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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
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A commento dei tragici fatti seguiti al sequestro e alla liberazione della
giornalista Giuliana Sgrena, pubblichiamo questo articolo degli amici di
Peacelink, che condividiamo integralmente. Di Carlo Gubitosa e Alessandro
Marescotti La morte di Nicola Calipari è solo l'atto finale di una violenza
che dura da anni, e che calpesta tutte le regole del diritto internazionale, le
convenzioni di Ginevra, i codici militari e perfino le più elementari regole di
umanità. Chiediamo che gli assassini di Nicola siano portati davanti ad un
tribunale assieme a tutti gli assassini in divisa e in doppiopetto che non
possono più nascondere le loro azioni criminali dietro il pretesto della
"difesa" di un popolo. Chiediamo che sia fatta giustizia anche all'interno
del nostro paese, e che i crimini di guerra commessi dai governanti di ogni
colore non vengano più considerati un "errore politico", ma una responsabilità
penale che dovrà ricadere su tutti coloro che a vario titolo hanno disposto
azioni di morte portando bombe e sterminio fuori dai confini del nostro
Paese. Siamo stanchi di parole vuote, equilibrismi politici, teatrini
televisivi, ipocrisie e retorica. Oggi vogliamo sentire parole vere, e non le
vogliamo da politici che fingono indignazione a comando, ma da un tribunale
chiamato a giudicare gli assassini di Nicola Calipari, magari proprio quella
Corte Penale Internazionale che gli Stati Uniti d'America si ostinano a
rifiutare considerando la democrazia come un prodotto destinato alla sola
esportazione. Oggi chiediamo parole vere. Un uomo ucciso senza motivo dalla
follia della guerra non è un "eroe" che va celebrato con vuote medaglie, ma una
“vittima” di un'assurda occupazione militare che stronca ogni giorno decine di
vite, un'aggressione armata che si scontra ogni giorno con il NO alla guerra che
milioni di persone in tutto il mondo continuano a ripetere con le parole della
nonviolenza. Secondo il vocabolario un eroe è una persona che "mostra
straordinario valore guerresco o è pronto a sacrificarsi coraggiosamente per un
ideale". Non c'è stato nessun valore guerresco nei gesti di Nicola Calipari, ma
solo il valore umano di chi ha voluto operare per la vita e contro la violenza.
La sua vita non è stata donata volontariamente in sacrificio per un ideale, ma è
stata stroncata assurdamente dalla totale assenza di ideali, di valori e di
dignità che guida le azioni delle truppe di occupazione statunitensi. Non c'è
eroismo nell'agnello mandato al macello che si trova improvvisamente davanti al
suo carnefice: è il macellaio ad essere un vigliacco, e riempirsi la bocca di
vuota retorica militaresca sul sacrificio eroico non servirà a consolare una
vedova e due orfani, non riporterà in vita un uomo onesto, non servirà a
nascondere che il punto del discorso non è l'eroismo delle vittime ma la
codardia, la violenza, il cinismo, la freddezza e l'inestinguibile sete di
sangue dei carnefici. Un omicidio a freddo ad un posto di blocco non è un
"tragico errore", ma un “crimine di guerra” che deve essere perseguito con tutte
le nostre forze, un crimine che ci chiama all'azione individuale proprio perchè
nessuno dei potenti che vogliono esportare democrazia e diritto andrà fino in
fondo nel chiedere giustizia per la morte di Nicola Calipari. Un grido di
dolore contro la violenza delle armi non è "antiamericanismo", ma un sussulto di
dignità di un popolo italiano che si ostina a credersi sovrano e non suddito di
un impero dove la vita delle popolazioni "conquistate" conta di meno di quella
dei cittadini dell'impero. Oggi chiediamo parole vere, e mentre invochiamo
giustizia ci stringiamo attorno alla famiglia Calipari con un invito commosso:
tenete duro, non mollate, cercate giustizia in tutti i modi e in tutte le sedi
possibili, bussate a tutti i tribunali che possono e devono garantirvi
giustizia, non stancatevi di raccogliere memorie e documenti sull'omicidio a
sangue freddo che vi ha strappato un padre e un marito, siate forti e continuate
in ciò che è giusto, non abbandonate mai il vostro percorso di verità. Anche
se i tribunali e i potenti faranno finta di non sentirvi, il vostro grido sarà
un continuo richiamo alla loro coscienza, la vostra voce e quella di tutte le
vittime di guerra toglierà il sonno a chi si affretta a ricoprire di fiori le
tombe degli eroi solo per riprendere a far squillare le trombe di una marcia
suicida, le fanfare di una spirale di morte che oggi, purtroppo, ha tolto la
vita e la libertà a un uomo che si è impegnato per tutelare la vita e la libertà
degli altri. Non sentitevi mai soli: nella vostra ricerca di verità tutte le
persone di buona volontà, gli amici della nonviolenza, gli affamati di giustizia
e tutti gli uomini e le donne onesti d'Italia e del mondo sono già al vostro
fianco.
12 febbraio 1991: blocco nonviolento del “treno della morte” 24 febbraio
2005: assolti perché il fatto non sussiste
Un lungo applauso liberatorio, nell’austera Aula della prima sezione della
Corte d’Appello di Venezia, ha salutato la definitiva sentenza assolutoria per i
17 nonviolenti imputati del reato di blocco ferroviario perché “in concorso tra
loro ostruivano ed ingombravano i binari d’entrambe le direzioni di corsa della
ferrovia con la presenza fisica ed anche sdraiandovisi sopra, al fine di
impedire la libera circolazione di un convoglio viaggiante con precedenza
assoluta e recante forniture militari con destinazione Livorno e per il Golfo
Persico”. C’era una bella presenza di amici della nonviolenza oggi a Venezia,
per assistere al processo e portare solidarietà agli imputati. Amici venuti
anche da lontano, da Torino, da Ferrara, da Gorizia. Moltissime le
attestazioni di solidarietà giunte da ogni parte d’Italia. Cinque gli
imputati presenti: Vincenzo Benciolini, Massimo Corradi, Vincenzo Rocca,
Maurizio Tosi, Massimo Valpiana. Venivamo da un processo di primo grado
(Tribunale di Verona, 27 gennaio 1997) che si era concluso con l’assoluzione
“perché il fatto non sussiste”. Il Pubblico Ministero, che aveva chiesto una
condanna a 10 mesi di reclusione, aveva presentato ricorso chiedendo “che la
Corte d’Appello di Venezia voglia condannare tutti gli imputati alla pena di
legge”. Questo processo di secondo grado poteva concludersi in diversi modi:
non luogo a procedere per intervenuta depenalizzazione di alcuni reati;
accoglimento dei motivi dell’appellante e condanna sospesa per intervenuta
prescrizione; rinvio alla magistratura civile per sanzione amministrativa;
assoluzione con diverse motivazioni. Con i nostri avvocati abbiamo valutato
che la prescrizione e la depenalizzazione non ci avrebbero soddisfatto. Ciò che
ci interessava era la piena assoluzione e quindi il riconoscimento da parte
della magistratura della legittimità del nostro agire. Quindi gli avvocati
presenti (Sandro e Nicola Canestrini di Rovereto, Maurizio Corticelli di Verona,
Nicola Chirco di Bologna) erano pronti a discutere la causa nel merito. Forse i
giudici non si aspettavano di trovarsi davanti il collegio di difesa al gran
completo, né di vedere l’aula piena di pubblico. In apertura di udienza,
dopo i preliminari di rito, il Procuratore Generale ha ritirato l’appello
avverso la sentenza assolutoria di primo grado che era stato presentato dal
Pubblico Ministero di Verona. I Giudici si sono quindi ritirati alcuni minuti in
camera di consiglio e poi il Presidente ha dato lettura della decisione di
confermare in via definitiva la piena assoluzione di tutti gli imputati “perché
il fatto non sussiste”. Dunque una vittoria della giustizia, del diritto,
della nonviolenza. La sentenza, oggi definitiva, farà da precedente per altre
future azioni nonviolente. Vale forse la pena di evidenziare qualche passo delle
motivazioni assolutorie: “… essendo stata l’azione comunque posta in essere per
salvare delle vite umane compromesse dall’arrivo in Iraq dei carrarmati
trasportati sul convoglio…. (…) … porre in essere una manifestazione nonviolenta
a carattere meramente simbolico rientrante nell’ambito dei diritti
costituzionalmente garantiti ed in particolare quello della libera
manifestazione del pensiero con riferimento al ripudio della guerra come mezzo
per risolvere le controversie internazionali (forse per trovare un po’ di spazio
sui mass media impegnati in quei giorni in una gara generale di conformismo, nel
cercare di convincere, appiattendosi acriticamente sulla posizione assunta dal
governo allora in carica, l’opinione pubblica italiana che quella che si andava
a combattere in Iraq non era una guerra ma ‘un’operazione di polizia
internazionale’”….(…) … La manifestazione inscenata dai pacifisti del Movimento
Nonviolento è stato un semplice atto dimostrativo di carattere meramente
simbolico finalizzato a sensibilizzare l’opinione pubblica in ordine al pericolo
di risolvere con le armi le controversie internazionali…. (…) ….E che
l’intenzione fosse quella cui si è detto, vi è chiara traccia anche nel
comunicato, pienamente coerente col comportamento tenuto dagli imputati, letto
in udienza e fatto proprio da quelli di loro presenti: “quando partecipammo a
quella manifestazione nonviolenta eravamo perfettamente consci di non essere in
grado di fermare se non simbolicamente l’escalation della guerra… la nostra è
stata un’azione che è andata più in là della politica, nella speranza di poterla
un giorno contaminare….”. E’ una sentenza che andrebbe letta sui banchi di
scuola. Una sentenza che accoglie il senso profondo della nostra azione
nonviolenta: bloccare un treno che porta un carico di morte non è reato, ma è un
atto coerente con la legge suprema della vita. La democrazia italiana oggi ha
fatto un passo in avanti. La nonviolenza è cresciuta. E’ stata una vittoria
di tutti.
E' una sentenza che ci assolve definitivamente dall'accusa di blocco
ferroviario per aver fermato il "treno della morte", alla Stazione di Balconi di
Pescantina il 12 febbraio 1991, proveniente dalla Germania e diretto a Livorno,
carico di mezzi militari destinati alla prima guerra in Iraq. Siamo stati
assolti "perchè il fatto non sussiste" in quanto in sostanza i Giudici
riconoscono che la nostra azione diretta nonviolenta era tesa "non già ad
impedire od ostacolare la libertà dei trasporti ma a rendere palese e ad
esternare una posizione di non allineamento a quella degli organi ufficiali" ed
inoltre viene riconosciuta la correttezza e la coerenza della nostra resistenza
passiva. Grazie a tutti. Questa "vittoria di tutti" è stata ottenuta con
il concorso di tantissimi amici della nonviolenza. In primo luogo vogliamo
ringraziare gli avvocati della difesa, che con generosità, competenza, e
autorevolezza hanno patrocinato la causa. Grazie di cuore a Sandro e Nicola
Canestrini, Maurizio Corticelli, Nicola Chirco, Giuseppe Ramadori. Questi
avvocati costituiscono una preziosa risorsa per tutto il movimento. Senza di
loro non avremmo ottenuto un risultato così soddisfacente. Grazie alle
tantissime persone e gruppi che da ogni parte d'Italia hanno fatto pervenire la
loro solidarietà, determinante far capire ai giudici che il blocco nonviolento
non era un'azione estemporanea, ma esprimeva la profonda persuasione di un
sentire comune e diffuso. Grazie a Padre Angelo Cavagna e al prof. Antonio
Papisca, che con le loro testimonianze al primo processo hanno offerto ai
giudici le profonde motivazioni morali e giuridiche per dichiarare illegittima
quella guerra, e tutte le guerre. Grazie a chi ha sempre dato una corretta e
puntuale informazione, senza la quale non sarebbe cresciuto il consenso attorno
a noi. Grazie in particolare a "La nonviolenza è in cammino" foglio quotidiano
di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo. Grazie a chi prima di noi, con sacrificio personale, ci ha insegnato
cos'è la nonviolenza e ci ha fatto capire, con l'esempio, la forza e
l'efficacia dell'azione diretta nonviolenta. Grazie ai nostri figli, non
ancora nati nel 1991, oggi adolescenti, che ci hanno sostenuto con la loro
vivace freschezza, con leggerezza e passione. Grazie al Movimento Nonviolento
che ha messo a disposizione tutte le risorse ideali e materiali
necessarie. Grazie alla magistratura, che ci ha giudicato con imparzialità e
in autonomia, ed ha saputo applicare con coraggio lo spirito della legge.
