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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
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Srebreniza dieci anni dopo,ripensare per non
dimenticare
Di Paolo Bergamaschi
Dei tragici avvenimenti di Srebreniza ho ricordi indelebili. Innanzitutto il
collegamento alla scomparsa di Alex Langer avvenuta solo una settimana prima. In
quei mesi al Parlamento Europeo ci si era logorati con discussioni interminabili
sulla guerra in Bosnia per cercare di trovare una punto comune. I governi non
volevano intervenire ed il Parlamento rifletteva fedelmente la passività di
quella posizione accentuando le frustrazioni di chi non vedeva una via di uscita
al conflitto. La caduta della città provocò una emozione profonda rinfocolando
le polemiche e zittendo definitivamente i difensori dell’equidistanza che si
traduceva sul terreno in un implicito via libera alle milizie serbe. Srebreniza
come punto di svolta della guerra in Bosnia. Ma subito non ci si rese conto
dell’orrore. Qualche foto degli imbelli soldati olandesi che con il mandato
delle Nazioni Unite dovevano proteggere la città ed invece la consegnavano con
un brindisi a Mladic e nulla più. Poi con il tempo cominciò a filtrare qualche
notizia su cosa avvenne veramente in quelle ore. Dove era finita la popolazione
maschile di Srebreniza? Ricordo una cena a Sarajevo, dove mi trovavo con Daniel
Cohn-Bendit, assieme ad alcuni ambasciatori qualche mese dopo gli accordi di
Dayton che posero solo formalmente fine al conflitto. Uno di questi ci
raccontava la testimonianza di chi aveva visto le soldataglie serbe dividere le
donne ed i bambini dagli uomini. I primi furono poi caricati su autobus che li
avrebbero portati nelle zone controllate dai Musulmani mentre i secondi furono
incamminati verso Tuzla. Sulle colline fra i boschi li attendevano gruppi di
esecutori di una sentenza di morte di massa. Solo più tardi si scoprirono le
fosse comuni che provarono il massacro. Ed era davvero tardi, troppo tardi. I
filmati recuperati in questi mesi danno visibilità al più grande crimine contro
l’umanità commesso in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Fu la
prima ed unica volta che ho invocato un intervento armato. Non vedevo
alternative se si voleva almeno cercare di interrompere quel macello. Gli amici
di Sarajevo del Verona Forum ci chiedevano insistentemente aiuto dopo anni di
assedio sotto i bombardamenti dell’artiglieria serba. Non potevano fare nulla e
salvo la straordinaria marcia dei “Beati i costruttori di pace” nessuno
dall’esterno voleva rompere l’isolamento. Bastarono poi poche incursioni aeree
per distruggere le batterie degli aggressori e portarli al tavolo negoziale dove
Milosevic, il guerrafondaio Milosevic, sarebbe uscito come uomo di pace.
Srebreniza è ancora una ferita aperta, di quelle che nessuna medicina riesce
a rimarginare. Lo è per la gente di Bosnia che si è sentita dimenticata. Lo è
per l’Unione Europea che ha dimostrato tutta la sua incapacità di azione. Lo è
per i pacifisti che si sono divisi fra interventisti ed ortodossi. Lo è per
coloro che hanno esteso in modo spregiudicato lo schema bosniaco alle guerre che
sono venute dopo, Kosovo ed Afghanistan in particolare. Io lo considero come il
punto di svolta del movimento pacifista. Da quel giorno ho capito quanto fosse
importante riformare le Nazioni Unite per metterle in condizioni di agire,
quanto fosse importante dotare l’Unione Europea di una vera politica estera
comune, quanto fosse importante un peace-keeping militare efficiente ed
efficace, quanto fosse importante affiancare o sostituire i militari con corpi
civili di pace. La Bosnia-Erzegovina dagli accordi di Dayton è stata
presidiata dalle forze della NATO sostituite lo scorso anno da un contingente
dell’Unione Europea che garantisce alle popolazioni una sicurezza ancora molto
precaria. Ho vissuto le frustrazioni di chi in questi anni ha visto i governi
esaltare l’azione di pace dei propri militari nella ex Jugoslavia ignorando le
migliaia di volontari che giorno dopo giorno in condizioni a volte disperate
hanno cercato di ricostruire il paese non solo dal punto di vista materiale ma
anche da quello sociale e morale ponendo le basi per un ritorno alla convivenza
interetnica, interculturale ed interreligiosa. Di loro quasi non si è parlato
come se la storia la facessero solo gli eserciti ed i politici. I costruttori di
pace sono ridotti ad una metafora evangelica. Le Nazioni Unite, adesso,
hanno fretta di andarsene. Anche l’ufficio dell’Alto Rappresentante, che ha di
fatto gestito la Bosnia come se fosse un protettorato internazionale, è in via
di smobilitazione. Le emergenze sono oggi in Afghanistan ed Iraq sperando che
nel frattempo non scoppino altre crisi. E le autorità di Sarajevo hanno
giustamente voglia di provarci, di dimostrare che la guerra è finita davvero.
Bisognerebbe, però, avere il coraggio di abbattere le gabbie etniche imposte
dagli accordi di Dayton ma nessuno di loro si azzarda a farlo. Dieci anni dopo,
ripensando a Srebreniza. Dieci anni dopo per non dimenticare.
Luci ed ombre del “Gandhi Project” per esportare la nonviolenza in
Palestina
A cura di Elena Buccoliero
Due fondazioni statunitensi hanno deciso di “spiegare” la nonviolenza ai
palestinesi. Stiamo parlando del “Gandhi Project”, che da alcuni mesi si sta
diffondendo in Palestina e nei paesi arabi, con la presenza di importanti nomi
del mondo sia politico sia cinematografico (tra gli altri gli attori Richard
Gere e Ben Kingsley, protagonista del film “Gandhi”). Ma non è detto che la
nonviolenza sia merce d’esportazione – come la “democrazia”, del resto – e il
progetto non è stato accolto a braccia aperte, per svariate ragioni.
Che cos’è il “Gandhi Project” È un programma in diverse fasi, impegnativo,
ben finanziato, di marca statunitense, che punta a diffondere tra i popoli arabi
e soprattutto in Palestina la nonviolenza come strategia di lotta. Strumento
principe sarà la proiezione del film “Gandhi” in ogni possibile angolo della
Cisgiordania e di Gaza, campi profughi inclusi. Il film, libero per
l’occasione dai diritti d’autore, ha richiesto un anno di lavoro intenso e 129
attori palestinesi per il doppiaggio in lingua araba. I promotori del programma,
le fondazioni Skoll e Global Catalyst, ne stanno promuovendo le visioni sia in
forma diretta, sia donandone copia alle scuole, associazioni, ONG… allo scopo di
diffondere il pensiero e l’azione del Mahatma. “Gandhi era un uomo comune
che aveva preso su di sé il compito di cambiare il mondo”, ha affermato Jeff
Skoll, a capo della Skoll Foundation, “e parlare della sua storia è un modo per
far sì che la gente si identifichi con lui”. Il progetto presenta la
nonviolenza come “una vera e propria voce con cui comunicare il trattamento
costantemente disumano che il popolo palestinese riceve, le condizioni in cui
vive. È stato derubato della propria voce. Fare passi di pace e indirizzare
parole di libertà alla coscienza e all’umanità della comunità internazionale,
indurrà gli altri ad unirsi ai palestinesi nel sentiero verso la verità e la
pace”. Oltre alle proiezioni, Gandhi Project prevede azioni di partnership tra
le fondazioni promotrici e le ONG locali, o le organizzazioni della società
civile, per un lavoro educativo e culturale di formazione alla nonviolenza e per
finanziare progetti di sviluppo economico. Info: www.gandhiproject.org.
La prima proiezione Il film “Gandhi” è stato proiettato per la prima volta
a Ramallah nell’aprile scorso, alla presenza dell’attore premio Oscar e di
importanti nomi della politica palestinese. Si faceva affidamento sui recenti
risultati di un sondaggio tra la popolazione palestinese, secondo il quale il
consenso generale ai kamikaze è passato dal 77% dello scorso anno al 29%
odierno. Nonostante questo molte delle 300 persone che hanno assistito alla
proiezione, al termine della pellicola non parevano convinte. E pensare che in
oltre quattro anni di scontri, con la seconda Intifada, hanno perso la vita
3.469 palestinesi e 1.032 israeliani…
Obiezione1: i palestinesi sono già nonviolenti Secondo alcuni commenti i
palestinesi non hanno bisogno di un film per imparare la nonviolenza: la
praticano già. “Hanno combattuto la prima Intifada con le pietre e hanno
avuto in risposta le pallottole israeliane. Hanno combattuto la seconda Intifada
con le armi e hanno trovato in cambio i carri armati israeliani, bulldozer e
aeroplani. E ora vogliono cominciare una terza Intifada, una lotta popolare,
disarmata, nonviolenta contro il muro che li strangola, e si ritrovano soldati
israeliani infiltrati che lanciano pietre e vogliono farci credere che siano i
palestinesi a farlo”. Il riferimento è ad una manifestazione dell’aprile
scorso nel villaggio di Bil’in, dove la popolazione, sostenuta da gruppi
pacifisti israeliani, manifestava senza violenza contro la costruzione del muro.
In seguito alcuni soldati sulla tv israeliana hanno ammesso che loro infiltrati
hanno lanciato le prime pietre contro l’esercito, “secondo una strategia
consueta”. L’esercito ha risposto con i lacrimogeni e con un nuovo tipo di arma:
pallottole di plastica ricoperte di sale. Evidentemente, conclude il
giornalista con una frase che vorrebbe svilire la nonviolenza, ma ne avvalora il
peso, “la resistenza nonviolenta non è conveniente per Israele”, se “per
allontanare questa minaccia impiega i suoi soldati per trasformare le
manifestazioni pacifiste in scontri violenti”.
Obiezione2: la nonviolenza non è adatta / non è abbastanza efficace
Secondo una diversa obiezione, sostenuta ad esempio sul sito palestinese
“Electronic Intifada”, la nonviolenza non merita considerazione perché è poco
efficace. La liberazione dell’India, è scritto, “non è avvenuta per una via
soltanto nonviolenta. Gli anticolonialisti hanno commesso un’ampia varietà di
atti terroristici, il governo britannico era responsabile di massacri ed
atrocità, e la violenza comune prima, durante e dopo l’indipendenza ha toccato
milioni di persone”. A sostegno di questa tesi vengono riprese alcune parole
di Malcolm X: “Luther King e i suoi invitano a porgere l’altra guancia. Per
quello che mi riguarda, è una perdita di tempo. Mai porgere l’altra guancia
finché non vedi che L’ALTRO porge la propria”. E sul problema di chi debba
compiere il primo passo, il confronto potrebbe andare avanti all’infinito…
Obiezione3: la nonviolenza è un modo per fermare la resistenza La terza
accusa al Gandhi Project è quella di voler fiaccare la resistenza palestinese:
“Il progetto, intenzionalmente o in modo ingenuo, è funzionale alla Road Map. È
un modo per sradicare l’opposizione e neutralizzare il dissenso e la resistenza
araba in tutto il Medio Oriente”. Paradossalmente, il fatto che apra
possibilità di finanziamento viene letto negativamente, come tentativo di
comprare il consenso popolare. “La disponibilità di fondi determina il
consenso ed è un altro esempio dell’industria emergente dei processi di pace.
Questo è il vero fallimento: che durante gli incontri con importanti politici
americani e divi di Hollywood nessuna organizzazione palestinese abbia avuto la
fiducia di dire loro che, come cittadini americani, sono direttamente
responsabili per il coinvolgimento diretto e devastante del loro paese nel
conflitto”. Emerge sotterraneo il riconoscimento dell’importanza della
nonviolenza, ma… in un altro punto del globo: “Le sanzioni degli Stati Uniti
contro il regime dell’apartheid in Sudafrica erano state il diretto risultato
delle azioni della società civile americana, che ora potrebbe utilizzare le
stesse strategie contro Israele. Dov’è ora il supporto politico e diplomatico
necessario per rappresentare un movimento contro l’occupazione in Cisgiordania e
Gaza?” E arriviamo alla proposta: “Se il Gandhi Project vuole aiutare
davvero, io ho da suggerire un’idea migliore. Invece di proiettare “Gandhi” nei
territori occupati, perché non mostrate in tutti gli Stati Uniti d’America le
recenti manifestazioni nel villaggio palestinese di Bil’in? Gli americani
potrebbero scoprire la realtà dell’occupazione, largamente finanziata con le
loro tasse”.
Obiezione4: la nonviolenza palestinese c’è, ma non si vede Altri autori
ricordano che la resistenza palestinese è iniziata con la nonviolenza, ma ha
dovuto tristemente accorgersi che questo la condannava all’invisibilità
internazionale: “Prendiamo ad esempio il digiuno dei prigionieri politici
palestinesi nelle carceri israeliane. I media lo hanno ignorato, tranne quando
gli israeliani hanno deciso di piazzare dei kebab dentro alle celle”. E
Jonathan Cook, un giornalista dell’International Herald Tribune: “I palestinesi
hanno capito che la violenza è il modo più sicuro perché la loro situazione
venga conosciuta a livello internazionale. L’uso dei kamikaze è immorale, ma va
in prima pagina e ricorda al mondo che c’è un conflitto. Quando i palestinesi
restano vittime passive, il mondo si gira dall’altra parte”.
Obiezione5: la nonviolenza non può venire da fuori In ultimo, c’è da
chiedersi se pur con le migliori intenzioni sia stata seguita una strada
veramente corretta per dialogare con il popolo palestinese e se non venga
necessariamente osteggiato un “suggerimento” che entra nei campi profughi con la
forza dei dollari americani e con scarso coinvolgimento dei movimenti
nonviolenti locali. Certo non è il primo caso.
