori come i diritti dei popoli, i diritti dei cittadini, la salute,
l’ambiente e la cultura. Un obiettivo che potrebbe rendere la globalizzazione,
di fatto inevitabile, un processo per aprire le porte alla gente, prima
che alle merci, e per rendere le diversità che caratterizzano conoscenze
e cultura dei popoli una ricchezza collettiva, un patrimonio da salvaguardare,
non da privatizzare.
Messaggio del Papa per la pace
Nel rispetto dei diritti umani il segreto della pace vera
A cura di Elena Buccoliero
“La pace fiorisce quando i diritti umani vengono osservati integralmente,
mentre la guerra nasce dalla loro violazione e diventa poi causa di ulteriori
violazioni anche più gravi”. Con queste parole Giovanni Paolo
II ha impostato il suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace,
celebrata il 1° gennaio 2000, e si è fatto portavoce di alcune
delle campagne che associazioni, ong e organismi internazionali portano
avanti in questi anni - per annullare il debito estero dei paesi poveri,
per impedire l’uso di mine anti-uomo, contro il commercio di armi
a paesi in guerra...
In quest’ottica la scelta nonviolenta sembra ineludibile: “Scegliere
la vita”, scrive infatti Papa Giovanni Paolo II, “comporta il
rigetto di ogni forma di violenza: quella della povertà e della
fame, che colpisce tanti esseri umani; quella dei conflitti armati; quella
della diffusione criminale delle droghe e del traffico delle armi; quella
degli sconsiderati danneggiamenti dell'ambiente naturale”.
Altro punto importante, su cui il Papa è perentorio, è
la negazione di qualsiasi fondamento a tutte le ‘guerre sante’.
“L'uso della violenza non può mai trovare fondate giustificazioni
religiose, né promuovere la crescita dell'autentico sentimento
religioso”. Neppure può essere invocata come mezzo valido
nello scioglimento dei conflitti. “L'attualità”, scrive
Giovanni Paolo II, “prova ampiamente il fallimento del ricorso alla
violenza come mezzo per risolvere i problemi politici e sociali. La guerra
distrugge, non edifica; svigorisce i fondamenti morali della società
e crea ulteriori divisioni e durevoli tensioni”.
La sacralità della vita
Nel suo messaggio, il Papa rilegge la Dichiarazione Universale dei Diritti
dell’Uomo per problematizzarla alla luce della realtà attuale
e per infonderle una radice di sacralità. “La Dichiarazione
Universale è chiara”, scrive infatti il Pontefice, “riconosce
i diritti che proclama, non li conferisce; essi, infatti, sono inerenti
alla persona umana”. Nel riconoscersi ‘immagine e somiglianza’
di un Dio amoroso e creatore, il credente trova la radice profonda della
sua dignità, la stessa che scopre in tutti i suoi fratelli e sorelle.
Per questo il messaggio di Papa Giovanni Paolo è un invito per
tutti i cristiani - in particolari i politici, gli operatori economici
e dei mass media - ad impegnare le proprie forze per affermare e difendere
i diritti dell’uomo in tutte le occasioni e i contesti, dal livello
interpersonale e quotidiano a quello sociale e politico, fino alle grandi
sedi istituzionali, nazionali ed internazionali.
Il messaggio pontificio e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
E’ interessante notare alcune differenze strutturali tra il messaggio
pontificio e la Dichiarazione Universale dei Dritti dell’Uomo, differenze
che in parte sono dovute al ruolo e all’ottica particolare del Papa,
in parte alle diverse epoche storiche.
Tra le questioni in primo piano nella Dichiarazione Universale, sottoscritta
nel 1948, alcune non vengono trattate esplicitamente nel messaggio pontificio
per la pace, vale a dire i diritti inerenti la sfera della giustizia;
il rifiuto della schiavitù; il diritto di asilo per le vittime
di persecuzione; alcuni diritti individuali (personalità giuridica,
rispetto del privato e tutela della famiglia, libertà di movimento
e di residenza, cittadinanza, libertà nella contrazione di matrimonio,
proprietà privata, libertà di opinione e di espressione,
libertà di riunione e di associazione, sicurezza sociale, la partecipazione
alla ricerca culturale, artistica e scientifica, il diritto d’autore).
Il Pontefice sceglie invece di portare l’attenzione su altri aspetti,
alcuni dei quali riguardano la comunità delle nazioni, altri l’individuo
e il suo rapporto con lo Stato. Nella sfera individuale rientrano il diritto
alla vita e al lavoro, il diritto di libertà religiosa, di partecipazione,
di non discriminazione etnica, di realizzazione personale.
I diritti individuali: il diritto alla vita e alla libertà religiosa...
“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla
sicurezza della propria persona”, recita l’art. 3 della Carta
Universale. Al riguardo il Papa è ancora più incisivo: “La
vita umana è sacra ed inviolabile dal suo concepimento al suo naturale
tramonto”. Per questo è dovuto il rispetto per ogni essere
umano a cominciare dai più deboli: i non ancora nati, i bambini
- in particolare le bambine, contro il crimine di infanticidio -, i portatori
di handicap, i malati e gli anziani. Un pensiero particolare viene riservato
all’ingegneria genetica, mai disgiunta da una “attenta riflessione
etica, che ispiri adeguate norme giuridiche a salvaguardia dell'integrità
della vita umana”.
Secondo il Papa, la più grave forma di violenza è quella
che calpesta la libertà religiosa dell’individuo, che contempla
anche “la libertà di cambiare religione” perché
“ciascuno è tenuto a seguire la propria coscienza in ogni
circostanza e non può essere costretto ad agire in contrasto con
essa”. Sono violazioni gravi quelle che impediscono di professare
la propria fede, ma anche le disposizioni e le leggi che in uno Stato
riconoscono “uno statuto speciale ad una religione (...) a detrimento
delle altre”.
...il diritto di partecipare, di realizzarsi, di lavorare.
La partecipazione alla vita della propria comunità è, oltre
che un diritto, un dovere di tutti i cittadini e deve essere assicurato
da regimi realmente democratici. Il Pontefice parla ai paesi che escono
da forme di totalitarismo perché facciano crescere una cultura
della democrazia e della libertà, ma parla anche ai paesi in cui
la democrazia sembra svuotata di significato. La responsabilità
di questa disaffezione alla vita sociale e politica è da attribuire
a chi mantiene le leve del comando. Quando si impedisce ai cittadini di
esercitare il loro diritto di partecipazione, questi “perdono la
speranza di poter intervenire e si abbandonano ad un atteggiamento di
passivo disimpegno”.
Alla comunità internazionale: il diritto di partecipazione e realizzazione...
I diritti di partecipazione e di realizzazione riguardano anche il rapporto
tra gli Stati. Scrive infatti Giovanni Paolo II: “Nell'ambito della
comunità internazionale, nazioni e popoli hanno il diritto di partecipare
alle decisioni che spesso modificano profondamente il loro modo di vivere.
La specificità tecnica di certi problemi economici provoca la tendenza
a limitarne la discussione a circoli ristretti, con il conseguente pericolo
di concentrazioni del potere politico e finanziario in un numero limitato
di governi o di gruppi di interesse. La ricerca del bene comune nazionale
e internazionale esige una fattiva attuazione, anche in campo economico,
del diritto di tutti a partecipare alle decisioni che li concernono”.
La difficile ricomposizione degli interessi fa sì “che in
alcune regioni tra le più povere del mondo le opportunità
di formazione vanno in realtà diminuendo”, divaricando sempre
di più la forbice: “da una parte, Stati e individui dotati
di tecnologie avanzate, e dall'altra Paesi e persone con conoscenze e
abilità estremamente limitate. Come è facile intuire, questo
non farebbe che rafforzare le già acute disparità economiche
esistenti non solo tra gli Stati, ma anche al loro stesso interno”.
...il fallimento delle ideologie, i danni del libero mercato...
Nell’esperienza politica del nostro secolo non esiste una ricetta
valida che garantisca solidarietà e rispetto per l’uomo. Tutti
i regimi politici hanno finito per “dimenticare la verità
sulla persona umana. Sono dinanzi ai nostri occhi i frutti di ideologie
quali il marxismo, il nazismo, il fascismo, o anche di miti quali la superiorità
razziale, il nazionalismo e il particolarismo etnico. Non meno perniciosi,
anche se non sempre così evidenti, sono gli effetti del consumismo
materialistico, nel quale l'esaltazione dell'individuo e il soddisfacimento
egocentrico delle aspirazioni personali diventano lo scopo ultimo della
vita. In questa ottica, le conseguenze negative sugli altri sono ritenute
del tutto irrilevanti”.
