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L'argomento
L'OPPOSIZIONE ALLA GUERRA E' SEME: CONCRETO E FECONDO
Daniele Lugli
SUL PACIFISMO E SULLA NONVIOLENZA
Pietro Pinna
Movimento Nonviolento
LA FINANZA DI GULLIVER E NOI LILLIPUZIANI
Pasquale Pugliese
Il fucile spezzato
UN SINDACO NON MOLTO COMUNE
UN ASSESSORE FUORI DAL COMUNE
Ozio ...in corso
IL DOLCE FAR NIENTE CON IL PIACERE DELLA PIGRIZIA
Christoph Baker
Accordi di pace
SUONERANNO LE NOSTRE CAMPANE
Paolo Predieri
L'arte di scrivere
GERUSALEMME LIBERATA DI TORQUATO TASSO
Claudio Cardelli
Obiezione
ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL DOPOGUERRA
Alex
ALEXANDER LANGER : IL PENSIERO DELLA TESTIMONIANZA
Roberto Dall'Olio
A TELVES PER RICORDARE ALEX LANGER
Alberto Trevisan
Ci hanno scritto
UNA RIFLESSIONE STORICA DOPO IL CONFLITTO
L'opposizione alla guerra è seme: concreto e fecondo
di Daniele Lugli
Il tema sempre attuale di come ci si possa efficacemente
opporre alla guerra, il fascicolo curato da Enrico Peyretti nell'80°
anniversario della prima guerra mondiale, la proposta di Pinna di porre
come obiettivo importante del prossimo Congresso del Movimento l'effettuazione
di una Marcia specifica, che raccolga tutte le forze che
si ispirano ed operano per la nonviolenza, mi inducono a proporre un modesto
ricordo di Giacomo Matteotti (1885 -.1924), riportando pochi brani di
scritti, che spero stimolino una lettura integrale ed una più diffusa
conoscenza.
"Siamo venuti in questo luogo, dove ebbe inizio
il martirio di Giacomo Matteotti, per due ragioni connesse con il nostro
lavoro e la nostra speranza. Una è che Matteotti nei primi mesi
del 1915 condusse una campagna chiarissima contro la guerra auspicando
che il proletariato italiano desse al mondo l'esempio della lotta nonviolenta
per la neutralità; l'altra ragione è che egli veramente
pagò con la vita la fedeltà assoluta al metodo nonviolento".
Con queste parole Aldo Capitini, a Roma davanti al cippo dedicato
a Matteotti, concludeva la prima marcia specifica del movimento nonviolento
nell'aprile del 1965.
Il carattere profondamente nonviolento di tutta l'azione
di Giacomo Matteotti merita un'illustrazione ed un approfondimento che
io neppure abbozzerò. Mi limiterò qui a richiamare il suo
impegno contro la guerra. Si tratta di un aspetto, già sottolineato
con forza da Pietro Gobetti, nel ricordo che gli dedicò, prima
di cadere a sua volta, all'età di 25 anni, vittima della violenza
fascista: "...Matteotti parlava contro la violenza con un linguaggio
da cristiano: nella folla fremevano fascisticamente spiriti di dannunzianesimo
e piccolo cinismo macchiavellico. Difendere la neutralità poteva
essere la difesa di un errore: Matteotti parlò contro la guerra...
". La sua campagna contro la guerra è illustrata e documentata
in modo esauriente da Stefano Caretti, ai cui scritti faccio quindi riferimento.
Ad opporsi all'intervento dell'Italia, come è noto,
all'inizio sono in tanti: dalla Chiesa
( il Papa parla di "inutile strage"),
alla maggioranza delle forze di governo e di opposizione. In particolare
la Direzione socialista, d'intesa con i capi confederali, proclama la
mobilitazione dei lavoratori contro la guerra nell'estate del 1914 ed
afferma, il 29.7.1914, opposizione recisa ed implacabile alla guerra
con ricorso a tutti i mezzi per impedire l'intervento italiano. Nel
gennaio del 1915 il tono della Direzione è già cambiato:
" se il proletariato sarà costretto a subire la guerra
saranno della borghesia le responsabilità storiche e politiche".
Questo arretramento non sorprende Matteotti che, in una
lettera alla fidanzata, inizio settembre 1914, scrive: "Il pensiero
di coloro che stanno uccidendosi è terribile; e mi par giusta l'insurrezione
se si volesse domani con assai poca lealtà lanciarci in guerra
contro l'Austria. Ma tira il vento di piccole viltà anche nel mio
partito."
Matteotti si impegna a fondo perché il Partito socialista,
nel quale milita con grandissimo impegno e straordinari risultati, dia
concreta traduzione alla contrarietà alla guerra, così recisamente
affermata. In vari articoli ribadisce la sua posizione di neutralità
assoluta, respinge ogni accusa di astrattezza ed infecondità ad
una opposizione spinta fino all'insurrezione, indica l'esempio del socialista
tedesco Liebknecht che, anche contro la disciplina di partito, vota al
Reichstag contro i crediti di guerra:
" Anche se, per dannata ipotesi, la nostra opposizione
alla guerra non dovesse trionfare essa non resta, no, una posizione trascendentale,
infeconda. Essa è la preparazione del nostro avvenire; e nulla
vi è di più fecondo, di meno trascendentale, delle sementa.
Noi dobbiamo essere oggi contro la guerra, magari anche inutilmente, purché
domani sia possibile avere un proletariato educato all'avversione irreducibile
contro la guerra" in La Lotta 31.10.1914 .
" Non i cattolici di Vienna o Monaco sono insorti
contro la guerra; essi sono cristiani, ma intanto aiutano a sgozzare i
fratelli cristiani di Francia e del Belgio. Contro la guerra è
soltanto un socialista... Carlo Liebknecht non ha temuto il fucile e il
capestro prussiano. Temeranno i socialisti d'Italia e del Polesine i fucili
e i capestri nostrani, per non rivendicare l'unione dei lavoratori contro
tutte le guerre, per tutte le libertà?" in La Lotta 12.12
1914.
"E' permesso indicare al nostro partito il dovere
di opporsi con tutte le armi possibili all'intervento, senza confondersi
né con i miracolisti anarcoidi, né con i dogmatici che segnano
sempre il passo sullo stesso piede di terreno...Un milione di proletari
organizzati nell'Italia settentrionale sono sufficienti a far riflettere
qualsiasi governo sulla opportunità di aprire una guerra; poiché
non soltanto noi dovremmo preoccuparci di 'aggiungere anche la guerra
civile'; e non sappiamo sino a dove si possa temere uno spargimento di
sangue, se altrimenti la grande guerra falcerebbe nel nostro stesso campo
centinaia di migliaia di vite" in Critica sociale 1-15.2.1915.
" Noi non auguriamo e non desideriamo la vittoria
di nessuno. Chiunque dei due raggruppamenti dovesse vincere vi sarà
un popolo vinto che preparerà la rivincita per domani e quindi
nuove guerre" in La Lotta 8.5.1915.
Con lo stesso tono prosegue con altri interventi fino all'articolo,
amaro, sarcastico, profetico, intitolato L'ultima vergogna, del
21 maggio 1915, che si propone integralmente.
Già con estrema decisione si era schierato contro
la guerra coloniale di Libia, con articoli, interventi e promuovendo diverse
manifestazioni, sino a quella nella grande corte della sua abitazione,
nel giugno del 1912, aggirando, creativamente, il divieto di manifestazioni
in luogo pubblico del prefetto. Un'orgia di chiacchere antipatriottiche
e volgari a Fratta titola in quell'occasione il Corriere del Polesine.
E nel già ricordato articolo Socialismo e patria del 31.10.1914
era tornato a parlare dell'aggressione coloniale italiana: "Se
vi è un luogo piuttosto dove oggi si lotti per la libertà
della patria, quest’è in Tripolitania, e non di qua dalle
prime dune di sabbia".
Da deputato sottolinea, con dati incontestabili, l'esorbitante
costo delle guerre, che ai cittadini in generale tocca sostenere, mentre
una minoranza si arricchisce con sovraprofitti.
Nel partito, nelle leghe bracciantili, nei consigli comunali,
ovunque propone un'intransigente opposizione alla guerra. Lo attestano,
tra l'altro, numerosi ordini del giorno da lui proposti ed approvati in
comuni del Polesine, dove Matteotti è consigliere ( a Villanova
anche Sindaco). Secondo la legge dell'epoca infatti nel Comune dove hai
immobili o paghi imposta sei elettore ed eleggibile. Nel Consiglio provinciale
di Rovigo, siamo al 19 marzo del 1915, sostenendo un odg per la neutralità
assoluta, afferma " Una cosa soltanto è da deplorare da
parte nostra: che il proletariato e il partito socialista italiano non
sappiano in questo momento insorgere contro ogni guerra; perché
soltanto così si preparerebbe la resurrezione dell'Internazionale,
nella quale è la vera, l'unica libertà, del proletariato
di tutte le patrie".
Per questa attività è oggetto di intimidazioni
ed aggressioni, che preludono alla persecuzione, che si concluderà
con il suo assassinio nel dopoguerra per mano di sicari fascisti. Fin
dal 5 febbraio 1915 il Corriere del Polesine, giornale degli agrari, profeticamente
titola Il Dottor Matteotti deve scomparire.
Anche a guerra iniziata il suo atteggiamento non cambia.
In Consiglio provinciale a Rovigo il 5.6.1916 gli viene tolta la parola
per sue dichiarazioni disfattiste, e viene denunciato. Secondo
il rapporto del Prefetto Matteotti intervenuto sulla proposta di erogazione
di un contributo ai profughi, per fatti di guerra, della provincia di
Vicenza "gridava ' Abbasso la guerra' e rivolgendosi ai membri
della maggioranza che emettevano espressioni patriottiche in favore della
guerra gridava: ' Siete degli assassini'. Inoltre avendo qualche membro
della maggioranza gridato: abbiamo il nemico alle porte! il Matteotti
gridava : ' A noi non importa, noi siamo dell'Internazionale, sì,
siamo, come dite voi, dei senza patria; siete dei barbari, dei barbari
in confronto degli austriaci; le manifestazioni patriottiche sono delle
provocazioni ai nostri sentimenti". Nella lettera alla moglie
Matteotti dà così notizia del fatto: "Ho detto loro
quel che avevo nell'animo, contro la barbarie e inciviltà della
guerra; ne è nato uno scandalo - minacce di arresto. Poi tutto
è finito nel nulla".
La cosa non finisce proprio nel nulla, ma in una condanna
mite: un mese di carcere con la condizionale. Nella sentenza, del 5 luglio,
il pretore di Rovigo cita Turati, secondo il quale è "
odioso e scellerato non cooperare alla vittoria a guerra guerreggiata",
ma deve prendere atto che "il dottor Matteotti ha rivendicato
a sè il diritto alla più illimitata libertà di parola,
considerando che, nel più dei casi, le dottrine giudicate aberrazioni
in un'epoca appartengono a verità indiscusse in una più
o meno lontana".
Nel rapporto del Prefetto al Ministro degli Interni possiamo
leggere:
" Il Matteotti nella sua autodifesa - era avvocato
- premettendo che una condanna gli avrebbe fatto onore e che è
sempre fermo nei suoi principi internazionali, contrari alla guerra, disse
che le parole per cui oggi viene incriminato, ripetendosi le stesse condizioni
di tempo e di luogo, egli le pronuncerà senza esitazioni; anzitutto
perché esse non costituiscono reato, poi perché sono l'emanazione
dei princìpi che professa. Parlando della vittoria delle armi italiane,
disse che essa non ha nessuna importanza per i socialisti dato che per
vittoria si intende la conquista di un tratto di territorio da parte di
un governo, più o meno reazionario, oppure da un altro. Infine
il Matteotti ripeté che le sue idee non le cambierà per
l'effetto di una condanna; che se la direzione del partito ordinasse di
fare la rivolta, sarebbe il primo ad andare nelle campagne a provocarla".
