Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
Abbonamento annuo Euro 29.00.
(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Sono disponibili varie copie dell’inserto speciale pubblicato
nel numero di settembre di Azione nonviolenta: "Dov’è,
o guerra, la tua vittoria?", curato da Enrico Peyretti.
L’inserto (L. 200 a copia più spese di spedizione),
molto valido come materiale didattico, può essere distribuito nelle
scuole o in occasione di celebrazioni ufficiali dell’ottantesimo anniversario
della prima guerra mondiale.
E’ anche un modo per far conoscere la nostra rivista
ad un pubblico più vasto.
Ordinare subito presso la
Redazione di Azione nonviolenta
Via Spagna 8 37123 Verona
Tel. 045/8009803 fax 045/8009212
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Anche il CAI con le stellette?
Al Direttore de Lo Scarpone
mensile del CAI (Club Alpino Italiano).
Mi è capitato di leggere con ritardo il n. 1/98
dello Scarpone. A pag. 7 trovo: "Volontario nell’esercito, un’opportunità
per i giovani soci". E’ un’informazione dell’avvenuto sodalizio
tra CAI e Ministero della Difesa con la finalità di formare i giovani
ad intraprendere la ferma breve nei contingenti alpini. Di fatto non è
cosa da poco. E’ un coinvolgimento diretto del CAI a sostegno del Nuovo
Modello di Difesa e di conseguenza supporto militare agli interessi economici
e finanziari nazionali, in violazione dell’art. 11 della Costituzione.
E’ una decisione dibattuta nelle varie sezioni? Da sempre apprezzo il
ruolo del CAI che dà a tante persone la possibilità di gustare
e conoscere la montagna… So che tra i soci c’è di tutto, ma mi
sembrerebbe più consona un’alleanza con associazioni che lavorano
per l’ambiente… Anch’io sono socia e, per farvi comprendere il mio rammarico,
vi allego alcune pagine della rivista Azione nonviolenta, che sostengo,
dove si trovano le motivazioni che mi hanno fatto scrivere.
Grazie per l’attenzione e vi chiedo cortesemente una
risposta.
Anna Xausa
Zugliano - VI
Articoli di Aldo Capitini
in Azione nonviolenta dal 1964
"Il nostro programma", Aldo Capitini, n. 1/64, p. 1.
"I buddisti del Vietnam del sud", Aldo Capitini,
n. 1/64, p. 3.
"Quesiti, lettere, indirizzi", Aldo Capitini, n.
2/64, p. 11.
"Nonviolenza e dialogo", Aldo Capitini, n. 3-4/64,
p. 8.
"Il neutralismo", Aldo Capitini, n. 5-6/64, p. 1.
"Sindacalismo e nonviolenza", nota di Aldo Capitini,
n. 5-6/64, p. 7.
"Nonviolenza diritto e politica", Aldo Capitini,
n. 7-8-9/64, p. 1.
"Ricordo degli amici", Aldo Capitini, n. 7-8-9/64,
p. 7.
"Le scuole si aprono", Aldo Capitini, n. 10/64, p.
1.
"L’educazione alla pace", Aldo Capitini, n. 12/64,
p. 8.
"Il posto dell’Europa nel mondo", relazione di Aldo
Capitini, n. 1-2/65, p. 5.
"Nel Vietnam la pace", Aldo Capitini, n. 3/65, p.
1.
"La nonviolenza e il dialogo tra cattolici e comunisti",
Aldo Capitini, n. 4-5/65, p. 1.
"Campagne nonviolente per liberare l’umanità",
Aldo Capitini, n. 6-7/65, p. 1.
"Per una Internazionale della nonviolenza", Aldo
Capitini, n. 2-3/66, p. 1.
"Una sintesi dinamica", Aldo Capitini, n. 4-5-6/66,
p. 1.
"Dare il meglio", Aldo Capitini, n. 7-8/66, p. 1.
"Ingannare i popoli", Aldo Capitini, n. 9-10/66,
p. 1.
"Racconto di natale", Aldo Capitini, n. 11-12/66,
p. 1.
"I banditi", Aldo Capitini, n. 1/67, p. 1.
"Pacifismo integrale", Aldo Capitini, n. 2/67, p.
1.
"Esempi da moltiplicare", Aldo Capitini, n. 3/67,
p. 1.
"Armi e fame", Aldo Capitini, n. 4-5/67, p. 1.
"Commenti sulla guerra", Aldo Capitini, n. 6-7/67,
p. 1.
"La scuola di Barbiana", Aldo Capitini, n. 6-7/67,
p. 3.
"Guerriglia e nonviolenza", Aldo Capitini, n. 8-9/67,
p. 1.
"Venti anni", Aldo Capitini, n. 10-11/67, p. 17.
"In preparazione del convegno del Movimento", proposte
di Aldo Capitini, n. 10-11/67, p. 3.
"Il pacifismo è una cosa seria", Aldo Capitini,
n. 12/67, p. 1.
"Il lavoro locale nonviolento", Aldo Capitini, n.
12/67, p. 3.
"Verso il centenario gandhiano", Aldo Capitini, n.
1-2/68, p. 1.
"I giovani", Aldo Capitini, n. 3/68, p. 1.
"La nonviolenza vive", Aldo Capitini, n. 4-5/68,
p. 10.
"Difesa e nonviolenza", Aldo Capitini, n. 6-7/68,
p. 1.
"Appunti di Aldo Capitini per la riunione di Vienna del W.R.I.",
n. 8-9/68, p. 9.
"Ragioni della nonviolenza", Aldo Capitini, n. 8-9/68,
p. 12.
"Nonviolenza concreta", Aldo Capitini, n. 10/68,
p. 1.
"Nonviolenza e politica", Aldo Capitini, n. 10/68,
p. 2.
"Nonviolenza e scuola", Aldo Capitini, n. 1/69, p.
6.
"Tre scritti di Aldo Capitini", Marzo-Aprile 1976,
p. 6.
"Disarmo e politica della nonviolenza", Aldo Capitini,
Novembre-Dicembre 1978, p. 8.
"Italia nonviolenta", Aldo Capitini, n. 5/81, p.
20 (recensione).
"L’amore religioso e la lotta", Aldo Capitini, n.
6/81, p. 11.
"Il potere di tutti", Aldo Capitini, n. 6/83, p.
3.
"Liberalsocialismo", Aldo Capitini, n. 1/84, p. 21.
"Non ci si può rassegnare alle stragi della storia",
Aldo Capitini, n. 1/84, p. 23.
"Orizzonte mondiale", Aldo Capitini, n. 4/84, p.
20.
"Il commento di Aldo Capitini", Aldo Capitini, n.
1-2/88, p. 11.
"Non basta il benessere", Aldo Capitini, n. 10/88,
p. 9.
"Elementi di un’esperienza religiosa", Aldo Capitini,
Cappelli, n. 4/91, p. 29.
"La comunità aperta", Aldo Capitini, n. 6/91,
p. 11.
"Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri",
Aldo Capitini, Edizioni Associate, n. 1-2/92, p. 32 (recensione).
"Il vegetarianesimo visto dal punto di vista morale",
Aldo Capitini, n. 12/93, p. 3.
"Concetto e modi della nonviolenza", Aldo Capitini,
n. 1/94, p. 6.
"La nonviolenza e lo Stato", Aldo Capitini, n. 1/94,
p. 8.
"Il tempo è aperto", Aldo Capitini, n. 2-3/94,
p. 4.
"La Chiesa alleata con il tiranno fascista", Aldo
Capitini, n. 4/95, p. 20.
"Scritti filosofici e religiosi", Aldo Capitini,
Protagon, 1994, n. 5/96, p. 21 (recensione).
"Una lettera di Capitini ai ragazzi di Barbiana. Quegli occhi
belli e scuri del vostro maestro", Aldo Capitini, n. 6/97,
p. 5.
Correlazione tra le idee politiche sostenute da Capitini ed eventi storici
successivi
A cura di Antonino Drago
Contrarietà personale e religiosa al Fascismo, con sacrificio
personale; non collaborazione al Fascismo.
Resistenza italiana come riscatto morale dal Fascismo. Rifiuto
di collaborare di 20.000 ufficiali (su 28.000) e di gran parte dei
600.000 militari internati in Germania.
Abolizione del Concordato nella Costituzione
Accordi bilaterali dello Stato italiano con ogni confessione religiosa
Riforma razionale e laica della religione, basata sull'apertura
e sull'aggiunta.
Cambiamento radicale nella fede dei Cristiani,
degli Ebrei e degli Islamici. Ecumenismo.
I Centri di Orientamento Religioso.
Ecumenismo di base: Segretariato Attività Ecumeniche
Proposta della nonviolenza gandhiana (unità tra vita religiosa
e vita politica).
D. Dolci, Don Milani, Lanza del Vasto, M.L. King, sviluppo della
nonviolenza nel mondo.
Opposizione alle istituzioni chiuse
Concilio Vaticano II contro la chiusura chiesastica cattolica.
Contestazione studentesca (1968)
Centri di Orientamento Sociale.
Assemblee studentesche, Consigli di Fabbrica (1970), Assemblee
popolari contro le centrali nucleari
Obiezione di coscienza.
Obiezione di P. Pinna nel 1949; legge 772 nel 1972, fino ad oggi
oltre 350.00 obiettori.
Tu-Tutti
Politica internazionale dei diritti umani (Carter, ONU)
Difesa popolare nonviolenta.
Cecoslovacchia 1968; sentenze (dal 1985) della Corte Cost. sulla
parità della difesa della Patria con le armi con quella senza
armi; Peacekeeping civile (Agenda per la Pace del Segr. Gen. ONU,
B. Ghali, 1992).
Socialismo va in crisi se è senza religione.
Sandinisti in Nicaragua; crollo del comunismo antireligioso dell'URSS.
