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Editoriale
LA NAJA E' MORTA ! VIVA L'OBIEZIONE !
Mao Valpiana
L'argomento
LA POLITICA MILITARE DIFENDE IL POTERE
Ekkehart Krippendorff
L'ABOLIZIONE DEL SERVIZIO DI LEVA
Antonino Drago
CASCHI BIANCHI PER LA DIFESA CIVILE
a cura della Segreteria della Rete Caschi Bianchi
UNA BUONA IDEA CHE PRENDE CORPO...
Paolo Bergamaschi
Movimento Nonviolento
NO AL MESTIERE DI UCCIDERE : NE' GRATIS, NE' PAGATO
Enrico Peyretti
LA NONVIOLENZA E' RELAZIONE : L'ARTE DELLA CONVIVENZA
Luciano Capitini
L'attualità
CERMIS : DOPO L'ASSOLUZIONE VERRA' LA RIMOZIONE ?
Luigi Casanova
Obiezione
L'UFFICIO NAZIONALE PER IL SERVIZIO CIVILE
Roberto Minervino
Ozio... in corso
ALLA RICERCA DI UN'ECONOMIA SENZA DENARO
Cristoph Baker
L'arte di scrivere
PACE E NONVIOLENZA NEL TEATRO GRECO
Claudio Cardelli
Il fucile spezzato
LIBERIAMO LIN HAI CONDANNATO A 15 ANNI
Alessandro Marescotti
MATTONI PER LA PACE: OBIETTIVO RAGGIUNTO !
IL DIBATTITO E’ APERTO
La naja e' morta!
Viva l’obiezione!
di Mao Valpiana
All’inizio di febbraio il Ministro della Difesa, Carlo Scognamiglio,
ha annunciato l’intenzione di dare un definitivo addio alla leva,
entro tempi brevi, rinunciando quindi alla transizione, proposta dal suo
stesso Ministero lo scorso dicembre, di un reclutamento misto (20% di
militari di leva e 80% di professione). Secondo il Ministro "il modello
meglio rispondente alle nuove esigenze della Difesa e' quello interamente
professionale" (notizia Ansa del 2 febbraio ’99). Quindi l’auspicio
di Scognamiglio e' quello che si giunga al piu' presto anche in Italia
all’abolizione del servizio di leva.
La proposta e' stata fatta a titolo personale dal Ministro e non coinvolge
il Governo, che ancora non ha assunto una posizione ufficiale. E’
evidente comunque che Scognamiglio parla per bocca dei vertici militari
e che nel governo D’Alema c’e' un certo imbarazzo, anche perché
una simile scelta, per diventare praticabile, sottende una modifica costituzionale
(art. 52: "Il servizio militare e' obbligatorio nei limiti e nei
modi stabiliti dalla legge"). I fautori dell’esercito professionale
hanno subito plaudito, sottolineando che l’abolizione del servizio
militare comporta parimenti l’abolizione del servizio civile. Due
piccioni con una fava: via gli obiettori e via libera ai generali. Portavoce
ufficiale di questa fazione e' l’ex generale Luigi Caligaris, eurodeputato
forzaitaliota: "Alla fine della leva militare non potra' non seguire
l’estinzione dell’obiezione, poiché verra' a scomparire
il soggetto contro cui si voleva obiettare. Con la fine dell’obiezione,
fenomeno diseducativo, viene a mancare la fonte di reclutamento obbligato
per il servizio civile. Si priva cosi' di motivazione la costruzione di
quel mammuth, costruito su base coercitiva cosi' come la leva militare,
nato come antagonista del servizio di leva e ad esso sostitutivo"
(Italia nel mondo, febbraio 1999). La reazione e' scattata subito, e abbiamo
dovuto assistere al salto mortale di alcuni settori "pacifisti"
che, per difendere l’orticello del servizio civile, si sono trasformati
in strenui paladini della coscrizione obbligatoria (!).
E’ bene fare chiarezza. Noi antimilitaristi e nonviolenti siamo
sempre stati, e siamo ancora, contro la coscrizione obbligatoria, moderna
schiavitu' al servizio dello stato-nazione in armi. Uno dei principali
obiettivi della War Resisters International e' proprio against coscription,
contro la leva obbligatoria. Quindi, ben venga la sua abolizione. Ma nel
contempo siamo anche contro la guerra e la sua preparazione, contro ogni
apparato bellico, ogni esercito, compresi quelli fatti da mestieranti.
Tanto piu' che il peso economico dei militari mercenari gravera' ancor
piu' sulla societa' civile. Parola di Caligaris: "Per evitare spiacevoli
sorprese si dovra' presto presentare un preventivo credibile sui costi
totali del professionismo, largamente superiori alle stime. Forze professioniste
non costano solo quanto la somma dei loro stipendi ma impongono altre
spese complementari nella formazione, nell’addestramento, nei materiali,
nelle armi, nelle strutture e nelle infrastrutture" (Ibidem).
Per quel che ci riguarda, l’obiezione di coscienza non verra' mai
meno e il servizio civile (obbligatorio o volontario che sia) dovra' essere
sempre piu' rivolto alla costituzione della difesa nonviolenta, alle missioni
umanitarie e di pace. I nonviolenti devono saper cogliere le trasformazioni
in atto per proporre la sostituzione dell’esercito con forze di polizia
internazionale, corpi civili di pace, reparti di protezione civile. L’On.
Gen. Caligaris se n’e' accorto: "Che a qualcuno sia saltato
in testa di mettere su poco alla volta un esercito civile, molte volte
piu' grande di quello militare, nella speranza di essere il primo paese
al mondo in grado di istituzionalizzare la tanto auspicata ‘difesa
nonviolenta’?" (Ibidem). Esatto, signor generale, proprio cosi'!
E’ questa la sfida che ci attende.
NIENTE
DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE
Stato, esercito, guerra:
la politica militare
di Ekkehart Krippendorff *
In Germania è stato da poco celebrato, anche con
un certo contributo dei pacifisti,
il 350° anniversario della Pace di Westfalia che nel 1648 pose fine
alla Guerra dei Trent’anni. Ad Oslo si è tenuto un convegno
di storici per parlare di questo tema, così come nella passata
primavera si era tenuta una manifestazione voluta dai pacifisti ad Osnabrück
per celebrare l’importanza di questa data.
La Pace di Westfalia va vista come il punto di partenza
del nostro ragionamento politico, perché il suo significato va
oltre i confini europei ed assume rilevanza mondiale.
La Guerra dei Trent’anni fu combattuta in Germania
dalle forze imperiali cattoliche
contro i protestanti. Durò così a lungo a causa di interessi
statali (il tema dello Stato militare è di grande importanza in
questo contesto) da parte della Francia che, in realtà, non vi
partecipò neppure attivamente. In maniera provocatoria si può
affermare che nel ‘600 in Francia fu “inventata”
la politica estera per opera di una persona mentalmente malata, ma molto
intelligente: il cardinale Richelieu. Egli diede vita ad uno Stato cinico
e razionale, che conduceva la sua politica con l’unico fine di rafforzare
la centralità della Francia incarnata dalla figura di Luigi XIII.
Il cinismo si concretizzava in un atteggiamento che non prevedesse mai
di schierarsi apertamente con l’imperatore o con i protestanti, ma
atto soltanto a prolungare il conflitto nell’interesse del proprio
Stato nazionale. In questo consisteva la “raison d’Etat”,
anch’essa “inventata” in quegli anni e poi imitata in tutta
Europa fino all’Italia unificata nell’800, che mutuò
dalla Francia persino il modello educativo.
Il 1648 può essere visto come un grande armistizio
tra “condottieri legalizzati”, cioè prìncipi,
re o granduchi che dir si voglia, ognuno dei quali si garantì la
propria sovranità territoriale e la propria autonomia. Nacque così,
ed anche la Sociologia storica è d’accordo nell’affermarlo,
lo Stato moderno, che si esplicita in una amministrazione neutrale, centralizzata
con un territorio fissato, con una amministrazione burocratizzata atta
a gestire la ricchezza pubblica ed a razionalizzare l’economia analogamente
a quanto avviene in un’impresa.
Primo
Polemicamente si può però dire che la nascita
dello Stato moderno non rappresentò null’altro se non il dare
un “mantello” all’esercito, vera spina dorsale di questa
organizzazione politica su cui verteva tutto: dall’economia alle
infrastrutture, dalla rete viaria alla planimetria delle città.
Torino ad esempio fu progettata come campo militare, altre città
furono riorganizzate come guarnigioni distaccate dal nucleo del potere
politico, che altro non era se non un potere militare in cui il capo dello
Stato era allo stesso tempo al comando dell’esercito, non solo formalmente.
