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Centenario di Capitini
LA VITA DI ALDO CAPITINI
RELIGIOSO, ANTIFASCISTA, VEGETARIANO, NONVIOLENTO
LA DEMOCRAZIA, I PARTITI E IL POTERE DAL BASSO
di Aldo Capitini
LA NONVIOLENZA ATTIVA PER TRASFORMARE LA SOCIETA'
LA RIFORMA RELIGIOSA E L'IMPEGNO PER LA PACE
LE TECNICHE DELLA NONVIOLENZA ATTIVA
L'eredità di Danilo
L'EREDITA' DI DANILO: NONVIOLENZA, UTOPIA, PROGETTO
Ozio... in corso
NOSTALGIA DI LUOGHI E SOGNI
IL CREPUSCOLO DI UN VIAGGIO SENZA META
di Cristoph Baker
L'arte di scrivere
MARINO MORETTI MITE SCRITTORE DI ROMAGNA
di Claudio Cardelli
Obiezione
SERVIZIO CIVILE: QUALI PROSPETTIVE ?
Il fucile spezzato
POCHE LIRE PER COOPERAZIONE
E SVILUPPO, TROPPI MILIARDI PER LE ARMI
Recensioni
L'OBIEZIONE DI COSCIENZA AL SERVIZIO MILITARE
NEL CENTENARIO DELLA NASCITA
La vita di Aldo Capitini
religioso, antifascista, vegetariano, nonviolento
Biografia a cura di Lanfranco Mencaroni
Aldo Capitini nasce a Perugia il 23 dicembre 1899, in un
piccolo appartamento, sotto la torre campanaria del Municipio, dove il
padre, impiegato comunale, viveva come custode del campanile e addetto
alle campane. Dalla finestra del suo studiolo si vedeva la grande valle
umbra ai piedi del monte Subasio, con Assisi adagiata alle sue falde.
La madre era sarta e casalinga. Per la povertà della
famiglia fu avviato agli studi tecnici, meno costosi.
Nel 1919, dopo aver conseguito la licenza dell’Istituto
tecnico, si autofinanziò facendo il precettore e si sottopose come
autodidatta agli amati studi classici, con un notevole sforzo fisico che,
a causa della sua gracile corporatura, gli procurò un forte esaurimento.
Cosicché, come poi ricorderà, accanto alla
conoscenza dei classici, di Leopardi, della Bibbia, conoscerà precocemente
l'esperienza della finitezza della vita, del dolore fisico, dell'inattività
forzata.
Nel 1924, l'anno in cui i fascisti assassinarono il deputato
socialista Giacomo Matteotti e formalizzarono la dittatura, Capitini sosteneva
da privatista l'esame di licenza liceale a Perugia.
Gli ottimi voti gli permisero di vincere una borsa di studio
alla Scuola Normale Superiore di Pisa, diretta da Giovanni Gentile.
Si iscrisse in quella Università alla Facoltà
di Lettere e Filosofia, dove conobbe grandi docenti antifascisti come
Attilio Momigliano e Manara Valgimigli.
Nel 1928 conseguì la laurea a pieni voti e lode
con una tesi su "Realismo e serenità in alcuni poeti italiani".
Nel 1929 prese il diploma di perfezionamento con una tesi
sui canti di Leopardi, seguita da Momigliano di cui diventa assistente
volontario.
Dal 1930 al 1933 rimase come segretario economo alla "Normale"
. Con numerosi docenti e normalisti inizia una attività antifascista
e trasferisce la sua ricerca dalla letteratura alla filosofia, collaborando
strettamente con Claudio Baglietto, nonviolento e obiettore di coscienza,
motivo per il quale morì esule in Svizzera nel 1940.
Nel 1933, avendo rifiutato la tessera fascista, Gentile
lo allontanò dalla Normale, e Capitini tornò a Perugia,
nella casa del padre, dove vive poveramente con lezioni private fino al
termine della guerra.
L’avversione al fascismo inizialmente morale divenne
anche religiosa dopo il concordato raggiunto fra Mussolini e il Vaticano
nel 1929. Il sostegno aperto offerto dalla Chiesa Cattolica allo stato
fascista lo convinse a lavorare teoricamente e praticamente per il ritorno
della democrazia e per una riforma religiosa.
Contro la violenza, ostentata quotidianamente dal fascismo
e non contrastata dalla Chiesa, prese da Gandhi l'idea del metodo nonviolento
impostato sulla non collaborazione, da Francesco d'Assisi il richiamo
ai valori originari del cristianesimo, dal pensiero moderno quella che
chiamò la serissima applicazione dei principi di libertà,
di fratellanza, di eguaglianza.
Contro l'esaltazione e la preparazione delle guerre fasciste,
divenne vegetariano, per marcare con decisione il rifiuto di uccidere
gli esseri umani e subumani.
Continuò i suoi studi filosofici e, per il suo lavoro
politico, prese contatti con gli antifascisti perugini, operai, artigiani,
intellettuali e con quelli delle altre regioni, recandosi in molte città
o accogliendoli a Perugia.
Nel 1937, con l'aiuto di Benedetto Croce, fu pubblicato
il suo primo libro di filosofia e religione, "ELEMENTI DI UN'ESPERIENZA
RELIGIOSA", che sfuggì, per il suo tema, all'ignorante censura
fascista, ma fu accolto con favore dagli intellettuali democratici.
Negli anni della dittatura fascista, scrisse altri tre
libri: "VITA RELIGIOSA" nel 1942, "ATTI DELLA PRESENZA
APERTA" nel 1943, "LA REALTA' DI TUTTI" nel 1944.
Con questi quattro libri Capitini ricorda di aver già
delineato in quel tempo una posizione teorico pratica di riforma, assolutamente
nuova nel panorama del novecento italiano.
Nell'ultima parte degli "ELEMENTI DI UN'ESPERIENZA
RELIGIOSA", Aldo Capitini esponeva le idee del "liberalsocialismo",
un movimento che lanciò insieme al filosofo Guido Calogero. Sorsero
ben presto numerosi gruppi clandestini di sostenitori, che tennero le
loro prime riunioni a Perugia, ad Assisi, a Firenze: tra le molte adesioni
ricordiamo quelle di Walter Binni, Norberto Bobbio, Cesare Luporini, Francesco
Flora, Tristano Codignola, Carlo Ludovico Ragghianti, Ranuccio Bianchi
Bandinelli. Nel 1940 comparve il primo manifesto del Movimento Liberalsocialista,
redatto da Calogero.
Nel 1942 a Firenze, Aldo Capitini viene per la prima volta
imprigionato per quattro mesi e insieme a lui molti aderenti al Movimento.
Nel maggio del 1943 a Perugia viene nuovamente imprigionato
insieme a numerosi antifascisti e liberato per la caduta di Mussolini,
dopo il 25 luglio.
Nell'agosto del 1943 a Firenze si riuniscono gli aderenti
del Movimento Liberalsocialista per dar vita al Partito d'Azione. Capitini
espone nello scritto "Orientamento per una nuova socialità"
la sua posizione critica verso la nascita di un nuovo partito e la sua
proposta che i gruppi liberalsocialisti rimanessero un movimento di opinione
e di pressione politica.
Questa proposta non fu accolta, il Partito d'Azione fu
fondato ma durò pochi anni: egli non aderì e rimase per
tutta la vita liberalsocialista e "indipendente di sinistra",
definizione da lui coniata.
L'8 settembre 1944 segnò l’inizio per l’Italia
della resistenza armata contro i nazifascisti.
I pochi persuasi della nonviolenza, come Capitini, nulla
poterono organizzare - come lui stesso scrisse - di coerente, efficiente
e conseguente a quella posizione: la lezione che ne trassero fu che bisogna
preparare la strategia e i legami nonviolenti prima, per metterli in atto
quando occorra, come sarebbe stato importante fare nell'Italia del 1924
o nella Germania del 1933.
L'entusiasmo per la vittoria delle armi e la scelta di
Capitini di rimanere indipendente dai partiti, rinati alla democrazia,
misero ben presto in ombra il ricordo della sua decennale resistenza non
armata, efficace, estesa a tutta l'Italia, suggellata dalle due incarcerazioni.
La sua posizione politica di sinistra, ma critica dei totalitarismi
e la sua figura di libero religioso nonviolento, critico dei dogmi e delle
istituzioni vaticane, contribuirono al suo isolamento nel panorama italiano,
che si polarizzava sempre più, sotto la spinta degli eventi internazionali,
nei due schieramenti guidati dai cattolici e dai marxisti.
Liberata Perugia nel giugno 1944, Capitini, per tradurre
nella realtà il suo atteggiamento liberalsocialista e il suo contributo
teorico alla democrazia con il potere di tutti, già il 17 luglio
apre in città il Centro di Orientamento Sociale, C.O.S., esperimento
di assemblea bisettimanale per discussioni aperte a tutti, su tutti i
problemi amministrativi e politici, alla quale venivano invitati, per
ascoltare e parlare, dirigenti di partiti, amministratori, esperti di
ogni tendenza.
I C.O.S., nel fervore della ritrovata democrazia, ebbero
successo e si diffusero in Umbria e in Italia, soprattutto nelle zone
d'influenza della sinistra.
Alcuni durarono fino a tre anni, poi si chiusero per la
prevista e crescente insofferenza dei politici e degli amministratori
a sottoporsi al controllo stretto degli elettori.
Nel 1946 Capitini dà il via anche al "Movimento
di religione". La riforma di Capitini tiene conto delle critiche
mosse da quattro secoli di filosofia laica alle religioni tradizionali
sia sul piano teorico che su quello storico delle origini e delle fonti;
ma riafferma la verità e il bisogno di religione. "Il dolore,
il rimorso, il pensiero della morte sono sempre veri; ed è qui
che sorge la religione" scrive nel suo primo libro. La riforma chiama
i religiosi ad aprirsi e incontrarsi in centri aperti, senza alcuna discriminazione
tra battezzati e non battezzati, tra iscritti e non iscritti, tra cittadini
e stranieri. Le parrocchie, le moschee, le sinagoghe, i templi, ecc. dovrebbero,
aprendosi, diventare centri in cui poter vivere la comune religiosità
nella "compresenza" di tutti, morti e viventi, "compresenza"
che è, per Aldo Capitini, il luogo, il nome "plurale"
di Dio, dove e quando, rivolgendoci a Lui, ci rivolgiamo a tutti.
Come ricorda Bobbio, "la ragione per cui, in Capitini,
la battaglia contro la chiesa e la battaglia contro lo stato si confondono,
si sovrappongono, è che il nemico è sempre lo stesso: il
potere che viene dall'alto, anche se viene esercitato là con la
coercizione spirituale, qua con la coazione fisica". Nell'omnicrazia,
nel potere di tutti, scrive Capitini, "è l'uomo religioso,
post-umanistico, che vuole vivere unito con tutti nella massima solidarietà,
anche al di là della morte, e perciò tende a costituire
una società nuova in una realtà che abbia consumato tutti
i vecchi limiti, compresi il dolore e la morte".
Sul tema di questa riforma aperta e moderna si tennero,
per iniziativa di Capitini, numerosi convegni in Italia, fino al 1954,
fra i quali uno molto affollato a Roma nel 1948.
Nello stesso 1948 usciva il libro "IL PROBLEMA RELIGIOSO
ATTUALE".
La conquista del potere da parte dei cattolici, accaduta
anch'essa in quell'anno, provocò la diminuzione di coraggio e d'interesse
nel trattamento di un tema così rivoluzionario per l'Italia: le
adesioni andarono calando, mentre, con la trasformazione della economia
da agricola a industriale, si facevano largo gli allettamenti assai poco
religiosi della società dei consumi.
Non diminuiva certamente l'impegno persuaso di Aldo Capitini,
che dal 6 aprile del 1951 cominciò a spedire agli amici quelle
"LETTERE DI RELIGIONE" che sono raccolte postume nel volume
"IL POTERE DI TUTTI" e che nel 1952 aprì a Perugia il
Centro di Orientamento Religioso, il C.O.R., per settimanali conversazioni
di soggetto religioso, rimasto aperto a tutti e attivo fino alla sua morte
nel 1968.