Compresenza dei vivi e dei morti.
La tecnologia moderna (nucleare, bioingegneria, trasformazione
del territorio, ecc.) ci impone una corresponsabilità globale
verso tutta l'umanità e le generazioni future.
Omnicrazia, potere di tutti.
1989: autoliberazione dei popoli oppressi dalla divisione mondiale
di Yalta e da una dittatura sedicente proletaria
Paragone con lo scontro tra la civiltà macedone e la civiltà
romana; vittoria della romana
Scontro URSS-USA, vittoria degli USA
Domanda(intrigante, ma tipica della nonviolenza):
Chi (ha) fa(tto) la storia?:
Quelli che prendono le decisioni al vertice delle grandi istituzioni,
o quelli che tirano le verità storiche dal centro della propria
vita?
Articoli su Aldo Capitini
in Azione nonviolenta dal 1968 ad oggi
Numero
Monografico "Aldo Capitini", n. 11-12/68.
"La lezione politica di Aldo Capitini", Luciano Capuccelli,
n. 1/69, p. 8.
"La nonviolenza nella vita e nel pensiero di Aldo Capitini",
Lamberto Borghi, n. 2-3/69, p. 10.
"Rigore filosofico nel pensiero di Aldo Capitini",
Alberto Granese, n. 4/69, p. 8.
"Esigenze comunitarie nel pensiero di Aldo Capitini",
Andrea Canevaro, n. 4/69, p. 10.
"Ricordando Aldo Capitini – I anniversario della morte di
Aldo Capitini", n. 9-10/69, pp. 1-6.
"Ricordo di Aldo Capitini", Walter Binni, n. 10-11/70,
pp. 1-3.
"Convegno a Pisa su Aldo Capitini", Novembre-Dicembre
1973, p. 6.
"Azione Nonviolenta vive da dieci anni", Maggio-Giugno
1974, pp. 6-11.
"La zappa agli intellettuali – lettera inedita di Don Milani
ad Aldo Capitini", Gennaio-Febbraio 1977, supplemento.
"Il messaggio di Aldo Capitini", Lacaita, Gennaio-Febbraio
1977, p. 8 (recensione).
Numero Monografico "Aldo Capitini", Settembre-Ottobre
1978.
"La responsabilità dello scrittore", Matteo
Soccio, Settembre-Ottobre 1978, pp. 21-24.
"Superamento del marxismo e rivoluzione nonviolenta in Capitini",
Matteo Soccio, Novembre-Dicembre 1978, p. 8.
"Violenza e nonviolenza di Aldo Capitini", Pietro
Pinna, n. 4/82, p. 3.
"Vent’anni di Azione Nonvolenta", servizio speciale,
n. 1/84, pp. 2-26.
"In ricordo di Aldo Capitini", Lorenzo Fazioni, n.
10/84, p. 12.
"L’educazione alla pace in Aldo Capitini", Lamberto
Borghi, n. 10/84, p. 13.
"L’antitesi radicale del fascismo, Norberto Bobbio ricorda
Capitini", n. 10/85, p. 12.
"Eredi dell’insegnamento di Aldo Capitini", n. 10/88,
p. 2.
"Il pensiero di Aldo Capitini", Lorenzo Fazioni,
n. 10/88, p. 3.
"Aldo Capitini: una vita per la nonviolenza", Matteo
Soccio, n. 10/88, p. 6.
"Il linguaggio di Capitini", intervista con A. Caledda,
n. 10/88, p. 11.
"A confronto con Aldo Capitini", Pietro Pinna, n.
11/88, p. 10.
"Aldo Capitini, la sua vita, il suo pensiero", Giacomo
Zanga, Bresci ed., n. 12/88, p. 28 (lettera all’autore di Beppe Marasso)
(recensione).
"Aldo Capitini educatore di nonviolenza", Nicola
Martelli, Lacaita, n. 4/89, p. 27 (recensione).
"Aldo Capitini e il Movimento Nonviolento", Francesco
Bizzotto, Tesi di Laurea in Pedagogia, n. 3-4/93, p. 29.
"Aldo Capitini. Scritti sulla nonviolenza", a cura
di Luisa Schippa, Protagon, n. 6/93, p. 32 (recensione).
"La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed
etica laica", Tiziana Peroni, Clueb, n. 8-9/93, p. 36 (recensione).
"Aldo Capitini 25 anni dopo", Fabrizio Federici,
n. 2-3/94, p. 30.
"Il primo convegno su Aldo Capitini", Rete Telematica
Peacelink, n. 7/94, p. 22.
"Religione e nonviolenza in Aldo Capitini", Davide
Melodia, n. 11/94, p. 15.
"Capitini allegro", Claudio Cardelli, n.1-2/96, p.
21.
"I pionieri del rifiuto del servizio militare, da Capitini a
Pinna", Daniele Lugli, n. 5/97, p. 4.
A TRENT’ANNI DALLA MORTE
Ricordare Aldo Capitini
Perugia, Sala dei Notari lunedì
19 ottobre, ore 9
Giornata di studio e riflessione promossa dalla Fondazione "Aldo
Capitini"
In mattinata:
Alberto de Sanctis (Univ. Di Genova): "Compresenza e omnicrazia
in Capitini"
Marina Fantin (Univ. Padova): "L’altro necessario: coralità
dell’essere e dedizione al "tu" nella teoria della compresenza
capitiniana"
Luigi de Luca (Univ. Di Roma): "L’impegno nonviolento
e pacifista di Capitini negli anni ‘60"
Nel pomeriggio:
Premiazione per la miglior tesi di laurea sul pensiero capitiniano
Dibattito aperto ai partecipanti
Conclusione di Mao Valpiana (Direttore di Azione nonviolenta):
"Proseguire l’opera di Capitini"
In serata:
concerto pianistico di musica classica.
UN CD AUDIO IN ANTEPRIMA SUL CD ROM DI PROSSIMA USCITA
Ascoltare Alexander Langer
Questo cd-audio è rivolto soprattutto a chi non ha avuto la fortuna
di conoscere personalmente Alexander Langer; a chi ne ha sentito parlare
solo dopo la sua morte; a chi non ha ancora letto i suoi scritti. E’ un
cd che non ha alcuna pretesa di completezza: vuole offrire solo uno stimolo
per invogliare ad approfondire il pensiero di Langer. Il lavoro è
stato diviso in tre sezioni, ambiente-pace-convivenza, che sono stati i
pilastri del suo agire politico. Le registrazioni sono tratte dagli archivi
di Radio Radicale di Roma, dell’associazione Proeuropa di Bolzano e della
rivista Azione Nonviolenta di Verona. Fanno parte di un immenso patrimonio
audio, video e principalmente cartaceo che costituisce l’eredità
di Langer e che entrerà in gran parte in un cd-rom di prossima pubblicazione.
Nei suoi trent’anni di attività pubblica Alex ha fatto molto, ha
parlato molto, ha scritto molto. In questo cd potrete ascoltare interviste
o interventi a convegni sui principali temi cari al suo agire politico,
dove la teoria è sempre accompagnata da una pratica concreta. La
forza delle idee qui espresse non sta solo nel loro spessore culturale,
ma anche nella persuasione che se ne trae. Ad ogni pensiero corrisponde
un’azione, ed ogni azione ha provocato un pensiero.
Sentire la voce di Langer, il suo argomentare, il suo
interrogarsi, approfondire poi questi pensieri con la lettura, può
aiutare specialmente i giovani se non a trovare delle risposte, almeno
ad orientarsi nella babele di messaggi che oggi ci piovono addosso.
AMBIENTE, PACE, CONVIVENZA
1. Nucleare: paura dell’atomo? 2. Nord-Sud: biosfera,
sopravvivenza dei popoli, debito. 3. Il Sud del mondo nostro creditore.
4. Germania: bosco di Haimburg. 5. Situazione jugoslava e albanese. 6.
Guerra del Golfo. 7. Esperienze concrete di soluzioni nonviolente dei
conflitti. 8. Censimento etnico. 9. Il futuro dell’Europa è plurilingue?
10. La tutela delle minoranze linguistiche.
Editore: Movimento Nonviolento
Richiedere ad Azione nonviolenta, via Spagna 8, 37123
Verona
Tel. 045/8009803 Fax 045/8009212 e-mail:
Ccp 10250363. Nella causale: "Cd audio Alex Langer"
Spedizione anche in contrassegno L. 20.000
PRIMI PROBLEMI POSTI DALLA NUOVA LEGGE
E chi rifiuta il servizio civile o militare, che fine fa?
Aspetti processuali e penali dell’articolo 14. Il parere dell’avvocato.
Avv. Maurizio Corticelli
Accanto ai più vari commenti generali e politici
riguardo la nuova Legge sull’obiezione (la n. 230 dell’8/7/98 in G.U.
15/7/98 n. 163) mi pare utile sottolineare alcuni aspetti penali e processuali
che nascono dall’esame dell’art. 14. Ritengo necessario un primo e veloce
esame della norma, sia per quello che riguarda la condotta (e cioè
il comportamento del cittadino che rifiuti la prestazione al servizio
militare e civile) che per quello che riguarda la scelta dei motivi che
lo inducono a tale comportamento. Diversa la sanzione penale (cioè
la pena) e gli effetti amministrativi in relazione alla necessità
o meno di prestare detto servizio allo Stato.
Prima ipotesi. Il cittadino rifiuta il servizio civile e militare
per motivi politici (es. anarchico) o per motivi religiosi (es. Testimoni
di Geova). E’ necessario che questi adduca i motivi di cui all’art.