Ciò che interessa dal punto di vista storico è
che, fino ad oggi, l’autodefinizione dello Stato, nella simbologia
e nell’iconografia, è di tipo militare. Di ciò non
siamo sempre consapevoli, ne vediamo soltanto il lato folkloristico, mentre
la sostanza va ben oltre questo aspetto. Quando si assiste, per televisione,
alle visite ufficiali all’estero di personalità eminenti della
politica, si nota sempre la presenza dei soldati come simboli dello Stato.
Si pensi ad esempio al funerale di Lady Diana, non a caso di profonda
impronta militaresca.
Secondo
In secondo luogo occorre affermare che la visione militare
ha profondamente influenzato il modo di concepire la politica. In particolare,
come già accennato prima, si fa riferimento alla politica estera,
cioè alla gestione dei rapporti con gli altri Stati che vengono
sempre visti come delle minacce, dei nemici oppure come degli alleati,
ma sempre in termini militari; in parole povere o si ha paura gli uni
degli altri o si tenta di stringere delle amicizie, ma sempre in chiave
di difesa del proprio territorio ossia del proprio potere politico. Qui
sta la vera menzogna: l’esercito non difende il territorio, ma il
potere politico, come si vede in maniera lampante nel caso dei paesi del
cosiddetto Terzo Mondo e dell’America Latina, dove gli eserciti difendono
o addirittura prendono il potere. Si pensi ad esempio al colpo di Stato
di Pinochet nel 1973, che difendeva in realtà degli interessi di
classe. Un discorso del genere vale anche per Stati cosiddetti “seri”
come il Brasile o l’Argentina, nati anch’essi come “prodotti
militari” di guerre di indipendenza.
La politica può dunque essere definita come un intreccio
di rapporti di forza, già a partire dall’antica Grecia, vera
“culla” della politica. Nel V secolo a.C. nasce il concetto
di autogoverno come autodeterminazione, autonomia, emancipazione delle
poleis greche. Tutta la filosofia politica affonda le proprie radici
nel pensiero di Platone e Aristotele, ove si tenta di dare una risposta
a domande come: “Qual è la società giusta, la società
ideale? Chi ha il diritto di partecipare al suo governo?” e dove
si afferma la necessità di dedicare parte del proprio tempo alla
città. Questo concetto fu deformato dal ‘700 in poi di pari
passo con la deformazione dell’idea di politica vista in termini
di solo potere imposto con la violenza. Tale visione permane ancora oggi
tra di noi. Uno dei grandi pensatori che, non interpretato correttamente,
contribuì al rafforzarsi di questo “malinteso” è
stato Niccolò Machiavelli (che fu anche un grande leader militare).
Si può poi indagare sull’odierno linguaggio
della politica che tutti noi usiamo correntemente: esso è ricchissimo
di termini e riferimenti a eventi militari come il Piave o il Montegrappa
ed in generale a tutta la “mitologia” intorno alla Prima Guerra
Mondiale. Questo è solo un aspetto di come la guerra faccia parte
della nostra cultura.
Terzo
Come terzo aspetto della nostra trattazione si può
introdurre il concetto militare come grande “semplificatore”.
Ciò significa che esso rappresenta sempre la soluzione più
semplice a qualsiasi conflitto e quindi una grande tentazione per ogni
tipo di regime in quanto permette di evitare le lunghe e laboriose trafile
dei negoziati. In questo senso il militare può essere visto come
una vera e propria corruzione del pensiero politico, come ad esempio nel
caso della guerra del Vietnam: solo oggi il signor McNamara ammette, in
un suo libro di memorie, che gli Americani allora non sapevano nulla del
luogo in cui mandarono il loro contingente, che inizialmente doveva essere
di soli 500 uomini, anche se poi ne morirono 50.000. Sulla base di questa
ignoranza essi distrussero un intero paese e provocarono la morte di 3.000.000
di vietnamiti.
Lo stesso si può dire della guerra nelle Isole Falkland:
si è calcolato che con le spese militari sostenute dal Regno Unito
in tale occasione, i circa 2000 inglesi abitanti di quei territori avrebbero
potuto vivere con una lauta pensione in Inghilterra a carico del loro
governo. Invece fu l’orgoglio a prevalere, così come da parte
degli argentini, che si illusero di poter agire quasi indisturbati nella
loro occupazione data la grande distanza dalla Gran Bretagna.
La stupidità dei generali sta nel loro guardare
al mondo solo dal punto di vista della loro professione senza badare alla
sottigliezza ed alle contraddizioni della società. Così
i soldati tedeschi furono costretti a combattere fino all’ultimo
momento nelle ultime fasi della guerra nell’aprile del ’45,
quando chiunque avesse un minimo di raziocinio era persuaso che la situazione
fosse ormai senza via d’uscita: essi non volevano avere niente a
che fare con la politica, ma semplicemente facevano il loro mestiere,
assolvevano al loro impegno professionale.
Quarto
Come quarto punto si vuole introdurre l’aspetto antropologico
del problema secondo cui il militare è il simbolo realizzato della
disumanizzazione dell’uomo nel senso che l’uomo militare rappresenta
la riduzione estrema dell’uomo ad un essere funzionale. Calza in
questo caso il paragone con l’operaio classico della fabbrica della
fine dell’Ottocento - inizio del Novecento, visto semplicemente come
un essere in grado di fare determinati movimenti nel modo più razionale
possibile, come una macchina. Il soldato dal canto suo indossa una “uniforme”,
che significa “unica forma”, uguale per tutti; egli è
sottomesso agli ordini che riceve e non ha, dal punto di vista strutturale,
nessun diritto di chiedere spiegazioni su ciò che è tenuto
ad eseguire. In questo consiste la decomposizione della persona e la sua
ricostruzione come macchina.
Quinto
Si vuole poi considerare, come quinto aspetto, la difficoltà
di ripensare lo Stato, come ordine pubblico e politico senza il militare.
Ciò è molto più difficile di quanto si possa pensare.
Il punto di partenza consiste nel domandarsi come mai tutti i nostri argomenti,
così razionalmente articolati, di pacifismo e di antimilitarismo
non hanno quasi mai avuto successo, se non in piccola misura. E come mai
non si è riusciti a diventare un movimento di massa. Può
darsi che, pur essendo buoni, i nostri argomenti non arrivino al cuore
del problema. Ci sono in particolare due punti non ben definiti. Uno è
il nostro concetto di sicurezza, che è storicamente cresciuto ed
identificato con la figura di Stato militare. Noi ci sentiamo sicuri in
uno Stato che ha i suoi soldati: anche se non sempre ne siamo coscienti,
l’idea di uno Stato senza esercito è quella di uno Stato in
un certo senso “nudo”. Questo bisogno collettivo può
essere visto come una necessità psicologica dovuta alla mancanza
di una propria autonomia sia personale sia politica. Ciò significa
che noi non siamo emancipati, non sentiamo di avere il controllo della
nostra vita, non solo come individui, ma anche come comunità. L’alternativa
a questo stato di cose dovrebbe essere l’identificazione con certe
forme sociali di base e non politiche o alienate dalla politica stessa
come l’esercito. Finché non si raggiunge questo tipo di sicurezza
ci si rifugerà sempre nell’altra, quella falsa, ma funzionante,
dello Stato armato.
L’altra sfaccettatura di questo tema è la necessità
di dissacrare ed eliminare dal nostro subconscio la visione distorta che
abbiamo dello Stato. Si pensi ancora una volta alla evidentissima impronta
militaresca della città di Torino sia dal punto di vista della
sua planimetria sia dal punto di vista dei suoi monumenti: l’obiettivo
di chi volle tutto ciò era quello di dare ai cittadini ed ai visitatori
una visione positiva dell’esercito come del fautore dell’unità
dell’Italia e rappresentante dello Stato. In Germania si ebbe grande
difficoltà a trovare una collocazione per un monumento marmoreo
al disertore anonimo che era dissacrante nei confronti della Seconda Guerra
Mondiale. Né a Berlino né a Bonn nessuno lo voleva e così
finì ad un piccolo comune. Anche in seguito all’amnistia postuma
ai disertori della Seconda Guerra Mondiale, il Parlamento non riuscì
ad accettare, se non pochi mesi fa, il fatto che essi fossero bravi tedeschi.
La diserzione rappresenta una sfida a tutti i soldati che non hanno avuto
l’ardire di rispondere no alla chiamata alle armi. La società
si rifiuta di riconoscere questa mancanza di coraggio e blocca l’affermarsi
della verità, circondata com’è da una iconografia profondamente
radicata nel proprio subconscio.
