Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Il Congresso del Movimento Nonviolento si tiene a Pisa dal 29 ottobre
al primo novembre. E' un Congresso che abbiamo pensato particolarmente
aperto al contributo di altri movimenti ed associazioni, che si richiamano
alla nonviolenza. Ci pare infatti essenziale che il confronto, sui temi
indicati nella manifestazione di apertura ed affidati all'approfondimento
delle Commissioni, avvenga tra amici della nonviolenza nella sede del
nostro Congresso nazionale. E' un modo anche questo, che ci è parso
concreto e significativo, di dar corpo alle nostre, più volte affermate,
apertura e volontà di collaborazione.
In particolare rivolgiamo l’invito a partecipare ai lavori congressuali
ai lettori e agli abbonati ad Azione nonviolenta, perché
a Pisa discuteremo anche del futuro di questa nostra rivista, voluta e
fondata da Capitini, che ancor oggi è il principale collante tra
gli amici del Movimento e insostituibile veicolo di diffusione di idee
e iniziative. Ma molto di più si può e si deve fare…
E' un Congresso, non solo per la suggestione del volgere del millennio
e per noi del centenario della nascita di Aldo Capitini, particolarmente
impegnativo. Guerre e violenze non sono cessate nel mondo. Hanno acquistato
solo una diversa, spesso difficilmente interpretabile, configurazione.
Alimentano incessantemente la violenza strutturale, cioè l'ingiustizia,
l'oppressione, l'insostenibilità delle condizioni di vita per la
gran parte dell'umanità. E trovano in questa situazione iniqua
- nella quale la divaricazione tra ricchi e poveri, tra Stati ed all'interno
degli Stati, si va implacabilmente accrescendo - le condizioni più
favorevoli per il loro proporsi ed ampliarsi.
Così la violenza è esplosa, anche con la partecipazione
del nostro Paese, nelle forme estreme della guerra nel cuore della ricca
Europa. La criminalità organizzata controlla parti importanti del
territorio e dell'economia nel mondo e nel nostro paese e la criminalità
diffusa terrorizza particolarmente le persone più deboli ed esposte.
La violenta repressione, pur nella sperimentata illusorietà di
tale soluzione, viene invocata come sola risposta possibile. Vi sono risposte
migliori, che si collocano nel campo della ricerca e della pratica nonviolenta.
Sono sperimentate nei grandi come nei piccoli conflitti. E' nostro comune
impegno approfondirle, sostenerle, ampliarle per offrire un'alternativa
credibile alla guerra ed alle scelte unicamente repressive.
Il nostro è un piccolo, tenace Movimento, che si confronta con
problemi giganteschi. Gli è essenziale l'apporto di tutti gli amici
e i “persuasi” della nonviolenza, perchè la discussione
sia comune e vada in profondità. Discutere, ci ricordava Capitini,
vuol dire scuotere con forza per saggiare la validità degli
argomenti proposti. Da una buona discussione si esce più persuasi
e perciò molto più capaci e pronti ad agire. L'invito che
rivolgiamo all'esterno ha credibilità e fondamento se è
in primo luogo accolto dagli aderenti al Movimento e dagli abbonati che
si riconoscono in Azione nonviolenta. Concludiamo con l'appello
a fare uno sforzo per partecipare tutti all'ormai prossimo Congresso,
estendendo anche l'invito a persone amiche ed interessate.
Daniele Lugli - Segretario del Movimento Nonviolento
Mao Valpiana - Direttore di Azione nonviolenta
DOPO LA MARCIA PERUGIA-ASSISI
D’Alema e i pacifisti: chiarezza o confusione?
di Mao Valpiana
26 settembre 1999, Marcia della Pace da Perugia ad Assisi: il Presidente
del Consiglio, presente tra i marciatori, ricuce lo strappo con i pacifisti.
Sorrisi, strette di mano, pacche sulle spalle.
Così il grande equivoco si è consumato fino
in fondo: siamo tutti pacifisti, siamo stati costretti a bombardare, ma
l’abbiamo fatto per la pace. Ora riprendiamo il cammino, tutti insieme
appassionatamente, da Perugia ad Assisi.
Sia chiaro, la critica non è rivolta a D’Alema,
che ha solo fatto il proprio mestiere di consumato politico e con tutte
le ragioni ha potuto partecipare ad una Marcia la cui convocazione era
così generica, con tanti appelli rivolti ai governanti, che anche
Clinton avrebbe potuto venire a fare jogging da Perugia ad Assisi. Chi
non è per un mondo più giusto?
Il problema di questa Marcia era proprio nella non chiarezza
degli obiettivi. La responsabilità è degli organizzatori.
Ci si rifà ad Aldo Capitini ma ci si dimentica che lo scopo delle
prime Marce da Perugia ad Assisi era proprio quello di offrire degli impegni,
di richiamare a delle responsabilità. Questa volta, invece, l’equivoco
del pacifismo generico si è consumato fino in fondo, tanto da far
camminare fianco e fianco il rappresentante di un governo che ha collaborato
attivamente con il bombardamento Nato e chi l’ha denunciato penalmente
per violazione della Costituzione.
Se non si vuole correre il rischio di svuotare la Marcia
Perugia Assisi di ogni significato e trasformarla in un rituale nostalgico
tipo raduno degli alpini, bisogna saper ritrovare lo spirito iniziale.
E’ per questo che il Movimento Nonviolento, fondato da Aldo Capitini,
propone per il settembre del 2000 una Marcia della Nonviolenza specifica,
da Perugia ad Assisi (e diciamo nonviolenza specifica proprio in
contrasto con quel pacifismo relativo che può accettare
perfino le bombe). Scopo della Marcia sarà di dare evidenza pubblica
a quell’area nonviolenta del nostro paese tuttora ignorata (ma senz’altro
diffusa) che riteniamo desiderosa di porre in luce dinanzi all’opinione
generale la propria posizione di pacifismo assoluto. La nostra
Marcia pertanto (a differenza della precedenti edizioni della Perugia–Assisi
aperte a tutti) dovrà essere contrassegnata dalla chiara e rigorosa
caratterizzazione del pacifismo nonviolento, comportante il rifiuto di
qualsiasi guerra fatta da chiunque per qualsiasi ragione, e quindi la
conseguente abolizione integrale e immediata del suo strumento essenziale,
ossia l’esercito. Marcia intesa pertanto quale iniziativa aperta
a tutti i nonviolenti, singoli o associati, della più diversa estrazione
o appartenenza, impegnati in distinte iniziative culturali, assistenziali,
ambientali.
Ringrazio sinceramente il Presidente D’Alema, che
con la sua presenza a Perugia ha messo in evidenza i limiti di un pacifismo
generico, nemmeno in grado di porre un minimo punto fermo: no alla guerra
e alla sua preparazione. Ora è chiaro che anche chi ha la responsabilità
di governo, della continua preparazione bellica, finanche del sostegno
all’esercito professionale, può dirsi impunemente pacifista
e rivendicare l’uso di mezzi militari “per la pace”. Davvero
la confusione è molta. La stessa confusione che il secolo scorso
convinse Tolstoj a durissime requisitorie contro un generico pacifismo
europeo incapace di contrastare la degenerazione bellica. E poi venne
la prima guerra mondiale, e poi anche la seconda. Sempre con i “pacifisti”
pronti ad accettare quelle guerre come le ultime, dolorose ma inevitabili
per imporre la pace.
Tra il pacifismo piagnone (che si limita a chiedere
pace) e il pacifismo realista (che accetta la guerra come male
minore) c’è la terza via della nonviolenza, che si impegna
direttamente in alternative alla guerra, che propone strumenti efficaci
di prevenzione dei conflitti, che rifiuta ogni collaborazione con la preparazione
bellica. Lasciamo il pacifismo delle bombe al capo del governo e noi pensiamo
fin d’ora a riempire di contenuti e iniziative la Marcia della nonviolenza,
con appuntamento a settembre del Duemila.
L’INCIDENTE IN GIAPPONE RIAPRE IL DIBATTITO
Fuori il nucleare dall’Europa
di Paolo Macina
Ormai è solo questione
di tempo. Mezza Europa ha deciso di abbandonare il nucleare, mettendo
così la parola fine ad un’era costellata di conflitti tra
industriali ed ambientalisti. Dopo l’annuncio da parte tedesca di
chiudere le 19 centrali attive che forniscono al paese un terzo del fabbisogno
di energia, proibire la lavorazione delle scorie e la costruzione di nuove
centrali, non dovremmo più assistere alle affascinanti imprese
di Greenpeace e dei Grunen, disposti a sdraiarsi su rotaie ed autostrade
pur di impedire il traffico di materiale radioattivo.
Esultano anche gli antinuclearisti
svizzeri, all’indomani della decisione del Consiglio Federale di
chiudere gli stabilimenti di Muhleberg, Gosgen, Leibstadt e i due presenti
a Beznau, che garantiscono il 40% del fabbisogno energetico statale. In
precedenza, un accordo patrocinato dal ministero competente per l’energia
aveva già decretato il tramonto della politica nucleare, introducendo
una moratoria che sarebbe scaduta nell’anno 2000.
Infine, anche la grandeur francese
ha dovuto fare i conti con il nuovo vento che spira in Europa, ed il ministro
dell’Ambiente ha dichiarato il suo impegno per chiudere al più
presto i 59 impianti in funzione oltralpe. Svezia, Spagna, Gran Bretagna
e Belgio avevano già da tempo abbandonato ogni nuovo progetto di
costruzione, mentre l’Italia questa volta aveva anticipato tutti
bocciando la politica nucleare con il referendum del 1986 sull’onda
emotiva del disastro di Chernobyl. Onore al merito, la spinta propulsiva
a quella che si prefigura come una vera rivoluzione energetica a livello
europeo è stata data dai recenti governi di centro-sinistra varati
dagli stati interessati, opportunamente sollecitati dai gruppi pacifisti
ed ambientalisti. Ma forse l’impegno civile e politico da solo non
sarebbe bastato a proporre il tema con questa stringente sollecitudine.
Due sono soprattutto le considerazioni,
tra loro connesse, che emergono da questa vicenda. La prima è che,
finalmente, il nucleare non è più considerato economico.
Qualcuno deve aver dato una lettura per esempio ai dati relativi alla
centrale francese di Creys-Malville (Lione), ai più nota col nome
di Superphoenix, e deve aver notato che negli undici anni di funzionamento
(dalla fine del 1986 agli inizi del 1998) è costata alla collettività
circa 15 mila miliardi di lire, funzionando a pieno regime per soli nove
mesi. E praticamente altrettanti l’amministrazione francese dovrà
stanziarne per mettere a riposo il mastodontico impianto.