1 della Legge 230/98 e cioè si richiami alla propria coscienza
per rifiutare detta prestazione. Tale dichiarazione potrà essere
inviata anche per lettera raccomandata al Comandante dell’Ente Militare
di assegnazione ed al Procuratore presso la Procura della Pretura del
luogo di assegnazione al servizio militare. Ne consegue la denuncia
alla Magistratura ordinaria, e non più militare, e la pena prevista
varia da un minimo di sei mesi ad un massimo di due anni. Essa potrà
peraltro avere successive riduzioni per la scelta di riti alternativi
previsti nel codice di procedura penale, nonché per la concessione
delle attenuanti generiche (ex art. 62 bis. c.p.). Ritengo che la pena
inflitta non dovrebbe, in concreto, superare i quattro o cinque mesi
di reclusione con la sospensione condizionale e la non menzione della
condanna stessa sul certificato penale. Peraltro la pena stessa, se
contenuta entro i tre mesi e con il consenso dell’imputato e del Pubblico
Ministero, potrà essere convertita totalmente in multa, circa
£ 7.000.000, con pagamento fino a trenta rate mensili. Tale ultima soluzione
è, per motivi quivi assai complessi da enunciare, la più
favorevole all’imputato. La condanna comunque ha per effetto di esonerare
dall’obbligo di leva (sia militare che civile) ex art. 14 n.2 della
legge citata.
Seconda ipotesi. Il cittadino non adduce alcun motivo alla mancata
presentazione al servizio o adduce motivi non consentiti dall’art.1
della legge sull’o.d.c. non rinvenibile nella stessa legge. In tal caso,
ma il comma 5 art. 14 non è chiaro, si ritiene che tale condotta
senza motivi vada sanzionata con una condanna e una espiazione effettiva
della pena pari alla durata del servizio sostitutivo civile e militare,
pena che non potrà essere sospesa con la condizionale dato che
la sola espiazione, anche con l’affidamento ai servizi sociali secondo
l’ordinamento penitenziario, esonera poi dall’obbligo della presentazione.
Terza ipotesi. La domanda di servizio civile è respinta perché
colui che l’ha proposta è, per condizioni soggettive o oggettive,
in contrasto con i requisiti di cui all’art. 2 della legge sull’o.d.c.
Es. il cittadino chiamato alle armi ha anteriormente presentata domanda
di arruolamento nei Carabinieri; in tal caso vi sono due possibilità:
presentare domanda di arruolamento nelle Forze Armate o, come nel secondo
caso, sottoporsi ad un processo penale con pena pari a quella del servizio
rifiutato. Ne conseguirà poi l’esonero da ogni obbligo di prestazione
allo Stato.
La mia sintesi è senza dubbio incompleta in riferimento
alle molteplicità delle situazioni soggettive ed oggettive in cui
"verseranno" nel futuro i cittadini che non vogliano o non possano
compiere il servizio civile. Sono fin d’ora a disposizione di obiettori
e colleghi per chiarimenti, ma anche per ricevere "segnalazioni"
delle prime applicazioni della normativa approvata.
Un primo problema riguarda l’estensione della nuova legge
alle varie situazioni di obiettori per i quali, invece, il procedimento
penale risulti pendente avanti il Tribunale Militare e che sono in attesa
della decisione sulla nuova domanda di o.d.c. La decisione favorevole
alla nuova domanda di o.d.c. è senza dubbio certa allorché
vi siano i requisiti della legge: trattandosi di diritto soggettivo solo
una condizione prevista dall’art. 2 potrà impedire l’accoglimento
della domanda.
Rimane tuttavia la competenza del Tribunale Militare,
atteso che solo la norma penale è irretroattiva, se più
favorevole all’imputato, non così la norma processuale, e quivi
la competenza del Tribunale Militare al Pretore. Tuttavia l’art. 23 della
legge citata ha abrogata in toto la legge 772/72 e così può
ritenersi abrogata anche la competenza del Tribunale Militare.
Tuttavia non ritengo nell’interesse dell’imputato che
la questione possa essere validamente proposta in sede di giudizio.
Quando poi si dovrà ripresentare o presentare
la domanda di s.c.?
L’art. 14 comma 6 parla di imputato o condannato e, secondo
il codice di rito, si è imputati solo allorché vi sia la
richiesta di rinvio a giudizio, dal Procuratore presso la Pretura al Pretore
competente.
Dati i tempi assai lunghi per i processi pretorili, con
ritardi che sono nell’ordine di quattro o cinque anni, è evidente
il danno enorme che ne subisce colui il quale voglia ripresentare o presentare
domanda, ma non abbia lo "status" di imputato. Infatti la sola
denuncia penale pone in carico al cittadino la qualifica di indagato
e così non lo legittima alla proposizione della domanda.
Negli anni scorsi, tuttavia, la prassi del Ministero
della Difesa, pur nella eguale enunciazione della legge abrogata, era
di valutare la domanda anche se vi era solo la denuncia penale e non il
decreto che dispone il giudizio. Ritengo, dunque, che dopo il rifiuto
e la c.d. autodenuncia alla Procura della Pretura, si possa presentare,
trascorso almeno un mese, la nuova domanda di o.d.c. la quale dovrebbe
essere decisa in tempi ristrettissimi (circa tre mesi – art. 14 co. 7);
è evidente che se il chiamato alle armi intende procrastinare più
a lungo la data d’inizio del servizio civile, potrà attendere che
sia la Procura a disporre l’interrogatorio e poi il rinvio a giudizio.
Infine: non ritengo di sbagliare se accanto ad inevitabili
e forse utili interventi futuri della Corte Costituzionale sull’attuale
legge, sia possibile prevedere che non cesseranno le denuncie ed i processi.
I tempi ristrettissimi dati dall’art. 4 alla presentazione della domanda,
creeranno difficoltà al che tutti i cittadini chiamati al servizio
di leva siano informati (dal Ministero della Difesa?) di questa opportunità.
È evidente che la tardiva presentazione comporterà
le conseguenze penali illustrate.
Avv. Maurizio Corticelli
C.so Porta Palio 37- 37122 – Verona
tel. 045/8010178 fax. 045/8011216
Donne in armi contro la storia
Caro Direttore,
è di nuovo tornata alla ribalta la proposta del
servizio militare femminile, che il governo dell’Ulivo vorrebbe fare intendere
come un passo avanti verso le pari opportunità fra i due sessi.
Esattamente la stessa proposta che era sytata avanzata dal governo Berlusconi,
per bocca del Ministro Previti.
A noi questa proposta ripugna, indipendentemente da chi
la sostiene. Ci ripugna come donne, come pacifiste, come cittadine italiane.
Siamo convinte che essere pacifisti sia uno "specifico" umano
intersessuale. Pensiamo anche che le donne abbiano il diritto/dovere di
essere particolarmente refrattarie alla guerra. Per la loro storia. Per
il fatto che, volenti o nolenti, questa storia se la portano dentro. Nelle
guerre le donne, storicamente, sono state sempre vittime di violenze inaudite.
Nelle guerre le donne hanno scoperto che per crescere un figlio ci vogliono
20 anni e per ammazzarlo basta un minuto. Nella nostra storia non abbiamo
generalesse d’armate, condottiere, strateghe. Abbiamo donne violentate,
donne prese in ostaggio e fucilate, donne deportate, donne morte di fame
e di stenti. Abbiamo anche mamme morte di crapacuore per i figli che non
tornavano più. Questa storia non la può negare nessuno.
Aspiriamo ad un mondo di giustizia, senza oppressi e
senza oppressori, ma fino a quando questo mondo non c’è abbiamo
il vizio di pensare che sia meglio essere oppressi che oppressori, vittime
che carnefici. La parità non è fare come gli uomini. Il
movimento femminista non ha mai pensato né detto qualcosa del genere.
"Fare come gli uomini" è per le donne una pesantissima
forma di asservimento. E' farsi succube dell’uomo, ritenere che solo il
maschio faccia cose giuse ed importanti e che quindi bisogna imitarlo.
In questo secolo le donne si sono battute per una parità diversa,
intesa come possibilità di sviluppare liberamente il proprio potenziale
umano, senza essere vincolati a ruoli rigidi, predeterminati fin dalla
nascita. Ma ci sembra che imparare ad ammazzare delle persone non faccia
parte del potenziale umano, né maschile né femminile.
La nostra Costituzione presenta l’esercito come strumento
per la difesa della patria. Riteniamo davvero che la difesa della patria
sia sacro dovere dei cittadini. Basta essere chiari su cosa si intende
per "Patria". Difendere la patria per noi significa garantire
alla gente che vive in Italia un’esistenza decente. Un’esistenza protetta
da disoccupazione, droga, incidenti stradali, cancro, stupri, analfabetismo
di ritorno, violenza, ingiustizia. Non ci pare che l’esercito ci protegga
da questi mali. E non ci pare che sarebbe in grado di farlo con armamenti
migliori. Neanche se fosse un esercito di professionisti superpagati.
Neanche con dentro delle ragazze che imparano a guidare i Tornado. Anzi,
tutti questi cambiamenti sarebbero vie per renderlo più adatto
soltanto a fare quello che per il momento è e resta il suo unico
"specifico": usare le armi per sparare. E questo specifico con
la nostra Costituzione centra poco.
Alla gente che cammina per strada la proposta del servizio
militare femminile piace. Piace perché sembra moderna. Piace perché
sembra "femminista". E piace perché sembra aprire una
nuova prospettiva occupazionale: ragazze disoccupate che diventano donne-soldato,
retribuite della Forze Armate italiane. In realtà le spese necessarie
ad aprire l’esercito alle donne, impiegate nel settore civile, creerebbero
molti più posti di lavoro. La stessa quantità di denaro,
riversato per esempipo nel settore previdenziale, consentirebbe di non
aumentare l’età pensionabile e di migliorare le prospettive occupazionali
per i giovani ed i cassaintegrati.