Subito dopo il processo, Matteotti all'epoca ha trent'anni,
viene richiamato alle armi, dal congedo illimitato come riformato, a prestare
servizio, non in zona di guerra e sotto stretta e minuziosa sorveglianza,
sino al marzo 1919. Pure in quella condizione di segregazione non attenua
la sua opposizione. Ricorre contro la condanna, finché la Cassazione
gli dà ragione il 31.7.1917, dettando una tassativa condizione
all'avvocato che lo rappresenta: "Né esitazioni, né
ripiegamenti - anche se potessero valere all'assoluzione; precisa e decisa
riaffermazione dei nostri principi e dei nostri ideali. Unica tesi difensiva
il mio diritto a dire quello che ho detto e a fare quello che ho fatto".
Scrive alla moglie " Il giuramento è letto ad alta voce
dal capitano, professa fedeltà al re e successori ecc., e i soldati
poi alzando la mano gridano 'Lo giuro' tutti insieme. Devo a questa circostanza
e alla facilità con la quale così ho potuto tacere in mezzo
agli altri, di non aver provocato un incidente. Infatti a tutti i costi
io non avrei giurato: possono pretendere da me un contegno esteriore,
ma nemmeno l'ultimo lembo del mio pensiero e della mia coscienza".
Anche a guerra finita si oppone a che il suo partito si
associ, come scrive a Turati, a manifestazioni di esaltazione della vittoria
" di una vittoria che per un altro proletario si risolve in una
sconfitta e in una oppressione. Perciò ti avevo sempre scritto
nel senso di patria libera e mondo senza guerre. Ma mai più oltre"
e contesta la serietà di leggi che propongono la confisca dei sovraprofitti
di guerra: "Il profitto di guerra rappresenta, in sintesi,
il profitto capitalistico: così come il cristallo fabbricato in
due giorni nel laboratorio del chimico rappresenta, in sintesi, il cristallo
creato dalla natura in anni e secoli: la borghesia che non sente l'ingiustizia
del profitto e del sistema capitalistico, e che non comprende il socialismo,
non potrà neppure colpire e confiscare il profitto di guerra".
L'ultima vergogna in La Lotta, 21 maggio 1915
Doveva finire così.
Cioè doveva cominciare così: la povera bestia
doveva andare al mattatoio gridando gioiosa, le bandierine multicolori
infisse sul capo, e i battimani sollazzevoli della studentaglia in calzoni
semicorti.
Non bastava loro un contadino, un operaio ancora incosciente,
che lasciasse la casa con l'occhio mansueto ma triste per le lacrime nascoste;
ci voleva ancora la grande ubriacatura, conforme lo stile francese, quando
in Francia non correvano sulla via del ritorno i treni carichi di feriti
sanguinanti e i morti non si disfacevano insepolti sulla vasta campagna.
I cultori dell'ordine hanno in questi giorni esaltato la
piazza.
I costituzionali hanno stampato sui loro giornali che il
capo dello stato trescava con i traditori.
I professori in palandrana hanno esaltato il monello che
rompeva le vetrine.
Il teppista divenne eroe.
L'Italia ha voluto la guerra si è poi detto; e ognuno
di voi infatti ha visto l'Italia nelle dimostrazioni di studenti che non
si arruolano e di impiegati che si sono assicurati l'esonero dal servizio
militare o la paga intera per tutto il tempo di guerra. Ognuno di noi
ha visto l'Italia in quella masnada di gente che dopo aver per anni curvato
la schiena a Giolitti, attendendone o ricevendone favori, ieri è
uscita, per comando, sulle porte dei ministeri e degli uffici e ha esaltato
il nuovo padrone, e ha ottenuto mezza giornata di vacanza pur che andasse
a dimostrare.
Ognuno di noi ha visto il degno poeta d'Italia ( D'Annunzio
) in quel piccolo mantenuto di donne, fuggito in Francia per debiti,
e restituitoci per porto affrancato dalla massoneria repubblicana.
Poiché oggi soltanto l'oro tedesco è per
i traditori. L'oro francese o inglese fa brillare invece del più
puro e più nobile patriottismo.
Chi è sorpreso a parlare per la strada a uno svizzero
tedesco è un fedifrago; chi riceve l'articolo dattilografato e
pronto dall'ambasciata francese è un patriota difensore del sacro
egoismo.
Giolitti che preferiva contrattare con l'Austria, è
il traditore, l'indegno mercante.
Salandra che ha contrattato per mesi con l'Austria e la
Germania, che non s'è accordato soltanto per una differenza di
prezzo, che infine ha contrattato territori e genti con la Triplice intesa,
quegli è il rivendicatore dell'ideale.
Ah, perché non si è elevato in alto un terzo,
un uomo che venisse su dal popolo, e rovesciando l'idolo della pavida
neutralità giolittiana da una parte, rovesciando quello dell'interventismo
salandriano dall'altra, ne mostrasse dietro tutti e due le impalcature
borghesi, essenzialmente mercantili, fatte di truffa e di trucco - così
che la grande folla, assente dalle dimostrazioni dei giorni scorsi, non
dubitasse un istante per armarsi e distruggerle e piantarvi la bandiera
della pace umana.
Troppo debole è stato il proletariato italiano;
e mentre in molte città e in quasi tutte le campagne la folla operaia
picchiò sodo sulle spalle interventiste in fuga e accompagnò
i richiamati alla stazione gridando abbasso la guerra - essa si è
lasciata piuttosto illudere da tutta la stampa radico-clerico-repubblico-agraria,
che gonfiava le dimostrazioni interventiste nascondeva le altre - ha dimenticato
che i poliziotti e i birri nelle città ammanettavano i gruppi socialisti,
per far argine e corona agli interventisti d'ogni colore - e ha creduto
che passasse la volontà d'Italia.
Così domani si presenterà alla camera il
ministero Salandra ripulito di tutte le macchie mercantili; e la stampa
democratica, che non è pagata perché l'oro francese non
prende macchia, intesserà la laude e l'inno della vittoria.
Prepariamoci ormai a veder dilagare la menzogna; prepariamoci
a leggere vittorie sopra vittorie; i socialisti sotto il bavaglio della
censura o alla mercé di ogni revolver di birro non esisteranno
più; il re amico di Guglielmo diventerà il gran re della
Vittoria, e ogni piccolo savoiardo sarà un eroe incommensurabile;
ogni borgo celerà al borgo vicino l'ospedale doloroso che ha raccolto
dentro le mura al posto delle scuole; e Rapagnetta ( sempre D'annunzio)
venderà una gesta per ogni decade.
Orsù, lavoratori che fate? Levatevi il cappello,
passa la patria e ormai non ci sono più socialisti; passa la rovina,
passa la guerra, e voi date ancora la vostra carne martoriata.
UN DIBATTITO PER NOI DECISIVO
Sul pacifismo e sulla
nonviolenza
Questo articolo, redatto nei primi anni ’90 in prosecuzione del
dibattito su pacifismo e nonviolenza divampato in occasione della Guerra
del Golfo, non venne allora pubblicato. Quel dibattito, confuso e inarticolato,
si spense poco dopo nel nulla, svanito il sussulto delle bombe. Torna
oggi a riesplodere, mera reazione emotiva a quest’ultima ennesima
guerra, sempre negli stessi inconcludenti termini. Da qui la determinazione
di fornire il contributo di quelle riflessioni rimaste allora senza pubblicazione,
pur ora pienamente attuali.
di Pietro Pinna
Nel fascicolo ottobre ’90 di Azione Nonviolenta avevamo già
esposto il nostro pensiero sulle diverse posizioni pacifiste, anche “nonviolente”,
che si erano espresse in merito all’intervento militare nel conflitto
del Golfo. Successivi interventi di lettori ritornano a dibattere, con
versioni contrastanti, sulla corretta interpretazione pacifista da dare
alla nonviolenza, prendendo a riferimento la specifica posizione del Partito
Radicale. Queste continue incertezze e malintesi sul modo di intendere
e di praticare la nonviolenza, in cui si trovano a divergere tanti stessi
nonviolenti dichiarati, ci inducono a proseguire il confronto con ogni
possibile impegno, essendo la questione di importanza cruciale per l’acquisizione
di un’immagine adeguata della nonviolenza e quindi per il suo esatto
operare.
La vertenza sostanziale consiste nella distinzione tra
la nonviolenza cosiddetta “assoluta” (di principio, mai derogabile)
e la nonviolenza relativa, condizionata, pragmatica, che non esclude l’ammissibilità
del ricorso alla violenza in determinate circostanze. Per chiarezza e
concisione suddivideremo la questione in punti –con l’avvertenza
che l’ambito della presente discussione è limitata al problema
dei conflitti di gruppo, con particolare riferimento alla guerra.
1. Il pacifismo nonviolento.
Circa il modo autentico di intendere la nonviolenza, nella
sua sintetica caratterizzazione basilare, ci eravamo già avvalsi
della lucida definizione datane da Norberto Bobbio :” La nonviolenza,
in senso stretto e storicamente appropriato, è quella che propone
e difende l’uso di mezzi nonviolenti in quelle situazioni estreme
(per esempio, nel caso di resistenza ad una oppressione intollerabile)
in cui la violenza è considerata per comune opinione legittima
(…). Ciò che caratterizza la nonviolenza è l’uso
di mezzi nonviolenti anche quando le teorie tradizionali giustificano
l’uso della guerra (…)”. Tale essendo dunque la nonviolenza,
risulta allora priva di senso, un mero pleonasmo, l’imputazione di
“assoluta” (o dogmatica, o metafisica) che le viene fatta. E’
nonviolenza e basta (se poi essa piaccia o no, la si consideri o no valida,
è un altro discorso): è propriamente questo “assoluto”
– dell’uso di mezzi nonviolenti anche nelle situazioni estreme,
quale elemento e condizione essenziale e vincolante- che fonda e caratterizza
la nonviolenza , senza il quale il concetto stesso di nonviolenza non
verrebbe a porsi. Parlare di non violenza e poi derogare da quell’assoluto,
significa uscire dalla nonviolenza, negarla. Per cui, più che improprio,
incongruente e arbitrario è qualificarsi da nonviolento in questo
atteggiamento di deroga (di departure, nell’espressione di Gandhi):
se vogliamo non confonderci e confondere, sospendiamo in quella data circostanza
di chiamarci nonviolenti; od al più, aspirando a tener vivo un
qualche riferimento alla nonviolenza, diciamoci null’altro che nonviolenti
relativi (o potenziali, parziali o quant’altro)- che è infatti
la posizione dei vari pacifismi non antimilitaristi, ripudianti a parole
la guerra ma che nei fatti la ammettono e la preparano continuando a tenerne
in piedi lo strumento portante, ossia l’esercito. (Giusta pertanto
è la critica fatta all’incongruente posizione del “nonviolento”
Olivier Dupuis, elogiato da Marco Pannella come obiettore di coscienza
belga, incarcerato perché rifiutava la divisa dell’esercito
del Belgio, ma che indosserebbe la divisa di un esercito europeo”.
E contraddizione in termini è, continuando a proclamarsi nonviolenti,
condividere decisioni di guerra, come è stato fatto da esponenti
radicali nel conflitto del Golfo).
2. Mistificazione della nonviolenza gandhiana.
Con una gran confusione e vero stravolgimento, a sostegno
di una posizione di nonviolenza relativa che si vorrebbe legittimare come
autentica nonviolenza, si cita Gandhi, laddove egli viene a immaginare
situazioni di ammissibilità del ricorso alla violenza. Lo stravolgimento
della posizione gandhiana viene compiuto non distinguendo l’atteggiamento
del nonviolento, presentato da Gandhi come proprio ineludibile dovere,
dall’atteggiamento di quanti, non impegnati per principio alla nonviolenza,
non trovano altro mezzo che quello violento per fronteggiare il conflitto.
