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A piccoli passi verso l’orizzonte disarmo
Di Massimiliano Pilati *
Il Movimento Nonviolento per anni si è fatto promotore, assieme ad altri
movimenti per la pace, di campagne che richiedevano alla nostra nazione di
disarmarsi: il disarmo unilaterale, le grandi azioni contro le basi
missilistiche, le campagne per l’obiezione fiscale alle spese militari, le marce
antimilitariste… Oggi, pur continuando idealmente a lavorare per il
superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di
violenza per poterci, un giorno, ritrovare in un mondo senza armi ed eserciti,
il nostro Movimento comincia a guardare e a partecipare con interesse ad alcune
iniziative che stanno sorgendo in Italia, volte a rimettere al centro
dell’attenzione il tema del disarmo. Da quest’anno è attiva la Rete Italiana
per il Disarmo, formatasi dopo l’esperienza comune della Campagna in difesa
della legge 185/90 sul commercio delle armi. Numerosi organismi, tra cui il
nostro, provenienti da questa esperienza hanno deciso di lavorare per costituire
un soggetto attivo in maniera stabile sui temi del disarmo e del controllo degli
armamenti. La Rete sta lentamente diventando un luogo di elaborazione e
mobilitazione su uno dei temi centrali per la costruzione della Pace e non per
il tempo di una campagna, ma per un’azione duratura di lavoro su due binari
principali: la ricerca e la mobilitazione.
A fronte di una drammatica situazione di guerra in tutto il mondo, fomentata
e favorita da un’assoluta mancanza di controllo sul commercio delle armi, la
Rete Italiana per il Disarmo ha deciso di lanciare (nell’ambito della Campagna
Internazionale Control Arms) una campagna a vari livelli (nazionale, europeo e
internazionale) sul tema degli armamenti, in particolare quelli cosiddetti
“leggeri”. Scopo della campagna è migliorare gli strumenti legislativi e di
trasparenza esistenti in Italia e nel Mondo. Ai militanti si chiede di metterci
la faccia, infatti nel Luglio 2006 si terrà a New York la seconda Conferenza
dell'ONU sui traffici illeciti di armi leggere. Controlarms ci sarà e presenterà
la galleria di “1 milione di volti” ai governi di tutto il mondo, per richiedere
un impegno ufficiale che porti all'adozione di un Trattato Internazionale sul
Commercio delle Armi.
Inizialmente, quando venne proposta questa campagna, pensai che fosse troppo
semplicistica, troppo poco chiedere di controllare il commercio delle armi,
pensavo si dovesse continuare a chiedere l’intera partita, chiedere subito lo
stop alle armi. Poi, riflettendoci, credo che questa campagna sia da
considerarsi uno degli scalini nella nostra progressione gandhiana verso
l’orizzonte disarmo. Non significa ammorbidire il nostro pensiero,
l’orizzonte disarmo è sempre presente nei nostri cuori e nel nostro modo di
agire. Significa però rendersi conto che ci sono richieste alle quali possiamo
arrivare, ci sono obiettivi ai quali possiamo ambire, passo dopo passo e nel
contempo contribuire col nostro pensiero a “disarmare la ragione
armata". Anche noi del Movimento Nonviolento siamo chiamati quindi a fare la
nostra parte lavorando in rete con gli altri soggetti che formano la coalizione
per il disarmo, apportando le nostre specificità a livello nazionale. Possiamo
contribuire a lanciare una sensibilizzazione diffusa sul tema delle armi,
insistendo soprattutto sulla necessità di creare una cultura nonviolenta dei
conflitti. Il nostro contributo (per citare un recente intervento di Enrico
Peyretti interamente trascritto sui Numeri 951, 952 e 953 della newsletter “la
nonviolenza è in cammino”) sarà quello di far capire che “un disarmo
costruttivo, nelle sue varie forme, non è la resa alla violenza armata, nonè'
elusione del conflitto, ma processo che trasforma il conflitto, togliendone la
gestione e la decisione alla forza non-umana delle armi che uccidono, minacciano
e dividono, per affidarla a parole e gesti umani: alla parola che mette in
comunicazione e cerca le soluzioni più razionali, condivisibili e costruttive; a
gesti che depongono la minaccia e creano possibilità di fiducia”. Questo
numero di Azione nonviolenta, ideato con amici attivi in varie forme nella Rete
Italiana per il Disarmo, è il nostro fattivo contributo alla nuova causa del
disarmo.
* Comitato di Coordinamento del Movimento Nonviolento
Più forte che la bomba è il titolo di uno straordinario articolo di Aldo
Capitini, pubblicato su Epoca il 17 agosto 1945, all'indomani dunque
dell'atomica su Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto). Inizia con una precisa
descrizione del mondo globalizzato, come già lo vedeva sessanta anni fa, e
dell'impatto che su questo avrebbe avuto il monopolio della forza nucleare.
Questo tempo è tale che tutto in esso si riassume e culmina. Questo mondo
distinto in continenti e in tante genti, ecco che si va unificando, e la resa
del Giappone (una specie di Cartagine) è un altro passo. Ecco un cosmopolitismo
crescente, macchine, film, edifici, che possono collocarsi indifferentemente in
qualsiasi parte della terra; ed ecco infine che la forza, invece di stare
decentrata in migliaia e migliaia di industrie di guerra si raccoglie in una
bomba di sovraterrena potenza, che mette al bivio: o essere terribilmente
violenti o essere inferiori sul piano della forza. La vittoria ha piegato le ali
e ha scelto la sua dimora? l'imperium non gira più da popolo a popolo? Si torna
a riconoscere ad uno solo il diritto di far guerra, quell'uno che potenzialmente
è il tutto, e non più ai singoli popoli, diritto riaffermato nel Rinascimento?
Certamente, sorge il problema della forza e della scelta del mezzo per lottare,
per affermare. La distruzione di Hiroshima e Nagasaki ha, come i maggiori
storici ammettono, solo avvicinato una resa sicura, ma è stata soprattutto un
segnale potente nei confronti dell'Unione Sovietica, "un martello", nelle parole
di Truman, da far volteggiare sulle teste di "quei ragazzi del Cremlino". Il
monopolio nucleare non è stato mantenuto: l'equilibrio del terrore che ne è
conseguito, la divisione del mondo in blocchi, la politica del rischio
calcolato, le guerre che si sono susseguite, fino al crollo dell'Urss, hanno
solo differito la situazione intravista da Capitini e sperata da Truman. Ora il
"martello" della supremazia militare ruota sopra le teste di tutti. Gli Usa
possiedono infatti un armamento, quantitativamente e qualitativamente,
imparagonabile con quello degli altri Paesi e continuano a investire con una
spesa annua che è il triplo di quella dei Paesi d'Europa messi assieme. E' un
buon affare: non solo le armi dismesse trovano comunque compratori, ma i settori
propulsori dell'economia ( di questa economia della quale viviamo e moriamo )
sono alle armi strettamente connessi. Microelettronica, spazio, difesa e
sicurezza rappresentano 1,7% del Pil mondiale, ma l'innovazione tecnologica
generata influenza positivamente il 50% del Pil. Si calcolano, come conseguenti
della conquista della Luna da parte degli Usa e del progetto "guerre stellari",
ricadute di 160 mila prodotti e tecnologie di vasto uso. Per indagare le origini
dell'universo non si è trovato di meglio che sparare a una lontanissima e
tranquilla cometa. C'era un solo colpo in canna, sia pure da 300 milioni di
dollari, ma il bersaglio è stato centrato. E' una modalità di "conoscenza" molto
diversa da quella indicata dalla Bibbia, che pure i governanti nord americani
citano continuamente. Con la scusa delle armi di distruzione di massa, che
non c'erano e lo si sapeva, si è fatta la guerra in Iraq. Ora c'è una proposta,
dei sindaci di Hiroshima e Nagasaki, con colleghi di 110 nazioni, avanzata nel
maggio scorso all'Onu per far approvare, entro il 2010, un trattato per
l'abolizione di tutte queste armi, a partire da quelle nucleari, da rendere
esecutivo entro il 2020. Vedremo quali Paesi, a cominciare dal nostro, si
impegneranno veramente. La ricerca e la sperimentazione in questo campo non si
sono comunque mai arrestate. Sistemi d'arma sempre più raffinati e complessi
vengono messi a punto. Decisive sono le connessioni, la raccolta, il
trattamento, la compattazione, la precisione delle informazioni che i mezzi
operativi trasmettono e ricevono, letali sensori in terra, in acqua, in aria,
nello spazio. Abbiamo visto all'opera in "guerre facili" aerei, veicoli, navi
stealth (se non proprio invisibili, furtivi) e robotici. Novità si annunciano
nell'aviazione, nella marina, ma anche nelle forze di terra, dove la vittoria è
facile per l'esercito più armato e addestrato, ma l'occupazione è comunque
difficile. Si sperimentano blindati sempre più letali, leggeri, ecologici
perfino, e intelligenti. Ma tutte le armi sono una più intelligente dell'altra.
Anche le mine sono capaci di raccogliere informazioni, oltre ad uccidere. Entro
il 2014, leggo su il Sole 24 Ore, gli Usa avranno pronta una tecno-brigata,
prevista nel programma Futur Combat System, insieme integrato di una ventina di
componenti, contando oltre al sistema computerizzato anche l'uomo. E' questo un
componente critico che va opportunamente preparato. "Il processo ha inizio nel
campo reclute. L'addestramento iniziale nelle forze armate è sempre
un'esperienza traumatica. La nuova recluta viene maltrattata, umiliata e
sottoposta ad uno stress fisico e psicologico tale che quelle poche settimane
modificano notevolmente la sua personalità. Un'importante abitudine acquisita
durante questo processo è l'obbedienza immediata e assoluta. Non c'è in motivo
particolare per cui si debbano piegare i calzini o fare i letti in un certo
modo, se non perchè l'ha detto l'ufficiale. L'intento è che si manifesti la
stessa obbedienza quando l'ordine è molto più importante. Addestrato a non
mettere in dubbio gli ordini l'esercito diventa una macchina da guerra:
l'impegno è automatico". La citazione, e si potrebbe continuare a lungo, non è
tratta da una pubblicazione antimilitarista, ma dal libro di testo delle
migliori business school americane Thinking Strategically, edito in Italia da il
Sole 24 Ore col titolo IO vinco TU perdi. Ma l'uomo continua ad avere un
difetto, individuato già da Brecht. Può pensare. Può ritenere che l'intelligenza
non consista unicamente nell'essere connesso a un sistema e rispondere in forma
prevista agli input. A questo difetto sono affidate le nostre speranze. Già
soldati americani, sempre più numerosi, varcano, come ai tempi del Vietnam, la
frontiera del Canada per sottrarsi alla guerra. E l'Esercito americano ha
affidato ad una società specializzata il compito di individuare il target più
opportuno di giovani cui inviare proposta di arruolamento. Il problema non si
presenta ancora nel nostro Paese. Sospeso l'obbligo militare, il primo bando di
concorso per soldati di professione ha visto 18 mila domande per 5 mila posti
messi a disposizione. Neanche tanti a ben vedere considerato che al termine
della ferma c'è un posto in polizia, nei vigili del fuoco, nella Croce Rossa.
Gli impegni, già al loro massimo storico, in "missioni di pace" delle nostre
forze armate, sono destinati a crescere. Sarà infatti un generale italiano ad
assumere in agosto la direzione delle forze NATO in Afghanistan, un altro farà
lo stesso a settembre in Kossovo, a dicembre l'Eufor, che ha rimpiazzato la Nato
in Bosnia sarà diretta da un italiano. Già da un anno e mezzo la Multinational
Force and Observer in Sinai è comandata da un italiano e si prospetta un
ampliamento dei suoi compiti nei confronti della delicatissima striscia di Gaza.
E' facile prevedere una forte pressione per l'aumento delle spese per "la
difesa" e sistemi d'arma in particolare. Luttuosi, recenti avvenimenti hanno
confermato, non ce n'era veramente bisogno, non solo la vulnerabilità delle
nostre società nei confronti del terrorismo internazionale, ma l'alimento che lo
stesso piuttosto riceve da guerre condotte nei confronti di "stati canaglia",
nella speranza di distruggerne le basi. E questo avviene in un quadro politico
che, nella breve autobiografia, scritta nel '68 poco prima di morire, Aldo
Capitini aveva previsto: Si vedrà molto del laicismo anche notevolmente critico
accettare prima o poi l'influenza americana, anche se essa si farà meno
democratica, ma giudicata da quei laici pur sempre il male minore, in una certa
circolazione di culture e di beni. E quest'accettazione è un fatto compiuto, non
solo per i laici, che sembrano almeno in Italia in via di estinzione, ma per
forze che in passato si dicevano comuniste. Si vedrà la spinta rivoluzionaria
farsi sempre più estremista, attuando anche colpi violenti se non di guerra, di
guerriglia, fino alla speranza di un contro impero che spazzi tutto il vecchio.