Le donne del Comitato
"Oscar Romero"
Torino
CAPITINI FU IL PRIMO MAESTRO DI NONVIOLENZA
OCCIDENTALE
I movimenti gandhiani e nonviolenti oggi nel mondo
di Antonino Drago
1. Introduzione
Oggi vediamo che, a cinquant'anni dalla morte di Gandhi,
la nonviolenza ha fruttificato in opere e movimenti in tutto il mondo.
Sarebbe lungo e noioso elencare secondo una visione panoramica tutti i
movimenti attuali, perché essi sono molti e perché la parola
"nonviolenza" ha acquistato molti significati, tanti da far perdere di
vista i suoi confini. Mentre invece a noi interessa di più seguire
la sostanziale crescita di questi movimenti. Perciò ritengo molto
più informativo giungere a questa panoramica seguendo una visione
storica della crescita della nonviolenza, in modo da capire in quale situazione
di passaggio siamo noi oggi.
Presenterò questa ricostruzione storica sotto
tre aspetti, quelli necessari per dare una idea completa di che cosa è
la nonviolenza nella realtà: i maestri, il pensiero e le lotte.
2. I maestri della nonviolenza
I maestri della nonviolenza possono essere raggruppati
secondo la loro appartenenza a tre periodi: la nascita della nonviolenza
con Gandhi, i maestri soprattutto occidentali e infine quelli recenti.
Noi oggi ricordiamo Gandhi, ma sappiamo bene che fu un
russo, il famoso scrittore Leone Tolstoj, a riportare alla luce la nonviolenza
nel mondo moderno. Il carteggio tra i due, avvenuto nel periodo della
formazione alla lotta di Gandhi, costituisce una specie di passaggio del
testimone, tra il profeta e colui che ha saputo attuare la nonviolenza
nella pienezza delle opere sociali.
Mentre la nonviolenza di Tolstoj era soprattutto la ricerca
della pacificazione dell'animo umano (perché ogni valore ben ordinato
comincia da se stessi), con Gandhi inizia una nonviolenza che sa fare
la pace anche nella società, perché sa affrontare i conflitti
esterni e trovare un metodo per risolverli. Per questo motivo la nonviolenza
attiva è iniziata con Gandhi.
Dopo di lui è lungo l'elenco di quelli che sono
stati maestri di nonviolenza, nel duplice senso che hanno dedicato la
loro vita alla attuazione della nonviolenza, sia nelle opere che nell'insegnamento.
In India Badshan Khan, Vinoba Bahve e Jayaprakash Narayan; in Sud Africa
A. Luthuli (premio Nobel 1961 per la pace). Più lunga la serie
dei maestri occidentali, semplicemente perché è stato difficile
introdurre la nonviolenza all'interno della società dei padroni
del mondo; bisognava sconvolgerlo.
Non mi sembra spesso ricordato il fatto che il primo
maestro di nonviolenza occidentale è stato un italiano, Aldo Capitini
(di cui ricorre il trentesimo della morte). La sua obiezione alla tessera
fascista (che gli costò il posto di lavoro, la emarginazione e
il carcere) fu compiuta alla luce delle "limpidissime parole di Gandhi".
Nel seguito Capitini, pur malato e pur emarginato da tutti i partiti politici
italiani, ha dedicato tutte le sue energie a sviluppare il suo pensiero,
strutturalmente nonviolento, l'antifascismo e una politica nonviolenta,
dal basso e per la omnicrazia.
I primi a far conoscere nei fatti la nonviolenza in Europa
sono stati altri italiani. Lanza del Vasto fu per un breve periodo discepolo
di Gandhi; con la sua approvazione tornò in Europa per fondare
comunità gandhiane. Dal 1948 in Francia la Comunità dell'Arca
ha rappresentato quanto di meglio la nonviolenza sa concretare nella vita
di gruppo e nell'azione all'esterno. Inoltre l'insegnamento di Lanza del
Vasto è stato uno dei più diffusi nel mondo, anche se non
il più famoso. Un altro italiano che fece scoprire la nonviolenza
in Europa è stato Danilo Dolci (morto nel 1997): i suoi scioperi
alla rovescia, realizzati nella zona della massima diffusione della violenza
sociale (mafia), hanno dimostrato a tutta l'Europa che anche qui da noi
l'azione nonviolenta può realizzare un rivolgimento sociale.
Un altro che si è abbeverato alla fonte gandhiana
è Jan van Lierde, olandese. E uno che ha ripensato il messaggio
dell'amore cristiano in termini di nonviolenza è Jean Goss, un
ferroviere francese che ha avuto il progetto di convertire la Chiesa cattolica
a questa nuova direzione (suo e di sua moglie è il merito di aver
indirizzato dom Helder Camara alla nonviolenza e poi di aver suscitato
le energie della rivoluzione delle Filippine del 1986).
Poi occorrerebbe elencare molti altri, tra i quali però
spiccano Martin Luther King (la nonviolenza che irrompe nella struttura
sociale degli USA), Cesar Chavez che ha guidato le lotte dei braccianti
messicani (altra risposta nonviolenta alla violenza della società
statunitense), dom Helder Camara (la nonviolenza nell'America latina),
don Lorenzo Milani (il punto d'approdo della ricerca popolare per una
pedagogia della soluzione dei conflitti) e infine il primo vescovo italiano
nonviolento, d. Tonino Bello (la nonviolenza che nel mondo dei conflitti
si fa poesia).
Poi, nel terzo periodo ci sono i maestri che sembrano
dare per scontata la nonviolenza come teoria ma la praticano ai massimi
livelli politici, sia pur mischiandola con una buona dose di "realismo":
Joan Baez (la nonviolenza nel canto), J. Carter (l'instaurazione della
politica dei diritti umani), Walesa (e il movimento di Solidarnosc), Gorbaciov
(l'arresto della corsa alle armi nucleari), Havel (la forza della verità
al potere), Galtung (la nonviolenza nel mondo intellettuale)....
3. La teoria strutturale della nonviolenza
Comunemente la nonviolenza viene considerata poco più
che una buona volontà, alle volte sorprendentemente efficace; ma
non come un pensiero teorico autonomo. E' raro che la si capisca intellettualmente:
la stessa parola "nonviolenza" fa da pietra d'inciampo alla usuale riflessione
intellettuale, perché quel suo "non" iniziale dà fastidio
a tanti. Inoltre non se ne sa cogliere la componente creativa, più
che intellettuale.
Eppure in questi decenni la riflessione teorica nonviolenza
ha saputo svilupparsi autonomamente, benché non venga studiata
nelle Università e benché non abbia seguito l'intellettualità
greco-occidentale (perciò è tuttora mal compresa e sminuita).
Ormai ha compiuto passi da gigante, crescendo fino a diventare un "pensiero
teorico forte"; che, per di più, in questo periodo di crollo delle
ideologie, non ha avuto niente da revisionare. Seguiamo la storia di questa
crescita.
Se studiamo la produzione di Gandhi per capire quale
era il fondamento della sua nonviolenza, non la troviamo tanto nella religiosità,
che pure in lui è stata fortissima, ma nell'etica. Un passaggio
cruciale della sua vita fu, come lui disse, quando si rese conto che piuttosto
che pensare che Dio è Verità, la Verità è
Dio. Cioè la sua tensione religiosa doveva essere ben radicata
in terra; e da lì slanciarsi in una ricerca, senza mai sperare
di aver alla fine agganciato una entità che non si potrà
mai essere sicuri di aver definito bene. A causa di questa ricerca pratica
nella vita quotidiana deriva il suo passaggio dalla metafisica della religione
all'etica, come base della nonviolenza: un'etica rigorosa, così
come è quella di tutti i devoti tradizionalisti; ma guidata da
una coscienza matura, capace di avvertire universalmente tutte le conseguenze
legali e sociali degli atti personali; e quindi corresponsabile di tutti
i fratelli. Da qui la visione di una estensione della legge personale
interiore alla legge sociale esteriore, e poi il progetto di attuarla
nella società, basandosi sulla capacità di riconciliare
le parti in conflitto, per un rinnovamento globale.
Chi ha poi collegato la nonviolenza alla lunga tradizione
della riflessione della filosofia occidentale è stato Capitini.
Quella che nella storia della filosofia era stata la millenaria tensione
alla conoscenza, e che già Kant aveva incominciato a riorientare
verso la scoperta della norma morale autogestita; in Capitini diventa
la tensione all'apertura (oltre ogni limite che venga posto dalla natura),
del suo essere al "tu-Tutti". Quindi un'etica della creazione, tra le
persone, di valori superiori, mediante un evento positivo di tramutazione
della realtà. Grazie a questa maturazione intellettuale egli è
il primo a pensare in termini di nonviolenza strutturale, mediante quattro
diverse "concezioni" che caratterizzano i popoli; tra le quali concezioni
l'ultima è quella che lui prospetta, la nonviolenta. Ma poi non
è riuscito a sviluppare da queste sue prime intuizioni un intero
sistema di pensiero strutturale.
Chi invece lo ha incominciato a fare è stato Lanza
del Vasto, probabilmente perché è riuscito a concludere,
nel suo ambito, quella riforma della religione che Capitini aveva tentato
senza riuscirci. Lanza del Vasto ha saputo rivedere in termini universalistici
il legame della nonviolenza con la religione. Egli ha riconosciuto in
tutte le grandi religioni un elemento comune, il racconto del Peccato
Originale, e lo ha interpretato non come Peccato all'origine dei tempi,
ma come Peccato all'origine della società, in quanto la società
è sempre costituita dalla parte poco elevata degli uomini. Da qui
la capacità di Lanza del Vasto di descrivere "il diavolo nel gioco
sociale"; da qui la fondazione della nonviolenza come scelta di ritornare
a ciò che è stato ribaltato, sia dentro che fuori di noi:
una conversione personale e nello stesso tempo collettiva. In Lanza del
Vasto il passaggio della nonviolenza dalla metafisica della religione
all'etica e poi dall'astrattezza della filosofia alla realtà sociale,
perviene ad una categoria intellettuale precisa (antropologica-culturale),
la "civiltà". Essa sostiene una prima teoria di quattro tipi di
società e delle loro caratteristiche principali; tra le quali società
quella nonviolenta è ben caratterizzata storicamente e sociologicamente.