Si viene così a citare solo in parte una frase di Gandhi in cui
egli dice di preferire al codardo che si sottomette passivamente all’oppressione,
colui che invece vi si ribella con la violenza. Presentata a sé
stante, la parziale citazione riduce banalmente Gandhi ad assertore della
morale tradizionale della “violenza a fin di bene” (con cui
si viene giustificando e commettendo nei millenni ogni sorta di misfatti
e di guerre). Con patente distorsione, finiamo in tal modo a cancellare
il Gandhi della nonviolenza, la straordinaria novità della sua
lezione politica, consistente appunto nel ripudio della vecchia morale
e l’introduzione nella storia umana della nuova morale della nonviolenza.
Ad uscire dalla mistificazione, non v’è che da leggere la
citazione da Gandhi nella sua interezza: nella stessa frase infatti, egli
ha cura di aggiungere –a scanso di equivoci- che alla risposta violenta
all’oppressione egli preferisce la risposta nonviolenta.
A un’altra affermazione gandhiana si fa ricorso per
ridurre il principio nonviolento ad una posizione di nonviolenza condizionata
: “Il mio dovere è di astenermi da ogni violenza e di indurre
quante più creature a seguire il mio esempio. Ma sarei insincero
nella mia fede se rifiutassi di sostenere in una giusta causa degli uomini
o dei provvedimenti la cui azione non coincide perfettamente con i princìpi
della nonviolenza”.
Ora, esattamente a proposito dell’”assoluto”
della nonviolenza viene ad esprimersi Gandhi nella prima parte della citazione,
affermando il dovere per il nonviolento di astensione da ogni violenza.
Una volta ben fissato e distinto questo suo proprio atteggiamento, nella
seconda parte Gandhi non fa che esprimere la sua adesione mentale al comportamento
di altri non aderenti alla nonviolenza. E dice –poiché il
nonviolento non è un qualunquista e sa distinguere secondo ragione
l’equo dall’iniquo- di non esprimersi dal “sostegno”
a quell’azione pur imperfettamente nonviolenta per una giusta causa:
sostegno non certamente pratico, di partecipazione personale, ma di “simpatia”,
come in una circostanza reale si espresse Gandhi nei confronti degli Alleati
visti come difensori della democrazia contro il totalitarismo nazista,
ma che avrebbe voluto impegnati ad un contrasto con mezzi nonviolenti.
(Alla luce di questa considerazione, nulla v’è
pertanto da eccepire all’iniziativa di fine anno ’90 di Pannella
e altri radicali di recarsi da nonviolenti, disarmati, su uno dei due
fronti combattenti nell’ex-Jugoslavia a dare il proprio sostegno,
ideale, non militare, alla parte croata patentemente e proditoriamente
aggredita dall’esercito serbo).
3. Distinzione tra violenza militare e repressione poliziesca.
Ancora a sproposito si cita Gandhi per sostenere, contro
il pacifismo assoluto, la tesi della relatività della nonviolenza:
”Non ho il coraggio di affermare che potremo fare a meno di una forza
di polizia come lo affermo riguardo all’esercito”. Non distinguendo
tra la diversa funzione e modi di operare dei due enti, polizia ed esercito,
si vuole far risultare che l’accettazione del primo ente induce all’ammissibilità
del secondo. Ma sull’esercito le parole di Gandhi non possono essere
più chiare, affermanti alla lettera il suo pacifismo assoluto nel
rifiuto senza riserve di esso. La relativizzazione, invece, ammessa da
Gandhi nei riguardi della polizia deriva dall’essere questo ente
di natura qualitativamente diversa da quella dell’esercito.
Mentre infatti l’azione violenta di quest’ultimo è proditoria
e indiscriminata, comportante l’uccisione di moltitudini di persone,
e non sottoposta a legge alcuna se non quella del più forte, l’operato
della polizia è circoscritto, indirizzato in via specifica ed esclusiva
alla repressione del diretto colpevole, e regolato da leggi prestabilite
(“lontano da quegli eccessi di distruzione e di eccitazione psichica
e di impersonalità che ci sono per gli eserciti e le guerre”,
dice Capitini).
4. Il risvolto pratico dell’impegno nonviolento.
Se definitivamente chiarito sul piano concettuale questo
punto del pacifismo assoluto della nonviolenza (opposizione immediata
e integrale ad ogni apparato bellico), resterebbe tuttavia da discutere
il problema del risvolto pratico di essa: qual è il valore, la
portata da assegnare qui, nel presente, alla nonviolenza impegnata al
superamento dei grandi conflitti che avvelenano la convivenza umana? (problema
delicatissimo, tutto sotto giudizio perché in divenire - l’idea
della nonviolenza politica è ai suoi primi passi nel mondo - ,
e che mai posseduto induce ai tanti tentennamenti e sviamenti da esso).
Ci limitiamo, in questo articolo d’occasione, a farne appena un cenno
(la letteratura e l’esperienza nonviolenta ha già un cospicuo
patrimonio da offrire al riguardo), il semplice riferimento a quanto espresso
per la circostanza dal Partito Radicale. Sentiamo Marco Pannella: ”Il
nonviolento deve proporre qualcosa di altrettanto efficace della violenza,
essere capace di fornire soluzioni altrettanto e più efficaci,
se no è sconfitto come sempre è stato sconfitto in tanti
anni. Non si può fare il pacifismo perdente, il pacifismo dei funerali”.
Ci sarebbe da osservare, rieccheggiandone un attimo il lamento, che non
si capisce se in questa sua critica Pannella non si riferisca, piuttosto
che ad altri, a se stesso e al suo partito, visti gli ormai parecchi lustri
di suo ingaggio politico nonviolento con l’effige di Gandhi a proprio
emblema. Per ciò che riguardasse il Movimento Nonviolento, possiamo
replicare serenamente di non sentirci parte degli sconfitti in quanto,
essendoci deliberatamente posti in un campo di lavoro che usiamo definire
pre-politico (inteso come non partitico, non concorrente in prima istanza
alla conquista del potere istituzionale), non abbiamo mai preteso di poter
misurarci ed esercitare nell’immediato un potere decisivo
al livello dei grandi conflitti politici.
Sta qui appunto la nostra divergenza con il farsi della
politica radicale: non sul contenuto (chi non vorrebbe esser capace di
fornire già “qui ed ora” soluzioni efficaci “per
il perseguimento di ideali di democrazia, di libertà, di giustizia
e di pace, com’è nella tensione di Pannella?), ma sull’approccio,
sul metodo.
La divergenza è oramai di vecchia data, precisamente
da una quindicina d’anni, dopo l’intesa e la collaborazione
– si veda proprio nel campo antimilitarista, ora dismesso dai radicali
– attuata fino al periodo in cui il gruppo radicale operava come
movimento e non, come poi dal 1976, come partito, tutto assorbito e confinato
nell’attività parlamentare. Fin da quella data di svolta,
Pannella si lusingava di portare la sua attività nonviolenta, dilà
dalla semplice “testimonianza”, nel cuore della “polis”,
qui ed ora partecipe e protagonista diretto della realtà politica,
partitico-istituzionale, italiana. La nostra riserva era che non esisteva
spazio – soggettivamente, visto lo scarso sviluppo della cultura
e delle forze nonviolente; oggettivamente, data la soverchiante ed inossidabile
presenza dei partiti di massa – per un’attività a quel
livello. Soltanto pochi anni fa, dopo quasi tre lustri di annaspamenti,
di frenetico attivismo alla rincorsa di chimerici successi elettorali
(“sempre ai limiti dell’autochiusura per non rischiare di essere
fiori all’occhiello del regime partitocratico”, secondo l’autodescrizione
dello stesso Pannella), il Partito Radicale ha saputo riconoscere quella
verità, e nella deriva delle sue fallaci pretese ha dovuto decretare
la propria liquidazione quale partito politico italiano – trovandosi
inoltre ad avere sperperato quel cospicuo patrimonio di credito e di preminenza
tra le forze alternative che si era meritatamente conquistato quando operava
come semplice movimento.
5. Il varco della nonviolenza.
Altro –noi dicevamo – è l’orizzonte a cui guarda
la nonviolenza, e altro è il suo approccio, il metodo di intervento.
Il compito della nonviolenza era in via preminente di portata educativa,
di indispensabile aggiunta morale al mondo strettamente politico
(senza cui non si danno ordinamenti e modi corrispondenti al bene generale):
compito – attraverso l’affermazione di valori validi per tutti,
“apertura all’esistenza, alla libertà e allo sviluppo
di tutti”- di rinnovamento “religioso” nel segno dell’unità
mondiale, che congiuntamente e semmai anteriormente agli angusti e settoriali
problemi nazionali investiva l’orizzonte dei problemi comuni planetari;
nonviolenza come esigenza e fatto di tutti, in ogni angolo e sistema sociale
della terra (“varco attuale della storia”, secondo il richiamo
di Aldo Capitini in sintonia con l’insegnamento gandhiano di portata
universalistica). Compito storico straordinario e fondamentale, quello
della nonviolenza, in una realtà di dilagante egocentrismo e materialismo,
dove Stati, partiti, chiese, centrali sindacali, imprese, ossia tutti
i centri dominanti della vita politica, sociale e culturale, dappertutto
nel mondo, sono trincerati nel proprio esclusivo interesse, e sostengono
come principio dirimente nei conflitti quello del privilegio corporativo,
del prepotere e della violenza – così anche condizionando
e determinando un pari atteggiamento culturale e pratico nelle moltitudini.
In una parola, realtà totalitaria questa in cui la nonviolenza
si trova ad operare.
Orbene, è mai pensabile che in una realtà siffatta la nonviolenza
possa affermarsi di colpo, esser forza tale da poter vincere da un giorno
all’altro in conflitti tencemente radicati, dominati da impulsi,
forze e mezzi immani? Per noi la cosa è assolutamente illusoria,
nell’attuale fase embrionale di costituzione organizzata della nonviolenza,
come impreparati voler arrestare una piena con un setaccio (da qui la
cronica deriva dei vari movimenti pacifisti, che senz’aver prima
posto l’antimilitarismo a base del rifiuto della guerra, senza nulla
cioè aver fatto in anticipo per costruire un fronte desto e lottante
a deligittimarne e scalzarne lo strumento militare, si ritrovano poi investiti
dal torrente della guerra sempre a mani vuote, ridotti a semplicemente
esecrarla o vanamente contrastarla con gesti d’assoluta irrilevanza,
o addirittura a caldeggiarla prendendo la parte dell’uno o dell’opposto
belligerante).
6. La “testimonianza” della nonviolenza.
Ma che ci serve allora questa nonviolenza se non dà risposta nel
presente all’oppressione che ci sovrasta? Non possiamo, non vogliamo
relegarci ad essere semplice testimonianza – insiste Pannella. Ecco
una sua recente enunciazione: “Il Partito Radicale si propone istituzionalmente
di organizzare nella vita politica e sociale la nonviolenza come partito
politico, cioè parte e forza nei conflitti, tale da poter vincere
o esser battuta; e non più, come finora nella storia, costituire
forza di testimonianza, di mera reazione, o di ripiegamento nel sostegno
della “violenza degli aggrediti” o di quella “più
vicina al diritto ed alla giustizia”.
