Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
Abbonamento annuo Euro 29.00.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Mai come in questo momento è così evidente
il fallimento del ricorso alle armi per la composizione dei conflitti
e mai come ora si fanno i conti con i limiti politici della Comunità
internazionale nel costruire e mantenere la pace.
Da più di dieci anni in Kosovo è
in atto un tentativo di cambiamento culturale della società albanese
sulla linea della nonviolenza. Da più di dieci anni i leader politici
albanesi bussano invano alle porte della Comunità internazionale
per trovare una soluzione equa, secondo le leggi internazionali, al grave
conflitto in cui si trovano coinvolti. Ma per la diplomazia degli Stati
dieci anni di resistenza nonviolenta sono pochi: la nonviolenza viene
interpretata semplicemente come moderatismo politico e situazione non
a rischio. Anche in Kosovo, come in tutte le altre parti del mondo, solo
le armi sembrano costringere la macchina internazionale a muoversi e così
i focolai di guerra divampano avunque.
Per questo è necessaria una decisa
e corale azione internazionale di società civile. Urge l’intervento
dell’ONU con ampio mandato della Comunità internazionale, per raggiungere
nel più breve tempo possibile almeno questi tre obiettivi:
cessazione immediata di qualsiasi azione armata
rientro dei profughi nelle loro case con garanzia di
presenza internazionale
ripresa del dialogo con la presenza della mediazione
efficace di rappresentanti dell’ONU o della Comunità internazionale.
10 dicembre 1998: 50 anni della Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo. I diritti umani sono la carne ed il
sangue, la vita quotidiana di tante persone. Non possiamo né solo
ricordare, né solo celebrare quel giorno, ma mettere insieme il
nostro impegno e per tutti.
La guerra è l’espressione più
sistematica, più crudele e più istituzionale della violazione
dei diritti umani.
Proponiamo una grande mobilitazione per i diritti umani
in Kosovo
e in tutte le altre situazioni di conflitto
armato nel mondo,
dandoci appuntamento a Prishtina il 10
dicembre 1998.
La mobilitazione si caratterizzerà
e si realizzerà attraverso le attività di singoli e gruppi:
per coinvolgere i mezzi di informazione
per sensibilizzare la società
per valorizzare tutti i gesti e le iniziative delle singole
persone e delle istituzioni per contribuire alla pressione politica
sugli stati e sugli organismi internazionali.
per coordinare la presenza e la permanenza di gruppi
di monitoraggio e di accompagnamento dei profughi in Kosovo.
Siamo coscienti dei tempi strettissimi,
ma non possiamo rinunciare al tentativo di rispondere a un’emergenza che
in Kosovo è già drammatica. Ci rivolgiamo con fiducia a
tutti perché ciascuno dia il contributo che gli è possibile.
INFO: Pax Christi Italia, via Petronelli
6, 70052 Bisceglie (BA), tel. 0803953507 fax 0803953450
e-mail:
Michel Chossudovsky, La crisi albanese,
Edizioni Gruppo Abele, pp. 96, L. 14.000.
Nel febbraio 1997 la crisi albanese scoppia
sullo schermo dei principali media occidentali.
Una rivolta spontanea, di piazza, denuncia
il crollo dei fondi truffa piramidali che avevano accompagnato
negli anni i cosiddetti piani di arricchimento facile sostenuti
dal governo albanese e apertamente sponsorizzati dal Fondo Monetario Internazionale
e dalla Banca Mondiale.
Nell’immaginario collettivo la crisi dell’Albania
assume subito i tratti di un estremo tentativo della popolazione civile,
attraverso i famosi comitati di salvezza di opporsi alla transizione
verso una società caratterizzata da libero mercato.
In realtà le proporzioni della recessione
dimostrano di avere confini molto più estesi, che dai legami tra
Stato e criminalità organizzata si estendono fino all’Accordo di
conferma del 1992, che lo stesso governo albanese aveva firmato con il
Fondo Monetario Internazionale, nell’ambito di un ambizioso piano di riforme
economiche e finanziarie.
Il saggio di Chossudovsky parte proprio
da qui, andando alle radici di una crisi annunciata, ma equivocamente
curata con la medicina economica delle istituzioni di Bretton Woods (il
FMI e la Banca Mondiale).
Una cronaca lucida e documentata che non
assolve le responsabilità delle grandi sovrastrutture internazionali
anche se il movimento di protesta politica non ha identificato il ruolo
giocato dalle istituzioni finanziarie internazionali e dagli interessi
affaristici occidentali nello scatenare il collasso dell’economia albanese.
Ma allora quali sono i veri motivi che hanno portato
l’Albania sull’orlo del disastro economico? In che modo i continui sbarchi
di profughi sulle nostre coste sono stati manipolati dai media? Perché
si è spesso taciuto sul legame tra crimine organizzato italiano
e stato albanese? Perchè alcuni paesi stranieri hanno ancora il
controllo sulle industrie strategiche albanesi e sulla infrastrutture
locali.
WORKSHOP DELLE DONNE W.R.I.
Donne attraverso i confini
Una ventina di donne di diversi paesi (Bosnia, Croazia,
Serbia, Gran Bretagna, Cile, Norvegia, USA, Italia) hanno partecipato
al gruppo tematico. Questi i principali nodi emersi.
Rifugiati
Molti rifugiati sono donne e bambini, e molte donne, soprattutto
nell’ex-Jugoslavia, lavorano con i rifugiati; questo tipo di lavoro è
politico, non solo umanitario, anche se spesso si tratta di aiutare le
donne nel soddisfacimento di bisogni fondamentali come la casa, la salute,
l’istruzione per i bambini.
Dopo un conflitto le donne spesso si ritrovano ad essere
una maggioranza, esse assumono perciò un ruolo cruciale nella ricostruzione
della società.
Il lavoro con le donne rifugiate ha lo scopo di rafforzare
la loro capacità di intervento nella direzione della difesa dei
diritti umani e della costruzione della democrazia.
Bambini
Molte donne sono impegnate nella cura dei bambini e nella
loro riabilitazione in seguito ai traumi subiti durante la guerra. Per
esse è chiaro che i processi di socializzazione influiscono fortemente
sul tipo di cultura di una società, in particolare consentono di
identificare una società come pacifica o come violenta.
In molti degli attuali conflitti etnici gli adulti hanno
ancora buoni ricordi di relazioni pacifiche con vicini, amici, insegnanti
di un gruppo diverso, ma la pulizia etnica implica che la prossima generazione
non avrà più questa esperienza. Questi bambini, diventati
adulti, saranno più vulnerabili alla propaganda nazionalistica
che demonizza gli altri gruppi se non si interviene ora in modo adeguato.
Così anche l’impegno educativo assume una forte connotazione politica.
Trasformazione dei conflitti
Le donne si trovano in genere in una posizione privilegiata
per poter "attraversare i confini", dialogare con le comunità "nemiche",
costruire ponti. Esse infatti, non avendo grandi responsabilità
politiche, essendo ancora in gran parte escluse dai luoghi del potere
sono percepite come più affidabili rispetto alla possibilità
di trovare soluzioni eque, come più oneste e disinteressate nella
loro azione per fermare il conflitto, più aperte all’ascolto.
Questo elemento di forza è però nello stesso
tempo anche un elemento di debolezza. Le buone soluzioni ed i progetti
che le donne realizzano, spesso infatti non hanno molto sostegno e non
possono essere sviluppati, proprio perché esse non hanno accesso
alle "stanze dei bottoni".
Le donne perciò hanno un duplice compito: quello
di accrescere il loro peso politiche nello stesso tempo di cambiare le
strutture e i processi politici stessi, dai modelli patriarcali a modelli
democratici.
Empowerment
Donne uomini devono comprendere che assumere una prospettiva
di genere significa riuscire a lavorare in modo più adeguato.
Gli spazi separati delle donne sono importanti per sviluppare
il loro potere. Un esempio in tal senso è il programma delle Donne
Costruttrici di Pace dell’IFOR.
Il processi di empowerment riguarda aspetti poco visibili
ed interconnessi, come i diritti umani delle donne (compresi i diritti
riproduttivi), la democrazia e la costruzione di culture di pace.
Genere
La violenza contro le donne e la violenza della guerra sono
strettamente collegate; la tolleranza nei confronti della violenza contro
le donne genera società in cui la guerra è inevitabile.
Il problema è come affrontare questi processi senza che gli uomini
si sentano minacciati; come aiutarli a comprendere che la loro liberazione
è intrinsecamente connessa con la liberazione delle donne.
Per molte donne il lavoro per la pace è connesso
con i problemi della vita quotidiana e della sopravvivenza. Sebbene si
possa riconoscere che la guerra è un’attività contrassegnata
dal genere maschile e le donne soffrano anche di specifiche forme di violenza
sessuale in un contesto di guerra (vedi gli stupri etnici di massa), esse
non sono solo vittime. Le esperienze delle donne, le loro capacità
e punti di vista sono molto potenti e spesso sotto utilizzati nel prevenire
e nel porre fine ad una guerra, così come nel costruire processi
di pace. E’ perciò di vitale importanza che le figure di donne
che sono state leaders per la pace siano ricordate e trasmesse nella memoria
collettiva.
A.D.M.
BELGRADO, SERBIA, 1991 - 1998
Donne ancora in piazza dopo sette anni
Il testo del volantino distribuito in Piazza della Repubblica
dove ogni settimana, da sette anni, si riuniscono le donne in nero di
Belgrado
IO CONFESSO
la mia costante attività contro la guerra
che non ho condiviso i pesanti pestaggi delle persone di diversa etnia
e nazionalità, fede, razza, orientamento sessuale
che ero presente all'atto cerimoniale con cui si mettevano i fiori
sui carri armati diretti a Vukovar nel 1991 e a Pristina nel 1998
che ho sfamato donne e bambini nei campi profughi, nelle scuole, nelle
chiese, nelle moschee
che ho spedito pacchi alle donne ed agli uomini nelle cantine di Sarajevo
occupata nel 1993, 1994, 1995
che per l'intero periodo di guerra ho attraversato i muri degli etno-stati
dei Balcani, poiché la solidarietà è la politica
che interessa a me
che ho imparato la democrazia come sostegno alle sorelle, amiche,
attiviste - donne albanesi,. donne croate, donne Rom, donne senza stato
che per prima ho rifiutato i criminali di guerra dello Stato in cui
vivo e poi quelli degli altri Stati, perché considero questo
un atto politico responsabile e civile
che in ogni stagione dell'anno ho insistito perché si mettesse
fine ai massacri, alla distruzione, pulizia etnica, evacuazione forzata
della popolazione, allo stupro
che ho avuto cura degli altri mentre i patrioti si curavano di loro
stessi
Il 9 ottobre 1998 alle 18.30 in Piazza della Repubblica
le donne in nero di Belgrado hanno reso visibile la loro resistenza non
violenta alla guerra. Siamo tutte siamo donne in nero!