Nel periodo elettorale le emittenti tv hanno mostrato il seguente spot:
“Ciao, sono Richard Gere e parlo a nome del mondo intero. Siamo con voi
durante questo periodo elettorale. È davvero importante. Uscite di casa e andate
a votare”. In seguito la Reuters ha riportato che molti palestinesi non
hanno idea di chi sia Richard Gere, mentre altri hanno ironizzato sulla capacità
degli americani di scegliere oculatamente il loro capo di stato… prima di dare
lezioni ad altri. Un giovane palestinese suggerisce la proiezione di
“Paradise Now”, un film palestinese che ha ricevuto il primo premio al Festival
di Berlino. Narra la storia di due ragazzi che hanno deciso di offrirsi come
kamikaze ma poi arrivano, per strade diverse, a mettere in dubbio la loro
scelta. Sarà la fidanzata di uno dei due protagonisti ad osservare: “Se uccidi,
non ci sarà più differenza tra vittima e oppressore”.
Ma quanto ci costano le armi? Come impoverirsi ed essere meno sicuri
A cura di Raffaele Barbiero*
Nel mondo oggi ci sono circa 639 milioni di armi leggere e di piccolo taglio
e se ne producono otto milioni in più ogni anno. Ci sono aziende che le
fabbricano, intermediari che le mettono in commercio, governi e privati che le
acquistano e le vendono e, all’ultimo anello di questa incontrollata catena,
persone che le utilizzano contro altre persone In questo stesso mondo, con
queste stesse armi, ogni anno almeno 500.000 esseri umani vengono ammazzati,
300.000 bambini soldato sono costretti a imbracciarle e usarle in guerra come se
fossero giocattoli, decine di conflitti vengono sostenuti e alimentati dal
traffico incontrollato dei prodotti dell’industria militare. Milioni di persone
pagano a caro prezzo le scelte sbagliate dei rispettivi governi, che
preferiscono investire risorse e ingigantire il loro debito estero nella corsa
agli armamenti piuttosto che sostenere programmi virtuosi, e spesso meno
costosi, di sviluppo economico e lotta alla povertà. Senza controlli severi,
tali armi continueranno ad alimentare conflitti violenti, repressioni di stato,
crimini e violenze domestiche. Se i governi non interverranno per fermare la
diffusione delle armi, sempre più vite andranno perse, sempre più violazioni dei
diritti umani saranno commesse e un numero sempre maggiore di persone si vedrà
negata la possibilità di sfuggire alla povertà. Le soluzioni concrete
esistono e sono da tempo alla portata dei governi e della comunità
internazionale: rafforzare i meccanismi di controllo nazionali, regionali e a
livello globale sui trasferimenti irresponsabili di armi ed attrezzature
militari, di sicurezza e di polizia; impedirne in ogni caso il commercio verso
paesi in stato di conflitto o responsabili di gravi violazioni dei diritti
umani; adottare quanto prima un sistema globale di identificazione e tracciatura
che consenta di risalire ai paesi che gestiscono la produzione e
l’intermediazione illecita di armi. Tutto ciò senza scordarci di un fenomeno
che si è già da tempo affacciato sullo scenario internazionale dei conflitti e
della “sicurezza globale”: quello delle aziende che vendono servizi di
sicurezza, le ditte militari private che oltre a fornire servizi di sicurezza,
danno anche supporto militare logistico, personale adeguatamente addestrato
anche a compiere azioni di sabotaggio e di guerriglia. Si va così
pericolosamente da un monopolio statale dell’uso della forza, sottoposto, almeno
nei Paesi democratici al consenso dell’opinione pubblica e alle verifiche dei
Parlamenti, alla possibilità per grandi multinazionali o stati di dubbia
democrazia e/o legalità, di dotarsi di un apparato bellico in grado di
affrontare molteplici situazioni di conflitto e o di guerra. Senza quasi nessun
controllo e con il concreto rischio di moltiplicare le situazioni di ricorso
alle armi e alla violenza. Per chi vuole approfondire consiglio la lettura
di: “MERCENARI SpA” di Francesco Vignarca, editore Bur Biblioteca Univ. Rizzoli,
anno 2004.
Costi per la guerra 839 mld di dollari nel 2001, saliti a 956 nel 2004
come spese militari nel mondo bilancio USA per la difesa: 364,6 mild di
dollari nel 2003; 379,9 mld nel 2004; più di 400 mld nel 2005 (unica voce che
cresce, dal 2001 è cresciuta del 41%) accordo su elettronica per la difesa
fra Finmeccanica (Italia) e Bae (Gran Bretagna) valore 3 mld di euro- 2,1 mld di
dollari: costo di un bombardiere B2 750 milioni di dollari: costo dei missili
Tomahawk lanciati dagli Usa dal 1991 al 2003 in Iraq, Bosnia, Sudan,
Afghanistan 45 milioni di dollari: costo di un aereo F 117 Stealth Fighter-
Africa, Asia, America Latina e Medio Oriente spendono in media 22 mld di dollari
annui per acquisto di armi in questi ultimi anni
Paesi in possesso di bombe atomiche Usa; Gran Bretagna, Cina; Francia;
Russia; Israele; India; Pakistan; Corea del Nord e…..?
Paradisi fiscali (per società offshore) e banche “armate” Isole Vergini
Britanniche; Liechtenstein; Isola di Jersey; Panama; Isole Cayman; Bermuda;
Andorra; Macao; Bahamas; Barbados; Gibilterra; Repubblica Domenicana; Belize;
Liberia; Isole Maldive; Isole Marshall; Isola di Nauru; Isole Vanuatu; Isole
Tonga; Isola di Niue; Isole Cook; Isole Samoa; Cipro; Hong Kong; Isola di Man
(Gran Bretagna); Libano; Seychelles; Singapore. Si calcola che ci siano da
40 a 80 paradisi fiscali per un giro di 1.800 mld di dollari all’anno.
Pericolosi per riciclaggio di denaro, corruzione, connessioni con il terrorismo
e speculazioni finanziarie (per maggiori info: www.ares2000.net;
www.grandinotizie.it; www.commercialistatelematico.com;
www.narcomafie.it) Inoltre bisogna tener conto delle numerose banche che in
un modo o nell’altro sono coinvolte nella produzione e/o commercializzazione
degli armamenti. Per avere informazioni delle banche coinvolte:
www.banchearmate.it
Produttori di armi Usa; Gran Bretagna; FranciA; Russia; Cina; Germania;
Italia; Giappone; Brasile; India; Olanda; Svezia; Spagna;….
Costi difesa in ITALIA - bilancio della difesa: da 19 mld di euro nel 2002
a 22 mld di euro nel 2005 di cui 2 mld per missioni di pace all’estero -
nuova portaerei “Andrea Doria” (abbiamo già la “Garibaldi”): 1,15 mld di euro;
entro il 2008 nuova portaerei “Cavour” per 1,39 mld di euro -
industrializzazione e acquisizione di 56 elicotteri NH90 (compatibili per
portaerei): 1,75 mld di euro (al 2003) - acquisto 16 elicotteri EH 101 per
900 milioni di euro (al 2003) - programmi vari di ricerca scientifica e
tecnologica: 115 milioni di euro (al 2005)
Rammento che in Italia dal 1991 è cambiata la “filososfia” degli interventi
militari: si è passati dal concetto di “difesa” al concetto di “sicurezza”.
Più precisamente nei “Lineamenti di sviluppo delle forze armate negli anni
‘90” documento ufficiale presentato in Parlamento nel 1991 si parla di “tutela
degli interessi nazionali nell'accezione più vasta di tali termini, ovunque sia
necessario” e per interessi nazionali e strategici da difendere si intende “la
materie prime necessarie alle economie dei paesi industrializzati”.
Infine il 27 marzo 2003 il Parlamento ha ratificato le modifiche alla legge
185/90 sul commercio delle armi (disegno di legge 1547 divenuto Legge n. 148 del
17/06/2003) peggiorando la normativa di controllo sull’export di armi. Per
esempio non verrà più reso noto il certificato di destinazione d’uso, sottraendo
al Parlamento e all’opinione pubblica la possibilità di conoscere il
destinatario finale di armi coprodotte da ditte italiane, tra le quali
potrebbero esservi Paesi che commettono violazioni dei diritti umani considerate
“non gravi”.
Per informazioni: www.disarmo.org; www.banchearmate.it; validissima è la
lettura di: “ARMI D’ITALIA”, di Riccardo Bagnato e Benedetta Verrini, Fazi
Editore, 2005 Roma; il settimanale VITA del settore no-profit è sempre puntuale
nelle informazioni: www.vita.it
Costi per lo sviluppo Che cosa si dovrebbe fare, per raggiungere gli
obiettivi internazionali: 760 mld di dollari (in 11 anni): spesa complessiva
per raggiungere gli obiettivi del millenio per lo sviluppo 50 mld di
dollari: spesa annuale stimata dall’ONU necessaria a conseguire gli obiettivi
internazionali di sviluppo. Di cui ad esempio: 10 mld di dollari: spesa
annuale stimata dall’UNICEF per garantire l’accesso universale all’istruzione
primaria. 7/10 mld di dollari: spesa annua necessaria stimata da UNAIDS per
rispondere efficacemente all’epidemia dell’AIDS. 12 mld di dollari: spesa
annua stimata per ridurre mortalità infantile e materna
Un esempio da un paese africano 22.000 euro: il costo per la costruzione
di una scuola in Burkina Faso. 8.000 euro: il costo per la costruzione di un
pozzo in Burkina Faso. Il 71% della popolazione del Burkina Faso non ha
accesso all’acqua potabile. Il 76.1% della popolazione del Burkina Faso non
ha accesso all’istruzione primaria.
Educare alla pace in tempi di guerra: conflitti planetari e diritti dei
bambini
di Daniele Lugli
Educare… È, in prima approssimazione, trar fuori, condurre. Il primo
impulso, infatti, è stato di tirarli fuori, condurli in salvo, i bambini, dalla
scuola di Beslan, la scuola dell'Ossezia, lontana e ignorata, fattasi
dolorosamente vicina. La violenza, anche non così estrema, è il contrario
dell'educazione. Ci ricorda sobriamente Giuliano Pontara nel suo La personalità
nonviolenta: "I minori oggetto di violenza rischiano di diventare adulti con
poco senso della propria identità e valore, pronti alla sottomissione ed
all'autodistruttività o al contrario a reagire con esasperata aggressività
incapaci di fiducia negli altri". Il primo luogo di educazione è la
famiglia, luogo non esente da violenza. Degli omicidi circa un terzo risulta
compiuto in famiglia, ci ricorda il rapporto Eures 2004 sugli omicidi volontari
in Italia. E del resto gli italiani non uccidono più degli altri europei, mentre
negli USA il tasso degli omicidi è il quadruplo di quello che si riscontra nel
nostro continente. L'educatore, singolo o collettivo, dà al bambino in primo
luogo il suo esempio. Spesso non è un bell'esempio. Il Nord è ricco e
consumatore, il Sud fornisce la materia prima. Così i bimbi del Nord vengono, in
tutti i modi, addestrati alla bulimia consumista. I bimbi del sud sono educati
allo sfruttamento in ogni lavoro (compresi i più antichi: prostituzione e
esercito) quando non sono essi stessi materia prima, deposito, provvisoriamente
vivente, di organi da trapianto.
…alla pace Educare è dunque tirarli fuori, tirarci fuori con i bambini,
dalla violenza. È educarci alla pace. Con questo intento tutti i premi Nobel per
la Pace sottoscrissero un appello all'ONU nel 1997. Il 2000, fu proclamato Anno
internazionale per la cultura della pace E, dal 2001 al 2010, fu proclamato
il Decennio della cultura di pace e della nonviolenza per i bambini del mondo.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, adottò nel 1999 la Dichiarazione sulla
cultura di pace, accompagnata da un Programma d’Azione. Ne venne anche un bel
manifesto diffuso e sottoscritto, e iniziative sono in corso per dare una
qualche traduzione anche in Italia a intenzioni solennemente affermate in
documenti internazionali. Che siano possibili per adulti e bambini apprendimento
e pratica della nonviolenza lo assicura Gandhi (Young India 5.11.1919): “A mio
parere la bellezza e l'efficacia del Satyagraha (forza della verità -
nonviolenza) sono tanto grandi e la dottrina è tanto semplice che può essere
predicata perfino ai bambini”. Qualche buon esempio l'abbiamo avuto, e
l'abbiamo ancora, anche in Italia. Il pensiero va a don Lorenzo Milani e altri
sarebbero da citare. Faccio solo un accenno ad Aldo Capitini con pochi pensieri
tratti da i suoi Educazione aperta e Il fanciullo nella liberazione dell'uomo.
L'educatore esprime una tensione profetica perché "vede nel bambino uno che
porta nel mondo qualcosa di suo e non è un vivente informe da plasmare come si
voglia". Anzi "il loro crescere, la loro apertura, la loro novità e la loro
certezza ci fa segno di una realtà liberata". Per questo "un'educazione
religiosa non sarà certo comunicazione di una verità religiosa, di una certa
dottrina: questa dottrina concerne l'educatore, ed è lui che è arrivato a
conoscerla, a viverla, a praticarla: essa è di qua della realtà liberata".
Nell'educazione si condivide "la gioia del raggiungimento e dell'attesa di una
realtà migliore. La gioia che trabocca per il nuovo, per sottrarsi
all'abituale". La scuola può insegnare che "il bene è degno di continuare, il
male merita di finire, e perciò bisogna non indugiare, raccogliere gli sforzi,
proprio perchè non duri più nemmeno un minuto". Può farlo una scuola di diversi
ed eguali, una scuola pubblica (Capitini era presidente della “Associazione per
la difesa e lo sviluppo della scuola pubblica in Italia”): "ecco l'importanza di
una scuola di tutti, meglio dire così che statale", per l'apertura alla vita,
alla libertà, allo sviluppo. "La scuola sarà sempre meglio della merda" dice
un ragazzo di Barbiana. E questo richiama quelli che una scuola, quale che sia,
non ce l'hanno. Nel 1990 si sono contati in 130 milioni (80 milioni le bambine).
