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alla nonviolenza (di Angela Dogliotti Marasso) - Lilliput,
Dialogo con un candidato su pace, guerra, disarmo (di Lisa Clark) - Movimento, Se vuoi la nonviolenza, finanzia la nonviolenza - Libri, a cura di Sergio Albesano
Diga SIM à Vida Dì Sì alla Vita
Il 23 ottobre 2005 la popolazione brasiliana si recherà alle urne per
decidere se volere o no la proibizione del commercio delle armi e delle
munizioni in Brasile. Sarà il primo referendum al mondo su questo
tema. Tutti i cittadini e le cittadine dai 18 ai 70 anni dovranno presentarsi
alle urne per rispondere sì o no al quesito: "Il commercio delle armi da fuoco e
delle munizioni deve essere proibito in Brasile?". In un anno di Campagna
per il disarmo, consistente nella consegna volontaria alle autorità delle armi
in possesso dei cittadini affinchè vengano distrutte, più di 450.000 armi sono
state tolte dalla circolazione. E i risultati positivi si sono già visti: una
ricerca condotta dal Ministero della Salute ha dimostrato che per la prima volta
da 13 anni c'è stato non un aumento ma una riduzione del numero delle persone
uccise da armi da fuoco nel paese. Nel 2004, anno di inizio della campagna per
il disarmo, il numero delle morti provocate da armi da fuoco è diminuito
dell'8,4%. La campagna per il sì al referendum è organizzata dal Frente
Brasil Sem Armas (Fronte per un Brasile senza armi), composto dai parlamentari,
da organizzazioni non governative, chiese, imprese, artisti, sindacati e
movimenti sociali. Per maggiori informazioni visitate il sito:
www.referendosim.com.br
Di Giuliano Pontara
Il referendum sul commercio delle armi leggere e delle munizioni che si terrà
in Brasile il 23 ottobre, il primo referendum nell'intera storia del paese, è
un'iniziativa senza precedenti nel mondo, presa nel paese che, a stare ai dati
forniti dai brasiliani stessi, conta il maggior numero di morti del mondo dovuto
ad armi da fuoco in possesso e usate da cittadini privati contro cittadini
privati (e anche contro se stessi): 180 al giorno (dato riguardante il 2003),
con un tasso assai elevato di morti tra i giovani. In Brasile, ci dicono sempre
i brasiliani, circolano circa diciotto milioni di armi leggere, di cui solo il
10% è in dotazione della polizia e dell'esercito, mentre il 90% è in mano di
privati; negli ultimi anni sono state in media vendute ogni anno legalmente
intorno a 50.000 armi leggere e relative munizioni, in gran parte prodotte in
Brasile, dove l'arma con cui si uccide di più, un revolver calibro 38, è
prodotto dalla società brasiliana Taurus. Come era da aspettarsi, le potenti
lobby delle società produttrici di armi da fuoco e dei mercanti di armi, che
fanno soldi a non finire, hanno scatenato la loro propaganda, divulgando favole
sulla necessità dei cittadini privati di essere armati al fine dell'autodifesa
personale. Fatto sta che in vari paesi in cui la vendita di armi da fuoco ai
cittadini privati è stata severamente regolata, il numero di omicidi perpetrati
con armi da fuoco è fortemente calato: in Australia, per citare un solo esempio,
nel giro di cinque anni è diminuito del 50%. Va anche sfatato il mito, pure
diffuso dalle lobby delle potenti società produttrici di armi, per cui una
riconversione delle industrie degli armamenti non sia possibile: la questione è
quantomeno controversa, come sta a dimostrare la gran copia di studi scientifici
prodotti su tale problematica negli ultimi cinquant'anni. Nessuna persona
razionale si aspetta che una vittoria del "Sì" (“Sim”) in Brasile metta da un
giorno all'altro fine alla catena di violenze dentro la società brasiliana, in
cui la violenza più cospicua, del resto, è dovuta alle strutture economiche che
condanno milioni di cittadini alla miseria più abietta e dentro la quale poi
nascono anche le violenze dirette. Contro questa violenza strutturale occorrono
ben altre misure. Ma il referendum è importante, e non solo per la società
brasiliana che attraverso di esso mette concretamente alla prova la sua
vocazione democratica. La vittoria del "sì" può contribuire a rafforzare i
movimenti contro le multinazionali produttrici di armamenti e il commercio delle
armi attivi in altri paesi dell'America latina, specie in Colombia devastata da
quarant'anni di guerra civile, e negli Stati Uniti, che non solo è il paese con
la maggior spesa militare e con l'esercito più armato del mondo, ma è anche il
paese i cui cittadini privati sono i più armati del pianeta (secondo dati del
National Institute of Justice, nel 1998 negli Stati Uniti il numero totale delle
armi da fuoco in mano di cittadini privati assommava alla cifra di 192 milioni,
il che significa in media un'arma per abitante). Una vittoria del "sì" e
l'abolizione del commercio delle armi dentro la società brasiliana costituirebbe
anche un importante passo nella lotta contro il commercio internazionale delle
armi e i paesi maggiormente responsabili della loro produzione in massa, a
cominciare dagli Usa e non dimenticando che l'Italia è il secondo paese
produttore di armi leggere al mondo, produce da più di mezzo secolo, e vende
sempre meglio, il tipo di pistola con cui fu assassinato Gandhi: una
Beretta.
Ascoltare e parlare per partecipare dal basso alle scelte della
politica
L’esperienza del COS a Ferrara, nell’immediato dopoguerra
Intervista a Daniele Lugli a cura di Elena Buccoliero
Da qualche anno a questa parte sono tanti i segnali di un bisogno di
partecipazione, e da parte dei cittadini che vogliono intervenire sulle
decisioni che li riguardano, e da parte delle istituzioni che si riconoscono
inefficaci se perdono il confronto. Ci è sembrato interessante e fertile
raccontare l’esperienza dei C.O.S., che di tutto questo sono in certo qual modo
anticipatori.
Che cos’è il COS? COS vuol dire Centri di Orientamento Sociale. È una
creatura di Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento, all’indomani
della liberazione di Perugia, un’esperienza che prende l’avvio nel luglio del
’44 e si diffonde in tutta la provincia di Perugia e nell’Italia centrale.
Con quali presupposti nasce? I COS sono libere assemblee dove tutti
possono intervenire. Hanno come motto “Ascoltare e parlare, non l’uno senza
l’altro”. Assemblee frequenti, inizialmente due alla settimana, si assestano su
un incontro settimanale. I temi vanno dai problemi amministrativi e politici
locali, nazionali e mondiali, ad ogni tema sociale, culturale, tecnico,
religioso. L’eterogeneità, rilevata come un limite, è difesa da Capitini,
secondo il quale è bene si parli di “patate e ideali”.
“Patate e ideali” sembra un buon motto anche per gli interessi della
nonviolenza, sempre in bilico tra ideale - religioso, filosofico – e prassi
sociale e politica. Eppure nel pensiero comune di nonviolenza si parla di fronte
alla guerra. Che cosa c’entra con questo un’assemblea amministrativa? Nei COS
Capitini vede il luogo ideale per la crescita e l’approfondimento di pensiero e
pratica della nonviolenza. Nella sua concezione la nonviolenza è prima di tutto
“apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo del vivente”. La sua prima
manifestazione è in questo stare assieme, aperti l’uno verso l’altro, curando
nella libertà uno sviluppo comune. Nelle assemblee settimanali i cittadini
chiamano gli amministratori, i tecnici, i responsabili ad esporre e rispondere
del loro operato. Questo costruisce la competenza dei cittadini a conoscere,
consigliare, decidere. È il rovescio della chiamata populista a “partecipare” a
scelte già effettuate, a fare il tifo. Per Capitini COS in ogni parrocchia,
in ogni quartiere, in ogni fabbrica, in ogni aggregato dovevano sostituire le
adunate oceaniche del fascismo e i grandiosi comizi dei partiti popolari
nell’immediato dopoguerra. Ha molto a che fare dunque con la nonviolenza che è
potere di tutti e di ciascuno.
Ferrara, la tua città, ha avuto un COS importante. Molto importante.
Quando Silvano Balboni torna dalla Svizzera nell’estate del ’45 prende contatti
con Capitini e con Pio Baldelli, allora il più stretto collaboratore nelle
iniziative dei COS, per importare l’esperienza a Ferrara. Prende l’avvio il 4
marzo del ’46, dopo una faticosa gestazione, il COS locale. La sua attività è
molto varia e costante, non salta una settimana. La partecipazione è sempre
sostenuta. I temi vanno dalle difficoltà del vivere quotidiano – il cattivo
funzionamento delle ambulanze; il costo del mangime per i polli – ai temi della
ricostruzione – la riapertura del Teatro Comunale, il piano regolatore – fino ad
argomenti quali il divorzio e l’obiezione di coscienza, che dovranno attendere
quasi un trentennio per essere affrontati a livello nazionale. È sempre il COS a
promuovere ben dodici incontri consecutivi sul problema religioso, dal dicembre
’46 al marzo ’47, con una presenza media di 200 persone e 16 relatori. Tanta
attenzione per la religione non inganni, a Ferrara lo slogan “patate e ideali”
trova piena applicazione. Uno dei primi temi affrontati, e peraltro non risolti,
è: Perché elettricisti ed idraulici non vengono mai quando li chiami e costano
troppo?
Come funzionava un incontro? C’era un tavolo e un campanello. Nel
frattempo fuori la gente si scannava, erano gli anni tra il ’46 e il ’48, tempi
di scontri anche cruenti. Nel COS non c’è mai stato un problema di ordine
pubblico, è sempre bastato il campanello.
C’erano delle regole? I problemi all’ordine del giorno vengono definiti
una volta per l’altra. La gente siede attorno ad un tavolo, oppure a
semicerchio. L’animatore ha il campanello per regolare la discussione, mentre un
segretario verbalizza e invia i resoconti ai giornali locali, che generalmente
ne danno notizia, aprendo nuove possibilità di confronto. La serata inizia
con una esposizione sul tema, che spesso è affidata anticipatamente ad un
partecipante o ad uno o più “esperti” invitati ad intervenire. Segue la
discussione. Il tema può dirsi esaurito dopo una o in più sedute, quando
l’assemblea è soddisfatta. Del divorzio, ad esempio, a Ferrara si parla per tre
settimane. Questo COS discute gli argomenti dell’Assemblea Costituente, mentre
ne parla nazionalmente, e gli orientamenti espressi a livello locale su
questioni di interesse generale come il divorzio o l’obiezione di coscienza
vengono inviati alla Costituente, anticipando di anni gli orientamenti
nazionali.
Una sala gremita di 200 persone è entusiasmante ed incredibile pensando alla
normale frequenza delle iniziative che attualmente vengono promosse a livello
cittadino. Quale legame vedi il COS e il bisogno attuale di partecipazione?
Il COS non aveva poteri che non derivassero dalla sua intrinseca
autorevolezza, dalla competenza che riusciva ad esprimere. La sua diffusione ed
approfondimento, che non si ebbero compiutamente per l’indifferenza quando non
l’ostilità dei maggiori partiti, miravano proprio a garantire una partecipazione
dal basso che evitasse la delega acritica o, peggio, l’appropriazione della
politica da parte dei partiti, con gli esiti che Capitini aveva indicato
chiaramente all’indomani della liberazione, e che abbiamo visto precipitare
circa quant’anni dopo. Anche ora la partecipazione alla quale ci si richiama
è spesso puro maquillage di una politica che resta in mano a gruppi sempre più
ristretti e fuori da ogni controllo.
C’è però un secondo tema, che è quello del desiderio di partecipare. Ai COS
andavano in 200, un evento difficilmente ripetibile oggi in una piccola
città. È un momento che non va idealizzato. Il COS era la possibilità di una
democrazia profonda che non è stata colta. Ogni tanto riaffiora questo spirito,
lo abbiamo visto nelle assemblee diffuse che hanno caratterizzato ad esempio i
momenti migliori del ’68, però accompagnato da ubriacature e sogni di
onnipotenza dai quali invece il continuo richiamo della nonviolenza al rapporto
fini-mezzi avrebbe dovuto tenere lontani.
Hai parlato di competenza nella partecipazione. In questo momento è difficile
pensare a questioni che non siano complesse, e sulle quali si possa parlare a
ragion veduta senza un approfondimento molto serio. Nel COS era centrale il
valore della discussione, e discutere vuol dire, secondo Capitini, “scuotere gli
argomenti per saggiare la loro consistenza”. Il primo passo è l’incontro e
l’ascolto reciproco, ed è formativo. Chi partecipa sa di essere ignorante, è lì
proprio per acquisire una maggiore conoscenza. Questo processo conduce
all’acquisizione di una maggiore competenza tecnica ed amministrativa che deve
essere diffusa e aiuta a colmare la separazione tra tecnici, politici, decisori…
e popolo.
Agenda 21, bilancio partecipato, Rete di Lilliput… In qualcuna di queste
esperienze ritrovi qualcosa dello spirito originario dei COS? Certamente
ritrovo l’esigenza che è stata alla base dei COS: la consapevolezza dei limiti
della democrazia cosiddetta rappresentativa nella quale viviamo. Mi pare che per
tutte queste iniziative si ponga lo stesso problema di autorevolezza che si è
posto per i COS, quanto cioè vi investano in concreto le forze che li promuovono
affinché l’esperienza si radichi e i partecipanti la vivano come propria,
necessaria ed importante.
