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L'attualità
TRA EUROPA E ASIA
Alberto Negri
UN POPOLO SACRIFICATO DAI POTENTI
Tonino Perna
UNA GUERRA (INEVITABILE ?) CHE DURA DA CENT'ANNI
Pierfelice Bellabarba
LA NONVIOLENZA PER RICONCILIARE
Francesco Grasselli
NOTIZIA "BOMBA" CONTRO LA NATO
Obiezione
OBIETTORI E DISERTORI DI TUTTI I PAESI
Ozio ...in corso
SUA MAESTA' IL TEMPO
Christoph Baker
S. FRANCESCO, CIVILTA' ITALIANA
Claudio Cardelli
LE PERIFERIE DELLA MEMORIA PROFILI DI TESTIMONI DI PACE
Sergio Albesano
DING ZILIN E JANG PEIKUN
LA MEMORIA DI TIENANMEN
ANNO 2000 MARCHIATO NESTLE'
Paolo Macina
AN IN RITARDO? DISSERVIZIO POSTALE
Ci hanno scritto
ACCORDO NATO-SERBIA
Due guerre Quale
pace?
di Mao Valpiana
L’accordo di pace è stato firmato. Tutto bene,
quindi? Ha vinto la fermezza americana? Il dittatore di Belgrado è
stato piegato? Avevamo torto a chiedere lo stop dei raid aerei?
A bocce ferme, meglio fare qualche riflessione..
Anche i più ingenui filo-Nato, gli irriducibili
anti-Milosevic, i sinceri assertori dei diritti kossovari, devono ammettere
che nell’intervento degli Alleati contro la Federazione Jugoslava
qualcosa non ha funzionato. I mezzi utilizzati (bombardamenti su obiettivi
militari, poi via via estesi alle città) non erano correlati al
fine dichiarato (l’Argomento: “bloccare la pulizia etnica attuata
dai serbi contro gli albanesi”): tant’è che i profughi
in fuga all’inizio del conflitto erano circa 200.000, alla fine superano
il milione. Non parlerò degli “effetti collaterali” (strage
di civili, bombe all’uranio, bombe nell’Adriatico e nel Garda,
bombe sui profughi, le ambasciate, gli ospedali) che pur sono gravissimi
e criminali, ma che tuttavia rispetto all’Argomento si potrebbero
anche ritenere secondari. Ammesso e non concesso….
La strategia militare scelta non ha fatto cadere Milosevic,
né ha impedito il progressivo spopolamento del Kossovo. Qualcuno
tra i responsabili politici dei paesi dell’Alleanza ha ammesso che
c’era la convinzione di concludere l’attacco in pochi giorni.
Così non è stato, e c’è da dubitare che gli
strateghi militari Usa (il meglio in questo campo che ci dovrebbe essere
sul pianeta) non sapessero cosa stavano facendo. Noi profani di cose belliche
(ma un po’ di storia l’abbiamo studiata) immaginiamo che per
fermare militarmente sul campo la milizia serba che compie stragi, stupri,
brucia case e riempie fosse comuni, la strategia più efficace sarebbe
stata quella di un intervento di terra, con artiglieria e copertura aerea,
attuato da truppe specializzate per bloccare i serbi in azione e presidiare
le zone dove ancora non erano giunti. I capi militari rispondono che il
prezzo da pagare sarebbe stato troppo alto e che prima, comunque, bisognava
indebolire l’intero sistema serbo. E qualcuno ha ammesso che l’obiettivo
finale non era più solo la difesa dei civili del Kossovo, ma la
capitolazione della Jugoslavia. In effetti sembra di capire che l’effetto
finale sia stato proprio quello di mettere in ginocchio l’intera
società serba, fino in fondo, creando le condizioni per occupare
militarmente la zona. I profughi Kosovari erano sempre più delle
comparse in questa guerra e ora sembrano destinati a passare l‘inverno
nelle tendopoli: quello che interessa è la supremazia Nato in un’area
geografica strategica. Questo dicono i fatti.
A noi cosa resta da fare? Innanzitutto, come ci ha insegnato
Gandhi, ricercare e dire la verità. E sono tre le verità
che balzano subito agli occhi.
-
Abbiamo assistito a due diverse e distinte guerre:
quella dei serbi contro i kossovari, e quella della Nato contro la
Serbia.
-
La pulizia etnica in Kosovo esisteva e bisognava intervenire
per fermarla con mezzi adeguati al fine (non farlo sarebbe stata un’imperdonabile
omissione di soccorso).
-
L’intervento della Nato aveva altri obiettivi
e non è servito a salvare il Kosovo.
In ogni caso sia benvenuto il “cessate il fuoco”.
La “pace” però è un’altra cosa; un compito
enorme per costruire l’Europa del 2000 (mentre i governi pensano
già alla ricostruzione con il cemento…).
Prima di tutto, però, soccorriamo i profughi!
TRA EUROPA E ASIA
Dietro la guerra, i “corridoi”
Di Alberto Negri
A che cosa servono i Balcani e qual è
il significato strategico di questa guerra, l’ultima del secolo,
o forse la prima del ventunesimo? “Siamo qui anche per difendere
le vie di comunicazione Est-Ovest e dell’energia”, si è
lasciato sfuggire qualche settimana fa il generale britannico Mike Jackson,
che comanda le forze di terra Nato in Macedonia. L’importanza strategica
della Jugoslavia è nella posizione che occupa come più importante
via di comunicazione terrestre tra l’Europa, il Medio Oriente e le
rotte del petrolio in Asia e nel Caucaso.
Mentre esplodono le polemiche sull’intervento
Nato, questa guerra in apparenza evitabile non sfugge alla logica di un
confronto più ampio tra Occidente e Oriente, tra Nord e Sud del
mondo iniziato con il crollo del Muro.
In realtà, per motivi contingenti ma
collegati tra loro, si sta combattendo da dieci anni un lungo conflitto
tra potenze e blocchi di potenze.
I livelli dello scontro sono sempre gli stessi
- politici, economici e militari - ma è il teatro che è
cambiato.
Con la fine della guerra fredda e la disgregazione
dell’Urss - in cui si riflette come in uno specchio quella della
Jugoslavia - si è liberato uno spazio immenso con le sue risorse
economiche ed energetiche: l’”Eurasia”, l’area compresa
tra l’Oceano Artico, il Mar Caspio, il Caucaso e il Lago d’Aral.
Questo continente riemerso dalla glaciazione
delle guerra fredda, agganciato alla Russia, confinante con il Medio Oriente
e l’Asia sud-occidentale, percorso un tempo dalla Via della Seta,
è il nuovo scenario di conflitto ma anche di cooperazione tra gli
Stati. Sull’asse tra Occidente e Oriente si combatte da dieci anni
una battaglia a colpi di pipeline, gasdotti, autostrade e ferrovie. “I
Balcani non valgono la vita di un solo granatiere di Pomerania”,
fu la storica frase di Bismarck alla vigilia della Conferenza di Berlino
del 1878 ma in realtà, come già avvenne alla fine dell’800
nel gioco delle potenze coloniali dell’epoca, anche oggi si sono
riaperte le mappe per disegnare i corridoi Est-Ovest e Nord-Sud dell’energia,
dei trasporti, delle comunicazioni e, naturalmente, della politica.
Nasce così in Europa l’idea di
dare ai nuovi stati dell’ex “Impero rosso” un’alternativa
al monopolio di Mosca sui grandi assi commerciali con il Transport Corridor
Europe-Caucasus-Asia, in sigla Traceca, appoggiato con forza anche da
Washington. L’asse euro-asiatico, dal punto di vista americano, ha
il doppio vantaggio di tagliare fuori Mosca e Teheran e consolidare il
ruolo di stato-cerniera tra Est e Ovest del principale alleato Usa nella
regione, la Turchia.
L’accordo militare tra Ankara e Israele
completa l’arco delle alleanze in Medio Oriente cogliendo altri due
obiettivi: rafforzare il controllo strategico sugli Stretti, nel Mediterraneo
orientale e quello su Kurdistan e Anatolia, le chiavi di accesso al bacino
del Tigri e dell’Eufrate e alle risorse idriche di buona parte del
mondo arabo (Irak e Siria).
“La prossima guerra in Medio Oriente
scoppierà per l’acqua”, è il mantra che ripetono
da anni le diplomazie mediorientali e gli studiosi di geopolitica.
Intanto il caso Ocalan ha messo al passo in
pochi mesi Damasco, Mosca, Atene, logorando i rapporti tra Europa e Turchia.
In fondo lo “zio Apo” è stata una vittima eccellente
della nuova geopolitica euro-asiatica.
E interessante notare come il caso Ocalan,
iniziato con Siria e Turchia sull’orlo di una guerra, e continuato
tra potenti frizioni internazionali, sia stato “risolto” con
un manovra di diplomazia segreta.
Dove è finita invece la questione curda?
L’Europa da tempo si sta giocando a Oriente e nella polveriera balcanica
la partita per aprire sotto il suo controllo le rotte dell’Eurasia.
E guidata da una serie di programmi comuni
delineati a Bruxelles - sono previsti investimenti da qui al 2015 per
90 miliardi di Ecu e interventi su 18mila chilometri di strade, 20mila
di ferrovia e 13 porti marittimi - ma in realtà nelle retrovie
dei campi di battaglia, in Jugoslavia, Kosovo, Albania e Macedonia, ogni
stato dell’Unione spinge per la soluzione geopolitica ed economica
più conveniente.
Esemplare è il caso del Decimo Corridoio,
la via che da Germania e Austria, passando per Zagabria-Belgrado-Skopje,
ha un terminale nel porto ellenico di Salonicco e un altro nella valle
che dalla Morava conduce al porto bulgaro di Vardar sul Mar Nero.
Lo sviluppo di questa direttrice Nord-Sud
è appoggiata da Grecia, Serbia e Russia, con la Germania pronta
a infilarsi nel Corridoio del Danubio dove la sua diplomazia lavora tenacemente
da un secolo, dai tempi del Congresso di Berlino alla caduta del Muro.
Da sempre posta in palio nel grande gioco
geo-politico dei Balcani questo asse, in cui si è visto una sorta
di collegamento tra i Paesi ortodossi (Russia, Serbia, Grecia), non ha
ancora un’alternativa definita. La guerra nei
Balcani, interrompendo le comunicazioni tra Nord e Sud, prima per l’embargo
e poi per gli eventi bellici, ha sottolineato ancora una volta quanto
sia indispensabile il Decimo Corridoio. Non è forse Salonicco la
base di partenza per il build up logistico della Nato in Macedonia? Lo
stato di necessità creato da dieci anni di instabilità e
guerre balcaniche ha costretto a sviluppare nuove vie, soprattutto
attraverso l’Adriatico.
Una di queste è l’Ottavo Corridoio
che ha l’ambizioso progetto di collegare i porti della Puglia con
quelli dell’Albania per poi arrivare in Turchia e in Asia attraversando
la Macedonia e la Bulgaria. Un’altra strada e’ costituita dal
Quinto Corridoio, con il collegamento tra Ancona e il porto bosniaco di
Ploce: da qui si può andare a nord-est ricongiungendosi con l’Ungheria
o scendere verso la dorsale balcanica dell’Adriatico.