Una più recente stima di Terres des Hommes è a 121 milioni. E la guerra, le sue
conseguenze, la fanno sparire anche dove prima c'era. "Ma che ci fai tu in
strada a quest'ora della mattina? Perché non vai a scuola?". Immaginatevi una
giovane donna italiana che rivolge questa domanda a un bambino di massimo otto
anni per le strade polverose della grande Baghdad, con i suoi quasi sei milioni
d'abitanti. E immaginatevi che il piccolo le risponda "Purtroppo non ce la
faccio a seguire la scuola. La mia è una famiglia d'umili origini e non ci sono
soldi per i libri, né per il bus…". "Allora lavori", fa la giovane donna e lui,
serissimo, "Eh no, sa… al momento è difficile trovare un posto. Qui siamo tutti
senza lavoro perché c'è un tasso di disoccupazione altissimo". Bene, ora
possiamo smettere di immaginare perché il dialogo è realmente avvenuto: il
piccolo si chiama Jahid, la giovane donna Simona Pari e in quel momento è a
Baghdad come cooperante di “Un ponte per…”. Nella grande Baghdad, di bambini
come Jahid ce ne sono a migliaia, anzi a milioni. In base alle stime Unicef,
sono due milioni e mezzo gli under 18 che vivono nella capitale, pari a circa il
50% della popolazione. Di sicuro c'è che, oggi, essere bambino a Baghdad non è
facile, anzi: è una scommessa sin dalla nascita. Dove è da tempo un
dovere/diritto per bambini e giovani, la scuola sembra peggiorare. Né vale
ficcarci le tre i per innovarla, né aprirla a finta concorrenzialità "privata",
pubblicamente sovvenzionata. C'è un incredibile parlamentare che attribuisce la
colpa al boicottaggio della riforma (la chiamano così) da parte di un manipolo
di insegnanti. Il guaio è più grave e serio. Quando va bene il sentimento
prevalente tra i frequentanti, per ragioni di studio o di lavoro, è la noia. Si
delinea una scuola pubblica che non aiuta ad acquisire capacità critica,
distributrice di conoscenza usa e getta, espressione di una società incolta. Il
60% degli italiani non legge: non compra un libro all'anno. Due milioni sono gli
analfabeti e 15 milioni i semianalfabeti, ci ricorda Tullio de Mauro in “La
cultura degli italiani”, edito da Laterza. C’è qualcosa che non va nel nostro
rapporto con la scuola. Ci facciamo conoscere anche all'estero. In Germania, ad
esempio, risulta che gli studenti italiani, circa 67 mila, espressi da una
comunità di mezzo milione di immigrati (prima per insediamento e seconda per
numero solo a quella turca) sono i peggiori di tutti. Non pare che la nostra
scuola abbia voglia di apprendere e trasmettere i saperi necessari ai tempi
nostri, sette secondo Edgar Morin. Sono saperi fondamentali per tessere (e
ritessere) relazioni tra persone, conoscenze, culture. Senza di ciò non si dà
vero progresso, né pace. I giovani che incontro nelle scuole mi sembra
avvertano, spesso confusamente, questa carenza. Certo la scuola che può
seriamente contribuire ad educare alla pace è la scuola di tutti, una scuola che
non abbiamo e dalla quale ci stiamo semmai allontanando.
…in tempi di guerra La guerra è tornata, anche se non più invocata da
giovani ardenti e salutata da folle festose, come novant’anni fa la prima guerra
mondiale. Anche la seconda guerra non pare abbia insegnato molto. Joachim Fest
ha scritto un libro, “La disfatta”, dal quale è stato tratto un film. Si teme
che la vicenda (si tratta degli ultimi giorni di Hitler nel bunker di Berlino) e
la, certamente ottima, interpretazione di Bruno Ganz nei panni del dittatore,
possano rendere il personaggio troppo umano, in qualche modo accattivante e
quindi, soprattutto per i giovani, disorientante. L'autore ha giustamente
osservato: "La cosa peggiore non è che Hitler fosse un mostro, ma che fosse un
uomo. Il male fa parte dell'uomo, non possiamo più espellerlo parlando di
mostri". Ce lo aveva già ricordato nitidamente Albert Camus "Ci domandavamo dove
vivesse la guerra, che cos'era che la rendeva così vile. E ora ci rendiamo conto
che sappiamo dove vive, cioè dentro di noi". È una constatazione che, nonostante
le apparenze, invita all'ottimismo. La guerra è cosa nostra, possiamo farci
qualcosa a partire da noi, dalla nostra capacità di comprensione, di noi stessi
e degli altri, in particolare di chi ci appare (e magari è) nemico irriducibile.
Dobbiamo conoscere noi stessi in profondità. Non è facile e la guerra non aiuta.
Perfino Freud, all'epoca vicino ai sessant’anni, in un primo tempo si entusiasmò
e disse di sentirsi austriaco per la prima volta in trent'anni. Possiamo evitare
errori riconosciuti. Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione profonda, oltre che
a noi stessi, al "nemico". C'è un motto che accompagna la guerra: Taci, il
nemico ti ascolta. Vorrei dire: Ascolta, il nemico ti parla.
Conflitti planetari… Dal 1946 al 2001 si contano oltre 200 conflitti
armati, 150 dei quali in paesi che continuano a chiamare in via di sviluppo.
Solo 16 possono essere considerate guerre in senso classico, ci avverte Luigi
Bonanate in “La politica internazionale tra terrorismo e guerra” (ed. Laterza
2004), con un nemico, un fronte, un vincitore riconoscibili. E i bambini ci sono
dentro, vittime e protagonisti (o vittime due volte se si preferisce). Il
Consiglio di Sicurezza dell'Onu tiene una sessione annuale dedicata ai bambini
nei conflitti armati. Nell'ultima il rapporto del Segretario generale e la
relazione del Direttore dell'Unicef hanno evidenziato l'utilizzo di bambini
soldato (300 mila in 30 conflitti armati in corso nel mondo), uccisione e
ferimenti dei bambini, rapimenti e violenze sessuali a danno di bambini e
bambine, attacchi alle scuole e agli ospedali. Il problema è enorme: in Liberia,
ad esempio, si stima vi siano oltre 15.000 bambini soldato; una recente ricerca
in Sierra Leone indica che in una su cinque, una su sei, famiglie sfollate si
registrano abusi sessuali, incluso lo stupro, la tortura e la riduzione in
schiavitù per scopi di sfruttamento sessuale. Non diversa la situazione nella
Repubblica Democratica del Congo. Inoltre, nel solo 2003, i paesi il cui
territorio risultava infestato da mine, particolarmente micidiali per i bambini,
erano ben 82. Nell'ultimo decennio questo è stato il bilancio dei bambini
vittime della guerra: · oltre 2 milioni di bambini sono stati uccisi; ·
oltre 6 milioni sono rimasti invalidi o sono stati gravemente feriti; · oltre
1 milione sono i bambini rimasti soli, orfani o che hanno perso i genitori nel
caos della guerra; · circa 20 milioni sono rimasti senzatetto, sfollati o
rifugiati; · oltre 10 milioni sono rimasti traumatizzati
psicologicamente. Ogni anno tra 8.000 e 10.000 bambini rimangono uccisi o
mutilati dalle mine antiuomo.…e diritti dei bambini C'è in vigore una
Convenzione per i diritti dell'infanzia del 20.11.'89, in vigore dal settembre
'90, dopo una gestazione decennale. Suoi precedenti possono essere considerati
dichiarazioni della Società delle Nazioni del 1929 e dell’Onu nel 1959. La
Convenzione è stata ratificata da tutti gli stati, salvo la Somalia e gli Stati
Uniti d'America. Sono 54 articoli, trattano dei diritti dall'articolo 1 al 41,
delle garanzie dall'articolo 42 al 45, dell'attuazione dall'articolo 46 al 54.
Si applicano ai minori di 18 anni. Fissano standard minimi di trattamento e
principi, quali la non discriminazione (art. 2), il superiore interesse del
fanciullo (art. 3), il diritto alla vita, alla sopravvivenza, allo sviluppo
(art. 6), il dovere di ascoltare l'opinione del fanciullo (art.12). Come
questi diritti siano rispettati è noto: 12 milioni all'anno sono i bimbi
sotto i 5 anni che muoiono per malattie infantili facilmente prevedibili e
curabili. 6 milioni muoiono proprio per fame. 250 milioni lavorano sotto
età e in condizioni terribili (in Italia 300 mila, magari attività criminose, in
Usa 5 milioni e mezzo. In espansione nell'Europa dell'est sono i bimbi di strada
e la loro prostituzione). Infortuni e malattie professionali che colpiscono
almeno un quarto dei giovani lavoratori. Povertà, mancanza di istruzione,
costrizione tradizionale ne sono le cause principali. 4 bambini su 10 tra 0 e
5 anni hanno problemi di crescita e sviluppo 2 milioni di bambine all'anno
subiscono mutilazioni genitali 3 milioni di bimbi morti a causa dell'Aids e 8
milioni sono gli orfani di genitori deceduti a causa dell'Aids. La condizione
è ancora peggiore per le bambine: la discriminazione di genere comincia ancor
prima della nascita (aborto selettivo) e prosegue implacabile fino alla
tomba. Qualcosa si potrebbe fare. A proposito della connessione conflitti
planetari e diritti dei bambini è stato osservato: "Prendiamo ad esempio le
spese militari. Ogni giorno, il mondo devolve 2, 2 miliardi di dollari in
produzione di morte. Più precisamente, il mondo destina questa cifra astronomica
alla promozione di gigantesche partite di caccia in cui il cacciatore e la preda
sono della stessa specie, e da cui risulta vincitore colui che avrà ucciso il
maggior numero di propri simili. Basterebbero nove giorni di spese militari a
procurare cibo, educazione e cure a tutti i bambini della Terra che ne sono
sprovvisti". Chiudiamo questo repertorio di orrori considerando che ogni
cittadino del mondo è costituito difensore dei diritti umani. L'ha proclamato
l'Assemblea generale dell'Onu nel dicembre del '98. A maggior ragione questo
dovrebbe richiamare la nostra attenzione nei confronti dei diritti delle bambine
e dei bambini. “Qualcuno ha dichiarato guerra ai bambini”, ha osservato di
recente la parlamentare Titti Valpiana. Farlo smettere non sarà facile, dentro
ci siamo, con diverse responsabilità, anche noi. È un'opera collettiva e
complessa alla quale siamo chiamati. Ci può essere utile l'esempio dei ragazzi
di don Milani: Così abbiamo capito cos'è l'arte. È voler male a qualcuno o a
qualche cosa. Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare dagli amici in un paziente
lavoro di squadra. Nasce l'opera d'arte: una mano tesa al nemico perché cambi.
Possiamo avvicinare un tempo in cui tutti i bambini, e noi con loro, godano
dei loro diritti naturali. Quelli individuati da Zavalloni mi convincono 17).
Siamo pronti a cogliere l'invito di Capitini: "Su muoviamo con i fanciulli,
con la stessa prontezza al mutamento, al distacco da leggi e abitudini che non
hanno scavato solchi, con la festosità del riso e di grida, se l'acqua sprizza
lieta nel mezzo, e giuochi muovono tutte le cose dintorno ad unirsi con loro,
invidiose e vogliose come un giovane cane. Perché andare lontano se qui è il
sommo che si apre?"
Manifesto 2000 per una cultura della pace e della nonviolenza Perché
l’anno 2000 deve rappresentare un nuovo punto di partenza, l’occasione di
trasformare - insieme - la cultura della guerra e della violenza in una cultura
di pace. Perché una simile trasformazione esige la partecipazione di ognuno
di noi, deve offrire ai giovani e alle generazioni future valori che li aiutino
a formare un mondo più giusto, più solidale, più libero, degno e armonioso e più
ricco per tutti. Perché la cultura della Pace renda possibile lo sviluppo
durevole, la protezione dell’ambiente e la valorizzazione di ciascuno. Poiché io
sono cosciente della mia parte di responsabilità di fronte all’umanità, in
particolare nei confronti dei bambini di oggi e di domani. Io mi assumo
l’impegno nella mia vita quotidiana, nella mia famiglia, nel mio lavoro, nella
mia comunità, nel mio Paese e nella mia regione di: 1) Rispettare la vita e
la dignità di ogni persona senza discriminazione o pregiudizio; 2) Rifiutare
la violenza: praticare attivamente la nonviolenza, ripudiando la violenza in
tutte le sue forme: fisica, sessuale, psicologica, economica e sociale, in
particolare verso i più poveri e vulnerabili come i bambini e gli
adolescenti; 3) Dare libera espressione alla mia generosità: condividere il
mio tempo e le mie risorse materiali in uno spirito di generosità per porre un
termine all’esclusione, all’ingiustizia e all’oppressione economica; 4)
Ascoltare per comprendere: difendere la libertà di espressione e la diversità
culturale, dando sempre la preferenza al dialogo e all’ascolto piuttosto che al
fanatismo, alla menzogna e al rifiuto dell’altro; 5) Preservare il pianeta:
promuovere un atteggiamento verso il consumo che sia responsabile e sviluppare
pratiche che rispettino tutte le forme di vita e preservino l’equilibrio
naturale nel pianeta; 6) Reinventare la solidarietà, contribuire allo
sviluppo della propria comunità: contribuire allo sviluppo della mia comunità,
con la piena partecipazione delle donne e il rispetto dei principi democratici,
al fine di creare insieme nuove forme di solidarietà.
Secondo Edgar Morin I sette saperi necessari (ed. Cortina) sono i seguenti:
* Le cecità della conoscenza: l'errore e l'illusione * I principi di una
conoscenza pertinente * Insegnare la condizione umana * Insegnare
l'identità terrestre * Affrontare le incertezze * Insegnare la
comprensione * L'etica del genere umano
I diritti naturali delle bambine e dei bambini, di Zavalloni Il
diritto all'ozio - a vivere momenti di tempo non programmati dagli adulti.