INTERVISTA
AL PRETORE TORINESE RAFFAELE GUARINIELLO
Un difensore dei consumatori
e dei lavoratori
Il virtuale Movimento Consumatori Critici persegue,
assieme all’Associazione Consumatori Utenti e molti altri compagni di
strada, gli obiettivi di dare dignità al lavoro delle persone del
sud del mondo e ai consumatori del nostro paese. Abbiamo pensato di sentire
il parere del Pretore Raffaele Guariniello perché pensiamo che
persegua i medesimi obiettivi: se non nei metodi utilizzati, perlomeno
nelle intenzioni e nei fatti.
Pretore del
lavoro presso la Pretura Circondariale di Torino, sezione infortuni sul
lavoro, Guariniello è salito diverse volte agli onori delle cronache
per aver portato in tribunale aziende internazionali come Michelin, Fiat,
le aziende petrolifere, la Moulinex e molte altre, colpevoli di non aver
tutelato la salute dei propri dipendenti nei luoghi di lavoro, o addirittura
di averli sottoposti a controlli vietati dalle più comuni regole
lavorative. Per quanto riguarda la tutela dei consumatori invece, la sua
opera ha portato all’individuazione di molte truffe nel campo dei medicinali,
dei giocattoli e soprattutto in quello alimentare. Sue sono state per
esempio le segnalazioni relative alla vendita di carne infetta durante
l’esplosione del morbo della "mucca pazza".
Intervista a cura di Paolo Macina
Partiamo da un dato di fatto. Attualmente, un consumatore
che ritiene di aver subìto un’ingiustizia ha tre enti a cui rivolgersi
per far valere i suoi diritti: la magistratura, le autorithy e i movimenti
dei consumatori. Cosa ne pensa di questi ultimi? Sono un buon complemento
ai primi due?
Ci sono anche gli organi di vigilanza preposti: per esempio, nella
tutela degli infortuni derivanti da prodotti elettrodomestici ci si può
rivolgere al Ministero dell’Industria, anche se si tratta sempre di un ente
istituzionale. Il problema delle associazioni di consumatori è che
molto spesso sono tagliate fuori dalle informazioni importanti, che permetterebbero
loro di fare azioni concrete. Come fanno ad esempio a venire a conoscenza
degli infortuni domestici? Bisognerebbe che le persone interessate si rivolgessero
di più a loro, ma i più non sanno nemmeno dove si trovano.
Sulla carta la funzione delle associazioni di consumatori è fondamentale,
però bisogna tradurla in pratica. Il loro lavoro potrebbe essere
ancora più importante se le associazioni si inserissero in un contesto
che le consentisse di reperire le informazioni.
Il nostro movimento si occupa di problematiche legate
al consumo che vanno un po’ oltre il rapporto qualità/prezzo che
contraddistingue il lavoro delle altre associazioni di consumatori. Le
elencherò alcune delle attività di cui il Movimento Consumatori
Critici si occupa: finanza etica, consumo equo e solidale, gruppi di acquisto
da produttori locali, campagne di pressione e boicottaggio. Ne conosce
qualcuno? Ha qualche opinione in proposito?
Devo confessarle che fino ad ora non le conoscevo. Ma tutte le iniziative
sono preziose, in particolare quelle che conducono ad azioni concrete, che
non sono solo affermazioni astratte. Ci sono stati dei casi in cui noi abbiamo
utilizzato le documentazioni che alcune associazioni possedevano, ma ho
constatato che è raro che accada il contrario. Penso che questo atteggiamento
sia sbagliato. Sarebbe bene che si rivolgessero a tutte le possibili autorità,
per stimolare e combattere l’inerzia che le contraddistingue. Le associazioni
inoltre non dovrebbero solo occuparsi di problemi specifici, ma dovrebbero
anche porre il problema della politica che si segue nel nostro paese in
materia di consumo e nel mondo del lavoro. Purtroppo le leggi attribuiscono
la competenza in questo campo al Ministero dell’Industria, il quale a tutt’oggi
non ha organizzato una effettiva vigilanza. Su questo bisognerebbe intervenire.
Ma dare le deleghe in questo campo al Ministero dell’Industria,
non è un po’ dare al controllato la facoltà di fare il controllore?
Il fatto che la vigilanza sia stata data al Ministero dell’Industria è
discutibile. Di fatto le leggi prevedono che sia questo Ministero che se
ne occupi, e quindi bisogna che si dia da fare. Penso però che anche
attribuendo le competenze ad un altro Ministero ci sarebbe la stessa inerzia,
perché i problemi di mancanza di personale li hanno tutti.
Una associazione non governativa molto affine al nostro
movimento per ideali e metodi di lotta, Greenpeace, ha deciso un’azione
di boicottaggio contro la Chicco, per protestare contro l’uso degli ftalati
nei giocattoli. Anche lei si è interessato allo stesso problema.
Non pretendo che un uomo di legge sia favorevole a certe forme di protesta,
ma lei cosa ne pensa? Le considera almeno legittime?
Noi dobbiamo partire dalla convinzione che ci sono le leggi che ci permettono
di risolvere il problema. Bisogna che queste leggi non rimangano solo scritte
sulla carta. Per far questo, ognuno ha i suoi strumenti.
Pensa sia probabile
che, in un prossimo futuro, una legge come la nostra 626 sulla salute
nei posti di lavoro possa essere esportata anche nei paesi del sud del
mondo, oppure sarà più facile che venga rivista al ribasso
in Italia, a causa degli influssi della globalizzazione?
Molto spesso i
Paesi in via di sviluppo hanno le leggi più avanzate sul piano
della tutela del lavoro. Il problema quindi non è di estendere
le leggi, ma di metterle in pratica. E’ lo stesso problema che abbiamo
anche noi in Italia, non occorre andare molto lontano per trovare mancate
applicazioni alle normative.
Noi ci siamo proprio trovati di fronte ad una situazione
del genere quando la Nike, dopo una campagna di pressione internazionale,
ha accettato di seguire un codice di condotta a tutela dei suoi lavoratori,
ma ha scelto personalmente l’organizzazione che avrebbe dovuto effettuarne
il monitoraggio. Un’ultima domanda: ha scelto lei di occuparsi di diritti
dei consumatori e dei lavoratori alla Pretura del Lavoro di Torino o è
stato un caso?
No, è stato semplicemente un caso.
MAESTRI DEL PENSIERO INDIANO / 9
Tagore, poeta e filosofo bengalese
di Claudio Cardelli
Dopo la morte del sovrano Aurangzeb (1707), l’impero
Moghul si frammentò in una costellazione di piccolo stati musulmani
e indù. La loro debolezza diede agli Europei la spinta per tentare
l’espansione nel vasto sub continente.
Sconfitti rapidamente i Francesi, la Compagnia inglese
delle Indie nel 1757 assunse sul Bengala un controllo effettivo che estese
progressivamente sul resto dell’India. Ebbe inizio, in tal modo, la lunga
dominazione inglese sulla penisola indiana (1757-1947).
La lingua inglese penetrò tra le classi colte
della società indiana, che spesso inviavano i figli a perfezionare
gli studi in Inghilterra (si veda l’esempio di Gandhi).
Si sviluppò un vivace scambio tra la cultura inglese
e quella indiana: un noto scrittore, Rudyard Kipling (1865-1936), nato
a Bombay da genitori inglesi, trasse ispirazione dall’India per le proprie
opere. Basti citare il romanzo Kim e i racconti dei due Libri
della giungla.
La vita di Tagore
Rabindranath Tagore (Calcutta 1861-1941) apparteneva
ad una delle più ricche e influenti famiglie del Bengala. Il nonno
fu un attivo partecipante al movimento religioso Brahmo-Samaj (Società
di Dio), fondato nel 1828 da Raja Rammohun Roy, che intendeva conciliare
la concezione monoteistica di Dio con il panteismo indù, purificando
l’induismo dall’idolatria, dall’eccessivo ritualismo e dalle caste.
Il padre di Tagore fu il capo di un ramo, da lui riformato,
della Società di Dio e fondò l’eremo di Shanti Niketan
(Asilo di Pace). Rabindranath istituì presso tale eremo una Università
di tipo nuovo, dove si insegnavano in Sanscrito, il Bengali, l’inglese,
le matematiche, le scienze fisiche e naturali, la storia, la geografia,
la musica e le belle arti. All’ombra di grandi alberi, gli allievi si
esercitavano nell’agricoltura, nel lavoro manuale e nella ginnastica.
Dopo l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura
nel 1913, Tagore fu insignito dal Governo inglese del titolo di Sir
ma non esitò a rinunziarvi nel 1919, quando i disordini del Panjab
vennero brutalmente domati dalle truppe inglesi con la violenta repressione
di Amritsar. Tagore incontrò varie volte Gandhi, ma non appoggiò
apertamente il suo programma tendente all’indipendenza dall’Inghilterra.
L’Oriente per il poeta ha molto da imparare dall’Occidente: le libertà
individuali e sociali, il progresso civile; e l’Occidente dall’Oriente:
la serenità, la pace dello spirito, il gusto della meditazione
e del silenzio. Su questi temi è uscita in italiano la raccolta
di saggi: Tagore, La civiltà occidentale e l’India, Boringhieri,
Torino, 1986.
L’opera letteraria
Scrisse in due lingue: il bengalese e l’inglese; di molte
sue opere preparò egli stesso le due redazioni. La vasta produzione
del poeta e filosofo bengalese comprende romanzi, drammi per il teatro,
raccolte di poesie. Compose anche le musiche che accompagnano le poesie:
non va dimenticato che le poesie di Tagore sono fatte per essere cantate,
non recitate o lette mentalmente. Si trattava di un canto teso a rasserenare,
placare le passioni dell’anima.
