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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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Economia, a cura di Paolo Macina (Vendita di armi alla
Cina) Per esempio, a cura di Maria G. Di Rienzo (La
giustizia climatica) Cinema, a cura di Flavia Rizzi (Film
"Saimir") Libri, a cura di Sergio Albesano.
EDITORIALE
Dieci anni con Alex Dieci anni senza Alex
Di Mao Valpiana
Lo si potrebbe definire in mille modi: intellettuale, traduttore, politico,
giornalista, saggista, localista, verde, europeista, insegnante, pacifista,
ambientalista, leader di movimento…e via elencando… lui si descrisse come un
“portatore di speranza”. Per me è sempre stato semplicemente un amico della
nonviolenza. Anzi, penso che Alexander Langer abbia dato corpo più di ogni altro
all’idea capitiniana del “potere di tutti”, riuscendo ad applicare la
nonviolenza nell’ambito forse più difficile per farlo: la politica e le
istituzioni. E’ stato detto, giustamente, che Alex era il più impolitico dei
politici, eppure è stato il rappresentante istituzionale di un vasto movimento
ecologista e pacifista, che insieme a tante sconfitte ha raggiunto anche
straordinari risultati concreti. Ha saputo attraversare cariche prestigiose
senza rimanere invischiato nelle sabbie mobili del potere; ha trattato alla pari
con capi di stato senza mai tradire la sua vocazione francescana. A dieci
anni dalla disperata dipartita, sentiamo ancora intatta la nostalgia e anche il
vuoto lasciato dalla sua assenza. Non c’è incontro, riunione, convegno,
assemblea, congresso di movimento dove Alex non venga in qualche modo ricordato,
citato, rimpianto. Ci manca. Ma lo sentiamo anche fortemente vicino,
compresente, quasi una compagnia angelica. Ripensare a quel sorriso gentile,
allo sguardo acuto, alle battutine ironiche, alla sua faccia da coniglio
intelligente, mette ancora allegria. Alla domanda ricorrente “perché?” non ci
può essere risposta, ma ognuno di noi un senso a quella morte lo vuole dare:
forse a schiacciarlo è stato il troppo amore, la troppa compassione, il farsi
carico senza limite dei pesi altrui. Come il tuo amato San Cristoforo, caro
Alex, avevi preso sulle spalle un bambino per portarlo dall’altra parte, ma
ancor prima della fine della traversata ti sei accorto “che avevi accettato il
compito più gravoso della tua vita, e che dovevi mettercela tutta, con un
estremo sforzo, per arrivare di là” (Dalla lettera “Caro San Cristoforo” scritta
per Lettera 2000, febbraio-marzo 1990, in “Il viaggiatore leggero”, a cura di
Edi Rabini, pagina 328, Sellerio editore Palermo) . Non ce l’ha fatta, Alex, a
concludere la traversata del fiume, stanco e oberato ha religiosamente accettato
il suo calvario; ma la preziosa eredità di idee ed azioni che ha lasciato, oggi
ci serve da bussola per solcare le acque turbolente del fiume e cercare un
approdo. Alex è stato un caro amico del Movimento Nonviolento. Gli siamo
riconoscenti per i tanti stimoli che ci ha dato, per la disponibilità generosa,
per il contributo di analisi, proposte e iniziative. Abbiamo pensato di
rendergli omaggio predisponendo l’edizione di un libro contenente i suoi molti
articoli pubblicati in Azione nonviolenta dal 1984 al 1995, raccolti in quattro
filoni: dal pacifismo alla nonviolenza, nonviolenza e riconciliazione,
nonviolenza per la decrescita, nonviolenza è politica. Porteremo questo nuovo
testo al festival di Euromediterranea, quest’anno dedicato ad Alex, come nostro
particolare contributo. Nessuno è legittimato a servirsi dei suoi scritti di
anni fa per utilizzarli politicamente nella realtà di oggi. Alex ha deciso di
non dire più nulla dal 3 luglio del 1995, e va rispettato anche in questa
scelta. Ma a noi interessa mettere in luce che dietro le sue prese di posizione,
anche le più difficili e discutibili, c’erano una conoscenza e un’adesione
profonda ed esplicita alla nonviolenza specifica, incarnata nella sua
particolare ed originale esperienza. La scelta nonviolenta (laica e religiosa
insieme) è decisiva nella biografia di Alex, non ideologica, ma sempre messa
alla prova del confronto con la realtà più complessa e contraddittoria. In un
suo scritto Alex aveva auspicato lo sviluppo del settore “ricerca e
sperimentazione” della nonviolenza: i laboratori nei quali ha lavorato sono
stati molti, dal Sudtirolo, nel 1968, fino alla Bosnia, nel 1995. Con lui
abbiamo fatto una lungo cammino insieme, durato più di dieci anni, dalla semina
verde alla campagna Nord/Sud, dalla carovana Trieste-Belgrado al VeronaForum,
dal convegno “Sviluppo? Basta!” alla rivista Verdeuropa. Ed ancora la sua
presenza alle marce Perugia-Assisi, la restituzione del congedo militare, la
campagna per l’obiezione fiscale e contro i missili a Comiso, i contributi per
l’acquisto della Casa per la Nonviolenza, il sostegno concreto al Movimento e ad
Azione nonviolenta. Ci viene quindi naturale dedicargli questo numero,
pubblicando i suoi tre scritti che saranno al centro della riflessione e del
lavoro di Euromediterranea 2005. Il decalogo della convivenza, la conversione
ecologica, l’Europa dopo Sarajevo: articoli profetici che mantengono intatta la
loro attualità e che possono aiutare i giovani a comprendere la complessità di
oggi. Alex era un bella persona. E’ stato un privilegio averlo avuto come
amico.
Alexander Langer 1995-2005 Lentius, profundis, suavius
Srebrenica 2005, le ferite del silenzio
Come si vede dall’abbozzo di programma che segue, dedicheremo il tradizionale
incontro annuale della Fondazione al decennale della morte di Alexander Langer,
ad una riflessione che prende spunto da suoi tre testi che pubblichiamo in
questo stesso numero di Azione nonviolenta: - La conversione ecologica potrà
affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile (1994) - Tentativo di
decalogo per la convivenza interetnica (1994) - L’Europa muore o rinasce a
Sarajevo (1995) Abbiamo invitato alcune, poche, persone ad introdurli, per
poter così consentire a molti di dare, in questa cornice, un contributo di
testimonianza e di riflessione, nel merito di una delle sessioni.
Ci aiuteranno nella riflessione i libri già pubblicati ed alcuni nuovi, che
si annunciano entro giugno, curati rispettivamente da Florian Kronbichler (ed.
Raetia), Clemente Manenti (Diario), Giuseppina Ciuffreda e Giulia Allegrini
(Altreconomia), Mao Valpiana (Azione nonviolenta), Enrico Camanni
(Cda&Vivalda) e da un film dialogo tra Adriano Sofri e Daniel Cohn-Bendit,
realizzato da Dietmar Höss. Più avanti, in autunno, ancora Uwe Staffler (ed.
Raetia) e una biografia politica che va scrivendo Fabio Levi.
Sono passati 10 anni da quando Alexander Langer ha deciso di accomiatarsi
dalla vita. Il ricordo di lui, e di quanto ha fatto nella sua straordinaria
vita, si è fatto col trascorrere degli anni più maturo e consapevole, seppur
ancora velato di malinconia e nostalgia. Nel patrimonio genetico della
Fondazione sono nel frattempo entrate le destinatarie e i destinatari dei premi
assegnati dal 1997: l’algerina Khalida Messaoudi Toumi, le ruandesi Jacqueline
Mukansonera e Yolande Mukagasana, i coniugi cinesi Ding Zilin e Jiang Peikun, la
kosovara Vjosa Dobruna e la serba Natasa Kandic, l’israeliano Dan Bar-On e il
palestinese Sami Adwan, l’ambientalista ecuadoregna Esperanza Martinez, la
memoria dell’operaio di Porto Marghera Gabriele Bortolozzo, la fondazione
polacca Pogranicze di Sejny. Sono il bene più prezioso della Fondazione,
perché - assieme agli scritti di Alexander Langer più che mai attuali - ci
indicano un modo per rimanere saldamente ancorati alle domande cruciali, ancora
senza risposte, che il secolo scorso ci ha lasciato in eredità. Non sappiamo
cosa avrebbe detto Alex di queste sue nuove e nuovi compagni di viaggio. Siamo
ben coscienti che dal 3 luglio 1995, almeno, la responsabilità di cercare “ciò
che era giusto” è tornata interamente nelle mani di ciascuno di noi. Avremo
occasione di parlarne in questa edizione straordinaria della manifestazione
“euromediterranea”, un’occasione di riflessione e di festa. Non sarà l’unico
appuntamento, perché altri se ne preannunciano in Italia e in Europa, promossi
da persone che hanno conosciuto Alex, direttamente o attraverso il racconto dei
suoi scritti, e ne continuano a trovare incoraggiamento per un impegno solidale,
più che mai necessario. Questa è la cornice che vuole poi consentire a molti
di dare un contributo personale, con interventi di 5-7 minuti, che vi preghiamo
per quanto possibile di preannunciare.A questo appuntamento vi vogliamo fin
d’ora invitare.
PROGRAMMA DI MASSIMA
Sabato 25 giugno - Brennero/Brenner: Apertura della settimana
euromediterranea dedicata ad Alexander Langer Ore 10.00 - passeggiata lungo i
confini tra Nord e Sud Tirolo, guidata dallo scrittore Erri De Luca e dallo
scalatore Hanspeter Eisendle Ore 16.00 - vecchia casa doganale austriaca:
festa e incontro stampa, ospiti del vice-sindaco di Gries am Brenner Helmuth
Gassebner e della parlamentare europea Eva Lichtenberger
Da lunedì 27 giugno - Bolzano/Bozen: - Rassegna cinematografica al
Filmclub - Inaugurazione e presentazione dell’archivio Langer “minima
personalia”, a cura di Ingrid Facchinelli
Venerdì 1 luglio 14.00 - Vecchio Municipio: apertura della Scuola estiva
internazionale Sala di Rappresentanza del Comune: 14.00 - Apertura
Workshop artistici di Alberto Larcher e Loretta Viscuso 16.30 -
Inaugurazione della mostra fotografica “Hallo Ibrahim!”, realizzata da Luisa
Ferrari per Macondo 3 a sostegno delle adozioni a distanza di Tuzlanska Amica,
aperta dal 27 al 7 luglio.
17.30 - Cerimonia di consegna del premio Langer 2005 a Irfanka Pasagic,
Tuzla/Srebrenica
18.30 – 21.00 - I Sessione: L’Europa nasce o muore a Sarajevo Interventi
di: Irfanka Pasagic, Natasa Kandic - Belgrado, Vjosa Dobruna - Prjstina, Massimo
Cacciari Sindaco di Venezia
Prati del Talvera: VolxFesta di Radio Tandem
Sabato 2 luglio – 10.30 - 13.00: Sala di Rappresentanza del Comune: II
Sessione: La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente
desiderabile Introducono Vandana Shiva (India), Wolfgang Sachs (Wuppertal
Institut), Giuseppina Ciuffreda (Il Manifesto).
13.00: Ökoinstut, via
Talvera 2: Un brindisi per Alex, ospitato da Alois Lageder. Con Cristoph Baker e
Sergio Staino, autore e illustratore de “Il vino spiegato ai miei
figli”.
16.00: Sala di Rappresentanza del Comune: Un ricordo di Renzo
Imbeni e Lisa Giua Foa, a cura di Gianni Sofri, presidente del Consiglio
comunale di Bologna, e Stella Sofri, coautrice di “E’andata così”, ed.
Sellerio.
17.30 III Sessione: Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica:
dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri,
esploratori di frontiera. Introduce: Leopold Steurer, Südtirol/Alto
Adige.
Prati del Talvera: continua la VolkFesta di Radio Tandem.Domenica
3 luglio: Sala di Rappresenta del Comune 10.00 - 10 anni con Alexander
Langer, un itinerario biografico e bibliografico (con gli autori dei testi)
11.30 - Adriano Sofri e Daniel Cohn-Bendit ricordano Alexander Langer.
Film-corto di Dietmar Höss . 12.00 - L’attualità di Alexander Langer.
Interventi di autorità e amici. Performance: Coro vocale eKsperimento
Lingue: traduzione simultanea italiano, tedesco, inglese13.00 - 22.00 –
Minigolf, Lungo Talvera: Langer Sonntag/Parole e musica Cibo, letture e
interventi musicali dedicati ad Alex, a cura di Radio Tandem Ore 20.00:
concerto di Paola Sabattani e Sabatriò, Scuola di musica di
Fornimpopoli
Scuola estiva internazionale di euromediterranea 2005, 1. -
12.7.2005: Srebrenica, le ferite del silenzio La Scuola estiva internazionale
2005, riservata alla partecipazione di 40 giovani non solo europei, si svolgerà
in forma itinerante (Bolzano, Tuzla, Srebrenica, Sarajevo) con l’intento di
fornire ai partecipanti strumenti di comprensione di quella che è stata definita
la più grave strage genocidaria nei confini europei dopo la fine della seconda
guerra mondiale; di partecipare con il massimo di consapevolezza alle
celebrazioni che si svolgeranno a Srebrenica nel decimo anniversario del
massacro e degli accordi di Dayton; di riflettere sugli strumenti di prevenzione
delle crisi e di ricostruzione della convivenza, individuati da Aleaxander
Langer nel suo “L’Europa nasce o muore a Sarajevo”. Interventi di: Irfanka
Pasagic, Natasa Kandic, Vjosa Dobruna, Laura Dolci, Francesco Palermo, Jens
Woelk, Emanuela Fronza, Andrea Lollini, Walter Lorenz, Stefano Recchia,
Osservatorio Balcani Rovereto, Yael Danieli.Iniziative collaterali alla scuola
estiva:
Lunedì 4 luglio – 21.00 – Theater im Hof: ”So oder so....”, Ein Theaterstück
der „Creative Factory“ im Gemeinschaftszentrum. Jungbusch Mannheim, diretto da
Lisa Massetti
Martedì 5 luglio – 21.00 – Filmclub: Srebrenica 2005, rassegna di documentari
video.