L’impegno per il nostro tempo è quello di porre un freno
al libero mercato “dato che, in realtà, esistono numerosi
bisogni umani che al mercato non hanno accesso (...) Urge una nuova visione
di progresso globale nella solidarietà, che preveda uno sviluppo
integrale e sostenibile della società, tale da consentire ad ogni
suo membro di realizzare le proprie potenzialità”. In concreto,
si chiede lo sforzo “tempestivo e vigoroso” di eliminare o ridurre
il debito delle nazioni più povere, “per consentire al maggior
numero possibile di Paesi di uscire da una ormai insostenibile situazione”.
Alle questioni economiche si aggiungono quelle ambientali. “Il pericolo
di danni gravi alla terra e al mare (...) richiede un cambiamento profondo
nello stile di vita tipico della moderna civiltà dei consumi, particolarmente
nei Paesi più ricchi”.
...il diritto all’uguaglianza contro la discriminazione etnica...
“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità
e diritti senza distinzione alcuna per ragioni di razza, di colore, di
sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere,
di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”.
Su questa formulazione si fonda la Dichiarazione Universale dei Diritti
dell’Uomo (artt. 1 e 2).
Il Papa problematizza il diritto all’uguaglianza per condannare
“una forma particolarmente grave di discriminazione”, cioè
la negazione “a gruppi etnici e minoranze nazionali il fondamentale
diritto ad esistere come tali. Nessuno sforzo deve essere considerato
eccessivo”, leggiamo nel messaggio del Pontefice, “quando si
tratta di porre termine a simili aberrazioni, indegne della persona umana”.
E, contro gli eventuali dubbi rispetto ai modi utili a porre fine alle
ingiustizie (a proposito di ‘guerre umanitarie’), il Pontefice
cita, come “segno positivo della crescente volontà degli Stati
di riconoscere la propria responsabilità nella protezione delle
vittime di simili crimini e nell'impegno di prevenirli”, l’istituzione
di una Corte Penale Internazionale “destinata ad individuare le colpe
e a punire i responsabili di crimini di genocidio, di crimini contro l'umanità,
di crimini di guerra e di aggressione”.
...il diritto alla pace.
Tutti gli uomini, e in particolar modo i bambini, hanno diritto alla
pace. Il Papa è colmo di tenerezza quando parla di bimbi che nascono
e crescono in un contesto di guerra, dei soldati bambini costretti ad
uccidere e a veder uccidere, o dei piccoli che sono stati uccisi o sfigurati
dalle mine anti-uomo. L’appello è alla comunità internazionale
affinché ponga fine ai conflitti in corso. “Un passo concreto
in tal senso è sicuramente l'abolizione del traffico di armi verso
i Paesi in guerra e il sostegno ai responsabili di quei popoli nel ricercare
la via del dialogo. Questa è la via degna dell'uomo, questa è
la via della pace!”
Contro il peccato della tiepidezza
Nonostante tutte le imperfezioni dell’uomo, l’amore di Dio
non abbandona l’umanità. Nella sua condivisione “sta
il segreto del rispetto dei diritti di ogni donna e di ogni uomo”.
E l’amore non può mai essere tiepido o indifferente.
“Fratelli e Sorelle in Cristo, che nelle varie parti del mondo assumete
a norma di vita il Vangelo: fatevi araldi della dignità dell'uomo!
Nello stridente contrasto tra ricchi insensibili e poveri bisognosi di
tutto, Dio sta dalla parte di questi ultimi. Da questa parte dobbiamo
schierarci anche noi”.
DOPO ARENA 2000
E ora concretamente che posso fare?
A cura di Beati i Costruttori di Pace
Quello che hai in mano non è un vademecum, né la carta degli
intenti. E’ il tentativo, non omogeneo, scritto a più mani,
di cominciare a rispondere a questa domanda, una traccia di cose da fare
perché ciascuno la riscriva con la propria creatività e
impegno dandole ulteriore spessore, coerenza e concretezza.
Arena 2000: punto di partenza di cammini che possono mettere insieme tante
persone e comunità per tradurre nel quotidiano con gioia la nostra
responsabilità di fronte alla famiglia umana e al pianeta.
Gli impoveriti e gli schiavi di oggi, non saranno il termine della nostra
attenzione e del nostro aiuto, ma il punto di partenza per le nostre scelte
e per le nostre decisioni, sono loro i depositari delle esperienze e delle
speranze per costruire un’alternativa di giustizia e per ridare senso
alla vita e alla storia.
Nella formulazione è stato scelto il “tu” invece del
“noi”, semplicemente per personalizzare le scelte in vista di
un impegno comunitario, non per imporre delle ricette.
Fin d’ora ti annunciamo gli appuntamenti della Via Crucis ad Aviano
(PN) il 26 Marzo 2000, la settimana di riflessione dal 5 all’11 Agosto
e una Arena a fine anno per rilanciare gli impegni comuni.
Cammina
Fa un pellegrinaggio a piedi che ti porti nei luoghi dell’esclusione,
dell’emarginazione, delle strutture di morte. 10 minuti al giorno,
un giorno alla settimana, un fine settimana al mese, 15 giorni di quest’anno
da vivere con chi è escluso: per imparare un modo nuovo di vivere,
facendo tue le sue passioni.
Cammina con un immigrato per trovargli un alloggio dignitoso o per regolarizzare
la sua presenza.
Trova un segno, una piccola privazione (digiuno) che ti richiamino con
forza al motivo del cammino.
Conosci
Diventa amico di un immigrato, di un Rom, di un carcerato, di un disabile.
Non aver paura di ascoltare una donna che si prostituisce.
Ascolta tutti, anche chi ritieni tuo nemico, senza giudicare.
Incontra e dialoga con testimoni di realtà, culture e religioni
diverse.
Cerca un’informazione diretta che ti metta a contatto con il punto
di vista di chi non ha potere economico.
Non accontentarti dell’informazione che descrive le emergenze, ma
ricerca le cause dell’ingiustizia.
Impara
A conoscere le tradizioni e le culture di popoli lontani.
Una lingua oltre alla tua, con cui comunicare con gli altri.
Ad abitare e affrontare i conflitti con la nonviolenza.
A scegliere l’obiezione al militare e alle spese militari.
A contrastare produzione, commercio e uso delle armi.
Adotta
Una famiglia che si trova in quel Sud che affonda per il nostro spreco.
Un bimbo che non ha famiglia.
Un condannato a morte.
Un progetto che metta in moto attività produttive.
Condividi
Trova modi concreti per tenere aperta la tua casa agli amici, ai vicini,
ai condomini, ai “forestieri”.
Metti in comune gli attrezzi utili per i lavori domestici.
Metti a disposizione locali inutilizzati; offri garanzie ai proprietari
di alloggi sfitti.
Organizza l’uso collettivo dell’automobile.
Metti a disposizione la tua competenza nella banca del tempo.
Impegna il tuo tempo libero per stare a fianco di ammalati, di chi è
solo, di chi soffre il disagio psichico.
Organizza insieme ad altri le tue ferie con un turismo responsabile per
incontrare la realtà di altri popoli.
Sposta il denaro
“Quello che non mi è necessario è il non più
mio” , mettilo in pratica con tutto, anche con i soldi …, sarà
il miglior investimento e sarà una gioiosa scoperta di “restituzione”.
Prova a tenere il tuo bilancio e dimostra con i numeri che è possibile
un’economia che rende liberi.
Nel lavoro non barattare, in cambio di più soldi, le regole e i
diritti tuoi e dei tuoi compagni.
Presta senza interesse a chi è nel bisogno e a chi realizza progetti
sociali.
Attivati per far trasferire i fondi degli Enti Locali, della tua diocesi,
della tua parrocchia, alla Banca Etica e alle MAG della tua città.
Compra bene
Compra i prodotti che ti servono imparando a leggere le certificazioni
per sapere da dove vengono, come sono stati ottenuti e da chi sono commercializzati.
Partecipa alle campagne di pressione rivolte a società commerciali
che violano sistematicamente i diritti dei lavoratori (in particolare
donne e bambini) e offendono l’ambiente.
Preferisci frutta e cibi freschi di stagione tipici del tuo territorio.
Favorisci, per quanto possibile, chi nella produzione cerca di non inquinare
e di rispettare l’ambiente anche se ti costa di più.
Rifiuta i prodotti transgenici per salvaguardare la biodiversità
come patrimonio di tutta l’umanità.
Dà importanza al consumo critico e al commercio equo.
Proponi ed attiva piccoli, ma concreti cambiamenti nell’economia
locale e globale facendo leva sul tuo potere di consumatore.
Mantieni e fa gustare la tua identità culturale anche con i prodotti
tipici del tuo territorio.
Riduci i consumi
Un sistema dove le risorse sono limitate non può sopportare una
crescita illimitata. Consumare meno è stare meglio, meno risorse
distrutte, meno peso sulla salute e sull’ambiente e più tempo
e più spazio recuperati per un benessere diverso.