Le raccolte poetiche più note in Italia sono:
Gitanjali (Offerta di Canti, 1912) e Il Giardiniere, 1913.
Tagore si ispira ai sentimenti che danno un significato alla vita: l’amore,
la fratellanza, la presenza di Dio, il mistero della natura. Spesso, in
Gitanjali si rivolge direttamente a Dio, come avviene nei Salmi
biblici.
Presentiamo ora alcune liriche nella traduzione dall’inglese
di G. Mancuso: Poesie, Newton Compton Editori, Roma, 1975.
Mi hai fatto senza fine questa è la tua volontà. Questo fragile vaso continuamente tu vuoti continuamente lo riempi di vita sempre nuova. Questo piccolo flauto di canna hai portato per valli e colline attraverso esso hai soffiato melodie eternamente nuove. Quando mi sfiora le tue mani immortali questo piccolo cuore si perde in una gioia senza confini e canta melodie ineffabili. Su queste piccole mani scendono i tuoi doni infiniti. Passano le età, e tu continui a versare, e ancora c’è spazio da riempire.
(Gitanjali, 1)
Il giorno che la morte busserà alla tua porta, cosa le offrirai? Porgerò alla mia ospite la coppa colma della mia vita, non lascerò che se ne vada a mani vuote. Tutta la dolce vendemmia di tutti i miei giorni d’autunno, di tutte le notti d’estate, tutto quello che ho guadagnato, tutto quello che ho spigolato, nella mia vita operosa, lo porgerò a lei, quando alla fine dei miei giorni la morte busserà alla mia porta.
(Gitanjali, XC)
Non andartene, amore, senza avvertirmi. Ho vegliato tutta la notte, e ora i miei occhi sono pesanti di sonno. Ho paura di perderti mentre dormo. Non andartene, amore, senza avvertirmi. Mi sveglio e stendo la mano per toccarti. Ti sento e mi domando: "E’ forse un sogno?" Oh, se potessi stringere i tuoi piedi con il mio cuore e tenerli stretti al mio petto! Non andartene, amore, senza avvertirmi.
(Il giardiniere, XXXIV)
WAR RESISTERS’ INTERNATIONAL
Sulla guerra in Kosovo
La Triennale WRI ha discusso sulla guerra e la crisi
umanitaria in Kosovo.
La conferenza ha criticato il modo in cui la situazione è stata
gestita dai corpi intergovernativi e dai singoli stati:
la loro incapacità a garantire uno spazio per i negoziati durante
il prolungato periodo di tempo in cui gli albanesi del Kosovo adottarono
una corretta politica di azione nonviolenta.
l’aver considerato Milosevic garante della pace nella regione piuttosto
che il maggior responsabile degli atti criminali perpetrati in nome
del popolo serbo.
la loro insistenza che il problema dovesse essere dibattuto all’interno
della Repubblica Federale Yugoslava.
il rifiuto di quegli stati che hanno respinto i profughi della FRY
(Repubblica Federale Yugoslava) e specialmente l’insensibilità
di quegli stati che restituivano i Kosovi alla guerra e consegnavano
i disertori nelle mani dell’esercito Yugoslavo.
la trama di menzogne intessuta dal Gruppo di Contatto al tempo in
cui si necessitava di una esplicita e chiara spiegazione di che genere
di azioni era in grado di prevedere e in quali circostanze – il che
escluse una più ampia panoramica delle opzioni di risoluzione
pacifica.
La conferenza ha sottolineato le conseguenze catastrofiche della violenta
strategia dell’Esercito di Liberazione del Kosovo in risposta ad un
regime spietato.
Oggi la necessità prima è fermare lo spargimento di
sangue, appoggiare un sicuro e volontario ritorno dei profughi, creare
le condizioni ideali per la ricostruzione e mettere in moto un processo
per raggiungere una soluzione politica a lungo termine e la smilitarizzazione
della regione.
Una soluzione a lungo termine richiede il riconoscimento dei diritti
umani e politici di tutto il popolo del Kosovo. Il governo serbo ha
reclamato il diritto di mantenere la sovranità sul territorio
del Kosovo sulla base dell’integrità territoriale. Ma concordemente
con gli standard internazionali un qualsiasi stato che muove guerra
contro una parte della popolazione dovrebbe essere privato del sua legittimità
e di conseguenza del suo diritto a governarla o a governare il territorio
che abitano, e un gruppo etnico ha il diritto alla secessione da uno
stato sotto il quale è sistematicamente perseguitato.
Perciò ci siamo rivolti all’UN e all’EU, e ai singoli stati,
per far applicare una sanzione politica che hanno così a lungo
evitato e che crediamo otterrà un impatto più utile delle
sanzioni economiche: finché il governo Yugoslavo non sospenderà
i suoi attacchi alle città e ai villaggi del Kosovo e non permetterà
un completo controllo della situazione in Kosovo, e finché non
aprirà una finestra di dialogo, mediata da organi internazionali,
con le rappresentanze degli albanesi del Kosovo, la UN, l’Unione Europea
e i singoli stati dovrebbero prontamente
ritirare il riconoscimento al diritto dei serbi di reclamare l’integrità
territoriale rispetto al Kosovo.
avviare un procedimento per venire a conoscenza delle richieste di
tutta la popolazione del Kosovo sul futuro del territorio.
La conferenza ha preso in considerazione una gamma di proposte per
una soluzione nonviolenta in risposta all’attuale situazione.
A decorrere da subito:
ci appelliamo agli affiliati del WRI (War Resisters’ International)
e ai gruppi pacifisti in Europa per prendere in considerazione un picchettaggio
delle ambasciate o i consolati della FRY, a cominciare dal 21 ottobre
allo slogan "Fermate la guerra in Kosovo".
consigliamo che un ulteriore obiettivo per le azioni di protesta prenda
in considerazione occasioni a cui prendano parte gruppi rappresentanti
della FRY.
abbiamo urgentemente bisogno di un miglior sistema per tenere in contatto
tutti i NGOs internazionali che si adoperano sul problema del Kosovo.
dobbiamo urgentemente supportare le iniziative contro la guerra degli
antimilitaristi e dei gruppi pacifisti in Serbia e le voci nonviolente
in Kosovo, compresi quei serbi e altre minoranze che si oppongono alla
politica di Belgrado e desiderano vivere in pace con gli albanesi.
ci appelliamo a tutti gli stati affinché riconoscano il diritto
di asilo politico ai profughi del Kosovo e ai war resisters della Repubblica
Federale Yugoslava.
8. A lungo termine
ci appelliamo agli affiliati del WRI e alle associazioni pacifiste
per supportare maggiormente l’operato del Team di Pace Balcanico (Balkan
Peace Team) per il dialogo interetnico e per incoraggiare una serie
di iniziative per una società civile –specialmente per contribuire
a raccogliere dei validi volontari, e rafforzare i fondi del BPT.
chiediamo agli affiliati del WRI di prendere in esame altre iniziative
d’intervento internazionale a carattere nonviolento e di supporto ai
gruppi locali quando questi poggino su richieste di persone coinvolte
nella situazione e organizzate in stretto rapporto con essi.
(Howard Clark, War Resisters’ International,
Trad. di Alberto Corradi)
OBIETTORI PIGNORATI
Libri e quadri per la pace
E’ ormai il nono anno (dall’obiezione del 1982 per la
dichiarazione dell’anno precedente) che veniamo pignorati per l’obiezione
di coscienza alle spese militari. La nostra obiezione puntava, e punta
tuttora, al raggiungimento di tre obiettivi: 1) il riconoscimento dell’importanza,
per il nostro e per altri paesi, dell’organizzazione di una difesa nonviolenta;
2) il diritto, per gli obiettori di coscienza in servizio civile, di partecipare
a missioni di pace all’estero; 3) il diritto, per il cittadino, di pagare
per una difesa nonviolenta invece che per una difesa armata. I primi due
di questi obiettivi sono già stati raggiunti con l’approvazione
della nuova legge per l’obiezione di coscienza al servizio militare che
prevede la ricerca e la sperimentazione di forme di difesa civile non
armata e nonviolenta, e la possibilità, per gli o.d.c. in servizio
civile di partecipare a missioni di pace all’estero, come ad esempio quelle
finalizzate alla prevenzione dell’esplosione di conflitti armati. Per
questo abbiamo deciso di interrompere il nostro atto di disobbedienza
civile e da quest’anno nella nostra dichiarazione non figura più
la voce "detrazione per O.S.M.". Ma come stimolo al raggiungimento
del terzo obiettivo, per le obiezioni già fatte negli anni precedenti,
continuiamo a ricorrere al pignoramento ed alla vendita all’asta anche
se questa strada, ci comporta un pagamento, a causa della mora e del fatto
di aver già dato quella cifra per progetti di pace, di quasi tre
volte superiore a quello che avremmo pagato al momento dovuto. Per cercare
di ridurre questa spesa "aggiuntiva" abbiamo deciso di pagare
direttamente la metà della cifra che ci viene contestata, ma di
cercare di recuperare almeno parte della restante somma attraverso la
vendita di libri sulla pace e la nonviolenza, ottenuti con sconti, e di
quadri o sculture donateci dagli autori come appoggio alla nostra lotta.
Annaluisa ed Alberto L’Abate
Firenze
DOPO LE 35 ORE…ARRIVANO LE 36
Orario di servizio: una risposta chiara!
Il Ministro Andreatta, in risposta all'interrogazione
parlamentare n 4-15764, del 14.09.98, presentata dagli On. Chiavacci e
Ruzzante, dichiara, tra l’altro, che " … per nessun lavoratore
dipendente è previsto un orario di servizio superiore alle 36 ore
settimanali, la Difesa provvede costantemente a sensibilizzare gli Enti
convenzionati affinché si attengano anche per gli obiettori a tale
orario di servizio. Tuttavia, per particolari esigenze d'impiego, l'orario
potrà essere protratto fini ad un massimo di 40 ore settimanali.
