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DELEGITTIMARE LA GUERRA PER TROVARE UNA PACE GIUSTA
Angela Dogliotti Marasso
CHI HA UCCISO LA COSTITUZIONE ?
FACCIAMO PREVALERE LA CIVILTA'
L'USO DELLA FORZA AFFIDATO ALLA POLIZIA INTERNAZIONALE
Enrico Peyretti
MAI PIU' AUSCHWITZ, MAI PIU' HIROSHIMA
Edi Rabini
MISSILI INTELLIGENTI, PRESIDI DEFICIENTI
DENTRO LA BASE NATO PER APRIRE UN DIALOGO
LETTERA AD UN PILOTA NATO
RIFLESSIONI SULLA GUERRA
QUALE POLITICA DELLA DIFESA PER I NONVIOLENTI ?
Angela Dogliotti Marasso
I PONTI SACRI DI ALEX
Adriano Sofri
LA NONVIOLENZA DI GANDHI, LE BOMBE DI PANNELLA
DOMANDE E RISPOSTE SUL KOSOVO
Alessandro Marescotti
IL BRUSCO RISVEGLIO DI FRONTE ALLA GUERRA
Fulvio Cesare Manara
Obiezione
L'ITALIA RIPUDIA LA COSTITUZIONE: NOI RIPUDIAMO L'ITALIA
!
Il fucile spezzato
BOMBE "UMANITARIE" E DISFATTA UMANITARIA
L'arte di scrivere
BOEZIO, LA CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA
Ozio... in corso
LA PRATICA DEL RALLENTAMENTO DEL TEMPO
La guerra è come una valanga, al suo passare travolge
tutto e tutti. Rompe e distrugge anche i torti e le ragioni. Uccide anche
ciò che vorrebbe salvare. I profughi che fuggono dalla pulizia
etnica muoiono per le bombe di chi avrebbe dovuto difenderli. E’
la guerra, che ha coinvolto anche noi. L‘Italia, in base al Diritto,
potrebbe fare esclusivamente guerre di difesa e solo una precisa procedura
giuridica, che coinvolge il Parlamento e il Presidente della Repubblica,
può dichiarare lo “stato di guerra”. Il Presidente del
Consiglio ha detto che “siamo in guerra, e quando c’è
la guerra si spara”. Forse ha scordato che l’utilizzo delle
basi e dell’aviazione militare italiana avviene al di fuori delle
regole internazionali. Da oltre un mese, dunque, viviamo con un deficit
di democrazia. Il Patto fondamentale su cui si fonda la civile convivenza
nel nostro paese è stato calpestato. Ci si nasconde dietro perifrasi
come “difesa integrata” che non riescono a mascherare la realtà
della guerra. Sui banchi di scuola abbiamo studiato che la Costituzione
è la Carta suprema alla quale tutte le Leggi si devono uniformare.
Cosa dobbiamo fare, oggi, di fronte al fatto che i vertici delle Istituzioni
non sanno o non vogliono far rispettare la Costituzione?
Per questo abbiamo presentato una denuncia penale alla
Procura della Repubblica (da pag. 4 a pag. 7) e chiediamo a tutti i nonviolenti
di sostenere localmente questa iniziativa sottoscrivendo la “dichiarazione
di opposizione alla guerra” (a pag. 9), anche con un impegno economico
(pagare per la pace anziché per la guerra) in occasione della dichiarazione
dei redditi.
Per il resto proseguiamo e rafforziamo il nostro incessante
impegno per la nonviolenza a partire dalla diffusione di questo numero
speciale di Azione nonviolenta.
Mao Valpiana
STRATEGIE ALTERNATIVE DI DIFESA
PER INTERVENIRE NEI CONFLITTI
Delegittimare la guerra, per trovare una pace giusta
di Angela Dogliotti Marasso
“L’Italia ripudia la guerra come
strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo
di risoluzione delle controversie internazionali” (art.11)
Le tragiche esperienze di genocidi, deportazioni, bombardamenti
avevano portato i costituenti a fondare su questa decisiva affermazione
di civiltà il patto di convivenza nel nostro paese nell’immediato
dopoguerra.
Altri massacri, pulizie etniche, deportazioni hanno insanguinato,
da allora, il nostro secolo: la guerra non è uscita dalla storia,
anche se la coscienza comune ne percepisce chiaramente tutto l’orrore.
E’ difficile trovare oggi qualcuno che la esalti ancora come “igiene
del mondo”, ma ciò che è rimasto nel profondo della
nostra sedimentazione culturale è l’essenza della sua legittimazione
come strumento della politica.
Si dice infatti di questa guerra: tutte le vie pacifiche
sono fallite, non si può accettare il genocidio del Kossovo, “la
Nato non deve perdere l’occasione di colpire a fondo, costringendo
Milosevic a una cessazione delle ostilità non provvisoria e unilaterale,
ma sostanziale e risolutiva”(Gianni Vattimo, La Stampa del 7/4/99)
E’ su questo punto che dobbiamo rispondere, questo
è il nocciolo duro da intaccare: delegittimare la guerra;
affermare, costruire, sviluppare strategie alternative di difesa e di
intervento nelle situazioni di conflitto.
Perché non è vero che tutte le vie pacifiche
siano fallite, è vero piuttosto che non sono state adeguatamente
seguite le alternative alla guerra che nel corso del conflitto tra dirigenza
serba e Kosovari si sono presentate:
a- non è stata sostenuta, da un’Europa indifferente,
la decennale resistenza nonviolenta dei Kosovari , che aveva finora impedito
la guerra nel punto più caldo dei Balcani, mentre è stato
favorito il conflitto armato appoggiando e armando l’UCK;
b- Milosevic è stato premiato con l’eliminazione
delle sanzioni di primo livello e con accordi economici , anche da parte
dell’Italia (STET, FIAT...);
c- la missione degli osservatori OSCE, che ha svolto un
positivo lavoro di interposizione e di mediazione tra le milizie serbe,
l’UCK e la popolazione civile, è giunta troppo tardi ed è
stata solo parzialmente realizzata (1400 verificatori su 2000)
d- è stato svolto un insufficiente lavoro diplomatico
in ambito ONU e OSCE, lavoro che avrebbe potuto individuare le forme di
un intervento, anche limitato, ma accettabile da tutte le parti
Ma a queste argomentazioni si risponde che non possiamo
andare a vedere quali errori siano stati fatti nel passato, perché
di fronte al massacro era necessario prendere una decisione immediata,
per fermarlo.
Ma come si può chiederci di non ragionare sul passato
se è proprio dalle omissioni, dalle indifferenze, dagli errori
del passato che si è sviluppata l’attuale, tragica situazione?
Non si può sostenere che la guerra è l’unica risposta
quando essa non è che l’ultimo anello di una serie di opzioni
politiche che, in quanto prigioniere di una cultura di legittimazione
della guerra, hanno avuto l’effetto di mettere in atto una profezia
che si è autoavverata. Perché, infatti, non sostenere Rugova
e armare, invece, l’UCK? Non significa ciò, nella migliore
delle ipotesi, sentire solo la ragione delle armi? E quale morte annunciata
più della tragedia del Kossovo? Bisognava aspettare fino ad ora
per scoprire il volto feroce di Milosevic?
Non solo, ma l’intervento NATO anziché proteggere
i Kosovari, li ha esposti ancor più, in modo irresponsabile (un
paradosso dell’etica della responsabilità...), alla pulizia
etnica di Milosevic e alla vendetta delle milizie serbe, ponendo la necessità
di una nuova escalation della guerra. Di questo passo, ci saranno ancora
Kosovari da salvare quando la resistenza serba sarà piegata? Non
si rivela in questo modo il fatale destino della eterogenesi dei fini
quando la violenza vuole farsi giustizia?
Oltre a ciò, i bombardamenti sulla Serbia hanno
ottenuto finora come risultato:
- di ricompattare i Serbi attorno a Milosevic, isolando
i dissidenti;
- di incrementare gli odi reciproci, di cronicizzare le
separazioni etniche;
- di isolare i moderati di entrambe le parti , favorendo
invece le posizioni estreme e rendendo così più difficile
una reale soluzione del conflitto.
Per questo siamo convinti che non esistono alternative
alla ricerca di una alternativa alla guerra.
E per questo i movimenti nonviolenti hanno approfondito
la ricerca e la sperimentazione di forme di intervento, di interposizione,
di difesa civili (caschi bianchi, berretti bianchi, PBI, ambasciata di
pace a Pristina, reti di donne attraverso i confini, mediazioni della
diplomazia non ufficiale come quelle della Comunità di S.Egidio...)
E’ un segno di speranza che queste iniziative, sviluppatesi
nell’ambito della ricerca per la pace e della diplomazia popolare,
siano oggi riconosciute anche a livello istituzionale, sia in Italia dalla
Legge 230/98 che prevede la predisposizione di forme di difesa civile
non armata e nonviolenta, sia in Europa, dalla raccomandazione del 10/2/99
del Parlamento Europeo (per sostenere la quale il Movimento Nonviolento
è impegnato da tempo), che prevede l’istituzione di un Corpo
Civile di Pace Europeo, organismo che prefigura una strategia alternativa
di intervento nei conflitti, nella quale l’Europa potrebbe svolgere
un ruolo fondamentale e non subalterno a nessuno Si fermi dunque
la guerra prima che i suoi effetti diventino irreparabili per la futura
convivenza in quelle terre martoriate; la parola torni subito alla diplomazia
e alle legittime istituzioni internazionali, nate per risolvere le controversie
con mezzi più civili e umani della guerra. Se forza di
interposizione armata deve esserci, sia una forza multinazionale sotto
egida ONU e OSCE.
E poi si convochi al più presto una Conferenza internazionale
di pace sull’Europa del sud-est, “non di spartizione in pericolosi
stati etnici, ma per aiutare la convivenza delle culture diverse sulla
stessa terra, che è l’unica formula della pace giusta”.
segreteria nazionale del Movimento Nonviolento
UNA DENUNCIA PENALE PER DIFENDERE IL DIRITTO
Chi ha ucciso la Costituzione?
Alla Procura Generale presso la Corte di Cassazione –
Roma
Alla Procura della Repubblica presso il Tribunale civile
e penale di Roma
rimettendosi per la competenza nell’eventualità
di “reati ministeriali”.
Tutto quanto sopra presentando questo documento alla
Procura della Repubblica presso il Tribunale penale di
Verona
pregato di trasmetterlo a chi di competenza.
Oggetto: Denuncia penale
Come è noto, da oltre un mese paesi aderenti al
Patto Atlantico, senza alcun mandato ONU, hanno mosso guerra contro la
Federazione Jugoslava, accusata nella Serbia, suo paese guida, di compiere
il genocidio del popolo Kosovaro. Fin dall’inizio delle ostilità
il Governo Italiano, pur mostrandosi solidale con gli alleati, di cui
ha condiviso decisioni politiche e militari, ha dichiarato che il nostro
paese non avrebbe partecipato direttamente alle operazioni belliche con
propri mezzi e uomini. E non poteva essere diversamente, posto il ripudio
assoluto della guerra, ammessa per fini esclusivamente difensivi, dettato
dall’art. 11 della Costituzione.
I “mass media” hanno riferito, con enfasi, che
vi sarebbe stato un “salto di qualità” nel contributo
dato dal nostro paese all’intervento NATO. E infatti, se in un primo
momento le forze armate italiane si erano limitate a pattugliare mari
e cieli per garantire la difesa del territorio nazionale da eventuali
reazioni serbe, ora sembra che aerei militari italiani abbiano scortato
bombardieri NATO nello spazio aereo Jugoslavo e che, in questa attività
di “copertura”, abbiano aperto il fuoco contro obiettivi militari
dell’esercito Jugoslavo.