Grazie a chi utilizzerà questa sentenza per proseguire il cammino della
nonviolenza. Mao Valpiana a nome di tutti i 17 imputati,
assolti. Verona, 25 febbraio 2005
Sulla questione delle origini cristiane. La Costituzione europea: più
frutti e meno radici.
di Maria Buizza
Dopo il clamore dei mesi scorsi, credo sia oggi importante esprimere
un’opinione sulla questione tanto dibattuta delle radici cristiane dell’Europa.
O meglio, la questione è tale: la richiesta, con qualche tratto impositivo,
delle gerarchie ecclesiastiche di affermare, all’interno della nuova
costituzione, l’origine giudaico-cristiana dell’Europa. Ritenevo che la cosa
andasse neppure discussa poiché assolutamente palese mi sembrava essere
l’inopportunità di una tale pretesa. Apprendo, però, che il mio pensiero non è
così scontatamente comune e ciò, devo essere sincera, mi preoccupa. Mi preoccupa
non perché qualcuno possa avere idee diverse in merito ma, piuttosto, perché
tali idee mi sembrano figlie, più che di riflessioni consapevoli della
modernità, di vecchi stereotipi per cui i socialisti sono laicisti e, peggio, i
comunisti anticlericali. Ebbene: per affrontare seriamente il problema è
necessario ripulirci da questo vecchiume di pregiudizi ormai
inconsistenti. La questione va affrontata con gli strumenti corretti. Non
vorrei spendere molte parole sull’analisi storica delle radici cristiane
dell’Europa. Il nocciolo del problema non sta, infatti, nell’indagare se e
quanto l’Europa, nella sua essenza, si sia formata attraverso la mediazione
della cultura cristiana. Rimane evidente che cristianesimo sia da sempre stato
elemento fondamentale nella storia europea. Ma non fu l’unico: possiamo
affermare che l’Europa abbia avuto inizio nell’800 con l’incoronazione di Carlo
Magno, ma possiamo anche dire che essa ebbe inizio con la fondazione di
Roma. La cultura del nostro continente, pertanto, ha di certo avuto radici
cristiane, ma anche greche e romane. Il cristianesimo fu certo imperante ma
crebbe sul terreno fertile della cultura greca e ciò non può essere trascurato
al fine di imporre, oggi, una o l’altra etichetta su qualcosa che si è formato
attraverso vari contributi. Il problema, però, oggi non si pone a livello
storico. La questione è più profonda: non va discussa l’attendibilità del
contenuto della richiesta fatta dal Papa ma, piuttosto, il fatto stesso che tale
richiesta sia stata fatta. Perché voler mettere il proprio marchio su
qualcosa che poco ha a che vedere con la religione? Non credo sia importante
per l’essenza del cristianesimo moderno marchiare di sé un atto politico coma la
costituzione. Anzi dico di più: una tale richiesta riporta la memoria ad un
passato in cui i legami tra potere politico e religioso generarono errori e
complicità di cui, ancora, oggi la chiesa sta pagando le conseguenze in termini
di credibilità. Se l’essenza del messaggio cristiano è la carità, l’amore di
un Dio che ama i singoli, allora esso non va affermato sulla carta ma nella
realtà dei fatti. E, in tal senso, si palesa una contraddizione: come si può
affermare la carità, che è amore per gli altri, attraverso l’imposizione
all’Europa delle radici cristiane, imposizione che è grave atto contro la
libertà di coscienza di chi non si riconosce in quell’eredità. Imponiamo il
messaggio cristiano? Anche ciò ha sapore antico, sapore di errori antichi. Il
messaggio cristiano mette l’uomo, la sua libertà, la sua dignità al centro;
mette l’altro, il prossimo ed il lontano in credito verso me e mette me
responsabile dell’altro. Il messaggio cristiano insegna una religione
aperta, non chiusa come una setta, non chiusa in dogmi e dottrine ma aperta alla
centralità dell’uomo. Il messaggio cristiano è quello testimoniato dal figlio
di Dio che si fa uomo per essere all’uomo più vicino. Con tali premesse,
reclamare oggi uno status privilegiato rispetto ad altre fedi presenti in Europa
appare inopportuno, controproducente, sbagliato. La chiesa, con tali
richieste, nega se stessa, inficia la sua stessa credibilità. Vuole sottolineare
le radici cristiane dell’Europa e, intanto, dimentica le sue di radici, si
allontana dal senso vero della carità e dell’umiltà. Il Papa è lontano dal
secolo, lontano dalla modernità. Ieri, forse, potevano essere concepibili tali
richieste (non giuste – ben inteso – e neanche giustificabili) ma oggi errori di
tal sorta possono diventare fatali. La chiesa della base, le gente, il popolo
ha così ben assimilato il messaggio cristiano da sostenere la laicità dello
stato come segno del rispetto della libertà di tutti. Questo è il paradosso più
grande ed, insieme, quello che maggiormente riempie di speranza per il futuro.
Riprendo il pensiero e le parole di un importante pensatore italiano, Gianni
Vattimo: il cristianesimo potrà sopravvivere solo “secolarizzandosi”, ossia
uscendo da ogni pretesa rigidità o dogmatismo e, invece, avvicinandosi all’uomo,
al suo mondo, al suo secolo. <<Secolarizzazione come fatto positivo
significa che la dissoluzione delle strutture sacrali della società cristiana,
il passaggio ad un’etica dell’autonomia , alla laicità dello stato (…) non va
intesa come un venir meno o un congedo dal cristianesimo, ma come una più piena
realizzazione della sua verità che è, ricordiamolo, la kenosis, l’abbassamento
di Dio>>.1 Al centro la carità, dunque, e poi il resto. Kenosis è Dio
che si abbassa all’uomo, fino all’incarnazione. Lontani, dunque, dalla rigida
autorità di un Dio chiusi nella sua onnipotenza, ci si avvia ora alla morte di
dio, così come ne parlava Nietzsche. Chi, oggi, rivendica le radici cristiane
non ricorda quella morte, non ha elaborato un lutto importante. E’ defunto il
dio dell’autorità assoluta ma vive quel Dio che, in Cristo, è diventato icona
dell’indebolimento: Dio non è più pensato come padrone ma come amico. Ed un
amico è colui che accoglie, rispetta, si apre all’altro, al mondo, al
secolo. La vita religiosa, allora, è necessario che rispetti tali
caratteristiche, impregnandosi d’esse. L’altro è al centro del cristianesimo ed
all’altro il cristiano si aggiunge come contributo di arricchimento non di
oppressione. La pretesa di chiudere, di etichettare con il proprio marchio ciò
che riguarda tutti è un meccanismo violento, è una tentazione di potere.
Tentazione alla quale, soprattutto oggi, non si può né si deve rispondere se non
con la ferma e serena convinzione che la laicità è, politicamente, condizione
per la nonviolenza e, religiosamente, condizione per la fede. Mi pare utile,
nonché doveroso, riproporre in questo contesto le parole di Aldo Capitini,
immemorabili per il profetismo di cui sono intrise:<< L’atteggiamento
fondamentale religioso deve essere di libera aggiunta. Tutte le volte che essa
si fa pretesa unica ed autoritaria, sottomette l’unità di tutti a se stessa,
obbliga tutti a passare per se stessa, e perciò divide, è guerra e non
pace>>2. In quell’espressione <<obbliga tutti a passare per se
stessa>> è riposto il senso ultimo del più grande rischio che si corre con
tale pretesa. In un momento in cui l’Europa vive le sane contraddizioni delle
differenze che in essa coesistono, in un momento in cui l’eterogeneità di
religioni e culture può diventare terreno fertile di splendori, ma anche terreno
mortalmente minato, voler “ far passare tutti da una religione come fantomatica
radice culturale” sarebbe l’inizio delle divisioni, dei conflitti per il dominio
di un ruolo o di un privilegio.
Si palesa, allora, il discorso da cui abbiamo preso le mosse: la questione
delle radici cristiane dell’Europa non va trattata nel merito della sua verità
storica, ma nel senso del significato profondo che ha il richiedere una tale
sottolineatura. Laicità dello stato e libertà di coscienza sono tra le
manifestazioni più rilevanti dello spirito cristiano: come è possibile affermare
questo negando quelle? La riflessione, però, non credo si possa fermare solo
qui. Penso alle parole di Raniero La Valle: <<Gli alberi si giudicano dai
frutti non dalle radici>>. Ritengo che l’espressione non abbia bisogno di
molti commenti, si spiega da sé. La comunità cristiana tutta ha, oggi, il
compito di mostrare i risultati concreti che il suo progetto di vita ha portato
in termini di alternativa al denaro, all’avidità di potere e di ricchezza. Dove
sono questi frutti? Ad ognuno sta l’impegno ed il dovere di trovarli o di farli
germogliare prima di rivendicare presunte radici o privilegi. Vorrei
concludere con due citazioni di Raimon Panikkar, sacerdote e teologo. Confesso
di non aver mai letto nulla di lui ma di essere stata colpita da un articolo
recentemente trovato in internet. Afferma: << Il cristiano non è tanto
“distintamente cristiano” quanto “divinamente umano”, secondo l’esempio di chi
chiamò se stesso Figlio dell’Uomo, pienamente umano alla pari che divino, e che
predicò che la salvezza non si limitava al “popolo eletto”>>3. Il
cristiano dovrebbe contaminare di sé tutto ciò che tocca, senza bisogno di
essere etichettato; senza preoccuparsi che i suoi valori siano scritti poiché
essi dovrebbero essere più evidenti, più visibili, più palpabili di ogni
documento. Divinamente umano, uomo teso ai valori ed a Dio…questo basterebbe.
<<Il Vangelo parla dei cristiani come sale della terra non perché
convertano tutto in sale, ma perché sappiano far risaltare il sapore di tutti i
frutti della cultura umana, senza eliminare il contributo di altri possibili
condimenti>>4.
La Costituzione Europea ha rilanciato il dibattito sulla politica estera
comune, i meccanismi decisionali che la presiedono e la eventuale necessità di
agganciarla ad una vera politica di difesa e sicurezza. Qualificati osservatori
sostengono che l’azione esterna dell’Unione senza un robusto elemento militare è
destinata al fallimento. Critici d’oltre-oceano non perdono l’occasione per
sbeffeggiare un’Europa inetta e imbelle, ansiosa da una parte di giocare un
ruolo da potenza mondiale mentre dall’altra si dimostra riluttante ad aprire il
portafoglio per aumentare le spese di difesa. Analizzando l’azione esterna
dell’Unione Europea in rapporto a quella degli USA si evidenzia come
integrazione, inclusione, cooperazione, partenariato e condivisione siano state
le caratteristiche dominanti di quella europea mentre quella statunitense,
storicamente più aggressiva, gioca più sui rapporti di forza, la coercizione e
l’imposizione. Gli Stati Uniti nel loro approccio non possono prescindere dal
fatto di essere l’unica superpotenza militare del pianeta; gli Europei, al
contrario, hanno fatto di necessità virtù adattandosi alla mancanza più o meno
voluta di una convincente componente militare. E’ nato così il Partenariato
Euro-Mediterraneo rivolto a tutti i paesi rivieraschi del “mare di mezzo”, il
Processo di Associazione e Stabilizzazione per i Balcani che offre una
prospettiva di adesione ai paesi della regione e più recentemente la Politica
Europea di Vicinato che mira a promuovere i valori ed estendere i benefici della
comunità evitando la creazione di nuovi muri con i paesi vicini dell’Unione
allargata, che peraltro non ha ancora concluso il processo di ampliamento. Il
2003 è ricordato come l’anno che ha visto il decollo della Politica Europea di
Sicurezza e Difesa (PESD), il 2004 come quello del test più probante. Con le
missioni di polizia in Bosnia-Erzegovina e Macedonia e le missioni militari in
Macedonia e Congo l’Unione Europea, due anni fa, ha messo a disposizione delle
Nazioni Unite le proprie limitate forze per l’espletamento di mandati
internazionali. Nel dicembre dello scorso anno è partita in Bosnia la missione
Althea che vede il peace-keeping di 7000 soldati europei che hanno preso il
posto del contingente della NATO. Altre missioni di mantenimento della pace si
profilano quest’anno all’orizzonte. Qualcuno ha veduto in questo l’inizio di
un processo di militarizzazione dell’Unione Europea, altri, io fra questi, un
modo concreto per rafforzare gli strumenti di intervento dell’ONU nelle
situazioni di crisi a sostegno della sicurezza di tutti. La PESD fu creata
nel 1999 dopo la guerra in Kosovo. Poggia su di una componente militare ed una
civile recependo quindi in pieno uno dei cavalli di battaglia del movimento
pacifista secondo il quale la difesa non deve essere monopolio dei militari. Gli
articoli I-41 e III-309 della Costituzione Europea di fatto attribuiscono pari
dignità a mezzi civili e mezzi militari. E’ la prima volta che questo avviene in
un documento di tale importanza superando una volta per tutte il mito
dell’esercito popolare ancora presente nell’immaginario di una parte della
sinistra. Più che ad una militarizzazione dell’Europa la Costituzione Europea
apre potenzialmente la strada ad un graduale processo di demilitarizzazione
della difesa. E’ sulla scorta dell’esperienza europea di questi ultimi anni che
bisognerebbe procedere ad una profonda riforma degli attuali ministeri nazionali
della difesa trasformandoli in ministeri di difesa, prevenzione dei conflitti e
gestione delle crisi. Ed in linea con i principi della costituzione occorre
sviluppare nuovi strumenti di intervento a partire dai Corpi Civili di Pace
complementari e a volte più produttivi del puro peace-keeping militare. Le
scuole per mediatori di pace che si sono aperte con successo a Bolzano, Firenze
ed in altre città italiane con la partecipazione di civili e militari si muovono
in questa direzione. A chi obietta che l'inclusione nella Costituzione di un
articolo che istituisce l'Agenzia Europea per la Difesa è un pessimo segnale che
sfregia il volto pacifico dell'Unione non posso che rispondere ricordando che la
stessa Costituzione all'articolo 47 ci permette di chiedere con un milione di
firme l'istituzione di una Agenzia Europea di Peace-Building che sviluppi nel
concreto gli strumenti ed i metodi di interposizione nonviolenta. Promozione
della pace, prevenzione dei conflitti e sicurezza internazionale sono alla base
dell’azione esterna dell’Unione Europea incardinati nel trattato che sarà
sottoposto quest’anno alla ratifica dei parlamenti dei paesi membri. Eravamo a
milioni a marciare contro la guerra. Non è bastato e non basterà fino a quando
non sapremo trasformarci in un vero movimento per la pace in grado di cogliere
appieno e di sfruttare l’enorme potenziale che la Costituzione Europea ci offre.