Va a fare la spesa con un foglietto delle cose necessarie, non cedere
alle offerte e alla pubblicità.
Usa il televisore come il ferro da stiro e la lavatrice.
Muoviti il più possibile a piedi, in bicicletta e con i mezzi pubblici.
Scoraggia l’uso delle auto nelle città intasate e inquinate.
Costruisci giochi con i bambini e per i bambini. Valorizza la manualità
senza affidarti solo ai soldi.
Tratta l’acqua come risorsa preziosa, usala con parsimonia, utilizza
quella naturale di acquedotto, opponiti alla privatizzazione delle acque
minerali.
Fa la raccolta differenziata dei rifiuti o impegnati perché venga
realizzata..
Usa meno detersivi possibile e acquista i meno inquinanti.
Investi per consumare meno energia possibile in casa.
Fa festa
Celebra la vita con riconoscenza. Fermati e contempla volti, cielo, mare,
monti, piante e animali e falli conoscere ai bambini: da loro impara la
sorpresa e l’incanto della bellezza.
Impegnati contro la desertificazione e la cementificazione del territorio;
pianta alberi e fiori.
Prepara la festa con persone che tu ed i tuoi amici escludereste.
Costruisci la festa, non consumarla.
Ritrovati con gli amici senza correre tanto e lontano, rispettando i ritmi
del tuo corpo, del giorno e della notte. Non spingere sempre oltre l’oggetto
dei tuoi desideri, accetta i limiti tuoi e degli altri.
Il tuo lavoro, la tua fedeltà all’impegno quotidiano, siano
componenti essenziali della festa.
Scopri il fascino di realizzare quanto fai, con la cura ed il ritmo giusto
che la natura adotta nel suo manifestarsi.
Agisci
Prendi spunto e partecipa alle varie campagne in atto.
Scegli un luogo, una situazione, un gruppo per fare giustizia insieme;
Metti un particolare impegno per attuare la democratizzazione di istituzioni
internazionali come l’ONU, il Fondo Monetario Internazionale, la
Banca Mondiale, affinché vengano garantiti i diritti umani e la
pace e le risorse siano usate per il bene dell’umanità e non
solo per il profitto dei ricchi;
Sii concreto, fai quello che ritieni giusto anche se non vedi risultati.
Generare la vita e la storia è avere fiducia nei semi che non si
vedono e accettare con la speranza e la gioia dell’attesa, anche
la fatica e la sofferenza;
Impara a convertire i tuoi percorsi da personali a comunitari, coinvolgendo
e coinvolgendoti. Pensa e prospetta percorsi che arrivino a toccare il
singolo, smuovere coscienze per sperimentare lo stupore di una ritrovata
fraternità universale.
via Antonio da Tempo 2 - 35131 Padova -
Tel./fax 0498 070 699 - e_mail:
http://www.peacelink.it/users/bcp
C. F. 92110300289 – c/c p. 13752357
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L’ allevamento degli animali e nuova cultura
vegetariana
di Beppe Marasso
La sostanza della mia attività è quella di un contadino
che cerca di riflettere sui collegamenti tra vegetarismo e agricoltura.
Lo farò attraverso alcune enunciazioni schematiche.
I processi di industrializzazione iniziati più di due secoli fa
nel settore tessile hanno investito via via gli altri settori produttivi,
determinando trasformazioni radicali della vicenda umana e naturale. Uno
dei connotati dell’industrializzazione è la specializzazione.
La produzione, quando da artigianale diventa industriale, assume anche
fisicamente dimensioni tali da rendere necessari grandi spazi, non può
più stare nella stanza sopra la quale l’artigiano mangia e
dorme. I luoghi di produzione (le fabbriche) e i luoghi di residenza (quartieri
operai) si separano.
Questa separazione ha interessato marginalmente il mondo agricolo, dove
viceversa si è registrata la radicale riduzione della quota di
produzione autoconsumata, la separazione tra coltura e coltura (monocoltura)
e la separazione tra agricoltura e allevamento. Quest’ultimo divorzio
ha portato conseguenze decisamente negative che accennerò nei punti
successivi. La separazione tra agricoltura e allevamento ha prodotto grandi
modifiche nell’alimentazione degli animali.
Da un cibo prevalentemente fatto di erba fresca (pascolo) fieno e fogliame
si è passati ad un cibo prevalentemente fatto di farine. Esso occupa
meno spazio, comporta meno manodopera in quanto giunge alla bestia attraverso
canalizzazioni meccaniche, ed è facilmente addizionabile a componenti
varie. Per esempio si può miscelare la farina di mais, orzo o grano
con farine di pesce, di carne, con additivi vitaminici e minerali. Troviamo
così che tranquilli vitelli o polli che credevamo strettamente
vegetariani sono diventati cannibali in quanto nutriti da parti di scarto
di loro simili essiccate e ridotte in farina.
La nuova alimentazione del bestiame ha riflessi molteplici. Uno di questi
è il totale abbandono, la riduzione a gerbido di larghe parti del
territorio agricolo meno pregiato. Dalle mie parti “boschi”,
“gurej”, “sarsere”, “rivas” indicano i luoghi
dove avveniva un marginale ma non troppo trascurabile approvvigionamento
del foraggio. Le parti pianeggianti lungo il Tanaro (gurej) sono ora seminativo
o arboreto con i problemi che l’alluvione ’94 ha messo in luce.
Le “sarsere” (saliceto) tipiche delle valli laterali alla grande
valle del Tanaro sono sparite. Rimane – anzi si estende, soprattutto
in Alta Langa – il bosco, che però non ha più manutenzione.
Analoga vicenda hanno avuto le siepi di pianura. Non più utilizzate
come approvvigionamento secondario di foraggio, divenute un ingombro per
i grandi mezzi meccanici sono state demolite con grandi perdite paesaggistiche
e di biodiversità.
Contemporaneamente all’abbandono di forme marginali di approvvigionamento
foraggero è avvenuto un grande spostamento anche nell’ambito
delle aree dedicate alla produzione “forte” di foraggio con
la progressiva riduzione del prato e la corrispondente estensione dell’arativo.
La distinzione tra terreno arato e non arato è la distinzione tra
terreno “travagliato” e terreno a riposo. La questione se sia
opportuno o no fare intense lavorazioni del terreno, se sia possibile,
almeno per determinate colture, arrivare ad alte produzioni senza lavorazioni…
è una delle materie più controverse. Le varie scuole di
pensiero volte all’agricoltura biologica (permacoltura, agricoltura
naturale di Fukuoca, agricoltura sinergica, biodinamica, ecc.) sono tutte
orientate ad escludere o quanto meno a ridurre drasticamente l’intervento
umano sul terreno. Che la coltura foraggera non arata, cioè il
prato e il pascolo, sia una riserva di fertilità lo si sapeva già
anticamente.
Se la produzione di foraggio attraverso farine si generalizza abbiamo
vistosi fenomeni di monocoltura. Si ha monocoltura quando si ripete la
stessa coltura nello stesso terreno per molti anni. Vi è il caso
tipico della coltivazione di mais, oggi quasi tutto prodotto in monocoltura.
La monocoltura contrasta fortemente, ad eccezione di casi particolari
come sta avvenendo nell’esperienza di una coltivazione ecologica
di farro a Rocchetta Tanaro, con la preservazione della fertilità
agronomica del terreno.
Ridotta la fertilità agronomica si supplisce con apporti esterni
(fertilità chimica), cioè si rende più necessaria
la dipendenza dall’industria chimica sia per l’apporto di fertilizzanti
e ammendanti sia per il controllo delle erbe infestanti (diserbanti).
La speciale virulenza di alcune erbe infestanti nei terreni a monocoltura
si spiega col fatto che questa metodologia produttiva si riproducono costantemente
le condizioni della loro affermazione. La rotazione delle colture (cioè
la non monocoltura) ha –tra le altre ragioni – quella di conseguire
un controllo delle erbe infestanti senza ricorrere a mezzi chimici.
Mantenere dei terreni non arati tra quelli arati ha anche un’evidente
funzione di salvaguardia della bellezza del paesaggio e della salute ambientale.
Sul punto della salute ambientale, che può essere meno evidente,
è opportuno richiamare l’esperienza del Vercellese. Con l’affermarsi
della monocoltura del riso e cioè la scomparsa della rotazione
tra riso e prato, si è registrato un aumento della fastidiosissima
presenza di zanzare. Questo aumento di zanzare è peraltro anche
da collegare al fatto che in risaia l’uso dei diserbanti ha fatto
sparire i pesci che si nutrivano anche di zanzare.
