LA GUERRA E' IL PIU' GRANDE CRIMINE CONTRO L'UMANITA'
Mao Valpiana
OBIEZIONE DI COSCIENZA : COSA SUCCEDE IN EUROPA
Silvia Nejrotti
NELL'EUROPA CENTRALE E NELL'EST
Movimento Nonviolento
"MARCIA DELLA NONVIOLENZA" DA PERUGIA AD ASSISI
Pietro Pinna
Campagna OSM
QUALE CONTINUITA', SE SI CAMBIA TUTTO ?
Alfredo Mori
Campi estivi
DIECI ANNI DI CAMPI ESTIVI, LAVORO E FESTA
Beppe Marasso
L'arte di scrivere
VIRGILIO, POETA DELLA PACE
Claudio Cardelli
Ozio... in corso
SCAPPARE DA UN MONDO SBAGLIATO: L'IMPORTANZA DELLA FUGA
Cristoph Baker
Obiezione
ESERCITO PROFESSIONALE ?
UNA QUESTIONE DI COSTI ! FACCIAMO I CONTI
PRATICARE L'INGERENZA PACIFISTA
LA NUOVA VISITA DI LEVA
Recensioni
Ci hanno scritto
DOPO
LE BOMBE DELLA NATO SULLA SERBIA E IL KOSOVO
La guerra è
il più grande crimine contro l’umanità…
…Sono parole pronunciate da Einstein, Russel, Gandhi e costituiscono
il principio ispiratore della War Resisters International -l’internazionale
dei resistenti alla guerra, attiva dal 1921- di cui il Movimento Nonviolento,
fondato da Aldo Capitini, è la sezione italiana.
Oggi l’Europa conosce una nuova guerra, condotta dalla Nato, che
coinvolge i popoli serbo e kosovaro. Non c’è nessun motivo
al mondo che possa giustificare bombardamenti aerei su città e
paesi: nemmeno la presunta difesa di minoranze etniche albanesi inermi
che subiscono stragi e massacri ad opera delle truppe serbe. Infatti quei
bombardamenti aggiungono strage a strage, orrore a orrore, massacri a
massacri, distruzioni a distruzioni. Trasformano i “difensori”
in “aggressori” e mettono sullo stesso piano i crimini di Milosevic,
il terrorismo dell’UCK e gli attacchi della Nato.
La sacrosanta difesa dei diritti umani dei popoli oppressi
(del Kosovo, ma anche del Kurdistan, del Tibet, del Chiapas, dell’Amazzonia,
dell’Algeria, dell’Eritrea, del Ruanda, di Timor Est, dello
Sri Lanka, e tanti altri ancora) si deve perseguire con interventi dell’Onu
e di forze di polizia internazionale che agiscano con un mandato autorevole
e strumenti, anche militari, adeguati agli obiettivi da raggiungere: interposizione,
aiuti umanitari, embargo selettivo, peace keeping,
Le forze, le tecnologie, i finanziamenti necessari per
attuare distruttive azioni militari come quella in atto in Serbia, sarebbero
più che sufficienti per predisporre efficaci interventi di pacificazione
miranti a tutelare gli oppressi e rendere inoffensivi gli oppressori.
La verità è che la potenza bellica della
Nato non intende lasciare la scena alla diplomazia dell’Onu, e vuole
scatenare una guerra per mantenere e rendere “indispensabile”
l’azione dei militari, i quali, come sempre, dichiarano di “fare
la guerra” per “difendere la pace”. La storia ci ha insegnato
che le guerre chiamano violenza e rafforzano il potere dei dittatori che
a parole si dice di voler eliminare (Saddam è ancora saldamente
al suo posto, così come Gheddafi, a fare da contraltare a Clinton
e Elstin).
Alle soglie del 2000 sarebbe ora di espellere la logica
della guerra dalla storia, e affidare la convivenza tra i popoli alla
cultura della pace.
Vogliamo iniziare il nuovo secolo con un bella guerra nel
cuore d’Europa?
Non sono bastati i milioni di morti del primo e del secondo
conflitto mondiale?
Ci vorrà anche la terza guerra mondiale prima di
decidersi ad abolire gli eserciti?
Sono domande sulle quali riflettere mentre in tivù assistiamo
alla pioggia di fuoco sugli uomini, le donne e i bambini della Jugoslavia.
Movimento Nonviolento
Il futuro del Kosovo
I bombardamenti Nato contro il presidente jugoslavo Slobodan
Milosevic porteranno inevitabilmente alla spartizione del Kosovo.
Secondo il professor Tihonir Loza, studioso consultato
regolarmente dall'Istituto di Affari Internazionali di Chatham House,
a Londra “la regione verrà senz'altro divisa. Milosevic
sarà felice di accontentarsi del 15 o 20 per cento del territorio.
Non è un uomo stupido. Ha sempre saputo di non poter mirare al
Kosovo nella sua interezza. Neanche lui può pensare che si tratti
di un satellite serbo. Il presidente è destinato ad uscire vincitore
dal conflitto: otterrà un grande successo politico nazionale”.
Loza ha specificato la zona alla quale Milosevic mira:
si tratta dell'angolo nord occidentale della regione, divisibile dal resto
con una linea retta dalla città di Podujevo a quella di Pec. “È
un'area fondamentale per tre ragioni: in primo luogo comprende due miniere
di carbone il cui valore economico è scarso ma che da sempre, nella
tradizione locale, sono considerate la fonte di ogni ricchezza. La zona
include inoltre due monasteri, nella zona di Pec, che sono sempre stati
centrali alla religione serba”.
“La terza ragione - ha aggiunto Loza - è che
un pezzo di Kosovo è meglio di niente. Con i negoziati di Rambouillet,
che Milosevic ha ovviamente respinto, avrebbe perso tutta la regione”.
“Per controllare il Kosovo intero - ha precisato Jonathan
Eyal, direttore dei corsi al Royal United Services Institute - la Nato
avrebbe bisogno di un esercito di più di 100.000 unità:
una soluzione che per ragioni politiche è assolutamente fuori discussione.
L'obiettivo della forze occidentali è di bombardare Milosevic e
ridurre le sue capacità belliche: un obiettivo che solo in parte
verrà raggiunto in quanto l'offensiva dei serbi è articolata
attorno a pistole e mitragliatrici. Tutte armi che non potranno essere
distrutte dagli attacchi aerei”.
“Con ogni probabilità - ha concluso Eyal -
si tornerà al tavolo dei negoziati, dove a Milosevic sarà
consegnata una parte del Kosovo, mentre quella restante diventerà
indipendente. L'autonomia è un concetto poco adatto alla zona dei
Balcani. L'occidente sarà stato così doppiamente sconfitto”.
Domande sulla guerra, per pensare ed
agire
L'attacco Nato alla Serbia difenderà le vite e i diritti dei kossovari?
L'annosa oppressione serba "giustificherà" ancora una
volta la stolta fede nella guerra?
Viene colpito Milosevic o la popolazione serba?
E chi punirà i mercanti di armi, nemici di tutti, prostituiti
alla morte?
L'anarchia settaria degli stati per quanto tempo ancora inpedirà
l'instaurarsi di una legge effettiva di tutta l'umanità?
Fino a quando i diritti violenti degli stati prevarranno sui diritti
miti e universali delle persone?
C'è anche un'Europa dei diritti dietro l'Europa delle banche?
Perché i politici non hanno capito e solidarizzato coi kossovari
quando attuavano una esemplare decennale resistenza nonviolenta?
Perché i kossovari hanno ceduto all'arcaica idea di uno stato
sovrano e armato, invece di insistere sulla convivenza rispettosa e pacifica
di due popoli sulla stessa terra?
Perchè la diplomazia è ancora più incapace dei popoli
di pensare in questi termini di convivenza, anziché di infinita
spartizione etnica territoriale?
Perché troppo poche parole sagge e autorevoli ricordano che nessuno,
in nessuna regione del mondo, può considerare il territorio più
sacro delle persone, di qualunque appartenenza etnica e culturale?
Perché la politica che presume di fare la storia arriva sempre
tardi a capirla?
Perchè non vediamo tutti che uccidere e distruggere non può
mai, mai, mai essere azione umanitaria, ma è sempre ripetizione
e conferma di disumanità?
Enrico Peyretti
DOPO L’ABOLIZIONE DELLA LEVA
Obiezione di coscienza:
cosa succede in Europa?
di Silvia Nejrotti
Si è svolto dal 21 al 28 febbraio a Strasburgo,
presso il Centro per la Gioventù del Consiglio d’Europa, il
seminario internazionale organizzato ogni anno dall’EBCO (European
Bureau for Conscientious Objection) sul tema dell’obiezione di coscienza
al servizio militare.
L’EBCO, a cui aderiscono numerose organizzazioni nazionali
ed internazionali (fra cui il Movimento Nonviolento NdR), è membro
del Forum per la Gioventù dell’Unione Europea e possiede statuto
consultivo presso il Consiglio d’Europa. Nato nel 1979 con l’obiettivo
di coordinare e supportare i movimenti e le organizzazioni impegnati a
promuovere, nei paesi europei, il riconoscimento del diritto all’obiezione
di coscienza al servizio militare e l’adempimento del servizio civile
alternativo, l’EBCO ha proseguito ininterrottamente la sua attività
in questi anni, fino a conferire oggi particolare attenzione all’Europa
centrale e all’Europa dell’Est.
Il titolo dell’incontro di quest’anno, “Obiezione
di coscienza, educazione alla pace, prevenzione del conflitto”, riflette
l’ambiziosa finalità del seminario: a partire dal contesto
nazionale delle organizzazioni partecipanti (provenienti da ventiquattro
paesi: dall’Armenia alla Germania, dai Paesi Bassi alla Lettonia,
dalla Moldavia alla Slovenia...), ci si è proposti di tracciare,
nell’ambito di una settimana di workshops, discussioni e confronto,
linee di connessione tra queste tre aree tematiche, al fine di individuare
future direzioni di lavoro, intra-nazionali o inter-nazionali. Più
specificamente, tre gli obiettivi del seminario: primo, mettere a fuoco
il rapporto tra obiezione di coscienza ed educazione alla pace nei diversi
contesti nazionali europei; secondo, ridefinire il ruolo dei movimenti
per la pace e degli obiettori di coscienza, quali soggetti promotori di
educazione alla pace, laddove l’obbligo del servizio militare è
abolito e si va verso la costituzione di un esercito professionale; sviluppare,
infine, una rete europea di organizzazioni, operanti a livello di base
per una cultura e un’azione di pace.