Dal 1946 era tornato a Pisa come incaricato di Filosofia
Morale, poi dal 1956 insegnò pedagogia come professore universitario
prima a Cagliari, poi a Perugia, nella quale aveva mantenuto la residenza.
Della "nonviolenza", Capitini è stato
senza dubbio, con libri e convegni, il più attivo studioso e propagatore,
tanto da essere ricordato tuttora come il "Gandhi" italiano:
nel 1949 pubblicava "ITALIA NONVIOLENTA".
Dopo l'arresto e il processo di Pietro Pinna, il primo
obiettore di coscienza italiano, Capitini iniziava la campagna a favore
dell'obiezione di coscienza, e organizzò il primo Convegno italiano
sul tema, che si tenne a Roma nel 1950.
Nello stesso anno uscì il libro "NUOVA SOCIALITA'
E RIFORMA RELIGIOSA", ancora sui legami tra persuasione religiosa
e impegno sociale e politico.
Nel 1951, usciva il primo libro di pedagogia di Capitini,
"L'ATTO DI EDUCARE". In esso cominciava a sviluppare la sua
pedagogia, basata principalmente su quella che lui chiamava la "tensione"
da trasmettere ai giovani per capire e rifiutare l'insufficienza della
realtà in cui nasciamo e viviamo; una pedagogia di ribellione,
quindi, e di lotta per quei valori che dovranno liberare la realtà
dalla violenza e dall'oppressione, che la trasformeranno nella "realtà
di tutti".
A ricordare la morte di Gandhi, avvenuta il 30 gennaio
del 1948, Capitini organizzò nel gennaio del 1951 a Perugia un
"Convegno internazionale per la Nonviolenza" e in settembre
un convegno di studi su "La Nonviolenza riguardo il mondo animale
e vegetale", dal quale ebbe origine la "Società vegetariana
italiana".
Nel 1955 Capitini pubblicò il testo di "RELIGIONE
APERTA" con i temi di religione cui abbiamo accennato; l'8 febbraio
il Sant'Uffizio lo pose all'Indice.
In risposta alla condanna, Capitini pubblicò nel
1957 il libro "DISCUTO LA RELIGIONE DI PIO XII" (il papa in
quel tempo regnante), anch'esso posto all'Indice.
Dopo la morte di Pio XII°, con il pontificato di Giovanni
XXIII° la Chiesa cattolica parlò di apertura nel Concilio Vaticano
II°, ma la resistenza del vecchio apparato romano limitò lo
slancio delle intenzioni e Capitini nel 1966 rinnovò ai cattolici
l'incitamento a un'apertura molto più ardita e necessaria, attraverso
il suo libro "SEVERITA' RELIGIOSA PER IL CONCILIO".
In seguito a un processo svoltosi a Firenze nel febbraio
1958, promosso dai coniugi Bellandi di Prato contro il vescovo cattolico
della città, che li aveva accusati di essere "concubini"
per essersi sposati soltanto con il matrimonio civile, processo seguito
con molto interesse dall'opinione pubblica italiana già sensibile
a certi temi, Capitini scrisse, imitato da una cinquantina di perugini,
una lettera al vescovo di Perugia, chiedendo di essere cancellato dall'elenco
dei battezzati, simbolo, a suo parere, di sudditanza forzosa all'autorità
non più riconosciuta della Chiesa.
Sul tema Capitini scrisse nel 1962 un libro, "BATTEZZATI
NON CREDENTI".
Nel 1959 con altri docenti universitari fondava l'A.D.E.S.S.P.I.
(Associazione per la difesa e lo sviluppo della Scuola Pubblica Italiana).
Nel 1958 usciva il libro "AGGIUNTA RELIGIOSA ALL'OPPOSIZIONE"
in cui Capitini ribadisce la sua convinzione sull'insufficienza politica
della sinistra, priva di una componente religiosa nonviolenta, e sulla
utilità di un'aggiunta religiosa che aiuti l'opposizione a liberarsi
dal compromesso con le vecchie tradizioni e i vecchi centri di potere
vaticani, ad aprirsi ai grandi rivolgimenti mondiali, a lavorare per l'incontro
fra libertà e socialismo, fra Oriente e Occidente.
Nel 1960 visitò a Barbiana il prete cattolico don
Lorenzo Milani. Agli amici intellettuali che venivano a visitarlo, don
Milani chiedeva di parlare ai ragazzi e di farsi interrogare da loro e
da lui: cosa che fece anche con Aldo Capitini, concentrando domande e
risposte sul tema della nonviolenza. Capitini, fra l'altro, promise di
realizzare un'idea di don Milani: pubblicare un "GIORNALE SCUOLA",
pensato per la maggior parte dei lavoratori di allora, incapaci di affrontare
letture difficili per la loro preparazione scolastica. Un giornale di
un solo foglio, con un solo articolo per un tema importante e con il resto
dello spazio dedicato alla spiegazione lessicale, geografica, storica,
politica dell'articolo. Il "Giornale Scuola" fu pubblicato per
quattro numeri mensili e diffuso in Umbria e in Italia da amici e conoscenti,
con l'iniziale appoggio dei sindacati, poi venuto meno, per cui chiuse
in mancanza di fondi.
Il 24 settembre 1961, organizzata dal Centro per la Nonviolenza,
diretto da Capitini, si svolse da Perugia ad Assisi la I° Marcia per
la Pace, che ebbe molto successo di partecipazione tra i lavoratori, i
giovani e gli intellettuali di tutta l'Italia. Dalla Marcia presero avvio
la "Consulta italiana per la pace", che fu, sotto la presidenza
di Capitini, una federazione delle organizzazioni italiane per la pace,
il "Movimento Nonviolento per la pace", il periodico "Azione
nonviolenta" diretto da Capitini fino alla morte.
Sulla Marcia per la Pace, Perugia - Assisi, Capitini scrisse
il libro testimonianza "IN CAMMINO PER LA PACE" pubblicato da
Einaudi.
Gli anni '60 videro Capitini proseguire nel suo discorso
teorico e pratico sulla necessità di costruire "il massimo
di socialismo insieme al massimo di libertà", utilizzando
naturalmente le "tecniche della nonviolenza". Nel 1963 propose,
insieme a un amico comunista, ancora una volta senza ascolto, la creazione
a sinistra di una "corrente rivoluzionaria nonviolenta".
Nel 1964, sui temi della partecipazione dei cittadini al
potere, dei problemi della vita pubblica, dei mezzi e dei modi a disposizione
dei cittadini per il controllo dal basso delle istituzioni, Capitini,
insieme a un piccolo gruppo di amici, fondò a Perugia e diffuse
in tutta Italia un mensile chiamato "IL POTERE E' DI TUTTI",
che si pubblicò fino alla sua morte.
Fra i temi trattati: il controllo dal basso e il potere
di tutti nell'economia e nella distribuzione del reddito, nelle fabbriche,
in agricoltura, nelle città e nei villaggi, per le donne, nei sindacati,
nel tempo libero, nelle scuole e nelle Università, nella sanità,
nelle elezioni, nell'opinione pubblica, nei mass-media, per la pace, ecc.
Sui temi politici e civili a lui cari, sempre nel 1964,
uscì il libro "L'EDUCAZIONE CIVICA NELLA SCUOLA E NELLA VITA
SOCIALE" e nel 1967 fu stampato presso il libro sulle "TECNICHE
DELLA NONVIOLENZA".
Strettamente connessa al lavoro politico, che Capitini,
come abbiamo visto, considerava la necessaria realizzazione della vita
religiosa, proseguiva la ricerca teorica : nel 1966 fu pubblicata la summa
del suo pensiero religioso, "LA COMPRESENZA DEI MORTI E DEI VIVENTI",
che ottenne nel 1967 il "Premio straordinario Viareggio".
Per la pedagogia usciva, ancora nel 1967, "EDUCAZIONE
APERTA".
Il 19 ottobre 1968 Capitini morì a Perugia in seguito
a un intervento chirurgico.
Nel libro postumo "IL POTERE DI TUTTI", uscito
nel 1969 sono raccolti la sua ultima opera politica "Omnicrazia",
alcuni interventi nel mensile "Il Potere è di tutti",
la raccolta completa delle "Lettere di religione".
Nel 1978 è uscita la ristampa anastatica della rivista
"IL POTERE E' DI TUTTI".
Nel 1988, a cura del Comune di Perugia, è stata
ripubblicata l'autobiografia, "ATTRAVERSO DUE TERZI DI SECOLO".
Nel 1992 e nel 1995 sono usciti il primo e il secondo volume
della sua OPERA OMNIA, programmata in cinque volumi a cura della Regione
dell'Umbria, della Provincia di Perugia, del Comune di Perugia.
UNO SCRITTO D’ATTUALITA’, DI TRENT’ANNI
FA
La democrazia, i partiti e il potere dal basso
di Aldo Capitini
Alcuni lettori del primo numero del nostro giornale ci
hanno invitato a chiarire il nostro pensiero sul rapporto che dovrebbe
intercorrere fra gli organismi di democrazia diretta da noi auspicati
e i partiti che agiscono nello schieramento politico italiano.
Trattandosi di un argomento molto importante e tuttora oggetto di ampia
discussione, abbiamo deciso di affrontarlo in questo secondo numero, aprendo
un dibattito al quale fin d’ora invitiamo i nostri amici lettori.
Facciamo due osservazioni preliminari. La prima è che siamo del
tutto estranei alla polemica qualunquistica contro il regime parlamentare
e contro i partiti che gli danno vita.
Malgrado tutto, consideriamo la presenza e la competizione dei partiti
politici come la più alta espressione raggiunta nella società
italiana dal potere popolare.
La consideriamo, anzi, una conquista del movimento popolare, strappata
con lotte dolorose alle classi borghesi dirigenti nel nostro paese, che
per trenta anni hanno potuto imporre a tutti il regime più conveniente
ai loro interessi, il regime fascista.
Condanniamo perciò ogni polemica contro il regime attuale la quale
non si ponga come obiettivo un regime ancora più democratico ed
un potere popolare sempre più vasto.
Poiché questo è anche il nostro obiettivo, diciamo, come
seconda osservazione, che il nostro interesse e il nostro appoggio vanno
a quei partiti che si propongono la trasformazione della nostra società
e lottano per realizzare questo impegno.
A tutti è ormai chiaro che l’ostacolo principale da superare
è rappresentato dallo Stato capitalistico, le cui strutture
economiche, sociali, politiche, giuridiche, per quanto addolcite, ammodernate
e mascherate non riescono a superare le realtà sulla quale poggiano,
la realtà della divisione del paese in sfruttati e sfruttatori,
governati e governanti, esecutori e dirigenti.
Quando noi auspichiamo la creazione da parte di tutti gli sfruttati, i
governati, gli esecutori, di organizzazioni di democrazia diretta che
sappiano rivendicare l’esercizio di porzioni sempre più grandi
di potere, non siamo così ingenui da vedere in questo solo fatto
l’annullamento della contraddizione fondamentale dello stato capitalistico.
Crediamo, però, che questo sia il mezzo migliore, la via migliore
per arrivare al superamento dello stato democratico borghese, preparando
e prefigurando da oggi quel nuovo Stato che si fondi effettivamente sul
potere di tutti.
Per i partiti popolari, non è certamente questo un obiettivo nuovo ;
ma è certamente nuova l’esigenza che da più parti si
avverte di arrivare ad esso con i metodi e per la strada che anche noi
desideriamo.
La conquista antidemocratica del potere è oggi esclusa da
tutti i partiti italiani, compresi quelli che vogliono arrivare al potere
per trasformare la società.
Mentre però i partiti conservatori agiscono senza impacci, utilizzando
le strutture di uno Stato che è in definitiva il loro Stato, non
comprendiamo perché la stessa cosa debbano fare i partiti che intendono
rovesciare i rapporti di classe e realizzare il potere di tutti.