È una sottolineatura interessante. Spesso sembra invece che l’autorevolezza
derivi dallo spazio mediatico ottenuto. Ai tempi del COS la tv non c’era, forse
questo era un vantaggio… Attraverso la televisione passa un pressante invito
al conformismo, all’accettazione dell’esistente, al riconoscimento di tutta la
cosiddetta realtà così come è presentata. Poco è lo spazio residuo per lo
spirito critico, che è l’anima e la finalità dell’esperienza dei COS. Oggi una
“aggiunta” agli strumenti di formazione, conoscenza, partecipazione nello
spirito dei COS dovrebbe fare i conti con questo ulteriore ostacolo.
L’associazione Amici di Aldo Capitini promuovono un COS in rete. Lo spazio
virtuale può essere un luogo di discussione? È una opportunità che non va
trascurata, valutando bene anche qui la forza e le distorsioni che il mezzo
comporta. Secondo Capitini l’essenza dei COS sta in questo: “due persone parlano
ad alta voce di qualsiasi problema, e in modo aperto, cioè in modo che altri
possano anch’essi intervenire e parlare”. I forum orientati alla ricerca delle
migliori soluzioni ai problemi, e non al prevalere di una tesi precostituita su
un’altra, sono certamente nello spirito dei COS.
Pensi che sarebbe possibile avviare un COS oggi? Sarebbe attuale,
necessario…? Trovo che nelle pratiche consiliari, assembleari, di
organizzazioni politiche, sociali, culturali, vi siano elementi di COS ogni
volta che si mira alla costruzione di una più larga conoscenza e consapevolezza
dei problemi e non a estorcere con mille modi diversi il consenso necessario.
Parlare di discussione spontanea però sembra quasi troppo facile. Deve pur
esserci una differenza tra il COS e il bar dove, ugualmente, ci si confronta.
Il COS non è un passatempo, è un impegno. Era per Capitini addirittura
“strumento di tramutazione, di distacco dalla realtà vecchia... prefigurazione
della comunità aperta, che non ripete se stessa, il proprio passato, la
tradizione, le abitudini, ma si apre continuamente al nuovo”. È un fermento di
mutamento e di apertura. Oggi il mondo cambia molto in fretta e le forze
politiche sembrano confrontarsi su chi garantisca la miglior protezione rispetto
al cambiamento piuttosto che l’impegno ad esserne protagonisti.
In un processo di questo tipo, ieri come oggi, quali potrebbero essere gli
anticorpi necessari per ridurre i rischi di “degenerazione” che sempre esistono
in tutte le formazioni sociali? Il COS non è un’associazione, è un luogo di
formazione e di crescita della democrazia, quindi si rinnova costantemente. È un
luogo che non fa parte del potere ed esiste solo in quanto è partecipato, perché
se l’assemblea non viene frequentata, il COS non è. Nelle parole di Capitini
il COS “non delibera: propone, sollecita, escogita, chiarisce”. La sua finalità
è trovare ogni volta la soluzione migliore ai problemi che esamina ma non è
nelle sue mani applicarla. Nei presupposti c’è che se tanta più gente conosce le
cose, le cose andranno meglio.
Una palestra di democrazia, per dare potere ai cittadini
A cura di Luciano Capitini
Aldo Capitini fa parte di quel gruppo di giovani, che diventano antifascisti
durante il periodo fascista, quando i personaggi politici e membri dei partiti
storici sono all’estero o in carcere, o tenuti sotto strettissima
sorveglianza. Dopo il 1922 questi giovani elaborano un percorso d’opposizione
al fascismo che non ricalca gli schemi precedenti, e che contiene pertanto
elementi molto innovativi, ma anche, a volte, elementi di critica ai partiti
pre/1922. Poi, dopo la caduta del fascismo, ed il rientro in Italia di molti
fuorusciti, ed il consistente aumento di coloro che si pongono in netta antitesi
con Mussolini ed il suo sistema di potere, avviene un rimescolamento che fa
superare a tutti le divisioni e le critiche, nella prospettiva di una più
necessaria lotta al nazifascismo. Questo ha contribuito a stemperare la
radicalità delle posizioni che tuttavia esistevano ed ha impoverito il dibattito
politico. Un tipico esempio di ciò lo ritroviamo nella proposta di Aldo
Capitini – non appena liberata Perugia da parte degli alleati, il 20 giugno del
’44 – di costituire i COS, che, in effetti, iniziano ad agire il 17
luglio. Si tratta di assemblee locali, aperte a tutti, senza preclusione per
nessuno e senza vincoli di appartenenza, in cui si intende discutere “della cosa
pubblica”, sia per quanto riguarda argomenti concretissimi (patate, legna da
ardere, ecc), che temi culturali. In realtà è la realizzazione concreta di
un complesso pensiero politico: quello relativo alla nonviolenza, ed il suo
corollario politico l’omnicrazia o potere di tutti. Il metodo è quello delle
assemblee consultive, non deliberanti, che impongono i propri indirizzi solo in
virtù della forza delle ragioni, del consenso, del rispetto verso tutti. A
Perugia, dopo il COS cittadino, nascono otto COS di quartiere, e ne sono fondati
anche a: Ferrara, Firenze, Arezzo, Ancona, Bologna, Ponte S.Giovanni, Ponte
Valleceppi, Brufa, Assisi, Bastia Umbra, Foligno, Forgiano, Marciano, Agello,
Todi, Magione, Nocera Umbra, Castelrigone, Gubbio, Città della Pieve, Prato,
Foiano, Sansavino, S.Giovanni Valdarno, Cortona, Jesi, Castelferretti, Cellino
Attanasio, Nervi, Napoli e 7 piccoli comuni in provincia di Teramo. Questa
modesta diffusione dei COS dipende anche dalle difficoltà logistiche: per il
primo periodo vige il divieto di allontanarsi di più di 10 Km dalla propria
residenza. Per giudicare adeguatamente l’importanza di quell’esperienza, sia
osservandola nel suo contesto temporale, ma anche con l’occhio di un nostro
contemporaneo, vale la pena di riportare parte di un testo di Aldo Capitini che
descrive i principi cui i COS si ispiravano:
L’esame dei problemi compiuto pubblicamente e con l’intervento di
tutti. Nessuna esclusione, alla porta della riunione, per un criterio di
iscrizione ad un partito o gruppo, di istruzione, di censo, di età, di sesso, di
razza, di nazionalità. L’ordine e il funzionamento dell’assemblea stabilito
da essa stessa, senza l’intervento di guardie o di autorità fornite di un potere
superiore. Il ripudio della violenza e dell’intolleranza nell’ambito del COS,
dove la sola forza sta nella razionalità, competenza, persuasività del proprio
discorso. L’aperto contatto tra il pubblico e autorità a capo di enti ed
uffici pubblici, che venendo al COS, facendo ivi relazioni e ascoltando critiche
e suggerimenti, riconoscono fonte del loro potere il popolo, e stabiliscono la
trasparenza delle amministrazioni pubbliche. Il controllo sui funzionari
inetti o disonesti mediante ricorsi alle autorità superiori. La nomina di
commissioni del COS per inchieste, riferendone i risultati alla riunione, e
nomina dei rappresentanti del COS nelle varie commissioni pubbliche. Il
contributo alla stampa cittadina di un ricco materiale elaborato
collettivamente, con il risultato di interessare i cittadini più vivamente alla
cronaca e ai problemi del loro luogo. Il vivo contatto tra gli intellettuali
e il popolo, portando quelli il contributo della loro cultura, delle loro
riflessioni e letture quotidiane, e questo la concretezza delle sue esigenze, la
schiettezza del suo linguaggio. Il superamento del tipo”conferenza”, nel
principio del COS, dove ognuno, dopo che ha parlato, resta a ricevere critiche e
domande di chiarimento. Il superamento del tipo “comizio” chiassoso, vuoto,
diseducatore, nella riunione dove circolarmente vengono discussi e ragionati i
problemi, senza sottolineatura enfatica e grossolanamente polemica. La
formazione, nel principio del COS, di “ascoltare e parlare”, di una mentalità e
di un animo che, nel presentare le proprie idee, intimamente fa posto a quelle
degli altri, con il risultato di un pensare collettivo che tuttavia non toglie
lo scambio, le differenze, l’opposizione. L’accostamento degli ideali e
dell’amministrazione, dei problemi più elevati e generali e dei problemi umili e
quotidiani, del mercato, dell’igiene, del miglioramento del luogo dove si vive,
con il risultato di superare sia l’orgoglio del colto che l’orgoglio del così
detto pratico, mostrando che è “orientamento” sia il più alto ideale come la
buona amministrazione della propria città o borgata e della propria casa. Il
grande posto dato alle donne …. (e difatti al COS è sempre venuto un gran numero
di donne, malgrado le loro faccende domestiche). La possibilità di
raggiungere una certa obiettività (di contro alla tendenziosità della stampa)
nel commento degli avvenimenti, a causa degli interventi di persone di diverse
correnti. La possibilità offerta ai capi di enti e uffici pubblici di
mostrare alle richieste del popolo ciò che è possibile e ciò che è
impossibile. Il controllo del COS sulla misura delle tasse. La possibilità
di prendere, nell’ambito del COS, iniziative cooperative come, per esempio,
acquisto di legna, formazione di una biblioteca circolante, istituzione di
doposcuola, di concorsi tra i ragazzi con premi in libri ecc. Segnalazione
continua, nell’ambito del COS, delle persone più competenti e più premurose in
modo da facilitare la scelta, per esempio dei consiglieri comunali al momento
delle elezioni. L’esistenza di un organo di ricorso per tutti quelli che, da
ufficio a ufficio, non riescono a veder riconosciute le proprie
ragioni. L’essenza e la meta ideale di tutto questo è l’attivazione della
periferia fino ai più remoti villaggi e angoli di terra, fino alle persone più
anonime e illetterate e inascoltate; il decentramento del potere fino alla
sostituzione, alla legge centralistica e coattiva, dell’autodeterminazione
persuasa.
Questo testo è del 1948, e, superate alcune spigolosità tipiche di quel
periodo, a tutti noi appare chiaro che Aldo Capitini aveva ben presente, ed
aveva messo in pratica, un metodo di confronto che, a partire dalle esperienze
più locali, era una palestra di democrazia, e di una democrazia che vedeva il
cammino, davanti a sé, verso una democrazia aperta e ben più avanzata. Solo
moltissimi anni dopo abbiamo accolto con attenzione e soddisfazione le notizie
che in una altra parte del mondo si attuano “bilanci partecipati”, coinvolgendo
gli abitanti delle città , e così anche in Italia si è aperta una stagione di
studio e sperimentazione sui “Nuovi Municipi”. E’ chiaro a tutti noi che
queste pratiche (bilanci, municipi) non possono essere fini a sé stessi, ma
debbono portare a risolvere il problema del reale potere dei cittadini. Anche
su questo tema Aldo Capitini ha visto giusto, con un incredibile anticipo
rispetto a noi, che abbiamo sempre l’impressione di arrancare sulle sue orme.
La nonviolenza nel passaggio alla società transculturale Appunti per la
trasformazione dei conflitti interculturali
di Pasquale Pugliese
Un tragico luglio
Ho scritto le righe che seguono nel luglio del 2005 segnato dai 56 morti
degli attentati di Londra e dagli oltre 80 di Sharm El Sheikh (oltre alle
centina di civili irakeni che nessuno ormai conteggia più), dall’evocazione (o
sarebbe meglio dire l’invocazione?) sui media dello “scontro di civiltà” e dalla
messa a punto, in un parlamento mai tanto bipartisan, del giro di vite
repressivo ed espulsivo nei confronti degli immigrati (in specie clandestini),
come misura di sicurezza. E dire che il mese si era aperto con il decennale
dell’eccidio di Sebrenica, in cui la tragedia (7.000 musulmani bosniaci uccisi
in 5 giorni dai serbi cristiani) si era svolta a ruoli invertiti… Le ho
scritte perché credo che sia un terribile errore lasciarsi chiudere nella
spirale di paura e violenza che tanti cattivi maestri, da una parte e
dall’altra, stanno irresponsabilmente alimentando, in un macabro gioco globale
in cui guerra, terrorismo e repressione si alimentano a vicenda. Mi pare invece
importante fermarsi a riflettere su un elemento decisivo, quanto trascurato: i
quattro attentatori suicidi di Londra erano figli di pakistani immigrati in
Inghilterra all’inizio degli anni `90, gente che ha lavorato sodo, ha fatto di
tutto per integrarsi e si è costruita una famiglia e una posizione attraverso
una vita dedicata al sacrificio per affermarsi socialmente. “Gli attentatori
suicidi di Londra” come ha scritto a caldo Khaled Fouad Allam “sono
l'espressione estrema di una generazione euro-musulmana che è "border line", che
non si riconosce né nella cultura dei genitori né in quella occidentale. Essendo
priva di riferimenti, è alla ricerca di un'identità che rischia di essere
offerta solo dai cattivi maestri del jihadismo»1. Ossia giovani invischiati
nell’escalation di un personale conflitto interculturale che l’ideologia
terrorista ha infine reso armi viventi. Insieme all’impegno per il ritiro
dall’Iraq delle truppe occupanti - le cui atrocità fanno parte dei video di
propaganda dell’internazionale del terrore per il reclutamento dei nuovi martiri
– capire che cosa accade quando persone appartenenti a culture differenti
con-vivono sullo stesso territorio, quali sono i conflitti profondi (anche in
senso personale e temporale) che si aprono e fare un investimento di idee e di
risorse sulla loro mediazione e trasformazione nonviolenta, penso sia oggi il
più importante passo politico e culturale verso la sicurezza di tutti. Questi
appunti vogliono essere un piccolo contributo.