Forse qualche altro intraprendente economista deve aver consultato i
piani di smantellamento che l’Enel ha preparato per la centrale di
Caorso, per la quale verranno spesi mille miliardi entro la metà
del prossimo secolo, perlopiù in opere di stoccaggio delle 220
tonnellate di materiale fissile presenti in esso. Ma ben altri costi la
collettività dovrà mettere in conto, se è vero quanto
riportato da uno studio commissionato dall’Assessorato all’Ambiente
della Regione Piemonte, che stima in circa 360 i piemontesi che perderanno
la vita, entro il 2036, a causa della catastrofe di Chernobyl (circa dieci
decessi all’anno in più).
Il secondo aspetto da tenere
in considerazione è l’estrema facilità con cui le industrie
riescono a reindirizzare i loro sforzi economici, agevolate da una sempre
più crescente velocità di circolazione dei flussi di denaro.
Ormai la riconversione di attività economicamente rilevanti (pensiamo
anche all’industria siderurgica, automobilistica o militare) possono
essere decise ed attuate, di concerto tra le industrie del settore, con
una prontezza di esecuzione fino ad alcuni anni or sono impensabile.
Siemens, General Electric, Fiat
e Viag AG hanno individuato in breve tempo sacche di mercato meno impopolari
e più remunerative, come era logico aspettarsi (tutti i commerci
impopolari diventano, prima o poi, poco remunerativi), e hanno fatto venire
meno quelle attività di pressione psicologica con le quali ricattavano
i governi europei. Ecco quindi che assumono rilevanza basilare quelle
attività di monitoraggio proprie delle associazioni ambientaliste
e pacifiste, le quali, in un mondo sempre più globale, con il loro
sostegno o la loro condanna potranno determinare la convenienza o meno
delle attività che godono delle famose "economie di scala".
Sono numerosi infatti gli economisti di fama mondiale che considerano
l’attività delle ONG alla stregua di anticorpi adatti a correggere
eventuali storture del mercato capitalistico.
IL NUCLEARE NEL MONDO (DATI AIEA RELATIVI A FINE 1997)
UNITA’ CENTRALI IN % SUL TOTALE
PRODUTTIVE COSTRUZIONE ENERGIA ELETTRICA
USA 107 - 20,14
FRANCIA 59 1 78,17
GIAPPONE 54 1 35,22
GERMANIA 20 - 31,76
RUSSIA 29 4 13,63
REGNO UNITO 35 - 27,45
CANADA 16 - 14,16
UCRAINA 16 4 46,84
SUD COREA 12 6 34,08
SVEZIA 12 - 46,24
SPAGNA 9 - 29,34
BELGIO 7 - 60,05
SVIZZERA 5 - 40,57
FINLANDIA 4 - 30,40
REP. CECA 4 2 19,34
CINA 3 4 0,79
REP. SLOVACCA 4 4 43,99
INDIA 10 4 2,32
FONTE: IL SOLE/24 ORE, 16 ottobre 1998
GIUSTIZIA E NONVIOLENZA IN SUDAFRICA
Verità e riconciliazione, senza vendetta
di Enrico Peyretti
Molte parti del rapporto finale, pubblicato nell'ottobre '98, della Truth
and Reconciliation Commission (TRC) sudafricana, presieduta dal vescovo
Desmond Tutu, compaiono, con un'ampia introduzione del curatore Marcello
Flores, in un recente volume.1
L'obiettivo, dopo la fine del regime di apartheid, non era la "giustizia
dei vincitori", tipo Norimberga, (anche perchè il conflitto,
di cui tutti prevedevano la conclusione in un bagno di sangue, si è
chiuso con un saggio compromesso, senza vincitori né vinti), ma
la verità dei fatti e la riconciliazione della società.
Avevano commesso delle violenze non solo i bianchi nella difesa violenta
della violenza sistematica dell'apartheid, ma anche membri dell'African
National Congress nella loro lotta, sentita come "guerra giusta".
Ai colpevoli la TRC non chiedeva il pentimento morale, a scanso di facili
ipocrisie, ma l'ammissione completa delle loro colpe, e concedeva l'amnista
in cambio della verità, restando su di loro solo la sanzione morale
della società. Questi obiettivi non vengono sempre raggiunti, ma
l'esperimento è molto interessante, proprio nella ricerca di continua
riduzione della violenza, anche di quella legittimata. «Non è
possibile sconfessare, rifiutare e disarmare gli estremismi senza rimettere
in causa le ortodossie che gli forniscono giustificazioni. Per spezzare
la logica di violenza degli estremismi dobbiamo cominciare col rompere
con tutto ciò che, nella nostra propria cultura, legittima e onora
la violenza come la virtù dell'uomo forte»2
e la necessità della giustizia.
Flores inquadra la singolare vicenda sudafricana del superamento dell'apartheid,
nella transizione verso la democrazia di molti paesi a regime autoritario
o dittatoriale, avvenuta negli anni '90. Le rivoluzioni nonviolente del
1989 e l'abbattimento del Muro di Berlino sono il simbolo migliore di
questa transizione, insieme al processo sudafricano. In tutti questi casi
sorge il delicato problema del "fare i conti con il proprio passato".
Ma anche in paesi già democratici si nota la tendenza verso una
"lettura giudiziaria" della storia dell'ultimo cinquantennio:
processi ai nazisti in Francia e Italia, caso Pinochet, tribunali internazionali
per ex-Jugoslavia e Rwanda, fino alla futura più vasta competenza
della Corte penale internazionale, avviata a Roma nel luglio 1998. Sintomi,
questi, ci pare, di un bisogno positivo nel nostro tempo che è
violento, ma è anche, più di altri momenti storici, consapevole
e allarmato della propria violenza: il bisogno da un lato di smascherare
e perseguire violenze finora per lo più coperte dall'impunità
del potere politico, e dall'altro di contenere nei limiti del diritto,
con nuovi princìpi e istituzioni, la risposta della giustizia a
quelle violenze.
Flores però non cita la lectio magistralis tenuta a Torino
da Johan Galtung, laureato honoris causa in sociologia del diritto
nel gennaio 1998.3
In quella occasione Galtung per primo rilevava bene gli aspetti di questa
esperienza sudafricana fortemente innovatori dello stesso processo penale
tradizionale, verso il superamento della sua relativa violenza, innegabile
sebbene sottratta ai privati e regolata dalle garanzie processuali. Nella
TRC sudafricana, più della punizione l'obiettivo è la restituzione
di dignità alle vittime offese (presenti solo marginalmente e non
da protagoniste nel processo tradizionale, spesso anche causa per loro
di nuove dolorose esperienze), attraverso il pubblico ristabilimento della
verità dei fatti, e possibilmente attraverso la ricostruzione del
rapporto sociale e umano tra offensore e vittima. La vittima, più
della vendetta, ha sete di riconoscimento delle ragioni, che sono la sua
dignità, a causa delle quali fu perseguitata e violentata. Il colpevole,
confessando, può anche esporre i motivi che, in quel clima e mentalità,
lo portavano a compiere quegli atti. Il riconoscimento reciproco delle
sofferenze e delle paure, in questo come in altri grandi conflitti, è
base solida per poter costruire la riconciliazione e sperare di guarire
la società da quella violenza.
La componente morale e religiosa è importante nell'esperienza
sudafricana: la sottolinea Desmond Tutu nel presentare il rapporto della
TRC; è evidente nel concetto-guida, tratto dalla tradizione africana,
di ubuntu, l'idea, cioè, che «ogni persona è
persona attraverso le altre persone». Una situazione come quella
sudafricana, che era tra le più violente, ha potuto compiere una
transizione non così cruenta come si temeva, ed anzi esemplare
nella ricerca di riconciliazione. Dunque, uscire dalla violenza a ripetizione
è possibile. Le risorse ci sono.
I "conti col passato" fatti dalla TRC si differenziano sia
da soluzioni tipo amnistia generale italiana del 1946, oppure tipo "punto
final" (data limite per l'accusabilità dei militari della
dittatura argentina, poi scagionati in massa per "obbedienza dovuta"),
sia dal processo penale tradizionale, che esercita una giustizia quasi
solo retributiva, o correttiva. In questo c'è verità (e
pena) senza riconciliazione. Nel "punto final" c'è riconciliazione
senza verità. L'ambizione e necessità del Sudafrica è
la verità con la riconciliazione.
Ma ciò, segnala Galtung, è una proposta di nonviolenza
per ogni comune processo penale. In esso, lo Stato che accerta il reato
e punisce il reo, si sostituisce alla vittima, espropriandola del diritto
di vendetta, e a Dio, esercitando il diritto di castigo. Questa dello
Stato è una violenza legittimata, regolata, limitata, razionale
e non passionale, ma è pur sempre una violenza. Come l'economia
è un "mercato dei beni", c'è qui un "mercato
dei mali", che non riduce il male complessivo di cui la società
soffre. La giustizia retributiva (anche quando non vuole essere vendicativa,
ma rieducativa, come prescrive la Costituzione italiana, art. 27) accoppia
ad un delitto una pena, cioè una sofferenza; risponde al male col
male. Alla violenza dell'autore sulla vittima risponde la violenza dello
Stato sull'autore. Nel processo giudiziario, protagonisti sono il criminale
e il giudice. La vittima è tagliata fuori, quasi invitata a saziarsi
della pena inflitta al condannato (caso estremo: i familiari che assistono
all'esecuzione mortale, in Usa!). Soluzione arcaica, forse deterrente
(o eccitante? la criminalità è altamente recidiva), ma non
risolutiva. La frattura sociale rimane (quando spacca un'intera società
è insopportabile: fascisti-antifascisti in Italia dopo il '45;
bianchi-neri in Sudafrica dopo il 1990-94; due fratture affrontate ben
diversamente).
La vera guarigione dell'offesa sarebbe la ricostruzione del rapporto
violato, spezzato. E' ciò che propone la vittima al colpevole col
perdono morale e religioso, è ciò che cerca il colpevole
chiedendo perdono alla vittima. Ma anche la società, col mezzo
della legge, potrebbe muoversi in questa direzione, verso la riduzione
della "violenza giusta" o "giustizia violenta", con
una giustizia restaurativa o riparatrice dei rapporti interpersonali e
della coesione sociale. Galtung propone che nel tradizionale "modello
giustizia" si introducano gradualmente elementi del "modello
verità e riconciliazione": potrebbe restare la pena, ma accompagnata
dall'obbligo del condannato di riflettere, di scusarsi con la vittima
(o la sua famiglia), di fare qualcosa che significhi una restituzione.
Il giudice, la vittima, il colpevole possono dialogare tra loro per determinare
la forma di questa restituzione-riconciliazione, che, scontata la pena4,
chiuderebbe il caso.
A questo modello sudafricano non si è pensato per chiudere in
modo alto e non liquidatorio l'emergenza del terrorismo in Italia. Ad
esso si dovrebbe ora pensare per cercare di sanare le ferite degli odii
etnici e della guerra in Kossovo, in tutta la vecchia Jugoslavia, e in
ogni simile conflitto. Certo, occorre un'ispirazione morale superiore
alla politica corrente, ottusamente forzista.