Il diritto all'uso delle mani - a piantare chiodi, segare e raspare legni,
scartavetrare, incollare, plasmare la creta, legare corde, accendere un fuoco.
Il diritto agli odori - a percepire il gusto degli odori, riconoscere i
profumi offerti dalla natura. Il diritto al dialogo - ad ascoltare e poter
prendere la parola, interloquire e dialogare. Il diritto a sporcarsi - a
giocare con la sabbia, la terra, l'erba, le foglie, l'acqua, i sassi, i rametti.
Il diritto ad un buon inizio - a mangiare cibi sani fin dalla nascita, bere
acqua pulita e respirare aria pura. Il diritto alla strada - a giocare in
piazza liberamente, a camminare per le strade. Il diritto al selvaggio - a
costruire un rifugio-gioco nei boschetti, ad avere canneti in cui nascondersi,
alberi su cui arrampicarsi. Il diritto al silenzio - ad ascoltare il soffio
del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell'acqua. Il diritto
alle sfumature - a vedere il sorgere del sole e il suo tramonto, ad ammirare,
nella notte la luna e le stelle.
Il Movimento Nonviolento è stato invitato al XVI° Congresso Nazionale
della FIM/CISL, svoltosi a Carrara nei giorni 15/17 giugno. Il Movimento ha
partecipato ai lavori del Congresso con una delegazione composta da Rocco POMPEO
e Luca GIUSTI del Coordinamento e da SACCANI della Liguria, ed ha allestito un
banco di materiali molto frequentato dai congressisti. Ai lavori del congresso
ha portato il saluto del Movimento Rocco Pompeo, svolgendo l’ intervento che
segue. Riconfermiamo tutta la nostra disponibilità ed il nostro interesse ad un
lavoro con la FIM/CISL sui temi aperti dall’ intervento.
A cura di Rocco Pompeo
Cari amici della FIM / CISL, grazie di averci invitato al vostro
congresso, e di averci assicurato l’ opportunità di questo saluto. Non solo un
saluto ed un augurio per i vostri lavori, per la verità, ma anche un intervento
di lavoro. E’ la seconda volta che ci incontriamo nell’ ultimo anno, dopo il mio
intervento al vostro Seminario di Bergamo su “Nonviolenza e conflitti sociali”.
Intendo ancorare questa attenzione reciproca proponendovi qualche riflessione ed
alcune indicazioni di lavoro, anche per far compiere un fruttuoso passo avanti
alla significativa scelta della FIM per la nonviolenza, come si evince dalle
tesi predisposte per i lavori congressuali. Grazie, dunque, alla FIM per questa
scelta impegnativa, e permettetemi un grazie non di piaggeria al vostro
segretario Giorgio Caprioli per la sua bella relazione : una relazione serena,
severa, feconda ed impegnativa anche per noi. 1) La conversione e la
torsione verso la nonviolenza impongono un nuovo criterio di trasformazione
sociale e di rivoluzione (è utile, forse, ricordare che in latino revolvo e
converto hanno lo stesso significato!): una rivoluzione efficiente, di successo,
ma anche efficace e di una qualche irreversibilità. La prima consapevolezza
che emerge, allora, è che una rivoluzione per essere positiva deve essere
efficiente ed efficace. Ora, mentre la guerra può essere anche efficiente, cioè
può avere successo – anche se per la verità sempre meno – ma non è mai efficace,
perché determina sempre realtà di squilibri forieri di nuove guerre; la
rivoluzione nonviolenta, invece, è sicuramente efficace, anche quando non appare
del tutto efficiente, perché nelle sue metodologie coinvolge tutte le parti del
conflitto, esprimendo un punto di vista più generale ed adottando soluzioni che
vedono certamente parti perdenti, ma nessun sacrificato, sottomesso, o
annientato. 2) Partendo dalle parole d’ ordine del vostro congresso
“capire le domande, trovare le risposte” ma giocando sull’ inversione dei colori
delle scritte, vorrei provare a capovolgere i termini stessi per proporvi
“trovare le domande, capire le risposte”. Voglio dire che è necessario leggere
il presente per progettare il futuro, per elaborare appunto risposte adeguate:
trovare le domande allora deve anche significare selezionale le richieste, i
bisogni, le aspettative, le pressioni, ecc. per comprendere le risposte. Non si
può aspettare che le situazioni e gli avvenimenti accadano per leggerne le
complessità, le articolazioni, le contraddizioni, i conflitti, i possibili esiti
(la situazione europea di queste ore non era forse leggibile nelle dinamiche
dell’ ultimo decennio, con la centralità dell’ area del Pacifico e la decadenza
dell’ area dell’ Atlantico?). Occorre, in altre parole, muovere una grande
intelligenza del presente per guardare alla prospettiva, alle situazioni di un
nuovo orizzonte. E’ stata molto efficace, ed anche molto bella, l’ immagine
dataci da Caprioli dell’ orizzonte di ieri che oggi è l’accampamento,
dell’orizzonte di oggi che sarà domani un nuovo accampamento, dal quale scorgere
un nuovo orizzonte verso cui volgere il cammino. E senza nulla togliere alla
creatività di Giorgio Caprioli voglio confortarlo segnalando che tutti i più
grandi maestri della nonviolenza, a partire da Aldo Capitini, hanno utilizzato
la stessa immagine ed hanno raccontato un percorso simile. Quando si ha a che
fare con i valori avviene sempre che ogni conquista è transitoria perché essi
non potranno mai essere realizzati compiutamente. 3) Dalla storia del
Movimento Operaio organizzato, e dal Sindacato in particolare, abbiamo imparato
molto per la strategia e per le pratiche nonviolente; così come sappiamo bene
che esso è portatore di una pratica concreta della teoria delle due fasi del
potere (espressa da Capitini nel suo ultimo scritto Omnicrazia) : un potere che
si esercita dall’ alto, ed insieme un potere che si costruisce prima della sua
conquista, dal basso, in cammino, in solidarietà intersoggettiva. E’ in realtà
la vera questione che abbiamo di fronte oggi, nell’ era della mondializzazione,
ma anche nella dimensione della nostra quotidianità personale, sociale,
politica, religiosa, economica, ecc. Siamo chiamati a scegliere tra una
democrazia inclusiva ed un modello di società esclusiva. O, per dirla
diversamente, la sfida che assumiamo oggi è quella di riuscire a coniugare
sviluppo economico ed ampliamento della democrazia. Anche fondate su dati
strutturali reali – ma assunti spesso in chiave ideologica e patinati di
scientificità – si vanno sempre più diffondendo tesi di una inconciliabilità
drammatica tra sviluppo ed emancipazione. A far proprie tali tesi finiremmo
per assumere come orizzonte del nostro lavoro un esito autoritario, sia che si
acceda alla visione di quanti sostengono l’ urgenza e l’ opportunità di andare
ad una sostanziale riduzione (se non addirittura una quasi cancellazione) del
welfare state; sia che si condivida l’orientamento di coloro che al mantenimento
di uno stato consolidato di benessere sociale ritengono comprimibili le libertà
individuali, della persona, del cittadino e dell’ impresa. Dimenticando, invero,
l’ammonimento di Lincoln che “un popolo che accetta limitazioni alla propria
libertà per la sicurezza sociale, non merita né l’una né l’altra , e comunque
alla lunga perderà entrambe”. Il mercato, la competizione, la
mondializzazione dell’economia, la centralità delle questioni monetarie non
debbono, pur nella loro “oggettività”, soggiogare ed asservire le istituzioni e
la politica producendo compressione sociale, emarginazione, sperequazioni
incolmabili, divisioni territoriali, etnico-razziste. 4) Le lotte sociali
oggi hanno bisogno di superare le particolarità e le settorialità esclusive, per
riaffermare con forza i criteri della territorialità, della partecipazione come
fondamento del consenso sociale, della globalità della persona e del
cittadino. E se alla domanda se sia possibile assumere un criterio di
nonviolenza da parte di una organizzazione sociale di massa, anche con valenze
di tipo istituzionali come il Sindacato non è consentito fornire una risposta
schematica e risolutiva, possiamo invece ben indicare un percorso comune,
avviare un lavoro comune di confronto, di elaborazione, di iniziative, e di
azioni pratiche. Ecco quindi, alcune proposte di lavoro per far fare un passo
avanti al nostro confronto: a)avviare un gruppo di studio e di lavoro (anche
come proposta unitaria alla FIOM ed alla UILM) sulla nonviolenza, e sui risvolti
pratici della scelta per la nonviolenza: noi non faremo mancare la nostra
presenza ed il nostro contributo. b)promuovere a livello territoriale
omogeneo un coordinamento per aree di settore (industria bellica, ad esempio, ma
non solo) per esaminare le questioni dell’occupazione, delle riconversioni,
della formazione, e della ricerca, in modo da essere coinvolti non solo dai
problemi del lavoro e delle industrie nel momento della crisi, ma ponendosi
anche come soggetti attivi e decisionali delle opportunità e delle
opzioni. c)Assicurare ed esprimere consenso e sostegno all’iniziativa del
progetto di legge “Disposizioni per il riconoscimento di congedi ed aspettative
per la partecipazione a missioni nell’ ambito dei Corpi Civili di Pace” (prima
firmataria l’on. Tiziana Valpiana) presentato il 25 maggio scorso alla Camera
dei Deputati anche con la nostra partecipazione. d)Destinare una “quota” (
anche leggera all’inizio ) del proprio bilancio e delle proprie risorse – non
solo finanziarie – all’ impegno reciproco da concretizzare: - attraverso il
sostegno e la promozione degli strumenti di lavoro e di informazione del
Movimento Nonviolento (penso, ad esempio, ad azioni rivolte alla rivista fondata
da Capitini Azione Nonviolenta, alle altre iniziative editoriali del movimento,
ed al Centro Studi e Documentazione per la Nonviolenza); - attraverso una
conoscenza ed una discussione socialmente più ampia delle campagne del
Movimento, come delle piattaforme e delle lotte sindacali; - attraverso
azioni e pratiche di lavoro di reciproco sostegno. Non è retorica, credetemi,
se con commozione personale richiamo le ricche esperienze personali di studente
universitario con altri impegnato nel quartiere Corea di Livorno quando,
coinvolti ed animati dalla guida e dall’ opera di don Alfredo Nesi,
concretizzavamo la centralità e la dignità del lavoro nell’ organizzare sostegno
concreto alle maestranze in sciopero o in occupazione, sfidando anche qualche
denuncia. Un Sindacato senza consenso sociale riduce fortemente la sua
incidenza; gli amici della nonviolenza tendono al gruppetto senza incontrare il
mondo del lavoro, e senza interagire con i suoi protagonisti. Un fervido
augurio per il lavoro e per la nonviolenza: due forze importanti e significative
per contribuire all’emancipazione ed alla dignità delle persone, delle comunità,
dei popoli, in Italia e nel mondo. Grazie.
Sandro Canestrini denunciato per “istigazione” L’appassionata difesa
dell’avvocato difensore
Per il valore che riveste, pubblichiamo alcuni stralci della memoria
difensiva che l’avvocato Sandro Canestrini ha inviato alla Procura della
Repubblica di Rovereto contro l’esposto di “Alleanza Nazionale” che lo ha
denunciato per “istigazione di militari a disobbedire alle Leggi”. Il 6
novembre 2004 gli amici della nonviolenza di Rovereto avevano voluto ricordare
con un monumento i 470.000 uomini che non obbedirono alla chiamata alle armi per
la Prima guerra mondiale (vedi “Azione nonviolenta”, dicembre 2004, pag. 19). Ad
inaugurare il “Monumento al Disertore” era stato proprio l’avvocato Sandro
Canestrini, storico difensore degli obiettori di coscienza al servizio e alle
spese militari, fraterno amico, generoso compagno, presidente onorario del
nostro Movimento.
MEMORIA DELL’AVVOCATO SANDRO CANESTRINI (…) Secondo la Costituzione
della Repubblica italiana il ripudio della guerra è principio fondamentale.
Dallo stesso principio deriva l’obiezione di coscienza, come elemento
fondamentale della nostra civiltà. Coloro che ci hanno denunciato, invece,
respingono i valori della pace, della comprensione, della tolleranza. Si
richiamano ad un articolo del codice penale, art. 266 “Istigazione di militari a
disobbedire alle leggi”, che punisce chi lo viola con il carcere fino a sei
anni. Tutta la giurisprudenza, e in particolare quella legata alle denunce
per manifestazioni pacifiste, osserva che l’art. 266, modernamente applicato,
può invece convivere anche con le manifestazioni pacifiche e pacifiste.
L’articolo 266 è in contraddizione persino con una legge Regionale del
Trentino - Alto Adige del 27 novembre 1995 n. 12, che cito:.. “equiparazione dei
detenuti e prigionieri nei campi di concentramento, dei disertori e dei
partigiani ai reduci e combattenti di cui alla legge regionale 19 dicembre 1994
n. 4”. Nell’articolo 1 n. 4 si legge anche : “A tutte le persone che tra il
1939 e il 1945 si siano rifiutate di prestare servizio militare nel Trentino
Alto Adige sottraendosi a tale servizio con la fuga, o che abbiano opposto
resistenza passiva o attiva, nonché a quelle persone che per questo siano state
vittime di persecuzioni violenza e prigionia, è riconosciuto lo stato di
partigiano/a che ha combattuto nella resistenza contro il fascismo e il
nazionalsocialismo”. (…) Diremmo che ad affossare la pretestuosa,
infamante calunnia dei denuncianti basterebbe solo citare questa legge dove non
solo la parola “disertori” assume una qualifica positiva di combattente per la
libertà, ma addirittura viene indicata come situazione di chi ha sofferto
persecuzioni per tale sua testimonianza. Anche i nostri denuncianti vivono in
uno stato nato dalla Resistenza. Il fascismo, e con lui i principi che hanno
trascinato con le guerre al disastro l’Italia, che hanno causato morte di
militari, di resistenti, di civili, di ebrei è condannato dalla Costituzione
Italiana.