E anche questo l'abbiamo visto, nel mondo e nel nostro paese pure. Negli "anni
di piombo" l'estremismo, che si voleva a favore degli oppressi, credette nella
lotta armata, sempre complice dell'oppressione. E la violenza terrorista,
accompagnata dall'oscurantismo religioso, è un nemico ben attuale. Per chi non
accetta il prepotere capitalistico, né la barbarie, che pretenderebbe di
opporglisi, si ripropone il problema che nello scritto del '45 Capitini aveva
sintetizzato: Certamente, sorge il problema della forza e della scelta del mezzo
per lottare, per affermare. E la risposta è ancora quella della nonviolenza,
individuale e collettiva, del suo approfondimento, teorico e pratico. Solo
attraverso il varco della nonviolenza è possibile approdare a quell'esito che
Capitini indicava, concludendo la sua ricordata autobiografia: L'Europa unita
al Terzo mondo e al meglio dell'America, elaboreranno la più grande riforma che
mai sia stata comune all'umanità, quella riforma che renderà possibile abolire
interamente le diseguaglianze attuali di classi e di popoli e abolire le
differenze tra i "fortunarti" e gli "sfortunati". Un passo importante, decisivo,
necessario, perchè il varco si compia, è costituito dal disarmo.
Vendere armi e bloccare lo sviluppo: è stata questa la strategia
globale?
Di Alberto Castagnola e Riccardo Troisi *
Quali rapporti tra armi e sviluppo
Sono molte le aree di attività economica di un paese acquirente di armamenti
nelle quali questi trasferimenti possono avere un impatto negativo sulle
potenzialità di sviluppo economico e più in generale sulle possibilità di
autonoma evoluzione sociale di tutta la popolazione. Il primo, il più ovvio e
immediato, di questi aspetti è costituito dal costo monetario dello stesso
trasferimento. In genere tutti i costi legati alle importazioni di armi devono
essere sostenuti dal bilancio dello Stato acquirente. In genere i paesi poveri
spendono per le armi una quota dei loro redditi nazionali maggiore di quella
spesa dai paesi ricchi. Inoltre quasi la metà dei paesi che sostengono i
maggiori oneri per la difesa hanno bassi indicatori di sviluppo umano. Altri
paesi, ad esempio l’Indonesia, spendono per le loro forze armate quasi la stessa
cifra che ha ricevuto come aiuti. Nel caso del Pakistan la spesa
complessivamente destinata alla difesa rappresenta quasi un terzo del suo
reddito nazionale lordo. Se a questa si aggiungono le spese per il servizio del
debito (interessi e spese amministrative) sui prestiti ottenuti per acquistare
armi dall’estero, si arriva quasi al 50% del reddito. In molti casi, infine, gli
acquisti di armi danno luogo a dei tagli nella spesa pubblica per la sanità,
l’istruzione e per altri servizi essenziali. E’ piuttosto facile reperire
situazioni in cui un governo, pur dovendo affrontare una grave situazione
sanitaria, ha in realtà attribuito la massima priorità all’acquisto di armamenti
e i motivi che possono aver influito su una decisione così sfavorevole per la
rispettiva popolazione sono intuibili, specie quando un paese è in situazione di
conflitto con il paese vicino o quando al suo interno si moltiplicano gli
scontri tra gruppi etnici o politici diversi. Esistono poi dei costi
finanziari “nascosti”, ad esempio quando un governo acquista delle navi da
guerra con la scusa di voler proteggere i suoi pescatori, mentre poi i costi per
il mantenimento e la operatività dei sistemi d’arma sono molto più elevati dei
vantaggi derivati alle popolazioni costiere. Un’altra serie di costi di più
difficile valutazione è rappresentata dalla utilizzazione nel settore militare
di risorse e personale qualificato che avrebbero potuto essere impiegati in
progetti volti ad aumentare i servizi, specie sanitari, destinati alle fasce più
povere della popolazione. Altri effetti negativi di più lungo periodo
causati da acquisti di armi all’estero sono invece collegabili agli usi impropri
delle armi, sia da parte di forze militari e paramilitari governative, sia da
parte di gruppi ribelli che riescono ad impossessarsene. Trasferimenti
irresponsabili di armi possono infatti incoraggiare forze militari inaffidabili
e poco addestrate a non rispettare i diritti umani e a sopprimere i tentativi di
sviluppo democratico (ad esempio opponendosi alla realizzazione di libere
elezioni). Sono ampiamente documentate in molti paesi l’uso illegittimo delle
armi, specie di quelle leggere, contro attivisti politici, giornalisti,
sindacalisti e persone che dimostrano in favore della pace o di uno stato più
democratico. In termini economici, sono rilevanti i danni arrecati agli
essere umani, alle infrastrutture e alle opportunità economiche, in quanto hanno
un impatto sullo sviluppo sostenibile. Ciò è vero in particolare se si tengono
presenti i rapporti esistenti tra sicurezza e tranquillità di un paese e
l’attrattiva esercitata sui potenziali investitori. Infine, più noti ed
evidenti sono gli effetti esercitati dalle armi sulla utilizzazione delle
risorse naturali, dal petrolio ai minerali. Le armi permettono di usare le
ricchezze di un paese per il beneficio di pochi invece che nell’interesse di
tutta la popolazione, mentre la sicurezza degli esseri umani e il benessere di
chi vive in aree ricche di risorse sono gravemente limitati. Gli esempi
dell’estrazione di diamanti in Angola e in Sierra Leone, dell’oro e del coltan
in Congo, del petrolio in Sudan e in Nigeria sono ben noti, anche se molto poco
è stato fatto a livello internazionale per evitare milioni di vittime e
drammatici disastri ambientali.
Istruzione e sanità, indicatori sufficienti?
Di fronte a effetti così complessi e a conseguenze anche di lungo periodo,
gli indicatori e le analisi che evidenziano i rapporti esistenti tra spese
militari e spese sociali in termini puramente quantitativi hanno un valore
abbastanza limitato, anche se possono evidenziare con poche cifre dei fenomeni
in genere molto dannosi per le popolazioni e le loro fasce più deboli, come i
bambini e le donne. E’ anche evidente che nella maggior parte dei paesi
sottosviluppati molti dei bisogni primari sono ampiamente scoperti e quindi
tutte le risorse disponibili dovrebbero essere destinate alle spese sanitarie,
all’istruzione, ad infrastrutture come le fogne e ai servizi essenziali come
l’accesso all’acqua potabile. Pertanto, qualunque spesa di rilevanza militare e
in particolare l’acquisto di armi sofisticate all’estero si presenta come
fortemente inumana se confrontata con i bisogni minimi non garantiti a causa
della scarsità di risorse. Non si può però dimenticare che molte delle spese
militari sono il risultato di guerre e conflitti interni fomentati da altri
paesi (e spesso sostenute o tollerate da paesi di ben altro livello di reddito)
e comunque sono spesso indotte o spinte dall’interesse economico delle industrie
belliche dei paesi più ricchi. Non casualmente, intorno ai contratti per la
esportazione di armi e alle operazioni finanziarie e creditizie che ne
permettono l’attuazione sono fiorite negli ultimi decenni le maggiori operazioni
di corruzione, che trovano facile alimento nelle condizioni di sottomissione e
bisogno dei paesi del sud del mondo e nella avidità e nel disprezzo dei limiti
delle grandi multinazionali. Deve anche essere ricordato che circa un terzo
dei debiti esteri che oggi appesantiscono e bloccano i tentativi di sviluppo di
più della metà della popolazione mondiale sono derivati da prestiti concessi ai
paesi del cosiddetto Terzo Mondo affinché acquistassero armi dai paesi donatori.
Questi prestiti,quindi, non sarebbero stati concessi se non fossero stati
“legati”, cioè vincolati ad acquisti ben determinati nei paesi oggi creditori e
nel tempo hanno fornito loro interessi cospicui. Gli oltre 2500 miliardi di
debiti accumulati non sono certo stati intaccati dalle ridottissime
cancellazioni concesse nel luglio di questo anno ad un ristretto gruppo di paesi
poverissimi, mentre in pratica molte delle politiche economiche dei paesi del
Sud sono tramite questo meccanismo finanziario sottoposti alle misure liberiste
del Fondo Monetario Internazionale. Le armi quindi esercitano anche effetti di
lunghissimo periodo non facilmente percepibili ad occhi non esercitati o poco
interessati a cogliere realtà spiacevoli.
Dati recenti sulla spesa militare e le esportazioni di armi
Le correlazioni esistenti tra esportazioni di armi ed alcuni meccanismi che
favoriscono l’aggravarsi delle condizioni di sottosviluppo avrebbero dovuto,
ormai da molti anni, costringere i governi dei paesi industrializzati a ridurre
la spinta da loro esercitata alla esportazione di armamenti verso i paesi del
sottosviluppo, in particolare verso quelli in via di rapido, ulteriore
impoverimento. La realtà purtroppo è molto diversa, poiché gli interessi
economici dei settori industriali di rilievo militare sono aumentati a seguito
dei recenti conflitti nell’area mediorientale e la loro capacità di pressione
sugli ambienti politici è diventata ben maggiore negli ultimi anni,
caratterizzati da una fase di crisi economica generale e di stasi
produttiva. In chiave più politica, la strategia della guerra preventiva e le
minacce di intervento rivolte ad almeno 60 paesi considerati pericolosi, da un
lato, e il moltiplicarsi delle azioni terroristiche hanno creato delle
condizioni molto favorevoli ad una ripresa delle produzioni di armamenti e ad
rapido aumento delle esportazioni anche verso aree a rischio. I dati più
recenti sulle produzioni belliche, diffusi nel luglio 2005 dal SIPRI, l’istituto
per la pace di Stoccolma, delineano un quadro molto negativo per i paesi più
poveri. La cifra di spesa militare raggiunta nel 2004 supera largamente i mille
miliardi di dollari (pari 840 miliardi di euro), rappresenta il 2,6% del
prodotto interno lordo mondiale e comporta una spesa pari a 162 dollari per ogni
abitante del pianeta. Di questa cifra il 47% è speso dagli Stati Uniti, pari
a 455 miliardi dollari; segue l’Inghilterra con 47,4 miliardi di dollari, poi la
Francia, il Giappone, la Cina, la Germania e l’Italia, settima in questa
classifica con quasi 28 miliardi di dollari. Ma un’altra cifra deve essere
ricordata, l’incremento degli utili fatti registrare nel 2003 dalle 100 maggiori
imprese del settore e quella del loro fatturato, superiore al prodotto interno
lordo dei 61 paesi più poveri del mondo. Nelle esportazioni è invece la
Russia al primo posto, con 27 miliardi di dollari di armi vendute nel periodo
2000-2004, mentre gli Stati Uniti hanno raggiunto la cifra di 26 miliardi.
L’Italia è ormai il nono esportatore, con 1,5 miliardi di dollari di
esportazioni autorizzate nel 2004 e destinate sia a paesi sotto embargo come la
Cina, in zone di tensione come l’India, il Pakistan, e il Medio Oriente, sia a
paesi fortemente indebitati come il Cile, il Perù e il Brasile o dove si
verificano continuamente violazioni dei diritti umani come l’Arabia Saudita e la
Siria. Quindi, pur in presenza di una povertà crescente, produzione e vendite
di armi senza alcuna precauzione o limitazione continuano a diffondersi in un
gran numero di paesi, in forte contraddizione con gli obiettivi di sviluppo e di
lotta alla povertà tanto propagandati. Purtroppo, le voci che si levano per
denunciare le menzogne delle politiche non riescono a superare la barriera degli
interessi economici e soprattutto non riescono nemmeno a far emergere gli
stretti collegamenti esistenti tra disponibilità di armi e munizioni e
diffondersi del terrorismo.
Qualche conclusione per costruire un’azione comune
Tutte le considerazioni fin qui svolte spiegano le ragioni che spingono la
richiesta internazionale di un Trattato sul disarmo e di una regolamentazione
delle esportazioni di armi, quasi una premessa essenziale ad una effettiva lotta
alla povertà mondiale. Priorità assoluta dovrebbe inoltre essere attribuita alla
drastica riduzione dei 600 milioni di armi leggere che tante vittime continuano
a distruggere nei conflitti interni e nelle guerre più o meno
conosciute. Sono poi da proporre numerose altre misure, forse di minore
portata ma altrettanto essenziali se realmente si intende pervenire ad un
drastico ridimensionamento del numero di persone costrette a sopravvivere al di
sotto delle soglie di povertà. In primo luogo deve aumentare la pressione per la
riduzione della produzione di armamenti e delle armi, in particolare le mine e
gli strumenti di guerra nucleare, batteriologica e chimica, ancora diffusi in
maniera preoccupante in un gran numero di paesi. Devono poi essere interrotti i
meccanismi di acquisto delle armi che incidono sulla spesa sociale realizzabile
e ciò in misura molto consistente nei paesi che meno sono in grado di sopperire
ai bisogni fondamentali delle rispettive popolazioni. Le spese sociali devono
essere libere da interferenze estere, cioè non devono essere effettuate
perseguendo standards analoghi a quelli dei paesi industrializzati, devono poter
comprendere la produzione di farmaci senza affrontare oneri eccessivi dovuti
alla detenzione dei prevetti da parte delle multinazionali farmaceutiche, non
devono affidare servizi essenziali a imprese straniere. Le spese per
istruzione e sanità, ma anche per acqua e alimentazione devono diventare
prioritarie e raggiungere le fasce più povere della popolazione, in base a
sostegni consistenti da parte delle organizzazioni internazionali. Ancora, gli
interventi esteri, per aiuti e investimenti pubblici e privati, devono essere
concessi purché aumentino effettivamente le spese sociali più
urgenti. Infine, il credito, pubblico e privato, deve essere concesso
indipendentemente dagli acquisti di armi e tenendo conto delle corrette modalità
di sviluppo sostenibile adottate dai paesi riceventi, mentre soprattutto le
strategie di lotta alla povertà devono assolutamente tenere conto delle
esportazioni di armi dei paesi donatori, evitando cioè quelle importazioni che
possono incidere sulle potenzialità di sviluppo sostenibile espresse da ogni
paese ricevente. Si tratta evidentemente di perseguire un cambiamento
piuttosto radicale delle logiche attuali e quindi le proposte, anche prese
isolatamente, sembrano appartenere ad una utopia molto lontana dalla realtà
attuale. Non possiamo però ignorare il fatto che le guerre si svolgono sempre
più vicine ai paesi industrializzati e che il terrorismo internazionale ha ormai
assunto caratteristiche insostenibili. Solo un deciso avvio di una strategia
alternativa a quelle oggi dominanti può modificare i rapporti con le popolazioni
immerse nella povertà estrema, sarebbe urgente iniziare subito, se veramente si
vogliono evitare ulteriori massacri e distruzioni.