Alla luce di un bilancio immediato, va detto che, complice
l’ampiezza dei temi e l’eterogeneità - culturale e operativa
- delle organizzazioni partecipanti, non si è proceduto oltre il
livello informativo (pur irrinunciabile) sulla situazione europea. E’
stato arduo approdare ad un momento di elaborazione, in cui aprire spazi
per ridescrivere e ridiscutere il significato dell’obiezione e il
ruolo degli obiettori nell’educazione alla pace, allorquando venga
meno l’obbligo al servizio militare. Non del tutto estraneo a questa
empasse è stato l’oblio in cui, ad eccezione delle occasioni
di resoconto delle esperienze, sono caduti i temi della prevenzione del
conflitto, della difesa della patria e della sicurezza, nodi imprescindibili
per rideclinare un servizio civile più consapevole della propria
valenza politica e un’obiezione che trovi una sua ragion d’essere
più ampia - nell’opposizione alla logica militare in quanto
antidemocratica e alla in-cultura della violenza in quanto disumanizzante
- indipendentemente dalla presenza o dall’assenza dell’obbligo
di leva. L’intenzione di costituire un foglio di news informatiche
tra le organizzazioni presenti (si è in attesa dell’approvazione
formale del Comitato Direttivo dell’Ebco per avviarlo) può
configurarsi dunque come passo successivo al seminario per stabilire una
interazione nel tempo, a partire dalla quale discutere e delineare aspetti
problematici e concreti sentieri di lavoro. L’assenza di momenti
di riflessione teorica, a parte la relazione tenuta da Nanni Salio, non
ha favorito il procedimento, alla luce di uno scenario storico-politico
ampio, dall’acquisizione dei dati all’immaginazione di linee
programmatiche. A partire dalla fine della guerra fredda, l’Europa
dell’ovest sta convergendo verso la costituzione di un apparato militare
professionale, iper-organizzato e chiuso all’interno delle proprie
logiche. Prescindendo dalla sua desiderabilità, urge individuare
metodologie e strategie per aprire canali democratici di dialogo, partecipazione,
controllo. In gioco, in questa fase storica, non è infatti il futuro
dell’obiezione, del servizio civile e dell’educazione alla pace
in quanto tali, ma, attraverso essi, l’espulsione della società
civile dalle logiche decisionali in materia di difesa, sicurezza, politica
estera e la conseguente usurpazione di un aspetto della sovranità
popolare, fondamento di ogni ordinamento democratico. Tradurre i vincoli
in opportunità, in tema di difesa e sicurezza, è un compito
a cui i movimenti pacifisti e nonviolenti non possono sottrarsi. A questo
scopo intensificare le connessioni, organizzare laboratori, avviare progetti
comuni, tra i paesi membri dell’UE, può essere una strada
fertile.
L’effettivo spazio di informazione, incontro e confronto,
istituito dall’EBCO mediante questo seminario internazionale, rappresenta
un contributo importante, nell’edificazione di un’identità
europea. Un’identità europea che rifiuti di risolversi nell’univocità
della logica economicista e si costituisca, all’interno di un contesto
istituzionale, anche come luogo di costruzione della pace da parte della
società civile transnazionale, capace di reinventare e aggiornare,
alla luce del mutato contesto storico, il patrimonio dei movimenti che
nei decenni precedenti hanno operato in questa direzione. E’ giunto
forse il tempo in cui cominciare ad organizzare e a sperimentare, oltreché
ad auspicare, momenti in cui l’Europa non sia solo l’insieme
delle banche e delle istituzioni finanziarie ma, ad esempio, anche l’insieme
delle organizzazioni, dei gruppi e dei movimenti che nel loro piccolo
delineano, lavorando giorno dopo giorno, orizzonti di pace.
In questo quadro, significativi nel seminario sono stati
gli spazi dedicati alla presentazione delle esperienze nei vari paesi.
Il rappresentante del “Moviment per la Pau” spagnolo, ha illustrato
come passi imprescindibili per procedere sulla via di una società
demilitarizzata, da un lato, la riforma, nell’aprile 1998, della
legge sull’obiezione di coscienza del 1984, e, dall’altro, l’abolizione,
nel maggio 1998, del servizio militare obbligatorio, unito all’approvazione
di un nuovo modello di difesa. Muovendo da questa premessa, ha poi sottolineato
il contributo del Movimento per la Pace spagnolo all’elaborazione
dei testi di legge e ha richiamato la responsabilità della costellazione
dei soggetti pacifisti nel partecipare, soprattutto nella fase di transizione
verso la piena instaurazione dell’esercito professionale, alla definizione
del significato e degli assetti di difesa e sicurezza.
Qualche novità, ma insufficiente, riguardo alla
Grecia: nonostante le moderate aperture del Parlamento greco, il quale
dopo lunghi anni ha finalmente approvato una legge nel 1997, attiva dal
1998, che permette agli obiettori di svolgere il servizio civile alternativo
(per anni la Grecia è stato l’unico paese dell’Unione
Europea a non riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza al
servizio militare), tale opzione viene nei fatti tuttora resa poco praticabile
e burocraticamente ostacolata. Continua, invece, l’intransigente
e repressivo atteggiamento del governo turco, preoccupato di assicurarsi
forza militare da impiegare nella gestione della questione curda, nei
confronti degli obiettori di coscienza. Si è discusso, inoltre,
della costituente esperienza italiana dei Caschi Bianchi, volta a creare
un contingente civile per missioni all’estero, composto sia da obiettori
sia da volontari e impegnato in attività di peacebuilding e della
situazione rumena, dove dal 1996 esiste la possibilità di dichiararsi
obiettori e di svolgere il servizio civile in alternativa a quello militare,
ma solo per ragioni religiose e grazie ad una legge il cui testo accentua
fortemente la dimensione dell’utilità sociale, relegando nell’ombra
il significato politico. Utile a procurare una cornice concettuale unitaria
e un vocabolario comune per dibattere i vari temi è stata la relazione
sull’educazione alla pace, tenuta da Nanni Salio.
In generale, la situazione europea emergente dai paesi
membri dell’Unione configura, riguardo all’obiezione di coscienza
e al servizio civile, realtà particolari e diverse, ma linee di
tendenza comuni secondo le aree geografiche. Da un lato, nei paesi dell’Europa
occidentale, il diritto all’obiezione di coscienza è riconosciuto
e si va, o si è già andati, verso l’abolizione dell’obbligo
militare e la costituzione di un esercito professionista, con conseguente
riduzione della portata del servizio civile, non più alternativo,
e svuotamento della valenza antagonista dell’obiezione. Dall’altro,
nei paesi dell’Europa centrale ed orientale, vige per lo più
la coscrizione obbligatoria, accanto alla possibilità di obiettare
per ragioni di coscienza al servizio militare e di optare per il servizio
civile alternativo. Tale possibilità risulta però ammessa
dal contesto legislativo in modo limitante, ammessa formalmente ma difficilmente
praticabile, quando non boicottata o repressa. A prevalere in futuro pare
essere una soluzione unica: in seguito all’inaugurazione dei ‘nuovi’
modelli di difesa proposti dagli stati e al progressivo ingresso nella
Nato da parte dei paesi dell’Europa dell’est, la professionalizzazione
dell’esercito - con la relativa erosione, da parte dell’organizzazione
militare, del diritto e del potere di difesa nei confronti della cittadinanza,
l’aumento della spesa militare, nonché l’indiretto sostegno
alla diseguaglianza sociale - pare essere una strada inevitabile. Questo
il quadro da cui partire per indicare alternative, per ripensare e riorganizzare
‘civilmente’ difesa e sicurezza, con un respiro che, secondo
i segni dei tempi, sappia guardare oltre i confini nazionali.
NEL SETTEMBRE DELL’ANNO
2000
Una “Marcia
della Nonviolenza”
da Perugia ad Assisi
Una proposta, assunta dal Comitato di Coordinamento
del Movimento Nonviolento, che sarà oggetto di approfondimento
e dibattito al prossimo Congresso nazionale del M.N. del 30, 31 ottobre
e 1 novembre 1999.
di Pietro Pinna
Scopo della Marcia è di dare evidenza pubblica a
quell’area nonviolenta del nostro paese tuttora ignorata (ma senz’altro
diffusa) che ritengo desiderosa di porre in luce dinanzi all’opinione
generale la propria posizione di pacifismo assoluto, a confronto
dei vari pacifismi relativi ad ogni ora disputanti ed eternamente
confliggenti a suon di bombe, tutti peraltro concordi circa la bontà
della preparazione bellica.
La nostra Marcia pertanto –a differenza della precedenti
Marce della Pace Perugia–Assisi aperte a tutti– dovrà
essere contrassegnata dalla chiara e rigorosa caratterizzazione del pacifismo
nonviolento, comportante il rifiuto assoluto di qualsiasi guerra fatta
da chiunque per qualsiasi ragione, e quindi la conseguente abolizione
integrale e immediata del suo strumento essenziale, ossia l’esercito.
Marcia intesa pertanto quale iniziativa aperta a tutti
i nonviolenti, singoli o associati, della più diversa estrazione
o appartenenza, impegnati in distinte iniziative culturali assistenziali
ambientali e altro, che si ritrovano accomunati nella posizione del pacifismo
assoluto.
Pur la semplice realizzazione della Marcia può risultare
significativa in sé, e farcene sentire soddisfatti.
Ma la sua validità può andare ben dilà
da essa. Oltre che fornirci l’occasione per un contatto, una maggiore
conoscenza e quindi l’avvio di una collaborazione con singoli gruppi,
la Marcia può essere stimolo all’intesa per la costituzione
di un collegamento alquanto organico (Consulta Italiana per la Nonviolenza
– C.I.N.) tra l’insieme od un arco esteso dei numerosi gruppi
ispirantisi alla nonviolenza – intesa che potrebbe già maturare
sulla base di una qualche comune iniziativa già individuata nella
fase preparatoria della Marcia e presentata quindi già, nel testo
di convocazione della Marcia, come ulteriore impegno collettivo dopo la
sua effettuazione.
Potrei aggiungere che l’idea della convocazione della
Marcia e l’impegno alla sua preparazione può costituire motivo
di animazione al prossimo congresso del Movimento Nonviolento nella prospettiva
di un solido obiettivo di lavoro.
Non occorre dire che, una volta adottata l’idea della
Marcia, essa andrà annunciata e sviluppata all’istante, prendendo
anche diretto contatto con tutti i gruppi, associazioni e movimenti ritenuti
sensibili ed aperti a prendervi parte.
FATTI E VALUTAZIONI DOPO L’ASSEMBLEA
OSM DI CATTOLICA
Quale continuità, se si cambia tutto?
In merito alle vicende della Campagna OSM (vedi Azione nonviolenta
gennaio-febbraio ‘99 pag. 16 e 17), molti lettori ci hanno telefonato
chiedendoci chiarimenti rispetto ad un esito tanto inatteso
e poco comprensibile. Sembra che la molla, per il killeraggio del documento
unitario proposta dai movimenti promotori, sia stata la richiesta da parte
del Coordinamento bresciano osm di procedere, insieme alla comclusione
della Campagna, alla liquidazione dei fondi residui (oltre 200 milioni)
dando mandato ad un gruppo di liquidatori scelti dall’assemblea tra
persone che molto hanno dato alla Campagna stessa (si erano fatti i nomi
di Lorenzo Scaramellini, Don Giorgio Pratesi, Francuccio Gesualdi, Giorgio
Carpi, Pietro Pinna, Luciano Benini, Paolo Predieri, Beppe Marasso, Santina
Scarpignato). Si sarebbe così aperto un breve periodo per la presentazione
di progetti, tra i quali avrebbe avuto diritto di cittadinanza anche quello
proposto dai movimenti promotori nel loro documento di Bologna per concludere
una prima fase di Campagna, lasciando ad ognuno la libertà di proporre
nuove iniziative e nuovi obiettivi.
Giustificandosi con la necessità di non disperdere un lungo
lavoro unitario, invece di puntare a mantenere l’unità politica
dei movimenti si è voluto tenere unito il malloppo, votando contro
il documento di mediazione anche da parte di chi lo aveva sottoscritto
qualche settimana prima.
I rappresentanti del MIR e del Movimento Nonviolento presenti a Cattolica,
hanno ribadito, in più interventi, il loro disinteresse ad utilizzare
anche solo parte di quei fondi per proprie iniziative; tant’è
che oggi i fondi sono in mano al tesoriere Roberto Minervino della Loc
di Milano. Dopo l’esito dell’assemblea dobbiamo affermare che
in questa fase a nessuno è consentito di spendere questi soldi,
versati negli anni passati da tanti obiettori che sostenevano un esito
politico ormai raggiunto e legalmente riconosciuto (ovvero la rottura
del monopolio militare sulla difesa, come sancito dalla Legge 230/98),
almeno fino a che non si vedrà un rinnovato consenso da parte di
un numero qualificato di obiettori alle spese militari.
di Alfredo Mori*
L’Assemblea di Cattolica del gennaio scorso ha voluto far suicidare
un patto e ha così concluso un percorso di lavoro unitario di tutta
un’area che aveva saputo coinvolgere, attorno alla Campagna di Obiezione
alle Spese Militari, praticamente tutte le realtà associative ispirate
ai valori della pace e della nonviolenza.