Il superamento del predetto monte ore non consentirebbe, tra l'altro,
agli obiettori di coscienza la fruizione di un periodo sufficiente di
ore libere dal servizio."
Finalmente il Ministro fa chiarezza e conferma ciò
che noi andiamo sostenendo da anni.
A questo punto la parola passa agli obiettori in servizio,
i quali, finalmente supportati da una dichiarazione ufficiale, potranno
aprire contenziosi in tutti quegli enti che richiedessero orari di servizio
superiori, di norma, alle 36 ore e, in casi eccezionali, alle 40.
Attendiamo segnalazioni in merito.
BRUNO MUNARI (1907-1998) ARTISTA E DESIGNER, E’ MORTO A
MILANO IL 30 SETTEMBRE
Giocare con l'arte, per educare i bambini a fare la pace
di Loretta Viscuso
Quando ho saputo della scomparsa di Bruno Munari, ero a Faenza, al Museo
Internazionale della ceramica e stavo frequentando uno dei laboratori
ideati da lui: "Giocare con le parole".
Mi piacerebbe, giocando con le parole, riuscire a dare
l'idea di cosa succeda nei laboratori che usano il metodo 'giocare con
l'arte', da lui ideato, e mettere a fuoco il legame esistente tra questo
metodo e l'educazione alla pace.
In molte scuole materne ed elementari per le attività
artistiche, si mettono in mano ai bambini un insieme di strumenti e tecniche
molto limitato: pennarelli e plastilina. Per la pittura solo tempera.
Molti bambini, che magari non sentono questi mezzi adatti alla loro sensibilità,
stancamente elaborano qualcosa.
Qualche volta la scuola si incarica di "educare" la loro
fantasia costringendola a rispettare gli schemi dell'insegnante.
Il problema è dare a ciascuno la possibilità
di usare il "suo" mezzo espressivo, che non può essere uno per
tutti.
E' indubbio che una persona creativa possieda una propria
particolare elasticità mentale e prontezza nel capire i problemi.
Già in età prescolare si può quindi cercare di stimolare
la creatività preparando per le prossime generazioni uomini e donne
più liberi, più pronti a capire, e ad adattarsi a qualunque
situazione.
"E' quasi impossibile" dice Munari "modificare
il pensiero di un adulto, allora dobbiamo occuparci dei bambini. Gli uomini
e le donne che formeranno la società futura sono già qui
ed hanno 3 anni, 5, 7... Se noi ci occupiamo di cambiare la società
in meglio, dobbiamo occuparci di questi individui che sono già
qui con noi."
Queste idee, e molte altre ancora, portarono alla realizzazione,
nel 1977, del primo laboratorio di gioco con l'arte alla Pinacoteca di
Brera a Milano.
Da allora di laboratori di questo tipo ne sono sorti
molti in tutto il mondo. In Italia: Faenza, Prato, Milano, Verona, Trieste...
Cosa succede dentro queste stanze?
Proviamo ad aprire la porta, vediamo una insegnante con
un pennarello in mano.
Sta facendo vedere quanti tipi di segni diversi si possono
fare se si cambia il modo di impugnare il pennarello, la velocità,
la pressione o il materiale su cui si fanno i segni. Fare arte non significa
procedere a caso, non avere regole, esiste, come in tutte le cose che
si imparano, anche qui una grammatica: dell'educazione visiva. E' partendo
proprio dalla conoscenza di questa grammatica, e quindi accettando queste
regole, non come dei limiti, ma come dei punti di partenza, che i bambini
procedono nella loro sperimentazione.
Subito diventa un gioco, e i bambini iniziano a tracciare
segni senza complessi, senza paura di sbagliare. Vogliono provare tutto,
sperimentare quello che c'è. L'insegnante ha avuto l'attenzione
di fare vedere loro con cura ogni possibilità nell'uso dello strumento.
Dopo una prima fase di effetti casuali, alcuni bambini cominciano a volere
fare qualcosa di preciso, usando quello che hanno appena provato a fare.
L'insegnante non ha suggerito temi particolari ed ognuno
fa qualcosa di diverso. Due piccoli guardano per un po' i più grandi.
Marta, 7 anni, scopre che il pennarello si può tenere con due mani
e che lo si può fare rotolare sul foglio. Tutti si fermano, guardano,
vogliono provare anche loro. La scoperta di uno diventa ricchezza di tutti.
Qualcuno è più lento, chi ha già
finito, si avvicina disponibile ad aiutare.
Sui disegni finiti non ci sono giudizi di valore: sono
diversi.
Qualcuno vuole forse dire qualcosa sul suo lavoro?
Ognuno torna a casa con qualcosa in più, leggero.
Qualche volta i laboratori sono condotti con bambini
di età diverse, proprio per favorire un clima di cooperazione.
Oppure qualche volta genitori e figli giocano insieme a creare qualcosa.
Ogni volta un esperimento diverso: un giorno si può
giocare con gli acquerelli, a fare pittura delicatissima, un'altra volta
giochiamo con i pigmenti e le uova e facciamo la tempera all'uovo. Si
possono usare le spugne, le riviste per fare dei collage, tante cose per
fare delle piccole sculture (sassi, paglia, rami, polistirolo, ...). Si
può giocare con la propria foto e le carte trasparenti, oppure
con la luce del proiettore...
SI E’ SVOLTA IN CROAZIA A SETTEMBRE
La XX° Triennale W.R.I.
Scegliere insieme la pace
di Angela Dogliotti Marasso
Lo scorso settembre, dal 19 al 24, si è svolta
a Parenzo, in Croazia, la XX° Conferenza Triennale della War Resisters’
International, l’associazione internazionale di cui il Movimento Nonviolento
è la sezione italiana, fondata da gruppi di obiettori di coscienza
e antimilitaristi di diversi paesi europei nel 1921 in Olanda.
E’ stato un appuntamento importante per riallacciare
collegamenti a livello internazionale e stabilirne dei nuovi, per confrontarsi
su alcune questioni all’ordine del giorno nella lotta per la pace oggi
e definire gli impegni prioritari di una movimento che ha nella nonviolenza
il suo fondamento e la sua ragione d’essere.
Circa 300 partecipanti da ogni parte del mondo, tra cui
una folta rappresentanza di persone provenienti da Croazia, Bosnia, Serbia,
Macedonia, Slovenia, Voivodina, e in sessioni plenaria, gruppi tematici
di approfondimento e workshops. Si è discusso di democratizzazione
delle aree colpite dalla guerra, di identità e conflitto di nuovi
sviluppi del servizio militare, di movimenti dal basso e processi di pace,
di azioni delle donne per la pace attraverso i confini…
Una giornata, è stata dedicata a mettere a fuoco
il lavoro per la pace da una prospettiva di genere: tutti i gruppi tematici
si sono concentrati sugli aspetti relativi alle diverse esperienze di
donne e uomini in relazione all’argomento trattato, ed i workshop della
giornata avevano come temi "mascolinità e femminilità",
violenza e genere, mascolinità e militarismo, genere e linguaggio
del corpo…
I gruppi di lavoro avevano un carattere più specifico
e orientato all’azione: il piano strategico della WRI, le reti telematiche,
il programma delle donne peacemakers dell’IFOR, il servizio civile come
satrumento di intervento nonviolento, il training nonviolento e l’educazione.
Alcuni di essi avevano carattere regionale, per analizzare la situazione
in alcune aree; i gruppi di lavoro sull’Africa, su Timor Est, sull’Indonesia,
sul Kossovo, sul BalKan Peace Team…
La questione del Kossovo è stata discussa in diversi
momenti ed è stato oggetto di un documento votato dal Consiglio
della WRI (vedi a pag. 6).
Al termine delle 5 giornate si è aperta la fase
organizzativa interna, con la prima riunione del nuovo Consiglio, eletto
durante il Congresso.
Negli ultimi anni abbiamo seguito meno la vita interna
della WRI, dovremmo riprendere un impegno più assiduo, come ci
chiedono, sia per dare alla ricca esperienza italiana una dimensione più
ampia, sia per ricevere dal contatto internazionale, stimoli e contributi
per un sempre più adeguato impegno nella prospettiva della lotta
pere la pace e della rivoluzione nonviolenta.
PROSEGUE IL DIBATTITO SULLA NUOVA LEGGE
230/98
Dopo la riforma: le sfide che ci attendono
di Roberto Minervino
La riforma della Legge 772 ha richiesto, al movimento
degli obiettori e delle associazioni nonviolente ed antimilitariste, più
di un quarto di secolo di lotte e iniziative ma, il nuovo quadro legislativo,
presenta ancora aspetti fortemente contraddittori; infatti, la legge 230/98:
è una brutta legge dal punto di vista dei principi e
delle intenzioni;
è una buona legge perché riconosce, finalmente,
la pari dignità tra difesa armata e non armata ed impegna gli
organismi istituzionali ad avviare ricerca e sperimentazione su questa
strada.
E’ necessario, quindi, riconoscere nuovi terreni di intervento
e, contemporaneamente, identificare possibili alleati, tra i soggetti
coinvolti da questo "nuovo" servizio civile; diventa perciò
indispensabile:
confrontarci con i profondi cambiamenti culturali e politici che hanno
attraversato, dagli anni 70 ad oggi, il mondo giovanile e con esso la
storia del servizio civile; cambiamenti di cui Legge 230/98 è
il prodotto;
salvaguardare, dentro questo servizio civile, spazi per l'educazione
alla nonviolenza e la costruzione della pace, consci che, al di là
del giudizio sulla 230/98, sarà questo il servizio civile con
il quale avremo a che fare almeno per i prossimi 10-15 anni;
non sottovalutarne le conseguenze per la formazione e l’educazione
di intere generazioni.
Abbiamo scelto di non stare alla finestra e identificato
tre momenti possibili di intervento.
L’opposizione al Nuovo Modello di Difesa.
Stiamo assistendo alla delega della gestione della difesa
(armata o meno che sia) ai soli militari professionisti e, nel contempo
alla rinuncia dell'esercizio di uno dei più importanti principi
costituzionali: la partecipazione democratica e responsabile delle/i cittadine/i,
ragione fondante dell’obiezione di coscienza.
Non si tratta di difendere il servizio di leva obbligatorio,
bensì di rifiutare il concetto di delega su cui si basa la professionalizzazione
della FFAA.