Culture e conflitti
Se, come sostiene J. Galtung, gli stadi evolutivi nelle relazioni
interculturali sono quattro – intolleranza, tolleranza o multiculturalismo
passivo (società multiculturale), dialogo o multiculturalismo attivo (società
interculturale), transculturalismo (società transculturale)2 – il passaggio
dall’uno all’altro non è lineare né indolore. La società italiana negli
ultimi quindici-venti anni sta attraversando un’accelerazione di complessità
dovuta al crescente ingresso di popolazione immigrata, proveniente dai diversi
meridioni ed orienti del mondo, e l’incontro con persone portatrici di culture
altre ha visto diverse velocità nel passaggio da uno stadio all’altro delle
relazioni reciproche: in alcuni contesti e situazioni sembra di essere fermi
allo stadio dell’intolleranza, in altri si aprono spazi di dialogo che
anticipano la società inter e trans-culturale. Poiché le dinamiche globali del
sistema-mondo lasciano prevedere una crescita costante delle presenza di
cittadini stranieri sul territorio italiano, dobbiamo prefigurarci – nonostante
le miope legislazione nazionale e le rozze politiche pseudosecuritarie che
incentivano la xenofobia - una società che diventerà nel futuro prossimo
progressivamente trans-culturale, ossia trasformata culturalmente dagli innesti
apportati dalle differenti culture che sempre più abiteranno i “nostri” luoghi.
L’incontro tra le differenze è naturalmente generatore di conflitti, anzi –
come dice bene Giuseppe Bugio – “incontriamo un conflitto ogni volta che
incontriamo una differenza. Conflitto è un altro nome della differenza”3. E
poiché la cultura, come ci ricorda ancora Galtung rappresenta il profondo, “il
subcosciente collettivo di significati condivisi: le norme che non passano per
il cervello che abbiamo in testa, ma si ancorano piuttosto al cervello che
abbiamo nello stomaco”4, è facile prevedere un inasprimento dei conflitti
interculturali che, se lasciati a se stessi, non governati - né mediati né
trasformati – possono innescare processi incontrollabili di escalation. Si
tratta allora di non nascondere o sottovalutare o demonizzare i conflitti
interculturali, ma di attrezzarsi per affrontarli e trasformarli affinché da
potenziale terreno di scontro diventino feconda occasione di incontro. A
questo scopo le culture e le pratiche della nonviolenza mi sembra siano dotate
di strumenti concettuali e metodologici adeguati, sia perché ormai affinati sui
molteplici fronti dei conflitti (diretti, strutturali e, appunto, culturali),
sia perché molte delle più significative esperienze di nonviolenza del secolo
scorso si sono confrontate proprio con queste questioni. Gandhi ha elaborato il
nucleo fondamentale del satyagraha in Sudafrica attraverso il confronto con il
segregazionismo e poi, una volta in India, si è misurato ed è stato infine
sopraffatto dal conflitto tra islamici ed induisti e M.L.King ha fatto della
lotta contro le leggi segregazioniste negli USA lo scopo di una vita, solo per
citare i casi più noti e paradigmatici. Da noi, Alex Langer, è stata la voce che
più di altri si è levata come monito a porre attenzione alle questioni
interculturali, anche in relazione all’esplosione della guerra nei Balcani:
“esplosioni di razzismo, sciovinismo, razzismo, fanatismo religioso, ecc. sono
tra i fattori più dirompenti della convivenza civile che si conoscano (più delle
tensioni sociali, ecologiche o economiche), ed implicano praticamente tutte le
dimensioni della vita collettiva: la cultura, l’economia, la vita quotidiana, i
pregiudizi, le abitudini, oltre che la politica o la religione. Occorre quindi
una grande capacità di affrontare e dissolvere la conflittualità etnica”5.
Perciò è utile provare a mettere insieme qualche elemento che ci aiuti a
tracciare dei segni nonviolenti di orientamento sul terreno dei conflitti
interculturali, senza alcuna pretesa di organicità.
Le arene dei
conflitti interculturali
I conflitti interculturali, proprio perché rimandano alla dimensione più
profonda delle relazioni umane, hanno la caratteristica di potersi sviluppare
sui diversi piani della scala quantitativa e dell’intensità qualitativa. Usando
la griglia elaborata da Arielli e Scotto6, possiamo esemplificare alcune arene
dei conflitti interculturali che ci danno il senso di quanto sia ampio lo
spettro delle situazioni che possono rientrare in questa definizione:
Conflitti intra-unità Conflitti inter-unità Persona (micro) Senso
di spaesamento e separatezza tra la cultura di riferimento familiare e quella di
accoglienza che vivono, soprattutto, i bambini e gli adolescenti di famiglie
immigrate Forme di pregiudizio e atteggiamenti di discriminazione che
attraversano molte relazioni inter-individuali nei diversi ambiti della vita
sociale Gruppo (meso) Diffidenza all’interno di alcune comunità
rispetto ai membri del gruppo maggiormente integrati (o assimilati) alla cultura
ospitante Tensioni tra comunità culturali differenti che abitano lo stesso
territorio (es. scontri tra bande giovanili composte per nazionalità di
riferimento) Società/stati (macro) Rivendicazioni civili politiche e
sociali da parte delle minoranze religiose, culturali e nazionali presenti sul
territorio dello Stato Guerre e terrorismo internazionale interpretate
come Scontro di civiltà (Samuel Huntington), ossia la “profezia che si
autoavvera” (come evidenziano efficacemente Arielli e Scotto, “gli interventi
statunitensi e occidentali nel Medio Oriente vengono sempre più percepiti nei
termini dello “scontro tra civiltà”, e testi come quelli di Huntington non si
limitano a “chiarire” il fenomeno, ma contribuiscono in parte a “produrlo”,
perché incentivano una cultura dello scontro”7)
Apparentemente distinte, le diverse – realistiche - rappresentazioni
proposte hanno un filo che le lega. Per esempio, credo che sarebbe molto
interessante ricostruire la storia del processo di dis-integrazione degli
attentatori suicidi nella metropolitana di Londra, cittadini britannici a tutti
gli effetti. Che esito hanno avuto i diversi conflitti interculturali che hanno
attraversato le loro storie di vita personali?
Comunicazione e cornici culturali
“Non si può non comunicare” afferma il primo assioma di Watzlawick in
Pragmatica della comunicazione umana8. Ossia anche quando la nostra bocca tace
il nostro corpo parla, attraverso la postura, l’espressione del viso, la
vicinanza, la gesticolazione ecc… Nel continuo flusso comunicativo coesistono,
infatti, due livelli di espressione, quello esplicito del contenuto detto e
quello implicito, simbolico, sulla relazione tra i comunicanti che fornisce le
informazioni su come interpretare il contenuto. E’ questa la meta-comunicazione,
la cui interpretazione corretta è la condizione indispensabile per lo
svolgimento di qualsiasi comunicazione efficace. Al di là delle diversità di
codici linguistici è infatti proprio la diversità dei codici simbolici che
differenzia sostanzialmente la comunicazione intra-culturale da quella
inter-culturale. Come spiega Graziella Favaro, “nella prima ciò che tutti diamo
per scontato in quanto membri di uno stesso contesto culturale ci aiuta a
comprenderci l’un l’altro; nel secondo caso ciò che diamo per scontato può
ostacolare o rendere più difficile la comunicazione reciproca”9. Infatti,
ciascuno dei comunicanti di differente cultura utilizza competenze comunicative
diverse, efficaci e pertinenti nei propri contesti di riferimento, ma
probabilmente inefficaci - inopportuni o disorientanti o addirittura
controproducenti - in altri contesti. E ciò è spesso causa di piccoli e grandi
“incidenti interculturali” che possono dare luogo all’avvio di conflitti su
tutte le arene. “A Trinidad, dopo aver inutilmente tentato di chiamare gli
indigeni presso la nave mostrando degli oggetti, Cristoforo Colombo cerca di
attirarli improvvisando una “fiesta”. Così scrive nel diario: - Feci salire sul
castello di poppa un tamburino che suonava e alcuni ragazzi che ballavano,
pensando che si sarebbero avvicinati a vedere la festa. La risposta degli
indigeni non si fa attendere: - Appena ebbero sentito suonare e visto ballare,
lasciarono i remi e posero mano agli archi e li incoccarono e ciascuno di essi
imbracciò il suo scudo e incominciarono a tirarci frecce”10 Lo stesso evento
è letto e interpretato attraverso le diverse “cornici culturali” di cui ciascuno
è parte, perché assorbite fin da bambino all’interno della propria comunità: la
danza è segno di festa all’interno di una cornice e dichiarazione di guerra
nell’altra. Le cornici sono perciò le “premesse implicite” attraverso le quali
diamo senso, operiamo nel mondo e ci relazioniamo con gli altri, dandole per
scontate. Al loro interno vi sono diversi piani di profondità decrescente in cui
ciascuno illumina e indirizza l’altro: a)il piano ontologico dei
valori b)il piano delle rappresentazioni e delle norme c)il piano dei
comportamenti e delle pratiche culturali11 Ma nelle relazioni interculturali
fermarsi al comportamento agito c), decodificandolo reciprocamente secondo i
propri piani a) e b) significa condannarsi all’incomunicabilità e poi
all’ostilità.