Mercoledì 6 luglio – 21.00 –Papperlapapp - Proiezione del documentario di
Mario Di Carlo "Deutschland wäre meine richtige Heimat" con sottotitoli in
inglesi. Festa-incontro musicale tra associazioni giovanili di Bolzano e i
partecipanti alla Scuola estiva internazionale.
Informazioni, aggiornamento del programma, ospitalità alberghiere, nel sito:
www.alexanderlanger.org
FONDAZIONE ALEXANDER LANGER STIFTUNG – Onlus Via Latemar Straße 3, I -
39100 BOLZANO/BOZEN Tel.+ Fax 0039 0471 977691 E-Mail:
, www.alexanderlanger.org
La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente
desiderabile
1. Abbiamo creato falsa ricchezza per combattere false povertà - Re Mida
patrono del nostro tempo Da qualche secolo ed in rapido crescendo si produce
falsa ricchezza per sfuggire a false povertà. Di tale falsa ricchezza si può
anche perire, come di sovrappeso, sovramedicazione, surriscaldamento ecc. Falso
benessere come liberazione da supposta indigenza è la nostra malattia del
secolo, nella parte industrializzata e "sviluppata" del pianeta. Ci si è
liberati di tanto lavoro manuale, avversità naturali, malattie, fatiche,
debolezze - forse tra poco anche della morte naturale - in cambio abbiamo
radiazioni nucleari, montagne di rifiuti, consunzione della fantasia e dei
desideri. Tutto è diventato fattibile ed acquistabile, ma è venuto a mancare
ogni equilibrio. Non solo l'apprendista stregone è il personaggio-simbolo del
nostro tempo. L'antico re Mida - che ottenne il compimento del suo desiderio che
ogni cosa che toccava si trasformasse in oro - ci appare come il vero patrono
dei culti del progresso e dello sviluppo, l'attualissimo predecessore dei
benefici della nostra civiltà.
2. Non si può più far finta si non sapere, l'allarme è ormai suonato da
almeno un quarto di secolo ed ha generato solo provvedimenti frammentari e
settorialiDa qualche decennio e con sempre maggiori dettagli si conoscono
praticamente tutti gli aspetti di questo impoverimento da cosiddetto benessere.
Quasi non si sta più a sentire quando si recita, più o meno completa, la litania
delle catastrofi ambientali. Un quarto di secolo è stato impiegato a
scoprire, analizzare, diagnosticare e prognosticare, a dare l'allarme, a
lanciare appelli e proclami, a varare leggi e convenzioni, a creare istituzioni
incaricate a rimediare. La tutela tecnica dell'ambiente è notevolmente
migliorata nel mondo industrializzato, si sono registrati singoli successi,
alcune acque si stanno rivitalizzando, certe specie in pericolo di estinzione si
sono salvate, cominciano a circolare detersivi, carburanti ed imballaggi
"ecologici"... 3. Perchè l'allarme non ha prodotto la svolta? E' già finito
l'intervallo di lucidità (Stoccolma 1972 - Rio 1992)?Allarmi catastrofisti,
lamenti, manifestazioni, boicottaggi, raccolte di firme...: tutto ciò ha aiutato
a riconoscere l'emergenza: le malattie sono state diagnosticate, le possibilità
di guarigione studiate e discusse - terapie complessive non sono state ancora
attuate. E soprattutto: appare tutt'altro che assicurata la volontà di
guarigione, se ci fosse, produrrebbe azioni e segnali ben più determinati. Visto
però che le cause dell'emergenza ecologica non risalgono ad una cricca
dittatoriale di congiurati assetati di profitto e di distruzione, bensì ricevono
quotidianamente un massiccio e pressoché plebiscitario consenso di popolo, la
svolta appare assai più difficile. Malfattori e vittime coincidono in larga
misura. C'è da meravigliarsi se oggi persino la diagnosi risulta controversa?
Silvio Berlusconi, a capo del governo della cosiddetta Seconda Repubblica, sin
dal suo discorso inaugurale alla Camera ha ritenuto di dover ironizzare
sull'allarme per l'effetto-serra: "forse il nostro pianeta comincerà ad
intiepidirsi in un lasso di tempo pari a quello che ci divide addirittura dalla
morte di Caio Giulio Cesare". C'è da pensare che dunque ci resta ancora tanto
tempo per cementificare, dissipare, disboscare! Vuol dire che l'intervallo di
lucidità che si potrebbe situare tra le due conferenze mondiali sull'ambiente
(Stoccolma 1972 - Rio de Janeiro 1992) è già terminato? Si è fatto il pieno di
lamenti ed allarmi e si pensa ora che la riunificazione del mondo tra Est e
Ovest vada celebrata con nuovi fasti di crescita?
4 . "Sviluppo sostenibile" - pietra filosofale o nuova formula
mistificatrice?Da qualche anno (rapporto Brundtland, 1987) la formula magica
dello "sviluppo sostenibile" sembra essere la quadratura del cerchio così
lungamente cercata. Nella formula è racchiusa una certa consapevolezza della
necessità di un limite alla crescita, di una qualche autolimitazione della parte
altamente industrializzata ed armata dell'umanità, come pure l'idea che alla
lunga sia meglio puntare sull'equilibrio piuttosto che sulla competizione
selvaggia; ma il termine "sviluppo" (o crescita, come in realtà si dovrebbe dire
senza tanti infingimenti) è rimasto parte del nuovo e virtuoso binomio.
Purtroppo basta guardare ai magri risultati della Conferenza di Rio per
comprendere quanto lontani si sia ancora da una reale correzione di rotta.
Sembra che il nuovo termine indichi piuttosto la propensione ad un nuovo ordine
mondiale nel quale il Sud del mondo viene obbligato ad usare con più parsimonia
e razionalità le sue risorse, sotto una sorta di supervisione e tutela del Nord:
non appare un obiettivo mobilitante per suscitare l'impeto globalmente
necessario per la conversione ecologica.
5. A mali estremi, estremi rimedi? ("Muoia Sansone con tutti i filistei"?
Eco-dittatura?)Di fronte ai vicoli ciechi nei quali ci troviamo, può succedere
che qualcuno tenti estreme vie d'uscita. Anche tra ecologisti, pur così propensi
ad una cultura della moderazione e dell'equilibrio, ci può esserci chi - seppure
oggi in posizione isolata - chi pensa a rimedi estremi. Scegliamone i due più
rilevanti: la prima potrebbe essere caratterizzata con "muoia Sansone e tutti i
filistei": la convinzione che la catastrofe ambientale sia inevitabile e non più
rimediabile, e che pertanto tocchi mettere in conto disastri epocali come ne
sono avvenuti altri nel corso dell'evoluzione del pianeta. In mancanza di
aggiustamenti tempestivi ed efficaci, la svolta ecologica verso un nuovo
equilibrio sostenibile verrebbe imposta da tali disastri. L'altro "rimedio
estremo" che si potrebbe agitare, sarebbe lo "Stato etico ecologico",
l'eco-dirigismo o eco-autoritarismo possibilmente illuminato e possibilmente
mondiale. Visto che l'umanità ha abusato della sua libertà, mettendo a
repentaglio la propria sopravvivenza e quella dell'ambiente, qualcuno potrebbe
auspicare una sorta di tutela esperta ed eticamente salda ed invocare la
dittatura ecologica contro l'anarchia dei comportamenti anti-ambientali. Si
deve dire chiaramente che simili ipotetici "estremi rimedi" si situano al di
fuori della politica - almeno di una politica democratica. Ogni volta che si è
sperimentato lo Stato etico in alternativa a situazioni o stati anti-etici (e
quindi senz'altro deplorevoli), il bilancio etico della privazione di libertà si
è rivelato disastroso. E l'attesa della catastrofe catartica non richiede certo
alcuno sforzo di tipo politico: per politica si intende l'esatto contrario della
semplice accettazione di una selezione basata su disastri e prove di
forza. Quindi si dovrà cercare altrove la chiave per una politica ecologica,
ed inevitabilmente ci si dovrà sottoporre alla fatica dell'intreccio assai
complicato tra aspetti e misure sociali, culturali, economici, legislativi,
amministrativi, scientifici ed ambientali. Non esiste il colpo grosso, l'atto
liberatorio tutto d'un pezzo che possa aprire la via verso la conversione
ecologica, i passi dovranno essere molti, il lavoro di persuasione da compiere
enorme e paziente.
6. La domanda decisiva è: come può risultare desiderabile una civiltà
ecologicamente sostenibile? "Lentius, profundius, suavius", al posto di "citius,
altius, fortius"La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si
deve fare o non fare, ma come suscitare motivazioni ed impulsi che rendano
possibile la svolta verso una correzione di rotta. La paura della catastrofe, lo
si è visto, non ha sinora generato questi impulsi in maniera sufficiente ed
efficace, altrettanto si può dire delle leggi e controlli; e la stessa analisi
scientifica non ha avuto capacità persuasiva sufficiente. A quanto risulta,
sinora il desiderio di un'alternativa globale - sociale, ecologica, culturale -
non è stato sufficiente, o le visioni prospettate non sufficientemente
convincenti. Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone
disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente
diversa come sarebbe necessario. Nè singoli provvedimenti, nè un migliore
"ministero dell'ambiente" nè una valutazione di impatto ambientale più accurata
nè norme più severe sugli imballaggi o sui limiti di velocità - per quanto
necessarie e sacrosante siano - potranno davvero causare la correzione di rotta,
ma solo una decisa rifondazione culturale e sociale di ciò che in una società o
in una comunità si consideri desiderabile. Sinora si è agiti all'insegna del
motto olimpico "citius, altius, fortius" (più veloce, più alto, più forte), che
meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della
nostra civiltà, dove l'agonismo e la competizione non sono la nobilitazione
sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se
non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al
contrario, in "lentius, profundius, suavius" (più lento, più profondo, più
dolce"), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun
singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall'essere
ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso. Ecco perché una
politica ecologica potrà aversi solo sulla base di nuove (forse antiche)
convinzioni culturali e civili, elaborate - come è ovvio - in larga misura al di
fuori della politica, fondate piuttosto su basi religiose, etiche, sociali,
estetiche, tradizionali, forse persino etniche (radicate, cioè, nella storia e
nell'identità dei popoli). Dalla politica ci si potrà aspettare che attui
efficaci spunti per una correzione di rotta ed al tempo stesso sostenga e forse
incentivi la volontà di cambiamento: una politica ecologica punitiva che
presupponga un diffuso ideale pauperistico non avrà grandi chances nella
competizione democratica.7. Possibili priorità nella ricerca di un benessere
durevoleI passi che qui si propongono - intrecciati ed interdipendenti tra loro
- fanno parte di una visione favorevole al cambiamento e potrebbero a loro volta
incoraggiare nuovi cambiamenti. Purchè ogni passo limitato e parziale si muova
in una direzione chiara e comprensibile, ed i vantaggi non siano tutti rimandati
ad un futuro impalpabile.a) bilancio ecologico Gli attuali bilanci pubblici e
privati sono tutti basati su dati finanziari. Sintanto che non si avranno in
tutti gli ambiti (Comune, Provincia, Regione, Stato, CE, ...) accurati bilanci
della reale economia ambientale che facciano capire i reali "profitti" e le
reali perdite, non sarà possibile sostituire gli attuali concetti di
desiderabilità sociale, e tanto meno un cambiamento dell'ordine economico. b)
ridurre invece che aumentare i bilanci Ogni discorso sulla necessità della
svolta resta assurdo sino a quando la crescita economica resterà l'obiettivo
economico di fondo e sino a quando i bilanci pubblici e privati punteranno ad
aumentare di anno in anno. La parte industrializzata del pianeta dovrà
finalmente decidersi alla crescita-zero e poi a qualche riduzione - naturalmente
con la necessaria cautela e moderazione per non causare dei crolli sociali o
economici.c) favorire economie regionali invece che l'integrazione nel mercato
mondiale Sino a quando la concorrenza sul mercato mondiale resterà il
parametro dell'economia, nessuna correzione di rotta in senso ecologico potrà
attuarsi. La rigenerazione delle economie locali, invece, renderà possibile -
tra l'altro - una gestione più moderata e controllabile dei bilanci, compreso
quello ambientale.d) sistemi tariffari e fiscali ecologici, verità dei
costi Di fronte ad un mercato che addirittura postula e premia comportamenti
anti-ecologici, visto che non ne fa pagare i costi, si rende indispensabile un
sistema fiscale e tariffario orientato in senso ambientale, che imponga almeno
in parte una maggiore trasparenza e verità dei costi: imprenditori e consumatori
devono accorgersi dei costi reali del massicio trasporto merci, degli
imballaggi, del dispendio energetico, dell'inquinamento, del consumo di materie
prime, ecc.e) allargare e generalizzare la valutazione di impatto
ambientale Tutto quanto viene oggi costruito (opere, tecnologie, ecc.),
produce impatti e conseguenze di dimensioni sinora sconosciute. La valutazione
di impatto ambientale - nel senso più comprensivo di una reale valutazione delle
conseguenze ecologiche, ma anche sociali e culturali a breve e lungo termine di
ogni progetto - dovrà diventare il nocciolo di una nuova sapienza sociale, e va
quindi adeguatamente ancorata negli ordinamenti. Così come altre società,
passate o presenti, proteggevano con norme fondamentali e tabú (sulla guerra,
l'ospitalità, l'incesto...) le loro scelte di fondo, oggi abbiamo bisogno di
norme fondamentali a difesa della valutazione di impatto ambientale - non
importa se si tratti di autostrade, missili, biotecnologie, forme di produzione
di energia o introduzione di nuove sostanze chimiche di sintesi. Tale
valutazione non potrà avvenire senza l'intervento dei più diretti interessati e
postulerà una Corte ambientale a suo presidio. f) redistribuzione del lavoro,
garanzie sociali Solo una vasta redistribuzione sociale del lavoro (e quindi
dei "posti di lavoro" socialmente riconosciuti) permetterà la necessaria
correzione di rotta. L'ammortamento sociale degli effetti prodotti da scelte di
conversione ecologica (che si chiuda una fabbrica d'armi o un impianto
chimico..) è un investimento importante ed utile quanto e più di tanti altri, e
se si indennizzano i proprietari di terreni che devono cedere ad un'autostrada,
non si vede perché altrettanto non debba avvenire nei confronti di operai o
impiegati che devono cedere alla ristrutturazione ecologica.g) riduzione
dell'economia finanziaria, sviluppo della "fruizione in natura" Sino a quando
ogni forma di economia sarà canalizzata essenzialmente attraverso il denaro,
sarà assai difficile far valere dei criteri ecologici, e ci saranno pesanti
ingiustizie socio-ecologiche: chi può pagare, potrà anche inquinare. Un processo
di "rinaturalizzazione" - che allontani dalla mercificazione generalizzata (dove
tutto si può vendere e comperare) e valorizzi invece l'apporto personale e non
fungibile - potrebbe aiutare a scoprire un diverso e maggior godimento della
natura, del lavoro, dello scambio sociale. Le "res communes omnium" (dalla
fontana pubblica alla spiaggia, dalla montagna alla città d'arte) non si
difendono col ticket in denaro, bensì con l'esigere una prestazione personale,
con un legame col volontariato, ecc.h) sviluppare una pratica di
partnership La necessaria autolimitazione ecologica riesce più convincente se
si fa esperienza diretta di interdipendenza e partnership: nella nostra attuale
condizione, forse potrebbero essere alleanze o patti "triangolari"
(Nord/Sud/Est) quelle che meglio riflettono il nesso tra i cambiamenti necessari
in parti diverse, ma interconnesse del mondo. L'"alleanza per il clima" ne può
fornire una interessante, per quanto ancora parzialissima, esemplificazione.