Tre sono i pilastri del "modello verità e riconciliazione"
in Sudafrica: 1) l'autore del delitto, alla vittima chiede perdono, restituisce
almeno moralmente, ripara l'offesa per quanto possibile; allo Stato offre
la confessione della verità, in cambio dell'amnistia; 2) la vittima
offre al colpevole confesso il perdono in cambio delle scuse, dopo essere
stato ascoltato pubblicamente sulle proprie ragioni e sofferenze; 3) lo
Stato dà al colpevole l'amnistia personale in cambio della verità,
e alla vittima il risarcimento morale/materiale in cambio della chiusura
del caso. Il funzionamento non è garantito, ha le sue incertezze
e difficoltà. Ma il dato positivo è che da un lato la vittima
non è sostituita ed esclusa, ma protagonista del processo ricostruttivo
della relazione rotta, con la possibilità di affermare pubblicamente
la propria dignità negata ed offesa; dall'altro lato, il colpevole
non è solo colpito, ma invitato ed aiutato ad uscire dal ruolo
negativo. Il Sudafrica, nel cercare la salvezza della propria società,
- conclude Galtung - ha aperto nuovi sentieri nella giurisprudenza e nella
nonviolenza positiva e concreta, col considerare il crimine sia nella
relazione autore-società-Stato-Dio, sia nella relazione autore-vittima,
con lo scopo primario di ricostruire entrambe queste relazioni.5
Centro Studi "Domenico
Sereno Regis",
via Garibaldi
13, 10122 Torino, tel 011/53.28.24, fax 011/51.58.000;
E-mail:
;
web:http://www.arpnet.it/~regis
1
Marcello Flores (a cura di), Verità
senza vendetta. L'esperienza della Commissione sudafricana per
la verità e la riconciliazione, manifestolibri, Roma 1999,
pp. 243, L. 34.000.
2
Jean-Marie Muller, Le principe de non-violence. Parcours philosophique,
Desclée de Brouwer, Paris 1995, p. 14.
3
La lectio, dal titolo After the Violence: Truth and Reconciliation?
South Africa, Latin America: Reflections on a New Jurisprudence,
è pubblicata in inglese sul Notiziario dell'Università
di Torino L'Ateneo, Anno XIV, n. 5, novembre-dicembre 1998, pp.
17-22; testo italiano presso il Centro Studi Sereno Regis, via Garibaldi
13, 10122 Torino.
4
Una notizia radio (4.8.1999) dice
che in Italia otto condanne su dieci non vengono eseguite. Se il fatto
è vero, significa una vasta impunità dei reati, certamente
negativa e corruttrice. Fuori dal caso di necessità di sopravvivenza
della società, come nella vicenda sudafricana, la pena, in funzione
positiva, correttiva, rieducativa, incoraggiante, appare necessaria.
5
Sul lavoro della Commissione Verità
e Riconciliazione in Sudafrica, vedi anche: Russell Ally (membro della
stessa Commissione), Il primo esperimento al mondo, in Donna,
supplemento a Il Corriere della Sera, 11-17 marzo 1998, pp. 19-26;
Andrew O'Hagan, Sudafrica, la memoria dimezzata, in Internazionale,
12 dicembre 1997, pp. 17-24; Maria Elisabetta Gandolfi, Rivivere
il dolore, riconoscere le colpe, in Il Regno Attualità,
15 novembre 1998, pp. 649-652.
Il lavoro della Commissione
La riconciliazione non si raggiunge facilmente, richiede
tempo e costanza. La riconciliazione si basa sul rispetto dell’umanità.
La riconciliazione coinvolge una forma di giustizia restaurativa che
non vuole vendetta , non dà impunità. Nel restituire l’esecutore
alla società è necessario che emerga una condizione sociale
al cui interno lo stesso possa contribuire a costruire la democrazia,
una cultura dei diritti umani e la stabilità politica. La piena
rivelazione della verità e la comprensione del perché sono
avvenute le violazioni incoraggia il perdono. Egualmente importante è
la disponibilità ad assumersi la responsabilità per le violazioni
di diritti umani compiute in passato. La riconciliazione non cancella
la memoria del passato. E’ invece motivata da una forma di memoria
che sottolinea il bisogno di ricordare senza eccessive sofferenze, amarezze,
sete di vendetta, paura o colpa. La riconciliazione comprende l’importanza
vitale di imparare dal passato e di affrontare le passate violazioni per
il bene del nostro presente e del futuro dei nostri figli. La riconciliazione
non comporta necessariamente il perdono. Implica un minimo desiderio di
coesistere e lavorare per affrontare in modo pacifico le reciproche differenze.
La riconciliazione richiede che tutti i sudafricani accettino la responsabilità
morale e politica di nutrire una cultura dei diritti umani e della democrazia
nella quale i conflitti politici e socioeconomici siano affrontati in
modo serio e non violento. La riconciliazione richiede un impegno, soprattutto
da parte di coloro che hanno avuto benefici dalle passate discriminazioni
e continuano ad averne, per la trasformazione delle ineguaglianze e della
disumanizzante povertà.
OBIETTORI NON IMBOSCATI
Servizio Civile a Timor Est
A tutte le associazioni e i movimenti per la Pace - loro sedi
Al Ministero della Difesa - Roma
Ufficio Nazionale Servizio Civile –
On. Massimo Brutti Presidenza del Consiglio dei Ministri
Il sottoscritto Daniele Aronne, Obiettore di Coscienza presso l'Associazione
Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini, in servizio dal 22/2/1999
nel Corpo Civile di Pace denominato Operazione Colomba, dichiara sotto
la propria responsabilità che prenderà parte all'intervento
di Pace organizzato dalla suddetta Associazione a partire dal giorno 18.09.1999
nell'area di Timor Est.
Provocato dalla drammatica situazione di conflitto presente nell'area
di Timor Est e dalla conseguente emergenza Umanitaria, mi sento in dovere,
come Obiettore di Coscienza, di portare il mio aiuto e la mia solidarietà
alle persone colpite dalla brutalità delle milizie filo-indonesiane,
convinto di adempiere in questo modo ai miei doveri nei confronti dello
Stato come persona, Cristiano, cittadino italiano e del mondo.
Consapevole dei rischi e delle conseguenze che il mio gesto comporta,
ritengo sia importante portare una proposta diversa ed alternativa rispetto
all'uso della violenza come metodo risolutivo dei conflitti dando il mio
totale contributo all'iniziativa nonviolenta proposta dall'Associazione
presso la quale svolgo servizio.
Allarmato dalla possibilità che un giorno non esista più
uno Stato che impegni i propri cittadini alla formazione della coscienza
con uno spirito nonviolento e di Pace, penso di dover andar oltre il mio
normale impegno in Italia e di spostare l'attenzione sull'esistenza di
leggi e normative che prevedono l'impiego di Obiettori in Servizio in
zone di conflitto.
La mia coscienza mi chiede di non rimanere spettatore passivo e quindi
direttamente complice delle incoerenze e delle complicità dei governi
che prima commerciano e aiutano dittature sanguinarie e poi inviano militari
"super - Rambo" e super pagati in missioni di pace che spesso
non sono nemmeno adeguatamente preparati come nel caso della Somalia.
Dal momento che la difesa armata e la difesa nonviolenta sono state messe
sullo stesso piano giuridico dal nuovo testo della legge sull'OdC votata
il 14/4 dalla Camera, ed essendo già stato inviato un contingente
militare italiano per partecipare alla missione in Indonesia, mi ritengo
autorizzato a partire immediatamente per il Timor Est.
Non sono sicuramente le motivazioni economiche a darmi la forza di agire
in questo modo in quanto, anche in missione umanitaria, un OdC continua
a ricevere 6000 lire al giorno, a differenza delle somme corrisposte ai
militari in missione. C'è sicuramente qualcosa di diverso che mi
spinge a partire immediatamente e che mi spinge a interrogarmi sulle reali
motivazioni che muovono i militari super pagati verso missioni difficili
e delicate come quelle di pace.
A soli 21 anni di età ritengo che la storia mi abbia già
dimostrato infinite volte come sia più facile risolvere questioni
conflittuali con le armi piuttosto che promuovere il dialogo e credere
nella riconciliazione.
La logica della violenza h esclusivamente distruttiva, eppure sempre
meno persone al mondo sono disposte a rischiare la propria vita nel nome
dell'amore.
Sento di non poter aspettare ancora un giorno in più per gridare
il mio NO a tutte le ingiustizie che vedo compiere nel territorio di Timor,
sento il dovere di contribuire personalmente alle azioni rivolte a sostenere
le persone colpite dalla violenza e che si trovano in pericolo di vita
per appoggiare, sostenere e partecipare al processo di pace in quel territorio
con un ruolo diverso.
Chiedo a tutti gli obiettori di coscienza italiani, agli enti di servizio
civile ed alle associazioni di volontariato oltre che alle forze politiche,
di essere solidali con il mio gesto e di sostenere la necessaria sopravvivenza
dell'Obiezione di Coscienza in questo paese come risorsa fondamentale
per la pace e la democrazia.
Chiedo al Governo l'autorizzazione alla partenza per centinaia di OdC
disponibili e pronti a prestare servizio nei 70 paesi nel mondo colpiti
attualmente da guerre, e chiedo che si riconosca l'importanza fondamentale
di un corpo civile di pace, pronto a spendere le proprie energie con uno
stile di vita solidale, povero e nonviolento, che potrebbe nascere dall'esperienza
degli OdC in servizio civile.
Chiedo un impegno ufficiale da parte del governo italiano ad appoggiare,
promuovere ed incentivare il patrimonio culturale e sociale che rappresenta
oggi l'obiezione di coscienza all'uso delle armi attraverso la formazione
di corpi civili di pace in missione in zone di guerra.
Ricordando che:
- Il 14 Aprile 1999 la Camera ha votato il nuovo testo della legge sull'OdC
che impegna il governo italiano a costituire un contingente nazionale
di Caschi Bianchi come "elemento importante sia per il mantenimento
che per la costruzione della pace ma anche il monitoraggio del rispetto
dei diritti umani nelle aree di crisi" e che "tale contingente
potrebbe essere costituito anche da OdC che lo richiedano, ai sensi dell'art.
9, commi 7,8 e 9 della proposta di legge in esame".
- La Dichiarazione sul Diritto e la Responsabilità degli Individui,
dei Gruppi e degli Organi della Società per Promuovere e Proteggere
le Libertà Fondamentali e i Diritti Umani Universalmente Riconosciuti
(risoluzione 53/144 dell'assemblea generale delle Nazioni Unite) prevede
all'art.1 "Ognuno ha il Diritto, individualmente ed in associazione
con altri, di promuovere e lottare per la protezione e la realizzazione
dei Diritti Umani e delle Libertà fondamentali a livello Nazionale
ed Internazionale.";
All'art. 5 "Al fine di promuovere e proteggere i Diritti Umani e
le Libertà Fondamentali, ognuno ha il diritto, individualmente
ed in associazione con altri a livello Nazionale ed Internazionale:
a) di riunione e assemblea pacifica;
b) di formare, aderire e partecipare ad organizzazioni non-governative,
associazioni e gruppi;
c) di comunicare con organizzazioni non-governative o intergovernative.