Chi ha compiutamente sviluppato un pensiero strutturale
nonviolento è il norvegese Johan Galtung. Egli ha incominciato
a introdurre la fondamentale distinzione tra la violenza personale e la
violenza strutturale; quest'ultima richiede una risposta non solo personale
ma strutturale e in definitiva anche ideologica. Riprendendo due caratteristiche
che il sociologo Parsons aveva trascurato, egli ha sottolineato, come
fondamentali, per caratterizzare un gruppo sociale, due variabili dicotomiche:
la distribuzione del potere in un gruppo (verticistico o paritetico) e
il tipo di relazioni interpersonali che esistono tra le persone del gruppo
(orientate alle persone o orientale alle cose). Ne risultano quattro "modelli
di sviluppo", che egli caratterizza con i colori blu, rosso, giallo e
verde. Nel periodo delle lotte nucleari questi modelli sono apparsi in
tutta evidenza, come rispettivamente quelli degli USA, dell'URSS, del
solare gestito dalle multinazionali e della nonviolenza (e dei Verdi).
Da allora il pensiero nonviolento ha avuto la capacità di affrontare
intellettualmente i problemi storici e sociali più grandi (anche
se il mondo accademico ancora non glielo riconosce).
E' da notare anche il grande contributo dell'autodefinitosi
nonviolento d. Milani. Egli arrivò ad un pensiero strutturale su
due settori fondamentali della organizzazione sociale, la scuola e la
difesa. La Lettera ad una Professoressa e la Lettera ai cappellani
militari nei rispettivi settori in esame costruirono un'analisi oggettiva
strutturale (le statistiche sulla selezione scolastica, nel primo caso;
l'elenco di tutte le guerre italiane, nel secondo caso); la conseguenza
sorprendente di ambedue le analisi fu il ribaltamento delle responsabilità
(nella prima struttura: la bocciatura non era tanto colpa della svogliatezza
del bocciato, ma dello scontro tra gruppi sociali; nella seconda struttura:
l'obiezione non era una viltà, ma era la giusta risposta ad un
obbligo di morte, mia o di altri, che in tutte le guerre passate era stato
imposto per cause tutte ingiuste).
Infine oggi la nonviolenza si presenta come una nuova
teoria politica, proprio mentre le altre teorie, che in precedenza la
schiacciavano dall'alto delle loro sicurezze, ora sono abbandonate dalle
masse e portano molti a teorizzare il progresso intellettuale come un
tornare indietro ad un "pensiero debole"; il che rivela una chiara rinuncia.
E' facile vedere che questa rinuncia è dovuta alla mancanza di
una teoria della soluzione dei conflitti sociali e intellettuali; cioè
alla ignoranza della nonviolenza sociale e teorica, proprio ora che essa
è costituita in "pensiero forte"..
4. Le lotte e i movimenti
Qui è facile esaltarsi nel vedere che ciò
che all'inizio di questo secolo era poco di più che un seme (le
lotte degli indiani nel Sud Africa) è cresciuto a dismisura, percorrendo
tutto il secolo con grandi movimenti dal basso, fino alla grandiosa liberazione
del 1989.
Sarebbe lungo elencare per filo e per segno queste lotte.
Le scorro fuggevolmente, indicando solo il principale motivo di rilevanza.
Incominciamo dalla lunga lotta per la liberazione dell'India;
essa ha portato alla prima liberazione dall'impero coloniale più
grande che ci sia mai stato nella storia dell'umanità.
Ma che fare in Europa di fronte a Hitler? Questa domanda
è passata tragicamente nella mente di tutti. In realtà anche
sotto Hitler ci sono stati dei movimenti di lotta nonviolenta. In Danimarca
i cittadini hanno difeso in massa i loro ebrei; in Norvegia i gruppi professionali
(gli insegnanti per primi) hanno tenuto in scacco la occupazione militare
nazista.
Ma questo lo si è ricostruito dopo e lentamente.
Invece nell'immediato dopoguerra fu luminosa la lotta di Danilo Dolci
contro la mafia e più tardi in Vietnam quella dei buddisti contro
l'oppressione USA. Ma queste lotte nonviolente sembravano lotte provinciali,
tipiche da minoranze emarginate; finché nei potentissimi USA M.L.
King portò 200.000 neri a Washington per rivendicare i loro diritti
civili ("Ho un sogno...").
Allora sorprendentemente la contestazione studentesca
mondiale apparve come una grande lotta nonviolenta contro le strutture
sociali occidentali; e dall'altra parte del mondo, sempre nel fatidico
'68, la Cecoslovacchia si difese sorprendentemente "a mani nude" contro
i carrarmati dell'URSS che volevano schiacciare la "primavera praghese".
La nonviolenza era entrata nella terra dei padroni e non aveva richiesto
nessuna di quelle precondizioni che erano sembrate essenziali alla lotta
gandhiana (religiosità rigorosa, leader carismatico, società
agricola, lotta nazionalistica, ecc. ).
Da allora in poi c'è stata una cavalcata di lotte
nonviolente nel mondo. Negli anni '70 sono nate le lotte antinucleari,
i cui movimenti erano a maggioranza nonviolenta; essi hanno proposto come
modello di sviluppo più razionale ed efficiente proprio quello
anticipato dai nonviolenti (da Gandhi per primo). Nel 1979 milioni di
donne col velo sono riuscite a liberare l'Iran dalle sette sorelle del
petrolio e dalla CIA, sconvolgendo per la prima volta tutta la geopolitica
mondiale. Negli anni '80 in Polonia Solidarnosc ha messo ha rischio il
potere dell'URSS. Poi manifestazioni di milioni di persone alla volta
hanno chiesto in tutti i paesi occidentali la fine della corsa agli armamenti
nucleari; fino a giungere alla vittoria del trattato sul ritiro degli
euromissili, all'interno di un incredibile avvicinamento tra URSS e USA
che si fondava sulla fede nella pace di un uomo solo, Gorbaciov. Nel 1986
c'è stata la liberazione delle Filippine dalla dittatura di Marcos;
per la prima volta una donna è andata al potere a furor di popolo.
Infine, "l'anno delle meraviglie", il 1989. E' rimasto
insanguinato dal massacro di Piazza Tien An Men, là dove era stata
inventata la parola cinese equivalente a "nonviolenza" e dove per ben
due volte gli studenti e i cittadini pechinesi avevano fermato l'esercito
che era stato inviato per schiacciare la insurrezione (la terza volta
furono inviate truppe che parlavano un'altra lingua). Nonostante questo
sangue, poco dopo i popoli della Polonia, della Cecoslovacchia, della
Germania Est, della Estonia, della Lituania hanno saputo concludere felicemente
un lungo processo di liberazione che aveva avuto come unica parola d'ordine
la nonviolenza.
Ancora non si vuole credere a questi fatti. Anzi, i potenti
hanno puntato tutto sul riassorbimento di questa "ondata di irrazionalità",
che (dopo la vittoria sulle centrali nucleari), avrebbe devastato momentaneamente
il consenso ai potenti della Terra. Ma l’evidenza è insopprimibile.
Solo la nonviolenza ha potuto quello che né la scomunica delle
Chiese, né le armi nucleari dei militari avevano potuto: liberare
quasi metà della Terra da una deviazione ideologica diventata aberrazione
dittatoriale; e con ciò liberare tutta l'umanità da quell'atto
di servitù che mai si era visto nella storia: la divisione di tutti
i popoli da parte di quattro uomini (Yalta); divisione che da allora è
diventata solo un umiliante ricordo storico.
La nonviolenza ha vinto! Bisogna gridarlo con tutta la
nostra forza; se non altro per cancellare quella fuga dalla realtà
sintetizzata dalla frase "la caduta del muro di Berlino", dove accuratamente
si fa a meno di indicare gli attori (i popoli, e non i potenti) e le idee
(la nonviolenza, e non il liberismo capitalista) del 1989. Questa vittoria
non è sicuramente dovuta all'irrazionalità o a dei sentimenti
collettivi, perché abbiamo visto in precedenza che in questo secolo
la nonviolenza ha costruito compiutamente un suo pensiero teorico strutturale,
sia tra alcuni maestri intellettuali, sia tra la gente comune (anche se
i maggiori teorici nonviolenti non hanno saputo proporsi come i maggiori
leaders delle lotte nonviolente).
5. I movimenti nonviolenti italiani
Dopo questo grande sommovimento mondiale, qual è
il ruolo degli attuali movimenti nonviolenti italiani?
Abbiamo visto che in Italia la nonviolenza è stata
presentata molto presto ed ha avuto un gruppo di maestri come nessun altro
paese europeo l'ha avuto (anche se questi maestri non hanno mai collaborato
in gruppo). Essi hanno dato l'impronta ad una fase ben precisa, quella
dei maestri-profeti, che hanno presentato la nonviolenza quasi sacralmente.
Il loro insegnamento in Italia ha raggruppato aderenti
ai due piccoli gruppi di nonviolenti (MIR e Movimento Nonviolento), che
assieme ad altri movimenti (MCP, SCI, Assopace, LDU, ecc.) hanno trovato
degli obiettivi fondamentali di azione comune nella legge sull'obiezione
di coscienza (prima le lotte per la sua approvazione, avvenuta nel 1972
e poi il lavoro per la qualificazione del conseguente servizio civile
di tanti giovani), la educazione scolastica nonviolenta (anni '70 e '80),
le lotte sul problema energetico (anni '70), le lotte contro le armi nucleari
(anni '80), la fondazione di comunità dell'Arca (al Sud: 1979-1993;
al Nord: 1984-95), il sostegno al partito italiano dei Verdi, la Campagna
di obiezione alle spese militari per la difesa popolare nonviolenta, la
diffusione dei training nonviolenti...
