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Editoriale
UN MOVIMENTO CHE UNISCE VECCHIE GUARDIE E GIOVANI LEVE
Il Congresso di Pisa
DAL KOSSOVO A TIMOR UNA GUERRA TIRA L'ALTRA ! ?
di Elena Buccoliero
UNA RIVOLUZIONE NONVIOLENTA PER IL MONDO IN GUERRA
DIFESA, ECONOMIA, CULTURA
PER UN'ALTERNATIVA ALLA GUERRA
LE MOZIONI PARTICOLARI: UNITA' DEI NONVIOLENTI,
TUTELA DI GANDHI, SCIOGLIMENTO DELLA NATO
Ozio in corso
COLTIVARE L'IMPRUDENZA
PER RACCOGLIERE LA VITA A PIENE MANI
di Christoph Baker
L'arte di scrivere
I PROMESSI SPOSI E LA LOTTA ALL'INGIUSTIZIA
di Claudio Cardelli
Obiezione
SERVIZIO CIVILE: POCHI SOLDI, TANTI CONGEDI
DICIANNOVESIMO CONGRESSO
Un Movimento che unisce
vecchie guardie e giovani leve
di Mao Valpiana
Quello di Pisa certamente è stato un Congresso partecipato,
maturo, attento.
Per quattro giornate intense un centinaio di persone hanno
seguito i lavori, ospitati generosamente dall'Istituto teologico di Santa
Caterina e aperti dal benvenuto non formale che il Sindaco della città
ha voluto darci. Auguri e saluti ai congressisti sono arrivati anche da
Mons. Di Bona di Pax Christi, da Grazia Francescato dei Verdi, dall'on.
Tiziana Valpiana di Rifondazione Comunista, da suor Irene Bersani della
rivista Raggio, dalla Lega Anti Vivisezione, dalla Lega Obiettori di Coscienza,
dall'Associazione Amici di Aldo Capitini, dalla rivista Missione Oggi.
Il gruppo ospitante di Pisa (e ringraziamo per tutti Gabriella
Favati, Giovanni Mandorino e Rocco Altieri) ha permesso che ogni aspetto
organizzativo andasse nel migliore dei modi; le due serate musicali (il
concerto vocale di Lucia Mencaroni, le canzoni di Paolo Predieri e Piero
Negroni, il concerto di Paolo Bergamaschi e dei suoi musicisti) hanno
offerto piacevoli momenti conviviali e di vera bravura; il cielo azzurro
e il tepore del clima, insieme alle bellezze pisane, hanno fatto il resto.
La serata di presentazione, aperta ai cittadini pisani
che hanno raccolto l'invito, ha dato subito il via al tono alto del Congresso:
Lisa Clark, Bruno Pistocchi e Peter Kammerer ci hanno aiutati in una riflessione
profonda sulla nonviolenza come unica strada possibile tra omissione di
soccorso e opzione militare.
Le presenze e gli interventi al Congresso sono stati tutti
qualificati e lo testimonia la ricchezza delle proposte emerse dalle Commissioni.
Tra i partecipanti vi erano vecchie conoscenze e nuovi amici. Molti i
segnali positivi: per la prima volta un nostro Congresso ha sentito l'esigenza
di formalizzare la costituzione di un "gruppo giovani" del Movimento;
alcuni "ospiti", come Grazia Honegger Fresco e Gianni Tamino,
hanno assunti impegni diretti nella vita del Movimento; le conferme del
Presidente Sandro Canestrini e dei Segretari Angela Dogliotti e Daniele
Lugli, con l'aggiunta di Luciano Capitini, offrono garanzie di continuità
e di efficacia.
Durante il Congresso abbiamo anche celebrato il centenario
della nascita di Aldo Capitini (1899-1999), fondatore del Movimento stesso.
La città di Pisa ha recentemente intitolato una via a Capitini,
ma il Congresso ha chiesto una sorta di riabilitazione soprattutto da
parte dell'Università (nel 1933 il filosofo Gentile cacciò
Capitini dalla Scuola Normale perché rifiutò la tessera
fascista).
Il Congresso ha posto le basi per la Federazione dei nonviolenti
-strumento necessario per unire le forze e gli obiettivi- a partire dall'indizione
nel 2000 (anno ONU della cultura di pace) della Marcia della Nonviolenza.
Fra i punti programmatici emersi: la lotta alle spese militari e le alternative
alla guerra; l'educazione alla nonviolenza da introdurre nelle scuole;
la campagna contro i cibi transgenici; il coordinamento di chi lavora
per un'economia di giustizia, in una "rete dei lillipuziani".
Dal Congresso è emersa anche la volontà di
rinnovare e migliorare la nostra rivista (ringrazio per la fiducia e la
conferma come Direttore), un impegno che deve coinvolgere gli organi del
Movimento, ma anche i lettori, con le loro proposte e collaborazioni.
Questo numero di Azione nonviolenta è dunque principalmente
dedicato al Congresso. Pubblichiamo tutte le mozioni approvate, che costituiscono
la traccia del nostro lavoro per i prossimi anni. Alcune fotografie dell'assemblea
corredano la documentazione.
NONVIOLENZA IN DIALOGO
Dal Kossovo a Timor...
Una guerra tira l’altra!?
Se la guerra è come le ciliegie,
allora ci vuole qualcuno che sputi il nocciolo. Venerdì 29 ottobre,
a Pisa, all’Istituto Teologico di Santa Caterina, l’apertura
del Congresso ha avuto proprio questa
impronta: arrivare al nucleo di quello che ci sta davanti, in Kosovo e
a Timor attraverso l'esperienza diretta di Lisa Clark e Bruno Pistocchi
e, in un’analisi complessiva del panorama internazionale, con Peter
Kammerer, sociologo all’Università di Urbino.
di Elena Buccoliero
Lisa Clark
La lezione della riconciliazione
Le prime parole sono state di
speranza. “Nove anni di resistenza nonviolenta portata avanti dalla
popolazione kosovara in modo informale, inconsapevole, quasi naif, hanno
lasciato una traccia profonda”, ha testimoniato Lisa Clark, dei Beati
i Costruttori di pace, di ritorno dal Kosovo mentre con un sorriso indifeso
confessava il suo profondo amore verso il popolo albanese. “I kosovari
sono gente semplice e, nonostante la violenza inaudita che hanno subito
da parte dei serbi - perché almeno nel Kosovo la Nato ha effettivamente
preso di mira quasi soltanto obiettivi militari - ricostruiscono la loro
vita con sete di speranza e di pace. La lezione della riconciliazione
tra famiglie vissuta al principio degli anni Novanta è permeata
veramente nelle coscienze”.
La costruzione della pace in
terra kosovara sarà lunga e lenta, a cominciare dalla scuola. “In
un tempo di grandi opere non meno che di grandi flussi finanziari e speculazioni
economiche, noi stiamo tentando di introdurre nella scuola elementare
progetti di educazione alla pace secondo metodi mutuati dalle scuole più
avanzate dell’Emlia Romagna. Abbiamo proposto il nostro piano al
responsabile di una scuola comunale, nominato dal nuovo governo kosovaro,
il quale ha accettato con entusiasmo perché, come lui stesso ha
ribadito, ‘il futuro non è fatto solo di mattoni’. Questa
apertura è per noi un segnale di grande speranza”.
Un altro esempio di convivenza
interetnica proviene ancora dai piccoli. In una piccola comunità
bosniaca i bambini, musulmani da generazioni ma accomunati da una lingua
serbo-creata odiata dagli albanesi, hanno avuto per anni compagni di scuola
serbi ed ora siedono in classe accanto a bimbi albanesi. “In un mese
e mezzo”, racconta Lisa Clark, “non è volato neppure
uno schiaffone. Questi ragazzi stanno dando una grande lezione di pace
a tutta la comunità internazionale”.
Bruno Pistocchi
Rompere il silenzio su Timor
Est
Altrettanto complessa e drammatica
è la situazione politica timorese, presentata da Bruno Pistocchi
che a Timor Est ha vissuto per lunghi anni come missionario.
“Per comprendere la storia
è necessario prendere le mosse dal 1517, con l’inizio del
dominio coloniale portoghese. In circa un secolo il Portogallo, che conta
allora 4-5 milioni di abitanti, controlla la fascia equatoriale in tre
continenti, dal Brasile in Sudamerica, all’Angola, fino a Timor nel
Sud-Est Asiatico, secondo un modello di potere appreso dai romani: avamposti
commerciali sulle coste e un relativo disinteresse per le popolazioni
che vivono all’interno, istigate indirettamente le une contro le
altre per mantenere la divisione politica che consente agli europei un
dominio indiscusso”.
Alla colonizzazione portoghese
si avvicenda quella olandese.
“Secondo un accordo siglato
nel 1812 Timor Est rimane colonia portoghese di religione e cultura cattolica,
la parte occidentale, colonia olandese di religione e cultura protestante.
Due nazioni, due popoli, due mondi completamente differenti”, sottolinea
Bruno Bistocchi. “Nel 1947, con la decolonizzazione, l’Olanda
lascia una repubblica di 12.000 isole, di cui 6.000 abitate. A Timor si
parlano 32 lingue, e alcune di esse sono distanti tra loro quanto il latino
dalle lingue sassoni. Ci sono popolazioni che non si sono mai incontrate,
perché per 6 mesi all’anno i grandi fiumi sono in piena e
tutte le comunicazioni sono interrotte”.
“Quando la Rivoluzione
dei Garofani restituisce a Timor l’indipendenza, Timor non riesce
a cogliere l’occasione. Si formano tre partiti: il primo vuole l’indipendenza
subito, il secondo chiede di federarsi con il Portogallo per diventare
indipendente dopo qualche tempo, il terzo spinge per l’unificazione
con l’Indonesia. Si sviluppa una breve guerra civile, vinta dal partito
indipendentista che in pochi mesi, con l’appoggio della grande maggioranza
della popolazione, costruisce scuole, servizi, ospedali. Ma Timor - questo
temono gli Stati Uniti d’America - rischia di acquisire un’indipendenza
di segno comunista. Per un errore di valutazione il 27 novembre 1975 gli
U.S.A., ritirati dalla guerra in Vietnam, consegnano le armi all’Indonesia
che invade Timor, all’insaputa di tutto il mondo occidentale. Muoiono
200.000 persone, circa un terzo dell’intera popolazione. I giornali,
i media occidentali non sprecano una parola su questo. Nel 1989 cade il
muro di Berlino e, con esso, il pretesto per l’invasione di Timor
Est. Viene finalmente a galla il vero motivo di interesse: a sud del paese
si trova un immenso giacimento petrolifero e l’unica comunicazione
tra il Pacifico e l’Oceano Indiano è proprio il canale di
Timor. Le ragioni, quindi, sono di natura economica e strategica”.
Come sempre l’Italia non
manca di mettersi in affari.
“L’Indonesia non ha
fabbriche di armi, eppure possiede l’esercito più forte di
tutto il sud-est asiatico. Il nostro paese ha la sua parte di responsabilità:
le industrie italiane hanno mantenuto accordi commerciali con l’Indonesia
fino al 1997”.
E la comunità internazionale?
“Dopo 25 anni di lavoro da parte dei gruppi pacifisti nei confronti
del Parlamento Italiano ed Europeo e delle stesse Nazioni Unite, che non
hanno mai riconosciuto l’invasione indonesiana, i timoresi vengono
chiamati ad esprimersi, con un referendum, a favore o contro l’indipendenza.
