|
L'argomento
GANDHI VERSO IL DUEMILA
Fulvio Cesare Manara
L'attualità
LE TRASFORMAZIONI DEI SISTEMI DI DIFESA
Angela Dogliotti Marasso
MISSIONE, VISIONE E VALORI
Sergio Albesano
Case per la pace
CASE PER LA PACE E LA NONVIOLENZA IN ITALIA
a cura di Matteo Soccio
Galleria delle idee
QUANDO L'INFORMAZIONE FA VINCERE I PERDENTI
Alessandro Marescotti
Testimoni di pace
SE VERRA' LA GUERRA...CHI SI SALVERA' ?
Paolo Predieri
L'arte di scrivere
L'ILIADE, POEMA DEGLI EROI
Claudio Cardelli
Campagna OSM
LA MOZIONE PRIVATA DELL'ASSEMBLEA DI CATTOLICA
Ozio... in corso
TEMPO LAVORATO, TEMPO SPRECATO.
LA CONDANNA DEL LAVORO Cristoph Baker
Il fucile spezzato
UN 2000 DI PACE O ANCORA DI GUERRA ?
Assemblea generale delle Nazioni Unite
2001 - 2010 : DECENNIO DI PACE E NONVIOLENZA
Obiezione
L'OBIEZIONE, STRUMENTO PER LA PACE
Recensioni
PER UNA MEMORIA CRITICA
Gandhi verso il duemila
di Fulvio Cesare Manara
Gli scritti su Gandhi si vanno accumulando, la letteratura
che tratta del Mahatma raccoglie ogni anno di più una proliferazione
abbastanza incontrollata e incontrollabile di scritti. Facile fra questi
imbattersi in discorsi semplificati, semplicistici, quando non proprio
disinformati. Ci sono «filtri» che spesso impediscono
a molti autori di accedere a Gandhi: sono quelli dell'agiografia, della
mitizzazione, ma anche quelli del disprezzo e della detrazione, o
infine quelli dell'utilizzo ideologico e strumentale. Di recente abbiamo
assistito — fra l’altro — persino ad un utilizzo pubblicitario
dell’immagine gandhiana. Non è difficile comprendere il perché
di questo tipo di reazioni. La personalità di Gandhi fu incontestabilmente
una sorta di provocazione, soprattutto per noi occidentali: la sua vita
è certo per noi un invito a prendere posizione, come sempre accade,
quando si presenta nella storia un testimone della verità.
1. I Collected Works
In effetti, la completezza e la precisione nella documentazione
è il primo problema che sorge a chi intende procedere nello studio
di Gandhi. Le «fonti» in senso stretto sono da una parte
i suoi scritti e dall'altra la sua azione. Mette conto che ci si soffermi
un poco sulla loro descrizione.
Gli scritti di Gandhi sono stati pubblicati dal Governo
indiano. Si tratta dell'opera dal titolo The Collected Works of
Mahatma Gandhi.
Essa consta di un nucleo novanta volumi che sono usciti nel corso di ventisei
anni, ai quali si sono poi aggiunti progressivamente già altri
dieci volumi, fra supplementi e indici. La cura di quest’opera monumentale
è assegnata una équipe di studiosi indiani guidata
per la quasi totalità del tempo dal professor K. Swaminathan.
Il progetto era iniziato nel febbraio del 1956, ossia otto anni dopo la
morte del Mahatma, ed ha coinvolto un gruppo assai vasto di studiosi:
traduttori, curatori, assistenti e ricercatori. Per portarlo a termine
viene compiuto un vastissimo e capillare lavoro di raccolta, ricerca,
traduzione, edizione e produzione. In questa serie sono stati raccolte
tutte le parole scritte o pronunciate dal Mahatma nel corso della
sua lunga attività pubblica, durata circa sessant'anni. Nel corso
di questo periodo Gandhi scrisse molto, come si può comprendere
dalla mole dell'opera conclusa. Egli redigeva settimanalmente
articoli per i periodici che aveva fondato e dirigeva. Era assai scrupoloso
nel rispondere a una infinità di corrispondenti da ogni parte
del mondo (si può calcolare che scrisse in media una settantina
di lettere al giorno). È proprio la vastità della sua corrispondenza
che fa crescere il numero dei volumi dell'opera.