Lasciamo stare il discorso sulle acquisizioni storiche della nonviolenza,
che pur ci sono state e rilevanti. Ma se consideriamo l’ampiezza
globale dei conflitti di fronte ai quali la nonviolenza dovrebbe costituirsi
come forza politica alternativa, è vero che nell’insieme essa
non rappresenta ancor oggi, per il posto di infima minoranza e finanche
di ripulsa in cui la politica e la cultura dominanti l’hanno fin
qui relegata, poco più che una mera forza di testimonianza. Ma
era forse più che semplice “testimonianza” quella degli
infimi duemila antifascisti (di cui Pannella si professa erede, e che
ci viene reiteratamente additando come modelli per l’oggi) ridotti
in carcere, al confino, all’esilio, alla clandestinità? Potevano
essi presumere, di contro al regime totalitario fascista ed ai cinquanta
milioni di concittadini ad esso plaudenti o sottomessi, di farsi diretti
portatori a tempo breve dell’abbattimento del regime? Ma essi non
dismisero pertanto da quel loro essenziale preminente compito, persuasi
che l’insana pianta del fascismo era comunque condannata a perire,
e venendo la loro “testimonianza” a costruire il punto di riferimento
attorno a cui si coagularono tant’altre forze di rinnovamento nel
maturarsi delle condizioni per il suo crollo.
7. Il procedere attuale della nonviolenza.
Altrettale è al presente, essenziale e fondamentale, la posizione
e il ruolo della nonviolenza, di fronte al totalitarismo dominante. Occorre
lavorare ad una fase preliminare di squalifica e depauperamento del vecchio
ordine nei suoi valori e strumenti e regole di vita, e di riorientamento
spirituale al nuovo ordine: sua premessa, condizione indispensabile di
partenza, la rigenerazione individuale interiore, “di qualità
assoluta”, che dia garanzia di rinnovamento autentico, saldo, duraturo
al nuovo ordine esterno istituzionale, la cui conquista sarà piuttosto
il risultato delle idee, forze ed iniziative messe anteriormente in campo,
anziché l’inizio del nuovo assetto (perché se l’uomo
non vi si è già preparato nell’animo e nei modi di
vita, pur nei nuovi ordinamenti non farà che ripetere il suo vecchio
modo di essere).
Acquisizione quindi di un nuovo animo, sentimenti, idee; istituzione
di “centri di fede e di lavoro”, aperti a tutti; loro collegamento,
e suscitamento di larghe intese e solidarietà in campagne su problemi
implicanti la coscienza e l’interesse di ciascuno in quanto essere
umano, di qua da ogni posizione divisiva di ceto sociale, di ideologia,
di etnia, di patria (centrale e prioritaria, la lotta contro il sistema
militare che in tempo di pace consuma come un cancro un mastodontico capitale
di intelligenza e di mezzi sottratti al benessere sociale, e che poi dei
conflitti si fa esasperatore potente inducendoli al baratro della guerra
–“l’espressione più pericolosa e più offensiva
per l’intera umanità del vecchio modo di fare la storia”).
Solo mediante questa opera paziente e tenace di diffuso rinnovamento
culturale e di consolidamento di una forza nonviolenta organizzata, stabile
e adeguatamente consistente- attuando intanto per quanto possibile in
sé e con altri quel nuovo modo di sentire e di vivere auspicato
in via generale-, sarà allora possibile porre la nonviolenza quale
forza di partito, concorrente e vincente anche sul piano direttamente
politico, di governo istituzionale.
Alla fine, onore a Pannella. Liquidato il Partito Radicale italiano,
egli è approdato alla costituzione del Partito Radicale transnazionale
e transpolitico, “che in nessun caso può partecipare ad elezioni
di qualsiasi tipo, né partecipare al governo delle istituzioni”.
E, finalmente collimante con l’approccio politico nonviolento, così
configura il processo della nuova creatura: ”Non essendo più
competitivo con gli altri partiti sul piano elettorale, il Partito Radicale
può così più agevolmente essere luogo di incontro
di persone impegnate a qualsiasi livello nei più diversi Partiti
tradizionali, o meno”. Dopo tanto tempo perduto alla vacua ricerca
prioritaria del potere diretto di governo, quello speso alla prima fase
di costruzione del potere nonviolento senza governo, ma che già
sa influire “manovrando il consenso ed il dissenso”, sarà
un tempo preziosamente guadagnato.
SEMINARIO SU ECONOMIA E NONVIOLENZA
La finanza di Gulliver e noi lillipuziani
La casa per la Pace di Pax Christi all’Impruneta, sui colli fiorentini,
ha ospitato, nei giorni 19 e 20 giugno, il Seminario del Movimento nonviolento
sul tema
ECONOMIA E NONVIOLENZA DAL PROGETTO ALL’AZIONE
di Pasquale Pugliese
Dopo la definizione dei capisaldi teorici di un’economia nonviolenta
e sostenibile delineati nel 1° Seminario di Maguzzano, con questo
nuovo appuntamento si è cercato di mettere a punto una prima mappa
ed una qualche griglia interpretativa delle campagne in atto sui piani
nazionale ed internazionale.
Nanni Salio, Francuccio Gesualdi e Giorgio Cingolani hanno animato
due giorni di intenso lavoro che ha consentito ai partecipanti una chiarificazione
dei nodi teorici e pratici da sciogliere nel passaggio dal progetto all’azione
nonviolenta in campo economico.
La violenza strutturale
Nanni Salio, ricordando che questo Seminario si svolge all’indomani
dei bombardamenti sulla Jugoslavia, ha sottolineato il fatto che l’Occidente
(e gli Stati Uniti in primo luogo) sia costantemente in guerra contro
il resto del mondo, perché l’economia occidentale è
un’economia di guerra.
Economia di guerra è l’economia di rapina che consente
a 225 persone una ricchezza privata pari al reddito del 47% della popolazione
mondiale; economia di guerra è la politica della Banca Mondiale
e del Fondo Monetario Internazionale che, per esempio, smantellando le
strutture economiche della Federazione jugoslava ne ha preparato la disgregazione;
economia di guerra è la produzione delle armi che, alimentando
le guerre, è funzionale al sistema economico occidentale.
Ciò dimostra che la violenza diretta, strutturale e culturale
sono legate in un terribile circolo vizioso.
La violenza diretta, rispetto alla durata nel tempo, ha la maggiore
intensità; la violenza strutturale produce la maggior quantità
di violenza diffusa; la violenza culturale alimenta le altre perché
fornisce i paradigmi giustificativi. Per quanto le guerre raggiungano
alti vertici di distruttività, nel mondo si va sempre più
affermando la violenza strutturale che è una guerra permanente
contro noi stessi, gli altri esseri viventi e la natura, e che, quando
serve, usa la violenza diretta della politica delle cannoniere.
Per contrastare la violenza strutturale e costruire una economia nonviolenta,
Salio ha indicato la necessità di agire su tre livelli: micro,
meso e macro.
-
A livello micro si agisce attraverso il cambiamento degli
stili di vita: dal consumismo alla semplicità volontaria;
-
A livello meso attraverso le iniziative di economia locale,
fondate sul dono piuttosto che sulla moneta;
-
A livello macro attraverso le campagne.
La strategia lillipuziana
Proprio sulle campagne si è soffermato Francuccio Gesualdi
che ha ripercorso in breve la storia del Centro nuovo modello di sviluppo
di Vecchiano.
Il punto di partenza dell’impegno del Centro sull’economia
è stato il domandarsi perché un mondo tanto ricco produca
un così elevato numero di poveri, e la constatazione che la povertà
non è un caso, ma è frutto dell’impoverimento scientificamente
organizzato da un sistema che divide la gente in due gruppi: gli utili
e gli inutili.
Il primo impegno è stato quindi la pubblicazione della Lettera
ad un consumatore del Nord con le proposte di boicottaggio delle merci
inique e di commercio equo e solidale.
Successivamente, dalla riflessione che del commercio equo non beneficano
i lavoratori delle multinazionali e dall’accordo con alcuni sindacati
del Sud, sono scaturite le campagne nei confronti di Nike, Reebook, Artsana-Chicco
ed oggi Chiquita.
Queste campagne, delle quali alcune continuano ed altre sono terminate,
hanno però evidenziato il limite che il fenomeno della delocalizzazione
produttiva, con i suoi alti costi umani e sociali, non può essere
affrontato impresa per impresa. Si è resa necessaria la ricerca
del modo di obbligare le imprese a rispettare criteri unitari, quanto
meno per ciò che riguarda la trasparenza e le informazioni.
Il Centro nuovo modello di sviluppo ha pertanto elaborato un progetto
di legge, già presentato al Senato, che obbliga le imprese a redigere
un rapporto annuale, collegato al bilancio, rispetto alla produzione delle
merci (luoghi, subappalti, condizioni di lavoro ecc.) e che istituisca
un’Autorità garante di controllo e di certificazione della
qualità sociale dei prodotti.
Il Centro oggi, ha ricordato Gesualdi, collabora con altre associazioni
che lavorano sugli stessi temi, con le quali ha costituito la “Tavola
delle intercampagne”.
In prospettiva c’è in cantiere la proposta
di una rete di base tra gruppi nazionali e locali, che pur mantenendo
la propria identità, collaborino tra loro, come piccoli lillipuziani
contro il gigante economico. Il Movimento Nonviolento è invitato.
Le campagne internazionali
Con il processo di finanziarizzazione dell’economia la violenza
strutturale, negli ultimi venti anni, ha assunto un’efficacia mai
vista prima.
Giorgio Cingolani ha mostrato come le possibilità di trasferire
informazioni economiche in tempo reale e la liberalizzazione dei mercati
abbiano trasformato l’economia al punto che la quantità di
risorse spostate da un posto all’altro del pianeta per motivi produttivi
è appena un decimo di quelle spostate per speculazioni finanziarie:
ogni giorno si movimentano una quantità di capitali pari al PNL
italiano di un anno.
Occorre dunque occuparsi della violenza economica anche a questo livello.
Alcune campagne internazionali lo hanno fatto e lo stanno facendo.
Tra queste Cingolani ha ricordato le seguenti: DIRE MAI AL MAI, ATTAC,
SDEBITARSI, CAMPAGNA PER LA RIFORMA DELLA BANCA MONDIALE, CAROVANA INTERNAZIONALE
e ne ha proposto una mappatura attraverso quattro criteri di analisi:
-
partecipazione, ossia quale grado di coinvolgimento diretto dei
cittadini consentono;
-
rilevanza immediata, ossia quanto vengono percepite rilevanti
per la propria vita;
-
mutuo appoggio, ossia la misura in cui sono qualificate con azioni
collettive;
-
incidenza, ossia quanto riescono ad incidere sulle cause che si
vogliono affrontare
Ciascuna campagna si è dimostrata efficace per qualcuno di
questi indicatori e inefficace per qualcun altro.
Questa ricerca ha mostrato pertanto la difficoltà di organizzare
campagne che siano efficaci sotto tutti i punti di vista, sia a livello
nazionale che internazionale.
Ciò significa che il lavoro da fare è ancora molto sia
sul piano teorico che pratico, ma se i lillipuziani si mettono assieme….
RENATO FIORELLI
Un Sindaco non molto comune
Moraro, paese di 720 anime a 12 chilometri da Gorizia,
ha un nuovo sindaco. Con 249 schede, alle elezioni del 13 giugno la “lista
par Morar” è stata la più votata.
Sarebbe una trascurabilissima notizie del “profondo
nord” se non fosse che il neo sindaco si chiama Renato Fiorelli.
Molti lo conoscono come “quello del 4 novembre”, perché
per tanti anni è stato l’instancabile animatore delle manifestazioni
antimilitariste al sacrario di Redipuglia. L’abbiamo incontrato alle
prime Marce antimilitariste, di cui era uno degli organizzatori, nei luoghi
friulani più difficili e delicati per la forte presenza militare
e fascista. E’ stato tra i fondatori della L.O.C., radicale “dei
bei tempi” e poi convinto sostenitore del Movimento Nonviolento.
Schivo quanto determinato, ha sempre rifuggito la ribalta,
ma se c’è da impegnarsi in prima persona non si tira mai indietro.