Va ancora chiarito che il terreno intanto è arato, fresato ed erpicato,
ecc…in quanto vi sono passati dei trattori che lo hanno lavorato.
Questo “passare” non è gratuito. Dal punto di vista energetico
è così oneroso da rendere l’agricoltura industriale
insostenibile nel tempo. Nota il Mollison nella sua “introduzione
alla permacoltura” che oggi sono registrabili punte di assurdità
tali per cui si hanno prodotti agricoli la cui produzione ha comportato
un impiego di energia 10 volte superiore a quella traibile dal prodotto
stesso.
Normalmente assai pericolosa si rivela la moderna “fresatura”
che in presenza di un acquazzone rende il terreno collinare paurosamente
esposto a dilavamenti ed erosioni. L’anno scorso a causa di questo
tipo di lavorazione, la frazione Borbore di Vezza d’Alba, in presenza
di una pioggia di poche ore si è trovata sommersa da mezzo metro
di fango.
Il passaggio da allevamento dentro l’agricoltura ad allevamento fuori
dell’agricoltura (allevamento industriale) ha determinato, con altre
cause, la scomparsa delle razze tradizionali dette a “triplice attitudine”
(carne, latte, lavoro) e la loro sostituzione con altre razze monoattitudinali.
La scomparsa delle razze locali a triplice attitudine, cito ad esempio
la piemontese, la chianina, la marchigiana…è un impoverimento
genetico. Abbiamo anche parte della fauna domestica che è in via
di estinzione! L’erosione genetica interessa sia le piante che gli
animali. Le razze animali fortemente specializzate per altre rese in un
solo ambito sono normalmente più vulnerabili ad agenti patogeni
e più esigenti sul piano alimentare e ambientale. Il sistema idrico
che disseta i conigli negli allevamenti industriali è sistematicamente
addizionato di antibiotici. Le galline ovaiole tenute costantemente in
gabbia e alla luce (perché continuino a mangiare) hanno cicli di
vita brevissimi, di circa 12-14 mesi a fronte di 12-14 anni che la natura
assegna loro. La loro carne dopo stress così totali è frolla
e di dubbia utilità per l’alimentazione umana al punto che
la UE ha decretato l’abolizione di questo tipo di allevamento entro
i prossimi dieci anni.
L’ultima considerazione riguarda la trasformazione di una risorsa
importante come la deiezione degli animali, mezzo fondamentale per la
fertilizzazione dei campi. Fare allevamenti con centinaia o migliaia di
capi comporta una parallela concentrazione delle loro deiezioni. Il letame
concentrato a tonnellate in un piccolo spazio però richiede altissimi
costi per essere spostato, se invece viene scaricato nei corsi d’acqua
si hanno problemi d’inquinamento. La deiezione che prima era una
grande risorsa ora sembra essere un problema.
La via d’uscita da tutta questa follia non si trova in nessuna formula
semplice, l’unica via è quella della saggezza: San Benedetto,
San Francesco, Buddha e Gandhi hanno sostenuto il vegetarianesimo e soprattutto
sono vissuti come vegetariani. Oggi la fascia debole dell’umanità
viene estromessa dall’alimentazione e la bistecca che noi mangiamo
è la quota di soia, riso, fagioli che manca al resto dell’umanità.
L’hamburger è un simbolo di anti-ambiente e di cosa significa
sfruttare chi è sottoalimentato, cioè portare via risorse
alimentari per produrre carne di bassa qualità che porta sofferenza
anche nei paesi ricchi.
Il sacro Corano
A cura di Claudio Cardelli
E’ il libro sacro dell’Islamismo, contenente le rivelazioni
che, secondo i Musulmani, Muhammad (Maometto, 570—632) ricevette
da Dio attraverso l’arcangelo Gabriele: è quindi considerato
dai Musulmani diretta parola divina, e non personale composizione del
Profeta. Il Corano (dall’arabo Quràn, “lettura, recitazione
salmodiata”) si compone di 114 capitoli (sure) in prosa rimata, disposti
in ordine di lunghezza decrescente, ad eccezione della prima sura, “l’Aprente”,
che è un bellissimo inno di lode a Dio:
Nel nome di Dio, clemente misericordioso! Sia lode a Dio,il Signor del
Creato, il Clemente, il Misericordioso, il Padrone del dì del Giudizio!
Te nei adoriamo, Te invochiamo in aiuto: guidaci per la retta via, la
via di coloro sui quali hai effuso la Tua grazia, la via di coloro coi
quali non sei adirato, la via di quelli che non vagolano nell'errore !
Rapporti con Ebrei e Cristiani
Muhammad volle portare agli Arabi, ancora pagani, la religione rivelata,
la fede in un unico Dio, già professata da Ebrei e Cristiani: il
Profeta ha coscienza della profonda continuità esistente tra Ebraismo,
Cristianesimo e Islamismo:
Vi diranno ancora: “Diventate ebrei o cristiani e sarete ben guidati!”
Ma tu rispondi: “No, noi siamo della Nazione d’Abramo, ch’era
uomo di fede (hanìf), o non già un pagano”. E dite
loro ancora: “Noi crediamo in Dio, in ciò ch’è
stato rivelato a noi e in ciò che fu rivelato ad Abramo, a Ismaele,
Isacco, a Giacobbe, e alle Dodici Tribù, e in ciò che fu
dato a Mosè e a Gesù, e ai profeti del Signore; non facciamo
differenza alcuna fra loro e a Lui tutti ci diamo”.
E se ebrei e cristiani avranno questa stessa vostra fede saranno ben guidati,
ma se vi volgeranno lo spalle si porranno in aperta scissione o allora
ti basterà Dio contro di loro, Dio che ascolta e conosce. Ecco
la tintura di Dio! E chi può tingere meglio di Dio? Lui solo noi
adoriamo. Di’ loro:
“Volete discutere di Dio con noi? Ma Dio è il nostro e vostro
Signore, noi abbiamo le nostre opere e voi le vostre, ma noi siamo sinceri
con Lui. O pretendete voi che Abramo e Ismaele e Isacco e Giacobbe e le
Dodici Tribù fossero ebrei o cristiani?” (Il, 135—140).
La morale coranica
Gli obblighi fondamentali per il musulmano sono cinque e vengono chiamati
i cinque pilastri dell’Islàm: I) la professione di fede in
Allàh, 2) la preghiera cinque volte al giorno, 3) il digiuno durante
il mese di Ramadan, 4) l’elemosina, 5) il pellegrinaggio alla Mecca
almeno una volta nella vita. La morale coranica è ispirata al principio
della moderazione e dell’aiuto ai fratelli nella fede :
La pietà non consiste nel volger la faccia verso l’oriente
o verso l’occidente, bensì la vera pietà è quella
di chi crede in Dio, e nell’Ultimo Giorno, e negli Angeli, e nel
Libro, e nei Profeti, e dà dei suoi averi, per amore di Dio, ai
parenti e agli orfani e ai poveri e ai viandanti e ai mendicanti e per
riscattar prigionieri, di chi compie la Preghiera e paga la Decima, di
chi mantiene le proprie promesse quando le ha fatte, di chi nei dolori
e nelle avversità è paziente e nei dì di strettura;
questi sono i sinceri, questi i timorati di Dio! (II, 177)
E’ noto che nel Corano è ammessa la poligamia fino a un massimo
di quattro mogli legittime (IV, 3); tuttavia, nella medesima sura, è
anche detto che è meglio prendere una sola moglie se si teme di
non essere giusti con tutte alla pari. Quanto alla schiavitù, il
Libro sacro raccomanda ripetutamente come opera meritoria la liberazione
degli schiavi (tali erano i prigionieri di guerra).
La schiavitù non vi è ufficialmente abolita, ma accettata
come un dato di fatto sociale, come la ricchezza o la povertà;
tuttavia vi è fortemente mitigata dal concetto dell’uguaglianza
di tutti i credenti di fronte a Dio.
La guerra santa
L’islamismo si è affermato, in una prima fase, con la forza
delle armi : questa sua connotazione è presente anche nel Corano,
dove si invita il musulmano a combattere per la difesa e l’espansione
della fede.
Alla gente della Scrittura (Ebrei e Cristiani) si chiedeva di sottomettersi
e di pagare un particolare tributo (gizya).
Combatterete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che
non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero han dichiarato
illecito, e coloro, fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono
alla Religione della Verità. Combatteteli finchè non paghino
il tributo uno per uno, umiliati (IX, 29).
Combattete sulla via di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassate
i limiti, chè Dio non ama gli eccessivi. Uccidete dunque chi vi
combatte dovunque li troviate e scacciateli di dove hanno scacciato voi,
chè lo scandalo (Fitna, stato di corruzione) è peggio dell’uccidere;
ma non combatteteli presso il Sacro Tempio, a meno che non siano essi
ad attaccarvi colà: in tal caso uccideteli. Tale è la ricompensa
dei Negatori. Se però essi sospendono la battaglia, Iddio è
indulgente e misericorde. Combatteteli dunque fino a che non ci sia più
scandalo, e la religione sia quella di Dio; ma se cessan la lotta, non
ci sia più inimicizia che per gli iniqui (II, 190-193).