Un’occasione storica, unica e irripetibile, per incrinare
parzialmente il monopolio militare della difesa, ci è offerta dalla
legge 230/98, quando,
all’art. 8 comma 2 lettera e), dice che l’Ufficio Nazionale per il
Servizio Civile avrà, tra gli altri compiti, anche quello di
studiare, ricercare e sperimentare forme di difesa non armata e nonviolenta;
all’art. 9 prevede che gli obiettori possano chiedere di essere impiegati
all’estero, in zone di conflitto, in missioni umanitarie ONU, ecc.
Il nostro impegno sarà quindi rivolto verso le
istituzioni e gli enti, affinché questi punti qualificanti della
legge siano di stimolo agli obiettori, per riflettere ed impegnarsi sui
problemi della difesa e, al contempo, contribuiscano alla diffusione della
cultura di pace.
La riflessione sull’intervento nonviolento per la risoluzione
dei conflitti, sulle forze alternative di pace, sulla protezione civile,
deve trovare, nel servizio civile, un terreno di studio e di sperimentazione.
2. Il rispetto dei diritti del cittadino obiettore
e la piena realizzazione del diritto soggettivo.
Con le condizioni ostative, i limiti temporali per la
presentazione della domanda, la poca chiarezza di molte sue parti, la
legge 230/98 prefigura la possibilità che a molti, troppi giovani,
venga negato il diritto all’obiezione di coscienza.
Aspettiamo di vedere se le rassicurazioni del Governo,
tese a fugare queste nostre preoccupazioni, corrispondano effettivamente
a verità e, nei rapporti con la futura Consulta Nazionale e l’Ufficio
Nazionale per il Servizio Civile, svolgeremo un’attività di controllo,
non mancando di denunciare con forza eventuali storture.
Insisteremo e lavoreremo affinché l’informazione
su Obiezione di Coscienza e servizio civile sia fatta in maniera corretta
e capillare (così come previsto dalla legge), consci che una buona
informazione è il primo passo per la realizzazione del diritto
soggettivo.
3. La riqualificazione del servizio civile.
Sebbene il servizio civile abbia assunto connotati che
poco hanno a che spartire con la cultura e la prassi nonviolenta ed antimilitarista,
la sua riqualificazione è per noi un punto centrale.
Non intendiamo limitarci a denunciare l’uso improprio
degli obiettori, perché l'esperienza di questi anni ci insegna
che, molto spesso, l'uso improprio fa comodo a tutti: enti, obiettori,
distretti militari, famiglie.
Il problema è capire se vogliamo, effettivamente,
un nuovo servizio civile o se ci accontentiamo di un semplice adattamento
del vecchio: qualche ente che, grazie a progetti e formazione, rende efficace
il proprio servizio; alcuni, delinquenti, che sfruttano biecamente la
situazione; un'infinità di piccoli abusi, grandi opportunismi,
tanta noia e, alla fine, efficacia quasi nulla.
La nostra speranza è che il dialogo tra associazioni
e Ufficio Nazionale possa finalmente eliminare gli episodi di malcostume,
perché comunque non fanno bene a nessuno, ma ciò non basta:
è necessario smascherare le operazioni di facciata; il dolce far
niente in cui molti obiettori stanno comodi; impedire l'eccessiva frammentazione
degli enti e la loro totale mancanza di progettualità; monitorare
il territorio e le sue esigenze e da lì partire per costruire progetti
efficaci e realmente utili; ricercare possibili sinergie tra enti pubblici
e privati; forzare le Regioni ad avere un ruolo di coordinamento, di promozione
e di vigilanza.
Bisogna evitare che il servizio civile diventi una
sorta di periodo di transizione, tra scuola e mondo del lavoro, un vero
e proprio apprendistato forzato, dalle regole confuse.
Il servizio civile deve essere scuola di cittadinanza
(tra le cui materie deve avere priorità la cultura della pace,
della solidarietà e della cooperazione), che non si esaurisca però
negli interventi all’estero dei soli obiettori pacifisti: bisogna lavorare
contro le violenze dell'emarginazione, del razzismo, della mafia e dell'intolleranza,
a partire dal nostro paese, dalla nostra città.
Attraverso questo servizio civile, la risoluzione nonviolenta
dei conflitti potrebbe diventare facilmente metodologia di uso comune,
uscendo per sempre dal misero orticello degli addetti ai lavori.
Chiusa un'epoca, si tratta di costruire nuove e inedite
alleanze, partendo da un progetto comune che conquisti le nuove giovani
generazioni alla partecipazione, alla cooperazione, alla solidarietà,
alla pace, alla cittadinanza.
Altrimenti, finiremo per trasformare il rifiuto della
cultura militare, che i giovani esprimono attraverso le 54.000 domande
di obiezione di coscienza, in un analogo rifiuto della cittadinanza, della
solidarietà e della pace stessa.
Se non riusciremo a impedire questo, avremo perso tutti
quanti: pacifisti, politici, istituzioni.
I vincitori sarebbero gli alfieri della non cultura
della violenza, del disinteresse sociale, della sopraffazione e della
guerra
Per e contro tutto questo, speriamo nei prossimi mesi
di poter lavorare insieme
CAMPAGNA DI OBIEZIONE ALLE SPESE MILITARI E PER LA DIFESA
POPOLARE NONVIOLENTA
Da "non paghiamo per la guerra" a "paghiamo per la
pace"
I rappresentanti di Associazione per la Pace,
Lega per il Disarmo Unilaterale, Lega Obiettori di Coscienza, Movimento
Nonviolento, Movimento Internazionale per la Riconciliazione e Pax Christi,
riunitisi a Bologna il 6 settembre 1998 per discutere del futuro della
Campagna OSM DPN dopo l'approvazione della Legge 230/98 "Nuove norme
in materia di obiezione di coscienza"
considerato
che l'approvazione della Legge 230/98, rende possibile muovere i primi
passi verso la realizzazione di prime forme di sperimentazione e di
ricerca di difesa non armata e nonviolenta;
che in assenza di un impegno continuativo ed efficace dei movimenti
di base pacifisti e nonviolenti tale possibilità rischia concretamente
di restare lettera morta, enunciato legislativo privo di seguito;
ritenendo importante perciò impegnarsi affinché si dia
seguito a quanto previsto dalla Legge e dalle raccomandazioni approvate
durante il dibattito sulla legge alle due camere;
ritengono necessario dichiarare CHIUSA
la Campagna di Obiezione alle Spese Militari nella
sua forma di campagna di massa di disobbedienza civile, come conseguenza
positiva dell'approvazione della Legge 230/98;
si impegnano conseguentemente per portare all'approvazione dell'assemblea
OSM nazionale 1999 una proposta unitaria e organica che tracci i percorsi
possibili per proseguire il lavoro svolto fino ad oggi, allo scopo di
non chiudere insieme alla Campagna importanti terreni di lavoro politico
che sono solo alla fase della sperimentazione.
Per proseguire le attività avviate in questi
anni si impegnano a dare vita ad un Coordinamento tra Associazioni
che presumibilmente diventerà riconoscibile nello slogan e nel
logo:
PAGA LA PACE - LA PACE PAGA.
Campagna nazionale per un'alternativa nonviolenta allo
strumento militare
Tale coordinamento estenderà le sue attività in due ambiti
e direzioni:
A. Riconoscimento della democrazia (opzione) fiscale
in materia di difesa.
In questo senso si promuoverà la costituzione di un osservatorio
scientifico che verifichi sul piano della proposta politica e legislativa
la possibilità di introdurre strumenti che consentano al contribuente
di sostenere il modello di difesa militare o quello Nonviolento, le
missioni di pace non armate all’estero, ecc...
Si promuoveranno inoltre, tutte le forme di fiscalità alternativa,
attualmente già riconosciute, che consentono di finanziare le
missioni di pace all’estero
B. Interventi di pace all’estero
Si chiederà l’introduzione del riconoscimento delle forme di
diplomazia popolare nel progetto di riforma della legge sulla Cooperazione
Internazionale
Si contribuirà alla formazione degli obiettori di coscienza
disposti a prestare servizio in missioni di pace
Si stimolerà la formazione e organizzazione dei Corpi Civili
di Pace, dei Caschi Bianchi, dei Volontari di pace e di tutto ciò
che si possa configurare come elemento innovativo teso alla realizzazione
di forze di pace alternative alle attuali forze militari.
C. Iniziative per il superamento delle spese militari
e per sottrarre lo strumento difesa al monopolio militare
Si sosterrà con maggiore convinzione la Campagna Venti di Pace
e tutte le Campagne politiche nazionali che lavorano alla riduzione
effettiva delle spese militari, alla riconversione dell'industria bellica,
contro il Nuovo Modello di Difesa e la presenza di basi militari straniere
sul nostro territorio, per la diffusione dei diritti umani e la democratizzazione
dell'ONU
Per denunciare puntualmente in tutt'Italia con iniziative pubbliche
lo stato delle spese e dello strumento militare, si realizzerà
un apposito Centro di Documentazione. Sforzi particolari andranno
fatti in sede di discussione della legge finanziaria
Ritengono importante che nella nuova Campagna
trovino spazio coloro che vorranno proseguire l'obiezione fiscale nella
sua forma di atto di disobbedienza civile, e si impegnano a trasformare
questi atti in momenti efficaci di propaganda e mobilitazione.