Sesto
L’ultimo punto su cui ci si vuole soffermare è
rappresentato dalla individuazione delle pratiche non-militari che possono
riassumersi in tre aspetti.
Il primo è quello secondo cui tali attività
debbono necessariamente cucire un rapporto organico con il femminismo,
senza il quale nulla può andare a buon fine. Quella del movimento
femminista è senza dubbio la sfida più importante degli
ultimi trent’anni in quanto essa rappresenta un capovolgimento di
tutti i valori della nostra società. Il fatto che questa sera si
voglia parlare di “maschia” guerra la dice lunga sul fatto che
femminismo ed antimilitarismo debbano necessariamente convivere.
Senza soffermarsi sul secondo aspetto, rappresentato dall’obiezione
di coscienza e sulla necessità di incoraggiarla, si passa al terzo
che richiede un po’ più di fantasia: qualsiasi Stato ha bisogno
di rappresentare se stesso, almeno nelle occasioni ufficiali, ma occorre
trovare dei metodi civili, alternativi a quelli militareschi.
Conclusione
In Germania venne proposto, anche se può sembrare
infantile e ridicolo, che quando il Presidente della Repubblica riceve
delegazioni straniere, sia circondato dai rappresentanti delle varie classi
sociali ovvero delle diverse professioni. Si tratta in sostanza di trovare
alternativi simbolici civili. L’altra esigenza è quella di
delegittimare qualsiasi rituale di tipo militare, come il giuramento pubblico
delle nuove reclute, o l’onore del militare come professione. In
questo momento storico ciò è possibile, ma occorre fantasia
per trovare argomenti innovativi e diversi rispetto a quelli classici
che, ad esempio, consistono nel paragonare le spese militari a quelle
civili. Bisogna essere consapevoli del fatto che il militare ha dimensioni
ben più grandi di quanto si crede.
* Docente di Relazioni Internazionali alla Freie
Universtaet di Berlino
(Testo, tratto da una relazione tenuta a Torino
il 3.11.1998, non rivisto dall’autore).
CONTRO LA NASCITA DELL'ALTERNATIVA
ALL'ESERCITO
L'abolizione del
servizio di leva
di Antonino Drago
Quando è nato il servizio di leva
Nel novembre 1998, il Ministro della Difesa, Sen. Scognamiglio,
ha dichiarato che "le esigenze che portarono Napoleone alla leva
di massa, sostanzialmente non ci sono più." Veramente gli
insegnanti di storia debbono insegnare quello che lui dice a proposito
della nascita della democrazia nel 1793 in Francia? Sapevamo già
che l'ex-Presidente del Senato nel governo Berlusconi era diventato Ministro
della Difesa per meriti politici (il ribaltone dell'UDR); potevamo anche
immaginare che nella sua vita non abbia avuto una preparazione militare
specifica; ma pensavamo che avendo studiato anche all'Università
dovresse conoscere un minimo di storia.
La rivoluzione francese è sopravvissuta solo perché
nel 1793, ottenne la "Victoire" sugli eserciti monarchici europei,
coalizzati per schiacciare il focolaio della rivoluzione democratica.
Questa vittoria fu organizzata non da Napoleone (che allora era praticamente
sconosciuto) ma da Lazare Carnot, scienziato-stratega-politico, che allora
era il Capo delle Forze Armate. Fu lui, teorico della "difesa totale",
a chiamare tutta la popolazione alla "leva in massa". E non
per scopi napoleonici, ma per realizzare il principio basilare della neonata
democrazia: nei casi estremi della difesa collettiva non si può
chiedere ad altri, neanche con i soldi, di morire al posto nostro. Nei
primi anni della rivoluzione lo slogan completo era "Uguaglianza,
fratellanza, libertà, difesa della Patria o la morte". La
rivoluzione francese doveva rifondare lo Stato sulla ragione e sul popolo;
è rimasta una rivoluzione largamente incompiuta; ma nel settore
difesa, nel 1793, realizzò la nuova organizzazione statale (che
poi però fu stravolta proprio dalle guerre di dominio di Napoleone,
uno dei teorici della "guerra totale").
Infatti per sua natura la democrazia comporta diritti
e doveri, tra i quali, fondamentale (come dice l'art. 52 della nostra
Costituzione), quello della "difesa della Patria", come "sacro
dovere di ogni cittadino". Oggi per il laico Scognamiglio il "sacro"
sicuramente non ha più senso; ma, a sentirlo, viene da pensare
che anche il "dovere" può essere vanificato con una semplice
pressione dell'opinione pubblica, seguendo il tipo di azioni con cui i
militari italiani stanno instaurando il "nuovo modello di difesa"
al di fuori di decisioni parlamentari.
La monetizzazione della difesa collettiva
Esaminiamo nel concreto la proposta del Ministro della
Difesa. E' quella che ogni operaio conosce bene: la monetizzazione, in
questo caso dei giovani del servizio militare. In effetti questa è
una logica conseguenza per chi ha voluto monetizzare tutta la difesa nazionale
mediante i mercenari del "nuovo modello di difesa".
Questa monetizzazione viene presentata come un progresso.
Certo, per l'individualismo consumista il pagare danaro pur di togliersi
un impegno è una prospettiva allettante. Ma chi sa la storia, conosce
bene che con questa proposta si torna al tempo della monarchia assoluta
(prima del 1789!), quando si pagava per trovare il proprio sostituto che
facesse il servizio militare. Chi conosce la storia romana sa che il passaggio
all'esercito mercenario fu uno dei principali motivi della decadenza dell'impero.
E senza andare tanto indietro, se oggi gli USA hanno l'esercito di mercenari
è perché nella guerra del Vietnam furono sconfitti prima
di tutto dal milione di espatriati e disertori (tra i quali Bob Dylan
e Mohamed Alì). Reagan fu eletto Presidente la seconda volta promettendo
di far tornare la leva obbligatoria; ma 800mila giovani si rifiutarono
e tutto finì con un "Abbiamo scherzato...".
E in Italia, che tipo di esercito verrebbe fuori con il sistema mercenario?
Di sicuro un esercito allineato ai parametri USA (che non dovrà
più impazzire, così come fu nella guerra all'Irak, per coordinare
11 eserciti, tutti diversi). Ma è anche sicuro che ne risulterà
un esercito che combatterà le prossime guerre in una maniera molto
facile: semplicemente si schiererà con chi paga di più.
Quando mai un mercenario preferirà morire per un residuo "amor
della Patria", piuttosto che cedere al miglior offerente? Oggi ci
sentiamo traanquilli perché nel mondo siamo una nazione abbastanza
ricca da vincere una guerra anche con i danari; e soprattutto perché
siamo allineati e coperti con la nazione più ricca del mondo, gli
USA.
Ma allora sorge il sospetto: forse ci siamo già
venduti? E se lo fossimo, quando lo verremmo a sapere, noi il Paese di
Gladio, di Ustica, di Ramstein, dello scandalo della Lockheed,....?
Al lavoro! Le iniziative dal basso
L'Italia ha saputo reagire bene al dopo 1989. Al cambiamento
del fronte difensivo e alle nuove guerre etniche, l’Italia ha reagito
con una mobilitazione senza precedenti. Anche gli Enti locali sono stati
coinvolti in massicce operazioni di intervento (non solo assistenziale)
nella ex- Jugoslavia e altrove. In pochi anni si è stati capaci
di cambiare del tutto la filosofia di intervento, inventando nuove manifestazioni
e nuove iniziative politiche e facendo molte esperienze (anche criticabili
e da modificare; ma sempre molto significative): Time for Peace a Gerusalemme,
Volontari in Medio Oriente, Marcia dei 500 a Sarajevo, MIR Sada con 1500
europei, obiettori volontari nelle zone di guerra.
Ad esempio le missioni di pace degli obiettori all'estero
sono state conquistate da loro stessi. Circa una cinquantina di obiettori
sono andati in Jugoslavia quando non c'era una legge che lo prevedesse,
rischiando (e in qualche caso, subendo) processi per abbandono del servizio
civile. Comunque, pur senza permesso, sei obiettori sono andati ugualmente
a Sarajevo. Ed è avvenuto che il sottosegretario Brutti a Sarajevo
li invitò nella sede del Comando italiano e li elogiò davanti
ai militari (benché in Italia li aspettasse la denuncia).