Al di là delle acrobazie linguistiche tentate da
politici e militari per attribuire carattere difensivo a una tale operazione,
è fin troppo evidente invece che questa costituisce un’azione
direttamente offensiva e comunque un concreto supporto ai bombardamenti
e quindi un’attiva partecipazione delle nostre forze armate alle
operazioni di guerra. In altri termini spianare la strada ai bombardieri,
bombardando, significa partecipare direttamente ai bombardamenti. E che
bombe italiane siano esplose in territorio Jugoslavo sembrerebbe confermato
anche dal mutato atteggiamento delle autorità serbe che, se fino
a ieri non includevano l’Italia fra i paesi nemici, oggi improvvisamente
ci considerano alla stregua degli altri paesi NATO che partecipano all’azione
militare.
Intervistato sull’argomento, l’On. Presidente
del Consiglio dei Ministri Massimo D’Alema, meravigliandosi dello
scalpore suscitato dalla notizia, ha affermato, con calma olimpica, che:
“Siamo in guerra e la guerra si combatte con le armi”. Il Capo
del Governo quindi, non solo non smentisce un nostro diretto coinvolgimento
nella guerra, ma comunica ufficialmente al Popolo italiano che l’Italia
è in guerra contro la Federazione Jugoslava. Se non che, consapevoli
della gravità dei fatti fin qui dedotti, le autorità politiche
e militari italiane tentano ora, smentendo le prime voci, di giustificare
l’accaduto affermando che gli aerei italiani sarebbero intervenuti
per prevenire “possibili” attacchi contro i militari italiani
di stanza in Albania. La tesi sembra però insostenibile perché
da un lato non si vede quale minaccia poteva costituire per i fanti italiani
dell’operazione Arcobaleno una postazione radar di contraerea (oggetto
delle bombe italiane), dall’altro perché semmai è proprio
in conseguenza di questa “escalation” militare che i nostri
soldati – ora sì ! – possono divenire oggetto di attacchi
nemici.
I fatti, se confermati, sono di una gravità sconcertante.
Come già detto il nostro paese non può in
alcun modo e per alcuna ragione prendere parte ad una guerra di tipo offensivo,
quale quella in atto contro la “Serbia”, quand’anche motivata
dal dichiarato intento di scongiurare un disastro umanitario. Per superare
il divieto posto dalla Costituzione non si possono invocare la fedeltà
agli alleati e il rispetto del Patto Atlantico. Il trattato NATO infatti,
ci obbliga ad intervenire a difesa dell’integrità dei paesi
ad esso aderenti solo quando questi subiscano un’aggressione militare
straniera, ma non anche nella diversa ipotesi, quale quella di specie
in cui siano essi ad aggredire un paese terzo.
La Costituzione poi attribuisce il potere di deliberare
lo stato di guerra alle Camere e non al Governo. La responsabilità
politica di un’opzione così grave ed estrema, il potere di
decidere se il Paese debba o no entrare in guerra spetta in ogni caso
al Parlamento e cioè all’organo rappresentativo della volontà
popolare. Ne consegue che, in assenza di un tale pronunciamento, il potere
esecutivo non può in alcun modo impegnare le forze militari italiane
in operazioni belliche.
Fino ad oggi, a quanto ci risulta, le Camere non hanno
deliberato lo stato di guerra né hanno autorizzato azioni militari
contro la Federazione Jugoslava, eppure il Capo del Governo afferma in
televisione che siamo in guerra e non smentisce le notizie circa una diretta
partecipazione dell’aviazione militare italiana ai bombardamenti
in atto sul territorio della Federazione Jugoslava.
Al riguardo sembrano rilevanti le seguenti norme, come
da fogli qui allegati che fanno parte integrante del presente esposto.
Come cittadini italiani riteniamo che il fedele e puntuale
rispetto dei principi e dell’ordine costituzionali sia obbligo prioritario
di qualsivoglia organo ed autorità dello stato, politici o militari,
e debba essere anteposto ad ogni diverso ed eventuale contrastante interesse
politico, militare, economico, strategico o di altra natura.
Le chiediamo pertanto di svolgere le opportune indagini
al fine di accertare se vi sia stata effettiva partecipazione, anche solo
di supporto, delle nostre forze armate alle operazioni belliche in atto
contro la Federazione Jugoslava e, in ipotesi affermativa, di verificare
se nei fatti ipotizzati siano riscontrabili responsabilità penali
a carico di tutti quei soggetti, autorità organi o servitori dello
Stato che in qualsiasi modo avessero contribuito ad una così grave
violazione dell’ordine costituzionale, assumendo decisioni e quindi
esercitando poteri a loro non spettanti.
Movimento Nonviolento
Via Spagna, 8 - 37123 Verona
Movimento Internazionale della Riconciliazione
Via Garibaldi, 13- 10122 Torino
con la collaborazione dell’avv. Matteo Giuliani, di
Fano (Pesaro)
Per ogni atto conseguente a questa denuncia, stabiliamo
domicilio presso
Studio dell’Avv. Sandro Canestrini
Via Paoli, 33 - 38068 Rovereto (TN)
Una guerra illegale
Allegato alla denuncia penale
Costituzione della Repubblica Italiana
Art. 11
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa
alla liberta' degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali;"
Art. 78
"Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono
al Governo i poteri necessari."
Art. 87
"Il presidente della repubblica ... dichiara lo stato
di guerra deliberato dalle Camere."
La legge 382/78 "Norme di principio sulla disciplina
militare" (attuativa dell'articolo 52 della Costituzione sulla difesa
della patria) all'art. 2 prevede, tra l'altro, l'osservanza della Costituzione
e delle leggi e al comma 5 dell'art. 4 stabilisce che l'esecuzione di
ordini sbagliati costituisce reato e che in tal caso il militare ha il
dovere di non eseguirli.
Come sottolinea Noam Chomsky in suo recente documento:
"C'è un regime di legge internazionale ed ordine
internazionale, che vincola tutti gli stati, basato sulla Carta delle
Nazioni Unite (CNU) sulle successive risoluzioni e sulle decisioni della
Corte Mondiale. In breve, la minaccia o l'uso della forza è bandita
a meno che non sia esplicitamente autorizzato dal Consiglio di Sicurezza
dopo che sia stato appurato che sono falliti i mezzi pacifici, o come
autodifesa da "attacchi armati" in attesa delle decisioni del
Consiglio di Sicurezza."
In effetti anche sulla base di trattati e legislazioni
internazionali l'azione militare della Nato e' da considerarsi senza ombra
di dubbio illegale.
"Siamo nell'illegalita' dal punto di vista del diritto
internazionale generale che ha fondamento nella Carta delle Nazioni Unite",
ha dichiarato il professor Antonio Papisca, docente di Relazioni Internazionali
all'Universita' di Padova, intervistato da Radio Vaticana (fonte: Avvenire
25/3/99).
Il rappresentante dell'Onu a Roma, Staffan de Mistura,
intervistato dal Corriere della Sera (25/3/99) sulla "legittimita'
giuridica dell'attacco", ha dichiarato: "Per ogni organismo
internazionale come la Nato, anche una risoluzione dell'Onu (in questo
caso la 1203) che chiede la fine di una emergenza umanitaria e il ripristino
della pace non e' sufficiente. E' necessario l'ok del Consiglio di sicurezza".
La Nato (organizzazione militare del Patto Atlantico) è
un’alleanza difensiva e la solidarietà fra i suoi membri e'
prevista che scatti solo quando viene aggredito un paese membro, come
specificato nel Trattato costitutivo della Nato.
Trattato Nord Atlantico (NATO)
(Washington, 4 aprile 1949)
Art.1 - Le parti si impegnano, come e' stabilito nello
Statuto dell'ONU, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia
internazionale nella quale potrebbero essere implicate, in modo che la
pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non vengano messe in
pericolo, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere
alla minaccia o all'impiego della forza in modo incompatibile con gli
scopi dell'ONU.
Art.3 - Allo scopo di conseguire con maggiore efficacia
gli obiettivi del presente Trattato, le parti, agendo individualmente
e congiuntamente, in modo continuo ed effettivo, mediante lo sviluppo
delle loro risorse e prestandosi reciproca assistenza, manterranno e svilupperanno
la loro capacita' individuale e collettiva di resistenza ad un attacco
armato.
Art.4 - Le parti si consulteranno ogni volta che, nell'opinione
di una di esse, l'integrità territoriale, l'indipendenza politica
o la sicurezza di una di esse siano minacciate.
Art.5 - Le parti convengono che un attacco armato contro
una o più di esse in Europa o nell'America settentrionale sarà
considerato quale attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza
convengono che se tale attacco dovesse verificarsi ognuna di esse, nell'esercizio
del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto
dall'art.51 dello Statuto dell'ONU, assisterà la parte o le parti
attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto
con le altre parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso
l'impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza
nella regione dell'Atlantico Settentrionale. Ogni attacco armato di questo
genere e tutte le misure in conseguenza di esso saranno immediatamente
segnalati al Consiglio di Sicurezza. Tali misure verranno sospese quando
il Consiglio di Sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie
per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali.
Art.6 - Agli effetti dell'art.5, per attacco armato contro
una o più parti si intende un attacco armato:
- contro il territorio di una di esse in Europa o nell'America
settentrionale, contro i Dipartimenti francesi d'Algeria, contro il territorio
della Turchia o contro le isole situate sotto la giurisdizione di una
delle parti nella regione dell'Atlantico settentrionale a nord del Tropico
del Cancro;
- contro le forze, le navi o gli aeromobili di una delle
parti che si trovino su detti territori o in qualsiasi altra regione d'Europa
nella quale alla data di entrata in vigore del presente Trattato siano
stazionate forze di occupazione di una delle parti, o che si trovino nel
Mare Mediterraneo o nella zona dell'Atlantico a nord del Tropico del Cancro,
o al di sopra di essi. (*)
(*) La parte dell'articolo 6 concernente i Dipartimenti
francesi d'Algeria non e' più in vigore mentre il territorio comprendente
nazioni della Nato si e' ampliato con l'ingresso di nuove nazioni nell'Alleanza.
Statuto delle Nazioni Unite
(San Francisco, 25 ottobre 1945)
Art.1
I fini delle Nazioni Unite sono:
1. Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ed
a questo fine: prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere
le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre
violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in conformità
ai principi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione
o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che
potrebbero portare ad una violazione della pace;
2. Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate
sul rispetto e sul principio dell'eguaglianza dei diritti e dell'autodecisione
dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale;
Art.2
L'Organizzazione e i suoi Membri, nel perseguire i fini
enunciati nell'articolo 1, devono agire in conformità ai seguenti
principi:
3. I Membri devono risolvere le loro controversie internazionali
con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza internazionale,
e la giustizia, non siano messe in pericolo.
4. I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali
dalla minaccia o dall'uso della forza, sia contro l'integrità territoriale
o l'indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera
incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.
5. I Membri devono dare alle Nazioni Unite ogni assistenza
in qualsiasi azione che queste intraprendono in conformità alle
disposizioni del presente Statuto, e devono astenersi dal dare assistenza
a qualsiasi Stato contro cui le Nazioni Unite intraprendono un'azione
preventiva o coercitiva.
L'art.23
definisce la composizione del Consiglio di Sicurezza: 15
membri delle Nazioni Unite di cui 5 permanenti (Usa, Russia, Cina, Gran
Bretagna e Francia) e 10 a rotazione (eletti ogni 2 anni). Le decisioni
del Consiglio di Sicurezza richiedono 9 voti su 15 e nessun voto contrario
dei cinque membri permanenti; una nazione che sia parte di una controversia
deve astenersi dal voto (art.27).
Art.26
Al fine di promuovere lo stabilimento ed il mantenimento
della pace e della sicurezza internazionale col minimo dispendio delle
risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti, il Consiglio di
Sicurezza ha il compito di formulare, con l'ausilio del Comitato di Stato
Maggiore previsto dall'art.47, piani da sottoporre ai Membri delle Nazioni
Unite per l'istituzione di un sistema di disciplina degli armamenti.