Garantisce la correttezza del voto il governo indonesiano - la prima volta
nella storia in cui garante è la nazione occupante. E d’altronde
l’Indonesia è sicura di non perdere in modo clamoroso, di
poter in qualche modo confermare il proprio dominio. Gioca sull’ignoranza
della gente, su una propaganda imbrogliona che confonde il significato
del SI e del NO referendari. Intanto si posticipa la data del voto, dal
17, al 24, al 30 di agosto. Nonostante tutto questo, e ad onta del pericolo
che ciascun cittadino sa di assumersi semplicemente presentandosi alle
urne, vota il 98% della popolazione avente diritto. Il 78% dei voti è
a favore dell’indipendenza di Timor Est”.
Che cosa accadrà adesso,
dopo gli scontri sanguinosi di cui abbiamo avuto notizia attraverso i
media? “I giornali ci hanno informato poco. Dopo 40 giorni di silenzio
hanno riaperto le comunicazioni, come era prevedibile, per squillare il
rituale “arrivano i nostri”. Intanto però non ci dicono
che cosa succede veramente. I giavanesi sono stati presi (200.000 in 15
anni) e portati nelle case dei timores, espropriati e controllati. L’esercito
indonesiano costituisce un corpo estraneo a Timor, una vera e propria
milizia armata diretta da capi militari. Intanto i giavanesi sono lì
per sbaglio, terrorizzati”.
Quale futuro è possibile
auspicare? “Timor ha bisogno di riconciliazione in tre direzioni:
al suo interno, con l’Indonesia e tra l’Indonesia e la comunità
internazionale. Timor avrà un futuro se l’Indonesia avrà
aperture democratiche. Il paese vuole l’indipendenza, e con lui la
reclamano tutte le isole dell’arcipelago che pure non condividono
la stessa storia, le stesse particolarità. Senza un governo centrale
pulito e forte la frammentazione sarà inevitabile”.
Peter Kammerer
Tra intervento militare e
omissione di soccorso
Di fronte a situazioni quali
quelle appena ricordate, una risposta è urgente e al tempo stesso
difficoltosa. Tra chi opera per la nonviolenza il rifiuto dell'intervento
militare può essere una convinzione acquisita, non altrettanto
possiamo dire dell'opinione pubblica in generale.
"Il dilemma", ci ricordava
Peter Kammerer, sociologo italo-tedesco docente all’Università
di Urbino, "è affermare una terza via tra l'intervento militare
e l'omissione di soccorso. Perché con la guerra in Kosovo abbiamo
visto molto chiaramente che il rifiuto dell'intervento veniva scambiato
per una implicita legittimazione della pulizia etnica condotta dai serbi,
come se appunto le armi fossero l'unica risposta plausibile".
Kammerer ha parlato di un falso
mito, una superstizione collettiva.
“Quello a cui stiamo assistendo
è più di una degenerazione, è una crisi profonda
mascherata da normalità che investe la politica, la democrazia,
la partecipazione della gente alla vita collettiva. Credo sia necessario
andare alla radice, tentare una riflessione profonda sui limiti della
violenza rivoluzionaria e sulla crisi della democrazia e della partecipazione,
per esempio nei partiti, dove accade una sorta di selezione negativa per
cui nella politica si riversano le teste meno pensanti, le persone di
minor valore".
Eppure c'è un riferimento
di valore in questa degenerazione, e Kammerer lo indica come una grande
manipolazione delle coscienze. "Vogliono farci credere che avere
successo, conquistare il favore della maggioranza, che perfino stare dalla
parte della guerra significhi essere adulti, mentre la minoranza ha sempre
torto. Allora il coraggio di non essere adulti è una rinuncia difficile.
Veniamo bollati come kamikaze, siamo perdenti in partenza. Per chi si
sottrae a questa logica vuol dire riporre le proprie speranze e i propri
progetti in forze altre rispetto a questa presunta crescita, che comporta
rassegnazione, disincanto, rinuncia alla comprensione profonda delle cose.
Hannah Arendt, riflettendo sul mistero
della natalità, osservava che "ogni volta che nasce un uomo,
la storia umana può cambiare". A noi tocca proprio
questo compito, ricominciare a sperare soprattutto vedendo il fallimento
di questa presunta maturità, perché ormai è chiaro
che la grande guerra, la grande politica, le grandi comunicazioni di massa
non risolvono nulla. Nella crisi della ex Jugoslavia gli "adulti"
non hanno avuto alcun successo”.
A quanto pare nessuno è
esente dalla superstizione collettiva. Peter Kammerer ha espresso tutto
il suo rammarico per il ruolo che il suo paese, la Germania, va assumendo
nella comunità internazionale.
“Faccio parte di una generazione
antimilitarista. Assisto con dolore al mio paese che, dopo cinquant’anni,
interviene ancora bombardando Belgrado. Si rinnova un ricordo pesante,
drammatico. Avremmo voluto che le colpe dei padri non dovessero ripetersi
mai più e che il nostro rimanesse un paese disarmato e comunque
senza la capacità di colpire, tutt’al più di difendersi.
Invece la situazione generale si sta normalizzando e gli esaltati sono
molti. Per questo io, che pure non ho mai frequentato gli ambienti della
nonviolenza, sono stato contrario all’intervento armato in Kosovo,
che ha calpestato il diritto internazionale e la sovranità dei
Paesi”.
E d'altronde, ci hanno detto,
si trattava di una 'guerra umanitaria'… "E' stato difficile
schierarsi contro senza essere accusati di omissione di soccorso. In quei
giorni le posizioni erano essenzialmente due: da una parte l’idea
che la guerra non è mai giusta e va aborrita in quanto tale, dall’altra
la convinzione che, per prevenire la violenza, solo la violenza è
davvero efficace. Personalmente, in altri tempi e di fronte ad altri conflitti,
non escludevo l’uso delle armi".
La guerra in Kosovo, osserva
Kammerer, ci ha messi di fronte ad una crisi politica completamente nuova.
"Tradizionalmente la divisione è stata tra i pragmatici, che
sostenevano la divisione dell'etica dalla poltica, e, diciamo, gli 'etici'
che vedevano un legame irrinunciabile tra i fini perseguiti e i mezzi
impiegati per ottenerli. Che cosa è successo invece durante la
guerra in Kosovo? I pragmatici si sono suddivisi tra gli ex statisti,
gente che la sa lunga ma che non è più al potere, i quali
sono rimasti scettici di fronte all'intervento, probabilmente perché
la distanza dal potere ha aperto loro gli occhi; e dall'altra parte i
governanti attuali, quelli appena arrivati al potere, che hanno deciso
l'intervento armato con tutti i tormenti del caso - ma li portano bene,
prendono un'aria più affascinante…"
E gli etici? "Si sono suddivisi
tra di loro, e non c'è niente di peggio della lotta tra moralisti.
Si era a favore della guerra per non diventare complici, così dicevano.
La scelta avveniva sul ricatto dell'emergenza. Ed è un ricatto
infame quello di Auschwitz perché il richiamo di una violenza così
assoluta, che annulla a tal punto l'essere umano, impedisce di continuare
a pensare. Si sono smarrite le proporzioni, rovesciate tutte le convinzioni
etiche e le garanzie democratiche. In nome di una minaccia così
abnorme ci si sente in diritto di assolutizzare l'esperienza e di perdere
di vista la concretezza delle cose: chi, dove e come è stato colpito,
e per quali ragioni storiche, in quale contesto preciso".
La storia, ci ricorda Kammerer,
necessita di una critica adeguata. "I fatti di Guernica hanno trovato
una critica adeguata con il quadro di Picasso e ancora oggi noi possiamo
rivivere quel totale senso di spaesamento e di sopraffazione. Tutto questo
oggi manca. Abbiamo bisogno di una critica della storia, di una problematizzazione
profonda. E io sono convinto che su questi temi proprio l'estetica e l'arte
possano dare un contributo decisivo".
I LAVORI DEL CONGRESSO DI PISA
Una rivoluzione nonviolenta per il mondo in guerra
Mozione Politica Generale (approvata all’unanimità)
Il XIX° Congresso del Movimento Nonviolento assume come propria
Mozione Politica Generale la seguente relazione della Segreteria, che
ringrazia per l’impegno profuso.
NONVIOLENZA IN MOVIMENTO
Attraverso l'ultimo terzo di secolo: cento anni dalla nascita, trenta
dalla morte di Capitini
La suggestione del volgere del millennio, per noi rafforzata dal centenario
della nascita di Aldo Capitini, indurrebbe a tentare bilanci ed a formulare
solenni proponimenti per il futuro. Il volume "La nonviolenza in
cammino", che dobbiamo all'impegno ed alla determinazione di Pietro
Pinna, può aiutarci a ricordare come abbiamo percorso l'ultimo
terzo del secolo sul sentiero segnato dalla vita e dalle opere di Capitini,
come da lui ricordato anche nel suo ultimo scritto, intitolato appunto
"Attraverso due terzi di secolo". Il proponimento della relazione
è certo più modesto: introdurre i lavori offrendo qualche
elemento, suggerito dall'esperienza di questi anni che ci separano dall'ultimo
Congresso, alla riflessione, discussione ed approfondimento dei convenuti.
Globalizzazione: una sola terra, destini intrecciati
Termini come mondializzazione o globalizzazione, entrati ormai nell'uso
più corrente, stanno ad indicare una tendenza, che appare irresistibile,
verso l'unificazione del mondo, per molti e fondamentali aspetti: basti
pensare alla produzione e circolazione di merci e informazione. Cresce
la consapevolezza dell'interdipendenza dell'agire umano, delle reciproche
influenze, dell'intreccio di destini, di problemi che coinvolgono tutta
l'umanità e che per essere affrontati richiedono uno sforzo comune.
E' un aspetto indubbiamente positivo, aspirazione da sempre del pensiero
e della pratica della nonviolenza, senza per questo sottovalutare la drammaticità
dei processi che accompagnano l'unificazione dei mercati e l'affermarsi
di un modello di sviluppo che rende sempre più ricca di beni e
consumi una parte dell'umanità e povera, sfruttata o emarginata,
la restante maggior parte.
Competizione e suoi limiti
Allo sviluppo della tecnica ed alla competizione sui mercati il pensiero
dominante, per non dire unico, affida il compito di assicurare il progresso
dell'umanità e la soluzione dei problemi che l'affliggono. Da ciò
lo scatenamento della tecnica, libera da ogni vincolo etico e da ogni
responsabilità sociale. Quello che tecnicamente si può fare,
si deve fare. Alle conseguenze, agli effetti indesiderati sarà
lo stesso progresso tecnico a porre rimedio. Da ciò anche una competizione
senza confini, che ignora i disastri umani, sociali, ambientali che provoca,
nell'asserita convinzione che la mano invisibile del mercato metterà
tutto a posto. L'affermazione di diritti umani, solennemente ribadita
nel cinquantesimo della loro approvazione, accompagna, ed è un
bene, questa proposta, che è ben difficile rifiutare, anche per
il fallimento di un sistema che si era preteso alternativo. Ma si è
visto come tale aspetto costituisca poco più di un optional - gli
affari non si fanno certo condizionare da scrupoli umanitari - quando
non addirittura pretesto per l'intervento armato, che ha sempre altre
radici e motivazioni.
La politica come risposta
La competizione è infatti particolarmente crudele, e pronta a
trasformarsi in guerra aperta, giacchè è sempre più
evidente l'impossibilità del mercato di sanare i mali, che trova
sul suo cammino e quelli che lui stesso produce. Ma non si vedono alternative.
E perciò nel Nord del mondo si compete per non perdere posizioni
di privilegio e possibilmente incrementarle, nel Sud per agganciarsi,
costi quel che costi, ad una possibilità di sviluppo. E ciò
avviene sul piano individuale, di gruppi di interesse, di comunità
locali e statali, secondo opportunità che si presentano e che lacerano
precedenti solidarietà e fanno emergere nuove, bellicose, identità.