Constatando che “il primo elemento della politica è che esistono
davvero governati e governanti, dirigenti e diretti” Gramsci sosteneva
che per dirigere nel modo più efficace e per formare a tal fine
i dirigenti, un partito rinnovatore deve rispondere, come prima cosa,
a questo interrogativo : “si vuole che ci siano sempre governati
e governanti, oppure si vogliono creare le condizioni in cui la necessità
dell’esistenza di questa divisione sparisca ? Cioè si
parte dalla premessa della perpetua divisione del genere umano o si crede
che essa sia solo un fatto storico, rispondente a certe condizioni ?”.
Oggi più che mai la risposta che i partiti rinnovatori debbono
dare sta nel loro impegno di creare le condizioni per abolire la divisione
tra governanti e governati, tra diretti e dirigenti, dimostrando non solo
in teoria ma praticamente la superiorità degli obiettivi finali.
Si utilizzino anche le strutture dello stato borghese, ma per suscitare
dal basso nuovi centri di potere popolare.
Su questi impegni dovrebbe, secondo noi, basarsi l’azione politica
dei partiti veramente rinnovatori.
Non può bastare a questo impegno la loro organizzazione e il loro
funzionamento come partiti di massa, anche se potessero raggruppare milioni
di iscritti.
Vediamo infatti che, poiché le decisioni vengono applicate nelle
varie istituzioni dello Stato borghese, non solo il popolo ma anche gli
iscritti ai partiti rimangono sempre lontano dall’esercizio di un
potere reale.
Il popolo viene consultato ogni quattro anni e in maniera paternalistica
e demagogica ; gli iscritti vengono consultati più spesso,
ma la decisione rimane sempre nelle mani degli apparati dirigenti, degli
eletti, della tanto discussa burocrazia.
Questa burocrazia, pur essendo necessaria al funzionamento dei partiti,
è portata a chiudersi, a difendere la sua posizione, a perdere
il contatto con la base.
Soprattutto non si sente in alcun modo vincolata ad essa, giacchè
i suoi incarichi, stipendi, promozioni, trasferimenti ecc. dipendono esclusivamente
da organi centrali dei vari partiti.
Per questo il cittadino che milita nei partiti è solo in parte
e saltuariamente impegnato alla vita politica, e reagisce abbandonando
i partiti, non iscrivendosi, partecipando sempre più svogliatamente
alla loro vita. Sono fatti che abbiamo sotto gli occhi.
Ci sembra inutile dare la colpa di tutto ciò alla TV, al cinema,
al benessere, alla attrazione sessuale ecc.
L’azione di questi mezzi diviene corruttrice solo perché trova
nella maggior parte dei cittadini un vuoto politico, sociale, morale e
culturale che i partiti conservatori coltivano e quelli rivoluzionari
non sanno colmare.
Occorre superare questo stato di cose, se non si vuole pregiudicare non
solo il futuro ma anche le basi delle conquiste democratiche realizzate
finora.
L’esercizio del potere dal basso ci sembra l’unico mezzo per
superare il fossato che divide oggi la politica della maggioranza degli
italiani.
In questa opera istituzioni e forme sono di secondaria importanza.
Occorre superare questo stato di cose, se non si vuole pregiudicare non
solo il futuro ma anche le basi delle conquiste democratiche realizzate
finora.
L’esercizio del potere dal basso ci sembra l’unico mezzo per
superare il fossato che divide oggi la politica della maggioranza degli
italiani.
In questa opera istituzioni e forme sono di secondaria importanza. Alcune
ne esistono già, come i sindacati quando agiscono sul luogo di
lavoro ; altre ne vediamo attuate e proposte in varie parti del paese.
Due condizioni che riteniamo indispensabili sono : 1) il potere dal
basso deve essere esercitato nella maniera più decentrata possibile ;
2) i partiti, le associazioni, i gruppi promotori devono garantire l’esercizio
di questo potere consentendo la revoca degli eletti.
In questo senso intendiamo e desideriamo che si attui il rapporto dei
partiti innovatori con gli organismo di democrazia diretta : per
cui ci pare ovvio osservare che, pur considerando i partiti le sole forze
politiche capaci di trasformare lo Stato attuale, riteniamo insufficiente
allo scopo il loro funzionamento, la loro organizzazione e i loro attuali
metodi per tradurre in realtà il vero scopo della loro esistenza :
l’esercizio del potere di tutti.
IL POTERE E’ DI TUTTI - ANNO I° - N°2 –
febbraio 1964
RASSEGNA DI PENSIERI CAPITINIANI
La nonviolenza attiva, per trasformare la società
Persuadere alla convivenza pacifica le nazioni è
per Aldo Capitini un processo strettamente collegato alla trasformazione
nonviolenta ormai indilazionabile sia dei rapporti fra le singole persone,
sia dei rapporti economici, sociali, politici tra governanti e governati.
La necessità di una trasformazione nonviolenta nasce
dal rifiuto crescente di questa società in cui la vita di milioni
di persone è sottoposta tutti i giorni alla violenza pubblica e
privata, che ci fa sentire insicuri e indifesi nelle nostre abitazioni,
sulle nostre strade, nei luoghi pubblici e nei luoghi più appartati,
negli uffici davanti alla burocrazia, nei servizi come utenti, nei posti
di lavoro come dipendenti, davanti alla radio e alla televisione come
oggetti di condizionamento consumistico o di eccitazione spettacolare,
nei luoghi di cura e in quelli di riposo, nelle famiglie se si è
bambini o donne o vecchi, nell'ambiente degradato dalla speculazione,
nell'alimentazione inquinata dalla frode, nei rapporti umani quando si
è deboli, malati, ignoranti o solo timidi, nella società
se si è donna, tra i bianchi se si è neri, al nord se veniamo
dal sud del mondo.
Aldo Capitini ha sempre sollecitato l'uso della nonviolenza
attiva, come lui la chiamava, per ottenere la trasformazione della società,
per mettere i detentori del potere sotto il controllo reale e non formale
dei cittadini, nei modi adeguati per non intralciare l'attività,
ma neanche difendendo l'onnipotenza burocratica con la necessità
dell'efficienza.
Nell'insoluto problema di trovare un rapporto meno competitivo
e aggressivo tra i governanti e i governati, l'esercizio democratico e
nonviolento sia dell'opposizione e che del potere, il controllo dal basso
dei cittadini sulle istituzioni si trasformano, nel pensiero di Aldo Capitini,
da mezzo a fine per il miglioramento dell'umanità.
"Ebbe sempre ben chiaro in mente che l'ideale della
nonviolenza, nella tradizione realistica del pensiero politico italiano,
era la novità assoluta della sua opera....Molta strada ha fatto
anche in Italia che la nonviolenza non è più un sogno da
visionari, un'illusione da spiriti deboli, un'evasione dalla realtà,
che gli spiriti forti non debbono prendere troppo sul serio, se non addirittura
una stravaganza, ma è un ideale da perseguire senza illusioni,
con tenacia, con serietà, con la convinzione che la potenza degli
strumenti della violenza è tale da richiedere un mutamento radicale
nelle nostre riflessioni sul passato e del nostro modo di andare incontro
all'avvenire."
(NORBERTO BOBBIO - Prefazione a "Elementi di un'esperienza
religiosa" di A.Capitini, pag.XIX)
"Oggi molti, osservando l'enorme sviluppo della
tecnica fino alla costruzione delle armi nucleari e chimiche, hanno capito
che bisogna usare un metodo diverso da quello della violenza, che diventa
così illimitata e rovinosa per tutti, e anche sproporzionata, per
i danni e le conseguenze, ai fini che si vogliono raggiungere.
Sin nel 1918 Lenin, parlando con lo scrittore Wells,
disse: "Se arriveremo a stabilire comunicazioni interplanetarie,
bisognerà rivedere le concezioni filosofiche, sociali e morali.
In questo caso, il potenziale tecnico, divenuto illimitato, imporrebbe
la fine della violenza come mezzo e come metodo di progresso ".
Dunque: far posto ad altro metodo, perché quello
appoggiato alla tecnica tanto avanzata può produrre distruzioni
enormi e sproporzionate."
(POTERE DI TUTTI, pag.407)
" La lotta per la difesa e lo sviluppo della pace
porta preziosi elementi di coesione dal basso contro l'individualismo
e il conformismo e per di più associa di colpo le donne, le famiglie,
ancor prima delle lotte politiche. E con l'accento posto sul superamento
dei metodi violenti, sull'apertura e sul dialogo, non solo sollecita la
nostra democrazia, e qualsiasi altra, ma preme sulle religioni esistenti,
e particolarmente su quelle tradizionali, perchè sia messo in primo
piano il rapporto nonviolento con tutti gli esseri."
(IN CAMMINO PER LA PACE pag. 37/38)
" A noi pare che ci siano due posizioni sbagliate:
a) quella di coloro che dicono di volere la pace, ma
lasciano effettivamente la società attuale come è, con i
privilegi, i pregiudizi, lo sfruttamento, l'intolleranza, il potere in
mano a gruppi di pochi;
b) quella di coloro che vogliono trasformare la società
usando la violenza di minoranze dittatoriali e anche la guerra, che può
diventare atomica e distruttiva per tutti.
Per noi il rifiuto della guerra e della sua preparazione
militare, industriale, psicologica, è una componente fondamentale
del lavoro per la trasformazione generale della società. Perciò
lavoriamo in queste due direzioni:
1) spingere a costituire dappertutto forme di controllo
dal basso;
2) orientare e alimentare questo controllo con idee
e iniziative contrarie al capitalismo, al colonialismo, all'imperialismo.
(IL POTERE DI TUTTI pag.159)
" COME SI MUOVE LA STORIA. La grossolanità
dell'azione ideologica, politica, diplomatica, e purtroppo anche militare,
di Mussolini risulta con evidente rilievo a chi ne consideri l'ispirazione
che la muoveva.
A parte il fatto che, nel suo attivismo rumoroso e polemizzante,
egli non credette effettivamente in nulla che non fosse un'affermazione
o meglio un'esaltazione quotidiana del proprio animo e del proprio nome,
se su qualche cosa volle basare la sua teoria, fu il fatto della , cosa
alquanto ingenua, malgrado il superficiale e vantato realismo.
Egli non pensò affatto né volle ascoltare
(come avviene invece là dove, mediante la libertà di stampa,
il pensiero non asservito collabora con la politica) quelli che avrebbero
insegnato a tutti e a lui, privo della modestia dell'ignorante e della
larghezza dell'uomo colto, che la storia procede secondo le sue intime
esigenze: per cui può anche darsi che san Paolo abbia fondato più
di Alessandro Magno, e la civiltá ebraica splenda di un lume ben
più inesauribile della civiltà persiana, che pure spinse
qua e là sterminati eserciti."
(PRIME IDEE DI ORIENTAMENTO pag.3/4)
" Non solo l'idea, ma acquista maggior rilievo
oggi anche il mezzo che viene adoperato per affermarla, il modo intero
in cui essa vive.
I mezzi sono azioni vere e proprie; si avverte che chi
usa certi modi nello affermarsi, fa suoi quei modi, li approva, li propugna,
li diffonde.
Una idea si insinua anche in questo punto: non è
vero che basti calcolare il mezzo più adatto, più politico
per ottenere l'intento; si vuol prendere in esame questo mezzo in sè,
vederlo se è accettabile o se è sostituibile con un altro
che soddisfi di più la coscienza: si mette un ideale pur nello
scegliere i mezzi."
(ELEMENTI DI UN'ESPERIENZA RELIGIOSA pag.20)
" Il problema del rapporto tra i mezzi e il fine
assume perciò un'importanza ben maggiore che se si trattasse di
scrupoli; d'altronde ben rispettabili in un mondo che ne è crescentemente
privo, e che non potrà così costruirsi un'altra vita sociale
e un'altra vita religiosa.
Si tratta di fare in modo che quel non sia qualcosa
di dipinto in fondo, interessando invece esclusivamente il mezzo; ma che
quel fine viva già nella qualità e nell'assunzione del mezzo,
e sia lì evidentemente riconoscibile.
Mettere del tempo nell'intervallo, e rimandare a tempo
indeterminato l'armonia del mezzo col fine, è manifestare uno scarso
interesse alla vita del fine, alla sua scelta, all'accorciamento della
distanza da esso.