Ha 53 anni e nella sua lunga militanza nonviolenta (davvero pochi i momenti
decisivi in cui non era presente) ha collezionato denunce e processi per
vilipendio alla forze armate, istigazione alla disobbedienza, manifestazioni
non autorizzate, resistenza passiva… una volta ha letteralmente smontato
una rete di confine tra Italia ed ex Jugoslavia…
Ma oggi Renato Fiorelli è soprattutto una figura di riferimento
per la politica verde del “suo” Friuli. Profondo conoscitore
delle questioni frontaliere con Slovenia e Croazia, è un super
localista con animo mitteleuropeo. Consigliere comunale e provinciale
per i Verdi di Gorizia dal 1985 al 1999. Tutti questi impegni riesce a
conciliarli, non si sa come, con la passione e la dedizione per il suo
lavoro di infermiere; l’altra grande passione è per la musica
lirica: all’Arena di Verona Fiorelli non manca mai.
Morar significa gelso,
il simbolo della nostra lista, e nel mio programma elettorale sono entrati
alcuni morari secolari da tutelare; è entrata anche la
vecchia filodrammatica del paese, in dialetto friulano, da recuperare
e valorizzare; la filodrammatica da noi è importante, riunisce
e avvicina le generazioni, una riscoperta delle proprie radici per i giovani,
una piacevole nostalgia per gli anziani. E poi c’è la squadra
di calcio, un club di tutto rispetto fondato 75 anni fa, che ha bisogno
di spazi per giocare ed allenarsi, e gli spazi sportivi servono poi per
tutti.
Il rischio di un paese come Moraro è quello di
essere ucciso dalla strada provinciale che lo attraversa, le macchine
passano veloci e vecchi e bambini non possono più andare nemmeno
in bici. Penso alle soluzioni della “città possibile”
che impongano agli automobilisti di passaggio il limite dei 30 chilometri
orari.
Moraro è un paese contadino, storicamente appartenente
all’Austria cattolica, quindi estremamente conservatore. Dal 1956
governato ininterrottamente da democristiani. I tuoi elettori erano consapevoli
di votare un sindaco verde e nonviolento?
La mia militanza politica è nota, e anche le
idee per il paese con il quale ho sempre mantenuto un forte legame. E’
prevalso forse un elemento di stima e di conoscenza reciproca. Dopo tanti
anni sento ora una sintonia con questa mia comunità di origine.
C’è la voglia di non vedersi trasformati in paese dormitorio,
di recuperare valori di vicinato e convivialità. Durante la prima
guerra mondiale a Moraro c’erano 18 osterie (da questo paese di retrovia
partivano i battaglioni per il fronte San Michele), ora c’è
qualche bar anonimo o il pub. Bisogna recuperare la nostra memoria storica.
La precedente amministrazione ha voluto ristrutturare la piazza centrale:
un lavoro che ci ha indebitati per 350 milioni e ha creato uno spazio
freddo ed estraneo. L’assemblea popolare voleva mantenere il vecchio
pozzo, e si è sentita violentata da questo intervento urbanistico…
E’ possibile una politica nonviolenta in un piccola
paese come Moraro?
I due punti chiave
del mio programma elettorale erano “sì alla buona manutenzione”
e “no a nuove opere pubbliche”. In concreto questo significa
dare priorità alla vivibilità del paese, puntare sulle nostre
tradizioni culturali. Una volta a Moraro c’era la scuola, che ora
ci è stata tolta e accorpata con un altro comune. Io vorrei recuperare
lo spazio dell’edificio scuola per farlo vivere come “scuola
del paese”: biblioteca per gli adulti, ludoteca per i bambini, spazio
di incontro e dibattito per tutti. Il riferimento ideale è quello
dei Centri di Orientamento Sociale di Aldo Capitini…
E dal punto di vista ambientale?
Purtroppo abbiamo un inceneritore che il Piano Regionale
dei Rifiuti vorrebbe potenziare. Io vorrei riuscire a rendere il paese
autonomo nel riciclo dei rifiuti e trasformare l’inceneritore in
una ricicleria: questo tra l’altro aumenterebbe l’occupazione:
i dipendenti locali nel settore dell’ecologia passerebbero da 4 a
8. E poi vorrei valorizzare la componente agricola del nostro comune.
Questi sono i programmi. Ci stai a fare una prima verifica
fra sei mesi?
Benissimo. Appuntamento per il numero di Azione nonviolenta
di gennaio 2000.
ALBERTO TREVISAN
Un Assessore fuori dal Comune
Alberto Trevisan vive a Rubano in provincia di Padova, dove è
stato Assessore all’Educazione alla Pace e ai Diritti Umani; svolge
la professione di assistente sociale, ha 51 anni. E’ uno dei “padri”
dell’obiezione di coscienza in Italia: dal 1970 al 1972 detenuto
nel carcere militare di Peschiera, ha subìto tre memorabili processi,
difeso dall’avvocato Canestrini, per rifiuto del servizio militare.
E’ uscito alla vigilia di Natale del 1972 grazie alla campagna “Natale
a casa per gli obiettori”, usufruendo per primo in Italia della legge
772. Non ha mai smesso l’impegno antimilitarista e nonviolento e
ancora oggi è un fedele collaboratore di Azione nonviolenta.
Politicamente impegnato nei Democratici di Sinistra (segretario
della sezione locale e membro del consiglio federale provinciale), nel
1995 ha dato vita con altri alla lista civica “Vivere Rubano”
che ha ottenuto il 58% dei consensi. Nominato Assessore alla Pubblica
Istruzione, Educazione alla Pace e ai Diritti Umani, è stato attivissimo
inventando iniziative molto apprezzate anche sul piano nazionale nel coordinamento
degli Enti Locali per la pace.
Dopo quattro anni da assessore super attivo, alle ultime
elezioni ha registrato un ottimo successo personale, raccogliendo il maggior
numero di preferenze; “Vivere Rubano” supera il 64% ma Alberto
Trevisan è stato lasciato fuori dalla nuova Giunta e il suo Assessorato
sparisce, trasformato dal sindaco in semplice “delega”. Misteri
della politica… calcolo, alchimie e spartizioni che premiano gli
equilibri tra i partiti piuttosto che il lavoro svolto. Ma Trevisan, che
non è uno che le manda a dire, ha preso carta e penna e ha scritto
la sua lettera di dimissioni dal consiglio comunale.
La seconda “obiezione di coscienza” della sua vita.
La mia scelta vuole essere coerente, passare dalle parole ai fatti,
dare voce alla mia coscienza. I sei milioni e mezzo di persone che il
13 giugno sono rimasti a casa, che rappresentano il partito più
rilevante, sono lo specchio di una società che sta rinunciando
allo strumento più importante: il voto popolare. Dire oggi no a
questa forma di degenerazione e proporre l’altra scelta che mi rimane,
lavorare nella società civile, nel volontariato, tra le vittime
della guerra, mi pare l’unica alternativa che la mia formazione di
pacifista e nonviolento mi chiedono in questo momento.
Un colpo di testa o una decisione meditata? C’è più
rabbia o più delusione?
Ho molto pensato, mi sono confrontato, in tanti mi
hanno chiesto di rimanere. Ho una sola preoccupazione, che non ci siano
ombre in quello che faccio. Anche La Pira e Dossetti rinunciarono alla
politica scegliendo la riflessione e la testimonianza. Non ho abbandonato
il mio impegno, ho solamente scelto una strada diversa, forse più
difficile e lunga, ma l’ho fatto in piena serenità senza ansia
né angoscia.
Eppure il bilancio politico del tuo lavoro come Assessore
era in attivo….
Sono stati quattro anni intensissimi: abbiamo coinvolto
scuole, parrocchie, volontariato. Abbiamo realizzato gemellaggi con città
della ex-Jugoslavia, portato aiuti a Tuzla; in occasione della Marcia
Perugia-Assisi abbiamo ospitato rappresentanti dei popoli di Santo Domingo
e Haiti. Poi abbiamo organizzato dei “Percorsi per non dimenticare”
rivolti soprattutto ai giovani, un convegno su Don Milani e uno su La
Pira, con diffusione nelle scuole dei libri con gli atti.
Abbiamo lavorato molto con i bambini, facendo insieme
a loro e alle associazioni degli ex combattenti la celebrazione del 4
novembre come “Città della pace”. Il primo marzo di quest’anno,
in occasione della ratifica del Trattato Antimine, sul quale abbiamo molto
lavorato, per tre minuti le campane delle chiese e della torre civica
hanno suonato mentre i bambini delle scuole lanciavano palloncini con
messaggi di pace. Insomma, un lavoro straordinario che ha coinvolto attivamente
la comunità locale.
Tutto questo lavoro fatto da solo?
No, certo. Ho istituito un “Ufficio per la pace”
con segreteria e obiettori di coscienza; in servizio al Comune ne avevamo
sei, che al mio arrivo ho trovato demotivati e scoordinati. Per questo
ho lavorato tanto anche nella formazione degli obiettori.
Ma se questo lavoro ha sviluppato la partecipazione,
perché ti hanno tagliato fuori? Sei entrato in contrasto con il
tuo partito?
Il mio è stato un lavoro trasversale; molti non
sapevano nemmeno a quale partito appartenessi. Appena eletto Assessore
ho dato le dimissioni dalle cariche di partito, proprio per essere più
libero e concentrato sull’attività istituzionale. Dopo le
ultime elezioni nessuno ha voluto spiegarmi i veri motivi per cui è
stata chiusa questa esperienza: ho chiesto perché si è voluto
rinunciare all’Assessorato, ma non mi è stata data risposta
pubblica. In mancanza di chiarezza e lealtà ho preferito lasciare;
stando dentro non avrei più potuto portare avanti i valori in cui
credo…
La consideri una sconfitta?
Affatto. Mentre maturavo le dimissioni mi è venuta
alla mente la frase di Alex Langer “non siate tristi, continuate
in ciò che era giusto”.
(Le interviste a Fiorelli e
Trevisan, sono a cura di Mao Valpiana)
DECALOGO MEDITERRANEO / 6
Il dolce farniente con il
piacere della pigrizia
di Christoph Baker
Non ci sono santi. Arriva
il primo giorno di caldo feroce e io sorrido. Dentro. So già che
comincerò a rallentare, che gli altri - anche loro - faranno fatica
a mantenere ritmi cosiddetti efficienti, che la mente di ciascuno inizierà
a navigare fra ricordi e voglia di mare (o di collina o di montagna),
che sembrerà sempre più difficile inseguire traguardi faticosi.
Arriva l'estate e dal profondo di noi cresce la voglia di non fare più
un tubo. O sogno?
Qualche anno fa mi capitò
di toccare con la pelle la grande provocazione della pigrizia.
Però prima, devo
aprire una parentesi semantico-epistemologica. Da quel che mi risulta,
la parola pigrizia in Italia gode di una pessima fama. Anni fa, scrissi
in Azione nonviolenta un piccolo decalogo sul "diritto alla
pigrizia" (con tanta e ovvia deferenza verso il mio nonno ideale,
Paul Lafargue), e mi venne subito cambiato da amici ed editori in "diritto
all'ozio". Essendo da poco arrivato nel Bel Paese, non mi sembrava
il caso di polemizzare. Tuttavia, pigrizia e ozio non sono la stessa cosa,
pensai allora. E lo penso tuttora. Vedete, l'ozio tiene questo legame
nobile con la cultura latina, ha dei connotati filosofici accettati pure
dai borghesi più biechi. Mentre la pigrizia è figlia rinnegata,
roba di fogna, bersaglio di tutti i moralismi. Essere pigri equivale ad
essere delinquenti, il che è una contraddizione in termini. Infatti,
per compiere qualsiasi atto illecito, ci vuole un piano minimo, una strategia,
degli appostamenti, uno studio sulle conseguenze possibili (inclusa la
fuga!). Insomma, una notevole preparazione. E chi dice preparazione, dice
lavoro, giusto? Che c'entra questo con la pigrizia?