8. Una Costituente ecologica?Società anteriori alla nostra avevano il loro
modo di sanzionare, solennizzare e tramandare le loro scelte ed i loro vincoli
di fondo: basti pensare alla "magna charta libertatum", al leggendario
giuramento dei confederati elvetici sul Rütli, alla dichiarazione francese sui
diritti dell'uomo, al patto di fondazione delle Nazioni unite... Oggi
difettiamo di una analoga norma fondamentale di vincolo ecologico che - viste le
caratteristiche del nostro tempo - avrebbe peso e valore solo se frutto di un
processo democratico. Certamente esiste in questa o quella carta costituzionale
un comma o articolo sull'ambiente, ma siamo ben lontani dal concepire la difesa
o il ripristino dell'equilibrio ecologico come una sorta di valore di fondo e
pregiudiziale delle nostre società, e di trarne le conseguenze. Se si vuole
riconoscere ed ancorare davvero la desiderabilità sociale di modi di vivere, di
produrre, di consumare compatibili con l'ambiente, bisognerà forse cominciare ad
immaginare un processo costituente, che non potrà avere, ovviamente, in primo
luogo carattere giuridico, quanto piuttosto culturale e sociale, ma che dovrebbe
sfociare in qualcosa come una "Costituente ecologica". In fondo le Costituzioni
moderne hanno il significato di vincolare il singolo ed ogni soggetto pubblico o
privato ad alcune scelte di fondo che trascendono la generazione presente o, a
maggior ragione, la congiuntura politica del momento. Se non si arriverà a dare
un solido fondamento alla necessaria decisione di conversione ecologica, nessun
singolo provvedimento sarà abbastanza forte da opporsi all'apparente convenienza
che l'economia della crescita e dei consumi di massa sembra offrire.Alexander
Langer(Testo scritto per i Colloqui di Dobbiamo - 1.8.1994)
Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica
1. La compresenza pluri-etnica sarà la norma più che l'eccezione;
l'alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza. Situazioni di
compresenza di comunità di diversa lingua, cultura, religione, etnia sullo
stesso territorio saranno sempre più frequenti, soprattutto nelle città. Questa,
d'altronde, non è una novità. Anche nelle città antiche e medievali si trovavano
quartieri africani, greci, armeni, ebrei, polacchi, tedeschi, spagnoli... La
convivenza pluri-etnica (1), pluri-culturale, pluri-religiosa, pluri-lingue,
pluri-nazionale... appartiene dunque, e sempre più apparterrà, alla normalità,
non all'eccezione. Ciò non vuol dire, però, che sia facile o scontata, anzi. La
diversità, l'ignoto, l'estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare
oggetto di diffidenza e di odio, può suscitare competizione sino all'estremo del
"mors tua, vita mea". La stessa esperienza di chi da una valle sposa in un'altra
valle della stessa regione, e deve quindi adattarsi e richiede a sua volta
rispetto e adattamento, lo dimostra. Le migrazioni sempre più massicce e la
mobilità che la vita moderna comporta rendono inevitabilmente più alto il tasso
di intreccio inter-etnico ed inter-culturale, in tutte le parti del mondo. Per
la prima volta nella storia si può - forse - scegliere consapevolmente di
affrontare e risolvere in modo pacifico spostamenti così numerosi di persone,
comunità, popoli, anche se alla loro origine sta di solito la violenza (miseria,
sfruttamento, degrado ambientale, guerra, persecuzioni...). Ma non bastano
retorica e volontarismo dichiarato: se si vuole veramente costruire la
compresenza tra diversi sullo stesso territorio, occorre sviluppare una
complessa arte della convivenza. D'altra parte diventa sempre più chiaro che gli
approcci basati sull'affermazione dei diritti etnici o affini - p.es. nazionali,
confessionali, tribali, "razziali" - attraverso obiettivi come lo stato etnico,
la secessione etnica, l'epurazione etnica, l'omogeneizzazione nazionale, ecc.
portano a conflitti e guerre di imprevedibile portata. L'alternativa tra
esclusivismo etnico (comunque motivato, anche per auto-difesa) e convivenza
pluri-etnica costituisce la vera questione-chiave nella problematica etnica
oggi. Che si tratti di etnie oppresse o minoritarie, di recente o più antica
immigrazione, di minoranze religiose, di risvegli etnici o di conflittualità
inter-etnica, inter-confessionale, inter-culturale. La convivenza
pluri-etnica può essere percepita e vissuta come arricchimento ed opportunità in
più piuttosto che come condanna: non servono prediche contro razzismo,
intolleranza e xenofobia, ma esperienze e progetti positivi ed una cultura della
convivenza.
2. Identità e convivenza: mai l'una senza l'altra; nè inclusione nè
esclusione forzata "Più chiaramente ci separeremo, meglio ci capiremo": c'è
oggi una forte tendenza ad affrontare i problemi della compresenza pluri-etnica
attraverso più nette separazioni. Non suscitano largo consenso i "melting pots",
i crogiuoli dichiaratamente perseguiti come obiettivo (ad esempio negli USA), e
non si contano le sollevazioni contro assimilazioni più o meno forzate. Al tempo
stesso si incontrano movimenti per l'uguaglianza, contro l'emarginazione e la
discriminazione etnica, per la pari dignità. Non hanno dato buona prova di sè
nè le politiche di inclusione forzata (assimilazione, divieti di lingue e
religioni, ecc.), nè di esclusione forzata (emarginazione, ghettizzazione,
espulsione, sterminio...). Bisogna consentire una più vasta gamma di scelte
individuali e collettive, accettando ed offrendo momenti di "intimità" etnica
come di incontro e cooperazione inter-etnica. Garanzia di mantenimento
dell'identità, da un lato, e di pari dignità e partecipazione dall'altro, devono
integrarsi a vicenda. Ciò richiede, naturalmente, che non solo le regole
pubbliche e gli ordinamenti, ma soprattutto le comunità interessate so orientino
verso questa opzione di convivenza.
3. Conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: "più abbiamo a che fare gli
uni con gli altri, meglio ci comprenderemo". La convivenza offre e richiede
molte possibilità di conoscenza reciproca. Affinché possa svolgersi con pari
dignità e senza emarginazione, occorre sviluppare il massimo possibile livello
di conoscenza reciproca. "Più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio
ci comprenderemo", potrebbe essere la controproposta allo slogan separatista
sopra ricordato. Imparare a conoscere la lingua, la storia, la cultura, le
abitudini, i pregiudizi e stereotipi, le paure delle diverse comunità conviventi
è un passo essenziale nel rapporto inter-etnico. Una grande funzione la possono
svolgere fonti di informazioni comuni (giornali, trasmissioni, radio, ecc.
inter-culturali, pluri-lingui, ecc.), occasioni di apprendimento o di
divertimento comune, frequentazioni reciproche almeno occasionali, possibilità
di condividere - magari eccezionalmente - eventi "interni" ad una comunità
diversa dalla propria (feste, riti, ecc.), anche dei semplici inviti a pranzo o
cena. Libri comuni di storia, celebrazioni comuni di eventi pubblici, forse
anche momenti di preghiera o di meditazione comune possono aiutare molto ad
evitare il rischio che visioni etnocentriche si consolidino sino a diventare
ovvie e scontate.
4. Etnico magari sì, ma non a una sola dimensione: territorio, genere,
posizione sociale, tempo libero e tanti altri denominatori comuni. Ha la sua
legittimità, e talvolta forse anche le sue buone ragioni, l'organizzazione
etnica della comunità, delle differenti comunità: purchè sia scelta liberamente,
e non diventi a sua volta integralista e totalitaria. Quindi dovremo accettare
partiti etnici, associazioni etniche, club etnici, spesso anche scuole e chiede
etniche. Ma è evidente che se si vuole favorire la convivenza più che l'(auto-)
isolamento etnico, si dovranno valorizzare tutte le altre dimensioni della vita
personale e comunitaria che non sono in prima linea a carattere etnico. Prima di
tutto il comune territorio e la sua cura, ma anche obiettivi ed interessi
professionali, sociali, di età... ed in particolare di genere; le donne possono
scoprire e vivere meglio obiettivi e sensibilità comuni. Bisogna evitare che la
persona trascorra tutta la sua vita e tutti i momenti della sua giornata
all'interno di strutture e dimensioni etniche, ed offrire anche altre
opportunità che di norma saranno a base inter-etnica. E' essenziale che le
persone si possano incontrare e parlare e farsi valere non solo attraverso la
"rappresentanza diplomatica" della propria etnia, ma direttamente: quindi è
assai rilevante che ogni persona possa godere di robusti diritti umani
individuali, accanto ai necessari diritti collettivi, di cui alcuni avranno
anche un connotato etnico (uso della lingua, tutela delle tradizioni, ecc.); non
tutti i diritti collettivi devono essere fruiti e canalizzati per linee etniche
(p.es. diritti sociali - casa, occupazione, assistenza, salute... - o
ambientali).5. Definire e delimitare nel modo meno rigido possibile
l'appartenenza, non escludere appartenenze ed interferenze
plurime Normalmente l'appartenenza etnica non esige una particolare
definizione o delimitazione: è frutto di storia, tradizione, educazione,
abitudini, prima che di opzione, volontà, scelta precisa. Più rigida ed
artificiosa diventa la definizione dell'appartenenza e la delimitazione contro
altri, più pericolosamente vi è insita la vocazione al conflitto. L'enfasi della
disciplina o addirittura dell'imposizione etnica nell'uso della lingua, nella
pratica religiosa, nel vestirsi (sino all'uniforme imposta), nei comportamenti
quotidiani, e la definizione addirittura legale dell'appartenenza
(registrazioni, annotazioni su documenti, ecc.) portano in sè una insana spinta
a contarsi, alla prova di forza, al tiro alla fune, all'erezione di barricate e
frontiere fisiche, alla richiesta di un territorio tutto e solo proprio.
Consentire e favorire, invece, una nozione pratica più flessibile e meno
esclusiva dell'appartenenza e permettere quindi una certa osmosi tra comunità
diverse e riferimento plurimo da parte di soggetti "di confine" favorisce
l'esistenza di "zone grigie", a bassa definizione e disciplina etnica e quindi
di più libero scambio, di inter-comunicazione, di inter-azione. Evitare ogni
forma legale per "targare" le persone da un punto di vista etnico (o
confessionale, ecc.) fa parte delle necessarie misure preventive del conflitto,
della xenofobia, del razzismo. L'autodeterminazione dei soggetti e delle
comunità non deve partire dalla definizione delle proprie frontiere e dei
divieti di accesso, bensì piuttosto dalla definizione in positivo dei propri
valori ed obiettivi, e non deve arrivare all'esclusivismo ed alla separatezza.