Se si ama il fine, esso pervade già il presente,
e lo muta, non rassegnandosi ad essere procrastinato indefinitamente."
(RELIGIONE APERTA pag.204)
Pur dichiarandosi a favore della gestione collettiva dell'economia
e della struttura socialista dello stato, Capitini ha visto e denunciato
da sempre l'insufficienza dell'esperimento sovietico
"L'uso della violenza lascia residui gravissimi,
produce conseguenze antirinnovatrici; si veda per es. la mancanza della
libertà di informazione, di critica, di espressione, di associazione,
che è costata la trasformazione violenta delle strutture in Russia;
non vale dire che "il fine giustifica i mezzi" quando i mezzi
hanno conseguenze che costano troppo rispetto al fine."
(POTERE DI TUTTI, pag.414)
" Più volte fino ad oggi sono state fatte
rivoluzioni, e ci sono quelli che vogliono anche ora fare una rivoluzione.
Noi non abbiamo paura di questa parola, anzi ci diciamo senz'altro rivoluzionari
proprio perché non possiamo accettare che la società e la
realtà restino come sono, con il male, che è anche sociale,
ed è l'oppressione, lo sfruttamento, la frode, la violenza, la
cattiva amministrazione, le leggi ingiuste. Rivoluzione vuol dire cambiamento
di tutte queste cose, liberazione, rinascita come persone liberate e unite."
(RIVOLUZIONE APERTA pag.9)
"...l'esigenza mia era liberatoria-popolare, pronta
ad assimilare le rivoluzioni (se nonviolente) pur di allargare a tutti
la società."
(ANTIFASCISMO TRA I GIOVANI pag.98)
" Voi avete ragione di essere insoddisfatti di
questa società sbagliata e ingiusta, ma come potrete voi cambiare
tutto e subito con le vostre mani? volete distruggere le persone che vedete
come avversarie, e anche quelle che sospettate di non essere rivoluzionarie?
volete che la rivoluzione avanzi con le stragi, le torture, il governo
assoluto di un gruppo che impedisca a tanti altri di parlare, di informarsi,
di fare critiche, di vivere?
Noi vogliamo una società di tutti, e cominceremo
con l'ammazzare migliaia? vogliamo una società amorevole, e cominceremo
col coltivare e stimolare l'odio? vogliamo una società libera,
e aumenteremo la tirannia, l'assolutismo? vogliamo un fine buono e pulito,
e useremo mezzi sporchi e terribili?"
(RIVOLUZIONE APERTA pag.10)
(OMNICRAZIA nel IL POTERE DI TUTTI pag.71)
" Del resto, i rivoluzionari politici, quelli che
ammettono anche la violenza, la distruzione degli avversari, il Terrore,
confessano più volte che non ce la fanno a cambiare profondamente
l'uomo. E se lo confessano, sono sinceri; se non lo confessano, sono i
loro fatti, le loro azioni, che mostrano quanto del vecchio uomo è
spesse volte rimasto in loro. Dei riformisti c'è da dire meno,
perché per loro non c'è bisogno di tendere all'uomo nuovo,
di trasformare profondamente l'uomo attuale, perché si accontentano
di cambiamenti particoIari."
(RIVOLUZIONE APERTA pag.14)
"...la soluzione marxista, pur essendo più
vicina alla realtà di tutti, per la finalità universale
- oltre ogni istituzione - di liberazione di tutti, aveva il difetto di
non fornire mezzi adeguati ad una parte della società civile, quella
proletaria, per realizzarsi nel modo richiesto dalla compresenza.
La violenza, la dittatura, l'eliminazione degli avversari,
concepiti come mezzi dal marxismo, non sono gli strumenti adeguati per
trasformare gli elementi di naturalità e violenza viventi nella
società civile."
(OMNICRAZIA nel IL POTERE DI TUTTI pag.104)
" La lezione era che bisogna preparare la strategia
e i legami nonviolenti da prima, per metterli in atto quando occorre;
e nessuno può negare che in Italia nel 1924, al tempo del delitto
Matteotti, e in Germania nel 1933, una vasta e complessa azione dal basso
di noncollaborazione nonviolenta, sarebbe stata occasione di inceppamento
e di caduta per i governi."
(ATTRAVERSO DUE TERZI DEL SECOLO in SCRITTI SULLA NONVIOLENZA
pag.6)
" Non si può pretendere di tramutare il
vecchio col vecchio, la legge con la legge, la violenza con la violenza...
(POLITICA E TRAMUTAZIONE, nel "IL MATTINO DEL POPOLO"
del 30/6/48)
" Col metodo di Gandhi le armi le abbiamo già,
e possiamo cominciare subito la rivoluzione, le armi dell'unione con altri,
della solidarietà, della protesta nonviolenta, dello sciopero a
rovescio, della noncollaborazione col male, del sacrificio; e queste armi
le usano con maggiore efficienza i poveri, i deboli, i sofferenti, gli
ultimi; mettiamoci dunque, con loro."
(RIVOLUZIONE APERTA pag.15)
" La nonviolenza è prova di sovrabbondanza
interiore, per cui all'uso della violenza che sarebbe ovvio, naturale,
possibilissimo, viene sostituita, per ulteriore ricerca e sforzo, la nonviolenza...
Tra il nonviolento inerte e il soldato che si esercita
faticosamente e arrischia, la possibilità di un valore morale è
più nel secondo che nel primo. Il nonviolento deve essere attivissimo
sia per conoscere le ragioni della violenza, per individuare la violenza
implicita che si ammanta di legalità e smascherarla impavidamente,
sia per supplire all'efficacia dei mezzi violenti con il moltiplicarsi
dei mezzi nonviolenti, facendo come le bestie piccole che sono più
prolifiche (e anche sopravvivono alle specie delle bestie grandi ); sia
per vincere l'accusa e il pericolo intimo che la nonviolenza venga scelta
perché meno faticosa e meno rischiosa.
Il nonviolento deve portarsi alla punta di ogni azione,
di ogni causa giusta, appunto per curare il proprio sentimento che potrebbe
stagnare e per farsi perdonare dalla società la propria singolarità."
(IL PROBLEMA RELIGIOSO ATTUALE in SCRITTI SULLA NONVIOLENZA
pag.24)
" E' un errore credere che la nonviolenza sia pace,
ordine, lavoro e sonno tranquillo, matrimoni e figli in grande abbondanza,
nulla di spezzato nelle case, nessuna ammaccatura nel proprio corpo. La
nonviolenza non è l'antitesi letterale e simmetrica della guerra:
qui tutto infranto, lì tutto intatto. La nonviolenza è guerra
anch'essa, o, per dir meglio, lotta, una lotta continua contro le situazioni
circostanti, le leggi esistenti, le abitudini altrui e proprie, contro
il proprio animo e il subcosciente, contro i propri sogni, che sono pieni,
insieme, di paura e di violenza disperata. La nonviolenza significa esser
preparati a vedere il caos intimo, il disordine sociale, la prepotenza
dei malvagi, significa prospettarsi una situazione tormentosa. La nonviolenza
fa bene a non promettere nulla dal mondo, tranne la croce."
(IL PROBLEMA RELIGIOSO ATTUALE in SCRITTI SULLA NONVIOLENZA
pag.21)
" E chi vi assicura che io ho una natura nonviolenta?
A me pare di avere mille impulsi violenti, e di sentirmi disposto a controbattere
violentemente. Tuttavia mi sono messo da molto tempo a lavorare per frenare
la violenza che porto in me, per persuadermi della nonviolenza, e non
è detto che questo lavoro sia compiuto se più volte mi accade
perfino di sognare casi difficili, situazioni in cui essere nonviolenti
è molto più duro. Ciò vuol dire che la nonviolenza
è una persuasione che deve lavorare interiormente e non un istinto:
e perciò è questione più di carattere (che si forma)
che di temperamento con cui si nasce... Il problema è, dunque,
non di essere in un modo o nell'altro, ma di scegliere di lavorare per
una interiore persuasione alla nonviolenza."
(LA NONVIOLENZA OGGI in SCRITTI SULLA NONVIOLENZA pag.180)
" La nonviolenza non è appoggio all'ingiustizia.
Oltre l'equivoco della nonviolenza come pace, io vorrei chiarire e dissipare
un altro equivoco, che è ancor più insinuante e pericoloso.
Nella lotta politica e sociale, necessaria in una società
di ingiustizia e di privilegi, la nonviolenza fa tirare un sospiro di
sollievo ai tiranni di ogni specie; e questo sospiro di sollievo è
per noi oltremodo tormentoso.
Se la nonviolenza dovesse essere interpretata, o comunque
risolversi in un'acquiescienza all'ingiustizia, a quella violenza di secoli
cristallizzata in potere e in privilegi, decorati ora di un'apparente
legittimità, non ci sarebbe sollecitazione più tentatrice
a metterla in dubbio ed abbandonarla. La nonviolenza non è soltanto
rifiuto della violenza, ma è diffidenza contro il risultato ingiusto
di una violenza passata. Quanto più di violenza è carico
un regime capitalistico o tirannico, tanto più il nonviolento entra
in stato di diffidenza verso di esso.
Bisogna aver ben chiaro che la nonviolenza non si colloca
dalla parte dei conservatori e dei carabinieri, ma proprio dalla parte
dei propagatori di una società migliore, portando qui il suo metodo
e la sua realtà. Il nonviolento che si fa cortigiano è disgustoso:
migliore è allora il tirannicida, Armodio, Aristogitone, Bruto.
Due grandi nonviolenti come Gesù Cristo e San Francesco si collocarono
dalla parte degli umiliati e degli offesi. La nonviolenza è il
punto della tensione più profonda del sovvertimento di una società
inadeguata."
(IL PROBLEMA RELIGIOSO ATTUALE in SCRITTI SULLA NONVIOLENZA
pag.23/24)
" La scelta della rivoluzione nonviolenta al posto
di quella violenta dipende dalla fiducia che i mezzi della nonviolenza
assicurano, a lungo andare, una maggiore stabilità alle conquiste."
(OMNICRAZIA nel IL POTERE DI TUTTI pag.86)
" E' nella società che le trasformazioni
radicali di struttura avvengono mediante un rivoluzione, che elimina tirannie,
profonde ingiustizie, oppressioni. La nonviolenza tende a stabilire una
società esente da qualsiasi oppressione, sfruttamento, violenza
sul singolo, per cui essa propugnerà quei modi ( noncollaborazione
ecc. ), che già inizialmente non significhino oppressione per nessuno,
ma appello all'altrui ragione, e non distruzione dell'avversario."
(RELIGIONE APERTA Pag. 158)
"Un nonviolento tende, oltre che a semplificare
la sua vita materiale, a non collaborare con lo sfruttamento attraverso
la proprietà di industrie e di terreni, a collaborare alle forme
cooperative, alle lotte sindacali, a tutto ciò che decentra il
potere e mette tutto a disposizione di tutti"
(POTERE DI TUTTI, pag.244)
" La buona accoglienza che viene fatta da un certo
tempo al termine nonviolenza (che si comincia a scrivere giustamente in
una sola parola), sta a significare probabilmente una accettazione della
negazione, del rifiuto della violenza, dell'auspicio che se ne pulisca
il terreno, piuttosto che la consapevolezza delle possibilità positive,
costruttive e il pensiero preciso dell'articolazione e delle tecniche
della nonviolenza stessa."
(LA NONVIOLENZA OGGI in SCRITTI SULLA NONVIOLENZA pag.139)
"Può darsi, se le forze della rivoluzione
violenta corrono il rischio di non esser più vittoriose poiché
il fronte della conservazione può dispiegare una capacità
repressiva schiacciante ora che ha capito di essere messo in pericolo,
che questo sia il momento storico nel quale bisogna soprattutto consolidare
la posizione che teniamo e trovare i modi di rafforzare e confortare i
persuasi, perché non si disperdano....Proprio in questi tempi sta
avvenendo l'arricchimento dell'opposizione, mediante la posizione nonviolenta,
che condivide la lotta, ma non l'uso dei mezzi violenti."