Art.33
1. Le parti di una controversia, la continuazione sia suscettibile
di mettere in pericolo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale,
devono, anzitutto, perseguirne una soluzione mediante negoziati, inchiesta,
mediazione, conciliazione, arbitrato, regolamento giudiziale, ricorso
ad organizzazioni od accordi regionali, od altri mezzi pacifici di loro
scelta.
2. Il Consiglio di Sicurezza, ove lo ritenga necessario,
invita le parti a regolare la loro controversia mediante tali mezzi.
Art.41
Il Consiglio di Sicurezza può decidere quali misure,
non implicanti l'impiego della forza armata, debbano essere adottate per
dare effetto alle sue decisioni, e può invitare i membri delle
Nazioni Unite ad applicare tali misure. Queste possono comprendere un'interruzione
totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie,
marittime, aeree, postali, telegrafiche, radio ed altre, e la rottura
delle relazioni diplomatiche.
Art.42
Se il Consiglio di Sicurezza ritiene che le misure previste
nell'articolo 41 siano inadeguate o si siano dimostrate inadeguate, esso
può intraprendere con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione
che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza
internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi
ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri
delle Nazioni Unite.
Art.43
1. Al fine di contribuire al mantenimento della pace e
della sicurezza internazionale, tutti i Membri delle Nazioni Unite si
impegnano a mettere a disposizione del Consiglio di Sicurezza, a sua richiesta
ed in conformità ad un accordo o ad accordi speciali, le forze
armate, l'assistenza e le facilitazioni, compreso il diritto di passaggio,
necessario per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.
Art.46
I piani per l'impiego delle forze armate sono stabiliti
dal Consiglio di Sicurezza coadiuvato dal Comitato di Stato Maggiore.
Art.51
Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il
diritto naturale di legittima difesa individuale o collettiva, nel caso
che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite,
fintantoché il Consiglio di sicurezza non abbia preso le misure
necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale...
Art.52
1. Nessuna disposizione del presente Statuto preclude l'esistenza
di accordi od organizzazioni regionali per la trattazione di quelle questioni
concernenti il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale,
che si prestino ad un'azione regionale, perché tali accordi od
organizzazioni e le loro attività siano conformi ai fini e ai principi
delle Nazioni Unite.
2. I Membri delle Nazioni Unite che partecipino a tali
accordi od organizzazioni devono fare ogni sforzo per giungere ad una
soluzione delle controversie di carattere locale mediante tali accordi
od organizzazioni regionali prima di deferirle al Consiglio di Sicurezza.
3. Il Consiglio di Sicurezza incoraggia lo sviluppo della
soluzione pacifica delle controversie di carattere locale, mediante gli
accordi e le organizzazioni regionali, sia su iniziativa degli Stati interessati,
sia per deferimento da parte del Consiglio di sicurezza.
Art.53
Il Consiglio di Sicurezza utilizza, se nel caso, gli accordi
o le organizzazioni regionali per operazioni coercitive sotto la sua direzione.
Tuttavia nessuna azione coercitiva può essere intrapresa
in base ad accordi regionali o da parte di organizzazioni regionali senza
l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza.
Sembrano dunque presenti le violazioni di cui alle seguenti
leggi, norme e trattati:
- La Costituzione all'Art.11: “L'Italia ripudia
la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli
e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”;
- L'art 24, che in collegamento con L'art. 51 della carta
ONU, vieta l'uso della forza contro un altro Stato, salvo nei casi di
autodifesa individuale o collettiva;
- L'Art. 52 del Trattato di Vienna del 23.05.69 “…è
vietato agli Stati di costringere ad accettare un patto con la minaccia
della forza”;
- L'Art. 22 delle relative regole della dell'Aja del 1923 per la guerra
aerea “…vietati i bombardamenti allo scopo di terrorizzare
la popolazione civile o allo scopo di distruggere la proprietà
privata”;
- L'Art. 24 che prescrive che se il bombardamento non è
possibile senza discriminazione civile, i bombardieri devono abbandonare
la loro azione....;
- La Ratifica ed esecuzione della convenzione sulla protezione
dei materiali nucleari, con allegati, aperta alla firma a Vienna ed a
New York il 03.03.1980 (G.U. 7 ottobre 1982, n.277, suppl. ord);
Inoltre, stante il disposto dell’art. 95 della Costituzione
(responsabilità del Presidente del Consiglio e dei Ministri per
gli atti compiuti dal Governo), dell'Art. 87 (il Presidente della Repubblica
ha il Comando delle Forze Armate), dell'Art. 90 (messa in stato di accusa
per alto tradimento ed attentato alla Costituzione) i sottoscritti Movimenti,
oltre a richiedere l’accertamento della responsabilità penali
per tutti i soggetti coinvolti, si riservano di promuovere iniziative
affinché le massime cariche dello Stato rispondano, secondo quanto
prevede la Costituzione (artt. 96 e 134) per le loro peculiari responsabilità.
Movimento Nonviolento
Movimento Internazionale della Riconciliazione
Documento della “Campagna per una
soluzione nonviolenta nel Kosovo” sull’attuale situazione di
guerra nella Federazione Jugoslava e nel Kosovo.
1) Esprimiamo dolore per il fatto di assistere all’ennesimo
tentativo delle grandi potenze di far credere che la pace si possa ottenere
con la guerra e che il bombardamento di città e villaggi per raggiungere
obiettivi militari sia assolutamente indispensabile. Nella guerra moderna
si sta verificando che la vera vittima rimane sempre e solo la popolazione
civile di qualsiasi gruppo etnico essa sia. Nella situazione specifica
i missili e le bombe uccidono sia le vittime che i carnefici, tanto più
che questi ultimi usano i primi come scudi umani per difendersi dai bombardamenti.
Questo è ancora più vero per gli attacchi sul Kosovo dove
il rischio è di uccidere proprio la popolazione che si pretende
di difendere.
2) I Governi dei Paesi che aderiscono alla NATO hanno dichiarato
ufficialmente che si è arrivati ai bombardamenti dei territori
della Jugoslavia (Serbia e Montenegro) perché si erano tentate
tutte le possibili vie diplomatiche pacifiche e perché queste erano
fallite. La “Campagna per una soluzione non violenta nel Kosovo”
- che dal 1993 si occupa della prevenzione del conflitto armato e della
ricerca di valide soluzioni al problema del Kosovo - sa che questo non
è affatto vero:
a) perché la diplomazia internazionale non ha fatto
quasi nulla per prevenire questa prevedibile escalation di violenza tra
le etnie: infatti non ha appoggiato seriamente la resistenza nonviolenta
del popolo kosovaro, condotta ininterrottamente dal 1989, favorendone
inoltre le forme e componenti più passive. La Transnational foundation
for peace and future research (TFF), che nel 1992 ha denunziato il rischio
della possibile esplosione della guerra nel Kosovo, ha espresso il dubbio
che questa mancanza di appoggio alla prevenzione della guerra sia dovuta
al fatto che si attendeva l’esplosione del conflitto armato per sostenere
la necessità e l’indispensabilità dell’intervento
della NATO, in cerca di rilegittimazione dopo il crollo del bipolarismo
est-ovest e a cinquant’anni dalla sua fondazione.
b) perché l’unico tentativo riuscito di mediazione
portato avanti dalla diplomazia non ufficiale tramite la Comunità
di Sant’Egidio, che prevedeva una normalizzazione del sistema scolastico
nel Kosovo, invece di essere attentamente monitorato nella sua applicazione,
è restato lettera morta per un anno e mezzo. Malgrado questo è
stato premiato Milosevic, principale responsabile della non applicazione,
eliminando le sanzioni di primo livello, riconoscendo ufficialmente la
Neo-Jugoslavia e dichiarandola zona di mercato privilegiato (aprendo così
la corsa agli affari di cui l’Italia - tramite Telecom, Fiat, e altre
ditte interessate allo sfruttamento delle potenzialità delle miniere
di Trepca - è il primo partner economico).
c) perché la diplomazia internazionale è
stata estremamente lenta nell’applicazione dell’accordo tra
Holbrooke e Milosevic che prevedeva l’intervento nel Kosovo di 2000
verificatori del cessate il fuoco non armati. Infatti, pur essendo il
numero dei verificatori estremamente ristretto in rapporto al territorio
da tenere sotto controllo, a quasi un anno dalla sua firma solo 1400 di
loro risultavano dislocati. Ciò nonostante la loro presenza era
riuscita a contenere la violenza sulla popolazione civile, vertiginosamente
esplosa al loro ritiro.
d) perché ci sono molti dubbi, da quanto si è
potuto conoscere, che altre soluzioni previste e di cui si è parlato
durante i lavori di Rambouillet, come l’intervento di un corpo di
peacekeeping ufficiale dell’ONU, o di una delega ufficiale da parte
di questo all’OSCE - tutti organismi cui aderisce anche la Russia
e che darebbero maggiori garanzie di obiettività e neutralità
- siano state adeguatamente esplorate, nel tentativo anche qui di portare
in primo piano gli interessi di parte della NATO
3) Visto tutto questo ci sembra necessario, per togliere
questi dubbi e dare un’altra possibilità alla pace, di chiedere
a Kofi Annan e all’ONU di fare un ulteriore tentativo di mediazione
che preveda:
a) l’immediata cessazione dei bombardamenti NATO su
tutta l’area;
b) la firma da entrambe le parti - Jugoslavia e Governo
Parallelo del Kosovo - di un nuovo cessate il fuoco che comporti l’uscita
dal Kosovo dell’esercito jugoslavo fino ai livelli già previsti
dall’accordo Holbrooke-Milosevic, con l’interruzione dei combattimenti
da parte di entrambi i contendenti.
c) il rientro nell’area dei verificatori OSCE, sensibilmente
potenziati nel numero e nelle competenze, e integrati da elementi della
società civile ben preparati alla mediazione e alla soluzione nonviolenta
dei conflitti.
d) l’organizzazione, prima possibile, da parte delle
NU, preferibilmente nella loro sede di Ginevra che è sembrata più
neutrale e libera da condizionamenti di quella di New York, di una Conferenza
Internazionale di pace per tutti i Balcani, cui partecipino tutti i Governi
dell’area balcanica e le organizzazioni non governative che in questi
anni si sono occupate dei problemi di queste terre. E’ indispensabile
che la Conferenza consideri il problema del Kosovo all’interno del
più vasto quadro balcanico. Infatti il conflitto si sta già
estendendo alla Macedonia e all’Albania, e il Montenegro - malgrado
la sua dissociazione dalla politica di Milosevic - è stato pesantemente
bombardato.
4) Ci auguriamo che queste nostre proposte vengano accettate
e che la forza della ragione e della pace prevalgano su quelle della guerra
e della forza. Infatti, sappiamo che quando la parola passa alle armi
non sono più possibili soluzioni di giustizia.
AGIRE PER LA PACE IN SERBIA,
IN KOSOVO, IN ITALIA
Facciamo prevalere la civiltà
Dichiarazione dei democratici serbi
Siamo persone che da tempo si sono battute e attivate per
una Serbia democratica e antinazionalista, che hanno scelto di rimanere
in Jugoslavia durante questo momento di crisi e che vogliono vedere la
Jugoslavia reintegrata nella comunità internazionale. Affermiamo
quanto segue:
1. Noi condanniamo fermamente il bombardamento NATO che
ha esacerbato enormemente la violenza in Kosovo e che ha causato l'esodo
fuori della Jugoslavia e al suo interno. Condanniamo fortemente la pulizia
etnica nei confronti della popolazione albanese perpetrata da qualsiasi
forza jugoslava. Condanniamo fermamente la violenza dell'UCK (esercito
di liberazione del Kosovo) diretta contro i serbi, i moderati albanesi
e altre comunità etniche del Kosovo. La catastrofe umanitaria nel
Kosovo - morte, dolore ed estrema sofferenza per centinaia di albanesi,
serbi e altre comunità etniche - deve terminare. Tutti i rifugiati
esplusi dalla Jugoslavia devono poter tornare alle loro case immediatamente
e incondizionatamente, deve essere loro garantita la sicurezza e il rispetto
dei diritti umani e deve essere fornito loro un aiuto per la ricostruzione.