* Castagnola, Tavolo Intercampagne – Rete di Liliput Troisi, Membro del
Board Campagna Control Arms
Per saperne di più
Le armi del Bel Paese - di Elisa Lagrasta, ed. Ediesse (2005) Mercenari
Spa - di Francesco Vignarca, ed. Rizzoli (2004) Armi leggere guerre pesanti -
a cura di Maurizio Simoncelli, ed. Rubbettino (2002) Il commercio delle armi
– l’Italia nel contesto internazionale. A cura di Chiara Bonaiuti e Achille
Lodovisi Book (2004). Armi d’Italia – protagonisti e ombre di un made in
Italy di successo – Riccardo Bagnato e Benedetta Verrini. Fazi Editore (2005).
Guerre senza confini. Geopolitica dei conflitti nell’epoca contemporanea -
M. Simoncelli: Roma, Ediesse, 2003, p. 155. Geopolitica dell'acqua tra guerra
e cooperazione - Hydrowar - M. Rusca - M. Simoncelli:., Roma, Ediesse, 2004, p.
229. Le guerre del silenzio. Alla scoperta dei conflitti e delle crisi del
XXI - M. Simoncelli (a/c): secolo, Roma, Ediesse, 2005, p. 424. Dossier:
L’eredità della guerra - Dopo le mine, le munizioni cluster: un’altra emergenza
umanitaria annunciata http://www.campagnamine.org/varie/dossier.pdf - A cura di
CAMPAGNA ITALIANA CONTRO LE MINE www.campagnamine.org ENRICO PEYRETTI:
STORIA DEL CONCETTO DI DISARMO inserito nei numeri 951, 952, 953 del 5, 6 e 8
giugno 2005 di “LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO” - Foglio quotidiano di
approfondimento a cura del Centro di ricerca per la pace di Viterbo. Direttore
responsabile: Peppe Sini. e-mail:
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/maillist.html www.nonviolenti.org
www.disarmo.org www.controlarms.org www.archiviodisarmo.it www.amnesty.it www.disarmonline.org
www.retelilliput.net www.armstradetreaty.com www.exa.it
Secondo una stima delle Nazioni Unite sono oggi in
circolazione nel mondo oltre 650 milioni di armi leggere e di piccolo calibro.
Gli Stati Uniti ne sono il principale esportatore (oltre 700 milioni di dollari
nel 2001, in base ai dati del Comtrade dell’ONU), l’Italia il secondo (circa 300
milioni di dollari)1. Il commercio mondiale di queste armi non è sottoposto a
controllo e ogni anno muoiono 200 mila persone tra omicidi e suicidi; altre
subiscono le conseguenze della povertà diffusa2, dell’abuso dei diritti umani,
della violenza nei conflitti armati che provoca annualmente 300 mila vittime, il
90% delle quali civili. Dal 1990 in Italia è in vigore la legge 185 che
regola i trasferimenti di armi militari e, nonostante successive modifiche che
ne hanno in parte limitato l’iniziale rigidità, inserisce criteri precisi in
base ai quali effettuare le esportazioni. Viene infatti vietata la vendita di
armi militari a paesi in stato di conflitto armato, a paesi sottoposti a embargo
dell’ONU, dell’Unione Europea o dell’OSCE3, a paesi i cui governi sono colpevoli
di accertate gravi violazioni dei diritti umani o paesi che, ricevendo aiuti
economici dall’Italia – in base alla legge 49 del 1987 – destinano al bilancio
militare risorse eccedenti le proprie esigenze di difesa. Questi limiti imposti
dalla normativa e la prevista relazione annuale tenuta dal Presidente del
Consiglio in Parlamento sottopongono le armi leggere ad uso militare (pistole
mitragliatrici, mitragliatori, fucili d’assalto, mortai, lanciarazzi,
lanciamissili,...) ad un buon regime di controllo, sia pur compromesso dalla
costante pressione dei produttori di armi. Le piccole armi ad uso civile invece
(pistole, revolver, fucili, carabine e materiale esplosivo) non sono sottoposte
ad una normativa altrettanto rigorosa. Concepite per la caccia, lo sport e la
difesa personale godono di una ben maggiore libertà di movimento: se infatti
all’interno del territorio italiano la loro vendita, detenzione ed uso sono
severamente regolamentati dalla legge 110 del 1975, la stessa normativa si
rivela drammaticamente inefficiente per quanto riguarda le esportazioni. Le armi
civili possono circolare liberamente e raggiungere senza troppe difficoltà anche
teatri di guerra e di violenza diffusa. Le armi leggere e di piccolo calibro
sono le armi più utilizzate negli odierni conflitti intra-statali, dove in
genere non si scontrano eserciti nazionali ma gruppi armati, truppe ribelli,
paramilitari. Nell’impossibilità economica di accedere ai grandi sistemi d’arma,
questi militanti – spesso attraverso la vendita sul mercato nero delle ricchezze
naturali del territorio da essi controllato (legname, diamanti, metalli
preziosi) – ripiegano sulle armi piccole e leggere: economiche, durature, di
facile utilizzo e manutenzione anche da parte dei bambini soldato diventano così
le macchine di morte ideali nella guerriglia tra fazioni. Inoltre note pistole
di produzione italiana vengono date in dotazione a diverse forze di polizia nel
mondo, le quali spesso non eccellono per conformità ai principi in materia di
diritti umani e abusano del potere loro concesso. In base ai dati
dell’ISTAT4, dal 1999 al 2003 l’Italia ha esportato 1 miliardo e 568 milioni di
euro di armi ad uso civile (armi comuni da sparo, relative parti e munizioni,
esplosivi) con una vendita annua che oscilla tra i 280 milioni di euro del 1999
e i 355 milioni del 2001. Se si esaminano anche tutte le esportazioni di armi ad
uso militare sottoposte alla legge 185/90 (il cui ammontare nei cinque anni di
riferimento è di 3,1 miliardi di euro5) risulta che i trasferimenti di armi
civili rappresentano il 33% del valore di tutte le esportazioni di armi
effettuate dall’Italia nel quinquennio. Le esportazioni di armi civili di
produzione italiana effettuate dal 1999 al 2003 sono costituite da pistole,
fucili e relativi accessori per oltre 1 miliardo di euro, da munizioni per circa
480 milioni e da esplosivi per quasi 50 milioni. I principali importatori sono
gli Stati Uniti (verso cui si è diretto il 38% di tutte le esportazioni) e i
paesi dell’Unione Europea (che insieme raggiungono un altro 38%), seguiti dal
gruppo dei paesi europei non appartenenti all’Unione (6,5% dei trasferimenti),
dall’Africa Settentrionale e Medio Oriente (5,5%) e dall’Asia (5%). Mercati
minori sono rappresentati dall’America Centro-Meridionale (che detiene un 3,5%
delle esportazioni), dall’Oceania (1,5%) e infine dall’Africa Centro-Meridionale
(1%). Dietro a queste percentuali si nascondono casi di violazioni dei
diritti umani e delle libertà fondamentali, conflitti armati, violenza diffusa,
embarghi d’armi. Tra gli esempi più eclatanti c’è la Federazione Russa, il cui
governo è in aperto conflitto con i separatisti ceceni ed è stato ripetutamente
richiamato dal Consiglio Europeo per l’asprezza dei metodi di repressione
utilizzati, e tuttavia ha potuto importare dall’Italia oltre 14 milioni di euro
di armi di piccolo calibro. Israele, colpevole di gravi violazioni dei diritti
umani nei territori occupati, ne ha importate poco meno di 8 milioni di euro, di
cui 6 milioni di euro di pistole e fucili tra il 1999 e il 2001 e 1 milione di
esplosivi nel corso del solo 2003. Algeria, Colombia, Filippine, India che da
anni cercano di reprimere con la forza la conflittualità interna ai loro
territori generata da fazioni rivali e da gruppi armati che non riconoscono il
governo centrale, hanno importato dall’Italia rispettivamente 3,8, 2,6, 4,4 e
3,7 milioni di euro di pistole, fucili e munizioni. Armenia, Azerbaijan,
Etiopia, Angola, Sierra Leone, Cina, Afghanistan6 sottoposti a embargo dall’ONU
o dall’UE hanno potuto importare diversi quantitativi di armi civili7, senza che
si possa stabilire con certezza a chi siano state destinate e che uso ne venga
fatto8. A questi si aggiungono i 30 milioni di euro di munizioni vendute alla
Malaysia, segnalata nei rapporti annuali sui diritti umani del Consiglio
Europeo9 per l’eccessivo uso della forza da parte della polizia locale.
Difficile la situazione in materia di diritti umani anche in Indonesia, Sri
Lanka, Pakistan, Congo, Sudafrica, e ancora in Brasile, Argentina, Messico,
Ecuador, come pure in Turchia, Bosnia-Erzegovina, Cipro, Ucraina, tutti
importatori medio-grandi di armi leggere italiane.10 La proliferazione
incontrollata delle armi è un problema globale, che riguarda tutti e richiede un
coinvolgimento internazionale. Servono maggiori controlli, normative rigide e
giuridicamente vincolanti, come quella promossa recentemente da Amnesty
International, Oxfam e IANSA e sostenuta da numerose altre ONG – anche italiane
– per l’adozione in sede ONU di un trattato internazionale sul commercio delle
armi che inserisca precisi limiti ai trasferimenti di armi. Occorre tutelare la
sicurezza e la vita umana: milioni di persone nel mondo devono essere liberate
dall’incubo della violenza armata.
* Master in Educazione alla pace: cooperazione internazionale, diritti umani
e politiche dell'Unione Europea. E’ ricercatrice presso l'Istituto di Ricerche
Internazionali Archivio Disarmo.
La Rete Italiana per il disarmo ha rilanciato ufficialmente lo scorso marzo
in Italia la campagna “Control Arms”, promossa a livello internazionale da
Amnesty International, Oxfam e IANSA (International action network on small arms
– di cui anche ControllARMI fa parte). Questa campagna parte dalla
constatazione che oggi la diffusione incontrollata degli armamenti, soprattutto
di quelli leggeri (vere e proprie armi di distruzione di massa), è pericolosa
per la sicurezza nel mondo. Infatti ogni giorno, milioni di donne, di uomini e
di bambini vivono nel terrore della violenza armata: ogni minuto, uno di loro
resta ucciso. Le armi proliferano purtroppo liberamente in molte zone del mondo,
in particolare quelle segnate da conflitti. Si calcola che ogni anno circa
500.000 mila persone vengono uccise a causa dell’utilizzo diretto o indiretto di
armi. Ogni anno, in Africa, Asia, Medio Oriente e America latina si spendono in
media 22 miliardi di dollari per l'acquisto di armi: una somma che avrebbe
permesso a questi stessi Paesi di mettersi in linea con gli Obiettivi di
Sviluppo del Millennio, di eliminare l'analfabetismo (cifra stimata: 10 miliardi
di dollari l'anno) e di ridurre la mortalità infantile e materna (cifra stimata:
12 miliardi di dollari l'anno). Sono circa 639 milioni le armi leggere in giro
per il mondo oggi, e 8 milioni sono le nuove armi prodotte ogni anno. Il totale
delle spese militari mondiali in un anno è di 1035 miliardi di dollari, mentre
la spesa complessiva (in 11 anni!!) per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo
del Millennio sarebbe di 760 miliardi.... che si potrebbero raggiungere
spendendo solo il 10% in meno di spese militari all'anno. Se si volesse davvero
“consegnare la povertà alla storia”, come recitava lo slogan dei megaconcerti,
basterebbe ridurre le spese militari e convogliarle verso i fondi per lo
sviluppo.