(POTERE DI TUTTI, pag.87)
(a cura di Lanfranco Mencaroni)
La riforma religiosa e l’impegno per la pace
"Non solo le due guerre mondiali, ma gli strazi
nei campi di sterminio, l'apparire delle armi nucleari, hanno posto come
urgentissimo il problema che non accada la guerra, hanno fatto ricercare
le colpe di chi non ha saputo impedire quegli strazi e quelle lacerazioni
del tessuto dell'umanità. Ecco l'accusa ai vecchi di aver collaborato
a compiere quegli strazi."
(POTERE DI TUTTI, pag.421)
"Noi siamo convinti che le popolazioni si fidano
troppo dei governi.
La guerra è voluta, preparata e fatta scoppiare
da pochi, ma questi pochi hanno in mano le leve del comando. Se
c'è chi preferisce lasciarli fare, e non pensarci, divertirsi e
tirare a campare, noi dobbiamo pensare agli ignari, ai piccoli, agli innocenti,
al destino della civiltà, dell'educazione, della progressiva liberazione
di tutti. Noi dobbiamo dire NO alla guerra ed essere duri come pietre..."
(POTERE DI TUTTI, pag.158)
Educazione permanente dei cittadini grandi e piccoli, con
tutti i mezzi a disposizione, con l'aiuto di tutti, al fine di difendere
la pace, di educare alla pace.
I giovani ad es. debbono sapere che la legge sulla obbiezione
di coscienza, che permette loro di sostituire, senza rischiare più
la galera, il servizio militare con un servizio di solidarietà
civile, è frutto in gran parte dell'impegno di Aldo Capitini, che
a Pietro Pinna, il primo giovane carcerato in Italia per obbiezione di
coscienza al servizio militare, scriveva :"E' la prima volta che
in Italia un fatto tale ha una così grande risonanza. E sicuramente
ne deriveranno frutti benefici per la coscienza e la situazione di tanti
giovani. Noi facciamo di tutto perché al tuo sacrificio corrisponda
un'eco degna, in modo che il problema venga una buona volta posto davanti
alla nazione."
"Si sa cosa significa la guerra e la sua preparazione:
la sottrazione di enormi mezzi allo sviluppo civile, la strage di innocenti
e di estranei, l'involuzione dell'educazione democratica e aperta, la
riduzione della libertà e il soffocamento di ogni proposta di miglioramento
della società e delle abitudini civili, la sostituzione totale
dell'efficienza distruttiva al controllo dal basso."
(OMNICRAZIA nel IL POTERE DI TUTTI pag.66)
" Non credo affatto che la guerra sia soltanto
colpa dei grandi uomini, dei governanti e dei capitalisti. La piccola
gente la fa altrettanto volentieri, altrimenti i popoli si sarebbero rivoltati
da tempo. C'è negli uomini un impulso alla distruzione, alla strage,
all'assassinio, alla furia, e fino a quando tutta l'umanità, senza
eccezioni, non avrà subìto una grande metamorfosi, la guerra
imperverserà, tutto ciò che è stato ricostruito o
coltivato verrà distrutto e rovinato di nuovo: l'umanità
dovrà ricominciare da capo."
(ANNA FRANK - DIARIO - pag.254)
" E' singolare il fatto che mentre per le folle
l'impresa etiopica del '36 fosse un successo, per i giovani migliori cominciò
la delusione e la rivolta, perché videro che con quell'azione prepotente
si faceva più manifesta la rovina diplomatica dell'Italia che aveva
abbandonato il suo compito europeo e iniziava le avventure antidemocratiche.
Sentirono che la costruzione doveva avvenire allineando
l'Italia con le moderne democrazie, affrontando la questione sociale,
appoggiando l'educazione a motivi ben più profondi che non quello
anacronistico del colonialismo."
(NUOVA SOCIALITA' E RIFORMA RELIGIOSA pag.70)
Citato da Aldo Capitini:
" E' immenso il debito che abbiamo verso William
James per il titolo del suo saggio .
Esso rivela come uno sprazzo di luce la vera psicologia
della guerra.
Il suggerimento di un equivalente della guerra richiama
l'attenzione sulla confusa mescolanza di impulsi che per caso si sono
raccolti sotto il titolo di impulso bellicoso, e richiama l'attenzione
sul fatto che gli elementi di questa mescolanza confusa si possono intrecciare
insieme in molti tipi diversi di attività, alcuni dei quali possono
mettere in funzione gli impulsi nativi in modi molto migliori che non
abbia mai fatto la guerra.
Sono le condizioni sociali, piuttosto che il vecchio
Adamo, che hanno generato le guerre; gli impulsi irriducibili che vi sono
utilizzati possono essere convogliati in molti altri canali.
Il secolo che è stato testimone del trionfo della
dottrina scientifica della convertibilità delle energie naturali,
non dovrebbe rifiutare le prospettive del miracolo non meno grande delle
equivalenze e delle sostituzioni sociali."
(DEWEY: NATURA E CONDOTTA DELL'UOMO pag.120)
" Ma poi ci si accorge che miglior realista, come
dice Dewey, è colui che riconosce che la realtà è
incompleta e attende di essere liberata da ideali"
(COMPRESENZA DEI MORTI E DEI VIVENTI pag.106)
" D'accordo con il Dewey che ha posto con vigore
l'esigenza della qualità dei valori per i quali si vive e che ai
valori e alla loro elevatezza unisce l'esigenza della comunicazione con
gli altri, l'apertura".
(EDUCAZIONE APERTA I pag.109)
" Avevo visto, nei dopoguerra della mia vita, le
domeniche nella campagna frotte di donne vestite a lutto per causa delle
guerre, sapevo di tanti giovani ignoranti ed ignari mandati ad uccidere
e a morire da un immediato comando dall'alto, e volevo fare in modo che
questo più non avvenisse, almeno per la gente della terra a me
più vicina. Come avrei potuto diffondere la notizia che la pace
è in pericolo, come avrei potuto destare la consapevolezza della
gente più periferica, se non ricorrendo all'aiuto di altri e impostando
una manifestazione elementare come la marcia?"
(IN CAMMINO PER LA PACE pag. 13)
" (Al termine della Marcia per la pace Perugia
- Assisi del 1961 Capitini lesse la Mozione per la pace, che terminava
così:)
Il popolo memore dei morti delle guerre, e delle immense
ricchezze sottratte per esse allo sviluppo civile, impegnato a dedicare
la pace al bene proprio e dei figli in un mondo aperto ai più alti
valori della coscienza e della scienza, esige da tutti i governi di smobilitare
la guerra fredda e di trattare immediatamente con animo di pace."
(IN CAMMINO PER LA PACE pag.49)
" Tutto quello che possa essere fatto dappertutto,
per costruire nelle moltitudini una resistenza agli ordini della guerra,
prepara lo scadere dei nuclei dirigenti attuali e può evitare la
strage."
(LETTERA DI RELIGIONE del 5 ottobre 1951dal Potere di
tutti).
"Mi si domanda: come evitare la guerra?....rispondo:...il
modo ci sarebbe; e se la guerra non scoppierà presto, il modo c'è
senz'altro: ed è quello di svegliare talmente le popolazioni del
mondo, sia nel diffidare e nel rifiutarsi ai nuclei dirigenti che le porterebbero
alla guerra, sia nel rinnovarsi interiormente...Pochi lavorano a questo
svegliare le popolazioni; e meno di tutti i nuclei dirigenti. Tanto è
vero che nessun governo educa i cittadini alla resistenza nonviolenta
contro l'eventuale invasore, e preferisce inebriarli con le armi."
(POTERE DI TUTTI, pag.214)
"...io mi impegno ad agire nel modo sopra indicato
di svegliare e trasformare me (e se ciò è possibile per
me, è possibile anche per gli altri) ed impegnandomi, vedo
due cose: o questo impegno mio e di altri - e lavoro conseguente - modifica
il campo del possibile e riesce a impedire la guerra; o produce altro
, sempre qualcosa di positivo, per es. pone le premesse per un rinnovamento
religioso del mondo....che è trasformazione della realtà,
della società, della umanità."
(POTERE DI TUTTI, pag.215)
"La pace è troppo importante perché
possa essere lasciata nelle mani dei soli governanti; è perciò
urgente che in ogni nazione tutto il popolo abbia il modo di informarsi
continuamente e liberamente, e sia convocato frequentemente ad esprimere
il proprio parere."
(IN CAMMINO PER LA PACE pag.48)
" La nonviolenza è stata spesso finora sacrificata
dalle religioni, anche da quelle che l'avevano insegnata come un principio,
e poi l'hanno perduta, sostituendola con altri principi come , , ecc.
Religiosi, perfino cristiani e buddhisti, fanno guerre e guerriglie."
(EDUCAZIONE APERTA I pag.162)
" Dietro e dopo le soluzioni provvisorie dell'equilibrio
del terrore, mentre è enorme nel mondo la fabbricazione di armi
di tutte le specie e la loro distribuzione anche ai popoli sottosviluppati,
la nonviolenza prepara la svolta storica del possesso in tutto il mondo
di un metodo di lotta che esclude la distruzione dei nemici, attraverso
la non collaborazione con il male, la solidarietà dei giusti."
(AZIONE NONVIOLENTA agosto/settembre 1968 dal Potere
di tutti)
" Per affermare la pace c'è da compiere
il lavoro continuo di richiamo ad una cittadinanza veramente mondiale,
non ubicata in nessun luogo "eletto dalla Provvidenza" di Dio
o della Storia, diffidente a tutte le soluzioni di guerra sia pure "per
l’ultima volta" .
E' necessario anche che questo cittadino del mondo non
difenda il diritto di restare quello che è, angusto religiosamente
e ingiusto socialmente. Egli deve vivere quel rispetto per gli altri,
che non sia chiusura nel vecchio e contrarietà a ciò che
si fa oggi nel mondo per fondare un nuovo uomo religioso e una nuova società.
Vi potrebbe essere il pericolo di una concezione statica
di questo essere cittadini del mondo, fondata su di un tipo di uomo che
siamo invece convinti debba trasformarsi: poiché non si tratta
soltanto di divulgare la società attuale, ma di fondarne, sia pure
dal punto alto raggiunto, una nuova."
(ITALIA NONVIOLENTA pag.62)
" Soltanto che le donne dimenticassero di appartenere
al sesso debole, non ho dubbio che potrebbero opporsi alla guerra infinitamente
meglio degli uomini. Supposto che le donne e i fanciulli d'Europa si infiammino
d'amore per l'umanità, trascinerebbero gli uomini e annienterebbero
il militarismo in tempo incredibilmente breve."
(GANDHI cit. in IL POTERE E' DI TUTTI anno 1 n°12
pag.2)
" Nell'idea di fratellanza dei popoli si riassumono
i problemi urgenti di questo tempo: il superamento dello imperialismo,
del razzismo, del colonialismo, dello sfruttamento: l'incontro dell'Occidente
con l'Oriente asiatico e con i popoli africani....; la fratellanza degli
europei con le popolazioni di colore; l'impianto di giganteschi piani
di collaborazione culturale, tecnica, economica.
(IN CAMMINO PER LA PACE pag.47)
"Oggi con la guerra atomica c'è una ragione
di più per cominciare molto presto, quando già si prepara
la guerra, stringere larghissime solidarietà dentro e fuori le
nazioni, impegnare i religiosi ad usare il metodo religioso della nonviolenza,
imparare e insegnare che il rifiuto attivo della guerra è una rivoluzione.
Una rivoluzione è una serie di atti, di solito
collettivi, rivolti a cambiare il possesso del potere, a trasformare le
strutture sociali e politiche, a influire sugli animi delle persone.
Ma ogni rivoluzione ha un suo carattere.
E quella che noi sosteniamo ha il carattere di essere
la più totale che sia stata proposta, non solo per gli animi nel
profondo e per le strutture che debbono essere adeguate ad una società
veramente di tutti, ma soprattutto per la convocazione di tutti ad operare
il nuovo corso.
Non si tratta di formare un gruppo di convinti e di
lanciarli nell'azione con tutti i mezzi, ma di far partecipare tutti.