In particolare è molto rilevante il fatto che,
mentre la Chiesa cattolica ancor oggi si avvicina molto lentamente e non
senza resistenze alla nonviolenza, dal 1980 la Caritas è entrata
nel Servizio civile degli obiettori, assumendone migliaia l'anno; il che
di fatto ha creato un servizio civile qualificato e per di più
attento alla nonviolenza e alla DPN (tanto da reggere l'urto di Spadolini,
che nel 1983 voleva svilire il sevizio civile), ha permesso la larga diffusione
della obiezione di coscienza in una gran parte della gioventù italiana,
ha portato ad un radicale cambiamento propositivo nelle parrocchie e nelle
Curie diocesane. Inoltre è rilevante che in Italia Pax Christi,
a differenza delle posizioni mediamente moderate che ha negli altri Paesi,
sotto la presidenza di don Tonino Bello ha preso delle posizioni decisamente
nonviolente: in particolare ha aderito alla Campagna OSM-DPN e ha lanciato
la marcia a Sarajevo del 1992.
6. I movimenti per la pace dopo il 1989
Ma tutto questo non deve fare pensare ad una crescita
costante della nonviolenza in Italia. Dal punto di vista solo numerico,
la crescita degli anni '60 e '70 si è rivelata poco duratura e
poi è addirittura regredita, paradossalmente, proprio dopo il 1989.
Questa data è certamente una discriminante tra due periodi profondamente
diversi per i nonviolenti.
Il 1989 ha creato un entusiasmo molto grande: veniva
a realizzarsi quanto finallora era stato irriso come un semplice sogno
ad occhi aperti. I nonviolenti, che finallora erano stati solo minoranza
emarginata, si aspettavano giustamente di essere presi in considerazione,
o che comunque nella struttura sociale avvenisse quel cambiamento che
la storia aveva dimostrato necessario: quel lavoro sociale che finallora
loro avevano compiuto per iniziativa spontanea dal basso e per sforzo
volontaristico avrebbe dovuto essere istituzionalizzato, così come
era stato chiesto previdentemente già dal 1982 dalla Campagna OSM-DPN,
e così come era logico che avvenisse per una proposta politica
(la DPN) che le liberazioni del 1989 avevano dimostrato valida nei fatti;
dallo spontaneismo si sarebbe dovuto passare alla collocazione stabile
di uomini e di idee nelle strutture politiche (partiti e istituzioni),
in modo che la società sapesse preparare convenientemente le azioni
future analoghe alle liberazioni del 1989. La naturale attesa di promozione
sociale e politica ha coinvolto un po' tutti i nonviolenti, tanto più
in tempi di crollo della classe politica italiana (Tangentopoli).
E invece dopo il 1989 c'è stato il contraccolpo
delle guerre nel Golfo e in Jugoslavia (che sono state così tanto
irrazionali e così tanto prevaricatrici di ogni buona disposizione
da essere incredibili); ciò ha messo a dura prova la fiducia che
i nonviolenti per opinione riponevano nelle loro capacità di risolvere
nonviolentemente i conflitti. Queste guerre hanno indicato ai nonviolenti
che occorreva ricominciare faticosamente daccapo la lunga salita di Sisifo.
Il dopo 1989 è stato quindi una grande delusione per i nonviolenti,
perché ha loro impedito di uscire dallo spontaneismo, cioé
dalla necessità di continuare ad improvvisare ed a profondere energie
in ogni occasione di impegno. Tanto più che dopo il 1989 la salita
di Sisifo è stata ancora più angosciante, per le attività
d'emergenza da realizzare urgentemente in Jugoslavia. Inoltre quell'inquinamento
della nonviolenza che prima era quasi laterale, quello creato dai radicali,
dopo il 1989 si è rinnovato, ora moltiplicato in ampiezza dal rozzo
ma pesante equivoco della Lega Nord. Non è sorprendente allora
che, durante un periodo di generale disimpegno della popolazione italiana
per la vita politica e per le ideologie politiche, anche i nonviolenti
abbiano subìto una contrazione, sicuramente di tutti quelli che
si erano avvicinati per una adesione di opinione.
7. Quale prospettiva?
Ma c'è da notare che nel frattempo la nonviolenza
si è fatta strada tra la gente; ad es. essa oggi è partecipata
da molti altri movimenti.
Sono sorte delle ONG tipicamente nonviolente (oltre l'Overseas
di Modena, l'Assefa che ha varie sedi in Italia e che è collegata
con vari movimenti gandhiani indiani). La associazione per il Commercio
equo e solidale ha creato una rete nazionale proprio nel settore economico
che oggi è il più difficile da aggredire. Durante la guerra
in Jugoslavia (e anche dopo) una miriade di gruppi e associazioni ha svolto
un lavoro enorme che non è stato solo assistenziale; in particolare
l'Associazione per la Pace si è trasformata profondamente attraverso
questo tipo di lavoro, assumendo un carattere maggiormente nonviolento.
Amnesty International ha ripreso un atteggiamento nonviolento, quello
tipico della sua origine. E' sorto il movimento dei Beati Costruttori
di Pace, che non è nonviolento ma agisce in situazioni molto difficili
come meglio saprebbero fare i nonviolenti; la Comunità S. Egidio,
che pure non ha mai compiuto una scelta dichiarata di nonviolenza, ha
realizzato delle mediazioni internazionali (Mozambico, Algeria, Kosovo)
che hanno concretato quella diplomazia popolare che era stata tanto auspicata.
Soprattutto, la nonviolenza è entrata al livello delle grandi religioni
con un ecumenismo partecipato da tutti (finalmente anche da tutta la chiesa
cattolica), che ha fatto passi da gigante; oggi le chiese sono terreno
di cultura per la nonviolenza, almeno nei rapporti tra le religioni. In
più, nel 1992 anche l'ONU ha espresso (Agenda per la Pace
del Segr. generale B.B. Ghali) la volontà di istituire corpi di
intervento non armato. Infine, ma non meno importante, le donne stanno
avendo un ruolo crescente nella vita sociale e politica e ciò non
potrà che favorire la nonviolenza nelle relazioni sociali.
Guardando tutto ciò complessivamente, sembra di
vedere che la nonviolenza, da ispirazione di qualche grande maestro, è
passata poi in movimenti e poi si è diffusa spontaneamente nella
società e nella storia. Dal movimento verticale dell'insegnamento
dei grandi maestri si è passati al movimento orizzontale della
diffusione popolare imprevedibile. Tutto ciò fino al 1989. Ora
sembra che la fase della diffusione, verticale e orizzontale, della nonviolenza
sia terminata.
Perciò tutto questa crescita avrà realizzato
solo un momento di verità mondiale se, come in tutte le occasioni
in cui la storia ha maturato nuove realtà, questa nuova verità
non verrà concretata in apposite istituzioni; dove la parola istituzione
è da intendere in senso ampio; tanto potrà nascere una grande
aggregazione privata nonviolenta, del tipo di una grande associazione
internazionale, un ordine religioso, una comunità ecologica regionale;
oppure una legge nazionale potrà riconoscere la cittadinanza collettiva
dei nonviolenti in Italia, dando loro i mezzi logistici e finanziari per
esprimersi socialmente (ad es. in termini educativi, con una Scuola per
i (500?) Formatori dei 55.000 obiettori di coscienza all'anno); tanto
questa istituzione potrà essere realizzata dall'ONU istituendo
un copro internazionale di peacekeepers civili nonviolenti. Qui è
il gradino cruciale di questo momento: realizzare una prima istituzione
nonviolenta in mezzo alla società attuale, che è strutturata
mediante una serie di istituzioni violente.
Siamo quindi in una situazione molto divaricata. Sia
a livello internazionale, tra vittorie enormi che hanno generato attese
tradite dagli avvenimenti successivi; sia in Italia, dove si naviga a
vista in mezzo a situazioni che invece potrebbero far sviluppare grandi
progetti di nonviolenza. In particolare, in Italia la Campagna OSM-DPN
è un sicuro sostegno per una strategia politica che alla nonviolenza
dia un ruolo centrale nella vita politica italiana. Infatti la Campagna
italiana di obiezione alle spese militari è stata certamente favorita
dalla legislazione italiana (che è poco dura verso chi rifiuta
le tasse) e da una Costituzione che, unica al mondo, è interpretabile
anche in termini di difesa nonviolenta. La Campagna, attraverso la nuova
Legge n. 230/98 di riforma dell'odc, può recuperare quella "prima
istituzione di DPN" alla quale essa è finalizzata e che oggi può
costituire il salto di qualità per una crescita della nonviolenza.
Se ci si riuscirà, l'Italia darà l'esempio
della prima istituzionalizzazione della nonviolenza a tutti i paesi del
mondo (specie quelli cattolici); tenendo conto dei vari maestri italiani
di nonviolenza, l'Italia sarà il Paese che ha seguito Gandhi meglio
di tutti gli altri. Se invece non ci riuscirà, la nonviolenza in
Italia avrà terminato quella spinta propulsiva che ha avuto in
questi decenni, avendo consumato (bene e male) tutte le energie che gli
venivano dalla eredità di grandi maestri. Questo fatto sarà
probabilmente il segno che i grandi avvenimenti del 1989 dovranno bastare
per i prossimi decenni a venire a convincere la gente della bontà
della strategia nonviolenta; fino ad una nuova fase di lotta nonviolenta
nella quale la sofferenza dei prossimi tempi duri avrà fatto maturare
un'altra generazione di nonviolenti.
NUOVA LEGGE IN ITALIA. E NEL RESTO D’EUROPA?