Nessuna dramma, per carità: qualcuno ha creduto
di poter diventare in questo modo il legittimo erede di una iniziativa
politica che aveva avuto momenti esaltanti, votando contro un documento
preventivamente condiviso e sottoscritto con gli altri movimenti promotori,
forse per ritagliarsi un proprio spazio vitale, che sembra però
paragonabile al metroquadro occupato da quei cagnolini che, avendo perso
la tramontana, si consolano “credendo di fare un azione politica
amministrando saggiamente i movimenti del proprio codino” (perifrasi
che sostituisce il testo originale “menandosi il codino”, una
dizione non proprio da galateo).
Ma è bene ricordare per sommi capi le vicende della
campagna, del perché e nata e del come si è sviluppata.
Nell’Aprile e del Maggio del 1981, quando il MIR e
Movimento Nonviolento decisero di verificare la fattibilità di
una campagna di obiezione fiscale alle spese militari, non si parlava
ancora di Euromissili, che vennero annunciati da Reagan solo in Agosto.
Il movente per tale iniziativa era semplice: la constatazione
che nel servizio civile era rimasta una infima minoranza di obiettori
a rivendicare posizioni antimilitariste e nonviolente; perciò era
maturata la necessità che tali posizioni venissero finalmente esplicitate
e assunte da uomini e donne di ogni età, professione, condizione
sociale, di ogni idea politica e di ogni fede religiosa, contro la corsa
agli armamenti e l’equilibrio del terrore, che andavano apertamente
contrastati.
La LDU presieduta da Carlo Cassola aderì all’iniziativa,
la LOC la bocciò e solo dopo il secondo anno di Campagna, quando
gli aderenti erano quadruplicati, si associò ai promotori.
Pax Christi e Caritas Italiana sostenevano dall’esterno
la Campagna; gli altri promotori attuali sono nati molto dopo. Per qualche
anno anche il Movimento Cristiano per la Pace si unì ai promotori,
ma poi si ritirò per non perdere i finanziamenti governativi ai
suoi campi di lavoro.
Già nel 1983 si ebbe il primo processo per “istigazione
a disobbedire alle leggi di ordine pubblico” a carico dei promotori
della Campagna. Fu l’inizio di una lunga presenza nelle aule giudiziarie
(22 processi in primo, secondo e terzo grado) che, solo grazie alla professionalità,
passione e generosità di un agguerrito collegio di difesa, ci fece
uscire con piene assoluzioni e ci consentì di mantenere la proposta
dell’obiezione “fiscale” alle spese militari negli anni
successivi.
Nell’85 Padre Zanotelli, Don Giulio Battistella e
altri cattolici del Triveneto, compreso il Vescovo di Trieste Mons. Bellomi,
dichiararono la loro disponibilità a considerare “l’obiezione
fiscale”, scatenando un putiferio di polemiche col risultato di far
decollare la Campagna che registrò fino a quasi cinquemila aderenti.
Nell’86 anche Pax Christi si aggiunse agli altri nella
promozione della Campagna.
Nel 1989 inizia in Germania, con la caduta del muro di
Berlino, lo sfaldamento del blocco militare dell’Est e la fine della
guerra fredda.
Nel 1990 l’Associazione per la Pace, nata da poco, decise di sfruttare
l’idea per una Campagna parallela, che doveva essere di massa ma
che risultò un vero flop politico: meno del 20% degli aderenti
rispetto alla Campagna OSM.
L’anno successivo Assopace e Servizio Civili Internazionale
si unirono ai promotori della Campagna in piena guerra del Golfo, che
provocò il massimo storico di adesioni.
Con le guerre nella ex Yugoslavia, molti pacifisti “colpevolizzati
dalla presenza di conflitti sull’uscio di casa” e terrorizzati
dall’impotenza di non sapere fermare i conflitti in atto, si impegnarono
attivamente nella catena di solidarietà con le vittime della guerra.
Le azioni nonviolente furono poche, difficili, simboliche,
alcune con risvolti drammatici, ma tutto sommato abbastanza marginali.
Ai mezzi morali dell’ONU, sostenuti dai caschi blu,
purtroppo poco minacciosi, si preferì far chiudere la parte guerreggiata
del conflitto in Bosnia dall’intervento della NATO che, nell’assumere
il controllo della situazione, ha fatto ritrovare il consenso della pubblica
opinione sulla necessità di disporre di mezzi militari potenti
e decisi per fermare soprusi e carneficine che rischiavano di andare avanti
all’infinito con uno stillicidio devastante.
A questo punto i moventi originari della campagna OSM.
erano stati superati da una nuova realtà, a suo tempo imprevista
ed imprevedibile.
Invece di fermarsi a fare una valutazione politica dei
fatti nuovi, confermati da defezioni rispetto alla Campagna sempre più
numerose, si è preferito “consolarsi” buttandosi sugli
obiettivi terminali “ideologici” della Campagna, perché
è molto bello quando le cose vanno male, rifugiarsi nel proprio
particulare.
Nello stesso tempo si sono però dimenticate - sarebbe
meglio dire rimosse - le esperienze tutte teoriche (disastrose) che ci
siamo lasciati alle spalle attraverso i vari macroprogetti DPN, con i
vari responsabili dei vari settori ormai scomparsi dalla scena senza infamia
e senza vergogna e con qualcun altro che ha mantenuto i contatti con la
greppia dalla Campagna riciclando la propria inutile buona volontà
cambiando semplicemente sigle invece che ambizioni (della serie “volontari
di pace”, poi “scudi umani” e la recente operazione “Campagna
osm-dpn - Berretti Bianchi”).
Lo strascinamento della Campagna di questi ultimi tre anni
è stato deleterio per molti aspetti, soprattutto per una “strana”
incapacità di muoversi negli ambiti istituzionali, malgrado diverse
favorevoli occasioni e punti di appoggio molto disponibili (siamo riusciti
a scoraggiare perfino una Titti Valpiana) col risultato di spostare ogni
residua attenzione della Campagna nell’approvazione della riforma
dell’obiezione di coscienza.
Dopo l’approvazione della legge 230/98, essendosi
la Campagna ridotta ai numeri di un circolo bocciofilo di paese, c’erano
tutte le ragioni per dichiararla conclusa e semmai ripensarla, alla luce
della nuova situazione, con considerazioni più aggiornate e con
modalità e obiettivi da perseguire sempre più politici e
sempre meno ideologici, proprio perché già da più
parti c’è chi ne invoca la realizzazione: penso a temi come
l’ingerenza umanitaria, la protezione civile, la polizia internazionale,
la necessità di un dirottamento di spese pubbliche dalle armi alle
necessità sociali.
Perciò in tempi di transizione come il nostro è
venuta l’ora di lanciare slogan paradossali del tipo “saper
cavare il sangue da una rapa”, ovvero promuovere un’azione politica
storica che, dopo avere liquidato il servizio militare obbligatorio, nei
prossimi dieci anni sia in grado di liquidare anche gli eserciti nazionali.
Ripeto, nessun dramma se qualcuno ha voluto imitare quei
soldati Giapponesi nelle isole del Pacifico attrezzati per continuare
una guerra ormai finita da tempo; diciamo che, con quel che gli è
rimasto, qualche tentativo di riprendere i contatti con i loro vecchi
commilitoni potranno provare a farlo, oppure finiranno per gestire una
Repubblica delle Banane di cui non si sentiva la mancanza, riaprendo i
conflitti tra di loro per restare allenati ad affrontare i nemici.
* del Centro per la Nonviolenza di Brescia
28 Febbraio: le prime decisioni del C.P.
Per dare una dimostrazione di continuità, ecco le
prime decisioni di un Coordinamento Politico un po’ confuso, per
una Campagna che bisognava continuare “per non disperdere il lavoro
comune degli anni passati”:
-
Nessuna conferma scritta da parte dei movimenti promotori,
anche di quelli assenti a Cattolica.
-
Abolizione del CCN di Brescia.
-
Abolizione dei coordinatori locali.
-
Istituzione di due CCN, uno a Roma e uno a Milano,
con costo mensile pari a £ 500.000 cadauno.
-
Apertura a Genova di un nuovo numero di CCP.
-
Conferma di membri decaduti di nomina assembleare,
non rieletti dall’Assemblea di Cattolica.
-
Assunzione in proprio di compiti attribuiti dal regolamento
della Campagna all’Assemblea e negati all’Assemblea di Cattolica,
per esempio il decidere a quali progetti dare i soldi.
1989
- 1999 Dieci
anni di campi
estivi
di Beppe Marasso
Nell'estate che si avvicina, se Dio vuole,
svolgeremo dodici campi estivi MIR - Movimento Nonviolento. Questi 12
appuntamenti avranno luogo in Piemonte, Valle d'Aosta, Trentino Alto Adige,
Umbria, Abruzzo e Sicilia. Dieci anni; Dodici Campi; Sei regioni, numeri
tondi, numeri belli e chissà probabilmente in futuro ancora in
crescita. Tra questi numeri, come parte di uno slalom al contrario, la
memoria prova a risalire alla ricerca di luoghi , sensazioni, volti…
Il profilo che nella mia mente occupa il primo
posto è Lanza del Vasto. Le parole di Shantidas si sono scolpite
nel mio cuore con forza tale che a più di un quarto di secolo posso
ripetere interi pezzi dei suoi discorsi senza variare un accento. E' con
lui che a Specchia di Mare (S.Vito dei Normanni) o ad Ontignano da Giannozzo
Pucci, mi si è disvelato il valore della spiritualità, della
manualità, della festa. Lanza del Vasto ha poi onorato la casa
in cui vivevo con famiglia ed amici (via Venaria 85/8 Torino) di una sua
visita.
L'ammirazione, l'amicizia, il dialogo con lui
è poi continuato fino alla sua morte (Epifania 1981) e oltre. Oltre,
attraverso la lettura di "Principi e precetti per il ritorno all'evidenza",
"L'Arca aveva una vigna per vela", "Il pellegrinaggio alle
sorgenti", "Vinoba o il nuovo pellegrinaggio"…
In particolare quest'ultimo mi aveva fatto
riflettere perché avevo tentato un felice esperimento di lettura
incrociata con un altro libro su Vinoba. Quello di Shriman Narayan pubblicata
dalla Cittadella e intitolata semplicemente "Vinoba".
Tanto l'autore europeo lanciava luce sulle
linee strategiche, sulle sintesi poetiche sulla profondità spirituali
e culturali vinobiane tanto l'autore indiano si soffermava con precisione
ragionieristica su date, dettagli organizzativi, minute collocazioni geografiche.
La sintesi che personalmente ne feci fu che
lo Shramdhan (dono del lavoro) era possibile anche in Europa attraverso
qualcosa che "traducesse" in italiano il "Gram-Seva Mandal".
Mandal, cioè organismo a servizio (SEVA) dei villaggi. Nell'estate
'88, senza dire nulla a nessuno feci il mio dono del lavoro nella cascina
Vasco di Berzano S.Pietro ospite di Elena e Luca Battista.
In quei tre giorni rinnovammo la copertura
di una tettoia dove Luca ricoverava gli attrezzi agricoli. Certamente,
riflettevo tra me e me, migliaia di altre persone, sarebbe liete di offrire
il loro lavoro in una azienda agricola. Non ho dubbi che sono milioni
coloro che hanno a cuore la purezza delle acque, la preservazione del
paesaggio rurale tradizionale, la solidarietà con gli impoveriti
del mondo, le energie rinnovabili.