Oggi che le armi nucleari hanno margini illimitati di
distruzione, si devono creare tanti centri di potere e di controllo dal
basso."
(POTERE di TUTTI, pag.158)
" Nella grossa questione del rapporto tra il mezzo
e il fine, la nonviolenza porta il suo contributo in quanto indica che
il fine dell'amore non può realizzarsi che attraverso l'amore,
il fine dell'onestà con mezzi onesti, il fine della pace non attraverso
la vecchia legge di effetto tanto instabile "se vuoi la pace, prepara
la guerra ", ma attraverso un'altra legge: ."se vuoi la pace,
prepara la pace"
(LE TECNICHE DELLA NONVIOLENZA pag.11)
"Per preparare la pace durante la pace è
necessario diffondere nell'educazione e nei rapporti con tutti, a tutti
i livelli, una capacità di dialogo, una sincera apertura alla coesistenza
ed alla pacifica competizione di ideologie e di vari sistemi politici
e sociali, nel comune sviluppo civile, ed affermare il lavoro come elemento
costruttivo fondamentale."
(IN CAMMINO PER LA PACE pag.47)
(a cura di Lanfranco Mencaroni)
Le tecniche della nonviolenza attiva
"...l'apertura alla compresenza e all'omnicrazia
ci pone davanti tante cose che non potremo più considerare come
"mezzi" per ottenere altro (l'uccisione, la frode, la tortura,
la soppressione della libertà ecc.)"
(POTERE DI TUTTI, pag.115)
Dunque nonviolenza, nonmenzogna, noncollaborazione contro
il potere oppressivo dei violenti sono i mezzi che la società moderna
potrebbe e dovrebbe dispiegare per la costruzione un mondo migliore. Le
tecniche da utilizzare per il loro uso politico dovrebbero essere conosciute,
divulgate, moltiplicate. Naturalmente i liberi religiosi, i nonviolenti
attivi, usciti dalle vecchie istituzioni compromesse con il potere del
mondo, dovranno trovarsi in prima fila in questa lotta, poiché
il loro impegno civile è oltretutto, secondo Aldo Capitini, indispensabile
a vivere religiosamente.
"Per una posizione di nonviolenza è da generalizzare
l'insegnamento delle tecniche della nonviolenza, addestrando tutti a saperle
usare e fornendo loro i mezzi necessari: tali tecniche possono valere
per le trasformazioni, o rivoluzioni, interne e per l'eventuale lotta
contro invasori.
Perciò il rifiuto assoluto della guerra e della
guerriglia, e della tortura e del terrorismo, che li accompagnano, è
il punto di partenza, la svolta, la condizione assoluta di una nuova impostazione
del potere..."
(POTERE DI TUTTI, pag.97)
" E' stato detto che Gandhi ha lasciato all'India
il metodo Satyagraha. Satyagraha è il nome che assunse il metodo
usato da Gandhi.
E' discutibile l'affermazione che l'eredità sia
per l'India, perché è piuttosto da dire che l'India è
stata presa dai suoi imponenti problemi di nuova nazione e non ha portato
avanti nè l'autoeducazione nel Satyagraha nè la sua applicazione
su massima scala, e il metodo gandhiano è piuttosto stato raccolto
dal mondo, fuori dell'ambiente e della tradizione indiane, tanto è
vero che Martin Luther King negli Stati Uniti, fondatore di una Gandhian
Society, lo ha applicato e svolto con immensa efficacia.
Ma è esatto dire che il Satyagraha è il
contributo massimo che Gandhi ha dato. Anche se tecniche nonviolente erano
state usate qua e là da millenni, qualche volta collettive, il
più delle volte individuali. Anzi la storia stessa dell'uomo non
sarebbe quella che è se, a fianco delle tecniche della violenza,
indubbiamente tanto sviluppate da lontanissimi tempi, non fossero esistite
le tecniche della nonviolenza.
(LE TECNICHE DELLA NONVIOLENZA pag.14)
Aldo Capitini citava spesso una classificazione semplificata
delle tecniche nonviolente.
Tecniche nonviolente individuali: il dialogo, quello vero
che presuppone la disponibilità a lasciarsi convincere dall'interlocutore,
l'esempio, l'obiezione di coscienza, il digiuno.
Tecniche nonviolente collettive: le marce, lo sciopero,
il boicottaggio, la pubblicità delle iniziative.
"Il digiuno, sebbene sia un'arma potentissima,
è governato da regole severisse e può essere intrapreso
soltanto da chi si è adeguatamente preparato ad esso. E, secondo
il mio metro di giudizio, la maggioranza dei digiuni non sono assolutanente
riconducibili all'ambito del Satyagraha e sono, come vengono generalmente
chiamati, degli scioperi della fame, intrapresi senza alcuna preparazione
e coscienza. Se si ripetono troppo spesso, questi scioperi della fame
sono destinati a perdere anche la limitata efficacia che possono avere
e cadono nel ridicolo."
(GANDHI - TEORIA E PRATICA DELLA NONVIOLENZA pag.188)
" Altro tipo di classificazione è quello compiuto
recente da Sharp che ha distinto le tecniche in tre vaste classi:
1) Azioni di protesta e di persuasione nonviolenta:
sono per lo più azioni simboliche che tendono a persuadere l'avversario
o chiunque altro esprima la sua disapprovazione o dissenso;
2) Azioni di non collaborazione: il gruppo nonviolento
ritira il consenso all'operato di chi detiene il potere.
A loro volta si suddividono in: a) non collaborazione
sociale; b ) non collaborazione politica c) non collaborazione economica;
3) Azioni di intervento nonviolento: sono quelle azioni
pratiche che implicano una prova di forza con l'avversario."
(G. SHARP - Politica dell'azione nonviolenta, Torino,
Ed. Gruppo Abele, 1985, pag.131)
"Preghiere, atti di culto, formule ed atti magici
possono essere compresi tra le tecniche nonviolente quando essi mirano
a esercitare sugli altri un potere che sia sempre alla luce di un valore
comune, tale cioè che valga per colui verso il quale è diretto,
e verso il quale si potrebbe, se si volesse, usare invece la violenza.
La rinuncia all'uso della violenza, e della maledizione,
che è il suo surrogato, viene fatta affidando alla mediazione divina
l'efficacia di indurre l'altro al bene."
(LE TECNICHE DELLA NONVIOLENZA pag.60)
" La marcia è una manifestazione dal basso,
al livello minimo, che tende a comprendere tutti, è assolutamente
nonviolenta, cioè priva di armi e opposta perciò alla sfilata
militare, tende ad essere antiautoritaria, di ammonimento ai gruppi minoritari
dirigenti, proprietari di ricchi giornali quotidiani. La marcia è
il simbolo della moltitudine povera, che sa di essere nel giusto, che
accomuna volentieri tutti."
(LE TECNICHE DELLA NONVIOLENZA pag.103)
" Questi quattro caratteri della Marcia (Perugia
- Assisi) mi sono stati chiarissimi fin dal 1960:
1) che l'iniziativa partisse da un nucleo indipendente
e pacifista integrale (Centro di Perugia per la nonviolenza);
2) che la Marcia dovesse destare la consapevolezza della
pace in pericolo alle persone più periferiche e lontane dall'informazione
e dalla politica;
3) che la Marcia fosse l'occasione per la presentazione
e il lancio dell'idea del metodo nonviolento al cospetto di persone ignare
o riluttanti o avverse;
4) che si richiamasse a Francesco, il santo italiano
della nonviolenza (riformatore senza successo)."
(IN CAMMINO PER LA PACE pag.15/16)
Aldo Capitini considerava gravi atti di viltà sia
il conformismo, che l'omertà, il rifiuto d'impegnarsi per la giustizia,
il distogliere gli occhi dalla presenza del male.
Come lui, anche Martin Luther King quando affermava: "la
più grande tragedia di questo periodo di trasformazione sociale
non è nei clamori chiassosi dei cattivi ma nel silenzio spaventoso
delle persone oneste."
(a cura di Lanfranco Mencaroni)
A DUE ANNI DALLA SCOMPARSA DI DOLCI
L’eredità di Danilo: nonviolenza, utopia, progetto
di Giuseppe Barone
è stato triste, per quanti
hanno avuto l’opportunità di collaborare con Danilo Dolci,
particolarmente negli ultimi anni del suo straordinario percorso intellettuale
e umano, leggerne sulla stampa, nella dolorosa occasione della scomparsa,
un ritratto assolutamente irriconoscibile.
I giornali, salvo poche importanti eccezioni, hanno descritto un intellettuale
stanco e deluso, “appartato nella sua casa a Trappeto”, un isolato
costretto a lavorare “a lume di candela, perché non era più
riuscito a pagare la bolletta”, “una bandiera che da tempo aveva
cessato di sventolare”.
è legittimo – ovviamente – avere opinioni diverse sul
significato e sugli esiti dell’opera di Danilo Dolci, ma è
inaccettabile mistificare la realtà in questi termini. Tutt’altro
che “autoconfinatosi nel paese di Partinico”, Dolci viaggiava
moltissimo in Italia e ancor più all’estero. Presso scuole
e associazioni hanno lavorato con lui migliaia e migliaia tra studenti,
docenti, persone d’ogni tipo interessate alle sue proposte. Ricordo
suoi recenti viaggi in India, in Cina, negli Stati Uniti, in Canada, nell’America
Latina, invitato da università, gruppi, centri, riviste. Ogni anno,
fino alla sua morte, si è tenuto un seminario di collaboratori
provenienti da ogni parte d’Italia e dall’estero. Numerosissimi
i riconoscimenti assegnatigli, e tra questi il Premio Gandhi in India
nel 1989 e la laurea honoris causa in Scienze dell’Educazione dell’Università
di Bologna nel 1996.
Tutt’altro che “scettico sulle possibilità di cambiamento”,
Dolci continuava a dedicare la vita ad analizzare la crisi dei
nostri tempi e a cercare possibili alternative, pure consapevole della
difficoltà di questo tentativo. Numerosi libri, in buona misura
ancora tutti da indagare, lo documentano in maniera puntuale.
Ancora pochi giorni prima di morire, anche se gravemente provato nel
fisico, meditava nuove iniziative e inviava appunti ai collaboratori.
è vero: non utilizzava più i mezzi “clamorosi”
degli anni Cinquanta e Sessanta, ma solo perché non li riteneva
utili, idonei al nuovo impegno, prevalentemente educativo. Altra era l’urgenza
dettata dal degrado estremo delle condizioni di vita nella Sicilia del
secondo dopoguerra, dai pescatori e dai contadini che – letteralmente
– morivano di fame. Il titolo di uno dei primi volumi, pubblicato
nel 1953 dall’editore De Silva, è fin troppo esplicito: Fate
presto (e bene) perché si muore. Il lavoro più recente,
non meno importante, richiedeva strumenti diversi, meno “spettacolari”,
poco adatti probabilmente alle prime pagine dei giornali.
Nessuno si è chiesto come mai il 31 dicembre 1997, ultimo giorno
dell’anno, giungevano a Trappeto da ogni parte del paese, per tributargli
un estremo saluto, migliaia di persone che lo conoscevano, lo leggevano,
avevano lavorato con lui, curandosi poco del silenzio cui l’aveva
condannato il mondo della cultura e dell’informazione “ufficiali”
(non tutto, certo, ma quasi), forse per il suo essere figura scomoda,
fuori dagli schemi, non asservita a nessun interesse; o forse perché
il senso del suo lavoro non si poteva riassumere in trenta secondi di
intervista televisiva o in dieci righe di quotidiano.
Credo sarebbe utilissimo cercare di spezzare il disinteresse colpevole
che ha riguardato l’opera di Danilo Dolci dagli anni Settanta in
poi.
In numerose occasioni è stata evidenziata la componente utopistica
del lavoro di Danilo Dolci e non è mia intenzione negare la forza
con la quale il suo sguardo si orientava verso il futuro. Mi pare essenziale,
tuttavia, qualche puntualizzazione. In che senso e con quali limiti possiamo
definire Dolci un utopista? E, prima ancora: di quale utopia stiamo parlando?