In queste condizioni il momento pubblico, la politica, a scala mondiale
e locale, tende a ridursi ad amministrazione e garanzia, se necessario
con l'impiego della massima violenza, del progresso tecnico - economico
a vantaggio dei più forti. Anche se non è indifferente che
ciò avvenga con qualche rispetto delle persone, di loro diritti
fondamentali, attraverso qualche forma di consenso, come è nelle
nostre democrazie, ovvero in assenza di uno o più di tali elementi,
come è in molta parte del mondo.
Il movimento del mondo:
La violenza strutturale: il grattacielo, si sopraelevano i piani alti,
si scavano le cantine
" Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi
all'incirca così: su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi
gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra loro;
sotto di essi i magnati minori, i grandi proprietari terrieri e tutto
lo staff dei collaboratori importanti; sotto di essi - suddivise in singoli
strati - le masse dei liberi professionisti e degli impiegati, della manovalanza
politica, dei militari e dei professori, degli ingegneri e dei capufficio
fino alle dattilografe; ancora più giù i residui delle piccole
esistenze autonome, gli artigiani, i bottegai, i contadini e tutti quanti,
poi il proletariato, dagli strati operai meglio retribuiti, passando attraverso
i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi,
ai malati. Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero
e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione,
giacchè finora abbiamo parlato solo dei paesi capitalistici sviluppati
e tutta la loro vita è sorretta dall'orribile apparato di sfruttamento
che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in quella
che è di gran lunga la parte più grande del mondo. Larghi
territori dei Balcani sono una camera di tortura, in India, in Cina, in
Africa la miseria di massa supera ogni immaginazione. Sotto gli ambiti
in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata
l'indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l'inferno animale
nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli
animali". Sono passati settanta anni da questa rappresentazione di
Horkheimer, che ripropongo, aggiungendo che l'inferno animale si arricchito
di orrori biotecnici, nelle cantine si è continuato a scavare,
è proseguito il degrado dei piani inferiori, si sono sopraelevati
i piani superiori, arricchiti di lusso e comfort.
La guerra molecolare
E' un condominio nel quale non è semplice vivere. Le regole sono
dettate dagli abitanti dei piani alti, che si considerano padroni del
grattacielo. Se sono rispettati i diktat del Fondo monetario, della Banca
mondiale, dell'accordo di commercio anche gli inquilini dei piani bassi
e degli scantinati potranno beneficiare delle migliorie. Nessuna tolleranza
però per i morosi, per chi non si adegua. Certo se riesci a salire
di piano le possibilità aumentano. Individualmente e collettivamente
questa prospettiva può ben valere un conflitto, da condurre con
le armi a disposizione: giuridiche, economiche, culturali, militari. Se
questa prospettiva è negata si vorrà almeno affermare l'orgoglio
della propria identità, la cui superiorità il mondo disconosce,
preferibilmente aggredendo il vicino, compagno di sventura, imperdonabilmente
differente perchè di altro sesso o preferenza sessuale, tifoso
di un'altra squadra, abitante dall'altra parte del fiume, credente o miscredente
in un'altra religione, di un altro colore, etnia, tribù. Su questo
fondo di odio e risentimento si può contare perchè i conflitti
si estendano ed incrudeliscano, fino alla guerra condotta da eserciti
più o meno regolari.
U.S.A. paese guida e modello
Con la caduta del sistema cosiddetto socialista sono gli Stati Uniti
ad essere l'indubbio parametro di riferimento: un modello invidiato o
demonizzato, molto meno criticamente considerato. Un modello in ogni caso
irraggiungibile, a prescindere dalla sua desiderabilità. La più
entusiastica accettazione di quel modello, la più scrupolosa osservanza
dei dettami del neo liberismo, la distruzione di quel po' di stato sociale
faticosamente costruito negli anni, la resa e messa a disposizione del
potere pubblico alle pratiche delle potenti società multinazionali
non possono infatti portare a risultati paragonabili. Come è stato
osservato se tutti vivessero come gli abitanti degli U.S.A., nei quali
peraltro profonde e crescenti sono le differenze economiche e sociali,
ci vorrebbero almeno altri due pianeti come la terra per produrre le risorse,
assorbire i rifiuti, mantenere i servizi essenziali. L'insostenibilità
è evidente, ma ciò non toglie, semmai accresce, il potere
di attrazione del sistema che più ha mostrato capacità di
appropriarsi, utilizzare e sprecare beni e risorse, naturali o frutto
della tecnica. Il sistema che ha saputo stringere la più fruttuosa
alleanza tra impresa e Stato. Si rinnova la seduzione - direbbe Capitini
- della civiltà pompeiana.
Dalla guerra santa, alla guerra giusta, alla guerra umanitaria
Sono sempre gli Stati Uniti a proporsi, e ad essere richiesti, come giudici
e solutori dei conflitti tra stati ed all'interno degli stati. E questo
anche in ragione dello straordinario sviluppo ed avanzamento tecnologico
dell'industria militare ed all'addestramento dei professionisti addetti
ai sistemi d'arma. Allontanato (?) il pericolo di conflitti nucleari ci
si concentra a rendere più efficiente l'armamento della guerra
convenzionale.
In Iraq dalla guerra del Golfo prosegue una sorta di esposizione - collaudo
permanente delle nuove armi. Impressionante è stata la rassegna
di "novità" messe in mostra in Kossovo. Gli U.S.A., che
concentrano i due terzi delle spese per ricerca e sviluppo militare del
mondo, mostrano una specializzazione in strumenti di distruzione, che
li colloca con vantaggio di decenni rispetto agli altri paesi. E di questo
vantaggio hanno mostrato in più occasioni di volersi avvalere.
Ma un paese come l'America ha comunque bisogno di giustificare i suoi
interventi militari, almeno di fronte alla propria opinione pubblica ed
a quella dei suoi alleati, con motivazioni importanti. Ecco allora invocare
la necessità di difendere, con mezzi risolutivi, la sovranità
nazionale, la democrazia e, da ultimo, i diritti umani, valori certamente
offesi prima, durante e dopo gli interventi, che si fanno per ragioni
di Stato e Mercato.
La Nato
Un modo tradizionale di stare dalla parte del più forte è
farsene alleati, ovviamente subordinati. In questa parte del mondo ciò
significa NATO. L'alleanza aveva, come noto, carattere strettamente difensivo.
A rigore, con lo scioglimento del patto di Varsavia, anche la NATO avrebbe
dovuto seguire la stessa sorte. Così non è stato per scelta
americana e per l'incapacità europea di garantire la sicurezza
nel continente con una proposta di cooperazione e sviluppo di economia
e democrazia, fino all'associazione nella comunità, rivolta in
primo luogo ai paesi dell'Europa dell'Est, usciti dalla tutela della dissolta
U.R.S.S. Essere inclusi nell'alleanza è diventato perciò
molto importante per questi paesi, un riconoscimento della maturità
raggiunta, una garanzia di inclusione, sia pure rispettando consolidate
gerarchie, tra i paesi che contano. L'Alleanza ha attuato nell'aprile
di quest'anno la revisione del trattato, secondo nuovi concetti, già
da un mese messi in atto in Kossovo, la prima guerra condotta dalla sua
costituzione. La difesa di quelli che la NATO individua come propri interessi
si fa intervenendo dove ritiene necessario e non solo in presenza di un'aggressione.
Decisiva è allora la proiettabilità, e cioè la capacità
delle forze militari di recarsi rapidamente ovunque, aggredire, con il
minimo di perdite, le forze nemiche, impedirne la reazione, distruggerne
la capacità offensiva. Ciò presuppone eserciti fortemente
professionalizzati, con armamenti ad alto, e continuamente aggiornato,
contenuto tecnologico.
Il nuovo modello di "difesa"
E' finita l'era della coscrizione obbligatoria, della formazione di riservisti
che oppongano il loro petto, magari aiutati dal Piave, all'invasore. I
pericoli non vengono da armate nemiche attestate ai confini. Nemico è
chi porta turbamento al nostro modello di vita, alla nostra capacità
di competere, ai nostri interessi. E' perciò nemico della democrazia,
dei diritti, della libertà civile ed economica. Ed è abbastanza
debole da essere sconfitto, se altri mezzi di convinzione non dovessero
bastare, dall'azione militare. NATO e Patto di Varsavia per 50 anni si
sono confrontati, ma i teatri di guerra sono stati altri, in un perfido
gioco di estensione di influenze, giocato letteralmente sulla pelle delle
popolazioni più povere. In verità le armi, a parole rivolte
alla difesa, sono state una garanzia perchè non ci fossero scelte
di campo diverse rispetto alla spartizione del mondo conseguente alla
guerra. E come tali sono state usate nel campo detto socialista per reprimere
ogni manifestazione di autonomia. Non c'è stato bisogno di usarle
da questa parte della cortina. La guerra è orribile ovunque, ma
impressiona che la guerra sia tornata nel cuore dell'Europa, nella dissoluzione
di uno stato che, pur con molti limiti, aveva saputo garantire rappresentanza,
convivenza e sviluppo a popolazioni diverse e provenienti da feroci contrasti.
E che, ferme le dirette responsabilità di chi ha dato l'avvio,
alimentato e portato a compimento aggressioni ed eccidi, Stati Uniti ed
Europa abbiano a lungo sottovalutato quanto succedeva, quando non ne abbiano
profittato per perseguire propri interessi, salvo poi intervenire nel
peggiore dei modi.
L'Europa ridotta a Euro
Sono passati 10 anni dal rapporto Delors, trasformatosi poi nel ben noto
Trattato di Maastricht: In quel rapporto la moneta unica, l'Euro, era
il naturale completamento del mercato unico, assicurato da politiche che
garantissero la concorrenza, riducessero i divari tra regioni e paesi,
coordinassero le azioni a livello comunitario, ponessero riparo ai limiti
e fallimenti del mercato stesso. Di questi proponimenti è rimasta
solo la moneta unica, accompagnata dal taglio dei bilanci pubblici dei
singoli stati. A questa mutilazione del programma economico, che resta
comunque il dato di base della costruzione europea, corrisponde l'impasse
sul piano politico: l'incapacità della Comunità di avere
un ruolo adeguato in un mondo che vede l'assoluto protagonismo degli Usa,
mentre prosegue la dissoluzione dell'Unione Sovietica, la crisi del Giappone
e la crescita economica di Cina ed India non sembra accompagnata da sviluppo
di democrazia e volontà di pace. Così da più parti
si lamenta l'assenza di un'identità europea o addirittura di un'anima
europea.
Moneta e difesa
Il superamento degli stati nazionali, delle concezioni che li hanno accompagnati
e sorretti, la costruzione di una casa comune, democratica, civile, tollerante,
aperta ai paesi dell'Est, capace di forte collaborazione con gli altri
paesi del mediterraneo e del vicino oriente può essere certo un
elemento di grande rilievo per assicurare pace e giustizia nel mondo.
E' forse anche la condizione per un rilancio effettivo del prestigio e
dell'azione dell'ONU. Il Corpo Europeo di Pace, secondo il progetto di
sperimentazione finalmente approvato dal Parlamento europeo, si pone in
questa linea. Vi è più che il rischio che prevalga un'altra
opzione, ratificata all'indomani del conflitto nel Kossovo, nel Consiglio
dell'Unione che si è tenuto a Colonia: sia chiama Esdi, l'Identità
europea di sicurezza da costruirsi nell'ambito della NATO. Costituisce
una opportunità di sviluppo dell'industria europea, in settore
ad altissima tecnologia, e l'impegno perchè siano comuni mezzi,
armamenti, professionalità delle forze armate e assicurata l'integrazione,
se non l'unicità, del comando. In tal modo l'Europa dovrebbe contare
di più nella NATO, che resta, per usare le parole del nostro Ministro
della Difesa ( sarebbe più adeguato ricominciare a chiamarlo, come
un tempo, Ministro della Guerra ), lo "strumento più flessibile
ed efficace per la realizzazione dei valori di stabilità, di pace
e di sviluppo della comunità internazionale ".
