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Il Referendum brasiliano ha bocciato l’abolizione del
commercio di armi
La sconfitta del referendum brasiliano non è la sconfitta della nonviolenza,
ma solo l’ennesima prova della insufficienza che ancora esiste nel mondo
dell’informazione. L’esito negativo del referendum rappresenta un’occasione
persa per tutta l’umanità. A parte qualche rara eccezione, la cosiddetta
grande stampa italiana non ha data alcuna informazione prima del referendum
brasiliano. I telegiornali Rai e Mediaset non hanno dato la notizia durante la
campagna referendaria e non hanno offerto ai telespettatori nessun serio
approfondimento sul tema. Invece la notizia della vittoria del no è stata data
anche con servizi e collegamenti. E' stato annunciato, come prima notizia di
politica estera, che i brasiliani hanno respinto a grande maggioranza la
proposta di abolire il commercio di armi. E' evidente la mala fede di questo
tipo di giornalismo, fazioso, di parte, asservito agli interessi del potere, dei
fabbricanti d'armi, dell'industria bellica italiana e internazionale. E'
dunque vero che nel nostro paese non c'è libertà di informazione poichè le
notizie vengono date non per educare i cittadini, ma usate per distorcerne la
coscienza. C'è bisogno di lavorare per sostenere e far crescere nuovi spazi
liberi di informazione, come questo nostro mensile, e altri ancora. Il segnale
che ci viene dal Brasile è un appello ad ognuno a fare qualcosa di più per avere
anche in Italia spazi veri di libertà di informazione.
A cura di Graziano Costa *
Domenica 24 Ottobre si è votato in tutto il territorio brasiliano per il
referendum sulla vendita delle armi. La domanda a cui si rispondeva con un “sim”
o con un “nao” era la seguente: “Il commercio delle armi deve essere proibito in
Brasile?”. Su 122.442.141 aventi diritto alla votazione si sono presentati
alle urne 92.442.000 elettori, quindi con un indice di astensione pari al
21,85%. Il 63,94% ha scelto il “no”, il 36,06% il “sì”. Si sono avuti
l’1,39% di voti nulli e l’1,68% di non espressi. Si è votato con metodo
elettronico. Non è stata una sorpresa la maggior percentuale del “no” già
peraltro prevista dai sondaggi pre elettorali. Viene così mantenuta in vigore
l’attuale legge del 2003 che prevede sì il libero acquisto delle armi ma con
alcune restrizioni. Il che non impedisce peraltro la facile diffusione di
pistole e fucili e altro... Stando ai dati della stampa brasiliana, quasi
assente quella italiana, erano a favore del no le classi medio alte, più
soggette alle azioni della criminalità che vedono nella difesa personale il
mezzo migliore per difendersi. Vi è sfiducia nelle forze dell’ordine, e questo
peraltro anche da parte dei ceti più bassi, perchè spesso vittime della violenza
e della inefficienza del sistema di sicurezza. Non solo per la massa dei poveri
esse sono viste con timore perchè spesso conniventi con la malavita locale,
specie nelle periferie suburbane, ma soprattutto per la inattaccabile impunità
che lascia liberi molti poliziotti, pur indiziati, nel 95% dei processi a loro
intentati. Da un punto di vista politico si è voluto vedere nel referendum
anche una opposizione ben emergente e consolidata al governo del Presidente Luiz
Inacio da Silva, soprattutto dopo gli scandali di corruzione di membri del suo
partito, che si erano appropriati di fondi pubblici per fini elettorali. Infatti
negli ultimi sondaggi la popolarità di Lula era calata ad una percentuale uguale
a quella degli oppositori al suo governo. Il quale ha peraltro affermato che “è
comunque una vittoria della democrazia e della popolazione che ha potuto
esprimersi in maniera diretta”. E’ stato questo il primo referendum mai
tenuto in Brasile e, secondo alcuni esperti, il più grande al mondo attuato con
voto elettronico. Era stato fortemente voluto da Lula e dal PT, il Partito
dei Lavoratori, dai settori progressisti del paese e dalla chiesa cattolica
nella speranza di ridurre le circa 40.000 vittime annuali di morte violenta di
cui almeno un terzo a causa dell’uso di armi da fuoco. Durante la campagna
preparatoria al referendum era stata promossa la consegna di armi da parte dei
cittadini . Dietro il compenso di cento euro sono state consegnate circa 500.000
armi leggere che sono state distrutte. Qui in Italia vi è stata una campagna
di sensibilizzazione promossa da alcuni sacerdoti che lavorano in Brasile. Sono
tre missionari di Bolzano, don Ermanno Allegri, don Lino Allegri e don Pierluigi
Sartorel che fanno da punti di riferimento dei movimenti di base brasiliani per
sensibilizzare l’opinione pubblica italiana affinchè sostenga le aspirazioni
nonviolente del popolo latino americano.
Ripensare il Commercio Equo e Solidale. Meno consumo, più sobrietà. La
grande distribuzione tradisce lo spirito dei piccoli produttori locali.
A cura di Alex Zanotelli
Carissimi e carissime, Jambo! Grazie per lo splendido lavoro che state
facendo nelle oltre 500 botteghe del commercio equo e solidale (CES) sparse in
Italia. Girando per questo paese, ho trovato botteghe dove lavorano persone
splendide e che sono veri luoghi di condivisione, di informazione, di
resistenza. Grazie per l’ospitalità e il calore umano che vi ho trovato. Ho
visto il CES nascere quando ero a Nigrizia ed espandersi quando ero a Korogocho.
Poi l’ho conosciuto più dal di dentro quando a Korogocho iniziò la cooperativa
Bega Kwa Bega che ebbe il suo sbocco nel commercio equo e solidale. Per me il
CES è un grande dono, una perla preziosa per resistere al sistema. Sappiamo bene
poi che questo sistema economico-finanziario neo-liberista è talmente scaltro
che può trasformare anche questa “perla” in un suo fiore all’occhiello. Corriamo
il pericolo di buttare le perle ai porci. Per cui è giusto chiederci dopo 20
anni di CES a che punto siamo. Permettetemi come compagno di viaggio di
esporvi alcuni aspetti che mi lasciano perplesso.
La grande distribuzione è in rapida crescita. Sembra che la metà del
fatturato alimentare del CES si venda sulla grande distribuzione. Mi sembra che
nei punti vendita dei supermercati non c’è uno sforzo serio di informazione e
coscientizzazione. Questo mi sembra tradisca lo scopo stesso del CES che è nato
non per mandare qualche soldo in più al sud del mondo, ma per far capire ai
consumatori del nord che c’è qualcosa di radicalmente sbagliato nella filiera
commerciale. Scopo del CES infatti è cambiare le regole del gioco perché c’è
qualcosa di radicalmente ingiusto nel sistema economico internazionale. È vero
che i contadini impoveriti del sud ci chiedono di vendere sempre più i loro
prodotti, ma non è così che risolveremo i loro problemi. Se ci dimentichiamo che
il CES è uno strumento politico per coscientizzare i consumatori del nord a
cambiare le regole del commercio internazionale, non otterremo nulla. Avremo
fatto solo carità. Avevo ritirato il mio nome da Transfair proprio perché, a
mio avviso, non faceva uno sforzo sufficiente per informare coloro che
comperavano quei prodotti. Ed in questo avevo allora l’appoggio del CES. Ora è
lo stesso CES che rischia di trovarsi nella stessa situazione.
Lo sforzo politico è in calo. Mentre il CES a livello economico prospera,
non altrettanto si può dire del suo impegno politico. Trovo spesso nel CES una
mancanza di sensibilità politica che mi sconcerta! È incredibile per me vedere
che spesso su importanti questioni politiche (non parlo di partiti!), il CES non
c’è. Questa mancanza della dimensione politica può portare a conseguenze per me
assurde. So di certo che la Max Havelaar (il corrispettivo del CES in
Svizzera) vende alla McDonald’s di quel paese, quaranta tonnellate di caffè
all’anno!!! E questo nel quasi totale silenzio delle botteghe svizzere che
trovano difficile protestare. Ma allora a cosa serve il CES? A vender di più per
aiutare i poveri?
Uno stimolo a consumare di più? Se l’enfasi del CES va al primato del
commercio, al vendere di più, è chiaro che l’invito ad uno stile di vita più
sobrio, a consumare di meno, andrà decrescendo. Eppure è il cuore del CES che
dovrebbe invitare tutti a consumare di meno, ad avere uno stile di vita più
semplice. Un esempio di questa tendenza è l’apertura di tante botteghe durante
le “domeniche d’oro” (precedenti la festa di Natale, la festa per eccellenza del
consumismo mondiale). È ovvio che in quelle domeniche si vende di più. Ma è
giusto? Non rischiamo di entrare nel grande giro del consumare, consumare,
consumare…Le botteghe dovrebbero essere dei luoghi dove la gente impara ad
essere più sobria, più essenziale.
Punto d’incontro, di relazioni? Ogni bottega del mondo dovrebbe essere il
luogo dove si sperimentano relazioni umane, fraternità, serenità, gioia di
vivere. È un aspetto fondamentale questo per ogni bottega in una società come la
nostra dove viene imposta una massificante cultura, materialista e consumista,
che ci riduce tutti a atomi, a tubi digerenti dove non esistono più autentiche
relazioni umane. Ecco perché è così importante la bottega (con il rifiuto del
supermercato!), dove si sperimenta la gioia dello stare insieme, della
celebrazione, dell’incontro anche interculturale e interreligioso. L’anima di
ogni bottega dovrebbe essere una piccola comunità che ama ritrovarsi, far festa,
danzare la vita. Ogni comunità dovrebbe essere una comunità alternativa alla
cultura dominante.
E il volontariato? E’ sotto gli occhi di tutti la tendenza ad assumere
impiegati in bottega a scapito del volontariato. È chiaro che una volta che il
volume commerciale di una bottega cresce, si dovrà assumere personale per far
fronte al lavoro. Per questo l’assunzione di personale dovrebbe essere temuta
entro precisi limiti. Guai a noi se perdiamo la dimensione del volontariato in
bottega. Il rischio è che alla fine ci guadagneremo sempre noi del nord a
scapito dei poveri ai quali daremo le briciole. Ho potuto toccare questo con
mano con la cooperativa Bega Kwa Bega di Korogocho.
L’Africa fanalino di coda L’Africa sembra, purtroppo, essere all’ultimo
posto nel CES. E’ una constatazione questa che mi ferisce proprio perché
l’Africa è il continente oggi più disastrato. Ma perché il CES sta investendo
così poco in questo continente crocifisso? Perché così pochi prodotti africani
nelle nostre botteghe? Lo so, per esperienza, che è più difficile lavorare con
gli africani. Ma oggi è proprio l’ora dell’Africa! Quand’è che il CES deciderà
di investire di più in Africa?
E il lavoro in rete? Girando per l’Italia, ho trovato botteghe della
stessa città che non si parlano, che non collaborano e che non lavorano in rete!
Ma che razza di commercio equo e solidale è mai questo? Come fanno botteghe
della stessa città a guardarsi in cagnesco, rifiutandosi per di più di
partecipare alla rete cittadina? Il CES è o non è uno strumento politico di
resistenza al sistema? E non dovrebbero le botteghe di una stessa città essere
le promotrici di reti locali che raccolgono tutte le realtà di resistenza al
sistema?
Comunità locali autosufficienti Il CES non è fine a se stesso, ma deve
aiutare tutte le forze critiche presenti sul territorio per far nascere quelle
esperienze locali alternative che permettano poi l’emergere di soluzioni
economiche di più vasto raggio. “L’elemento chiave di questa prospettiva -
afferma il teologo tedesco U. Duchrow nel suo libro Alternative al capitalismo
globale – è di rendere le comunità locali il più possibile autosufficienti e
proteggerle dagli effetti dannosi del mercato mondiale”. Oggi non è più
sufficiente fare resistenza, ma sarà sempre più compito del CES creare spazi
economici locali autosufficienti. E’ fondamentale – afferma sempre Duchrow - “la
creazione di spazi economici locali con mercati locali che siano orientati al
bisogno, sostenibili dal versante ecologico e promuovano il lavoro”. Il noto
teologo tedesco Duchrow conclude: “Per questa evoluzione è molto importante il
decentramento dell’approvvigionamento energetico con energie rinnovabili (sole,
vento, acqua, …) e lo sviluppo dell’agricoltura biologica preferibilmente nella
forma della cooperativa dal produttore al consumatore.
Scrivo questa lettera dal Quartiere Sanità dove vivo, uno dei quartieri a
rischio di questa grande città di Napoli, il più grande complesso urbano
d’Italia e vero cuore del Sud. Vorrei proprio ricordare anche alle botteghe del
Nord di non dimenticarsi del commercio equo e solidale del Sud . Le botteghe si
sono infatti propagate molto al Nord e al Centro, ma poco al Sud. E questo per
tante ragioni. Penso che sarebbe un bel gesto se le botteghe del Nord dessero
una mano alle botteghe del Sud per poter decollare. E’ così brutto veder che c’è
un Nord e un Sud anche nel CES! Questa lettera che vi proviene dal cuore del
Sud vuole essere un grido di allarme, ma anche un inno di grazie per lo
splendido lavoro che il CES ha fatto in questi 20 anni. Tutta l’Europa guarda
con meraviglia alla nostra maniera di fare commercio equo e solidale. Non
sciupiamo questa perla preziosa che ci è stata affidata, ma rendiamola sempre
più strumento efficace di resistenza. Buon lavoro. Sijambo
Una madre in lutto determinata a cambiare la politica americana L’ Iraq e
l’uragano Katrina faranno cadere il Presidente Bush
Durante un sit-in, il 26 settembre scorso a Washington davanti alla Casa
Bianca, è stata arrestata Cindy Sheehan, ribattezzata "Peace Mom”, la donna
americana madre di un soldato morto in Iraq e protagonista, durante l'estate, di
una clamorosa protesta contro la guerra. C'erano circa 500 persone alla
manifestazione, organizzata per una giornata di protesta che ha coinvolto sia la
Casa Bianca che il Pentagono. Con Cindy Sheenan sono state arrestate una
cinquantina di persone, mentre sono finite in manette circa quaranta persone fra
quelle che partecipavano alla protesta davanti alla sede della Difesa Usa.