Per favorire il passaggio dalla Campagna OSM alla nuova
iniziativa, propongono di affidare all'attuale Coordinamento Politico
della Campagna, i seguenti compiti da svolgere nel corso del 1999:
il proseguimento del lavoro avviato negli ultimi due anni in relazione
alla Rete nazionale Caschi Bianchi, Progetti di formazione OdC, progetto
volontari di pace, campagna Venti di Pace e Centro di Documentazione
su Strumento militare e spese militare ecc…;
la predisposizione per il 1999 di materiale informativo che illustri
e propagandi la trasformazione in atto chiedendo da subito una prima
forma di adesione contributiva;
la predisposizione di un progetto che contempli strumento, organismi
e quanto altro necessario al lancio della nuova campagna da realizzare
nell'anno 2.000
Un documento unitario che riassuma le seguenti proposte
verrà presentato per l'approvazione all'assemblea OSM del gennaio
1999
Bologna, 6 settembre 1998
IL TESTAMENTO SPIRITUALE PER I SUOI LABORATORI
Educare i bambini a non fare i furbi
di Bruno Munari
Non mi piace l’idea di immaginare una anno nuovo ideale,
un tempo ideale per i bambini come per i grandi, o di esprimere un augurio,
un auspicio. Così come non mi piace quando chiedono ai bambini
"tu la città come la vorresti?". Finisce che si esprimono
solo desideri, sogni. Occupiamoci invece della realtà. E la realtà
è che il nostro paese non cambierà se non imparerà
a educare le nuove generazioni. Bisogna che le persone si mettano insieme,
facciano. Sono cambiamenti sul lungo termine, non si può pretendere
che tutto si trasformi subito. E’ un lavoro difficile ma necessario. La
nostra popolazione ha un grossissimo difetto: non ha il senso della collettività.
Siamo un paese di furbi che cercano sempre di approfittare degli altri.
E se noi non cambiamo la mentalità dei bambini, se non gli insegniamo
che essere furbi è una scelta arida, non riusciremo ad aprire una
via verso la civiltà.
Perché il nostro modo di vivere non si può
certo dire civile: siamo nella barbarie, le recenti vicende del governo
lo dimostrano. Allora, un certo signor Piaget ci ha insegnato che è
impossibile cambiare la mentalità degli adulti, mentre sui bambini
si può lavorare. E se si lavorasse bene, per dieci, vent’anni,
ci si troverebbe quel famoso mondo civile bell’e fatto. Certo è
difficile. Perché la scuola può fare tantissimo, ma se un
bambini torna a casa e i genitori lo esortano a comportarsi da furbo,
a imbrogliare per ottenere qualcosa, allora tutto finisce lì. Io
posso fare un confronto tra i bambini giapponesi -sono stato in Giappone
per i miei laboratori- e quelli italiani: i primi sono educati, puliti,
attenti, sanno lavorare con le mani fin da piccoli perché fanno
l’origami fin dalla scuola materna. Gli italiani sono superficiali, violenti,
possessivi. Se trovano un oggetto, se ne impossessano subito, dicono "è
mio, e guai a chi lo tocca". Per un bambino giapponese se un oggetto
è abbandonato, vuol dire che è di tutti, non di nessuno.
Una bella differenza.
Una delle vie per crescere bambini nuovi è certo
quella dei laboratori di creatività. Si prepara la mente a inventare
invece che a procedere in modo ripetitivo, si escludono le soluzioni già
fatte a favore di quelle trovate sul momento. E’ bello vedere l’entusiasmo
dei bambini che si misurano con materiali sconosciuti, li scoprono, ci
lavorano. Lo scopo è di abituare ciascuno di loro a risolvere da
soli i problemi che gli si pongono. Senza bisogno di spiegar loro nulla.
Non serve dirgli "fai questo, fai quello". Se i bambini vedono
qualcuno armeggiare con la carta, si incuriosiscono, vogliono provare
anche loro. Funziona, basta vere pazienza. Ci sono i miei seguaci che
hanno cresciuto passo passo i bambini dalle scuole materne alle media
secondo queste indicazioni. E i risultati si vedono. E’ bello e importante
che laboratori di questo tipo crescano in tutto il mondo, da Gerusalemme
a New York, ai quartieri più disagiati di Rio dei Janeiro: così
piano piano, si lavora sul futuro. In Italia ce ne sono parecchi. E’ un
progetto da costruire senza fretta: si dice alla gente venite a vedere,
guardate come si fa. E così le persone si convincono da sole, senza
bisogno di tanti discorsi. A volte mi capita di rivedere i miei allievi
di dieci, quindi anni fa, gli ex bambini diventati grandi: e sì,
vedo che sono diversi. Più aperti, pronti, capaci di rispondere
con originalità ai problemi che gli si pone.
Per avere tanti bambini così, tanti uomini così,
bisogna farli provare a fare tante cose, tante strade, finché ciascuno
non trova la sua. Da solo, senza spiegargli niente.
MENTRE MILOSEVIC PARLA DI ACCORDI (E LA NATO PREPARA
LE BOMBE)
Il Kossovo può sperare solo nella guerra…o nella pace
Noi speriamo nella guerra. - ci dice Baskim, nostro amico di Pristina.
Da quando ci ha conosciuto siamo "obbligati" a mangiare nella sua trattoria:
quando un albanese ti fa un regalo, non si può rifiutare. Quando
gli chiediamo chi sono i guerriglieri dell'UCK, l'esercito di liberazione
del Kossovo, ride e indica gli altri avventori: tutti siamo l'UCK, tutti
siamo pronti ad arruolarci.
Questa è l'aria che si respira a Pristina, città
principale del Kossovo, provincia della Serbia, a maggioranza albanese;
dal febbraio scorso l'esercito federale jugoslavo ha attaccato alcuni
villaggi al confine con l'Albania, massacrando la popolazione civile accusandoli
di essere terroristi, da allora l'UCK, l'esercito di liberazione del Kossovo,
è uscito allo scoperto, arruolando volontari tra tutti coloro,
e sono molti, che credono che non si possa più vivere sotto i serbi.
Oggi il paese, grande come una regione italiana, è in guerra.
Con l'Operazione Colomba siamo qui, a Pristina per non
lasciare da sole queste persone e per vedere se dalla condivisione può
nascere una strada inaspettata di pace.
Viviamo in una famiglia albanese, ospiti insieme ad una
decina di studenti: tutte le sere, insieme a loro e a qualche centinaio
di giovani della città, ci ritroviamo nel parco in cima alla collina
di Dragodan, sembra di partecipare ad un concerto, ma non c'è musica,
c'è il desiderio di ritrovarsi per questo che è il popolo
più giovane d'Europa, i ragazzi giocano, scherzano, cantano, con
la guerra vicina. Da questa collina si vedono le zone già in mano
all'UCK, comprese le centrali elettriche che forniscono energia a tutta
la Serbia ed a Belgrado.
Fino al 1990 il Kossovo aveva una sua autonomia, all'interno
della federazione: con l'avvento al potere di Milosevic il processo di
"serbizzazione" è stato violentissimo, licenziati tutti gli albanesi,
chiuse tutte le scuole in lingua albanese, intimidazioni e violenze sui
civili per convincerli ad andarsene; dopo la guerra in Bosnia e Croazia
Belgrado ha completato l'opera obbligando i profughi serbi a stabilirsi
qui: così si preparano le guerre, pare che la chiamino "ingegneria
etnica".
In questi 8 anni, ci racconta Femi Agani, numero due
del principale partito (clandestino) albanese, noi abbiamo creato una
società parallela, scuole in albanese nei garage e nei sottoscala,
elezioni e partiti clandestini ed una strategia che ha fatto del dialogo
e della riconciliazione un obiettivo. Almeno fino ad oggi.
Otto anni di dialogo non hanno portato a niente- sostiene
Eroina, 16 anni- forse è una idea sua, forse l'ha sentito dalla
agguerritissima televisione satellitare del Kossovo: due ore di trasmissione
al giorno, tutta la città, o meglio la parte albanese, si ferma
dalle 18 alle 20 ed accende la TV : reportage dal fronte, canti patriottici,
poesie e filmati sulla storia degli albanesi del Kossovo.
In città vivono anche alcune migliaia di profughi
serbi scappati dalla Croazia: ci raccontano che al momento della fuga
il governo di Belgrado ha chiesto loro di scegliere tra combattere in
Bosnia o finire profughi in Kossovo, ora vivono qui da due anni nelle
baracche e lavorano nelle miniere di carbone al posto degli albanesi licenziati.
Tutti ci chiedono che cosa pensa "il mondo" di loro: non pensa niente,
neanche sa che esistete.
Abbiamo incontrato il vescovo cattolico e quello ortodosso,
chiedendo loro quale fosse l'impegno delle loro chiese rispetto al conflitto:
entrambi sono concordi sul fatto che si può solo aspettare che
la guerra finisca, abitano a 200 metri l'uno dall'altro, ma non si sono
mai né incontrati né cercati: in Bosnia e Croazia, dice
Artemjie, il vescovo ortodosso, ci sono state mille dichiarazioni congiunte
delle diverse chiese contro la guerra, ma la guerra c'è stata comunque,
quindi…
Da parte nostra pensiamo ad una presenza qui tra le persone
che aspettano la guerra ed ad una campagna di pressione sul governo italiano
che sta allegramente commerciando con la Serbia di Milosevic: la gente
di qui racconta che la campagna di repressione in Kossovo è stata
finanziata con i soldi dell'accordo Telecom, con pagamento preteso ed
ottenuto da Milosevic in contante. Quando si dice che una telefonata allunga
la vita…
Alberto Capannini
Operazione Colomba
PETIZIONE POPOLARE
A NORMA DELL’ART. 50 DELLA
COSTITUZIONE ITALIANA
Al Presidente del Senato della Repubblica
Al Presidente della Camera dei Deputati
Oggetto: richiesta di una legge che istituisca
un’Autorità Garante della qualità sociale dei prodotti e
che obblighi le imprese a fornire informazioni su prezzi e fornitori come
misure contro il lavoro infantile e la violazione dei fondamentali diritti
dei lavoratori
Come cittadini e come consumatori siamo indignati
per le continue denunce provenienti dall'Italia e dall'estero relative
allo sfruttamento del lavoro dei bambini e al disumano trattamento dei
lavoratori adulti.
Ci rivolgiamo al Parlamento affinché adotti
un provvedimento legislativo che obblighi le imprese a fornire informazioni
complete sul loro ciclo produttivo e distributivo e che istituisca degli
strumenti che mettano i consumatori in grado di scegliere i prodotti in
base alla loro qualità sociale.
Chiediamo che il provvedimento legislativo preveda:
1 - L’istituzione di un'Autorità Garante
della qualità sociale dei prodotti con il compito di verificare
se i prodotti distribuiti in Italia sono stati ottenuti, in ogni fase
della lavorazione, nel rispetto dei fondamentali diritti umani, economici,
sociali e sindacali, indicati nelle Convenzioni sottoscritte dall'Italia.