Italia: i limiti della sovranità
L'Italia all’art. 11 della Costituzione ha ripudiato la guerra come
strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e mezzo di
risoluzione delle controversie internazionali, in perfetta sintonia con
la carta dell’Onu. Ripudiare è un verbo forte, sia che lo
si colleghi a pudore che a piede, secondo le etimologie più accreditate.
Vuol dire che l’Italia si vergogna molto della guerra o/e che l'allontana
da sè a calci. Ma se la "proiezione", come in un film,
delle forze armate serve alla difesa della libertà degli altri
popoli ed è anzi il mezzo più efficiente per porre termine
ad una controversia e procurarsi posizioni di vantaggio nel ricostruire
quanto si è distrutto, ciò non viola certo la nostra Costituzione.
L'art. 11 prosegue con l'accettazione da parte del nostro Paese delle
limitazioni di sovranità necessarie per un ordinamento che assicuri
pace e giustizia tra le nazioni e la promozione delle organizzazioni internazionali
a tale scopo rivolte. Credevamo fossero soprattutto l’Onu e la Comunità
europea e invece è la NATO e il realismo impone di prenderne atto.
Riforme sociali e modifiche della Costituzione
Se l'art. 11, così interpretato, può restare com'è
altre parti della Costituzione vanno però cambiate e si impongono
riforme sociali. Gli è che i costituenti pensavano che l’Italia
fosse, un Paese, uno Stato, una Repubblica democratica, ripartita in Regioni,
Province, Comuni, con il precipuo compito di " rimuovere gli ostacoli
di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà
e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona
umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione
politica, economica e sociale del Paese". Non sapevano, forse non
potevano sapere, che era un'azienda: l'Azienda Italia, da rendere competitiva
nell'arena globale. Stabilità, governabilità, velocità
sono i requisiti richiesti ( gli stessi che si richiedono ad un'automobile).
Un tempo, non poi così lontano, si pensava di portare la garanzia
dei diritti e la democrazia all'interno dell'impresa. Oggi è alla
cultura di impresa che ci si rivolge per un surrogato della democrazia.
Spot, sondaggi e customer satisfaction sono alcuni degli ingredienti che
sostituiscono il confronto ed il dibattito in sedi pubbliche e condivise.
Con riforme elettorali, che diminuiscono la già ridotta rappresentatività
della nostra democrazia, con proposte di referendum, che alimentano logiche
plebiscitarie, si cerca di porre rimedio ad una disaffezione della politica,
che deriva dalla giusta percezione ( anche se non è condivisibile
la risposta ) che la politica è cosa che riguarda i suoi professionisti,
vecchi e nuovi. E' estranea, quando non ostile, alla gente comune. Del
resto la promessa che le forze politiche, tra loro in consociazione o
in alternanza, rivolgono è quella di trattare gli elettori non
più da sudditi, ma da clienti. Di considerarli cittadini non se
ne parla. La costituzione materiale è già questa, quella
formale deve adeguarsi. Vi è poi una gara, tra governo ed opposizione,
di proposte - anche se non tutte si equivalgono - volte a smantellare
le gestioni pubbliche, spesso insoddisfacenti, di servizi importanti e
vitali, non per progettarne altre, adeguate ai contenuti ed alle finalità,
ma per consegnarne le parti più appetitose alla speculazione e
lasciare le parti non redditizie alla filantropia, alla beneficienza,
alla generosità del volontariato. Questo nella sostanza appare
sovente essere il dibattito sulle riforme.
Vita pubblica e uomini della politica
Non mancano segni di risposta dalla società civile, in qualche
espressione all'altezza sia del sostantivo che dell'aggettivo, che richiedono
alla vita pubblica ed alla politica di essere altro. Quella vita pubblica
per Capitini indispensabile nella formazione umana, quella politica che
la scuola di Barbiana indicava come riconoscimento e risposta, insieme
elaborata e data, al comune problema. Non sembra che questo tema interessi
gran che la classe dirigente, ceto imprenditoriale e/o politico che sia.
Forze che nel nostro passato Congresso hanno voluto testimoniarci la loro
particolare vicinanza ed attenzione, come Rifondazione e Verdi, attraversano
una crisi profonda. Ci sembra che ciò testimoni, al di là
delle differenze e di possibili errori e inadeguatezze, la difficoltà
di avanzare proposte che, per aspetti non marginali, si collochino criticamente
rispetto ad indirizzi sostanzialmente condivisi da maggioranza ed opposizione
e che diventano senso comune in larga parte dell'opinione pubblica. Così
il successo elettorale della lista Bonino e l'attenzione alla proposta
referendaria del Partito Radicale non sembrano contraddire questa analisi,
nè per i contenuti, nè per le modalità che li caratterizzano.
Non vi ravvisiamo un contributo apprezzabile a contrastare quella caduta
di partecipazione democratica e tensione civile, che ci pare un tratto
preoccupante della nostra società. Semmai ci vediamo un contributo,
arrecato con abilità ed astuzia, all'ulteriore spettacolarizzazione
e superficializzazione dell'agire politico.
Il movimento della nonviolenza nel mondo.
War Resisters International
Gli elementi tratteggiati, pur nella loro parzialità ed approssimazione,
delineano un quadro che richiede il massimo coordinamento e valorizzazione
delle iniziative ispirate alla nonviolenza, che affrontano in radice la
violenza strutturale e quella conclamata, che non fa che accrescere la
violenza strutturale. E' perciò particolarmente rilevante operare
per un collegamento dei movimenti e delle ONG, delle forze politiche e
sindacali, non tutte, e comunque non tutte nello stesso modo e grado,
conquistate dal " pensiero unico" o a questo opposte
in nome di barbari fondamentalismi. E' questo il contributo che in primo
luogo siamo chiamati a dare, e che ci può venire, dalla nostra
adesione alla WRI, all'Internazionale dei resistenti alla guerra. Alla
conferenza triennale della WRI, svoltasi un anno fa, il Movimento ha partecipato
con una propria delegazione e ne è stato dato conto sulla rivista.
Il confronto tra situazioni così diverse e le indicazioni scaturite
sono certo interessanti e mostrano la capacità di aggiornamento
dell'Internazionale, nata nel primo dopoguerra per "non collaborare
ad alcuna sorta di guerra e lottare per abolire tutte le cause di essa".
L'Internazionale della nonviolenza
Occorre andare oltre. Va compiuto uno sforzo da parte della WRI per proporre,costruire
e far vivere un rapporto federativo, costante ed attivo, con associazioni,
gruppi, persone verso la costruzione di un'Internazionale della nonviolenza,
come Capitini già aveva proposto alla triennale del 1966. E' uno
strumento necessario, senza il quale i sempre più frequenti richiami
alla nonviolenza - l'Onu le intitola gli anni a 10 alla volta e questo
è in sè un bene - rischiano la sterilità. Può
essere il luogo nel quale movimenti e persone, il cui impegno da tempo
supera le frontiere nazionali, confrontano, affinano, coordinano il loro
lavoro di costruttori di pace e di giustizia, nella consapevolezza dello
stretto legame tra fini e mezzi, che li fa essere amici della nonviolenza.
Questo processo "federativo" dovrebbe avanzare sia tra i momenti
centrali che periferici e, per una parte, rientra quindi nella nostra
più diretta responsabilità. Anche per tale via si può
contribuire alla costruzione di un'etica, di un diritto, di istituzioni
capaci di affrontare adeguatamente i problemi che si pongono all'umanità.
Se i "persuasi" non sapranno collaborare efficacemente tra di
loro lo slogan di una Onu dei popoli, contrapposta all'Onu dei governi,
è destinato a restare tale. Non risulta del resto che i governati
siano, in genere e di per sè, migliori dei governanti. E rischiano
di non fruttare fino in fondo i semi di nonviolenza pur presenti nel mondo.
La nonviolenza è verità e conciliazione
Nel continente più misero, nel quale sembrano concentrarsi violenze,
disastri e contraddizioni, da far rimpiangere il dominio e lo sfruttamento
coloniali, c'è la positiva eccezione del Sud Africa. Questa nazione
ha visto con Gandhi l'esordio della nonviolenza di massa e per lunghi
anni è stato sinonimo di un apartheid spietato, accompagnato da
ogni genere di abuso e atrocità. Ha saputo trovare la strada di
una convivenza democratica e di una conciliazione, faticosissima, ma possibile
perchè non dissociata dalla ricerca della verità, dal riconoscimento
delle proprie personali responsabilità. Essenziale è stato
certo il contributo di alcune personalità straordinarie, ma decisiva
è la coralità della partecipazione, che fa sperare in un
esito favorevole che può servire da esempio, e non solo in quel
continente percorso da feroci conflitti. Qui si avverte veramente la forza
della nonviolenza, della nonviolenza del forte - avrebbe detto Gandhi
- che arriva dove la violenza non può comunque arrivare.
Kossovo
Alle porte di casa nostra, in Kossovo, si è prodotta per anni
una straordinaria lotta di resistenza e rivendicazione di identità
con mezzi nonviolenti. Sappiamo come è, almeno per il momento,
finita. Sappiamo che giuste rivendicazioni e civili forme di lotta non
hanno per anni ricevuto alcun sostegno ed attenzione dalla comunità
internazionale. Sappiamo che governi ed imprese, a cominciare dal nostro
paese, hanno preferito concludere lucrosi affari con governanti ed imprenditori,
notoriamente responsabili della persecuzione di un'intera popolazione,
fino alla vigilia dei bombardamenti. Resta il fatto che l'azione nonviolenta
ha, per anni e contro ogni previsione, tenuto aperta una prospettiva diversa,
che non si è colta e che forse non interessava cogliere. Il nostro
amico Alberto L'Abate, che in questi anni ha dedicato l'impegno più
strenuo per una soluzione nonviolenta del conflitto in Kossovo, può
dare di ciò la più ampia e documentata testimonianza. Per
la prevenzione, ha calcolato si è speso l'equivalente di due minuti
e mezzo di bombardamenti, protrattisi invece per due mesi e mezzo. E'
questo il rapporto normale che intercorre tra spese per la pace e spese
per la guerra.
Azioni nonviolente
Importanti sono gli esempi anche individuali di opposizione all'ingiustizia
e di azione nonviolenta: si comincia sempre da uno e al centro dell'agire
sono persone, ci ricordava Capitini. Sono la prova che è sempre
possibile fare qualcosa nella direzione della nonviolenza e che questo
qualcosa conta. C'è un'iniziativa che, anche con la nostra partecipazione,
si è trasformata in Fondazione, di un premio intitolato a una persona
che ci è cara: Alex Langer. E' un premio annuale: nel '97 è
andato ad una algerina, nel '98 a due giovani donne, l'una hutu e l'altra
tutsi, nel '99 ad una coppia di dissidenti cinesi. Il premio all'algerina
segnala il coraggio e l'azione politica e civile di una donna che si batte
a viso aperto per i diritti umani, e segnatamente per la parità
di trattamento delle donne. Esse sono discriminate e trattate come minori
da una legislazione, che si vuole ispirata al Corano. E' una legislazione
che appare anche troppo blanda a vili assassini che dal Corano traggono
ispirazioni anche più retrive. Il pericolo rappresentato dal fanatismo
religioso, il valore comune della laicità delle istituzioni, la
condizione della donna, spia sicura del livello di civiltà - ci
ricordava sempre Capitini - sono aspetti sui quali una donna straordinaria,
con la sua vita, ci induce a riflettere. Quando si è scatenato
l'eccidio dei tutsi, preparato da una continua ed intensa campagna d'odio;
quando gli hutu si sono fatti cacciatori ed assassini dei loro vicini
tutsi, colpevoli di essere di un'altra etnia e di avere goduto privilegi
nel passato coloniale, una ragazza hutu ha nascosto e salvato da morte
sicura una giovane donna tutsi la cui famiglia era stata massacrata. E'
possibile dunque sottrarsi alla frenesia omicida del gruppo, al delirio
tribale cinicamente riproposto e diffuso e porre nello stesso tempo le
condizioni per la necessaria riconciliazione. La vicenda della coppia
di dissidenti cinesi, ferma nel proprio impegno per la ricerca della verità
sul massacro di piazza Tiannamen, ci ricorda il peso della persuasione,
di chi mette sè stesso in gioco. Un peso decisivo, anche di fronte
al potere statuale più potente e prepotente, che adotta dall'Occidente
ogni metodo che gli prometta maggior sfruttamento e crescita economica,
senza rinunciare all'autoritarismo, che chiama socialismo.