Deve essere possibile una lealtà aperta a più comunità, non esclusiva, nella
quale si riconosceranno soprattutto i figli di immigrati, i figli di "famiglie
miste", le persone di formazione più pluralista e cosmopolita.6. Riconoscere e
rendere visibile la dimensione pluri-etnica: i diritti, i segni pubblici, i
gesti quotidiani, il diritto a sentirsi di casa La compresenza di etnie,
lingue, culture, religioni e tradizioni diverse sullo stesso territorio, nella
stessa città, deve essere riconosciuta e resa visibile. Gli appartenenti alle
diverse comunità conviventi devono sentire che sono "di casa", che hanno
cittadinanza, che sono accettati e radicati (o che possono mettere radici). Il
bi- (o pluri-)linguismo, l'agibilità per istituzioni religiose, culturali,
linguistiche differenti, l'esistenza di strutture ed occasioni specifiche di
richiamo e di valorizzazione di ogni etnia presente sono elementi importanti per
una cultura della convivenza. Più si organizzerà la compresenza di lingue,
culture, religioni, segni caratteristici, meno si avrà a che fare con dispute
sulla pertinenza dei luoghi e del territorio a questa o quella etnia: bisogna
che ogni forma di esclusivismo o integralismo etnico venga diluita nella
naturale compresenza di segni, suoni e istituzioni multiformi. (Franjo Komarica,
vescovo di Banja Luka, cità pluri-etnica a maggioranza serba in Croazia, oggi
assai disputata tra serbi e croati, lo dice in modo semplice: "un prato con
molti fiori diversi è più bello di un prato dove cresce una sola varietà di
fiori".) Faticosamente l'Europa ha imparato ad accettare la presenza di più
confessioni che possono coesistere sullo stesso territorio e non puntare a
dominare su tutti e tutto o ad espellersi a vicenda: ora bisogna che lo stesso
processo avvenga esplicitamente a proposito di realtà pluri-etnica; convivere
tra etnie diverse sullo stesso spazio, con diritti individuali e collettivi
appropriati per assicurare pari dignità e libertà a tutti, deve diventare la
regola, non l'eccezione.7. Diritti e garanzie sono essenziali ma non bastano;
norme etnocentriche favoriscono comportamenti etnocentrici.Non si creda che
identità etnica e convivenza inter-etnica possano essere assicurate innanzitutto
da leggi, istituzioni, strutture e tribunali, se non sono radicate tra la gente
e non trovano fondamento in un diffuso consenso sociale; ma non si sottovaluti
neanche l'importanza di una cornice normativa chiara e rassicurante, che
garantisca a tutti il diritto alla propria identità (attraverso diritti
linguistici, culturali, scolastici, mezzi d'informazione, ecc.), alla pari
dignità (attraverso garanzie di piena partecipazione, contro ogni
discriminazione), al necessario autogoverno, senza tentazioni annessionistiche
in favore di qualcuna delle comunità etniche conviventi. In particolare appare
assai importante che situazioni di convivenza inter-etnica godano di un quadro
di autonomia che spinga la comunità locale (tutta, senza discriminazione etnica)
a prendere il suo destino nelle proprie mani ed obblighi alla cooperazione
inter-etnica, tanto da sviluppare una coscienza territoriale (e di "Heimat")
comune: ciò potrà contribuire a scoraggiare tentativi di risolvere tensioni e
conflitti con forzature sullo "status" territoriale (annessioni, cambiamenti di
frontiera, ecc.). E non si dimentichi che leggi e strutture fortemente
etnocentriche (fondate cioè sulla continua enfasi dell'appartenenza etnica,
sulla netta separazione etnica, ecc.) finiscono inevitabilmente ad inasprire
conflitti e tensioni ed a generare o rafforzare atteggiamenti etnocentrici,
mentre - al contrario - leggi e strutture favorevoli alla cooperazione
inter-etnica possono incoraggiare ed irrobustire scelte di buona convivenza.
8. Dell'importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri,
esploratori di frontiera. Occorrono "traditori della compattezza etnica", ma non
"transfughi" In ogni situazione di coesistenza inter-etnica si sconta, in
principio, una mancanza di conoscenza reciproca, di rapporti, di familiarità.
Estrema importanza positiva possono avere persone, gruppi, istituzioni che si
collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in
tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione. La promozione di eventi
comuni ed occasioni di incontro ed azione comune non nasce dal nulla, ma chiede
una tenace e delicata opera di sensibilizzazione, di mediazione e di
familiarizzazione, che va sviluppata con cura e credibilità. Accanto
all'identità ed ai confini più o meno netti delle diverse aggregazioni etniche è
di fondamentale rilevanza che qualcuno, in simili società, si dedichi
all'esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in
situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva
per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire
l'inter-azione. Esplosioni di nazionalismo, sciovinismo, razzismo, fanatismo
religioso, ecc. sono tra i fattori più dirompenti della convivenza civile che si
conoscano (più delle tensioni sociali, ecologiche o economiche), ed implicano
praticamente tutte le dimensioni della vita collettiva: la cultura, l'economia,
la vita quotidiana, i pregiudizi, le abitudini, oltre che la politica o la
religione. Occorre quindi una grande capacità di affrontare e dissolvere la
conflittualità etnica. Ciò richiederà che in ogni comunità etnica si valorizzino
le persone e le forze capaci di autocritica, verso la propria comunità: veri e
propri "traditori della compattezza etnica", che però non si devono mai
trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili.
Proprio in caso di conflitto è essenziale relativizzare e diminuire le spinte
che portano le differenti comunità etniche a cercare appoggi esterni (potenze
tutelari, interventi esterni, ecc.) e valorizzare gli elementi di comune legame
al territorio.9. Una condizione vitale: bandire ogni violenza. Nella
coesistenza inter-etnica è difficile che non si abbiano tensioni, competizione,
conflitti: purtroppo la conflittualità di origine etnica, religiosa, nazionale,
razziale, ecc. ha un enorme potere di coinvolgimento e di mobilitazione e mette
in campo tanti e tali elementi di emotività collettiva da essere assai
difficilmente governabile e riconducibile a soluzioni ragionevoli se scappa di
mano. Una necessità si erge pertanto imperiosa su tutte le altre: bandire
ogni forma di violenza, reagire con la massima decisione ogni volta che si
affacci il germe della violenza etnica, che - se tollerato - rischia di
innescare spirali davvero devastanti e incontrollabili. Ed anche in questo caso
non bastano leggi o polizie, ma occorre una decisa repulsa sociale e morale, con
radici forti: un convinto e convincente no alla violenza.10. Le piante pioniere
della cultura della convivenza: gruppi misti inter-etniciUn valore inestimabile
possono avere in situazioni di tensione, conflittualità o anche semplice
coesistenza inter-etnica gruppi misti (per piccoli che possano essere). Essi
possono sperimentare sulla propria pelle e come in un coraggioso laboratorio
pionieristico i problemi, le difficoltà e le opportunità della convivenza
inter-etnica. Gruppi inter-etnici possono avere il loro prezioso valore e
svolgere la loro opera nei campi più diversi: dalla religione alla politica,
dallo sport alla socialità del tempo libero, dal sindacalismo all'impegno
culturale. Saranno in ogni caso il terreno più avanzato di sperimentazione della
convivenza, e meritano pertanto ogni appoggio da parte di chi ha a cuore l'arte
e la cultura della convivenza come unica alternativa realistica al riemergere di
una generalizzata barbarie etnocentrica. Alexander Langer (testo
pubblicato su Arcobaleno TN; riveduto nel novembre
1994)___________________________________________ 1) Il termine "etnico",
"etnia" viene usato qui come il più comprensivo delle caratteristiche nazionali,
linguistiche, religiose, culturali che definiscono un'identità collettiva e
possono esasperarla sino all'etnocentrismo: l'ego-mania collettiva più diffusa
oggi.
Siamo andati a Cannes, dunque, a manifestare davanti ai Capi di Stato e di
governo, per la Bosnia-Herzegovina. "Basta con la neutralità tra aggrediti ed
aggressori, apriamo le porte dell'Unione europea alla Bosnia, bisogna arrivare
ad un punto di svolta!" Non eravamo tantissimi - qualche migliaio appena -, e
dall'Italia prevalevano i pannelliani. Il grosso dei militanti della solidarietà
per l'ex-Jugoslavia non avevano saputo e forse neanche voluto. Dalla Spagna,
invece, sono venuti in parecchi, dalla Catalogna soprattutto; dalla Francia
molti comitati, pochi o pochissimi invece da Belgio, Olanda, Svezia, Gran
Bretagna e Germania. Dei parlamentari europei molti avevano firmato - la
maggioranza dei verdi e dei radicali, significativi democristiani e socialisti,
qualche esponente della sinistra, diversi rappresentanti dei berlusconiani
europei ("Forza Europa", ora integrati nei gaullisti), liberali e regionalisti.
Tanti bei nomi tra i firmatari, dall'ex-commissario ONU José Maria Mendiluce
(socialista spagonolo) a Otto d'Asburgo, da Daniel Cohn-Bendit a Corrado Augias,
Francisca Sauquillo, Michel Rocard, Arie Oostlander, Giorgio La Malfa, Pierre
Carniti, Glenys Kinnock, Antonio Tajani, Catherine Lalumière, Bernard Kouchner.
Solo una ventina viene poi effettivamente a Cannes, il 26 giugno 1995. Oltre
cento rifugiati bosniaci che dall'Italia vogliono raggiungere Cannes, restano
invece bloccati alla frontiera di Ventimiglia: "ecco, ancora una volta l'Europa
non ci vuole", è l'amaro commento. Una manifestazione al confine rende almeno
visibile il loro intento. Dopo la manifestazione in piazza, ci riceve Jacques
Chirac in persona, una dozzina di noi vengono ammessi a riunirsi con lui e con
il ministro degli esteri Hervé de la Charette, mezz'ora prima dell'inizio del
vertice: al nostro appello risponde che sì, liberare Sarajevo dall'assedio è una
priorità, ma che non esistono buoni e cattivi, e che non bisogna fare la guerra.
Ci guardiamo, la deputata verde belga Magda Aelvoet e io, entrambi pacifisti di
vecchia data: che strano sentirsi praticamente tacciare di essere guerrafondai
dal presidente neo-gollista che pochi giorni prima aveva annunciato la ripresa
degli esperimenti nucleari francesi nel Pacifico!