Non è cosa ovvia essere in grado di identificare la violenza. Certo c'è una
violenza che appare subito chiara a tutti: è quella fisica e di attacco. Ma la
chiarezza finisce là, mentre, a parte che non sempre è chiaro chi ha attaccato,
chi ha cominciato per primo, si potrebbe andare ben oltre nella messa a fuoco
delle forme di violenza. La violenza verbale, quella psicologica sono troppo
poco appariscenti, troppo "normali", per essere considerate violenza? Eppure
anch'esse producono sofferenza e sono vettori, per dirla con Pat Patfoort, della
catena della violenza o della sua escalation (oppure di frustrazione, se la
violenza viene non rivolta verso altri ma introiettata). Se non la sappiamo
individuare, la violenza poi esplode senza che ne capiamo il perché e si
rischiano spiegazioni banali come "ero (o era) nervoso", o altre che alla fine
giustificano senza permetterci di intervenire in nessun punto del
processo. Identificare la violenza significa dare questo nome ad azioni che
forse siamo stati abituati a chiamare in un modo che ci induce ad accettarle
passivamente o a compierle inconsapevolmente o a ritenerle addirittura positive,
come spesso capita nel caso della violenza strutturale. Consideriamo la scuola:
già la struttura frontale delle lezioni, con l'insegnante da un lato e coloro
che imparano tutti/e insieme come se fossero un essere unico e indistinto dal
lato opposto, suggerisce implicitamente che non vale la pena che coloro che
stanno tra i banchi si guardino, parlino e si ascoltino reciprocamente: è
un'ottica trasmissiva e non comunicativa. Del resto, l'insegnante non ha come
proprio appannaggio la cattedra, la lavagna e tutto ciò che mostra chi
"comanda"? Danilo Dolci, quando costruì la scuola di Mirto, a Partinico vicino
Palermo, si pose questi problemi e cercò di superarli: banchi ad anfiteatro o,
per piccoli gruppi, a circolo ecc. Si preoccupò di lavorare anche sul
vocabolario – altro mezzo di trasmissione della violenza invisibile – e propose
di sostituire scuola con centro educativo, classe con gruppo, disciplina con
responsabilità e così di seguito. Non si trattava di puro nominalismo ma di
incanalamento del pensiero in direzione cooperativa anziché autoritaria; infatti
con le parole si vedono le cose in un certo modo o in un altro e si fanno le
cose in un certo modo piuttosto che in un altro. Ad esempio, possiamo trattare
davvero con rispetto i bambini se continuiamo a chiamarli col nome di minori che
dice della loro inferiorità? Sì, certo, per questo badiamo a loro; ma per questo
anche decidiamo per loro. Per fare ancora qualche esempio relativo al
linguaggio: quante volte, con logica autoritaria, diciamo "devo (o deve, o
dovrebbe) fare questo o quest'altro"? e non ci viene insegnato che gli 'altri'
sono terroristi senza distinguere il terrorismo dal basso di questi ultimi dal
nostro terrorismo dall'alto che uccide innocenti con la guerra? non si dice che
ci sono gli Stati-canaglia senza dare lo stesso nome agli Stati occidentali che
vendono loro le armi? I giochi: sono violenti solo quelli che imitano le
azioni degli eserciti oppure non dico solo il pugilato, ma anche il calcio e gli
scacchi possono esser tali se mentre facciamo goal o scacco al re godiamo
dell'avere sconfitto l'altro? Non affermo; domando veramente, perché non credo
che ci sia una risposta univoca valida per tutti i casi: dipende dallo spirito
con cui gioco – anche se, certamente, in ogni forma di gioco è già insita una
tendenza cooperativa o competitiva. C'è violenza nell'indifferenza, ma forse
anche nel semplice "non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te",
visto che potremmo pure "fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi".
Aggiungerei la violenza contro le cose inanimate: se l'altro nome della
nonviolenza (ahimsa) è satyagraha, cioè "tenere alla verità (satya)", cosa
composta da tutto ciò che è (sat), allora la nonviolenza è tenere a tutto, ad
ogni cosa che è, vivente o non vivente che essa sia. Identificare la violenza
non è cosa facile. Ma non è neppure impossibile: non si tratta di vivere 'in
continua paranoia', basta solo un po' di lentezza e di attenzione e la
consapevolezza può crescere piano piano con uno sforzo sempre minore. Forse
può essere d'aiuto l'idea che ogni cosa si può fare in tre modi: con violenza,
senza violenza, con nonviolenza. “Con violenza” è chiaro: rimanda a qualsiasi
forma di aggressione. “Senza violenza”: ad esempio, quando si parla senza alzare
la voce, senza interrompere e in generale quando non si prevarica. “Con
nonviolenza”: quando si ha cura dell'altro e si cerca di contribuire alla sua
espressione di sé o, nel caso di conflitto, di badare a non fargli male, a
lottare l'azione e non la persona.
L’Uganda era chiamata “perla dell’Africa” e dal punto di vista ambientale lo
è ancora, ma, per le popolazioni del nord, la vita è carica di sofferenze e
paura, a causa della guerra e delle malattie. Jan Egeland, vicesegretario
generale dell’Onu e responsabile delle questioni umanitarie, dopo una visita
nell’autunno scorso nel nord Uganda, ha riconosciuto: “Quello del nord Uganda è
uno dei peggiori disastri umanitari del mondo e noi, come Nazioni Unite, abbiamo
fatto troppo poco”. Negli ultimi mesi, dopo un periodo di terrore, si
comincia a parlare di tregue e di avvii di colloqui tra le parti in conflitto,
ma questi segnali di pace potrebbero un’altra volta svanire. La buona
notizia verrà quando la comunità internazionale, l’Onu, l’Unione Europea e
l’Unione Africana si decideranno a intervenire veramente, con iniziative e con
forze di pace. Per ora arrivano ancora notizie di incursioni degli olum (i
ribelli del Lord Resisters Army) nei villaggi e di scontri armati con
l’esercito, che a sua volta non lascia tranquilla la gente, che si ritrova tra
l’incudine e il martello. La vita nel nord Uganda è sconvolta: l’80% della
popolazione, abbandonate le proprie abitazioni e abitudini, vive in condizioni
disumane nei campi profughi, con il poco cibo che viene donato, senza servizi
igienici, con epidemie di colera e AIDS. Migliaia sono anche i “pendolari
della notte”, che al tramonto, abbandonano le proprie capanne e con una stuoia e
una coperta vanno a pernottare in città, sotto le tettoie degli ospedali e delle
missioni; specialmente i minori, perché rischiano di essere rapiti dai ribelli
che li schiavizzano: i maschi come baby soldati e le femmine come schiave
sessuali. Le cifre parlano di 20.000 bambini rapiti tra le popolazioni del nord
Uganda (Acholi, Lango, Teso), molti dei quali ancora tra le file dei ribelli.
Questo è l’aspetto più tragico di una guerra, una delle guerre ignorate
dell’Africa, iniziata (con gli attuali contendenti) nel 1986. Da una parte c’è
l’esercito del Presidente Yoweri K. Museveni, dall’altra l’Esercito di
Resistenza del Signore, agli ordini di Joseph Kony, un carismatico e ambizioso
personaggio, che dice di essere posseduto da uno spirito divino e che vorrebbe
instaurare in Uganda un regime basato sull'applicazione fondamentalista dei
dieci comandamenti, ma che da sempre ordina di uccidere e fare razzie. Sulle
95000 cartoline distribuite nella Campagna “Pace in Uganda”, è riprodotto il
disegno fatto da un tredicenne, che vive in un centro di recupero, dopo essersi
liberato dalle mani dei ribelli. Su un foglio di quaderno ha reso la sua
testimonianza: uomini armati di fucile e machete che uccidono, bruciano le
capanne, legano i sequestrati e li obbligano a portare pesanti carichi. I
racconti dei ragazzi ritornati dalla terribile esperienza del rapimento e della
guerriglia sono raccapriccianti, essi stessi sono stati costretti a compiere
crudeltà indicibili, persino contro i loro stessi compagni. Alcune ong per
questi sopravvissuti hanno attivato centri di riabilitazione, per curarli dai
traumi psichici e fisici riportati. La gente, che nonostante tutto riesce
ancora a sorridere e sperare, si chiede i perchè di una guerra che dura da 18
anni e che ha causato 100 mila morti. In particolare si chiede perchè l’esercito
ugandese, forte di 40000 soldati, ben armato (il più forte del centro Africa),
non riesca a sconfiggere le bande di ribelli, perlopiù minorenni arruolati
forzatamente, che in passato hanno raggiunto le 4000 unità e che oggi, secondo
alcune fonti, sarebbero solo 200. Ivana Ciapponi nel libro “I bambini primo
bersaglio. Il dramma del Nord Uganda” (Ed. EMI) ha scritto: “Spesso accade che
invece di difendere la popolazione dagli abusi commessi dai guerriglieri, siano
i militari governativi stessi a commettere crimini, ammazzando o derubando le
persone ai posti di blocco o saccheggiando le capanne”. Il Presidente
Museveni per combattere la guerriglia chiede e ottiene dall’occidente armi e
addestramento; ma poi anziché impiegare il suo esercito per risolvere il
conflitto interno (ammesso che si possa risolvere con la forza delle armi), lo
impegna nei conflitti negli stati confinanti e lo offre persino a Bush per la
guerra in Irak. Ma allora si può ragionevolmente pensare che i ribelli, benchè
nemici del governo centrale, siano funzionali al potere, come è funzionale la
guerra. Infatti la guerra ai ribelli (o terroristi) giustifica la richiesta
continua di armi e la sospensione dei diritti civili nel paese; indebolisce e
riduce le popolazioni del nord, da sempre avverse a Museveni; inoltre, fino a
qualche mese fa, la guerra poteva servire a preparare un eventuale attacco al
vicino Sudan (stato canaglia per il governo Bush). Provvidenzialmente in
Sudan si è avviato un processo di pace, giunto il 9 gennaio alla firma di un
accordo tra il governo islamista e i separatisti del Sud; accordo che, come ha
dichiarato il Segretario generale dell’Onu, Kofi Annan: “servirà anche come base
e stimolo alla soluzione di altri conflitti”. Si consideri che finora le
autorità sudanesi hanno concesso ai ribelli di Kony le armi e le basi operative
sul proprio territorio in funzione anti-ugandese, mentre il governo di Kampala
continua a essere un fedele alleato di John Garang, leader storico dello Spla
(Esercito popolare di liberazione del Sudan), formazione antigovernativa
sudsudanese. I dossier delle organizzazione per i diritti umani Human Rights
Watch e Amnesty International muovono pesanti accuse al governo e al sistema
giudiziario ugandese; ma di esse e della guerra nel nord non si parla in
occidente, così il Presidente Museveni continua a godere la fiducia tra i grandi
della terra: infatti Bush lo ha invitato al summit G8, che si è tenuto negli Usa
nel giugno scorso. Ora, per essere rieletto nel 2006, Museveni ha in progetto di
emendare la costituzione da lui voluta, che non consente un terzo mandato
presidenziale (anche a questo serve la guerra). In realtà il Presidente teme
l’intervento di forze internazionali e le inchieste della Corte penale
Internazionale, che innanzitutto dovrebbe processare i capi del LRA. Come
per il Sudan e il Darfur, l’ONU, l’Unione Africana e l’Unione Europea (primo
partner commerciale dell’Uganda) potrebbero influire decisamente sul cammino di
pace. Proprio per chiedere l’intervento della comunità internazionale e per
richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, è stata attivata in Italia la
Campagna “Pace in Uganda”, su iniziativa di 23 organizzazioni (tra le quali
MIR-MN e Azione Nonviolenta). L’appello che gli italiani con le cartoline
sono invitati a spedire ai responsabili delle organizzazioni internazionali, è
stato già più volte ripetuto dall’Arlpi (Acholi religious leaders’ peace
initiative), un organismo ecumenico che riunisce vescovi cattolici e anglicani e
capi islamici del distretto Acholi, presieduto dal coraggioso arcivescovo di
Gulu, John Batist Odama, minacciato dai ribelli del LRA e ammonito dal governo,
per le iniziative di pace e per le denunce di violenze mosse alle parti in
conflitto. Nel mese di maggio Mons. Odama mi disse:“Le radici del conflitto
in nord Uganda sono al di fuori della regione, per cui ONU e UE hanno un ruolo
importante, in quanto possono fare grosse pressioni politiche, interventi
diplomatici e finanziari per arrivare a una soluzione del conflitto”. Grazie
anche all’Arlpi si è aperto il muro di silenzio che avvolgeva questo conflitto e
oggi c’è qualche speranza di pace, come ha constatato Mons. Odama: “Questa
guerra, che fino a pochi anni fa era praticamente sconosciuta, oggi incomincia
ad apparire sulla scena internazionale e si spera che questa maggiore conoscenza
possa portare a degli sbocchi positivi. Il movimento interreligioso per la pace
che ha dato voce ai senza voce, la formazione di gruppi per la pace nelle
scuole, i movimenti giovanili, le donne impegnate per la pace, sono segni di
grande speranza per il futuro”. Anche noi e le nostre organizzazioni, con la
Campagna “Pace in Uganda”, possiamo ripetere a tutti i livelli il grido di pace
della povera gente del Nord Uganda “STOP THE WAR ! STOP USING CHILD SOLDIERS
!”.