Per la giornata internazionale dei diritti dell'uomo,
10 dicembre 1998, si è compiuta una marcia a Pristina, a sostegno
di un popolo che per dieci anni ha saputo difendersi nonviolentemente
per ottenere la propria autonomia politica. L'obiettivo della marcia è
la fine della guerra e la pacificazione della regione secondo una soluzione
equa. Ben quarantuno obiettori hanno utilizzato la nuova legge sul servizio
civile per partecipare a tale iniziativa.
Il cuore trema
Vittorie così importanti e l’assoluta novità
dell’esperienza che dovrebbe incominciare in Italia, fanno tremare
il cuore. Basteranno le piccole forze, politiche e sociali, a reggere
il peso di tanta novità storica? Il mondo cattolico (almeno per
la sua parte più sensibile a questi temi, Caritas e Agesci, purtroppo
non altri), sosterrà ancora le soluzioni migliori, senza scendere
a patteggiamenti suggeriti dalle "compatibilità"?
Fanno tremare soprattutto i regolamenti di attuazione
della riforma, che dovrebbero uscire entro marzo. Sappiamo bene che i
regolamenti di attuazione possono stravolgere ogni innovazione, affogandola
in mille pastoie. Chi li preparerà? Che pressioni saranno fatte
dai militari? Che capacità avrà il governo attuale di attuare
fino in fondo la volontà del Parlamento? Come saranno reclutati
i non più di cento funzionari (in mobilità da altre amministrazioni)
che dovranno gestire burocraticamente questa novità?
Inoltre fa temere la proposta di legge per un grande Servizio
civile nazionale, che il governo Prodi caldeggiava e che purtroppo ha
concepito come offerta di manodopera a basso costo. Se approvata, creerebbe
un contesto che appesantirebbe il Servizio civile attuale, che già
è appesantito da tanta zavorra, tollerata e anche favorita dall'attuale
gestione del Ministero della Difesa (che finora ne aveva da solo il controllo
totale).
Infine a novembre è arrivata improvvisa la proposta
Scognamiglio (il quale evidentemente ha incominciato subito a funzionare
come portaparola delle gerarchie militari che vogliono bloccare la nascita
dell'alternativa nella difesa): l’abolizione della leva e la monetizzazione
della difesa collettiva.
Non ci sono partiti dai quali sperare sostegno. Infatti
quale di essi oggi è disposto a battersi in una battaglia di principio,
per di più andando contro la prepotenza totalitaria dell'organizzazione
militare che domina l'Europa, la NATO?
La forza della nonviolenza
Tra tanti movimenti dal basso sorti nel dopoguerra in
Italia, il movimento degli obiettori (al servizio militare e alle tasse
militari) ha compiuto gran parte della parabola propositiva progettata
negli anni '70. La parabola si concluderà quando si otterrà
una legge per l’opzione fiscale a favore della difesa alternativa.
Ma è già molto confortante che le formiche nonviolente siano
riuscite a stabilire per legge quella novità istituzionale che
gli avvenimenti nonviolenti del 1989 aveva annunciato al mondo: i popoli
sono capaci di difendersi senza armi e anche così possono sconfiggere
le più minacciose potenze interne ed esterne.
Ora la corretta dinamica democratica vorrebbe che i regolamenti
di attuazione della Legge 230/98 siano all'altezza della situazione; e
cioè che le istituzioni politiche pubbliche si facciano obbligo
di accogliere e portare a buon fine le istanze progettate, costruite e
stabilite dalla base e sempre approvate dal Parlamento a maggioranze da
due terzi dei votanti.
Altrimenti sarà manifesto che l'attuale sistema
politico, non sapendo accogliere una proposta che non ha usato nessuna
pressione indebita o violenta, che non ha senza costi economici, e che
anzi propone una nuova organizzazione positiva, non sa accogliere nessuna
istanza di base. In tal caso quel distacco tra le istituzioni e i cittadini
che è già pericolosamente ampio, diventerebbe totale. Di
conseguenza la democrazia sarebbe da considerare decaduta in una pura
forma, anche se allegra, consumista e svuotata di obblighi (di leva).
Questo fatto inviterebbe allora le persone che amano le conquiste sociali
popolari ad una nuova mobilitazione nonviolenta; questa volta per un radicale
rivolgimento sociale, non solo del settore della difesa nazionale, ma
della politica democratica stessa.
BILANCIO
DEL PRIMO ANNO DI VITA
Caschi
Bianchi per la difesa civile
A cura della la Segreteria della Rete Caschi Bianchi
*
Cosa abbiamo fatto
Durante l’assemblea degli Obiettori alle Spese Militari (OSM) di
Torino del 1998 (7-8 febbraio 1998) era stato deciso che la Campagna di
Obiezione alle Spese Militari promuovesse ‘forme di collaborazione
tra realtà associative e ONG che in questi anni hanno sperimentato
e agito forme di interposizione / mediazione / soluzione nonviolenta dei
conflitti a livello locale e internazionale anche attraverso l’uso
di OdC in servizio civile’ con l’obiettivo di ‘ottenere
un riconoscimento normativo definitivo teso alla creazione di caschi bianchi
istituzionali, … sperimentando fin d’ora tutte le strade percorribili’
(testo della mozione n° 1).
Inoltre si era in quel momento in attesa dell’approvazione parlamentare
della nuova legge sull’obiezione di coscienza, che prevedeva l’avvio
di ‘forme di ricerca e di sperimentazione di difesa civile non
armata e nonviolenta’ (art. 8) e la possibilità di svolgere
servizio civile all’estero in diverse forme, in particolare in ‘missioni
umanitarie’ (art. 9). La nascita di un coordinamento aveva perciò
anche lo scopo di creare un referente unico per le istituzioni
per avviare un dialogo con esse e diventare punto di riferimento e di
confronto nella realizzazione di un corpo di Caschi Bianchi istituzionale.
Con queste premesse è stata organizzato, il 4-5 aprile 1998,
a Firenze, un convegno a cui hanno partecipato una trentina di persone
rappresentanti di diverse associazioni, in particolare di associazioni
promotrici della Campagna OSM, di associazioni impegnate in missioni di
pace (Ass. Papa Giovanni XXIII, Beati i Costruttori di Pace, Ambasciata
di Democrazia Locale di Zavidovice…) e di altre associazioni interessate.
Al termine del convegno è stato elaborato un documento unitario
con cui si dava vita alla Rete Caschi Bianchi, ‘una rete
di enti di servizio civile, ONG e associazioni impegnate in interventi
di pace, riconciliazione e diplomazia popolare’. Nel documento
si chiarivano le finalità della rete (quelle sopra accennate) ed
il campo di impiego degli obiettori; a questo proposito, l’elenco
delle diverse attività inserito nel documento (monitoraggio dei
diritti umani, assistenza al rientro dei profughi, sostegno a gruppi locali
di pace…) evidenziava che il significato primo della presenza degli
obiettori in zone di conflitto è proprio quello di essere operatori
di pace, nelle varie forme in cui ciò si può concretizzare.
Sinteticamente l’attività svolta fino ad oggi può
essere così riassunta:
-
sono stati pubblicizzati, tra le associazioni aderenti e all’esterno,
progetti di missione all’estero: le missioni in Bosnia,
Croazia e Kossovo della Papa Giovanni, l’anno di servizio civile
in Bosnia e in Albania col Cefa, la missione a Pristina ‘I care
Kossovo’…;
-
si sono invitate le associazioni a presentare progetti di attività
all’estero in cui impegnare obiettori di coscienza;
-
sono state fornite informazioni ad obiettori ed aspiranti obiettori
sulle missioni dei Caschi Bianchi;
-
è stato progettato un percorso formativo per gli aspiranti
Caschi Bianchi: stiamo raccogliendo in questi mesi il contributo di
diversi soggetti impegnati nella formazione alla nonviolenza (UNIP,
Tonino Drago, CSDC…) per organizzare un percorso formativo; quindi,
col materiale raccolto, verrà realizzato un corso di formazione
per gli OdC che parteciperanno ad un progetto di monitoraggio delle
elezioni nell’ex Sahara spagnolo promosso dal CRIC (una ONG di
Reggio Calabria);
-
si è stimolata la pubblicizzazione della Rete, delle
sue iniziative e dei Caschi Bianchi presso le associazioni interessate
e all’esterno: questo aspetto si è tradotto nella
pubblicazione in diversi bollettini di informazione delle associazioni
aderenti dei documenti della Rete, in particolare del documento di
Firenze, e nella circolazione dei medesimi documenti in internet;
-
rapporti con le istituzioni: sono stati presi contatti con
Guido Bertolaso (dirigente dell’Ufficio Nazionale per il Servizio
Civile) e a breve avremo un colloquio con lui per presentare la Rete
e per proporci come riferimento riguardo al servizio civile all’estero;
inoltre nel corso del seminario organizzato dalla campagna OSM il
25 novembre, rivolto ai rappresentanti delle istituzioni, è
stata presentata l’esperienza dei Caschi Bianchi;
-
sono stati avviati contatti tra diverse organizzazioni, e
la pubblicizzazione di iniziative delle singole organizzazioni
(ADL Zavidovice, Caschi Bianchi argentini, CRIC);
-
sono stati organizzati, assieme ad altri organismi, convegni
in cui presentare i Caschi Bianchi ed il SC all’estero (che si
terranno nei prossimi mesi, a Modena e a Perugia).