Ed ecco quanto avevamo elaborato e firmato in tanti:
"Dopo tre anni tutti noi, umili o potenti, assistiamo al quotidiano ormai
banalizzato di una guerra i cui bersagli sono donne, bambini, vecchi,
deliberatamente presi di mira da cecchini irraggiungibili o colpiti da obici
mortali che sparano dal nulla. Ci volevano dunque tre anni e, soprattutto,
una presa di ostaggi dei caschi blu, fatto senza precedenti nella storia della
comunità internazionale, perchè leadership politiche e media europei riconoscano
che in questa guerra ci sono aggressori ed aggrediti, criminali e
vittime. Tre anni di una politica inutile di "neutralità" che ci ha privato
di ogni credibilità presso i bosniaci e di ogni rispetto da parte degli
aggressori. Ormai siamo arrivati ad un punto di non-ritorno. O tiriamo le
conseguenze che si impongono e rafforziamo la nostra presenza - mandato dei
caschi blu, presa di posizione netta di fronte agli aggressori - e, in fin dei
conti, rifiutiamo di essere complici della strategia di epurazione e di
omogeneizzazione della popolazione della Bosnia, oppure cediamo al ricatto
intollerabile delle forze serbo-bosniache, ritirandoci dalla Bosnia ed
infliggendo così alle Nazioni Unite la loro più grande umiliazione proprio
mentre si celebra il cinquantenario della fondazione dell'ONU. Oggi più che
mai in passato dobbiamo armarci di dignità e di valori. E soprattutto ripetere
quel "mai più" che risuona in tutta Europa dalla fine della seconda guerra
mondiale. Oggi più che mai in passato dobbiamo difenderci, in Bosnia, contro
coloro che spingono all'epurazione etnica e religiosa come ideale politico e lo
impongono perpetrando crimini contro l'umanità. Se la situazione attuale è il
risultato delle politiche disordinate, rinunciatarie e contraddittorie dei
nostri governi, l'Unione europea in quanto tale è rimasta muta, impotente,
assente. Bisogna che l'Europa testimoni ed agisca! Bisogna che grazie
all'Europa l'integrità del territorio bosniaco e la sicurezza delle sue
frontiere siano finalmente garantite. Ma ciò non è, non è più sufficiente. Per
recuperare un credito assai largamente consumato, l'Unione europea deve oggi dar
prova di un coraggio ed un'immaginazione politica senza precedenti nella sua
storia. L'Europa può farlo, l'Europa deve farlo. Lo deve tanto ai bosniaci
quanto a se stessa. Perchè ciò è condizione della sua rinascita. Andiamo
dunque in tanti a Cannes a manifestare ai capi di Stato e di governo che: -
le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, in particolare quelle che
garantiscono il libero accesso degli aiuti alle vittime, devono essere
applicate; - l'assedio a Sarajevo ed alle altre città accerchiate deve essere
levato e le zone di sicurezza effettivamente protette; - i caschi blu non
devono essere ritirati, il loro mandato non deve essere ristretto, al contrario
la presenza internazionale in Bosnia fa rinforzata; - di fronte ad una
politica di sedicente neutralità, noi stiamo dalla parte degli aggrediti e delle
vittime; - nello spirito di solidarietà che deve animare l'Europa che noi
vogliamo, la repubblica di Bosnia-Herzegovina, internazionalmente riconosciuta,
venga invitata ad aderire pienamente ed immediatamente all'Unione
europea. L'Europa, infatti, muore o rinasce a Sarajevo."Tuzla, maggio
1995
Esattamente un mese prima era stata bombardata la città di Tuzla: di una
generazione si è fatta strage, oltre 70 giovani ammazzati durante il passeggio,
centinaia di altri giovani feriti. Quattro giorni prima avevo congedato il
sindaco (musulmano e riformista, cioè socialdemocratico) Selim Beslagic, dopo
averlo accompagnato per diversi giorni - insieme al deputato Sejfudin Tokic, suo
compagno di partito - a Strasburgo, a Bolzano ed a Bologna. Il sindaco Beslagic
e l'amministrazione "civica, non etnica" di Tuzla - come fieramente amano
definirsi - sono considerati universalmente come riferimento di pace e di
convivenza, di democrazia e di tolleranza. Bene: il giorno dopo il
cannoneggiamento della sua città, Beslagic mi ha inviato per fax copia del suo
messaggio al Consiglio di sicurezza dell'ONU, con la preghiera di diffonderlo al
Parlamento europeo. "Voi state a guardare e non fate niente, mentre un nuovo
fascismo ci sta bombardando: se non intervenite per fermarli, voi che potete,
siete complici, è impossibile che non vi rendiate conto". E se a Strasburgo,
a Bolzano ed a Bologna avevamo lavorato con gli ospiti per portare verso la sua
realizzazione l'apertura di un'"ambasciata delle democrazie locali" a Tuzla (ne
esiste già una a Osijek) e per progredire con altri progetti (acquedotto, parti
di ricambio per fabbriche, impianto de-ionizzatore, scambi di giovani, ecc.), di
colpo tutto questo perdeva non poco senso e speranza: a che poteva servire tutto
ciò, se l'aggressione finiva per seminare l'odio etnico a Tuzla come a
Mostar? Si può fare qualcosa? Certo, soluzioni facili non esistono. E
guardarsi indietro serve a poco: non si troverà convergenza tra chi (come il
sottoscritto) è convinto che l'Europa abbia fatto malissimo a favorire la
disintegrazione della vecchia Jugoslavia e chi invece accoglieva con entusiasmo
le proclamazioni di nuove indipendenze (anche da sinistra: il vocabolo magico
"autodeterminazione nazionale" aveva un forte corso legale in molti ambienti
democratici e di sinistra). Così bisognerà trovare una linea di demarcazione
che aiuti a scegliere chi e cosa sostenere, chi e cosa contrastare. Questa linea
non separa di per sè i serbi dai croati o i cosiddetti musulmani da entrambi, ma
potrebbe essere un'altra: è la distanza che separa le diverse politiche
dell'esclusivismo etnico (epurazione, espulsioni, omogeneizzazione nazionale,
ghettizzazione, discriminazione ed oppressione delle minoranze, integralismo
etnico o religioso....) dalle politiche della convivenza, della democrazia, del
diritto, della possibilità di essere diversi e far parte di un ordinamento
comune, con pari dignità e pari diritti, e senza che trovarsi in minoranza debba
essere una disgrazia cui sfuggire quanto prima attraverso la costituzione di
un'entità in cui si sia maggioranza. Nella direzione di quanto si può fare
per ricostruire condizioni di convivenza possibile, vi sono alcuni passi
necessari. Tutti includono, innanzitutto, che si lavori non "per", ma con gli
ex-jugoslavi, ed una proposta, una politica sarà tanto più credibile, quanto più
riuscirà a convincere insieme dei democratici serbi e croati, bosniaci e
macedoni, albanesi e sloveni, ungheresi ed istriani. Bisognerà quindi
considerare:* Ristabilire il valore del diritto: non deve stupire l'insistenza
di tanti cittadini dell'ex-Jugoslavia sul Tribunale internazionale per i crimini
contro l'umanità! La separazione delle responsabilità individuali dalle
generalizzazioni etniche o politiche e la supremazia del diritto contro
l'arbitrio (e quindi la possibile tutela dei deboli contro i forti) è di
cruciale importanza. Come può altrimenti rinascere la fiducia in un ordinamento
giusto? Quante volte nell'est europeo si chiede "quali sono le norme europee,
quali sono gli standards europei?" per affrontare questo o quel problema! Si
vuole una legge che non sia fatta ed imposta semplicemente dal più forte. *
La politica di pace più efficace è oggi l'offerta di integrazione: più che
qualunque altra proposta o piano di pace, funziona il semplice invito "vieni con
noi, unitevi a noi". La smania degli europei dell'est di entrare a far parte
della NATO, si spiega facilmente come ricerca di sicurezza (ed in fondo la NATO
è riuscita a contenere contemporaneamente greci e turchi!). Se si vuole
promuovere pace in una regione nella quale la precedente casa comune si è
dissolta, l'offerta più credibile è quella di entrare sotto un tetto comune più
ampio e meno condizionato dai rispettivi nemici preferiti. Ecco perchè a tutti i
paesi successori dell'ex-Jugoslavia bisogna aprire le porte dell'Europa, a
condizione che scelgano la convivenza, al posto dell'esclusivismo etnico, lo
Stato democratico invece che etnico. (Naturalmente questa prospettiva implica
che si lavori forte alla costruzione della casa comune europea, e che l'Unione
europea come tale evolva rapidamente in tal senso.) * Offrire il massimo
sostegno a chi decide di dialogare, a chi sa reintegrare: tutte le cosiddette
trattative di pace hanno, in realtà, rafforzato i signori della guerra,
legittimando la loro leadership, consolidando il loro potere, emarginando i loro
avversari democratici. Niente o quasi nulla è stato fatto, invece, per sostenere
le forze del dialogo, della reintegrazione, della ricerca di soluzioni comuni.
Bisognerebbe definire dei veri e propri "premi o incentivi di reintegrazione"
(bonus) e sanzioni all'esclusione etnica (malus); sostenere, per esempio, quei
comuni che permettono il rientro dei profughi o quei gruppi che organizzano
iniziative pluri-etniche o pluri-confessionali o quei mezzi d'informazione che
ospitano anche voci "degli altri", ecc. Anche il sostegno ai disertori del
conflitto, a coloro che sottraggono la loro forza personale alla guerra (e per
questo meriterebbero l'asilo politico), dovrebbe far parte di questa strategia.
Bisogna che il dialogo paghi e porti riconoscimenti e sostegni, e che
l'esclusione etnica invece si attiri sanzioni e conseguenze negative. *
Massimo sostegno quindi alle diverse reti organizzate che ricostruiscono legami:
dai networks di studenti e professori ai gemellaggi tra città, dai comitati per
i diritti umani alle organizzazioni degli operatori dell'informazione. Molto
potrebbe essere fatto anche tra l'emigrazione ex-jugoslava. * Il ruolo della
prevenzione del conflitto: ci sono oggi situazioni di pre-guerra, dove
l'esplosione violenta del conflitto può essere, forse, ancora evitata (Kosovo,
Macedonia, Vojvodina...), ma dove occorre concentrare grande attenzione, forte
presenza internazionale, intensa opera politica e civile. In questi casi si
tratta di influenzare l'evoluzione delle cose in un senso o nell'altro, e nulla
dovrebbe essere troppo complicato o troppo "costoso" per non essere tentato,
visto che in ogni caso un conflitto armato comporterebbe costi umani, politici,
economici e materiali assai più alti. Sostenere in queste regioni le forze della
possibile convivenza e scoraggiare l'esclusivismo etnico, dovrebbe avere oggi
un'alta priorità nell'opera di pace. * Perchè non organizzare almeno una
parte del volontariato in corpo civile europeo di pace? Esistono oggi decine di
migliaia di volontari della solidarietà con l'ex-Jugoslavia, che in questi anni
hanno accumulato conoscenze ed esperienza. Molti di loro sono frustrati
dall'essere un po' come la Croce rossa che può solo assistere le vittime, senza
fare nulla per fermare la guerra. Oggi c'è una forte domanda politica nel
volontariato, molti non si accontentano della funzione di tampone che
oggettivamente ricoprono. Perchè non trasformare questa straordinaria esperienza
in un "corpo europeo civile di pace", adeguatamente riconosciuto ed organizzato
ed assunto da parte dell'Unione europea per svolgere - sotto una precisa
responsablità politica - compiti civili di prevenzione, mitigazione e mediazione
dei conflitti, attraverso opera di monitoraggio, dialogo, dispiegamento sul
territorio, promozione di riconciliazione o almeno di ripresa di contatti o
negoziati, ecc.? Il Parlamento europeo si è recentemente (18-5-1995) pronunciato
in favore di una simile "corpo civile europeo di pace", e nulla potrebbe meglio
assomigliargli che la ricca e diversificatissima esperienza del volontariato
europeo per l'ex-Jugoslavia, che in quasi tutti i paesi ha sviluppato
straordinarie capacità, iniziative, competenza e generosità. Ma.... Resta
purtuttavia un "ma", ed è quel "ma" da cui prende avvio l'appello di Cannes. Se,
infatti, non arriva qualche segnale chiaro che l'aggressione non paga e che a
nessuno può essere lecito partire per le proprie conquiste territoriali e
conseguenti omogeneizzazioni etniche, allora ogni altro sforzo civile si
sgretola o si logora. A Sarajevo la parola Europa è ormai associata alla parola
cetnik, e nulla nella politica europea lascia pensare che davvero si
preferiscano stati democratici piuttosto che etnici. Chi non vuole prendere
atto di questa realtà, continua a mettere sullo stesso piano Karadzic e
Izetbegovic (come fa omai il manifesto), e sventola il pur assai promettente
inizio di dialogo tra moderati bosniaci e serbi moderati di Pale come
dimostrazione che esiste un'alternativa a ciò che viene chiamata la
militarizzazione del conflitto. Sejfudin Tokic è uno dei promotori del
dialogo di cui sopra. Tokic è il compagno politico di quel Selim Belsagic che ci
ricorda che chi non fa niente contro "i fascisti che ci bombardano, è loro
complice". Con che faccia continueremo a blaterare di ONU e OSCE come futura
architettura di pace e di sicurezza, se poi i soldati dell'ONU diventano ostaggi
ed il loro mandato consente loro solo la forza necessaria per proteggere se
stessi ed i loro compagni? Alexander Langer (Testo pubblicato su La terra
vista dalla luna - 25.6.1995)
Irfanka Pasagic, Srebrenica/Tuzla Premio Alexander Langer 2005
Irfanka Pasagic è nata a Srebrenica nel 1953. Dopo aver studiato a Sarajevo e
Zagabria, ottenendo la specializzazione in psichiatria, è tornata a lavorare
nella sua città natale. Nell’aprile del 1993, nel corso di una delle prime
ondate di pulizie etniche, culminate nella strage genocidaria di Srebrenica, è
stata deportata, raggiungendo dopo varie traversie, insieme ad altre migliaia di
profughi, la città bosniaca di Tuzla.
Lì, nell’ambito della rete internazionale, “Ponti di donne tra i confini”
creata nel 1993 dalle donne di “Spazio Pubblico” di Bologna assieme ad altre
donne della ex Jugoslavia, ha fondato il centro “Tuzlanska Amica”. Grazie a un
progetto di adozione a distanza fatto proprio da associazioni che operano
soprattutto in Emilia Romagna e Liguria, in questi dieci anni Tuzlanska Amica ha
dato una famiglia a oltre 850 bambini, ed è diventata ben presto uno dei pochi
luoghi dove donne, bambini, uomini traumatizzati, possono ricevere aiuto
psicologico, ma anche assistenza medica, sociale, legale. L’adozione a distanza
non si limita alla raccolta e distribuzione di preziosi aiuti finanziari. Chi
adotta riceve infatti un rapporto costante sullo stato di salute dei bambini e
del loro andamento scolastico e familiare, ed è incoraggiato a visitarli a Tuzla
o od ospitarli per periodi di vacanza, cura e ristoro. Grazie a
un’organizzazione olandese, Mala Sirena, Irfanka Pasagic ha potuto mettere in
atto quella che era stata un’altra intuizione importante: la creazione di un
Team mobile, per andare a cercare e assistere nelle campagne, tra gli oltre
250.000 profughi che vivono in condizioni molto precarie nel distretto di Tuzla
e Srebrenica, i casi più difficili e nascosti, attivandosi dapprima con un aiuto
di tipo umanitario, per poi verificare l’opportunità di un intervento anche
psicologico per i componenti più vulnerabili del nucleo familiare.
Irfanka Pasagic partecipa inoltre alla rete “Promoting a Dialogue: Democracy
Cannot Be Built with the Hands of Broken Souls”, guidato da Yael Danieli,
psicologa e “traumatologa” di New York, consulente per le Nazioni Unite, per il
quale ha effettuato viaggi di studio e lavoro in altri paesi, tra i quali il
Ruanda. E’ un progetto di dialogo interetnico teso a rompere quella
“cospirazione del silenzio” che tanto contribuisce a perpetuare traumi e
conflitti tra le generazioni. E’ questo anche il senso della sua
collaborazione con l’associazione “Women of Srebrenica” e con molte persone,
come la belgradese Natasa Kandic e la kosovara Vjosa Dobruna, già premi
Alexander Langer nel 2000, impegnate nella stessa direzione. Fin dall’inizio
della sua esperienza di profuga, Irfanka Pasagic ha dimostrato grande
sensibilità e buon senso, nell’individuare forme adeguate di aiuto ai profughi.
Ha dedicato costante attenzione al lavoro delle Ong (ad esempio battendosi
affinché nei progetti per le donne fossero inclusi anche i bambini, o
denunciando la perdurante assenza di luoghi d’ascolto anche per gli uomini),
scoraggiando qualsiasi discorso fondato su stereotipi e non lesinando critiche
anche alla propria parte. E’ infatti difficile sentirla parlare di “Serbi”,
“Croati”, “Bosniaci”. Secondo Irfanka ciascuno deve rispondere delle proprie
responsabilità individuali. Nella sua lunga esperienza con le donne e i
bambini traumatizzati ha ascoltato centinaia di storie terribili, eppure non c’è
mai rancore nelle sue parole, nemmeno quando parla di chi occupò la sua casa:
“Sicuramente profughi anch’essi”, spiega.