Il nostro " movimento ".
Gli iscritti, la struttura organizzativa
Il Movimento, come struttura organizzata, non cresce, anche se in ogni
occasione di incontro avvertiamo un'attenzione che potrebbe tradursi in
adesione organizzativa. E i legami con la maggioranza degli iscritti vanno
poco al di là del collegamento attraverso la Rivista, non diverso
da quello esistente cioè con gli altri lettori di Azione Nonviolenta.
E' un aspetto al quale abbiamo forse dedicato insufficiente attenzione,
anche per una nostra riluttanza a forme di proselitismo, che prescindano
da un'intima persuasione. Salvo che in pochi centri manca quindi una vita
associativa e dunque il dibattito, l'approfondimento, la proposizione
di iniziative a partire da un gruppo affiatato. L'invito ai nostri iscritti
è quello di "farsi centro" di proposta, di riflessione,
di iniziativa, curando in primo luogo la diffusione della rivista e partecipando
al suo mantenimento e miglioramento. Attorno ad ogni nostro iscritto ci
piace pensare possano formarsi piccoli gruppi di "amici della nonviolenza",
capaci di dare al Movimento diffusione e qualità. Il comitato di
coordinamento, la segreteria sono a disposizione per fornire ogni contributo
a questa crescita e promuoveranno specifiche iniziative al riguardo.
Gli incontri del Comitato di coordinamento
Il Comitato di coordinamento costituisce il momento politico ed organizzativo
che assicura la continuità e "la linea" del Movimento.
I verbali del Comitato sono a disposizione degli iscritti e possono dare
un'idea dell'assieme del lavoro svolto e dei suoi limiti. Il giudizio
e le determinazioni al riguardo spettano al Congresso. Nelle riunioni
del Comitato sono presenti due elementi essenziali - per Capitini mai
dovevano andare dissociati - dei
quali i verbali certo non possono dare conto: familiarità
e tensione. Allargare questa esperienza potrebbe essere un
contributo significativo alla crescita del Movimento ed un arricchimento
per quanti vi partecipano. Si potrebbe dare notizia della riunione del
coordinamento, e del suo ordine del giorno, sulla rivista, con le indicazioni
per la partecipazione possibile per tutti gli iscritti. Vi è una
questione, solo apparentemente organizzativa, alla quale le persone qui
riunite debbono dare una risposta urgente. Si tratta di assicurare una
modesta integrazione salariale a chi, scegliendo di lavorare a tempo parziale
e dunque con retribuzione parziale nel suo impiego, sta dedicando un impegno
totale a Rivista e Movimento. Basta che alcune persone si quotino per
una cifra mensile di 50, meglio 100, mila lire - come alcuni hanno già
fatto - per raggiungere questo obiettivo che è semplicemente vitale.
I seminari tematici
Il Comitato, dall'ultimo Congresso a questo, ha proposto tre seminari
residenziali tematici: nel '97 sulle proposte di modifica della Costituzione
e nel '98 e '99 sui temi dell'economia. Si tratta di temi che, con tutta
evidenza, non hanno perso di attualità e di interesse. Sono state
occasioni importanti di discussione, approfondimento, confronto tra noi
e con persone a noi vicine e che hanno dato un contributo importante e
qualificato. Si sottolinea l'importanza di questi appuntamenti, come strumento
di maggior conoscenza interpersonale, di crescita collettiva, di maturazione
di iniziative e collaborazioni. Al tema dell'economia, che abbiamo qualificato
come "ecologica e di giustizia", dedichiamo i lavori di una
Commissione. E' opportuno richiamare il tema del primo seminario, che
non ha avuto, tra gli iscritti e tra chi ci segue più da vicino,
l'attenzione che meritava. Le riforme istituzionali sono in corso e, dopo
una lunga battuta d'arresto, se ne afferma da più parti l'indilazionabilità.
Per contenuti e modalità di dibattito non hanno fin qui dato gran
che, nè promettono nulla di buono. Il Movimento Nonviolento ha
sempre cercato, consapevole della propria modestia, di offrire un'"aggiunta"
di impegno personale e di azione diretta alla democrazia costituzionale
e rappresentativa: la sua crisi non può lasciarci indifferenti.
Il pensiero va all'esperienza dei Centri di Orientamento Sociale, nell'immediato
dopoguerra, ed alla pubblicazione del Potere è di tutti. L'adesione
al sistema è sempre più passiva. I diritti di riunione,
di associazione, di manifestazione del pensiero, di voto oggetto di tante
battaglie sono sempre meno esercitati perchè avvertiti come irrilevanti,
incapaci di garantire, almeno, la miglior selezione dei professionisti
politici. La politica è uno spettacolo tra gli altri, che richiede
spettatori piuttosto che attori (o più precisamente telespettatori)
o meglio ancora, data la qualità spesso oscena della rappresentazione,
guardoni. E' un processo di lunga data i cui esiti non possono essere
ignorati. Possiamo dare un contributo a risvegliare il sovrano, che è
in ogni cittadino, secondo la promessa della Costituzione e la possibilità
che gli è data di essere soggetto attivo e non passivo. Non saremo
soli se a ciò ci dedicheremo con continuità e coerenza.
I rapporti con la nonviolenza organizzata
La capacità di lavorare con altri ad un progetto comune moltiplica
l'incidenza e costituisce un importante strumento di diffusione delle
idee e delle pratiche della nonviolenza. Primo terreno sul quale verificare
questa capacità è quello della qualità e continuità
di relazione con altre forze che si richiamano alla nonviolenza. Tempo
addietro parlammo di "costituente della nonviolenza" ed è
un tema che si ripresenta e che sottende anche la proposta avanzata da
Pietro Pinna di una marcia "specifica" della nonviolenza. Non
mancano campagne, anche importanti, condotte assieme e momenti di riflessione
comuni, ma ci pare che il rapporto debba andare più in profondità.
Per questo spalanchiamo rivista e congresso al contributo di quanti si
sentono "amici della nonviolenza". Per questo pensiamo che possano
sorgere in ogni località gruppi di "amici della nonviolenza",
nei quali aderenti a diverse associazioni e cittadini comunque interessati
si trovino ad operare assieme. Se si condivide l'esigenza di un'internazionale
della nonviolenza sarà bene cominciare a costruirla dal basso.
La nonviolenza è pianta di molte radici, richiede molta cura, ma
può offrire ombra e frutti a persone anche molto diverse.
La proposta congressuale:
Commissioni tematiche e operative
Abbiamo pensato un Congresso svolto principalmente in commissioni per
consentire uno scambio più ravvicinato tra tutti i partecipanti
al Congresso. Abbiamo indicato come tematiche le commissioni della prima
giornata e come operative quelle della seconda. E' una distinzione che
può essere fuorviante. Dalle commissioni ci aspettiamo infatti
un contributo sia alla teoria che alla prassi, che non vorremmo mai dissociate.
Chiediamo ai referenti che il lavoro di commissione si concluda con un
breve testo scritto, che consenta al Congresso di pronunciarsi con chiarezza
e di assumere gli impegni relativi.
Commissioni della prima giornata
1. Apparati militari e modelli di "difesa" a dieci anni dalla
caduta del muro di Berlino:
relatore Nanni Salio.
L'importanza del tema non ha bisogno di alcuna enfasi ed è di
estrema attualità, anche per le novità che riguardano più
direttamente il nostro Paese: esercito professionale, di guerrieri e guerriere,
con leva obbligatoria in caso di bisogno, parte del sistema europeo di
sicurezza nell'ambito della Nato. Le Forze armate sono ( ma hanno mai
cessato di esserlo? ) proclamate elemento indispensabile di politica estera
ed il più chiaro indicatore dell'importanza e del ruolo di un Paese
nel mondo. Il crollo dei regimi dell'Est, armati fino ai denti, non ha
insegnato nulla. Si allontana la prospettiva di un rafforzamento dell'ONU
ed il solenne proposito con il quale si apre la sua Carta istitutiva "Noi,
i popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal
flagello della guerra...". Il nuovo esercito avrebbe anche altri,
non trascurabili, meriti, oltre a contribuire alla parità dei sessi.
Farebbe finire le parallele ed umilianti corvè, nelle forze armate
e nel servizio civile, sostituite da più civili e moderne prestazioni
professionali e volontarie. La volontarietà eliminerebbe anche
il "nonnismo", prodotto e sfogo nei congedanti della frustrazione
di un servizio coatto ( come se la Folgore, per far solo un esempio, non
fosse un reparto formato da volontari). Sono molti i temi che richiamano
la necessità di analisi e di risposta, su un terreno che le Forze
Armate considerano proprio.
2. Alternative alla guerra per la soluzione dei conflitti: esperienze
e proposte:
relatore Gianni Tamino.
Il proporsi in modo così incisivo dell'opzione militare oscura,
se non azzera, tutto un lavoro, teorico pratico, che pure comincia a dare
qualche frutto anche sul piano istituzionale, dopo aver mostrato la propria
efficacia nell'azione di movimenti ed organizzazioni in varie situazioni.
Il pensiero va
- ai caschi bianchi dell'ONU, al Corpo civile di pace europeo, alla difesa
popolare nonviolenta evocata nella stessa legge di riforma dell'obiezione
di coscienza;
- alle iniziative diplomatiche della Comunità di S. Egidio, all'attività
delle Organizzazioni non governative, più importanti e strutturate,
a interventi di Regioni ed enti locali;
- a campagne ed operazioni promosse da persone del Movimento o a noi
molto vicine, come le Ambasciate di pace, il cui carattere di esempio
e sollecitazione deve fare continuamente i conti con il rischio del velleitarismo
e della dispersione delle forze.
Ma è decisivo che non ci si rassegni a ritenere la pace un problema
dei militari. Con loro è però necessario trovare momenti
e modalità di interlocuzione e confronto. Nelle situazioni di conflitto
sono i militari ad essere invocati ed intervenire, quali forza di peace
building o di peace keeping. Il confronto si presenta nei fatti ed è
ineludibile.
3. Economia ecologica e di giustizia:
relatore Pasquale Pugliese.
Già si è detto dell'attenzione, che abbiamo dedicato a
questo tema con due seminari. E' intollerabile che tutta la conoscenza
e tecnologia di cui disponiamo si traduca in un modo di produrre, consumare,
vivere che genera diseguglianza, ingiustizia, schiavitù di contro
a sterminate ricchezze, nel deterioramento e distruzione di ogni bene
e bellezza naturale. Il fallimento di sistemi che si pretendevano alternativi
non può esimerci dal cercare ancora e dal persistere in ciò
che era giusto. Si tratta di comprendere la realtà della globalizzazione
con i suoi nuovi mercati, di cambi e capitali, che funzionano 24 ore al
giorno, stabilendo relazioni a distanza in tempo reale ( nella sola borsa
di Londra vengono scambiati ogni anno 75 trilioni di dollari, 25 volte
il valore di tutti i beni prodotti nell'anno ); con le sue nuove regole,
che l'Organizzazione mondiale dei commercio detta agli Stati, sui commerci,
sui servizi, sulla proprietà intellettuale; con i suoi nuovi potentissimi
attori, come le grandi multinazionali, che nessun potere controlla. Si
tratta di contribuire alle campagne, azioni, iniziative di resistenza
alla guerra economica competitiva in corso, ed al pensiero che l'accompagna,
e di costruzione di sia pur limitate alternative ecologiche e di giustizia,
che vediamo affermarsi lontano e vicino a noi, di produzione, distribuzione,
di finanziamento, di lavoro, di condivisione. Padre Zanotelli ha evocato
una "rete lillipuziana" capace di imbrigliare i Gulliver dell'economia.