Sia l’Ottavo che il Quinto sono vie più
costose rispetto al Decimo, ma con l’integrazione nel sistema dei
trasporti possono diventare molto competitive.E evidente che lo sviluppo
dei corridoi adriatici porta un beneficio immediato all’economia
dell’Italia, inoltre queste vie rappresentano un’alternativa
strategica che sfugge al controllo diretto di alcuni Stati balcanici,
della Russia e anche della Germania. Non è un caso che l’Ottavo
Corridoio abbia i suoi sponsor a Roma ma anche in Usa e in Francia.Questa
oggi è la complicata realpolitik di quella che è stata definita
la guerra “etica” del Kosovo, la prima del ventunesimo secolo,
certamente non l’ultima nel gioco del potenze tra Est e Ovest.
IL DESTINO DEI PROFUGHI DOPO LA GUERRA
Un popolo sacrificato
dai potenti
di Tonino Perna
Se veramente qualcuno era convinto che la sola soluzione
del problema del Kosovo fosse l'intervento armato, che gli albanesi fossero
oggetto di una pulizia etnica (che è stata da tanti paragonata
al genocidio degli ebrei), allora il solo intervento sensato era quello
di terra, di truppe paracadutate dentro il territorio del Kosovo per salvare
la popolazione inerme e dar man forte all'Uck.
Questa poteva essere una strategia
d'intervento con una sua logica e coerenza. Ma siccome questa guerra risponde
ad altri obiettivi ed è gestita come un'azienda, dove si minimizzano
i costi e si massimizzano i profitti, il passaggio all'intervento via
terra arriverà quando ormai il Kosovo sarà una landa desolata,
radioattiva, invivibile. Quel giorno le truppe della Nato potranno gridare
al mondo: abbiamo vinto! I Kosovari, sopravvissuti, brinderanno. Poi il
giorno dopo si renderanno conto che quello che gli verrà consegnato
è un pezzo di luna colorata col sangue.
Tutti contro i kosovari
I profughi kosovari sono ormai diventati uno
spot di questa guerra, un intermezzo pubblicitario che accompagna, spezzandole
come avviene nei film televisivi, le immagini dei bombardamenti nella
ex-Jugoslavia, le notizie sugli effetti collaterali, i ricorrenti errori,
le migliaia di vittime civili di questa guerra che era stata definita
chirurgica.
Da questa estate i profughi, che ormai avranno
raggiunto il milione e mezzo, diventeranno un ingombro fastidioso, in
autunno delle eccedenze di magazzino scadute che il prossimo inverno penserà
bene di eliminare.
Non credo che sia mai esistito nella storia
un popolo che sia stato così sadicamente e lucidamente imbrogliato,
manipolato, annientato. Questa guerra, è bene ripeterlo, si è
fatta per salvare questo popolo dalla pulizia etnica di Milosevic. Il
risultato è, come tutti sanno, esattamente l'opposto: prima del
conflitto c'erano qualcosa come 40.000 profughi kosovari ed un dato imprecisato
che oscilla intorno alle 200.000 persone che avevano lasciato le loro
case o per le minacce dei serbi o, più spesso, in quanto zona di
combattimento tra l'Uck e le truppe di Belgrado; oggi si è superato
abbondantemente il milione e l'esodo continua.
Ma non basta. Una volta trasformato un popolo
intero in una massa di profughi senza documenti (grazie alla polizia serba)
e senza meta (grazie alla Nato) si pretende persino di interpretare i
loro bisogni e volontà. I profughi vogliono restare al confine,
più vicino possibile al Kosovo - hanno strombazzato i mass media
da quando è iniziata la guerra. Stranamente poi scopriamo che circa
5.000 profughi kosovari, in questi ultimi due mesi, hanno pagato migliaia
di DM per attraversare l'Adriatico rischiando la vita. Naturalmente la
colpa è tutta degli scafisti che vanno duramente repressi perché
sono dei mostri che sfruttano i desideri dei profughi. Così, pochi
giorni fa al largo di Valona, una nostra motolancia della guardia di finanza
impaurendo un giovane scafista di solo 14 anni (sic!) ha fatto sbattere
il gommone contro le rocce con relativi morti e feriti gravi.
Omicidio preterintenzionale come quello della
nave Rades i Kader che fu affondata dalla nostra marina il Venerdì
santo del '97.
I profughi muoiono per malattie e stenti nei
campi-lager della Macedonia ed Albania (in Montenegro la situazione è
grave ma non così disastrosa). E la colpa è di Milosevic.
I profughi (albanesi e serbi) scappano anche per la via dalle bombe della
Nato che cadono copiose in Kosovo e la colpa è sempre di Milosevic
che li caccia. I profughi tentano di scappare dall'inferno dei campi di
fango e melma ed per colpa della criminalità che li sfrutta.
La verità è che,
finito il loro uso pubblicitario, i profughi sono diventati una patata
bollente che nessun paese Nato vuole prendersi. La Germania, si dice,
ha già dato: durante la guerra in Bosnia ha accolto qualcosa come
500.000 profughi. La Gran Bretagna, anche se i numeri dell'accoglienza
dei profughi bosniaci furono nettamente inferiori, è sulla stessa
posizione. E gli altri paesi europei? E l'Italia?
Accoglienza?
Dopo aver predicato che bisognava assolutamente
tenere i profughi vicini al confine con il Kosovo, per non fare il gioco
di Milosevic, il governo italiano ha finalmente deciso, dopo un mese e
mezzo, di accoglierne 10.000. Un numero ridicolo rispetto alle necessità
ed alle possibilità del nostro paese. Malgrado la disponibilità
di centinaia di enti locali disponibili all'accoglienza, il nostro governo
rimane sordo rispetto alle terribili condizioni di vita imposte ai profughi
in campi sempre più ingestibili di 40, 60 fino a 100.000 persone
concentrate in spazi angusti ed esposti alle intemperie quanto al caldo
torrido. I tassi di mortalità sono altissimi, le malattie e le
epidemie si diffondono ed ancora non è arrivata l'estate. Dovremo
ancora una volta parlare di "effetti collaterali" o finalmente
verranno fuori i nomi dei responsabili di questi crimini? Vogliamo lasciare
che la Macedonia salti per aria ed accusare i serbi-macedoni di razzismo,
oppure capire che la soglia è stata superata, che il numero di
profughi presente in Macedonia deve essere drasticamente ridotto?
Il governo D'Alema è sordo anche su
questo punto perché abbisogna sempre di più dell'appoggio
del Polo per continuare la guerra della Nato. Un appoggio del Polo per
continuare la guerra della Nato. Un appoggio che verrebbe meno se l'Italia
aprisse veramente le frontiere a queste persone disperate. Ma, tutti coloro
che sono stati contro questa guerra non possono rimanere indifferenti
di fronte a queste altre catastrofi annunciate.
Le forze politiche che chiedono la tregua
e la sospensione dei bombardamenti non dimentichino la tragedia di questo
popolo del Kosovo, martoriato, ingannato, vilipeso sinergicamente da Milosevic
e dalla Nato, come se un patto scellerato fosse stato siglato segretamente.
Un'accoglienza reale ed adeguata non è solo una virtù; è
oggi una necessità se vogliamo evitare altri morti, altri lutti,
altre sofferenze. Ed è anche meno costosa della strappalacrime,
ipocrita e caotica "missione Arcobaleno".
NUOVE STRATEGIE NELLA POLVERIERA DEI BALCANI
Una guerra (inevitabile?) che dura da cent’anni
di Pierfelice Bellabarba
Quando finirà la guerra dei quasi cento anni nella penisola balcanica?
Nel 1991 è iniziata la sesta guerra balcanica con la prima fase
sloveno-serba, poi quella serbo-croata, poi la serbo-croato-bosniaca ora
siamo alla fase serbo-kosovara, che è una deja vu, perché
Serbi, Montenegrini e Macedoni hanno sempre aggredito i kosovari.
Ora è necessario un brevissimo excursus delle guerre balcaniche
in questo “secolo breve” per coloro che credono che la pace
si raggiunge con la guerra e che la guerra sia il destino dell’uomo
o “il sale della politica” o “la continuazione della politica
con altri mezzi”. Ma non sarà forse l’inverso? Non sarà
la guerra la continuazione di questa specie di pace armata e di questo
genere di politica che preferisce “mostrare i muscoli”.
Dopo la guerra italo-turca per la conquista della Libia
nel 1911 si ebbe l’effetto domino, infatti nel 1912 scoppiò
la prima guerra balcanica, che si combatté per l’indipendenza
dalla Turchia, che fu cacciata dall’Epiro, Macedonia e Tracia, dopo
secoli di dominio ed il trattato di Londra nel maggio del 1913 cercò
di porre fine alla guerra, ma la Bulgaria non era soddisfatta dei confini
sia in Tracia sia in Macedonia e dichiarò guerra ai Serbi ed ai
Greci che vinsero con l’aiuto del Montenegro e della Romania; nel
1913 con il trattato di Londra si pose fine alla seconda guerra balcanica
durata due mesi, luglio e agosto; la Macedonia fu divisa a vantaggio della
Serbia e della Grecia e la Bulgaria fu esclusa dalla sua “Terra promessa.
Intanto era nata l’Albania grazie all’intervento dell’impero
austroungarico e dell’Italia che volevano bloccare le mire espansionistiche
serbe sull’Adriatico, ma il Kosovo di etnia albanese fu assegnato
alla Jugoslavia che cercò di denazionalizzarlo con deportazioni
e stragi. Passò un anno e scoppiò la prima guerra mondiale,
che possiamo chiamare senz’altro terza guerra balcanica, anche se
giustamente Limes fa notare che la guerra “fu scatenata nei Balcani
e non dai Balcani”. Si può definire guerra balcanica perché
i nostri testi di storia chiamano la guerra franco-austriaca del 1859
seconda guerra d’indipendenza e classificano la guerra austro-prussiana
del 1866 come terza guerra d’indipendenza. La Bulgaria si schierò
contro la Serbia e la Grecia a causa della Macedonia e dopo la sconfitta
perse lo sbocco sull’Egeo a vantaggio della Grecia. Dopo la prima
guerra mondiale nacque uno stato artificiale la Jugoslavia con l’unificazione
degli slavi del sud da secoli divisi e che avevano combattuto su fronti
opposti: Croati, Sloveni e Bosniaci per l’impero austroungarico,
Serbi e Montenegrini contro l’Austria insieme alla Russia. La nascita
della Jugoslavia fu decisa nel trattato Versailles soprattutto dalla Francia
in funzione antitedesca ed antitaliana. Nel 1921-22 la Grecia combatté
contro la Turchia e questa fu la quarta guerra balcanica con trasferimento
della popolazione greca e turca nei rispettivi territori, in realtà
questa guerra fu anche un’appendice della prima guerra mondiale.
Passarono quasi venti anni e iniziò la quinta guerra balcanica
nel 1941 fino al 1945 che si inserisce nel quadro più ampio della
seconda guerra mondiale. Nella Jugoslavia scoppiò una feroce guerra
civile fra partigiani comunisti di Tito e i nazionalisti cetnici guidati
da D. Mihailovic e fra ustascia fascisti croati e i partigiani comunisti.
La guerra costò 1.700.000 morti, di cui 2/3 furono dovuti alla
guerra civile e la Jugoslavia si divise durante la guerra per riunirsi
alla fine di nuovo artificialmente sotto la dittatura comunista di Tito.