Dal dire al fare Da queste considerazioni devono discendere scelte,
mobilitazioni, politiche che possano favorire l’adozione di strumenti adeguati a
livello internazionale e locale per un controllo e una regolamentazione efficaci
degli armamenti, capace di interrompere questo “ciclo vizioso di morte” e
“insicurezza” a cui stiamo assistendo ogni giorno. La Campagna Control Arms
in Italia si dispiegherà su diversi piani d’azione. A livello
internazionale, si cercherà di contribuire alla promulgazione di un Trattato
Internazionale sul Commercio degli armamenti (ATT). A livello europeo
l’intenzione è di agire, di concerto con una rete europea di organismi attivi su
questi temi, per una revisione del Codice di Condotta Europeo sull’export di
armamenti, tenendo alto il livello di monitoraggio e di analisi dei dati che
vengono comunque forniti. Ad oggi, il Codice non è vincolante e risulta
piuttosto debole sotto molti aspetti. A livello nazionale, infine, la Campagna
si propone un’azione di sensibilizzazione diffusa sul tema delle armi, a partire
dalle quelle leggere. Una Campagna sul controllo degli armamenti deve
naturalmente legarsi alla difesa della legge 185/90 e al monitoraggio
dell’export italiano in base alla Relazione pubblicata ogni anno proprio grazie
a questo strumento normativo. Un aspetto cruciale in tale contesto sono le
coproduzioni e gli accordi di cooperazione militare tra Stati.
L'internazionalizzazione del commercio di armi e i problemi che comporta sul
controllo delle armi possono trovare soluzione solo attraverso un'azione
coordinata a livello nazionale ed internazionale. Si intende poi far partire
un percorso di lavoro per l’introduzione di una legislazione nazionale sugli
intermediatori di armi (brokers), vista anche la Common Position UE in tal senso
adottata nel luglio 2003 Infine, analogamente, si intende spingere per
l’introduzione di una legislazione italiana più rigida in materia di armi
leggere, rafforzando i vincoli alla commercializzazione e l’export e aumentando
gli standard di trasparenza. L’export di armi piccole e leggere, infatti, gode
in Italia di una disciplina meno rigida e più lacunosa rispetto a quella
prevista per gli altri sistemi d'arma, che riteniamo insufficiente in
considerazione dei costi umani derivanti dalle irresponsabili esportazioni di
tali armi
Tutto con una foto Lo strumento principale e innovativo per diffondere
l’intera Campagna è la cosiddetta “Million faces petition” ossia una
foto-petizione, che intende raccogliere un milione di volti entro il luglio
2006. Una raccolta di firme abbinata a una foto della persona che esprima la sua
contrarietà al commercio... anche con il volto! Le foto raccolte saranno
presentate ai governi di tutto il mondo in occasione della seconda Conferenza
dell'ONU sui traffici illeciti di armi leggere in tutti i suoi aspetti, che si
terrà a New York nel luglio 2006. In questa occasione, le ONG chiederanno ai
governi un impegno ufficiale che porti all'adozione dell'ATT. La
preparazione delle guerre inizia nelle fabbriche d'armi, nei trattati militari,
nei programmi politici dei partiti, nelle strategie delle multinazionali e delle
società finanziarie. Control Arms agisce concretamente verso il disarmo
internazionale, partendo da una proposta di maggior controllo per giungere al
superamento del commercio e della produzione di armamenti, per poi proporre la
riconversione dell’industria bellica in industria civile. È importante che
ogni punto-pace segnali la sua intenzione di attivarsi su questa campagna,
coinvolgendo le altre organizzazioni sul territorio. Per avere informazioni
ed iniziare a collaborare potete inviare una mail a:
o visitare il sito http://www.disarmo.org/controlarms/.
* Membro del Board Campagna Control Arms
Qualche dato sul bussines delle Armi
- il “business” delle esportazioni mondiali autorizzate si aggira sui 28
miliardi di dollari all’anno; - l’88% delle armi viene fornito dai paesi
membri del Consiglio di Sicurezza: Usa, Russia, Cina, Francia e Regno
Unito; - nel 2001 gli Usa hanno venduto armi per un valore di quasi 10
miliardi di dollari; seguono la Cina con 6 miliardi di dollari, il Regno Unito
con 4 miliardi di dollari, la Russia con 3,6 miliardi di dollari e la Francia
con 1 miliardo di dollari; - nello stesso anno, i paesi in via di sviluppo
sono stati destinatari del 67,6% del valore di tutte le armi commercializzate:
gli Usa sono i primi fornitori di armi a paesi di Africa, Asia, Medio Oriente e
America Latina (41,7% del totale, per un valore di 6 miliardi di dollari);
seconda la Russia (23,6%, 3,4 miliardi di dollari), terzo il Regno Unito (22,9%,
3,3 miliardi di dollari); - sono in circolazione 689 milioni di armi leggere,
una ogni dieci persone, prodotte da oltre 1100 aziende in 98 paesi; - ogni
anno muoiono per cause riconducibili all’uso delle armi, 500.000 persone, 1300
al giorno, una al minuto; - ogni anno vengono prodotti otto milioni di armi
leggere e sedici milioni di munizioni; - almeno il 60% delle armi finisce
nelle mani di civili; - 300.000 bambini e bambine soldato sono coinvolti in
conflitti armati; - secondo le Nazioni Unite, negli anni ’90 la violenza
delle armi convenzionali ha ucciso oltre cinque milioni di persone e ha
costretto 50 milioni di persone a fuggire dalle proprie case; - secondo le
Nazioni Unite, negli ultimi dieci anni sono stati clamorosamente violati gli
embarghi sulle armi nei confronti di Ruanda, Angola, Sierra Leone, Liberia,
Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo e Iraq.
ARMI E POVERTA’
- un terzo dei paesi del mondo spende più in acquisto di armi che in
programmi di assistenza socio-sanitaria; - il 42% dei paesi con il più alto
budget destinato alla difesa figurano in fondo alla classifica dell’indice di
sviluppo umano; - in Africa le perdite economiche causate dai conflitti sono
stimate in 15miliardi di dollari all’anno; - nel 2001 le spese militari
mondiali sono state di quasi 390 miliardi di dollari; nello stesso periodo di
tempo 1,3 miliardi di persone sopravvivevano con meno di un dollaro al
giorno; - la metà dei paesi del mondo spende più nella difesa che nella
salute.
Lo scorso giugno, per per la prima volta in 15 anni, la Relazione annuale del
Governo prevista dalla legge 185/90 sull'esportazione delle armi italiane è
stata oggetto di discussione nelle Commissioni Esteri e Difesa della Camera:
segno evidente che le pressioni della società civile, confluite nella Campagna
"Difendiamo la 185" e successivamente nell'importante lavoro di informazione,
coordinamento e di lobbying che sta svolgendo la "Rete Disarmo" (vedi articolo a
parte), stanno cominciando trovare riscontro.
Significativo che nel dibattito parlamentare siano stati posti anche da parte
di esponenti della maggioranza al Governo diversi interrogativi che le campagne
da anni sollevano: oltre a quelli che riguardano le esportazioni in contrasto
con i divieti della legge 185/90, vi sono quelli che concernono la difficoltà a
conoscere con precisione la tipologia di armi vendute dall'Italia ai diversi
Paesi e soprattutto a cogliere dalla Relazione le linee di "politica estera e di
difesa" che dovrebbero guidare le autorizzazioni all'esportazione. Al riguardo
l'on. Giuseppe Cossiga (F.I.), relazionando per il Governo in IV Commissione
Difesa, ha chiaramente affermato che «la Relazione (sull'export di armi - NdR)
non consente di compiere tale ricostruzione, in quanto pur fornendo numerose
informazioni di dettaglio sui soggetti contraenti e sul valore delle transazioni
effettuate, non permette il più delle volte di comprendere l'oggetto delle
transazioni medesime né consente di effettuare una valutazione sulla strategia
di politica estera che ha ispirato le operazioni verso i diversi Paesi,
soprattutto quelli non appartenenti alla Nato e all'Unione Europea». Domande
alle quali il Sottosegretario di Stato alla Difesa, on. Filippo Berselli, ha
risposto in modo elusivo sollevando la protesta dell'opposizione e
l'insoddisfazione delle stesse forze al Governo.
Armi e accordi con tutti, indistintamente Il dibattito parlamentare è
tuttora in corso ed è importante monitorarlo: materia per far sentire la nostra
voce ce n'è a iosa. La Relazione 2005 della Presidenza del Consiglio
sull'esportazione di armi riporta, infatti, che il comparto armiero - denominato
con un eufemismo "Industria della Difesa" - ha collezionato nel 2004 nuove
autorizzazioni all'esportazione per quasi 1,5 miliardi di euro con un incremento
del 16% rispetto all'anno precedente: una cifra record dell'ultimo quadriennio
nel quale il settore ha accresciuto il proprio portafoglio d'ordini di ben oltre
il 70% passando dagli 863 milioni di euro di commesse del 2001 agli oltre 1489
milioni di euro del 2004. Nell'ultimo anno i principali clienti delle armi "made
in Italy" sono soprattutto i Paesi dell'area Nato che hanno ricevuto il 72%
delle nuove autorizzazioni. Ma non va dimenticato che nel 2003 le commesse della
Nato ricoprivano meno del 45%, a dimostrazione che l'export di armi italiane
risponde ormai non tanto ai principi di "politica estera e di difesa", quanto
piuttosto alla domanda di mercato. Non si spiegherebbero altrimenti le
autorizzazioni all'esportazione rilasciate a Paesi in aree di tensione a partire
dall'Estremo oriente: 127 milioni di euro nel 2003 verso la Cina, sulla quale
vige tuttora l'embargo da parte dell'Ue, ed altri 2 milioni nel 2004 e,
contemporaneamente, i 6,3 milioni di euro di esportazioni a Taiwan. O quelle
verso l'India (42 milioni di euro le autorizzazioni del 2004) e Pakistan (13,5
milioni di euro) nonostante i due Paesi, oltre al conflitto nel Kashmir, siano
annoverati nella lista delle nazioni fortemente indebitate che spendono ingenti
capitali nel settore militare (l'India è il secondo importatore di armi al
mondo, il Pakistan il decimo - informa il Rapporto SIPRI 2005). O verso i Paesi
del Vicino e Medio Oriente che sebbene, con 54 milioni di euro pari al 3% del
totale, segnino - nota la Relazione - "il valore più basso degli ultimi anni",
rappresentano comunque "uno dei mercati strategici per le imprese italiane del
settore". Non va dimenticato, al riguardo, che quest'anno con alcuni Paesi
dell'area, tra cui Kuwait, Giordania e Gibuti, l'Italia ha ratificato "Accordi
per la cooperazione nel campo della Difesa": accordi che prevedono "acquisizioni
e produzioni congiunte" di armamenti come "bombe, mine, razzi, siluri, carri,
esplosivi ed equipaggiamenti per la guerra elettronica" e che - come segnalava
in Commissione esteri a Montecitorio l'ex ministro della Difesa Sergio
Mattarella - favoriscono "l'applicazione di un regime privilegiato nelle
procedure relative all'interscambio di armamenti tra i due Paesi" col rischio di
"un grave svuotamento delle disposizioni contenute nella legge 185 del 1990".
Accordi simili sono tuttora in esame al Parlamento e riguardano diversi Paesi in
conflitto o dove si registrano continue violazioni dei diritti umani tra cui
India, Indonesia, Israele, Libia e la stessa Cina. Tornando alla lista delle 690
autorizzazioni concesse dal Governo nel 2004, troviamo poi una serie di Paesi
che le organizzazioni internazionali segnalano per le persistenti violazioni dei
diritti umani tra cui Malaysia, Turchia, l'Algeria, Kuwait, Emirati Arabi Uniti,
Siria e Arabia Saudita, giusto per citarne alcuni. In definitiva, nonostante la
Relazione rassicuri che "fra le autorizzazioni rilasciate, oltre a non esserci
alcun Paese rientrante nelle categorie indicate nell'articolo 1 della legge"
(che vieterebbe le suddette esportazioni - NdR), e che il Governo avrebbe
"mantenuto una posizione di cautela verso Paesi in stato di tensione", le
preoccupazioni permangono. Nuovi attacchi alla legge 185 Preoccupazioni
alle quali se ne aggiungono di nuove. La prima concerne la Campagna di pressione
alle "banche armate". La Relazione, infatti, indicando tra le problematiche di
«alta rilevanza» trattate a livello interministeriale l'atteggiamento di «buona
parte degli istituti bancari nazionali» che, «pur di non essere catalogati fra
le cosiddette "banche armate" hanno deciso di non effettuare più o limitare
significativamente le operazioni bancarie connesse con l'importazione o
l'esportazione di materiali d'armamento», adduce «notevoli difficoltà operative»
per le industrie del settore tanto da «costringerle ad operare con banche non
residenti in Italia», con la conseguenza - secondo il Governo - di «rendere più
gravoso e a volte impossibile il controllo finanziario» da parte del Ministero.
Ed ecco il punto: «Il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha recentemente
prospettato una possibile soluzione che sarà quanto prima esaminata a livello
interministeriale» - si legge nella Relazione 2005. Quale sia questa "soluzione"
non è dato di sapere, ma resta il fatto che di "difficoltà operative" tali da
richiedere modifiche alla legge non ce ne sono visto che le banche italiane, coi
gruppi Capitalia e San Paolo Imi in testa, ricoprono tuttora più dell'85% delle
transazioni per export di armi. La questione è stata riproposta anche
nell'intervento in sede parlamentare del già citato on. Cossiga (F.I.) il quale,
considerando «eccessiva l'enfasi con la quale la relazione dà conto
dell'ammontare complessivo delle operazioni finanziate dagli istituti di
credito», afferma che la relazione della Presidenza del Consiglio sull'export di
armi fornirebbe «dati che risultano non solo fuorvianti», ma addirittura
«suscettibili ad alimentare campagne di informazione del tutto prive di
fondamento, come nel caso della campagna banche armate». Una campagna,
quest'ultima che, proponendo all'attenzione dei cittadini nient'altro che i dati
forniti dal Ministero, è stata però in grado di toccare nel vivo gli interessi
della lobby armiera tanto da portare importanti istituti di credito ad assumere
l'export di armi tra le proprie linee di "responsabilità sociale e di impresa"
(vedi riquadro). Un ultimo punto sul quale occorre tenere alta la guardia.