Pierangelo Monti
CAMPAGNA "PACE IN UGANDA"
La "Campagna Pace in Uganda" è promossa da 24 organizzazioni e riviste,
affinchè finalmente, dopo 18 anni, la comunità internazionale si impegni a
fermare le violenze nel nord Uganda. Di questa Campagna sono stati informati
personalmente anche i parlamentari italiani membri delle Commissioni esteri di
Camera, Senato e del Parlamento Europeo. Gli obiettivi della Campagna sono:
sensibilizzare l'opinione pubblica italiana sul dramma dell'Uganda, diffondere
l'appello alla pace in Uganda, sollecitare l'impegno delle istituzioni
internazionali a intervenire per fermare la guerra, smascherare i responsabili
della guerra, soccorrere la povera gente che vive nei campi profughi e che vuole
riprendere la vita in pace. Le brevi tregue e le trattative avviate tra le
parti in conflitto negli ultimi mesi hanno bisogno di essere incoraggiate
dall'esterno, perchè non finiscano nel nulla, come altre volte. Infatti sono
molti gli interessati a perpetuare il conflitto armato: innanzitutto i ribelli
che vivono di razzia e ambiscono al potere, poi le forze armate, che dalla
guerra trovano alimento (mentre la gente è in miseria), quindi chi è al potere,
perchè così richiede aiuti civili e militari all'estero e giustifica la
sospensione di diritti civili e il divieto di protestare. In un quadro così
drammatico, segnato dall'odio per il nemico e dalla sofferenza di tanti
innocenti, l'unica luce di speranza è portata da volontari e missionari, i quali
però, proprio per questo, spesso pagano il loro impegno con la vita. "C'è
bisogno di parlare, di denunciare questa tragedia che si consuma
nell'indifferenza, cercando di coinvolgere e sensibilizzare la comunità
internazionale" (Mons. John Batist Odama, arcivescovo di Gulu). Sulle
cartoline è stampato il disegno fatto da un bambino acholi, rapito dai ribelli e
poi sfuggito, che però non riesce a cancellare l'immagine della violenza patita
nel suo villaggio.
Grazie dell'attenzione.
Pierangelo Monti Coordinatore della Campagna 0125251012 Ivrea (TO)
Questo articolo è stato scritto per la rivista mensile nonviolenta indiana
“Sarvodaya” (mensile del Khadi Friends Forum, Gandhi Smarak Nidhi, Gandhi
Museum). Pur se contenente cose ampiamente risapute nel nostro ambito,
riteniamo utile pubblicarlo come possibile stimolo a riprendere direttamente in
mano gli scritti di Capitini, perennemente ispiranti la coscienza e animanti
all’azione.
di Pietro Pinna
“Tanto dilagheranno violenza e materialismo, che ne verrà stanchezza e
disgusto; e dalle gocce di sangue che colano dai ceppi della decapitazione
salirà l’ansia appassionata di sottrarre l’anima ad ogni collaborazione con
quell’errore, e di instaurare subito, a partire dal proprio animo (che è il
primo progresso), un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento che il mondo
ci è estraneo se ci si deve stare senza amore, senza una apertura infinita
dell’uno verso l’altro, senza una unione di sopra a tante differenze e tanto
soffrire. Questo è il varco attuale della storia”. In questa frase (scritta
profeticamente alla vigilia di quella tremenda “decapitazione” che fu la 2ª
guerra mondiale) troviamo limpidamente condensati gli elementi fondamentali che
caratterizzano l’istanza nonviolenta di Aldo Capitini: il suo motivo ispiratore;
l’uomo nuovo che se ne fa portatore teso al superamento della realtà di male in
cui l’umanità è immersa; e il basilare atteggiamento pratico da cui avviare il
rinnovamento. Motivo ispiratore è “l’infinita apertura dell’anima”,
l’affermazione cioè dell’unità amorevole, “di sopra a tante differenze”, tra
tutti gli esseri umani. Cogliamo qui una prima caratterizzazione della
nonviolenza capitiniana. L’unità amorevole da essa postulata si distingue dalle
altre forme tradizionali di unione, perché queste confinano la solidarietà ad un
numero limitato di esseri: i parenti, la propria congregazione, e al più i
cittadini del proprio Stato. Qui l’orizzonte si chiude, dilà dal quale si fa
lecita la violenza - oppressione, sfruttamento, guerra - verso chi ne sta fuori-
per la difesa indiscriminata ed esclusiva dei propri particolari
interessi. La nonviolenza capitiniana (gandhiana) estende invece questi
confini all’orizzonte mondiale, dove l’unità amorevole vale per tutti gli
uomini. “Tutti – afferma Capitini – è il nuovo nome di Dio”, nel concetto che la
salvezza, la liberazione non è individuale ma di tutti insieme. (Ripeteva
Capitini che “il male dell’umanità deriva da un fatto che dura da millenni: il
fatto che non abbiamo pensato e operato per tutti, l’uomo preoccupato soltanto
della sua proprietà individuale in terra e della sua salvezza in cielo, in ciò
favorito dalle vecchie società e vecchie religioni che sono società e religioni
del privilegio”). In questa “apertura infinita dell’uno verso l’altro” emerge il
riconoscimento del valore centrale di ogni essere nella sua singolarità unica e
irripetibile, da preservare e valorizzare poiché “in tutti – sostiene Capitini
-, fino all’essere più meschino o malvagio, quale che sia il loro vivere e il
loro agire, il loro sviluppo e la loro buona fede, c’è l’esigenza e la
possibilità della vita spirituale”. Il secondo essenziale elemento richiamato
da Capitini è che “il primo progresso dell’apertura infinita” consiste nel
partire da noi stessi, dal proprio “nuovo modo di sentire la vita” in un
rapporto amorevole verso ogni altro. In che cosa consiste questo cambiamento
rispetto al nostro modo d’essere attuale, che contrariamente ad ogni nostro
migliore proposito ci fa vivere in una perenne condizione schizofrenica, che
nella scissione tra i nostri professati ideali e i nostri reali comportamenti ci
fa inevitabilmente ritrovare immersi nella confusione, nella conflittualità,
nella disperazione e nella solitudine? Se appena fossimo veramente consapevoli
di noi stessi, vedremmo che al centro del nostro interesse, invece che la
sollecitudine per l’altro nella ricerca del bene comune, c’è fondamentalmente la
preoccupazione del nostro io, la soddisfazione e la difesa strenua di sé, del
proprio comodo, della propria sicurezza, delle proprie svariate appetizioni. Noi
non guardiamo veramente l’altro per quello che è in sé, chiedendoci come fa
Capitini: “Qual è la sua caratteristica, la sua vita, la sua libertà, le sue
esigenze, il suo formarsi dal di dentro?”. Guardiamo invece gli altri
semplicemente in rapporto a quanto ci può venire utilitariamente da loro, ad
esclusivo nostro vantaggio materiale o psicologico. In realtà noi finiamo col
non guardare altro che noi stessi. Il cambiamento allora, se vogliamo attuare
una relazione adeguata, instaurare quel rapporto creativo di bene, di giustizia,
di pace, di solidarietà con l’altro, dev’essere quello di orientare la nostra
vita in direzione opposta, non in quella dell’io ma nella direzione del tu – il
“divino-tu” capitiniano - , visto come un altro se stesso (vedendo Dio, come
dice Gandhi – in ogni creatura). E questo diverso orientamento si realizza se
noi riduciamo per quanto possibile, con un’attenzione costantemente vigile, il
nostro io, la sfera egoistica ed egotistica dei nostri esclusivi interessi ed
ambizioni, distaccati dalla sete di potere e di successo, di prestigio usurpato,
di arrampicata sociale, dei più diversi stravolti desideri, non morbosamente
attaccati agli oggetti di questi desideri. Quell’io distaccato che – dice
Capitini – “non chiede di avere cose, ma di essere anima”. Infine il terzo
elemento, il basilare atteggiamento pratico da cui avviare il rinnovamento:
”Sottrarre subito ogni collaborazione con quell’errore” (il dilagare della
violenza e del materialismo). Il che comporta il riconoscimento che del tanto
male sociale deprecato, una parte di responsabilità attiene a noi medesimi.
Perché la verità è che, se quel male è così profondamente radicato nella società
e così esteso da investire moltitudini, esso beneficia della complicità, cioè a
dire della collaborazione, della larga parte dei suoi stessi membri, quelli
stessi che se ne dolgono e al quale dicono di volersi ribellare. Ma di questa
ribellione, di questa noncollaborazione, non siamo poi disposti ad assumere i
rischi e i sacrifici e veniamo ad adagiarci in un atteggiamento di passività, di
complice adeguazione al male sociale che salvaguardi per quanto possibile la
nostra personale tranquillità e interessi. Del male tremendo della guerra, che
tutti a parole aborriamo, possiamo far responsabili e artefici soltanto i capi
di Stato e l’infima cerchia di politici, burocrati, scienziati, generali? La
guerra si impianta e si effettua essenzialmente con la collaborazione della
pressoché totalità di noi stessi, imbracciandone le armi, fabbricandole,
nutrendo con le nostre tasse i bilanci militari, ecc., e nulla eccependo alla
politica militare dei partiti politici cui diamo il nostro pieno voto. Talmente
fondamentale è la debita consapevolezza di questo aspetto che Gandhi vi ha
insistito con particolare forza: “A mio avviso la non collaborazione col male è
un dovere ancor più della collaborazione col bene”. L’infinita apertura
dell’anima ha portato Capitini a ricercare e concretare, con una pratica
instancabile, impegni e iniziative conseguenti, tutto teso a trasfondere nella
realtà la sua coscienza appassionata di vicinanza e di liberazione per tutti,
quella del singolo nel suo cieco egoismo e della società nella sua illibertà e
ingiustizia. A chi lo avvicinava foss’anche per la prima volta, quella sua
cordiale attenzione verso chiunque dava loro il senso di essergli amico da tempo
(“L’ultimo che incontro – diceva Capitini – è come se lo conoscessi da sempre”).