Shock culturali ed empatia
Come per altre tipologie di conflitti, anche in quelli interculturali – sia
che ci troviamo coinvolti direttamente sia che operiamo come terze parti (perché
insegnanti, educatori, operatori sociali o operatori di pace…) – per lavorare
alla loro trasformazione costruttiva, è necessario tenere presenti i tre
elementi necessari della trasformazione dei conflitti: empatia, creatività e
nonviolenza.12 Nel caso degli incidenti interculturali - eventi critici
definiti anche shock culturali - particolarmente importante, e anzi
indispensabile punto di partenza, è l’empatia, non solo come elemento
caratterizzante la “personalità nonviolenta”13, ma soprattutto come, diciamo
così, approccio epistemologico alla relazione: ossia disposizione a mettersi dal
punto di vista dell’altro, a provare a guardare le cose dalla sua angolazione
culturale. Avere un approccio empatico all’altro, al differente da noi, ci
consente infatti di avviare un processo di apertura e ampliamento della
conoscenza che si sviluppa attraverso3 tappe:
1.prendere coscienza dalle nostre cornici Le coordinate culturali nelle
quali siamo immersi fin dalla nascita (e che condizionano e influenzano i
comportamenti e le pratiche) ci appaiono come naturali fino a quando non veniamo
a contatto (o in conflitto) con altre coordinate e cominciamo a capire che,
queste come quelle, sono un prodotto complesso di elaborazione storica. Sono una
cornice che dà senso agli avvenimenti del mondo, analogamente a quanto fanno le
cornici di cui sono portatori gli altri. Perciò l’incontro con il differente
da noi ci consente di conoscere meglio noi stessi
2.avviare il decentramento cognitivo A questo punto comincia il
superamento dell’egocentrismo – che Piaget indica come fase transitoria del
bambino piccolo, che è in grado per esempio di comprendere chi è straniero per
lui ma non che anche lui è straniero ad altri, e che invece sul piano culturale
si prolunga, a volte, per tutta la vita e può diventare ideologia
(etnocentrismo) – e si dà l’avvio al decentramento cognitivo. Ossia alla
capacità di leggere gli eventi anche a partire da codici culturali differenti
dai nostri, “uscendo” in qualche modo dalla nostra cornice. Perciò
l’incontro con il differente da noi aiuta ad aumentare il proprio campo visivo
3.operare per “doppie visioni” Infine siamo pronti, all’interno di un
incidente culturale piccolo o grande che sia, ad operare non per semplice
azione-reazione ( aut-aut) ma per doppie visioni (et-et), cercando di dare
all’evento critico diverse interpretazioni, senza giudizio di valore, per
comprenderne le ragioni a partire dalle differenti cornici di riferimento
Due litiganti vengono portati davanti ad un giudice conosciuto da tutti per
la grande saggezza. Il giudice, dopo aver ascoltato il primo litigante,
commenta: "Hai ragione”. Poi, sentito anche il secondo, anche a lui dichiara:
"Hai ragione”. Si alza uno dal pubblico che esclama:" Ma Eccellenza, non possono
aver ragione entrambi”. Il giudice ci pensa su un attimo e poi, serafico: "Hai
ragione anche tu” A commento di questa storiella Marianella Sclavi scrive:
“il senso comune e la logica classica ci dicono che se tutti hanno ragione non
si è più in grado di decidere niente, si rimane bloccati. Questo è vero quando
operiamo in “sistemi semplici” entro i quali prevalgono le stesse premesse
implicite. Invece nel dialogo interculturale e più in generale nella gestione
creativa dei conflitti l’assumere che tutti hanno ragione è la condizione per
fare dei passi avanti”14 Perciò l’incontro con il differente da noi è
un’indispensabile tappa verso la ricerca della verità
Stereotipo, pregiudizio, discriminazione
Un ostacolo che può bloccare
il processo di empatia cognitiva, impedendo così di operare efficacemente alla
trasformazione dei conflitti interculturali con creatività e nonviolenza, è il
processo che dalla “categorizzazione” porta allo stereotipo e poi al pregiudizio
e alla discriminazione. Vediamo velocemente di che si tratta. I manuali
di psicologia sociale spiegano che classificare alcune persone come “stranieri”
è parte di quel processo di categorizzazione cognitiva in base al quale gli
individui ordinano e semplificano l’insieme dei dati che proviene dal mondo
esterno, al fine di dare senso alla multiforme realtà e poter agire al suo
interno. Parte integrante di questo processo sono i meccanismi di
“semplificazione” e “distorsione percettiva”: vengono enfatizzati i dati che
consentono di inserire un elemento in una determinata categoria (mentre sono
depotenziati quelli che porrebbero difficoltà d’inserimento) in modo da
realizzare per ciascun dato della realtà il “miglior adattamento” possibile. Per
l’inserimento nella categoria “straniero”, per esempio, si enfatizza – tra le
altre cose – la non conoscenza della lingua italiana, minimizzando le differenti
competenze linguistiche di ogni singolo “straniero”. Naturalmente la costruzione
delle categorie non è neutra ma avviene all’interno del processo di
apprendimento sociale delle cornici culturali, per cui siamo portati a leggere
il mondo attraverso le categorie proprie della nostra cultura di
riferimento. Quando ad una categoria sociale si attribuiscono poi determinate
caratteristiche - a partire dalla conoscenza diretta o indiretta di qualche
membro di essa che è portatore di quella caratteristica, estendendola quindi a
tutti i membri della categoria e infine a ciascuno di essi – si schematizza e
cristallizza una realtà in movimento, creando lo stereotipo. E’ questa una forma
di scorciatoia cognitiva, la generalizzazione, che ci induce a considerare
ciascuno non in quanto persona singola ma solo come membro del gruppo di
appartenenza. Si parla poi di pregiudizio quando allo stereotipo si
aggiungono giudizi di valore accompagnati da emozioni, che rimangono inalterati
anche di fronte a nuovi elementi di conoscenza. Come spiega Aluisi Tosolini: “se
riteniamo, pregiudizialmente, che ad un dato gruppo di persone ben si attaglia
l’etichetta di “ladri” (per esempio i rom), ben difficilmente cambieremo
opinione di fronte a persone che in tutta evidenza si comportano in modo
difforme dal nostro pregiudizio. E se proprio non riusciamo a reggere la
dissonanza cognitiva generata da un comportamento impensato (per esempio un
ragazzo rom che ci insegue per restituirci il portafoglio perso o la borsa
dimenticata) possiamo fare ricorso alla logica dell’eccezione. Che, al solito,
conferma la regola”.15 Quando dallo stereotipo e dal pregiudizio si passa
all’azione conseguente ecco che entriamo nel campo della discriminazione vera e
propria, individuale, e/o sociale e/o politica. E gli esempi nella storia e
nella cronaca non mancano. 16
Nonviolenza e mediazione culturale
Nel contesto italiano attuale non
siamo ancora giunti a forme di discriminazione propriamente detta, almeno
diffusa in dimensioni socialmente significative, perciò l’intervento nonviolento
nei conflitti interculturali può ancora essere considerato di carattere
preventivo. Se infatti utilizziamo come strumento di analisi il triangolo
dei conflitti di Galtung17,
B comportamento
--------------------------- linea della latenza
A atteggiamento C contraddizione
vediamo che i tre elementi che compongono tutti i conflitti (diversamente
combinati a seconda che si tratti di conflitti semplici o complessi, con due o
più attori ecc.), sono A l’atteggiamento, ossia la disposizione e i presupposti
anche individuali, C la contraddizione, ossia il contenuto, il problema, e B il
comportamento (in inglese behavior) l’azione messa in pratica. Gli elementi A e
C sono latenti, ossia spesso non emergono con evidenza, mentre l’elemento B è
manifesto. In questa delicata fase di trasformazione sociale e culturale del
nostro paese, i conflitti interculturali sono caratterizzati da una forte
presenza dei due elementi conflittuali latenti: gli atteggiamenti, per esempio
sui piani della categorizzazione, dello stereotipo e del pregiudizio, e le
contraddizioni, rappresentate dai molti incidenti/shock culturali. Sono dunque
presenti, in maniera crescente, entrambi i presupposti di base necessari per far
compiere ai conflitti il balzo – più spesso di quanto ancora non avvenga – dal
piano della latenza a quello del comportamento, che potrebbe manifestarsi anche
in forme di discriminazione e violenza. Se a queste condizioni infatti
aggiungiamo il martellamento sempre più assordante sul pericolo islamico che
svolgono parte degli intellettuali, della stampa e del mondo politico e
specularmente la propaganda jihadista che si diffonde anche in alcune moschee
italiane, che armano gli animi di sentimenti xenofobi e guerrafondai da un lato
e violenti e fondamentalisti dall’altro, è evidente che lo scenario della
diffusione di comportamenti violenti sulle diverse scale - dalla discriminazione
sui banchi di scuola, al razzismo culturale, al terrorismo suicida - può farsi
sempre più concreto, anche in Italia. La partecipazione italiana alla guerra e
le organizzazioni terroriste internazionali buttano intanto benzina sul
fuoco... Per questo è importante intervenire con la nonviolenza prima che ciò
accada e bisogna, come direbbe Danilo Dolci, fare presto(e bene). In questo
senso un’esperienza che, a mio parere, andrebbe fortemente ri-lanciata,
ri-motivata e sostenuta è quella dei mediatori culturali. Attualmente si tratta
di una incerta categoria professionale, poco numerosa, con una formazione
insufficiente e spesso usata dai servizi sociali, educativi e sanitari come mera
riserva di interpreti e traduttori. E invece l’investimento politico e sociale
sulla mediazione per la trasformazione dei conflitti interculturali è un terreno
d’intervento cruciale, al fine di rendere meno traumatico, per quanto possibile,
l’inevitabile passaggio alla società trans-culturale. Consentendo di operare
inoltre sul serio in funzione della sicurezza di tutti, che è data non dalle
severe leggi repressive ma dalle buone pratiche relazionali. Si tratta di
formare molti più mediatori proprio tra i giovani delle diverse comunità
culturali e nazionali presenti nelle nostre città e nei loro percorsi di studio
bisognerebbe inserire specificamente la nonviolenza, come filosofia e metodo di
lettura e trasformazione dei conflitti. Si tratterebbe di farne quei
“costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera, veri e
propri “traditori della compattezza etnica” che però non si devono mai
trasformare in transfughi”, secondo il profilo “professionale” che tracciava
Alex Langer18. In questa direzione qualcosa si comincia a muovere a livello di
master universitario19, ma è insufficiente. Ciò di cui c’è bisogno è una
moltiplicazione delle persone e dei luoghi capaci di sostenere la mediazione
interculturale nel basso; capaci di costruire ponti, tessere reti e ricostruire
relazioni interrotte tra le persone e le comunità negli interstizi sensibili dei
molti territori locali segnati dai conflitti, dentro le nostre città e i nostri
quartieri. Insomma l’ aggiunta nonviolenta alla prevenzione e mediazione dei
conflitti interculturali, nei livelli micro e meso-sociale, si prospetta come un
contributo ideale e metodologico alla costituzione di un corpo civile
interculturale di mediatori esperti in trasformazione nonviolenta dei conflitti.
Piano ontologico e dei valori Appartenenza religiosa Concezione della
vita/della morte miti di fondazione sfera
pubblica/privata autorità/libertà individuale solidarietà tabù e
pudore concezione della natura
Piano delle rappresentazioni e delle norme modalità di apprendimento e di
comunicazione rapporto tra oralità e scrittura diritti e doveri degli
individui: leggi codificate e tradizioni concezione del tempo, spazio,
corpo rappresentazione di malattia e salute concezione della
famiglia relazioni interpersonali: uomo e donna, anziani e giovani, genitori
e figli concezione del lavoro, dei beni e del denaro
Piano dei comportamenti e delle pratiche culturali Messaggi
verbali Messaggi non verbali Linguaggio del corpo modalità di occupare
lo spazio modalità di gestire il tempo modalità di stabilire relazioni
interpersonali; saluto, contatto, distanza … elaborazione di progetti
individuali strategie di apprendimento cibo, abbigliamento, segni
esteriori….
1 da Graziella Favaro Manuela Fumagalli Capirsi diversi. Idee e pratiche di
mediazione interculturale, Carocci, Roma 2004
2 Da Analisis y resolucion de conflictos interculturales Assoc. Amani. Ed.
Popular. Madrid 1995, in italiano in Io non vinco tu non perdi UNICEF, Roma
2004
LE 10 CARATTERISTICHE DELLA PERSONALITA’ NONVIOLENTA
Il coraggio
Di Lidia Menapace
A lungo nell'anatomia animistica che gli antichi ci hanno tramandato ci si è
chiesto dove avessero sede varie facoltà, competenze, sentimenti. A cominciare
dalla vita, simboleggiata nel fiato, vento, anemos, animus, respiro, spiritus.
Per i Greci il fegato era la sede dell'ardimento (del resto ancora diciamo: che
fegato!), lo era anche per i Romani, che tuttavia legavano il coraggio piuttosto
all'essere maschio: virtus è la stessa cosa che virilità, una qualità tipica
dell'uomo, perciò quel tipo di coraggio che serve nella guerra, virtus significa
valore militare e nel cristianesimo è il risultato della guerra simbolica contro
il male, lotta che fa diventare "virtuosi". Meravigliava nei primi secoli
l'ardimento e il sacrificio anche delle donne che testimoniavano la loro fede
durante le persecuzioni come martiri e spesso nei martirologi si legge che
andavano oltre la debolezza tipica del loro genere e raggiungevano il massimo
ardire, valore ecc. "Vir facta sum" dice di sè una martire. Il termine
coraggio è più recente, è di origine cavalleresca francese medioevale. Coraggio
è dunque avere cuore. Nel cuore sono quelle stesse qualità che i Greci
collocavano nel fegato e i romani nell'uomo, temperate tuttavia dal fatto che la
cultura trobadorica aveva espressioni meno corrusche e violente, era più ricca
di sentimenti dolci: di conseguenza con "coraggio" da allora non si indica solo
una qualità adatta allo scontro militare. Poichè tuttavia resta sempre molto
presente la scena, il set del duello, si comincia a indicare col termine
"coraggio civile" un'altra forma di ardire, che non è -per l'appunto- militare.
Ecco dunque sciorinata un po' di storia, che ci aiuta a capire quali
caratteristiche evoca nel profondo di noi la parola coraggio: sempre una qualità
un po' rude, brusca, forte, pesante, un sentimento duro, una esperienza
limite. Sicchè l'immaginario popolare lega il coraggio agli strumenti della
violenza, all'addestramento allo scontro, alla capacità di lotta, alla forza
nell'affrontare situazioni cariche di rischio, e nega tali qualità a chi fa
professione di nonviolenza. Un che di femmineo, nel senso deteriore del termine,
resta legato a tale scelta, come se chi si dichiara nonviolento non avesse
coraggio. Dunque è molto importante riflettere se il coraggio, l'avere cuore e
non lasciarlo cadere nelle situazioni difficili sia incompatibile con la
nonviolenza . Ma prima di affrontare il tema nonviolenza-coraggio civile
vorrei accennare a un argomento che mi inquieta da un po': capitano guerre,
terrorismo, eventi calamitosi, delitti efferati, le persone temono per la loro
sicurezza e chi ha il potere continua a prendere decisioni per "dare sicurezza":
espulsioni , invii di armati, deterrenti sociali vari: siamo circondati di
rassicurazioni e la nostra paura cresce , è un sentimento diffuso incerto
angoscioso. Delitti tremendi (madri che uccidono figli, spesso dichiarando di
sentirsi incapaci di gestirli), innamorati assassini, uxoricidi, pirati della
strada, incendi di case abitate da poveri immigrati, naufragi, disastri aerei,
luoghi di detenzione per persone che non hanno commesso reati (siano prigionieri
di guerra, siano clandestini della migrazione), uso della tortura. E su tutto
continua a risuonare la voce ardimentosa dei "capi" che vantano la loro durezza,
che non prendono in considerazione la resa, continuano nelle violenze.