Del nostro essere piccolissimi siamo ben persuasi, così come della
necessità di collaborare sempre meglio e più concretamente
con le organizzazioni più impegnate su questo terreno, a cominciare
dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo
4. Cultura ed educazione della nonviolenza nel centenario della nascita
di Aldo Capitini:
relatore Grazia Honegger Fresco.
Violenza strutturale non minore di quella costituita dalle immani diseguaglianze
sociali è quella costruita da una cultura che giustifica la suddivisione
dell'umanità in "vincenti" e "perdenti" e,
in nome della modernità e del progresso, afferma il diritto del
"forte" a dominare sul "debole". Giuliano Pontara,
attento anche per abito professionale al peso delle parole, non ha esitato
a parlare di " etica del cow-boy e di ritorno della mentalità
nazista". La cultura della nonviolenza è chiamata a dare proprie,
persuasive risposte. Un terreno decisivo è quello della scuola.
Vale forse la pena di ricordare il Capitini coordinatore e animatore dell'Associazione
per la difesa e lo sviluppo della scuola pubblica in Italia, contro le
pretese della scuola confessionale, alle quali si sono fatte recentemente
ulteriori concessioni. E ciò è avvenuto in nome della libertà
di scelta, dell'efficienza, della tendenza alla privatizzazione di ogni
spazio pubblico e di ogni bene che deve essere comune: tra questi la possibilità
dei giovani di formarsi in una scuola di tutti, in una scuola di diversi,
in una scuola aperta, che sollecita cooperazione e capacità critica.
Una scuola che la scuola pubblica italiana non è riuscita ad essere.
Avesse tenuto in maggior conto Capitini e don Milani non sarebbe ridotta
a mendicare ricette manageriali per la sua gestione e costituirebbe luogo
ideale per l'"inizio della realtà liberata".
Commissioni della seconda giornata
1. Riviste, pubblicazioni, reti telematiche della nonviolenza:
relatore Mao Valpiana.
Sono 36 anni che Azione Nonviolenta esce. Ne vediamo i limiti e la vorremmo
nigliore. Un maggiore e corale impegno negli abbonamenti renderebbe possibile
questo obiettivo. Chi conosce le ristrettezze e le difficoltà in
cui viene prodotta la trova però già bella così,
e quasi un miracolo. Credo possiamo dirci soddisfatti anche della qualità
delle nostra attività editoriale. Alle pubblicazioni si vanno aggiungendo
video e compact disk, che vanno ad arricchire il materiale utile per l'attività
di sensibilizzazione e di diffusione del pensiero e della pratica nonviolenta.
Il sito on line comincia ad essere conosciuto, visitato ed apprezzato.
Anche qui crediamo sia indispensabile un confronto con quanti intervengono,
con strumenti analoghi ai nostri e con finalità affini, sulle stesse
tematiche. C'è il problema dell'accesso ai grandi mezzi di comunicazione
di massa, senza che ciò significhi irrimediabile distorsione del
messaggio. C'è il problema di usare al meglio i modesti strumenti
di comunicazione che i movimenti di ispirazione nonviolenata e impegnati
per la pace si sono dati. Crediamo che da una discussione ravvicinata,
che può avere un momento significativo in questo congresso, a partire
dal lavoro di questa commissione, possano scaturire indicazioni utili
in entrambe le direzioni. Ci auguriamo collaborazione e coordinamento,
capaci di arricchire e qualificare l'attività delle varie riviste
e migliorare il contributo complessivo alla conoscenza della nonviolenza
e del suo sperimentarsi.
2. Centri e case per la pace, esperienze sul territorio:
relatore Matteo Soccio.
Con l'augurio che ogni iscritto sappia farsi centro di proposte ed iniziative,
ci pare utile una riflessione sul'esperienza di centri e case per la pace,
sia da noi direttamente promossi o partecipati, sia da altri realizzati.
Sono esperienze diverse tra le quali è utile un confronto e trovare
anche forme di collaborazione e coordinamento, di integrazione di attività.
Sono presenze significative sul territorio, punti di riferimento di una
rete della nonviolenza alla cui costruzione intendiamo contribuire. Sono
e possono essere luoghi di cittadinanza attiva, di democrazia presa sul
serio, di rilancio e aggiornamento dei Centri di orientamento sociale
dell'immediato dopoguerra, di costruzione di esperienze che spingono verso
la "comunità aperta" e la pratica dell'omnicrazia, del
potere di tutti e di ciascuno. E' in primo luogo dove viviamo e quotidianamente
operiamo infatti che si misura la credibilità delle nostre proposte.
Quale capacità di intervento in situazioni di conflitto grave e
di ingerenza nonviolenta a tutela di diritti umani in altri paesi possiamo
vantare se non ne siamo in primo luogo capaci nelle situazioni a noi più
vicine? Ci sembra perciò utile che siano più conosciute
e diffuse le esperienze in atto di mediazione sociale, di intervento per
la soluzione dei conflitti e per la difesa dei diritti dei più
deboli. Esse costituiscono anche la risposta migliore ad un bisogno di
sicurezza, presente e crescente, da molte ragioni prodotto, che sembra
ottenere solo risposte di chiusura e di repressione. Così ci pare
debba diffondersi la pratica dei campi, che ha in Piemonte il maggior
radicamento, come quella che meglio può avvicinare giovani e meno
giovani ad una nonviolenza sperimentata, in varie forme e nel quotidiano.
3. Marcia della nonviolenza: 2000 anno della Nonviolenza:
relatore Daniele Lugli
La proposta di Pietro Pinna, assunta dal Comitato di coordinamento, ha
lo scopo di costituire una concreta, visibile, comune iniziativa degli
amici della nonviolenza, siano essi singoli o aderenti a diverse associazioni.
Costituisce di per sè un tema significativo di confronto con chi
ci è più vicino. Ci sembra colga una esigenza di unità
dell'area nonviolenta e possa costituire anche un contributo di orientamento
per un più vasto movimento per la pace. La concepiamo come un'aggiunta,
non come un'alternativa o una proposta polemica nei confronti della consolidata
iniziativa della marcia Perugia - Assisi. Pensiamo ad un'iniziativa che
metta in comune la ricchezza della proposta nonviolenta e contribuisca
alla sua unità. Un'iniziativa che riesca a comunicare questo messaggio
di non rassegnazione all'inevitabilità della guerra e di non delega
ai militari della costruzione della pace. Per questo i tempi, le modalità
e lo stesso percorso saranno oggetto di un approfondimento e di un confronto,
che nel Congresso ha il suo inizio.
4. Lotta e alternativa alle spese militari:
relatore Piercarlo Racca.
Gli stessi mutamenti delle Forze Armate, dei modelli di difesa, la varietà
e gravità dei conflitti richiedono un aggiornamento delle forme
di lotta e delle proposte alternative alle spese militari. E' parso a
noi ed, inizialmente alle altre organizzazioni promotrici, che ciò
potesse farsi meglio e con più chiarezza concludendo la campagna
di obiezione alle spese militari, fermo restando il sostegno a chi avesse
praticato individualmente tale forma di obiezione. Lo suggerivano l'andamento
della campagna stessa, in esaurimento dopo anni dal suo inizio e dopo
significativi risultati pure raggiunti, e l'opportunità di chiarirne
gli obiettivi, anche in vista di una sua possibile riproposizione, alla
luce della nuova legge sull'obiezione di coscienza civile e dell'ipotesi
dell'opzione fiscale. Questa posizione, che è rimasta nostra e
del MIR, non è stata da altri condivisa e la campagna prosegue.
Hanno fatto seguito contrapposizioni polemiche che poco sono servite a
chiarire i termini della questione ed a fornire orientamenti per il futuro.
Crediamo sia importante riflettere sulla vicenda, nella ricerca dei più
adeguati strumenti di opposizione alla guerra ed alla sua preparazione,
che siano da noi condivisi e praticati e come tali proposti ad una più
ampia partecipazione.
Nonviolenza in movimento
Teniamo il Congresso a Pisa, da dove, con
il rifiuto - era il 1933 - della tessera del partito fascista, Aldo Capitini
iniziò la sua pubblica testimonianza e ricerca nonviolenta. Lo
ha reso possibile l'impegno di un gruppo di giovani raccolti attorno a
Rocco Altieri, che con il suo libro "La rivoluzione nonviolenta"
ci ha riproposto Capitini ed il suo pensiero, vivi ed attuali, decisivi
per l'acquisizione di un punto di vista nonviolento nell'interpretazione
degli avvenimenti storici e nell'elaborazione di una strategia di cambiamento.
E' un impegno che sentiamo nostro e che esprimiamo con parole tratte dall'
introduzione del libro: " Di fronte a chi preconizza la fine delle
rivoluzioni, Capitini sollecita a riaprire la storia a una rivoluzione
nuova, che rompa il cerchio malefico delle rivoluzioni violente del passato,
che non hanno fatto che riprodurre nuove oppressioni e nuove violenze:
Egli sente urgente ed attuale una rivoluzione nonviolenta come movimento
permanente che nasca dal basso, che cambi le coscienze, che trasformi
le strutture di violenza e di morte, favorendo la liberazione dall'alienazione,
dall'oppressione, dallo sfruttamento, dall'incubo della miseria e della
guerra. A noi sta con sincera persuasione nella forza e nella verità
della nonviolenza riprendere e proseguire questo cammino".
IL LAVORO DELLE COMMISSIONI
Difesa, economia, cultura, per un’alternativa alla guerra
MOZIONI (Testi usciti dai lavori delle commissioni e approvati
dall’Assemblea)
Apparati militari e modelli
di “difesa” a dieci anni dalla caduta del muro di Berlino
(approvata all’unanimità)
Per descrivere l’attuale situazione può essere utilizzata
una frase dell’Ecclesiaste: “Non c’è nulla di
nuovo sotto il sole”, poiché in effetti non sono avvenuti
cambiamenti profondi. Uno dei pochi aspetti di parziale diversità
è dato dal fatto che oggi siamo in presenza di due forme di capitalismo,
quello istituzionale e globalizzato e quello delle attività mafiose,
che in genere competono fra loro, anche se talvolta collaborano, perché
ad esempio il denaro mafioso viene riciclato attraverso le strutture
capitaliste. Il primo è legale, mentre il secondo non lo è,
ma entrambi sono antisociali.
Esistono i seguenti cinque fattori chiave da prendere
in considerazione:
-
tecnologia e scienza;
-
finanza;
-
risorse naturali;
-
media;
-
armi di distruzione di massa.
I cinque fattori sono interconnessi fra loro e quindi non può
essere analizzato solo il quinto, estrapolato dagli altri. Infatti il
termine “modello di difesa” è riduttivo, perché
rientra nel concetto più vasto di conflitto. Quindi ciò
che conta è il modo in cui si vogliono affrontare i conflitti
e, poiché le ragioni dei conflitti sono molteplici, è
indispensabile prendere in esame tutti e cinque i fattori sopra esposti.
Ad esempio, molte guerre sono spacciate per etniche, ma hanno in realtà
altre motivazioni. Così la guerra nel Caucaso è una guerra
per il petrolio e le guerre nei Balcani sono conflitti per conquistare
i corridoi energetici. L’incompatibilità etnica è
un elemento che fa da sfondo e che invece viene esaltato.