– Ecco il nuovo uomo nonviolento, colui che non soltanto non deve incutere
timore a nessuno, ma accanto al quale nessuno deve sentirsi estraneo -. Una
vicinanza – la sua – sempre intrisa di spiritualità, vòlta al superiore senso
dei valori che contano. Ha scritto di sé Capitini: “Se penso a quello che io
sono veramente, alla composizione del mio essere e, allo stesso tempo, al mio
bisogno profondo e al mio ideale più costante, trovo questi due elementi:
familiarità e tensione. Non l’una senza l’altra. La familiarità senza tensione
mi appare un abusare delle cose, delle persone, della vita, prendendo volgare
confidenza con tutto. Sì, mettere il braccio sulla spalla della persona che ci
sta accanto, ma mentre la nostra compagnia s’innalza a un pensiero di bontà, a
una promessa di sacrificio o di dedizione di amore, alla scoperta di una verità,
alla formulazione di un grande proposito sociale, alla visione di una cosa
bella. E anche la tensione senza la familiarità diventa durezza, anima e verità
scoscesa, solitaria e anche pericolosa a sé stessa, soggetta a inabissarsi nel
vuoto che si fa intorno”. Questo atteggiamento di amicizia e di apertura
verso chiunque, Capitini tendeva a concretarlo nei confronti di ogni altro
essere vivente, animali e piante. “Dagli animali ci vengono tanti tesori di
affetto, già abbiamo costituito con essi piani di collaborazione, e altri sempre
più potremo scoprirne e fondarne”. Da qui – in aggiunta a quello riservato
generalmente da noi occidentali ai soli esseri umani – un altro suo
atteggiamento amorevole, la pratica vegetariana. Ed anche le piante
arricchiscono l’unità-amore, poiché “anch’esse sono una presenza, un essere che
ha in sé un soffio e un’apertura all’aria, alla luce, in tutto simile a com’è
per noi esseri umani”. E scendeva anche più giù, alle cose, poiché pur’esse nel
contatto umano si caricano di una valenza spirituale; e finanche alla materia
inanimata, nel profondo di essa vedendo vibrare un palpito di vita e di
partecipazione: “Il rispetto che possiamo attuare fin da ora nei riguardi degli
oggetti e delle cose è quello di usarli non oltre quanto ci è strettamente
necessario”. Si può qui notare, nel cerchio onnicomprensivo dell’apertura
nonviolenta capitiniana, la delineazione con decenni di anticipo di un tema
assorbente in questi ultimi anni, quello ecologico; e come egli dia al
corrispettivo problema del consumismo e della devastazione della natura la
migliore, più esatta risposta: non per un dato negativo, per un angusto motivo
utilitaristico, ma per una ragione positiva, un’iniziativa di
amore. Congiuntamente all’attuazione di una vita spirituale personale, prende
rilievo in Capitini, in adeguazione al principio dell’apertura a tutti, il più
intenso dispiegamento operativo nella vita pubblica. Metodo fondamentale,
strumento pratico della vita politica tesa alla liberazione di tutti è per
Capitini – com’è per Gandhi – la nonviolenza (che per lui, come in un’unica
medaglia, è l’altra faccia dell’apertura a tutti, dell’unità-amore in cui si
afferma la presenza di Dio, così come per Gandhi la nonviolenza è l’altra faccia
della Verità). Tra le tante pregnanti definizioni che ce ne ha date: “La
nonviolenza è apertura (cioè interesse, appassionamento, amore) per l’esistenza,
la libertà e lo sviluppo nel bene di ogni essere” – c’è il meglio, diremmo, di
quanto possiamo pensare e volere per il singolo e per tutti. L’impegno
pubblico capitiniano si è dispiegato nei settori più vari. Si è già accennato
alla scelta vegetariana, ai suoi tempi universalmente considerata in Italia
un’alimentazione innaturale, nociva alla salute, criticata e irrisa dai suoi
colleghi universitari come una “bizzarria”. Diremo sinteticamente che Capitini
ha reso popolare in Italia il vegetarianesimo, attivandovi l’interesse
attraverso scritti e fondando la Società Vegetariana Italiana, oggi sempre più
fiorente. Non avendo qui spazio per dilungarci su tant’altre sue iniziative (i
Centri di Orientamento Religioso, per la critica e la radicale riforma delle
istituzioni religiose tradizionali, autoritarie e dogmatiche; per un’educazione
che di là dalla semplice trasmissione della conoscenza intellettuale fosse vòlta
alla comunicazione dei valori (verità, bontà, bellezza, ecc.), dove l’educatore
porta la consapevolezza dei gravi limiti della realtà naturale e sociale e la
personale esperienza dei valori, e il giovane educando la sua aurorale e festiva
creatività, aperta a nuovi e più ampi sviluppi; ecc.), ci limiteremo alla
presentazione di due campi d’importanza fondamentale dell’attività politica
capitiniana, quello della trasformazione della società e quello della
pace. Nel primo campo, la sua opera iniziale è rivolta ad avversare
l’imperante dittatura fascista. Nel 1933, poco più che trentenne, rifiuta
pubblicamente l’obbligo per i professori universitari di iscrizione al partito
unico fascista e di qui la perdita del suo posto di docente presso una delle più
prestigiose università italiane. È la messa in atto di una basilare tecnica
della nonviolenza, la noncollaborazione col male; ed è al contempo
un’indicazione di lotta politica per tutti quale strumento di esautoramento del
potere oppressivo, al cui esercizio è necessaria la collaborazione degli stessi
oppressi. Per una dozzina d’anni, fino alla caduta del regime fascista allorché
poté riprendere il suo posto universitario, Capitini si riduce a vivere del
modesto introito di lezioni private. Si prodiga fino all’ultimo in una estesa ed
intensa attività di propaganda contro il regime (che lo porterà due volte per
mesi in carcere), con l’elaborazione e la diffusione di scritti clandestini,
incontri, costituzione di nuclei antifascisti. Esce anche, nel 1937, un suo
primo libro Elementi di un’esperienza religiosa (da cui abbiamo tratto la frase
citata all’inizio), che costituì un testo fondamentale per l’educazione politica
liberale di tanti giovani di allora, così sottratti all’ebbrezza della mistica
totalitaria fascista. A superamento non soltanto del regime fascista ma
altresì di quello democratico tanto largamente deficitario, Capitini è venuto
teorizzando e promuovendo sul piano socio-politico una sua peculiare posizione
definita omnicrazia (potere di tutti). Come avvio alla sua attuazione, pose in
essere, già nel 1944 - appena liberata la sua città, Perugia, dal potere
nazi-fascista -, una originalissima esperienza, i Centri di Orientamento Sociale
(C.O.S.). Quali strumenti di autoeducazione popolare e di preparazione
all’autodeterminazione, i C.O.S. si ponevano come integrazione alle
insufficienze e difetti del regime rappresentativo democratico e come suo
possibile superamento nello sviluppo di forme di democrazia diretta dal basso,
per un nuovo assetto socio-politico e un nuovo potere partecipato da tutti. I
C.O.S. erano libere assemblee aperte a tutti, per periodiche discussioni su
tutti i temi, amministrativi e politici, locali e internazionali. Constavano di
alcuni essenziali strumenti di valore: - il principio di “ascoltare e parlare”
(era il motto dei C.O.S.): ognuno poteva prendere la parola nella discussione e
ricerca collettiva, come un pensare insieme, precisando e armonizzando le
esigenze fin dal loro sorgere; - la presenza delle autorità: i capi degli enti e
uffici pubblici venivano a farvi relazioni sui loro provvedimenti, ed a ricevere
critiche e suggerimenti da chiunque; - il contatto degli intellettuali col
popolo: essi vi recavano il contributo della loro cultura e delle loro
riflessioni bene articolate, al contempo imparandovi semplicità di espressione,
concretezza e autenticità di esperienze; il popolo a sua volta vi apportava la
concretezza e autenticità delle sue esigenze e la immediata schiettezza del suo
linguaggio, e vi corroborava la sua fiducia negli intellettuali sentiti non più
quali appartenenti ad una classe astratta e lontana dai ceti popolari, ma come
pari individui partecipi, investiti dei problemi comuni a tutti. I C.O.S. ,
diffusisi rapidamente in diverse località, durarono alcuni anni, fino al momento
delle prime elezioni politiche del dopoguerra; poi l’interesse e la
partecipazione ad essi venne a scemare fino ad estinguersi, a causa del
sopravvenuto monopolio della vita politica da parte dei ricostituiti partiti che
se n’erano fatti gli unici collettori e protagonisti, in un’attività tutta
accentrata nel cerchio chiuso delle loro centrali burocratiche, e ricercanti il
contatto con le moltitudini popolari soltanto al momento delle competizioni
elettorali per la conquista del voto. Capitini non era avverso in assoluto
alla democrazia. “Non sono d’accordo con i distruttori del sistema
rappresentativo, che le democrazie occidentali hanno costruito, che nel suo
migliore sviluppo cerca di allargare il potere al maggior numero possibile di
cittadini”. Ma ne denuncia taluni gravi limiti e storture: “La democrazia
attuale attribuisce alla maggioranza un potere che qualche volta è eccessivo
rispetto ai diritti delle minoranze; conferisce alle polizie un potere di
sopraffazione fino alla tortura (come è pressoché in tutti i Paesi) e molte
volte un soverchio intervento nell’ordine pubblico; si lascia sopraffare dalle
burocrazie trascurando il servizio al pubblico anonimo, ed è largamente
influenzabile, fino alla corruzione, da parte di interessi particolari e
settari; abusa della insufficiente informazione e della scarsa educazione
critica delle moltitudini popolari, quelle a cui bisognerebbe tenere di più,
perché le persone colte hanno altri modi per esercitare una qualche influenza
pubblica; fa guerre di Stato contro Stato (...). Considero utile il Parlamento,
ma mi preme dire che esso ha bisogno di essere integrato da moltissimi centri
sociali, assemblee deliberanti o consultive in tutta la periferia, tali da
costituire il necessario contrappeso e correttivo. Non importa che i centri
sociali siano inizialmente soltanto consultivi, perché la pressione che essi
possono esercitare sugli istituti deliberativi è sempre possibile, se non altro
esercitando il consenso e il dissenso secondo le tecniche della nonviolenza”. In
difetto di ciò, rilevava: “Una democrazia che non sia sotto il controllo
continuo dei cittadini, nella piena libertà e possibilità di informazione e di
critica, finisce per diventare un gioco chiuso di pochi eletti, nell’apatia e
nel disinteresse degli elettori”. L’altro campo centrale dell’attività
politica capitiniana è stato quello riguardante la pace, non per un pacifismo
relativo e condizionato quale è quello dominante dei governi – avallato dalle
Chiese -, che proclamantisi amanti della pace si prodigano schizofrenicamente ad
apprestare strumenti di guerra; ma all’opposto per un pacifismo incondizionato,
totale, ossia di rifiuto assoluto alla preparazione e all’effettuazione di
qualsiasi guerra fatta da chiunque e per qualsiasi ragione. Capitini considerava
l’opposizione alla guerra, e quindi l’abolizione integrale e immediata del suo
essenziale strumento portante, l’esercito, un’esigenza primaria per ciascun
popolo di ogni Stato e per l’intera umanità: e non soltanto per ragioni morali,
ma per le condizioni di fatto della storia attuale, in cui tutta l’umanità si
trova investita da interessi e bisogni sovrastatali, di ambito universale (la
cosiddetta “globalizzazione”), che delle attuali singole patrie viene a fare una
sovrastante patria comune, e dove pertanto la guerra fra Stati risulta essere
null’altro che una fratricida guerra civile intestina. Altrimenti – non manca di
avvertire Capitini – “di fronte all’unità mondiale in formazione, di fronte
all’assemblea universale sopravvivono le limitate assemblee dei popoli (chiuse
nelle divisive frontiere statali) dietro cui e sopra cui si costituisce
l’assemblea armata, l’esercito, fornito di armi schiaccianti e che può
intervenire dappertutto”. Viene spontaneo notare come anche qui l’anticipatrice
avvertenza capitiniana trovi una puntuale tragica conferma negli “interventi”
imperialistici di questi anni e giorni. Per Capitini la lotta per
l’abolizione degli apparati militari poteva, inoltre, contemporaneamente servire
quale leva e punto di partenza per la trasformazione della società ingiusta, che
oltre la guerra genera oppressione e sfruttamento e dove i ristrettissimi e
reazionari ceti dominanti trovano nella forza militare il loro decisivo
strumento di potere e di repressione. Insistenti erano i suoi richiami - rivolti
in particolare alle forze progressiste, nazionali e internazionali, - a voler
considerare che proprio la lotta pacifista poteva costituire il punto di coagulo
della più larga solidarietà e mobilitazione popolare, con moltitudini di
persone, uomini e donne, delle più diverse condizioni sociali e appartenenze
politiche e religiose, all’interno di ogni comunità statale e dappertutto nel
mondo, insieme operanti nel comune supremo valore della pace; e su quest’opera
di smontamento del sistema militare-industriale – che oltre ad arrecare le
devastazioni della guerra sottrae ogni giorno ingentissimi mezzi allo sviluppo
civile – sarebbe possibile, soltanto allora, innestare sostanziali piani di
rinnovamento nei più diversi settori sociali, ora invece strozzati da quel
vampiresco sistema. L’opposizione assoluta alla guerra vede Capitini, al
sorgere in Italia nell’immediato dopoguerra del primo caso di obiezione politica
al servizio militare, impegnato in un lavoro decisivo – in quegli anni di
misconoscimento e ripulsa di quella posizione – nell’attrarvi l’attenzione e la
considerazione dell’opinione pubblica. Non si trattava di un semplice isolato
problema individuale di coscienza, di personale aborrimento allo spargimento di
sangue; ben aldilà di ciò, quell’obiezione poneva un problema generale che
investiva la coscienza e la responsabilità dell’intera collettività, quello di
una politica ancorata sempre alla predisposizione bellica. Ad illustrazione del
significato ideale e della portata politica dell’obiezione di coscienza,
Capitini così ne scriveva ad esempio: “È in gioco un punto di vista sui rapporti
umani, una visione su ciò che è o dovrebbe essere l’umanità. Si tratta di un
sentimento e un impegno profondo, che porta fuori dall’inerzia di seguire i
più”. “I più”: non soltanto i decisori politici e i capi religiosi, ma anche i
cittadini comuni, che pur affermando di aborrire la guerra, nei fatti consentono
e collaborano alla sua preparazione. Centrale e determinante fu poi il
contributo apportato da Capitini alla campagna di sostegno all’obiezione di
coscienza (punita con anni di carcere) , che giunse alfine ad approdare al suo
riconoscimento legale, col diritto per gli obiettori di sostituire il servizio
(dell’uccisione) militare con un servizio civile di pubblica utilità. Insieme
col lavoro specifico e distinto per il pacifismo assoluto nonviolento, Capitini
ha altresì sviluppato una serie continua di iniziative, aperte alla
partecipazione di una cerchia più ampia di organizzazioni e persone pur
genericamente pacifiste, e particolarmente atte a raggiungere la popolazione più
periferica e lasciata ai margini dell’attività politica, fornendo ad essa
l’occasione e la possibilità di dare voce ed espressione alla sua volontà di
pace. Tra quelle varie iniziative, resta memorabile l’ideazione e
l’organizzazione della “Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza dei
popoli” del 1961. Presentandone il progetto, così si esprimeva Capitini quanto
al suo motivo originario: “Avevo visto, nei dopoguerra della mia vita, le
domeniche nella campagna frotte di donne vestite a lutto per causa delle guerre,
sapevo di tanti giovani ignoranti e ignari mandati a uccidere e a morire da un
immediato comando dall’alto, e volevo fare in modo che questo più non avvenisse,
almeno per la gente della terra a me più vicina”. L’invito di Capitini alla
partecipazione alla Marcia era stato rivolto a tutti, e la sua presenza centrale
di nonviolento nell’ispirazione e nell’organizzazione dell’iniziativa assicurò
che essa non venisse monopolizzata da nessuna forza politica per propri fini
particolari. Al momento conclusivo della Marcia, Capitini ne lesse la mozione
finale: “(…) Il tempo è maturo per una grande svolta del genere umano. Il
passato è passato. Basta con le torture, con le uccisioni per qualsiasi motivo;
basta con il veleno che la violenza porta nell’educazione dei giovani; basta con
il pericolo che enormi forze distruttive siano in mano alla decisione di pochi
uomini. Noi del Centro per la Nonviolenza chiediamo che si allarghi
l’applicazione del metodo di resistenza attiva nonviolenta, alle lotte per la
liberazione dall’imperialismo, dal colonialismo, da tutte le oppressioni, dal
potere assoluto di gruppi dittatoriali o reazionari o asserviti alle forze
economiche sfruttatrici. Da questo orizzonte aperto, infinito e sereno (delle
colline in cui era vissuto San Francesco – n.d.r.), sacro da sette secoli ad
ogni essere che nasce alla vita e alla compresenza di tutti, scenda una volontà
intrepida e serena di resistere alla guerra, in propositi costruttivi di pace”.