Un conto è, infatti, la sacrosanta diffidenza nei confronti di
ideologie palingenetiche, che pretendano di edificare dal nulla mondi
nuovi e perfetti, salvo poi generare nelle loro incarnazioni storiche
regimi totalitari e sanguinari; un altro la resa incondizionata all’idea
che la storia sia finita, che non vi sia spazio per alcuna innovazione,
equivocando per leggi eterne e universali meri accidenti dell’epoca
attuale.
Il rischio, insomma, è quello di bollare come utopistica qualsiasi
proposta di cambiamento dello status quo, qualsiasi atteggiamento
che non sia di remissiva accettazione dell’ineluttabilità
delle umane cose, qualsiasi voce fornita di un accento personale che provi
a distinguersi dal brusio di fondo, evitando di entrare nel merito delle
proposte e delle argomentazioni.
Non era forse utopistico anche solo immaginare nell’Italia e nella
Sicilia del secondo dopoguerra di poter impegnare una battaglia contro
la mafia e i politici ad essa organici con le armi della nonviolenza,
appellandosi al senso civico e alla volontà di riscatto dei cittadini?
E non era utopistico scommettere sulla rinascita civile, democratica ed
economica di una delle aree più povere e arretrate del paese e
dell’intero Occidente, favorendo lo sviluppo della cultura cooperativa?
Nel 1956, il pubblico ministero di uno dei numerosi processi subiti da
Dolci aveva parlato di “fanatismo mistico”.
Pochi anni dopo, molti benpensanti, combattuti tra il fastidio e la derisione,
pontificavano: “Non si costruiscono dighe con i digiuni”, mentre
il Centro Studi e Iniziative avviava la lunga e complessa battaglia per
la costruzione della diga sul fiume Jato, per dare a tutti “acqua
democratica”. Quella diga, come noto, è stata edificata, con
i digiuni, la mobilitazione popolare, il coinvolgimento di migliaia e
migliaia di cittadini, consentendo uno sviluppo economico che nessuno
avrebbe potuto prevedere e strappando dalle mani dei mafiosi il monopolio
della scarsa acqua prima disponibile.
Quando Franco Marcoaldi gli chiede se si ritenga un utopista, Dolci risponde:
“Sono uno che cerca di tradurre l’utopia in progetto. Non mi
domando se è facile o difficile, ma se è necessario o no.
E quando una cosa è necessaria, magari occorreranno molta fatica
e molto tempo, ma sarà realizzata. Così come realizzammo
la diga di Jato, per la semplicissima ragione che la gente di qui voleva
l’acqua”.
Individuare modalità concrete affinché il sogno possa farsi
progetto: mi pare questa una possibile chiave di lettura della vita e
dell’opera di Danilo Dolci.
Alla base di questo sforzo non un vago impeto volontaristico, ma un serio,
continuo, approfondito lavoro di ricerca. Nessuna delle grandi battaglie
di Dolci è figlia dell’improvvisazione. Non sono un caso le
ricerche condotte con metodo sociologico, l’accurata raccolta di
documentazione antimafia, il modo scientifico di affrontare la lettura
dei problemi, il coinvolgimento nella stesura dei progetti di grandi esperti
italiani e mondiali delle discipline più diverse.
è senz’altro inusuale, e nel contempo molto significativo,
il numero di uomini di scienza che, in tempi diversi, hanno collaborato
con Danilo Dolci. Tra i tanti voglio ricordare i nomi di Lucio Lombardo
Radice, Jean Piaget, Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia, Giuliano Toraldo
di Francia, Luca Cavalli Sforza.
Riferendosi al Dolci scrittore, ma esprimendo un giudizio che credo possa
avere una valenza più generale, Cesare Zavattini ha scritto: “La
poesia è in atto già nei fatti e nella vita di Danilo. è
il solo della nostra generazione che ha saputo ridurre al minimo la terra
di nessuno esistente tra la vita e la letteratura”.
Dolci ha sempre attribuito molta importanza alle parole, al loro significato,
all’uso che ne facciamo. Allora, se proprio di utopia vogliamo parlare,
quella di Dolci non è mai stata – per riferirci alla disputa
ancora aperta sull’origine del vocabolo – sogno di un luogo
che non esiste e non può esistere, vagheggiamento di un mondo impossibile,
ma ricerca – costante, attiva, intensa – di una possibile eutopia,
di un mondo migliore, alla cui realizzazione tutti possiamo – dovremmo
– aspirare e partecipare.
Senza mai trovare rifugio nell’astrazione, l’intera sua opera
– sociale, politica, poetica, educativa – è stata vigorosamente
orientata alla concretezza.
Nel corso degli anni, la riflessione di Danilo Dolci è andata
via via approfondendosi. I temi della sua elaborazione più recente
sono stati la distinzione tra trasmettere e comunicare e
tra potere e dominio, la critica della Modernità,
l’allarme rispetto alle società contemporanee i cui cittadini
sono considerati – e trattati – come massa, lo studio delle
caratteristiche e delle potenzialità della struttura maieutica,
la critica della cosiddetta “comunicazione di massa” che, come
dimostra efficacemente Dolci, non esiste. Un’analisi assolutamente
coerente, ma anche complessa, articolata, approfondita; originale nel
suo insieme, ma che trova – mi pare – copiosi echi e riferimenti
in importanti autori contemporanei. Tra i tanti che potremmo enumerare,
mi sembrano evidenti i punti di contatto con le opere di Habermas, Gadamer,
Capitini, Chomsky, Erikson, Mumford, Bloch, Arendt, Jaspers, Prigogine,
Laszlo.
In nessun momento, però, malgrado l’ampliarsi della ricerca,
Dolci ha smesso di guardarsi intorno e operare nei più diversi
ambiti ai quali si è di volta in volta rapportato. Prima che per
altri diventasse uno slogan, Dolci ha saputo pensare globalmente, agire
localmente. Peraltro, mi pare, che mirare a obiettivi non immediati, più
ardui – pure provvisori, in continuo divenire – sia essenziale
per non smarrire il senso della direzione del nostro agire. Affinché
i nostri atti non si risolvano in un insieme caotico di gesti, le nostre
iniziative non ci risultino un puro agitarsi senza prospettive.
Se tutti concordiamo nel denunciare i rischi determinati dalla massificazione,
dall’omologazione, dall’appiattimento di coscienze e culture,
nel riconoscere la necessità di salvaguardare quello straordinario
patrimonio dell’umanità costituito dalle nostre differenze,
bisognerà pur sforzarsi di individuare degli strumenti, delle strade.
La denuncia – certo – è importante, ma non risolve. “Non
basta dire solo no”, risponde Dolci a un giornalista che gli chiede
un giudizio sul valore dell’obiezione di coscienza. “Ciò
che è essenziale è produrre alternative. Il lavoro preventivo
è un lavoro per la salute; dire solo di no è intervenire
già nella malattia, nella nevrosi”. Non ci occorrono formule
magiche o verità rivelate, ma la capacità di ricercare delle
ipotesi e di verificarle. Dolci ha sempre sottolineato che il suo lavoro
iniziava un percorso, non lo concludeva.
Sin dal suo arrivo, nel 1952, nelle poverissime terre della Sicilia
occidentale, Dolci non si atteggia a detentore di verità, non si
presenta come un guru venuto a dispensare ricette, a insegnare
come e cosa pensare. è convinto che le forze necessarie al cambiamento
si possano trovare nelle persone più avvertite del luogo; che non
vi possa essere alcun riscatto che non muova da una presa di coscienza
dei diretti interessati. Sa quanto sia essenziale, per la riuscita di
un’impresa, che ciascuno la senta propria: i progetti migliori, sulla
carta più efficaci, falliscono se, calati dall’alto, sono
avvertiti estranei, ostili. Per questo il metodo maieutico non è
un dettaglio, un accidente o, peggio, una scelta eccentrica: è
necessario alla riuscita di un programma come quello di Dolci veramente
rivoluzionario e nonviolento. “Un cambiamento”, sostiene Dolci,
“non avviene senza forze nuove, ma queste non nascono e non crescono
se la gente non si sveglia a riconoscere i propri interessi e i propri
bisogni”.
Alcuni bellissimi libri documentano le riunioni dei primi anni, dove
i contadini e i pescatori imparano a lavorare insieme, a interrogarsi,
a individuare i problemi e a cercare possibili risposte. Scoprono così
di non essere oggetti sottoposti all’arbitrio e alla violenza di
pochi criminali, ma di poter partecipare attivamente a scegliere e determinare
il proprio futuro. Ancora Danilo Dolci, a proposito della diga di Partinico:
“è sempre un’azione educativa quella che crea forze nuove
e porta al cambiamento. Da principio c’erano decine di migliaia di
persone che vivevano come atomizzate ed erano completamente in
balia di trenta malviventi comandati dal boss mafioso Frank Coppola. Quando
abbiamo capito che i contadini volevano l’acqua, non abbiamo fatto
comizi, ma parlando con la gente abbiamo cominciato a chiedere chi voleva
l’acqua e poi a organizzare quelli che la volevano. Senza chiacchiere
i contadini hanno capito che dovevano imparare a mettersi insieme e a
organizzarsi”.
Solo con molto ritardo è stata compresa appieno l’insufficienza
dell’azione repressiva per sconfiggere la criminalità organizzata,
la necessità di far maturare nella società civile un forte
senso di estraneità e ostilità verso il sistema clientelare-mafioso.
Ebbene, nella Sicilia degli anni Cinquanta e Sessanta, quando persino
per tanti rappresentanti dello Stato la mafia neppure esisteva, Dolci
riesce a organizzare migliaia di cittadini in un solidissimo fronte antimafia.
In occasione delle denunce di collusione con la criminalità organizzata
rivolte a Bernardo Mattarella, allora ministro, e Calogero Volpe, sottosegretario,
oltre cento persone accettano di sottoscrivere, esponendosi direttamente,
testimonianze circostanziate. La storia, lo sappiamo bene, non è
fatta di ipotesi, eppure sono evidenti le responsabilità di una
classe politica e anche di una magistratura che, invece di sostenere un
movimento che avrebbe potuto anticipare di alcuni decenni l’inizio
di una più efficace e incisiva lotta alla mafia, tentarono di isolare
e spegnere il fenomeno, fino all’incredibile condanna inflitta a
Danilo Dolci e al suo collaboratore Franco Alasia a due anni di reclusione
per il reato di diffamazione. Qualche anno prima un altro giudice lo aveva
descritto come un soggetto fornito di una “spiccata capacità
a delinquere”.
Anche quando, nell’ultima fase della sua opera, Dolci si concentra
particolarmente sul lavoro educativo, sviluppando e approfondendo un tema
essenziale dell’intero suo percorso, il metodo seguito è lo
stesso: partire dai bisogni dei diretti interessati – i bambini,
le famiglie – per costruire una scuola nuova, che non sia più
una scuola ma un centro educativo. Per far ciò Dolci
visita centinaia e centinaia di centri attivi in Italia e nel mondo (dagli
USA all’America Latina alla Russia), raccoglie documentazione, stabilisce
un dialogo fittissimo con i maggiori esperti di educazione al mondo e
con l’UNESCO. Il nuovo Centro educativo di Mirto, del quale persino
la collocazione geografica era stata discussa nel corso delle usuali riunioni
con la gente del luogo, nasce con un gruppo di collaboratori e consulenti
davvero straordinario: Paulo Freire e Johan Galtung, Ernesto Treccani
e Paolo Sylos Labini, Bruno Zevi e Gastone Canziani, Gianni Rodari e Italo
Calvino, Mario Lodi e Aldo Visalberghi.
Ma oltre che nel Centro di Mirto, che dovrà purtroppo fare i conti
con la burocrazia e i mille ostacoli opposti dalle istituzioni locali
e nazionali, il nuovo metodo educativo viene messo a punto nel corso dei
sempre più frequenti seminari che Dolci è invitato a tenere
in Italia e nel mondo.