Ciò premesso vogliamo collocare l’episodio del novembre 2004. L’avere
segnalato al pubblico “il ricordo di coloro che abbandonando la divisa divennero
uomini liberi” è una affermazione in linea con la civiltà e la Costituzione.
Gli eredi di un regime che fu servo di Hitler definirono “vigliacchi” gli
obiettori e i nonviolenti. Questa definizione è in linea con quanto dichiarò
Benito Mussolini, che disse anche che la cultura era “un lusso inutile”. La
storia invece è piena di persone che in nome della cultura e dell’umanità si
sono opposte alle guerre e alle ingiustizie: dal Papa che nel 1916 definì la
guerra una “inutile strage”, alle persone che oggi si oppongono fermamente
all’invasione dell’Iraq, anche se il loro governo l’ha appoggiata. Intere
generazioni si sacrificarono ad ideali di pace: come gli anabattisti nel 1500,
l’ organizzazione religiosa dei “Testimoni di Geova”, decimata nei campi di
concentramento nazisti, i ragazzi della “Rosa Bianca” che a Monaco vennero
giustiziati, tutti i socialisti che si opposero alla guerra, gli antifascisti
esuli che lottarono contro un regime guerrafondaio. Forse chi ci ha
denunciato non è a conoscenza delle sentenze pronunciate contro gli antifascisti
imprigionati a Ventotene e nei campi di concentramento. Sono raccolte in volumi
la cui lettura consiglieremmo ai nostri detrattori. Chi ci denuncia forse non
sa neppure che ventimila soldati tedeschi furono uccisi dal plotone di
esecuzione per essersi opposti alla guerra e alle invasioni dei paesi limitrofi.
Sono anche questi dei vigliacchi? O non invece delle persone a cui l’Europa
deve la libertà? Si sta in questi giorni discutendo il processo per i
massacri di Sant’Anna di Stazema: più di 500 i morti, per la maggior parte
donne, vecchi e bambini. Sono degli eroi i militari che li hanno ammazzati?
Anche qui si applica la teoria che chi era contro di loro era un
vigliacco? (…) “Battisti era un Patriota o un disertore?” chiedeva don
Lorenzo Milani ai cappellani militari che avevano definito “l’obiezione di
coscienza estranea al comandamento cristiano dell’amore” e “espressione di
viltà” (1965). Don Milani sarebbe stato sicuramente d’accordo con il monumento
incriminato: raffigura un elmetto abbandonato, dei piedi nudi che si
allontanano, un fucile spezzato.
(…) Giá una volta un generale dell’esercito denunciò una cantante per una
canzone popolare riproposta a Spoleto: si trattava di una canzone cantata dai
soldati nella I° guerra mondiale dopo la battaglia attorno a Gorizia. Il testo
“Oh Gorizia, tu sei maledetta” venne assolto assieme alla cantante. Un’altra
canzone cantata dal popolo alla fine del 1800, edita dal Museo del Risorgimento
e della Resistenza di Vicenza, dice: “Io son povero disertore/ abbandonai le mie
bandiere/ di Ferdinando l’imperatore/ che mi ha perseguità “ Nel 1950
l’artista francese Boris Vian scrisse una canzone tradotta in italiano da Ivano
Fossati. Inizia così: “In piena facoltà/ egregio presidente/ le scrivo la
presente/ che spero leggerà / la cartolina qui/ mi dice terra terra/ di andare a
far la guerra/ quest’altro lunedì./ Ma io non sono qui/ egregio presidente / per
ammazzare la gente/ più o meno come me. / Io non ce l’ho con lei/ sia detto per
inciso/ ma sento che ho deciso/ e che diserterò”. Giorgio La Pira, Don
Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci, Pietro Pinna, Aldo Capitini e il
Movimento Nonviolento furono i padri delle leggi vigenti in materia di obiezione
di coscienza, largamente condivise oggi da tutta la popolazione anche attraverso
l’attività per la pace predicata da Padre Zanotelli.
Qualcuno, in relazione alla denuncia, scrive che noi abbiamo “gettato fango
sulle istituzioni”. Questa è solo una speculazione politica, così come è una
speculazione definire il monumento “una barriera dissacrante dei valori e
dell’impegno per la libertà”. Persino negli Stati Uniti d’America il
movimento dei disertori va sempre più ingrossandosi. Il numero dei disertori
americani durante la guerra del Vietnam era stato imponente. Darrell
Anderson, artigliere USA, ha rilasciato poco tempo fa dal Canada, dove ha
chiesto assieme ad altri asilo politico, queste dichiarazioni al giornale Paris
Match. Dopo aver spiegato che egli si era arruolato per la guerra in Iraq ..“per
pagare gli alimenti che versavo per mia figlia” fa scrivere all’intervistatore
che ha preso la decisione di non tornare più alla sua unità. Il giornalista
chiede: “In quel momento non le è parso di tradire? – L’interessato risponde
così: “No, è il mio paese che ha tradito me. Questa guerra è illegale. Gli
Iracheni che catturavamo con le armi in mano spesso ci dicevano che avevano
impugnato le armi perché noi gli avevamo ucciso il fratello, o il figlio, o la
moglie. Era la pura verità. Non ho paura di ciò che il governo potrà farmi se mi
catturerà: niente potrà essere più terribile di quanto mi hanno già fatto”.
Negli Stati Uniti Anderson rischia la pena di morte per queste
dichiarazioni. Si potrebbe finire citando Bertold Brecht: “Beato il paese che
non ha bisogno di eroi”…. (…) Con tali premesse e con riferimento a quanto
qui sostenuto si confida che l’esposto – denuncia venga archiviato sia perchè,
in primis, per la sostanza giuridica non contiene affatto l’incitamento di cui
all’art. 266 del codice penale. Secondariamente esso contrasta la libertà di
espressione, contrasta con la nostra civiltà liberale, contrasta con la
Costituzione italiana.
Avv. Sandro Canestrini Presidente onorario del Movimento Nonviolento
Le 10 caratteristiche della personalità nonviolenta 6
La disposizione al dialogo
di Elena Buccoliero
Il conflitto è risorsa, la diversità è ricchezza. È in quest’ottica che la
disposizione al dialogo assume senso e prospettiva in quanto strumento di
conoscenza dell’altro. Giuliano Pontara nel suo Dieci caratteristiche della
personalità nonviolenta ricorda che “…ha grandissima importanza la disposizione
ad argomentare e ascoltare gli argomenti della parte opposta, e quindi lo sforzo
di tenere continuamente aperti canali di comunicazione con essa”. Nella
tendenza generale all’evitamento del conflitto o al suo congelamento in
equilibri provvisoriamente composti sul pregiudizio o il non ascolto dell’altro,
parole come queste ci sollecitano ad ampliare lo sguardo e a ricordare che solo
attraverso l’incontro con la diversità si cresce e si cambia. Proviamo a
ricominciare da principio. Il conflitto è risorsa, la diversità è ricchezza:
sacrosanto. E parziale. Chi frequenta ambienti formativi o si occupa ad un
qualunque titolo di gestione dei conflitti potrà forse condividere una noia o
un’impazienza di fronte a questi che rischiano di restare ritornelli privi di
spessore, se non provati da un affondo personale e vero. Il conflitto è
anche disagio, difficoltà, sofferenza. Ci sono ambienti dove c’è da vergognarsi
a ricordarlo. Chi solo ci prova – l’ingenuo! – viene guardato con acuta
disapprovazione dagli astanti, quasi avesse osato profanare un’acquisizione
indiscutibile. E allora si potrebbe ripartire proprio da qui, dalla disposizione
al dialogo con sé stessi, dall’ascolto e accoglienza del proprio vissuto e del
proprio limite, per non rischiare di ridurre la presenza nel conflitto a
qualcosa di asettico e vuoto, colmo di solitudine, irreale. Il dialogo nel
conflitto è un passo necessario e difficile, nel quale si cresce non senza
fatica. Alla base di questa attitudine, scrive Giuliano Pontara, “è
l’accettazione del principio del fallibilismo. Questo principio ci dice che
siamo tutti mortali con poteri di conoscenza limitati onde nessuno può mai dirsi
sicuro che quello che in un certo momento crede essere vero, in effetti sia
tale: può benissimo darsi che sia falso”. Come può darsi – vorrei aggiungere –
che non sia falso ma incompleto, cioè abbracci solo una parte di quello che può
essere visto, perché strettamente legato al proprio punto di osservazione.
Il disegno di Sasha La definizione che più mi piace di disposizione al
dialogo mi viene dalle “Sette regole dell’arte di ascoltare” di Marianella
Sclavi, e precisamente la terza: “Se vuoi comprendere quel che un altro sta
dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose
e gli eventi dalla sua prospettiva”. Sasha ha disegnato una casa in mezzo al
bosco e su quel foglio continua ad aggiungere segni e a cancellarli. Siamo in
quarta elementare, nel pieno di un laboratorio di scrittura collettiva, e Sasha
è un bambino bielorusso adottato da una famiglia italiana dopo alcuni anni di
vita in un orfanotrofio. Non ha ancora dimestichezza con la nostra lingua e, per
questo, ha faticato a prendere parte al dialogo da cui è scaturita la storia che
ora stiamo per scrivere. Sasha che non parla bene l’italiano, tutti si aspettano
che si dedichi alle illustrazioni, non che cincischi su di un foglio per due
ore. “L’ho visto subito”, conclude l’insegnante. “Non fa niente, non ha
voglia di far niente…”. Un po’ di attenzione e di ascolto per capire quello
che sta facendo Sasha. Ha disegnato su un grande foglio l’ambientazione della
storia e ora sottovoce la sta raccontando. I segni che traccia e cancella
continuamente sono i personaggi che escono dalla casa o si muovono nel bosco.
Ogni volta che si spostano Sasha li cancella per disegnarli nuovamente nella
nuova collocazione. Sasha ha capito perfettamente la storia, è dentro al
lavoro quanto gli altri, semplicemente sta procedendo secondo una logica diversa
da quella dell’insegnante. E lei, che pure è davvero un’ottima insegnante, presa
dall’impegno di tenere a bada venticinque bambini e forse dalla stanchezza si
sta perdendo un fatto meraviglioso e potente dal punto di vista educativo.
Glielo faccio notare e quasi si commuove: “Chissà se mai qualcuno gli ha
raccontato una favola prima che arrivasse qui…”. Vedo spesso, nella scuola,
questa fatica degli adulti di decentrarsi, di ammettere che un bambino o un
ragazzo proceda secondo una strada diversa da quella prefigurata. Mi pare che
l’errore della maestra stia nel “subito”. L’insegnante “ha visto subito”, cioè
si è tolta la possibilità di guardare davvero. Ancora Marianella – è la
regola numero uno: “Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le
conclusioni sono la parte più effimera della ricerca”.
Trasformare le ferite Si raccontano storie per farsi compagnia, per
superare le attese, per sciogliere nodi, per colmare distanze. Si raccontano
storie – purché qualcuno le ascolti - per sopportare un’assenza amata, o la
mancanza di una soluzione. “Quello che non ha una spiegazione ha però una
storia”, ha detto qualcuno che non so. “One by One”, uno ad uno, è
l’associazione che promuove il dialogo tra sopravvissuti dei lager nazisti – o i
loro figli, nipoti… - e nazisti – o i loro figli, nipoti… L’orrore ha radici
profonde, travalica le generazioni. In questi incontri, che a Berlino
annualmente si ripetono, tutto quello che fanno, queste persone insieme, è
raccontarsi la loro storia personale, mettere in comune la sofferenza in un
cammino di liberazione che trasforma le ferite senza negarle o cancellarle.
Esperienze come queste sono un’alternativa possibile, praticata, meravigliosa,
durissima, alla vendetta e alla lacerazione. Ritorna nei percorsi di Verità e
Riconciliazione come in Parents’ circle, l’associazione che riunisce i parenti
delle vittime israeliane e palestinesi, o nel libro “La storia dell’altro” che
giustappone la storia del conflitto mediorientale nelle due versioni, di giovani
israeliani e di coetanei palestinesi, o in molto altro ancora… È l’opposto di
qualunque muro e non ha niente di rassicurante perché è fragile, continuamente
minato dal ribollire della violenza. Dà l’idea di una giustizia che per un
attimo mette da parte pesi e misure e percorre la via del dialogo.
La partecipazione che vorrei “Ascoltare e parlare, mai l’uno senza
l’altro”, mi ricorda un amico il motto dei COS di Aldo Capitini, che ha un
corollario di grande saggezza: “Chi può parlare ascolta con più attenzione”.
I COS, Centri di Orientamento Sociale, corrispondevano nel pensiero
capitiniano all’antidoto contro l’inevitabile distanziamento dei partiti e delle
istituzioni democratiche dalla gente. È commovente rileggere oggi gli argomenti
in discussione: si va dal prezzo del latte ai dogmi del cattolicesimo, dalla
difficoltà di trovare, alla bisogna, un idraulico, alle modalità di riapertura
delle scuole o del Teatro Comunale, all’obiezione di coscienza. “Patate e
ideali”, raccomandava Capitini. Assistiamo ora ad una ripresa di attenzione
delle istituzioni verso la partecipazione: agende 21, bilanci partecipati, piani
di zona… Assemblee di tanti generi per sostenere, confermare, rimpolpare la
legittimità di scelte già prese o – qualche volta - per suggerirne di altre.