All' art.12 comma 1 "Ognuno ha il Diritto, individualmente ed in
associazione con altri di partecipare ad attivit` pacifiche contro le
violazioni dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali.".
Spero che la mia azione non rimanga isolata e che il sostegno alla popolazione
di Timor Est arrivi indistintamente da tutti i gruppi, le associazioni
e le organizzazioni che in Italia e nel mondo operano per la Pace e la
giustizia.
A tale scopo allego una lista dei referenti istituzionali a cui è
stato indirizzato questo messaggio, affinché chiunque possa inviare
fax di solidarietà verso questa iniziativa e verso tutte le azioni
di interposizione nonviolenta.
Daniele Aronne
-----------------------
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII –
"Operazione Colomba" - Servizio Obiezione e Pace - Caschi Bianchi
Fax 0541-751624
Ministero della Difesa - Roma Fax 06 - 4455268
Ufficio Nazionale Servizio Civile - On. Massimo Brutti Fax 06 - 67795299
Presidenza del consiglio Dei MinistriFax 06 - 6783998
LA CAMPAGNA KOSSOVO CONTINUA
La nonviolenza é stata sconfitta?
Anche se forse non si può più chiamare “campagna per
la soluzione nonviolenta del conflitto in Kossovo”, visto il disastro
prodotto dall’intervento militare, la ragion d’essere dell’azione
nonviolenta in Kossovo sussiste più che mai.
Di Maria Chiara Tropea
Alberto L’Abate, Lisa Clark e Maria Carla Biavati hanno comunicato
descrizioni ed impressioni dai viaggi in Kossovo di questo periodo immediatamente
“dopo la guerra” (in una riunione della Campagna il 29 agosto
a Firenze. NdR): viaggi effettuati anche allo scopo di definire in
qual modo la campagna possa continuare ad offrire il contributo della
nonviolenza nel momento in cui il conflitto, esploso in guerra, sembra
aver annullato ogni possibilità di convivenza. Le loro descrizioni
hanno evidenziato come nella realtà del Kossovo oggi persistano
ancora, accanto alle atrocità che tutti conosciamo, segni di solidarietà
“interetnica” e desideri di riconciliazione, che possono essere
l’esile ma indispensabile base di partenza del lavoro futuro: tutti
lo hanno sottolineato con grande convinzione, pur nella consapevolezza
che si tratta di casi isolati e che la solidarietà è vissuta
con rischio e paura.
I progetti, in via di definizione, vedono la collaborazione della Campagna
Kossovo con Beati i Costruttori di Pace, con l’Operazione Colomba
dell’Ass. Papa Giovanni e con l’Ass. Berretti Bianchi.
Si prevede l’apertura di tre “Centri per l’amicizia tra
i popoli”, dislocati a Pristina e probabilmente a Peja e Mitrovica,
con la presenza di volontari che operino in stretto contatto con le ONG
locali per:
- il monitoraggio del rispetto dei diritti umani e dei comportamenti
di pace,
- l’informazione della popolazione sugli accordi di pace,
- l’interposizione a livello di popolazione per creare spazi nonviolenti
che possano favorire il dialogo,
- l’intermediazione fra cittadini e istituzioni, con azioni di intercessione
e accompagnamento,
- l’apertura di ponti di dialogo fra gruppi di cittadini serbi ed
albanesi e fra questi e le realtà di altri paesi per scambi, gemellaggi...
in modo da promuovere la comunicazione tra la società civile in
Kossovo, in Serbia, in Montenegro, in Macedonia, in Italia...
- il sostegno alla crescita di ONG locali impegnate sui diritti umani,
di composizione etnica mista,
- la collaborazione con le istituzioni internazionali responsabili del
rientro dei profughi,
- la realizzazione di attività di educazione interculturale alla
pace e alla nonviolenza, e in prospettiva la creazione di un gruppo locale
di formatori alla soluzione nonviolenta dei conflitti...
I tre Centri lavoreranno in contatto anche con l’Ambasciata di
pace a Belgrado, recentemente aperta dai “Berretti bianchi”:
quest’iniziativa, per la quale era presente alla riunione di Firenze
Silvano Tartarini, è partita con la presenza permanente in Jugoslavia
di Riccardo Luccio, che abita a Belgrado, in un piccolissimo alloggio
e, in collaborazione con le “Donne in nero”, sta esplorando
le possibilità di intervento in tre città della Serbia meridionale,
colpite dai bombardamenti o invase da profughi, nelle quali si pensa di
lavorare per la ricostruzione e contro la nascente xenofobia.
E’ inoltre in fase di preparazione un progetto per l’adozione
a distanza di famiglie Kossovare in difficoltà: sarà proposto
a gruppi e famiglie italiane come modo per coinvolgersi, per “creare
prossimità” con l’una e l’altra parte ed acquisire
credibilità per le proposte di riconciliazione.
Alberto L’Abate ha scritto un interessante saggio dal titolo “Kossovo:
verità senza vendetta ma con giustizia?”, nel quale, prendendo
spunto dal processo di riconciliazione in Sudafrica, descritto appunto
in “Verità senza vendetta” da Marcello Flores1,
cerca di avanzare proposte adatte alla realtà Kossovara. Questo
testo è già stato diffuso in lingua albanese da un settimanale
di Pristina e sarà prossimamente tradotto in inglese, su richiesta
di alcuni componenti della forza civile di pace dell’ONU (UNMIK).
Lo scopo di tale diffusione è di offrire uno spunto e un’occasione
di confronto alle voci finora timide ed isolate che, fra gli intellettuali
Kossovari, si pongono il problema della riconciliazione e l’obiettivo
dell’interetnicità: dare voce pubblica a pensieri privati
di riconciliazione.
La nonviolenza nel Kossovo non è sconfitta, ma ha ancora molte
carte da giocare; e sono le uniche carte che alla lunga potranno dimostrarsi
“vincenti” giacché la violenza delle armi ha ancora una
volta mostrato tutta la sua tragica impotenza nella costruzione della
pace. La Campagna Kossovo, proprio perché presente già da
anni fra la popolazione kossovara, ha la credibilità necessaria
per essere accettata dalle due parti ostili. Ha bisogno in questo momento
soprattutto di essere conosciuta e sostenuta in Italia dall’opinione
pubblica e di trovare finanziamenti consistenti e il necessario sostegno
istituzionale.
Per questo sono in programma nell’immediato futuro incontri a livello
istituzionale (Ministero degli esteri) per esplorare le possibilità
che il progetto nel suo insieme venga appoggiato e finanziato; in particolare
occorre trovare il modo di assicurare alle persone che dovranno stare
in Kossovo per periodi lunghi i necessari permessi di assenza dal lavoro.
Se questo si potrà ottenere ci sono già diverse persone
preparate e disponibili; in luglio è stato realizzato un periodo
di formazione apposito.
Quel che può fare ciascuno è di far conoscere il più
possibile il progetto e cercare contributi.
Per aderire alla Campagna Kossovo, per organizzare incontri informativi,
per contribuire o ricevere documentazione, l’indirizzo è:
CAMPAGNA KOSSOVO presso Casa per la Pace, c.a. 8 - 74023 Grottaglie (TA)
tel. e fax 099.5662252 - e.mail
, conto corrente postale
11570744.
1
Marcello Flores, Verità senza vendetta, Manifestolibri 199
ESPERIENZA PILOTA A PESARO: IL CENTRO
PER LA SOLUZIONE DEI CONFLITTI
La mediazione nonviolenta per risolvere conflitti interpersonali
Ne hanno parlato ampiamente giornali e tivù (Il
Sole 24 Ore, La Stampa, la rivista Club, Rai Uno con Unomattina, ecc.)
a testimonianza del vasto interesse che si è sviluppato attorno
al “Centro Comunale per la soluzione dei conflitti”. Un’iniziativa
nata a Pesaro da un’idea di Luciano Capitini, esponente del Movimento
Nonviolento locale e nazionale.
Nostra intervista a Luciano Capitini
Dunque arriva anche in Italia la figura del mediatore nonviolento…
Il servizio per la soluzione dei conflitti è ormai
una consuetudine in paesi come la Svizzera, il Belgio, l’Inghilterra,
gli Stati Uniti, l’Australia. Io ho partecipato ad un corso di formazione
come “mediatore” in Francia, dove le statistiche sui casi risolti
sono molto incoraggianti: la percentuale di successo è tra il 60
e il 70%. Nella mia città ho trovato interesse e sensibilità
nella presidente della circoscrizione, subito entusiasta del progetto.
Così, da ottobre dell’anno scorso funziona questo servizio
comunale, aperto a tutti i cittadini.
Chi sono gli utenti e come si accede al servizio?
Vengono da noi persone che da lungo tempo, per i motivi
più svariati, hanno pessimi rapporti reciproci, desiderano risolverli,
ma da sole non ci riescono. In genere si tratta di vicini di casa, liti
di condominio, parenti, conoscenti. Telefonano alla circoscrizione e chiedono
un appuntamento. Noi li convochiamo alla presenza del “mediatore”.
E poi cosa succede?
In genere la scena è sempre la stessa. I due contendenti
arrivano guardandosi male, solitamente non si parlano più da mesi
o da anni. Si siedono, ascoltano il mediatore che chiarisce le condizioni
dell’incontro e poi, uno alla volta, cominciano a parlare, ognuno
espone le proprie ragioni e ascolta quelle dell’altro. Il mediatore
favorisce il dialogo, non giudica, non dà né torto né
ragione, sottolinea le cose importanti, deve far uscire la soluzione da
loro stessi. Se le cose vanno per il verso giusto, in genere dopo due
o tre ore qualcosa si sblocca: allora può arrivare il sorriso o
la lacrima, quasi sempre le scuse reciproche.
Chi sono i ”mediatori” ?
Quella del mediatore è un’attività che
richiede alcune competenze: bisogna saper ascoltare, fare da ponte tra
le due parti, occorre conoscere le tecniche nonviolente, saper coinvolgere
emotivamente le parti in un ascolto profondo, spingerli a capire il punto
di vista dell’altro. Capire è già risolvere. Io ho
partecipato ad un corso organizzato dal Mouvement pur l’Alternative
Non-violent a Parigi. Con me ora lavorano sei volontarie.
Tutto così semplice? Riuscite a risolvere qualsiasi
conflitto?