Ogni volta che qualcuno le chiede della situazione in Bosnia, Irfanka
risponde: “vieni a vedere”. Molto curiosa poi di conoscere le impressioni dei
suoi ospiti o dei giovani volontari che offrono la loro collaborazione,
instancabilmente disponibile a rispondere alle loro domande ed accogliere il
disagio delle persone più sensibili. Con l’assegnazione di questo Premio la
Fondazione vuole contribuire ad una necessaria riflessione sulla strage
genocidaria di Srebrenica e nello stesso tempo a ripercorrere i passi che
avevano portato Alexander Langer ad adottare dieci anni fa le ragioni della
città interetnica di Tuzla.
Il premio 2005 verrà consegnato ad Irfanka Pasagic il prossimo 1 luglio a
Bolzano, nell’ambito della manifestazione internazionale Euromedterranea.
(notizie in www.alexanderlanger.org)
Le 10 caratteristiche della personalità nonviolenta 5
La fiducia negli altri
di Graziano Zoni*
Tra i tanti motivi che ho di ringraziare il Signore per i privilegi che mi ha
riservato, assolutamente senza alcun merito da parte mia!, quello di avermi
fatto incontrare, ormai quasi 35 anni fa, l’Abbé Pierre e con lui il Movimento
Emmaus, è sicuramente quello a cui tengo maggiormente. Ebbene, tutta la
storia di Emmaus è fondata sulla fiducia. Vale la pena riandare alle origini.
Novembre 1949. L’Abbé Pierre, all’epoca deputato alla Assemblea nazionale, viene
chiamato al capezzale di Georges. Un assassino che aveva ucciso vent’anni prima
suo padre in un momento di disperazione. Condannato ai lavori forzati a vita,
viene liberato per aver salvato qualcuno durante un incendio del carcere, alla
Guiana francese. Rientra a Parigi, ritrova sua moglie che convive con un altro,
con bambini che portano il suo nome ma che non sono suoi, l’unica figlia
ventenne che mai aveva conosciuto, si rifiuta di accettarlo come padre, tutti lo
cacciano. Georges tenta il suicidio, senza riuscirvi. E quando l’Abbé Pierre
arriva di fronte a quest’uomo distrutto, disperato, umiliato, gli dice:
“Georges, tu sei disperato, ed io non ho nulla da darti. La mia famiglia è
ricca, ma ho lasciato tutto quando mi son fatto Cappuccino. Ma tu, prima di
ritentare di suicidarti (visto che vuoi morire), non potresti venire a darmi una
mano per costruire case illegali per i senza tetto di Parigi?” A questa
proposta, di per sé oltre ogni livello di follia, Georges fece cenno di
acconsentire. E quindici anni dopo, prima di morire, confidò all’Abbé Pierre
che, quel giorno, qualunque cosa gli avesse potuto dare, lui avrebbe
ricominciato a suicidarsi, perché “non mi mancava di che vivere; mi mancavano
valide ragioni per vivere”. La fiducia riposta in lui dall’Abbé Pierre, contro
ogni normale previsione, aveva provocato il “miracolo”: Georges, nonostante
tutto, aveva ripreso ad aver fiducia in se stesso e negli altri. Da questo
incontro, nacque la prima Comunità Emmaus. La prima delle quasi 400 sparse,
oggi, in 42 paesi del mondo. E tutto cominciò da un atto di “fiducia” al di
là di ogni logica umana, o forse, proprio all’interno della vera ed autentica
logica umana: quella della fiducia negli altri. Anche se questi altri, sono
degli assassini, suicidi maldestri, o alcolisti o dimessi dal carcere o persone
in qualsiasi ambito, svantaggiate, come vengono chiamate oggi, ufficialmente,
dalla fredda alchimia del gergo ufficiale dell’esclusione sociale. Emmaus è
quindi, anche, il luogo della fiducia. Fiducia data e ricevuta,
indipendentemente dal colore della pelle, dalla responsabilità ricoperta nel
Movimento, dal ceto sociale, dalla religione praticata, dal conto in banca o dal
peso politico esercitato. Non sempre è facile. Le riserve o le ragioni per
esserne dispensati sono facili e numerose a trovarsi. Le eccezioni abbastanza
frequenti, perché siamo più portati per un eccesso ipotetico di buon senso, a
preferire la fiducia in noi stessi, piuttosto che concederla agli
altri. Certo, viene forse più spontaneo non fidarsi degli altri, piuttosto
che correre il rischio di fidarsi. Ma, almeno per quanto mi riguarda, ho
sperimentato che alla fine conviene correre il rischio della fiducia. Perché la
fiducia genera fiducia, mentre la sfiducia non porta da nessuna parte, non
costruisce nulla di buono. Personalmente mi viene più spontaneo fidarmi degli
altri, di tutti, a prima vista senza prova e senza controllo. Forse perché
normalmente gli altri si sono comportati così con me e mai da parte mia ci fu
alcun tentativo né pensiero anche vago di profittarne. Solo una volta, ed
accadde in Africa, purtroppo, nonostante abbia una grande stima e fiducia negli
Africani. Ma in quella occasione, il mio interlocutore, un amico peraltro, capì
che c’era qualcosa in me che lo feriva… E con evidente disagio e sofferenza, mi
disse: “Amico mio! Quand’è che voi occidentali sarete capaci di correre il
rischio della fiducia anche con noi Africani?” Non dimenticai più quel
gentile rimprovero e da allora mi fu sempre di grande lezione nel mio modo di
comportarmi con gli altri, tutti! Recentemente, un cappellano delle carceri
di una città del nord, ricordando il suo primo incontro con l’Abbé Pierre, mi
raccontò che quando seppe il servizio che svolgeva nelle carceri, gli disse:
“Amico! Più l’hanno fatta grossa, più devi amarli, più devi dar loro
fiducia…” Penso proprio che non ci siano alternative se vogliamo che anche
chi sbaglia, possa riacquistare fiducia in se stesso. Determinante, sarà il
grado di fiducia con cui riusciremo a dargli coraggio. E solo così potremo
sperare, senza doverne arrossire, di ricevere fiducia dagli altri, perché non è
bello vivere, penso, sapendo che gli altri non si fidano di noi. E’ più facile
essere imbrogliati o presi in giro da coloro cui non diamo fiducia. Non
abbiamo paura, allora, di correre il rischio della fiducia!
L’arte della nonviolenza Un’esperienza formativa a Verona
L’Arte, che è comunicazione, espressione, interazione, dialogo, è
l’essenza stessa della nonviolenza. La danza, il teatro, la musica, la
pittura, la scrittura e il cinema usano mezzi, come il corpo, l’immagine, il
suono, la parola che hanno un grande potenziale di sviluppo di un potere
nonviolento cui ciascuno di noi può dar vita dentro e intorno a sé. Un potere
creativo e trasformativo della violenza stessa ed in grado di rompere i
“linguaggi” che la sostengono. Da queste considerazioni è nata l’idea di
organizzare alla Casa per la Nonviolenza di Verona diversi incontri su “Arte e
nonviolenza”, ciascuno dei quali caratterizzato da un laboratorio pratico, in
modo da offrire ai partecipanti la possibilità di mettersi in gioco, di “fare
esperienza concreta” di queste potenzialità, in un libero confronto con gli
altri e in uno spirito di reciproco apprendimento.
In particolare il percorso è avvenuto in sei tappe.
Prima tappa: DANZA La conoscenza di varie danze popolari è veicolo della
conoscenza della cultura dei diversi popoli. Il ballo diventa quindi strumento
nel processo di pace. All’inizio della loro avventura i partecipanti
(compresa un’ottantenne molto arzilla) si sono trovati a sperimentare danze
popolari provenienti da tutto il mondo. Le danze sono state introdotte con una
spiegazione del loro significato da parte del relatore, Stefano Masera,
dell’associazione “Danzare la pace” di Rovereto. Esse si sono svolte in cerchio
o a coppie e sono risultate avere una grande energia unificatrice per tutto il
gruppo. Presto (o tardi?) è stata trovata una buona sintonia di movimenti, e
sicuramente anche le gaffe hanno contribuito a creare un clima di allegria e di
divertimento!
Seconda tappa: TEATRO Il laboratorio è stato incentrato sulla
Commedia dell’Arte, tecnica teatrale precisa che ha come presupposto il lavoro
sulla maschera, la quale obbliga ad un ascolto e ad una disponibilità che ha
molto a che fare con la gestione nonviolenta dei conflitti. Avere un’idea ed
essere pronti a difenderla, ma non chiudersi alle idee e alle proposte degli
altri, è la base dell’improvvisazione su canovaccio, tipica della commedia. E’
stata Francesca Pompeo del Teatro Del Montevaso di Livorno a guidare il gruppo.
Dopo una prima fase, che ha permesso di avvicinarsi al clima teatrale per
sentirsi un po’ più liberi e un po’ meno goffi, sono entrate in scena loro, le
vere protagoniste del laboratorio: le maschere in cuoio. Ascoltare la maschera e
prestare attenzione alle voci interiori di ciascuno, che vanno conosciute e
fatte vivere affinché non scoppino senza controllo. Questo è quello che ha
portato i partecipanti a dar vita a personaggi che si sono mostrati gli uni agli
altri e si sono messi in relazione all’interno di piccole scene
improvvisate.
Terza tappa: MUSICA La musica da forma alle idee, attraversa i fenomeni
sociali, coinvolgendo anche profondamente la vita di tutti. Molti sono anche i
collegamenti tra musica e lotta e movimenti popolari. Ogni oggetto e ogni fatto
musicale ha generalmente una forte carica di ambiguità: può essere interpretato
e usato con significati anche opposti. Le caratteristiche ambivalenti della
musica hanno conseguenze di grande importanza dal punto di vista nonviolento:
provocano dibattito e aprono la possibilità di dialogo basandosi su
un’esperienza comune. E’ proprio questo che ha cercato di fare Paolo
Predieri, collaboratore della nostra rivista, assieme ai partecipanti: ha
offerto un momento di discussione sul tema musicale come supporto al messaggio
politico-ideologico. Partendo dalle esperienze musicali di ciascuno, attraverso
l’ascolto di brani, si è aperta un’analisi sui diversi generi musicali e
l’impatto che essi hanno sull’individuo. Confrontando la musica del passato e
del presente sono emerse diversità socio-culturali e comunicative. Sperando in
un mondo migliore….Imagine!
Quarta tappa: PITTURA Il fare creativo, legato alla realizzazione di
immagini con segni, forme, colori, predispone il nostro animo alla leggerezza,
al gioco, ad un certo silenzio interiore. Si ha un po’ l’impressione che il
tempo rallenti e quando si finisce, sembra di essere tornati da un posto
lontano, da un altrove, che in realtà è la parte di noi più intima. Ci si sente
un po’ più felici. E di questo contatto intimo con noi stessi, rimane una
traccia visibile agli occhi. Comunicazione quindi non con il corpo o con le
parole, ma con segni, colori, forme. Il tema di questo laboratorio sono state le
foglie, attraverso il ricordo che noi abbiamo di loro, delle loro forme, dei
loro profili. Con la guida della professoressa e pittrice Loretta Viscuso è
stato realizzato un grande erbario, un po’ vero, un po’ fantastico, su un
pannello lungo più di 4 metri, che ora arreda la Casa per la nonviolenza. Ognuno
ha scelto di ritagliare forme di foglie differenti, per poi incollarle sul
cartellone, cercando il giusto equilibrio nello spazio.
Quinta tappa: SCRITTURA La scrittura racconta i fatti, restituisce le voci
o crea nuove trame fino a dare vita - e libertà, e sviluppo - ad una storia che
prima non c'era e che ora può esserci soprattutto se qualcuno, lì o dopo, la
scriverà. La conduttrice del laboratorio e nostra redattrice Elena Buccoliero,
aveva inviato i partecipanti a portare con sé un oggetto magico o simbolico, una
fotografia, un dono... attraverso il quale presentarsi agli altri e una
parola da condividere, in cui si doveva riflettere la propria idea o esperienza
di nonviolenza. Nella seconda parte dell’incontro è stata sviluppata la tecnica
della scrittura collettiva, che consisteva nel creare una storia con il prezioso
aiuto della fantasia di ciascuno e con la partecipazione degli oggetti
inizialmente presentati. Come risultato concreto, si è ottenuto da un
partecipante (Guido) un racconto coinvolgente che vedeva come protagonisti le
persone presenti al laboratorio.
Ultima tappa: CINEMA Abbiamo visto insieme il film “E Johnny prese il
fucile”, diretto e sceneggiato dallo scrittore Dalton Trumbo nel 1971, vera e
propria denuncia cinematografica contro la guerra e il sistema militarista in
cui viviamo. La storia racconta l’esperienza di un diciannovenne, John Bonham,
che durante la prima guerra mondiale si arruola come volontario nell’esercito
statunitense. Un esplosione lo riduce cieco, sordomuto e privo degli arti, ma
perfettamente cosciente. La mente è l'unica cosa che gli è rimasta: Johnny
rievoca il suo passato, le prime esperienze, l'amore, l'amicizia e la
superficialità con cui una guerra senza chiari motivi può travolgere gli
individui, trascinandoli in un irresponsabile e complice stato di incoscienza.
Il ragazzo mostra di potersi esprimere con l'alfabeto Morse sillabato con
movimenti della testa, chiede o la morte o l'esposizione al pubblico in un
circo, ma i medici rifiutano la richiesta, tenendolo in vita nascosto al mondo
intero. Al termine del film il professor Mario Guidorizzi, docente
all’Università di Verona, ha introdotto e guidato un momento di riflessione in
cui i partecipanti hanno raccontato e condiviso le proprie impressioni.