Già nel 1970 prima della morte di Tito c’erano movimenti separatisti
in Croazia ed in Kosovo e l’esercito federale reprimeva le rivolte
per l’autonomia, il pluripartitismo e la libertà e non riuscì
ad essere il collante dell’unità nazionale. Nel 1991 scoppiò
la sesta guerra balcanica che gli storici invece chiamano terza; inizia
una nuova balcanizzazione ed i confini cambiano di nuovo. Scriveva un
nazionalista italiano “i confini si segnano non per la pace futura,
ma per le guerre future”. Nella penisola balcanica le sei guerre
combattute dal 1912 ad oggi non hanno mai portato sicurezza, giustizia,
pace e libertà; tra una guerra e l’altra, tra una rivolta
e l’altra ci sono stati dei cessate il fuoco, delle tregue armate
più o meno lunghe. In Jugoslavia, come in altri Paesi, con buona
pace dei pacifisti militaristi, la guerra è stata seme di altre
guerre, perché essa serve solo ad occultare, schiacciare, deviare,
rimandare e non a risolvere i conflitti che nascono inevitabilmente in
una società. I polemologi, come G. Bouthoul affermano: “la
guerra è inoltre tra tutte le soluzioni possibili la più
comoda a prendersi, quella cioè che stanca di meno. Essa dispensa
dall’andare alla ricerca di faticosi compromessi e di equilibri di
interessi fra loro divergenti (“le guerre” pag. 390 Longanesi).
Capi di stato e politologi sostengono che la guerra si poteva evitare,
ma allora chi l’ha voluta? Oggi è certo che neppure le grandi
potenze volevano la prima guerra mondiale, ma vi furono trascinate dalla
loro volontà di potenza e dal meccanismo delle alleanze che invece
avrebbe dovuto difenderle dalla guerra. Il riconoscimento della indipendenza
della Slovenia e Croazia nel 1992 da parte dell’Austria, Germania
e Vaticano favorirono la crescita del nazionalismo e dell’intolleranza;
l’espansionismo serbo sempre favorito dalla Russia ha fatto da contraltare
. Si è detto che le secessioni secondo gli accordi di Helsinki
non dovevano essere fatte con il ricorso alla guerra, ma concordate con
le altre regioni e con le minoranze etniche al proprio interno, così
aveva promesso ufficialmente la Croazia . Il sogno atavico della “Grande
Serbia” ha provocato quello della “Grande Croazia” . La
Serbia ha sobillato e aiutato la sua minoranza in Croazia, che non si
credeva difesa in una Croazia indipendente .
Si dà la colpa della guerra al mancato e non tempestivo intervento
internazionale di una forza armata di interposizione e nessuno voleva
morire per Sarajevo.
Neppure nella I guerra mondiale si morì per la Serbia, essa fu
uno scontro fra imperialismi e nazionalismi per i quali la penisola balcanica
aveva una considerevole importanza strategica .
Agli inizi degli anni ’90 la Jugoslavia non aveva l’importanza
dell’Iraq e non aveva invaso un paese
straniero, né c’era stata la violazione del prestigio di
una grande nazione europea che portò alla guerra delle Falklands
nel 1981 . I non interventisti consideravano la guerra in Jugoslavia come
una guerra interna che non richiedeva un’ingerenza militare esterna
. Anche i militari ed i politici temevano “la tagliola dei Balcani”
. Oggi alla balcanizzazione già in atto se ne aggiunge una ulteriore
quella del Kosovo e forse del Montenegro . Forse è un’azione
di destabilizzazione della penisola balcanica e dell’Europa o più
probabilmente si stanno ridisegnando nuove geostrategie da parte degli
USA e di alcuni stati della NATO . Con l’ingresso nella NATO della
Polonia, repubblica ceca e Ungheria e con in lista di attesa i Paesi baltici,
la Bulgaria, la Romania, la Slovenia, la Slovacchia si torna al vecchio
“cordone sanitario” intorno alla Russia . La Serbia va domata
perché intralcia questa strategia dei falchi e degli ultras della
NATO e degli USA . La difesa dei kosovari non interessa agli strateghi
e alla Realpolitik, semmai è un buon paravento ed un ottimo pretesto
per farci apparire la guerra come giusta e necessaria ed anche umanitaria,
non è una beffa, non è una assurdità, ma è
la logica del pacifismo militarista . Le bombe non salvano i kosovari
e non convincono né i Serbi né i loro capi . I serbi o non
sono a conoscenza di ciò che ha fatto la Serbia o lo giustificano,
come hanno detto i giornalisti italiani da Belgrado; noi da decenni diciamo
che la guerra si può vincere, ma con essa non si può convincere
.
E’ proprio in funzione di questa strategia che ci fu l’aiuto
USA e ONU alla Macedonia nel 1992, perché essa si trova al confine
con l’Albania, la Grecia e la Bulgaria e si sarebbero potuti riaccendere
i vecchi appetiti di queste nazioni verso la Macedonia e ciò avrebbe
coinvolto anche stati membri della NATO .
Nonostante tutto, ammesso l’errore dell’Europa a Versailles
e degli Usa nell’aver sostenuto la dittatura di Tito che faceva da
cuscinetto fra la NATO ed il Patto di Varsavia, non è inevitabile
ricorrere alla guerra per unirsi o per separarsi , la Macedonia ne è
un esempio . La guerra per la separazione della Slovenia ha fatto tante
vittime quante ne può fare un paio di week-end sulla strada. Si
è divisa la Cecoslovacchia senza guerra, si sono staccati dall’URSS
i paesi balcanici senza guerra e la Germania si è riunita senza
guerra .
In una guerra ci sono spesso responsabilità e complicità
internazionali, la maggioranza degli Jugoslavi non voleva la guerra, né
sono stati consultati, anzi spesso si sono opposti alla guerra con tutti
i mezzi; hanno perso il lavoro, hanno rischiato la vita, molti disertori
sono fuggiti per non combattere una guerra ingiusta . Sono sempre le elite
politiche che dichiarano la guerra e vi trascinano le masse; la convivenza
etnica era scomoda solo per i capi politici, militari e religiosi che
cercavano maggior potere, prestigio e ricchezza . Si è rinfocolato
l’ultranazionalismo più bieco fondato sul “Blut und
Boden” (sangue e suolo) nazista che non ha nessuna importanza
storica e significato scientifico . Ai capi politici, militari e religiosi
ed al loro seguito si sono aggiunti criminali comuni, volontari e miliziani
born to kill, fanatici esaltati come furke, machi bellicosi
talvolta drogati, tutti presi da un senso di superiorità e di orgoglio
individuale ed etnico .
Per essi distribuzioni, saccheggi, uccisioni, stragi, stupri collettivi
e crimini contro l’umanità sono atti di eroismo, coraggio,
onore militare e dovere indiscutibile anzi motivo di vanto e di gloria
.
Del resto la guerra è legibus soluta (libera
da ogni vincolo di legge).
Certamente non tutti i cittadini serbi, croati e bosniaci erano “belve
infuriate” che uccidevano e si facevano uccidere, anche perché
non si facevano prigionieri; molti combattevano perché credevano
di difendere se stessi, la famiglia, la casa; in guerra ed anche in questa
guerra tutti credono di difendersi, perché nei mass media si fa
credere che il cattivo, il mostro, l’aggressore, lo stupratore, il
mangiabambini è sempre l’altro .
La guerra in Jugoslavia ha fatto più morti fra i giornalisti che
qualsiasi altra guerra e ha fatto migliaia di disoccupati fra i giornalisti,
licenziati perché non in linea con i propri governi divenuti sempre
più dittatoriali, liberticidi e bellicosi . Molti combattevano
perché non potevano fuggire, altri perché avrebbero perso
il posto di lavoro e la casa . Tuttavia la guerra non ha risolto i conflitti,
le tensioni, le oppressioni, le ingiustizie, non ha sedato i desideri
di vendetta, gli sciovinismi .
Forse oggi c’è più compattazione etnica basata su
emigrazioni forzate, deportazioni e stragi, ma la convivenza civile si
basa su uguali diritti per tutti e non su una impossibile omogeneità
etnica .
Lo scopo delle guerre è uccidere e distruggere o per ferocia o
per odio o per vendetta o per dovere o per piacere o per rassegnazione;
una volta scoppiata la guerra si alimenta da se stessa, c’è
sempre un amico o un familiare da difendere o da vendicare, ai Lager serbi
si aggiungono altri Lager croati e bosniaci, alla pulizia etnica serba
e alla “Grande Serbia” si aggiungono la pulizia etnica croata
e la “Grande Croazia” e la pulizia etnica islamica e lo stato
integralista islamico in Bosnia .
Qualcosa di importante non è stato chiarito nei
mass media e a noi sembra che sia alla radice di ogni guerra, è
la cosiddetta “banalità del male”. Perché si possono
fare eccidi di massa di civili e di prigionieri, deportazioni, Lager e
stupri collettivi? Non sembrava che tutto questo appartenesse al passato?
Eppure in Jugoslavia alcuni si sono avventati come belve verso il vicino
di casa, l’amico, il compagno di scuola e di lavoro, il conoscente
con la ferocia tipica della guerra civile . Sembrava che tutto questo
non dovesse più accadere, invece è diventato banale, facile,
possibile, normale durante la guerra . Tutto è scaturito dalla
“cultura del nemico” tipica della dittatura che nega e criminalizza
il pluralismo sociopolitico e demonizza il processo di democratizzazione
. Si cerca e si vuol trovare nell’altro, nel diverso un nemico, quando
il kosovaro e il croato chiedono più libertà sono dei nemici,
il primo appartiene ad una razza inferiore e deve essere o serbizzato
o eliminato, l’altro è sempre un ustascia un fascista . Il
bosniaco suscita le angosce ed il terrore del lontano dominio turco, lo
sloveno che chiede il pluripartitismo, la smilitarizzazione della società,
la pace è il nemico controrivoluzionario che destabilizza la Jugoslavia
. La Serbia che aggredisce si sente sempre aggredita e fa la vittima .
Il continuo addestrarsi alle armi di uomini e donne nelle fabbriche, nelle
scuole, il prepararsi alla “difesa popolare totale” dai 16 ai
65 anni con la tecnica della guerriglia; i depositi di armi, cibo e munizioni
nelle caverne sotterranee nelle campagne e nelle montagne, l’esaltazione
dell’esercito popolare e socialista che in realtà tiene unita
la Jugoslavia solo con i carri armati fanno parte della cultura del nemico
. Il clima di diffidenza e di repressione del dissenso degli intellettuali
e dei membri del partito come M.Gilas, il clima di odio e di persecuzione
dei comunisti stalinisti jugoslavi rinchiusi nei Lager dell’Isola
Nuda dopo lo strappo da Stalin nel 1948, quel clima di diffidenza sospetto
ed emarginazione della chiesa cattolica nonostante la libertà di
religione sono alla base della cultura del nemico ed hanno creato quell’Aumus
indispensabile al mantenimento ed al risorgere di odi, rancori, desideri
di vendetta, fanatismo, intolleranza, sciovinismo, ultranazionalismo mai
sopiti dopo la seconda guerra mondiale. In questa cultura del nemico si
trova a suo agio l’esercito federale jugoslavo che doveva difendere
la Jugoslavia paese non allineato dal nemico esterno; ora finalmente il
nemico l’ha trovato ed identificato, ma all’interno. Troviamo
sempre l’esercito federale in prima linea in Slovenia, a Vukovar
(Croazia) a Dubrovnik; appoggia i raid terroristici dei serbi ribelli
contro i Croati in Krajina, invece di “impedire i conflitti etnici
e mantenere la pace” . A tutto questo si aggiunge il nazionalismo
che si alimenta dello scontento economico .