Naturalmente no, il nostro Centro interviene solo ad alcune
condizioni: non deve trattarsi di un reato; se sono questioni patrimoniali
devono essere secondarie e di lieve entità; dev’esserci una
sofferenza da alleviare. Se non c’è questa sofferenza, almeno
in una delle due parti, non può scattare la molla della volontà
di uscire dalla sofferenza, e quindi la voglia di trovare una soluzione.
Quanti e quali casi avete trattato finora?
Due o tre casi la settimana, e soprattutto liti tra parenti
o questioni condominiali: il cane che fa i bisogni nel giardino altrui,
la biancheria che sgocciola sui fiori del piani di sotto, la radio del
vicino sempre troppo alta. Si inizia da qui, questi sembrano i motivi
scatenanti, banali se vuoi, ma poi scavando emergono amicizie perdute,
rapporti senza saluti, catene di dispetti per due, tre, dieci anni. Rancori,
odi, guerre trentennali, un gran disagio, una gran solitudine, una tremenda
incomunicabilità. Persone che non sanno più come incontrarsi,
parenti che non sanno più parlarsi.
Un misto tra psicologia e sociologia…
L’idea di base è che la società non
si occupa della conflittualità al livello più basso. E invece
proprio qui troviamo una conflittualità elevata, spesso causa di
forti sofferenze e disagi. Basta parlare con i vigili urbani, i cui centralini
sono intasati da chiamate su questioni che esulano le loro competenze,
e non hanno gli strumenti per intervenire. Poi, a volte, le liti degenerano
e si può arrivare anche al codice penale. Noi vogliamo intervenire
prima. Bisogna imparare a vivere con i conflitti, e soprattutto gestirli
prima che sfocino in violenza.
Centro Comunale per la gestione dei conflitti
: un nuovo servizio
Dal primo di settembre è in funzione un servizio
ai cittadini che per, la sua novità, necessita di una descrizione
: da anni il Comune di Pesaro è particolarmente attento alla qualità
della vita, della convivenza della collettività; in tal senso debbono
intendersi i vari progetti nel campo dell’educazione alla Pace.
Fa parte di tale impegno anche una particolare attenzione
ai piccoli conflitti che inevitabilmente sono presenti nei rapporti personali
dei cittadini.
Tali conflitti spesso non raggiungono la soglia di attenzione,
rimanendo ignoti ai più, ma ben presenti nell’anima di alcuni
che possono soffrine molto.
Immaginiamo una lite tra vicini, non risolta, un dissidio
tra parenti, e la lista potrebbe continuare.
Pensiamo pertanto a tutte quelle situazioni che non necessitano
di un ricorso di legge, escludendo pertanto qualsiasi ipotesi di reato,
ma che però vengono considerati come focolai di malumore, di astio,
sorgenti di ripicche, e in definitiva di ulteriori episodi che possano
man mano raggiungere livelli di guardia.
Mentre la società è ben attrezzata per affrontare
situazioni macroscopiche di devianza e di disagio, altrettanto non si
può dire per quanto concerne questi piccoli “conflitti”.
Da tempo, in vari paesi europei, sono stati istituiti degli
uffici di “GESTIONE DEI CONFLITTI”, animati da volontari, a
volte da amministrazioni, a volte affiancati alle Preture, a volte in
piccoli uffici o addirittura negozi sulla strada.
A tali organismi, col passare degli anni, la collettività
ha preso l’abitudine di ricorrere in caso di necessità : in
essi trovano le persone competenti ad affrontare (e se possibile risolvere)
il conflitto che li coinvolge.
Altrettanto è stato fatto nella città di
Pesaro, a cura della IV Circoscrizione, e dal primo di settembre i cittadini
che si sentano oppressi da una situazione di disagio nei rapporti con
una altra persona potranno telefonare al 07212-281562 in orario 8:00 –
13:00, segnalando il desiderio di ricorrere al servizio di gestione.
Saranno richiamati da un mediatore che ascolterà
con attenzione e si incaricherà di contattare la “controparte”,
per proporre una riunione di mediazione collettiva.
In tale riunione, che si terrà nei locali della
Circoscrizione, tutti avranno modo di esprimersi liberamente, senza la
sensazione di essere giudicati, con la certezza di una totale riservatezza,
e senza la possibilità di essere costretti ad accordi non desiderati.
Il compito dei gestori è infatti solamente quello
di fungere da ponte tra persone che comunicano con difficoltà,
di sottolineare situazioni che possono essere state sottovalutate, ed
accompagnare i litiganti (se si tratta di litigio) a trovare autonomamente
una soluzione che deve essere totalmente gradita ad ambedue le parti e
che sarà vincolante per le parti stesse solo in virtù del
loro assenso, ma senza nessuna costrizione e nessun vincolo legale.
Questo servizio è tra i primissimi a sorgere. In
Italia, ci risulta essere attivo un servizio simile a Torino, gestito
anche lì da una circoscrizione.
In Francia esistono invece centinaia di centri di GESTIONE
DEI CONFLITTI e così in Svizzera, in Inghilterra e negli U.S.A.
.
Dalla loro esperienza risultano statistiche assai incoraggianti,
indicando una percentuale di mediazioni andate a buon fine (cioè
con una riappacificazione) variabile tra il 62% ed il 73%, a secondo dei
paesi.
Anche i cittadini di Pesaro hanno queste possibilità
per risolvere situazioni di difficoltà, e con ciò il livello
di benessere e di buona convivenza della nostra città potrà
migliorare.
DECALOGO MEDITERRANEO / 8
Fragili e vulnerabili...da questa parte del fiume.
Di Christoph Baker
"Mais finalement,
finalement,
Il nous fallut bien du
talent
pour être vieux sans
être adulte"
- Jacques Brel
Prima o poi, bisogna sapere
spogliarsi di tutte le (troppe) difese che uno ha imparato a mettere fra
sé e gli altri, fra sé e la vita. Andare avanti con la pretesa
di non rimettersi in discussione è una forma di suicidio convenzionale,
di inganno universale. Perché l'uomo sicuro di sé è
solo un povero illuso che sta sprecando i migliori anni della propria
vita ad avere ragione, a sentirsi in controllo. La vita sta da un'altra
parte. Vive in mezzo a coloro che non hanno trovato risposta alle loro
domande esistenziali. In mezzo ai naufraghi dell'amore, ai superstiti
del tradimento, agli innocenti delle carneficine. Bagna di dolce luce
i feriti della speranza, che cercano di salvare almeno il ricordo dell'emozione
che li ha portato fino all'abisso. Riscalda i sopravvissuti del sogno,
coccola le vittime del gelo interno, della delusione di quanta, alla fine
dei conti, è poca roba la realtà. Accompagna i disperati,
gli abbandonati, i dimenticati. La vita sa che trionfalismo, superbia,
sicurezza e certezza sono solo ridicoli travestimenti della miseria umana.
Spesso nel cuore della notte,
i miei occhi mi strappano al sonno. Si aprono, e mentre mi consegnano
al buio infinito della stanza, spalancano le porte e le finestre della
mia anima. Mai mi sono sentito così disarmato come in questi momenti,
quando tutti i demoni e tutti gli angeli del mio inconscio si liberano
e cominciano a sconvolgere le mie più intime convinzioni. All'improvviso
non c'è più niente di sicuro. Da un lato la follia, dall'altro
la morte. Il labirinto che si apre davanti a me emana fumi tossici e rumori
assordanti. Tuttavia, non c'è scelta. E' inutile procrastinare.
Quando la luna e il sole scompaiono e non rimane che il nero più
nero, quando l'ultima difesa si è rivelata un miraggio, quando
la solitudine si spoglia di tutte le parvenze di normalità, là
comincia il vero viaggio alla ricerca di noi stessi. Un viaggio probabilmente
senza traguardo. Forse solo con una idea di traguardo.
Possiamo tranquillamente
ingannare gli altri. Anzi è un’eternità che l'uomo
non fa altro. Ma ingannare se stessi? Fare finta che non si debba pagare
prima o poi la menzogna inflitta alla propria essenza? Certo, non è
facile essere umani (ma se è per questo, non è neanche facile
essere un salice piangente, argilla, un tramonto o un pesce volante...).
Non è facile edificare muri, torri, fossati, masti, per poi rendersi
conto che non ci proteggeranno mai da noi stessi. Che possiamo anche tentare
una corsa sfrenata per sfuggire al nostro destino, ma che non serve a
niente. Una mattina ci sveglieremo con accanto la nostra inutilità,
la nostra futilità. E un freddo invaderà il nostro corpo
e la nostra anima, perché le sconfitte sanno sempre di ghiaccio,
di vuoto, di oblio.
Strano quest'andazzo millenario
dell'uomo per sfuggire alla propria condizione, che fa sì che oggi
ci troviamo ancora solo ad immaginare la possibilità di vivere
fragili. Secoli e secoli lanciati lungo la stessa noiosa strada del libero
arbitrio, della "forza di volontà", del determinismo
e dell'auto-controllo. Tutte componenti di un approccio alla vita violento,
scontroso, fatto di ingiustizie verso gli altri e verso noi stessi. Perché
è fin troppo evidente che il portare avanti questo mito dell'uomo
forte, dell'uomo blindato, dell'uomo volenteroso non ha fatto altro che
gettare le basi dello squilibrio fra l'uomo e i suoi prossimi, fra l'uomo
e la natura. Fingere una corazza duratura vuole dire imporre agli altri
un rapporto di forza monolitico. Non vi è nulla di più scarso
alla fine dei conti che la vittoria di un uomo su un altro. Cosa ha vinto
il vincitore? L'illusione di che cosa? Di che cosa si è arricchito?
E' troppo evidente che questa condizione determina in fondo un impoverimento
permanente. Un vincitore è un guscio che si svuota in maniera proporzionale
alle proprie "vittorie". La parabola del potere non fa altro
che confermare questa condanna. L'uomo che pensa di potere comprare tutto
nella vita grazie al potere conquistato si ritrova un bel mattino con
solo polvere nelle mani. Potrà anche muovere eserciti attraverso
le frontiere o cambiare donna ogni notte, ma davanti allo specchio non
è che un misero fallito, un tossicodipendente della propria ingordigia.
E se si guarda intorno, non vede l'ombra di uno sguardo compassionevole.
La solitudine che lo ha invaso lo spinge inesorabilmente verso il baratro.
Un giorno o l'altro, l'uomo potente punta la pistola alla propria tempia...
Invece sarebbe il caso di
invertire rotta. Di lasciare gli scenari eroici delle cavalcate vittoriose
e dirigersi verso il mare immenso e infinito della nostra fragilità
e della nostra vulnerabilità. Accettare di essere ben poca cosa
ci apre l'orizzonte ad un ricco viaggio all'interno di noi stessi e -
quando abbiamo fortuna - anche all'interno degli altri. Riconoscere la
propria fragilità e accettarla vuole dire spogliarsi lentamente
di tutte le bugie, i miraggi e gli inganni che abbiamo accumulato nel
tentativo di sfuggire alla nostra condizione. Piano piano, ci si rende
conto che lontano da creare più paure, l'avvicinamento alla fragilità
ci regala una tranquillità interiore raramente sperimentata prima.