Asserendo a motivo «vari provvedimenti legislativi dettati dall'ambiente
normativo europeo» che «più o meno direttamente afferiscono alla legge 185/90» è
in atto un «progetto governativo di riscrittura della legge 185 del 1990» -
informa la Relazione 2005. Anche su qu esto ben poco è dato di sapere, ma è
ancora fresco il ricordo della ratifica di accordi in ambito europeo che, se non
ci fosse stata la puntuale mobilitazione della società civile, avrebbero sortito
l'effetto di snaturare la legge 185/90. Una legge - non dimentichiamolo - che è
nata grazie ad un decennio di lotte e denunce di numerose organizzazioni
dell'associazionismo pacifista, cattolico e missionario, del mondo sindacale e
dei movimenti nonviolenti e che ha costituito la base del Codice di Condotta
dell'Unione europea. * Caporedattore di Unimondo
LA CAMPAGNA BANCHE ARMATE Promossa da tre riviste del mondo pacifista e
missionario (Nigrizia, Mosaico di Pace, Missione Oggi), la Campagna di pressione
alle "banche armate" è stata avviata nel 2000, anno del Giubileo, chiedendo ai
risparmiatori di interrogare le proprie banche sulle operazioni di appoggio alla
compravendite di armi. Un modo semplice ed efficace di favorire un controllo
attivo dei cittadini sui propri risparmi. In risposta alle domande dei
correntisti diversi e importanti istituti di credito italiani (tra cui Mps,
Unicredit, Banca Intesa), hanno adottato "politiche di responsabilità sociale" e
hanno deciso di non offrire, totalmente o in parte, i propri servizi per
l'esportazione di armi italiane, soprattutto verso quei Paesi per i quali vigono
gli espliciti divieti della legge 185/90, come nazioni sottoposte all'embargo di
armi da parte dell'Onu e dell'Unione europea, responsabili di gravi e accertate
violazioni dei diritti umani, Paesi poveri o fortemente indebitati che destinano
ampie risorse alle spese militari. Tutte le informazioni sulla Campagna sono
reperibili sul sito www.banchearmate.it. (G.B.)
Come le mine, peggio delle mine: fermiamo il massacro finché siamo in
tempo
Di Simona Beltrami *
Una storia, una delle tante che ci sono arrivate dall’Iraq insanguinato da un
anno e mezzo di guerra e “dopoguerra”, illustra le insidie che le munizioni
cluster rappresentano per le popolazioni civili. E’ la storia di Rowand, una
bambina di nove mesi dilaniata da una submunizione inesplosa urtata mentre
camminava gattoni nel posto teoricamente più sicuro per un bambino della sua
età: il soggiorno di casa sua. L’ordigno, abbastanza piccolo da essere raccolto
e trasportato da dei ragazzini, e abbastanza curioso da attrarre la loro
attenzione, era stato portato a casa da alcuni cuginetti poco più grandi di
Rowand ed era rimasto in agguato, sotto il tavolo, per ore, forse giorni, prima
di esplodere. Come le mine, le submunizioni cluster inesplose sono armi
indiscriminate, che possono esplodere tanto all’urto di un carro armato quanto
al tocco leggero di una mano infantile. Ma ancor peggio delle mine, sono del
tutto imprevedibili ed instabili, ed armate con cariche esplosive potentissime,
alla cui detonazione raramente si sopravvive. Come le mine, mettono quindi a
serio repentaglio la vita ed i diritti umani fondamentali delle popolazioni
colpite: non solo quello alla salute e all’integrità fisica, ma anche quello
alla libertà di movimento, all’accesso alle risorse, a godere di un livello di
vita dignitoso. Come le mine, infatti, con la loro presenza erigono barriere
insormontabili alla ricostruzione postbellica, allo sviluppo, alla ripresa delle
attività economiche, al rientro dei rifugiati, al superamento dei traumi
inflitti dalla guerra ed al consolidamento della pace, tenendo intere società
ostaggio di un clima di terrore quotidiano. Che le dimensioni del problema a
livello planetario siano ancora relativamente limitate dipende solo dal fatto
che finora questo tipo di armi è stato utilizzato solo in una manciata di Paesi:
una loro più ampia diffusione, e peggio ancora la cessione di stock antiquati e
inaffidabili agli eserciti di Paesi coinvolti in conflitti interni o regionali,
causerebbe una tragedia umanitaria di proporzioni ben superiori a quella
prodotta dall’uso delle mine. Nello stesso spirito che ha animato la
mobilitazione mondiale per la messa al bando delle mine antipersona, quindi, si
è andato creando a livello internazionale un movimento, sostenuto da
organizzazioni non governative, associazioni e dal Comitato Internazionale della
Croce Rossa, per fermare la proliferazione di queste armi dagli effetti
devastanti prima che sia troppo tardi. Questo movimento ha trovato la sua
articolazione formale nella creazione, nel novembre 2003, della Coalizione
Contro le Munizioni Cluster (Cluster Munition Coalition – CMC)2 che raccoglie
più di 90 distinte realtà su una piattaforma minima comune che prevede:
1 Una moratoria a livello mondiale su uso, produzione e commercio delle
munizioni cluster almeno finché non siano stati risolti i gravi problemi
umanitari che comportano; 2 Un incremento delle risorse destinate ad
assistere individui e comunità colpiti dalle submunizioni cluster ed altri tipi
di residuati bellici esplosivi; 3 L’accettazione, da parte di quanti fanno
uso di questo tipo di munizioni, di una speciale responsabilità per la bonifica,
le attività tese a informare la popolazione locale del rischio, e l’assistenza
alle vittime.
Raggiungere questi obiettivi non sarà facile. Molti eserciti hanno dimostrato
di apprezzare i vantaggi militari ed il favorevole rapporto costi-benefici
offerti dall’uso di queste munizioni e di non essere pronti a rinunciarvi tanto
facilmente. La strada sarà lunga e probabilmente passerà per tappe intermedie
come la proclamazione di moratorie unilaterali a livello nazionale,
l’eliminazione dagli arsenali dei modelli più notoriamente imprecisi ed
inaffidabili, ed il dialogo con i comandi militari preoccupati dal canto loro
per l’impatto delle munizioni cluster “amiche” sulle proprie truppe.
REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DELLA COMMISSIONE EUROPEA * Coordinatrice
nazionale della Campagna Italiana Contro le Mine dal 2003 e rappresenta la
Campagna all’interno della Coalizione Contro le Munizioni Cluster
“Prima di tutto ricordate la vostra umanità!” Suonava così l’accorato appello
del Premio Nobel per la Pace Sir Joseph Rotblat alle delegazioni governative
riunite nella sala dell’Assemblea Generale all’ONU il 4 maggio scorso. Rotblat,
97 anni, tutta una vita spesa per mettere al bando le armi nucleari e la guerra
stessa, era troppo vecchio e malato per dirglielo di persona. E Janet Bloomfield
ha letto ai delegati la lettera inviata loro dall’unico firmatario dell’Appello
Russell-Einstein (1955) ancora in vita, affinché si ricordassero di essere parte
di quella umanità la cui sopravvivenza è minacciata dalle armi nucleari. “Ecco,
quindi, il problema che abbiamo davanti e che vi poniamo. Un dilemma terribile,
che ci pone un’alternativa netta, ed al quale non possiamo sfuggire. Sceglieremo
di decretare la fine della specie umana? Oppure l’umanità rinuncerà alla
guerra?”
Abolition Now! è una rete di migliaia di associazioni, movimenti, campagne
che si impegna affinché le armi nucleari vengano finalmente messe al bando.
Insieme ad attivisti da tutto il mondo, parlamentari, giuristi, sindaci ed
amministratori locali il coordinamento riesce ad informare e a favorire la
partecipazione condivisa alle iniziative. La rete internazionale permette di
conoscersi e di capire le sensibilità diverse. Sempre, il 4 maggio, ha preso la
parola anche Tony De Brum, delle Isole Marshall: ha raccontato come, quando era
bambino, ha vissuto i terribili anni delle sperimentazioni nucleari nell’atollo
dove viveva. “Nei 12 anni in cui gli Stati Uniti hanno eseguito test nucleari
nelle nostre isole hanno fatto esplodere così tanti ordigni da diffondere tanta
radioattività quanta ne avrebbero sprigionata una bomba e mezzo di quelle
sganciate su Hiroshima ogni giorno per 12 anni di seguito.”
Con l’entrata in vigore del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare nel 1970
in molti pensarono che l’umanità avesse vinto e che si fosse davvero scelto di
rinunciare al nucleare. E infatti nei 30 anni che seguirono furono senz’altro
maggiori i successi dei fallimenti. Tutti gli Stati del mondo, tranne tre,
accettarono il duplice impegno dell’NPT: per le potenze nucleari, quello di
arrivare a smantellare il proprio arsenale nucleare; per tutti gli altri, quello
di non dotarsi mai di armi nucleari. Alcuni Stati, come Sudafrica e Kazakhstan,
che avevano già la capacità nucleare, smantellarono e distrussero i propri
arsenali pur di firmare e ratificare l’NPT.
Ma negli ultimi anni in modo inizialmente subdolo, poi sempre più sfrontato,
il nucleare militare è stato riabilitato. Il Presidente Bush ha revocato nel
2002, nel documento strategico Nuclear Posture Review, l’impegno assunto da
tutti i suoi predecessori dal 1945 in poi, e cioè quello a non usare mai un’arma
nucleare per colpire per primi. Poi ha assegnato finanziamenti alla ricerca per
nuove armi atomiche più piccole, maneggevoli, e quindi “più utilizzabili”. Sono
solo alcuni dei nuovi eventi che cambiano la scena internazionale. Con la
menzogna della Armi di distruzione di massa in Iraq, l’amministrazione USA ha
anche impartito la peggior lezione agli Stati minacciati: senza la presenza di
armi di sterminio si rischia l’aggressione e l’invasione. E questo spiega la
sfida lanciata al resto del mondo da Corea del nord e da Iran. Nell’atmosfera
generale di proliferazione, anche la Russia sta progettando una nuova
generazione di sottomarini nucleari, la Gran Bretagna sta pensando
all’ammodernamento della sua flotta di micidiali Trident … e così via.
Ma non tutti gli eventi degli ultimi anni sono negativi. Oltre alla
costituzione di Abolition Now! si è consolidata anche la Campagna dei Sindaci
per la Pace, lanciata dai sindaci di Hiroshima e Nagasaki. Tutta una serie di
Paesi membri delle Nazioni Unite, i membri della New Agenda Coalition,
continuano senza sosta a proporre documenti, accordi, convenzioni, che
sottolineano l’impegno assunto dalle potenze nucleari a procedere verso un
disarmo totale, con distruzione degli arsenali. Sollecitata dalla Comunità
internazionale la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato illegali ed
immorali le armi atomiche. Un numero sempre crescente di Paesi si sono
costituiti in Zone Libere da Armi Nucleari. I giuristi internazionali hanno
elaborato una Convenzione per l’Eliminazione delle Armi Nucleari, come quelle
che già esistono per le armi chimiche e biologiche.
Ricordiamoci, come ci chiede Rotblat, della nostra comune umanità. Impariamo
dagli Hibakusha, i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, a non stancarci mai,
anche quando non vediamo risultati immediati. E impegniamoci affinché, entro il
2020, il pianeta sia finalmente liberato dalle armi atomiche, e i morti di
Hiroshima e Nagasaki possano finalmente riposare in pace,
Disarmare Dio e l’uomo I cristiani e gli armamenti
Di Fabio Corazzino *
Scrivendo un appello ai responsabili della guerra nella ex-Jugoslavia don
Tonino Bello diceva: “Mettetevi dalla parte della gente, non di chi specula
sulla guerra, sul mercato delle armi, sul mercato nero, ma della grande massa
che soffre, che muore. Deponete le armi, sottraetevi dall’oppressione dei
mercanti della guerra, afferrate strumenti di pace”. Perché rifiutare la
logica delle armi e del riarmo?
Perché le armi generano cattivi sogni “Le armi, quelle terribili
specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancora prima che produrre
vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano
incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti
di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli” diceva Paolo
VI all’ONU il 4 ottobre 1965. Ben altro da quello generato dalle armi e dal
riarmo globale è il sogno del profeta Isaia: “Verranno molti popoli e
diranno: Venite, saliamo al monte del Signore! Perché ci indichi le sue vie e
possiamo camminare sui suoi sentieri … Forgeranno le loro spade in vomeri, le
loro lance in falci. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo.