Tra questi alcuni hanno lanciato il loro cuore
al di là di tutti gli ostacoli, le pastoie, le inerzie…e si
sono fatti contadini, falegnami, pastori, muratori per ridare vita a cascine
abbandonate e villaggi deserti.
Non sono sognatori nostalgici dello "arcaico
passato" sono cercatori di verità, di giustizia, costruttori
del futuro, cercatori di Dio. Che la loro imprese, le loro fatiche non
siano solitarie, siano sollevate dal nostro Shramdhan e se non siano capaci
di lavoro portiamo almeno dall'attenzione, un sorriso, una presenza che
dica: grazie!
All'inizio del '89, a margine di un attivo
regionale MIR-MN svolto nei locali adiacenti la parrocchia del Lingotto
constatammo che erano venuti a convergere tutte le cose necessarie. Le
idee e le esperienze di Vinoba e Lanza del Vasto; un villaggio, Salerin
di Demonte, che Germana e Lele Viola stavano ricostruendo; il gruppo Scout
di Casale Monferrato che desiderava fare una settimana di lavoro. Lì
lanciammo il 1° campo estivo che puntualmente svolgemmo quella stessa
estate.
Salerin di Demonte fu per tutti i campisti,
per quelli più giovani e per quelli più maturi, l'inzio
di scoperte entusiasmanti.
Scoprimmo e scopriamo tuttora, che i
nostri ospiti sono più straordinari di quanto potessimo pensare.
Certo puoi immaginare che chi ricostruisce
muri a secco a Marseillex di Verrey, chi edifica la nuova Emmous di Penseglio,
chi fa i tetti a lose alla cascina Scherpo, chi riporta amore ? e giochi
di bimbi nei cascinali della Badia di Dulzago, chi vive chi trae formaggio
dalle balze megalitiche di Lopiano di Bosia, chi rifà la strada
del Maso di Unterplanof, chi ama la cascina Risolin-a (cascina con i ricciolini)
chi ospita amici sconosciuti a Stroppo, chi "restaura" bellezze
umane uscite dal buio della droga come si fa in Val Berrina… E' una
persona, una famiglia, una comunità di cuore generoso, di mani
infaticabili di intelligenza aperta.
Certo questo lo potevamo immaginare, ma non
potevamo immaginare che, per tornare a Salerin, Lele fosse in più
in grande musicista e Germana una danzatrice perfetta e trascinante sulle
note del marito.
Scopriamo che il lavoro manuale, vera
eresia, guanto di sfida che lanciamo alla ortodossia produttivista-consumista,
può essere esperienza liberata. Pelare patate, intonacare un muro,
pulire un pavimento, piantare pali per un recinto, diserbare un orto,
mietere del grano non sono lavori che richiedo più fatica che quella
necessaria a scrivere, contabilizzare, comunicare, progettare e….
Anzi possono essere più lievi e liete
se liberiamo la manualità dalla connotazione servile che ha sempre
avuto.
Da sempre Signore è colui che per mantenersi
non ha bisogno di farsi venire i calli alle mani. Piò fare di tutto,
può fare il Politico, il Magistrato, il Professore, il Poeta, il
Generale.. .ma non sudare di fatica.
Da sempre Servo è colui che suda come
Muratore, Falegname, Fabbro e soprattutto come Contadino. Ancora fino
a pochi anni fa, in alcuni ambienti ancora oggi, “contadino”
veniva usato come insulto.
La rivoluzione nonviolenta non ha bisogno di
armi. Ha bisogno di spezzare il rapporto servo-padrone per consegnare
l’uno e l’altro a più alta umanità. Ha bisogno
di POETI, SARTI, CONTADINI, SCRITTORI, FALEGNAMI, MAGISTRATI, OPERAI,
FILOSOFI ecc.
La valenza politica del lavoro manuale volontariamente
assunto è solo una parte della scoperta. Più grande, addirittura
immensa è quella antropologica che per noi, pezzetto di umanità
di radice ebraico-ellenistico-cristiana può significare sovvertimento
dello aereo spiritualismo greco per ritrovare dimora nella solida spiritualità
corporale ebraica .
Maria, all’Angelo che le annuncia il compiersi
in lei della Incarnazione risponde: ”come può avvenire poiché
non conosco uomo?”.
La giovane ragazza ebrea intende per conoscenza
dell’uomo quella di esperire fisicamente, carnalmente la presenza
maschile. Il giovane studente greco coetaneo intende sostanzialmente per
conoscenza il pensiero filosofico, la sistematicità tassonomica.
Per secoli è prevalso il modo di intendere
del giovane greco. Sociologicamente se ne fatta interprete la borghesia.
La sua egemonia sui ceti operai e contadini si è compiuta quando
questi hanno scomposto le grandi cucine in salotto e cucinino. Il salotto
per la funzione alta dell’accoglienza e della rappresentanza, il
cucinino per quella bassa del mangiare quotidiana.
Ricomporre accoglienza e alimentazione, pensiero
e lavoro manuale, spiritualità e corporeità, intendere il
corpo come tempio è processo di liberazione.
Scopriamo torrenti e montagne, pascoli
e boschi, i “ciciu del Villar” e i dipinti del castello di Manta
con gli effetti birichini della fontana della giovinezza. Sì perché
durante la settimana di campo un giorno è dedicato alla gita per
visitare l’ambiente esterno. La casa contadina è ciò
che continua ad intrigarmi di più.
Lineare e austera come è qui nella bassa
Langa, leggera e lignea come è in alta Valsesia sempre realizza
un rapporto simbiotico con il territorio che la esprime e di cui è
espressione.
Tutte sono state costruite in condizione di
forte limite. Non avendo a disposizione le tecnologie e l’energia
che muovono aerei e tir i costruttori contadini non hanno potuto che avvalersi
di quella terra, di quel legno, di quelle pietre che trovavano nelle immediate
vicinanze.
In passato lo sfondamento del limite era riservato
solo ai principi e ai cardinali. Non nego uno sguardo ammirato, ancora
per stare nel mio bel Piemonte, a Palazzo Madama o alla facciata davvero
splendida del Duomo di Torino, ma la mia solidarietà va tutta ai
contadini-muratori alla loro operosità ingegnosità capace
di dare con poco , risposta umana al bisogno umano. Questa
arte del limite che compone statica ed estetica mi si rivela solo nel
silenzio. A volte a costo di passare per orso, lascio la compagnia dei
fratelli e sorelle e mi inoltro da solo ad assaporare viottoli, scorci,
schegge di vita presente o passata. Bastano pochi sassi collocati esattamente
a superare un dislivello, il manto erboso che cede al terreno battuto,
una “sursera” o un trave, perché mi giunga nel silenzio
il linguaggio umano che parla con lingue dialettali.
La pregnanza della materia è tale che
questa eloquenza mi è giunta al cuore anche a Burgusio, dove si
parla tedesco, lingua che non conosco. Era l’estate del ‘98,
ho lasciato gli altri amici dal campo Unterplanof, per scoprire vacche
negli scantinati, (!!!) architettura urbanistica eccellenti, cimitero
che un vero Campo Santo e guarda guarda una tecnologia agricola (trebbiatura,
ventilazione, selezione) non motorizzata nettamente superiore alla coeva
tecnologia delle mie parti.
Non a caso ,ho pensato, E. F. Schumacher era
di cultura tedesca.
IL radioso pensiero che illumina tutto il lavoro
del grande economista nonviolento è: “L’uomo è
piccolo, perciò il piccolo è bello. Procedere verso il gigantismo
significa procedere verso l’autodistruzione.”
Attualmente le case sono costruite senza “limite”.
Il materiale con cui sono edificate può arrivare da altri luoghi,
addirittura da altri contineti. Il contenuto energetico di detto materiale
può essere elevatissimo, ma questo flusso non percepito dalla coscienza
come cosa straordinaria ma anzi assunto come ovvio produce un costruito
banale, standardizzato, senza qualità. Qui attorno la Valle del
Tanaro, la Valtinella ecc sono occupate da un recente e quasi continuo
e informe blob di villette, capannoni, condomini Uno spettacolo che ti
ferisce! Allora chiudo gli occhi e entro con la mia mente (e se posso
anche con il corpo) nelle case dove facciamo i Campi. Anche quando sono
grandi come il Castello di Albiano, la Comunità di Mambre, la cascina
Penseglio non hanno perso la misura. A Penseglio la stalla era così
grande e così bella così ricca di colonne, capitelli, volte
che gli animali sono stati sloggiati e sistemati in una costruzione fatta
alla veloce. E la stalla è diventata una splendida sala da pranzo.
Quando sono piccole sono normalmente dei gioielli.
Vai ad esempio da Giovannino Perucchione e ti pare di entrare nel mondo
degli elfi e delle fate. Entri tra quelle case in gran parte vuote come
entri in una chiesa. Le pietre ti parlano della fatica, dell’ingegno,
dei dolori e delle gioie di quelle persone lontane soffiate via come le
foglie dell’albero della vita.
I nostri Campi puntano a luoghi di vita presente
ma vogliono essere anche momenti di riconoscenza per quelle passate e
allestimenti di spazi gioiosi per vite future.
In mezzo al rotolare sul pianeta di tutto e
di tutti a sempre maggiore velocità faremo un atto di saggezza
se ci fermeremo un minuto a considerare il concetto di limite.
Il limite delle case, di Cornaley dove vive
Giovannino è certamente dato dalla coercitiva durissima forza della
povertà antica (su cui sarà necessario fare opportune indagini)
ma limite ha solo questo senso?
Quale forma sarebbe possibile senza limite?
Se la forma è definita dal limite, e forma vuol dire bellezza,
allora limite vuole anche dire bellezza. Oggi siamo nel tempo che a noi
privilegiati dà la possibilità di superare il limite inteso
come coercizione. La giustizia, la pace, la nonviolenza ci propongono
di riassumere il limite come consapevolezza e responsabilità.
Scopriamo un modo più semplice
e saporito di alimentarci. Dove c’è la possibilità
si mangia a tavola, ma sovente abbiamo assunto i pasti seduti su panche,
gradini, pietre tenendoci la ciotola appoggiata sulle ginocchia. Questa
ultima è la forma che preferisco perché da un lato ci avvicina,
almeno nella disposizione fisica ai poveri di interi continenti e dall’altro
non esclude nessuno, non esclude cioè che si faccia un Campo MIR-MN
anche in un posto che non ha una grande stanza per il pasto.
Più interessante che la modalità
è però il contenuto. Penso che un pezzo della storia in
crescita di questi dieci anni, sia dovuto alla nostra cucina, sia dovuta
al fatto che si mangia bene. Il cibo è tanto più sano e
gustoso tanto più breve è il tragitto che percorre per giungere
sul nostro piatto. Il cibo che giunge dall’orto di casa è
certamente il migliore. Perfettamente fresco, profumato, ricco di sapori.
E’ l’occasione, per chi abita in città di fare autentica
cultura. Di distinguere ortaggio da ortaggio, momenti di maturità,
utilizzazione differenziate della stessa verdura. Evidentemente l’orto
è solo una parte dell’approvvigionamento, per fortuna ci sono
le aziende vicine con cui si hanno rapporti a volte più organici
come è per la cascina G di Ottiglio, a volte più sporadici
sempre occasione di socialità e cultura. Se poi neanche i vicini
hanno ciò che ci serve si ricorre al mercato. Paride Allegri di
Vezzano sul Crostolo quando i campi i frutteti, l’orto di Cà
Morosini non bastano non scende al mercato. Prende la direzione opposta
e guida amici e amiche tra prati e boschi a conoscere e raccogliere erbe
deliziose.