Alcuni percorsi li vedo dall’interno. Si considera un successo che la sala
sia piena e la gente prenda parte al dibattito. Se si teme un flop si sceglie
una sala più piccola. Se si parla di giovani ci si incontra di mattina,
coartando classi scolastiche per assicurarsi di riempire le sedie. Poca
importanza alla qualità del processo, alla rappresentatività delle persone
riunite, alla competenza con cui si interviene. Ho visto rappresentanti
sindacali forzati nel gruppo sull’aggregazione giovanile perché quello
sull’occupazione era già troppo numeroso e educatori discutere di politiche del
lavoro di cui non avevano conoscenza. C’è sempre la scusa delle competenze
diffuse, naturali, trasversali. Intanto un gruppo di ragazzi inventava un
servizio di informazione e si dispiaceva di scoprire che gli Informagiovani
esistono già, e da tempo. “Ma se avete inventato tutto, cosa volete da noi?”,
sembravano dirci. Poi il tempo scade e i gruppi devono sciogliersi, a qualunque
punto siano arrivati. Resta il dubbio intorno ad una partecipazione senza
competenza, che non sa ciò di cui si parla e, dunque, ha poco margine per
portare un’aggiunta. E il dubbio è anche sulla partecipazione forzata, coartata
appunto, perché se un’istituzione apre le sue porte non è affatto detto che i
cittadini si mettano in fila per entrare - è molto più probabile, e
scoraggiante, incontrare laghi di passività, assenza di richieste -, e se è
l’istituzione a spingerli dentro probabilmente non sarà poi veramente
interessata ad ascoltarli, né loro ad esprimersi.
L’urgenza del dialogo, dove il conflitto non c’è Parla, Pontara, di
“disposizione al dialogo” come attenzione nonviolenta da praticare nelle
situazioni di conflitto. Ma se davvero il dialogo è “ascoltare e parlare”,
bisognerà reclamarne l’urgenza dove il conflitto non c’è e al suo posto regna
l’indifferenza. In una cultura televisiva dove la comunicazione procede da una
sola direzione lasciando poco più che la possibilità di assistere, si spaccia
per rivoluzionario tutto ciò che ribalta questo modello senza modificarlo.
Avviene allora che si inventino spazi nei quali tutti possano dirsi artisti o
opinionisti o altro, e che l’accento non vada posto su “che cosa” viene detto o
su “chi” è stato ad ascoltare, ma sul fatto che si è avuta la possibilità di
prendere la parola. Come dire: stavolta tocca a me. Che poi le parole cadano nel
vuoto, questo è del tutto indifferente. Penso a volte: siamo troppo mediamente
benestanti, mediamente comodi, mediamente foderati di fronte alla sofferenza
nostra o altrui, siamo troppo al sicuro da una qualunque urgenza perché nascano
idee, politica, curiosità, arte davvero.
Domenica 22 maggio il Movimento Nonviolento del Trentino in
collaborazione con il Forum Trentino per la Pace e con i Comuni di Trambileno e
Vallarsa e con il patrocinio della “Tavola della Pace” e della “Marcia
Perugia-Assisi”ha promosso la 1^ Camminata per la Pace – “Ricordando Aldo
Capitini” lungo il Sentiero della Pace del Monte Pasubio. La manifestazione era
organizzata nell’ambito della “Giornata italiana della Cima per la Pace” ed in
occasione della ricorrenza dell’anniversario dei 90 anni dall’entrata in guerra
dell’Italia.
Una sessantina di persone si sono date appuntamento a malga Giazzera e hanno
camminato assieme fino al Rifugio Lancia per quei bellissimi luoghi tanto
segnati dagli orrori della guerra e, come in una sorta di Via Crucis laica,
hanno condiviso delle soste di riflessione e di lettura di brani significativi
di Aldo Capitini. Con l’occasione si è cercato di far conoscere il pensiero e
l’azione dell’ideatore della Marcia Perugia – Assisi e fondatore del Movimento
Nonviolento. Dopo una sosta al Rifugio Lancia un gruppo di noi è poi salito fino
alla cima del Monte Pasubio a far sventolare la multicolore bandiera della Pace
con la consapevolezza che in altre centinaia di cime di tutta Italia altri
militanti facevano la stessa cosa. Questa la breve cronistoria di quella
domenica, ma mi piacerebbe qui brevemente condividere alcune sensazioni che ho
provato nel camminare assieme ai tanti amici della nonviolenza giunti da varie
parti del Trentino e dell’Italia.
Nel 1915, verso fine maggio su Cima Col
Santo, sul Monte Pasubio e per altri 200 km di fronte “montano” tuonavano i
cannoni e spari di mitragliatrice, granate e mortai deturpavano per sempre quel
paesaggio e si prendevano centinaia di vite nel fiore dei loro anni. Una
domenica di fine maggio del 2005, forse troppo suggestionato dalle letture sui
fatti di quel posto mi sono messo ad “ascoltare quel luogo” e mi è parso di
udire le urla dei soldati e i rumori di quell’inutile guerra. E’ stata, per me
entusiasta organizzatore dell’iniziativa assieme all’amico Gigi Casanova, una
domenica strana. Camminavo con gioia, conversavo amichevolmente con le amiche e
gli amici presenti, ma allo stesso tempo provavo una profonda tristezza ed
emozione nel percorre quei posti. I luoghi dove forte è stata l’impronta
lasciata dalle guerre mi suggestionano, mi emozionano. Da quando, obiettore di
coscienza, visitai i luoghi dell’eccidio di Monte Sole nel bolognese ho la netta
sensazione che quei luoghi mi parlino. Parlano a me e a tutti quelli che hanno
voglia e coraggio nel fermarsi ad ascoltare i loro orrendi racconti di morte e
il grido finale che raccolgo è sempre lo stesso: “MAI PIU’!”.
Il piccolo cimitero austroungarico alla partenza, quegli scavi nella roccia
subito sopra il Rifugio Lancia, i buchi delle granate in Cima, uniti ai racconti
dettagliatissimi dell’amico Gigi incombevano come dei macigni e io m’immaginavo
questi splendidi posti come dovevano essere 90 anni fa.
“Tanto dilagheranno violenza e materialismo, che ne verrà stanchezza e
disgusto; e dalle gocce di sangue che colano dai ceppi della decapitazione
salirà l'ansia appassionata di sottrarre l'anima ad ogni collaborazione con
quell’orrore, e di instaurare subito, a cominciare dal proprio animo (che è il
primo progresso), un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento che il mondo
ci è estraneo se ci si deve stare senza amore, senza un'apertura infinita
dell’uno verso l'altro, senza una unione di sopra a tante differenze e tanto
soffrire. Questo è il varco attuale della storia”. Sarà stata sempre la
suggestione, ma nel momento in cui, a fianco della bandiera della Pace e quella
col fucile spezzato si sono lette quelle parole di Aldo Capitini, le urla di
quel luogo che continuavano a tormentarmi hanno taciuto e il luogo stesso mi
pareva ascoltasse. E’ difficile spiegare come un luogo e le persone che lo hanno
vissuto ti provochino sentimenti tanto forti e non oso nemmeno avventurarmi
nella compresenza capitiniana tra vivi e morti, ma attorno a me mi è sembrato di
percepire fiducia; fiducia nel pensiero e nell’azione di uomini come Capitini e
di chi vorrà intraprendere la strada da lui indicata; ho visto la speranza
tornare in quel luogo.
Era l’ora d’aria del 28 novembre 2004. Ma non era ancora trascorsa, quando le
guardie ordinarono alle detenute palestinesi della prigione di Telmond di
rientrare nelle loro celle. La loro rappresentante, Amna Mouna, lo disse alle
guardie. Perciò fu pesantemente picchiata e trascinata in una “cella punitiva”,
una stanza priva di letto, riscaldamento e luce. Indignate, le altre detenute
cominciarono ad urlare e a chiedere che la loro portavoce fosse immediatamente
fatta uscire dall’isolamento. Le guardie carcerarie risposero con un brutale
attacco in massa, armate di bastoni, e inondarono le prigioniere di acqua e gas.
Tre di esse, Sana Amer, Suad Ghazal e Asma Hussain, riportarono fratture a gambe
e braccia, mentre altre 13 donne furono condotte in isolamento.
L’amministrazione carceraria non fornì alcun soccorso medico alle donne ferite,
ne’ lo fornì per la persona che aveva sofferto di più, ovvero il piccolo Nor,
nato in prigione da Manal Ghanem il 10 ottobre 2003. Dopo essere stato investito
dai fiotti di acqua gelida e dal gas, Nor si è seriamente ammalato. Ci furono
altre misure repressive, che attendevano le donne al ritorno nelle loro celle:
l’amministrazione carceraria aveva sospeso l’erogazione di elettricità ed acqua,
ed aveva confiscato le loro scorte personali di cibo e sigarette (cose che le
donne avevano pagato all’amministrazione con il proprio denaro); inoltre, nel
deliberato tentativo di rendere ancora più miserabile la loro situazione, i
materassi e le coperte erano stati inzuppati d’acqua. Essendo inverno, le donne
non avevano alcun modo di far asciugare i loro letti e furono costrette a
servirsene così com’erano, mentre il puzzo dei gas impregnava corpi e
oggetti. Le condizioni di vita nella prigione di Telmond non erano decenti
neppure prima del “giro di vite” dell’amministrazione carceraria, con 86
detenute (di cui cinque minorenni) costrette ad affollare in cinque per volta
celle disegnate per contenere al massimo due persone, ma l’attacco del 28
novembre spinse la totalità delle donne ad un’azione nonviolenta di protesta
contro i maltrattamenti, molto comune alle prigioni di tutto il mondo: lo
sciopero della fame. L’amministrazione carceraria venne a patti con le donne
dopo tre giorni di protesta, il 1° dicembre 2004, incalzata anche dal fatto che
la notizia dello sciopero aveva raggiunto l’esterno tramite un’avvocata della
sezione palestinese di Defense Children International. Lo sciopero della
fame è un’azione allo stesso tempo potente, delicata e a volte controversa, che
ha lo scopo di forzare gli oppositori a consultare la propria coscienza e il cui
messaggio simbolico è: sono disposto/a a soffrire, e (qualora sia condotto ad
oltranza) persino a rinunciare alla vita, purché mi si ascolti, purché questo
problema venga alla luce, eccetera. Condotto collettivamente interessa di solito
gruppi di ispirazione religiosa o comunità chiuse (prigioni, caserme, collegi)
per le quali è anche una delle forme di azione più accessibili; condotto
individualmente può essere collegato ad una campagna oppure configurarsi come un
momento molto personale di riflessione e/o protesta. Lo sciopero della fame non
va mai scelto con leggerezza, perché il rischio della sua banalizzazione è alto,
soprattutto in Italia ove è collegato nell’immaginario collettivo ad alcuni
personaggi che ne hanno fatto un uso spesso scriteriato. Nel caso delle detenute
di Telmond lo sciopero della fame era appunto una delle scelte ovvie a
disposizione, ma la chiave del successo consisté nel riuscire a proiettare la
protesta all’esterno grazie all’intervento di Defense Children International:
era difficile non solidarizzare con le prigioniere, qualunque fosse il motivo
che le aveva portate in carcere, perché le loro rivendicazioni consistevano
nella richiesta di un trattamento più umano; come era difficile guardare
l’immagine di un bimbo di un anno e sostenere che avesse in qualche modo
“meritato” il trattamento ricevuto.
Sulle spiagge della Sardegna ignari dell’uranio americano
Nel luglio dello scorso anno, i giornali diedero ampio risalto ad una notizia
riportata da un piccolo quotidiano di provincia americano, il The Day di New
London, secondo il quale il sottomarino “Uss Hartford”, di stanza alla base
statunitense della Maddalena, in Sardegna, spanciandosi nell’ottobre precedente
sulla Secca dei Monaci, avrebbe rischiato di provocare un disastro nucleare
nell’isola. Come noto, la base della Maddalena è da anni al centro di
furiose polemiche: aperta nel 1972 dopo un accordo segreto, siglato tra
Pentagono e governo Andreotti, mai ratificato dal Parlamento Italiano e dal
Presidente della Repubblica, ospita circa tremila uomini, diverse navi da guerra
e due sommergibili nucleari. In Sardegna la presenza dei soldati è imponente:
quasi 38mila ettari, il 60 per cento di tutte le servitù militari italiane, si
trovano infatti nell'isola. Il comando americano è situato su una nave al
largo della costa, la Emory Land, da 22.600 tonnellate, con mille uomini di
equipaggio, insieme officina e arsenale galleggiante, con a bordo i missili da
crociera Cruise a testata nucleare. Visto che Emory Land è a tutti gli effetti
territorio degli Stati Uniti d'America, ogni controllo non è possibile neanche
da parte delle autorità militari italiane. Nonostante la richiesta della
Regione di smantellare progressivamente la base, per far posto a più redditizie
attività di turismo in uno dei mari più trasparenti del mondo, la Camera dei
Deputati aveva approvato nel febbraio 2004 un progetto di ampliamento delle
strutture che ospitano le famiglie dei soldati USA. L’ambasciatore americano
Sembler ha stimato in 35 milioni di euro la ricaduta economica sull’isola
derivante dalla presenza del contingente, ma dando anche per vera questa cifra
si può intuire facilmente il guadagno che deriverebbe dall’utilizzo a fini
turistici di quei chilometri di coste. Il solo indennizzo ai pescatori che per i
184 giorni di fermo forzato della pesca hanno ottenuto 40 euro al giorno, è
costato circa 1 milione di euro. Senza contare il pericolo delle contaminazioni:
se verranno confermati i dati rilevati da Legambiente e dal CRIIRAD per conto
del WWF lo scorso aprile, La Maddalena è contaminata da plutonio proveniente
dalla base militare. Il nuovo presidente della Regione, Renato Soru, si è
presentato più volte in audizione davanti a Camera e Senato. “Noi continuiamo a
dire in ogni sede che abbiamo già fatto la nostra parte per la difesa nazionale
e per la difesa dell’occidente nell’Alleanza Atlantica. Adesso ci deve essere
dato il cambio. Chiediamo che gli americani vengano da turisti, chiediamo che
lascino la Sardegna con amicizia, come con amicizia sono venuti. Quell’area è
uno dei punti di richiamo del turismo internazionale - ha ribadito - c’è un
parco nazionale, uno internazionale delle Bocche di Bonifacio, un pregio
ambientale elevatissimo, che rende incompatibile anche un lontano rischio di
incidenti nucleari”. Fino ad ora, le sue richieste sono rimaste inascoltate. “La
base americana della Maddalena garantisce oggi 180 posti di lavoro”, prosegue il
presidente della Regione: “non siamo in grado, noi sardi, di fare meglio di quei
180 posti?” Analoghe contestazioni coinvolgono i poligoni di tiro di Capo
Frasca (Oristano), Perdasdefogu-Salto di Quirra (13 mila ettari), Capo Teulada
(7 mila ettari) e Decimomannu (Cagliari), dove vengono esplose il 70% delle
bombe utilizzate per addestramenti in Italia e l’utilizzo di proiettili
all’uranio impoverito potrebbe aver causato l’incremento di nascite con
malformazioni e l’inquinamento delle falde acquifere. Secondo Greenpeace,
ogni giorno sono in circolazione nel Mediterraneo dai 10 ai 13 reattori nucleari
sui 167 presenti nel mondo (158 sommergibili e 7 portaerei), con punte di 22
quando arrivano gli “ospiti” della Flotta Americana. Reattori ambulanti di cui
si sa poco o nulla.