"Vinceremo!" grido insensato che risuona beffardo e ridicolo alla memoria di
molti tra noi. E' coraggio? a me sembra piuttosto ybris, la parola greca con
la quale gli antichi indicavano una forma di coraggio che sfida la ragione, ama
il rischio, vuole la supremazia. Molti miti ce ne parlano: Adamo ed Eva sfidano
la conoscenza e vengono cacciati dall'Eden, Prometeo vuole il possesso del fuoco
e Giove lo condanna ad avere il fegato perennemente mangiato dall'aquila,
incatenato su una rupe, Giobbe subisce una immotivata persecuzione divina. Il
mito è pieno di personaggi che non accettano limiti o non accettano ingiustizie
e persino quando -come Giobbe- non replicano vendicandosi, il loro coraggio è
tale che come capita anche nel teatro tragico greco la tenace resistenza, la
pazienza proverbiale del personaggio che soccombe, è più forte della prepotenza
di chi vince. Con ybris i greci indicavano un sentimento di superiorità
attribuito a chi lancia tali sfide: la radice della parola si ritrova in ueber,
over, sopra, iper: insomma in tutte le lingue indogermaniche il prefisso che
regge la parola ybris indica superiorità, sopraffazione, sovranità . E suscita
la vendetta del potere supremo. Si tratta di una primitiva idea di giustizia
come vendetta e ripristino dell'equilibrio etico attraverso la pena. Ma comunque
indica un coraggio che non accetta limiti e provoca una risposta tremenda.
Quando Bush ha detto: "Il nostro standard di vita non tollera riduzioni", ha
pronunciato una frase carica di ybris e la sprezzante e tremenda risposta di
Katrina davvero sembra presa dal mito greco o dal racconto evangelico delle
vergini stolte. Si capisce da qui che non è coraggio quello che non include
coscienza del limite, misura della risarcibilità, ripristino dell'equilibrio
violato. A me pare che oggi sia di ragione avere coraggio calcolato, non
considerare umano lo sprezzo del pericolo, il disprezzo della vita, il
calpestamento della natura, il misconoscimento dei diritti. Tutte funeste
espressioni di temerità ybris demenza irrazionalità, cui non riconosco titolo di
coraggio, che invece sta nell' affrontare insieme i rischi inevitabili e nel
ridurli, nell'intervenire con mezzi non distruttivi, nel rispettare i diritti di
tutti e tutte, anche quando essi non vengono riconosciuti. Il coraggio civile
che accompagna la nostra vita quotidiana affronta spesso rischi difficoltà
malattie morte miseria dolore solitudine: lì essere senza coraggio non si può:
bisogna pur sovvenire chi ha bisogno, sostenere chi è sconfortato, aiutare chi è
in difficoltà, impegnarsi per il rispetto dei diritti, amare più la giustizia
che la beneficenza. Resta una qualità un po' severa, forse: ma ci si può
anche sempre ridere sopra, farci pratica di understatement, ridurne gli aspetti
truci, raccontare quanta paura si è dovuta vincere per avere coraggio. Il
coraggio non è infatti assenza di paura, ma capacità di governarla. Racconto
sempre di una notte dell'inverno 1944, quando portavo un messaggio a formazioni
partigiane sulle rive del Lago Maggiore e imboccando, senza documenti durante il
coprifuoco, una salita in una gelida stagione innevata (tutto il contorno
dell'horror c'è) mi bloccai, perchè da una svolta vidi spuntare la canna di un
fucile -immobile- e a mia volta restai ferma, poi mi rimisi in moto facendo con
gli scarponi il massimo rumore possibile per far venir fuori chi imbracciava
l'arma e rifilargli la "scusa" che faceva parte della mia copertura, se era un
repubblichino o un nazi, o riferire il messaggio, se era il mio contatto. Ma
niente succedeva e ancora mi vengono i brividi dalla paura e mi ricordo passi
sempre più lenti e timorosi finchè la vicinanza mi rivelò che la famosa canna di
fucile era la stanga di un carretto che sporgeva dalla svolta e la risata
liberatoria fu il segno che avevo finalmente coraggio.
Educarsi alla pace Dal 31 luglio al 7 agosto si è svolto a San Mauro La
Bruca, nel parco nazionale del Cilento in provincia di Salerno, il campo
organizzato dal Movimento Nonviolento intitolato “Educarsi alla pace”, riservato
ai giovani dai tredici ai diciotto anni e alle loro famiglie. I partecipanti
sono stati dodici, di cui nove ragazzi e tre adulti. Relatore è stato Gianni
D’Elia, che ha proposto un percorso articolato in tre momenti: il passato
(ricostruire nostri momenti in cui abbiamo vissuto spazi di pace), il futuro
(immaginiamo un mondo fra trent’anni senza violenza); il presente (come
costruire oggi la pace?). L’ospitante Beppe Amorelli ha dimostrato grande
disponibilità nel mettere a disposizione la sua casa, che per la posizione e per
la struttura ben si presta per ospitare altri campi e anche per essere una
struttura fissa del Movimento Nonviolento. L’ubicazione decentrata al sud può
creare problemi logistici, ma è al tempo stesso una possibilità per non limitare
il nostro raggio d’azione alle regioni centro settentrionali. Amorelli ha
espresso già nel passato la sua disponibilità a mettere la sua casa a
disposizione del Movimento Nonviolento e quindi ora tocca a noi cogliere questa
sua offerta e farla fruttare. Gli ospiti del campo hanno dimostrato grande
partecipazione in tutte le attività, nei lavori, nelle relazioni interpersonali
e nei momenti di divertimento. Non si è verificato alcun problema di nessun
genere. Si è creata una particolare atmosfera di unione fra tutti, facilitata
dalla giovane età dei partecipanti, e ciò ha aiutato lo svolgersi al meglio del
campo. La presenza di famiglie non ha creato problemi. E’ tuttavia questo un
elemento di cui tener conto per eventuali futuri campi simili. Infatti la
presenza dei genitori potrebbe da un lato inibire la possibilità espressiva dei
ragazzi e dall’altro creare un conflitto di ruoli. Ad esempio, se un giovane
dovesse comportarsi in maniera scorretta, chi dovrebbe intervenire? Il suo
genitore o il coordinatore? Il rischio è che, se ognuno dei due ruoli delegasse
all’altro l’intervento, il comportamento negativo potrebbe non essere
stigmatizzato. O, al contrario, che uno dei due ruoli si sentisse scavalcato ed
esautorato dall’intervento dell’altro. Il mio parere è che tale problema può
essere risolto valutando il tipo di mancanza su cui intervenire. Se relativa
alla sfera personale (ad esempio un gesto di maleducazione) può essere il
genitore a riprendere il figlio; se relativa invece alla conduzione del campo è
compito del coordinatore intervenire. Ripeto che nel mio campo tali
problematiche non si sono presentate, ma in vista di futuri campi analoghi
sarebbe opportuno prevenire il sorgere di conflitti di tale tipo per evitare
problemi durante la conduzione del campo. Prima dell’inizio del campo ero
preoccupato, in quanto è la prima volta in assoluto che un campo viene
organizzato per ragazzi minorenni e dunque, non avendo esperienze pregresse,
poteva risolversi il tutto anche in un amaro fallimento. Ora che il campo si
è svolto, la mia personale soddisfazione è massima. Ritengo che sia opportuno
che il Movimento Nonviolento si occupi maggiormente dei giovani adolescenti, in
quanto essi saranno la prossima generazione e quindi è nostro dovere
imprescindibile presentar loro l’alternativa nonviolenta. Inoltre potremmo
rivolgere maggiormente la nostra attenzione ai ragazzi fra i tredici e i
diciannove anni con varie iniziative: una rubrica a loro dedicata su “Azione
nonviolenta” e promuovere sezioni giovanili in occasione di marce e incontri. La
loro istintiva capacità di coesione e di divertimento sarebbe un elemento di
cementificazione in vista dello scoprire e poi del vivere l’ideale della
nonviolenza.
Sergio Albesano
Il potere dei senza potere
Resistere oggi significa abbracciare stili di vita basati sulla cooperazione
e sulla fiducia, anziché sull’individualismo imperante: coltivare le relazioni,
le comunità, l’accoglienza, mettersi nelle mani dell’altro, creare legami che
rendano visibile nella quotidianità il dato di fatto: siamo tutti dipendenti gli
uni dagli altri. Resistere significa restare vigili, perché le grandi
ingiustizie che hanno segnato e segnano la storia sono nate dalle piccole
ingiustizie che l’anestetizzazione delle coscienze troppo spesso fa tollerare o
nemmeno riconoscere: il primo passo è non esimersi dal manifestare il proprio
dissenso, nel “micro” come nel “macro”. Resistere significa essere
nonviolenti laddove la violenza ci viene costantemente proposta come modello;
tendere alla coerenza e boicottare le aziende collegate a sistemi di
sfruttamento, sostenendo invece con i propri soldi e le proprie energie le
realtà che lavorano per la nonviolenza.
Questi sono solo alcuni dei frutti della settimana di campo “Il potere dei
senza potere” che abbiamo condiviso dal 7 al 14 agosto, ospiti dell’accogliente
Comunità di Mambre, a San Martino di Busca (CN), o forse dovremmo dire dei semi,
perché di frutti potremo parlare solo quando vedremo se la nostra vita sarà
cambiata almeno un poco. “Sessant’anni fa, la Resistenza si concludeva con la
fine della guerra. Uomini e donne liberi, ma privi di potere, decisero di
lottare rischiando la vita contro il totalitarismo fascista e nazista. Molti di
loro imbracciarono le armi e presero la via delle montagne, molti altri si
opposero come potevano al regime fascista, boicottando con le proprie azioni,
grandi e piccole, gli atti più disumani: i rastrellamenti, le deportazioni...” :
potrà sembrare strano ma un manipolo di 16 persone provenienti da diverse
regioni italiane ha deciso di trascorrere una settimana delle proprie ferie
attratto dalla prospettiva di approfondire queste tematiche e di cercare di
attualizzarle per comprendere quale possa essere oggi il potere dei semplici
cittadini che hanno sogni ed ideali a cui non vogliono rinunciare. E dicendo
approfondire intendiamo davvero dire “andare a fondo”, perché Renzo Dutto della
Comunità, Adriana Muncinelli e Michele Calandri dell’Istituto Storico della
Resistenza di Cuneo, Riccardo Assom e il suo piccolo museo della Resistenza di
Lemma, ci hanno comunicato la passione e la fiducia nell’utilità di fare
memoria, mettendo a disposizione tutta la competenza accumulata in anni di
studio e di lavoro sul territorio. Ad arricchire ulteriormente il programma ci
sono stati film splendidi come Tutti a casa, di Comencini, e documenti d’epoca
tra cui Nascita di una formazione partigiana di Olmi e Le prime bande, condivisi
con la comunità allargata. Certo, abbiamo potuto solo sfiorare la ricchezza
di memoria della Resistenza presente in quest’area del cuneese, così come
abbiamo potuto solo accennare alle prospettive di Resistenza oggi; ciò che
tuttavia abbiamo colto appieno è il legame forte tra il tempo che ci è dato oggi
di vivere e il tempo delle lotte partigiane e dell’opposizione nonviolenta al
totalitarismo, acquisendo la consapevolezza di essere inseriti nella storia, in
continuità con chi ci ha preceduto.
La visita di “pilastri” del nostro movimento come Beppe Marasso, Angela
Dogliotti e Piercarlo Racca, con alcuni dei quali abbiamo anche condiviso la
gioia della danza perché “ad un campo può anche mancare il pane ma non deve
mancare la danza”(B.M.), la camminata in montagna in cui ciascuno ha potuto
sperimentare la propria resistenza... alla fatica, la presenza curiosa dei cani
Bobi e Barabucci, il suono del flauto e della campana tibetana, i lavori nel
bosco, le ricette semplici e gustose, la spesa quotidiana che ci ha fatto
comprendere come sia facile contribuire inconsapevolmente allo sfruttamento, i
massaggi shiatsu generosamente dispensati, i delicati richiami alla disciplina
del milanesissimo coordinatore, il raccontarsi e le discussioni appassionate per
cambiare il mondo (e ridurre le ore di sonno), le sorprendenti e spassosissime
improvvisazioni teatrali, la serata di raccoglimento intorno al fuoco di sabato
sera che abbiamo sostituito alla prevista festa di fine campo per condividere a
nostro modo l’improvviso lutto che ha colpito i nostri ospiti la mattina stessa
(come a ricordarci che il destino si fa beffe dei nostri progetti ma sa essere
molto generoso se siamo in grado di accettarlo), l’espressione di sofferenze,
speranze e gratitudine per ciò che abbiamo imparato gli uni dagli altri in
questa settimana.... tutto questo ha completato la sorpresa e la gioia dello
stare insieme. Se “la notte finisce ed il giorno comincia quando vedi nel
volto di chi ti sta vicino quello di tua sorella e di tuo fratello”, allora i
campi estivi sono un utile strumento per far sì che l’alba sia un po’ più vicina
e ci si possa scaldare nell’attesa.....