La Marcia riuscì di tale successo, con la più larga inusitata confluenza
intellettual-popolare, che è venuta a segnare una data storica
nell’intensificazione del pacifismo italiano. Dopo essere stata riconvocata
alcune altre volte, dopo la morte di Capitini, dal Movimento Nonviolento da lui
fondato, la direzione della Marcia è stata poi assunta da un comitato di varie
organizzazioni pacifiste che a scadenza annua o biennale la promuovono sul
medesimo percorso iniziale da Perugia ad Assisi, con la partecipazione di
centinaia di migliaia di persone anche estere, e rifacentisi al nome – se non
propriamente allo spirito – del suo iniziatore Aldo Capitini. Diremo
conclusivamente che Aldo Capitini è stato il massimo ideatore, propagatore e
attuatore della nonviolenza in Italia (della cui iniziale ispirazione ha
riconosciuto il suo debito verso Gandhi). A lui si deve se in questo paese
l’idea e la pratica nonviolenta godono ora – dopo persistenti ostracismi e
travisamenti – di una discreta maturità e credibilità. Il Movimento Nonviolento,
ricco del suo patrimonio di idee e di esperienze, è tuttora operante,
considerato da taluni osservatori come “il centro più dinamico e qualificato
della nonviolenza in Italia”. Quanto all’elaborazione teorica, va sottolineato
che Capitini ha qui dato un contributo altissimo, che può stare alla pari con
quant’altro di sommo è stato scritto nel mondo sulla nonviolenza. In uno
degli ultimi suoi scritti, Capitini aveva annotato: “La nonviolenza ha
cominciato ad aprire in ogni paese un conto, in cui ognuno può depositare via
via impegni e iniziative”. Il deposito che Aldo Capitini ci ha lasciato in tale
“conto” è enorme, inestimabile. Da questo capitale – come è per l’immenso
patrimonio fornito al mondo dalla suprema lezione nonviolenta di Gandhi – ognuno
può trarre una fonte inesauribile di ispirazione e di forza per ulteriori,
possibili e quanto mai necessari e urgenti impegni e iniziative, per un nuovo
mondo aperto alla libertà e al benessere di tutti.
Partiamo da due elementi concettuali di fondo: 1)il conflitto è segno di
vita ovvero dove non c’è conflitto c’è la… pace perpetua. Una importante
lezione sulla dimensione vitale del conflitto deriva dalla cultura delle donne e
dalla loro riflessione sul parto come metafora del conflitto. Parto doloroso e
faticoso, nel quale entrano in conflitto profondo i corpi della donna e del
nascituro (un vero corpo a corpo) il quale, affrontato con amore, si trasforma
in creazione di nuova vita. 2)il conflitto è segno di relazione
sana ovvero dove non c’è conflitto c’è autoritarismo o collusione.
Ricordo ancora l’assenza di conflitto nella mia scuola elementare,
frequentata circa 25 anni fa in un paese del Sud Italia, dove l’insegnante,
accanto al gesso ed al cancellino, teneva sulla cattedra (rialzata da terra da
uno zoccolo in legno di circa 20 centimetri) una verga sempreverde, perché
sempre prontamente sostituita man mano che veniva rotta sulle mani e sulle
braccia dei bambini. Ma segnaliamo anche l’assenza di conflitto all’estremo
educativo opposto, quello che vede il rapporto alla pari tra educandi ed
educatori, i quali pur di sopravvivere rinunciano a pezzi sempre crescenti di
autorevolezza, fino alla vera e propria collusione che annulla il conflitto e,
insieme, annulla anche quelle opportunità educative indispensabili fornite da “i
no che aiutano a crescere”(5).
Questi punti di riferimento del nuovo paradigma diventano determinanti per
agire nella relazione educativa dentro i conflitti, sia quando si è coinvolti
come parte in causa (nei confronti di ragazzi, delle loro famiglie, dei
colleghi, dell’Istituzione) sia quando l’educatore interviene come terza parte,
ossia come mediatore. Tanto nell’un caso che nell’altro il modo nel quale ci si
muove nel conflitto è fortemente educativo. Ciò per almeno due ordini di ragioni
che in questa sede possiamo solo enunciare, rinviando agli studi specifici per
il loro approfondimento (6): a)perché i ragazzi imparano molto e bene dai
conflitti nei quali sono coinvolti; b)perché essi guardano a noi e alla
nostra coerenza tra il dire e il fare, anche nella gestione dei nostri conflitti
personali.
Un elemento preliminare all’avvio del primo passo dentro il complesso mondo
dei conflitti è dato dalla scelta dei tempi dell’intervento. Accorgersi di un
conflitto quando ne è già in atto una degenerazione violenta significa limitare
di molto la possibilità di trasformarlo in maniera costruttiva. Occorre allora
prevenire la degenerazione patologica del conflitto, cioè le diverse forme della
violenza, esercitando la propria sensibilità al riconoscimento precoce dei
conflitti. Ossia, seguendo lo schema dell’escalation della violenza proposto da
Pat Patfoort (7), avvertire il conflitto al di sotto della soglia che segna il
passaggio dalla fase verbale alla fase fisica. A questo scopo può risultare
molto utile esercitarsi ad affinare l’ascolto attivo, cioè quella forma di
presenza nella relazione che ci consente di avere le antenne drizzate e
sensibili per cogliere le sfumature della comunicazione (8). In questa direzione
possono risultare di grande aiuto le sette regole dell’arte di ascoltare,
proposte da Marianella Sclavi: 1. Non avere fretta di arrivare a delle
conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca. 2. Quel
che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di
vista, devi cambiare punto di vista. 3. Se vuoi comprendere quel che un altro
sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le
cose e gli eventi dalla sua prospettiva. 4. Le emozioni sono degli strumenti
conoscitivi fondamentali, se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti
informano su cosa vedi, ma su come guardi. Il loro codice è relazionale e
analogico. 5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I
segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come
al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché
incongruenti con le proprie certezze. 6. Un buon ascoltatore accoglie
volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione. Affronta i dissensi
come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione
creativa dei conflitti. 7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi
adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare,
l’umorismo viene da sé.(9)
Pasquale Pugliese
Seconda parte (continua)
Note
5. Phillips A. I no che aiutano a crescere Feltrinelli, Milano 2002 6.
vedi almeno Nigris E. I conflitti a scuola Bruno Mondatori, Milano 2002 7.
Patfoort P. Costruire la nonviolenza. Per una pedagogia dei conflitti la
meridiana, Molfetta 2000 8. cfr Watzlawik P. Pragmatica della comunicazione
umana Astrolabio, Roma 1971 9. Sclavi M. Arte di ascoltare e mondi possibili
Bruno Mondadori, Milano 2003
Vogliamo la “Decrescita” Dieci consigli per resistere
1. Liberarsi dalla televisione Per entrare nella decrescita, la prima
tappa è prendere coscienza dei propri condizionamenti. Il primo portatore di
condizionamenti è la televisione. La nostra prima scelta sarà di liberarsene.
Per sua natura, la televisione richiede la rapidità, non tollera i discorsi
approfonditi. La televisione inquina al momento della sua produzione, durante
l’utilizzo e poi come rifiuto. Per tenerci informati facciamo altre scelte: la
radio, la lettura, il teatro, il cinema, incontrare gente, ecc. 2. Liberarsi
dall’automobile Più che un oggetto, l’automobile è il simbolo della società
dei consumi. Riservata al 20% degli abitanti della terra, i più ricchi, porta
inesorabilmente al suicidio ecologico per la distruzione delle risorse naturali
(necessarie per la sua produzione) o per i diversi tipi di inquinamento tra cui
l’aumento dell’effetto serra. L’automobile porta anche come conseguenza una
guerra sociale che provoca la strage di morti sulle strade. L’automobile è uno
dei flagelli ecologici e sociali del nostro tempo. Alternative: camminare a
piedi, andare in bicicletta, prendere il treno, utilizzare i trasporti
collettivi. 3. Liberarsi dal telefonino Il sistema genera dei bisogni che
diventano delle dipendenze. Ciò che è artificiale diventa naturale. Come
numerosi oggetti della società dei consumi, il telefonino è un falso bisogno
creato apposta dalla pubblicità. Assieme al telefonino butteremo via i forni a
micro-onde e tutti gli oggetti inutili della società dei consumi. Preferiamo la
posta, la parola. 4. Rifiutare l’aereo Rifiutare di prendere l’aereo, è
prima di tutto rompere con l’ideologia dominante che considera un diritto
inalienabile l’utilizzo di questo mezzo di trasporto. Meno del 10% degli esseri
umani hanno già preso l’aereo. Meno dell’1% lo utilizza tutti gli anni. Questo
1%, la classe dominante, sono i ricchi dei paesi ricchi. Sono loro che detengono
i media e fissano le regole della società. L’aereo è il mezzo di trasporto più
inquinante per passeggero trasportato. A causa dell’alta velocità, sballa la
nostra percezione delle distanze. Preferiamo andare meno lontano, ma
meglio. 5. Boicottare la grande distribuzione La grande distribuzione
disumanizza il lavoro, inquina e sfigura le periferie, uccide i centri delle
città, favorisce l’agricoltura intensiva, centralizza il capitale, ecc. La lista
dei flagelli che rappresenta è troppo lunga per essere elencata qui. Noi le
preferiamo: prima di tutto consumare meno, l’autoproduzione alimentare (l’orto),
poi le botteghe di quartiere, le cooperative, l’artigianato. 6. Mangiare
poca carne O meglio, mangiare vegetariano. Le condizioni di vita riservate
agli animali di allevamento rivela la barbarie tecnoscientifica della nostra
civiltà. L’alimentazione carnea è anche un grosso problema ecologico. E’ meglio
nutrirsi direttamente dei cereali che utilizzare il terreno agricolo per nutrire
animali destinati al macello. Mangiare vegetariano, o comunque mangiare meno
carne ci porta anche una miglior igiene alimentare, meno ricca in calorie. 7.