Probabilmente, la verità
è che la pigrizia è la più profonda provocazione
culturale a tutte le civiltà che hanno fatto del sudare e del faticare
la loro leva per indottrinare i propri poveri suddetti. Dire che si potrebbe
non fare un tubo, adesso in questo momento, piuttosto che inventarsi una
qualche attività, una qualche frenesia, risulta una sovversione
troppo pesante per l'ordine stabilito delle cose. E giù
anatemi, punizioni, estradizioni, sottili guerre psicologiche (e la guerra
psicologica funziona sempre contro il pensiero debole...), accanimenti
dei familiari, dita puntate col naso tappato. Certo, è duro accettare
una tale provocazione, perché la pigrizia rende il suo contrario
immediatamente assurdo. Se puoi scegliere fra stare fermo e indaffararti,
dimmi tu qual è la scelta più naturale? Ci sono voluti secoli
di educazione nella famiglia e nelle scuole per farci dire - con una finzione
che rasenta il verosimile - che è meglio lavorare che non fare
un tubo. Sogno il giorno dove l'uomo avrà il coraggio di ammettere
che se lavora è perché è costretto, non perché
lo vuole. Non si può andare avanti con questa fatwa
che vede in ogni difensore della pigrizia un nemico da eliminare. Sarebbe
molto più saggio, umile e corretto invece levarsi il cappello davanti
a chi riesce - anche se solo per un beato istante - ad essere pigro, a
non barcamenarsi.
Dicevo di un giorno dove
mi capitò di vivere il senso della pigrizia.
Immaginate un mezzogiorno
infuocato. Il paese si chiama Saint Hilaire d'Ozilhan. Francia profonda
del sud - lontano dalla Costa Azzurra. Due sedie davanti alla porta di
casa. Di fronte un vicolo immerso nel bagliore eclatante di un pomeriggio
di estate. Un sole che picchia, e che lentamente obbliga tutto e tutti
a fermarsi. Infatti, per strada non c'è più nessuno, non
vola una mosca, non si sente nemmeno un neonato piangere (forse la saggezza
da queste parti non li fa nascere in piena estate...). Il mio amico ha
chiuso gli occhi, ma immagino che non stia dormendo. Piuttosto si protegge
da una luce così bianca. Le gambe distese davanti a me, la mano
sinistra intorno ad un bicchiere di rosato (a pochi chilometri, c'è
Tavel) posto sotto la sedia, gli occhi socchiusi, un senso di benessere
primordiale invade il mio corpo. Non ci sono più impulsi, slanci,
elucubrazioni. Tutto si spegne inesorabilmente. In un momento magico,
cesso di esistere eppure non sono morto, semplicemente non conto più
niente. Alla faccia degli ambientalisti eccitati, sono diventato tutt’uno
con la natura. Per lunghi istanti di totale godimento, non succede più
niente, niente ha più importanza. Il Tempo si è fermato
e ha scelto di farlo proprio qui davanti a casa mia. Con una lentezza
aristocratica, l’amico si gira verso di me, socchiude un occhio e
sorride. In questa infinità sospesa, nel momento preciso in cui
solo la vita può dare la giusta pennellata, nel raggio di sole
plumbeo che lava la viuzza di fronte a noi, in questo momento dove non
succede più nulla... lento, pigro, reale, un gatto attraversa la
strada. Aaaaaaah.............
So che a pochi chilometri
passa la statale con i suoi camion che portano roba che non serve in posti
dove gente è convinta che invece serve. So che a quindici minuti
da qui, ci sono città che ronzano lo stesso di attività
umane incuranti delle stagioni. So che fra un po' ci sarà un aereo
che frantumerà la magia con quel sordo e sordido rombo di turbine.
E vabbe'! Ma in questo preciso momento, non c'è niente che disturba,
che interrompe, che distrae. In questo preciso momento, imparo la lezione
della pigrizia e mi avvicino alla poesia del dolce farniente.
Per molti anni della mia
vita, quando contava andare avanti a tutti i costi, quando seguivo
le mie ragioni vincenti, la nozione di non fare niente era legata principalmente
ai ricordi d'infanzia. Erano ricordi di pomeriggi sdraiato nell'erba dietro
casa a viaggiare nelle nuvole. Ore sul letto della mia stanza appoggiato
al muro a fissare un punto sospeso nell'aria a qualche centimetro. O la
prima volta che ho guardato dentro il sole mentre tramontava sopra l'oceano
mai addomesticato del Maine, e mia nonna che mi sgridava che così
sarei diventato cieco. Ma anche seduto su un muro mentre una nevicata
silenziosa copriva di bianco tutto il mondo intorno. E il gusto indimenticabile
di un fiocco di neve che si scoglie sulla lingua. Per non dire delle volte
in cui uno lascia che una formica o un ragno si faccia la sua santa passeggiata
sul braccio. Che un uccello si posa inconsapevole a un metro di te, e
non fare niente per spaventarlo. Ma sono stati anche momenti di ipnosi
davanti al camino, davanti all'eterno perpetrarsi della materia che diventa
luce. Sono cose che sembrano niente nel momento in cui uno le vive. Poi
invece diventano compagni di strada, rifugi sicuri nei momenti di scoraggiamento,
punti di riferimento sempre più nitidi, più ovviamente importanti,
mentre navighiamo a vista in questa confusione che è la nostra
vita.
Oggi, l'imperativo di fare
qualcosa è diventato una specie di diktat. Quante volte il discorso
del cambiamento si frantuma sulla domanda micidiale del "cosa si
può fare?" Su questa questione condannata a rimanere senza
risposta seria, si sono costruite alcune fra le più grande disgrazie
della storia umana. Si sono fatto guerre, colonizzazioni, cooperazioni,
opere di bene variegate. Si sono fatte colate di cemento, chilometri di
autostrade e ferrovie, supermercati mostruosi. Si sono arresi affetti
ed amori. Si sono sviluppate solitudini mai cantate, forse inenarrabili.
Cosa si può fare? è una domanda perversa, perché
fa il vuoto intorno a se. Si erige a valore morale, mentre è solo
uno specchio della paura di accettare la nostra futilità, la nostra
fragilità. Pensiamo che facendo qualcosa, riusciamo a dare
un senso alla nostra vita. Ma quasi sempre - e questo lo sappiamo tutti
dentro - è solo una scusa per non affrontare il grande punto interrogativo
della nostra esistenza.
Allora mi chiedo: non sarebbe
più saggio cominciare intanto a fare meno? Non sarebbe questo
già un primo passo verso un approccio più tranquillo alla
vita, questa meravigliosa cosa che ci è stata regalata, tutti i
soprusi, tutte le ingiustizie, tutte le amarezze comprese? Non sarebbe
un modo di mettere una sana distanza fra se e i compiti che bisognerebbe
sempre portare a compimento? Questo condizionale del dovere che ci ha
rovinato i sogni, che ci ha portato ad uccidere le proprie emozioni. Quando
impareremo a cacciare con un rovescio della mano gli imperativi della
bella figura? E avere il coraggio, o almeno l'audacia, di puntare
il dito al ridicolo di tutto questo indaffararsi in continuazione, come
se i nostri figli non vedessero - come è sempre stato - che il
re, tutti i re sono nudi.
Facendo meno, potremo cominciare
a pulire il nostro cervello dall'inquinamento mentale cui è stato
sottoposto dalla più tenera infanzia. Ci potremo sbarazzare di
tanti luoghi comuni che esistono solo per rafforzare lo status quo. Tipo:
Prima il dovere, poi il piacere. Il lavoro nobilita l'anima.
Prendi il destino nelle tue mani. Non guardare indietro. Per non parlare
dei: Questo è uno che si è fatto da solo. Sarà
pure antipatico, ma guarda dove è arrivato oggi. Ricordati che
nessuno ti fa un favore. Mangia prima di essere mangiato. E così
via.
Pulendo la nostra povera
mente, intanto facciamo un favore al corpo. Un corpo che ha ritmi biologici
che sfuggono ai nostri riduzionismi razionali, checché ne dicano
i paladini dell'efficientismo. Quando hai mangiato, è normale che
l'energia corporale si dedichi alla digestione. Tutti gli animali una
volta che hanno mangiato, vanno a riposare. E anche gli umani, nelle società
intelligenti che ancora esistono (per fortuna!), schiacciano un sano pisolino
dopo avere pranzato. Siamo sfigati noi, quelli della modernità,
che ce la sogniamo la siesta dopo pranzo. Eppure, ancora vent'anni fa'
nel Bel Paese, era la norma. L'eccezione era l'orario continuo. Come siamo
caduti in basso!
Oggi - mentre scrivo - le
cicale riempiono l'aria del loro canto aspro e tuttavia dolce. Allora
penso a Jean de la Fontaine, lo scrittore dell'inno sciagurato alla formica
costruito sulla condanna della cicala. Perché mentre quel minuto
insetto nero raduna quantità immane di provvigioni per l'inverno,
la spensierata cicala non pensa ad altro che cantare. Bene. Primo
punto: non è vero che le formiche sono delle grandi lavoratrici.
Studi antropologici (per di più portati avanti da studiosi svizzeri
tedeschi - on aura tout vu!) sulle formiche hanno evidenziato come
quel gran daffare non abbia viceversa un gran senso. Infatti, nella maggioranza
dei casi, dopo essersi incollata, che so, un granello di riso tre volte
le dimensioni del proprio corpo per decine di metri, la formica ad un
certo punto se ne disinteressa completamente. Lo abbandona e riparte a
caccia di un altra impresa altrettanto inutile. Quindi, l'inverno arrivato
si troverebbe sprovvista esattamente come la cicala. Ma in verità,
all'inverno una formica non ci arriva quasi mai.
Punto due: chi l'ha detto
che cantare è antitetico con le provvigioni per l'inverno? Anche
(forse soprattutto) l'inverno, il cuore ha bisogno di essere rassicurato,
mentre il freddo di fuori lentamente invade anche le nostre emozioni più
intime. Quante volte nel pieno di febbraio ho acchiappato la chitarra
per suonare una ballata o un blues scaccia-depressione. Ma rovesciando
la cosa, che ne sarebbe dell'estate senza il canto della cicala? Se anche
la cicala stesse occupata tutto il tempo a raccogliere roba per l'inverno?
Personalmente, sentirei un grande vuoto laddove oggi vivono ricordi dolci
di estati mediterranee. Pini marittimi, palme, gelati, ombrelloni, strusci,
tramonti seduti su sbiadite panchine di legno, aghi di pino che riempiono
la strada, sabbia scottante e mare tiepido. Senza le cicale, tutto questo
forse non sarebbe mai esistito...
Mi rendo conto che una divagazione
di questo genere può far pensare ad un atteggiamento tutto sommato
egoista o almeno individuale. Sarebbe riduttivo! Infatti la pratica del
dolce farniente va goduta insieme ad altri. Vuoi mettere quattro
amici intorno al tavolo di un caffè o sdraiati al mare? Senza programmi,
senza "problemi", senza rancori? Con silenzi maestosi che si
frappongono a conversazioni demenziali
(l'oggetto può variare dalla campagna acquisti della squadra di
calcio alle ultime sciocchezze della politica, dalle raccomandazioni della
suocera ai pettegolezzi d'ufficio, dal viaggio sognato tutta una vita
all'Isola di Pasqua ad un amore troppo bello per potere durare, e così
via...), dove si scopre che non abbiamo niente da invidiare alle più
sofisticate pratiche di meditazione trascendentale?
Una cosa è sicura,
starsene fermi a non fare niente ci consente di osservare il mondo intorno
con un distacco affettuoso. Come sembrano smarriti questi nostri simili
che ogni minuto del proprio tempo libero lo devono riempire di cose da
fare, di sforzi da compiere, di imprese da realizzare. Mentre lentamente
sorseggiamo un bicchiere di vino bianco magari del Collio, vediamo
sfrecciare davanti a noi uomini sudati in pantaloncini e scarpe di ginnastica
o su delle biciclette strane. Sappiamo che rispondono a "inputs"
vari lanciati da mogli, colleghi, pubblicità e moda. Non possiamo
quindi giudicarli più di tanto. Però fanno un po' pena,
questo sì. Vediamo altrettanto un nostro vicino di tavola che non
smette di parlare al telefonino, e anche a lui vanno i nostri sentimenti
di dolce disprezzo. Come se facesse paura lasciare scorrere il Tempo.