Laura Gentili e Claudio Greco
Partire … prima di tutto
A pochi passi da S. Mauro la
Bruca, nel cuore del parco del Cilento, un gruppo di 20 persone provenienti da
ogni parte d’Italia hanno riflettuto dal 21 al 28 agosto sul significato del
viaggio. Il viaggio interiore, quello che porta l’inquietudine della vita o la
ricerca di porti sicuri, ma anche il viaggio attraverso luoghi, persone e
culture diverse. Lo abbiamo fatto sistemando la casa che ci accoglieva, aprendo
e segnando i sentieri del parco, confrontandoci e mettendo in comune le
sensazioni, le difficoltà e le speranze dei “nostri” viaggi. Ci hanno aiutato le
impeccabili coordinatrici Raffaella ed Elena, la conduttrice Paola con le
bellissime immagini dei suoi viaggi e naturalmente Beppe, il padrone di casa,
che ha avuto l’ardire e la pazienza di accoglierci. Una settimana intensa, come
sono sempre i campi Mir-MN, con il potere di rimettere in gioco le energie,
ridare spazio alla serenità e alle sensazioni migliori, anche nella fatica del
confronto. Restano i volti di tutti e le belle chiacchierate, il sudore della
lunga camminata fino alla spiaggia, il tramonto mozzafiato sul mare, le
melanzane quasi tutti i giorni e .. un po’ di nostalgia.
La vita segreta delle parole di Isabel Coixet, Spagna, 2005 62. Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Sezione Orizzonti
Una piattaforma petrolifera nel cuore dell’oceano. Una deflagrazione, un uomo
nell’incendio e poi il buio. Titoli di testa. Il frenetico e indaffarato
ritmo di una catena di montaggio, una qualsiasi, non importa quale.
L’avvicendarsi e lo scorrere di uomini e donne in divisa da lavoro. La macchina
da presa isola il volto di una giovane donna. Il rumore di fondo si fa ovattato:
si scopre che è sorda e può ascoltare solo attraverso un apparecchio acustico;
ma quando vuole isolarsi dal resto del mondo lo spegne e attorno a lei tutto è
silenzio. Da una parte Josef, che dal lettino d’ospedale nel quale è finito
dopo l’incidente, divenuto temporaneamente cieco, manifesta tutto se stesso
attraverso la parola, con ironia, umorismo, per non lasciarsi travolgere dal
dolore provocato dalle ferite fisiche e interiori; dall’altra Hanna, “costretta”
all’isolamento dalla sua menomazione, ma alla ricerca del silenzio come unica e
ultima forma di difesa rispetto alle tragedie e agli orrori che ha dovuto subire
nel corso della vita. Tutto questo intenso e sconvolgente film di Isabel
Coixet ruota attorno a due poli: la parola, il silenzio. Per essere più precisi
il film, come dalle dichiarazioni della regista, intende soffermarsi sul
silenzio prima della parola: «…le parole girano nelle nostre teste, cozzano
contro le corde vocali e combattono per uscire ed essere ascoltate dagli altri.
E qualche volta si perdono in questo tragitto. Questo film vuole raccontare di
queste parole che si perdono e vagano per lungo tempo nel limbo del silenzio
fino a quando, un giorno, fuoriescono e, dal quel momento, nulla le può più
fermare». Il percorso compiuto dalla parola (e dalle immagini) ha qui valore
rivelatore e terapeutico; rivelatore, perchè lavoro di scavo e estrazione dei
segreti della propria esistenza dagli anfratti più oscuri e profondi del
silenzio della coscienza: «…Quando trovo in questo mio silenzio una
parola scavata è nella mia vita come un abisso»1; terapeutico, perché
propedeutico all’incontro, alla conoscenza e, infine, all’amore unica possibile
(forse) modalità di cura delle ferite profonde, fisiche e morali, dalle quali
scaturisce ancora copioso il dolore. Anche se per Hanna tale dolore è enorme,
lancinante, forse impossibile da sanare: in una sequenza tanto perfetta dal
punto di vista filmico e della recitazione quanto straziante per lo spettatore,
confessa a Josef il perché del suo “chiudersi a riccio” e della sua ricerca di
solitudine descrivendo il terribile fardello che la opprime e, probabilmente,
l’avrebbe oppressa per sempre: qualche anno prima, quand’era studente di
medicina nel suo paese natio, la Croazia, nella primavera della sua vita, quando
tutto sembra sorriderti e il futuro non è che un’esaltante avventura appena
iniziata, precipita nell’incubo dello scoppio del conflitto nei balcani;
catturata dai miliziani serbi, insieme alla sua amica del cuore, viene
seviziata, torturata e stuprata ininterrottamente per mesi e mesi. Il passato,
attraverso la parola fuoriesce come il pus scaturisce dalle ferite. La macchina
da presa ci svela quante e quali orribili cicatrici coprano il suo corpo
nudo. La Coixet accompagna per mano lo spettatore all’interno di un autentico
oceano di sofferenza e solitudine. Isolando le vicende al di sopra di una
piattaforma petrolifera piantata in mezzo al mare e abitata da personaggi che,
ciascuno per le proprie ragioni, trovano in essa l’approdo ideale della loro
fuga dalla società. E’ in tale contesto di silenzio e solitudine che per
Hanna e josef la parola si fa prossimità intima, legame profondo, forse amore;
forse, perché su Hanna, come nella realtà è avvenuto a centinaia di migliaia di
donne vittime della violenza del conflitto ed esuli dai balcani, la guerra ha
lasciato una ferita talmente ampia e profonda da rendere impensabile una sua
completa cicatrizzazione: «…voglio passare il resto della mia vita con te», le
rivela Josef; Hanna alla fine accetta pur conservando profonda dentro di sé la
paura che «…un giorno qualunque, in un posto qualsiasi, nella tranquillità della
sua nuova famiglia, potrei mettermi a piangere e a gridare così forte che niente
e nessuno potrebbe mai fermarmi.» Un universo intimo e personale, dunque,
talmente lacerato dall’orrore della guerra e dalla barbarie che neppure il lieto
fine appare pienamente in grado di riconciliare.
Barilla, ultimo atto. O per meglio dire, chi la fa l’aspetti. Questa rivista
si è occupata in passato della composizione azionaria della famosa azienda
emiliana (v. Azione nonviolenta 6/2004) e già nel 2001 un articolo del
sottoscritto segnalava la presenza di una famiglia produttrice di armi nel suo
azionariato: la famiglia Anda-Bührle, presente dal lontano 1979, tramite la
finanziaria Ihag, con una partecipazione del 15% nel capitale di Barilla Holding
ma soprattutto proprietaria della svizzera Oerlikon Contraves (ora ribattezzata
Unaxis). Fondata dal nonno della attuale coproprietaria (con il figlio
Gratian Anda) Hortense Bührle, la società costruisce aerei, cannoni, proiettili
(anche quelli all’uranio impoverito) e varie amenità del genere. Lo scorso anno
ha stretto ancor più i legami con la famiglia di Parma, finanziando l’acquisto
di aziende panificatrici in Germania e Francia. Unaxis, pur con risultati
deludenti, ha avuto un incremento del fatturato del 15% nel 2004 e conta circa
6.800 dipendenti: il mercato degli armamenti non conosce crisi, ed i profitti
maturati hanno sempre bisogno di nuove attività in cui essere reinvestiti. Per
seguire attentamente come vengono impiegati i quattrini imprestati poi, la
famiglia ha ottenuto un posto nel consiglio di amministrazione Barilla,
quest’anno ricoperto da Robert Steven Singer. Personalmente in questi anni ho
sempre masticato a malavoglia spaghetti e biscotti dell’azienda emiliana, ben
sapendo che parte dei suoi profitti sarebbero approdati nelle tasche di
spregiudicati produttori di armi. Non mi arrendevo all’idea che un’azienda con
una buona immagine, prima ad eliminare i giochi a premi nelle confezioni per
ridurne complessivamente il costo, sostenitrice del grano non geneticamente
modificato per i suoi prodotti, dovesse in qualche modo beneficiare, sia pur
indirettamente, simili attività. Sembrava non esserci alcuna soluzione
possibile, vista la determinazione con cui i Bührle hanno difeso per ben 26 anni
la loro partecipazione italiana. Il motto però dice che chi la fa, l’aspetti.
E i finanzieri svizzeri sono stati a loro volta attaccati da due raider
austriaci, Mirko Kovats e Ronny Pacik, che con il loro fondo d’investimento
Victory hanno iniziato lo scorso anno una lunga battaglia di trincea: dapprima
acquistando il 7% di Unaxis, poi incrementando la quota fino al 34% (la Banca
cantonale di Zurigo ha il 20% e la Banque Cantonale Vaudoise il 9%) e trovando
sostegno in altri fondi speculativi per l’assalto finale che ha obbligato i
Bührle a cedere la loro partecipazione di maggioranza. Ora Mirko Kovats è
stato nominato presidente del gruppo, che comunque è sempre più lontano dalla
produzione di armi e sempre più produttore di tecnologie: schermi piatti,
semiconduttori e immagazzinamento dati soprattutto. Potrà quindi integrarlo con
le attività delle sue A-TEC Industries (ingegneria mineraria e macchinari) e Von
Roll Inova (motori elettrici). Barilla invece allontana da sè anche l’ultimo
aspetto deteriore del suo profilo: la famiglia Bührle, pur non essendo composta
da stinchi di santo, continuerà ad affiancare finanziariamente l’azienda
emiliana, ma perlomeno non si trastullerà più con carri armati e caccia da
combattimento. Anche se personalmente continuerò a sgranocchiare gli snack del
commercio equo, vista l’abitudine ormai acquisita in questi anni. Un altro
scontro potrebbe infatti incrinare l’immagine della Barilla nei prossimi mesi: è
di tipo sindacale, ed è causato dalla volontà di chiudere gli stabilimenti di
Matra e Termoli per spostare la produzione all’estero. Ma questa è un’altra
storia, condivisa con molte altre aziende italiane.
Omaggio a Sergio Endrigo, musicista e poeta che ripudiava la guerra e
coltivava la curiosità
“Siamo arrivati fin qui un po’ stanchi e affamati di poesia/ le mani piene di
amore che non vuole andare via/ abbiam vissuto e fatto figli piantato alberi e
bandiere/ scritto mille e più canzoni forse belle forse inutili/ altre emozioni
arriveranno te lo prometto amica mia …” Così si apre la sua ultima canzone e di
certo altre emozioni continueremo a provare grazie alla musica e alle parole di
Sergio Endrigo. Due anni fa, è stato un vero piacere conoscerlo e intervistarlo
per Azione nonviolenta (vedi n. . In quell’occasione ci ha invitato a coltivare
la curiosità, a non subire passivamente quello che passa il mercato in tutti i
campi e soprattutto in quello musicale. Resta il rimpianto di aver perduto
successivamente nuove possibili occasioni di incontro per continuare le
riflessioni e capire meglio il suo pensiero. Non voglio qui dilungarmi sulle
collaborazioni illustri con poeti come Ungaretti, Pasolini o Buttitta, né sui
successi sanremesi o sulle amicizie brasiliane che gli hanno addirittura
dedicato una “Samba para Endrigo” (Toquinho, Vinicius de Moraes) e neanche sul
periodo oscuro in cui ha prodotto canzoni e dischi ricchi di contenuti ma non
arrivati al grande pubblico anche per lo scarso impegno delle case
discografiche. Mi piace piuttosto ricordarlo per qualche aspetto che ci può
interessare direttamente. Sergio Endrigo sapeva sorprendere. Negli anni 60
gli avevano affibbiato l’immagine del poeta triste e malinconico, così come lo
aveva raffigurato Alighiero Noschese in memorabili imitazioni o Cavezzali nei
suoi fumetti sui cantanti (il primo dark italiano…). Invece amava raccontare
spesso barzellette e usava l’ironia come ingrediente fondamentale nelle canzoni
di tutti i tipi e di ogni periodo, basti pensare a “Teresa”, “Perché non dormi
fratello”, “San Firmino”, “Filastrocca vietnamita”, “Se il primo maggio a
Mosca”, “Mille lire”, “Inventario”, “Tango rosso” e “C’era una volta anzi
domani”. Non era credente e non ha voluto un funerale. La città di Roma, dove
si era trasferito da alcuni anni, gli ha dato l’ultimo saluto allestendo la
camera ardente in Campidoglio. Non era credente, ma le sue canzoni toccano
quello che sta alla base della fede, sia quando ha ironizzato sulle religioni
che possono diventare occasioni di divisione o pura superstizione, sia quando ha
saputo raggiungere anche momenti di profondità teologica: “Per tutti c’è un solo
Dio, è solo anche Dio” (“Gli uomini soli”). La critica alla guerra e la
prospettiva di pace è presente costantemente, dai primi agli ultimi album,
trattata spesso in modo non convenzionale, a partire dalla vita quotidiana.