Durante il passaggio davanti alla sede presidenziale, un gruppo di un
centinaio di persone, tra le quali anche la Sheehan, si sono dirette verso
l'ingresso nord-ovest della Casa Bianca, quello più vicino alle postazioni dei
grandi network televisivi americani. Qui, la donna ha detto di parlare "a nome
di altri genitori che hanno perso figli in Iraq", e ha chiesto di poter
incontrare Bush. La polizia ha fatto allontanare il gruppo, chiudendolo
dietro alcune transenne allestite su Pennsylvania Avenue, la strada su cui si
affaccia l'ingresso principale della Casa Bianca. Cindy Sheehan e gli altri
hanno allora improvvisato un sit-in, sedendo sul marciapiede. Per tre volte gli
agenti hanno avvertito il gruppo che gli accordi per la manifestazione non
prevedevano soste. Poi, sono scattate le manette. La donna, che indossava
una maglietta nera con slogan contro la guerra, è stata prima sollevata di peso
da tre poliziotti, poi fatta sostare in piedi appoggiata a un furgone, mentre un
agente le stringeva le manette ai polsi davanti a una ressa di fotografi e
operatori della tv, e il resto del gruppo gridava "Tutto il mondo vi guarda". La
polizia ha poi arrestato alcune altre decine di persone. Casey, il figlio
ventiquattrenne della donna, è stato ucciso in un'imboscata a Sadr City il 4
aprile 2004 pochi giorni dopo il suo arrivo in Iraq. Cindy Sheehan si è
guadagnata l'attenzione internazionale quando, lo scorso agosto, è rimasta
accampata per 26 giorni davanti al ranch del presidente americano George W. Bush
a Crawford, in Texas. Il movimento che sostiene Cindy ha preso forma nelle
ombre, su internet, ha cominciato a mostrarsi in forze nei campi a Crawford, ed
attualmente sembra in grado di mutare la mappa politica degli Usa.
Intervista a Cindy Sheehan di Tom Engelhardt *
Quando arrivo alla dimostrazione Cindy è una figura distante, che cammina con
una troupe di “Good Morning America” fra le croci bianche che sono state
piantate qui. Jodie, una delle attiviste antiguerra di Code Pink che indossa uno
stravagante cappello ornato di piume rosa, mi dice di restare nei paraggi con
Joan Baez, i genitori dei soldati, i veterani, i giornalisti e tutta quest’altra
gente. Cindy non mancherà all’appuntamento che ha con me. Ad ogni passo che fa,
viene circondata dalla folla. Abbraccia qualche persona, si fa fotografare con
chi glielo chiede, ascolta brevemente ma con attenzione chi le dice che è venuto
dalla California o dal Colorado solo per incontrarla. È incrollabilmente
paziente. Ha una parola per ciascuno e per tutti. Più tardi mi dirà: “La
maggior parte delle persone, se mi seguisse per un’intera giornata, andrebbe in
coma già alle undici del mattino.” La sua figura mi sorprende. È imponente,
alta, certamente mi sovrasta. Forse sono sorpreso perché generalmente si pensa
che una madre ferita debba essere, in qualche modo, una creatura piccola e
“diminuita”. Infine, pochi minuti dopo le cinque del pomeriggio, Jodie mi fa un
fischio e mi conduce al sedile posteriore di un’auto, dove Cindy siede fra me e
Joan Baez. La sorella di Cindy, Dede, che indossa una maglietta con su scritto
“Tutto ciò che la guerra può fare, la pace sa farlo meglio”, sale al posto di
guida. Mentre l’auto si muove, Cindy si volta verso di me: “Cominciamo?”
Tu hai detto che gli errori fatali della presidenza di George Bush sono
l’Iraq e l’uragano Katrina. A che punto credi stiamo, oggi? L’invasione
dell’Iraq è stata un grosso errore, una guerra politica. I soldi che dovevano
servire per le truppe sono finiti nelle tasche dei profittatori. Non solo non
dovremmo essere là, ma l’esserci rende il nostro paese molto vulnerabile. La
guerra sta creando nemici per i nostri figli e i figli dei nostri figli.
Uccidere arabi musulmani innocenti, che non avevano alcuna animosità verso gli
Usa ci sta solo creando problemi. Katrina è stato un disastro naturale, ma il
disastro creato dagli uomini subito dopo è stato orribile. Voglio dire, in primo
luogo tutte le nostre risorse sono in Iraq, in secondo luogo le scarse risorse
che avevamo sono state usate troppo tardi. George Bush giocava a golf e mangiava
la torta di compleanno con John McCain mentre la gente se ne stava appesa alle
proprie case pregando di essere soccorsa. È così “sconnesso” da questo paese, e
dalla realtà. Ho sentito un commento ieri, che penso perfetto. Un uomo mi ha
detto che Katrina sarà per Bush quello che Monica è stata per Clinton. È vero,
solo un po’ peggio. Che le famiglie di soldati uccisi guidino un movimento
contro la guerra suona logico, ma storicamente parlando è insolito. Mi domando
cosa pensi tu, voglio dire, del perché è accaduto qui, ed è accaduto ora.
Questa domanda è un po’ come quella che mi fanno certe persone: “Perché
nessuno aveva mai pensato prima di andare a protestare al ranch di
Bush?” Vero, intendevo chiederti anche questo. (ride) Non lo so. So che
l’ho pensato e l’ho fatto. Degli impegni che avevo sono stati cancellati e così
mi sono trovata con l’intero mese di agosto libero. Sono andata a Dallas, al
convegno dei Veterani per la Pace. L’ultimo colpo era arrivato il 3 agosto, con
i 14 marines uccisi e George Bush che diceva che tutti i nostri soldati erano
morti per una nobile causa, e che noi dovevamo onorare il loro sacrificio
continuando la missione. In quel momento non ne ho potuto più. Quel che è troppo
è troppo, e così mi è venuta l’idea di andare a Crawford. Il primo giorno
eravamo in sei, seduti nelle sdraio sotto le stelle. Poi è cominciata ad
arrivare moltissima gente e abbiamo pianificato l’azione man mano che le
condizioni cambiavano, spontaneamente. Per essere una cosa così spontanea è
risultata potente, ha funzionato. Tu hai scritto che il rifiuto di
incontrarti da parte di George Bush è stata la scintilla che ha incendiato la
prateria. E che il fatto di rifiutarsi riflette la sua vigliaccheria. Hai anche
detto che se ti avesse incontrato quel giorno… Joan Baez: Quel giorno
fatale… Sì, hai scritto che se ti avesse incontrata in quel giorno fatale le
cose potevano andare assai diversamente. Se mi avesse ricevuta, so che mi
avrebbe mentito. Gli avrei chiesto ragione delle sue menzogne e non sarebbe
stato un bell’incontro, ma avrei lasciato Crawford, e probabilmente avrei
rilasciato qualche intervista e scritto qualcosa su quello che era accaduto. La
cosa non avrebbe acceso la scintilla di questo grande e variegato movimento per
la pace. Perciò, credo che abbia fatto un favore al movimento per la pace
rifiutandosi di incontrarmi. Penso che l’errore peggiore l’abbia fatto
mandando a parlarti il Consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley e
il capo dello staff della Casa Bianca Joe Hagin, come se tu fossi stata il primo
ministro della Polonia. (Cindy ride) E allora, cosa ti hanno detto questi
due? Mi hanno chiesto: “Cosa vuoi dire al Presidente?” E io ho risposto:
“Voglio chiedergli qual è la nobile causa per cui mio figlio è morto.” E loro
sono andati avanti un bel po’ con “rendere l’America sicura dal terrorismo, e la
libertà e la democrazia”, blah blah blah. Tutte scuse che non intendevo
accettare e se dovevo sentirle, volevo sentirle dal Presidente. Poi hanno
parlato delle armi di distruzione di massa come se ci credessero davvero. E io
facevo: “Ma no, non mi dica, signor Hadley, davvero?” Alla fine ho detto:
“Questa è una perdita di tempo. Posso anche essere una madre addolorata, ma non
sono una stupida. Sono ben informata, e voglio incontrare il Presidente.” Mi
risposero che gli avrebbero riportato le mie parole. Ad un certo punto avevano
detto: “Non siamo venuti qui credendo di cambiare il suo punto di vista
politico.” E io replicai: “Invece sì, siete venuti per questo.” Credevano di
intimidirmi, di impressionarmi con quegli alti funzionari. Credevano che dopo
averli sentiti io avrei detto: “Ooooh, non avevo considerato questa cosa. Va
bene ragazzi, lasciamo stare.” È stata una mossa che gli si è ritorta contro,
mandarmeli, perché di colpo ho acquisito credibilità e i media hanno pensato che
la storia valesse la pena di essere raccontata. Sì, com’è stato? Da un anno
leggevo i tuoi interventi in internet, però… Nei circoli progressisti ero già
abbastanza nota. Ma di colpo sono diventata nota in tutto il mondo. Le mie
figlie erano in vacanza in Europa quando mia madre ebbe il collasso. Mio marito
ed io decidemmo di non dirlo alle ragazze, per non rovinare la loro vacanza, ma
loro ebbero la notizia dalla tv. Questa cosa è divampata portando attenzione,
anche non voluta come quella che mi riservano i media di destra, ma non mi
turbano per niente. Io stavo lavorando già da un bel po’, avevo fatto conferenze
stampa, interviste. È solo l’intensità che è cambiata, il mio messaggio è
rimasto lo stesso. Non è che mi è saltato il matto il 6 di agosto, per dire. I
media non riuscivano a credere che qualcuno potesse mandare un messaggio come il
mio facendolo in modo articolato ed intelligente. In primo luogo sono una donna,
in secondo luogo sono una madre addolorata, e allora bisogna marginalizzarmi, e
dire che qualcuno mi muove come una marionetta. In fondo, il nostro Presidente,
articolato ed intelligente non lo è mai, perciò qualcuno gli tira i fili e
allora qualcuno deve tirare i fili anche a Cindy Sheehan. Questo mi ha offesa.
Riesci a pensare a qualcuno che mi mette le parole in bocca? (ride) Prova a
chiedere in giro! Vorrei che mi parlassi della tua schiettezza, del modo
diretto in cui ti esprimi, perché le parole che usi, come “crimini di guerra”,
non sono parole che gli americani sentono spesso. Tutto quel che devi fare è
considerare il Tribunale di Norimberga o la Convenzione di Ginevra. Chiaramente
si commettono crimini di guerra. Chiaramente questi li hanno commessi, è nero su
bianco, non sono io che me ne vengo fuori con un’idea astratta. Hanno rotto ogni
trattato. Hanno disatteso la nostra Costituzione, la Convenzione di Ginevra,
tutto. Se qualcuno questo non lo dice, significa forse che non è successo? Ma
qualcuno doveva dirlo, e l’ho fatto io. Ho definito Bush un terrorista. Lui dice
che un terrorista è qualcuno che uccide gente innocente, la definizione è sua.
Perciò, per sua stessa definizione, George Bush è un terrorista, visto che ci
sono almeno 100.000 iracheni innocenti che sono stati uccisi. E afgani innocenti
che sono stati uccisi. E penso che l’opposizione tradizionale sia contenta che
sia io a dirlo, così non devono farlo loro. Non sono abbastanza forti o
coraggiosi, oppure pensano di giocarsi qualche posizione politica. Ho letto
un sacco di articoli in cui tuo figlio Casey viene dipinto come un ragazzo “casa
e chiesa”, come il perfetto boy scout. Ti andrebbe di dirmi qualcosa su di
lui? Era molto calmo. Non l’ho mai visto furioso, o sfrenato. Ho un altro
figlio, e due figlie. Lui era il maggiore, e gli altri lo adoravano. Non ha mai
dato nessun problema, ma era uno che procrastinava, il tipo di persona che se
doveva presentare un lavoro importante a scuola aspettava l’ultimo giorno utile
per farlo. Ma quando ebbe un lavoro, perché lavorava a tempo pieno prima di
entrare nell’esercito, non è mai arrivato in ritardo, né ha perso una giornata
in due anni. La ragione per cui parlano di lui come “casa e chiesa” è perché la
chiesa era il suo principale interesse, persino quando ci lasciò per entrare
nell’esercito. Dava una mano in chiesa, non mancava mai alla Messa. Era
diventato quello che chiamano “ministro eucaristico”. Perché decise di
entrare nell’esercito? Fu un reclutatore ad agganciarlo, probabilmente in un
momento in cui lui era vulnerabile. Gli promise un mare di cose, e non mantenne
neppure una delle sue promesse. Era il maggio del 2000. Non c’era stato l’11
settembre, George Bush era di là da venire. Quando Bush divenne il “comandante
in capo” di mio figlio, il suo destino fu segnato. George Bush era intenzionato
ad invadere l’Iraq ancora prima di essere eletto Presidente. Lo disse quando era
ancora governatore del Texas: “Se fossi io il comandante in capo, ecco cosa
farei.” Per tornare a mio figlio, il reclutatore gli promise 20.000 dollari.