Attualmente alla Rete aderiscono 12 associazioni: Agesci, Ambasciata
di Democrazia Locale di Zavidovice, Associazione Papa Giovanni XXIII,
Associazione per la Pace, Beati i Costruttori di Pace, CEFA – GAVCI,
Centro Studi Difesa Civile, LDU, LOC, MN, Pax Christi, RFN.
Cosa è successo attorno a noi
Mentre lavoravamo alla costituzione della rete, attorno a noi sono successi
diversi avvenimenti, che è importante richiamare, anche se in parte
già noti, per capire come sia rapidamente mutato il quadro di riferimento:
-
il 16 giugno 1998 è stata approvata in via definitiva la
nuova legge sull’obiezione di coscienza (legge 230/98), che
contiene i punti prima specificati; inoltre durante la discussione
della legge sia alla Camera che al Senato è stata approvata
una raccomandazione, con parere favorevole del Governo, che ‘impegna
il Governo a proporre un provvedimento atto alla creazione ed alla
formazione operativa di un contingente italiano di Caschi Bianchi’;
-
nel frattempo, sia per l’approvazione della nuova legge, sia
per le pressioni esercitate dagli OdC, sono stati eliminati tutti
gli ostacoli burocratici che impedivano lo svolgimento delle missioni
dei CB, e precisamente la non concessione dell’autorizzazione
all’espatrio e l’impossibilità per gli OdC di ottenere
il passaporto; sul primo punto in particolare la L 230 ora prevede
un tempo di attesa di 30 giorni dopo il quale scatta il meccanismo
del silenzio-assenso;
-
si sono svolte diverse missioni dell’Operazione Colomba
dell’associazione Papa Giovanni XXIII con la partecipazione di
OdC: in Bosnia e Croazia (Brcko e Vukovar - giugno ’98), in Croazia
(Vukovar – agosto ’98) e attualmente in Kossovo, nella zona
di Prizeren (quest’ultima anche con obiettori non dell’associazione);
inoltre 19 obiettori di diversi enti hanno partecipato all’azione
di pace in Kossovo che si è tenuta dal 6 al 13 dicembre
1998;
-
le associazioni promotrici della Campagna OSM, nell’ambito
della discussione sul futuro della Campagna, hanno elaborato un documento
in cui si propone di trasformare la Campagna in una campagna di contribuzione
alla pace, avente tra le sue finalità principali il sostegno
agli interventi di pace all’stero;
-
la Regione Emilia Romagna ha avviato una attività
sperimentale di gestione di 800 OdC della regione, che verranno
inseriti in progetti sperimentali gestiti da enti del territorio;
uno di questi progetti è il progetto Caschi Bianchi della Papa
Giovanni; pertanto, in base agli accordi, da febbraio 6 OdC inzieranno
a svolgere il loro servizio civile presso l’associazione, operando
a tempo pieno nel campo delle missioni di pace all’estero.
Cosa è andato e cosa no (alcune
valutazioni)
-
Senza dubbio il tema ‘Caschi Bianchi’ ha fatto un salto
di qualità, ed è passato dalle chiacchiere di alcuni
gruppi ristretti all’attenzione delle istituzioni politiche,
degli enti di SC, degli obiettori… ed in alcuni casi del grande
pubblico (vd. anche la trasmissione ‘Pinocchio’ sul
Kossovo del 17/12). Ciò, se pur dovuto solo in minima parte
all’azione della Rete, e principalmente dovuto agli avvenimenti
citati al punto precedente, sta aprendo enormi spazi di azione per
la Rete, che occorre saper cogliere adesso. Lo stesso avvio di un
corpo istituzionale dei CB sembra ora una possibilità concreta
ed ottenibile in tempi limitati.
-
Per contro la Rete in questo periodo si è trovata ad operare
con forze estremamente modeste; inoltre tra le associazioni aderenti
qualcuna di fatto non partecipa alle attività della Rete.
-
I successi ottenuti grazie all’azione diretta della sola
RCB sono molto modesti: tra tutti gli OdC che si sono recati in
Kossovo uno solo è arrivato alla marcia tramite la Rete; degli
enti che avevamo invitato a presentarci un progetto per l’impiego
degli OdC all’estero nessuno ci ha risposto.
-
I Caschi Bianchi oggi sono chiamati ad un grosso passo in avanti:
occorre avviare nuove missioni di intervento nonviolento all’estero
in cui impiegare gli obiettori. In effetti fino ad oggi le uniche
missioni di OdC effettuate (e sostenute dalla Rete) sono state quelle
promosse dalla Papa Giovanni. Ciò è dovuto anche al
fatto che le associazioni aderenti alla Rete sono per la maggior parte
realtà che non impiegano obiettori o ne hanno un numero estremamente
esiguo. Questo limite può essere superato per due strade:
-
da un lato occorre coinvolgere nella Rete anche enti già convenzionati
che siano interessati a promuovere missioni all’estero;
-
dall’altro è opportuno che associazioni aderenti alla
Rete valutino se aprire convenzioni a questo scopo (come sta facendo
l’ADL di Zavidovice).
Il rischio a cui si va incontro altrimenti è quello di diventare
un organismo che svolge unicamente attività formativa e ‘sindacale’,
ma che rimane sempre a livello di riflessione teorica e non promuove un’attuazione
pratica delle cose porta avanti.
Dove vogliamo andare
Per l’anno appena incominciato le attività a cui si dedicherà
la Rete sono le seguenti:
-
verranno contattati tutti gli enti che aderiscono e sostengono la
Rete e, tramite essi, altri enti di servizio civile per stimolare
l’avvio di nuove missioni e l’invio di OdC
in quelle esistenti (in particolare in questo periodo nel
Kossovo);
-
verrà preparato un pieghevole di
presentazione della Rete per favorire la conoscenza di questo organismo
presso diversi soggetti (istituzioni, organismi impegnati nell’ambito
socio-politico, aggregazioni giovanili…);
-
verranno organizzati, insieme ad altre associazioni,
convegni, sia quelli già programmati (seminari di Modena
e Perugia), che nuovi;
-
verranno intensificati i contatti con l’Ufficio
Nazionale per il Servizio Civile (e con alcuni futuri uffici
regionali) con lo scopo, tra l’altro, di proporci come riferimento
riguardo al servizio civile all’estero;
-
verranno promosse iniziative per favorire in
diversi modi la nascita dei CB istituzionali: pressione sull’Ufficio
Nazionale e sul Governo, richiesta alle istituzioni di partecipazione
alle missioni OSCE,…;
-
verrà avviato il progetto formativo
della Rete.