Nei confronti dei correligionari il Corano consiglia la via della pazienza
e della persuasione (XVI, 125-128). Tutte le citazioni del presente articolo
sono tratte da Il Corano, introduzione, traduzione e commento di Alessandro
Bausani, Editrice Sansoni, Firenze, 1978 (ristampato nel 1996 nella BUR
dell’Editore Rizzoli).
Insegnare in una società multietnica
Di Maria Teresa Gavazza
La sfida educativa ed etica che oggi la società ci impone è
quella di imparare a lavorare insieme, incontrando e facendo incontrare
persone di nazionalità diverse, ma sapendo conservare le differenze.
L’educazione interculturale nelle scuole superiori, in particolare
la conoscenza del mondo arabo (area da cui forse proviene la parte più
numerosa dell’immigrazione italiana), non deve necessariamente allontanarsi
dai programmi scolastici tradizionali. Per un approfondimento di questa
complessa realtà e per significative proposte di intervento pedagogico
segnalo il libro curato da Laura Operti, Cultura araba e società
multietnica, Bollati Boringhieri, Torino 1999.
I semplici suggerimenti che vorrei dare, anche in base alla mia esperienza,
vorrebbero aprire un dialogo con gli insegnanti interessati a rivedere
alcuni aspetti contenutistici e metodologici alla luce della nuova composizione
sociale del mondo studentesco.
A partire dagli studi sui rapporti tra Dante e l’Islam, esaminati
anche in un recente convegno dalla studiosa Maria Corti, fino alle nuove
tesi storiografiche sugli intrecci tra cavalieri cristiani e musulmani
nelle guerre medievali (vedi il libro dello studioso americano Richard
Fletcher, El Cid, Nerea Editore, 1999).
Sembrerebbero quindi meno rare del previsto le grandi doti morali, ampliate
dalla poesia e dalla letteratura, degli eroi cavallereschi disposti ad
ammirare ed a soccorrere l’avversario.
Il suggerimento a questo punto è ovvio. Leggere le ottave dell’
Orlando furioso, magari annotate da Italo Calvino, per scoprire come i
guerrieri dimentichino i sacri doveri cavallereschi per inseguire la bella
Angelica. “Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui”
(ottava 22,1) sancisce la scomparsa della contrapposizione tra cavalieri
pagani e cristiani, per recuperare un codice cavalleresco – umanistico
che va oltre le diversità etniche e religiose.
L’antica materia cavalleresca ripresa da I. Calvino nel romanzo Il
cavaliere inesistente, porta a compimento in chiave grottesca la dissacrazione
della guerra tra mori e cristiani: come non citare l’episodio tratto
dal quarto capitolo, quando al duello partecipavano gli interpreti per
tradurre al volo gli insulti che i nemici si lanciavano in lingue diverse?
Questi interpreti, da una parte e dall’altra, s’era tacitamente
convenuto che non bisognava ammazzarli. (da Il cavaliere inesistente,
Garzanti Milano, 1992, p.22).
Un altro percorso potrebbe essere quello dei mercanti e dei viaggiatori,
abituati ad avere rapporti con ambienti e realtà geografiche molto
lontane, oggetto di curiosità o di semplificazioni grossolane,
ma non intesi come separazione radicale tra mondi incompatibili. Possiamo
citare il caso di Marco Polo, in particolare del rapporto tra cristiani
e saraceni nell’episodio del gran miracolo della montagna avvenuto
a Baldac (da Il libro di Messer Marco Polo, Einaudi, Torino, 1954, p.27).
Nel breve racconto con un tono agiografico si pongono a confronto religioni
diverse, in cui il conflitto si risolve attraverso un episodio leggendario
e fiabesco.
Nel Quattrocento la materia romanzesca e cavalleresca è ormai priva
di aggressività ideologica, decade la mitologia carolingia e i
saraceni sono diventati dei proficui soci in affari. Il caso del Morgante
di Pulci ci offre l’occasione per riflettere sulle felicissime invenzioni
linguistiche accompagnate da un notevole gusto parodistico e metaforico.
L’episodio della professione di fede di Margutte diventa parodia
e rovesciamento dei valori comuni, prendendo di mira sia la religione
cristiana che quella musulmana e confermando la caduta dello spirito di
crociata ( Pulci, Morgante, XVIII, 112-147).
Come non ricordare l’episodio di ser Ciappelletto trattato da Boccaccio
nel Decameron e la sua dissacrazione delle virtù celebrate nei
panegirici dei santi? Ma vorrei qui citare la novella di Abram giudeo
dove vengono messi a confronto due mercanti di fedi diverse, la cui amicizia
non viene impedita da un credo differente. Il rispetto reciproco, la bontà
dei rapporti individuali sfuggono alle discriminazioni ideologiche e religiose.
Quale messaggio più felice di questo, soprattutto se inviato da
uno scrittore realista e razionalista come Boccaccio?
La nostra società sta cambiando. Il rapporto ONU sulle migrazioni
in Europa mette in luce il basso tasso di fertilità in Italia (1,2)
a confronto di quello necessario per compensare le morti con le nascite
(2,1). La “realtà effettuale” ci dice che, per evitare
gravi scompensi sociali ed economici, dovrebbero entrare in Italia 300.000
immigrati l’anno per 25 anni (attualmente siamo a quota 100.000).
Gli immigrati sono una risorsa, ricostruiamo in un’epoca di globalizzazione,
le condizioni per un sereno vivere comune.
PREGHIERA CRISTIANA
per Mohandas Karamchand Gandhi
di Lanza del Vasto
Ti rendiamo grazie, Signore, di avere, mediante Gandhi nostro padre,
rinnovato l'insegnamento del Sermone sulla montagna.
Beati i poveri, ma perché? Se non perché nessuno può
attaccarsi alle ricchezze senza privarne il prossimo per conservarle,
senza asservirlo per accrescerle, senza combatterlo per difenderle, senza
portare la colpa delle violenze e delle disgrazie del mondo che ricadono
su tutti. Ma beato dunque chi si fa povero per amore dello spirito, perché
porta in sé il Regno dei Cieli e la sua giustizia. Beati i miti
(nessuno lo è se prima non si è fatto povero), perché
possederanno la terra.
Quando? Quando i duri che la dominano e la devastano, essendosi spezzati
gli uni contro gli altri, ricadranno dall'altezza delle loro babeli, ricadranno
per terra e sotto terra. Allora i miti rialzeranno la testa e rifaranno
un giardino della terra di cui avranno preservato le piante e le bestie,
e con l'opera delle loro mani moltiplicato i frutti e la dolcezza.
Beati quelli che piangono (poiché i miti devono piangere) ma perché?
Se non perché assieme a tutto il Creato soffrono i dolori del parto
e saranno consolati con una nascita che mai non gusterà la morte.
E se piangono, è perché hanno fame e sete di giustizia in
un mondo in cui tutti hanno fame di potenza e sete di sangue. Beati dunque
tra gli affamati di piacere quelli che sanno digiunare, languire in prigione
e sopportare i colpi. Perché? Se non perché la giustizia
è la legge dell'essere, e quelli che vanno contro di essa mangiano
il loro annientamento, mentre quelli che si nutrono del pane di verità
vivranno.
Ma se la giustizia abita le loro viscere, si chineranno sui più
deboli, come l'Onnipotente si è chinato su di loro, perché
tale è la giustizia della grazia.
Beati i misericordiosi, poiché per misericordia il sangue della
luce scende fino a vivificarci. Quindi chi dà riceve (anche se
non chiede nulla), perché si apre per dare, e chi perde la sua
anima la ritrova (anche se non la cerca), perché si apre all'infinito,
e chi muore alla propria persona si sveglia e si apre alla vita eterna.
Puri coloro che sono così versati nell'acqua viva della misericordia,
puri dalle brame e puri dal timore. Ora, come la tempesta intorbida la
faccia delle acque, così la brama e il timore disfano lo specchio
del cuore.
Beati dunque i puri di cuore, perché il cuore in pace mostra il
suo fondo che è l'anima, e l'anima in pace con il suo fondo che
è Dio. Ecco perché i pacificatori saranno chiamati Figli
di Dio: essi ne portanol'immagine: Essi l'interrogano faccia a faccia
e fanno la sua volontà.