Secondo Galtung sta nascendo una nuova guerra fredda, che vede contrapposti
due blocchi. Da una parte U.S.A., Canada, Unione Europea e Giappone
e dall’altra Russia, Cina e India. Poiché i Paesi della
N.A.T.O. sono geograficamente situati ad occidente, mentre il Giappone
si trova all’estremo oriente, ciò comporta una manovra a
tenaglia sul blocco dell'Eurasia. Il bombardamento dell’ambasciata
cinese a Belgrado, che probabilmente non fu un errore, potrebbe essere
un’azione iniziale di questa guerra fredda. Attualmente il blocco
eurasiatico è diviso al suo interno, ma potrebbe compattarsi
come reazione all’aggressione da parte dei Paesi dell’altro
blocco. Al riguardo bisogna considerare che Russia, Cina e India hanno
un enorme potenziale di risorse e di persone.
I sistemi d’arma sono genericamente divisi in due categorie: quelli
di distruzione di massa (termonucleari, chimici e biologici) e quelli
convenzionali. Questi ultimi, però, sono contigui ai primi. Paul
Nitze, uno dei falchi del dipartimento di Stato statunitense che condusse
la guerra fredda contro l’Unione Sovietica, oggi, ormai ultranovantenne,
propone il disarmo nucleare unilaterale per gli Stati Uniti, poiché,
sostiene, le armi nucleari non sono più utili. Infatti le armi
convenzionali sono sufficienti a tenere il nemico sotto controllo. La
tecnologia bellica ha raggiunto ormai una capacità di errore
di un metro sui lanci balistici da un continente ad un altro; ciò
significa che con un attacco con armi convenzionali è possibile
distruggere le rampe di lancio nucleari del nemico. L’uso di armi
convenzionali evita i problemi di ricaduta radioattiva, che hanno invece
le armi nucleari, che causano effetti letali non solo sulla popolazione
attaccata, ma anche su quella attaccante. Il disarmo nucleare totale
comporterebbe, tra gli altri vantaggi, anche quello di evitare il terrorismo
nucleare, minaccia presente e affrontabile con difficoltà, poiché
la mentalità dei terroristi è diversa da quella dei governi
e non risponde a determinate regole che i governi in genere rispettano.
Tutto ciò significa che non dobbiamo lasciarci ossessionare dal
pericolo di una possibile guerra termonucleare totale, dimenticando
la certezza della violenza praticata in tante guerre attualmente presenti
sul globo in cui si utilizzano armi convenzionali.
Le lotte nonviolente del 1989 sono state ignorate anche dal movimento
per la pace, intendendo con tale espressione l’insieme di tutti
i gruppi e le associazione che sul pianeta lavorano per diffondere la
cultura della pace. Il motivo è che tale movimento è inesistente
come soggetto politico preciso. Dopo il periodo di proteste a seguito
dell’installazione degli euromissili, cioè nel 1982-83,
il movimento è scomparso come attore politico. Pertanto la rivoluzione
iniziata nel 1989 non è stata portata a compimento. Infatti sono
cambiati i Paesi dell’est, ma non quelli dell’ovest, che anzi
si sono rafforzati nella loro ideologia, riproponendo con più
forza la loro visione del mondo. Si tratta di una visione dettata dalla
globalizzazione finanziaria, cioè del modello economico ritenuto
vincente e quindi da esportare. Di conseguenza chi detiene il potere
ha avuto buon gioco a proporre anche il proprio modello di difesa militare,
arrivando persino ad inventare e a diffondere il falso storico della
“guerra umanitaria”. E’ difficile proporre la difesa
popolare nonviolenta, a causa dell’estrema debolezza del movimento
per la pace. Pertanto la prima azione da intraprendere è quella
di rivitalizzare l’attore che porti questa proposta. La partecipazione
dei governanti che hanno avallato la guerra in Kossovo alla marcia per
la pace Perugia - Assisi di quest’anno, senza che nessuno degli
organizzatori li invitasse a stare a casa, è il segno della crisi
che attraversa il movimento per la pace nel nostro Paese. Dopo il 1989
molti militanti di area nonviolenta hanno sostenuto che il problema
della pace non avesse più rilevanza, perché era caduto
il confronto fra i due blocchi. Molti hanno preferito dedicarsi ad altri
settori, più gratificanti, come ad esempio il commercio equo
e solidale. Si tratta senza dubbio di esperienze importanti, ma slegate
le une dalle altre.
Gli obiettivi di lungo periodo contro la violenza e la guerra devono
avvenire prima, durante e dopo i conflitti. Prima si intende la prevenzione;
durante è necessario l’intervento, come ad esempio quello
dei caschi bianchi; dopo si parla di riconciliazione. Per operare queste
azioni è necessario però avere risorse economiche ed oggi
per ogni mille dollari utilizzate nel mondo per spese militari, un dollaro
viene speso per l’O.N.U. e un centesimo di dollaro per gli interventi
nonviolenti. Dobbiamo avere chiara la realtà che senza investimenti
si realizza poco. In tutta Italia non ci sono cento persone che lavorano
a tempo pieno per la diffusione della nonviolenza. Non si tratta dunque
di presentare una situazione senza speranza, ma di esser consapevoli
che la speranza deve esser unita ad un senso preciso di responsabilità,
che significa risolvere i problemi delle risorse economiche e umane.
Alternative alla guerra per la soluzione
dei conflitti:
esperienze e proposte
(approvata all’unanimità)
Come già affermato nella relazione introduttiva del Congresso
“Il proporsi in modo così incisivo dell’opzione militare
oscura, se non azzera, tutto un lavoro, teorico pratico, che pure comincia
a dare qualche frutto anche sul piano istituzionale, dopo aver mostrato
la propria efficacia nell’azione di movimenti ed organizzazioni
in varie situazioni”.
La Commissione ha denunciato l’ambiguità della logica per
cui l’opzione militare costituirebbe una forma di danno minore
rispetto alla violazione di diritti umani, da cui le definizioni di
“intervento umanitario” e di “polizia internazionale”.
In realtà, considerando l’insieme delle esperienze che
vanno dalla guerra nel Golfo, all’intervento in Bosnia, alla guerra
nel Kosovo alla recente situazione di Timor-Est e la Cecenia, si può
chiaramente notare che l’opinione pubblica è stata condizionata
dai “media” ad occuparsi di queste aree solo quando il conflitto
raggiunge la fase acuta di emergenza (e solo di alcuni conflitti, ignorandone
la maggior parte!). Ma l’opzione nonviolenta è l’unica
che possa servire a prevenire conflitti di questo tipo: l’esperienza
del Kosovo, dove la scelta nonviolenta è durata circa dieci anni,
dimostra l’enorme ricchezza di tale esperienza, ma anche la totale
assenza di iniziativa sul piano internazionale (ONU, UE, ecc.) e di
interesse dei media per difendere questa opzione che poteva evitare
il conflitto, se aiutata e se indirizzata verso uno sbocco politico
con l’aiuto della diplomazia internazionale.
L’opzione militare non solo non può prevenire i conflitti,
ma, come gli stessi militari hanno affermato ad esempio in Bosnia, non
può riportare la pace, tutt’al più può far
cessare uno scontro armato.
Da qui la necessità di istituire strutture riconosciute a livello
internazionale di “corpi civili di pace”, con lo scopo di
favorire il dialogo tra le parti in conflitto, ripristinare condizioni
di reciproca fiducia, sviluppare i valori della convivenza e della coesistenza
pacifica, sia per prevenire che per favorire una ricomposizione pacifica
dei conflitti.
In tal senso è ritenuta positiva la decisione assunta il 10.2.99
dal Parlamento Europeo di proporre al Consiglio l’istituzione di
un corpo di pace civile europeo, nel quale coinvolgere sia le ONG sia
strutture già esistenti negli Stati membri (come il servizio
per la DPN esistente in Italia). In quest’ottica può essere
positiva una ulteriore evoluzione dell’UE verso una politica estera
e di sicurezza comune, tenuto conto che la sicurezza può essere
garantita soprattutto con strumenti nonviolenti.
La Commissione ritiene importante affrontare il problema della polizia
internazionale, in un’ottica analoga a quella che regola la polizia
di uno Stato. In tal senso, in uno stato democratico, il ruolo di polizia
non può essere affidato ad un esercito e spesso può essere
un ruolo non armato e nonviolento; analogamente la funzione di polizia
internazionale non può essere affidata alla NATO e deve esercitarsi
prevalentemente con strumenti nonviolenti, come i corpi civili di pace,
anzitutto per prevenire i conflitti, nell’ambito di organismi internazionali
come l’ONU o l’OSCE. A tale proposito va aggiunto che l’affidamento
alla NATO di funzioni di polizia internazionale costituisce un serio
ostacolo alla riforma dell’ONU.
Qualora la prevenzione non abbia avuto esito positivo è necessario
passare ad un’interposizione tra le parti che deve essere, in prima
opzione, civile e solo in casi estremi richiedere l’uso di forze
armate, che non devono “fare una guerra”, ma separare le parti
in conflitto, aiutate dai corpi civili per ristabilire dialogo e convivenza.
L’affermarsi di un’azione non violenta richiede anche una
seria offensiva culturale da parte del movimento verso l’opinione
pubblica, i media e le istituzioni. A partire dalla constatazione che
solo soluzioni nonviolente possono prevenire i conflitti e ripristinare
la pace ha senso un’interlocuzione del movimento nonviolento con
le forze armate, per affrontare questioni come l’interposizione
e il peace keeping.
Infine la Commissione ritiene necessario che il movimento nonviolento
affronti anche le nuove forme dei conflitti internazionali, come le
guerre commerciali che si svolgono tra le grandi potenze (ad esempio
tra USA ed UE la guerra delle banane, della carne con gli ormoni, dei
cibi transgenici), che creano nuove povertà e nuove vittime,
soprattutto per fame, nel sud del mondo, dove spesso le tensioni provocate
da tali conflitti, per il controllo delle risorse naturali, sfociano
in guerre vere e proprie, di tipo militare.
A tale proposito è opportuno individuare anche nuovi strumenti
di intervento, a partire dal boicottaggio delle multinazionali che provocano
tali conflitti, e agire come ONG affinché i prossimi accordi
sul commercio mondiale, che si apriranno a Seattle a fine novembre,
vedano prevalere gli interessi dei popoli e i valori dell’ambiente
e della salute sui profitti delle multinazionali.
Economia ecologica e di giustizia
(approvata all’unanimità)
La commissione “Economia ecologica
e di giustizia” ha fatto proprie le riflessioni generali sviluppate
nei due seminari su “Economia e nonviolenza”.
Nel modello di sviluppo occidentale violenza diretta, strutturale
e culturale sono legate da un perverso legame distruttivo. La violenza
strutturale dell’economia è una guerra permanente contro
l’umanità e la natura e, quando serve, usa la violenza diretta
della guerra calda per affermare i propri interessi. La violenza culturale
fornisce ad entrambe i paradigmi giustificativi.
L’economia capitalista – nonostante gli sforzi
di intellettuali e mass-media affinché sia considerata una scienza
– rivela sempre di più le sembianze di politica mascherata
dei paesi occidentali, guidati dagli USA, votata al dominio sull’uomo
e sulla natura, al solo fine di sviluppare il profilo assoluto e la
mercificazione totale.
Se la caratteristica fondamentale del modello di sviluppo
economico occidentale è stato, fin dalle origini, quello di affrancarsi
dai vincoli sociali e culturali – rispettati dalle economie tradizionali
– per affermare la propria supremazia su di essi, negli ultimi
decenni i fenomeni di liberalizzazione, globalizzazione e finanziarizzazione
ne hanno accentuato la distruttività dei legami e dei vincoli
sociali e ambientali.