* p. Angelo Cavagna, Andrea Mazzi, Roberto Minervino
Nella seduta del 10 febbraio 1999, il Parlamento Europeo
ha approvato la seguente
Raccomandazione sull'istituzione di un Corpo di pace civile europeo
Il Parlamento europeo,
A. considerando che la fine della "guerra
fredda" è stata caratterizzata, sia in Europa che al di fuori
di essa, da un continuo aumento di conflitti intra e interstatali con
crescenti implicazioni internazionali, politiche, economiche, ecologiche
e militari,
B. rilevando che il carattere multiforme di
questi conflitti li rende spesso difficili da capire e da gestire a causa
della mancanza di adeguati concetti, strutture, metodi e strumenti,
C. considerando che la risposta militare a
conflitti internazionali deve essere spesso integrata da sforzi politici
volti a riconciliare le parti belligeranti, a far cessare conflitti violenti
ed a ripristinare condizioni di reciproca fiducia,
D. ritenendo che il ruolo potenziale dei civili
in situazioni di conflitto deve essere ancora pienamente valutato,
E. sottolineando che esso ha approvato varie
risoluzioni riguardanti l'istituzione di un Corpo di pace civile europeo
(CPCE),
F. rilevando che tale iniziativa dovrebbe essere
vista quale ulteriore strumento dell'Unione europea per accrescere la
sua azione esterna in materia di prevenzione dei conflitti e di composizione
pacifica degli stessi,
G. considerando che in nessun caso il CPCE
deve essere inteso quale alternativa alle normali missioni di pace, né
causare ridondanze nei confronti di organizzazioni quali l'OSCE e l'ACNUR,
già attive in tale ambito, quanto piuttosto quale complemento,
qualora necessario, alle azioni per la prevenzione dei conflitti di carattere
militare in cooperazione con l'OSCE e l'ONU,
H. sottolineando che la prospettiva del futuro
allargamento dell'Unione europea rende ulteriormente necessario e pressante
riformare e rafforzare la PESC,
I. rilevando che l'Unione europea ha già
maturato, per quanto riguarda la guerra nella ex Iugoslavia, un'esperienza
con la Missione di monitoraggio della Comunità europea (ECMM)
che potrebbe costituire un primo passo verso l'istituzione del CPCE,
L. ribadendo tuttavia che le esperienze della
Missione di monitoraggio della Comunità europea (ECMM) e la missione
di verifica nel Kosovo dimostrano i limiti del concetto di CPCE,
M. considerando che l'inopportuno insediamento
di missioni di osservatori disarmati, che possono essere facilmente
presi in ostaggio, potrebbe anche sul piano politico avere effetti indesiderati,
N. sottolineando che numerose ONG specializzate,
molte delle quali dotate di una vasta e profonda esperienza, potrebbero
fornire un prezioso contributo a tale progetto,
O. ribadendo che qualsiasi civile impegnato
nel Corpo di pace debba essere adeguamente addestrato,
P. evitando che il CPCE diventi una struttura
organizzativa ampia e rigida, tale da imporre costi elevati e improduttivi
e di impedire un flessibile impiego delle risorse provenienti da varie
fonti, governative e non,
1. raccomanda al Consiglio di elaborare uno
studio di fattibilità sulla possibilità di istituire un
CPCE nell'ambito di una Politica estera e di sicurezza comune più
forte ed efficace;
2. raccomanda al Consiglio di vagliare la
possibilità di concreti provvedimenti generatori di pace finalizzati
alla mediazione ed alla promozione della fiducia fra i belligeranti,
all'assistenza umanitaria, alla reintegrazione (specie tramite il disarmo
e la smobilitazione), alla riabilitazione nonché alla ricostruzione
unitamente al controllo ed al miglioramento della situazione dei diritti
umani;
3. raccomanda al Consiglio di attivare una
struttura minima e flessibile, al solo fine di censire e mobilitare
sia le risorse delle ONG, sia quelle messe a disposizione degli Stati,
e di concorrere, eventualmente, al loro coordinamento;
4. raccomanda al Consiglio di affidare all'Unità
di primo allarme il compito di analizzare e di individuare casi di possibile
impiego di un CPCE;
5. raccomanda al Consiglio di riferirgli
in merito all'ECMM presentando una piena valutazione del ruolo di questo
organismo e delle sue future prospettive nonché dei suoi limiti;
6. raccomanda al Consiglio e alla Commissione,
nell'ambito di questo studio di fattibilità, di organizzare un'audizione
per valutare in profondità il ruolo che le ONG hanno svolto nella
soluzione pacifica dei conflitti e nella prevenzione della violenza
nella ex Iugoslavia e in Caucasia;
7. incarica il suo Presidente di trasmettere
la presente raccomandazione al Consiglio e, per conoscenza, alla Commissione.
ALLEGATO
Raccomandazione sul Corpo di pace civile europeo
A. considerando che il Parlamento europeo
ha adottato varie risoluzioni concernenti l'eventuale istituzione di
un Corpo di pace civile europeo,
B. persuaso che tale Corpo di pace possa
contribuire positivamente alla politica estera e di sicurezza comune,
ed in particolare rafforzare la capacità dell'Unione di evitare
che i conflitti negli Stati terzi, o tra Stati terzi, degenerino in
violenze,
raccomanda al Consiglio:
a) di dare seguito alla espressa richiesta
del Parlamento di procedere senza indugio ad incaricare la Commissione
europea di realizzare uno studio di fattibilità sull'istituzione
di un Corpo di pace civile europeo entro, al più tardi, la fine
del 1999;
b) di avviare, in caso di esito positivo
del suddetto studio, un progetto pilota che costituisca il primo passo
per l'istituzione di un Corpo di pace civile europeo.
3. incarica il suo Presidente di trasmettere
la presente raccomandazione al Consiglio e, per conoscenza, alla Commissione.
MOTIVAZIONE
IL CONCETTO DI UN CORPO DI PACE CIVILE EUROPEO (CPCE)
Introduzione
La nuova situazione di conflitto venutasi a creare alla
fine della "guerra fredda" è stata caratterizzata da
un numero crescente di conflitti intrastatali con sempre maggiori implicazioni
internazionali di carattere politico, economico, ecologico e militare.
Tale evoluzione ha portato ad una crescente necessità e legittimità
di un intervento esterno, ponendo le organizzazioni internazionali come
l'Unione europea (UE) di fronte a una sfida sempre maggiore . Tuttavia
dato il carattere multiforme di questi conflitti, esse debbono affrontare
il problema della loro comprensione e gestione. Si registra una mancanza
di adeguati concetti, strutture, metodi e strumenti, (ivi compresi mezzi
materiali e personale preparato). E' ovvio ormai che avvalersi unicamente
delle risorse tradizionali associate alle strategie diplomatiche o militari
non basta più. E' necessario pertanto un approccio globale inteso
a creare la pace, che comprenda gli aiuti umanitari, la cooperazione allo
sviluppo e la soluzione dei conflitti. Gli interventi debbono essere coordinati
a livello internazionale; riferirsi ai bisogni della popolazione nella
zona di conflitto; essere compatibili con la società civile e con
gli altri attori sul campo; essere non violenti e distinti dalle azioni
coercitive, flessibili e pratici; essere altresì in grado di contrastare
fin dall'inizio l'escalation della violenza.
La relazione Bourlanges/Martin, approvata dal Parlamento
europeo nella seduta del 17 maggio 1995, a Strasburgo, ha riconosciuto
per la prima volta questa necessità affermando che "un primo
passo per contribuire alla prevenzione dei conflitti potrebbe consistere
nella creazione di un Corpo civile europeo della pace (che comprenda gli
obiettori di coscienza) assicurando la formazione di controllori, mediatori
e specialisti in materia di soluzione dei conflitti". Da allora,
il Parlamento europeo ha ripetutamente confermato tale affermazione, da
ultimo nella sua più recente relazione sull'attuazione della PESC.
Nel frattempo è stato previsto di configurare il Corpo di pace
civile europeo nel modo seguente:
Obiettivi
La principale priorità del CPCE sarà la trasformazione
delle crisi provocate dall'uomo, per esempio la prevenzione dell'escalation
violenta dei conflitti e il contributo verso una loro progressiva riduzione.
In ogni caso, i compiti del CPCE avranno un carattere esclusivamente civile.
Un particolare accento sarà posto sulla prevenzione dei conflitti,
in quanto più umana e meno onerosa rispetto alla ricostruzione
del dopoconflitto. Tuttavia, il Corpo potrebbe svolgere altresì
compiti umanitari in seguito a catastrofi naturali. Il coinvolgimento
del CPCE non dovrebbe limitarsi ad una data regione (per esempio Europa).
Il CPCE si baserà su un approccio olistico, che
comprenderà inter alia sforzi politici ed economici e
l'intensificazione della partecipazione politica e del contesto economico
delle operazioni. Dal momento che gli sforzi intesi a trasformare il
conflitto debbono riguardare tutti i livelli di conflitti che si protraggono
nel tempo, il CPCE assumerà compiti multifunzionali. Esempi concreti
delle attività del CPCE intese a creare la pace sono la mediazione
e il rafforzamento della fiducia tra le parti belligeranti, l'aiuto
umanitario (ivi compresi gi aiuti alimentari, le forniture di acqua,
medicinali e servizi sanitari), la reintegrazione (ivi compresi il disarmo
e la smobilitazione degli ex combattenti e il sostegno agli sfollati,
ai rifugiati e ad altri gruppi vulnerabili), il ricupero e la ricostruzione,
la stabilizzazione delle strutture economiche (ivi compresa la creazione
di legami economici), il controllo e il miglioramento della situazione
relativa ai diritti dell'uomo e la possibilità di partecipazione
politica (ivi comprese la sorveglianza e l'assistenza durante le elezioni),
l'amministrazione provvisoria per agevolare la stabilità a breve
termine, l'informazione e la creazione di strutture e di programmi in
materia di istruzione intesi ad eliminare i pregiudizi e i sentimenti
di ostilità, e campagne d'informazione e d'istruzione della popolazione
sulle attività in corso a favore della pace. Nulla di tutto ciò
può essere imposto direttamente alle parti, tuttavia la loro
cooperazione può essere agevolata attraverso il sostegno politico
proveniente dall'esterno.