Come se avessimo il timore che un Grande Gendarme venisse ad infliggere
multe salate a chi non si fa trovare in qualche modo indaffarato in qualche
cosa.
La verità sta invece
dall'altra parte. La zappa sui piedi ce la diamo da soli. Ci auto-multiamo
ogni volta che invece di starsene fermi, ci inventiamo qualcosa da sbrigare.
Immagino qualche leggero mugugno da parte di donne (e uomini) casalinghe,
che mi ricorderebbero che loro con i lavori domestici non "hanno
tempo" per simili esercizi oziosi. Al grido di "scaglia la prima
pietra tu che non hai mai peccato", gli direi che sono convinto che
è più facile prendersi un momento di vero onesto rilassamento
fra i piatti da lavare e i letti da fare, che non in fabbrica o all'ufficio
o allo studio. Comunque, come al solito, in questo discorso del dolce
farniente, non è che ci sia una teoria vincente e convincente,
basta provare per credere...
In fondo, il dolce farniente
può essere l'occasione di un calmo viaggio all'interno di noi stessi.
Ci si può dare il minimo di disciplina perché i pensieri
brutti, i ricordi amari, le ansie più pressanti non vengano a disturbare,
e addentrarsi piano piano nel mondo misterioso delle cose non fatte. Lasciare
che vengano a galla i nostri buoni propositi incompiuti (dopo tutto anche
Beethoven e Schubert qualcosa di incompiuto l'hanno lasciato dietro...),
i nostri sogni impolverati, i nostri desideri rinnegati. Non fare niente
ci permette di inseguire un pensiero passeggero, una musica sconosciuta
ma familiare, contemplare il viso di un essere caro. E non trarne subito
delle conseguenze. Troppo complicato. La pigrizia infatti è una
grande lezione di semplicità.
Ognuno può avere
il proprio tempo, il proprio spazio in cui non fare niente. Da quando
sono piccolo, il mio spazio è l'orizzonte infinito del grande mare
interno visto da un estesa di sabbia (preferibilmente). Alcuni anni fa,
mi ritrovai a trascorrere un mese sul mare di Terracina. Era luglio e
quindi ancora poca gente sulla spiaggia, soprattutto mamme, nonne e piccoli
bambini. Scoprii il miracolo del mammismo all'italiana: alle dodici in
punto all'improvviso si svuotava la spiaggia, tutti a casa per la pappa
e il riposino. Nessuno sarebbe tornato prima delle quattro. Quattro ore
di santa pace! Mi adagiavo allora nella mia sdraio, lo sguardo perso all'orizzonte
fino ad indovinare le sagome di Zanone e Ponza in lontananza. Il bagnino
era un napoletano dalla faccia vissuta e ironica. Pochi minuti dopo la
transumanza dei rampolli e madri, mi versava un bicchiere di Falanghina
dei Campi Flegrei fresca fresca. Mi bastava allungare il braccio per
prendere quel liquido divino, senza mai staccare la vista dal mare blu.
E come per magia, verso l'una mi sentivo invitare ad assaggiare due fili
di spaghetti alle vongole...
In quella sdraio e per un
mese (manco fosse un rituale proto-edonistico), ho praticato il vero dolce
farniente. Sotto un sole bianco che picchiava il dovuto, gli occhi socchiusi,
ho potuto dedicarmi in santa pace al più serio dei viaggi oziosi:
il sogno. Ho sognato un mondo diverso, dove ognuno poteva esprimere la
propria originalità ed inseguire la propria creatività.
Un mondo che si prendeva il Tempo di vivere, di godersi ogni momento -
anche i momenti tristi, anche la tristezza va goduta. Un mondo che stava
più attento alle sfumature, ai dettagli, alle pause e ai silenzi,
agli sguardi, ai suoni. Un mondo dove i ricordi hanno pari dignità
con i progetti futuri. Ho sognato grandi tavole bandite a festa, con tutt'un
ben di dio da mangiare e bere, con amici e sconosciuti a festeggiare il
solo miracolo di essere vivi. E al crepuscolo, con le prime note di un
bouzouki o di una chitarra, vedere alzarsi le prime coppie che fino a
tardi avrebbero ballato sotto un cielo stellato. Ho sognato il passo di
danza sul cavo teso sopra l'abisso. Ho sognato che la paura non era più
una condanna a cercare rifugio nella prima teoria rassicurante, ma che
diventava una compagna di viaggio. Ho sognato che l'assenza d'amore non
era automaticamente odio o amarezza.
Con l'unica scadenza dell'alzare
del sole e del tramonto, con nessun programma da implementare,
con la pelle che si riscalda e così riscalda anche il cuore e l'anima,
ho scoperto la fragilità, a volte la futilità, di tutte
le imprese che portiamo avanti per cercare di dare un senso alla nostra
vita. Ho scoperto che la vita - la nostra vita come quella di tutte il
resto del mondo vivente, gli oceani e i ruderi di castelli catari inclusi
- scorre maestosa intorno a noi, grande fiume generoso anche se spesso
torrenziale, che malgrado tutti i nostri errori, le nostre presunzioni,
le nostre misere arroganze, ci culla il tempo di un lungo sogno che è
il nostro passaggio su questa terra. E al crepuscolo del nostro viaggio,
se abbiamo imparato la lezione del dolce farniente, avremo con noi - dentro
di noi - la ricchezza dei sogni, dei ricordi e della nostalgia che
ci permetterà di chiudere tranquillamente gli occhi. E di avere
paura un’ultima volta...
SONO SOLO CANZONETTE? / 1
Suoneranno le nostre campane…
Mentre ancora erano nell’aria gli echi delle trombe di guerra,
l’imprevisto ed enorme successo di una canzone pacifista ci ha dato
l’occasione per una riflessione sui rapporti fra musica-canzoni e
pace-nonviolenza.
A cura di Paolo Predieri
Maggio 1999: mentre sui Balcani continuano a piovere le
bombe Nato, in Italia i cantanti "scendono in campo per la pace e
contro la guerra" e la più famosa cantante kossovara "combatte
con le canzoni".
Ancora una volta emerge il connubio fra musica e pace,
fra canzoni e nonviolenza ? Non esattamente, anzi: i cantanti non si sono
opposti direttamente alla guerra, ma hanno raccolto fondi per i bambini
del Kossovo giocando a calcio, mentre Eleonora Jakupi, cantante kossovara
di origine albanese, ha cantato addirittura per la guerra, tenendo concerti
in tutta Europa a sostegno dell’Uck. “Solo quando avremo vinto
la nostra guerra – ha detto – tornerò a cantare canzoni
d’amore”.
Giugno 99: “Il mio nome è Mai Più”
, scritta e cantata da Ligabue, Jovanotti e Pelù esce mentre vengono
stipulati gli accordi che determinano la fine delle operazioni di guerra
nei Balcani, vende 100.000 copie in due giorni e va subito al primo posto
nelle classifiche dei dischi. E’ una canzone chiaramente contro la
guerra e un successo così fulmineo sembra dimostrare che il pubblico,
sooprattutto giovanile, aveva bisogno di un’operazione musicale di
questo genere…
"La musica insegna a vivere, e quella sola civiltà
sarebbe perfetta ove tutto quanto, uomini e cose, si muovesse a suon di
musica" ha detto Alberto Savinio, ma l’impegno e l’opposizione
alla guerra di musicisti e cantanti è un luogo comune o un fatto
verificabile ?
Se la musica dà forma alle idee, incorpora melodicamente,
ritmicamente, sonoramente i comportamenti, i gesti, gli atteggiamenti
e attraversa i fenomeni sociali, coinvolgendo anche profondamente la vita
di tutti, quando e come può dare un contributo importante all’affermazione
della nonviolenza ?
Sicuramente molti lettori di An avranno qualcosa da dire
e queste pagine vogliono, fra l’altro, sollecitare interventi e contributi
che arricchiscano il quadro, per forza di cose incompleto e disorganico
che tentiamo di offrire. Conoscenze e competenze diverse, molteplici punti
di vista, svariate prospettive di ricerca, possono evidenziarsi se associamo
la musica alla pace e alla nonviolenza.
Ogni oggetto e ogni fatto musicale hanno generalmente
una forte carica di ambiguità: possono essere interpretati e usati
con significati anche opposti: musica classica linguaggio universale che
unisce i popoli o prospettiva individualista fonte di pesanti discriminazioni
? Gregoriano elevazione dell’anima o resto archeologico di un mondo
passato ? New age espressione del rapporto con la natura o alienazione
e banalizzazione della musica e della natura stessa ? Rock benefattore
dell’umanità o diabolico corruttore dei giovani ?
Queste caratteristiche ambivalenti della musica hanno
conseguenze di grande importanza dal punto di vista nonviolento: provocano
il dibattito e aprono possibilità di dialogo basandosi su un'esperienza
comune.
2.
Il collegamento fra musica e lotta, fra musica e movimenti
popolari è facilmente verificabile. Se ci soffermiamo sul genere
canzone: lotte di liberazione, movimenti sindacali e politici, momenti
di protesta, sono spesso stati accompagnati da canzoni in abbondanza.
Ad esempio, la Rivoluzione francese ha prodotto oltre 3000 canzoni (1)
e, non a caso, Josè Marti, autore del testo di Guantanamera, è
un eroe dell'indipendenza cubana, con tanto di monumento nella piazza
centrale a L’Avana.
Quando si è manifestata un’opposizione diretta
alla guerra, sono fiorite le canzoni antimilitariste(2), prima forma di
obiezione in musica: contro la 1^ guerra mondiale (3), contro la guerra
francese in Algeria, contro la guerra Usa in Vietnam…
Alcuni generi musicali sono stati, in particolari momenti
storici, veicolo, rappresentazione e sostegno di una lotta politica o
di un fenomeno sociale. Un esempio eccezionale è quello del jazz
nell’Europa occupata dai nazisti, proibito come “musica degenerata”
degli ebrei e degli zingari, era diventato motivo di aggregazione popolare
e di disobbedienza, con un larghissimo seguito, anche fra gli ufficiali
tedeschi(4); e poi il rock’n roll che si afferma a
metà degli anni 50 come espressione liberante dei giovani nei confronti
degli schemi vecchi e rigidi degli adulti; e ancora il rap
come alternativa alla cultura bianca nei ghetti neri e il reggae
come voce della liberazione afro-americana…
Abbiamo anche avuto l’uso di musica e canti in lotte
nonviolente. Sharp presenta nove esempi storici avvenuti fra il 1901 e
il 1968 in diversi Paesi e spiega come “ in condizioni adeguate il
cantare può costituire una tecnica di protesta nonviolenta, ad
esempio se si canta durante un discorso indesiderato o se si cantano canzoni
o inni in contrapposizione a quelli, boicottati, organizzati dall’avversario;
se si canta mentre si è impegnati in una marcia, in un gesto di
disobbedienza civile o in qualche altro atto di opposizione”(5).
Esiste qualche tentativo di analizzare precisamente la funzione del cantare
e l’eventuale utilità di un repertorio specifico nella preparazione
e nella realizzazione di azioni dirette nonviolente (6).
NOTE
1 – B.Brévan, Musica e Rivoluzione francese,
Unicopli-Ricordi 1986
2 – esistono raccolte come: Non marcerò più
(Mir PD, ’82), Canzoni per la Pace (a cura di C.Murtas, ed. Napoleone
’84), No war (Gammalibri ’91); dischi e spettacoli: “Le
canzoni del no” di Maria Monti, “Non spingete scappiamo anche
noi” dei Gufi (1968), “Gli allegri macellai” di Raffaella
De Vita (1984).