Ne ebbe solo 4.000 alla fine dell’addestramento avanzato. Gli era stato promesso
un computer portatile, così avrebbe potuto seguire le lezioni dovunque fosse
stato mandato. Non l’ha mai avuto. Gli promisero che avrebbe potuto terminare il
college, perché aveva frequentato un solo anno prima di entrare nell’esercito.
Non gliel’hanno mai lasciato fare. La cosa più terribile che il reclutatore gli
promise è che non sarebbe mai andato in guerra, neppure se ne fosse scoppiata
una, perché aveva ottenuto risultati così alti nel test ASVAB (detto anche
“valutazione delle possibilità di carriera”) che non sarebbe stato mandato a
combattere, ma avrebbe avuto un ruolo di sostegno. Era in Iraq da cinque giorni
quando fu ucciso. Qual è il tuo background politico? Sono sempre stata una
liberale democratica, ma non credo che quello che faccio sia di parte. Riguarda
la vita e la morte. Nessuno ha chiesto a Casey di che partito politico era,
prima di mandarlo a morire in una guerra ingiusta e immorale. So che hai
incontrato Hillary Clinton ieri. Cosa pensi in generale dei democratici? Che
sono stati deboli. Penso che Kerry abbia perso perché non ha contrastato con
sufficiente forza Bush a proposito della guerra. Si è presentato come un incubo
peggiore di Bush: “Manderò più truppe, darò la caccia ai terroristi e li farò
fuori!” Queste non erano le cose giuste da dire. Le cose giuste da dire erano:
“Questa guerra è sbagliata, George Bush ci ha mentito e delle persone sono morte
a causa delle sue bugie: queste persone non avrebbero dovuto morire. Se sarò
eletto, farò di tutto per portare a casa i nostri soldati al più presto
possibile.” Purtroppo, invece di accorgersi che il fallimento di Kerry stava
proprio nel non aver preso posizione, i democratici hanno continuato a dire le
stesse cose. Howard Dean se n’è venuto fuori con una dichiarazione in cui augura
al Presidente di aver successo in Iraq. Cosa significa? Come può aver successo
qualcuno che non ha obiettivi, la cui missione non è definita, i cui scopi non
ci sono? Quello che abbiamo fatto a Camp Casey dovrebbe aver dato ai
democratici una scossa. Comunque le porte sono aperte, ai democratici ed ai
repubblicani. Come ha detto l’ex deputato al Congresso Tom Andrews: se non
vogliono vedere la luce, allora sentiranno il calore. E io credo lo stiano
sentendo. Le cose cominciano ad accadere: alcuni repubblicani come Chuck Hagel e
Walter Jones non sono più in linea con il partito. Abbiamo incontrato un
politico repubblicano ieri, per il momento non voglio fare il suo nome per non
bruciarlo, ma sembra qualcuno con cui si può lavorare. Naturalmente, quando ci
saranno le elezioni per il Congresso, diremo pubblicamente ai suoi elettori che
sulla guerra si può lavorare con lui. Il movimento contro la guerra pensa di
influenzare le elezioni come forza politica? È sulla guerra la questione,
sulla posizione che si ha rispetto alla guerra. Se alle persone interessa questa
cosa, allora devono lavorarci su. Stiamo per dare inizio alla campagna “Incontra
le madri”. Andremo a disturbare ogni singolo deputato e ogni singolo senatore,
affinché attesti con esattezza da che parte sta rispetto alla guerra. La gente
dello stato di New York, per esempio, potrà dire ai propri senatori: se non dici
con chiarezza che le truppe vanno portate a casa al più presto possibile, non ti
rieleggeremo. Il colloquio con Hillary Clinton è stato soddisfacente? La
sua posizione è ancora quella di mandare più soldati e di onorare il sacrificio
dei caduti, suona come la posizione di Bush. Ma il dialogo è stato
aperto. Non ti sembrano strani questi politici, come il Senatore Joe Binden,
che chiedono di mandare altre truppe in Iraq, quando tutti sappiamo che non ci
sono altre truppe? Sì, è una cosa folle. Dove pensano di prenderle? Mandiamo
altri soldati in Iraq e lasciamo il nostro paese ancora più vulnerabile ai
disastri di qualunque tipo? Tu vuoi che le truppe siano ritirate subito.
Bush non intende farlo, ma hai pensato a come procederesti tu se potessi farlo
tu stessa? Quando diciamo “subito”, non intendiamo che tutti possano essere a
casa domani. Spero che questo si capisca. Bisogna iniziare il ritiro dalle
città, portando i soldati ai margini e poi fuori. L’esercito va rimpiazzato con
forze irachene, per ricostruire il paese. Tu lo sai, hanno la tecnologia e le
capacità per farlo, ma non hanno lavoro. Quanto disperato dev’essere un uomo per
mettersi in fila allo scopo di ottenere un posto nella Guardia Nazionale
irachena? Vengono uccisi solo stando là ad aspettare lavoro! Bisogna dar loro il
sostegno di cui hanno bisogno per ricostruire un paese che è nel caos. Quando il
nostro esercito andrà via, un bel po’ di violenze cesseranno. Ci saranno magari
lotte a livello regionale fra le differenti comunità, ma questo accade già ora.
Gli Inglesi crearono questo paese mettendo insieme pezzi che insieme non
volevano stare: forse avrebbero dovuto essere tre nazioni, non una, ma questa è
una decisione che compete a loro, non a noi. E che ti aspetti per il futuro?
Abbiamo ancora più di tre anni e mezzo di amministrazione Bush. No, non li
abbiamo! (sorride) Ricordati che Katrina sarà la Monica di Bush. Non è più una
questione di “se”, è una questione di “quando” perché chiaramente questi sono
criminali. Voglio dire, guarda chi ha avuto i contratti per ripulire e
ricostruire New Orleans. E’ ancora l’Halliburton. È pazzesco. Ma è così che
accadrà. So che le indagini sono state richieste. George Bush è giusto pronto ad
implodere. Gli hai dato un’occhiata, ultimamente? È un uomo che ha perso
totalmente il controllo della situazione.
* Intervista realizzata il 29 settembre 2005. Traduzione a cura di Maria G.
Di Rienzo.
Tom Engelhardt, scrittore, storico e giornalista, è l’autore di “The End of
Victory Culture, a history of the collapse of American triumphalism in the Cold
War era”; gestisce il sito TomDispatch.com, che definisce: “un regolare antidoto
ai media dominanti”. L’intervista è stata realizzata a Washington durante le
dimostrazioni contro la guerra, prima che Cindy Sheehan venisse arrestata.
Chi volesse saperne di più su Cindy Sheehan può consultare, in lingua
inglese, il suo archivio nel sito www.lewrockwell.com, oppure dare un’occhiata al sito www.afterdowningstreet.com che copre puntualmente le sue
attività.
Dalla disperazione alla speranza. Sogno l’America che si risveglia Voglio
che i giovani non debbano più morire come mio figlio Casey
Ci sono state molte notti, dopo che Casey era morto e seppellito, in cui ho
dovuto trattenermi dall’ingoiare l’intero flacone dei sonniferi. Il dolore e la
voragine di disperazione erano troppo forti per lottare contro di loro. Come ci
si può aspettare che una persona continui a vivere in un mondo che è così pieno
di dolore e così avaro di speranza? Perciò pensavo: “Sarebbe così facile
prendere queste pastiglie ed andare a dormire, e non svegliarsi più in questo
mondo terribile.” Ciò che mi ha trattenuta dal commettere quest’atto codardo ed
egoista sono stati gli altri miei tre figli. Come potevo metterli in una
situazione così orribile, dopo quello che stavano già passando? Sapevo che
dovevo vivere, e sapevo che continuare a vivere sarebbe stato (e lo è ancora) la
cosa più difficile che io avessi mai fatto. Ad ogni modo, ora so perché la gente
si uccide: è la mancanza di speranza. Per me era il buco nero del sapere che
avrei dovuto alzarmi al mattino per il resto dei miei giorni con la
consapevolezza che non avrei mai più rivisto Casey: dovevo esistere in un mondo
privo di lui, e limitarsi ad esistere non è un modo di vivere. Circa tre
settimane dopo l’uccisione di Casey, mia figlia Carly venne da me e mi colpì con
la ragione per vivere: era la sua poesia, intitolata “Una nazione cullata al
sonno”. Una delle strofe dice: “Avete mai udito il suono di una madre che grida
per il proprio figlio? Il pianto torrenziale di una madre, un pianto senza fine.
Lo chiamano eroe, e potete rallegrarvi per questo, ma avete mai udito il suono
di una madre che piange per il proprio figlio?” Questa strofa mi ricordò che non
ero la sola nell’universo a soffrire di quell’intollerabile dolore, ma ciò che
mi aiutò a scavarmi l’uscita dalla fossa della disperazione, un agonizzante
centimetro alla volta, fu l’ultima strofa della poesia: “Avete mai udito il
suono di una nazione che viene cullata al sonno? I leader vogliono tenervi
annebbiati, così il dolore non sarà troppo profondo. Ma se noi, il popolo, li
lasciamo continuare, un’altra madre piangerà. Avete mai udito il suono di una
nazione che viene cullata al sonno?” Quando mia figlia mi recitò questi versi,
seppi che avrei speso ogni briciola di tempo, di denaro e di energia per portare
a casa le truppe, prima che un’altra madre dovesse piangere. Mi vergognavo di me
stessa, per non aver tentato di fermare la guerra prima che Casey morisse, ma
stupidamente avevo pensato: “Cosa può fare una persona da sola?”. Allora mi
dissi che non sapevo se avrei fatto la differenza, ma che ci avrei almeno
provato. Se fallivo, almeno un giorno sarei morta sapendo che avevo dato il
massimo per riuscire. Cominciai gradualmente, per tre dosi di speranza in
avanti, facevo anche due passi indietro. Ebbi un meraviglioso periodo in Florida
durante la campagna elettorale, lavorando contro la rielezione di George Bush.
Trovai l’associazione “Gold Star Families for Peace”. Fui una delle oratrici
principali al raduno per la pace di Fayetteville. Casey ed io finimmo sulla
prima pagina di “The Nation”. Testimoniai alle consultazioni del deputato John
Conyer nel giugno del 2005. Sentivo che, una scheggia alla volta, stavo erodendo
il sostegno pubblico all’occupazione dell’Iraq. Poi, nell’agosto del 2005, dopo
che mi ero già separata da mio marito dopo 28 anni di matrimonio, me stavo a
casa a guardare la tv (un’occasione rara, per me) e vidi che 14 marines
dell’Ohio erano morti in un solo incidente. Come se questo non fosse stato
abbastanza per spezzarmi il cuore e farmi stare male, George Bush era sullo
schermo a dire ai parenti dei soldati caduti che i loro cari erano morti per
“una nobile causa”. Questo mi fece impazzire di rabbia, ed alimentò il mio senso
di fallimento. Io non credevo, né prima che Casey morisse, né dopo, e neppure
quel 3 agosto 2005, che invadere un paese che era minaccioso per gli Usa quanto
la Svizzera, e che uccidere decine di migliaia di persone per avidità, potere e
denaro, fossero una nobile causa. Decisi di andare a Crawford, e di chiedergli
quale fosse tale “nobile causa”. Poi George ebbe la sfortunata sfrontatezza di
dire qualcosa che mi infiammò per mesi. Disse che dovevamo “completare la
missione per onorare il sacrificio dei caduti”. Per mesi gli chiesi
pubblicamente di smettere. Non voglio che una sola altra madre abbia il cuore e
l’anima lacerati senza ragione, a causa di bugie e stupidaggini. Ho voluto
andare a Crawford anche per domandare a George di smettere di usare il
sacrificio di mio figlio per continuare il suo disonorevole e codardo massacro.
Il resto è già storia. Più americani vennero a Camp Casey, più lettere,
cartoline, e-mail, chiamate telefoniche di sostegno ricevemmo, più a Camp Casey
fummo felici. Lo capimmo là, a Camp Casey ricordammo qualcosa, dopo almeno
cinque anni di dittatura virtuale che abbiamo negli Usa ora: noi, la gente,
abbiamo tutto il potere. Noi, il popolo, DOBBIAMO esercitare i nostri diritti e
le nostre responsabilità come americani per dissentire da un governo
irresponsabile, temerario, ignorante ed arrogante. Abbiamo capito, un po’ tardi
ma non troppo tardi, che quando George disse: “Se non siete con noi, siete
contro di noi.”, avremmo dovuto alzarci in piedi in un furente, giusto e
patriottico unisono e dire: “Hai dannatamente ragione, pazzo bugiardo. Siamo
proprio contro di te, e contro la tua insana precipitazione nell’invadere
l’Iraq.” Non lo facemmo allora, ma Camp Casey ci ha insegnato che è giusto far
sentire le nostre voci contro il governo. E non solo è giusto, ma è doveroso
quando il tuo governo è responsabile dell’uccisione di innocenti. È doveroso,
quando non ci sono all’opera né controllo né bilanciamento, che noi, la gente,
si sia il controllo ed il bilanciamento dei media e del governo. La mia speranza
era stata “uccisa in azione” lo stesso giorno in cui Casey fu “ucciso in
azione”. La poesia di Carly mi diede una ragione per vivere. Camp Casey, con i
suoi meravigliosi sentimenti d’amore, accettazione, pace, comunità, gioia, e sì,
ottimismo per il nostro futuro, mi ha riportato il desiderio di vivere. Posso di
nuovo sorridere e ridere, e sapere perché, per la maggior parte del tempo. Sono
cose, queste, che diamo per scontate, ma io non lo farò mai più. Vivere nella
speranza che il nostro mondo un giorno esisterà in un paradigma di pace, amore e
risoluzione nonviolenta dei conflitti è gran buon modo di esistere. Amo essere
viva, ora, e la mia vita sarà dedicata alla pace con giustizia, così che i
nostri figli non debbano mai più essere abusati dalla macchina della guerra.