Coloro i quali hanno perpetrato crimini contro l'umanità, chiunque
essi siano, devono essere portati davanti alla giustizia.
2. I combattimenti fra le forze serbe e l'UCK devono essere
fermati immediatamente cosi' da permettere un nuovo giro di negoziati.
Tutte le parti devono accantonare le loro richieste massimalistiche. Non
vi sono (come in numerosi altri conflitti simili, come quello dell'Irlanda
del Nord) soluzioni facili e veloci. Noi tutti dobbiamo essere preparati
per un lungo e sofferto processo di negoziazione e normalizzazione.
3. Il bombardamento della Jugoslavia da parte della NATO
causa distruzione e un crescente numero di vittime civili (almeno diverse
centinaia, forse un migliaio per ora). Il risultato finale sarà
la distruzione delle fondamenta economiche e culturali della società
jugoslava. Ciò deve finire immediatamente.
4. La Carta dell'ONU, l'Atto Finale di Helsinki, il documento
di fondazione della NATO, cosi' come le costituzioni di paesi come la
Germania, l'Italia, il Portogallo, sono stati violati da questa aggressione.
Come individui che hanno dedicato la loro vita alla difesa dei valori
democratici di base, che credono in norme legali universali, siamo profondamente
preoccupati che la violazione da parte della NATO di queste norme renderà
impossibile l'opera di tutti coloro che si battono per il primato della
legge e dei diritti umani in questo paese e ovunque nel mondo.
5. I bombardamenti della NATO hanno ulteriormente destabilizzato
i Balcani del sud. Se prolungato, questo conflitto può scavalcare
i confini dei Balcani e, se dovesse tramutarsi in un operazioni militari
terrestri, migliaia di soldati della NATO e della Jugoslavia, cosi' come
civili albanesi e serbi, moriranno in una guerra inutile come nel Vietnam.
I negoziati politici per una composizione pacifica dovrebbero essere immediatamente
riaperti.
6. Il regime esistente è stato solo rinforzato dagli
attacchi della NATO in Jugoslavia per via della reazione del popolo a
stringersi attorno alla bandiera nel momento di un'aggressione straniera.
Noi continuiamo la nostra opposizione all'attuale regime antidemocratico
e autoritario ma ci opponiamo con decisione all'aggressione della NATO.
Le forze democratiche in Serbia sono state indebolite e il governo democratico
riformista del Montenegro è stato minacciato dagli attacchi della
NATO e dalla conseguente proclamazione dello stato di guerra da parte
del regime e ora si trovano tra il martello della NATO e l'incudine del
regime.
7. Nel trattare i conflitti nella ex Jugoslavia i leader
della comunità mondiale hanno commesso in passato numerosi errori
fatali. Nuovi errori stanno conducendo ad un aggravamento del conflitto
e ci stanno escludendo dalla ricerca di soluzioni pacifiche. Noi facciamo
appello a tutti: al Presidente Milosevic, ai rappresentanti degli albanesi
in Kosovo, ai leader della NATO, dell'Unione Europea e degli Stati Uniti
affinché si ponga immediatamente termine alla violenza e alle attività
militari e ci si impegni nella ricerca di una soluzione politica.
Belgrado, 16 Aprile 1999
a.. Stojan Cerovic, editorialista e giornalista del "Vreme"
b.. Jovan Cirilov, selezionatore del Festival Internazionale di Teatro
di
Belgrado (BITEF), ed ex direttore del Teatro Drammatico Jugoslavo;
direttore del Centro di Storia del Teatro
c.. Sima Cirkovic, Membro dell'Accademia Serba delle Scienze e delle
Arti, Dip. di Storia
d.. Mijat Damnjanovic, ex Professore dell'Università di Belgrado,
Facoltà
di Scienze Politiche, Direttore del Centro per l'Amministrazione Pubblica
e il Governo Locale (PALGO)
e.. Vojin Dimitrijevic, ex direttore del Dipartimento di Diritto
Internazionale, Scuola di Diritto di Belgrado; Direttore del Centro
per i Diritti Umani di Belgrado; ex vice presidente della Commissione
dei Diritti Umani dell'ONU
f.. Dasa Duhacek, direttore del Centro di Studi delle Donne; membro
del Comitato della Rete Educativa Accademica Alternativa (AAEN)
g.. Milutin Garasanin, membro dell'Accademia Serba delle Scienze e
delle Arti; vice presidente dell'Associazione per la Ricerca dell'Europa
del Sud-Est (UNESCO)
h.. Zagorka Golubovic, professore, Università di Belgrado,
Dipartimento di Sociologia; Dipartimento Scienze Sociali dell'AAEN
i.. Dejan Janca, professore, Università di Novi Sad, Scuola
di Diritto
j.. Ivan Jankovic, avvocato di Belgrado, attivista per i diritti umani,
presidente del Comitato del Centro per l'Azione Antiguerra
k.. Predrag Koraksic, disegnatore di cartoni animati di Belgrado
l.. Mladen Lazic, professore, Università di Belgrado, Dipartimento
di
Sociologia, membro del Comitato dell'AAEN
m.. Sonja Licht, presidente del Comitato esecutivo del Fondo per una
Società Aperta
n.. Ljubomir Madzar, professore dell'Università di Belgrado,
Facoltà di Economia, membro del Gruppo 17
o.. Veran Matic, capo redattore di Radio Belgrado B92, presidente
del Network of Electronic Media (ANEM)
p.. Jelica Minic, segretaria generale dell'European Movement in Serbia
q.. Andrej Mitrovic, professore, Università di Belgrado, Dipartmento
di Storia
r.. Radmila Nakarada, ricercatrice dell'Institute for European Studies
di Belgrado
s.. Milan Nikolic, direttore del Center for Policy Studies
t.. Vida Ognjenovic, direttore teatrale e scrittore
u.. Borka Pavicevic, direttore del Center for Cultural Decontamination
v.. Jelena Santic, Anti-war 487 group, attivita per i diritti umani
w.. Nikola Tasic, membro associato del Serbian Academy of Sciences
and Arts, memebro dell'European Academy
x.. Ljubinka Trgovcevic, svolge ricerche presso l'Institute of History
di Belgrado
y.. Srbijanka Turajlic, docente presso l'Università di Belgrado,
Facoltà di ingegneria elettronica, Board President AAEN
z.. Ivan Vejvoda, Fund for an Open Society Executive Director
LA DIFFERENZA TRA GUERRA E INTERVENTO
ARMATO
L’uso
della forza affidato
alla polizia
internazionale
di Enrico Peyretti
Come nonviolenti crediamo, anche per le esperienze storiche
che conosciamo, nelle possibilità dei mezzi di lotta giusta puramente
nonviolenti. Ma dobbiamo ammettere (come anche Gandhi) che possano esserci
sciagurate situazioni estreme, nei conflitti ai diversi livelli, in cui
l'uso della forza, fino all'uccidere, diventi una necessità, per
l'assenza o l'esaurimento di ogni altra possibilità. La necessità
compie una forzatura sulla nostra libertà e sulla giustizia, perciò
non stabilisce mai un dovere o un diritto di uccidere: il non uccidere
rimane sempre il dovere, e anche il diritto della nostra dignità
umana. L'eccezione disgraziata, imposta dal conflitto tra due doveri (non
uccidere; difendere chi sta per venire ucciso) non modifica la regola.
L'eccezione va ristretta quanto più è possibile, sia preventivamente,
sia nell'atto.
L'uso legittimo della forza è previsto negli stati di
diritto e nella Carta delle Nazioni Unite. Gandhi scriveva che, anche
per un difetto del suo pensiero, non riusciva a prevedere uno stato nonviolento
privo di polizia, e questa anche armata. Ma aggiungeva che questi poliziotti
dovevano essere educati alla nonviolenza.
Ma la polizia, se rimane nella legalità, non è
affatto la guerra. La differenza tra polizia e guerra è di essenza,
non di parole. Specialmente nella guerra del Golfo del '91 si è
usato, anche da Andreotti, allora Presidente del Consiglio, l'inganno
di chiamare azione di polizia internazionale quella che era una vera guerra.
La somiglianza è superficiale (polizia ed esercito hanno
le armi, sebbene ben diverse), ma la differenza è di cultura, di
etica, di scopi, di organizzazione. La polizia deve neutralizzare, arrestare,
non deve distruggere; la polizia deve usare meno violenza del delinquente,
mentre l'esercito, per vincere, deve usarne più del nemico; la
polizia deve agire in modo tale da far diminuire la violenza complessiva,
la guerra la fa aumentare; la polizia è sotto la legge, altrimenti
è criminale essa stessa, la guerra per sua natura continuamente
dimostrata non ha legge se non quella della forza bruta («tacciono
le leggi in mezzo alle armi», scrive Erasmo, con Cicerone e Luciano).
La polizia non può bombardare la casa del ladro, la guerra lo fa
normalmente, colpendo le popolazioni per "punire" i governi,
e così compie un delitto uguale alla vendetta trasversale della
mafia, quando uccide i parenti della persona che vuol colpire.
La Carta dell'Onu prevede, dopo tutti i mezzi non armati di
soluzione dei conflitti, l'uso di mezzi armati, ma non può fare
la guerra, perché è nata per abolirla, come dice il preambolo
della stessa Carta! Non può esserci alcuna guerra fatta in nome
o con autorizzazione dell'Onu: o è un falso, un inganno verbale,
o l'Onu così facendo contraddice il proprio fine primo ed essenziale.
I mezzi armati dell'Onu sono polizia, non guerra. Ma le potenze
non hanno mai voluto dotarla degli uomini e del comando previsto dalla
Carta, ed hanno preferito mantenere l'anarchia violenta degli stati sovrani
e belligeni, ed impedire una effettiva legge dell'umanità, arrogandosi
il diritto di mettere ordine nel mondo. Questa responsabilità storica
è enorme. Quando ad esercitare le funzioni di gendarme è
una parte o fazione della comunità dei popoli umani - oggi, nel
sistema monopolare mondiale, gli Usa e la Nato loro strumento - probabilmente
o fatalmente lo fa nel proprio particolare interesse, che non è
il bene dell'intera famiglia umana. Le probabilità di un uso della
forza giusto, legale, ristretto al minimo veramente indispensabile, sono
più assicurate soltanto se la forza di polizia rappresenta il più
possibile l'insieme di una comunità politica, e lo sono molto poco
se rappresenta una sua parte soltanto.
Questa è oggi la situazione del mondo. Insieme allo
sviluppo teorico e pratico dei mezzi nonviolenti, che è il piano
principale, ammettiamo questo livello inferiore della necessità
dell'azione di polizia, e quindi lavoriamo anche per una cultura e una
politica di riforma democratica dell'Onu che realizzi la sua funzione
nei conflitti internazionali. Questa funzione è di ridurre la violenza,
di ristabilire comunicazione e riconciliazione tra le parti con la mediazione
civile, di evitare che ci sia vinto e vincitore, e la catena mortale delle
rivincite.
COME FERMARE LA PULIZIA ETNICA?
Mai più Auschwitz,mai
più Hiroshima
di Edi Rabini
La lacerazione dell’ex-Jugoslavia è nata in Kosovo e in Kosovo
è destinata a terminare. Così avevano pronosticato dall’inizio
i nostri amici riuniti dal 1991 nel Verona Forum, per la pace e riconciliazione
nell’ex-Jugoslavia, che dal 1993 ha poi cominciato a chiedere inascoltato
un intervento di polizia internazionale che ridesse spazio alle parole.