Paride è oggi quasi ottuagenario. Da
sempre ha guardato ai fiori, agli alberi, agli animali, al cielo, sorridendo.
Quel sorriso è rimasto sul suo volto, che l’abbronzatura rende
solare, anche tra le linee delle rughe che sono amabili come il profilo
delle colline tra cui vive.
C’è l’AVI (Associazione Vegetariana
Italiana fondata da Aldo Capitini) c’è la LAV (Lega AntiVivisezione)
e varie altri associazioni che diffondono l’alimentazione vegetariana.
Attraverso i Campi ci sentiamo lietamente partecipi
di questo lavoro. Penso che i dieci anni siano passati da noi più
di mille persone. In mille hanno fatto un’esperienza concreta di
una intera settimana senza bistecche. Eppure “la” carne è
il piatto forte che ci fa mammà, cantava Paolo Predieri mettendo
sul piano dell’ironia e della musica questa altra liberazione.
Abbiamo scelto il vegetarianesimo per ragioni
di compassione di giustizia e di igiene. Ci troviamo in sovrappiù
appagamento del palato e salute. Il cibo che viene da vicino, il cibo
vegetariano sono due ragioni del successo della nostra cucina. Ce n’è
una terza ed è il modo vario con cui viene cucinato.
Quando è fisso il gruppo di cucina è
fatto almeno da tre persone. Sovente varia sicché nell’arco
della settimana possono essere da dieci a quindici le persone che hanno
messo mano alle pentole.
Ognuna si è prodotta nel piatto che
le riesce meglio. Per forza che il vitto risulta vario e squisito.
C’è chi al lavoro delle pentole
ci prende gusto e non lascia spazio ad altri che vogliono subentrare,
sicché a volte ho dovuto mettere su la stella da sceriffo, pardon
da coordinatore del Campo per fare ordine.
Chi non sono mai riuscito a schiodare dai fornelli
è Guido di Cantarana. Ma in questo caso c’è un carisma
tale che a tavola c’è silenzio appena interrotto da mugolii
gaudiosi. Di fronte al carisma anche io taccio...e gusto.
Scopriamo specialmente la festa. Ho
vissuto e vivo i Campi soprattutto come esercizio spirituali un po’
speciali, diciamo esercizi spirituali intercofessionali. Ad esempio Christina
Wili ci ha guidati nei cinque esercizi tibetani, Cinzia Vaisitti negli
esercizi di respiro cinese, Giampiero Zendali, Ida di Bari, Achille Croce
nello Yoga e cosi tanti altri di cui ora non ricordo i nomi. A tutte queste
guide sono grato.
Quando non abbiamo chi guida mi pare bello
affidarci al silenzio che è la pratica quacchera, al nobile silenzio
dice la tradizione buddista, e alle preghiera di Lanza del Vasto che sono
una eredità preziosa e profetica.
Il gioiello di Shantidas, insieme preghiera
e acutissimo testo esegetico, è la “Preghiera cristiana per
Gandhi” . Spero che questi testi siano sempre più conosciuti
e usati.
Il silenzio, l’esercizio, la preghiera
sono lo spazio interiore della festa. Sono l’affermazione forte e
corale che la nostra vita ha senso e questo senso verticale fonda la fraternità
che poi ha espressione esteriore nella musica, nel canto e soprattutto
nella danza.
Non posso concepire un Campo MIR-MN senza musica
e danza. Non sempre si ha la grazia inebriante e avvolgente della musica
dal vivo come quella suonata da Silvio Peron e Lele Viola. Se non l’abbiamo
dal vivo sia almeno registrata e non manchi mai chi sa guidare la danza.
Manchi il pane piuttosto della danza.
Constato con gioia che il canto, la musica
e la danza hanno avuto in questi 10 anni un ruolo crescente già
a partire dai responsabili del gruppo di coordinatori. Dopo di me questo
servizio è stato assunto da Grazia e Pier Enzo Bianco di Pertusio
più di me attenti e capaci. Poi è subentrato Paolo Macina
di Torino che è membro di un gruppo di danza popolare. A sua volta
Paolo, dopo avere determinato una significativa crescita dell’attività,
ha passato questo incarico a Laura Gentili Greco e Claudio Greco che sono
i fondatori del gruppo di danza popolare di Rivalta. Dunque andiamo sul
sicuro, anche nel 2000 e oltre sapremo far festa.
Viva i Campi, università estiva e festosa
della nonviolenza.
LA NONVIOLENZA NELLA LETTERATURA / 3
Virgilio, poeta della pace
Chi ha studiato la letteratura latina ricorda nitidamente l’immagine
di Virgilio (70-19 a.C.), poeta mite e pio, il cui canto rasserena l’animo
dei lettori.
Come, quando sui campi arsi la pia
Luna imminente il gelo estivo infonde,
mormora al bianco lume il rio tra via
riscintillando tra le brevi sponde;
e il secreto usignolo entro le fronde
empie il vasto seren di melodia,
ascolta il viatore ed a le bionde
chiome che amò ripensa, e il tempo
oblia;
…………..
tale il tuo verso a me, divin poeta.
(G. Carducci)
Virgilio visse tra l’età
di Cesare, travagliata dalle guerre civili, e quelle di Augusto, unico
padrone dell’Impero dopo aver sconfitto il rivale Antonio ad Azio
(31 a.C.). l’imperatore garantì a Roma un lungo periodo
di pace interna e di rigoglioso sviluppo economico e culturale: la pace
di Augusto fu salutata con universale
soddisfazione dai maggiori letterati del tempo (Virgilio, Orazio e Tibullo).
Era pace interna all’impero romano; viceversa, continuarono le
campagne militari contro le tribù germaniche e in Oriente per
il consolidamento e l’ampliamento dei confini.
Bucoliche e Georgiche
Quando ancora infuriavano
le guerre civili, Virgilio dopo la battaglia di Filippi (42 a.C.) fu
privato del podere paterno, confiscato dai Triumviri per farne dono
ai loro veterani. Questo evento segnò profondamente l’animo
sensibile del poeta, che manifestò il proprio dolore nelle Bucoliche,
dieci canti ispirati alla vita
pacifica dei pastori, spesso sconvolta dalla guerra.
Ma quando, dopo si lungo tempo, potrò
rivedere i luoghi della mia patria? Quando il tetto erboso erboso della
mia povera casa?
Quando potrò ammirare le spighe dei
miei campi? Un empio soldato avrà questa terra così coltivata;
un barbaro queste messi. Ecco dove ci ha spinto, miseri noi, la discordia:
per loro abbiam seminato!
(I, 67-72 da voci e azioni di nonviolenza nell’antichità
classica, a cura di R. Campanella, LEF, 1996)
Composte tra il 42 e il
39 a.C. le Bucoliche
apparvero come la rivelazione di un nuovo poeta ed attrassero su Virgilio
l’amicizia e l’ammirazione di Mecenate e dello stesso imperatore.
Il poeta, su suggerimento di Mecenate, si dedicò tra il 37 e
il 30 alla composizione delle Georgiche, un
poema didascalico in cui si descrive e si esalta ogni aspetto dell’agricoltura
e dell’allevamento del bestiame.
Come nelle Bucoliche,
l’idea dominante è
ancora quella della pace e del lavoro nella campagna, non perché
questa sia sede di una vita idillica, ma perché sia coltivata
con tenace fatica. Dal poema di oltre duemila esametri in quattro libri,
presentiamo la miniatura del “vecchio di Còrico” (IV
libro).
Rammento che presso le torri Ebalie di Taranto,
dove il Galeso, acqua cupa, irrora i biondi coltivi, vidi un vecchio
coricio, che pochi iugeri aveva di terra abbandonata, e questa non buona
al lavoro dei bovi né a pastura di greggi né adatta alla
vite. Eppure egli piantando gli ortaggi tra i rovi, e intorno bianchi
gigli e verbene e papaveri, in cuore si sentiva come un sovrano, e a
notte tornando a casa copriva la mensa di cibi non compri.
A primavera coglieva per primo le rose, e ad
autunno la frutta e, mentre ancora il triste inverno spaccava le pietre
e col ghiaccio tratteneva le acque correnti, egli già tagliava
la tenera chioma al giacinto, ridendo che gli Zèfiri e il buon
tempo tardassero a venire.
(trad. Giulio Caprin)
L’Eneide
Il poema epico in dodici libri,
al quale Virgilio lavorò con ardore per una decina d’anni
dal 29 fin quasi al momento della morte, si propone di celebrare le
mitiche origini della civiltà romana, collegata all’arrivo
nel Lazio di Enea, profugo di Troia.
Il poeta rintraccia un disegno
provvidenziale che ha guidato Enea durante la navigazione verso l’Italia
e nella guerra contro Turno, re dei Rutuli, per la conquista del Lazio.
Lo scopo per cui, nella
notte dei secoli, Enea e i suoi andarono peregrinando e combattendo,
è la grandezza di Roma, è l’impero, la pace imposta
alle genti da Augusto: “Tu, romano, ricordati di governare i popoli
con ferme leggi (queste saranno le tue arti), imporre il rispetto della
pace, perdonare coloro che si assoggettano e debellare i superbi”
(Eneide, IV, 851-853).
Questa “missione imperiale”
di Roma è stata sfruttata dal Fascismo ed ha per noi un suono
sinistro. Tuttavia è innegabile la presenza del poeta latino
di una sincera aspirazione alla pace: davanti alle imprese di guerra
e di conquista, egli non si esalta, ma si commuove per le tante morti
precoci che la guerra comporta (basti ricordare quelle di Lauso, Pallante,
Eurialo e Niso).
Il poema è pieno di compianto
per le rovine che la violenza semina fra gli uomini. Anche Didone, la
regine di Cartagine che accoglie Enea e se ne innamora, è vittima
della violenza. Abbandonata da Enea, che per volere di un Destino superiore
non può trattenersi a Cartagine, si dà volontariamente
la morte (libro IV). Enea, sceso agli inferi, la incontra, la incontra
e le chiede perdono; ma la donna non guarda, non risponde, pare una
rupe (VI, 456-476).
DECALOGO MEDITERRANEO / 3
Scappare da un mondo sbagliato:
l'importanza della fuga
di Christoph Baker
"I've been sentenced
to twenty years of boredom
for trying to change
the system from within"
- Leonard Cohen
Mi ricordo da bambino,
ero un solitario. E a scuola anche un po' secchione. Allora ogni tanto
i compagni ce l'avevano con me. Mi cercavano. Avrebbero voluto che rispondessi
ai loro calci e pugni. Ma già in quei tempi odiavo il concetto
di forza fisica ed ero comunque troppo fifone, allora mi mettevo a correre.
Scappavo via. Correvo e correvo. In mezzo alla foresta e giù
per i campi, poi lunga la strada sterrata che riportava a casa. E i
giorni in cui avevo paura che mi aspettassero proprio davanti casa,
correvo oltre. Oltre la ferrovia, di nascosto attraverso una fattoria,
fino al lago, fino alla spiaggia di ghiaia. Lontano da tutti, senza
fiato, ma salvo. Quante volte così ho contemplato lo specchio
d'acqua che è quel lago, i piccoli gabbiani che svolazzavano
nel cielo, le montagne innevate come sfondo a questo quadro di bellezza
mozzafiato. Quando pensavo che era passato un tempo ragionevolmente
lungo, mi rimettevo in cammino verso casa, dove mia madre mi aspettava,
lo sguardo severo per il ritardo...