Beati sono oggi che un nuovo maestro ha dato loro un'arma per far guerra
alla guerra, per abbattere l'ingiustizia senza fare ingiuria nemmeno all'ingiusto,
per resistere al male senza sottrarsi alla sofferenza, sapendo che il
sacrificio è una potenza e un segno che vince, come lo provala
Croce del Figlio dell'Uomo.
Ecco perché , perseguitati per la giustizia, essi sono beati, perché,
entrati nella passione del Figlio, prendono parte all'opera dello Spirito.
E il Regno dei Cieli appartiene loro.
AMEN.
Noi confessiamo davanti a Te, Signore, che grazie a lui queste verità
rivelate un tempo da tuo Figlio, ma addormentate nel cuore degli uomini
di oggi, si sono risvegliate in noi, illustrate da gesta che superano
la gloria di tutti i dominatori della terra.
Ti supplichiamo dunque di annoverarlo fra i tuoi servitori, di riceverlo
fra i tuoi profeti poiché egli apre e prepara le tue vie come san
Giovanni Battista, nostro patrono. Dagli un luogo di frescura e di pace:
poiché ha sperato in Te, Dio di Amore e di Verità, e testimoniato
fino alla morte.
Dacci di seguirlo nella vita e nella morte, nell'umile lavoro e nel chiaro
pensiero, di non lasciarci mai andare, di non smarrirci mai, ma di ascoltare
sempre la piccola voce silenziosa.
AMEN.
Precisazione sull’Obiezione alle spese militari
A cura del Comitato di Coordinamento del MN
Il MIR e il Movimento Nonviolento sono stati nel lontano 1982 tra i primi
iniziatori della Campagna OSM. Allora, a fronte della rottura del patto
costituzionale (art.11) dovuto alla decisione di installare missili nucleari
NATO a Comiso in contrapposizione a quelli altrettanto folli schierati
dal Patto di Varsavia, chiamammo al gesto estremo della disobbedienza
civile per contrastare la suicida corsa al riarmo e per chiedere e rivendicare
una modalità nuova di pensare la difesa: quella di attuarla secondo
i principi e i metodi della nonviolenza. Da quel momento avvenimenti epocali
hanno cambiato il volto del mondo e tra questi la scomparsa stessa del
Patto di Varsavia.
Nel luglio 1998 il Parlamento italiano ha approvato la Legge 230 che prevede
l’avvio di forme di difesa nonviolenta. Poco prima, nella discussione
della stessa L.230/98, la Camera ha approvato una raccomandazione che
impegna il governo a lavorare per il riconoscimento dell’opzione
fiscale. Insieme a questi parziali ma pur importanti riconoscimenti v’è
la constatazione che la grande maggioranza degli aderenti alla campagna
non sono obiettori effettivi, ma contribuenti volontari, anche in ragione
delle innovazioni della normativa fiscale intervenute dal 1982 a oggi.
In considerazione delle ragioni storiche, politiche e giuridiche qui sinteticamente
richiamate, in considerazione della natura della disobbedienza civile,
che tanto più ha valore politico quanto più è di
breve durata, mirata ad obiettivi concretamente conseguibili e praticabili
da larghi strati popolari, il MIR e il MN hanno per parte loro dichiarato
conclusa la campagna OSM (Assemblea di Cattolica) per convogliare le energie
ad essa dedicate in altre e nuove forme di opposizione.
Infatti, nel breve arco che va dall’anno scorso a oggi abbiamo avuto
la guerra del Kossovo, della Cecenia, di Timor Est, il rafforzamento della
NATO, con parallelo sminuimento dell’ONU, il progetto italiano di
esercito professionale, l’istituzione del servizio militare femminile,
il tentativo di svuotare la legge sull’obiezione di coscienza e di
paralizzare il Servizio Civile, l’aumento delle spese per gli armamenti
(si pensi solo alla riproposizione USA dello scudo antimissilistico che
ha avuto l’immediato plauso dell’allora ministro della difesa
Scognamiglio).
Tutti segni inequivoci che le culture, le istituzioni gli interessi, fautori
o prigionieri della guerra non sono sconfitti.
Per batterli chiediamo un rinnovato e vigoroso impegno a tutte le donne
e gli uomini che vogliono costruire la pace con strumenti di pace. I nostri
movimenti sono da sempre impegnati in questa direzione.
Il MIR e il MN, nati dalla sofferte pratica dell’obiezione di coscienza
contro ogni guerra, hanno il pieno rispetto di ogni forma di obiezione.
In questo contesto chiedono a tutti/e i cittadini/e italiani/e uno sforzo
di generosità sostenendo con la loro libera contribuzione iniziative
propositive che mantengano una capacità di interlocuzione con gli
organi dello Stato.
LA PACE PAGA, PAGA LA PACE
Marcia per la Nonviolenza, 24 settembre 2000
A cura delle Segreterie del MN e MIR
Il Movimento Nonviolento ed il Movimento Internazionale della Riconciliazione
(MIR), raccogliendo un suggerimento di Piero Pinna, intendono promuovere
una Marcia per la nonviolenza sul percorso Perugia - Assisi, il 24 settembre
prossimo. L'iniziativa cadrebbe esattamente nella stessa data in cui si
tenne la prima Marcia e non è parso senza significato questo richiamo
alle origini ed ai caratteri che Capitini le attribuiva:
1) che l'iniziativa partisse da un gruppo indipendente e pacifista integrale
( Centro di Perugia per la nonviolenza);
2) che la marcia dovesse destare la consapevolezza della pace in pericolo
nelle persone più periferiche e lontane dall'informazione e dalla
politica;
3) che la Marcia fosse l'occasione ed il "lancio" dell'idea
e del metodo nonviolento al cospetto di persone ignare o riluttanti o
avverse;
4) che si richiamasse il Santo italiano della nonviolenza.
Pensiamo infatti ad un'iniziativa
1) che veda, fin dalla sua costruzione e proposta, l'impegno delle associazioni,
dei gruppi, dei singoli amici della nonviolenza, ai quali perciò
ci rivolgiamo perchè se ne facciano copromotori;
2) che contrasti la rassegnazione all'inevitabilità delle guerre
che è l’implicita legittimazione degli eserciti;
3) che presenti la ricchezza e positività delle esperienze nonviolente,
pur nella ristrettezza dei mezzi a disposizione, per l'umanizzazione,
trasformazione e risoluzione dei conflitti;
4) che nel richiamo a Francesco d’Assisi sappia trasmettere a tutti
un messaggio di unità e di apertura.
Alla proposta sono già pervenute adesioni significative e, per
parte nostra, vedremo di coinvolgere anche le associazioni internazionali
alle quali aderiamo (WRI e IFOR). Consideriamo particolarmente importante,
anche per le prospettive di percorsi ed azioni comuni che può aprire,
che l'iniziativa sia frutto di una discussione più ampia di quella,
pur avvenuta ed in corso, nei nostri Movimenti. Sollecitiamo perciò
il prezioso contributo di critica e proposta, affinchè si giunga
ad una iniziativa persuasa e condivisa. Capitini ricordava che discussione
significa scuotere con forza e perciò saggiare la solidità
ed il valore di una proposizione. E' quanto chiediamo e perciò
siamo a disposizione per ogni incontro che si ritenga utile, ed in ogni
caso invitiamo i rappresentanti di altre associazioni pacifiste e nonviolente
alla riunione che si terrà la domenica 19 marzo 2000 alle ore 10
a Bologna in via Guerrazzi n. 14 presso il Centro Studi Poggeschi (dalla
Stazione autobus n. 50, ma è raggiungibile anche a piedi in 15
minuti) per il concreto vaglio ed avvio dell'iniziativa.
Manifesto 2000 per una cultura della pace e della nonviolenza.
Cosciente della mia parte di responsabilità di fronte al futuro
dell'umanità, e in particolare dei bambini di oggi e di domani,
mi impegno nella vita quotidiana, in famiglia, al lavoro, nella mia comunità,
nel mio paese e nella mia regione a
Rispettare ogni vita.
Rispettare la vita e la dignità di ogni essere umano senza alcuna
discriminazione nè pregiudizio;
Rifiutare la violenza.
Praticare la nonviolenza attiva, rifiutando la violenza in tutte le sue
forme: fisica, sessuale, psicologica, economica e sociale, in particolare
nei confronti dei più deboli e vulnerabili, come i bambini e gli
adolescenti;
Condividere con gli altri.
Condividere il mio tempo e le risorse materiali coltivando la generosità,
allo scopo di porre fine all'esclusione, all'ingiustizia e all'oppressione
politica ed economica;
Ascoltare per capire.
Difendere la libertà di espressione e la diversità culturale,
privilegiando sempre l'ascolto e il dialogo senza cedere al fanatismo,
alla maldicenza e al rifiuto degli altri;
Preservare il pianeta.