La riuscita nell'adempimento di questi compiti dipenderà
dal grado in cui il CPCE sarà capace di migliorare le relazioni
tra gli aiuti umanitari, il rafforzamento della fiducia e la cooperazione
economica. Il sostegno a questi settori non potrà avere un risultato
positivo se non sarà messo in relazione agli altri; per esempio
il successo degli aiuti umanitari e la ricostruzione dopo una guerra
dipendono dal grado di fiducia che viene a crearsi tra le parti belligeranti.
La ricostruzione materiale ha pertanto il compito di coinvolgere i belligeranti
in progetti comuni.
Il CPCE dovrebbe essere un organo ufficiale, istituito
dall'Unione europea e operante sotto gli auspici della stessa. Con riferimento
agli organi e agli Stati membri dell'UE, il CPCE dovrebbe garantire
che
- i fondi dell'UE siano utilizzati per progetti
compatibili con gli interessi dell'UE;
- il sostegno dell'UE sia reso visibile;
- gli Stati membri dell'UE siano sostenuti
nella preparazione e nell'assunzione del personale delle missioni;
- il coordinamento tra gli Stati membri e
gli altri attori beneficiari dei fondi per attività finalizzate
alla pace sia agevolato e siano vietati i doppioni;
- i fondi dell'UE siano utilizzati in maniera
efficiente.
Il CPCE opererà soltanto con un mandato sostenuto
dall'ONU o dalle sue organizzazioni regionali: OSCE, OUA, OAS. Esso
contribuirà a creare i necessari collegamenti tra le attività
diplomatiche, da un lato, e la società civile, dall'altro. Quale
organo a favore della pace, il CPCE svolgerà attività
diverse da quelle svolte in tal senso in campo diplomatico. Le missioni
del CPCE si baseranno sull'assenza di operazioni militari violente,
su una specie di accordo di cessate il fuoco e sul consenso delle principali
parti interessate. Quale organo ufficiale, il CPCE si distinguerà
dalle ONG. Le sue attività si baseranno tuttavia su un'efficiente
cooperazione con le ONG e rafforzerà e legittimerà il
loro lavoro. L'attività del CPCE sarà strutturata ed organizzata
indipendentemente dagli organi militari, pur basandosi sulla cooperazione
con i militari laddove le missioni del CPCE coincideranno con le operazioni
per il mantenimento della pace.
Personale e struttura
Il CPCE consisterà in due parti:
1. un nucleo costituito da personale qualificato a tempo
pieno che svolgerà compiti di gestione ed assicurerà la
continuità (vale a dire un segretariato con compiti di amministrazione
e gestione, assunzione, preparazione, intervento, rapporto di fine missione
e collegamento); e
2. un gruppo costituito da personale specializzato da
destinare alle missioni (ivi compresi esperti, con o senza esperienza,
tuttavia perfettamente addestrati), chiamato a compiere missioni specifiche,
assunto a tempo parziale o con contratti a breve termine in qualità
di operatori sul terreno (ivi compresi gli obiettori di coscienza su
base volontaria o volontari non remunerati). Il reclutamento si baserà
su una rappresentanza proporzionale tra gli Stati membri dell'Unione
europea.
Preparazione
Preparazione generale
Tutto il personale sarà preparato tenuto conto
delle condizioni generali della missione (per esempio carenza di adeguate
infrastrutture materiali, forti pregiudizi e sentimenti di ostilità,
tendenza alla violenza, servizi sanitari inadeguati, sistemi di forniture
che mettono a dura prova il personale e le sue capacità sociali,
dovendo cooperare in uno scenario multiculturale alieno alla propria
vita normale. La preparazione generale svilupperà le capacità
di far fronte a condizioni estreme ed applicabili ad una vasta gamma
di situazioni di conflitto. Avrà lo scopo di creare un terreno
d'intesa comune che comprenderà l'apprendimento di un modo di
comunicazione comune e fornirà un approccio generale per il personale
dell'UE proveniente da esperienze professionali e culturali diverse,
che gli consentirà di operare in paesi con popolazioni di diverse
culture. Nel corso della preparazione generale, ai tirocinanti verranno
impartite nozioni di base sulle attività intese a stabilire la
pace e sulle organizzazioni interessate (ONU, OSCE, ONG).
Preparazione con riferimento alle funzioni
Dato che il carattere multidimensionale dei conflitti
rende molto ardue la loro comprensione e gestione, le esperienze professionali
debbono riferirsi alle strategie per la trasformazione dei conflitti
e alle specificità delle varie funzioni da svolgere. Indipendentemente
dalla missione cui il personale sarà assegnato, esso dovrà
ricevere una preparazione specifica e circostanziata relativa alle funzioni
da svolgere su almeno uno dei principali compiti della missione.
Preparazione con riferimento alla missione
Il personale della missione dovrà essere messo
al corrente delle condizioni specifiche in cui verrà a trovarsi
in talune missioni e delle particolari funzioni che dovrà svolgere.
Si rende pertanto necessaria una preparazione con riferimento specifico
alla missione da effettuare, sia prima dell'intervento che sul terreno.
Rapporto di fine missione
Il rapporto di fine missione è importante per
il personale e per il CPCE per valutare e integrare le esperienze e
per migliorare la preparazione e le operazioni sul terreno.
Assunzione
Al fine di garantire che venga assunto soltanto personale
qualificato è necessario che il CPCE stabilisca:
a) una base generale di dati relativa al
personale disponibile che comprenda organigrammi compatibili in tutti
gli Stati membri e istituzioni di formazione dell'UE;
b) procedure generali di assunzione che consentano
la trasmissione periodica di informazioni sul personale qualificato
tra le istituzioni interessate; e
c) una base per l'assunzione negli Stati
membri, tramite la pubblicazione dei vantaggi della partecipazione del
CPCE agli sforzi intesi a creare la pace, e l'adozione di misure sul
piano giuridico e finanziario per garantire la sicurezza del posto di
lavoro e predisporre misure sanitarie in vista delle missioni.
Intervento
È necessario provvedere all'organizzazione dell'intervento
conformemente al mandato di una data missione. Il mandato deve essere
definito in termini chiari e fattibili con riferimento alle risorse
disponibili. Si deve altresì provvedere all'equipaggiamento necessario,
alla copertura assicurativa e all'organizzazione della dislocazione
del personale.
Finanziamento
L'UE e i suoi Stati membri provvedono al finanziamento.
Al fine di agevolare la creazione del CPCE in base alle risorse disponibili,
da un lato, e far fronte all'insieme delle esigenze, dall'altro, è
previsto un continuo ampliamento del CPCE, iniziando con un progetto
pilota seguito da costanti operazioni di controllo e da adeguamenti
perfettamente sintonizzati.
Quadro istituzionale
Il CPCE dovrebbe essere creato quale servizio specifico
nell'ambito della DG I della Commissione, con un direttore generale
responsabile nei confronti del Commissario per gli affari esteri e dell'Alto
rappresentante della PESC che dovrà essere insediato tra breve
presso il Consiglio. Onde garantire la sua necessaria flessibilità
operativa sarebbe opportuno strutturarlo sul modello di ECHO.
Conclusioni
Il ruolo potenziale dei civili nel campo della prevenzione
e della soluzione pacifica dei conflitti deve essere ancora valutato
in tutti i suoi elementi. Al termine di una missione militare per il
mantenimento della pace si registra spesso una recrudescenza del conflitto,
in quanto le ragioni interne che sono state all'origine della violenza
non sono state pienamente affrontate e risolte. La risposta militare,
per quanto necessaria per porre fine al confronto violento, non è
sufficiente a creare un'effettiva riconciliazione tra le parti. A tale
riguardo, l'idea del CPCE dovrebbe essere presa in considerazione dall'UE
quale ulteriore mezzo per accrescere e rendere la sua azione ancora
più efficace. Agevolare il dialogo e ripristinare le condizioni
di reciproca fiducia sono compiti troppo spesso trascurati che dovrebbero
far parte di ogni missione di pace. Solo perseguendo un reale processo
di riconciliazione si potrà raggiungere una pace durevole. La
diplomazia civile, meno dura e più flessibile, dovrebbe essere
usata per affiancare, continuare o concludere azioni militari per il
mantenimento della pace. L'UE ha una straordinaria occasione di rafforzare
la sua politica estera e di sicurezza comune creando un nuovo strumento
pratico che potrebbe essere messo a disposizione delle parti belligeranti,
prevenire l'escalation della violenza e apportare una soluzione pacifica
alle crisi.