Grazie, America. Grazie, Casey.
Dalla disperazione alla speranza. Sogno l’America che si risveglia Voglio
che i giovani non debbano più morire come mio figlio Casey
Ci sono state molte notti, dopo che Casey era morto e seppellito, in cui ho
dovuto trattenermi dall’ingoiare l’intero flacone dei sonniferi. Il dolore e la
voragine di disperazione erano troppo forti per lottare contro di loro. Come ci
si può aspettare che una persona continui a vivere in un mondo che è così pieno
di dolore e così avaro di speranza? Perciò pensavo: “Sarebbe così facile
prendere queste pastiglie ed andare a dormire, e non svegliarsi più in questo
mondo terribile.” Ciò che mi ha trattenuta dal commettere quest’atto codardo ed
egoista sono stati gli altri miei tre figli. Come potevo metterli in una
situazione così orribile, dopo quello che stavano già passando? Sapevo che
dovevo vivere, e sapevo che continuare a vivere sarebbe stato (e lo è ancora) la
cosa più difficile che io avessi mai fatto. Ad ogni modo, ora so perché la gente
si uccide: è la mancanza di speranza. Per me era il buco nero del sapere che
avrei dovuto alzarmi al mattino per il resto dei miei giorni con la
consapevolezza che non avrei mai più rivisto Casey: dovevo esistere in un mondo
privo di lui, e limitarsi ad esistere non è un modo di vivere. Circa tre
settimane dopo l’uccisione di Casey, mia figlia Carly venne da me e mi colpì con
la ragione per vivere: era la sua poesia, intitolata “Una nazione cullata al
sonno”. Una delle strofe dice: “Avete mai udito il suono di una madre che grida
per il proprio figlio? Il pianto torrenziale di una madre, un pianto senza fine.
Lo chiamano eroe, e potete rallegrarvi per questo, ma avete mai udito il suono
di una madre che piange per il proprio figlio?” Questa strofa mi ricordò che non
ero la sola nell’universo a soffrire di quell’intollerabile dolore, ma ciò che
mi aiutò a scavarmi l’uscita dalla fossa della disperazione, un agonizzante
centimetro alla volta, fu l’ultima strofa della poesia: “Avete mai udito il
suono di una nazione che viene cullata al sonno? I leader vogliono tenervi
annebbiati, così il dolore non sarà troppo profondo. Ma se noi, il popolo, li
lasciamo continuare, un’altra madre piangerà. Avete mai udito il suono di una
nazione che viene cullata al sonno?” Quando mia figlia mi recitò questi versi,
seppi che avrei speso ogni briciola di tempo, di denaro e di energia per portare
a casa le truppe, prima che un’altra madre dovesse piangere. Mi vergognavo di me
stessa, per non aver tentato di fermare la guerra prima che Casey morisse, ma
stupidamente avevo pensato: “Cosa può fare una persona da sola?”. Allora mi
dissi che non sapevo se avrei fatto la differenza, ma che ci avrei almeno
provato. Se fallivo, almeno un giorno sarei morta sapendo che avevo dato il
massimo per riuscire. Cominciai gradualmente, per tre dosi di speranza in
avanti, facevo anche due passi indietro. Ebbi un meraviglioso periodo in Florida
durante la campagna elettorale, lavorando contro la rielezione di George Bush.
Trovai l’associazione “Gold Star Families for Peace”. Fui una delle oratrici
principali al raduno per la pace di Fayetteville. Casey ed io finimmo sulla
prima pagina di “The Nation”. Testimoniai alle consultazioni del deputato John
Conyer nel giugno del 2005. Sentivo che, una scheggia alla volta, stavo erodendo
il sostegno pubblico all’occupazione dell’Iraq. Poi, nell’agosto del 2005, dopo
che mi ero già separata da mio marito dopo 28 anni di matrimonio, me stavo a
casa a guardare la tv (un’occasione rara, per me) e vidi che 14 marines
dell’Ohio erano morti in un solo incidente. Come se questo non fosse stato
abbastanza per spezzarmi il cuore e farmi stare male, George Bush era sullo
schermo a dire ai parenti dei soldati caduti che i loro cari erano morti per
“una nobile causa”. Questo mi fece impazzire di rabbia, ed alimentò il mio senso
di fallimento. Io non credevo, né prima che Casey morisse, né dopo, e neppure
quel 3 agosto 2005, che invadere un paese che era minaccioso per gli Usa quanto
la Svizzera, e che uccidere decine di migliaia di persone per avidità, potere e
denaro, fossero una nobile causa. Decisi di andare a Crawford, e di chiedergli
quale fosse tale “nobile causa”. Poi George ebbe la sfortunata sfrontatezza di
dire qualcosa che mi infiammò per mesi. Disse che dovevamo “completare la
missione per onorare il sacrificio dei caduti”. Per mesi gli chiesi
pubblicamente di smettere. Non voglio che una sola altra madre abbia il cuore e
l’anima lacerati senza ragione, a causa di bugie e stupidaggini. Ho voluto
andare a Crawford anche per domandare a George di smettere di usare il
sacrificio di mio figlio per continuare il suo disonorevole e codardo massacro.
Il resto è già storia. Più americani vennero a Camp Casey, più lettere,
cartoline, e-mail, chiamate telefoniche di sostegno ricevemmo, più a Camp Casey
fummo felici. Lo capimmo là, a Camp Casey ricordammo qualcosa, dopo almeno
cinque anni di dittatura virtuale che abbiamo negli Usa ora: noi, la gente,
abbiamo tutto il potere. Noi, il popolo, DOBBIAMO esercitare i nostri diritti e
le nostre responsabilità come americani per dissentire da un governo
irresponsabile, temerario, ignorante ed arrogante. Abbiamo capito, un po’ tardi
ma non troppo tardi, che quando George disse: “Se non siete con noi, siete
contro di noi.”, avremmo dovuto alzarci in piedi in un furente, giusto e
patriottico unisono e dire: “Hai dannatamente ragione, pazzo bugiardo. Siamo
proprio contro di te, e contro la tua insana precipitazione nell’invadere
l’Iraq.” Non lo facemmo allora, ma Camp Casey ci ha insegnato che è giusto far
sentire le nostre voci contro il governo. E non solo è giusto, ma è doveroso
quando il tuo governo è responsabile dell’uccisione di innocenti. È doveroso,
quando non ci sono all’opera né controllo né bilanciamento, che noi, la gente,
si sia il controllo ed il bilanciamento dei media e del governo. La mia speranza
era stata “uccisa in azione” lo stesso giorno in cui Casey fu “ucciso in
azione”. La poesia di Carly mi diede una ragione per vivere. Camp Casey, con i
suoi meravigliosi sentimenti d’amore, accettazione, pace, comunità, gioia, e sì,
ottimismo per il nostro futuro, mi ha riportato il desiderio di vivere. Posso di
nuovo sorridere e ridere, e sapere perché, per la maggior parte del tempo. Sono
cose, queste, che diamo per scontate, ma io non lo farò mai più. Vivere nella
speranza che il nostro mondo un giorno esisterà in un paradigma di pace, amore e
risoluzione nonviolenta dei conflitti è gran buon modo di esistere. Amo essere
viva, ora, e la mia vita sarà dedicata alla pace con giustizia, così che i
nostri figli non debbano mai più essere abusati dalla macchina della guerra.
Grazie, America. Grazie, Casey.
LE 10 CARATTERISTICHE DELLA PERSONALITA’ NONVIOLENTA
L’abnegazione
Di M. K. Gandhi
(…) La nonviolenza naturalmente non opera distinzioni tra connazionali e
stranieri, giovani e vecchi, uomini e donne, amici e nemici. La forza
applicabile in questo modo non può mai essere fisica. In essa non vi è posto per
la violenza. L'unica forza applicabile universalmente può dunque essere quella
dell'ahimsa, o dell'amore. In altre parole, la forza dell'anima. L’amore non
brucia gli altri, brucia se stessi. Dunque un satyagrahi, ossia un individuo che
pratica la resistenza civile, sopporta con gioia le sofferenze, anche fino alla
morte. Ne consegue che chi pratica la resistenza civile, pur impegnandosi con
tutte le sue forze per porre fine all'attuale sistema di governo, non recherà
offesa intenzionalmente né con il pensiero, né con la parola, né con le azioni
alla persona di nessun inglese. Questa forzatamente breve esposizione delle
caratteristiche del satyagraha riuscirà forse a far comprendere e valutare le
seguenti regole.
I° Come individuo:
1.Un satyagrahi, ossia un individuo che pratica la resistenza civile, non
coltiverà sentimenti di ira. 2.Egli sopporterà l'ira del suo
avversario. 3.Egli sopporterà gli attacchi del suo avversario non cedendo mai
alla tentazione della ritorsione: ma non si sottometterà, per timore dì
punizioni o di altre sofferenze, a nessun ordine dettato dall'ira. 4.Se
l'autorità tenta di arrestarlo, il seguace della resistenza civile si
sottometterà volontariamente all'arresto e non resisterà al sequestro o
all'asportazione delle sue proprietà qualora le autorità decidessero di
confiscargliele. 5.Se un seguace della resistenza civile ha qualche proprietà
altrui affidatagli in custodia, si rifiuterà di consegnarla, e la difenderà
anche al costo della vita. Egli tuttavia si asterrà sempre dalla
ritorsione. 6.La non ritorsione esclude anche l'ingiuria e l'imprecazione.
7.Il seguace della resistenza civile dunque non insulterà mai il suo
avversario e non scandirà neppure gli slogan di nuova coniazione che sono
contrari allo spirito dell'ahimsa. 8.Il seguace della resistenza civile non
saluterà l'Unione Jack, ma non la insulterà, come non insulterà alcun
funzionario governativo, inglese o indiano. 9.Se nel corso della lotta
qualcuno insulterà un funzionario o cercherà di aggredirlo, il seguace della
resistenza civile proteggerà tale funzionario contro gli insulti e l'aggressione
anche al rischio della vita.
II° Come detenuto:
10.Come detenuto il seguace della resistenza civile si comporterà
cortesemente con il personale della prigione e si sottometterà a tutte le norme
disciplinari della prigione che non siano contrarie al rispetto di se stesso; ad
esempio, mentre saluterà con il consueto salaam il personale carcerario, non
farà nessun umiliante inchino e si rifiuterà di gridare «Vittoria a Sarkar» o
cose del genere. Egli prenderà il cibo cucinato e servito in modo igienico e che
non è contrario alla sua religione, e rifiuterà di prendere il cibo servito in
modo insultante o in piatti sporchi. 11.Il seguace della resistenza civile
non farà alcuna distinzione tra i prigionieri comuni e se stesso, e non si
considererà in alcun modo superiore agli altri, né domanderà alcunché che non
sia strettamente necessario a mantenersi in buona salute e in buone condizioni.
Egli può chiedere soltanto ciò di cui ha veramente bisogno per la propria
conservazione fisica e la propria pace spirituale. 12.Il seguace della
resistenza civile non digiunerà per rivendicare delle comodità la cui privazione
non comporta un'offesa al rispetto di se stesso.
III° Come membro di una brigata nonviolenta:
13.Il seguace della resistenza civile obbedirà con gioia a tutti gli ordini
impartiti dal capo della brigata, che sia d'accordo con essi o non. 14.Egli
prima eseguirà gli ordini, anche se gli sembreranno offensivi, dannosi e
assurdi, e poi si appellerà all'autorità superiore. Egli è libero, prima di
entrare nella brigata, di giudicare se questa è in grado di soddisfare le sue
esigenze, ma una volta che è entrato a far parte della brigata, diviene suo
dovere sottomettersi alla sua disciplina, per quanto molesta possa sembrargli.
Se un membro di una brigata giudica che l'azione questa sia errata o immorale,
ha il diritto di abbandonare la brigata, ma finché rimane al suo interno, non ha
il diritto di infrangerne la disciplina. 15.Nessun seguace della resistenza
passiva deve aspettarsi che venga garantito il mantenimento dei suoi familiari.
Se ciò avvenisse, sarebbe soltanto un caso straordinario. Il seguace della
resistenza civile affida i suoi familiari alle cure di Dio. Anche in guerra, le
centinaia di migliaia di uomini che vi partecipano non hanno la possibilità di
provvedere in anticipo al mantenimento dei loro familiari. Lo stesso non deve
avvenire dunque a maggior ragione nel satyagraha? È esperienza universale che in
questi tempi è difficile che qualcuno venga lasciato morire di fame.
IV° Nei conflitti all'interno delle comunità:
16.Nessun seguace della resistenza civile diverrà intenzionalmente causa di
conflitti all'interno delle comunità. 17.Nel caso scoppino conflitti di tal
genere, egli non si schiererà da nessuna parte, ma si limiterà ad aiutare la
parte che palesemente si trova nel giusto. Se è un indù, si comporterà in modo
generoso nei confronti dei musulmani e dei seguaci di altre religioni, e sarà
pronto a sacrificare la sua vita nel tentativo di difendere un non indù contro
l'attacco di un indù. E se l'attacco proviene dai non indù, egli non parteciperà
ad alcuna azione di ritorsione, ma darà la sua vita per difendere gli
indù. 18.Egli tenterà con tutte le sue forze di eliminare tutti i motivi che
possono condurre allo scoppio di conflitti all'interno delle comunità. 19.Se
i satyagrahi organizzano un corteo essi non dovranno far nulla che possa
offendere le convinzioni religiose di una comunità, e non dovranno prendere
parte ad alcun corteo che offenda tali convinzioni.