Il corso si è svolto nei mesi di Marzo e Aprile. Ogni laboratorio (dalle 19
alle 22) comprendeva la cena comune, preparata da noi e apprezzata da tutti,
come opportunità di conoscenza, convivialità e socializzazione.
Elena, Daria, Matteo, Gabriela, Fabiana in Servizio civile volontario al
Movimento Nonviolento
Danzare… Lasciare il proprio corpo libero, fluido, a seguire il ritmo
della musica Sprigionare energia attraverso i movimenti Permettere alle
nostre emozioni di uscire all’esterno per liberarsi da ansie e
preoccupazioni Entrare in contatto con l’altro e condividere spazi
assieme Recitare… Abbandonare sé stessi per ritrovarsi in un
personaggio Dimenticare chi siamo Creare nuovi legami Essere capaci di
adattarsi ad una nuova scena Suonare… Liberare la mente, lasciarsi andare
ad altri pensieri... Far uscire quello che preme dentro: rabbia o
gioia Vivere il testo della canzone...riportarlo alla propria
vita Dipingere… Permettere alle immagini che affiorano alla memoria di
trovar spazio su un foglio Accostare colori e forme Entrare in contatto
con il nostro io più profondo e farlo parlare attraverso il
pennello Scrivere… Dare alla fantasia uno spazio libero in cui poter
emergere totalmente Condividere con il lettore sensazioni proprie Fissare
sulla carta momenti fuggevoli Guardare un film… Lasciarsi coinvolgere
dalle emozioni degli attori Proiettarsi in contesti diversi dal
quotidiano Rendersi conto che la pellicola ci sta regalando spunti per
riflettere e mettersi in discussione
Il Centro Studi Sereno Regis di Torino, sede locale Mir-Movimento
Nonviolento, ha avviato un interessante progetto su “Musica e Pace”. Ce ne parla
il principale artefice, l’obiettore musicista Alessandro Di Paola, studente di
composizione al Conservatorio.
L’opera musicale, per sua natura, è potenzialmente comprensibile a
persone di nazionalità diverse in quanto non vi è bisogno di traduzione. In
sostanza, persone di differenti paesi “interpretano” lo stesso oggetto
significante con mezzi che trascendono le differenze linguistiche. Il musicista
può quindi rivolgersi, contemporaneamente con lo stesso oggetto, ad un pubblico
più ampio. Proprio questa peculiarità dell’oggetto musicale è in grado di
creare una forte empatia nel momento in cui un gruppo di esseri umani senza
distinzione di lingua o di nazionalità, può riunirsi in un unico luogo animato
unicamente dal desiderio di entrare in relazione con la stessa opera d’arte che
parla un’unica lingua per tutti: il linguaggio dei suoni. Questa forza
implicita nell’opera musicale è un punto di partenza nel contributo che la
musica può dare alla pace. E’evidente però che a sua volta, questo linguaggio
dei suoni sia molto vario nei suoi mezzi di espressione: infatti esistono molti
generi musicali, addirittura ogni cultura ha un modo diverso di fare
musica. E’ una domanda che si pone e ci si sente porre di frequente: “che
musica ascolti”? questo proprio a testimonianza del fatto che ogni individuo si
sente attratto da tipi di musica differenti e che, in qualche modo, i suoi gusti
musicali forse ci dicono qualcosa sulla sua personalità. Abbiamo quindi enormi
varietà di culture musicali, ma anche all’interno della stessa cultura musicale
(soprattutto in quella occidentale), una grande quantità di generi e di pubblici
diversi. La questione che ci si pone è: come può la musica contribuire alla pace
fra i popoli? Il passo decisivo che bisogna compiere è capire che nonostante
le differenze, la musica in quanto arte è una: quindi ogni cultura e ogni genere
musicale ha la propria validità. E’un compito estremamente difficile in
quanto, comunemente, gli individui provano indifferenza, diffidenza, se non
addirittura repulsione nei confronti di generi che sentono diversi da quelli che
frequentano abitualmente e, soprattutto, di musiche che non risultano
immediatamente comprensibili. Più in generale, lo stesso dissidio è presente
all’interno delle relazioni sociali fra popolazioni diverse nel momento in cui
l’individuo prova ostilità nei confronti di altri individui appartenenti ad
altre culture, delle quali non riesce ad accettarne le diversità. Ricomporre
il dissidio nel campo musicale, quindi educare alla comprensione della musica
nella globalità delle sue possibilità e dei suoi mezzi di espressione, è un
passo che può dare un contributo fondamentale nel ricomporre i dissidi fra
popolazioni, quindi nell’accettazione dell’essere umano in quanto tale, nella
globalità delle sue culture. Da questo discorso sorgono diverse domande che
possono fungere da ipotesi di un progetto di studio: Come educare gli
individui alla musica, in modo tale che possano essere in grado di comprenderla
e di apprezzarla nella totalità dei suoi modi e mezzi di espressione? Per
quale motivo la musica è in grado di unire? Come può essere usata per educare
alla nonviolenza? Quali tipi di musica si prestano meglio a comunicare
messaggi di pace? Per quale motivo il messaggio contenuto nelle parole unite
alla musica in una canzone, è più immediato ed incisivo di un semplice messaggio
discorsivo? Si può in un’opera musicale senza testo, che si esprime
unicamente con i suoni, portare lo stesso un messaggio di pace? Può la musica
trasmettere messaggi di violenza? In tal caso è colpa della musica o di chi la
utilizza in modo distorto per trasmettere un messaggio negativo? In relazione
a questo progetto, analizzeremo alcune opere musicali che affrontano temi di
pace, come ad esempio il finale della ”Nona” di Beethoven (“Inno alla gioia”),
“Un sopravvissuto di Varsavia” di Schonberg, il “War Requiem” di Britten,
“Satyagraha” di Glass, ma anche generi come il jazz, le canzoni di vari
cantautori i cui testi risultino significativi nella divulgazione dei concetti
di pace e nonviolenza, nonché musiche appartenenti a civiltà diverse da quella
occidentale.
Alessandro Di Paola
Per notizie e aggiornamenti sul progetto “Musica e Pace”:
www.cssr-pas.org
Fregarsene dei diritti umani e vendere armi alla Cina…
Come tutte le superpotenze che si rispettino, la Cina, membro permanente
nel consiglio di sicurezza dell’Onu, è in conflitto più o meno latente con quasi
tutti i suoi numerosi vicini: con il Giappone è in corso una lite a causa del
non riconosciuto errore storico nell’invasione subita gli anni ’30 e ’40 ad
opera dell’esercito dell’imperatore; con l’India da 43 anni va avanti una guerra
lungo la linea di confine che per oltre tremila chilometri segna la frontiera
himalayana, con scontri di artiglieria e morti, e che solo recenti accordi in
aprile hanno stemperato; con Taiwan, l’isola che non ha voluto sottostare alla
legge imposta da Pechino, è stata emanata una legge che ne vieta la secessione,
pena il ristabilimento della sovranità con la forza; il Tibet infine risulta
invaso dagli anni ‘50, con deportazioni di attivisti politici, importazione
massiccia di coloni in perfetto stile israeliano e condanne sommarie ai leader
religiosi. Ma è al suo interno che il governo dirige le repressioni più
cruente: Amnesty ricorda come "la situazione dei diritti umani in Cina presenta
ancora un quadro terrificante: centinaia di migliaia di persone continuano ad
essere arrestate in tutto il Paese in violazione dei fondamentali diritti umani;
condanne a morte ed esecuzioni hanno luogo regolarmente al termine di processi
irregolari; maltrattamenti e torture sono tuttora diffusi e sistematici; la
libertà di espressione e di informazione resta fortemente limitata". Amnesty
ha potuto documentare nel corso del 2004 ben 3.400 condanne a morte (per
esempio, negli USA sono state “solo” 59) ma, secondo le affermazioni di un
parlamentare cinese, ogni anno nel paese vengono eseguite 10.000 condanne: dopo
aver introdotto il metodo di esecuzione dell’iniezione di veleno, le autorità
cinesi stanno convertendo veicoli commerciali in camere mobili di esecuzione
allo scopo di eseguire le condanne immediatamente dopo il verdetto. L’embargo
dell’Unione Europea alla vendita di armi alla Cina scattò all’indomani della
repressione di Tien An Men del 4 giugno 1989. L’embargo non prevede però
sanzioni e controlli particolari, cosicchè diversi paesi hanno in questi anni
continuato ad avere rapporti d’affari con il governo cinese vista l’enorme
potenzialità di sviluppo che esso rappresenta per le aziende occidentali. Per
esempio, nel 2002 la Cina ha acquistato armi e tecnologie dall’Europa per una
cifra pari a 280 milioni di dollari. Ora Chirac e Schroder sono i
paladini della richiesta di revoca, e recentemente il nostro presidente della
Repubblica, durante un viaggio in Cina, ha speso assurde parole in favore di una
abolizione della norma. Il nostro governo si è subito accodato, proponendo una
mozione poi bloccata dalla Lega Nord. Anche il Parlamento Europeo, a larga
maggioranza, nel novembre scorso ha fatto altrettanto, grazie alla ferma
opposizione di Gran Bretagna, Svezia e Olanda. La Russia si conferma invece il
partner più generoso: fornisce aerei, sottomarini e carri armati, ricevendo in
cambio preziosa valuta che le consente di evitare il fallimento. In Cina le
spese per la difesa nel 2005 dovrebbero sfiorare i 230 miliardi di yuan (poco
più di 20 miliardi di euro), mantenendo il tasso di crescita a cifra doppia.
Nelle previsioni di bilancio, il Centro di informazioni statale annuncia che non
ci saranno tagli nella spesa per gli armamenti dell’Esercito di liberazione
popolare (che conta 2 milioni di soldati), per gli organismi di pubblica
sicurezza e nel settore dell’amministrazione. Ma le banche italiane si sono
già velocemente adeguate. La Cina ha ricevuto nel 2002, tramite istituti di
credito italiani, esportazioni di armi per 23 milioni di euro. Nel 2003
l’esportazione ha riguardato tre progetti per oltre 127 milioni di euro. Nel
2004 altre sei, per un ammontare di 2 milioni. Se prevalesse il buon senso,
invece di importare manufatti prodotti da gente in schiavitù oppure esportare
armi per favorirne la bellicosità, occorrerebbe esportare in Cina diritti umani.
Purtroppo, trattasi di merce non disponibile sui banchi del supermercato.
Proprio come il buon senso. E il nostro governo già guarda verso nuovi orizzonti
di profitto: nel febbraio scorso, è stato ratificato un corposo memorandum
d’intesa con Israele in materia di cooperazione nel settore militare
(http://gruppi.camera.it/ rifondazione/interventi/mozioni%5Cint253.htm).
Proteste durante la Conferenza sul Clima di Marrakech (COP7): una
coalizione internazionale dà vita al Giorno d’Azione Mondiale (9 novembre
2004)
“Clima per la vita, non per il profitto” e “Ratificate il protocollo di Kyoto
ora!” erano due dei grandi striscioni prodotti dagli attivisti australiani di
“Friends of the Earth” (Amici della Terra), riuniti nel gruppo d’affinità
“Climate Justice” (Giustizia climatica). Il gruppo era particolarmente
preoccupato a causa della posizione ostruzionista presentata dal proprio governo
durante la 7^ Conferenza sul Clima tenutasi sotto l’egida dell’ONU a Marrakech,
in Marocco. Alle 7.30 del mattino, a Melbourne, gli striscioni erano già ben
visibili dalla Torre del centro artistico della città e sulla facciata del
palazzo federale; altri, disposti in modo da formare un’isola pedonale nel mezzo
dell’intenso traffico di Swanston sono stati il punto attraverso il quale i
manifestanti hanno distribuito migliaia di volantini agli automobilisti. Lungi
dall’essere disturbati, molti automobilisti hanno manifestato concretamente il
loro sostegno. A mezzogiorno il presidio si è spostato davanti all’ufficio
postale, e all’una alcuni attivisti sono entrati nella sede della multinazionale
HQ St. Collins, per distribuire volantini e parlare con gli impiegati. Il
materiale di “Climate Justice”, di comune accordo con i lavoratori, è stato
affisso alle bacheche. Il responso degli impiegati all’inattesa visita è stato
cordiale, e molti hanno voluto discutere delle politiche della multinazionale,
che costruisce e finanzia impianti a gas dall’alto impatto ambientale, e spesso
inefficienti oltre che dannosi. Mentre gli attivisti lasciavano l’edificio, c’è
infatti stato un blackout, che ha sottolineato ironicamente come i piani
energetici della HQ, che ha contratti con il governo australiano, siano assai
deboli. Nel frattempo, in Corea, gli attivisti locali di Friends of the Earth
criticavano similmente la posizione del proprio governo in materia ambientale.