Accettare la propria fragilità, non nasconderla, non allontanarla,
ci apre le porte del mondo troppo spesso represso delle emozioni.
E' per me molto triste vedere
come in questo fine millennio dell'era cristiana, in mezzo al trionfo
della modernità, del razionalismo onnipotente, le emozioni siano
una roba in via di estinzione. La colonizzazione del nostro immaginario
da parte dei venditori di fumo ci ha intrappolati in una visione del mondo
sempre più grigia, prevedibile, monolitica. Un mondo dove il calcolo,
le strategie, i programmi regnano sovrani sul resto dei nostri slanci.
Ma come è blando e noioso il paesaggio che ne viene fuori. E vai
a cercare la poesia in mezzo ai chips, bits, cellulari, satelliti, carte
di credito, flussi finanziari e bombe intelligenti. Sarebbe urgente cominciare
a recuperare il diritto alle proprie emozioni. Rimettere al centro della
vita gli sbandamenti lirici dei nostri sentimenti. Riconquistare le condizioni
per essere stravolti da un gesto d'amore. Camminare di nuovo in mezzo
alle praterie della propria anima, laddove crescono i fiori della curiosità,
del mistero, dello stupore. Perdersi nei dedali del nostro cuore, contenti
di naufragare magari nelle braccia di un essere amato.
Essere vulnerabile è
la nostra condizione umana. Lo sappiamo tutti com'è facile sentirsi
feriti da una parola sbagliata, da un silenzio pesante, da un gesto sferzante.
Ma bisogna anche ammettere che solo la nostra vulnerabilità ci
permette di assaporare i veri profumi dell'amore, che solo spogliandoci
delle nostre difese ci consente di costruire una passerella verso il cuore
di un altro uomo. E di ricevere lo stesso. E allora dobbiamo chiederci
come mai risulta tanto difficile vivere questa condizione? Come mai ci
viene quasi automatico chiudere le porte del nostro cuore e della nostra
anima ancora prima di capire cosa cerca l'altro che ci viene incontro?
Il punto allora non è se essere vulnerabile o no, ma se siamo capace
di rischiare questa nostra vulnerabilità nei rapporti con gli altri
e con la vita.
Ho imparato che gli schiaffi
li ho presi allo stesso modo se mi armavo dalla testa ai piedi o se invece
mi lasciavo investire senza difese. La differenza sta nell'intensità
del colpo, che fa certo più male immediatamente quando viene incassato
senza tanti muri di mezzo. Ma ho scoperto che i pugni allo stomaco mi
hanno dato molto di più che le sconfitte razionalizzate come "lezioni
di vita" o passaggi obbligatori per maturare! L'ho già detto:
non voglio diventare adulto. Essere adulti significa essersi definitivamente
allontanati dalla propria fragilità. Vuole dire non sapere più
come tornare indietro a recuperare le emozioni ed i sentimenti. Ma sapere
invecchiare mantenendo in se l'innocenza del bambino ci permette di commuoverci
anche sul punto di morire.
Ammetto di essere romantico.
Non ho trovato sulla sponda della ragione risposte convincenti ai miei
interrogativi esistenziali. Piano piano ho maturato l'idea che gli interrogativi
più profondi rimangono probabilmente per sempre senza risposta.
Se questo è il caso, me ne sto sull'altra sponda, laddove accanto
ai quesiti irrisolti e alle paure quotidiane, ho trovato anche la generosità
dell'anima, l'immensità delle emozioni, la sontuosa complessità
della vita. Mi sono ubriacato dell'intensità dell'amore, del calore
dell'amicizia, dello spavento dei sogni, della grandezza delle illusioni
perdute. Ho trovato al tavolo della vita l'esuberanza e la tristezza,
la bellezza e l'amarezza, l'assurdo e la dolcezza. Sono stato sconvolto
dalla pochezza dei mezzi di fronte all'immensità del viaggio. Dall'inutilità
delle certezze di fronte al richiamo della morte. Dalla fatica incommensurabile
di non tradire se stesso. E di come è duro resistere alla tentazione
di ritornare sull'altra sponda...
Ma so' che da questa parte
del fiume, ci sono ancora spazi per sognare. Qui ci si può lasciare
trasportare dalla nostalgia. La fragilità e la vulnerabilità
permettono all'uomo di fare viaggi lenti e pigri tra un ricordo e l'altro.
Tornano in mente momenti di felicità, tappe sulla via dell'amore,
gli occhi di una persona cara, suo modo di ridere, due corpi che si fondono
l'uno nell'altro. Si scopre l'importanza delle ferite, di quanto ancora
possa fare male il ricordo di un treno che partiva e sul quale non siamo
saliti, del momento in cui si capisce che due cammini si separano di nuovo
e per sempre. Lo spleen vissuto magari in una giornata di sole
accecante, con gli altri intorno ignari di tanta malinconia, di tanto
strazio per una storia impossibile, per avere scoperto l'incommensurabile
distanza tra quello che volevamo dare e quello che l'altro ha preso.
C'è di più.
Accettare di essere ben poca cosa è il punto di partenza fondamentale
per un nuovo rapporto con la natura. Se vogliamo parlare di una visione
ecologica della vita (che possa - finalmente! - sostituire quella economica),
il senso della propria fragilità e vulnerabilità ci avvicina
a tutte le altre forme di vita. Noi come un insetto, come una foglia,
una onda, una nuvola, un granello di sabbia, un ciuffo d'erba. Animale
fra gli animali. Lentamente recuperare il senso della propria parte nel
grande teatro della natura, del proprio posto nell'affresco rigoglioso
della vita. E con questo imparare di nuovo il rispetto delle altre forme
di vita. Lasciare perdere velleità di superiorità sugli
altri esseri. Così da potere accarezzare il muschio sulla pietra,
e fissare negli occhi un gatto selvaggio. Farsi trasportare dallo spettacolo
di un tramonto sul mare, immobile fino al crepuscolo. Come si può
mai imparare la contemplazione se uno porta in se ancora qualche aspettativa,
qualche pretesa di capire o di dare spiegazioni?
Riconosco che l'approccio
è intimista. Non è facile vivere la propria fragilità,
perché richiede di accettare una volta per tutta la profonda solitudine
che è la condizione di ogni essere umano. Tuttavia, non vedo la
fragilità e la vulnerabilità come traguardo di vita, ma
come punto di partenza. In effetti, questa condizione ci permette di spazzare
via l'equivoco dell'individualismo e dell'egoismo. Queste due tendenze
si basano su di una errata idea di se stessi. Su di un idea trionfalista.
Il mito del super ego, dell'uomo fortezza, di colui che costruisce la
propria verità e parte per imporla agli altri. Essere fragili e
vulnerabili invece ci toglie per sempre questa pretesa pericolosa. Ci
fa progredire sulla punta dei piedi, con la massima attenzione, con il
rispetto dell'altro. Sapere di essere fragili è sapere che gli
altri sono altrettanto fragili. Si entra così nella vera comunità
degli umani, aldilà dei codici che ogni civiltà ha costruito
nel tentativo di soffocare la paura di morire, la paura di non essere
gran cosa. Ma una volta raggiunta l'accettazione della fragilità,
si scopre che le gabbie le avevamo costruite noi, o almeno che eravamo
d'accordo di portare delle catene. Si scopre allora che la libertà
è a portata di mano e che la libertà è il frutto
della fragilità e della vulnerabilità.
E così, in nome di
chi non ce la fa a stare sul carro dei vincenti, in nome di chi sa quanto
sarà lunga la notte, di chi ride amaro ma piange dentro. In nome
di uno come noi che si è rifugiato in un bicchiere di troppo,
e hai voglia a dirgli che fa male al fegato: lo sa lui che gli è
successo al fegato. In nome dell'urlo disperato nel buio, dello sguardo
vuoto gelido, delle mani che non si aprono più. In nome della cosa
troppo grande accaduta ad uno troppo piccolo, dell'inadeguatezza dell'essere
quando contava apparire. Del rimorso che ormai non serve più a
niente, e del gesto riparatore ignorato. Di queste parole che non sono
mai quelle giuste e di quei silenzi che fanno capire che è finita.
In nome dell'amore che non era all'appuntamento e della speranza che era
una presa in giro. Di questi sogni infangati da esseri cari, slanci gratuiti
presi in derisione, emozioni vere oggetti di scherno. In nome del perché
di tanta sofferenza e del come si può far finta di niente.
In nome di una nave che
non si è potuto più prendere. Di una lettera che non è
arrivata. Di un canto abbandonato al vento e una idea sfuggita per distrazione.
In nome del ricordo dell'innocenza, del gusto selvatico dell'ingenuità,
del rimpianto della spontaneità. Di tutto questo camino e a volte
sembra di essere rimasto in dietro, o di quel correre per niente tanto
il traguardo non era che un miraggio. In nome delle nostre illusioni più
dolci e del ricordo di avere provato ad aggrapparci. E in nome di ogni
foglia morta, ogni pioggia sul canale, ogni relitto sulla spiaggia. Per
tutte le carcasse nel deserto, tutti i scheletri di alberi bruciati, ogni
collina sventrata. Per quello che potevamo essere e per quello che siamo
diventati. Per ogni volta che abbiamo detto va bene e non andava bene.
In nome della confusione di essere solo uomini.
Ma in nome anche del sapore
di una goccia di brina. In nome del silenzio rotto da un usignolo. In
nome del primo timido sorriso di un bambino. In nome del passo felpato
di un gatto sul tetto. In nome di un porcospino che attraversa la strada
e ce la fa. Di una pallottola che rimane dentro il fucile e una volpe
che sembra ringraziare. In nome di un leggero sorriso che dice di più
di un discorso. Di una decisione presa solo per non tradire. In nome del
momento che precede la partenza, e di quello subito dopo. Per come è
complicata la vita per poi scoprire quant'è enorme. Per ogni passo
che ci è andato bene e ricordare quelli che invece no. In nome
di tutto l'affetto che a volte non riusciamo ad accettare...
E in nome dei quattro elementi
che saranno sempre più forti dell'uomo, rimettiamoci in cammino
e andiamo dolcemente incontro a tutte le sorprese che la vita ci riserva
ancora.
IL MINISTRO CON L’ELEMETTO
Dibattito sull’abolizione della leva
Come più volte sottolineato e denunciato da questa pagine, i vari
governi, succedutisi dal 90 in poi, hanno lavorato, nell’ombra, per
ristrutturare le FFAA italiane al fine di potenziarne le capacità
di proiezione offensiva per difendere gli interessi vitali (economici,
strategici e politici) nazionali.