(Tratto da “Teoria e pratica della nonviolenza”, antologia di scritti di M.
K. Gandhi, a cura e con un saggio introduttivo di Giuliano Pontara, Edizioni
Einaudi, da pag. 162 a pag. 164.)
In Israele e in Palestina la violenza non è una soluzione Solo la
nonviolenza può superare il conflitto in atto
A cura di Maria Chiara Tropea
La campagna alla quale fa riferimento l’appello che pubblichiamo qui a fianco
è già comparsa sulle pagine di Azione nonviolenta: il numero di aprile conteneva
come allegato il documento di presentazione e le cartoline da inviare alle
autorità dell’Unione Europea e al Ministro degli Esteri . Se qualcuno avesse
dimenticato di spedirle, è il momento di riprenderle in mano, compilarle e
imbucarle; per questa prima fase della campagna ci eravamo dati il termine della
fine dell’anno. Dopo la pubblicazione su Azione nonviolenta, il lancio della
campagna è avvenuto il 14 maggio a Pontedera, durante un convegno nazionale sul
tema “come intervenire nella realtà per superare i conflitti e costruire
percorsi di pace: la ricerca e la metodologia della nonviolenza si confrontano
con la politica”. Nei mesi successivi l’iniziativa è stata presentata in alcuni
campi del MIR/Movimento Nonviolento, in un campo di educazione alla pace a
S.Anna di Stazzema, dedicato a DPN, servizio civile e interposizione
nonviolenta, e in varie altre occasioni locali. Il documento di presentazione
è stato anche inviato a tutti gli europarlamentari italiani.
A livello europeo la campagna, partita dalla Francia, si sta estendendo non
solo in Italia ma anche in Spagna e in Belgio. E’ stata presentata al Forum
mondiale di Porto Alegre e individuata come una delle campagne nonviolente da
sviluppare. Il MAN francese, con l’impegno in prima persona di Jean Marie
Muller, coordina l’azione internazionale che si sviluppa non solo con l’attività
di pressione dal basso delle cartoline, ma anche con contatti diretti sia con
europarlamentari, sia con personalità e gruppi in Palestina ed Israele.
Tra le personalità israeliane che appoggiano la campagna figura Ury Avneri,
fondatore di Gush Shalom; tra i palestinesi Sari Nusseibeh, rettore
dell’università palestinese di Gerusalemme e due dei firmatari della “iniziativa
di Ginevra”. Per rinnovare i contatti e studiare insieme i possibili
sviluppi, una delegazione internazionale della campagna si recherà in
Israele/Palestina nel prossimo dicembre.
I membri della delegazione,
guidata da J.M.Muller, parteciperanno poi al convegno “Celebrating Nonviolent
Resistence: an International Conference”, del quale si da notizia nel riquadro
qui sotto.
Per informazioni sulla Campagna, adesioni all’appello, per ricevere il
materiale da diffondere : Centro Studi Sereno Regis, via Garibaldi 13, 10122
Torino - www.reteccp.org - e-mail:
Conferenza internazionale a Betlemme
Dal 27 al 30 dicembre si svolgerà presso l’Università di Betlemme il convegno
“Celebrating Nonviolent Resistence: An International Conference” (Affermare la
resistenza nonviolenta: una conferenza internazionale), promosso da Holy Land
Trust, un’associazione partner di Nonviolence Peaceforce, in collaborazione con
la stessa Nonviolence Peaceforce. Obiettivo della conferenza internazionale è
quello di convocare i membri della comunità nonviolenta mondiale per un
confronto sul passato, il presente e il futuro della resistenza nonviolenta e
per prendere contatto diretto con la realtà dell’azione nonviolenta in
Palestina. Quattro sono le piste di lavoro proposte: ?Teorie e metodi
dell’azione nonviolenta; ?Movimenti nonviolenti in Palestina; ?Passato,
presente e futuro della lotta nonviolenta, ?Religione e nonviolenza Il
lavoro è articolato in sessioni plenarie al mattino e workshops al
pomeriggio Si possono trovare informazioni su come partecipare sul sito: www.celebratingnv.org
APPELLO
PER UNA FORZA INTERNAZIONALE DI INTERVENTO CIVILE IN ISRAELE E
PALESTINA
Di fronte all’aggravarsi del ciclo perverso “terrorismo - guerra -
terrorismo”, che minaccia la vita civile in tutto il mondo; consapevoli che
una delle più profonde radici di questa drammatica situazione sia nel conflitto
che oppone Palestinesi ed Israeliani; convinti che sia dovere pressante
dell’Europa e dei suoi cittadini e cittadine impegnarsi seriamente per aiutare i
due popoli a raggiungere un accordo giusto e condiviso;
sosteniamo la campagna “La violenza non è una soluzione”, lanciata dal MAN
(Mouvement pour une alternative nonviolente) e dai suoi partners in Europa, in
Israele e in Palestina, alla quale hanno aderito numerose associazioni anche in
Italia; è una campagna di pressione che chiede all’Unione Europea di creare una
forza internazionale di intervento civile, con il compito di lavorare fianco a
fianco con le organizzazioni della società civile palestinesi ed israeliane, per
rafforzare spazi di dialogo, con azioni di accompagnamento e mediazione nel
difficile processo, avviato con Gaza, di disimpegno di Israele dai territori
occupati, con azioni di protezione e sostegno alla sicurezza di entrambe le
popolazioni, con azioni di osservazione del rispetto dei diritti umani e del
diritto internazionale.
Sono già numerosi e generosi gli sforzi di gruppi di cittadini e cittadine,
in Italia e nel mondo, che si organizzano volontariamente per svolgere compiti
di questo tipo. Ma è più che mai necessario ed urgente, soprattutto in questo
delicato momento, che siano coinvolte le istituzioni europee.
Perciò sottoscriviamo le richieste della campagna ai responsabili politici,
in Francia, in Italia e negli altri paesi europei.
Chiediamo ai responsabili dell’Unione Europea e al nostro Ministro degli
Esteri di: realizzare uno studio di fattibilità sulle condizioni per la
creazione di una forza internazionale di intervento civile in Israele e
Palestina; mettere in atto tutti i mezzi necessari alla formazione e
all’invio di una tale forza di intervento civile, composta di volontari e
volontarie non armati e adeguatamente preparati; condurre un’azione
diplomatica presso le autorità israeliane e palestinesi affinché accettino la
presenza dei/delle volontari/e.
L’Unione Europea può e deve uscire dall’opzione militare nella soluzione
delle crisi internazionali; impegnarsi per la risoluzione del conflitto
israelo-palestinese è un passo per concretizzare questo orientamento
politico.
PRIMI FIRMATARI: Luigi Ciotti - Lidia Menapace - Roberto Mancini - Roberto
Giudici - Marco Revelli - Tonio Dall’Olio - Brunetto Salvarani - Marina
Pecorelli - Luisa Morgantini - Albino Bizzotto - Lisa Clark - Alex Zanotelli
La cultura della violenza educa alla guerra La cultura della nonviolenza
educa alla pace La guerra e la pace cominciano nella mente degli essere
umani
A cura di Werner Wintersteiner *
Alla base della professione di medico, di assistente sociale e della nuova
figura dell’operatore di pace, sta l’esigenza di unire la sensibilità del cuore
ed il sapere della testa in un’ idea di professione, in cui il lavoro sia sempre
basato sulla conoscenza specialistica e abbia lo scopo di migliorare le
condizioni dell’esistenza umana. Johan Galtung
1. La politica di pace ha bisogno di una ricerca sulla pace a livello
accademico
Chi critica il fatto che violenza e guerra siano le prevalenti forme di
relazione sociale, tanto nelle relazioni interne che internazionali, si sente
rispondere che la causa va ricercata nella “natura dell’uomo” o “nelle
costrizioni della politica internazionale”, contro le quali purtroppo – così si
sostiene - si è impotenti. A prescindere dal fatto che questa argomentazione
non regge in nessun modo ad un esame scientifico (si veda ad esempio la
“Dichiarazione di Siviglia sulla Violenza”1), essa serve anche a nascondere i
fatti. Infatti, ciò che con queste sbrigative affermazioni scompare dalla
visuale, è il fatto che per il riarmo, per le strategie di guerra e di
manipolazione della popolazione a sostegno della guerra e degli atti di violenza
perpetrati dallo Stato, si spendono spese somme enormi. Interi eserciti di
scienziati vengono fatti lavorare e pagati per questo, cioè per produrre una
condizione di “cultura della violenza” e per mantenerla al massimo livello,
dall’alto del quale si afferma, con falsa compassione, che questa è la
condizione naturale dell’uomo. In stridente contrasto con questo spiegamento di
mezzi stanno le piccole somme spese per l’indagine delle cause e delle
condizioni della pace. Non può esservi alcun dubbio che una ricerca sistematica
sulla pace potrebbe dare un contributo alla pace pari almeno a quello che la
ricerca bellica fornisce oggi per la guerra.
2. La pace ha bisogno di una formazione alla pace
Lo studio pubblicato da Jacques Delors “Nell’educazione un tesoro”2 si pone
come scopi la ridefinizione della formazione, a fronte delle sfide del
ventunesimo secolo l’indicazione delle tendenze globali e l’elaborazione dei
principi decisionali su cui dovrà basarsi la politica della formazione. Tra le
affermazioni più importanti contenute nello studio vi è quella secondo cui la
formazione deve essere intesa come permanente, datosi che le esigenze sono
sempre soggette a mutamento. Inoltre lo studio afferma che il concetto di
formazione andrebbe rivisto, emancipandolo dalla mera prospettiva commerciale.
Lo scopo prioritario della formazione è molto di più: l’abilitazione alla
partecipazione alla vita sociale, l’autorealizzazione, lo sviluppo di tutti i
talenti della persona, la capacità al dialogo e la convivenza pacifica. I
principi di questo nuovo apprendimento vengono riassunti in 4 dimensioni:
imparare a essere, a conoscere, a fare e a vivere insieme. Il punto di partenza
e il cardine di tutte le riflessioni sulla formazione sono i cambiamenti a
livello mondiale, quelli che noi oggi contrassegniamo come “globalizzazione”.
Essi ci “costringono” a concepire la formazione come educazione alla convivenza
pacifica nella società mondiale:
Gli ampi cambiamenti negli stili di vita tradizionali ci obbligano a cercare
di capire meglio gli altri esseri umani e il mondo nel suo insieme. Sono
richieste comprensione reciproca, scambi pacifici e naturalmente armonia;
proprio di queste cose difetta maggiormente il nostro mondo oggi.3
Sempre in cooperazione con l’UNESCO, il sociologo e filosofo francese Edgar
Morin ha riassunto “I sette saperi necessari all’educazione del futuro 4”.
Questo testo, che costituisce una sintesi del pensiero complessivo di Morin
sull’educazione, ha come obiettivo la preparazione della giovane generazione a
vivere in “un’era planetaria” (un concetto chiave in Morin). L’educazione alla
pace viene esplicitamente definita scopo educativo essenziale, che però può
essere raggiunto solo quando verrà sviluppata “un’etica del genere umano”:
L’educazione non deve contribuire solo ad una presa di coscienza della nostra
patria, la Terra, ma anche far sì che questa consapevolezza generi la volontà di
realizzare la cittadinanza della Terra.5
Ancora più concreto è Oskar Negt6, che distingue cinque “competenze chiave
della società”, di cui dovrebbero essere forniti già gli
adolescenti: Competenza dell’identità: imparare a convivere con le minacce
alla propria identità e con la perdita dell’identità, una competenza che, in
un’epoca di assoluta “flessibilità”, costituisce la premessa per lo sviluppo
della personalità. Competenza tecnologica: comprendere gli effetti sociali
della tecnologia, per non cadere né in una cieca fiducia in essa, né in una
conformistica condanna delle conquiste tecnologiche. Ciò significa sviluppare
una facoltà di discernimento, che consenta di distinguere le tecnologie negative
dal semplice uso sbagliato di tecnologie utili. Competenza della giustizia:
acquisire sensibilità per i fenomeni di espropriazione, per il giusto e
l’ingiusto, per l’uguaglianza e la disuguaglianza. La sensibilità naturale per
la giustizia rischia di andare persa nelle società moderne. Non si tratta di una
qualità caratteriale, bensì di un sapere che serva a orientarsi nel mondo di
oggi, altrettanto importante quanto il saper leggere, scrivere e far di
conto. Competenza ecologica: la relazione rispettosa con le persone, la
natura e le cose. Non si tratta solo della rimozione di danni ecologici, la
quale può essere concepita di nuovo come una faccenda tecnica. Competenza
ecologica vuol dire invece “riconoscere che esseri umani, natura e cose hanno
proprie leggi” rinunciare alla loro “sopraffazione”, cioè ad imporre ad essi
leggi a loro estranee.7 Competenza storica: capacità di ricordare e capacità
di concepire l’utopia. Nell’epoca della crescita tecnologica accelerata e della
rapida svalutazione delle cose, la tenacia e la capacità di ricordare hanno
scarso valore, ma proprio queste qualità sono la premessa per un sapere storico
e per la comprensione della storia, e con ciò della capacità di prepararsi al
futuro. Infatti ”la memoria sociale e la capacità utopistica sono due facce
della stessa medaglia”. 8
3. La competenza di pace deve diventare per tutti una competenza di base
Cosa significa dunque competenza di pace? In base alle argomentazioni di
Delors o Negt, la si deve innanzi tutto definire come “competenza chiave” oppure
“competenza di base”, premessa di tutte le altre competenze. Per questo
motivo essa deve essere fornita già nelle scuole dell’obbligo e in quelle
superiori, oltre che nelle forme di educazione giovanile extra scolastica e
nella formazione degli adulti. Si tratta di quelle conoscenze, capacità e
atteggiamenti di cui ogni persona dovrebbe disporre, non solo per comportarsi in
modo pacifico e civile, ma anche per poter discutere e attivamente cooperare in
modo responsabile e competente all’interno della società e a livello politico,
contribuendo a orientare i valori nel senso della pace. Fornire competenze di
pace significa quindi collegare nell’educazione la dimensione sociale a quella
politica. . Le competenze di pace attengono al rapporto con la violenza in
ambito sociale e politico. Esse non hanno come scopo semplicemente il creare una
disposizione pacifica, non vogliono indurre a una generica mitezza o gentilezza;
al contrario, esse vogliono generare una capacità a fornire un contributo attivo
alla pace all’interno della società. Le competenze di pace debbono per lo meno
comprendere: La gestione costruttiva dei conflitti (nei rapporti personali,
tra gruppi e a livello politico) La consapevolezza politica, intesa come
“consapevolezza mondiale” (nozioni di base dell’educazione politica, intesa come
educazione cosmopolita) La competenza interculturale (sensibilità e rispetto
nel rapporto con “l’altro”) Insieme di valori, atteggiamenti, comportamenti e
stili di vita che rifiutino la violenza (violenza nella vita quotidiana, tra i
sessi, nella politica, nei rapporti internazionali: forme di violenza culturale,
strutturale e diretta). Come si vede, qui si tratta da un lato di precise
abilità e capacità nella relazione personale, di disponibilità ad attivarsi a
livello personale, e dall’altro di una metacompetenza, di un sapere circa le
cause strutturali e politiche di situazioni in cui la mancanza di pace è
conseguenza di comportamenti voluti, come anche nella di comprendere quali siano
le indispensabili premesse della pace.