3 – oltre a raccolte come quella di G.Vettori, Il
folk italiano, Newton Compton 1976, va ricordato il disco “Maledetta
sia la guerra e i ministri” del Duo di Piadena
4 – M.Zwerin, Musica degenerata, Edt 1993
5 – G.Sharp, Politica dell’azione nonviolenta,
Ega 1987, vol.II le tecniche, cap. VI
6 – P.Predieri e G.Stefani, Canzoni e dpn, su: Una
strategia di pace, ed. Fuori Thema 1993
P.Predieri, Ipotesi di costruzione di un repertorio funzionale
alla formazione dpn, Firenze 1993
Bianco e nero, ebano ed avorio
C’è chi è riuscito ad utilizzare l’industria
dello spettacolo come veicolo per sollevare un problema o addirittura
per precise iniziative politiche o per campagne vere e proprie. Un esempio
qui trattato a parte è quello del riconoscimento della nascita
di Martin Luther King come festa nazionale Usa, mentre un interessante
campionario di casi individuali e collettivi ci viene dalla grande lotta
per l’abolizione dell’apartheid in Sudafrica che, in particolare
nell’ultima fase, ha trovato fra gli artisti importanti appoggi:
-
la canzone = “It’s wrong (apartheid)"
(=l’apartheid è sbagliata). Stevie Wonder pubblica nel
1985 una canzone molto esplicita che, per l’alto valore artistico,
sfugge alla censura sudafricana lasciando quindi circolare liberamente
un preciso messaggio.
-
il gruppo = Johnny Clegg, musicista bianco inglese
che vive in Sudafrica dall’età di 6 anni, suona spesso
con musicisti neri e, nel 1985, assieme ad altri 3 bianchi e 4 neri
forma i “Savuka”, gruppo misto che propone
in Sudafrica e nel mondo la musica e i balli sudafricani, superando
nei fatti la divisione e creando canzoni-simbolo del movimento antiapartheid
come “Asimbonanga”, primo tributo a Mandela proveniente
dal Sudafrica, regolarmente pubblicata anche se proibita per le trasmissioni
radio locali.
-
il fronte di boicottaggio = Sun City
è la Las Vegas del Sudafrica, vero proprio insulto dei bianchi
nei confronti delle misere condizioni della stragrande maggioranza
del popolo nero sudafricano. L’Onu aveva chiesto agli artisti
di boicottare Sun City. Chi non ha accolto questo invito come F. Sinatra,
si è anche visto rifiutare l’ingresso in alcuni Paesi
del nord Europa. Molti altri, rinunciando a lucrosi contratti, hanno
risposto positivamente. Fra questi, nel 1985, un gruppo ben nutrito
e qualificato si è espresso collettivamente realizzando un’eccezionale
esperienza sia musicale che politica. La titol-track, che esprime
i motivi dell’opposizione all’apartheid (“non andrò
ad esibirmi a Sun City”), come l’idea di tutta l’operazione
che ha formalizzato l’aggregazione Artist United Against Apartheid,
è di Little Steven.
-
il disco-spettacolo 1 = Paul Simon non aderisce
alla campagna di boicottaggio e nel 1986 va in Sudafrica a registrare
“Graceland” , un Lp di enorme successo, con musicisti
locali. Da una parte mette in primo piano i musicisti e la cultura
dei neri sudafricani portandoli poi in giro per il mondo, dall’altra
parte il messaggio resta molto ambiguo, sia nei testi , sia per la
partecipazione di Linda Ronstandt, cantante dichiaratamente contraria
al boicottaggio che ha continuato ad esibirsi tranquillamente a Sun
City.
-
il disco-spettacolo 2 = Harry Belafonte, famoso
alla fine degli anni cinquanta e poi emarginato anche a causa della
partecipazione alle campagne di Martin Luther King, rimesso in gioco
grazie allo spazio politico riaperto nel mondo musicale da “Live
Aid”, dopo un silenzio di tantissimi anni, si ripresenta nel
1988 con “Paradise in Gazankulu”, un disco e uno
spettacolo dedicati chiaramente alla lotta contro il razzismo e al
ruolo politico della musica. La produzione ha dimensioni simboliche:
le basi musicali sono registrate da musicisti neri in Sudafrica e
le voci a New York. Il disco è un patchwork che prefigura un
mondo senza confini, senza però fingere di ignorare che i confini
esistono.
-
i megaconcerti con obiettivo dichiarato = "Mandela
Day" allo stadio di Wembley a Londra. Il 18 luglio 1988,
70° compleanno di Nelson Mandela, si tiene un megaconcerto con
l'obiettivo dichiarato di far liberare il leader dell'Anc entro un
anno. L'obiettivo viene mancato solo per qualche mese: Mandela verrà
liberato l'11 febbraio '90, dopo 27 anni di carcere e sarà
festeggiato dai musicisti in un nuovo concerto sempre a Wembley il
16 aprile '90. Mandela dichiarerà poi: "perfino attraverso
le mura dei penitenziari sudafricani sentivamo le voci dei grandi
artisti che chiedevano la nostra liberazione. Così non abbiamo
mai perso la fiducia di uscirne e di sconfiggere il sistema dell'apartheid".
Buon compleanno Martin Luther King !
Il 15 gennaio (1929), data di nascita di M.L.king, è festa nazionale
negli USA. C’è voluta una vera e propria campagna, durata
circa 10 anni, per ottenere questo riconoscimento. La campagna non ha
avuto solo un carattere simbolico, ma ha rivolto la lotta dei neri e degli
emarginati nei confronti dei tagli alle spese sociali voluti dall’Amministrazione
Reagan e ha ribadito la richiesta di un maggior impegno per i diritti
civili, pur riconosciuti formalmente negli USA grazie alle lotte nonviolente
degli anni ’60.
Il momento culminante della campagna fu una manifestazione
alla Casa Bianca, il 15/01/1982, convocata da Stevie Wonder che, proprio
per l’occasione, scrisse la canzone “Happy Birthday”, contenuta
nel LP “Hotter than July”
HAPPY BIRTHDAY
(Stevie Wonder)
Davvero non ho mai capito perché
un uomo che è morto per il bene
non debba avere un giorno per ringraziarlo
Qualcuno può non vedere il sogno
cosi chiaro come lui lo ha visto
e allora lo considera un’illusione.
Ma tutti noi sappiamo che il tempo porterà avanti
Quello che lui sosteneva e rappresentava.
I nostri cuori in pace canteranno:
grazie a Martin Luther King
E buon compleanno a te !
Perché in ogni parte del mondo
non c’è mai stata una festa
per celebrare la pace?
Per noi è arrivato il momento di averla.
Tu conosci la via della verità:
l’amore e l’unità di tutti i figli di Dio.
Sarà un grande avvenimento
e l’intera giornata si dovrebbe impiegare
per un pieno ricordo di chi è vissuto e morto
per l’unità di tutti i popoli.
Perciò cominciamo tutti noi
sappiamo che l’amore può vincere:
lasciamolo uscire, non teniamolo chiuso in casa
Cantiamo il più forte possibile:
Buon compleanno a te !
LA
NONVIOLENZA NELLA LETTERATURA / 6
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
di Claudio Cardelli
Il Tasso (1544-1595) celebrò,
nel suo poema eroico in ottave, la prima crociata e la conquista di Gerusalemme
da parte di cristiani (1099), in un’epoca che aveva visto riaccendersi
il conflitto con l’Islam: la vittoria a Lepanto della flotta cristiana
sui Turchi è del 1571. Eppure non fu un poeta integrato nell’austero
programma della Controriforma: il suo spirito, assetato di gloria e di
gioia terrena, fu tormentato da laceranti conflitti interiori che lo portarono
alle soglie della follia.
Nato a Sorrento, dal 1565 al
1577 visse a Ferrara alla corte degli Este, prima al servizio del cardinale
Luigi, poi del duca Alfonso II. È il periodo in cui compose il
suo capolavoro, ma comparvero anche i primi segni di squilibrio e di mania
di persecuzione. Nel 1579, avendo dato in escandescenze proprio durante
le nozze del duca, il poeta venne arrestato e rinchiuso per 7 anni nell’Arcispedale
S. Anna (ora sede del Conservatorio musicale).
Solo nel Luglio del 1586, per
interessamento del principe Vincenzo Gonzaga, poté riparare a Mantova,
da dove tuttavia fuggì l’anno dopo per recarsi a Roma. Qui
visse gran parte degli ultimi anni fino alla morte prematura (25 aprile
1595, nel convento di S. Floriano). Pochi giorni prima aveva inviato all’amico
A. Costantini l’ultima lettera:
Che dirà il mio signor
Antonio, quando udirà la morte del suo Tasso? E per mio aviso non
tarderà molto la novella, perch’io mi sento al fine della
mia vita, non essendosi potuto trovar mai rimedio a questa mia fastidiosa
indisposizione, sopravenuta a le molte altre mie solite: quasi rapido
torrente dal quale, senza potere avere alcun ritegno, vedo chiaramente
esser rapito (………)
Leopardi, che sentì molta
affinità tra la propria vita e quella dell’infelice poeta,
ne scrisse nei Canti (Ad Angelo Mai) e nelle Operette morali.
Quando si trovò a Roma nel 1823, ne visitò la tomba:
Venerdì 15 febbraio
1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è
il primo e l’unico “piacere” che ho provato a Roma
(………). Molti provano un sentimento d’indignazione
vedendo il cenere di Tasso, coperto e indicato non da altro che da una
pietra larga e lunga circa un palmo e mezzo, e posta in un cantoncino
d’una chiesuccia. Io non vorrei in nessun modo trovar questo cenere
sotto un mausoleo. (lettera al fratello Carlo).
Le sofferenze causate dalla guerra
La Gerusalemme liberata,
composta sulla traccia dell’Iliade e dell’Eneide,
si propone di esaltare le imprese dei crociati contro gli infedeli;
in realtà è una rappresentazione del dolore e delle sofferenze
umane, derivanti dalla violenza della guerra. Vi è dominante il
tema della infelicità amorosa: Tancredi, l’eroe cristiano,
ama Clorinda, schierata sul fronte opposto; la maga Arminda viene abbandonata
da Rinaldo, di cui si è innamorata; Erminia ama, non riamata, Tancredi.
Il poema è modulato su
un’onda di struggente malinconia: la felicità vi appare come
un miraggio irraggiungibile, poiché la guerra divide, contrappone,
semina dolore. Erminia, dopo una fuga notturna a cavallo attraverso un’antica
selva, si risveglia tra i pastori e un vecchio le parla, tessendo l’elogio
dell’umile vita agreste:
………a me sì
cara,
che non bramo tesor né
regal verga;
né cura o voglia ambiziosa
o avara
mai nel tranquillo del mio
petto alberga.
Spengo la sete mia ne l’acqua
chiara,
che non tem’io che di
venen s’asperga;
a questa greggia e l’orticel
dispensa
cibi non compri a la mia parca
mensa.
Ché poco è
il desiderio, e poco è il nostro
bisogno, onde la vita si
conservi.
Son figli miei questi ch’addito
e mostro,
custodi de la mandra, e non
ho servi.
(VII, 10-11)
La morte di Clorinda
L’episodio più drammatico
del poema è la morte di Clorinda, la quale, uscita da Gerusalemme
con Argante per dar fuoco alle macchine d’assedio dei cristiani,
rimane chiusa fuori, presa com’è dal furore guerriero. Tancredi,
non riconoscendo sotto l’armatura la sua armata, la insegue e, dopo
un accanito duello, la uccide. Le ultime parole di Clorinda sono dettate
da un sentimento di perdono e di riconciliazione:
- Amico, hai vinto: io ti
perdon……perdona
tu ancora, al corpo no,
che nulla pave,
a l’alma si: deh! Per
lei prega, e dona
battesmo a me ch’ogni
mia colpa lave. -
In queste
voci languide risuona
un non so che di flebile
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