Ciò che è più ripugnante in questa
guerra è quell’orgoglio e vanità stupida della propria
etnia, quella chiusura mentale dei fanatici, quella violenza gratuita
dei machi e dei volontari born to kill tutti pronti a battersi
fino alla morte per dimostrare di essere coraggiosi forti superiori agli
altri, per conquistare con il sangue i confini di una patria più
grande e per dimostrare di essere veri uomini distruggendo, torturando,
massacrando fino a giungere al massimo delle aberrazioni uccidendo la
donne incinte ed il loro feto nelle maniere più atroci . La guerra
sempre più legibus soluta permette che le atrocità
accadano in modo sistematico, la guerra accende l’odio, la follia,
il furore selvaggio, la guerra giustifica, ritualizza, dà sacralità
alle azioni disumane, quindi più si è disumani e più
si è veri uomini .
CAPIRE IL KOSOVO
La Nonviolenza
per riconciliare
di Francesco Grasselli
Questo libro esce mentre uno degli Autori,
don Lush Gjergji, grande amico e collaboratore di Rugova, è ancora
– speriamo, ancora! – nelle mani dei Serbi, controllato a vista
dalla polizia, che pochi giorni fa ha ucciso quattro ragazze, che hanno
avuto l’unica colpa di chiedere di potergli fare visita. Ma cos’è
oggi la morte di quattro ragazze, che hanno avuto l’unica colpa di
chiedere di potergli fare visita. Ma cos’è oggi la morte di
quattro giovani, di fronte all’immenso numero di morti, di prigionieri,
di torturati, di deportati di tutto il Kosovo? E’ un intero popolo
condannato a morte violenta!
Di questo dramma e del dramma della guerra
della Nato contro il regime serbo di Milosevic sono state date infinite
letture. Ma nessuna che abbia tenuto conto del “grande esperimento”
che il popolo Kossovaro, guidato da Rugova e da altri leader laici o religiosi,
cristiani o mussulmani, stava portando avanti da dieci anni: quello della
resistenza non violenta al regime di Milotevic.
I politici occidentali non hanno creduto a
questo esperimento, non l’hanno aiutato. Essi alla violenza sanno
rispondere solo con altra violenza. Ma anche i commentatori più
acuti non si sono accorti che i bombardieri della Nato non colpiscono
solo le città e i villaggi del Kosovo, della Serbia, della Vojvodina,
del Montenegro: essi colpiscono anche al cuore l’idea stessa della
non violenza attiva, che in Kosovo stava diventando patrimonio e metodo
di un popolo intero, anche se un piccolo popolo, di oppressi e prigionieri
nella propria terra.
Perfino i pacifisti dell’ultima ora,
quelli che non avevano spesso una parola o un gesto a favore della pacifica
resistenza Kossovara, e che ora gridano a gran voce contro la NATO, dimenticando
quasi che c’era una guerra in corso ben prima che la Nato intervenisse,
anche questi pacifisti distratti sembrano ritenere la non violenza di
Rugova e dei suoi amici poco interessate, forse perché non facilmente
spendibile in termini di ideologia e di contrapposizione politica.
Il libro di Lush Gjergji, di Giancarlo e Valentino
Salvoldi è, invece, proprio centrato sull’azione non violenta,
sull’educazione del popolo Kossovaro al perdono e alla riconciliazione,
al dialogo interreligioso e interetnico… Il primo capitolo (“La
non violenza nel cuore dei Balcani”) ci introduce nella storia di
questa regione e soprattutto nelle vicende più recenti, quando
è divenuta “il campo di concentrazione più grande d’Europa”
(p. 32). Nel secondo capitolo (“Dalla vendetta al perdono”)
si racconta l’iniziativa di una vera e propria “riconciliazione
universale del popolo albanese”, che ha avuto lo scopo di combattere
la consuetudine della vendetta di sangue, consuetudine sancita nel Codice
di Lek Dukajini. Questa iniziativa, avviata nella primavera del 1990,
ha permesso di estinguere 1275 vendette di sangue e altri conflitti e
dissidi minori.
Il capitolo terzo (“Kosovo: la libertà
verrà dalla non violenza “) mette in luce la lotta di resistenza
non violenta dal 1990 al 1995 e, soprattutto, i principali protagonisti
di questa lotta pacifica: Ibrahim Rugova, Anton Cetta, mons. Nike Prela,
l’Associazione di soccorso “Madre Teresa” guidata da Lush
Gjergji.
Il capitolo quarto (“Futuro del Kosovo,
futuro di tutti noi”) parte dagli accordi di Dayton (24 novembre
1995) e giunge alle terribili vicende dei nostri giorni, con una conclusione
“aperta alla speranza”: riferendosi alla recente liberazione
di Rugova da parte dei Serbi gli Autori dicono: “E’ grottesco
pensare oggi che la non violenza, la coesistenza pacifica potranno avere
un domani l’ultima parola? Forse, ma ora inaspettatamente, è
consentito loro di dire almeno una parola. E se non si cercherà
di chiamare pace un deserto, ma di far germogliare nel deserto la pace,
ci si rivolgerà al giardiniere che la seppe far fiorire fra le
aspre montagne del Kosovo” (p. 138).
Il libro è arricchito da alcune appendici.
La più corposa è il dossier Kosovo, curato dall’Associazione
Peacelink, che con lo stile delle FAQ (frequently asked questions: risposte
alle domande più frequenti) cerca di portarci dentro gli enigmi
di questa incomprensibile guerra nel cuore dell’Europa, alla vigilia
del 2000. Importante anche l’appello per la pace di Alex Zanotelli,
che chiude il libro.
Credo che il lettore rimanga con una domanda;
non “chi ha vinto la guerra?”, perché è una guerra
che nessuno può vincere, a parte il fatto che una guerra è
sempre una sconfitta. Ma “vincerà la violenza o la non violenza?”.
Domanda quando mai significativa dopo un secolo tutto insanguinato e all’alba
di un nuovo secolo, anzi del terzo millennio.
Giancarlo e Valentino Salvoldi – Lush Gjergji, KOSOVO –
NONVIOLENZA PER LA RICONCILIAZIONE, pp.192 – L. 17.000 –
2.a edizione, maggio 1999
UNA SENTENZA
DI CONDANNA DAI GIUDICI GRECI
Notizia
“bomba” contro
la NATO
In Grecia venti membri del Consiglio di Stato (la Suprema
Corte amministrativa) hanno pronunciato una dichiarazione che deplora
i crimini internazionali contro la Jugoslavia. I giudici affermano
che questi crimini inaugurano un “periodo di arbitrarietà”
degno dei tempi della Santa Alleanza e dell’Asse. In una dichiarazione
sottoscritta da venti giudici di alto rango del Consiglio di Stato ellenico,
presieduto dal suo vicepresidente decano Michalis Dekleris, la NATO è
stata riconosciuta colpevole di una barbara e senza precedenti aggressione
alla Jugoslavia. In questa importante dichiarazione i giudici condannano
i bombardieri della NATO, denunciano i crimini internazionali commessi
dai paesi della NATO mediante l’attacco armato, e avvertono che un’eventuale
legge mirante a coinvolgere la Grecia in questa guerra costituirebbe una
flagrante violazione della Costituzione . Per la prima volta, dall’inizio
dei bombardamenti, dei giudici, dimostrano che l’offensiva della
NATO contro la Jugoslavia ha dato inizio a un periodo di arbitrarietà
nelle relazioni internazionali, degno dei tempi della Santa Alleanza e
dell’Asse. In concreto, essi rilevano che “questa aggressione
si accompagna a una ripresa della campagna propagandistica mirante a sfruttare
le sventure dei profughi per distogliere l’attenzione pubblica dalla
violazione delle leggi internazionali”.
Ecco il testo della dichiarazione:
“ I giudici greci contro la guerra della NATO”
-
L’offensiva della NATO contro uno stato sovrano
europeo, senza precedenti negli anni del dopoguerra, è un affronto
non solo ai principi etici della Grecia e della civilizzazione europea,
ma anche ai precetti fondamentali della legge internazionale. Quest’ultimo
punto è una questione di natura legale e non dovrebbe essere
messa in secondo piano dalla repulsione morale che è stata
giustamente provocata da questo attacco barbaro e codardo. Al contrario,
tale questione è di primaria importanza e deve essere chiarita
in particolare da coloro che sono competenti in materia di diritto,
perché questo è il loro compito.
-
Questo attacco ingiustificato è avvenuto in
flagrante violazione degli articoli 1 e 2 della Carta delle Nazioni
Unite, che proibisce espressamente l’uso della violenza nelle
relazioni internazionali e stabilisce che l’unico organismo competente
nelle crisi internazionali è il Consiglio di Sicurezza (art.
41 e seguenti). Secondo tali clausole, ma anche secondo i precetti
generalmente riconosciuti della legge internazionale, non c’è
alcuno spazio per chi voglia auto-proclamarsi manager delle crisi,
e non è neppure permesso, qualunque sia il pretesto addotto,
a paesi terzi di intervenire negli affari interni di uno stato sovrano.
-
Ma questo attacco viola anche la Carta della NATO,
il cui unico scopo è la difesa collettiva dell’area definita
come campo d’azione che coincide con i confini dei suoi stati
membri, e che si è espressamente impegnata nelle sue relazioni
internazionali a contenersi nella minaccia o nell’uso della violenza
in qualsivoglia modo che sia incompatibile con i principi e gli scopi
delle Nazioni Unite (art. 1). Quindi, sulla base della sua stessa
Carta, la NATO è stata posta sotto la giurisdizione delle norme
della Carta delle Nazioni Unite. E non potrebbe essere altrimenti,
poiché nessuna organizzazione o alleanza internazionale può
essere posta al di sopra delle Nazioni Unite.
-
Inoltre, sia la Carta delle Nazioni Unite sia tutti
i precetti generalmente riconosciuti della legge internazionale salvaguardano
l’uguaglianza e la sovranità di tutti i popoli, indipendentemente
dal loro numero e dal loro potere, e non riconoscono alcun diritto
da parte delle grandi potenze di intervenire negli affari interni
delle nazioni più deboli o di imporre soluzioni di loro gradimento.
Di conseguenza, per quanto possa essere grave la crisi in Kossovo,
essa rimane una questione interna della Yugoslavia e ricade sotto
l’esclusiva giurisdizione dello stato yugoslavo. Qualsiasi interesse
umanitario o di altra natura da parte dell’ONU, di altre organizzazioni
internazionali o paesi terzi può essere manifestato solo in
modo pacifico e con mezzi diplomatici entro il contesto della Carta
dell’ONU.
-
E, in questo caso, le Nazioni Unite, rispettando queste
limitazioni, e rimanendo nell’ambito della loro giurisdizione,
raccomandano al legittimo governo della Yugoslavia di adempiere ai
suoi obblighi (risoluzioni del Consiglio di Sicurezza n. 1160/31.3.1998
e 1199/23.9.1998). Ma dietro le quinte, l’alleanza militare della
NATO si presenta in un ruolo che si è auto-assegnata, e senza
avere – né potrebbe avere – alcuna competenza a coinvolgersi
in tale questione, avendo dapprima imposto un arrogante ultimatum
che violava la sovranità effettiva della Yugoslavia, lanciando
quindi una guerra di aggressione contro questo stato, e pretendendo
che esso si conformasse alle sue richieste. Questo attacco è
stato accompagnato dalla riproposta di una triste propaganda che tenta
di sfruttare il dramma dei rifugiati per distrarre l’attenzione
dell’opinione pubblica dalla violazione della legge internazionale.