4. Necessità della formazione degli insegnanti in materia di pace
Betty Reardon, fondatrice e da molti anni direttrice del Peace Education
Center presso il Teachers’ College della Columbia University di New York, spiega
così la necessità della formazione degli insegnanti in materia di pace:
Noi non dovremmo limitarci ad aspettare che gli insegnanti forniscano i
valori di una cultura della pace. Noi dobbiamo chiedere che essi vengano
preparati per questo, in modo determinato, esplicito e sistematico. La
formazione dei formatori è il più importante settore della formazione superiore,
per quanto attiene alla possibilità della nascita di una cultura della
pace.9
Sotto questo profilo la situazione appare ancora abbastanza carente,
nonostante i numerosi documenti internazionali richiedono l’avvio di una
formazione degli insegnanti in materia di pace. Per questa ragione nel 1999 è
stata lanciata una Global Campaign for Peace Education10, in occasione della
conferenza sulla pace a L’Aia (esattamente 100 anni dopo la prima storica
conferenza sulla pace de L’Aia). La campagna consiste nel creare una rete di
pedagoghi della pace di livello universitario, scolastico e interni alle NGO,
che disponga anche di numerosi contatti con le istituzioni pubbliche competenti
per la formazione. Questa rete si estende a tutti i continenti; a differenza di
molte altre iniziative, vi è un’influente rappresentanza del “Sud
globale”. Scopo di questa rete è di realizzare l’educazione alla pace in
tutti i paesi e a tutti i livelli del sistema formativo. La Global Campaign, in
cooperazione il Department for Disarmament Affairs dell’ONU ha avviato al
momento quattro progetti pilota pluriennali per l’introduzione dell’educazione
alla pace in società postbelliche, esattamente in Albania, Cambogia, Niger e
Perù.11 Inoltre la campagna ha pubblicato un manuale “Learning to Abolish
War”12, che è appena stato tradotto in numerose lingue.
* Werner Wintersteiner è nato nel 1951 a Vienna e insegna Didattica del
tedesco all'Universita' di Klagenfurt. Da venti anni si occupa di Educazione
alla Pace. Promotore di molteplici iniziative in questo campo, membro di
comitati internazionali, fondatore dell'Eured (1) e promotore del Centro per le
ricerche sulla pace e l'educazione alla pace, ha curato l'edizione di varie
riviste e pubblicato circa 150 contributi sull'educazione alla pace. Qui ci
limitiamo a citare le sue monografie: Paedagogik des Anderen. Bausteine fuer
eine Friedenspaedagogik in der Postmoderne. Muenster: Agenda 1999; "Haetten wir
das Wort, wir braeuchten die Waffen nicht". Erziehung fuer eine "Kultur des
Friedens". Innsbruck-Wien-Muenchen: Studien Verlag 2001; Poetik der
Verschiedenheit. Literatur, Bildung, Globalisierung. Klagenfurt: Drava 2005 (in
corso di stampa); Transkulturelle literarische Bildung. Die "Poetik der
Verschiedenheit" in der literaturdidaktischen Praxis. Innsbruck: Studien Verlag
2005 (in corso di stampa)
Articolo estratto da: Wintersteiner, Werner, Friedenskompetenz als
universitäre Aufgabe, in: Wintersteiner, Werner et al. (a cura di), Wissen
schafft Frieden. Friedenspädagogik in der LehrerInnenbildung, Drava Verlag,
Klagenfurt, 2005.
Riscoprire se stessi, le relazioni, il territorio, il piacere di
imparare. Un progetto coraggioso per riportare i ragazzi a scuola, a
Napoli.
Il progetto Chance è nato nel 1998, nei Quartieri Spagnoli di Napoli, per
accompagnare alla terza media un gruppo di ragazzi che avevano interrotto la
frequenza scolastica. Negli anni, Chance si è trasformato radicalmente e si è
ampliato ad altre zone della città. Ce ne parla Salvatore Pirozzi, uno dei
principali collaboratori di Marco Rossi Doria, primo ideatore di questa
esperienza e attualmente coordinatore del modulo dei Quartieri Spagnoli. Sul
lavoro dei maestri di strada napoletani ricordiamo il bellissimo libro di Marco
Rossi Doria, “Di mestiere faccio il maestro”.
La differenza tra noi e la scuola è che, mentre là puoi fare “il gioco della
scuola”, cioè “far finta di essere sani”, nel progetto Chance il re è sempre
nudo. I ragazzi ti affrontano di petto, di faccia, e ti riportano alla crudità e
alla crudeltà del mondo che sta intorno. Non saremmo riusciti a fare niente se
non avessimo costruito una rete significativa di relazione con i ragazzi a
partire proprio dall’ascolto, in una operazione di riconoscimento dei ragazzi
stessi, dei loro vissuti e dei loro agiti. E a partire da un legame forte tra la
scuola e il territorio.
Inizialmente i ragazzi erano tutti dei Quartieri Spagnoli? Sì, quell’anno
l’85-90% dei ragazzi abitava nel raggio di 300 metri dalla scuola, e anche noi
docenti eravamo quasi tutti del quartiere, per cui ogni mattina venire a scuola
era passare dalle loro case. Li andavamo a prendere, li svegliavamo addirittura.
Quanti ragazzi avevate il primo anno? Circa 30 studenti che non avevano
raggiunto la licenza media, con 6 docenti e 6 tra tutor ed esperti. Come si
è evoluta la situazione? Abbiamo capito che il nostro con questi ragazzi non
poteva che essere un incontro antropologico. Sentivamo cioè di avere a che fare
con una cultura radicalmente, profondamente diversa dalla nostra. Dentro alla
relazione - fatta sia di ascolto che di forza, di contenimento, di presidio
addirittura dei luoghi e degli spazi - hanno cominciato a germinare elementi di
innovazione sul piano didattico. Il primo è stata l’organizzazione della lezione
per compresenze.
L’insegnante “Vieni avanti, cretino”
Perché avete optato per le compresenze? Si partiva dall’esigenza di
aiutare i ragazzi a calmarsi, a stare in classe, dal bisogno talvolta di
accompagnare i più esplosivi fuori dall’aula. Il discorso veniva affrontato in
questi termini: da un lato c’era l’insegnante conduttore e dall’altro un
insegnante mediatore, che più tardi abbiamo chiamato anche spalla o “vieni
avanti cretino”. Chi è l’insegnante mediatore, che cosa fa? Costruisce
continuamente ponti tra il conduttore e i ragazzi non soltanto nella
traducibilità dei contenuti - sarebbe fin troppo facile - ma nella capacità, che
un po’ alla volta è diventata un vero e proprio savoir faire, di mettersi dalla
parte degli studenti cominciando dal riconoscimento delle loro forme primordiali
di disagio: il silenzio, l’incontenibilità… Poi il mediatore lavora
sull’autostima, perché di fronte a qualunque proposta la reazione dei ragazzi è
invariabilmente: “Non lo so fare”. Come sono impostate le lezioni? Il
processo di apprendimento non può che partire da quello che il ragazzo ha dentro
di sé e che per lui è significativo poter conoscere. A questo punto anche la
disputa se fare lezione frontale, apprendimento cooperativo o laboratoriale è
assolutamente secondaria, addirittura il nozionismo può diventare importante se
in quel momento è il ragazzo ad attribuire valore alle cose che sta ascoltando.
Parliamo dei contenuti curricolari. Il programma, a Chance, non esiste
proprio più. Esiste una soglia, un orizzonte, che è data da alcune
alfabetizzazioni strumentali per il diritto alla cittadinanza, ma queste sono
abilità e non contenuti di un programma. L’impegno di fondo è trovare dentro il
ragazzo quell’elemento di aggancio per riavviare un percorso anche minimo di
apprendimento e di conoscenza. E a quel punto vale tutto. Abbiamo
inconsapevolmente imparato ad andare a pescare anche fuori dai percorsi
scolastici e standardizzati quei saperi taciti, informali, addirittura
inconsapevoli, quei saperi sociali su cui è possibile costruire. Se siamo
capaci di fare questo noi abbiamo una didattica che non è più costruita sulla
banalizzazione dei contenuti e sulla semplificazione. Eppure in molte scuole,
soprattutto dove si incontrano i problemi più forti, gli insegnanti si sentono
in qualche misura costretti a esigere di meno, a ridurre i programmi o a
semplificarli. Certo, di fronte all’evidenza di non riuscire più a
trasmettere dei contenuti, la strada che il mondo formativo sceglie nel novanta
per cento dei casi, nella coazione a ripetere della didattica quotidiana, è
quella della semplificazione e della banalizzazione. Noi, nonostante le
apparenze, siamo per un modello espansivo, non per un modello riduzionistico, a
partire però da nuclei di sapere significativi per il ragazzo.
Ritrovare la voglia di imparare
Una delle difficoltà che molti bravi insegnanti incontrano è proprio la
passività dei ragazzi di fronte alla scuola, che sembra non avere molto a che
fare con la loro vita. Spesso la scuola parte dal presupposto che, se un
ragazzo non prova interesse per le materie, non ha interessi. Abbiamo imparato
invece che si può arrivare alla letteratura, e anche all’alta letteratura,
partendo dai gusti estetici dei ragazzi, passando da Vasco Rossi a Rimbaud. Ma
non è solo questo. I ragazzi che incontriamo hanno grandi saperi comunicativi,
saperi empirici legati al mondo del lavoro, un’immediata predisposizione per
l’apprendimento della macchina fotografica o del computer… forme
dell’intelligenza che la scuola non riesce ad accettare, e invece sono
fondamentali. Quindi dai saperi alle competenze…? Noi pensiamo che sia un
diritto di questi ragazzi poter scrivere un testo minimamente comunicabile,
saper leggere un testo scritto che serva per l’uso della città o poter usare 50
parole per scendere nella metropolitana di Parigi senza perdersi. Questo è
l’orizzonte delle abilità, non dei contenuti. E questo processo può anche essere
intermittente, stare su un arco più lungo dell’anno scolastico. L’importante è
essere consapevoli che tra i 14 e i 18 anni collochiamo la costruzione di questi
alfabeti minimi di cittadinanza, che può essere ripresa dopo. Un ragazzo che
si rifiuta di imparare a riconoscere l’“è con l’accento” dall’“e senz’accento”,
quando poi entra nel mondo lavorativo, approccia in un’altra maniera questo
problema a partire dalla vergogna che prova. E sono questi ragazzi a farci la
richiesta, alle volte disperata e quindi inaffrontabile nell’immediato, di
imparare a parlare l’italiano. Questa è forse la richiesta più frequente. Però
vorrebbero che questo avvenisse per miracolo, da un giorno all’altro, e il
difficile è costruire un percorso insieme con loro.