Pochi numeri testimoniano questo stato di fatto. Secondo
dati aggiornati la ricchezza privata delle 225 persone fisiche più
ricche del mondo è equivalente al reddito del 47% della popolazione
mondiale; il quinto più ricco dell’umanità si divide
l’85% delle ricchezze planetarie ed il quinto più povero
appena l’1,4% delle stesse. Lo stile di vita della parte ricca
dell’umanità è inoltre strutturalmente oligarchico
in quanto non può essere esteso alle altre fasce di popolazione
mondiale, perché non sostenibile dal punto di vista ambientale:
sarebbero necessari altri quattro pianeti per l’utilizzo delle
risorse e lo scarico dei rifiuti.
Si impongono pertanto una urgente de-idolatrizzazione
e riconversione dell’economia. De-idolatrizzazione affinché
l’economia riacquisti il ruolo di mezzo piuttosto che di fine dell’agire
umano. Riconversione affinché il limite e la sufficienza sostituiscano
l’accumulazione e lo sviluppo a tutti i costi.
I valori dai quali muovere sono extra-economici. Si tratta
di recuperare la gratuità, di smonetizzare il tempo, di smercificare
la vita, di disonorare il denaro.
Anche il M.N. ha un ruolo originale e specifico da svolgere,
con la consapevolezza che tra l’onnipotenza e l’impotenza
c’è la possibilità dell’agire persuaso, che
anche se parziale ha il valore di muoversi nella direzione giusta.
L’azione politica nonviolenta, affinché sia
anche efficace deve provare a muoversi contemporaneamente sui piani
micro (stile di vita), meso (esperienze di economia locale)
e macro (campagne generali).
Finora l’azione del M.N. ha avuto probabilmente il
limite di un impegno quasi esclusivamente basato sul livello micro,
cioè sulla dimensione personale dell’agire economico, attraverso
la ricerca e la pratica individuale di stili di vita sobri e sostenibili,
trascurando gli altri due livelli di azione.
Gli altri movimenti hanno avuto probabilmente il limite
opposto di muoversi sul piano delle campagne generali, trascurando specularmente
i piani micro e meso.
Mentre nel campo capitalistico avvengono le megafusioni
economiche e finanziarie che rendono sempre più corazzato il
sistema, anche nel nostro campo è giunto il tempo di unire le
forze in uno sforzo congiunto che non trascuri nessuno dei tre livelli
di azione.
La Commissione “Economia ecologica e di giustizia”
propone al M.N. per i prossimi anni i seguenti ambiti di azione:
-
a livello micro: il M.N. deve continuare a promuovere
stili di vita fondati sulla semplicità volontaria, volti
a trasformare ed a rendere compatibili i consumi individuali, in
particolare attraverso la riduzione del consumo di carne, la riduzione
dell’uso dell’automobile, la riduzione dell’ ”usa
e getta” (indicatori dello stile sovra-consumatore), senza
trascurare di esplicitare in termini di comunicazione efficace le
implicazioni politiche generali;
-
affiancare il M.I.R. nell’organizzazione di campi
estivi – dovunque sia possibile – al duplice scopo di
favorire la formazione di giovani allo stile di vita sobrio e sostenibile
(livello micro) e di aiutare concretamente – anche se per una
settimana – a rendere visibili e conosciute comunità
e gruppi che sperimentano forme di vita socialmente ed ecologicamente
sostenibili;
-
sostenere e far conoscere esperienze di studio e sperimentazione
di tecnologie compatibili con l’ambiente (per esempio il progetto
di “Solaria” in Liguria);
-
sostenere e far conoscere le Reti di Economia Locale
(REL) che anche in Italia stanno prendendo piede (per esempio la
REL di Reggio Emilia) e le esperienze di finanza alternativa.
-
a livello macro: la Commissione “Economia ecologica
e di giustizia” dà mandato al M.N., e per esso al Comitato
di coordinamento, di aderire formalmente, a livello nazionale, alla
già nota “Rete di Lilliput”, e invita i gruppi
locali ad entrare nei comitati regionali che in questi giorni si
stanno costituendo in tutta Italia.
La “Rete di Lilliput”, nata su stimolo di padre
Alex Zanotelli, vuole stabilire “un patto tra campagne, associazioni
ed arcipelaghi dei gruppi locali per una strategia lillipuziana”
di lotta dal basso contro il gigante economico. Ad oggi hanno già
aderito sedici tra associazioni (a noi affini) e campagne nazionali.
L’adesione del M.N. non deve essere solo nominale o
morale, ma partecipa ed attiva, sia a livello nazionale che locale,
in modo da incidere, con la propria specificità, tanto sul piano
del progetto generale che delle strategie di lotta:
-
a livello generale si tratta di definire e valorizzare
il “programma costruttivo” della “Rete di Lilliput”
per l’economia di sobrietà;
-
a livello di lotta si tratta di contribuire alla corretta
impostazione di campagne ispirate alla strategia di lotta nonviolenta,
affinché si passi da campagne di sensibilizzazione a campagne
che pongono obiettivi precisi, raggiungibili ed intermedi, ottenuti
i quali si passi a fasi nuove di lotta, impostando forme che prevedano
la disobbedienza civile per il raggiungimento dell’obbiettivo
stabilito. L’esperienza del M.N., decennale sul campo della
lotta per l’obiezione di coscienza, va oggi spesa anche sul
piano dell’obiezione economica.
Cultura ed educazione della nonviolenza
(approvata all’unanimità)
Il punto di partenza è una riflessione sull’abitudine
e sull’apparente inevitabilità della violenza e del potere
autoritario nella relazione con il bambino fin dalla nascita, nella
famiglia, nelle istituzioni cosiddette educative: Nidi, Scuole materne,
Elementari fino alle Secondarie dove si trattano gli adolescenti come
bambini piccoli dopo aver sempre spinto i piccoli a bruciare le tappe
(competizione a oltranza, lavoro deciso dall’alto, giudizi e voti).
Che fare in concreto? Come promuovere un cambiamento (che non può
essere a macchia d’olio)?
Varie esperienze testimoniano la violenza delle istituzioni
(attraverso la burocrazia, la paura di entrare in conflitto, il palleggio
delle responsabilità tra genitori e insegnanti) che diventa violenza
sociale, violenza nei luoghi di lavoro portano. Si sente l’esigenza
di un lavoro più dilatato circa la cultura della pace e la sua
diffusione, ma si è anche convenuto sul fatto che essa sembra
essere realizzabile attraverso una nuova consapevolezza del conflitto
e delle modalità con cui esso si può trasformare in accoglienza
delle emotività proprie e altrui, nella ricerca creativa di soluzioni
nuove, ovvero la trasformazione nonviolenta dei conflitti quotidiani
con tecniche che si possono apprendere e su cui esistono oggi molte
pubblicazioni.
Alla luce di tutto ciò il M.N. si impegna:
a 100 anni dalla nascita di Capitini, a dare risonanza,
indicare contatti e soluzioni per la valorizzazione/diffusione del decennio
2000-2010 dell’ONU per l’educazione alla pace;
a coinvolgere Provveditorati, Ministero P.I., Direttori
proponendo nostri corsi e nostri docenti, là dove è possibile,
per far conoscere le tecniche della nonviolenza nella gestione dei conflitti;
a pubblicare un agile manualetto su questi temi, anche traducendo
da pubblicazioni estere;
a preparare i docenti, sulla base di un piano da predisporre
nei prossimi mesi
;
a far uscire regolarmente pubblicazioni su questi temi,
raccogliendo esperienze sia su AN sia su altre riviste in sintonia (il
“Quaderno Montessori”, “Cooperazione educativa”,
“Qualevita” e forse molte altre che si possono aggiungere);
a pubblicare una bibliografia ragionata sul tema della soluzione
nonviolenta dei conflitti e sulle possibilità di corsi al nord
e al sud.
Riviste, pubblicazioni, reti telematiche della nonviolenza
(approvata all’unanimità)
Il Congresso esprime soddisfazione per l’andamento
della rivista Azione nonviolenta, ma nel contempo si impegna
per il miglioramento della sua qualità e forma. Decide:
l’allargamento delle collaborazioni redazionali per
la redazione di inserti monotematici;
l’ampliamento di rubriche fisse (recensioni librarie
e cinematografiche, rassegna stampa estera delle altre riviste nonviolente
internazionali);
il rinnovo grafico della copertina e dell’impaginazione;
il lancio di una campagna “lascia o raddoppia”
perché ogni abbonato regali o trovi un nuovo abbonamento;
la collaborazione con altre riviste amiche per la raccolta
di abbonamenti cumulativi;
l’edizione di un nuovo cd-rom su Aldo Capitini;
uno spazio regolare di attenzione al tema dell’educazione
nonviolenta;
la segnalazione periodica di elenchi di siti Web utili per
ricerche nonviolente;
di repertoriare e divulgare esempi concreti di tecniche
e azioni nonviolente.
Centri e case per la pace
(approvata all’unanimità, con un astenuto)
Con l’espressione “Centri e Case per la Pace”
abbiamo indicato tutte quelle strutture e istituzioni che con stabilità
e continuità si fanno promotrici di attività rivolte a
dare visibilità sul territorio a iniziative di pace, nonviolenza,
solidarietà, cooperazione e promozione dei diritti umani.
In questi ultimi anni queste istituzioni sono sorte un
po’ dappertutto in Italia, sia per iniziativa diretta di gruppi
e associazioni come il Movimento Nonviolento, il MIR e Pax Christi,
sia per interessamento di amministratori di enti locali sollecitati
a dare attuazione a impegni precisi come quelli, ad esempio, derivanti
dalla norma “pace e diritti umani” inserita in molti statuti
comunali.
Si segnala anche la presenza molto attiva di istituzioni
più prestigiose e autorevoli nel campo della pace e dei diritti
umani come il Centro diritti umani dell’Università di Padova,
il Centro Maritain di Preganziol (Treviso), l’UNIP (Università
delle Istituzioni dei Popoli per la Pace) di Rovereto e, di attivazione
recentissima, la Fondazione Venezia per la Pace voluta dalla Regione
Veneto.
Analizzando le loro caratteristiche giuridiche si possono
distinguere due tipologie diverse: quella pubblica e quella privata,
entrambe con pregi e difetti. I difetti principali del “pubblico”
sono i condizionamenti politici e amministrativi, il burocratismo, lo
scarso coinvolgimento ideale. Tra i pregi: il fatto di essere servizio
pubblico utile e aperto a tutti i cittadini e a tutte le associazioni,
con spazi adeguati, attrezzature e mezzi finanziari che, con opportune
deliberazioni, assicurano la vita dell’istituzione. I pregi della
tipologia “privata” sono: maggiore sensibilità, creatività,
coinvolgimento ideale. Tra i difetti: il non essere “servizio pubblico”
ma struttura privata di gruppi o associazioni che l’utilizzano
per svolgere la propria attività più o meno aperta agli
altri; la difficoltà a reperire finanziamenti per assicurarne
la continuità di esistenza e di attività.
Al di là dei nomi diversi e delle forme strutturali
e giuridiche adottate, tutte queste istituzioni hanno in comune il fatto
di essere centri di informazione e di iniziative, laboratori di progetti
per la pace, la nonviolenza, i diritti umani, la solidarietà,
la cooperazione. Una cosa è certa: là dove sono sorte
il lavoro per la pace, la nonviolenza e i diritti umani si è
moltiplicato e potenziato. In molte città si sono attivate associazioni
o si sono costituiti comitati per realizzare qualcosa di simile a una
casa o centro per la pace. Ci sono stati segnalati non poche difficoltà
o insuccessi. Ci vuole esperienza: come motivare le altre associazioni
e il volontariato? come destare l’interesse e la collaborazione
degli enti locali? quali forme giuridiche e organizzative scegliere
nei vari co |