L'Autorità avrà pieni poteri di indagine in Italia, mentre
all'estero si avvarrà dell' azione investigativa di Istituzioni
Internazionali competenti, di sindacati, di organizzazioni non governative,
di enti di controllo indipendenti.
2 - L’obbligo per le imprese produttrici e commerciali
di redigere e fornire all'Autorità Garante un rapporto annuale
sui loro fornitori e sulle aziende appaltate e sub-appaltate in Italia
e all'estero.
3 - L’obbligo per le imprese produttrici e commerciali
di segnalare all'Autorità Garante la composizione del prezzo dei
loro prodotti, distinta per luoghi d'origine e componenti.
4 - L’obbligo per le imprese commerciali di indicare
su tutti i prodotti il paese di origine. Nel caso di prodotti che incorporano
componenti o fasi di lavoro avvenute in più paesi, si indicherà
quello che, in ore di lavoro, ha contribuito maggiormente alla manifattura
del prodotto.
5 - Il diritto dei cittadini ad accedere a tutte
le informazioni raccolte dall'Autorità Garante.
6 - La creazione di particolari etichette, assegnate
dall'Autorità Garante, per segnalare ai consumatori il livello
di qualità sociale dei singoli prodotti sulla base delle condizioni
suindicate.
7 - L’applicazione di sanzioni nei confronti delle
imprese che non forniscono le informazioni richieste e l’obbligo di pubblicare,
a proprie spese, i risultati dell'indagine dell'Autorità Garante
qualora abbia accertato la violazione di una o più Convenzioni
in una qualsiasi fase produttiva e distributiva.
INFO: Centro Nuovo Modello di Sviluppo, via della Barra
32, 56019 Vecchiano (PI)
Tel. 050/826354, Fax 050/827165, e-mail:
contributi sul c/c postale 1482564
GUERRA DEL GOLFO A FIRENZE
Non hai pagato? E io ti pignoro.
di Giovanni Comoretto
A Firenze gli obiettori pignorabili relativi all'anno
della guerra del Golfo sono una trentina. Un pignoramento c'è stato
a maggio, e ora sono in corso 5 pignoramenti e relative aste.
Alberto l'Abate ha una cartella di 3.800.000 lire
circa. Si e' fatto pignorare 180 copie del suo ultimo libro, e varie opere
d'arte. Spera di trovare sottoscrizioni per circa 1.900.000 lire all'asta,
l'altra meta' della cifra la sborserà lui. L'asta è fissata
per il 20/10 alle 12.
Cecilia Fallaci si e' procurata libri sulla nonviolenza,
consumo critico, finanza solidale, per 480.000 lire, che ricomprera' per
la bottega equa "Il Villaggio dei Popoli", per cui lavora, dove andranno
a contribuire ad una biblioteca per gli utenti del negozio.
Lorenzo Porta, con una cartella di 450.000 lire,
e Sandro Targetti, con circa 350.000 lire, devono ancora essere
pignorati. Anche loro cercheranno di farsi pignorare materiale che abbia
un valore simbolico pacifista. In passato Lorenzo si e' fatto pignorare
un calcolatore che e' stato regalato, dopo il riscatto, al CEDAS, una
associazione nata dall’esperienza della Tenda per la Pace e che dovrà
raccogliere e rendere accessibile libri e documentazione su nonviolenza,
tolleranza e temi
collegati. Sandro si e' fatto pignorare materiale destinato
ad attività di solidarietà in ex-jugoslavia, e materiale
di cancelleria che ha poi donato alla comunità Saharawi, in vista
del referendum sull'autodeterminazione.
Cecilia Cambi, con una cartella di 140.000 lire,
non ha fatto in tempo ad organizzare un'iniziativa diversa da un pignoramento
"classico" Gli anni prossimi vorrebbe comunque farsi pignorare materiale
sanitario, da destinare ad enti di pubblica assistenza.
Il coordinamento fiorentino sta seguendo i pignoramenti
in due modi: si sta cercando di coinvolgere direttamente il Comune di
Firenze, che in passato ha già acquistato libri ad aste degli obiettori.
Si vorrebbe fare in modo che fosse il Comune stesso ad indicarci cosa
pignorare, ovviamente per iniziative coerenti con la Campagna, e poi ricomprasse
questi beni all'asta. Inoltre abbiamo un piccolo fondo (750.000 lire,
attualmente), per sostenere gli obiettori pignorati, almeno psicologicamente,
visto che non è che si riesca a fare più di un aiuto simbolico.
VERSO LA CHIUSURA DELLA CAMPAGNA
Cos’abbiamo realizzato in sedici anni?
di Piercarlo Racca
Con l’approvazione della Legge di riforma dell’obiezione
di coscienza al servizio militare, la Campagna OSM vede premiata la costanza
con cui si è perseguito l’obiettivo di vedere riconosciuta per
Legge la Difesa Popolare Nonviolenta (DPN), infatti all’articolo 8 è
sancita la possibilità per gli obiettori di svolgere il servizio
civile in forme di "difesa civile non armata e nonviolenta".
Con l’approvazione, inoltre, di tre ordini del giorno che impegnano il
Governo alla formazione degli obiettori alla difesa nonviolenta, al riconoscimento
del diritto di obiezione alle spese militari, all’istituzione di forze
nonviolente di pace; si può affermare di aver raggiunto, anche
se in forma parziale, gli obiettivi che la Campagna OSM si era posta come
termine per una sua conclusione.
Certamente occorrerà verificare se i tre ordini
del giorno avranno un seguito legislativo e sicuramente questa concretizzazione
non sarà cosa facile, però comunque una piccola breccia
è stata aperta.
Occorre inoltre fare una valutazione complessiva su questi
16 anni di Campagna nata come forma di resistenza e disobbedienza civile
in una situazione politica che ci vedeva come ostaggi di una possibile
guerra atomica fra blocchi militari contrapposti (Nato e Patto di Varsavia).
Infatti la Campagna era stata avviata anche per dare
una risposta concreta e visibile alla corsa agli armamenti che aveva trasformato
il nostro paese in una base per missili nucleari Cruise a Comiso.
Oggi possiamo affermare:
La base militare di Comiso è stata chiusa;
Uno dei due blocchi militari si è sciolto;
L’obiezione di coscienza al servizio militare è stata riconosciuta
come diritto soggettivo;
Si è legiferato in materia di difesa civile non armata e nonviolenta;
Si è riconosciuto un ruolo agli obiettori di coscienza
sia nel nostro paese che in missioni di pace all’estero in zone di conflitto.
In questa situazione è opportuno dichiarare conclusa
la Campagna OSM avviata nel 1982 in quanto almeno parzialmente alcuni
obiettivi sono stati raggiunti. Inoltre poter dichiarare conclusa la Campagna
OSM unitamente al raggiungimento di obiettivi ci permette di portare dignitosamente
a conclusione una Campagna che negli ultimi anni ha continuato a perdere
consensi con il rischio reale di una sua estinzione. Questa scelta non
necessariamente significa una liquidazione dei residui finanziari e una
chiusura delle attività in corso, ma potrebbe essere la base di
partenza per avviare una seconda fase di questa esperienza in cui si deve
mirare non solo all’attuazione dei contenuti dei tre ordini del giorno
votati dal Parlamento, ma nel contempo essere anche un’iniziativa aggregante
di chi si oppone all’istituzione militare.
Queste argomentazioni saranno oggetto di discussione
alla prossima Assemblea Nazionale OSM (gennaio 1999, luogo da definire).
E’ importante che fin d’ora ognuno esprima la propria opinione e che l’Assemblea
sia un momento di grande partecipazione.
"Da Rifiuti a Risorse - Manuale per la riduzione e il recupero
dei rifiuti", a cura di Attilio Tornavacca e Michele Boato, Edizioni
Forum Risorse Rifiuti, 240 pagine - Lire 15.000
Gli ultimi mesi del 1998 e i primi del ‘99 saranno
decisivi per una svolta radicale sulla questione rifiuti in Italia, che
riguarda 26 milioni di tonnellate all’anno di materiali che vengono riciclati
solo per il 7%; il Decreto Ronchi (n° 22 del ‘97), infatti, obbliga tutti
i Comuni e i loro Consorzi ad affrontare di petto il problema per:
a) raggiungere almeno le percentuali minime di
raccolta differenziataindicate (15% entro il 5 febbraio 1999,
il 25% entro il 5 febbraio 2001, e il 35% entro il 5 febbraio 2003);
b) passare dalla tassa (TARSU) basata sul mq ,
alla tariffa, proporzionale alla quantità (o volume) effettivamente
prodotta di rifiuti da ogni famiglia, in modo da applicare il principio
"chi (meno) inquina, (meno) paga;
c) ottenere dal Consorzio Nazionale Imballaggi
(CoNaI) , il contributo finanziario che la legge impone di pagare ai
produttori/utilizzatori industriali e commeriali di imballaggiai
Comuni per coprire i costi della raccolta differenziata degli imballaggi
di cartone, plastica, vetro, metalli (alluminio e ferrosi) e legno,
questo spingerà, come già accaduto in Germania e Austria,
alla riduzione degli imballaggi a perdere;
d) pagare nella misura più ridotta possibile
la eco-tassa sui rifiuti che vanno in discarica, riservando questo tipo
di smaltimento solo ad inerti non riciclabili ;
e) prevedere nel Regolamento comunale una tariffa
ridotta, del 20-30%, per le famiglie che trattengono la frazione umida
dei loro rifiuti (scarti di cucina e di giardino) per fare il compostaggio
domestico, come già succede in centinaia di comuni di Veneto,
Lombardia e altre regioni;
f) dar vita a degli appalti per i servizi di raccolta,
riciclo e smaltimento che prevedano lo sviluppo delle raccolte differenziate
con tutta la funzionalità possibile, come scelta di fondo e non
marginale "fiore all’occhiello".
Per rispondere a questi problemi in maniera chiara, aggiornata
e soprattutto operativa, Attilio Tornavacca e Michele Boato del Forum
Risorse Rifiuti, in collaborazione con l'Eco-Istituto del Veneto, Legambiente
Piemonte e la Scuola Agraria del Parco di Monza, tre centri di ricerca
che lavorano da anni assieme a decine di Amministrazioni locali, hanno
pubblicato questo volume.