Per approfondimenti:
http://freeweb.supereva.com/gettiamolebasi/index.htm?p www.vialebasi.net
Gli attivisti della Rete dei Gruppi di Azione Nonviolenta (Gan) lo scorso
17 aprile hanno processato la Fiera Exa di Brescia, rassegna di armi leggere
terza al mondo per ampiezza espositiva e presentata come vetrina di armi
sportive e dell’outdoor. Un processo in piena regola che vedeva oltre
all’imputata Exa, in quanto rappresentante del fiorente commercio di armi
leggere, anche i ruoli dell’accusa e della difesa che hanno inscenato con un
dialogo argomentato e ironico le contraddizioni di una fiera che ha avuto anche
quest’anno più di 35mila visitatori. Incorruttibile il giudice che con voce
tuonante ha scandito i quattro momenti del dibattito processuale. Il primo
tra questi si basava sul fatto che Exa è l’unica fiera di armi al mondo a
consentire l’accesso ai minori di 18 anni. In questo punto non è mancato un
chiaro riferimento ai bambini soldato impegnati in conflitti armati e agli
incidenti da armi da fuoco che coinvolgono i bambini in casa. E per dare
un’alternativa ai figli di quei genitori ansiosi di vedere l’esposizione di armi
i Gan hanno allestito il “Ludobus”, un accogliente punto di recupero dalla
cultura di violenza e prepotenza che sta alla base dei rapporti armati dei
conflitti. Secondo capo d’accusa è stata l’esposizione all’interno della
fiera di armi da difesa e attrezzature per la sicurezza, in violazione della
delibera del comune di Brescia, con la quale nel 2004 si chiedeva che i due
differenti tipi di armi venissero esposti separatamente. Ascoltate l’accusa e la
difesa è arrivata la sentenza del giudice che ha condannato Exa a rispettare la
delibera richiamando le organizzazioni pacifiste a segnalare ogni irregolarità
alle autorità competenti. E così è stato visto che nella giornata si è tenuta
una “visita guidata” degli attivisti del Brescia social forum, Gan e di Rete di
Lilliput che hanno verificato che gli espositori quali Beretta, Benelli, Sako,
Cop Shop, Browning international usavano espressioni tipo "sniper-cecchino" o
"tiratore scelto” in aperta violazione dell’articolo 15 del regolamento stesso
della fiera. E in merito a questo è partita una lettera-esposto sottoscritta da
una cinquantina tra consiglieri, gruppi, associazioni - locali e nazionali - in
cui si chiede la modifica chiara del regolamento in modo che non vengano più
esposte armi da difesa e vengano presi provvedimenti verso le aziende che hanno
violato l’attuale regolamento. La diffusione di immagini di guerra è stato il
terzo capo d’accusa che è stato comprovato dai depliants trovati all’intero
della fiera che ritraevano i combattimenti della guerriglia militare nel mondo
nonchè di stemmi della cerchia fascista della ‘X° Mas’ e di svastiche naziste.
Di questo materiale assolutamente “fuori regolamento” si è parlato anche con i
passanti che richiamati dal rullo dei tamburi e dalla scenografia del tribunale
hanno colto vari spunti di riflessione e in certe occasioni interagito con il
‘processo’. Tra gli spettato del ‘processo’ ci sono stati anche vari
espositori-armieri che sono usciti a sentire con le loro orecchie le chiare
accuse che li vedevano coinvolti. Exa si è vista accusare di incentivare la
produzione e il commercio di armi. Ed è proprio su questo capo d’accusa che il
giudice ha concluso il processo condannando Exa ad avviare un processo di
riconversione dell’industria bellica e a firmare un trattato internazionale che
regoli il commercio delle armi. In conclusione il giudice ha richiamato le
associazioni pacifiste che hanno aderito alla campagna “Disarmiamo Exa” a
promuovere il rilancio della legge 6/94 per la riconversione dell’industria
bellica in Lombardia che istituiva un’Agenzia che non è mai stata finanziata e
sostenuta. Il ‘processo a Exa’ si inserisce come tappa della campagna
Controllarms che a livello internazionale chiede la ratifica di un trattato
internazionale sul commercio delle armi e a livello italiano una legislazione
più rigida in materia di armi leggere, rafforzando i vincoli all’export,
aumentando gli standard di trasparenza e tracciabilità.
La pressione davanti a Exa ha trovato il sostegno del cartello di
associazioni locali che per il secondo anno hanno organizzato Expa,
l’Esposizione di Pace che sotto un tendone ha presentato ai passanti esperienze
di interposizione nei conflitti oltre ad approfondire le possibili vie per dei
percorsi di disarmo. Andrea Trentini redattore di Unimondo.org
Un laboratorio maieutico in Puglia Nonviolenza tra educazione e
politica
Il “Gruppo Educhiamoci alla Pace ”di Bari ha fortemente voluto promuovere un
laboratorio maieutico con l’inossidabile e competente calabrese Raffaello
Saffioti, collaboratore di Danilo Dolci, dell’Associazione Associazione Casa per
la pace “D.A. Cardone” di Palmi. La tematica che ha fatto da sfondo integratore
era impegnativa nonché ampia ed insidiosa: Il cammino della nonviolenza tra
educazione e politica. Immersi in un paesaggio rigoglioso proprio della
stagione primaverile, tra ulivi, trulli e ciliegie, un motivato gruppo si è
ritrovato per farsi interpellare su questioni vitali, rendendosi conto che
viviamo una fase storica e sociale in movimento. Siamo partiti interrogandoci
sull’importanza basilare delle relazioni umane, la cui faticosa e necessaria
qualità, sempre da costruire, rende lo scandire del tempo della nostra vita
quotidiana significativa e sensata. Sì, perché non si può pretendere di
istaurare e fondare una nuova politica senza prendersi cura del benessere
personale e collettivo. Segnali incoraggianti di cambiamento, in tale direzione,
sono emersi dalle recenti elezioni regionali, specie nel sud, che ci spingono
inevitabilmente a cambiare rotta, a partire da un auspicabile confronto per
rilanciare lo sviluppo sostenibile tra la Puglia di Nichi Vendola e la Calabria
di Agazio Loiero. Ci siamo chiesti, allora, come tra queste regioni si possono
costruire ponti di giustizia e di democrazia partecipata, essere disponibili ad
intravedere orizzonti intrisi di pace e di nonviolenza attiva, solida, dal
basso. E quando ci siamo interrogati su quale nuova politica intraprendere, ci
siamo rifatti a quella lapidaria ed attuale definizione dei ragazzi della scuola
di Barbiana di don Milani “…ho imparato che il problema degli atri è uguale al
mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. La
politica, ci siamo detti, è uno straordinario strumento per risolvere e rendere
sereni ed attivi i cittadini se è funzionale a garantire un benessere integrale,
con il contributo e il coinvolgimento di tutti,senza avarizia e tentazioni di
rinchiudersi nel proprio particolarismo privato che provoca indifferenza e
pigrizia. E ci siamo convinti che la politica deve essere influenzata
positivamente ed orientata da processi educativi permanenti, in grado di
trasformare ed operare per la crescita e lo sviluppo. Costanti processi
educativi, in tal senso, possono essere capaci di collegare l’etica
all’estetica, l’utopia alla concretezza, la pace al realismo, i sogni alla
quotidianità, la politica alla nonviolenza. Dopo aver prospettato una
bibliografia mirata ed aver permesso ai partecipanti di sfogliare e vedere sul
grande tavolo i libri, si è convenuto di puntare sulla necessità imprescindibile
di creare un Centro Studi e documentazione, per ricercare, approfondire,
riflettere ed esplorare strade, non ancora percorse. Tutto questo ci siamo
domandati può essere molto utile per creare collegamenti tra gruppi, facilitare
scambi di esperienze, promuovere reti virtuose. Il rievocare la vita e le opere
di testimoni come Gandhi, Milani, Bello, Dolci, Capitini, Balducci e La Pira
hanno spronato tutti noi a percorrere cammini impegnativi di liberazione e di
pienezza. Abbiamo vissuto, perciò, un laboratorio maieutico intenso ed
emozionante. Ognuno ha potuto esprimersi liberamente, sentirsi a proprio agio,
senza essere giudicati. Ci siamo regalati pezzi di vita, scorci e colori
dell’anima, tasselli di umanità, tralci di inquietudine, scambi di desideri,
sprazzi di delusioni, voglia di condivisione di speranze. Abbiamo potuto con
lealtà dichiarare i nostri limiti, abbiamo posto interrogativi e riformulato
altre domande di senso. Insomma, senza sciocche pretese esaustive, abbiamo
vissuto, grazie al raffinato coinvolgimento di tutti, un’esperienza di maieutica
calda, non spiegata, asettica, che è riuscita a farci percorrere un tratto di
strada,verso una consapevolezza scomoda ed utile allo steso tempo,capace di
farci assumere un impegno politico ed educativo serio e rigoroso. In grado di
rappresentare linfa vitale che scorre, scuote, agisce. Tenendo lontani gli
inaffidabili e pericolosi compagni di viaggio quali il virus del dominio, della
prevaricazione, dell’ingiustizia e di tutte le violenze. “Ciò che importa è che
la nonviolenza si faccia strada, in ogni gruppo politico e a questo riguardo
credo nel mantenimento di un contatto costante con persone che si augurano una
trasformazione profonda, rivoluzionaria ma nonviolenta dei rapporti sociali”
così scriveva Danilo Dolci nel 1958. Sulla scia di queste considerazioni,
vogliamo con passione e convinzione far posto ad una pratica comunicativa
creativa, gioiosa, contagiosa.
Eugenio Scardaccione “Gruppo Educhiamoci alla Pace”-Bari
ALBERTO TREVISAN, Ho spezzato il mio fucile, EDB, Bologna 2005, pag. 142,
€ 10,50.
Davvero, in quegli anni ormai lontani, un fantasma si aggirava tra i
tribunali militari e le prigioni del nostro Paese. Era quello di Alberto
Trevisan, che ora, in questo libro, narra le prepotenze atroci del potere e le
lusinghe che venivano affacciate per indurre gli obiettori di coscienza a
desistere dal loro atteggiamento. Narrazione precisa e puntuale dei luoghi
dove la sua libertà è stata coartata, dei volti arcigni che credevano di
umiliarlo, di situazioni che somigliavano troppo spesso alla lotta del topolino
contro la montagna. Il libro narra come il topolino ha vinto. È un libro nel
quale si legge come la volontà onesta e serena e la persuasione di chi sa quello
che sta facendo possono ancora e sempre vincere contro la bestialità. Appunto,
contro la bestialità della guerra: che rappresenta da sé sola il concetto più
orrendo che l’umanità abbia mai realizzato al posto della forza del diritto,
cioè il diritto della forza. Allora alcuni dicevano che “l’obiezione di
coscienza è uno stupido sogno irrealizzabile”. Oppure addirittura che
“l’obiezione di coscienza è l’arma dei vili, è l’arma dei servizi segreti di
Mosca”. Tutto è stato detto contro Trevisan e contro chi la pensava come lui.
Poi i tempi sono maturati in una situazione politica che ha visto spesso i
partiti tradizionali anche di rinnovamento in ritardo, molto in ritardo.
Pochissime organizzazioni, e tra esse meritorio Il Movimento Nonviolento che
trovava prima a Perugia e poi a Verona una voce per la diffusione degli ideali
di nonviolenza, fino ai singoli che si ispiravano ad idee di pace, laiche o
religiose. Ora questa battaglia è stata vinta, anche se in una forma non
certo soddisfacente e anche se alcuni grandi problemi sono ancora in
discussione. Ma abbiamo Alberto Trevisan con noi, è qui, insieme alla sua
splendida consorte e ai suoi ottimi ragazzi, è qui con noi e mostra a tutti il
suo certificato penale dove ora al posto dell’elenco delle condanne che ha
subito, vi è scritto un “nulla”, a testimonianza che anche il potere ha
riconosciuto che “nulla” si poteva dire contro di lui. Quel “nulla” significa
l’attestazione in una sola piccolissima parola della nobiltà di una vita.
Sandro Canestrini
Il libro di Alberto Trevisan può essere richiesto alla nostra Redazione.