L’Eurobiezione di coscienza al servizio militare
A cura di Stefano Guffanti
Diritto all’obiezione: per chi?
E’ considerato obiettore di coscienza chiunque rifiuti
di compiere il servizio militare o di partecipare sotto qualsiasi forma,
diretta o indiretta, a guerre o conflitti armati, per motivi di coscienza,
in ragione delle sue convinzioni religiose, etiche, morali, umanitarie,
filosofiche, politiche. Il diritto a rifiutare l’uso delle armi o di partecipare
a guerre, deve essere garantito, indipendentemente dalla ragione dell’obiezione
e deve essere esteso anche a coloro che hanno già iniziato il servizio
militare, come pure ai soldati che operano in eserciti professionali,
che hanno maturato l’obiezione di coscienza dopo essersi arruolati.
L’obiezione nel diritto internazionale
La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la
Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, il Consiglio d’Europa
ed il Parlamento Europeo, hanno riconosciuto il diritto all’obiezione,
quale componente basilare del diritto alla libertà di pensiero,
coscienza e religione, sollecitando i governi nazionali a legiferare affinché:
sia concesso, agli obiettori, di svolgere un servizio alternativo
di carattere civile e non punitivo;
sia consentito dichiararsi obiettori in qualsiasi momento;
sia garantita e promossa l’informazione sulle leggi;
il servizio civile sia effettivamente alternativo alle attività
militari e belliche.
Un diritto senza limiti
Ogni essere umano deve poter esercitare il diritto all’obiezione
indipendentemente da:
l’aver intrapreso il servizio militare per obbligo (coscrizione obbligatoria)
o per scelta (arruolamento volontario);
fattori temporali, avendo così, in ogni momento, la possibilità
di rivedere la sua posizione, soprattutto se il conflitto, più
che un’eventualità puramente teorica, diventa un effettiva opportunità
di trovarsi a dover uccidere altri esseri umani.
Sostenere la campagna per il diritto all’obiezione
L’approvazione di leggi, formalmente adeguate, è
condizione importante, ma di per sé non sufficiente, a garantire
l’effettivo riconoscimento del diritto all’obiezione, se non è
affiancata da iniziative concrete e sostanziali, finalizzate alla creazione
di cultura ed informazione sul rispetto e difesa dei diritti umani; per
questo è importante conoscere e sostenere i gruppi che operano
per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza; quali riferimenti,
in Italia, indichiamo:
Lega Obiettori di Coscienza Tel: 02/58101226
e-mail:
Azione Nonviolenta Tel: 045/8009803
e-mai:
Amnesty International Italia Tel: 06/37514860 e-mail:
Difesa armata e diritto all’obiezione in Europa
Confrontando l’organizzazione militare e il quadro legislativo
in materia di obiezione, emerge un quadro europeo fortemente eterogeneo;
possiamo, però, individuare almeno cinque situazioni, con alcuni
tratti comuni:
Arruolamento di professionisti su base volontaria, per i quali raramente
è prevista la possibilità di maturare la scelta di obiezione
di coscienza;
Coscrizione obbligatoria; l’obiezione è illegale e non è
previsto un servizio alternativo;
Coscrizione obbligatoria; l’obiezione è ammessa dalla Costituzione
ma, senza leggi attuative, è impossibile svolgere un servizio
alternativo;
Coscrizione obbligatoria; la legge permette un servizio alternativo
ma a condizioni estremamente punitive;
Coscrizione obbligatoria; l’obiezione è consentita da una legislazione
che, seppur con qualche limite, è abbastanza avanzata.
Alcune indicazioni pratiche
Per uno studio più approfondito del tema si può
fare riferimento al Rapporto europeo di Amnesty International, associazione
che promuove, tra le altre, iniziative e campagne a sostegno del diritto
all’obiezione di coscienza; chi fosse interessato ad avere maggiori informazioni
(casi di obiettori adottati quali prigionieri di coscienza, evoluzioni
legislative, campagne per il diritto all’obiezione, etc.) può contattare
direttamente l’associazione, oppure consultarne i siti Internet:
L’invasione islamica, iniziata a partire dal Mille, introdusse
radicali cambiamenti nella società indiana, la quale fu costretta
a lottare contro popolazioni agguerrite, sorrette da una fede religiosa
intransigente. Mahmud di Ghazni, dal suo regno afghano, cominciò
nel 1001 le spedizioni di conquista, ma più specialmente di razzia,
contro l’India, finchè nel 1021 potè annettersi il Panjab.
Di qui la potenza musulmana si estese nell’India settentrionale e portò
alla nascita del Sultanato di Delhi (1211).
Dopo la rovinosa incursione di Tamerlano, che nel 1398
saccheggiò Delhi, il Sultanato entrò in crisi e sopravvisse
con alterne vicende fino ai primi decenni del Cinquecento, quando si affacciò
alle frontiere un nuovo conquistatore, il turco-mongolo Babur, che con
la forza militare fondò l’impero Moghul (1530-1707), il più
grande Impero musulmano dell’India.
Nel campo religioso due grandi avvenimenti ebbero luogo
in seguito all’occupazione islamica: la scomparsa del Buddhismo dall’India
(ad eccezione dello Sri Lanka e delle regioni del Himalaya), e il sorgere
di un islamismo indiano, specialmente nelle regioni del nord e dell’ovest.
La predicazione di Kabir
L’urto violento tra indù e musulmani spinse alcuni
spiriti più consapevoli alla ricerca di un’intesa tra le due religioni.
Kabir (circa 1440-1518), nato a Benares e abbandonato dalla madre, fu
allevato da un tessitore musulmano, ma crebbe circondato dall’ambiente
e dalle osservanze indù, associandosi ai seguaci di Ramananda,
un devoto di Vishnu.
Dedicatosi alla predicazione itinerante, si rivolgeva
agli indù e ai musulmani, e insisteva nel dire che c’è un
unico Dio, che gli uomini chiamano con nomi diversi, sia Allah, sia Rama
(avatàra di Vishnu ed eroe del Ramayana). Per conoscere
Dio, bisogna aprire l’animo alla compassione, credere nella fratellanza
degli uomini e conoscere sé stessi.
Guru Nanak e il Sikhismo
Guru Nanak naque nel 1469 da famiglia indù in
un piccolo villaggio del Panjab centrale, non molto lontano dalla città
di Lahore. Apparteneva alla casta guerriera ed entrò in contatto
con la cultura indù, con quella musulmana e con l’insegnamento
di Kabir.
Dopo una serie di viaggi, durante i quali visitò
i luoghi sacri dell’induismo e dell’islamismo, si ritirò coi discepoli
(in lingua panjabi, sikh) nel villaggio di Kartarpur nel Panjab,
dove fondò una comunità e morì nel 1539 (o 1538).
Aveva designato uno dei suoi discepoli, Lahina, come
suo successore, così il movimento dei Sikh proseguì attraverso
la successione dei Guru. L’intuizione fondamentale di Guru Nanak è
l’incontro tra indù e musulmani nella fede in un unico Dio. La
breve formula, che apre l’Adi Granth (il sacro testo dei Sikh)
e che la tradizione vuole fosse pronunciata dal Guru subito dopo la sua
"illuminazione" a Sultànpur, riassume bene il suo credo:
L’Essere supremo è uno. Il suo nome è
"colui che veramente è".
È un Dio personale, creatore, privo di paura
e di inimicizia.
Non soggetta al tempo è la sua immagine.
È non-generato, esistente per sé stesso,
Guru, dispensatore di grazia.
Il Vero era all’inizio; il Vero era nell’età
primiera; il Vero è anche ora; il Vero anche sarà.
Commenta il prof. Stefano Piano: "In queste parole
è contenuta l’enunciazione di tutti i principi fondamentali della
teologia di Nanak e, in generale, dei Sikh. Il primo di essi è
l’unicità di Dio, considerata da tutti gli esegeti e gli storici
del Sikhismo come la principale credenza religiosa del primo guru.
Una credenza che non solo la religione ebraico-cristiana e l’Islamismo
avevano rigorosamente affermato, ma che non era affatto estranea neppure
al mondo dell’Induismo, e in modo particolare alle più mature correnti
religiose dei tempi di Nanak.
È vero che l’induismo può facilmente apparire
come una religione politeistica: infatti un grandissimo numero di dei
e di semidei era ed è tuttora venerato dalle popolazioni delle
svariate regioni dell’India. Ma è tuttavia altrettanto vero che
dietro questo apparente politeismo – con tutto ciò che comporta
di iconolatria, superstizione e fanatismo di setta – si cela la fondamentale
tendenza alla fede in un solo Essere supremo. Tale fede si accompagna
di solito a concezioni di tipo panteistico, secondo le quali non esiste
che una sola realtà, per cui Dio si identifica con l’universo intero."
(Guru Nanak e il Sikhismo, Ed. Esperienze, Fossano (Cn), 1971,
pp. 107-108)
Guru Nanak diede un grande contributo alla civiltà
dell’India, suscitando sentimenti di tolleranza e di benevolenza tra Indù
e Musulmani; inoltre condannò ogni forma di idolatria, il sistema
delle caste, il bruciamento delle vedove e l’uso di vino e tabacco.
Purtroppo, la pacifica comunità basata sui principi
della verità, della tolleranza e dell’amore, non durò a
lungo. I Sikh, alla fine del Seicento, dopo aver subito una lunga serie
di persecuzioni da parte delle autorità musulmane, furono costretti
a trasformarsi in una comunità armata per difendere con la spada
la propria fede.
Legge 8 luglio 1998, n. 230 "Nuove norme in materia di
obiezione di coscienza."
Approvata definitivamente al Senato il 16 giugno 1998
e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.163 del 15 luglio 1998
Art. 1.