Promuovere un consumo responsabile e un modo di sviluppo che tengano conto
dell'importanza di tutte le forme di vita e preservino l'equilibrio delle
risorse naturali del pianeta;
Riscoprire la solidarietà.
Contribuire allo sviluppo della mia comunità, con la piena partecipazione
delle donne e nel rispetto dei principi democratici, al fine di creare,
insieme, nuove forme di solidarietà.
Mi impegno fin d'ora a contribuire alla “Marcia per la nonviolenza”
in tutte le forme che mi saranno possibili
FINE SECOLO
Albert e John, antimilitaristi del 900
Di Mao Valpiana
Il '900, che ci siamo appena lasciati alle spalle, è stato un
secolo contraddittorio, ha visto due spaventose guerre mondiali, ha conosciuto
tragiche dittature, ha scoperto l'orrore dei campi di sterminio e dei
forni crematori; ma è stato anche il secolo di grandi movimenti
di liberazione, di rinascite spirituali, di cambiamenti epocali. Ma ciò
che è emerso, nell’ultimo scorcio del 1999, è stata
la speranza di pace. Un messaggio che ci è giunto anche dalle classifiche
stilate per fine anno.
Secondo la rivista Time l'uomo del secolo è stato Albert Einstein
(1879-1955), il padre della teoria della relatività, molto attivo
nella lotta contro il militarismo fin dallo scoppio della prima guerra
mondiale.
Tutti i critici musicali sono stati concordi nel concedere il primo posto
alla canzone "Imagine" di John Lennon (1940-1980), l'anima dei
Beatles, impegnatissimo contro la guerra del Viet-nam (Date una possibilità
alla pace), fino a restituire alla regina il titolo di baronetto per protestare
contro le spese militari.
Einstein e Lennon, pur nella loro diversità, sono legati da un
filo comune: due uomini di pace che non hanno accettato la logica della
guerra e si sono impegnati attivamente per la nonviolenza.
Due geni antimilitaristi militanti.
Einstein fu promotore di molti appelli per il disarmo nucleare: "Sono
un pacifista convinto, per me uccidere in guerra non è colpa minore
che commettere un comune assassinio. Solo l'abolizione radicale della
guerra e della minaccia della guerra possono esserci di aiuto".
Lennon ha lasciato il più bel manifesto per la causa della pace:
"Immagina che non ci siano nazioni, nessuno da uccidere e niente
per cui morire; immagina che tutti vivano la propria vita in pace, è
facile se ci provi. Tu puoi dire che io sono un sognatore, ma non sono
l'unico".
Albert Einstein e John Lennon sono uniti anche da uno spiccato senso ironico.
Einstein si definiva "un incorreggibile non-conformista" e tutti
ricordiamo la sua foto mentre fa la linguaccia. John Lennon esibendosi
davanti ai reali disse: "non serve che applaudiate, basta che facciate
tintinnare i gioielli". Entrambi hanno avuto un predecessore illustre,
il Mahatma Gandhi, che davanti alle tragedie del mondo spesso ricordava:
"Se non avessi il senso dell'umorismo, mi sarei suicidato da un pezzo".
Umorismo e nonviolenza, un bel miscuglio per i due geni della scienza
e del rock, e un ottimo viatico per il 2000.
LIBRI
A cura di Silvia Neyrotti
AA. VV. Gli Istituti e i Centri Internazionali di Ricerca per la Pace,
stampato in proprio dal MIR di Padova e dai Beati i Costruttori di Pace
di Padova, dicembre 1999, pag. 120, L. 7.000 (richiedere a MIR sede di
Padova, via Cornaro 1/a, 35128 PD, versamento ccp n. 14128359).
E' stata stampata proprio un’interessante ricerca sugli Istituti
e i Centri Internazionali di Ricerca per la Pace.
La ricerca è stata curata in particolare dal MIR di Padova e edita
congiuntamente dal MIR e dai Beati i Costruttori di Pace di Padova. Il
libro è una guida aggiornata alle attività dei prestigiosi
Istituiti e Centri internazionali di ricerca per la Pace, come, per citare
i più noti, il SIPRI di Stoccolma e il PRIO di Oslo, ma anche degli
altri 48 Istituti che vengono segnalati e di cui molti, anche impegnati
nei movimenti per la pace, non conoscono né l'esistenza né
il tipo di attività che in essi si svolge. Questa guida si rivolge
sia a chi non ha i mezzi o le capacità di accedere a tali informazioni
via Internet (anche per problemi linguistici) sia a chi, pur potendo disporre
di un collegamento alla "Rete", non è in grado di destreggiarsi
in un contesto così vasto e di non agevole fruizione. Di ogni Istituto
viene fornita, infatti, una breve scheda illustrativa, che spiega le attività
dell'Istituto o del Centro di Ricerca: la scheda contiene anche i riferimenti
per la ricerca su Internet dell'Istituto stesso.
Ma oltre che essere una guida il libro contiene anche altre cose.
Un'intervista a 5 direttori di altrettanti Istituti di ricerca che esprimono
le loro opinioni sulle prospettive e sugli scenari che la ricerca per
la pace dovrà affrontare nei prossimi anni.
Un articolo a 6 mani di I. M. Harris, L. J. Fisk e C. Rank che presenta
la situazione attuale degli studi universitari per la pace nell'America
del Nord ed in Europa Occidentale. E' un articolo denso ed aggiornato,
tratto dalla importante rivista "International Journal of Peace Studies"
che crediamo potrà invogliare studenti e ricercatori italiani ad
allargare i propri orizzonti e rivolgersi anche all'estero per approfondire
gli studi in questa direzione. Il problema italiano, come al solito, è
l'arretratezza delle strutture di ricerca e la loro scarsa presenza, specialmente
in un ambito importante come quello della pace. A conferma di questo fatto
l'articolo dedica alla situazione degli studi universitari italiani solamente
12 righe, mentre alla Spagna, che pure ha iniziato da poco l'attività
in questo settore, vi sono dedicate ben 37. Ma se proprio vogliamo consolarci
la Francia è assente del tutto.
Proprio di fronte a questa situazione italiana di carenza di ricerca per
la pace il libro contiene un interessante suggerimento per i nostri politici:
una bozza di proposta di legge per la creazione anche in Italia di un
Istituto di ricerca per la pace sul modello di quelli esistenti (e funzionanti)
in Nord Europa.Se questa proposta fosse adeguatamente conosciuta, divulgata
e sostenuta potrebbe anche essere raccolta da qualche parlamentare di
buona volontà: se nel decennio dell'educazione alla nonviolenza
istituito dall'ONU l'Italia si dotasse anche di un'adeguata struttura
di ricerca ciò costituirebbe un importante sviluppo in un ambito
così importante, ma così spesso trascurato.
Sergio Bergami
Aldo Capitini, Il potere è di tutti, a cura del Centro Studi Aldo
Capitini, Perugia 1999, Guerra Edizioni, pagg. , L. 27.000
Nel centenario della nascita dell'autore viene proposta una seconda edizione,
riveduta e corretta, de Il potere è di tutti di Aldo Capitini.
L’edizione precedente, pubblicata da la nuova Italia nel 1969, era
da tempo esaurita.
L’opera, introdotta da Norberto Bobbio e con prefazione di Pietro
Pinna, è arricchita da un saggio di Alberto de Sanctis sull’ideale
omnicratico. Il volume contiene Omnicrazia: il potere di tutti, che è
l’ultima opera di Capitini, scritta nella primavera-estate del 1968
e rappresenta la conclusiva sintesi del nesso TRA omnicrazia, realtà
di tutti, compresenza e nonviolenza e la sua collaborazione storico-critica
nelle esperienze culturali del secolo. Il testo raccoglie anche interessanti
articoli, tratti dal mensile Il potere è di tutti (edito dal gennaio
1964 al dicembre 1968), promosso da Capitini in parallelo ad Azione Nonviolenta.
Ulteriore motivo di interesse è costituito dalla presenza delle
Lettere di religione: 63 scritti, pubblicati dal gennaio 1951 all’ottobre
1968 (l’ultimo uscì postumo).
Si tratta dunque della riproposizione di scritti particolarmente significativi,
che l’impegno personale, anche economico, dei curatori ha consentito
di realizzare ad un prezzo contenuto.
Daniele Lugli
Dissento e non mi adeguo
Cari amici,
abbiamo letto sull’ultimo numero di novembre il resoconto del XIX
congresso del Movimento Nonviolento che si è svolto di recente
a Pisa e ci è sembrato che esso non renda a sufficienza, per i
lettori non presenti al congresso, la diversità di posizioni e
anche le dinamiche conflittuali che si sono sviluppate tra i partecipanti.
Come ci ha insegnato Aldo Capitini, non bisogna temere i conflitti, anzi
gli amici della nonviolenza diventano, quando è necessario, suscitatori
di conflitti.