Tassello mancante, alla completa definizione di ciò
che viene chiamato Nuovo Modello di Difesa (NMD), è il passaggio
da un reclutamento obbligatorio a quello su base volontaria.
La guerra in Kosovo e le recenti polemiche sul “nonnismo”,
causate dalla morte del Parà al CAR della Folgore, hanno contribuito
non poco a creare, nell’opinione pubblica, il terreno fertile sul
quale, il Ministro Scognamiglio, ha seminato la sua proposta di abolire
la leva e passare ad un esercito professionale.
I mass-media, come spesso accade, stanno trattando l’argomento
in modo superficiale e fuorviante, concentrando tutta l’attenzione
su due temi: libertà di scelta e donne nell’esercito.
Sebbene la leva obbligatoria, soprattutto questa leva obbligatoria,
sia indifendibile, il problema posto dal NMD va ben oltre alle questioni
della libertà individuale e delle “pari opportunità”,
infatti:
le finalità di questa riforma delle FFAA prefigurano
una struttura militare che, preparata ed attrezzata per interventi
fuori dai confini nazionali, si pone in contrasto con lo spirito della
Costituzione (ripudio della guerra; esercito di difesa del territorio
nazionale); il NMD si configura, perciò, come lo strumento
necessario per ridare, all’Italia, nuovo “protagonismo”
nel panorama militare internazionale;
i costi della professionalizzazione vengono sottaciuti
e minimizzati; oltre agli stipendi, infatti, i soldati professionisti
dovranno essere armati ed addestrati con gli ultimi ritrovati tecnologici
i cui costi sono elevatissimi, soprattutto se si considera che le
FFAA italiane dispongono di strutture d’arma in larga parte obsolete;
vi sarà, perciò un costante e inevitabile aumento della
spesa militare complessiva, proprio in una fase in cui, dopo i tagli
pesantissimi degli scorsi anni, si continua a chiedere una politica
di rigore e di tagli alla spesa pubblica;
nella situazione attuale non sembra esserci un numero
sufficiente di giovani disposti ad arruolarsi come volontari a ferma
prolungata (3-5 anni) e, pertanto, il governo si troverà costretto
a trovare degli incentivi occupazionali che scatteranno al congedo
del volontario; questa eventualità avrà due conseguenze
non indifferenti: da un lato si gonfierà la pubblica amministrazione,
con l’assunzione dei militari in congedo; dall’altro si
costringeranno i giovani disoccupati a percorrere la carriera militare
per aspirare a diventare poliziotti, carabinieri, guardie forestali,
ecc.;
il ricatto occupazionale penalizzerà le fasce
sociali più deboli e, in modo particolare, i giovani del meridione;
saranno i figli dei poveri che metteranno a disposizione la loro vita
per salvaguardare gli interessi dei figli dei ricchi i quali, tranne
qualche raro caso, approfitteranno dell’abolizione del servizio
di leva per inserirsi più rapidamente nel mondo del lavoro;
non dobbiamo, infine, trascurare lo scollamento che
si verrà a creare tra paese e FFAA, con il rischio che, in
futuro, nessuno si preoccuperà più di tanto se i “…
nostri bravi ragazzi” bombardano, uccidono e, magari, muoiono;
l’hanno “scelto” loro e sono pagati per questo! La
collettività si sentirà con la coscienza più
tranquilla e penserà che è un affare privato tra soldati.
come se tutto questo non bastasse, la fine “teorica”
(vedremo poi quella reale) della leva non sarà immediata (almeno5-6
anni) e, nel frattempo, avremo almeno 400.000 giovani che si dichiareranno
obiettori; dal luglio 98 esiste la nuova legge 230 che, però,
non riesce a decollare nei suoi aspetti pratici, sia per mancanza
di fondi disponibili (i 51 miliardi con i quali il Governo ha integrato
il finanziamento dell’esercizio 99, non sono sufficienti nemmeno
a far partire tutti gli obiettori in attesa), sia per la mancata attivazione
dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, il quale dovrebbe
sostituire, speriamo in meglio, il Ministero della difesa nella gestione
del servizio civile.
Cosa proporre, allora?
Fin che dura la leva obbligatoria è indispensabile
che la legge sull’obiezione di coscienza venga finanziata in
maniera adeguata, non solo per permettere di far partire tutti gli
obiettori, ma anche e soprattutto per garantire la smilitarizzazione
del servizio civile e la formazione degli obiettori, principali aspetti
positivi della legge e finora per nulla attuati.
Un lavoro serio e costante di informazione sulle implicazioni
militari, economiche, politiche e democratiche conseguenti alla completa
realizzazione del NMD;
Un’azione sul Parlamento affinché si creino
le premesse per la riduzione delle spese militari; l’approvazione
di una legge che permetta l’opzione fiscale a favore di forme
di difesa alternative e non armate; il divieto ad impiegare le FFAA
al di fuori del territorio nazionale; la smilitarizzazione del territorio
e la riconversione dei terreni e degli stabili militari ad usi civili
e, finalmente, pubblici.
L’attivazione di una campagna per l’inserimento
del diritto all’obiezione di coscienza all’interno del dettato
costituzionale; abolendo la leva obbligatoria si elimina, di fatto,
anche il diritto all’obiezione di coscienza per quanti, seppur
arruolati in modo volontario, dovessero avere evoluzioni della coscienza
in qualsiasi momento.
Cosa ne sarà del servizio civile?
Lo stesso disinteresse per i problemi legati all’evoluzione
del ruolo delle FFAA lo ritroviamo in molte dichiarazioni di alcuni dei
nostri storici alleati: gli enti di servizio civile.
Fino a quando l’obiezione di coscienza era la serratura
attraverso la quale i giovani erano costretti a passare per accedere al
servizio civile, molti enti si dichiaravano sostenitori dell’obiezione
quale scelta di pace.
Oggi che, con l’abolizione della leva, si prospetta
la possibilità di perdere il supporto degli obiettori in servizio
civile, scopriamo che quegli stessi enti si dichiarano indifferenti rispetto
a ciò che faranno i militari e spostano le loro richieste solo
sul mantenimento della forza lavoro gratuita rappresentata dagli obiettori,
chiedendo a gran voce che venga istituito un servizio civile obbligatorio.
Altri, invece, sostengono la necessità di istituire
un servizio civile volontario che, come incentivi, offra un salario minimo
e bonus sociali.
Sebbene il dibattito sia ancora in una fase iniziale, non
possiamo fare a meno di ribadire che non potremo appoggiare scelte che
vadano nel senso di utilizzare i giovani (e le giovani) di leva, al solo
scopo di coprire le carenze dello stato sociale, acuendo, in questo modo,
il problema della disoccupazione e della dequalificazione dei servizi,
offerti agli strati più deboli della popolazione.
Il dibattito è interessante ed aperto e offre un
ventaglio di possibilità ancora tutte da esplorare ed è
nostro auspicio che, in questo percorso, sia possibile discutere ed aggregare,
su proposte serie, anche nuovi soggetti, fino ad ora assai distanti dalle
problematiche del servizio di leva.
SONO SOLO CANZONETTE ? / 3
E’ sempre la solita musica…
Di Paolo Predieri
“Give peace a chance” di John Lennon e “Il
disertore” di Boris Vian sono le canzoni che riemergono come inni
pacifisti nei momenti di punta del movimento contro la guerra, anche in
Italia, dove sembra difficile riuscire a fare musica esplicitamente ispirata
ai valori della pace. C’è chi sostiene che il mercato discografico,
vorace e standardizzato, abbia disperso e isolato energie che pure avevano
espresso una vera e propria cultura musicale antimilitarista. I Cantacronache,
gruppo della canzone alternativa torinese, che contava sugli apporti di
Calvino, Amodei, Fortini, alla fine degli anni cinquanta cominciò
proprio con canzoni contro la guerra, come “dove vola l’avvoltoio”
o “lasciatemi stare”. Negli anni sessanta il Nuovo Canzoniere
Italiano con gli spettacoli “Le canzoni di bella ciao” e “Le
canzoni del no” e Dario Fo con lo spettacolo “Ci ragiono e ci
canto” raccoglievano denunce per vilipendio delle forze armate. C’era
una capacità di risposta immediata agli avvenimenti, esistevano
i “comizi in musica”, nascevano subito le canzoni giuste che
raggiungevano un’enorme diffusione popolare prima ancora di essere
incise su disco, come “Per i morti di Reggio Emilia” o “Contessa”.
Fra i musicisti colti contemporanei vanno almeno citati Luigi Nono con
“Canti di vita e d’amore: sul ponte di Hiroshima” del 1962
e Giacomo Manzoni con l’opera “Atomtod” del 1965. La musica
dei diversi generi, accomunati dallo stesso bisogno di cambiamento ha
prodotto cultura contro la guerra.
Non è un caso che, alla fine degli anni sessanta,
il mercato commerciale della canzone sia stato costretto a dare spazio
alle istanze pacifiste, con canzoni di discreta qualità e, in alcun
casi, di notevole successo. Per fare tre esempi indicativi sui tanti possibli:
“Mille chitarre contro la guerra” (chi ricorda Umberto Napolitano,
presentato dalla casa discografica come scelta coraggiosa e controcorrente
?), “Proposta”(= mettete dei fiori nei vostri cannoni) dei Giganti
che arriva al 4° posto a S.Remo nel ’67 e “C’era un
ragazzo…” di M.Lusini e G.Morandi che, quando raggiunge il n°1
a Hit Parade, viene sostituita in trasmissione col retro del disco. Sempre
di quel periodo sono la “linea verde”, aggregazione musical-ecologista
guidata da Mogol, Celentano e Battisti con canzoni come “Mondo in
mi 7”, “Uno in più”, “E’ la pioggia che
va” e la forse meno conosciuta “linea gialla”, promossa
da Tenco e Dalla con intenti più marcatamente politici e canzoni
come “E se ci diranno” e “Io non ci sarò”.
Perché allora oggi, nei giorni di guerra, la musica in Italia
si muove poco e ricorre ancora ai soliti Lennon e Vian ?
Così provava a rispondere Luigi Pestalozza su Avvenimenti: “
Credo che gli organizzatori della guerra, i grandi interessi che da almeno
dieci anni trasformano l’Italia in stato asociale utile al capitale
finanziario alle logiche di rendita, abbiano ottenuto dei risultati anche
sul fronte musicale. Penso all’offensiva di privatizzazione delle
attività di musica, agli effetti di smarrimento, di isolamento,
che questa politica ha avuto sui musicisti finiti dispersi, disgregati,
autosegregati in logiche perfino di egoismo, entrati in una fase di perdita
del senso delle cose. Anche per i musicisti colti, chiamati a comporre
e suonare più volte per la pace, il Cile, contro la guerra, vale
il caso delle feste dell’Unità, l’immensa organizzazione
entrata nelle logiche della privatizzazione. Che non li chiama più.