Oggi, passati i quaranta,
so solo che non ho mai menato le mani con nessuno. E ho dei bei ricordi
di quando, adolescente, questo mio sapere scappare via mi aveva portato
ad essere un discreto corridore di mezzofondo, in giro per gli stadi
della Svizzera. Ovviamente, all'epoca degli 800 e dei 1500 metri, non
sognavo minimamente che un giorno avrei dedicato le mie misere energie
mentali a "teorizzare" la lentezza e l'ozio!!! Tuttavia, una
lezione è rimasta dentro di me: molte volte, la fuga è
un modo molto concreto di risolvere una situazione.
Però, quant'è
lontana questa idea dai canoni che ci inculcano in tanti anni di istruzione.
Infatti, siamo spinti lungo il nostro "percorso formativo"
ad affrontare ogni interrogativo con l'esigenza di risolverlo, di vincerlo,
con quella mattanza che sono le spiegazioni. Per anni ed anni,
seduti sui banchi di scuola, abbiamo sentito maestre e maestri ricordarci
quanto è importante costruire dentro di noi un sistema di certezze,
di definizioni, che avrebbero la capacità di risolvere
le nostre più buie crisi esistenziali. Anche se all'età
in cui comincia questa offensiva di riduzionismo, siamo ben poco interessati
a chiudere le porte e le finestre della vita. Anzi, probabilmente se
facessero un sondaggio, si vedrebbe che la maggioranza dei ragazzi non
sente il bisogno di capire sempre tutto.
Ma ricordate la vostra
infanzia e adolescenza? C'era la necessità di accumulare tutte
quelle nozioni, tutte quelle informazioni, per vivere i nostri passaggi
epocali? La prima volta che scopriamo una strada più in là
del quartiere, più avanti dell'ultimo fienile? Il primo bacio
impacciato dietro i muri della scuola o nell'oscurità di una
festa a casa di amici? O la prima ferita nel cuore perché papà
e mamma non sono più infallibili? All'improvviso, il mondo spalanca
le sue porte sulla complessità, il mistero, l'incomprensibile,
e a scuola ci dicono che è giunto il momento di imparare regole
grammatiche, leggi fisiche, equazioni matematiche, teorie scientifiche,
dogmi intellettuali. (Mi ricordo, una sera, la voragine nell'anima che
mi aveva procurato il concerto di violoncello in la minore di Schumann,
e dovevo ancora fare i miei compiti di trigonometria...).
Chissà perché
l'uomo ha sempre cercato di allontanare i propri dubbi? Perché
dai primi sguardi interrogativi, le nostre madri sentono l'obbligo di
confortarci con delle stupidaggini? Un meccanismo atavico si mette in
moto ogni volta che sorge un quesito inquietante, e la pressione sociale
ci spinge ad accettare spiegazioni di una inadeguatezza ovvia. E' duro
ribellarsi a questo sentimento diffuso di conformismo. Chi te lo fa
fare a grattare sotto la parvenza di verità che è appena
calata sulle tue perplessità, visto che nessun altro lo fa?
Eppure, a volte un sentimento
di inquietudine si fa strada nell'intimo, sorge il dubbio che qualcuno
ci stia rubando pezzi di vita. Che dietro a tanta sicurezza, tante certezze,
tanta precisione, ci sia in fondo una grande paura di vivere la vita.
Paura di andare incontro all'incognito con gli occhi aperti, di aprire
le braccia all'indomabile, di essere sconvolti. E ci ritroviamo un po'
feriti, un po' sbandati, a volte un po' arrabbiati di fronte allo sforzo
permanente e anonimo di riportarci dentro alla "normalità".
In fondo, la casa del positivismo è piena di conformisti che
odiano qualsiasi segno di "disordine".
Oggi, l'occidente si regge
su una serie di colonne portanti che si rifanno tutte alla dialettica
razionalista. Ogni pensiero deve essere catturato, ingabbiato, incanalato
in un sistema di definizioni e di spiegazioni che possa arginare il
proprio potenziale di sovversione. Dalla più tenera età,
noi "poveri cristiani" siamo sottoposti ad un lavaggio del
cervello, in nome della comprensione della vita, che è
intento a seppellire ogni idea fuorviante, ogni intuizione sconvolgente,
qualsiasi piccolo momento di sorpresa che non rientri nel quadro soporifero
dei paradigmi e delle teorie. Secoli di cosiddetta ricerca filosofica
non hanno portato a confortare gli uomini sul proprio destino terrestre.
Al contrario, hanno creato un sistema di catene mentali che obbliga
ciascuno a "capire/spiegare" gli eventi della propria vita,
oppure di scartarli per mancanza di convenzioni...
Si crea così una
dicotomia fra il vissuto e il comunicabile. Tutti noi abbiamo avuto
l'esperienza drammatica di non trovare le parole per dire agli altri
le emozioni profonde, i sentimenti dirompenti. Quante volte ci è
cascato il mondo, per una inadeguatezza fra il sentire e il dire. Eppure,
si va avanti insistendo su un unico modo di pensare. Si inculca dalla
più tenera età che la mente deve dominare il resto, e
che per dominarlo ha bisogno di una serie di regole ferree che devono
portare alla vittoria della ragione. “Avere ragione”
è il grande progetto della civiltà occidentale. Bisogna
vincere anche sul campo della filosofia. Non basta avere già
vinto sul piano della brutalità, dell'arroganza, della sopraffazione.
L'obiettivo finale del razionalismo è di fare tabula rasa di
qualsiasi cosa che sfugga alla certezza mentale.
Ma gli uomini che hanno
dedicato tutto il tempo della propria vita a fissare regole del pensiero,
a definire, etichettare, programmare e controllare, ma questi uomini
e donne hanno mai amato qualcuno? Hanno mai provato nel fondo delle
loro trippe il richiamo ancestrale della passione? Sono mai stati commossi
da una inutile battaglia di sopravvivenza? E sanno che esiste roba dell'altro
mondo?
Poi, bisogna fare i conti
con l'inerzia. Quella sottile violenza che ci colpisce ogni giorno,
che ci dice che anche il più grande schifo, la rivolta più
santa, il vomito ancestrale di fronte all'ingiustizia permanente della
condizione umana, tutto questo alla fine si digerisce come i fagioli,
come la pubblicità in televisione. Questa violenza che ci ribadisce
che la routine è sempre stata l'unica certezza della filosofia.
Basta chiedere conferma alla politica, alla chiesa, alla mafia, al condominio...
E aldilà della vigliaccheria di dire sempre che è colpa
"degli altri", avere l'onestà di riconoscere che nell'intimo
profondo, non facciamo altro che ripetere l'andazzo dominante. Perché
lo sappiamo, è difficilissimo immaginare di divorziare dal modo
di vivere dei prossimi vicini, dai luoghi comuni, dallo status quo ovattato
della nostra quiete quotidiana.
Solo che questa resa di
fronte al pensiero unico permette a nuove forme di arroganza di prendere
il sopravvento. La spinta razionale oggi presenta il suo vero volto
nella manipolazione della vita. Gli apprendisti stregoni sono diventati
adulti: hanno adesso anche il potere dalla parte loro, si sentono molto
più invulnerabile che per il passato. I loro laboratori, dove
si lavora in segreto da decenni, sono i nuovi tempi del dominio. Dalle
loro provette vengono fuori cibi artificiali, freddi concepimenti di
essere umani in tubi di vetro, manipolazione di molecole e geni. Uomini
in tute bianche - il bianco dà quel tocco di santità in
più - giocano ad essere dio e parlano del giorno in cui cloneranno
il primo uomo. Se non l'hanno già fatto.
Allora, bisogna ammettere
che siamo entrati in pieno in una nuova era, dove i guasti già
causati dai modelli di dominio politico (la colonizzazione), economico
(il capitalismo e la distruzione dell'ambiente), culturale (il consumismo)
e filosofici (il razionalismo), verranno ridimensionati da quelli causati
dalla manipolazione genetica. E' troppo facile giocare sulle corde dell'ansia,
della fobia e dei sentimenti, e sbandierare l'ipotetica soluzione tecno-medica
ai nostri mali più devastanti come giustificazione a tanta bella
ricerca. Non è convincente: sarebbe come se l'uomo tutto di un
tratto avesse perduto i suoi istinti di dominio e di controllo degli
altri, fosse diventato all'improvviso lodevolmente altruista e samaritano.
Non ci sono segnali in questo senso. Sorge piuttosto l'impressione che
di fronte ad un conformismo generalizzato e sonnifero, una indifferenza
e apatia apparenti, si stia approfittando per spingere l'acceleratore
in una unica direzione, e confrontare l'umanità un bel giorno
con il fait accompli. La scienza e la tecnologia saranno diventati
(lo sono già quasi oggi) fede e legge. Si attende solo il momento
in cui si spegnerà l'ultimo grido di protesta, il momento dell'adesione
totale e unanime, e il GRANDE PROGETTO della razionalizzazione di tutto
sarà il futuro dell'umanità intera... Senza più
misteri, senza più segreti, senza più sorprese.
Insomma, ci troviamo al
giorno di oggi di fronte ad una svolta epocale. O si continua a fare
finta di niente, oppure ci guardiamo negli occhi e finché siamo
in tempo, scappiamo!
So di appellarmi ad un
pensiero "debole" quando invoco la fuga come metodo filosofico.
So bene che l'invito al passo laterale o all'indietreggiare cozza con
i nostri riferimenti tradizionali di linearità e di progresso
storico. Lo stesso concetto di fuga è stato colonizzato, reso
negativo e peggiorativo, fatto equivalere all'abbandono e alla resa.
Il fuggiasco diventa un vigliacco, un niente di buono, una persona su
cui non si può contare. Ciò nonostante, vorrei almeno
che ognuno di noi avesse il diritto di tentare la fuga, di volgere lo
sguardo da un’altra parte, di scoprire cosa c'è laddove
ci dicono da secoli che non bisogna andare. L'importanza della fuga
potrebbe essere proprio in questa proposta di sovversione mentale. Chissà
che non scopriamo con essa un modo di spogliarci di troppe pesanti verità,
di troppe schiaccianti regole? La fuga come pulizia interna, come ritorno
alla serenità.
Badate che la fuga è
una cosa nobile. A questo proposito, vorrei chiamare in causa la storia
e un mio omonimo (anche se francese), le Capitaine Boulanger, che nel
periodo del Directoire, nel momento cruciale di una rivolta popolare,
mentre la folla lo aspettava in piazza per partire all'attacco dei potenti,
si diede alla fuga con l'amante, consapevole che tutto il sangue che
si sarebbe sparso quel giorno per quella causa non gli avrebbe mai dato
la soddisfazione di una sola notte con quella donna! Uomo perdente,
dissero all'epoca. Ma tanto di cappello.
E qui vorrei fare un piccolo
invito ai lettori: non sarebbe giunto il momento di ascoltare Bach,
Purcell o Boccherini? Forse una Toccata e Fuga in Re Minore...
E quante altre storie
sconosciute di uomini e donne che nel buio del combattimento hanno deciso
che era meglio lasciare perdere piuttosto che partecipare volontariamente
al massacro continuo che sono le guerre? E che dire di quelli che
hanno aiutato uomini in fuga? La storia minore è piena di eroi
della sconfitta, di gente che non ce la faceva più a stare dalla
parte dei potenti, di chi trionfava, magari con le trombe sparate a
mille. A volte anche rigirarsi nel letto il giorno della parata militare
e tapparsi le orecchie, a volte anche questo è un modo di fuggire.
Ma l'importanza della
fuga sta anche nel suo potere liberatorio, nel suo invito a guardare
ad un orizzonte nuovo. Nella sua essenza, la fuga è speranza.
Speranza di un mondo diverso, speranza di un incontro inaspettato, di
uno sconvolgimento di abitudini. Nella mente del fuggiasco, c'è
sempre una frontiera da oltrepassare, e quindi un viaggio.