Sono 240 pagine formato A4 composte da una parte generale
e quattro allegati, uno più utile dell'altro, per aiutare gli amici
dell’ambiente e soprattutto i Comuni per permettere loro di affrontare
le questioni concrete, come Regolamento appalti o progettazione di una
Ricicleria, senza dover sborsare decine di milioni in consulenze, che
probabilmente non fornirebbero materiali più utili e dettagliati:
basta vedere l’allegato di 40 pagine sul "Regolamento-tipo RSU",
quello sulle norme europee, italiane e regionali o quello che, sulla base
di otto esempi concreti, insegna a realizzare una Ricicleria di piccola,
media o grande dimensione, possibile fonte di lavoro per migliaia di giovani
di buona volontà.
L'ordine va fatto versando il prezzo del libro sul
conto corrente postale n. 11169307 intestato a Smog e dintorni - rivista
mensile, viale Venezia, 7 - 30171 Mestre, precisando nella causale il
titolo del libro richiesto.
WAR RESISTERS’ INTERNATIONAL: SCEGLIERE
LA PACE INSIEME
Semi di nonviolenza in tutto il mondo
di Gianni Scotto
Uno dei più importanti appuntamenti internazionali
per il movimento dei nonviolenti si è tenuto quest'anno a Porec/
Parenzo, nell'Istria croata. E saltato subito all'occhio il professionismo
e l'alta qualità (oltre che la simpatia) del movimento organizzatore,
che quest'anno era la Antiratna Kampanja (ARK, Campagna contro la guerra)
di Zagabria.
Poche settimane dopo l'assemblea Vesna Terselic, coordinatrice
di ARK, e Katarina Kurhon, presidente del Centro per la pace, la nonviolenza
e i diritti umani di Osijek hanno ottenuto il prestigioso riconoscimento
del Right Livelihood Award, il "premio Nobel alternativo" per il 1998:
segno che l'impressione di maturità ed efficienza destata da ARK
a Parenzo corrispondeva pienamente al valore effettivo delle persone coinvolte.
L'assemblea triennale aveva come tema "scegliere la pace
insieme". Il calendario di lavoro è stato fittissimo, e ha visto
- oltre ai momenti di dibattito e di confronto - anche l'elezione del
Consiglio e della presidenza della WRI, e una discussione sulle scelte
strategiche dell'organizzazione nel prossimo futuro.
La discussione si è strutturata nelle sessioni
plenarie ma soprattutto nei gruppi tematici: nonviolenza e capacitazione
sociale, ricostruzione e democratizzazione, identità e conflitto,
azione per la pace e modernizzazione dell'istituzione militare; le donne
attraversano le linee del fronte; movimenti di base e processi di pace;
disobbedienza civile ed azione per l'ambiente. Inoltre, quasi ogni momento
libero è stato riempito da workshop, incontri e discussioni collaterali.
Naturalmente non è possibile dare una descrizione
dettagliata del lavoro e della discussione di tutti questi gruppi. Qui
vorrei fare alcune considerazioni generali.
Il pacifismo dalla protesta
all'azione costruttiva
Anzitutto, è apparso evidente che sempre più
i movimenti per la pace e la nonviolenza si orientano ad intervenire direttamente
nelle situazioni di guerra e nei processi di ricostruzione e riconciliazione.
In questo senso le esperienze maturate nello spazio post-jugoslavo negli
ultimi anni sono di importanza fondamentale.
Si tratta di una novità di grande rilievo, e si
accompagna ad una enfasi sempre maggiore sul potenziale degli attori non
governativi nei processi di pace. Allo stesso tempo questo impegno sembra
assumere una nuova professionalità ed esperienza: in molti casi
con una chiara valutazione di ciò che è possibile fare nell'ambito
delle proprie forze. Questo nuovo professionismo mi sembra almeno in parte
in tensione con un atteggiamento più ideale-movimentista, che tende
a mettere l'accento sull'azione individuale, sull'appello etico e l'azione
per la pace attraverso la creazione di rapporti amicali tra persone.
Un incontro tra culture della pace: dall'ex Jugoslavia...
In particolare mi è sembrato che il movimento internazionale
per la pace e la nonviolenza presenti spiccate differenze a seconda dell'area
geografica in cui agisce - e quindi della particolare situazione politica
e storica. L'organizzazione ospite e i partecipanti dallo spazio post-jugoslavo
devono fare i confronti con una situazione di guerra aperta in Kosovo,
con la guerra fredda e la disgregazione sociale in Bosnia, con una società
che presenta diversi tratti autoritari e fascisti, come in Croazia e in
Serbia. Le guerre di Jugoslavia hanno posto i movimenti per la pace negli
stati successori della federazione di fronte a problemi enormi. Allo stesso
tempo queste vicende hanno favorito la crescita esponenziale e la maturazione
velocissima di chi contro la guerra si è battuto. Per fare l'esempio
della Croazia: la campagna contro la guerra, da associazione di cittadini
fondata nel 1991 è diventata una rete di 20 organizzazioni e progetti
indipendenti attivi in diversi campi: ricostruzione e riconciliazione,
diritti umani, crescita della società civile, formazione alla nonviolenza,
emancipazione delle donne, assistenza ai rifugiati, obiezione di coscienza.
ARKzin, il periodico del movimento, è una delle voci più
coraggiose e innovative nel panorama piuttosto grigio della stampa croata.
L'istituto di ricerca per la pace (Mirami da), fondato da alcuni attivisti
con interessi e competenze scientifiche, h stato incaricato di valutare
l'efficacia dell'azione di una importante agenzia dell'ONU nello spazio
post-jugoslavo. E così via.
I movimenti pacifisti e nonviolenti occidentali, oltre
ad essere impegnati nelle attività tradizionali (lotta per il disarmo,
antimilitarismo, obiezione di coscienza), hanno compiuto grandi passi
in direzione dell'intervento diretto nelle guerre e nei conflitti acuti.
Un esempio importante, che ha attirato molta attenzione, l'attività
del Balkan Peace Team in Croazia e nella Federazione jugoslava (Serbia
e Kossovo). Si tratta di un gruppo di volontari a medio-lungo termine,
il cui invio è promosso da diverse organizzazioni pacifiste e nonviolente
internazionali (tra cui la stessa WRI).
Il Balkan Peace Team lavora alla costruzione della pace
negli stati successori della Jugoslavia seguendo tre direzioni di lavoro:
aiutare lo sviluppo di una società civile critica e aperta, osservare
il rispetto dei diritti umani fondamentali da parte delle autorità
e incoraggiare il dialogo tra le parti in conflitto.
L'esempio del Balkan Peace Team rimanda a una tendenza
più generale: i movimenti occidentali sembrano infatti sempre più
orientati ad un approccio di risoluzione/trasformazione dei conflitti.
Da questo punto di vista, il problema della pace si concretizza nel come
intervenire in conflitti e guerre in cui il nostro stato e la nostra società
non sono direttamente coinvolti, ma dove il ruolo dei nonviolenti è
quello di "terza parte", o parte esterna al conflitto.
La risoluzione dei conflitti è morta?
La discussione con il titolo provocatorio "Morte della risoluzione dei conflitti?"
ha cercato di mettere in luce alcuni punti critici dell'approccio di risoluzione/
trasformazione: parlare di "conflitti" rischia di edulcorare le atrocità
della guerra, e cercare a ogni costo una "risoluzione" pur significare perdere
di vista i valori della solidarietà con le vittime, della giustizia
e della soddisfazione dei bisogni di tutte le parti coinvolte nel conflitto.
L'esito della discussione non è stato netto: è sembrato comunque
prevalere un interesse per gli approcci di risoluzione/trasformazione dei
conflitti, a patto che questi non offuschino la ricerca di soluzioni di
giustizia, requisito irrinunciabile per un agire politico nonviolento.
Pace e giustizia in America Latina
La terza grande area geografica presente all'assemblea di Porec, l'America
Latina, mi è sembrata rappresentare un approccio diverso ai valori
e alla politica della nonviolenza: per i latinoamericani è la questione
della giustizia ad essere al centro dell'azione politica. Si tratta da un
lato della giustizia sociale e della lotta alla povertà e all'emarginazione;
dall'altro anche dei problemi posti dai processi di democratizzazione in
paesi dove le dittature di sono
macchiate di crimini di ogni genere. Molto spesso la
transizione alla democrazia è stata ottenuta al prezzo dell'impunità
per chi ha commesso violazioni dei diritti umani. La tensione tra pacificazione
e giustizia pone problemi di non facile soluzione, che i latinoamericani
presenti hanno avuto il merito di illustrare chiaramente. Si è
sottolineato che il rispetto per i diritti umani costituisce una condizione
minima e non negoziabile per la pace.
Gli uomini, le donne e la pace: le questioni di genere
Un altro capitolo di grande rilevanza durante l'assemblea triennale è
stato la discussione sui rapporto tra genere e pace/guerra. Gli organizzatori
hanno quindi previsto un "gender day", durante il quale i diversi gruppi
tematici erano invitati a discutere del proprio tema alla luce del rapporto
tra i sessi. La mia impressione h stata che questa decisione ha dato i suoi
frutti, anche se la scelta organizzativa ha dato l'impressione che la discussione
fosse un po' meccanica. Tuttavia è stato importante ad esempio discutere
i vantaggi (e i limiti) dei gruppi di sole donne, nel processo di emancipazione
sociale "dell'altra metà del cielo". Il tema dei rapporti di
genere sembra comunque diventare sempre più importante anche tra
i pacifisti/nonviolenti.
Verso una tradizione mondiale di pace
Quanto sia importante la trasmissione delle esperienze del movimento è
emerso forse dalla testimonianza di Greg Payton, soldato di leva nella guerra
del Vietnam, che ha raccontato la sua storia, dal trauma della violenza
bellica, alla crisi personale e al processo di (auto)guarigione e di ritorno
alla vita. Da molti anni Greg Payton è attivo nella WRI e negli ultimi
tempi ha lavorato in Croazia con i veterani della guerra. Così il
dolore e l'esperienza di una generazione e di un paese possono contribuire
allo sviluppo e alla pace per una nuova generazione, in un altro angolo
del pianeta.