Gli scritti di Gandhi ed i suoi discorsi, come abbiamo
visto, si trovavano così non solo nei libri effettivamente
pubblicati mentre era in vita, ma anche in polverosi archivi, ed in raccolte
di vecchi quotidiani o riviste in inglese, in gujarati (la
lingua nativa di Gandhi) e in hindi. Inoltre, le sue lettere furono
indirizzate in tutto il mondo ad una miriade di persone, assai diverse
per ceto e stato sociale, come anche per razza, ideologia, religione.
Gandhi ci ha inoltre lasciato alcuni saggi o libri veri
e propri: Hind Swaraj,
o Indian Home Rule, nella versione inglese; la famosa
«Autobiografia» dal titolo La storia dei miei esperimenti
con la verità;
e inoltre Satyagraha in South Africa;
e Ashram Observances in Action;
un commento alla Bhagavad Gita;
la stesura del «Programma Costruttivo»
e alcuni scritti sulla dieta e sulla salute.
Tutti questi scritti – a dire il vero – non sono molti e nemmeno
ponderosi.
È abbastanza evidente, da un lato, che senza la
raccolta minuziosa dei CW questo materiale avrebbe potuto andar perso.
In secondo luogo, senza quest'opera sarebbe stato assai difficile, per
non dire impossibile, ad un singolo studioso reperire i diversi scritti
e conoscere in modo più stringente ed approfondito il pensiero
del Mahatma.
Con i CW non ci troviamo di fronte alla prima raccolta
degli scritti gandhiani. Esistevano in precedenza — o sono state
pubblicate anche in seguito — una serie di compilazioni degli scritti
della «grande anima», in gran parte editi dalla stessa casa
editrice Navajivan di Ahmedabad, la quale detiene i diritti su tutto quanto
il materiale scritto lasciato dal Mahatma, e che ha anche contribuito,
ovviamente, all’impresa guidata dal Ministero dell’Informazione
Indiano. Si tratta principalmente di raccolte antologiche a tema,
di indubbia importanza, ma incomplete sotto molti profili.
Anzitutto, esse si limitano al periodo indiano, e raccolgono scritti provenienti
principalmente dai diversi periodici editi dal Mahatma, ossia da
Navajivan, Young India, Harijan. Inoltre, essendo
organizzate quasi unicamente su base topica, gli scritti sono perlopiù
semplici estratti dei diversi brani relativi ad un medesimo tema,
e non pubblicazioni integrali. A volte, purtroppo, l’estrapolazione
di un passo dal suo contesto, si sa, può essere una maniera per
incorrere in interpretazioni inadeguate o addirittura per fraintendere
radicalmente. Per quanto concerne le lettere, parecchie migliaia non tutte
erano state raccolte dal Gandhi Smarak Nidhi, mai però pubblicate.
I Collected Works rappresentano pertanto una raccolta
integrale di tutti gli scritti, i discorsi e le lettere di Gandhi, pubblicata
interamente in ordine cronologico.
In italiano i principali scritti gandhiani sono stati editi
per lo più occasionalmente.
In ogni caso, una prima osservazione utile per avviare una memoria critica
è certo che sarebbe il caso di prendere atto della necessità
di leggere Gandhi, di tornare ad ascoltare la sua parola,
il suo messaggio, cominciando appunto dalle sue opere scritte.
Del resto, i suoi scritti e le sue riflessioni sono quasi
sempre strettamente connessi a particolari problemi o situazioni,
nei quali era coinvolto o su cui veniva interpellato. La sua opera in
questo senso è un'insieme di osservazioni «occasionali»,
raramente monotematiche, anzi, in cui molto spesso si intersecano
i livelli di discorso, consentendo così molteplici letture
e interpretazioni, ma anche rendendo alquanto più complesso il
lavoro dell’interprete. Come scrisse Rajendra Prasad, «il
Mahatma non si occupò di sviluppare una filosofia della vita, o
di formulare un sistema di dottrine o di credenze. Non aveva probabilmente
né l'inclinazione, né il tempo per farlo. Egli, invece,
era mosso da una fede ferma nella verità e nell'ahimsa,
e la pratica applicazione di queste ai problemi che incontrava si può
dire costituisca il suo insegnamento e la sua filosofia. Non c'è
quasi problema, di natura politica, sociale, religiosa, agraria, lavorativa,
industriale o altro, che non sia stato affrontato a modo suo, nello schema
dei principi che riteneva basilari e fondamentali».