-
Il significato legale di queste azioni non dovrebbe
essere nascosto né sottostimato. Con il loro attacco armato,
i paesi della NATO stanno commettendo i seguenti crimini internazionali,
secondo la Carta che è stata preparata dal tribunale internazionale
contro i Crimini dell’Umanità, che si riferisce alla Convenzione
di Ginevra del 12 agosto 1949 (Documento ONU A/CONF/183/9) e in particolare:
-
il crimine di combattere una guerra offensiva, con la distruzione
violenta di vite umane, monumenti culturali e di interi insediamenti;
-
il crimine di genocidio mediante l’intenzionale
distruzione dell’infrastruttura delle comunità serbe e
la creazione in esse di condizioni che conducono alla annichilazione
fisica, e
-
il crimine della distruzione ecologica mediante l’uso
di una tecnologia militare che provoca danni alla salute umana e all’ambiente
naturale, un crimine commesso anche contro paesi terzi nei quali si
diffonde l’inquinamento mortale.
-
Durante il recente vertice di Washington, i capi dei paesi aggressori
NATO hanno cercato di emendare le clausole della loro Carta per rendersi
indipendenti nel continuare l’attacco alla Yugoslavia, e anche
in vista dei loro piani per il futuro nel realizzare il cosiddetto
peace-making e gli interventi umanitari con il pretesto della “gestione
della crisi”! Ma questo tentativo è stato condotto invano.
L’unica valida modalità di gestione della crisi, secondo
la legge internazionale, rimane come sempre quella dell’ONU.
E nessun’altra organizzazione che per definizione è inferiore
a essa può rimuovere o usurpare il suo ruolo. La NATO non può
abolire la legge internazionale e non può produrre nuove norme
di legalità internazionale riconosciute da tutti quanti. La
sua nuova Carta concerne solo i governi che l’hanno sottoscritta.
E anche se è stata ratificata dai parlamenti nazionali dei
suoi stati membri essa esprimerà le intenzioni di soli 19 stati
su un totale mondiale di 158.Gli altri stati non tollereranno la falsificazione
o la derisione della legge internazionale. Essi respingono la teoria
secondo la quale il potere è diritto, sia che si eserciti in
forma esplicita o nascosta. E piccoli stati come la Grecia saranno
in pericolo se abbandoneranno i diritti che non sono stati messi in
discussione per secoli. Stiamo ritornando all’era della Sacra
Alleanza e dell’Asse, contro i quali l’umanità, e
i greci in particolare, lottarono con così grandi sacrifici.
-
Essendo stata coinvolta in questa crisi, la Grecia non ha altra opzione
che quella che le impone la sua cultura e la sua Costituzione, cioè
seguire le norme universalmente riconosciute dalla legge internazionale,
cercare il consolidamento della pace, e usare le sue forze armate
solo per scopi difensivi (art.2, par.2 e art.4, par.6, della Costituzione).
Alla luce di queste norme della Costituzione dello stato ellenico
e delle norme della Carta delle Nazioni Unite è possibile interpretare
le clausole degli articoli 27, par.2, e 28, par.3, della Costituzione,
nel senso che, dopo l’approvazione di una legge speciale, essi
consentono a truppe straniere di sostare o attraversare lo stato ellenico
o consentono una limitazione della sovranità nazionale. Tuttavia,
queste clausole potrebbero essere implementate solo con il rispetto
della partecipazione della Grecia a una guerra difensiva, e non per
facilitare un attacco contro un paese terzo. Di conseguenza, il coinvolgimento
della Grecia in questa guerra contro la Yugoslavia non può
essere deciso neppure mediante una legge, perché tale legge
sarebbe totalmente incostituzionale.
Oltre che dal Sig. Dekleris, questo testo è stato firmato dai seguenti
membri del Consiglio di Stato:
St. Sarivalasis, Ioanna Mari, Dim. Kostopoulus,
Evdoxia Galanou, Sot. Rizos, Pan. Pikrammenos, Nik. Sakellariou, Th. Papaevangellou,
Nik. Rozos., Dion. Marinakis, St. Haralambos
e dai giudici associati:
Maria Karamanov, Ekaterini Christoforidou,
I. Kapelousos, Dim. Alexandris, Eleni Anagnostopoulou, Euth. Antonopoulos,
Varvara Kapitsi, Theo. Aravanis.
AI GIOVANI SERBI, KOSOVARI, ITALIANI, AMERICANI
Obiettori e disertori di tutti i paesi …
Nello scorso numero avevamo presentato il
documento politico, approvato nel corso del Congresso di Napoli, nel quale,
tra le altre cose, si affermava che la LOC si sarebbe impegnata per far
ottenere l’asilo ai disertori ed agli obiettori di tutti i paesi
in conflitto.
Sul piano legislativo la situazione attuale
è la seguente:
-
la Legge 390/92 (varata ai tempi del primo
conflitto jugoslavo), in merito all’accoglienza dei disertori-obiettori,
all’Art. 2-bis, recita: “La Repubblica Italiana è
impegnata a garantire comunque l’ingresso e l’ospitalità
ai giovani cittadini delle repubbliche ex - jugoslave che siano in
età di leva o richiamati alle armi, che risultino disertori
o obiettori di coscienza”.
-
La legge è stata poi recepita in
seno alla legge sull’immigrazione, prorogandone la validità
fino al 31.12.99.
Questo contesto legislativo è sufficiente
per pretendere che il Governo attui le misure di accoglienza necessarie,
infatti gli eventuali disertori serbi, montenegrini e kosovari (anche
se dell’UCK), sono cittadini di una delle “repubbliche ex –
jugoslave”.
Come già accadde ai tempi del precedente
conflitto, però, vi è il forte rischio che la legge rimanga
inattuata in quanto, pur esistendo gli strumenti legislativi, mancano
gli strumenti politici ed esecutivi per renderla operativa, non ultimo
il fatto che molti disertori non sanno dell’esistenza di questa legge
e, quindi, non si dichiarano tali quando vengono fermati dalle forze dell’ordine
italiane, finendo per essere rispediti in Slovenia e, da qui, chissà
dove.
Onde evitare che nulla si muova, a livello
parlamentare e governativo, abbiamo mobilitato le nostre piccole risorse
su tre direzioni:
-
Un appello al Presidente del Consiglio;
-
Un’iniziativa parlamentare;
-
Garantire, ai disertori, una corretta
informazione sulla legge.
I tempi della politica sono sicuramente lunghi
ma, finalmente, il nostro impegno sembra produrre qualche risultato infatti:
-
Molte associazioni e/o singoli hanno aderito
al nostro appello (pubblicato nelle pagine LOC);
-
Gli On. Mantovani e Nardini (PRC) hanno
presentato una interrogazione parlamentare sulla questione (pubblicata
nelle pagine LOC);
-
Amnesty International, in collaborazione
con la LOC Roma e le strutture di volontariato che operano nelle zone
di conflitto, si sta attivando per informare i disertori.
Tutto questo, però, è ancora
troppo poco e, pertanto, vi chiediamo di collaborare per raccogliere ulteriori
adesioni all’appello e, al contempo, mettere in campo tute quelle
strategie, di cui è capace la creatività pacifista, per
esercitare pressioni sul governo affinché dia risposte concrete
alle esigenze di chi subisce il conflitto.
Resistere alla guerra
Per quanto sia difficile riuscire a sapere cosa avvenga
veramente, si moltiplicano le notizie su diserzioni e iniziative di resistenza
alla guerra nella Repubblica Jugoslava:
-
in Montenegro il numero di giovani che decide di rifiutare
l’arruolamento, anche sull’esempio di alcune importanti
personalità pubbliche, sembra essere in forte crescita, sebbene
a rischio di forti atti repressivi.
-
In Serbia un gruppo di 400 riservisti, arrivati ad Aleksandrovac
affermano che non torneranno più al fronte e si rifiutano di
ripartire per il Kosovo. A Krusevac sono arrivati altri centinaia
di altri disertori.
-
Sempre in Serbia paiono moltiplicarsi le manifestazioni
delle madri di militari che protestano per l’impiego nel conflitto
dei loro figli e chiedono la fine dei combattimenti; tutt’altro
che morbida, a tale riguardo, la reazione della stampa che le accusa
di essere traditrici.
Come si vede il dissenso alla guerra comincia a trovare
spazi per emergere ed è doveroso che possa incontrare sostegno
e solidarietà nel movimento pacifista italiano.
Interrogazione prodisertori
Pubblichiamo, di seguito, il testo dell’interrogazione
parlamentare n° 4-23614, dagli On. Mantovani e Nardini, al Presidente
del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’Interno e per la solidarietà
sociale.
Per sapere – premesso che:
-
I bombardamenti della Nato, l’attività
dell’esercito della Repubblica federale jugoslava e delle milizie
serbe dell’Uck, producono un esodo forzato di decine di migliaia
di profughi kosovari verso Albania, Macedonia e Montenegro, paesi
assolutamente non in grado di garantire condizioni di vita dignitose
a un numero tanto elevato di persone;
-
Nonostante l’enorme sforzo mediatico
per far credere all’opinione pubblica il contrario, nel lungo
periodo, l’intervento dei volontari sul territorio albanese e
macedone non è assolutamente adeguato a far fronte alle difficoltà
logistiche;
-
La prosecuzione dei bombardamenti della
Nato, delle azioni dell’esercito jugoslavo, delle milizie serbe
e dell’Uck, renderanno impossibile il ritorno in tempi brevi
dei profughi nelle loro case;
-
I bombardamenti e la situazione che determinano
hanno accelerato l’esodo dei profughi, che chiaramente non hanno
alcuna intenzione di tornare nelle loro case;
-
Si ha notizia di alcuni casi di membri
dell’opposizione jugoslava e di disertori dell’esercito
di quella federazione respinti alla frontiera di Gorizia;
-
Se il Governo intenda attivarsi per riconoscere
a tutti i profughi provenienti da quella regione che ne facciano richiesta,
senza distinzione alcuna, e predisponendo un piano di accoglienza
adeguato, lo status di protezione umanitaria previsto dal testo
unico sull’immigrazione e già applicato nel caso di profughi
provenienti dall’Albania, anziché tenere, come fino ad
oggi è avvenuto, un atteggiamento simile a quello previsto
per gli immigrati clandestini o per le persone richiedenti asilo politico;
-
Se non si ritenga di dover applicare per
i disertori jugoslavi che si presentano alle nostre frontiere le disposizioni
previste dalla legge n. 390 del 1992, in merito all’automatico
diritto d’asilo per obiettori di coscienza e disertori dei paesi
della ex-Jugoslavia.
Obiettori e consiglieri?
Il caso di Mario Carleschi l’abbiamo
presentato nel numero 10/98.
Dopo “soli” 6 mesi, rispondendo
all’interrogazione del Sen Russo Spena, il Ministero della Difesa,
afferma che:
-
assegnò Mario al Comune di Calcinato
non sapendo che, al contempo, fosse Consigliere nello stesso Comune;
-
I regolamenti prevedono, per l’odc-consigliere,
l’assegnazione ad un ente limitrofo al Comune in cui riveste
la carica;
-
Carica elettiva e servizio civile nello
stesso ente sono incompatibili, non per legge, ma per ragioni di opportunità;
-
Su segnalazione del Sindaco di Calcinato,
si è reso necessario il trasferimento.