Cinzia PiccHioni, Semplicità volontaria, come inquinare e consumare di meno,
Edizioni L’Età dell’Acquario, Torino 2003, pagg. 140, € 13,00
Troppo cemento, troppe automobili, troppo cibo, troppi rifiuti, troppi
prodotti usa e getta non creano un mondo migliore. La “semplicità volontaria”
è una semplicità di vita scelta consapevolmente da milioni di persone in tutto
il mondo, vuol dire consumare in modo equilibrato, rispettando l’ambiente e
accrescendo l’autonomia personale. Questo libro spiega come fare giorno dopo
giorno. L’autrice ha raccolto in questo volume una miniera di informazioni,
dati, consigli, riflessioni, accorgimenti utili a mettere in pratica nella vita
quotidiana (dalla casa, agli acquisti, al viaggiare, al mangiare) quei principi
di rispetto per l’ambiente, di sana amministrazione delle risorse naturali, di
semplicità di vita, di minor consumo, di riutilizzo delle vecchie cose, di lotta
agli sprechi, che sempre di più coinvolgono e interessano gli individui del
nostro mondo occidentale, almeno quelli che non si rassegnano a un modello
economico che sta raggiungendo inesorabilmente un punto di non ritorno rispetto
alle risorse a disposizione. Sviluppo sostenibile, ecologia profonda,
commercio equo e solidale, risparmio etico rappresentano le nuove frontiere per
un’umanità consapevole e solidale, anche e soprattutto nei comportamenti di
tutti i giorni.
Riceviamo
Antonia Arcuri, I Colori dell’Armonia, ed. La Zisa, Palermo 2003, pp.
80 Antonia Arcuri, La pesatrice di Perle, Coppola Editore, Trapani 2005, pp.
68 Luigi Casanova, Il fiume di Renata. La battaglia civile di una donna, ed.
Il Prato, Padova 2002, pp. 162 AA.VV, Sulla pena di morte, ed. Istituto di
istruzione Cavalese, Trento 2001, pp. 203 Mountain Wilderness Italia,
Proteggiamo le Alpi!, supplemento a Mountain Wilderness Notizie n.
1.2004 Jean-Louis Gaudet, «Baraka». Ovvero la cinquecento fatata, ed. gorée,
Iesa (SI) 2005, pp. 113 Luigi Bettazzi, Giovani per la pace, ed. la
meridiana, Molfetta (BA) 2004, pp. 47 Federico Faloppa, Parole Contro. La
rappresentazione del «diverso» nella lingua italiana e nei dialetti, ed.
Garzanti, Varese 2004, pp. 252 Jerome Liss, L’Ascolto Profondo. Manuale per
le Relazioni d’aiuto, ed. la meridiana, Molfetta (BA) 2004, pp. 109 Enrico
Euli, I dilemmi (dialetti) del gioco, ed. la meridiana, Molfetta (BA) 2004, pp.
87 Paolo Marcato, Giovanna Alfieri, Luciana Musumeci, Ascoltare e parlare,
ed. la meridiana, Molfetta (BA) 2004, pp. 109 Emilia d’Onofrio de Ciocchis,
L’amore di cui parliamo, Agnone 2000, pp. 21 Remo de Ciocchis, Pessimisme et
foi, Agnone 1997, pp. 34 Remo de Ciocchis, Theodor Mommsen, ed.
dell’Amicizia, Agnone 2004, pp. 54 Classe V sez. A Liceo Scientifico
“Giovanni Paolo I” Agnone, La pace che vorrei, ed. Istituto Statale di
Istruzione Secondaria Superiore, Agnone 2004, pp. 45 I.T.I.S. “Leonida
Marinelli” I.P.S.I.A. Agnone, Giornata della pace. Martin Luther King. La forza
di amare, Agnone1997, pp. 102 Lev Tolstoj, Come ruinare l’autorità, La Pecora
Nera Edizioni VR AA.VV, Pace non è solo assenza di guerra, ma dove la vita
fiorisce, Erga edizioni, Marea n. 4/2004, Genova, pp. 95 Bassiano Moro, Il
lontano grugnir di porci, Edizioni in proprio, Bassano, 2005, pp. 101 Nòvita
Amadei, Con voce di donna. Migranti dall’Est, straniere di casa, Assessorato
Pari opportunità della Provincia di Parma, Suppl. al nr. 5/2005 di Animazione
Sociale, Torino, pp. 88 Lorenzo Guadagnucci, La seduzione autoritaria.
Diritti civili e repressione del dissenso nell’Italia di oggi, Nonluoghi Libere
Edizioni, Trento 2005, pp. 144 Cinzia Piccioni, Semplicità volontaria. Come
inquinare e consumare di meno, Edizioni L’Età dell’Acquario, Torino 2003, pp.
140 Lev N. Tolstoj, Scritti politici. Per la liberazione nonviolenta dei
popoli, Sankara Edizioni, Roma 2005, pp. 125 Mahatma Gandhi, Guida alla
salute, Edizioni Archeios, Roma, pp. 152 Michael N. Nagler, Per un futuro
nonviolento, Ponte alle grazie, Milano 2005, pp. 325 Franco Del Moro,
Riposare nel cuore della tempesta. Il coraggio di esporsi alla sofferenza senza
perdere la serenità, Ellin Selae, Cuneo 2005, pp. 167 A cura di Laura Operti
e Laura Cometti, Verso un’educazione interculturale, Bollati Boringhieri
editore, Torino 1992, pp. 169 A cura di Laura Operti, Sguardi sulle Americhe.
Per un’educazione interculturale, Bollati Boringhieri editore, Torino 1995, pp.
175 A cura di Laura Operti, Cultura araba e società multietnica. Per
un’educazione interculturale, Bollati Boringhieri editore, Torino 1998, pp.
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LETTERE Scrivere alla Redazione: via Spagna, 8 – 37123 Verona
(
)
Il diritto all’identità anche dopo la morte
Tanti religiosi, politici, amministratori, tante varie associazioni, tanti
mezzi di comunicazione di massa si sciacquano la bocca di paroloni a difesa
dell’umana dignità, del diritto alla vita dell’embrione, del bambino,
dell’adolescente, del giovane, dell’adulto, del vecchio, del disabile, del
disoccupato, ma, di fronte a fondamentali casi concreti, in cui dovrebbe
emergere un sincero e concreto sentimento di ‘pietas’ verso l’uomo, rivelano la
loro vera natura di cuori di pietra e di presuntuosi e demoniaci interessati
solo al potere, all’assoggettamento degli altri. Lo dimostrano in modo
esemplare le legislazioni nazionali e locali sulla gestione dei cimiteri e sul
destino dei corpi degli esseri umani defunti e l’assoluta insensibilità delle
autorità religiose, politiche, amministrative, dei mezzi di comunicazione di
massa, delle associazioni più varie sul tema. Da sempre, e ancora oggi,
secondo le norme generali e locali, se un povero cittadino, una povera cittadina
non hanno il privilegio di avere una cappella familiare, o un loculo, quando
muoiono, i loro corpi sono interrati negli spazi cimiteriali comunali per dieci
anni. Dopo questo periodo, se non hanno trovato familiari o eredi sensibili al
destino di quei poveri, ma sacri resti, il Comune disseppellisce i cadaveri e li
destina alla fossa comune, in base a un puro ragionamento di gestione economica
degli spazi cimiteriali. In questi passaggi/comportamenti amministrativi
collettivi si annida una disumanità che da nessuno è stata mai contestata, per
quanto ne so. Avendo toccato con mano la questione, in quanto consigliere
comunale liberalsocialista di sinistra, di opposizione all’Ulivo (DS-Popolari
ora Margherita-SDI) e alla Casa delle Libertà (FI-AN), entrambi responsabili e
insensibili su questo tema, come su tantissime altre questioni, mi sono battuto
per anni, al fine di chiedere al Comune un intervento sul tema, costruendo dei
colombari semplici, non costosi, presso i muri perimetrali del cimitero, per
ospitare i poveri, sacri resti di alcune persone che avevano un nome, un
cognome, anche la fotografia sulle croci di marmo delle fosse e che a, al
termine dei dieci anni, per l’insensibilità di familiari ed eredi, rischiavano
di finire nel profondo pozzo dell’ossario comune. Sono riuscito a far trovare
all’assessore dei loculi che erano abbandonati e così ora al Cimitero del Comune
di Parete (10.000 abitanti, in provincia di Caserta, dove sono nato e sono
consigliere comunale) vi è un impegno solenne pubblico a non utilizzare
l’ossario comune, se non per ospitare resti umani anonimi trovati per vari
motivi sul territorio comunale. Gli aspetti della questione sono gravi dal
punto di visto etico-religioso e sociale. La legislazione attuale, nel
comportamento disumano e disordinato degli enti locali, nel silenzio colpevole e
disumano delle autorità religiose, che hanno tanti poteri e tanti spazi nei
cimiteri, in realtà può nascondere un atteggiamento radicale di disinteresse
verso la dignità dell’essere umano, che viene accompagnato con varie ritualità
sospette fino al cancello del cimitero, poi viene abbandonato a se stesso, quasi
come una ‘cosa’ senza valore. Oltre al fatto che in molti cimiteri operano,
dominano incontrastati solo interessi economici (edilizi, di marmisti, di
fiorai, di elettricisti, di pompe funebri), scandalizzano con le loro ignavie e
insensibilità le autorità comunali, che vengono meno ad una sostanziale ragione
della loro esistenza, e le autorità religiose, che hanno assunto un secolare
silenzio. C’è poi l’aspetto sociale disumano e drammatico: chi è povero
finisce nell’ossario comune, chi è ricco, per accumuli leciti e spesso illeciti,
ha il diritto alla memoria e all’identità. Questo scandalo deve finire e
spero che il mondo nonviolento per i poteri, anche limitati, che possa avere,
non dimentichi questa battaglia di umanità e di pietà, per imporre la revisione
delle norme nazionali e dei regolamenti degli 8101 Comuni italiani, affinché
nessun essere umano che abbia un nome, un cognome, entrando in un cimitero da
morto, finisca nell’indegna fossa comune, come è capitato a tanti poveri, onesti
esseri umani, o anche a grandi senza potere, come Mozart. Oltre questa
semplice modifica normativa, occorre che, a livello del governo nazionale, vi
sia una struttura specifica, che tenga sotto controllo le migliaia di cimiteri
italiani, affinchè siano tenuti nel massimo ordine e rispetto, e intervenga
decisamente di fronte a insensibilità, ignavie e abusi.
Nicola Terracciano Formia
La moda sospetta del revisionismo storico
E’ di moda, oggi, per alcuni politici e storici in cerca di notorietà e di
sponsor influenti, cimentarsi (con un fine ben diverso dalla ricerca storica) in
un “revisionismo” (non revisione) della nostra storia più recente: la guerra di
liberazione. La revisione della storia è cosa seria se fatta da studiosi
seri, su fatti seri ed oggettivi; come cosa seria, ma diversa dal revisionismo,
è la critica storica onesta, che non è solo utile, ma necessaria. Ma la
revisione non è. E non può essere, una diversa interessata ricostruzione dei
fatti, storicamente accertati, al fine di puntellare e sostenere, uno
schieramento politico che vuol trarre legittimità e sostegno dalla distorsione
dei fatti e da una interessata rilettura degli stessi, per arrivare al
ribaltamento della verità o comunque per porre sullo stesso piano etico e
politico la dittatura sconfitta, con la democrazia conquistata. E’
impossibile, ed immorale, fare ciò. Non si tratta infatti di capire e
giustificare sul piano umano chi, in buona fede, scelse nel 1943 di difendere un
regime ed il suo protettore nazista, ma di parificare sul piano etico e politico
le due scelte: chi insorse per la difesa delle libertà civili e per abbattere la
dittatura e chi si mise alla difesa di questa, combattendo chi lottava per la
libertà e la democrazia. Non si può parlare di revisione, per mettere sullo
stesso piano i partigiano ed i militari combattenti per la libertà, con chi
combatteva per il fascismo, alleato dei nazi-tedeschi, torturando ed uccidendo
partigiani e civili inermi ed indifesi. Su questo piano non ci può essere né
revisione, né pacificazione; si mescolano solo le carte, per consentire ad
alcuni politicanti di riabilitarsi con i voti di chi non ancora si è convinto
che questa democrazia è una conquista definitiva del popolo italiano. Si
vogliono sollecitare i risentimenti di chi è stato sconfitto dalla storia, di
chi ha paura che libertà e democrazia portino a forme di governo che ritengono
prioritarie le esigenze ed i diritti dei più deboli e dei meno fortunati e che
tengono ad assicurare una ripartizione delle ricchezze più equa tra i
cittadini. A prescindere da una seria revisione storica, sempre possibile,
occorre che gli sconfitti di ieri prendano atto, e si convincano, delle ragioni
politiche della propria sconfitta, salutare per tutti; ma prima di tutto per
loro stessi (se in buona fede). Occorre quindi che prendano atto, per
esempio, delle ragioni per cui il 25 aprile è festa per tutti gli italiani, non
riducibile a “giorno della memoria”. Così come il 14 luglio per i francesi, ed
il 4 luglio per gli americani, sono feste condivise, che si riferiscono ad
eventi fondanti per quelle nazioni. Nessuno in Francia rivendica i privilegi
della Corte, dei nobili, del clero, né in America si rimpiange la schiavitù o si
rivendica la secessione degli ex stati. Così oggi in Italia nessuno, salvo
alcuni leghisti con posizioni strumentali, pone in discussione del nostro paese.
La revisione della nostra storia più recente non può avere il fine di ribaltare
le scelte politiche della nostra Repubblica nata dalla lotta per la libertà, che
hanno portato all’abbattimento del fascismo. Né si può, con il “revisionismo”,
cambiare la Costituzione nata da quella lotta al fascismo. A chi,
diciottenne, si è arruolato nella milizia fascista, o a chi per necessità o per
un’errata valutazione storica, ha militato con la Repubblica Sociale, va la
comprensione umana (non politica) di tutti noi; costoro vanno aiutati
socialmente o economicamente se necessario, ma non possono essere parificati,
nel nostro ricordo e nelle scelte politiche, a chi ha combattuto contro il
regime sco