ISTITUIRE UN CORPO CIVILE EUROPEO DI PACE
Una buona idea che
prende Corpo…
di Paolo Bergamaschi
Fu un'intuizione di Alexander Langer quella di portare in Parlamento
Europeo la proposta di istituire i Corpi Civili di Pace. Agli inizi del
1995 l'Unione Europea si preparava a riformare il Trattato di Maastricht
con la necessità di ripensare la propria politica estera rivedendone
i meccanismi di azione. Perché allora non accarezzare l'idea di
un’Europa pronta a proporsi non come super-potenza classica intenta
ad esibire minacciosamente il proprio apparato muscolare-militare ma come
una libera associazione di Stati concretamente disponibili alla promozione
della pace e alla risoluzione pacifica dei conflitti? Che ruolo può
giocare nell'attuale contesto una politica attiva di prevenzione dei conflitti
e come dar corpo a questa aspirazione? Queste erano sostanzialmente le
ragioni che stavano alla base dell'iniziativa di Alex. Quando ci lasciò
rimase anche questa pesante eredità da far fruttare, che abbiamo
cercato di gestire al meglio in collaborazione con molte organizzazioni
europee da tempo attive sul progetto. Abbiamo promosso quindi parecchi
seminari in giro per l'Europa, in Italia a Verona, raccogliendo suggerimenti
e consigli con l'obiettivo di scuotere il Parlamento Europeo coinvolgendolo
in pieno su questa delicata questione. Il concetto di "Corpo Civile
Europeo di Pace" è così passato in molte risoluzioni
parlamentari di vario tipo con il sostegno di deputati di tutte le forze
politiche. Ma, ovviamente, le citazioni o i semplici riferimenti non bastano
da soli, occorreva qualcosa di più forte. E' nata così l'idea
di una raccomandazione parlamentare interamente dedicata all'argomento
da indirizzare al Consiglio dei Ministri per la sua messa in atto. Trenta
deputati europei, i più noti fra questi Daniel Cohn-Bendit e l'ex-primo
ministro francese Rocard, con gli italiani Tamino, Aglietta, Orlando,
Pettinari e Caccavale, hanno quindi messo in moto l'iter parlamentare
che si è felicemente concluso nei giorni scorsi. Certo ciò
che è uscito non è tutto quello che desideravamo passasse
(non è passata, per esempio, la proposta di un progetto pilota)
ma è il frutto della mediazione fra le diverse parti considerando
il fatto che alcuni deputati hanno spinto fino all'ultimo, per fortuna
senza successo, per l'inclusione del termine "militare" affiancato
a quello "civile".
Il sasso è stato lanciato e spetta ora ai membri
di governo raccoglierlo. Ma spetta, in ogni caso, a tutto il movimento
eco-pacifista europeo continuare a far sentire la propria voce marcando
stretto i nostri rappresentanti. E' opportuno ringraziare tutte le persone
che hanno collaborato all'iniziativa ed in particolare Ernst Guelcher
e Arno Truger che hanno redatto con me il testo della raccomandazione.
No
al mestiere di uccidere:
né
gratis, né pagato
di
Enrico Peyretti
Il Ministro Scognamiglio propone l'esercito interamente professionale.
E' probabile che l'opinione pubblica piallata dall'individualismo ne sia
entusiasta: vada chi vuole; è una libertà, un modo come
un altro per farsi strada. Vada dove? A studiare da omicida, per saper
uccidere da professionista. Questo si tace pudicamente (omaggio del vizio
alla virtù), ma di questo soltanto si tratta. Ho sentito dal gen.
Carlo Jean a Torino, queste parole dette ad una platea di studenti, il
29 marzo 1996: «Nell'esercito è necessaria la disciplina
(...) perché combattere significa uccidere. Occorre l'esecuzione
automatica dell'ordine». Automatica, cioè non umana. Ho già
denunciato più volte per iscritto questa corruzione di coscienze
giovani.
Il pensiero della pace è contrario sia alla leva obbligatoria,
sia all'esercito volontario professionale. Alla leva, perché con
essa lo Stato obbliga ad uccidere o ad essere uccisi per cause non giudicate
dal soldato. All'esercito professionale, perché è un corpo
di mercenari, pronti ad uccidere per soldi. Il mestiere delle armi trasforma
una eventuale eccezionale tragica necessità in una normale
professione: qual è la tua parte nel mondo umano? sparare! uccidere!
Uno costruisce case, un altro fa il medico, uno il falegname, uno il tranviere,
e questo passa la sua vita a minacciare o dare la morte. Si pensa l'esercito
come professione, ruolo normale nella vita sociale, perchè si pensa
la guerra mai sradicabile dalla storia. E' ciò che noi neghiamo
anzitutto. Anche se sarà lunga, questa è la strada giusta
e necessaria, per diventare umani. Il mestiere del soldato è disumano
e retrogrado.
Anche Gandhi ammette il caso tragico in cui uccidere sia addirittura
un dovere.
Ma solo la coscienza personale può giudicare su di ciò.
Nessuno può mai comandare ad un altro di uccidere, senza destituirlo
da uomo. Ciò distrugge moralmente ogni esercito, autoritario e
immorale per necessità intrinseca. Jean-Marie Muller, poi, corregge
Gandhi osservando che la necessità tragica di uccidere non annulla
mai il dovere di non uccidere e non stabilisce alcun dovere né
diritto di uccidere.
Ancor meno un diritto di comandare di uccidere, né, quindi, l'istituzione
dell'omicidio organizzato. L'esercito e la guerra non hanno alcuna base
morale.
«L'Italia ripudia la guerra» è parte alta e nobilissima
della nostra legge fondamentale. Non vieta solo la guerra offensiva, ma
proprio la guerra per ristabilire il diritto offeso: l'assicurazione della
pace e della giustizia sono demandate all'ordinamento cosmopolitico. Chi
deve vigilare per difendere e attuare la Costituzione, deve curare la
realizzazione di quel principio. La professionalizzazione della guerra
ne è la conferma, non il ripudio.
Un effetto (o anche obiettivo?) dell'esercito professionale sarebbe la
scomparsa dell'obiezione di coscienza, si dice. Credo che non sia del
tutto vero. L'obiezione di coscienza alla difesa nazionale armata, al
monopolio militare della difesa (che ne riduce le possibilità),
potrà ancora manifestarsi, per esempio, in una campagna di massa
contro l'arruolamento volontario, in una denuncia culturale e sociale
della vergogna del mestiere delle armi: giovani, non arruolatevi! non
prostituitevi alla morte come mezzo di risoluzione delle controversie!
Il cittadino obiettore potrà opporsi attivamente con la scelta
del servizio civile ad esclusione esplicita di quello militare, con la
contestazione delle spese militari, col contributo volontario finanziario
e personale a corpi di pace nonviolenti.
Dunque, se rifiutiamo sia l'esercito di leva sia quello professionale,
siamo degli estremisti utopisti ingenui? No. Siamo per la costituzione
dei "caschi bianchi" internazionali, che sono stati proposti
ripetutamente e autorevolmente, ed hanno cominciato a comparire e ad agire
in alcune forme e situazioni diverse. Siamo per lo sviluppo della diplomazia
popolare. E ammettiamo la necessità di una vera polizia (che significa
cultura e metodi sostanzialmente diversi da quelli di un esercito, perchè
polizia non è guerra, per differenza essenziale di scopi e di etica),
che sia veramente internazionale (non dell'unica superpotenza o di una
coalizione di stati, che servono interessi particolari e non l'intera
comunità umana). E' chiaro che ciò richiede una progressiva
riforma democratica dell'Onu, principale urgenza cosmopolitica attuale
(e infatti è osteggiata dalla superpotenza imperiale Usa), sulla
quale l'Italia ha preso una buona iniziativa.
Come scrive Michael Klare in Bulletin of Atomic Scientists, la
maggiore innovazione militare recente sono i bambini-soldati,
armati di kalaschnikov, che vengono usati come strumenti facilmente manipolabili
nelle guerre civili (oggi più numerose di quelle fra stati). Ora,
gli eserciti professionali sono strutturati per il combattimento supertecnologico,
che ovviamente esige alte specializzazioni. Ma questi eserciti sono del
tutto sfasati rispetto alla tanto proclamata finalità di ingerenza
umanitaria, di "guerra per la pace", con cui oggi si vuole giustificare
il grande apparato bellico.
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