Di fatto Mario è stato “allontanato”
(60 km) dal Comune cui avrebbe dovuto essere avvicinato.
Per rispettare una ragione di opportunità
non scritta, il Ministero ha di fatto violato una norma scritta!
Mercenari per le FFAA: reclutamento difficile
Malgrado “Rap Camp”, iniziativa
mirante a promuovere l’arruolamento di mercenari nelle FFAA, pare
che l’appeal della figura del soldato di professione rimanga molto
basso tra i giovani italiani e che la campagna di reclutamento abbia raccolto
un numero di giovani molto inferiore rispetto al fabbisogno delle FFAA.
A tale proposito gli On. Valpiana e De Cesaris
hanno presentato un’interrogazione parlamentare per sapere:
-
quanto sia costata l’iniziativa Rap
Camp;
-
quale sia stata la risposta, in termini
di nuovi reclutamenti, dei giovani italiani;
-
quale sia il fabbisogno numerico che il
Ministero intende coprire mediante i mercenari;
-
se sia giustificabile il costo di Rap
Camp, in relazione agli scarsi risultati da esso ottenuto;
-
quanto sia il costo effettivo, di questo
tipo di iniziativa, calcolato per ogni soldato effettivamente arruolato.
Secondo alcuni convinti assertori della cultura
militarista, la colpa della scarsa adesione dei giovani italiani risiederebbe
nella diffusione di una cultura “antipatriottica”, operata dalle
associazioni pacifiste e dagli obiettori di coscienza.
E’ un riconoscimento di un merito che
non osavamo attribuirci ma, se così fosse, forse il nostro lavoro
si è dimostrato più efficace di quanto noi stessi non sperassimo.
DECALOGO MEDITERRANEO/5
Sua Maestà il Tempo
tra Cronos e Kaos, passato
e futuro
di Christoph Baker
Nevicava su Innsbruck quella
sera di novembre. Un manto di bianco copriva il vecchio ponte sul fiume
e i fiocchi volteggiavano nella luce dei lampioni. Tutt'intorno era silenzio
ovattato. All'improvviso, come per incantesimo, si udì in lontananza
la voce di un pianoforte. Poi questa musica si fece sempre più
chiara, mentre mi avvicinavo ad un vecchio palazzo barocco. Dal secondo
piano, da una finestra aperta su questa notte d'inverno, uscivano le note
di una Nocturne di Chopin. Avevo diciannove anni e la vita mi offriva
per la prima volta il regalo del tempo sospeso. Non esisteva più
niente se non questo pianoforte, queste note, le mie orecchie e il cuore
che si riempiva di una grande emozione. E mentre ascoltavo, la neve cadeva
inesorabilmente. Quando lo sconosciuto smise di suonare, avevo dieci centimetri
di neve sulle spalle...
Così accade che da
un momento all'altro cambia per sempre il modo di vedere le cose. Ero
stato indottrinato a pensare che il tempo era una cosa che si misura.
In ore, in minuti, in secondi. Una cosa che si guadagna o che si perde.
Una cosa che comincia da una parte e va da un'altra. Comunque davanti.
Così, come tutti, ho cominciato a rincorrere il tempo, a risparmiarlo,
a sfruttarlo, a massimizzarlo. Ho imparato a organizzare il mio
tempo, a dividerlo, fossi chissà quale dio (e meno male
che Cronos non si è arrabbiato più di tanto). Ma è
così, non è vero? Abbiamo sviluppato una specie di rapporto
di padrone-schiavo con il tempo. Vogliamo ingabbiarlo, controllarlo, e
a volte addirittura affrettarlo! Ci piacerebbe averlo a disposizione quando
diciamo noi, per obbedire ai nostri capricci, per darci una mano. Come
se fosse un semplice bene di consumo. Ho sentito dire che il tempo si
dovrebbe potere comprare al supermercato quando ci serve, per poi rivenderlo
quando ci avanza. Per non parlare di quelli che dicono che non c'è
abbastanza tempo in una giornata per fare tutto quello che c'è
da fare. Non c’è abbastanza tempo??? Ma di che cosa
è fatta una giornata se non di tempo? Di tutto il tempo?
Probabilmente subentra anche
qui il nostro eterno problema esistenziale: la paura di morire. Una superficiale
- ma quanta ingannevole - attitudine verso la morte è quella di
immaginare di rimandarla in là il più possibile. E quale
illusione più forte che di possedere il tempo, e decidere noi quando
è giunto il momento (che a giudicare da certi "scienziati"
dovrebbe essere perennemente rimandato, grazie a delle pillole di gioventù
eterna!)? Fra parentesi, non ho mai capito perché dovremmo allungare
la vita, dopo averla sprecata lavorando, risparmiando, faticando, litigando,
sbuffando, deludendo noi e gli altri, inseguendo chimere di plastica,
nascondendoci in continuazione, e così via... Vogliamo veramente
un'altra dose di tutto questo? Invece chi l'ha abbracciato in pieno
normalmente va incontro all'attimo finale non dico cantando, ma almeno
con l'anima in pace per avere vissuto tanto.
A qualche passo dai Pirenei,
appesi al cielo come nidi d'aquila, ci sono ancora oggi dei castelli che
otto secoli fa hanno conosciuto una delle pagine più buie della
storia cristiana: la crociata contro gli Albigensi. Per quarant'anni,
con la benedizione - anzi sotto l'ordine - dei Papi, un esercito di crociati
andò a massacrare e terrorizzare una intera popolazione (pulizia
etnica?), colpevole solo di avere creduto in un’altra teologia cristiana,
la dottrina dei bonshommes, dei Catari. Non è il caso di
dilungarmi qui, ma ho menzionato questi castelli - soprattutto Peyrepertuse
e Quéribus - perché ancora oggi sono più o meno identici
a quando furono abbandonati nel trecento, quando la frontiera fra Francia
e Aragona si spostò più a Sud. Da allora, nessuna ha più
abitato questi luoghi sacri e magici che sembrano dialogare direttamente
con Dio. Ebbene, essendo salito fino in cima a questi castelli, sono stato
di nuovo stregato da un tempo che non è quello che mi hanno inculcato.
Infatti, le pietre ma anche le travi di legno sono intatte, le valli intorno
non evidenziano la presenza della modernità (forse qualche raro
e orrendo traliccio, qualche strada, e ovviamente il parcheggio delle
macchine di chi è arrivato fin qua), e c'è un silenzio imponente
interrotto solo dal vento o dal grido di un uccello rapace. Ma soprattutto,
quando si è lassù, per la prima volta la testa veramente
nelle nuvole - mi raccomando, per un ricordo incancellabile, l'arrivo
di un temporale - ci si rende conto che esistono cose che non obbediscono
alle leggi che avevamo miseramente imputato al tempo.
Così, tutto di un
tratto, il tempo non è più solo divisione, misura, o susseguirsi
di momenti e eventi. Il tempo si arricchisce lentamente di colori, di
suoni, di sapori. Ti rendi conto che non si può separare una entità
astratta dal luogo e dall'emozione che te l'hanno fatto conoscere meglio.
Ti accorgi che le tue nozioni indottrinate crollano come un castello di
carte di fronte a tanto spessore. In quel momento cominci anche a intuire
che il presente è qualcosa di sconvolgente, che il presente ha
tutto in sé, che non esiste un momento che è fuori di adesso,
né il futuro né il passato. Il ricordo non lo stai ricordando
adesso? Il progetto non lo stai progettando adesso?
Allora, la nostalgia e il
sogno diventano i veri parametri del nostro pellegrinaggio terrestre.
Al posto dell'illusione di organizzare il futuro, o di progredire in rapporto
al passato, possiamo cominciare a viaggiare dolcemente da una emozione
all'altra, con la fiducia che il tempo a quel punto non è altro
che il contesto, il paesaggio in cui spaziamo all'inseguimento delle grida
e dei canti della nostra anima. Un tempo sentito dentro le trippe è
tutt'altra cosa di quello imprigionato nelle nostre menti e nei nostri
orologi. Laddove il secondo crea angoscia e frenesia, il primo invita
al profondo, alla contemplazione, e - c'è bisogno di dirlo? - all'ozio...
Sono convinto che solo con
un nuovo senso del tempo, di un tempo eterno e pieno di tutto,
sia possibile finalmente imparare dalla storia umana le cose vitali che
finora sono state scartate dalle filosofie trionfanti dei vincitori. Cose
che ci permetterebbero - è il sogno - di uscire dall'atavica propensione
dell'uomo alla violenza. Perché bisogna pur chiedersi come mai,
con questo mito del progresso (scientifico, tecnologico, economico, politico,
ecc.), siamo ancora ridotti a usare l'odio, la distruzione e le armi per
"risolvere" i conflitti? Come si usa dall'alba della storia
umana. Su questo tasto non abbiamo fatto un misero passo in avanti. Tuttavia,
sappiamo benissimo che l'uomo è anche capace di grandi slanci di
generosità, di gratuità, di umiltà e di amore. Ci
sono testimonianze lungo tutto il cammino dell'esistenza umana sulla terra
che ci ricordano che l'uomo non è solo violenza e sopraffazione,
avidità e intolleranza. Solo che l'ironia più dolorosa della
storia umana è che la pace è sempre un concetto debole di
fronte alla guerra. Un po' come la parabola della foresta tropicale che
impiega milioni di anni per creare quello che l'uomo con un colpo di ruspa
può distruggere in un minuto, tutto lo sforzo universale per creare
dentro di noi una altra cultura del confronto, muore in un attimo di fronte
all'ennesima prova di forza brutale e definitiva come lo è una
guerra. Dopo una guerra, si deve sempre ricominciare daccapo...
Se invece avessimo un altro
senso del tempo, forse troveremmo nei viaggi a ritroso, dentro i reperti
e nei libri, nei racconti tradizionali e nell'arte, come nella danza,
nel teatro o nel modo di fare le case, gli ingredienti di un mondo più
pacifico. E noi occidentali potremmo cominciare a intuire perché
tante civiltà - molte tuttora vive - hanno un senso ciclico della
storia. Dicono che l'uomo ripete molte cose, ma che anche gli dei si ripetono.
La nostra fissazione di cercare sempre di misurare il nostro progresso
in termine di avanzamento rispetto al passato ci ha accecato, e non ci
rendiamo conto che anche noi in fondo riproponiamo regolarmente vecchie
storie, spacciandole per "scoperte". A questo proposito, mi
fa sorridere (da buon ignaro di queste cose) l'ultimo traguardo della
fisica pura: la teoria del Kaos. Oggi, gli stessi fisici che qualche decennio
fa erano lanciati sparati sulla via della spiegazione di tutto, della
sistemizzazione di tutto, ci dicono "guardate che abbiamo
scherzato: in fondo, non ci si capisce niente"! E così un
bel cerchio si chiude. E da qualche parte, una vecchia saggia Apache sorride
sicuramente anche lei...