Con “La guerra”, del 1963, viene considerato a ragione un precursore
dell’ondata di canzoni contro la guerra che poi arriveranno verso la fine degli
anni sessanta. Nello stesso album troviamo “La rosa bianca”, su versi del poeta
eroe cubano Jose Martì, presi dal testo già utilizzato dagli autori di
“Guantanamera”; le parole scelte fra tutte le altre da Endrigo, sono uno dei
manifesti poetici della nonviolenza: “per chi mi vuol male e mi stanca/ questo
cuore con cui vivo/ cardi né ortiche coltivo/ coltivo la rosa bianca”. Nel
1966 arriva “Girotondo intorno al mondo”, un’efficace rappresentazione della
pace costruita da ragazzi e ragazze, basata su una poesia di Paul Fort, che
diventerà inno dell’Unicef . Nel 1970 con “L’arca di Noè” indica la via del
piccolo gruppo che, di fronte ai mali del mondo, inizia un viaggio per
ricostruire una vita migliore e ancora nello stesso anno con “Lorlando” Endrigo
si diverte a raccontarci l’assurdità di una guerra considerata santa da ciascuna
delle due parti contrapposte, con una gustosissima descrizione di come i
cristiani e i musulmani si descrivono vicendevolmente. Nel 1974 con “La voce
dell’uomo” ci ricorda la possibilità di lavorare sulla parte positiva che c’è in
ogni essere umano: ”…anche quando è violento e uccide il fratello/ la voce
dell’uomo quando parlo mi risponde”. E’ dello stesso anno l’album “Ci vuole un
fiore”, frutto della collaborazione con Gianni Rodari, indirizzato ai bambini ma
con un occhio ai genitori; proprio da qui viene uno degli inni ecologisti usati
nelle manifestazioni antinucleari degli anni ottanta e altre pillole di
saggezza: ”tanta gente non lo sa non ci pensa e non si cruccia/ la vita la butta
via e mangia soltanto la buccia” (“Un signore di Scandicci”). Il tema della
guerra viene ripreso negli anni successivi e sempre in modo originale, ad
esempio con “Francesco Baracca” del 1982 e “Prima della bomba” del 1986. Con
“Fare festa”, siamo nel 1993, ci offre secondo molti un inno di pace, con un
ritornello indimenticabile: “fanno festa i musulmani il venerdì e il sabato gli
ebrei/ la domenica i cristiani e i barbieri il lunedì”. Potremmo continuare
ad attingere alla sterminata produzione di Sergio Endrigo, trovando altre
citazioni interessanti… e spesso vedremmo emergere prospettive e sollecitazioni
nonviolente, frequenti e significative. Endrigo probabilmente conosceva poco
della nonviolenza specifica, almeno per quanto ci ha fatto capire: potremmo dire
che i contenuti delle canzoni, in un certo senso hanno superato il pensiero
dell’autore e, per un cantautore impegnato, scusatemi se è poco … Oggi che se
n’è andato, mi piace continuare a ricordarlo nell’atteggiamento di sereno
commiato, che ci trasmette con “Una casa al sole”, fra le sue canzoni una delle
mie preferite: “ il mondo è pieno di pace e il futuro è già qui con noi/ pensa
pensa noi due dalle porte e per le strade a salutare/ a salutare cantando la
nostra vita/ che piano piano se ne va ma in piena libertà”.
Il sito ufficiale dove si trovano i testi completi della maggior parte delle
canzoni e numerosi materiali di grande interesse (discografia, storia, aneddoti,
ecc., ecc…): www.sergioendrigo.it
“Esprimiamo preoccupazione per la crescente proliferazione del commercio
d’armi nell’Irlanda del Nord. Vi è una chiara evidenza di come tale commercio
alimenti guerra e violenza nel mondo, specialmente quando le armi arrivano nelle
mani di regimi repressivi e corrotti. Il disarmo e la demilitarizzazione delle
forze paramilitari e delle forze di sicurezza è una parte integrante del
processo di pace. Almeno 900.000 sterline del Fondo Europeo per la Pace e la
Riconciliazione sono stati diretti, attraverso il servizio Invest Northern
Ireland (INI), alla compagnia produttrice di missili Thales Air Defence. Molte
persone pensano che dovrebbe esservi un’inchiesta pubblica per stabilire come
mai i soldi per “la Pace e la Riconciliazione” vengano usati in questo modo. E’
per questo che abbiamo lottato? La “pace” in Irlanda del Nord si ottiene
nell’esportare la violenza e nel guadagnarci sopra del denaro?” Il passo
viene dalla lettera consegnata a mano il 20 maggio 2005 al direttore di INI,
Damien McAuley, dagli attivisti irlandesi nonviolenti di Peace People e Innate
Nonviolence. Belfast ha vissuto grazie a loro due giornate intense e
significative in cui si sono alternate azioni dimostrative e dibattiti. Al
centro di una città che ha conosciuto decenni di incredibili durezze, violenze e
repressioni, durante la manifestazione pubblica del 21 maggio, Kevin Cassidy e
gli altri attivisti ed attiviste hanno pubblicamente “spezzato” fucili e
“disarmato” missili, tutti manufatti costruiti in scala reale da loro stessi. Il
simbolismo, come hanno spiegato, collegava la necessità del disarmo mondiale
alla necessità del disarmo nel contesto irlandese. “Promuoviamo una visione
antica, la nonviolenza, proiettandola nel futuro, perché solo attraverso la
nonviolenza avremo un futuro.” Durante la conferenza tenutasi nello stesso
giorno alla Friends Meeting House, sono intervenuti fra gli altri Patrick
Corrigan di Amnesty International (che ha parlato della connessione delle armi
all’abuso dei diritti umani), Kevin Mullen della “Campagna contro il commercio
d’armi”, Anthony Nicotera (uno dei sette arrestati a Chicago per aver tenuto un
sit in nel quartier generale della fabbrica produttrice di armi della Boeing),
Tim Hourigan dell’Alleanza contro l’aggressione militare (che ha spiegato come
l’Irlanda funga da punto di transito per le truppe statunitensi: un “jet adibito
alla tortura” della CIA, coinvolto con certezza nel rapimento e nella tortura di
“sospettati” di vario tipo, si è fermato nella città di Shannon almeno 14 volte)
e, con grande sorpresa degli astanti, è intervenuto anche un tale Henry Winkler
della fabbrica d’armi Raytheon. Il sig. Winkler, usando una presentazione in
powerpoint, ha spiegato come le armi siano un male necessario, parte della lotta
per la libertà e la democrazia, e come gli USA non abbiamo l’intenzione di
difendere in armi il proprio stile di vita per scopi egoistici, ma solo al fine
di condividerlo con il mondo intero… L’uditorio ha incalzato naturalmente Henry
Winkler con una valanga di osservazioni e domande di tipo piuttosto “reattivo”,
ma costui ha detto di non poter rispondere a tutti, perché c’erano altri
relatori in attesa di parlare, ed ha lasciato la sala. E’ tornato pochi minuti
dopo presentandosi con le sue vere qualifiche: era infatti il rappresentante
della “Campagna per gli investimenti etici”, un gruppo che invita da molto tempo
i rappresentanti della Raytheon ad un confronto pubblico, ma non ha ancora avuto
il piacere di ottenere una risposta. A questo punto la conferenza si è
trasformata in un seminario, in cui relatori e pubblico si sono impegnati a
cercare tecniche efficaci di dialogo e confronto con gli oppositori: cosa dire
ad un rappresentante di una fabbrica d’armi, e in quali modi? Che tipi di
approcci pro-attivi, convincenti, potrebbero spostare il punto di vista di tale
persona? La struttura di questa due giorni irlandese si è rivelata
particolarmente efficace: la lettera chiede una risposta pubblica, nonché
trasparenza e controllo sui fondi europei da parte della popolazione; l’azione
dimostrativa simbolica ha attirato l’attenzione dei media; il convegno ha
stabilito alleanze importanti con altri gruppi attivi; è stata colta l’occasione
per lavorare insieme ai semplici partecipanti, trasformandoli da uditori e
uditrici in compagni/compagne nel percorso sulla via della nonviolenza.
Convegno internazionale sul decennio per l’ educazione alla
nonviolenza
SE VUOI LA PACE EDUCA ALLA PACE Sanremo, 18-19-20 novembre 2005
“ Il testamento di Alfred Nobel deve essere indicato in questo luogo con
gratitudine e lode come un avvenimento di massima importanza per il movimento
per la pace… …Davanti a tutto il mondo per la prima volta è stato
pubblicamente dichiarato –e non da un esaltato sognatore, bensì da un
inventore geniale, e per di più inventore di materiale bellico-, che
l’affratellamento dei popoli, la riduzione degli eserciti, la sfida dei
congressi della pace si annoverano tra quegli eventi che significano il
massimo per la felicità dell’umanità….” (Bertha von Suttner, 1897)
Nel 1997, a cento anni dall’istituzione del Premio Nobel per la Pace,
Mairead Corrigan e Adolfo Perez Esquivel, membri autorevoli dell’I.F.O.R.
(International Fellowship of Reconciliation) coinvolsero tutti gli altri Premi
Nobel per la Pace viventi in un Appello a tutti i capi di stato e di governo
affinché il decennio dal 2001 al 2010 fosse dedicato allo sviluppo di una
cultura di pace in grado di contrastare efficacemente la violenza che, nelle sue
diverse forme, fisica, psicologica, socio-economica o politica, continua a
essere causa di sofferenza per numerosi esseri umani, in ogni parte del mondo.
L’assemblea generale dell’ONU, in seguito a ciò, con la Delibera n.53/25 del
10 novembre 1998, ha proclamato ufficialmente il “Decennio internazionale per la
promozione di una cultura di pace e nonviolenza a favore dei bambini del mondo”
e con la delibera deln.53/243 del 13 settembre 1999 ha votato una “Dichiarazione
e programma di azione per una cultura di pace” che presenta alcune rilevanti
affermazioni:
la pace “non è semplicemente l’assenza del conflitto, ma un processo
positivo, dinamico, partecipativo che favorisce il dialogo e il regolamento dei
conflitti in uno spirito di reciproca comprensione e cooperazione”; per
illustrare le condizioni che caratterizzano la pace e i mezzi per raggiungerla,
viene introdotto il concetto di nonviolenza; la cultura della pace viene
definita, infatti, come l’insieme dei valori, delle attitudini, delle
tradizioni, dei comportamenti e dei modi di vita fondati “sul rispetto della
vita, il rifiuto della violenza e la promozione e la pratica della nonviolenza
attraverso l’educazione, il dialogo e la cooperazione…l’impegno a regolare
pacificamente i conflitti…” per quanto riguarda i mezzi, l’Assemblea propone
“La formazione, a tutti i livelli di responsabilità, di persone che sappiano
favorire il dialogo, la mediazione, la ricerca del consenso e la gestione
pacifica delle differenze”; l’articolo 4, infine, sottolinea che
“L’educazione, a tutti i livelli, è il principale strumento per costruire una
cultura di pace…”
Questa proposta accoglie e istituzionalizza una pratica di Educazione alla
Pace e alla Nonviolenza diffusa ormai da alcuni decenni ad opera di singoli,
centri, associazioni, movimenti e istituzioni in ogni parte del mondo, anche se
il decennio si è aperto con l’attentato teroristico a New York e sta proseguendo
con il terrorismo infinito della guerra su scala planetaria. Sembrano dunque
sempre più urgenti le necessità e maturi i tempi perché la pratica della
nonviolenza sia insegnata nelle scuole e si diffonda in modo capillare nei
diversi contesti formativi, dal momento che, come sostiene anche l’autorevole
Manifesto di Siviglia, diffuso dall’UNESCO, la violenza non è una condizione
ineluttabile e irreversibile, ma piuttosto un processo che può essere
contrastato, bloccato, trasformato.
Il presente Convegno Internazionale si pone in continuità con questi percorsi
e premesse e si propone come occasione di confronto, approfondimento e scambio
tra quanti si sentono impegnati in una simile direzione.
Programma
Venerdì 18, ore 21.00
Concerto di apertura - breve saluto del presidente dell’Assefa Italia
Sabato 19 novembre Mattino: Ore 9.00: Apertura lavori. (luogo da
definire) - Saluti delle Autorità - Introduzione al convegno: Giovanni
Salio, Presidente del Centro Studi Sereno Regis, Torino
Ore 10.00: Prima sessione
Il Decennio per la promozione di una cultura di nonviolenza e di pace per i
bambini e le bambine del mondo: a che punto siamo? Coordina Angela Dogliotti
Marasso, Comitato italiano per il Decennio Relazione introduttiva di un
Premio Nobel per la Pace Intervento di Christian Renoux, Presidente del
Coordinamento Internazionale per il Decennio Intervento di Sergio Bergami,
Comitato italiano per il Decennio: bilanci e prospettive di lavoro
future Alberto L’Abate, Università di Firenze (con proiezione di un
CDRom) Dibattito e interventi liberi sulle relazioni generali
Pomeriggio : Ore 15.00 : Seconda sessione (luogo da definire)
“Promuovere l’educazione ad una cultura di nonviolenza e di pace.”
Coordina: Nanni Salio, Centro studi “Sereno Regis”, Torino Brigitte
Liatard, Generation Médiateurs, Parigi La mediazione tra pari a
scuola Daniele Novara, CPP - Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione
dei conflitti (Piacenza), La formazione alla nonviolenza in ambito
pedagogico Brigitte Mesdag, Comunità dell’Arca di Saint Antoine L’esperienza
di vita e di intervento nonviolento delle Comunità dell’Arca, Elena Camino,
Centro Interdipartimentale IRIS (Istituto di ricerche interdisciplinari sulla
sostenibilità), Università di Torino Educazione alla pace e sostenibilità,
Pat Patfoort, The Fireflower, Centro per la gestione dei conflitti, Bruges
Il lavoro per la riconciliazione in Rwanda e Cecenia, Domande e risposte
Ore 17.00: Intervallo
Ore 17.20: Tavola rotonda fra i relatori. “Le questioni aperte e le sfide
di oggi” Segue dibattito
Sera: Ore 21.00 : Danzare la Pace (luogo da definire) Serata di danze
popolari animate, condotte da Brigitte Mesdag e Claudia Pallottino.