Alla luce di quanto si è detto, è evidente
l'impossibilità di scindere i testi gandhiani dalle azioni e dai
contesti in cui operava. Piuttosto vasta e mi sembra ancora in buona parte
da esplorare anche la ricostruzione storica delle «azioni»
gandhiane, della sua prassi.
Gandhi stesso sosteneva la stretta interpenetrazione fra
la sua vita e il suo messaggio. È molto nota — e fu da lui
spesso ripresa — la sua espressione «My life is my message»:
la mia vita è il mio messaggio. È altresì noto
anche il suo invito a non cercarlo nei suoi scritti, o almeno a non assolutizzarli,
in quanto in essi non sarebbe presente nessuna «teorizzazione»
definitiva. Scrisse ad esempio in «Harijan» il 29 aprile 1933:
«Mi piacerebbe dire al diligente lettore dei miei scritti e ad altri
che siano interessati ad essi che non mi sono affatto preoccupato di apparire
coerente. Nella mia ricerca della Verità ho scartato parecchie
idee ed ho imparato molte cose nuove».
Altrove affermò: «I miei scritti dovrebbero essere cremati
insieme al mio corpo. Durerà ciò che ho fatto, non quello
che ho scritto o detto».
Ma — come notò Indira Gandhi — egli era
una di quelle persone che parlano come pensano ed agiscono come parlano,
«uno di quei pochi in cui nessuna ombra cade fra la parola e l'azione.
Le sue parole erano azioni, e costruirono un movimento ed una nazione,
e cambiarono la vita di un innumerevole numero di persone».
Certo è che per conoscere Gandhi a 360 gradi, per
non averne una immagine parziale, o distorta e manipolata, per evitare
un riduzionismo ad usum delphini, occorre fondare qualsiasi lavoro
su queste due fonti, in modo sistematico: scritti e biografia, le parole
e le azioni. Esse si rimandano continuamente l'una con l'altra, e
comunque solo se considerate insieme potranno fornirci una conoscenza
adeguata di Gandhi.
1.2. la vita del Mahatma : inserire un paragrafo sintetico
ma completo, con una nota biografica ed una trattazione del problema della
biografia e sulle fonti per la sua ricostruzione storico-critica
2. Per una ricerca critica
Un secondo aspetto che non può mancare nel
fare memoria di questo volto, nel tentare una memoria critica, concerne
a parer mio il controllo del «punto di vista» del ricercatore.
Mi sembra che sia il caso di riflettere sugli atteggiamenti, sia cognitivi
che comportamentali, con i quali noi ci accostiamo a Gandhi .
Un primo punto su cui riflettere è l'atteggiamento
mentale col quale guardiamo a Gandhi, la prospettiva conoscitiva.
Un modello facilmente riconoscibile si basa sullo scegliere di Gandhi
solo ciò che ci interessa per motivi nostri, legati alla moda (oggi
può essere ad esempio un certo ecologismo), o all'ideologia...
Va da sé che questo è un uso di Gandhi, certo non
una conoscenza di Gandhi. Potremmo fare un esempio di questo
modo di procedere prendendo una affermazione che un amico, un noto studioso
di Gandhi ha posto anni fa a fondamento della propria ricerca: «In
base all'idea fondamentale di mettere in luce in modo sistematico gli
aspetti centrali della concezione etico-politica di Gandhi, nonché
allo scopo di porre nel modo più chiaro ed efficace possibile il
problema se vi sia un messaggio gandhiano e, se sí, quale sia la
sua attualità e validità, ho volutamente tralasciato
di evidenziare quegli aspetti della concezione gandhiana che giudico
secondari, marginali o contingenti, ad esempio le idee di Gandhi sul vegetarianesimo,
sulla vita sessuale, sulla cura naturale delle malattie»».