Altra cartolina postale:
la vita all'equatore nelle Seychelles. Un giorno che comincia sempre allo
stesso momento, un tramonto di pochi minuti e la notte puntuale anche
lei sempre alla stessa ora, e tutti i giorni che si assomigliano, ieri
come l'altro ieri. Il tempo di un tempo, ritmato dalla stagione delle
piogge e dall'altra stagione, cioè il resto dell'anno. La temperatura
quasi sempre più o meno la stessa. Stavo in una sdraio gli occhi
persi all'orizzonte dell'oceano indiano, mentre nuvole passavano maestose
sopra le nostre teste. Meditavo sul vecchio che avevo incontrato il giorno
precedente occupato a costruire una casa di bambole. Gli chiesi per chi
era, e lui mi rispose che l'aveva cominciato per sua figlia, poi una cosa
e l'altra, e adesso stava provando di finirla per sua nipotina... C'era
nella sua voce tutta la tranquillità del mondo, nei suoi occhi
una luce ironica. Ho immaginato la vita trascorsa con questi ritmi. Un’immagine
fulminea invase il mio pensiero: l'ufficio, le carte, il telefono, gli
appuntamenti, e tutto il tralalà. Mi girai verso la mia compagna,
stavo per dirle "perché non rimaniamo qui un anno e ricominciamo
a vivere"? Ma lei mi anticipò. Con uno sbadiglio, disse: "meno
male che partiamo domani. Che noia, tutto è sempre uguale qui!"
Mi raccomando le dinamiche di coppia…
Ma parlare del tempo in
modo così razionale, mi fa perdere il richiamo di Sua Maestà.
Se dovessi dire a miei figli cos'è il Tempo (se mi stessero a sentire,
ovviamente!)... allora parlerei di certi silenzi in mezzo ad una partitura
di violoncello. Un nonnulla, eppure una cosa irrinunciabile. Ecco, quando
così leggero, ma così essenziale, si intrufola nel nostro
cammino scontato, quando ci fa fermare un attimo, perché proprio
non te l'aspettavi, il Tempo diventa poesia. Ci invita ad aprire il portone
di casa, ad avventurarci al seguito di un pifferaio, a farci ubriacare
da un profumo, ad inseguire ebeti una nuvola che ci ricorda l'infanzia,
cose che non facevamo per mancanza di tempo!
A miei figli, parlerei di
notti di stelle come fuochi d'artificio sopra il mare di Dalmazia; dell'aurora
attesa sulla montagna di Sainte-Victoire in pieno inverno con le coperte
di lana; di un fuoco nel camino con in mano un buon bicchiere di rosso
e nella testa tutti i sogni che fanno a botte. Gli racconterei le ore
sul molo di Cherbourg sotto la sagoma gigante del Queen Elizabeth
in mezzo alle valigie prima di salpare per New York... E dovrei dirgli
dell'emozione di essere in mezzo all'Atlantico, proprio a metà
distanza fra il vecchio e il nuovo mondo. Laddove il Tempo diventa Orizzonte.
Laddove il gabbiano che ha deciso di farsi la "traversata" a
rimorchio del transatlantico, rimane l'unico aggancio con il passato e
il futuro.
Non potrei evitare di raccontargli
di un’estate intera a scrivere canzoni per una meteora che suonava
il pianoforte e mi stringeva come mai più nessuna... E che aspettare
a volte è più importante che arrivare. Che c'è un
piacere profondo a perdere un treno, quando restare sembra così
essenziale. E che dire delle notti passate in bianco? Gli occhi che fissano
il soffitto. Il buio intenso che non consente alibi nè distrazioni.
E dal profondo della nostra anima, tutti insieme pianti, urla, esplosioni
disumane strappano il nostro cuore alla quiete dei nostri affetti sbiaditi.
E si comincia a volteggiare in mezzo a scene stupefacenti, da Hyeronimus
Bosch o giù di lì. Ditemi voi se questo è tempo sprecato,
guadagnato, impiegato o sfruttato?
E qui bisogna parlare della
nebbia. Perché il Tempo con un tramonto sul mare può sembrare
roba facile. Invece un canale... nella nebbia. Val Padana o Plat Pays.
Dove non vedi un tubo a due metri. E le ali si richiudono sconsolate.
Come fai a decollare in mezzo a questo cotone? E sapere che a due
passi c'è una casa che conosci a memoria; ma oggi questa casa è
scomparsa. E non serve a niente correre, tanto la nebbia non è
un animale nè una opinione. Si alza quando le pare. La nebbia trascina
le nostre braccia verso terra finché diventano due pesi, che poi
ci vuole troppa forza per portarle verso chissà quale grande traguardo.
In questi casi, è normale avvicinarsi al canale. E' normale andarci
così vicino da vedere il proprio viso rispecchiato nell'acqua torpida
e ferma. Vederci così come siamo. E allora la nebbia, il canale
e il Tempo e... "E' a primavera che nei canali si pescano le trote
e gli annegati", cantava Jacques Brel.
Sua Maestà il Tempo
- non vorrei darne un'immagine falsa - è anche pazienza, lunga
durata e compagno di strada. Il Tempo è giocatore di boules,
fumatore di chilum, amatore di siesta, pantofolaro, grattatore
di panza. E' tiratore di reti, accompagnatore di capre, raccoglitore di
funghi. Si alza per ultimo dalla panchina, lascia sempre passare il prossimo,
si gusta fino in fondo il moscato appassito. Non contempla neanche per
scherzo di essere spinto verso un traguardo immediato. Riconosce l'inganno,
sa aspettare che la polvere si riposi per terra, non si fa abbagliare
dai lampi. Il Tempo le ha già viste tutte...
Siamo noi che naufraghiamo.
Quando gli amori sconfitti arrivano al capolinea e si va ognuno per la
propria strada. Quando si tocca per mano l'incommensurabile baratro fra
quello che volevamo essere e quello che siamo diventati. Quando la voglia
di cambiare si è trasformata in necessità di adeguarsi.
Quando si beve dal calice amaro della delusione, del rammarico e del rimpianto.
Quando si spera fino all'ultimo che non finisca in guerra anche questa
storia. Quando ci si rende conto che sì, è più facile
conformarsi, ma che questo non semplifica niente. Quando si è soli
e non ci voleva... Sono questi i momenti dove il Tempo tocca il nostro
cuore. Sarebbe bello se riuscissimo poi a portare questa emozione con
noi, come compagna di viaggio per affrontare i prossimi scogli del destino,
ma anche le spiagge d’argento della nostra vita.
LA NONVIOLENZA NELLA LETTERATURA / 5
S. Francesco, civiltà italiana
Arrivare ad Assisi di primo mattino, mentre la luce rosata dell’aurora
ne lambisce le mura e le chiese: Assisi è un “paese dell’anima”
per l’impronta che vi ha lasciato S. Francesco. Anche per questo
Capitini la scelse come meta della prima marcia della pace (1961).
Quando cerchiamo le radici della civiltà italiana,
dobbiamo venire nella cittadina umbra, permeata dallo spirito francescano.
Il santo non solo compose uno dei primi documenti della poesia in volgare,
il Cantico delle creature (I224-25), ma fu l’iniziatore di
un rinnovamento spirituale popolare, al quale anche i massimi intellettuali
del tempo: Dante e Giotto.
Il primo celebra il “poverello” nel canto XI
del Paradiso (vv. 43-117); il secondo, coadiuvato da altri pittori, lo
fa rivivere nei mirabili affreschi della Basilica francescana di Assisi
e nella cappella Bardi in S. Croce a Firenze. Tra i tanti artisti che
si ispirarono a S. Francesco, Benozzo Gozzoli intorno al 1452 ne illustrò
la vita, in dodici scomparti, nella chiesa S. Francesco di Montefalco
(PG), una delle “città del silenzio” cantate da D’Annunzio.
Neppure il Carducci si sottrasse al fascino del Santo:
………….
Su l’orizzonte del montan paese,
nel mite solitario alto splendore,
qual del tuo paradiso in su le porte,
Ti vegga io dritto con le braccia tese
Cantando a Dio – Laudato sia, Signore,
per nostra corporal sorella morte!
(S. Maria degli Angeli, dalle Rime Nuove)
I Fioretti di S. Francesco
Dalla vita e dalla predicazione di S. Francesco ebbe origine
una folta letteratura, ora raccolta nell’ampio volume Fonti francescane
(Edizioni Messaggero Padova, 1980, pp. 2827). Noi ci limiteremo a
presentare con lievi ritocchi alcuni brani dai Fioretti, opera
molto popolare per il candore e la freschezza della narrazione, la cui
stesura dovrebbe aggirarsi tra il 1370 e il 1385. Non è un testo
originale, ma l’autore, non identificato con certezza dagli studiosi,
tradusse dal latino in parlata toscana una raccolta di Atti del beato
Francesco e dei suoi compagni, formatasi tra la fine del Duecento
e l’inizio del Trecento.
Dov’è perfetta letizia
Frate Leone con grande ammirazione gli domandò: - Padre, io
ti
prego dalla parte di Dio che tu mi dica ove è perfetta letizia.
E santo Francesco gli rispose: - quando noi giungeremo a
Santa Maria degli Angeli, così bagnati per la piova e agghiacciati
per il freddo, e infangati di melma e afflitti di fame,
e picchieremo la porta del luogo, e il portinaio verrà
adirato
e dirà: “Chi siete voi?”, e noi diremo:
“Noi siamo due dei
vostri frati”, e colui dirà: “Voi non
dite vero, anzi siete
due ribaldi che andate ingannando il mondo e rubano le
elemosine
dei poveri, andate via”, e non ci aprirà,
e ci farà
stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo
e colla fame,
infino alla notte, allora, se noi tante ingiurie e tanta
crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente
senza
turbarci e senza mormorazione, e penseremo umilmente e
caritativamente che quel portinaio veracemente ci conosca,
e che
Iddio lo faccia parlare contro noi: o frate Leone, scrivi
che ivi è perfetta
letizia (cap. VIII).
La predica agli uccelli
La sostanza della predica di santo Francesco fu questa:
Sorelle mie uccelli, voi siete molto debitrici a Dio, vostro
Creatore, e sempre e in ogni luogo lo dovete lodare, perché
v’ha dato il vestimento duplicato e triplicato; poi v’ha
dato libertà di andare in ogni luogo, e anche riservò
il seme
di voi nell’arca di Noè, affinché la specie vostra
non venisse
meno al mondo.
Ancora, gli siete debitrici per l’elemento dell’aria, che
Egli
ha destinato a voi. Oltre a questo, voi non seminate e non
mietete, e Iddio vi pasce, e vi dà i fiumi e le fonti per
vostro bere, vi dà i monti e le valli per vostro rifugio
e gli alberi alti per fare il vostro nido. E benché voi non
sappiate filare né cucire, Iddio vi veste, voi e i vostri
figlioli. Onde, molto v’ama il Creatore, poi ch’Egli vi
fa
tanti benefici; perciò guardatevi, sorelle mie, dal peccato
della ingratitudine, ma sempre studiatevi di lodare Dio.
(cap. XVI)
Un
giovane donò tortore e santo Francesco
Un
giovane avea prese un dì molte tortore e le portava
a vendere. Iscontrandosi in
lui santo Francesco, il quale
sempre aveva singolare pietà
per gli animali mansueti,
guardando quelle tortore con
l’occhio pietoso, così disse
a quel giovane:- O buon giovane,
io ti prego che tu mi
dia codeste tortore, affinché
uccelli così mansueti e
innocenti, ai quali nella santa
Scrittura sono assomigliate
l’anime caste e umili
e fedeli, non vengano alle
mani dei crudeli che le uccidano.
Di subito colui, ispirato da
Dio, tutte le diede a
santo Francesco; ed egli, ricevendole
in grembo,
cominciò a parlare loro
dolcemente:- O sorelle mie tortore,
semplici, innocenti e caste,
perché vi lasciate pigliare?