Tanti riferimenti adulti
Come è strutturato il gruppo di lavoro di Chance? Accanto agli insegnanti
– che scelgono di essere lì sulla base della loro adesione al progetto e vengono
selezionati per captazione, per alcune caratteristiche abbastanza specifiche… -
ci sono gli esperti di laboratorio, per interpretare nel miglior modo possibile
le potenzialità e le inclinazioni dei ragazzi. Due attività sono andate sempre
in modo eccellente: la pittura e la multimedialità. Poi abbiamo l’educatore
sociale, le mamme sociali, le bidelle sociali… Cominciamo dal
principio… L’educatore sociale fa un grosso lavoro di accompagnamento e di
contenimento, mantiene i rapporti col territorio e con le famiglie. Questa
figura è nata come il Mercurio, il messaggero del gruppo docenti, ma nel tempo
si è evoluta fortemente e oggi l’educatore ha un proprio campo di autonomia,
responsabilità e intervento, e una quota di fondi da gestire. In alcuni
moduli abbiamo la figura della “mamma sociale”, cioè mamme che fanno opera di
mediazione. Nei Quartieri Spagnoli abbiamo le “bidelle sociali”. Le nostre
bidelle, con una funzione professionale in più oltre a quella originaria alla
quale non hanno mai abdicato e che eseguono in maniera addirittura forsennata -
tengono la scuola talmente in ordine e talmente pulita che, come si dice a
Napoli, si potrebbe mangiare per terra – fanno mediazione culturale con i
ragazzi. Come valuti il lavoro di Chance? Noi ci troviamo di fronte ad un
paradosso per cui, nonostante le dinamiche interne ai gruppi siano davvero
complesse e difficili da gestire, la gamma di risultati positivi è enorme, la
potenza e la persistenza di questi risultati sono stupefacenti. Ci fai
qualche esempio? Prima dell’esame di terza media abbiamo preteso molto. Ad
esempio, abbiamo chiesto che fossero puntualissimi. Lo sono stati tutti tranne
un solo caso, dovuto a una situazione familiare terrificante che noi abbiamo
affrontato di petto, in maniera molto energica, e che abbiamo risolto. Abbiamo
preteso che si vestissero come si fa per un esame: niente pantaloncini corti,
niente ombelichi di fuori, niente petti prorompenti esposti sotto il naso degli
esaminatori – e lo hanno fatto. Abbiamo preteso che parlassero italiano, e
nell’80% dei casi questo è successo. Abbiamo preteso un tono di voce medio,
adeguato all’ambiente e, mi devi credere, non si è sentito un urlo, nemmeno uno.
Non sentire un urlo a Chance è come vincere al totocalcio per un mese di
seguito, ha la stessa probabilità...
Si sta per chiudere ormai l’anno internazionale del microcredito
(www.annodelmicrocredito.org), istituito dall’Assemblea generale dell’Onu nel
1998 per incentivare e sviluppare questa forma di sostegno alle fasce deboli
delle popolazioni. Solitamente si associa questo tipo di attività, che si
confonde spesso a torto con la beneficenza, al sud del mondo; ma non occorre
percorrere migliaia di chilometri per trovare, anche nel nostro paese, strati di
popolazione ai limiti della soglia di povertà, per le quali poter accedere anche
solo a piccole somme eviterebbe di dover chiudere l’attività lavorativa o magari
consegnarsi ad usurai. In Italia le banche hanno raccolto nel 2001 un
risparmio complessivo di circa 729 miliardi di euro e svolto un’attività di
impiego di quanto raccolto per oltre 520 miliardi di euro (fonte Banca
d'Italia). Ebbene, l'entità dei capitali coinvolti nei progetti di microcredito
negli ultimi quattro è stata di soli 550 mila euro, a testimonianza dello scarso
interesse degli istituti di credito per i soggetti deboli. Le iniziative di
microcredito in Italia sono poco pubblicizzate ed occorre sfogliare tesi di
laurea o interventi a convegni specialistici per averne notizia. Si scopre così
che la città di Torino gode di un ritorno particolarmente favorevole della
presenza contemporanea di diversi enti creditizi sensibili a questa forma di
sostegno. Le più leste nel presentare una iniziativa sono state le donne di
Almaterra, che dal 1994 offrono un punto di riferimento e di incontro per tutte
le donne che si trovano ad approdare a Torino e sono prive di un aiuto ed un
appoggio immediato. Tramite Mag2 Milano, già dall’anno scorso sono in grado di
erogare microcrediti per bisogni di emergenza o per lo sviluppo di attività
imprenditoriali. La stessa finalità è perseguita dalla Compagnia di San Paolo,
fondazione che controlla la banca omonima. La Compagnia ha messo a disposizione
delle diocesi di Torino, Genova, Roma e Napoli un fondo di garanzia di 400 mila
euro per fasce deboli che vorrebbero entrare o rientrare nel mercato del lavoro.
Ma sono le amministrazioni che soprattutto hanno imparato a prestare il
denaro, e non più a donarlo a fondo perduto, consentendo così ad altri soggetti
di poter beneficiare dei contributi, una volta restituiti dai beneficiati
precedenti. Coinvolgendo associazioni di volontariato e di categoria, il comune
di Torino ha stanziato un miliardo delle vecchie lire per chi vuole
intraprendere una iniziativa lavorativa nei quartieri considerati degradati
della città. Le banche partners, che rinunciano ai contributi per le spese
sostenute, possono permettersi di valutare i richiedenti con un occhio di
riguardo, avendo il Comune il ruolo di garante economico del progetto. Stesso
procedimento è stato individuato dalla Provincia di Torino, che ha stanziato un
fondo di 100 mila euro (si sta discutendo l’ampliamento a 1,5 milioni) per
incentivare iniziative di lavoro autonomo intraprese da extracomunitari. Il
partner bancario unico è in questo caso Banca Etica, di cui Comune e Provincia
risultano soci. Sicuramente l’adesione di numerose amministrazioni a Banca
Etica ha permesso a politici e funzionari di approfondire, o perlomeno
conoscere, il mondo della finanza etica, ed i risultati sono evidenti: per
esempio, da anni la Regione Emilia Romagna ha coinvolto la banca nel sostegno,
con il supporto dei servizi sociali, di famiglie che hanno problemi nella cura
dei figli; 300 finanziamenti effettuati nel primo triennio, per un totale di 1,5
milioni di euro. Analoghe iniziative sono presenti in Provincia di Milano e nel
Comune di Carpi. Banca Etica ha anche avuto il merito di coinvolgere
associazioni nazionali come la Caritas in progetti di microcredito che negli
anni scorsi erano esposti alla carità pelosa degli istituti di credito
tradizionali. Nell’anno del microcredito si sono impegnate a vario titolo
anche le Mag, per le quali la mission coincide praticamente con questa forma di
prestito: in particolare, il fondo di garanzia per famiglie e piccole imprese
del quartiere fiorentino delle Piagge è nato dalla collaborazione di Mag6 con la
Cooperativa sociale Il Cerro. Il ritorno sociale del microcredito è evidente
e Mohamed Yunus ha avuto il merito di renderlo accessibile nel Bangladesh e poi
nel resto del mondo con il suo incessante impegno; meno conosciuto è l’alto
grado di restituzione delle somme da parte dei soggetti beneficiati (in alcuni
esperimenti sfiora addirittura il 100%); sicuramente da esplorare è ancora il
cambiamento che esso provoca nei nuovi ambienti in cui si introduce (banche
tradizionali, amministrazioni, fasce più ampie di popolazione) in modo che possa
diventare in futuro uno strumento efficace di cambiamento dell’economia.
Non c’è rivoluzione senza canzoni. La musica sulle barricate. Dalla
Marsigliese all’Internazionale fino a El pueblo unido…
"Non c’è rivoluzione senza canzoni" diceva uno striscione molto evidente
nelle immagini di Salvador Allende subito dopo l’elezione a presidente del Cile
nel 1970. La “Nueva Canciòn Chilena”, strettamente legata all’esperienza di
Unidad Popular, resta un grande esempio fondamentale di musica che diventa
essenziale per un movimento popolare. La Unidad Popular di Salvador Allende
arriva a governare il Paese col consenso della gente, sostenuta egregiamente da
più di 150 fra cantanti, musicisti e formazioni di musica popolare. Violeta e
Isabel Parra, Victor Jara, gruppi come gli Inti-Illimani e i Quilapayùn, sono
artisti militanti, che la gente può incontrare su piccoli palcoscenici montati a
fianco delle officine, nelle miniere, sui moli. Non hanno bisogno di impresari e
di promozione: lavoratori e studenti organizzano col volontariato le tournée e
li portano negli angoli più remoti del Paese. La “nueva canciòn” nasce legata
alle masse e si sviluppa assieme alla coscienza politica popolare, nelle feste
dei lavoratori, nelle riunioni sindacali, negli scioperi operai e universitari,
nelle manifestazioni per le riforme. “Canto al Programma” e “Venceremos”, sono
inni programmatici che accompagnano il successo elettorale. L’autore è Sergio
Ortega Alvarado, uno dei grandi protagonisti di quella stagione
politico-musicale, pianista e musicista colto, docente di composizione al
Conservatorio, compositore di musiche per film, capace di creare canzoni di
grande impatto e suggestione. La sua musica rappresenta la fusione di forme
classiche e melodie popolari. E’ nel 1973 che Ortega, ispirandosi a un canto
di strada, assieme ai Quilapayùn confeziona di getto “El pueblo unido jamás será
vencido!”. Tre mesi dopo, trascorsa l'estate, l'11 settembre dei cileni si
verifica proprio in quell’anno: Un colpo di stato spazza via il governo e tutto
il movimento della Nuova Canzone Cilena. Ma “El pueblo…” si afferma come inno
non solo della resistenza cilena ma anche delle forze progressiste in diversi
altri Paesi. Sono i Quilapayùn e, soprattutto, gli Inti-Illimani a farlo
conoscere in tutto il mondo. L’efficacia di questa canzone sono riassunte da
Severino Vardacampi: “C'e' una generazione, la mia, che ancora piange ogni volta
che intona la Marsigliese o l'Internazionale o El pueblo unido jamas sera'
vencido”. La forza trascinante di questa canzone e l’ispirazione colta del
suo autore, la fanno diventare la base per una composizione contemporanea molto
interessante. “The People United Will Never Be Defeated!”, scritta nel 1975 è
probabilmente il più famoso lavoro per pianoforte di Frederic Rzewski,
compositore statunitense che ha attraversato molteplici fasi di musica
sperimentale, dall’elettronica alla dodecafonica, senza disdegnare le
collaborazioni col jazz. Partendo dal tema della canzone politica Rzewski
sviluppa trentasei variazioni per piano costruendo una specie di confluenza di
tutte le musiche possibili e immaginabili. In questo modo produce un accumulo di
energia davvero galvanizzante che illustra molto bene il tema della
canzone. Le variazioni sono suddivise in gruppi da sei. Nel primo il tema
viene esposto, spostato, invertito, parafrasato e distillato lungo l'intera
estensione della tastiera. Il secondo ciclo è dominato dal fattore ritmico. Il
terzo assume un carattere più lirico e popolare. Il quarto lavora su atmosfere
virtuosistiche e le variazioni del quinto assumono una forma più libera. Le
ultime sei hanno il compito di riassumere l'intero svolgimento. Oltre al tema
cileno, Rzewski introduce all'interno delle Variazioni dei riferimenti ad altre
canzoni dal contenuto politico, come "Bandiera Rossa", in riferimento agli
italiani che diedero asilo ai rifugiati cileni negli anni Settanta e
"Solidaritätslied" di Hanns Eisler. Ortega è scomparso nel 2003. Viveva da
trent’anni a Parigi dove si era trasferito in esilio dopo il colpo di stato di
Augusto Pinochet.
Nell’area nonviolenta, c’è chi considera “El pueblo…” come uno dei possibili
inni della difesa popolare nonviolenta. Mi pare perciò sia l’occasione per un
ottimo esercizio di analisi sull’uso efficace e consapevole di una canzone in
ambito nonviolento. Qualsiasi oggetto musicale è carico di ambiguità e si presta
a interpretazioni diverse. Ascoltiamo “El pueblo…” e proviamo ad interrogarci
con molta concretezza sulla sua utilità in azioni nonviolente o nella formazione
alla nonviolenza. Analizziamo il testo: cosa dice in rapporto alla nonviolenza
come messaggio esplicito e come messaggio implicito? La struttura musicale
(inno/marcia) quali atteggiamenti favorisce? Quali potevano essere le intenzioni
degli autori rispetto alla nonviolenza? Come è stata utilizzata questa canzone
in Cile, in Italia e nel mondo? Che effetti provoca nel gruppo che effettua un’
azione nonviolenta e nella eventuale controparte? Formulare puntualmente
interrogativi di questo tipo sulle canzoni che ci possono interessare, ci può
portare a maneggiare in modo efficace un repertorio funzionale alla formazione
alla nonviolenza.
El pueblo unido jamás será vencido! El pueblo unido jamás será vencido
Alziamoci assieme così si vincerà Troviamo la forza nella nostra
unità E tu verrai avanti insieme a me Così vedrai il canto e la speranza
Rifiorire qui in una rossa aurora Ormai la vita nuova arriveràAlziamoci
assieme così si vincerà Sarà migliore la vita che verrà. Ci costruiremo
la felicità E mille voci in lotta si alzeranno Canteremo per la nostra
libertà E questa forza decisa vinceràE allora noi popolo ci alziamo nella
lotta, con voci da giganti gridando: andiamo avanti!El pueblo unido jamás
será vencido! El pueblo unido jamás será vencido!
Alziamoci assieme così si vincerà Trionfa da sola ormai la verità Lo
sfruttamento certo sparirà Di fronte a mani d’acciaio e tu donna Col
coraggio e col valore che tu hai Ormai sei qui con il lavoratore.E allora noi
popolo ci alziamo nella lotta, con voci da giganti gridando: andiamo
avanti!
El pueblo unido jamás será vencido! El pueblo unido jamás será
vencido!