La fuga è spesso
il migliore modo di risolvere una situazione passeggera di attrito,
di rancore, di incomprensione. La fuga implica il coraggio della diserzione,
del distacco, di salire sul primo treno che lascia la stazione per andare
lontano. Il sentimento liberatorio della fuga si sente allora profondamente
quando dal finestrino del treno o dell'autobus, ci si accorge che il
mondo è sempre lì, che ti aspetta, che va tutto bene,
ma che per la prima volta hai veramente aperto gli occhi, hai veramente
visto tutta questa ricchezza. Come avresti mai fatto a vederla se fossi
rimasto nella tua certezza routiniera, nel tuo train-train quotidiano?
La fuga ci costringe ad abbandonare l'abbrutimento della vita domestica,
e ad imparare a stare sul chi vive.
Ovviamente, l'invito non
è quello di sfuggire alle proprie responsabilità, non
è un affidavit per qualunquismo o menefreghismo. Al contrario,
è piuttosto la realtà dominante ad essere qualunque e
indifferente nei confronti della vita. Il progetto di razionalizzazione
ha portato l'uomo moderno ad infilarsi sempre più nel vicolo
cieco del conformismo e dell'abitudine. Lungi dall'arricchirci, il processo
mentale perverso del positivismo e del riduzionismo altro non ha fatto
che negare le nostre intuizioni, le nostre emozioni, i nostri gridi
dell'anima, e trasformare la nostra vita in una sequenza di programmi
organizzati, controllati e scontati. Nel nome della certezza, tutto
viene appiattito, omologato, prevedibile e previsto.
E' di fronte a questa
angoscia esistenziale -l'angoscia di sentire che non vi è più
spontaneità ne creatività nella propria vita- che il richiamo
della fuga si presenta come una àncora di salvezza, come una
luce in fondo al tunnel. Avere capito che lo scenario che ci viene proposto
per la nostra vita somiglia molto ad un carcere virtuale, dove vengono
ingabbiati i nostri impulsi primordiali, ci pone davanti ad una scelta:
insistere ad inseguire i dogma e le teorie cosiddette vincenti della
modernità, o cominciare a limare le sbarre e a scavare le gallerie
che ci permettano di evadere, di tornare finalmente liberi.
Perché là
fuori, c'è un firmamento che nessuno ci aveva mai raccontato.
Ci sono venti arrabbiati che ti fanno volare verso l'abisso, mari in
tempesta che ti riempiono i polmoni di acqua e di sale, castelli appesi
al cielo come vascelli fantasma. Ci sono anche distese di prati colmi
di fiori, lagune addormentate con i fenicotteri rosa, foreste rinfrescanti
piene di sapori antichi. E sempre il richiamo del largo, l'invito perenne
ad inoltrarsi più in là. Il viaggiatore che ha provato
la fuga conosce l'invito al non ritorno...
Detto questo, va ricordato
che la fuga ha delle conseguenze serie sulla propria vita. Non è
un esercizio intellettuale che quando finisce, tutto torna a posto.
Avere imparato a fuggire cambia profondamente il proprio modo di rapportarsi
alla vita. La fuga costringe all'apprendistato della solitudine. Il
mondo intorno a sé perde i suoi connotati rassicuranti, si dissolvono
le convenzioni, si disintegrano le teorie, crollano i modelli. La fuga
spazza via le gabbie comode della mente, distrugge i facili luoghi comuni,
pianta in seno al pensiero il seme del dubbio. Dopo la fuga, niente
è più come prima. E ci vuole forza e perseveranza per
andare incontro a queste conseguenze.
Insomma, l'invito alla
fuga va collocato nell'armadio degli strumenti vitali, che quando serve
si tirano fuori per affrontare situazioni che le nostre certezze non
sono capaci di risolvere. La fuga non è un modo di vivere, ma
di tornare a vivere. Quando il peso di tante sconfitte spezzano le ali
alle nostre più intime speranze, quando la legge della normalità
schiaccia le piccole voglie di divagare, quando il grigiore dello status
quo allontana l'intuizione di una vita più piena, la fuga è
un modo tranquillo - solitario certo, ma nonviolento - di spezzare le
catene, e una volta spezzate, di riscoprire quanto sono piene le nostre
mani, i nostri occhi, il nostro cuore, di cose straordinarie...
E ripartire da lì.
DIBATTITO APERTO: GLI OBIETTORI E LA LEVA
Esercito professionale?
Una questione di costi!
Nel corso di questo ultimo decennio abbiamo visto alternarsi
Governi pentapartiti, tecnici, di centrodestra e di centrosinistra ma,
i Ministri della Difesa, non hanno mai cambiato la politica voluta dai
militari, sposando in modo acritico i progetti di professionalizzazione
delle FFAA e, in sostanza, l’idea di Nuovo Modello di Difesa.
Il Ministro Scognamiglio, non è da meno, dimostrando,
con una serie di dichiarazioni, di essere in linea con i militari.
Il Ministro ha reso pubblico il “suo” pensiero
ribadendo, come i suoi predecessori, l’importanza di proseguire
e accelerare l’opera di professionalizzazione delle FFAA; unica
difficoltà, alla sua realizzazione, la mancanza di fondi: i volontari
(sarebbe meglio dire mercenari; noi, del volontariato, abbiamo un’altra
idea) costano di più dei soldati di leva, sia per lo stipendio,
sia per l’addestramento e l’armamento sofisticato che richiedono.
Secondo Scognamiglio, l’Italia stanzia troppo poco
per la difesa; meno dell’1% del PIL (20.000 miliardi), a cui, però,
vanno aggiunti altri 10.000 miliardi che entrano nel bilancio Difesa
per la funzione “Sicurezza” (Ustica, Cermis, Casalecchio di
Reno, Gladio etc.).
Poco, secondo il Ministro, se confrontato con il 2% del
PIL speso da un paese “pacifico” come la Danimarca.
Per Scognamiglio è necessario rivedere la quota
di PIL destinata alla difesa poiché l’Italia ha bisogno
di FFAA snelle, addestrate e di rapida mobilitazione, per interventi
come quelli in Bosnia, Albania (Somalia, aggiungiamo noi, il Ministro
se ne è stranamente scordato).
D'accordo con Scognamiglio anche il Senatore Vincenza
Manca, Forza Italia e l’Onorevole Piero Ruzzante, D.S. il quale
dichiara: "La professionalizzazione delle forze armate è
un orizzonte con il quale l'Italia deve iniziare a misurarsi con il
resto dell'Europa. Abbiamo presentato una proposta di legge che, oltre
ai militari volontari, prevede anche l'istituzione di un servizio civile
volontario per non disperdere uno straordinario patrimonio per gli enti
locali e l'associazionismo".
I militari battono cassa ed il Ministro della Difesa
di turno li sostiene proponendo, in modo propagandistico, di abolire
una tassa in natura, la leva, per sostituirla con tasse vere e proprie.
A fronte di queste dichiarazioni non possiamo far altro
che ribadire ciò che da tempo andiamo dicendo:
-
la popolazione italiana è già gravata
fortemente da tasse e imposte e, nel caso vi fossero entrate disponibili,
queste non dovrebbero certo essere dedicate a nuovi armamenti, bensì
a pensioni, sanità, lavoro, istruzione, difesa ambientale,
protezione civile;
-
il problema non è di schierarsi pro o contro
la leva, bensì dire con chiarezza quale deve essere il ruolo
delle FFAA: se i militari devono difendere il territorio nazionale
o gli interessi di qualche potentato economico.
Noi non siamo e non vogliamo apparire i difensori anacronistici
di un sistema di reclutamento obsoleto ed antilibertario ma, al contempo,
non possiamo permettere che, con la scusa di liberare i giovani e le
loro famiglie dal peso della naja, si avalli una ristrutturazione dell’apparato
militare italiano dai chiari connotati guerrafondai e che, inoltre,
graverebbe ulteriormente sulle spalle dei contribuenti italiani.
Il Nuovo Modello di Difesa, voluto dalla NATO e supinamente
accettato dai governi italiani degli anni 90, non è l’unica
alternativa alla leva; chiediamo con forza che il Parlamento inizi un
dibattito pubblico sul sistema difensivo da adottare, cosa che, finora,
non è ancora stata fatta, sebbene la struttura della nostre FFAA
sia stata già modificata profondamente.
Cosa cambia con
la nuova visita di leva
Presso la caserma Martini di Verona è
stato inaugurato un programma sperimentale per la visita di leva dei
due giorni, durante i quali al giovane, obbligato al pernottamento in
caserma, viene offerta la possibilità di provare i mezzi corazzati,
le armi in dotazione, esercitarsi al simulatore.
Una nuova tappa, subdola perché obbligatoria,
verso la propaganda dell’esercito professionale.
Il nuovo metodo, introdotto utilizzando i consigli d’incaricati
della società Idea Plus, si aspetta che sia ritenuto valido anche
a livello centrale ed attuato in tutta Italia.
Oltre a ciò, la visita di leva è stata
profondamente modificata con l’entrata in vigore del Decreto 504:
il rinvio deve essere effettuato prima dell’arruolamento e la visita
verrà effettuata al termine del periodo di rinvio.
Ne consegue che la visita si effettuerà ad una
età più avanzata e matura, aumentando così la probabilità
che il giovane, avendo sviluppato nel frattempo le proprie opinioni
antimilitariste, si rifiuti di sottoporsi anche alla visita, oltre che
al servizio di leva.
In caso di rifiuto della visita di leva, l’obiettore
può essere prelevato dai carabinieri e condotto in caserma ma,
non potendo essere forzato alla visita, viene arruolato d’ufficio
e denunciato per renitenza alla leva. Per questo reato, di competenza
del tribunale militare, sono previste pene che variano dal minimo di
un anno, ad un massimo di due anni di carcere; con le attenuanti del
caso, la condanna viene ridotta ed è possibile ottenere la condizionale.
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In un articolo di Bojan Aleksov emergono alcune riflessioni sulla
guerra nella ex Jugoslavia: in quei paesi, tradizionalmente guerrieri
e militaristi, dove l’obiezione di coscienza contro la coscrizione
è sconosciuta e la diserzione è la più grave delle
colpe, hanno iniziato ad emergere i contorni di un’altra umanità
e coscienza; alcuni individui hanno rifiutato di imbracciare le armi
e di andare a combattere, seguendo il messaggio di Anatole France “è
giusto disobbedire ad ordini criminali”.
Altri li hanno sostenuti, rischiando le stesse accuse e condanne; in
alcune zone, intere popolazioni - Tresnjevac per esempio - sono insorte
a difesa dei renitenti alla leva.
La resistenza e la mobilitazione contro la guerra, basata su proteste
quotidiane, dimostrazioni e petizioni, ha favorito la nascita dei primi
gruppi pacifisti in Serbia, prime fra tutti le “Donne in nero”
che, dapprima spontaneamente, poi in maniera più articolata,
hanno iniziato ad aiutare i disertori ed a promuovere l’obiezione
di coscienza al servizio militare.
La comunità internazionale, i mass-media e i governi, invece,
sono rimasti insensibili ai problemi di disertori, obiettori e pacifisti,
facendo passare sotto silenzio molte azioni di solidarietà ed
aiutando, così, chi preferisce dimenticare queste esperienze.
Partendo da queste considerazioni, ritengo sia opportuno avviare una
riflessione sulle risposte al conflitto, elaborate e realizzate dai
gruppi pacifisti, italiani ed europei, centrate sostanzialmente in due
ambiti: l’aiuto umanitario e l’interposizione nonviolenta.