1. I cittadini che, per obbedienza alla coscienza, nell'esercizio
del diritto alle libertà di pensiero, coscienza e religione riconosciute
dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e dalla Convenzione
internazionale sui diritti civili e politici, opponendosi all'uso delle
armi, non accettano l'arruolamento nelle Forze armate e nei Corpi armati
dello Stato, possono adempiere gli obblighi di leva prestando, in sostituzione
del servizio militare, un servizio civile, diverso per natura e autonomo
dal servizio militare, ma come questo rispondente al dovere costituzionale
di difesa della Patria e ordinato ai fini enunciati nei "Principi fondamentali"
della Costituzione. Tale servizio si svolge secondo le modalità
e le norme stabilite nella presente legge.
Art. 2.
1. Il diritto di obiezione di coscienza al servizio militare
non é esercitabile da parte di coloro che:
a) risultino titolari di licenze o autorizzazioni relative
alle armi indicate negli articoli 28 e 30 del testo unico delle leggi
di pubblica sicurezza, approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n.
773, e successive modifiche ed integrazioni, ad eccezione delle armi di
cui al primo comma, lettera h), nonché al terzo comma dell'articolo
2 della legge 18 aprile 1975, n. 110, come sostituito dall'articolo 1,
comma 1, della legge 21 febbraio 1990, n. 36. Ai cittadini soggetti agli
obblighi di leva che facciano richiesta di rilascio del porto d’armi per
fucile da caccia, il questore, prima di concederlo, fa presente che il
conseguimento del rilascio comporta rinunzia ad esercitare il diritto
di obiezione di coscienza;
b) abbiano presentato domanda da meno di due anni per
la prestazione del servizio militare nelle Forze armate, nell'Arma dei
carabinieri, nel Corpo della guardia di finanza, nella Polizia di Stato,
nel Corpo di polizia penitenziaria e nel Corpo forestale dello Stato,
o per qualunque altro impiego che comporti l'uso delle armi;
c) siano stati condannati con sentenza di primo grado
per detenzione, uso, porto, trasporto, importazione o esportazione abusivi
di armi e materiali esplodenti;
d) siano stati condannati con sentenza di primo grado
per delitti non colposi commessi mediante violenza contro persone o per
delitti riguardanti l'appartenenza a gruppi eversivi o di criminalità
organizzata.
Art. 3.
1. Nel bando di chiamata di leva predisposto dal Ministero
della difesa deve essere fatta esplicita menzione dei diritti e dei doveri
concernenti l'esercizio dell'obiezione di coscienza.
Art. 4.
1. I cittadini che a norma dell'articolo 1 intendano
prestare servizio civile devono presentare domanda al competente organo
di leva entro sessanta giorni dalla data di arruolamento. A decorrere
dal 1 gennaio 1999 il predetto termine é ridotto a quindici giorni.
La domanda non può essere sottoposta a condizioni e deve contenere
espressa menzione dei motivi di cui all'articolo 1 della presente legge
nonché l'attestazione, sotto la propria personale responsabilità,
con le forme della dichiarazione sostitutiva di atto notorio, circa l'insussistenza
delle cause ostative di cui all'articolo 2. Fino al momento della sua
definizione la chiamata alla leva resta sospesa, semprechè la domanda
medesima sia stata prodotta entro i termini previsti dal presente articolo;
le disposizioni di cui al presente periodo si applicano fino al 31 dicembre
1999.
2. All'atto di presentare la domanda, l'obiettore può
indicare le proprie scelte in ordine all'area vocazionale e al settore
d'impiego, ivi compresa l'eventuale preferenza per il servizio gestito
da enti del settore pubblico o del settore privato, designando fino a
dieci enti nell'ambito di una regione prescelta. A tal fine la dichiarazione
può essere corredata da qualsiasi documento attestante eventuali
esperienze o titoli di studio o professionali utili.
3. Fino al 31 dicembre 1999 gli abili ed arruolati ammessi
al ritardo ed al rinvio del servizio militare per i motivi previsti dalla
legge, nel caso che non abbiano presentato la domanda nei termini stabiliti
al comma 1, potranno produrla al predetto organo di leva entro il 31 dicembre
dell'anno precedente la chiamata alle armi. La presentazione della domanda
di ammissione al servizio civile non pregiudica l'ammissione al ritardo
o al rinvio del servizio militare per i motivi previsti dalla legge.
Art. 5.
1. Il Ministro della difesa, sulla base dell'accertamento
da parte degli uffici di leva circa l'inesistenza delle cause ostative
di cui all'articolo 2, decreta, entro il termine di sei mesi dalla presentazione
della domanda, l'accoglimento della medesima. In caso contrario ne decreta
la reiezione, motivandola.
2. La mancata decisione entro il termine di sei mesi
comporta l'accoglimento della domanda.
3. In caso di reiezione della domanda di ammissione al
servizio civile o di sopravvenuto decreto di decadenza dal diritto di
prestarlo, l'obiettore può ricorrere all'autorità giudiziaria
ordinaria. Il giudice competente é il pretore nella cui circoscrizione
ha sede il distretto militare presso cui é avvenuta la chiamata
alla leva. Per il procedimento si osservano le norme di cui agli articoli
da 414 a 438 del codice di procedura civile, in quanto applicabili. Il
pretore, anche prima dell'udienza di comparizione, su richiesta del ricorrente,
può sospendere fino alla sentenza definitiva, con ordinanza non
impugnabile, quando ricorrano gravi motivi, l'efficacia del provvedimento
di reiezione della domanda o del decreto di decadenza dal diritto di prestare
il servizio civile.
4. Fino al 31 dicembre 1999 in caso di reiezione della
domanda di ammissione al servizio civile e, comunque, in caso di sopravvenuto
decreto di decadenza dal diritto di prestarlo, l'obiettore può
ricorrere all'autorità giudiziaria ordinaria. Il giudice competente
é il pretore nella cui circoscrizione ha sede il distretto militare
presso cui é avvenuta la chiamata alla leva. Per il procedimento
si osservano le norme di cui agli articoli da 414 a 438 del codice di
procedura civile, in quanto applicabili. Il pretore, anche prima dell'udienza
di comparizione, su richiesta del ricorrente, può sospendere fino
alla sentenza definitiva, con ordinanza non impugnabile, quando ricorrano
gravi motivi, l'efficacia del provvedimento di reiezione della domanda
o del decreto di decadenza dal diritto di prestare il servizio civile.
5. Dalla data di inizio dell'efficacia delle disposizioni
di cui al decreto legislativo 19 febbraio 1998, n. 51, il giudice competente
ai fini di quanto previsto dal comma 4 é il tribunale in composizione
monocratica di cui all'articolo 50- ter del codice di procedura civile,
introdotto dall'articolo 56 del citato decreto legislativo n. 51 del 1998.
6. Il rigetto del ricorso o della richiesta di sospensiva
comporta l'obbligo di prestare il servizio militare per la durata prescritta.
Art. 6.
1. I cittadini che prestano servizio civile ai sensi
della presente legge godono degli stessi diritti, anche ai fini previdenziali
e amministrativi, dei cittadini che prestano il servizio militare di leva.
Essi hanno diritto alla stessa paga dei militari di leva con esclusione
dei benefici volti a compensare la condizione militare.
2. Il periodo di servizio civile é riconosciuto
valido, a tutti gli effetti, per l'inquadramento economico e per la determinazione
dell'anzianità lavorativa ai fini del trattamento previdenziale
del settore pubblico e privato, nei limiti e con le modalità con
le quali la legislazione vigente riconosce il servizio di leva.
3. Il periodo di servizio civile e di leva effettivamente
prestato é valutato nei pubblici concorsi con lo stesso punteggio
che le commissioni esaminatrici attribuiscono per i servizi prestati negli
impieghi civili presso enti pubblici. Ai fini dell'ammissibilità
e della valutazione dei titoli nei concorsi banditi dalle pubbliche amministrazioni
é da considerarsi a tutti gli effetti il periodo di tempo trascorso
nel servizio civile e di leva in pendenza di rapporto di lavoro.
4. L'assistenza sanitaria é assicurata dal Servizio
sanitario nazionale, salvo quanto previsto dall'articolo 9, comma 7.
Art. 7.
1. Dalla data di accoglimento della domanda i nominativi
degli obiettori vengono inseriti nella lista del servizio civile nazionale;
tale inserimento viene contestualmente annotato nelle liste originarie
per l'arruolamento di terra o di mare.
2. La lista degli obiettori di coscienza prevede più
contingenti annui per la chiamata al servizio.
Art. 8.
1. In attesa dell'entrata in vigore dei decreti legislativi
attuativi della delega di cui all'articolo 11, comma 1, lettera a), e
all'articolo 12 della legge 15 marzo 1997, n. 59, e successive modificazioni,
é istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, l'Ufficio
nazionale per il servizio civile. La dotazione organica dell'Ufficio,
fissata per il primo triennio nel limite massimo di cento unità,
é assicurata utilizzando le vigenti procedure in materia di mobilità
del personale dipendente da pubbliche amministrazioni, nonché di
consulenti secondo quanto previsto dalla legge 23 agosto 1988, n. 400,
e successive modificazioni. L'Ufficio é organizzato in una sede
centrale e in sedi regionali ed é diretto da un dirigente generale
dei ruoli della Presidenza del Consiglio dei ministri, nominato dal Presidente
del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri,
il quale rimane in carica per un quinquennio, rinnovabile una sola volta.
2. L'Ufficio di cui al comma 1 ha i seguenti compiti:
a) organizzare e gestire, secondo una valutazione equilibrata,
anche territorialmente, dei bisogni ed una programmazione annuale del
rendimento complessivo del servizio, da compiere sentite le regioni e
le province autonome di Trento e di Bolzano, la chiamata e l'impiego degli
obiettori di coscienza, assegnandoli alle Amministrazioni dello Stato,
agli enti e alle organizzazioni convenzionati di cui alla lettera b);<