Vuka S'hambe: il risveglio dei giovani prigionieri in Sudafrica
Nel 1999, il “Centro per lo studio della violenza e per la riconciliazione”
(CSVR) di Johannesburg sviluppò un progetto chiamato “Le voci dei giovani
criminali”, che coinvolse 24 detenuti nella prigione di Leeuwkop. L’intento era
quello di capire la natura e le cause dei comportamenti violenti nella gioventù
e di indirizzare chi li aveva attuati verso la risoluzione nonviolenta dei
conflitti e la reintegrazione nella comunità. L’intervento ebbe tale successo
che dal 2000 al 2004 il CSVR ampliò il programma, grazie anche ad un
finanziamento provenuto da un’Ong irlandese di cooperazione allo sviluppo, e
lavorò con i giovani prigionieri e prigioniere in vari centri di detenzione
sudafricani. Il nuovo progetto fu chiamato “Vuka S’hambe” che significa
“Risvegliati e cammina” e prevedeva: la promozione della consapevolezza
personale rispetto alle ragioni per cui si era stati coinvolti in attività
criminali; lo sviluppo di abilità efficaci nel portare alla luce le risorse e la
forza di ciascuno utili alla risoluzione nonviolenta dei conflitti; la
promozione della fiducia in se stessi e negli altri; la costruzione di relazioni
emotive positive e stabili; le sessioni sulle istanze di genere. Una delle
facilitatrici, Lindiwe Mkhondo, chiarisce: “Le ragazze ed i ragazzi con cui ho
lavorato per più di due anni, alla prigione di Johannesburg, hanno aperto i loro
cuori e condiviso la loro verità con me. Accettando che li guidassimo nel loro
personale viaggio verso la consapevolezza, hanno fatto crescere e cambiare anche
noi facilitatori. Le domande che la gente mi poneva più spesso erano: Ma non hai
paura a lavorare con i detenuti? Ti senti al sicuro, là dentro?
Sorprendentemente, ma forse non poi tanto, i prigionieri avevano la stessa
percezione di se stessi che gli altri avevano di loro. Avevano una conoscenza di
se stessi come di persone pericolose e temibili. Uno di essi mi fece la stessa
domanda: Lindi, sorella, sei così rilassata ed amichevole con noi, non hai mai
paura? La verità è che non mi sono mai sentita in pericolo in loro compagnia.
Sì, ci sono state molte lacrime, lacrime di gioia e di sollievo, e lacrime di
frustrazione e di infelicità. La sfida più grande, per me, era quella di rendere
capaci questi giovani di realizzare la propria umanità, di apprendere assieme a
loro i metodi grazie ai quali non avrebbero più usato la violenza come una
difesa contro le loro paure e contro il loro terribile dolore.” Il Sudafrica
ha un alto livello di criminalità giovanile, che è persino aumentato negli
ultimi anni. Secondo le statistiche del 2004, circa il 43% della popolazione
carceraria sudafricana ha meno di 25 anni, e circa 25.000 detenuti hanno meno di
21 anni. Le ragazze sono l’1,65% del totale. Vuka S'hambe ha analizzato le
origini del fenomeno partendo dalle prospettive dei partecipanti al progetto
(motivazioni individuali, contesto in cui la violenza si diede, retroscena
culturali ed economici) ed ha utilizzato tale conoscenza per sviluppare
programmi che spezzano il ciclo della violenza. I facilitatori hanno attestato
che la principale precondizione, emersa durante i seminari, per il manifestarsi
della violenza è la mancanza o la percezione della mancanza di metodi
nonviolenti per trasformare i sentimenti di rabbia e vergogna, dolore e
autostima ferita. La seconda e la terza sono la mancanza di riconoscimento o
status sociale/economico, e l’incapacità emozionale dell’individuo di provare
empatia per gli altri. Lo sviluppo di tale capacità si è rivelato di grande
importanza, durante il programma, per trasformare le reazioni aggressive. Uno
dei ragazzi di Vuka S'hambe, che sta scontando una sentenza a vent’anni di
prigione per rapina a mano armata ed omicidio, ha detto: “Io sono come un fiore
morto. Come un fiore avrei avuto bisogno di acqua, ma nessuno ha mai avuto cura
di me, non sono stato amato. Sento che la rabbia mi ha fatto marcire da dentro.
Adesso io non riesco ad amare me stesso, e nessun altro. Come posso farlo, se
l’amore non so cos’è?” Una delle ragazze, allo stesso proposito, ha citato un
proverbio Xhosa: “Umntu Ngumntu Ngabantu” che significa “una persona è umana
grazie a coloro che ha intorno”. Vi farà piacere sapere che entrambi, come il
resto di coloro che hanno partecipato al progetto (ed è davvero un dato da
festeggiare!), sono stati capaci di mutare la percezione che avevano di se
stessi, attestando di sentirsi degni di amore e rispetto, e di sentire quindi
che degne di amore e rispetto erano anche le persone verso cui avevano usato
violenza. Ora parecchi di questi giovani detenuti beneficiano di semilibertà, e
molti di essi hanno incontrato le proprie vittime o i parenti delle stesse, per
ottenere il perdono e la rinascita. Questo accade, ad insegnare la
nonviolenza.
Il trasformismo della Nestlè e il caffè corretto equo solidale
Il mercato dei prodotti equi e solidali, in continua crescita ed espansione,
fa gola a tanti affaristi. E così la multinazionale svizzera Nestlè (sottoposta
da anni ad una campagna di boicottaggio per la sua politica di diffusione del
latte in polvere nei paesi del terzo mondo, che di fatto ostacola il più
naturale, sano e gratuito allattamento al seno) vuole presentare ai consumatori
un nuovo volto, quello cosiddetto “equo e solidale”. Al caffè della Nestlé è
stato incredibilmente concesso il marchio del commercio equo. Vibrate proteste,
alle quali ci associamo, sono arrivate da molte associazioni.
Facendo riferimento alle recenti notizie apparse sulla stampa internazionale
(Financial Times) e ora anche italiana (la Repubblica 08.10.05 pag. 25 "la
Nestlè lancia il caffè corretto..."), vogliamo segnalare la nostra assoluta
contrarietà al fatto che sia concesso un marchio di commercio equo e/o etico
alla Nestlè. Il marchio FLO concesso al caffè della Nestlè è, per giunta, il
frutto dell'unificazione di alcuni dei principali marchi del commercio equo e
solidale (come Fairtrade Foundation, Max Havelaar, Transfair) ed è molto diffuso
nel mondo (in Italia è Transfair Italia). Perché siamo contrari alla
concessione di questo "marchio" alla Nestlè? Per una ragione contingente: la
Nestlè è sottoposta a campagna di boicottaggio internazionale per la sua
politica sul latte in polvere contraria alle direttive OMS e, di fatto,
ostacolatrice dell'allattamento al seno (fondamentale per la buona salute del
bambino)" Per una ragione di strategia economica di fondo: il commercio equo
e solidale ha fra i propri fondamenti "la visibilità del produttore" sulla
confezione finale (politica in controtendenza rispetto a quella delle "grandi
marche" che anzi tende ad oscurare questa fonte), il "consentire ai piccoli
produttori il libero accesso al mercato". Tutto ciò è (come previsto dalla
risoluzione Fassa del Parlamento Europeo del 2 luglio 1998) una norma esplicita
che "impedisce posizioni di monopolio" nell'ambito di quel mercato che può
fregiarsi della dizione di commercio equo e solidale, commercio giusto etc…
Per queste due "robuste ragioni", e non per preconcette opposizioni, con
fermezza invitiamo tutto il mondo delle strutture del commercio equo e solidale
ad esprimere pubblicamente la loro contrarietà. Se a queste ragioni poi
vogliamo aggiungere considerazioni in merito al come la maggioranza delle
multinazionali si comporta di fronte ai diritti umani, sociali, sindacali,
culturali, e alle politiche di tutela ambientale e della biodiversità, il
discorso si farebbe ancor più motivato. Riteniamo che il vasto e variegato
movimento del commercio equo, dei consumi etici, critici, consapevoli, delle
reti e dei distretti dell'economia solidale sia incompatibile con il modello di
sviluppo proposto dalle Multinazionali e che ha distrutto fortemente l'ambiente,
sfruttato lavoratrici e lavoratori di tutto il mondo, omologato e omogeneizzato
saperi, culture e identità, manipolato geneticamente le piante come l'essenza
stessa dell'umanità. Riteniamo, quindi, che qualsiasi operazione di
"certificazione etica" possa "trarre in inganno il consumatore" tendendo ad
accreditare una immagine "diversa" da quella reale attraverso "un frammento"
dell’intera produzione di una grande marca. Chiediamo immediatamente
all'organismo inglese Fairtrade Foundation di ritirare la concessione del
marchio internazionale FLO alla Nestlè. Chiediamo a FLO (Fairtrade Labellings
Organizations) di sospendere cautelativamente l'inglese Fairtrade Foundation dal
proprio organismo. Chiediamo agli organismi europei e internazionali del
Fair Trade e a Ifat di sospendere cautelativamente l'inglese Fairtrade
Foundation. Invitiamo FLO Italia (già TransFair Italia), di cui apprezziamo
la pubblica presa di posizione di contrarietà a quanto sta avvenendo, ad
esprimersi ancor più nettamente e - qualora non si arrivi ad una immediata
sospensione della concessione del marchio alla Nestlè (che, ricordiamo, è il
medesimo in ogni parte del mondo) - ad agire responsabilmente e di
conseguenza.
Primi firmatari:Acea, Acec, Consorzio Giusto Etico e Solidale, Deafab, DES
Martesana ecosolidale, l'Altropallone, La scheggia, Mimopo bottega equosolidale,
Tatavasco bottega equosolidale.
Sabato 10 settembre 2005, presso l’Istituto Stensen a Firenze si è tenuto il
primo incontro nazionale della “Rete ecologista” a cui, finora, hanno aderito
una ventina di riviste (tra cui Gaia, L’Ecologist, Azione nonviolenta, AAM Terra
Nuova, Tera e Aqua, Il Mediterraneo, AltrEconomia, xFare+Verde, la Fierucola del
Pane, Tra Terra e cielo, Territorio Veneto, BioAgricoltura Notizie, Donna e
Donna) e una cinquantina di associazioni nazionali e locali (tra cui Mountain
Wilderness, Pro Natura, Movimento Nonviolento, gli Ecoistituti di Veneto,
Piemonte, Reggio Emilia, delle Tecnologie Appropriate, di Puglia, Terremutanti
di Milano e della Valle del Ticino, Gaia Club Valdelsa Senese, Movimento dei
Consumatori, AIAB-Ass.It.Agricoltura Biologica, Movimento Verde di Sardegna,
Fondazione ICU-Istituto Consumatori Utenti, Codacons Siena, ProRinnovabili e
molti coordinamenti ambientalisti locali contro inceneritori, elettrosmog, cave,
ecc.). Sul tema “Dov’è l’ecologia nei programmi di governo? L’ecologia guidi
la politica. La politica guidi l’economia. Idee e proposte nell’ipotesi di
governare l’Italia con una coalizione che dia il giusto peso all’ecologia” si è
aperto un dibattito. Per intervenire collegarsi al sito:
http://www.ecoistituto-italia.org/forum/
Le proposte della Rete ecologista
Clima: imporre una decisa riduzione delle emissioni di gas serra. Questa è
possibile modificando radicalmente domanda ed offerta energetica, sistema di
mobilità, regole urbanistiche e costruttive. Energia: Riduzione dei consumi e
dell’uso di energia elettrica. Incentivi tariffari e regolamenti comunali per il
risparmio energetico e le energie rinnovabili. Piano di copertura con pannelli
solari termici (e fotovoltaici) di gran parte dei tetti d’Italia. Mobilità:
legare la residenza e i luoghi di lavoro. Sviluppo delle linee ferroviarie,
metropolitane di superficie e tranviarie. Incentivi per la mobilità ciclabile.
Veicoli a inquinamento zero. Riduzione del traffico aereo. Urbanistica:
smantellamento dei centri commerciali e tessuto storico urbano nelle periferie,
confine tassativo fra campagna e città. Economia: Battaglia nel WTO per la
libera sovranità alimentare di ogni popolo, anche attraverso dazi e tasse
locali. Fine dello sviluppo, costruzione di un’economia di uso parsimonioso dei
beni della terra. Divieto di esportare prodotti alimentari dai paesi con sacche
di fame. Agricoltura: torni al centro dell’economia come risposta ai bisogni
essenziali: cibo, arredo e indumenti. Va sostenuta l’agricoltura biologica, di
montagna (anche come presidio ambientale) e la produzione alimentare di qualità.
No agli OGM. Animali: bandire ogni tipo di violenza. Questo vale per gli
allevamenti industriali, la vivisezione e la caccia (salvo i casi di necessaria
selezione per proteggere specie in pericolo e l’agricoltura
locale). Elettrosmog: è matura la tecnologia alternativa dell'autoproduzione
energetica locale, che riduce drasticamente gli elettrodotti e delle microcelle
che, a parità di copertura, riduce l’esposizione ai campi
elettromagnetici. Rifiuti: sviluppare la raccolta "porta a porta", con la
tariffa che premia le famiglie che producono meno rifiuti, uscendo dalla cultura
delle discariche e dai velenosi, costosi e inefficienti inceneritori. Acqua:
va risparmiata sia negli usi abitativi che, soprattutto, in agricoltura. E’ un
bene comune che deve restare nella proprietà e gestione pubblica, efficiente e
partecipativa. Territorio: vanno protette dall’assalto cementificatorio vaste
aree collinari, di pianura e di costa in difesa della bio-diversità animale e
vegetale, del paesaggio, che è parte essenziale della nostra qualità della
vita. Salute: va salvaguardata a partire dalla prevenzione delle malattie con
sana alimentazione, riduzione dell’inquinamento, divieto di produzioni tossiche
o cancerogene. Ciò comporta la modifica delle leggi igieniche che hanno
aumentato l’inquinamento ambientale, l’allontanamento dalla natura e favorito la
distruzione delle tradizioni locali. Nonviolenza: la giustizia con le armi
della giustizia deve permeare sia la politica estera e di sicurezza, che la
difesa dell’ordine interno (protezione civile), applicando alla lettera l’