Non si canta, non si suona più, in esse, in tempo reale, sulle
cronache antagoniste, in maniera comunque antagonista. Perciò cantiamo
Lennon".
Secondo Paolo Pietrangeli, autore di “Contessa”
e di tante altre canzoni politiche, “ nessuno si è più
posto il problema di ricreare delle canzoni per questo movimento. Probabilmente
la straordinaria presa che ha avuto il rock ha sostituito questo tipo
di cose. Però non puoi portare il rock in una manifestazione, ecco
perché restano quelle vecchie canzoni. Ogni cosa deve restare nel
suo contesto. Gli stessi che cantano “Contessa” a una manifestazione,
sbufferebbero se la sentissero suonata ad un concerto rock”.
C’è da ribaltare una situazione o magari da
far emergere aspetti e situazioni che ci sfuggono. Con “Il mio nome
è mai più” di Ligabue-Jovanotti-Pelù, l’attitudine
pacifista diffusa fra la gente ha immediatamente trovato un'occasione
per manifestarsi, esprimendo una chiara opposizione alla guerra, unita
a un'azione concreta di sostegno alle campagne di Emergency. Il tempo
ci dirà se si tratta di un episodio isolato o se esistono prospettive
di impegno musicale per la pace in grado di crescere e raccogliere nuove
energie.
L’augurio è di ritrovarci in una nuova e più
consapevole stagione di musica nuovamente inserita nel movimento... magari
nonviolento!
DUE LODEVOLI INIZIATIVE
Una lapide per l’obiettore ignoto
Lungo la statale marchigiana 77 che va da Macerata a Colfiorito, vicino
Tolentino in un luogo poco visibile e poco accessibile c’è
la “chiesa della cisterna”; è un’ex chiesetta molto
modesta, sempre chiusa e sulla facciata c’è una lapide con
la seguente epigrafe:
“Nel maggio 1815 - quando sembrò cadere
- con la fortuna di Murat - il sogno dell’indipendenza italiana -
fu passato per le armi un italiano - colonnello dell’esercito austriaco
- reo di aver reso inoffensive le munizioni di un reggimento - perché
vite fraterne fossero risparmiate.
Nel primo centenario dell’unità nazionale
- Tolentino - ricorda il luogo dove fu sepolto da mani pietose - l’italiano
ignoto - che sotto divisa austriaca - nascondeva un cuore docile alla
voce della Patria.”
Il tragico episodio a cui fa riferimento la lapide è
la fucilazione di un italiano ignoto che militava nell’esercito austriaco
con il grado di colonnello e fu passato per le armi perché “aveva
reso inoffensive le munizioni con il preciso scopo di risparmiare vite
fraterne” nella battaglia di Tolentino il 2 e 3 maggio 1815 che si
combatté fra Napoletani guidati dal re Gioacchino Murat, maresciallo
barone Federico Bianchi. Sul campo di battaglia, che alcuni considerano
una guerra d’indipendenza dell’Italia, si scontrarono e si uccisero
su fronti avversi, alcuni decenni prima dell’unità d’Italia,
degli Italiani, delle “vite fraterne”, infatti degli Italiani
erano schierati con Napoleone e la Francia altri contro.
Nel libretto “Tolentino 815. Rievocazione storica della battaglia
di Tolentino” è scritto che questo “luogo è importante
per il ricordo di quello che può essere considerato il primo sacrificio
italiano dell’indipendenza”. A noi sembra più giustamente
che questo colonnello sabotatore di munizioni sia il primo obiettore di
coscienza dell’Italia preunitaria. Ignoto forse perché fucilato
alla schiena con ignominia, come un traditore, come un vile, che non solo
non ha diritto alla gloria imperitura degli eroi, ma neppure e giammai
alla memoria dei posteri. Noi invece lo ricordiamo come l’obiettore
ignoto e rendiamo così giustizia, onore e gloria imperitura a quest’uomo
veramente coraggioso e condannato ad essere ignorato.
In un momento in cui gli obiettori di coscienza, i disertori e i renitenti
alla leva della prima e seconda guerra mondiale in Italia, Francia e Germania
sono considerati in maniera meno militarista, meno isterica e nazionalista
e meno disfattista emerge dall’ignoto e dal passato la figura grandiosa
e ammonitrice di questo antieroe che rifiuta la guerra.
A lui vanno il ricordo, il riconoscimento e l’ammirazione dal più
profondo delle nostre coscienze e dei nostri cuori.
Pierfelice Bellabarba
(Macerata)
A Roma, nei giardini del Centro Culturale FIDIA ( Associazione, Scultori,
Ingegneri, Architetti – via del Frantoio, 44/a), è stato inaugurato
un “cippo” all’obiettore, composto da blocchi di tufo che
sorreggono una lastra di marmo con un bassorilievo in bronzo, opera della
scultore Alfiero Nena. Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, l’on.
Fabrizio Panecaldo, obiettore della prima ora, Edy Vaccaro, del MIR, Lidia
Sconciaforni di Pax Christi, il pastore evangelico Alberto Mugnai, i soci
fondatori della Fidia e lo stesso Maestro Nena. La manifestazione, patrocinata
dal Comune di Roma, ha concluso una serie di conferenze e dibattiti, concerti,
improntati al dialogo interreligioso, all’ecumenismo e ai diritti
umani.
All’Obiettore
In
memoria di
Franz
Jagerstatter, Josef Mayr Nusser
e
dei 15.000 obiettori di coscienza
Che
si rifiutarono di entrare nell’esercito di Hitler,
e
morirono nei campi di sterminio.
Questa
targa, insieme con il bassorilievo in bronzo dello scultore Nena,
con
a fianco un ulivo, fu posta qui in segno di pace.
Roma,
27 marzo 1999
Associazione
Fidia
LA NONVIOLENZA NELLA LETTERATURA / 8
Le mie prigioni di Silvio Pellico
Di Claudio Cardelli
Dopo il congresso di Vienna (1815), che assegnò
all’Austria il Lombardo-Veneto, nel giugno 1818 alcuni intellettuali
diedero vita a Milano a un periodico liberale, “Il Conciliatore”,
che dopo aver subìto vari interventi dalla censura austriaca dovette
cessare le pubblicazioni nel dicembre del 1819 .
A questo periodico collaborò intensamente il saluzzese
Silvio Pellico (1789-1854), già famoso come autore della tragedia
in endecasillabi Francesca da Rimini (1815) . Diventato amico del musicista
e cospiratore Piero Maroncelli, Pellico aderì alla Carboneria e
ne divenne propagandista; compromesso da una lettera scritta al fratello
dal Maroncelli, fu arrestato il 13 ottobre 1820 e condotto al carcere
di S.Margherita in Milano .
Fu poi trasferito ai Piombi di Venezia, dove subì
un pesante processo, che si concluse con la condanna a morte, commutata
in 15 anni di carcere duro .
Il dì seguente 21 febbraio 1822, il custode viene
a prendermi: erano le dieci antimeridiane . Mi conduce nella sala della
Commissione, e si ritira . Stavano seduti, e si alzarono, il presidente,
l’inquisitore e i due giudici assistenti .
Il presidente, con atto di nobile commiserazione, mi
disse che la loro sentenza era venuta, e che il giudizio era stato terribile,
ma già l’Imperatore l’aveva mitigato .
L’inquisitore mi lesse la sentenza:
- Condannato a morte . – Poi lesse il rescritto
imperiale: - La pena è commutata in 15 anni di carcere duro, da
scontarsi nella fortezza di Spielberg .
Giunto alla fortezza di Spielberg (Moravia, vicino a Brno)
il 10 aprile 1822, scontò la pena fino all’agosto del 1830,
quando venne graziato e potè rientrare a Torino, dove si era stabilita
la sua famiglia.
La riscoperta della fede
Dopo l’uscita dal carcere, il Pellico compose il libro
di memorie, Le mie prigioni (1832), nel quale rievocò minutamente
la detenzione e diede testimonianza della riscoperta, attraverso il dolore,
dei valori autentici del cristianesimo: la mitezza, lo spirito di sopportazione,
l’amore fraterno per le persone . E’ giustamente celebre il
rapporto umano che si stabilì tra il prigioniero e il burbero carceriere
Schiller .
Entratomi alquanto in grazia il vecchio Schiller, lo guardai
più attentamente di prima, e non mi dispiacque più . A dir
il vero, nel suo favellare, in mezzo a certa rozzezza, eranvi anche tratti
d’anima gentile.
- Caporale qual sono, - diceva egli – m’è
toccato per luogo di riposo il tristo ufficio di carceriere: e Dio sa
se non mi costa assai più rincrescimento che il rischiare la vita
in battaglia .
Mi pentii d’avergli testé domandato con
alterigia da bere .
Mio caro Schiller, - gli dissi, stringendogli la mano
– voi lo negate invano, io conosco che siete buono, e poiché
sono caduto in questa avversità, ringrazio il Cielo di avermi
dato voi per guardiano . (cap.59).
La non-collaborazione
Nel 1837 Pellico scrisse i dodici Capitoli aggiunti (pubblicati
in francese nel 1843), nei quali volle difendersi dall’accusa di
aver abbandonato gli ideali rivoluzionari . E’ interessante notare
come egli, affidandosi ai princìpi del Vangelo, fosse giunto alla
scoperta della non-collaborazione coi Governi iniqui .
Fra i motivi che mi facevano condannare le ultime rivoluzioni
compiute o tentate, certamente è necessario annoverare la mia piena
adesione ai principi dell’Evangelo, il quale non permette siffatte
imprese della violenza . Non già che fossi divenuto fautore della
servitù, e nemico dei lumi; ma io ero convinto che i lumi non debbano
diffondersi se non con mezzi legittimi e giusti, mai coll’abbattere
un potere costituito, e coll’innalzare la bandiera della guerra civile
.
Dal punto in cui cessarono i miei dubbi intorno alla
religione, credetti fermamente alla verità della fede cattolica,
non potei più ammettere che l’amor della patria possa derivare
altronde le sue ispirazioni che dal Cristianesimo, che vuol dire odio
profondo contro l’ingiustizia congiunto all’amore del bene pubblico,
ma colla ferma risoluzione di non commettere il male per la speranza di
un bene . Un governo è cattivo? Non v’è altro compenso
che l’andarsene, o restare soggetto alle sue leggi senza aver parte
nei suoi errori, e perseverare nella pratica d’ogni virtù,
non escluso il sacrificio della vita se occorra, anziché rendersi
complice di qualsiasi iniquità .
Del resto, se nella mia gioventù i miei principi
politici erano più esaltati, io non li avevo mai spinti fino alla
demagogia e al disprezzo di tutte le antiche leggi . Gli adepti del giacobinismo
mi erano odiosi .
L’ardente amore della mia patria non eccedeva in
me il desiderio di un governo nazionale e della cacciata dello straniero
che vi fa da padrone . (cap.IV)