Come ha notato Gianni Sofri, quell'espressione «ho volutamente tralasciato»
oggi ci lascia perplessi, ci lascia insoddisfatti:
esprime una scelta aprioristica compiuta dal ricercatore, che esclude
l'importanza di alcuni aspetti del pensiero e della prassi gandhiana
perché a lui estranei o indifferenti. In base a questo modo
di vedere sono le scelte di chi ricerca a determinare cosa interessa
o no di Gandhi, non quello che Gandhi ha veramente detto e fatto.
È vero: nel lontano 1973, quando Giuliano Pontara scriveva il saggio
in questione, il problema del cambiamento politico e il ruolo della violenza
in esso era un problema assillante, che imponeva scelte determinate,
operava cioè come uno schema-filtro, un criterio-guida, appunto,
tendenzialmente totalizzante.
Intendiamoci: chi vuole può tagliare e sezionare
la testimonianza gandhiana come crede: solo non ci venga poi a dire che
ha così inteso addirittura ricostruire il messaggio gandhiano.
In questo modo, sarebbe interessante del passato solo ciò che è
affine al nostro presente. Non saremmo più in grado di accogliere
del passato l'alterità, di espandere così la nostra
coscienza oltre i limiti del nostro vissuto e di ciò che esso detta
come imperativo o come significativo. Chi vuole veramente accertare
se vi sia un messaggio gandhiano, deve ascoltare Gandhi, nelle sue parole
e nelle sue azioni, e non porre in anticipo il problema se e in cosa sia
significativa e rilevante per noi oggi la sua testimonianza. Da una ricerca
veramente spregiudicata ed obiettiva su Gandhi emergeranno senza
dubbio anche aspetti per noi irritanti (ad esempio le sue idee e i suoi
comportamenti nel campo della sessualità, nei rapporti con le donne,
o la sua concezione della povertà “volontaria”, ecc.):
il fatto che lo siano testimonia solo che Gandhi era diverso da noi,
che non rientra nei nostri schemi. Del resto, è un vecchio problema
della ricerca storica, che Umberto Eco, parlando di tutt'altro, ha chiarito
con estrema lucidità. Quando trattiamo del passato ci possono essere
due modelli di comportamento: quello della «ricostruzione filologica»
e quello del «rabberciamento utilitaristico».
Quando il passato viene continuamente riutilizzato come contenitore, perché
in qualche modo ci si vive dentro, siamo nel secondo modello, e il nostro
rapporto con esso è guidato dalle nostre ossessioni, dai nostri
problemi ed interrogativi: è un po' come se il passato fosse
ancora vivo in noi. Così succede a Gandhi: c’è un’espressione
di Gianni Sofri che mi sembra assai significativa, e in ogni caso indica
proprio questa impossibilità di “allontanare” Gandhi
dal nostro mondo, di renderlo semplicemente oggetto di uno studio asettico,
estraneo e ininfluente per la nostra vita. Egli infatti in un suo saggio
confessa apertamente: «Gandhi ci serve ancora».
Il revival di Gandhi è segno di tutto questo. Ed è
in espansione: quello che, in altri tempi, Giuliano Pontara tralasciava,
adesso viene recuperato. Ci si deve augurare che nel recupero si faccia
spazio a tutto Gandhi, si sappia guardare a fondo alla sua testimonianza,
si rispetti la sua alterità in quanto tale. La scoperta di
questa alterità è preziosa, a ben vedere, perché
l'incontro con l'altro sempre ci mette in discussione: l'atteggiamento
critico non è solo il porre l'altro sotto il riflettore del giudizio,
ma anche lasciarsi porre sotto questa stessa luce dall'altro.
Più in profondità rispetto a questo primo
modello, se ne riscontra uno più sottile e pervadente, spesso
presente in molti ricercatori soprattutto occidentali: lo scarso controllo
del punto di vista ancora «eurocentrico» e occidentalistico.