Due ci sembrano, allora, le questioni irrisolte dal congresso e che devono
mobilitare in futuro tutti gli amici della nonviolenza, anche chi a Pisa
non c’era.
Innanzitutto, numerose sono state le richieste sollevate in assemblea,
soprattutto da parte dei giovani e delle donne, di una gestione del movimento
e del congresso più aperta, diversa da linguaggi e metodi burocratici
in uso nei partiti, favorendo un percorso personale e comunitario più
autenticamente nonviolento.
Poi, il tema cruciale della campagna di obiezione alle spese militari,
riproposta a larga maggioranza, con il solo dissenso di Pier Carlo Racca
di Torino, nella commissione lotta e alternativa alle spese militari,
con numerose sollecitazioni in questo senso venute anche da parte di non
iscritti al movimento, e concretizzatasi in una mozione congressuale che
è stata, però bocciata dall’assemblea plenaria, anche
in conseguenza dei veementi interventi contrari dei principali dirigenti
storici del movimento, che si sono chiusi a riccio sulla questione, quasi
sentendosi minacciati di sfiducia rispetto alle pregresse decisioni.
Ma un gruppo dirigente illuminato e aperto non deve, forse, essere sempre
capace di mettersi in discussione, verificando sui nuovi elementi che
man mano emergono, la validità delle precedenti decisioni ?
Or dunque, la guerra del kossovo, il rafforzamento della Nato, il progetto
italiano di esercito professionale, l’istituzione di un servizio
militare femminile, la creazione di un esercito europeo, il tentativo
di svuotare la legge sull’obiezione di coscienza e di paralizzare
il servizio civile, l’aumento delle spese per gli armamenti (si pensi
solo alla riproposizione USA dello scudo antimissilistico che ha avuto
l’immediato plauso dell’allora Ministro italiano Scognamiglio)
richiedono di mettere urgentemente al primo posto la lotta contro il nuovo
modello di difesa e l’escalation delle spese militari, per un riconoscimento
anche fiscale dell’opzione alternativa della Difesa popolare nonviolenta.
Rispetto a questo obiettivo quale forma di disobbedienza civile e di non
collaborazione più efficace e più chiara della dichiarazione
di obiezione al momento della dichiarazione di redditi ?
Non sarebbe il caso, proprio nella direzione di una costituente della
federazione dei nonviolenti e della marcia 2000 per la nonviolenza, auspicate
dal congresso, fare un grande gesto di umiltà e di riconciliazione
con le altre associazioni e con gli obiettori fiscali, riconoscendo la
propria parte di colpa nella sterile polemica riguardo alla chiusura o
al rilancio della campagna OSM ?
Riconoscere i propri errori non è forse il coraggio dei forti e
dei nonviolenti ?
Queste sono le domande poste con forza e chiarezza dalla mozione presentata
al congresso dal gruppo pisano e che il voto contrario (21 no, 4 sì,
4 astenuti) non può mettere a tacere, perché sono riproposte
dall’urgenza e dalla drammaticità degli avvenimenti politici.
Per questo chiediamo ai lettori di Azione nonviolenta, agli iscritti assenti
a Pisa, di riaprire una riflessione e una discussione capaci di far uscire
il movimento dal cul-de-sac in cui si è cacciato.
Rocco Altieri (Pisa)
Confermiamo la nostra scelta
Carissimo Rocco,
abbiamo sentito come un contributo che viene dalla profondità
e radicalità della tua persuasione nonviolenta la lettera che ci
hai fatto pervenire e della quale ti ringraziamo prendendo in attento
esame i punti su cui richiami l’attenzione nostra e più in
generale del Movimento.
Sulla richiesta di una “gestione del Movimento e del congresso più
aperta” non abbiamo difficoltà ad ammettere limiti ed insufficienze
che non sono solo di ordine pratico ma anche legati alla nostra capacità
di ideazione. In questo senso ci dichiariamo grati delle sollecitazioni
venute soprattutto da parte di giovani e di donne e attendiamo che si
traducano in proposte dettagliate e, possibilmente, in conseguenti assunzioni
di responsabilità operative.
Sulla richiesta di riconsiderare la nostra decisione relativa all’aver
dichiarato conclusa la campagna OSM non possiamo consentire, semplicemente
perché non è più una decisione nostra ma del Congresso
stesso. Questa decisione non è avvenuta con una maggioranza risicata,
ma con 21 favorevoli a fronte dei 4 contrari.
Noi siamo sicuri, perché siamo tra essi, che i 21 favorevoli alla
conclusione non trascurano, anzi sono come te preoccupati della guerra
del Kossovo, del rafforzamento della NATO, del progetto italiano di esercito
professionale ecc…Siamo però convinti, a differenza dei 4
contrari, che la campagna OSM ha avuto un primo e sia pur parziale risultato
concreto con la Legge 230/98, dove, nero su bianco, c’è il
riconoscimento della difesa non armata e nonviolenta e con la raccomandazione
parlamentare che impegna il governo ad iniziare il lavoro per il riconoscimento
legale all’opzione fiscale .Tali acquisizioni, durando la campagna
da 18 anni, cioè da un tempo durante il quale sono avvenuti radicali
cambiamenti storici e giuridici, sono, a nostro parere, la ragione per
una dichiarazione positiva di conclusione.
A questo risultato pervenimmo in modo unanime con tutti i movimenti co-promotori
nella riunione svoltasi a Bologna il 6 settembre 1998 sottoscrivendo un
documento preparatorio dell’Assemblea di Cattolica (16-17 gennaio
1999) nel quale, dichiarando conclusa la campagna OSM, ne prefiguravamo
una nuova , non più fondata sulla disobbedienza civile (nei fatti
sempre meno praticata a favore di una diffusa oblazione), ma sul volontario
contributo per la pace.
In quella riunione bolognese don Antonio Dall’Olio, segretario di
Pax Christi, ne propose addirittura la formulazione con il motto "La
pace paga, paga la pace" che fu unanimemente accolto.
L’Assemblea di Cattolica si è conclusa con una decisione diversa,
perdendo in tal modo l’occasione preziosa di rilanciare una iniziativa
comune. L’esito modestissimo della campagna 1999, nonostante si svolgesse
nel pieno della partecipazione italiana alla guerra del Kossovo, dimostra
da un lato l'importanza dell'unità delle forze che si oppongono
alla guerra, e dall’altra il logoramento di una proposta che aveva
bisogno di rinnovarsi.
In questa situazione ci pare ingeneroso e sbagliato attribuire a MIR e
MN, che hanno avuto sempre posizioni univoche e chiare, la causa di confusioni
e polemiche. Tuttavia, come ulteriore precisazione, la segreteria del
MN, in collaborazione con quella del MIR, ha scritto un documento che
è insieme di distinguo e di sostegno alla campagna “La pace
paga, paga la pace” (pubblicato in questo stesso numero a pag. 19).
Cari saluti,
La Segreteria ed il Comitato di coordinamento del Movimento Nonviolento
E il vegetarianesimo?
Come nonviolenti e antimilitaristi, ciascuno di noi ha fatto il possibile
per cambiare se stesso e un poco anche quanti ci conoscono? Io faccio
un’autocritica ma lo chiedo anche a voi.
Il Movimento Nonviolento fondato da Aldo Capitini, che ci ha insegnato
o proposto i principi della nonviolenza applicati fino al rispetto di
tutti gli esseri, animali compresi, quanto è cresciuto?
Nell’ultimo congresso di Pisa mi sembra si accenni vagamente a questo
tema specifico; la commissione preposta propone: ”la riduzione del
consumo di carne”, ma forse si ritiene questa scelta marginale, poco
importante di fronte a un mondo in perenni guerre tra “uomini”.
Anche se siamo quattro gatti e facciamo solo opera di testimonianza, sono
convinto che sia importante.
Io m’impegno a seguire la strada indicata da Capitini, anche di fronte
ai soliti giornalieri risolini e alle paterne raccomandazioni: la carne
è necessaria!
Ritengo che in questi ultimi anni il tema del vegetarianesimo sia stato
molto approfondito nei suoi vari aspetti: etici, religiosi, medici e politici
(V. ad es. il 6° Congresso Europeo / SET. 97); e quindi le ragioni
di tale scelta siano molto più solide, profonde ma anche più
facili.
Al Congresso di Pisa del M.N. rilevo invece che sono giunti i saluti della
LAV (Lega Antivivisezione), ma non dell’AVI (Associazione Vegetariana
Italiana), che è stata fondata dallo stesso Capitini. Si tratta
di una dimenticanza, o altro? Dovrebbe trattarsi di due movimenti che
lavorano insieme per affermare gli stessi principi.
Mi auguro di non aver sollevato dei vespai e spero in una Vs. risposta.