L’aiuto umanitario ha il pregio di ridurre le sofferenze dei civili
colpiti dal conflitto ma, proprio perché lenisce in modo acritico
le conseguenze della guerra, rischia di diventare funzionale alla prosecuzione
della guerra stessa.
L’interposizione nonviolenta, allo stato attuale delle cose, ha
sicuramente significati politici:
testimoniare una dissociazione dalla guerra;
indicare un modo alternativo per risolvere i conflitti e, quindi, pretendere
una riforma del modello difensivo e delle modalità di ingerenza
umanitaria e di pace.
Potremmo quasi dire che l’interposizione nonviolenta (fino a quando
sarà possibile realizzarla con le modalità, durata e dimensioni
attuali) abbia più uno scopo interno ai paesi che la promuovono
che non una ricaduta effettiva sul conflitto a cui ci si vorrebbe opporre.
L’opposizione alla guerra, nelle zone di conflitto, non può
crescere solo grazie ad interventi esterni, quando le popolazioni coinvolte
non hanno referenti locali capaci di sviluppare una mobilitazione sul
territorio; le iniziative di interposizione rischiano di non essere
capite o di non avere il necessario supporto dalle popolazioni se, tra
esse, non si sviluppa un adeguato movimento locale di opposizione alla
guerra.
La proposta, pertanto, è quella di affiancare, a questi due
tipi di intervento, progetti miranti a:
promuovere la nascita di movimenti di obiettori – disertori –
oppositori alla guerra, nei paesi in conflitto;
creare una rete internazionale di sostegno a disertori e obiettori;
sostenere i gruppi antimilitaristi e nonviolenti locali.
recensioni
“Profondo Nord - Paolo Bergamaschi & i suoi suonatori”,
testi e musiche di Paolo Bergamaschi, CD Audio, PB99, L. 25.000.
Il pezzo che più mi ha dato emozioni è
Il viaggiatore leggero, ispirato ad Alex Langer, di cui Bergamaschi
è stato amico e stretto collaboratore al Parlamento Europeo.
Una strofa della canzone, in particolare, riemerge da quella parte della
mente e dell’animo dove restano impresse le melodie.
“C’è un posto per te conosciuto e
reale/ dove vivere è meno pesante e c’è ancora il
tempo di amare/ con il flusso della vita che scorre/ più lento,
più profondo e più dolce/ che mi chiedo ancora il perché”.
Tutti i 10 brani del CD parlano in realtà di un
viaggio. Ce lo conferma lo stesso autore: “C’è chi
per descrivere la vita ricorre alla metafora del viaggio. C’è
chi invece, come me, ha fatto del suo viaggiare, nel bene e nel male,
un modo di vivere. I brani raccolti in questo disco equivalgono a cartoline
illustrate inviate dagli angoli più disparati che abitualmente
frequento, sono come appunti di un viaggio interminabile che non trova
ancora sosta”.
Le canzoni che ci vengono proposte sono belle davvero,
nella musica e nei testi. Mi spiace solo che Paolo sia un amico, perchè
potrebbero sembrare dei complimenti fatti per “solidarietà
di gruppo” (il Bergamaschi è una vecchia conoscenza del
Movimento Nonviolento, il famoso “pistillo” di Viadana); il
suo talento di cantautore è invece reale, ed ho apprezzato molto
anche la sua tenacia nel realizzare in proprio il CD: incisione, produzione,
distribuzione.
Solitamente le canzoni politiche o militanti sono un
po’ noiose: puntano tutto sul testo necessariamente poco poetico
e considerano la musica un accessorio secondario da sottofondo. Al contrario,
brani come “Superfenix”, “Appuntamento con il futuro”,
e lo stesso “Profondo Nord” che dà il titolo all’opera,
sono delle godibilissime ballate che si lasciano subito canticchiare
e, se uno ha voglia, fanno anche pensare. “Questo disco è
la prova che è possibile affrontare temi sociali, ruvidi e spigolosi
per natura, calandoli in un contesto musicale che ne facilita, valorizza
ed esalta la comprensione e l’analisi propositiva” è
il commento di Daniel Cohn-Benedit che ha voluto firmare la presentazione
del cd. “Chi volesse interrompere per qualche minuto il ritmo annoiato
della giornata non ha che da accendere il proprio lettore CD. Troverà
buona musica da ascoltare con canzoni da leggere...”.
Il risultato complessivo è ottimo e il merito
è anche dei bravissimi suonatori di pianoforte, fisarmonica,
chitarre, violini, mandolini e percussioni. Un buon prodotto, che non
sfonderà solo perchè out rispetto ai tradizionali
canali del mercato discografico. Così il buon Paolo, senza sponsor
che contano -se non i suoi ideali, continuerà a fare il mestiere
di veterinario e il collaboratore al gruppo verde del PE. E continuerà
a viaggiare, come quel suo amico “dall’incedere leggero”,
raccogliendo idee ed emozioni per altre cartoline/canzoni.
M.V.
Il CD “Profondo Nord” può essere
richiesto, in contrassegno, alla Redazione di Azione Nonviolenta.
Inventare futuri di pace, Elise Boulding, Edizioni Gruppo Abele,
Collana “Alternative”, Torino 1999, pag. 112, L. 14.000
Si può modificare il presente, risolvere le situazioni conflittuali,
imparando semplicemente ad immaginare un futuro positivo e pacifico?Nel
1953 Fred Polak aveva già teorizzato che la capacità
umana di creare immagini mentali di un totalmente altro è la
dinamica chiave della storia. Era il primo pensatore a richiamare
l’attenzione sulle potenzialità nascoste e soprattutto non
sfruttate della nostra immaginazione per riuscire ad immaginare un futuro
completamente diverso.Oggi, un filo sottile lega la riflessione di Polak
agli studi della Boulding.Una tesi forte fa infatti da linea guida ai
due saggi presentati nel volume: l’immaginazione umana può
essere pensata come l’abilità di risolvere i problemi; la
gente deve essere incoraggiata a immaginare, bisogna insegnarle a esercitare
una capacità che non è solita utilizzare in modo disciplinato;
gli ostacoli stanno in parte nelle nostre istituzioni sociali, comprese
le scuole.In questa direzione, è possibile lavorare alla
costruzione di un mondo senza armi soltanto se si parte dalla costituzione
di una solida cultura della pace, che già esiste, ma che spesso
non trova gli spazi giusti per potersi affermare nel tessuto sociale.Ma
attenzione: non si deve cadere nell’errore di considerare cultura
della pace la semplice assenza di guerre. Occorre invece attivarsi per
promuovere un processo continuato di soluzione nonviolenta dei problemi,
così come la creazione di istituzioni che incontrino le necessità
di tutti i membri della società civile.Le tesi della Bouilding
rappresentano una novità nel panorama di studi nell’ambito
della cultura della pace, una sfida appassionante per tutti coloro che
si occupano di comunicazione, educazione e tematiche sociali in genere.Elise
Boulding è un professoressa emerita di Sociologia al Darthmouth
College di Hanover (Stati Uniti). Attiva nella comunità di ricerca
della pace fin dagli anni Cinquanta, ha scritto molto sulla funzione
delle donne e nell’ambito degli studi sul futuro. Tra gli altri
ricordiamo The Underside of History: a View of Women through Time (1992).
ci hanno scritto
Caccia alle streghe: asportazione di utero e ovaie.
La scuola di specializzazione, il Master Europeo e il Centro di Formazione
in Diritti Umani dell’Università di Padova hanno organizzato
recentemente un dibattito pubblico, con larghissima partecipazione soprattutto
di donne, per denunciare la reiterata violazione al mantenimento
della propria integrità psicofisica che si attua in Italia
e soprattutto nel Veneto con l’abuso degli interventi chirurgici
di asportazione dell’utero (isterectomie) e dell’apparato
ovarico.I dati di base di questa denuncia sono sconvolgenti e sono il
frutto di una lunga ricerca di Mariarosa Dalla Costa, docente di Sociologia
all’Università di Padova, pubblicata col titolo “Isterectomia”
da Franco Angeli a fine 1998 con la collaborazione, tra le altre, della
professoressa Daria Minucci ginecologa e docente all’Università
di Padova.Da questa ricerca risulta che in Italia dal 1994 al 1997
le isterectomie sono passate da 38.000 a 68.000 l’anno (cioè
quasi raddoppiate) toccando quasi una donna su 5 entro i 64 anni;
nel Veneto dal 1993 al 1996 le asportazioni chirurgiche dell’utero
sono passate da 5.909 (poco meno di un sesto del totale in Italia) a
6.685, tanto che una donna su quattro nella nostra regione corre
il rischio di subire tale operazione: il doppio della già alta
media nazionale. Per fare un paragone, in Francia siamo a un caso
ogni 25 donne.Questo enorme e crescente ricorso all’isterectomia
non si spiega con il diffondersi improvviso di patologie particolarmente
invalidanti, bensì con un approccio ginecologico di tipo meccanicistico,
praticato da medici (in larga maggioranza maschi) che,
ritenendo superflui utero e ovaie con l’avvicinarsi della menopausa,
propongono l’intervento più in base all’età
che al tipo di disturbo, con un’ottica di tipo “aziendale”
(si fa prima a togliere che a curare, cioè costa meno al
sistema sanitario).Le metroraggie disfunzionali (emorragie extra-mestruali)
e i fibromi rappresentano rispettivamente il 35% e il 30% delle cause
di isterectomia, ma in realtà solo in pochi e ben determinati
casi dovrebbero esserlo: di regola infatti sono risolvibili con terapie
e interventi non chirurgici. I piccoli fibromi, poi, se non provocano
dolori, non necessitano di alcun trattamento.Penso sia tempo di rendere
pubblici i rischi e i danni di tali interventi demolitori del corpo
femminile, in modo che li si accetti solo nei pochi casi in cui non
vi siano valide alternative terapeutiche.
Michele Boato(Venezia)
Non c’è bisogno di Berretti Bianchi
Ai promotori dell’Associazione dei “Berretti
Bianchi”
Cari amici,
ho saputo di una nuova associazione denominata “Berretti Bianchi”,
che vorrebbe dare un particolare colore alla buona volontà di
alcuni di voi che, nel passato, hanno tentato di farsi riconoscere,
con scarso successo, come “Volontari di pace”, in Medio Oriente,
in Bosnia, in Africa, in Kossovo o a Timor Est, non importa dove.
Arrivo subito al dunque.
Di questa nuova associazione non ne vedo assolutamente
la necessità.
La proposta la trovo carente in particolare su due punti:
-
la proposta di adesione volontaria esclusivamente
su basi ideologiche (cioè già schierati a priori,
tipo con la nonviolenza di Rugova), senza altri filtri ben più
importanti, per esempio un curriculum vitae rispettabile e uno stato
sociale riconosciuto (cioè una larga base di conoscenti che
possano stimolare l’interesse dei mass-media);
-
il porsi a livello paritario (quasi antagonistico)
con le istituzioni esistenti, e pertanto prevedendo un’azione
vostra propria, senza mandati né mandanti.
Proprio la carenza delle istituzioni che vorreste riformate, tipo l’O.N.U.,
fanno prevedere azioni defatiganti e potenzialmente inconcludenti, dovendosi
arrampicare sui vetri di ciò che non esiste ancora, così
come è il perdersi in un deserto abbagliante e pieno di miraggi,
con il carico di gelati da portare agli assetati che si liquefa cammin
facendo, con il rischio di esiti anche controproducenti.
Tipica l’azione del 1990-1991 a Baghdad, nata per
andare a prendere il posto degli ostaggi occidentali in mano ai “buoni”
che si stavano difendendo dal pericolo dei “cattivi” e si
è trasformata nella richiesta di rimpatrio di tutti gli occidentali,
così si è creato il campo libero per consentire ai “cattivi”
di bombardare le città irakene. |