Consumare prodotti locali Quando si compra una banana dell’Equador, si
consuma anche il petrolio necessario al suo trasporto verso i nostri paesi.
Produrre e consumare localmente è una delle condizioni migliori per entrare nel
movimento di decrescita, non in senso egoistico, chiaramente, ma al contrario
perché ogni popolazione ritrovi la sua capacità di autosufficienza.
8. Politicizzarsi Il mercato non è né di destra, né di centro, né di
sinistra: lui impone la sua dittatura finanziaria avendo come obiettivo di
rifiutare qualunque contraddittorio o conflitto di idee. Questo totalitarismo è
paradossalmente imposto in nome della libertà, di consumare. Noi preferiamo
politicizzarci, come persone, nelle associazioni, nei partiti, per combattere la
dittatura del mercato. E’ ora di propagandare l’idea della decrescita. 9.
Sviluppo della persona La società dei consumi ha bisogno di consumatori
servili e sottomessi. Al contrario, la decrescita economica ha come condizione
uno sviluppo sociale ed umano. Arricchirsi sviluppando la propria vita
interiore. Privilegiare la qualità della relazione con se stessi e con gli altri
a detrimento della volontà di possedere degli oggetti che a loro volta vi
possiederanno. 10. Coerenza Le idee sono fatte per essere vissute. Se non
siamo capaci di metterle in pratica, serviranno solo a far vibrare il nostro
ego. Siamo tutti a bagno nel compromesso, ma cercheremo di tendere alla maggior
coerenza. Cambiamo ed il mondo cambierà. Questa lista sicuramente non è
esaustiva. A voi completarla. Ma se non ci impegniamo a tendere verso la ricerca
della coerenza, ci ridurremo a lamentarci ipocritamente sulle conseguenze del
nostro stile di vita.
Dal sito del movimento francese “Casseurs de pub” In italiano vedi il
sito: www.bilancidigiustizia.it/Article78.phtml
Era il marzo del 1998 quando Giovanni Agnelli presentò Evelina Christillin,
attuale donna immagine delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006, all’allora
presidente del CIO Juan Antonio Samaranch. Il risultato di quell’incontro sta
diventando realtà: da un anno Torino è il più grande cantiere europeo e le 2,2
milioni di persone che vivono nella Provincia, ma ancor più quelle che vivono
nelle Valli Chisone, Germanasca e Susa, cominciano a soppesare risultati e
impatti dell’organizzazione dell’evento che l’Avvocato fortissimamente volle
nella sua regione. Nell’aprile 2002 Toroc, il comitato organizzatore dei
giochi, grazie alla caparbietà del vicepresidente Rinaldo Bontempi (poi
dimessosi per motivi di salute) e alla pressione di numerose associazioni,
produceva una carta d’intenti in cui, nero su bianco, si impegnava ad escludere
dall’elenco degli sponsor tutte quelle aziende che non rispondessero a precisi
standard nel campo dei diritti umani, della salvaguardia degli ambienti di
lavoro, della estraneità a settori non eticamente orientati (armi, azzardo,
ecc.). La torta era ghiotta: si parlava in quel tempo di un miliardo di euro
derivante da vendita di gadgets, magliette, biglietti ma soprattutto diritti
televisivi e di utilizzo del marchio che contraddistingue l’Olimpiade torinese.
In seguito, le stime vennero ridotte ad 800 milioni e poi ancora diminuite, ma
si tratta pur sempre di un importo ragguardevole. Da quel momento in poi, le
associazioni che avevano cantato troppo presto vittoria dovettero iniziare a
mandare giù bocconi sempre più amari, che vanificavano lo sforzo prodotto
nell’azione di pressione. Agli intoccabili Top Sponsor scelti direttamente dal
CIO, tra i quali troviamo esempi non brillanti come Coca Cola e Mc Donald’s,
oggetto da anni di campagne di boicottaggio internazionali, si aggiungevano
presto Fiat e San Paolo: la prima con ancora un ragguardevole settore militare,
un passato ed un presente di conflitti sindacali; la seconda ancora nell’elenco
delle banche che finanziano l’export di armi nonostante l’opinione pubblica
abbia in questi anni convinto Intesa, Unicredit, Monte Paschi e molte altre ad
abbandonarlo. Anche nella scelta dello sponsor tessile non si andava troppo
per il sottile. Il Piemonte da tempo piange la notevole riduzione occupazionale
del settore, un tempo fiore all’occhiello della regione: marchi come Fila,
Superga, Kappa, Invicta sono stati in questi anni oggetto di pesanti
ristrutturazioni, e anche marchi prestigiosi come Loro Piana e Zegna hanno
dovuto fare i conti con la delocalizzazione dei siti produttivi. Nessun
produttore tessile italiano è certificato SA8000, e non sarà certo un caso. Ma
la scelta di Toroc cadeva al di fuori della regione. Non era ancora finita:
la ciliegina sulla torta era di marca italiana, e di provenienza pubblica.
Venendo in soccorso ad un bilancio sempre più rosso, il 5 agosto 2004 il governo
Berlusconi imponeva a Finmeccanica di partecipare alla sponsorizzazione dei
giochi olimpici con sei milioni di euro, unico modo per finanziare un evento
privato con soldi dello Stato. E l’azienda è una di quelle destinate a fare
notizia: accanto ad attività nel settore dei trasporti civili e dell’energia,
produce infatti la quasi totalità delle armi che vengono costruite in territorio
italiano (e non solo). Un boccone troppo grosso che va di traverso alle
organizzazioni torinesi. Curioso: un’azienda che per legge (la famosa 185 che
regola il commercio di armi) non può fare pubblicità ai suoi prodotti militari
in tutto il territorio italiano, paga una cifra notevole per acquisire il
diritto di esporre, sui prodotti che non può pubblicizzare, il logo delle
Olimpiadi invernali. Forse gli azionisti di questa azienda quotata in borsa
dovrebbero chiedere lumi agli attuali amministratori. Riuscirà la politica
cittadina a rimediare alle scelte di Toroc? Ricorda Gavino Olmeo, presidente
della Commissione Consiliare del Comune di Torino, che la città da decenni
risulta proprietaria di una quota dell’azienda di armi, in virtù di patti
stabiliti all’atto dell’acquisizione di Alenia (che ha un importante sito
produttivo nel capoluogo). Non bisogna farsi quindi troppe illusioni. Ma
l’iniziativa del governo di imporre ad una sua azienda, per quanto una delle
poche in utile, di sponsorizzare le olimpiadi, ha un risvolto amaro per il
centrosinistra che da anni amministra la città e che, a partire dal suo
esponente Valentino Castellani, organizza l’evento. Buona parte del suo
elettorato infatti, deluso e inviperito per come i lavori e le scelte procedono,
riterrà probabilmente più opportuno far transitare il suo voto verso altri lidi,
a partire dalle prossime elezioni regionali. Ma questo pericolo non sembra
turbare più di tanto i sonni di una amministrazione sempre più occupata in altre
scacchiere e, forse, sempre più cinica.
Per ulteriori
informazioni: http://nolimpiadi.8m.com/mainita.html www.giocapulito2006.org
La lettera di Clara mette in crisi il comando strategico nucleare
La comunità cristiana che si raccoglie attorno alla pubblicazione “Des Moines
Catholic Worker” sta conducendo una campagna, che è ancora in corso, di
resistenza e opposizione nonviolenta alle armi nucleari ed alla guerra. Parte di
questa campagna è stato l’arresto di Clara Terrel, di 19 anni, il 29 dicembre
2004. Efficace mescolanza di azione di massa ed azione individuale, il gesto
altamente simbolico di Clara è stato preparato per dare risonanza e visibilità
alla campagna, scopo che è stato raggiunto. Il “reato” che ha portato
all’arresto della giovane è l’essersi pacificamente introdotta nella base per
consegnare la seguente lettera: “Io credo che il messaggio portatoci da Gesù
Cristo sia un messaggio di pace. Noi non possiamo comprarla con il sangue dei
bambini iracheni e non possiamo pagarla con le vite dei soldati americani. Tutto
l’enorme potere che è tenuto dietro questi cancelli non può consolare le madri e
i padri, iracheni o statunitensi, che stanno soffrendo durante questo Natale per
i loro figli perduti. Questo è un luogo in cui vengono detenute armi di
distruzione di massa. Questo è un luogo dove vengono prese le decisioni su che
bambini vivranno e che bambini morranno. Questo infine è il luogo che noi
abbiamo scelto per celebrare il Natale e proclamare il Vangelo: ovvero che i
potenti cadranno, e i deboli saranno innalzati.” Clara è stata arrestata
dagli uomini addetti alla sicurezza della base, e rilasciata dopo qualche ora
con un’ammonizione che contiene la sua messa “al bando” dal luogo. In essa si
legge: “La vostra condotta sbagliata ha creato una minaccia sostanziale alla
pace e all’ordine della base.” La base STRATCOM (Comando strategico a
Bellevue, Nebraska, USA) è in effetti il sito in cui si decidono praticamente e
tecnicamente i bersagli delle armi nucleari. Perciò i manifestanti che
accompagnavano Clara, testimone di una scelta condivisa, e che l’hanno attesa in
preghiera, dichiaravano ciascuno/a alla stampa: “Ogni giorno, ogni ora, ogni
minuto dell’anno, questa base tiene il mondo intero sotto la minaccia della
distruzione nucleare.” L’azione di Clara faceva parte della 28° Festa degli
Innocenti, che la comunità cristiana di Des Moines celebra annualmente. La
stessa Clara ha spiegato: “Questa volta la comunità ha scelto di preparare la
Festa esplorando i collegamenti fra Erode, ed il suo assassinio di bambini
innocenti a Betlemme, e le mostruose azioni degli Erodi moderni, e
dell’imperialismo statunitense che li sostiene e controlla. Noi stiamo tentando
di portare alla luce la verità, di confrontarci con le persone che lavorano
nella base militare, e di convincerle attraverso la nostra testimonianza.” La
copertura data a questa semplice azione dai media americani, in un contesto
abbastanza ostile, mostra che il gruppo ha compiuto molto bene le sue scelte:
luogo, tempistica, linguaggio immediato, aggancio ad eventi già esistenti e
sotto l’attenzione della stampa (le ricorrenze natalizie, la festa tradizionale
della comunità), attenzione al simbolico (la connessione fra l’Erode delle
scritture e gli Erodi attuali, il potere dell’individuo che resiste e si oppone,
i legami fra individuo e comunità). Lo stesso testo consegnato da Clara aveva un
focus simbolico, centrato sullo svelamento dell’impotenza di ciò che è
considerato “potente”: un potere inutile, che non ristora i cuori feriti delle
madri e dei padri. Un potere che è in grado di togliere la vita, ma non di
darla, ne’ di assaporarla. Inoltre, i sentimenti evocati erano immediatamente
comprensibili da ciascuno, poiché chiunque fa esperienza, nella propria vita,
della perdita e del lutto. Mi è grato quindi celebrare il gesto pacato e
forte di questa giovane donna, che entra in una base militare apertamente, senza
forzare ingressi o nascondersi, prendendo su di sé tutti i rischi e le
responsabilità che il gesto comporta, ma con la certezza che esso è radicato in
una comunità umana, in una decisione collettiva e in un’esplicita pratica
nonviolenta. Mi piace pensare a Clara che distribuisce la sua lettera, che a
voce alta in un luogo dove risuona la minaccia della distruzione proclama
l’impegno a mettere fine alla follia nucleare. A nome suo, a nome della comunità
di Des Moinese, a nome dell’umanità di ciascuno e ciascuna di noi.