Non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Isaia)
Perché le armi sponsorizzano il potere del più forte “La corsa agli
armamenti costituisce in realtà una violazione del diritto mediante la forza,
l’accumulazione delle armi diviene il pretesto per la corsa ad aumentare la
forza al potere” (Pontificio Commissione Justitia et Pax, “La Santa Sede e il
disarmo generale”, 1976). Infatti le armi in generale e quelle nucleari in
particolare non servono a difendere la libertà ma la posizione di privilegio
iniquo di cui gode il mondo nord-occidentale. "Rinunciare ad esse
significherebbe rinunciare al nostro vantaggio economico sugli altri popoli. La
pace e la giustizia procedono insieme. Sulla strada che seguiamo attualmente, la
nostra politica economica verso gli altri paesi ha bisogno delle armi nucleari.
Abbandonare queste armi significherebbe abbandonare qualcosa di più che i nostri
strumenti di terrore globale; significherebbe abbandonare le ragioni di tale
terrore: il nostro posto privilegiato in questo mondo" (R. Hunthousen,
arcivescovo di Seattle).
Perché le armi sono un crimine contro i poveri “La corsa agli armamenti
anche quando è dettata da una preoccupazione di legittima difesa … costituisce
in realtà un furto, perché i capitali astronomici destinati alla fabbricazione e
alle scorte delle armi costituiscono una vera distorsione dei fondi da parte dei
gerenti delle grandi nazioni e dei blocchi meglio favoriti. La contraddizione
manifesta fra lo spreco della sovrapproduzione delle attrezzature militari e la
somma dei bisogni vitali non soddisfatti (paesi in via di sviluppo, emarginati e
poveri delle società abbienti) costituisce una aggressione verso quelli che ne
sono vittime. Aggressione che si fa crimine: gli armamenti, anche se non messi
in opera, con il loro alto costo uccidono i poveri, facendoli morire di fame
(Pontificio Commissione Justitia et Pax, “La Santa Sede e il disarmo generale”,
1976). E’ chiaro che la ricerca di interessi privati o collettivi a breve
termine non può legittimare imprese che fomentano al violenza e i conflitti tra
le nazioni e che compromettono l’ordine giuridico internazionale.
Perché le armi minacciano la pace e la convivenza “L’enorme aumento delle
armi rappresenta una minaccia grave per la stabilità e la pace. Il principio di
sufficienza, in virtù del quale uno stato può possedere unicamente i mezzi
necessari alla sua legittima difesa, deve essere applicato sia dagli stati che
comprano armi, sia da quelli che le producono e le forniscono” (Pontificio
Consiglio Giustizia e Pace, “Il commercio internazionale delle armi”, 1994). Non
c’è giustificazione morale ad un accumulo eccessivo di armi e al loro commercio
generalizzato. Le armi non devono mai essere considerate alla stregua di altri
beni scambiati sul mercato interno o a livello mondiale.
Perché le armi non allontanano la guerra C’è anche chi sostiene, ancora
oggi, nonostante lo storico fallimento, il principio della deterrenza. Le
politiche della deterrenza tipiche del periodo della guerra fredda vanno
sostituite con concrete misure di disarmo, basate sul dialogo, sui trattati di
non proliferazione e sul disarmo unilaterale e multilaterale. Grave è in fatti
il giudizio morale sul principio di deterrenza: “L’accumulo delle armi
sembra a molti un modo paradossale di dissuadere dalla guerra eventuali
avversari. Riguardo a tale mezzo di dissuasione vanno fatte severe riserve
morali. La corsa agli armamenti non assicura la pace. Lungi dall’eliminare le
cause delle guerre, rischia di aggravarle” (Catechismo della Chiesa Cattolica,
2315)
Ci resta la scelta del disarmo La dottrina sociale della chiesa propone la
meta di un “disarmo generale, equilibrato e controllato” (Giovanni Paolo II,
messaggio per il 40° anniversario dell’ONU, 1985). Un obiettivo ben lontano da
raggiungere se i dati che abbiamo valutato ci mostrano che oggi, come mai nella
storia umana, il pianeta terra è un “pianeta armato”, un pianeta in cui non ci
sono stati o zone che non siano provviste di gravi sistemi d’arma e dunque con
la possibilità di scatenare una guerra; che le armi moderne, le quali
invecchiano presto, sono sostituite in continuazione e con estrema rapidità da
armi nuove, assai più micidiali. Questa necessità di rinnovare continuamente le
vecchie armi e di inventarne di nuove fa sì che i maggiori sforzi che oggi
compie l’intelligenza umana siano diretti a creare sempre nuovi e più raffinati
strumenti di morte. E’ questa una delle maggiori offese che l’uomo di oggi fa a
Dio e a se stesso, perché Dio ha donato l’intelligenza affinché l’essere umano
se ne serva per promuovere la vita e non per dare la morte. (cfr, Civiltà
Cattolica, quaderno 3713, 2005).
In questo comune impegno per il disarmo (economico, culturale, spirituale,
politico) e la pace e insieme per i poveri del mondo, le varie chiese cristiane
sembrano ritrovare un loro sano protagonismo. In primo piano non tanto una
"verità" - dogmatica o etica - che si contrappone ad altre, ma un volto, quello
del povero e della vittima, dovunque si trovi e qualunque sia la sua
fede. Gioverà questo impegno delle chiese a fermare le armi? È difficile
dirlo: la strada è tracciata e i riferimenti chiari ma i tempi nei quali le
chiese benedicevano bandiere, eserciti e cannoni sono ancora troppo vicini.
L’azione dell’uomo si è svolta da sempre sugli spazi territoriali del nostro
pianeta alla ricerca di condizioni migliori di vita, dapprima inseguendo la
selvaggina, poi alla ricerca di aree fertili, sino al possesso e allo
sfruttamento delle diverse risorse presenti in tali spazi. Pertanto, le
varie risorse (minerarie, idriche, ecc.) sono divenute motivo di innumerevoli
scontri a volte violentissimi, in relazione anche ai progressi tecnologici nel
campo degli armamenti (dalla clava alla freccia, dal fucile all’arma nucleare).
Spesso le rivendicazioni territoriali da parte di uno Stato ai danni di un altro
Stato hanno trovato giustificazione proprio sulla base di altri elementi
geografici, come quelli etnico-antropici, quelli della contiguità, il diritto di
accesso o di transito sulle vie d'acque (laghi, mari, fiumi, anche attraverso
stretti e canali), ed altri ancora. Infatti, guerre spesso lontane
geograficamente, ma strettamente collegate da motivazioni politico-economiche,
hanno insanguinato il pianeta Terra. In tempi relativamente più recenti, la
seconda rivoluzione industriale di fine ‘800 ha offerto poi strumenti sempre più
distruttivi che il secolo seguente ha ampliamente utilizzato in una serie di
guerre che hanno incrinato la tradizionale supremazia mondiale delle potenze
europee a vantaggio del nuovo bipolarismo di Mosca e di
Washington. Parallelamente, nel corso del XX secolo anche il concetto di
“minaccia” ha subito profonde trasformazioni, passando da un riferimento
territoriale ben preciso (i confini nazionali o le aree coloniali, ad esempio)
del primo cinquantennio ad una crescente interdipendenza globale che rende ardua
una definizione ed una localizzazione esatte degli interessi nazionali
nell’epoca odierna. Le guerre contemporanee, scaturite da tutte queste
trasformazioni, evidenziano sempre di più alcune specifiche caratteristiche.
In primo luogo, se nella prima metà del XX secolo esse avevano avuto come
protagonisti principali le grandi potenze, soprattutto quelle europee con i loro
imperi coloniali, a partire dall’epoca del bipolarismo i conflitti si sono
andati concentrando sempre più nelle aree del cosiddetto Terzo Mondo, che
peraltro tentava di affrancarsi dal controllo di quegli stati ex-dominatori. E
mentre permaneva, anzi s’incrementava comunque una forte dipendenza economica
del Sud rispetto al Nord del mondo, in seguito all’implosione dell’URSS anche
nell’area dell’ex impero sovietico si sono scatenati conflitti che hanno segnato
il territorio del Vecchio Continente (basti pensare alla guerra civile nell’area
dell’ex-Jugoslavia). Tra il 1946 e il 2000 sono stati calcolati oltre 150
conflitti, concentrati per lo più in due aree geografiche: l’Africa subsahariana
(42 guerre) e l’Estremo Oriente (37), seguite dall’America Latina (24), dal
Medio Oriente (20), dall’Europa (16) e dall’Asia meridionale (13). Nei primi
anni del XXI secolo permane tale concentrazione di conflitti e di crisi nei
territori africani (22) e asiatici (16). In secondo luogo, analizzando dal
secondo dopoguerra ad oggi la tipologia dei conflitti rilevati mediante le due
categorie di simmetrici (cioè tra soggetti equivalenti, ad esempio, tra Stati) e
asimmetrici (cioè tra soggetti non equivalenti, ossia governi e forze di
opposizione, gruppi terroristici, ecc.), si può notare che la maggioranza di
essi appartiene proprio alla seconda categoria, quella dei conflitti
asimmetrici. E ancora una volta, dal punto di vista della loro localizzazione se
ne nota ancora una volta un’elevata concentrazione proprio nei Paesi in via di
sviluppo, dove la diversa distribuzione della ricchezza e l’assenza di una base
etnico/sociale omogenea (collegata strettamente a confini tracciati in modo del
tutto artificioso dalle potenze coloniali) hanno ulteriormente contribuito
all’incremento della conflittualità. Anzi, nel corso di questo periodo, sono
relativamente rari gli interventi militari diretti delle due superpotenze tesi a
mantenere sotto controllo aree di interesse politico e/o economico. Possiamo
ricordare le vicende dell’Ungheria (1956), della Cecoslovacchia (1968) e
dell’Afghanistan (1978-91) ad opera dell’Unione Sovietica, o quelle del Vietnam
(1960-75), di Panama (1989), dell’Iraq (1990-91), dell’Afghanistan (2001-2002) e
dell’Iraq (2003) ad opera degli Stati Uniti. Mentre ben più numerosi sono gli
interventi indiretti, attuati anche mediante l’assistenza di
consiglieri/istruttori (tra i tanti si pensi, ad esempio, a quelli sovietici a
Cuba, a quelli statunitensi nella prima fase del conflitto vietnamita o a quelli
cubani in Etiopia), mediante la fornitura di materiali bellici, attraverso la
costituzione di basi militari, ecc. Infatti, anche nel recente conflitto in
Afghanistan contro il governo talebano dopo l’11 settembre 2001 gli Stati Uniti
hanno cercato per lo più di utilizzare una formula di tal genere, da un lato
facendo anche ricorso a bombardamenti aerei e missilistici in misura massiccia,
dall’altro sostenendo le forze d’opposizione ed evitando il più possibile un
coinvolgimento diretto e imponente delle proprie truppe in prima linea (che
comporta costi umani e politici elevati, come dimostra l’attuale situazione
irachena). In terzo luogo, in conseguenza diretta di quanto appena detto, la
concentrazione della maggior parte delle guerre proprio nel Terzo Mondo ha
causato milioni di vittime. All’interno di queste decine di milioni di vittime,
inoltre, si è andata riscontrando una percentuale crescente di vittime civili
che ormai tocca mediamente punte del 90% del totale. E tra queste risultano
particolarmente colpite le donne, divenute sempre più obiettivo di stupri
sistematici sia da parte delle forze cosiddette regolari sia da parte di quelle
paramilitari, irregolari o d’opposizione. Tali guerre, a volte del tutto ignote
all’opinione pubblica occidentale, hanno causato nella seconda metà del XX
secolo più di 23 milioni di morti, per due terzi civili (per lo più donne,
vecchi e bambini). In quarto luogo, come accennato, si può notare che
l’informazione rispetto alle aree di crisi e di conflitto in atto nel mondo
appare assai limitata. La grande stampa e i maggiori network radiotelevisivi
offrono notizie insufficienti e largamente parziali, come dimostra un recente
sondaggio dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo. Realizzato
su un campione di alcune centinaia di studenti delle scuole medie e superiori di
Roma e provincia, tale sondaggio ha messo in evidenza come tali giovani, seppur
interessati alle tematiche, mostrino di conoscere appena un decimo dei conflitti
e delle crisi in atto nel 2005. Non a caso si parla, infatti, di guerre
dimenticate in relazione a conflitti e scontri di cui non si trova alcuna
traccia nei grandi circuiti informativi, mentre, con adeguate ricerche, se ne
può ottenere in ambiti alternativi (internet, mondo missionario, ong,
ecc.). In quinto luogo, non può essere dimenticato che tali numerose guerre
sono combattute con armi prodotte, come testimonia il SIPRI Yearbook 2004, per
lo più proprio dalle potenze membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite (Usa, URSS/Russia, Francia, Gran Bretagna e, ben distanziata,
Cina), nonché da altre potenze industriali minori, come Germania, Italia e
Ucraina (vedi grafico). Il mercato delle armi per l’80% è da tempo e continua ad
essere in mano a pochi produttori, che utilizzano tali forniture sia sul piano
meramente commerciale, sia sul piano geopolitico per condizionare direttamente o
indirettamente i paesi clienti di tali prodotti. In sesto luogo non si deve
mai dimenticare che molti di questi conflitti sono generati direttamente o
indirettamente dalla lotta per il controllo di aree importanti dal punto di
vista geopolitico (punti strategici o rilevanti per le risorse in esse
presenti). Ad esempio, si stima che le tensioni in atto nell’area caucasica
siano da collegare ai giacimenti petroliferi del Mar Caspio, ritenuti
quantitativamente superiori agli attuali dell’area del Golfo Persico. Pertanto
il possesso del territorio contiguo e del relativo bacino lacustre, la gestione
delle risorse e del loro sfruttamento, il controllo delle aree ove passeranno
gli oleodotti appaiono di rilievo strategico a medio periodo. Le stesse ipotesi
d’installazione degli oleodotti (attraverso l’area balcanica, il territorio
curdo, il Mar Nero o collegandosi alla rete iraniano-irachena) stimolano potenti
interessi geopolitici divergenti, come testimoniano appunto da un lato la
conflittualità cecena e la risposta repressiva russa, dall’altro l’elevato
interesse statunitense a stabilizzare con governi amici tale area (con gli
interventi in Afghanistan nel 2002 e in Iraq nel 2003). In settimo luogo,
bisogna purtroppo rilevare l’estrema inadeguatezza delle Nazioni Unite a
costituire un sistema di compensazione e di controllo politico a livello
internazionale. Anzi, le recenti vicende del XXI secolo hanno ancor più messo in
evidenza la debolezza di questo organismo, la cui credibilità, già minata da una
sua costituzione intrinsecamente debole, è stata brutalmente attaccata proprio
da un governo che vuole presentarsi come paladino della democrazia mondiale,
cioè gli Stati Uniti. Il quadro insomma non appare rassicurante e la vecchia
politica di potenza degli stati contemporanei non sembra di fatto essere in
grado di offrire un’alternativa credibile.