Domenica 20 novembre
Ore 9.00: Terza sessione (luogo da definire) Laboratori tematici
(presentazione di esperienze, materiali, percorsi,
strumenti…) L’organizzazione dei laboratori è coordinata da Antonella Cafasso
(Centro Studi Sereno Regis)
Bullismo (Elena Buccoliero/Mariella Lajolo) sigla Z1 Conflitti
interculturali (Pasquale Pugliese/Rita Vittori) sigla Y2 Gestire lo stress e
le emozioni nel conflitto (Marco Coppo) sigla X3 Tecniche di animazione
teatrale per educare alla nonviolenza (Caterina Lusuardi /Luca Agnelli)
sigla W4 Costruire percorsi di nonviolenza per le scuole (Anna
Mirenzi/Fabrizio Lertora) sigla V5 Giocare la Pace (Gegè Scardaccione) sigla
U6 Esperienze di pace in zone di conflitto: Bosnia (Giorgio Barazza ) sigla
T7
Ore 12.00: Ritorno in plenaria per una breve illustrazione dei lavori
prodotti durante i laboratori
Ore 13.00: Conclusione e saluti
Il convegno è organizzato da: Comitato italiano per il Decennio
(Associazione per la Pace, Banca popolare etica, Beati i costruttori di pace,
Gruppo autonomo di volontariato civile in Italia, MIR-Movimento Internazionale
della Ricon- ciliazione, MN-Movimento nonviolento); Centro Studi Sereno Regis
di Torino; Gruppo Assefa - Sanremo
Con il Patrocinio di: Comune di Sanremo, Provincia di Imperia, Regione
Liguria
PER INFO SULL’INIZIATIVA CONTATTARE LA SEGRETERIA DEL CENTRO STUDI SERENO
REGIS DI TORINO , TEL. : 011-532824 ; MAIL:
;
Il 2 settembre scorso, in occasione del Festival Lilliput di Fidenza, Rete
Lilliput ha incontrato Romani Prodi. Al Leader della coalizione di
centrosinistra alcuni intervistatori hanno posto domande specifiche riguardo
alle tematiche affrontate dalla Rete. Di seguito riportiamo il contributo di
Lisa Clark che quella sera rappresentava Lilliput su ‘Pace e Nonviolenza’.
Ero molto tesa, la sera del 2 settembre. Avevamo dedicato due incontri a
prepararci per "fare le domande a Prodi". Non solo avevamo sviscerato ogni
dettaglio di come porci, ma avevamo anche tutte/i ricevuto decine di e-mail
(anche telefonate) in cui ci veniva raccomandato "a Prodi devi dire che...". La
maggior parte dei consigli sulle domande da fare, iniziavano come i quesiti
della maturità: "Nel contesto di XY, considerato il fatto KJ,
il candidato non crede che ...". E poi è stato deciso che fossi io la
prima .... Ho cominciato cercando di spiegare chi siamo, su quali basi
Rete Lilliput si sia ritrovata, insomma le cose principali in cui crediamo. Ho
esordito dicendo che Lilliput rifiuta la logica della guerra in tutte le sue
forme. Ho parlato del nostro povero articolo 11 stracciato e riferito delle
centinaia di migliaia di firme affinché venisse incluso nella Costituzione
Europea. Abbiamo bisogno intanto di rientrare nella legalità per quanto riguarda
l'Iraq, ho detto a Prodi: "con grande sollievo, abbiamo ascoltato il suo impegno
chiaro e deciso a ritirare le truppe italiane dall'Iraq, ma le chiediamo
anche di trovare modi diversi di intervenire nelle situazioni internazionali di
tensione. Ritirare le truppe non significa volersene tirar fuori." Ho poi
detto come ci sentivamo umiliati dal comportamento del Governo Berlusconi che
vede l'appartenenza alle istituzioni internazionali solo come mezzo per
avvicinarsi sempre più ai potenti (il mio amico George, o Vladimir, e la ricerca
di un seggio nel Consiglio di Sicurezza), chiedendo quindi se il futuro governo
del centrosinistra avrebbe rimesso in piedi ciò che è stata (a volte) la
tradizione dell'Italia nello scenario internazionale, un ruolo, cioè,
propositivo e di portavoce dei popoli del sud del mondo? Ed ho aggiunto che dal
nostro punto di vista avremmo preferito un'Italia che costituisse un rapporto
priviliegiato con l'Africa piuttosto che con i forti, i ricchi. Nell'ultima
parte del primo intervento, ho detto che, però, esiste una ferita aperta,
ormai purulenta perché nessuno tra coloro che erano al Governo nel 1999 ha
mai accettato un confronto aperto sul tema. Si tratta del Kosovo. Tutti quelli
che questa guerra hanno fatto, invece che accettare di confrontarsi con noi,
continuano invece a giustificarla. E la frattura fra noi e loro non va via
semplicemente perché il tempo passa. Al contrario, la fiducia viene a mancare
anche su tutto il resto. Ho concluso dicendo che mi piacerebbe poter dire
insieme "Mai più Kosovo!". Le risposte di Prodi su questi punti sono state
molto generiche. L'Europa è già costruita sulla pace, sulla riconciliazione, ha
detto: è l'unico caso nella storia di un'unione di stati che si ingrandisce
senza guerra né conquista. La riconciliazione tra Francia e Germania è il
pilastro fondante dell'esperimento europeo. E' vero che il nostro art.11 è
splendido, perché è così' semplice che si capisce subito quando viene violato.
Le truppe verranno ritirate dall'Iraq,e poi l'Italia manderà uomini e donne
per contribuire alla ricostruzione non solo materiale, ma anche delle
istituzioni civili e democratiche. Sulla guerra del 1999 si è rifiutato di
rispondere. "Tutto ciò che ho detto in passato sul tema è anche troppo,
visto che in quel periodo non ero più io a prendere le decisioni." Nel
secondo intervento ho parlato delle basi militari, della violazione del Trattato
di Non-proliferazione Nucleare (e non solo) con le bombe atomiche a Ghedi e
Aviano, della crescente militarizzazione dei territori. Qui le sue risposte sono
state le più evasive. Ha infatti solo risposto che l’Italia onorerà i suoi
impegni internazionali: in un altro ambiente, sarebbe stato da chiedergli, ma la
priorità va al contenuto dei trattati sul disarmo o agli accordi in ambito
NATO? Nell’ultimo intervento ho parlato di Control Arms. Forse perché eravamo
già alla fine e si era tranquillizato, ma in questa sua risposta Prodi ha detto
finalmente ciò che volevamo sentire. Sono venuta via con l’idea che Prodi pensi
che, una volta al Governo, questa Campagna possa rappresentare uno strumento per
la diplomazia italiana di riprendere un ruolo importante, trainante, nel campo
dei trattati internazionali sul disarmo. Rifarsi la reputazione, insomma, dopo
l’appiattimento sulle posizioni USA.
M. ZUCCHETTI (a cura di), Il male invisibile sempre più visibile,
Odradek, Roma 2005, pagg. 268, euro 16,00.
Se non dovesse risultare chiaro il titolo di questo volume, che non è
immediatamente esplicito, più esplicativo è il sottotitolo (“La presenza
militare come umore sociale che genera tumori reali”), che si riferisce alle
conseguenze della presenza militare sull’ambiente nel quale viviamo e sulla
nostra salute. Si parla dunque della mentalità militare che pervade sempre più
il nostro tessuto sociale con un sistema di disvalori che desta repulsione nella
nostra coscienza civile. Si tratta delle conseguenze devastanti sulla salute e
sull’ambiente delle popolazioni cosiddette “nemiche” e delle conseguenze
altrettanto devastanti sui corpi e sulle menti dei “nostri” soldati, dei
militari che sono mandati a combattere. Si genera anche un tumore sociale, quale
il drenaggio delle risorse e del lavoro, che genera tumori reali: non solo nei
nostri corpi, ma anche nella nostra mente e in quella delle generazioni che
verranno. I vari autori affermano che è arrivato il momento di sollevare il velo
di censure, compiacenze, ignoranza coltivata ad arte che ricopre il mondo
militare e quindi questo libro vuole contribuire a rendere visibile e vivido
questo male invisibile che avvelena la nostra società.
M. FERRO, La guerra è stupida, Viennepierre edizioni, Milano 2005, pagg. 200,
€ 15,00.
La guerra di Marise Ferro iniziò nel 1935 a Londra e un sottile filo
autobiografico conduce il lettore fra paure, morti e rovine fino al 1945. Il
libro uscì nel 1949, in un clima culturale ed etico profondamente cambiato. La
guerra è stupida è solo parzialmente un libro di memorie sulla guerra, poiché è
soprattutto, fin dal titolo, un libro contro la guerra. L’assurdità,
l’inutilità, la disumanità del conflitto superano ogni limite razionale, ogni
giustificazione che una donna possa trovare in sé e fuori di sé, nelle cose e
negli avvenimenti quotidiani. Per la scrittrice, moglie di Guido Piovene e poi
di Carlo Bo, la guerra è la massima offesa alla dignità umana, l’avvilimento
totale di ogni forma di civiltà. Il libro, di impianto dichiaratamente
autobiografico, è strutturato in undici capitoli, di cui alcuni sono veri e
propri racconti che affiorano dalle memorie di famiglia: è come se l’autrice
sfogliasse un album di vecchie fotografie. Rappresentano una sorta di esorcismo
contro il vivere giorno per giorno, senza passato né futuro, che la guerra
impone alle sue vittime, l’orribile assuefazione al nulla, alla morte. In queste
pagine la guerra è come il fitto ordino nel quale si dipana una vita che
tenacemente vuole continuare a vivere e a testimoniare una sua fede nella
ragione e nella felicità. Ferro parla soprattutto dei suoi rapporti con la vita,
rammenta storie liguri e vicende di persone e attraverso queste storie umane
contribuisce a far crollare miseramente il castello di carte false della
guerra.
Riceviamo
I.T.I.S. “Leonida Marinelli” I.P.S.I.A. Agnone, Giornata della pace. Martin
Luther King. La forza di amare, Agnone1997, pp. 102 Lev Tolstoj, Come ruinare
l’autorità, La Pecora Nera Edizioni VR AA.VV, Pace non è solo assenza di
guerra, ma dove la vita fiorisce, Erga edizioni, Marea n. 4/2004, Genova, pp.
95 Bassiano Moro, Il lontano grugnir di porci, Edizioni in proprio, Bassano,
2005, pp. 101 Nòvita Amadei, Con voce di donna. Migranti dall’Est, straniere
di casa, Assessorato Pari opportunità della Provincia di Parma, Suppl. al nr.
5/2005 di Animazione Sociale, Torino, pp. 88 Lorenzo Guadagnucci, La
seduzione autoritaria. Diritti civili e repressione del dissenso nell’Italia di
oggi, Nonluoghi Libere Edizioni, Trento 2005, pp. 144 Cinzia Piccioni,
Semplicità volontaria. Come inquinare e consumare di meno, Edizioni L’Età
dell’Acquario, Torino 2003, pp. 140 Lev N. Tolstoj, Scritti politici. Per la
liberazione nonviolenta dei popoli, Sankara Edizioni, Roma 2005, pp.
125 Mahatma Gandhi, Guida alla salute, Edizioni Archeios, Roma, pp. 152
Michael N. Nagler, Per un futuro nonviolento, Ponte alle grazie, Milano
2005, pp. 325 Franco Del Moro, Riposare nel cuore della tempesta. Il coraggio
di esporsi alla sofferenza senza perdere la serenità, Ellin Selae, Cuneo 2005,
pp. 167 A cura di Laura Operti e Laura Cometti, Verso un’educazione
interculturale, Bollati Boringhieri editore, Torino 1992, pp. 169 A cura di
Laura Operti, Sguardi sulle Americhe. Per un’educazione interculturale, Bollati
Boringhieri editore, Torino 1995, pp. 175 A cura di Laura Operti, Cultura
araba e società multietnica. Per un’educazione interculturale, Bollati
Boringhieri editore, Torino 1998, pp. 224 Remo de Ciocchis, Il volto della
nonviolenza. Valore e pratica dell’amore, Edizioni dell’Amicizia, Agnone 2005,
pp.145 AA.VV., Nonviolenza e mafia. Idee ed esperienze per un superamento del
sistema mafioso, DG Editore, Trapani 2005, pp. 158 AA.VV., I sei sensi
dell’India. Un’esperienza di servizio civile, Roma 2005, pp.125 Nandino
Capovilla e Betta Tusset, Nei sandali degli ultimi, in Terra Santa con Etty
Hillesum, Edizioni Paoline, Milano, 2005, pp. 128 Don Lorenzo Milani, La
parola fa eguali, Documenti ed inediti a cura di Michele Gesualdi, Libreria
Editrice Fiorentina, Firenze, 2005, pp. 190