Se gli accordi di Dayton - secondo il sindaco della Tuzla interetnica
Selim Beslagic - avessero codificato lo smembramento della Bosnia in tre
parti, legittimando quindi un rapporto automatico tra composizione etnica
e appartenenza statuale, il Kosovo non avrebbe avuto difficoltà
ad ottenere l’indipendenza.
E’ solo per merito dell’impegno straordinario di interposizione
militare svolto prevalentemente dai paesi europei e dagli USA, se in Bosnia
rimangono ancora aperte speranze di riconciliazione e di ritorno dei profughi
alle terre da cui erano stati scacciati. Assieme all’istituzione
del Tribunale internazionale e all’istituzione dei Corpi civili di
pace, questi sono alcuni embrioni - ancor deboli - di un nuovo diritto
internazionale e segnali di un ripensamento del ruolo delle diplomazie
abituate a risolvere i conflitti (ma anche a incancrenirli) tracciando
delle linee nette di separazione. Tutte le deliberazioni di ONU, NATO,
OSCE, Gruppi di contatto approvate in quest’ultimo anno si muovevano
in questa direzione: forte autonomia per il Kosovo, ritiro delle truppe
serbe, disarmo dell’UCK.
E’ una posizione questa che si scontra sia con il progetto etnico
di grande Albania, sia con quello di una grande Serbia perseguita da Milosevic
dal lontano 1986, che ha portato la sua popolazione in un vicolo cieco
seminato di aggressioni. Non si tratta quindi di distinguere buoni da
cattivi, ma di constatare che la politica di Milosevic ha a disposizione,
per la sfortuna di quel grande paese e anche dei kosovari, un potenziale
bellico e di milizie irregolari che dopo aver trasformato Sarajevo in
un campo di concentramento, può permettersi di sradicare dalle
sue case, deportare ed espellere, una popolazione intera. Noi sappiamo
del terrore che prende gli abitanti della Belgrado bombardata e vediamo
la disperazione dei profughi arrivati in Albania e in Macedonia. Di ciò
che è successo e succede in Kosovo sapremo solo alla fine di questa
tragedia, quando giornalisti indipendenti saranno forse in grado di raccogliere
e verificare racconti e testimonianze. Nel frattempo la fa da padrone
la guerra psicologica condotta da una parte e dall’altra attraverso
informazione e disinformazione. Ai grandi ideali di “libertà,
fraternità, uguaglianza” che abbiamo ereditato dalla rivoluzione
francese, nell’era televisiva bisognerebbe aggiungere anche l’utopia
della “verità”.
Ma allora come orientarsi, in questa che è diventata una guerra
vera, senza farsi paralizzare dalla sua atrocità? C’è
che si accontenta di esibire con superbia la sua coerenza ideologica con
una militanza pacifista, iniziata con la guerra del Vietnam, proseguita
con l’opposizione all’installazione dei missili nucleari in
Europa e alle iniziative imperiali americane e russe nell’epoca della
guerra fredda. Ma all’idea forte del “mai più Hiroshima”,
poi divenuto “mai più guerra”, con l’assedio di
Sarajevo, la strage di Srebrenica, i genocidi consumati in Cambogia e
in Rwanda, si è fatta sempre più forte la convinzione dell’esistenza
di un’ulteriore priorità, a volte in contrasto con la prima:
mai più Auschwitz! E non è un caso che siano apertamente
o problematicamente favorevoli all’intervento NATO tutti coloro che
hanno, una volta almeno, sperimentato nella loro vita cosa vuol dire essere
in mano inermi a un potere armato pieno e assoluto. E questo vale per
i gruppi minoritari, che per lo meno hanno il conforto di sentirsi parte
di un destino comune, ma vale sempre di più anche per donne e uomini
che in Algeria o in Afghanistan, in Arabia Saudita o in Cina, rivendicano
semplicemente la libertà di scegliere, da persone libere, una lingua,
una cultura, una religione.
E’ giusto chiedere ai parlamenti e ai governi che facciano ogni tentativo
perché la politica, oscurata dal fragore delle bombe, rimanga sempre
al primo posto. Ma anche che i movimenti di pace assumano con coraggio,
nel loro patrimonio etico, la condivisione della difficile e a volte drammatica
responsabilità decisionale che le democrazie affidano alle istituzioni
e a coloro che le dirigono
La crisi in e attorno al kosovo:
la prospettiva di Transcend
L’attuale guerra illegale della NATO nella Serbia non può
portare a nessuna soluzione. La sola via è il negoziato (non i
diktat!), e, in attesa di questi, una massiccia operazione ONU di peacekeeping.
Per una soluzione politica occorre considerare i punti indicati dall’ex-Segretario
generale dell’ONU Pérez de Cuéllar nella sua corrispondenza
con l’ex- Ministro degli esteri tedesco H.D Genscher, nel dicembre
1991: non favorire nessuna delle parti, sviluppare un piano per
tutti i popoli della ex Jugoslavia, assicurarsi che il piano
sia accettabile dalle minoranze.
In questo spirito TRANSCEND suggerisce:
[1] Una Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione nell’Europa
del Sud Est, promossa da CSCSEE, ONU e OSCE (UNSC è troppo remota,
l’UE e la NATO troppo parziali). Tutte le parti interessate (compresi
i sottostati, superstati e non stati) dovrebbero essere invitati, con
tutti i temi importanti in agenda, per la durata di circa 3-5anni..
[2] Per una soluzione a più lunga scadenza, occorre usare l’analogia
tra la posizione dei Serbi in Krajina/Slavonia e quella dei Kosovari in
Kosovo (che in quelle aree sono maggioranze nette, ma sono minoranze nelle
intere Croazia e Serbia, con vicino il loro "paese madre") I
rifugiati, la gran parte dei quali sono stati forzati a partire, sono
rimpatriati, e i Kosovari hanno lo stesso status in Serbia dei Serbi in
Krajina/Slavonia, tracciare confini precisi utilizzando lo stesso metodo
del trattato Germania-Danimarca del 1920. Non dovrebbe essere esclusa
la possibilità di un Kosovo come terza repubblica in Serbia, con
garanzie che non si chieda l’indipendenza per X anni; e lo stesso
per la Krajina/Slavonia in Croazia (ma non per la Vojvodina, che potrebbe
essere la quarta repubblica). L’analogia non vale per Bosnia
Erzegovina.
[3] Per i Balcani del Sud si può considerare una
comunità Balcana, che comprenda l’Albania, la FRJ, la Romania,
la Macedonia, la Bulgaria, la Grecia e la Turchia la "parte Europea"?).
Essa può essere capace di risolvere alcune tensioni tra Ortodossi
e Mussulmani, e può lavorare per assomigliare alla Comunità
dei paesi del Nord Europa e a alla Comunità Europea degli anni
80, per lo meno per il mercato comune, la libera circolazione di beni,
servizi, capitale e lavoro, coordinamento con le polizie straniere; e
che sia sostenuta economicamente dalla Unione Europea.
[4] Realizzare una fitta rete di solidarietà municipali con tutte
le parti della ex Jugoslavia, per i soccorsi, per i rifugiati e per la
ricostruzione: Gemeinde gemeinsam, Causa comune,
appellandosi
al Parlamento Europeo.
[5] Far fiorire 1.000 conferenze locali di pace, sostegno ai gruppi
locali che usano reti di comunicazione, sviluppare le idee del popolo.
[6] Intensificare il lavoro ecumenico per la pace, costruendo sulle
tradizioni di pace delle Cristianità Cattolica e Ortodossa e Islamica.
Sfidare le istituzioni religiose rigide nella regione, e non solo in Jugoslavia.
[7] Nello spirito della futura riconciliazione, abbassare le sanzioni,
e piuttosto disseminare dentro e fuori degli specialisti che facciano
ricerche per comprendere quello che accade di sbagliato e quelle
che sono le esperienze passate e correnti che possono ispirare un futuro
comune, come ad es. la confederazione di ulteriori parti o di
ulteriori minoranze. E piuttosto che tribunali sui crimini commessi, incominciare
dei grandi processi di riconciliazione.
SCONCERTANTE IN UNA SCUOLA DI PISA
Missili intelligenti
Presidi deficienti
Alla Preside della facoltà dell’ITC E. Fermi.
E per conoscenza al Preside dell’Ist. magistrale E. Montale di Pontedera.
E al Comando dei carabinieri di Pontedera.
Il giorno 26 marzo 1999 alle ore 11 di mattina, nel corso dello svolgimento
di un lavoro di educazione alla pace nella classe 1B pedagogico, ospitata
nella succursale sita presso l’ITC E. Fermi, il prof. Rocco Altieri,
docente di educazione civica presso il magistrale Montale di Pontedera,
ha affrontato il tema della guerra in Kosovo, spiegando le cause del conflitto
e analizzando la collocazione internazionale dell’Italia il cui impegno
secondo l’art. 11 della Costituzione dovrebbe essere “il ripudio
della guerra”. Nel dialogo educativo seguito alle spiegazioni storico-giuridiche,
sviluppando anche tutte le opportune considerazioni etiche, culturali
e religiose insite nell’orrore per la guerra e nell’anelito
di Pace delle giovani generazioni, abbiamo maturato la decisione di comunicare
anche agli altri il frutto delle nostre riflessioni sul fatto che la guerra
è una strada senza ritorno verso l’inferno, che i bombardamenti
non risolvono i conflitti, ma massacrano solo le popolazioni civili, che
il costo di un solo bombardiere servirebbe, come ricordava Raul Follereau
ai potenti della terra, a eliminare per sempre la piaga della lebbra.
Abbiamo a questo scopo scritto una lettera al Presidente della Repubblica,
preparato cartelloni con messaggi di pace e uno striscione con l’articolo
11 della Costituzione, infine abbiamo scelto due frasi significative dal
magistero di pace di due tra le massime autorità morali a noi contemporanee,
da trascrivere sulla superficie interna del muro di cinta della scuola,
lateralmente all’uscita secondaria. Il muro scrostato e degradato
dall’incuria è stato così nobilitato da una citazione
di papa Giovanni Paolo II che supplice implora a dire no al mostro della
guerra:<<La guerra è la sconfitta dell’Umanità!>>
e da una frase storica del Presidente Sandro Pertini che invita a convertire
le spese degli armamenti in investimenti per sconfiggere la povertà
e la fame:<<Svuotiamo gli arsenali, riempiamo i granai>>.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, tornato a scuola per i consigli di
classe, il prof. Altieri viene convocato urgentemente dal Preside del
magistrale prof. Rocchi per essere informato che la preside del Fermi
professoressa Fassorra ha chiamato i carabinieri, denunciando il professore
Altieri per aver “imbrattato” un muro pubblico della scuola
con scritte di Pace e coinvolto dei “minorenni” a compiere un
“atto illegale” , sollecitando altresì il superiore gerarchico
del professore Altieri a sanzionare una iniziativa non autorizzata .
Quale stupore ha suscitato in noi venire a conoscenza dell’atteggiamento
repressivo assunto dalla preside Fassora, una dirigente scolastica notoriamente
apprezzata come pedagogista sensibile e illuminata, apertamente impegnata
in politica come “intellettuale di sinistra”.
Siamo costernati e sconcertati per una tale reazione che ci appare incomprensibile
e inspiegabile.
Le frasi da noi scelte dovrebbero essere trascritte come monito imperituro
sui muri di tutte le scuole.
Nulla è stato deturpato, perché è stato scelto una
parte del muro di cinta completamente fatiscente e coll’intonaco
sconnesso.