* Storico, membro del Consiglio Direttivo dell’Archivio Disarmo, è docente di
Geopolitica dei conflitti al Master Educazione alla Pace: Cooperazione
Internazionale, Diritti Umani e Politiche dell’Unione Europea nell’Università
degli Studi di Roma Tre. Autore di diversi studi sull’industria militare e sulla
politica della sicurezza, ha recentemente pubblicato con Ediesse Guerre senza
confini. Geopolitica dei conflitti nell’epoca contemporanea.l’epoca
contemporanea (2003) e Hydrowar. Geopolitica dell'acqua tra guerra e
cooperazione (2004, coautore)
Minibibliografia M. Simoncelli: Guerre senza confini. Geopolitica dei
conflitti nell’epoca contemporanea, Roma, Ediesse, 2003, p. 155. M. Rusca -
M. Simoncelli: Hydrowar. Geopolitica dell'acqua tra guerra e cooperazione, Roma,
Ediesse, 2004, p. 229. M. Simoncelli (a/c): Le guerre del silenzio. Alla
scoperta dei conflitti e delle crisi del XXI secolo, Roma, Ediesse, 2005, p.
424.
Le 10 caratteristiche della personalità nonviolenta 7
LA MITEZZA
Di Peppe Sini *
Alcune forse non inopportune premesse
Ciò su cui di seguito si approssimano alcune interrogative riflessioni
richiede altresì alcuni chiarimenti preliminari. Mitezza e nonviolenza
naturalmente non coincidono, si può essere persone amiche della nonviolenza
senza essere affatto persone miti (anche tra le più note e fin celebrate,
pochissime persone amiche della nonviolenza ed impegnate in lotte nonviolente
sono state anche miti, sebbene qui si cercherà di argomentare che solo
scegliendo la mitezza si possa essere buoni ed efficaci militanti nonviolenti),
e si può naturalmente essere persone miti senza per questo aver nulla a che fare
con la nonviolenza. Non solo: vorremmo mettere in guardia anche rispetto
all'espressione "personalità nonviolenta", che è una formula utile per
intendersi e nei suoi limiti felice, ma che a rigore, cioè se interpretata
rigidamente, designa qualcosa che semplicemente non esiste. Inoltre: chi
scrive queste righe non crede che esistano persone nonviolente, ma solo persone
amiche della nonviolenza: il termine "nonviolento/a" può ben essere - a precise
condizioni - un adeguato aggettivo, ma mai un pronome. Crede anche che la
mitezza sia una qualità morale che si apprende e si affina (o si logora)
nell'esercizio, e non una essenza metafisica. Infine: ritiene che il concetto
stesso di nonviolenza sia complesso e pluridimensionale e di assai ardua
definizione (la riflessione consapevole sulla nonviolenza, quantunque essa sia
"antica come le montagne", è ancora agli inizi ed in impetuoso creativo
svolgimento tale per cui ogni persona che ad essa si accosta ed ogni esperienza
che ad essa si richiama apporta nuovi originali preziosi contributi teoretici ed
empirici, euristici ed applicativi); qui di seguito lo si utilizzerà nel senso
specifico proposto da Aldo Capitini, come equivalente sintetico dei due concetti
gandhiani di ahimsa e satyagraha, ovvero - per dirla assai rozzamente - come
scelta di non nuocere e come legame con il permanentemente vero che fonda e
promuove l'azione buona, cioè l'azione che si oppone alla violenza, l'azione che
salva, l'azione che libera, l'azione che guarisce, l'azione che accomuna. Ma
ancora una cosa va detta, ed è questa: la nonviolenza è gestione del conflitto:
senza lotta non si dà nonviolenza; senza incontro con l'altro non si dà
nonviolenza, senza riconoscimento dell'altro non si dà nonviolenza, senza
conflitto con l'altro non si dà nonviolenza, senza comunicazione con l'altro non
si dà nonviolenza: la nonviolenza è sempre relazionale, contestuale e dialogica
a un tempo. Parlare di nonviolenza al di fuori della lotta nonviolenta (che
beninteso può anche essere solo - e sempre è comunque anche - lotta interiore) è
mera retorica.
Una minima definizione
Proporremmo la seguente definizione, provvisoria e parziale, complessa e
dialettica, di mitezza: una qualità morale, ovvero un modo di condursi nelle
relazioni con le altre persone e con il mondo, che tiene insieme fermezza nel
buono e nel vero e umiltà personale, benevolenza non sorda ma anche non cieca,
comprensione e carità ma insieme limpida e intransigente difesa della dignità
altrui e propria, amore per la giustizia ed insieme coscienza del limite e della
propria ed altrui fallibilità, un onesto ascoltare e ascoltarsi che si traduca
in un operare giusto e misericordioso. Ovvero la mitezza come contrario sia
dell'iracondia che dell'accidia, come opposto della presunzione, del pregiudizio
e della prepotenza.
Dieci tesi sul rapporto tra mitezza e nonviolenza
Nell'articolare il rapporto tra mitezza e nonviolenza proporremmo quindi le
seguenti tesi. I. Per resistere al male senza lasciarsene contaminare è bene
esercitare la virtù della mitezza. Senza mitezza la resistenza è fragile, la
violenza invade la persona. II. Per agire il conflitto senza esserne travolti
è bene esercitare la virtù della mitezza. Senza mitezza il conflitto è
lacerante, la violenza disgrega la persona. III. Solo la mitezza sa essere
misericordiosa. E un'azione buona e giusta ma senza misericordia è già meno
buona e meno giusta. IV. Solo nella mitezza si può istituire una convivenza
tra persone libere ed eguali in dignità e diritti; una società non oppressiva,
non autoritaria, non alienante; una comunità che non omologhi o peggio annienti
le preziose diversità di cui ogni persona consiste ed è portatrice. V. La
mitezza si fonda sulla coscienza della dimensione tragica della vita. Chi è
frivolo, così come chi è cinico, non è adeguato ai compiti dell'ora, non sa
essere responsabile, non sa essere solidale. VI. Non si può essere persone
amiche della nonviolenza se non ci si esercita nella virtù della mitezza.
Proprio perché la nonviolenza è conflitto, a maggior ragione le persone che
nella lotta nonviolenta si impegnano hanno il dovere di scegliere la mitezza.
Promuovere il conflitto, resistere all'ingiustizia, contrastare il male, è inane
senza mitezza. La mitezza è la virtù principe del combattente
satyagrahi. VII. Virtù relazionale per eccellenza, la mitezza è terapeutica,
socializzante, giuriscostituente. La persona mite mitiga le altre persone,
disinquina le relazioni, dà sollievo agli attori coinvolti nel conflitto. Ma non
solo: la mitezza è altresì virtù politica e può essere finanche principio di
organizzazione giuridica. VIII. La mitezza s'impara, e s'impara passando
attraverso le prove del dolore e dello smarrimento. Non si nasce miti, lo si
diventa scegliendolo. IX. "Beati i miti, poiché erediteranno la terra"
(Matteo, V, 4): interpreto così: solo la scelta della mitezza può salvare un
mondo che va insieme trasformato e conservato, difeso e rovesciato, restituito e
redento. Solo la nonviolenza nella sua pienezza (non solo insieme di scelte
logiche, epistemologiche, assiologiche, esistenziali; non solo insieme di
tecniche ermeneutiche, metodologiche, deliberative, operative; non solo azione e
progetto politico e sociale: ma insieme di insiemi) può salvare l'umanità. X.
E' nel momento della lotta che si prefigura e quindi si decide l'esito di essa.
Una lotta contro l'ingiustizia condotta senza mitezza non è una lotta contro
l'ingiustizia, poiché ingiustizia riproduce; una lotta per la pace senza mitezza
non è una lotta per la pace, poiché pace non costruisce. La mitezza è
liberazione dall'oppressione. La nonviolenza è solo in cammino.
Due amici
Quando penso alla mitezza subito mi vengono in mente Primo Levi ed Alexander
Langer. Due persone che resistevano, due persone che non opprimevano. Due
persone gentili e magnanime. Due persone che conoscevano la tragedia, ma che
la tragedia non aveva reso feroci bensì ancor più benevole, limpide, rigorose,
essenziali. Quando penso all'umanità come dovrebbe essere subito mi vengono
in mente Primo Levi ed Alexander Langer. La fragilità delle persone e del
mondo: e tu abbine cura. La resistenza che è da opporre al male: e tu
resisti.
Per approfondire
Innanzitutto il dialogo sulla mitezza tra Norberto Bobbio e Giuliano Pontara,
dialogo che si puo' leggere in Norberto Bobbio, Elogio della mitezza e altri
scritti morali, Linea d'ombra, Milano 1994, alle pp. 11-51; e naturalmente cfr.
anche Giuliano Pontara, La personalità nonviolenta, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1996, particolarmente alle pp. 61-63. Di Primo Levi occorrerebbe
leggere tutto (nell'edizione delle Opere, Einaudi, Torino 1997, in due volumi),
ma almeno Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati. Di Alexander Langer
l'antologia degli scritti più ampia e rappresentativa è Il viaggiatore leggero,
Sellerio, Palermo 1996. Come è noto, nelle grandi tradizioni culturali
indiane e cinesi, ma anche nelle grandi tradizioni culturali occidentali - sia
quelle religiose in senso stretto: l'ebraismo, il cristianesimo, l'islam; sia
quelle più late: la grecità, l'umanesimo, la laicità, il pensiero delle donne -
vi sono molti fulgidi esempi sia di figure e di condotte miti, sia di
riflessioni sulla mitezza dense e complesse. Volendo proporre qualche testo e
figura esemplare: il discorso della montagna in Luca e Matteo, le figure di
Averroè, Francesco d'Assisi, Thomas More, Etty Hillesum. E volendo ricordare
qualche persona che vi ha riflettuto con lucidità e pietà grandi: Simone Weil e
Hannah Arendt, Aldo Capitini ed Emmanuel Lévinas. Somme figure di resistenti
miti sono emerse nella lotta contro il totalitarismo e nella resistenza contro
il sistema concentrazionario. Ricordano donne e uomini che seppero difendere
l'umanità di fronte all'estremo due fondamentali libri di Tzvetan Todorov: Face
à l'extrême, Seuil, Paris 1991, 1994 (seconda edizione rivista), e Memoria del
male, tentazione del bene, Garzanti, Milano 2001. Sul versante giuridico cfr.
almeno Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene (da leggere nell'edizione
curata da Franco Venturi, Einaudi, Torino 1965, 1994), e Gustavo Zagrebelsky, Il
diritto mite, Einaudi, Torino 1992; ma soprattutto l'esperienza della
Commissione per la verità e la riconciliazione sudafricana. Sulle
lacerazioni, i drammi e gli scacchi della mitezza hanno scritto pagine terribili
e magnifiche Dostoevskij e Tolstoj.
* Direttore responsabile del foglio quotidiano di approfondimento “La
nonviolenza è in cammino” proposto dal “Centro di ricerca per la pace” di
Viterbo.
LA SPOSA SIRIANA Francia, Germania, Israele – 2004 Regia: Eran
Riklis Interpreti: Hiam Abbass Makram J. Khoury Clara Khoury
Un confine, in fondo, non è che una linea convenzionale (il più delle volte
anche geograficamente inesistente) che separa due entità definite (quasi)
altrettanto convenzionalmente. Se in alcuni casi tali linee sono
politicamente, culturalmente ed economicamente accettate e riconosciute, tanto
da divenire pacificamente permeabili a persone, idee, risorse, in molti altri
casi – e sono sempre più in aumento – tali delimitazioni diventano barriere
anche fisiche che, non solo impediscono il contatto tra gli abitanti delle due
sponde, ma tendono a renderli “irriconoscibili” agli altri, senza diritto
all’esistenza se non in quel delimitato luogo. Altrove diventano
non-persone. Il caso delle alture del Golan, siriane sotto occupazione
Israeliana dal 1967, è uno di questi. E questo scenario è lo sfondo (ma molto
più che lo sfondo) dove è ambientato «La sposa siriana» un piccolo-grande film,
presentato allo scorso festival del cinema di Locarno, uscito nelle sale il 1°
luglio, purtroppo in un periodo di fine stagione cinematografica, assolutamente
inadatto a valorizzarlo quanto merita. Altra scelta che ha potuto allontanare il
grande pubblico è quella di mantenere la pellicola in “lingua originale” (quale?