Ci possono essere diversi aspetti di questo «eurocentrismo»:
non tutti dello stesso tenore, alcuni inevitabili perché parte
stessa della nostra cultura. Non ci sarà certo possibile spogliarci
del tutto di questi punti di vista culturali, anzi, non è nemmeno
necessario. Basta saperli riconoscere e controllare. E soprattutto,
basta non erigerli ad unica chiave interpretativa: sarebbe un vero
errore, specie se affiancato — come dicevamo — ad un disinteresse
per gli aspetti della cultura dell'altro che più ci sono estranei,
o che peggio consideriamo irrilevanti per nostra scelta, da rigettare
e lasciar da parte. Ha detto bene Enrico Fasana: «Non solo Gandhi,
ma nell'insieme l'intera civiltà indiana, riesce di difficile
comprensione al mondo occidentale»...
Anche questa è una faccenda di grande urgenza, se vogliamo, nei
nostri tempi. Si fa un gran parlare di società multietnica, multiculturale,
ma è evidente agli occhi di tutti che si fatica a dialogare con
cultura altre, che questo dialogo è in gran parte da inventare,
e che ci mancano criteri sereni per affrontarlo, visto che la tendenza
ancora diffusa è quella di leggere l’altro sull’unica
misura dei propri criteri di giudizio.
Un secondo punto su cui riflettere, se vogliamo muovere
verso una ricerca critica, riguarda il rapporto che poniamo in essere
fra esperienza cognitiva, mentalità, da una parte, e comportamenti,
vissuti dall'altra. Una studiosa americana, Joan V. Bondurant,
che aveva dedicato le sue ricerche al satyagraha gandhiano, si
recò da Gandhi nel 1946 per un colloquio, e si sentì dire:
«Il satyagraha non è un soggetto di ricerca — voi
dovete farne esperienza, usarlo, vivere in esso».
Gandhi ci ha lasciato questo aperto richiamo alla pratica diretta, che
ci mette in guardia dal ridurre lui e soprattutto la sua testimonianza
a semplice oggetto di conoscenza. Egli ha intitolato la sua autobiografia
“storia dei miei esperimenti con la verità”: non ha mai
creduto che quel che lui pensava e diceva o andava facendo dovesse diventare
un modello, ma ha spesso invitato coloro che incontrava a fare altrettanto
nella sperimentazione con la verità e la nonviolenza.
È vero che ci si deve chiedere come può essere
possibile praticare consapevolmente e deliberatamente qualcosa che non
si conosce. L'invito gandhiano non mi sembra del resto escludere il bisogno
di conoscere quel che si vuol praticare.
Rispetto ad un uso mitologico, peregrino e acritico di
Gandhi
sarebbe quindi altrettanto grave il “museificare” Gandhi, ossia
farne qualcosa di totalmente indifferente, oggetto solo di studi accademici
e attività filologica: ridurlo ad un'esperienza estranea, non significativa
per l’uomo d’oggi e di domani. Come si può comprendere
a fondo un messaggio come quello gandhiano senza che noi stessi avviamo
i nostri esperimenti con la verità? Gandhi stesso delegittima
qualsiasi interpretazione del suo messaggio che sia “astratta”,
cioè separata dalla vita di chi interpreta. Mi sembra che corriamo
però meno questo secondo rischio: troppi ponti collegano ancora
il mondo di Gandhi con il nostro, certi suoi problemi con i nostri,
e questi legami sono significativi al pari del fiume dell'alterità
che ci separa da lui e dal suo mondo.
Insomma, la questione Gandhi è ancora aperta: si
tratta di andare alla ricerca della figura di Gandhi nella sua totalità.
Cerchiamo quindi di accostarci a Gandhi con scienza e con coscienza,
ossia con la curiosità di conoscerlo per quello che era, e con
il coinvolgimento necessario a percepire i valori di cui era portatore,
nonché con la volontà di cambiare, trasformare la vita
ed i comportamenti. Non è importante quanto le sue conoscenze,
i suoi valori e le sue azioni siano diversi dai nostri: lo sono di fatto,
e nessun messaggio, nessuna azione gandhiana può essere presa come
una panacea universalmente applicabile. Resta nostra e solo nostra
la scelta riguardo a se e come accogliere questo o quel messaggio, questa
o quella testimonianza gandhiana, ma soprattutto riguardo a se e
come, per quanto possibile, metterci in gioco nel praticare a nostra
volta “esperimenti” con la verità e la nonviolenza.
|