“Imbrattare i muri” si riferisce comunemente, come ben ci spiega
lo Zingarelli, all’opera di chi con la vernice sporca i muri con
frasi o disegni sciocchi e osceni. Osceno era l’odio di chi invitava
dai muri il popolo italiano a “credere, obbedire, combattere”.
Al contrario le parole del Papa e del presidente Pertini nobilitano e
abbelliscono con il richiamo ai più alti valori della giustizia
e della Pace.
Durante l’occupazione tedesca la gente del popolo
e i partigiani scrivevano sui muri: No alla guerra!
e venivano accusati e processati dai nazi-fascisti per essere disfattisti
e “ imbrattatori di muri “ . Scrivere sui muri (nei luoghi e
nei tempi opportuni, non certo sui monumenti o su superfici appena imbiancate)
è da sempre lo strumento di comunicazione e di democrazia di chi
è senza voce e senza potere , dei “ piccoli “ della terra
che non hanno a disposizione i potenti mezzi dei giornali, delle radio
e delle televisioni .
Il muro di cinta interno alla scuola appartiene ai ragazzi, alla loro
iniziativa, alla loro libera e spontanea creatività, alla loro
voglia di comunicazione e di espressione . Censurare e biasimare la loro
iniziativa, accampare le solite motivazioni sulle mancate autorizzazioni
significa ignorare e svilire l’impulso di pace, immediato e necessario,
nato come reazione morale ed emotiva allo scoppio della guerra .
Col loro grido di Pace i ragazzi volevano scuotere i cuori induriti,
le fedi assopite, l’inerzia e la passività degli adulti .
Sanzionare e cancellare le loro scritte da parte, per di più,
dei loro educatori sarebbe la peggiore risposta possibile al loro desiderio
di vita, di amore, di nonviolenza.
INIZIATIVA DEI PACIFISTI DI FERRARA
Dentro la base NATO
per aprire un dialogo
Il 25 aprile, anniversario della Liberazione, un gruppo di pacifisti
ferraresi si è recato all’importante base NATO di Poggio Renatico
(FE) e ha consegnato al Generale Comandante un testo rivolto a tutti gli
addetti alla base. Alla delegazione, composta da Daniele Lugli del Movimento
Nonviolento, Alberto Melandri del Comitato Ferrare per la Pace, Emanuela
Zucchini di Rifondazione, Barbara Diolaiti dei Verdi, il Comandante ha
assicurato l’affissione in bacheca del testo che segue e del documento
della Campagna Kossovo.
Al Comandante e a tutti gli addetti alla Base NATO di Poggio Renatico
La Nato, che celebra in questi giorni i suoi 50 anni, non
ha mai avuto bisogno di usare la sua forza militare per i fini esclusivamente
difensivi, che l’hanno fatta nascere. Oggi però bombarda,
con crescente intensità, Kosovo, Serbia e Montenegro. Lo fa in
nome di fini nobilissimi e da noi condivisi: i diritti fondamentali degli
abitanti del Kosovo, sottoposti da anni ad ogni genere di vessazioni,
senza che la comunità internazionale abbia mosso più che
blandi rimproveri al regime di Milosevic.
Sapete certamente che l’attacco aereo della Nato (ma non è
detto che a questo ci si fermi) viola tutte le norme del diritto internazionale
ed interno che, così faticosamente, si sono venute costruendo.
La Carta dell’ONU vieta la guerra e prevede, contro le minacce alla
pace, che il Consiglio di sicurezza adotti le necessarie misure, dall’interruzione
delle relazioni economiche, alla rottura della relazioni diplomatiche,
fino all’impiego della forza. L’intervento contro l’Iraq,
al quale pure sono state mosse non poche critiche, si è collocato
in questa cornice. Non è stato così l’intervento in
Kosovo. Il trattato della NATO – che conoscete bene – assegna
all’alleanza compiti esclusivamente difensivi. Si prevede cioè
che si tratti di un’autodifesa comune contro un attacco ingiustificato
alla libertà di uno stato membro dell’alleanza. La nostra
Costituzione va anche oltre, ripudiando la guerra come soluzione delle
controversie internazionali e dunque, a maggior ragione, delle controversie
interne ad uno Stato.
L’azione della NATO a noi pare quindi un’aggressione, quali
che siano le motivazioni addotte. E l’aggressione è un delitto,
secondo lo statuto della Corte penale internazionale approvato l’anno
scorso a Roma. Noi speriamo che anche questa Corte contribuisca a fare
giustizia nei confronti di tutti i responsabili: Milosevic, principale
imputato, non dovrebbe trovarsi solo. Il tribunale ad hoc per la ex-Jugoslavia
dovrà giudicare crimini di guerra e contro l’umanità
(ogni giorno che passa la lista si allunga) commessi da tutte le parti
in causa: forze di sicurezza serbe, indipendentisti del Kosovo, eserciti
della NATO. E tuttavia, si obietta, si dovevano pur fermare le quotidiane
violenze nei confronti degli inermi, i conflitti a fuoco, il costringere
tante persone ad abbandonare il paese. Ma come non vedere che bombardamenti,
sempre più massicci e distruttivi, avrebbero aggravato e reso catastrofiche
le condizioni dei kosovari di etnia albanese che si pretende di tutelare?
Loro sola consolazione (mentre muoiono di fame, freddo, malattie, se già
non colpiti da missili NATO o mitragliatrici serbe) è che altri
civili a Belgrado o Novi Sad sono sotto le bombe. Intanto vengono distrutte
tutte le fonti di ricchezza e lavoro del paese. Leggiamo che i militari
queste cose le avevano previste e dette, ma che ragioni politiche hanno
spinto alla guerra.
La nostra Costituzione vuole che l’Esercito, come
tutte le istituzioni, si conformi allo spirito democratico della Repubblica.
Questa, non certo una cieca obbedienza, deve essere la sua più
alta ispirazione. Ci piace pensare che le persone che hanno scelto la
vita militare lo abbiano fatto, almeno in gran parte, per portare un contributo
alla sicurezza propria e dei cittadini e non per esibizione di forza o
amore di violenza. Vorremmo che riflettessero sulla condizione umiliante
e subalterna alla quale sono condannati, trascinati in una guerra della
quale non si sono valutate le pur prevedibili conseguenze e nella quale
tuttavia si persevera. E che trovassero quindi le motivazioni e le forme
più adeguate per opporsi. La forza militare può avere un
ruolo positivo in questi conflitti, ma a garanzia di interventi che mirano
alla loro soluzione, che hanno cioè per obiettivo di rendere accettabili,
se non ottimali, convivenze difficili, ma inevitabili, di operare mediazione
culturale, psicologica, religiosa, per la riconciliazione delle comunità.
Diversamente li aggrava e non fa che preparare, quale che sia l’esito
momentaneo, rappresaglie e vendette per generazioni a venire. Sappiamo
che le responsabilità non sono tutte dei militari, né sono
nelle loro mani tutti gli strumenti per una risposta positiva, ma crediamo
che anche da loro possa venire un contributo importante di conoscenza
e di coscienza.
UN
APPELLO CHE È QUASI UNA POESIA,
PER FERMARE LA MORTE CON LA FANTASIA
Lettera ad un pilota NATO:
diventa un “piccolo principe”
di Giuliano Scabia
Caro pilota della NATO, ieri hai colpito un treno in Jugoslavia e hai
ucciso 27 persone. I tuoi capi hanno chiesto scusa e detto: “incidente
di guerra”. Io non credo che questo sia un incidente. Tua hai colpito
per uccidere, su comando. Perché dovevi creare panico nel
popolo jugoslavo “civile”: avvertito che “per errore”
può essere colpito ovunque. Questa è la logica dei bombardamenti.
Terrorizzare. Per questo nel 1945 mio fratello, di sette anni, da solo
in bicicletta su una strada di campagna di Bertipaglia (Padova) è
stato inseguito e mitragliato da un aereo alleato (come il tuo). Pilota
assassino.
Tu stai partecipando a una guerra non dichiarata contro uno stato sovrano,
cioè stai commettendo una violazione di legalità, un crimine.
Dici di farlo per umanità, ma secondo me lo fai solo per la paga:
perché dev’essere orribile, anche per te, sparare dal buio
della notte. Finirai all’inferno, la tua coscienza ti ci porterà,
insieme ai tuoi orrendi capi, Solana, la Albright, Clinton, i governanti
europei. Ma ci pensi, pilota? Che ininterrotta serie di trionfi! Massacrati
gli Inca, i Maya, i pellerossa, gli etiopici (impero d’Italia, 1963),
gli spagnoli (Guernica), gli ebrei ad Auschwitz (e altrove), i giapponesi
a Hiroshima, i tedeschi a Dresda, i palestinesi, gli irakeni, Sarajevo,
gli iugoslavi (serbi, kossovari, macedoni). Hai raso al suolo Pristina,
macellato la Serbia e il Kosovo – tutto per la giustizia di cui parlava
ieri orribilmente su un giornale italiano il tuo capo Solana. E’
un diabolico trucco dell’informazione trasformare il nemico in demonio
e attribuirgli tutte le colpe e tutti i massacri – e massacrarlo
per giustizia.
Secondo me i tuoi capi sono matti, senza sapienza, senza saggezza. Non
prevedono le conseguenze delle loro azioni. Ci sono persone che conoscono
i Balcani (Peter Handke, Claudio Magris, Matvejevic, Paolo Rumiz –
e non molti altri) e invece tutti parlano, decidono, assassinano –
senza sapere coso dicono. La falsa informazione non ci aiuta, caro pilota,
inganna te, me i capi di stato, i popoli. Aizza e divide. Tu e i tuoi
compagni provocate una catastrofe spaventosa, fate fuggire città
e paesi, aiutate gli iugoslavi a cacciare gli sgraditi abitanti del Kosovo
e tutto (tutto) il tuo distruggere lo attribuiscono al popolo iugoslavo.
Ecco la perfidia, la malvagità. Tutti i buoni da una parte, tutti
i cattivi dall’altra. Ma tutti abbiamo visto che solo dopo i tuoi
bombardamenti è avvenuta la grande catastrofe. Quella tremenda
avvocatessa della morte che ti detta i bersagli, la signora Albright,
messaggera di un presidente spergiuro, senza faccia e senza onore, capace
solo di tacitare il delitto del Cermis coi soldi, mi fa pensare che i
serial killer sono arrivati al potere e ti mandano a colpire in nome dell’impero
(come in Guerre stellari) per coprire il loro vuoto, la loro mancanza
di anima, la loro ipocrisia. Pensa, giovane pilota: in dieci anni noi,
gli stati più potenti e più ricchi della terra, abbiamo
distrutto due paesi del Terzo Mondo, coi nostri bombardieri: L’Irak
e la Yugoslavia. Sarà per giustizia – ma perché, almeno
una volta, non si bombardano gli Stati Uniti? Per fargli smettere la pena
di morte, potrebbe dire qualche capo balcanico.
Guerra, morte, menzogne: ma per ottenere cosa?
Con ogni raid, missile, bomba tu uccidi la speranza (mia e di tutti),
bruci i germogli della vita, radi al suolo la possibilità futura
di ritorno alla convivenza fra serbi, albanesi, kossovari e quanti abitano
là dove tu porti la morte. Tu non fai altro che accrescere l’odio:
è come se per mettere la pace fra due villaggi posti sotto una
diga, che stanno litigando, tu bombardassi la diga. Ecco, la catastrofe
che hai provocato equivale a mille Vajont. Hai accelerato, la strage,
ucciso la parte buona dell’uomo, stroncato l’opposizione serba,
ferito a morte Dio. Per me anche tu sei colpevole, come la Albright, Clinton,
D’Alema, e tutti quelli che hanno voluto o accettato la logica dei
bombardieri fuori legge. Non si contrasta un crimine con un altro crimine.