Era un uomo solo, disarmato. Per fermarlo lo chiamarono padre, perché era
un sacerdote. L'assassino, 28 anni, 13 omicidi alle spalle, teneva in pugno
una pistola col silenziatore. Un altro, mentendo, disse: "E' una
rapina". L'uomo disse solo tre parole: "Me lo aspettavo". Sorrise, come
faceva sempre con tutti. E fu l'ultimo dei suoi sorrisi.1 Partiamo dalla
fine… cioè dall’inizio. La sequenza dell’uccisione di don Puglisi, sviluppata
per intero a conclusione del film, per intensità emotiva, uso del rumore fuori
campo e ritmo è, a mio giudizio, uno dei momenti cinematografici più felici
della stagione. Il “martirio” del sacerdote si consuma in un assolato tramonto
palermitano, soffocato dall’indifferenza di chi passa ma non vede e dal commento
in sottofondo della partita della seconda squadra più amata della regione: la
Juventus. Attraverso un montaggio parallelo la visione del corpo ancora
ansimante riverso al suolo e l’urlo straziante di suor Carolina, entrano in
collisione con i mandanti dell’omicidio, boss mafiosi intenti in Versilia a
contrattare l’affitto di una sfarzosissima villa con piscina. Ore 20 circa del
15 settembre 1993: la Sicilia, l’Italia e l’umanità intera hanno appena perso un
“piccolo grande uomo” che ha scelto il martirio come testimonianza2 assoluta di
amore del prossimo e della cultura della legalità. Dall’uccisione dei giudici
Falcone e Borsellino sono trascorsi, ormai, molti anni; ricordo il clima di
intimidazione e di terrore in cui tutto il paese venne precipitato dagli
attentati di via dei Gergofili a Firenze e di via Palestro a Milano. Ci fu il
violentissimo redde rationem di Giovanni Paolo II pronunciato ad Agrigento
contro la mafia: “... Mafiosi convertitevi. Un giorno verrà il giudizio di Dio e
dovrete rendere conto delle vostre malefatte". Quindi la cupola ricambiò
“l’attenzione” ecclesiale facendo saltare per aria un paio di chiese a Roma e
assassinando, il 15 settembre del 1993, il rappresentante della chiesa siciliana
che più andava ad ostacolare le sue perverse logiche di potere, denaro e sangue:
Padre Pino Puglisi appunto, “3P” per gli amici, “U parrinu”, per i mafiosi.
Di tempo ne è passato da questi tragici fatti e da allora un assordante
silenzio è calato sulla “questione siciliana”. Faenza però non si sottrae
alla sua naturale vocazione di regista “impegnato”3 ed è per questo che il suo
film, che racconta gli ultimi due anni di vita di un uomo che “insegnava alla
gente per bene a camminare a testa alta” e a non abbassare mai la voce, in tale
contesto quasi “anestetizzato” assume un valore e un’importanza che vanno al di
là del puro fatto artistico. I veri protagonisti del film infatti, oltre
naturalmente a Puglisi, sono i bambini di Palermo, ai quali, tra l’altro, il
film è manifestamente dedicato in una didascalia in apertura. Bambini presi
dalla strada, come afferma lo stesso Faenza, ma in grado con la loro naturalezza
di far maturare lo stesso regista nel suo percorso umano e artistico: “Per
girare il film abbiamo scelto, dopo lunghi mesi di ricerche, 120 bambini, fra i
3 e i 12 anni, moltissimi con situazioni drammatiche alle spalle: chi era
costretto a lavorare, chi aveva il padre in galera... Vivendo con loro, ho
capito il senso del lavoro di don Puglisi e il vero significato dell’educazione:
ascoltare, osservare, partecipare, senza la pretesa di insegnare alcunché (...)
Non esagero se dico che mi hanno cambiato la vita.”4 3P intuisce subito che il
nodo chiave del suo operato devono essere proprio i bambini, come Faenza
rappresenta con chiarezza ed efficacia e come le stesse testimonianze del
religioso confermano: “...i primi obiettivi sono i bambini e gli adolescenti:
con loro siamo ancora in tempo, l’azione pedagogica può essere efficace (...) il
bambino può cogliere qui un nuovo stile, un modello di comportamento diverso...
questo dà ai bambini la possibilità di vedere la vita in modo diverso, di
verificare che ci sono regole da seguire, che non è giusto barare perché si
perde la stima degli altri...”; paradigmatica rispetto alla stima e alla fiducia
reciproca ad essa correlata è la sequenza del tentativo di furto del denaro
raccolto con la lotteria a cui fa seguito una manifestazione collettiva di
partecipazione alla colpa raffigurata dalla interminabile coda dei ragazzi di 3P
al confessionale. La mafia comprende che il sacerdote con le sue scelte
strategiche rischia di erodere il consenso proprio alle radici e quindi decide
di “fargli gli auguri”: non a caso il film si chiude con la frase di Grigoli
pronunciata in aula al processo “Signor giudice, quel prete prendeva i ragazzi
dalla strada, ci martellava con la sua parola, ci rompeva le scatole”. “Prendeva
i ragazzi dalla strada”, cioè toglieva ossigeno e linfa vitale alla politica
mafiosa.
La situazione prefigurata dalla nascita dei nuovi licei con l'eliminazione
della musica dalla loro programmazione ha spinto la facoltà di Musicologia
dell'Università di Pavia, sede di Cremona, a prendere un'iniziativa importante.
I sottoscrittori sono già diverse migliaia.
Maurizio Pallante, Un futuro senza luce?. Come evitare i black out senza
costruire nuove centrali, introduzione di Beppe Grillo, Editori Riuniti, Roma
2004, pagg. 168, euro 10
Il nostro sistema energetico è come un secchio bucato: spreca e disperde in
atmosfera più energia di quanta ne utilizza. Quindi, prima di pensare alle fonti
rinnovabili con cui soddisfare una domanda che sembra destinata a crescere
indefinitamente per assecondare la crescita del p.i.l., occorre tappare i buchi
del secchio, eliminando sprechi, inefficienze e usi impropri. Senza
ipotizzare impossibili fughe in avanti, allo stato attuale della tecnologia si
possono ridurre almeno della metà i consumi di fonti fossili senza ridurre i
servizi finali dell’energia, negli usi termici, nella produzione elettrica e
nell’autotrasporto. In questo modo si ridurrebbero sia le emissioni di CO2, che
sono la causa principale dell’effetto serra, sia i costi economici della
bolletta energetica delle famiglie, delle imprese e dell’economia nazionale. E i
risparmi consentirebbero di pagare i costi d’investimento delle tecnologie che
accrescono l’efficienza energetica, attuando un ampio trasferimento di denaro
dalle importazioni di petrolio alle retribuzioni degli occupati in questi
settori. Ma la chiusura dei buchi del secchio è anche il pre-requisito per
consentire lo sviluppo delle fonti rinnovabili, il cui contributo non sarebbe in
grado di coprire gli sprechi e le inefficienze attuali, ma potrebbe soddisfare
in maniera significativa una domanda di servizi energetici forniti con un
rendimento maggiore, come dimostra l’esperienza di altri paesi, la Germania in
primo luogo.
Francesco Pugliese, I giorni dell’arcobaleno, Grafiche Futura, Matterello
TN 2004, pagg. 284, € 13,00.
E’ un diario sul movimento per la pace dal settembre 2002 al maggio
2003. Il volume racconta giorno per giorno la cronologia delle grandi
manifestazioni in Italia e nel mondo, la multiforme mobilitazione nei grossi e
piccoli centri, le attività delle organizzazioni pacifiste, i commenti, le
analisi e il clamoroso fenomeno delle bandiere arcobaleno. Merito dell’autore è
quello di essere riuscito a produrre allo stesso tempo un documento attento e
preciso e un testo che si legge con la piacevolezza di un romanzo. “Mi auguro”,
ha scritto Alex Zanotelli nella presentazione “che queste pagine così dense e
così belle ci portino a impegnarci ancora di più”. Il volume contiene circa
duecento fotografie, vari documenti, una bibliografia con oltre un centinaio di
titoli e una sitografia. Si tratta, quindi, anche di uno strumento di studio e
di ricerca per offrire la base ad altri storici di approfondire
l’argomento. Il progetto non ha fini di lucro: infatti la metà del prezzo di
copertina sarà devoluto per la costruzione di un centro chirurgico a Kerbala, in
Iraq. Purtroppo, come molti testi prodotti sui temi della pace, non è
entrato a far parte del circuito commerciale e quindi è possibile acquistarlo
soltanto reperendolo nei banchetti a qualche manifestazione oppure rivolgendosi
direttamente all’autore (tel. 338 59 44001, e-mail:
).
M. Angelini M. C. Basadonne S. Rossi, Parole per leggere luoghi, Centro
Culturale Peppo Dachà, Montoggio GE 2004.
Affinché la visione di case, strade, boschi e capannoni che il nostro sguardo
coglie quando ci spostiamo in un determinato territorio acquisti senso e
profondità, ci vogliono occhiali di un certo tipo. Una cosa è se il mio sguardo
cerca i consumi, altro è se cerca qualche elemento di verità, giustizia e
compassione. C’è un gruppetto, nei dintorni di Genova, che ha letto Aldo
Capitini, Ivan Illich, Jean Giono, Nuto Revelli e poi ha cominciato a girare il
proprio territorio mettendosi dal punto di vista della “compresenza dei morti e
dei viventi”, del “mondo dei vinti”, dell’”uomo che piantava alberi” e con
quegli occhiali ha fatto singolari scoperte. Il gruppetto, formato da Massimo
Angelini, Maria Chiara Basadonne e Sergio Rossi, ha raccolto queste osservazioni
in un agile libretto che si intitola Parole per leggere luoghi. Le parole,
utilmente presentate in ordine alfabetico (ad esempio: agricoltura locale,
autocertificazione, benefici comuni, ecc.) sono integrate da fotografie e
segnalazioni di libri, realizzando così pagine molto accattivanti anche sul
piano grafico. Il testo ha visto la luce nel novembre 2004, giusto una settimana
prima della morte dell’enodissidente e gastroribelle Luigi Veronelli, che una
nota ricorda con gratitudine e affetto.
Beppe Marasso
A. Chiara, D. Cipriani, L. Liverani (a cura di), Voci sull’obiezione,
Edizioni La Meridiana, Molfetta BA, 2004.Con la pubblicazione di questo libro,
la Caritas Italiana si conferma protagonista sul piano dell’informazione e della
formazione sul tema del servizio civile. Questa pubblicazione assume
particolare significato dopo la fine del servizio civile sostitutivo a quello
militare, con la sospensione della leva obbligatoria e l’avvio del servizio
civile volontario su scala nazionale ed europea, e contribuisce all’inizio di un
percorso di riflessione per non perdere la memoria sulla storia dell’obiezione
di coscienza in Italia. I curatori di questa piccola ma pregnante antologia
hanno scelto di procedere attraverso incontri e interviste per comprendere il
peso e il significato dell’obiezione di coscienza, raggiungendo obiettori di
diverse generazioni e politici e intellettuali che hanno lottato per
l’approvazione della legge che riconoscesse il diritto di obiettare. A questa
prima parte segue un’approfondita indagine indirizzata in particolare al mondo
ecclesiale, attraverso l’esperienza e le testimonianze di protagonisti, a
partire da don Giovanni Nervo, pioniere in Caritas dell’introduzione del
servizio civile, sino ad arrivare alla figura e all’opera del vescovo Luigi
Bettazzi, sempre attento ai problemi sociali. Nel libro si possono trovare
testimonianze meno note ma altrettanto significative, come quella di don
Giovanni Battaglia, trovatosi a Ragusa a fare i conti con il vasto movimento
della pace che negli anni Ottanta si opponeva all’installazione dei missili
Cruise a Comiso. Il libro, che non pretende di tracciare la storia del
movimento degli obiettori di coscienza e dei trent’anni di servizio civile,
presenta una terza parte originale che propone la storia di molti obiettori che
hanno continuato la loro attività per la pace, andando a ricoprire posti
importanti nella vita istituzionale e nella società civile. Spulciando
quest’ultima parte troviamo sindaci, assessori, qualche deputato, persone
inserite nel volontariato e i vertici di Banca Etica. Il servizio civile
volontario è oggi certamente una scommessa per non disperdere oltre trent’anni
di servizio civile che sicuramente hanno contribuito a modificare la nostra
società.
Dopo aver boicottato i prodotti
pubblicizzati nei programmi mediocri, violenti o indecenti, e successivamente
aver scelto di spegnere la Tv, la mia famiglia ha richiesto la via formale del
sigillamento dell'apparecchio televisivo per protestare contro la scarsa qualità
dei programmi Tv, per denunciare la scandalosa manipolazione delle informazioni,
per testimoniare che è possibile fare a meno dell'idolo TV, vivere meglio ed
essere anche molto più correttamente informati dei tele-dipendenti. Lo
abbiamo fatto richiedendo ufficialmente alla RAI di sigillare la Tv e per questo
abbiamo versato Euro 5.16, a mezzo vaglia postale, intestato a S.A.T. -
Sportello Abbonamenti TV - Casella postale 22 - 20121 Torino ed inviato
l'apposita cartolina D (B se è recente) allegata nel libretto di abbonamento
nella parte 2. Cos'è il sigillamento d