Ricordo anch’io con enorme emozione, per quello che la mia testimonianza
può valere, la prima esperienza di seminario con Dolci: Danilo,
come voleva che ciascuno lo chiamasse. La sua capacità di parlare
poco e ascoltare molto. Le domande che poneva, spesso scarne, essenziali,
che scuotevano l’intelligenza e la coscienza, impegnavano a un lavoro
di scavo e di ricerca in se stessi. Disposti in circolo, tutti, a turno,
intervenivano. Ciascuno chiariva il personale punto di vista, arricchendosi
di quello altrui, in un clima di ascolto e rispetto reciproco. Sovente
i contributi più profondi, importanti venivano da quanti la scuola
aveva sbrigativamente bollato svogliati, distratti, incapaci. Lentamente
tornavamo in possesso della nostra capacità critica e progettuale,
sentivamo risvegliarsi la nostra creatività: una sorgente di idee
e di bisogni, che altri ci avevano insegnato a reprimere e spegnere.
Di nuovo: un’utopia? Quanti hanno avuto l’occasione di lavorare
con Danilo Dolci, anche solo episodicamente, sanno che la struttura maieutica,
di cui egli parlava e scriveva, non era una favola bella, ma qualcosa
di estremamente concreto.
In anni più recenti, con diversi educatori attenti alla sua esperienza,
Dolci promuove la nascita di numerosi laboratori maieutici, che ancor
oggi rappresentano una realtà viva, molto più ampia di quanto
si possa credere e che meriterebbe, forse, di essere meglio conosciuta
e studiata.
Sarebbe auspicabile, più in generale, una rilettura complessiva
e più attenta dell’opera di Danilo Dolci. Non solo per rendere
giustizia a questa eccezionale figura di educatore, poeta, operatore sociale,
nei cui confronti il nostro paese, e il Meridione in modo particolare,
hanno maturato un debito enorme, ma soprattutto perché i temi che
hanno interessato il suo percorso intellettuale e ne hanno caratterizzato
la vita erano e sono essenziali per il nostro futuro: l’impegno per
la realizzazione di una democrazia autentica e non solo formale, la valorizzazione
degli individui alternativa alla massificazione, la promozione della libera
ricerca individuale e di gruppo contro ogni dogma, la pratica dell’azione
nonviolenta come superamento – nel secolo di Auschwitz e Hiroshima,
ma anche di tante rivoluzioni fallite – di una storia fondata prevalentemente
sull’aggressione e la distruzione.
Bibliografia essenziale di Danilo Dolci
-
Banditi a Partinico, Laterza, Bari, 1955
-
Processo all’articolo 4, Einaudi, Torino, 1956
-
Inchiesta a Palermo, Einaudi, Torino, 1956
-
Spreco, Einaudi, Torino, 1960
-
Conversazioni, Einaudi, Torino, 1962
-
Racconti siciliani, Einaudi, Torino, 1963
-
Chi gioca solo, Einaudi, Torino, 1966
-
Inventare il futuro, Laterza, Bari, 1968
-
Il limone lunare, Laterza, Bari, 1970
-
Non sentite l’odore del fumo?, Laterza, Bari, 1971
-
Chissà se i pesci piangono, Einaudi, Torino, 1973
-
Poema umano, Einaudi, Torino, 1974
-
Esperienze e riflessioni, Laterza, Bari, 1974
-
Non esiste il silenzio, Einaudi, Torino, 1974
-
Il Dio delle zecche, Mondadori, Milano, 1976
-
Creatura di creature. Poesie 1949-1978, Feltrinelli, Milano, 1979
-
Da bocca a bocca, Laterza, Bari, 1981
-
Palpitare di nessi. Ricerca di educare creativo a un mondo nonviolento,
Armando, Roma, 1985
-
Dal trasmettere al comunicare, Sonda, Torino, 1988
-
Sorgente e progetto, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1991
-
Nessi tra esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria, 1993
-
La legge come germe musicale, Lacaita, Manduria, 1993
-
La comunicazione di massa non esiste, Lacaita, Manduria, 1995
-
La struttura maieutica e l’evolverci, La Nuova Italia, Firenze,
1996
-
Comunicare, legge della vita, La Nuova Italia, Firenze, 1997
-
Gente semplice, La Nuova Italia, Firenze, 1998
Principali opere su Danilo Dolci
Aldo Capitini, DANILO DOLCI, Lacaita, Manduria, 1958
Giacinto Spagnoletti, CONVERSAZIONI CON DANILO DOLCI, Mondadori, Milano,
1977
Giuseppe Fontanelli, DOLCI, La Nuova Italia, Firenze, 1984
Alda Chemello, LA PAROLA MAIEUTICA, Vallecchi, Firenze, 1988
Antonio Mangano, DANILO DOLCI EDUCATORE, Ed. Cultura della Pace, Fiesole,
1992
Tiziana Morgante, MAIEUTICA E SVILUPPO PLANETARIO, Lacaita, Manduria,
1992
DECALOGO MEDITERRANEO / 10
Nostalgia di luoghi e sogni
Il crepuscolo di un viaggio senza meta
di Christoph Baker
Nobili gabbiani volano sopra il mare della memoria. La loro voce rauca
riempie i ricordi di una vita di viaggi. L'atlantico come gli angoli più
bui dell'anima mia. Ci sono gli occhi spalancati del bambino e lo stupore
di essere già entrato nell'autunno. Le mani sono le stesse ma aprirle
diventa più raro. La poesia che si nutriva di grida disumane oggi
cerca solo un rudere da salvare. E la destinazione del viaggio, così
come la sua importanza, si perdono in questo mare di sofferenze, di dubbi,
di assurdo.
Ho sempre avuto - già da bambino - un debole per i tramonti. La
fine della giornata era la fine delle certezze ferree. Il crepuscolo mi
è sembrato da subito la casa ideale per i miei sogni e le mie povere
illusioni, che la luce accecante del sole mediterraneo spogliava troppo
facilmente. In quei momenti prima della notte, quando anche gli occhi
non vedono bene, ho cominciato a viaggiare dentro la memoria, stupito
già allora di quanto i ricordi fossero dirompenti e allo stesso
tempo confortanti.
Come si fa a separare le emozioni dalla conoscenza? Esiste un’esperienza
umana che non sia trafitta dai sentimenti? Mi guardo intorno e vedo storie
umane, storie individuali e storie di gruppo. Poi vedo la storia "ufficiale",
quella che ci inculcano a scuola, quella con i vincitori e i vinti, i
numeri dei re e dei cadaveri, le giustificazioni della violenza e gli
occultamenti di responsabilità. E non mi capacito.
Benedetta paura! Che ci fai sempre imboccare la strada della sicurezza,
della protezione, dell'innalzamento di muri, della diffidenza. Tutta roba
che porta all'impoverimento della propria esistenza, che ci hai mangiato
i profumi, i colori, i sapori e gli stupori. Paura che ci hai ridotto
all'indifferenza, all'insofferenza, all'incompetenza di vivere e di amare.
Arriva un giorno e bisogna decidere. Meglio, bisogna essere all'ascolto
del proprio cuore. Poi la scelta va da sè. Parlo del viaggio all'indietro.
Il richiamo primordiale dell'Eden perduto, come l'appello del grembo materno.
Perché insistere così convinti sulla fondatezza del nostro
pellegrinaggio terrestre? Perché dare tanto significato all'assurdo
di cui siamo i primi protagonisti? Perché tanto determinismo volitivo?
Perché è sacrilegio "tornare indietro"?
Ho un sogno nel cassetto (a scanso di equivoci, ne ho circa un migliaia,
e non so più dove mettere i comò...): ripercorrere le tappe
della mia vita. A volte penso che solo duecento anni fa, alla mia età,
ero probabilmente già morto. Questa vita "in più"
dovrebbe fare riflettere. Perché allora non abbandonare l'imperativo
di andare avanti a tutti i costi, lasciare perdere i gradini della scalata
sociale (e soprattutto occupazionale) e tornare sui luoghi che hanno sconvolto
e plasmato la propria esistenza?
Il guaio è che funziona. Sono tornato dopo venticinque anni a
Kythira e ho ritrovato tutti gli ingredienti dei miei ricordi di bambino
di otto anni... La baia di Kapsali, il cimitero sotto la fortezza veneziana,
i balconi fioriti dove nonne vestite di nero registrano ogni cosa fuori
luogo insieme alle cose uguali di tutti i giorni. Così come Kythira,
Borgio Verrezzi, Southport, Murnau, Sète, Castagneto Carducci,
Aix-en-Provence, Marsiglia, o Bergamo.
L’importanza dei luoghi
Luoghi che sono atmosfere, combinazioni di colori, fonti di impressioni,
stimoli per i nostri istinti. E se penso oggi ai paesaggi… Se dovessi
raccontare les Cévennes piuttosto che il Ragusano, passando per
le bianche vette del Queyras o l’azzurro profondo del Sheapscott
River nel Maine. Per tacere dei castelli catari.
Allora confesso di non poter immaginare una vita priva di nostalgia.
Priva di quella emozione semplice, primordiale, calda, che ci invade quando
ci si abbandona al dolce richiamo della memoria. Quando non si pone più
resistenza all’appello intimo dei rimpianti e dei rimorsi, l’appello
delle cose rimaste a metà, dei piccoli fallimenti, delle delusioni
e degli scoraggiamenti. Quando non è più importante rialzarsi
subito per fare vedere la propria determinazione.
Cade la prima neve della stagione e da qualche parte nel profondo riaffiora
il ricordo intatto di un primo amore. Anche del primo dolore, adolescente,
perché non ero sicuro che lei accettasse quella mia mano tesa.
E infatti, il dolore diventò una piccola ferita, e oggi ancora
si fa viva per ricordarmi quanto sia fragile la speranza d’amore.
Ma è anche allora che ho cominciato a sognare e i sogni sono diventati
i più fidati compagni si strada.
Sogni di un mondo diverso dove gli uomini si facciano meno male l’uno
all’altro. Sogni di sentimenti dirompenti che caccino per sempre
il grigiore delle abitudini e del conformarsi. Sogni di trovare la parole
giuste e la persona che le potesse recepire. Sogni di lunghi viaggi in
mezzo al mare, lontano dalle coste e dalla terra ferma. Sogni mai realizzati,
venuti male o dimenticati e tuttavia così importanti durante quel
pezzo del cammino. E portarsi dentro per sempre il gusto dolce di averli
sognati.
L’importanza dei sogni
E poi un giorno ti rendi conto di non avere più tanta voglia di
questa realtà dominante, di questo mondo imposto come unico, vincente,
moderno, progressista. Meglio solo perché più nuovo. Ti
guardi intorno e vedi troppe sofisticazioni, troppo artificiale, troppa
superficialità, troppo vuoto dietro al chiasso e alla confusione.
Allora scopri che la nostalgia può essere un modo di resistere.
Un modo per non farsi travolgere dallo stress quotidiano. Un modo anche
di difendere le proprie emozioni, il proprio intimo, di fronte all’omologazione
e all’appiattimento di tutto.
Quanto vorrei potere stabilire immediatamente un rapporto umano denso
con un mio prossimo. Quante volte invece dobbiamo perderci in convenzioni
di facciata e non riusciamo a costruire la minima passerella. Il viaggio
verso gli altri è troppo spesso dirottato verso luoghi comuni e
terreni di nessuno. Che tristezza che ne abbiamo fatto una ragione, con
quanta facilità lasciamo perdere un’occasione di conoscersi
meglio. La metafora che siamo solo ingranaggi in una grande macchina che
ci è sfuggita di mano, viene rafforzata da questa crescente solitudine,
dal nascondersi in un angolo buio dell’esistenza, sperando solo di
non essere più disturbati da altri attacchi, da altre violenze.
Eppure, non dobbiamo abbandonare. Non si può dichiarare forfait
in modo così unanime. Forse quel che ci serve qui, come in molti
casi, è un po’ di sovversione. Gettare uno sguardo diverso
sulla famosa realtà che ci colpisce. Forse se camminassimo con
gli occhi che guardano non solo fuori ma anche dentro, non solo avanti
ma anche di lato e anche indietro. Forse se non cercassimo solo di costruire
vittorie, ma ci ricordassimo i fallimenti e le disfatte, potremmo cominciare
a disarmare la nostra pretesa di controllo e di defin |