La loro azione si è dispiegata durante più giorni, in cui il gruppo si è
impegnato in un’intensa campagna di informazione (“Information tour”) che ha
toccato, fra l’altro, la maggior parte delle università del paese. Il 7 novembre
vi sono state cinque testimonianze simultanee davanti alle sedi delle
istituzioni responsabili per la posizione del governo coreano a Marrakech: il
ministero del commercio (che comprende industria ed energia), la Shell Corea,
l’ambasciata statunitense, la KCC, il palazzo del congresso. In fila per uno,
gli attivisti hanno silenziosamente continuato a muoversi mostrando i loro
cartelli di protesta. Il 9 novembre, in accordo con le linee guida del Giorno
d’Azione mondiale, si è tenuto invece un corteo di massa a Seoul, che ha
effettuato una notevole distribuzione di materiale informativo, ed è terminato
con canti, performance teatrali e danze. Gli “Amici della Terra” hanno
organizzato eventi anche in altri paesi, europei e non, e tutti avevano la
medesima “chiave” concordata con gli alleati: l’informazione. In Australia e
Corea, riferendomi ai due esempi più riusciti del Giorno d’Azione Mondiale, i
non attivisti potevano ovviamente conoscere, tramite i media tradizionali, le
posizioni espresse dai loro governi (poco attente alla tutela ambientale e
accondiscendenti verso gli interessi delle multinazionali del gas, del carbone e
del petrolio): il 9 novembre 2004 hanno avuto modo di conoscere le conseguenze
immediate e future di tali posizioni. Sebbene l’informazione non sia di per sé
sufficiente a muovere le persone all’azione (è necessario facilitare il
processo) è sempre il primo irrinunciabile passo di una campagna efficace. Ciò è
ancora più vero nella nostra epoca, che è segnata da una grande circolazione di
informazioni su cui spesso non è possibile avere alcun riscontro o verifica, e
che vengono per così dire “macinate” durante il loro percorso (troppi stimoli,
spesso contemporanei, tutti velocissimi: situazione che vanifica la tenuta della
nostra attenzione e il tentativo di approfondimento e riflessione) o
sensibilmente modificate a seconda del media di provenienza o diffusione.
Inoltre, i mezzi tramite i quali le riceviamo non ci permettono di interagire,
di esprimere i nostri pareri o di chiarire i nostri dubbi: non hanno un volto
umano al quale possiamo rivolgerci. Gli “Amici della Terra” hanno messo a
disposizione i propri volti, la disponibilità alla relazione ed al confronto, e
in questo modo, assieme ai dati, le informazioni hanno veicolato un giudizio
positivo sugli attivisti e le attiviste.
Smettere di tradire se stesso per opporsi al “destino” segnato
Saimir di Francesco Munzi, Italia, 2004 61. Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia Menzione Speciale Opera
Prima
Il film dell’esordiente Francesco Munzi, vincitore a Venezia del premio come
miglior opera prima è, a mio giudizio, una delle pellicole italiane più
convincenti della stagione, nonostante il plot sia molto simile a quello già
sviluppato dai fratelli Dardenne nel film La Promesse: Saimir1, è un giovane
sedicenne albanese che vive in Italia sul litorale laziale. Il padre Edmond è
dedito al traffico di immigrati clandestini e Saimir gli dà una mano. Giorno
dopo giorno si manifesta in lui la difficoltà di accettare un simile lavoro e la
volontà di integrarsi con i coetanei italiani che svolgono un’esistenza
“normale”. Gli unici con i quali riesce a costruire rapporti sono i rom2, che lo
avviano, però, alla piccola criminalità. La vicenda di Saimir prosegue in questi
termini fino a quando scopre che Edmond è coinvolto nell’avviamento alla
prostituzione di una minorenne e, nel tentativo di salvarla, arriverà a
“rinnegare” il padre e ad opporsi al “destino” di illegalità verso il quale lo
stava indirizzando la figura paterna. La pellicola di Munzi, ha il coraggio
di porsi interrogativi tanto ineludibili per l’esistenza di una persona quanto,
troppo spesso trascurati; e cerca, nel contempo, di darne una difficile
risposta: “Perché un individuo diventa un criminale? Come si forma il suo
sistema di valori? E se quello stesso individuo fosse nato da altri genitori o
cresciuto in un ambiente più agiato, sarebbe la stessa persona?”3. Saimir non
conduce la stessa esistenza dei suoi coetanei adolescenti ma prova la stessa
insofferenza nei confronti del mondo, la stessa ansia di entrare in relazione
con gli altri, le stesse esplosive pulsioni affettive, la stessa volontà di
ribellione nei confronti dei padri; Edmon è un padre che Saimir non si è scelto
ma che gli è stato donato dal “destino”: quella sorta di rassegnazione ed
indolenza che il padre definisce “destino”. Come spesso avviene in questa età (
e in molte altre pellicole simili a questa), è l’elemento affettivo (legato
all’universo di sesso opposto – femminile, in questo caso), inteso come scoperta
dell’”altro”, completamento del “sé” e presa di coscienza del proprio diventare
adulti, ad innescare la miccia di tale ribellione: è l’innamoramento per una
coetanea italiana a far vacillare i già fragili equilibri; ed è la scoperta
della mercificazione sessuale di un’altra coetanea (stavolta albanese) a
scatenare la rottura padre-figlio. Che è anche una rottura nei confronti di un
sistema identitario di dis-valori nel quale Saimir non accetta più di
riconoscersi; al punto da mettere a repentaglio la sua stessa esistenza e il suo
futuro. Smette di tradire se stesso: “Saimir compie un gesto eroico (…) taglia i
legami più forti, quelli familiari che lo proteggono e lo condannano. Sceglie di
essere diverso. Nasce per la seconda volta, che è la prima, la più importante. E
pagherà, però, un caro prezzo: la solitudine, il futuro ancora più incerto e la
“bolla” dell’infame e del traditore”4. Girato con pudore e discrezione
l’opera di Munzi, oltre a mostrare una buona coesione narrativa, riesce ad
essere ampia ed esaustiva senza cadere nella prolissità e nell’affastellamento
dei dialoghi e delle situazioni. La collocazione della vicenda sul litorale
tirrenico (con una fotografia sgranata avvolta in una luce fredda, tagliente e
malinconica), al confine tra terra e mare restituiscono alle esistenze dei
personaggi sullo schermo quel particolare senso di provvisorietà e precarietà
tale da rendere ancora più “disperato” e ineluttabile l’intenso e drammatico
epilogo. Gianluca Casadei
La guerra è una malattia La vittoria è una sconfitta
ENRICO PEYRETTI, Dov’è la vittoria?, Il Segno dei Gabrielli editori,
Negarine (VR) 2005, pagg. 112, euro 10.
E’ una raccolta di centoquindici testi, note, pensieri sulla vacuità della
vittoria in guerra e nei rapporti quotidiani violenti o imperiosi. Perché
attaccare la vittoria? C’è forse qui un amore del perdere, dell’esser vittime? O
si pensa solo a una vittoria nel mondo spirituale futuro, consegnando alla
violenza la vittoria in questo mondo? Denunciando l’inganno della vittoria, si
vuole proporre una ragione e un diritto senza forza? Niente affatto! La
nonviolenza è forza. La forza costruisce, la violenza
distrugge. Nell’opinione dominante, viziata dall’ideologia della violenza, il
guadagno del vincitore è il danno del vinto. Nel pensiero e nella strategia
della forza nonviolenta il guadagno è invece condiviso, magari minore, ma senza
danni. Maggiore è soprattutto la qualità umana, la soddisfazione, se non la
felicità comune. La gestione dei conflitti con la forza dei mezzi costruttivi è
l’alternativa alla guerra, sia pubblica sia privata. Qui si intende
smascherare l’inganno e l’illusione della vittoria: tentativo non superfluo,
perché nei nostri anni l’idolatria mortale della guerra è tornata con arroganza
a guidare i potenti e i folli detentori di leve omicide. Chiamano vittoria
quella che è la massima sconfitta umana: essere nemici gli uni contro gli altri,
perciò senza gli altri, dunque meno umani che mai. Questo libro è un'alta
lezione morale espressa con uno stile aforistico di grande concentrazione,
convocando in colloquio corale alcune delle più autorevoli voci degli antichi e
dei moderni. Le voci qui raccolte (oltre ottanta, ordinate per epoche
storiche) comprendono testi di Buddha, della Bibbia, del Corano, di Erasmo, di
Kant, di Voltaire, di Tolstoj, di Simone Weil, di tanti scrittori e testimoni
molto, poco o per niente famosi e ovviamente di Gandhi. Per eventuali
ordinazioni rivolgersi alla nostra Redazione.
A. SCHLUMBERGER, 50 piccole cose da fare per salvare il mondo e
risparmiare denaro, Apogeo, Milano 2005, pagg. 141, € 9,50.
Nella nostra società tutti, chi più chi meno, sprechiamo molto e consumiamo
male. Ne siamo consapevoli, ma cambiare abitudini è impresa difficile. Ce ne
accorgiamo quando un black out energetico ci priva dei privilegi a cui ci siamo
abituati e ci fa precipitare in un incubo. La qualità dell’aria che respiriamo
in città è scadente, eppure alle proposte di utilizzare di più la bicicletta si
storce il naso. Sembra quasi che in generale sia ormai diffusa la rassegnazione
ad accettare quel che c’è e a tentare di conviverci. Contro questa filosofia
dell’impotenza si scaglia Andreas Schlumberger, giornalista e consulente di
comunicazione per lo sviluppo sostenibile. In un agile libretto, finalmente
tradotto in italiano dalla coraggiosa casa editrice Apogeo, egli prende in esame
cinquanta casi di vita pratica, domestica e pubblica, in cui una maggiore
sensibilità del cittadino consentirebbe di portare un piccolo contributo (che
sommato a quello degli altri darebbe un efficace risultato finale) alla difesa
dell’ambiente e al miglioramento della qualità della vita personale e
collettiva. Accortezze e leggeri cambiamenti di stile di vita che non
stravolgono le abitudini, ma che sono molto utili. Qualche esempio: spegnere gli
interruttori, usare lampadine a risparmio energetico, utilizzare il detersivo
giusto nelle dosi giuste, evitare l’uso delle asciugatrici, acquistare cibi di
regione e stagionali e così via.
ALBERTO MANZI, E venne il sabato, Gorée, Iesa SI 2005, pagg. 481, €
22,00.
Per molti fra i nostri lettori più giovani il nome di Alberto Manzi non dirà
nulla. Chi invece ha superato da qualche anno la quarantina probabilmente si
ricorderà della trasmissione “Non è mai troppo tardi” che questo maestro teneva
in televisione negli anni Sessanta. L’Italia di allora era molto diversa da
quella di oggi e l’analfabetismo era ancora sviluppato. Attraverso questo
programma e con la sua capacità di interessare un pubblico adulto Manzi riuscì a
portare all’alfabetizzazione un milione e mezzo di italiani. Il metodo che
usava, in un periodo in cui non esistevano tutti i ritrovati elettronici di
oggi, era soprattutto quello del disegno; un disegno grezzo, che partiva da
linee sconosciute e che solo alla fine approdava a un’immagine compiuta. Così
l’interesse del telespettatore non andava perduto ed egli poteva trasmettere
l’insegnamento della lingua. Accanto a quest’opera conosciuta, Manzi ne
perseguiva un’altra che finora è rimasta in sordina: ogni anno trascorreva le
vacanza in America meridionale, dove insegnava a leggere e a scrivere agli
indios. La sua iniziativa non era ben vista dalle autorità locali, era quasi
proibita e, proprio per questo, egli affermava che lo interessava ancora di più.
Manzi aveva capito che la lotta per l’emancipazione è anche una battaglia per
l’appropriamento delle conoscenze culturali, perché, ad esempio, se non sai
leggere il padrone può farti firmare contratti capestro. Come non ricordare a
questo proposito le parole di don Lorenzo Milani, quando sosteneva che l’operaio
conosce trecento parole e il padrone mille e questo è il motivo per cui uno è
operaio e l’altro padrone. In una realtà di oppressione Alberto Manzi comprese
che la reazione violenta è inutile, spesso dannosa. L’unica vera possibilità di
riscatto percorre le vie della nonviolenza. “Ogni altro sono io” era il suo
motto e a distanza di una decina d’anni dalla sua morte queste parole rimangono
ancora valide e descrivono l’animo di una persona intelligente, capace e
umile. Quello che viene ora presentato non è un saggio, ma un testo di
narrativa, che descrive questa sua esperienza sudamericana. La forma di romanzo
offre un attrattiva in più rispetto ai saggi, che talvolta rischiano di essere
un po’ freddi: qui invece il lettore è condotto attraverso una trama e una
storia a riflettere su una situazione di ingiustizia e su come fare per
abbatterla. Una parola anche per la casa editrice che ha pubblicato il testo.
Si tratta di un nuovo editore, che ha in programma di stampare testi di
narrativa di impegno sociale e politico: una scelta interessante e dunque una
casa editrice da tenere d’occhio. Per eventuali acquisti: tel. 0577 75 81 50;
e-mail:
EUGEN DREWERMANN, La guerra è la malattia non la soluzione, Claudiana,
Torino 2005, pagg. 208, € 17,50.
Non esistono guerre giuste né utili. La nonviolenza cristiana del teologo
cattolico tedesco e psicanalista Eugen Drewermann vuole rompere con la
tradizione politica dell’uso della forza e della vendetta. Il male si vince
soltanto con il bene. Il libro, di facile lettura, ben tradotto da Oscar Platone
e preceduto da una densa introduzione di Gianni Vattimo, è stato scritto nel
2002, ai tempi dell’intervento militare in Afghanistan e dunque ben prima della
seconda guerra in Iraq, ma non per questo ha perso d’attualità. Infatti
Drewermann non prende posizione contro una guerra particolare, ma contro
qualsiasi guerra ed esprime un netto rifiuto della violenza come mezzo per
risolvere le controversie tra i popoli. L’argomentazione di Drewermann è così
riassumibile: la guerra è immorale, disumanizza l’uomo e lo costringe a
ripiombare in uno stato di violenza primitiva. Anche da un punto di vista
utilitaristico la decisione di rispondere alla violenza con la violenza è
destinata al fallimento: la guerra è inefficace, a maggior ragione nella nostra
epoca caratter