Or’è ch’io
vi voglio scampare dalla morte, e vi farò i
nidi a ciò che voi facciate
frutto, e vi moltiplicate
secondo il comandamento di
Dio vostro creatore.
E va santo Francesco, e a tutte
fece il nido, ed esse
Cominciarono a fare uova e
a figliare, innanzi ai frati;
e così domesticamente
stavano e usavano con santo Francesco
e con gli altri frati, come
se fossero state galline, sempre
nutrite da loro. E mai non
si partirono, finché santo
Francesco, colla sua benedizione,
diede loro licenza di
partirsi.
(cap.
XXII)
NOVITA’ EDITORIALE DEL
MOVIMENTO NONVIOLENTO
Le periferie della memoria
Profili di testimoni di pace
di Sergio Albesano
“Questa è l’ultima atroce guerra
del mondo!” Così confidava Ernesto Teodoro Moneta, premio
Nobel per la pace nel 1909, poco prima di morire, riferendosi alla prima
guerra mondiale. L’idea che si possa combattere la guerra definitiva,
che porti come conseguenza una pace duratura ed eterna, si ripresenta
ad ogni generazione e ogni volta si rivela per quel che è: una
tragica illusione. Soltanto le armi termonucleari che oggi l’uomo
dispone possono condurre ad una guerra terminale, alla quale non ne seguiranno
altre, poiché non rimarranno uomini per combatterle. Duemila anni
di storia avrebbero dovuto insegnare che il precetto latino Si vis
pacem para bellum è un grave errore, perché se si desidera
la pace l’unico modo per ottenerla è preparare la pace. Non
è possibile, infatti, costruire qualcosa di bello e di positivo
con metodi sbagliati: se si coltiva un roveto si otterranno soltanto spine;
se si desidera avere frutti buoni è indispensabile piantare e curare
l’albero appropriato. Come affermava Gandhi, il fine e i mezzi sono
uniti da un vincolo strettissimo, nello stesso rapporto che corre fra
il seme e la pianta che germoglierà. Se ci poniamo la meta di costruire
il futuro e di investire nella profezia, allora dobbiamo essere consapevoli
che la violenza genera odio e che una guerra ne produce altre.
La citazione iniziale è tratta dal libro
Le periferie della memoria, un’opera collettiva che raccoglie
le biografie di alcuni personaggi che hanno contribuito a costruire in
Italia, dall’Unità ad oggi, la storia dell’opposizione
alla guerra. Si tratta di un’operazione interessante, anche perché
all’interno del movimento nonviolento non esiste una grande attenzione
verso il proprio passato storico e ciò è senza dubbio un
errore. I militari, al contrario, sono molto attenti alla loro storia
e la studiano con cura, anche se spesso la distorcono con le armi della
retorica. I nonviolenti, invece, in genere sono poco coscienti dell’importanza
che ha il passato per comprendere il presente e per impostare il futuro.
Questo libro si pone dunque in controtendenza e ha il compito, fra l’altro,
di risvegliare una corrente di studi storici che è un po’
assopita e cioè quella che riguarda la storia dell’antimilitarismo.
Parliamo di studi storici, perché questo
volume, nonostante la maggior parte degli autori si rispecchi nelle idealità
della nonviolenza, non è un testo di militanza, ma una ricerca
che ha utilizzato la metodologia scientifica della ricerca storica.
I personaggi di cui si è analizzata la
biografia sono Ezio Bartalini, Tonino Bello, Andrea Caffi, Umberto Calosso,
Aldo Capitini, Carlo Cassola, Remigio Cuminetti, Alex Langer, Giorgio
La Pira, Gabriele Moreno Locatelli, Italo Mancini, Edmondo Marcucci, Joseph
Mayr-Nusser, Ernesto Teodoro Moneta, Maria Montessori, Guido Plavan, Domenico
Sereno Regis, Gracco Spaziani, Luigi Sturzo, Franz Thaler, Emma Thomas
e Tullio Vinay.
Certamente esistono molti altri nomi che si sarebbe
potuto prendere in considerazione, ad esempio Lorenzo Milani e David Maria
Turoldo. Ma Le periferie della memoria non vuol essere un’enciclopedia
completa e definitiva sul paesaggio della nonviolenza italiana, quanto
piuttosto un episodio iniziale e uno stimolo affinché altri studiosi
continuino il lavoro iniziato, coscienti dell’importanza di tramandare
la memoria storica di coloro che ci hanno preceduto e che, grazie al loro
comportamento, ci hanno permesso di raggiungere un livello più
elevato di civiltà.
Tra le biografie analizzate, ci sono persone
che sono state limpidamente nonviolente per tutta la loro esistenza, come
Aldo Capitini, e altre che invece hanno vissuto momenti alterni e che
però, in un preciso periodo della loro vita, si sono schierate
contro la guerra. Il compito degli autori è stato quello di analizzare
le loro esistenze, evidenziando anche le contraddizioni che hanno vissuto.
Appaiono così ai nostri occhi non persone eccezionali, maestri
ammirabili ma non imitabili, ma piuttosto donne e uomini che hanno commesso
errori, che sono state tentate, che hanno sofferto per le loro scelte.
Dunque esempi che possono essere proposti e strade di vita che possono
essere ripercorse. Raccogliere l’esempio di questi testimoni di pace
e proseguire il loro impegno di vita è la via per far uscire definitivamente
la guerra dalla storia dell’umanità.
Nel testo sono mischiate biografie di personaggi
noti, come Giorgio La Pira, ad altre di persone completamente sconosciute.
Nel caso di quest’ultime si tratta di uomini che hanno lottato contro
la guerra e che hanno sofferto per le decisioni assunte. Ma il loro ricordo
rischia di andare perduto per sempre, se noi, storici di questa generazioni,
non andremo ad estrarle dalle periferie della memoria dove sono confinate
e non le riporteremo al livello della consapevolezza collettiva.
Scorrendo l’elenco dei personaggi trattati,
si evidenzia inoltre la presenza di persone provenienti da aree culturali
e di pensiero eterogenee. Accanto a cattolici, quali Tonino Bello e Luigi
Sturzo, stanno laici, testimoni di Geova (Remigio Cuminetti) e pastori
protestanti (Tullio Vinay). E’ questo il sintomo che l’opposizione
alla guerra non è prerogativa specifica di una religione o di una
filosofia, ma è una speranza radicata in tutti gli uomini di buona
volontà.
Trattandosi di un’opera scritta a più
mani, nel leggerla risultano evidenti le differenze di stile fra i diversi
autori. Questa mescolanza di scritture è un’ulteriore ricchezza
del libro e potrà agevolarne la lettura, proprio come in un’orchestra
gli strumenti sono molti e con timbri differenti l’uno dall’altro,
ma ognuno concorre a costruire la melodia, l’armonia e il ritmo del
brano musicale.
Una volta raccolti i diversi interventi, il testo
è stato proposto a ventisei case editrici, ottenendo altrettanti
rifiuti. Il lavoro stava rischiando di finire dimenticato in un cassetto,
quando, grazie ad alcuni finanziamenti, si è resa possibile la
sua pubblicazione. Nessuno dei ventisei editori contattati ha avuto il
coraggio di rischiare su un’opera scientifica che ha la sua ragione
di esistere nel panorama dell’editoria italiana. L’aiuto economico
è giunto dal Movimento Nonviolento (M.N.), dal Centro Studi Sereno
Regis di Torino e dalla Federazione di Torino dell’Associazione Nazionale
Perseguitati Politici Italiani Antifascisti (A.N.N.P.I.A.). Questo testo,
però, pubblicato artigianalmente da una tipografia, non avrà
diffusione e sarà privo di pubblicità. Dunque la conoscenza
della sua esistenza e la possibilità di acquistarlo e di leggerlo
sarà circoscritta ad un ambito limitato. E’ un peccato che
un volume di tale valenza venga a sua volta confinato nelle periferie
della memoria dell’editoria italiana. Ma questa è la realtà
con cui ci dobbiamo confrontare, dove le sciocchezze scritte da un cabarettista
qualunque vendono migliaia di copie, mentre un testo come questo non apparirà
mai sui banconi delle librerie.
Come scrivevamo più sopra, i personaggi
di cui si è trattato non sono eroi, ma donne e uomini che nella
loro vita hanno compiuto qualcosa di ripetibile per contrastare
la guerra e la sua preparazione. E’ proprio nel fatto che si tratta
di esperienze ripetibili che sta la loro forza. Gandhi rifiutava di essere
presentato come un santo e diceva sempre di essere una persona normale,
che ha compiuto gesti che chiunque altro può fare. I protagonisti
di questo libro sono persone normali, che hanno fatto cose alle quali
anche noi siamo chiamati. Il rifiuto della guerra è antico forse
quanto la guerra stessa; ma la guerra è ancor oggi una tragica
realtà. Le biografie che vengono presentate appartengono a persone
che nella loro vita hanno preferito non mettersi al centro, sotto i riflettori,
ma agire fuori dal clamore. Sono persone che hanno in comune la scelta
di agire non per se stesse, ma per far crescere una coscienza comune contro
la guerra, perché la civiltà umana progredisce con la pace
e arretra con la guerra. Perciò i fautori della pace, quanti per
essa si sacrificano, sono benefattori dell’umanità e devono
essere ricordati per gratitudine e per ammaestramento dei giovani. A ciascuno
dei personaggi presi in esame si addice il motto di Orazio Non omnis
moriar (Non morirò interamente), perché di quanto hanno
fatto rimane una memoria che con questo libro si è cercato di attestare
e di tramandare.
Il volume vede la luce proprio quando una nuova
guerra si è scatenata alle porte di casa nostra e ci vede protagonisti
attivi. Per molti italiani si è ripresentato il dilemma di come
agire di fronte alla prepotenza di uno Stato aggressivo. Cercare con difficoltà
e sofferenza una strada di pace costruita con la nonviolenza oppure intervenire
con la forza delle armi per difendere popolazioni inermi? La decisione
più logica e pratica sembra la seconda, ma la tragedia di un’illusione
che sembra portare la pace e che in realtà perpetua la guerra ci
viene rammentata dalle parole di Ernesto Teodoro Moneta riportate all’inizio
dell’articolo. L’esperienza storica dimostra che la costruzione
di una pace duratura, nella quale popolazioni di etnie diverse abbiano
la capacità di convivere, si può attuare soltanto con mezzi
nonviolenti. L’uccisione di migliaia di uomini, così come
la deportazione e lo sterminio di un popolo, non potranno che generare
nuovo odio e porre le basi per la guerra prossima ventura.
Concludiamo riportando le parole finali della
presentazione al volume, in cui si spiega quali sono i destinatari della
fatica degli autori: “Certamente questa è stata un’esperienza
coinvolgente, ma non abbiamo scritto questo libro per noi. Non l’abbiamo
fatto per i nostri amici o per le persone che condividono i nostri ideali.
Non l’abbiamo scritto neppure per coloro che leggeranno il nostro
lavoro. L’abbiamo scritto per te, solo per te che in questo momento
scorri queste righe. (...) Perché tu conosca e mediti.”
Autori Vari, Le periferie della memoria, Coedizioni ANPPIA e Movimento
Nonviolento, Torino-Verona, 1999, pag. 180, L. 10.000
Per acquisti rivolgersi direttamente ad Azione
nonviolenta (via Spagna 8, 37123 Verona, tel 045 800 9803, fax 045 800
92 12,
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