Adesso mi sento nudo e disperato. E mi domando, e ti domando, su che
fede possiamo continuare a costruire l’uomo futuro. Un uomo che ripudi
i bombardieri come un tempo sono stati ripudiati l’incesto e il cannibalismo.
Fermati, pilota. Resta a dormire in queste notti da incubo solcate dai
bombardieri assassini. Hai guadagnato abbastanza. Non uccidere più.
Non assassinare Dio, il tuo Dio, cioè te stesso. Tu non segui giustizia.
Segui dei killer senza testa che uccidono premendo bottoni.
Diventa, piuttosto, un piccolo principe. Buttati in mare col tuo carico
di morte. Là potresti incontrare lo scrittore Saint-Exupery, pilota
aereopostale: là, se vuoi, vengo anch’io: e con Saint-Exupery
e con te, e coi serbi, gli jugoslavi, i kossovari, i macedoni, i russi,
gli americani (verranno?), e tutti quelli che vogliono, tutti, attiriamo
gli aerei da guerra, le presunzioni di giustizia, le pulizie etniche (basta
con queste etnie! un po’ di internazionalismo, per amore), le menzogne
dell’informazione, l’odio che sta demonizzando i popoli: attiriamo
tutto ciò e lasciamolo in fondo al mare.
Buttati, pilota della NATO.
Vieni a fare il piccolo principe, se ti resta un po’ di onore. Non
dare più morte, non provocare catastrofi, vieni a covare la vita
nuova.
INTERVISTA AI
PROTAGONISTI DELLA CAMPAGNA KOSSOVO
Riflessioni sulla
guerra: fallimento della nonviolenza?
Qual è il vostro giudizio
complessivo sulla guerra in Kossovo?
Durante i nove anni di repressione
serba e altrettanti di resistenza nonviolenta del popolo albanese, di
fronte alle ripetute (dal 1989) denunce di Amnesty International e ai
ripetuti e inascoltati richiami della Commissione per i Diritti umani
dell’ONU (che hanno portato alle dimissioni per protesta del commissario
M. Tadeusz Mazowiecki), l’Unione Europea e la Comunità Internazionale
non si sono mosse per prevenire il conflitto, hanno atteso i primi fatti
di sangue per far applicare l’accordo Milosevic-Rugova per le scuole
sottoscritto un anno e mezzo prima grazie alla mediazione della Comunità
di S Egidio, non hanno dato seguito alle molte promesse fatte a Ibrahim
Rugova che denunciava nei diversi Parlamenti o negli incontri politici
la situazione del suo popolo. Solo in Italia il leader nonviolento kossovaro
è venuto due o tre volte ma è stato ricevuto sempre in maniera
non ufficiale dai parlamentari essendo il nostro paese partner economico
privilegiato dell’attuale Federazione Jugoslava. Tutto questo ha
esasperato una parte del popolo albanese che dopo gli accordi di Dayton,
in cui non veniva neppure menzionato il Kossovo, si è andata convincendo
che solo l’uso della violenza richiama l’intervento della Comunità
Internazionale e porta le parti a sedersi ad un tavolo per le trattative.
Tutto ciò ha portato una parte degli albanesi Kossovari ad abbandonare
la strategia di Rugova della resistenza nonviolenta per passare alla resistenza
armata, alla quale con ancora maggior violenza ha risposto la mai cessata
repressione delle milizie serbe, alle quali si sono aggiunte le efferatezze
delle truppe paramilitari di Arkan. L’intervento armato della NATO,
dopo i tardivi e inconcludenti incontri di Rambouillet, hanno completato
l’escalation della violenza.
La campagna Kossovo ed il
pacifismo del giorno dopo: cosa non ha funzionato?
La Campagna Kossovo in sei anni
di attività (è nata nel ’93) ha prodotto sette documenti,
con analisi e proposte, inviati puntualmente alla stampa, ai capigruppo
di tutti i partiti politici, a tutti i membri delle Commissioni Esteri
di Camera e Senato e al Ministro degli Esteri; ha inviato in Kossovo 4
delegazioni qualificate (una di Sindaci e un’altra con due Vescovi);
ha mantenuto dal ’95 al ’97 un Ambasciata di Pace a Pristina
con compiti di mediazione e monitoraggio; ha contribuito alla realizzazione
di due convegni internazionali sul Kossovo, organizzati a Padova e a Lecce,
ne ha promosso uno a Bolzano invitando ONG europee impegnate nei Balcani;
ha programmato e realizzato da solo e con il COSPE (Cooperazione per lo
sviluppo dei paesi emergenti ) due progetti umanitari; ha inviato, nel
’96, 10.000 cartoline al nostro Ministro degli Esteri e al presidente
del Consiglio d’Europa per chiedere la difesa dei diritti umani in
Kossovo; ha partecipato a due incontri specifici per la mediazione del
conflitto, a Vienna e Ulqin (Montenegro), ai quali erano presenti serbi
e albanesi del Kossovo: per tre volte, nel ’96 e nel ’97, è
stata inviata dal Parlamento Europeo ad incontri per la formazione di
Corpi Civili Europei di Pace da inviare in Kossovo per prevenire il conflitto
armato: ha organizzato nel ’97 una manifestazione a Roma con centinaia
di Kossovari per chiedere un efficace intervento di mediazione dell’Italia
in difesa del rispetto dei diritti umani e per prevenire il conflitto
armato; è stata presente in Kossovo per monitorare le elezioni
del 22/03/’98; ha partecipato all’iniziativa “I Care”
del dicembre scorso; ha prodotto numerosi dossier oltre a 6 pubblicazioni
realizzate in Kossovo. Queste le iniziative della Campagna. Riguardo al
pacifismo del giorno dopo, appunto, è in ritardo di nove anni.
E con questo pacifismo, che interviene solo quando parlano le armi, anche
l’Europa ha perso un’occasione importante per dimostrare che
nel panorama internazionale ha una sua identità politica e che
tutti i suoi Stati sono rappresentati in quella stessa Organizzazione
delle Nazioni Unite da cui sono pur state emesse numerose raccomandazioni
per far rispettare i diritti umani in Kossovo. Oseremmo dire che senz’altro
oggi è più difficile, ma non impossibile, essere pacifisti
e nonviolenti in modo costruttivo, purché ci si muova durante “i
giorni prima” e non solo “il giorno dopo” che la parola
è passata alle armi.
Cosa si propone la campagna
Kossovo dopo il conflitto?
La Campagna già da ora sostiene
progetti di aiuto ai profughi. Insisterà perché sia convocata
al più presto una Conferenza Internazionale sui Balcani. Proporrà
un incontro di verifica e di programmazione a tutte le ONG europee che
in questi anni si sono occupate del Kossovo. Con i leader kossovari nonviolenti,
in una probabile seconda Ambasciata di pace, esaminerà la possibilità
di elaborare sul territorio strategie per dissipare gli odi: non dimentichiamo
che questa gente ha saputo superare il codice consuetudinario della vendetta
del sangue con azioni di riconciliazione. Manterrà i contatti stabiliti
in questi anni con gruppi democratici e pacifisti serbi, macedoni, montenegrini
e albanesi nella convinzione che una pace duratura è possibile
solo con una incessante politica da basso.
La campagna usa fin dal ’93 la grafia “Kossovo”,
che è un’italianizzazione usata da sempre nelle carte
geografiche e militari, perché neutra nei riguardi della grafia
serba “Kosovo” e di quella albanese “Kosova”.
Campagna per una soluzione nonviolenta
in Kossovo c.a. 8 – Grottaglie (TA)
LE URGENTI ALTERNATIVE ALLA GUERRA
Quale politica della difesa per i nonviolenti?
di Angela Dogliotti Marasso
Intervento
alla Tavola rotonda del Seminario di Verona sul
Corpo Civile Europeo di Pace
Credo sia di particolare significato che noi oggi ci troviamo
qui a parlare di Corpo Civile di Pace Europeo, mentre il nostro paese
si trova coinvolto nella guerra contro la Federazione Iugoslava. Questa
situazione ci richiama , in modo ancor più pressante, all’impegno
costruttivo volto a cercare strade alternative alla guerra per risolvere
i conflitti che si presentano a vari livelli.
I nonviolenti devono elaborare una politica della difesa:
può sembrare un paradosso solo se guerra e difesa si identificano,
solo se si pensa la difesa come difesa armata. Ma sono ormai molte le
esperienze e le riflessioni che nel nostro secolo hanno affermato l’idea
di una difesa senza guerra, di una difesa civile.
Così come è necessario superare un’idea
generica di pacifismo, che di fronte ai terribili conflitti della storia
si limita a dire NO alla guerra (e perciò è facilmente soggetto
al ricatto della guerra “giusta”: se non si bombarda Milosevic
si è complici del massacro dei Kosovari , da lui perpetrato). Certo
il rifiuto radicale della guerra, di ogni guerra, è il presupposto
fondamentale di una politica nonviolenta, esso è però condizione
necessaria ma non sufficiente, se si assume il conflitto come parte ineliminabile
dell’esperienza umana e se perciò, sulla scia dell’esperienza
gandhiana, ci si pone il problema di cercare strade per umanizzarlo, strade
capaci di mettere realmente la guerra fuori dalla storia .
Dunque si tratta di prendere atto in primo luogo delle
profonde trasformazioni riguardanti le politiche di difesa avvenute dopo
l’89.
La prima di queste trasformazioni è già stata
presa in considerazione da Tamino nel suo intervento: con la fine del
bipolarismo si assiste al riemergere di nuove forme di conflitto all’interno
degli stati, si presenta con maggior evidenza alla comunità internazionale
il problema della tutela di diritti umani violati ad opera degli stati
stessi, si riaffacciano rivendicazioni identitarie fondate su nuove ideologie
nazionaliste, razziste, integraliste..., che pongono in termini diversi
la questione della difesa. A questo proposito scrive J. M. Muller: “Non
si tratta più di difendere un territorio nazionale direttamente
minacciato da un esercito di invasori, bensì di intervenire su
altri territori per far fronte a crisi e conflitti che portano un grave
attacco ai diritti dell’uomo e ai valori della democrazia. La politica
di difesa degli stati democratici si vede così assegnare come obiettivo
principale la prevenzione di crisi e la gestione di conflitti che si determinano
su teatri lontani dal territorio nazionale. Ormai si tratta di intervenire
come parte terza al fine di interporsi tra avversari in conflitto, per
tentare di stabilire una mediazione che permetta la negoziazione di un
trattato di pace a garanzia dei rispettivi diritti” *
La pace, in questo caso, non si identifica tanto con la
salvaguardia del territorio nazionale (non più minacciato), bensì
col rispetto e la garanzia delle libertà e dei diritti politici
e sociali, individuali e collettivi dei cittadini (idea piuttosto vicina
a quella di pace positiva identificata dalla peace research).
Tutto ciò porta ad affermare il principio di ingerenza,
come nuova frontiera del diritto nell’ambito delle relazioni internazionali
. Tale diritto pone certamente dei problemi, poiché non è
di facile identificazione, può essere invocato a sproposito ed
in modo strumentale, perciò deve essere attentamente regolamentato
a livello internazionale, ma richiamarsi ad esso costituisce una svolta
significativa nelle politiche della difesa.
Basti pensare alle vicende dei Balcani ed in particolare
alla più recente questione del Kossovo. Che sia o meno la motivazione
vera dell’intervento (e autorevoli commentatori lo mettono in dubbio)
, quella della guerra “etica”, dell’ingerenza umanitaria
fatta per salvare i kosovari è la motivazione forte usata per legittimare
l’intervento armato della NATO. E’ perciò importante
affermare che, mentre i bombardamenti finiscono per ottenere l’effetto
opposto a quello che si proponevano, perché fatalmente si verifica
una eterogenesi dei fini quando la violenza vuole farsi giustizia, è
necessario che la comunità internazionale si doti degli strumenti
idonei per gli interventi di ingerenza umanitaria e per la trasformazione
dei conflitti tra gli stati e all’interno di essi.
La seconda trasformazione riguarda proprio quest’ultimo
aspetto: per un simile tipo di difesa i tradizionali strumenti militari
sono inadeguati, spesso incompatibili. Ci sarebbe semmai bisogno di una
polizia internazionale anche armata, sotto egida delle Nazioni Unite,
nei casi in cui un intervento armato si renda indispensabile. Ma è
fondamentale distinguere tra esercito e polizia ed i nonviolenti dovrebbero
ribadirlo.
Quando però si tratta di mantenere o, ancor più,
di costruire la pace, quando si tratta cioè di riallacciare ponti
tra le parti in conflitto, di ricostruire il tessuto della convivenza,
di mediare, di interporsi, allora servono strumenti specifici di intervento
civile; le armi spesso si rivelano un impedimento più che un aiuto
nella difesa e nella costruzione della pace.
Perciò abbiamo subito creduto in progetti come il
Corpo Civile di Pace Europeo, che in quanto strumento di intervento civile
nella prevenzione, nella trasformazione dei conflitti e nella ricostruzione
, rappresenta il cuore di una strategia di difesa senza armi, che tra
l’altro sarebbe un segnale forte di forza e autonomia dell’Europa,
in una materia così cruciale com’è la difesa.
Pensare ad una politica di difesa centrata sulla prevenzione
delle crisi e sulla trasformazione dei conflitti con mezzi civili è
un’utopia? Non credo, se attraverso le diverse esperienze che nascono
dal basso (caschi bianchi, berretti bianchi, diplomazia popolare...) ,
attraverso la ricerca, attraverso il rapporto con le istituzioni si riesce
a modificare il paradigma culturale radicato della legittimazione della
guerra, si riesce a produrre un cambiamento di mentalità che sappia
influire anche sulla destinazione di risorse per rendere concreta l’alternativa
alla guerra.
C’è una terza trasformazione in atto, che richiede
anch’essa una attenta considerazione della difesa non armata. E’
il processo, in atto anche da noi, di progressiva sostituzione del sistema
di leva obbligatoria con l’esercito di professione. Il dibattito
intorno a questo tema non riesce ad uscire dal dilemma: affermare la difesa
come diritto-dovere di tutti e perciò difendere la leva obbligatoria
oppure rifiutare la difesa come diritto-dovere di cittadinanza e perciò
delegarla a dei professionisti, eliminando l’obbligatorietà
del servizio militare? Nessuna delle due opzioni è accettabile,
credo, per dei nonviolenti: non ci piace l’obbligo del servizio militare,
ma non ci piace nemmeno che la difesa sia delegata a dei professionisti
dell’uccidere. Affermare il principio della difesa civile ci consente
di sostenere il concetto di difesa come diritto-dovere di tutti i cittadini
e le cittadine, diritto-dovere da non delegare ma da esercitare in forme
non armate, anche a livello professionale.
E’ certo un tema da approfondire e da dibattere, ma
perché non pensare ad una sorta di leva civile come periodo in
cui giovani di entrambi i sessi offrano un servizio alla collettività,
una parte del quale sia costituito da un addestramento alla difesa nonviolenta?
Che cosa possono fare, per concludere, i movimenti nonviolenti
per contribuire alla realizzazione di un Corpo Civile di Pace Europeo?
Credo sia fondamentale un impegno chiaro in almeno tre
direzioni:
- continuare a far pressione perché sia al più
presto realizzato, raccordando questa istanza istituzionale con le esperienze
che nascono dal basso;
- individuare delle proposte precise in termini di formazione
dei volontari, degli obiettori di coscienza e del personale civile, questione
centrale se si vuole che il progetto funzioni e risponda alle aspettative;
- promuovere sempre più nella cultura un cambiamento
di mentalità attraverso la diffusione capillare dell’educazione
alla pace e alla nonviolenza, per uscire dal paradigma della guerra .
Le guerre, infatti, sono sempre “giustificate”: la prima guerra
mondiale per l’interventismo democratico avrebbe dovuto essere “l’ultima
guerra per porre fine alle guerre”. Non è stata che la prima
di una lunga serie di conflitti armati sempre più sofisticati e
distruttivi . E’ sempre più chiaro che “O l’umanità
porrà fine alla guerra o la guerra porrà fine all’umanità”.
Cercare strumenti civili di trasformazione dei conflitti
è un modo per farlo, perciò elaborare una politica della
difesa senza guerra è forse la sfida cruciale per i nonviolenti,
oggi.
nota:
* J.M.Muller, Vincere la guerra, E.G.A.,Torino, 1999, pag.27
Che fare?
di Adriano Sofri
Ecco che cosa si sarebbe potuto fare, piuttosto che continuare con i
raid aerei.
Rifocillare- riscaldare, ripulire rivestire, buone scarpe soprattutto-
i fuggiaschi kosovari, e radunarli con gentilezza tutti in un punto: a
Kukes, per esempio, 500.000 o 700.
Convocare da tutta Europa – ma anche dal Canada, dagli
Usa, dal resto del mondo – 200, 300.000 volontari inermi con un bagaglio
leggero e le macchine fotografiche.
Raccogliendo 20, 30.000 fra giornalisti, fotografi, operatori
e altri addetti di troupe televisive, dal Giappone, dalla Corea del Sud,
dall’Islanda e dal resto del mondo. Distribuire a tutti razioni basilari
e condensate di viveri e medicinali, e impermeabili da tasca. Muovere
a piedi, lentamente – con i carri per gli invalidi i malati, i troppo
vecchi, le donne incinte e quelle coi bambini piccoli – verso Pristina:
un milione di persone più o meno, nessun armato. Niente bandiere
né contrassegni. Mettere in testa e in coda i volontari stranieri.
Dislocare i fotografi professionali e le telecamere lungo l’intero
corteo, e far riprendere tutto il tragitto. Non fermarsi né disperdersi
per nessuna ragione, neanche di fronte ad attacchi armati. Si può
fare? Io non lo escludo affatto. Se si esclude che sia possibile, o si
pensa che non lo sia comunque in tempi utili, allora bisogna dire in che
modo mettere fine alle violenze interne contro i kosovari, e far rientrare
profughi e deportati. Dire invece qualunque altra cosa, che eluda questo
problema, è un esercizio indebito.
LANGER,
PER PRIMO, AVEVA LANCIATO L’ALLARME
I ponti sacri
di Alex (i ponti tra noi e il Kosovo)
Quattro anni fa moriva suicida Langer. Che nel 1991 aveva partecipato
a una carovana per la pace interetnica che attraversò il Kosovo.
E ne scrisse un appassionato diario. Per dire che forse era già
troppo tardi.
di Adriano Sofri
Alexander Langer è morto, suicida,
nel ’95. In questi giorni molti lo ricordano, magari un po’
sbrigativamente: i suoi infatti erano pensieri difficili e tormentati,
non una dottrinetta buona una volta per tutte. Potete leggerne gli scritti
nel volume “Il viaggiatore leggero” (Sellerio). Fu viaggiatore
leggero, traghettatore, portatore di croci, pellegrino. Leggete ora qui
un resoconto che Alex fece di un pellegrinaggio di pace nel Kosovo: nel
maggio 1991. Vi farà impressione, credo.
“Potrebbe essere un
modesto esempio una carovana di pace che ha attraversato il Kosovo ai
primi di maggio, composta di serbi, albanesi del Kosovo, sudtirolesi,
piemontesi, veneti, foggiani, macedoni, bosniaci… Organizzata dai
Verdi di Belgrado, che si distinguono per l’orientamento europeista
e interetnico. Il Kosovo è forse la regione più martoriata
della Jugoslavia, e i suoi abitanti (90 per cento albanesi, 10 per cento
serbi) sembrano non parlarsi più tra etnie diverse. L’autonomia
di cui godeva è stata da tempo revocata, la si considera ormai
(da parte dei serbi) come “parte della politica antiserba di Tito”
e si è passati alla linea dura. Il potere serbo cerca in tutti
i modi di comprimere la vitalità e i diritti degli albanesi del
Kosovo, tanto più ora che con la nuova situazione in Albania un
richiamo irredentista d’oltreconfine potrebbe crescere. Il piccolo
e coraggioso gruppo dei Verdi – disprezzato e malvisto da tutti i
nazionalisti serbi, anticomunisti o comunisti che siano – ha invitato
al “dialogo tra la gente” portando una cinquantina di persone
a compiere un singolare pellegrinaggio…
Assemblea con i minatori
licenziati di Kosovska Mitrovica: “Ci hanno licenziati in dodicimila,
dopo gli scioperi dell’ultimo anno. Solo qualche centinaio di serbi
lavora ancora…Vogliono prenderci per fame, siamo, fra noi albanesi,
ormai 50 mila disoccupati”. “Nelle scuole vengono pagati solo
gli insegnanti serbi, quelli albanesi da tempo non prendono lo stipendio
perché si rifiutano di applicare i nuovi programmi serbi.”
“Ma il miracolo di vedere
insieme un gruppo di serbi, di albanesi (di Alternativa albanese, un sodalizio
che raggruppa socialdemocratici, verdi, intellettuali e altri kosovari
di buona volontà) fa breccia, e la gente dice che ancora si può
sperare nel dialogo. Più tormentata un’assemblea albanese
nel paesino di Zunr, dove il sangue di alcuni giovani uccisi dalla polizia
è ancora troppo fresco. Veniamo accolti calorosamente tutti, serbi
compresi. Dopo il primo gelo, rafforzato da una lettura aspra di misfatti
serbi e della rivendicazione della “repubblica del Kosovo come programma
minimo”, il dialogo tuttavia comincia e si accetta di distinguere
tra il potere di Milosevic e i serbi che non sono tutti così. Storie
tremende di bambini avvelenati dalle autorità sanitarie serbe,
volontariamente, e controaccuse serbe, fanno capire quanto esasperati
siano gli animi. I serbi, in gran parte veterani partigiani, del paesino
di Strapoe non sono da meno: ”Con gli albanesi non si può
dialogare finché non riconoscono che questa è e rimarrà
sempre Serbia e Jugoslavia, ci vogliono mandare via tutti, se non ci protegge
l’ombrello serbo di Belgrado”. Gli albanesi cattolici di Stuble,
riuniti nella chiesa con il loro vescovo per accoglierci solennemente,
sembrano più moderati e si pronunciano per il dialogo, ma un loro
poeta legge dal pulpito una poesia che gronda di sangue albanese innocente
versato dai serbi.
“L’incontro con professori e studenti all’università
albanese di Pristina è più articolato: si parla del quotidiano
albanese Rilindje messo fuori legge, dei licenziamenti del personale sanitario
albanese, dei soprusi polizieschi, ma si ascolta anche la voce autorevole
e pacata di Aden, che dopo 28 anni di galera (“E’ il nostro
Mandela”) si dice convinto che non c’è alternativa alla
convivenza democratica e pacifica. Dovunque la gente si stupisce e si
illumina alla vista di un gruppo di speranzosi che crede nella conciliazione
interetnica. Molti obiettano che può essere troppo tardi. Le notizie
che negli stessi giorni arrivano sullo scontro ormai violento fra serbi
e croati non sono fatte per iniettare ottimismo. Qualcuno dice, con una
amarezza soprattutto verso gli intellettuali di Belgrado (gli “ex”
del gruppo Praxis) che accompagnano la carovana: “Perché non
siete venuti qualche anno fa? Ormai forse è troppo tardi”.
E qualcuno, tra gli stessi verdi, dubita che il sogno jugoslavo della
coesistenza solidale plurietnica sia ancora realizzabile. Ma una speranza
è comune a tutti: il riferimento a una prospettiva europea, postcomunista,
postnazionalista, postbalcanica anche. Varrebbe la pena di dare gambe
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