Le lingue parlate sono almeno quattro) con sottotitoli. Ma in questo caso la
scelta è giusta e in qualche modo obbligata vista la complessità della vicenda e
dello scenario in cui si svolge. La storia narra i preparativi per il
matrimonio tra Mona, nata e residente in un villaggio druso del Golan, per
questo “apolide” sui documenti, e Tallel, star della TV siriana, residente a
Damasco. Tutta la famiglia di Mona dispersa tra il villaggio d’origine, l’Italia
e la Russia, si ritrova quindi per accompagnare la sposa nella “Terra di
nessuno” dove avverranno le nozze… Anche questo (come “Private”, “Camminando
sull’acqua”, “Tutto il bene del mondo”, già presentati sulle pagine di Azione
Nonviolenta, o come “Free Zone”, l’ultimo lavoro di Gitai) è un film che, per
condurci in una vicenda enorme dal punto di vista politico e storico, non
sceglie i toni retorici e appariscenti del dramma epico, ma ci guida attraverso
le umanissime, quotidiane (in altri contesti diremmo banali) vicende di una
famiglia. Un matrimonio programmato, una moglie che vuole per sé e per le figlie
una vita diversa, un fratello “pecora nera”, intrallazzatore e sciupafemmine, le
convenzioni sociali di una realtà pastorale e patriarcale lontana mille miglia
dalle evoluzioni frenetiche del mondo attuale. E, per insistere ancora di più
sul punto di vista “altro”, il film è un film profondamente femminile, molto più
di quanto il titolo lasci intendere. È femminile perché le donne sono le vere
menti pensanti, cuori pulsanti e corpi agenti di tutta la narrazione. Sono le
uniche capaci di accogliere e farsi accogliere, lavorare per migliorarsi,
risolvere i problemi (anche la frustrata e frustrante funzionaria della Croce
Rossa) e abbattere – in maniera assordantemente silenziosa – i muri e i
confini. È cinematograficamente femminile perché i ruoli da protagonista sono
femminili; tra tutti la (vera) protagonista Hiam Abbas, attrice palestinese di
una espressività dura e dolente che ricorda Irene Papas o la pasoliniana Medea
di Maria Callas. Gli uomini (maschi) sono invece coloro che i confini li
creano. Confini non solo politici e militari, ma anche (e forse soprattutto),
sociali, familiari, affettivi. Non sono capaci di vedere oltre i propri
limiti/confini, oltre la propria assolutizzazione della realtà fatta di Dio,
Patria e Famiglia. Di sofferenza “eroica” ma in fondo sterile, di autorità
affermata ma non riconosciuta, di continue frustrazioni perché il mondo non è
conforme alla propria visione. E l’unica forma di “resistenza” a questa
difformità è l’esclusione: dei figli dalla famiglia, della famiglia dalla
comunità, della comunità dalla nazione. Le donne invece, che sembrano sempre
obbligate a piegarsi, sono quelle che poi, nei fatti, quelle stesse barriere di
esclusione combattono e nelle quali cercano almeno di creare dei varchi di
comunicazione e scambio. Non c’è umiliazione che possa far perdere di dignità a
donne siffatte, a donne che si battono per cambiare i loro uomini, anche senza
che questi quasi se ne rendano conto, oppure facendo credere che siano sempre
loro a decidere. Eppure… eppure anche loro devono arrivare a gesti di
rottura; di abbattimento “fisico” dei maledetti confini. Solo senza essere
condizionati e “costretti” da essi si può trovare «un posto al mondo così grande
che possa contenere il mio dolore».
Giuseppe Borroni Cooperativa FuoriSchermo – Cinema & Dintorni
Si avvicina la data entro la quale i dipendenti italiani dovranno decidere se
mantenere la gestione del proprio TFR (l’importo accantonato mensilmente per
assicurare la liquidazione al termine della propria attività lavorativa) così
com’è, o in alternativa affidarlo ad un fondo pensione gestito dalla propria
azienda, da un sindacato o da una compagnia di assicurazioni. L’opinione
pubblica non fatica ad immaginare l’intero comparto assicurativo volteggiare
come un rapace sulla montagna di soldi che potrebbe capitargli nelle tasche. Ma
quali sono le compagnie assicurative più grandi del mondo? Sicuramente, a questa
domanda molti volgerebbero lo sguardo ad ovest, verso oltreoceano, dove
risiedono i più grandi gruppi finanziari. Pochi però probabilmente
indicherebbero la General Motors, famosa azienda automobilistica, tra queste.
Come spesso accade in campo economico, per avere risposte riguardo
l’adozione di sistemi finanziari liberisti in luogo del welfare nostrano, basta
guardare cosa accade nel continente americano, dove solitamente tali piani sono
già operanti da svariati anni. Ed in questo caso si scoprirebbe che l’azienda di
Detroit, alle prese con un pesante programma di licenziamenti per sopperire ad
una crisi di vendite, è ormai sempre meno un’azienda automobilistica e sempre
più un’azienda finanziaria ed assicurativa. Nel 2004 GM ha chiuso il bilancio
con quasi 3,7 miliardi di utile, due terzi dei quali generati dalle attività
finanziarie del gruppo. Tra queste troviamo gli impegni per i costi
pensionistici e sanitari di impiegati e pensionati, che hanno ormai raggiunto la
ragguardevole cifra di 1,1 milioni di persone (il 70% pensionati). L'esborso
medio negli anni 2001-2002 è stato di 7,6 miliardi di dollari, sceso nel 2004 a
5,6 miliardi grazie al dimagrimento di personale messo in atto; in pratica, ogni
auto venduta incorpora nel prezzo circa 1.400 dollari aggiuntivi che servono per
pagare il “welfare” a chi l’ha costruita. Nel bilancio 2002 il deficit
patrimoniale dei fondi previdenziali e medici GM ammontava a ben 77 miliardi di
dollari, cioè a quattro volte la sua capitalizzazione di Borsa, e nel giugno
2003 la società ha deciso una emissione di obbligazioni pari a 13 miliardi di
dollari per coprire parzialmente il buco di bilancio. I debiti contratti negli
anni precedenti per sostenere lo sviluppo del settore automobilistico (circa 100
miliardi di dollari) stanno lentamente lasciando il posto a quelli contratti per
garantire le coperture sociali dei dipendenti, usando (guarda caso) lo stesso
strumento finanziario usato in questi casi dagli stati nazionali, cioè
obbligazioni simili a BOT, BPT e CCT. Non più quindi pericolose azioni quotate
nella rischiosissima borsa, bensì “bond” che in caso di fallimento dell’azienda
riversano le perdite sugli ignari risparmiatori che li hanno acquistati (vedi
caso Parmalat). Un economista spiritoso ha detto che in pratica le aziende
automobilistiche americane sono dei sistemi di sicurezza sociale che si
finanziano con la produzione di autovetture. Probabilmente, se c’è un errore
nella valutazione, è solo perché ha dimenticato di aggiungere le compagnie
aeree: quest’anno il fondo pensioni della United Airlines (UAL) ha ottenuto il
fallimento dal tribunale, ed il destino di quelli di Delta, American Airlines,
Continental e Northwest potrebbe essere simile: un giudice ha accettato la tesi
della UAL secondo la quale lasciare il fondo pensioni, con una contabilità
separata ma integrato nei bilanci societari, al suo destino era la via da
seguire per consentire alla società di sopravvivere sul
mercato. Paradossalmente i 120 mila operatori di volo hanno tirato un sospiro
di sollievo, perché il fallimento significa tornare nelle braccia protettive
dello Stato americano: subentra infatti per legge il Pension Benefit Guaranty
Corp (PBGC), organismo parapubblico simile al nostro INPS creato proprio allo
scopo di sobbarcarsi gli impegni dei fondi pensione in difficoltà o appartenenti
a ditte in grave crisi. Il PBGC è una sorta di ciambella di salvataggio,
assicurazione finanziata con i premi delle aziende iscritte. Premi bassi,
inadeguati, che hanno già portato a ben 23 miliardi di dollari il suo deficit
2003 e che secondo previsioni attendibili è destinato a triplicare nei prossimi
dieci anni. Solo il default della UAL ha scaricato sulla PBGC costi per 6,6
miliardi, ed il milione di cittadini che beneficiano delle sue coperture
assicurative cominciano a tremare. Morale? Non esiste bacchetta magica nel
mondo del welfare: inutile sperare che un privato riesca a gestire meglio del
pubblico le pensioni e la sanità, perché non è investendo in obbligazioni o,
peggio ancora, in azioni, che si garantisce una serena vecchiaia ai propri
iscritti.
Musiche, lingue, culture diverse riunite in un unico grande coro
Henry Pousseur, nato a Malmédy in Belgio nel 1929 è considerato uno dei più
rappresentativi compositori del secondo dopoguerra, assieme a Boulez,
Stockhausen e Berio. Seguace di Webern, dal 1950 ha fatto parte del movimento
delle avanguardie dal quale sono nate le più interessanti esperienze di musica
dodecafonica, seriale, elettronica, aleatoria. Nel 1960 ha assunto una posizione
indipendente, rifiutando di fare “tabula rasa” sulle esperienze musicali del
passato e sforzandosi di oltrepassare la distinzione tra antico e moderno, colto
e popolare. Ha insegnato in Germania, Svizzera e Usa. Dal 1975 è stato
Direttore del Conservatorio di Liegi e dal 1983 al 1987 ha diretto l’Istituto di
Pedagogia Musicale di Parigi che poi è confluito nella “Cité de la Musique”
punto di incontro e scambio fra gli studenti dell’Università e del
Conservatorio. Da queste due istituzioni ha preso congedo nel 1994 e oggi con la
moglie vive a Waterloo, vicino ai quattro figli. Ha all’attivo oltre 150 opere
di ogni dimensione, funzione e organico. Fra queste, “La rose des voix” del
1982, scritta in collaborazione con il librettista Michel Butor, propone un
messaggio di pace che mette in rapporto musica antica e contemporanea, popolare
e colta, extraeuropea ed occidentale, facendole dialogare nel modo più
rispettoso possibile senza nascondere od omologare differenze e aspetti
conflittuali che ciascuna può presentare.
“Europacantata” è un raduno di corali amatoriali di ottimo livello
provenienti da tutto il mondo che si tiene ogni tre anni. Nel 1982 la sede
ospitante è stata in Belgio a Namur e Pousseur ha avuto l’incarico di scrivere
un’opera di grandi dimensioni da eseguire prima a Namur e poi a Liegi, che
potesse impegnare i 3000 coristi riuniti prima in gruppi di lavoro. “Ho
tentato di rappresentare la confluenza dei popoli provenienti da tutte le parti
del mondo, con la loro musica, la loro lingua, la loro cultura. E’ chiaro -
racconta l’autore - che ero incapace e i cori in questione erano incapaci di
portare veramente le musiche tradizionali autentiche delle loro culture, perché
le hanno dimenticate. Sono tutte corali di tipo occidentale, dunque con una
pratica musicale che è la conseguenza della colonizzazione occidentale del
pianeta. Ho cercato di raffigurarle col concorso di certi particolari
musicisti”. Quattro cori rappresentano i punti cardinali, 4 solisti e 4 voci
recitanti sono in collegamento con ciascun punto cardinale. Canzoni popolari o
pseudo-popolari in tutte le lingue si presentano e a poco a poco si mescolano,
arrivando poi a formare una sola grande canzone comune conclusiva. Il tutto è
legato da un recitativo composto da variazioni sull’inizio del libro biblico di
Ezechiele: il profeta vede 4 personaggi straordinari, i cherubini, che danno 4
avvisi e vanno in 4 direzioni. Musicisti con grande esperienza di jazz e di
improvvisazione moderna, avendo avuto in precedenza gli spartiti delle canzoni
eseguite dai cori, dopo ogni strofa di canzone introducono una piccola cadenza
improvvisata e, quando le canzoni si mescolano, suonano brani sempre più lunghi;
dopo la strofa conclusiva c’è un’improvvisazione collettiva di circa due minuti.
“Il ruolo di questi musicisti – dice ancora Pousseur - è importantissimo perché
i coristi si sforzano di evocare le musiche dei differenti popoli, ma non
arrivano sempre a pronunciare correttamente la lingua e poi, soprattutto, i
cantori non riescono a trovare il modo di emissione vocale proprio delle musiche
tradizionali, che è straordinario. Gli strumentisti, con la loro esperienza
jazz, reintroducono un elemento di vigore, un carattere primitivo, aggiungono la
linfa, l’elemento perduto, aggiustano l’edulcorazione, la falsa pacificazione
che la musica occidentale ha messo su quella musica”.
Lo spartito de “La rose des voix” è reperibile nel catalogo: