|
L'attualità
"NUOVE NORME IN MATERIA DI OBIEZIONE DI COSCIENZA"
UNA BUONA LEGGE, MA...
Mao Valpiana
L'argomento
ECONOMIA E NONVIOLENZA DAL PENSIERO AL PROGETTO
Pasquale Pugliese
Il fucile spezzato
PREMIO INTERNAZIONALE ALEXANDER LANGER 1998
Pianeta India
L'INDUISMO E IL MONACO SANKARA
Claudio Cardelli
Inserto speciale – 80 anni dopo
DOV'E', O GUERRA, LA TUA VITTORIA?
Enrico Peyretti
Ci hanno scritto
Obiezione
IL CONGRESSO DELLA LEGA OBIETTORI DI COSCIENZA
PER COMINCIARE A DISCUTERE
Recensioni
Io obietto al congedo
Ill.mo signor Presidente della Repubblica,
sono un obiettore di coscienza che da poco ha terminato
il servizio civile svolto al Movimento Nonviolento; le scrivo per esprimere
il mio dissenso dal foglio di congedo illimitato.
Sul retro del documento vengono riportati una serie di
articoli, ne cito alcuni :
1. Il militare in congedo illimitato continua
ad appartenere alle FF. AA. e deve obbedienza a qualunque ordine gli
pervenga dalle Autorità Militari per ciò che riguarda
i suoi doveri militari.
12. Il militare richiamato alle armi deve presentarsi
al reparto cui è stato destinato munito del foglio di congedo
o di un documento di riconoscimento rilasciato dal Comune. Non presentandosi,
sarà denunciato per diserzione.
Nonostante io obietti all’uso delle armi risulto appartenente
alle Forze Armate, ed è per questo motivo che ho deciso di restituire
il mio congedo.
Devo contestare il primo articolo nel quale non mi riconosco,
la mia coscienza mi spinge a rifiutare qualsiasi forma di egemonia militare,
di obbedienza ad un esercito, il quale imponendo a dei giovani cittadini
italiani l’obbligo di prestare servizio militare, li rende automaticamente
schiavi di un meccanismo che ideologicamente svilisce le singole personalità.
Ma il motivo principale per cui mi sento totalmente
estraneo alle Forze Armate, è dato dal fatto che vi è una
continua ed esasperata corsa agli strumenti bellici tecnologicamente più
potenti e micidiali.
Non accetto che vengano stanziati ogni giorno decine
e decine di miliardi per sovvenzionare delle spese militari assolutamente
inutili, pensando soprattutto a ciò che si potrebbe realizzare
per la collettività con la stessa esorbitante quantità di
denaro, per questo è opportuno e necessario far conoscere alla
società la possibilità di obiettare alle spese militari.
L’impiego di immense risorse nel settore bellico, anche
indipendentemente dall’utilizzo o meno delle armi, sottrae risorse allo
sviluppo, creando un divario maggiore fra paesi ricchi e paesi poveri,
costituendo quindi un attentato alla pace.
L’obiezione fiscale alle spese militari non intende contestare
il diritto dello stato ad esigere le imposte, si oppone invece all’utilizzo
di tali tasse per finanziare gli eserciti.
Ritengo sia indispensabile per una società che
si avvicina alla fine del millennio, la possibilità, anzi, la necessità
della strutturazione di una forma alternativa di difesa, mi riferisco
alla Difesa Popolare Nonviolenta. A mio avviso essa è un tentativo
di risposta concreta ai bisogni di difesa di una società e potrebbe
portare un contributo positivo per la modifica degli attuali sistemi militari,
conducendo i cittadini ad esigere dal proprio governo una politica estera
realmente orientata verso la giustizia e la pace.
Spero che il mio gesto, e quello di altri obiettori,
possa dimostrare la nostra coerenza e determinazione nell’opposizione
integrale alla guerra e all’uso delle armi, anche semplicemente rifiutando
un congedo militare.
Le rivolgo i più sentiti ringraziamenti.
Marco Brandini
Verona
NEL TRENTENNALE DELLA MORTE
Il pensiero e l’azione di Aldo Capitini
Pisa, 10 ottobre (dalle ore 9,30)
Giornata di studi presso la Sala convegni della Domus
, in via Mazzini 7, promossa dalla Biblioteca Franco Serantini e dalla
Domus Mazziniana, con il patrocinio della Provincia di Pisa.
Relazioni di Teresa Mattei (Membro dell’Assemblea Costituente)
Un’eredità dimenticata, Rocco Altieri (Biblioteca Franco
Serantini) Religione e politica in Capitini, Antonino Drago (Università
di Napoli) La fondazione di un pensiero strutturale nonviolento,
Matteo Soccio (Casa della pace di Vicenza) Teoria e prassi della nonviolenza
in Capitini, Giovanni Salio (Università di Torino) Anarchia
e nonviolenza, Alberto L’Abate (Università di Firenze) Nonviolenza
e omnicrazia. Interverranno anche Pier Carlo Masini, Lanfranco Mencaroni,
Pietro Pinna.
Nei giorni precedenti, dal 5 al 10 ottobre, presso la Sala della Biblioteca
della Domus Mazziniana sarà esposta la mostra documentaria: "Capitini
ed il movimento nonviolento in Italia negli anni del primo dopoguerra,
1945-1955"
Aldo Cattaneo, Daniele Rocchetti, Giovanni Stiz, La
fionda di Davide. Verso una finanza etica, Alfazeta – Coop. Il Seme, 1997,
lire 14.000
Un numero sempre maggiore di famiglie italiane sta trasferendo
i propri risparmi dal tradizionale investimento in titoli di stato al
mercato borsistico ed ai fondi comuni.
Spesso queste scelte finanziarie sono, in perfetta buona
fede, in profonda contraddizione con i valori e le convinzioni dello stesso
risparmiatore. Può accadere così che un fervente antimilitarista
finisca per finanziare una fabbrica che costruisce armi, oppure che un
convinto ecologista presti i propri soldi a un’azienda inquinante o che
pratica la sperimentazione sugli animali.
La Banca Etica, che diventerà operativa nei primi
mesi del 1998, permetterà ad ogni persona di investire il proprio
denaro esclusivamente in attività "etiche", compatibili
da un punto di vista sociale ed ambientale, garantendo nel contempo un
importante canale di finanziamento al cosiddetto Terzo Settore, il vasto
mondo costituito da associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative
sociali.
Lo stimolo della Banca Etica ha favorito il sorgere di
molte iniziative finanziarie che si autodefiniscono "etiche",
sia da parte di banche che di altri intermediari. Attualmente ci troviamo
dunque di fronte ad un panorama vario e diversificato, con grandi potenzialità
di sviluppo e nello stesso tempo con consistenti pericoli di confusione
e disorientamento per i risparmiatori interessati.
"La fionda di Davide" è un testo curato
da alcuni formatori della Cooperativa Il Seme di Bergamo – già
nota per il successo del precedente libro "Capitali Coraggiosi"
– e vuole essere un valido strumento di orientamento nel mondo della finanza
etica, illustrando esperienze consolidate e prospettive future ed aiutando
il risparmiatore ad effettuare una scelta consapevole tra i vari prodotti
finanziari cosiddetti "etici" presenti sul mercato. Il volume,
reso possibile dal contributo della FISAC Milano-Lombardia, è costituito
da una raccolta di saggi che, pur raccogliendo contributi da autori diversi
(tra cui Alberto Castagnola, economista ricercatore presso l’Ispes di
Roma, e Gianni Calligaris, presidenti di Alfazeta) risulta fortemente
unitaria nel progetto e nella struttura.
Dopo aver inquadrato il tema della finanza all’interno
del processo di globalizzazione, il libro illustra chiaramente, in forma
didattica e esemplificativa, a quali requisiti deve rispondere un prodotto
finanziario per poter essere considerato "etico". Quindi, vengono
esaminate alcune esperienze già esistenti di finanza etica, operanti
all’esterno (la "Grameen Bank", la "Alternative Bank Schweiz"
e la "Ökobank") e in Italia (le MAG, cooperative di Mutua
AutoGestione).
Il cuore del libro è dedicato all’illustrazione
del progetto di Banca Etica: vengono esposti il percorso che ha portato
a questa iniziativa, i principi costitutivi, le future modalità
di funzionamento, i legami con il mondo delle organizzazioni non profit.
Infine, vengono esaminate alcune proposte del sistema
finanziario tradizionale, per ciascuna delle quali viene definito il "grado
di eticità" alla luce dei requisiti precedentemente indicati.
Un articolo è destinato alle potenzialità rappresentate
dalla nascita dei fondi pensione.
Il libro è arricchito dalle interviste a due figure
tra le più rappresentative del mondo della finanza etica: Giovanni
Acquati (presidente della Mag2-Finance) e Fabio Salviato (Presidente della
Cooperativa Verso la Banca Etica e Direttore della Ctm-Mag).
La "chicca" più preziosa è rappresentata
dalla postfazione di Alex Zanotelli, il cui intervento dà il titolo
al libro: con la consueta potenza comunicativa e capacità dialettica,
l’ex direttore di Nigrizia, ora missionario a Korogocho, trasmette al
lettore la necessità e l’urgenza che i progetti di finanza etica
diventino finalmente operativi e costituiscano la fionda di Davide in
grado di contrastare il Golia economico imperante.
Per richiedere copie: Cooperativa Il Seme via Bonomelli,
9 - 24121 Bergamo Tel/fax 035/242829
MAESTRI DEL PENSIERO INDIANO
/ 7
L’evoluzione dell’Induismo
e il monaco Sankara
di Claudio Cardelli
Alla morte di Asoka (232 a.C.) seguì una rapida
crisi dell’Impero Maurya. Nei primi secoli della nostra era, la principale
dinastia è quella dei Kushana, il cui regno comprendeva la valle
dell’Indo, il Gandhàra e l’odierno Afghanistan. Dopo una nuova
invasione da parte degli Unni Eftaliti, nei primi anni del IV secolo il
Magadha risorse come centro di un nuovo impero, quello dei Gupta (320
– 550 d.C.), che si estese su tutta l’India settentrionale. Nei secoli
successivi prevalse il frazionamento in vari centri di potere fino all’invasione
islamica dopo il Mille.
L’epoca Gupta è considerata il periodo classico
della cultura indiana, che conobbe in quei secoli una grande fioritura
letteraria, artistica e filosofica. In campo religioso, si verificò
una ripresa dell’Induismo, in opposizione alla diffusione del Buddhismo
e della sua filosofia (Nagàrjuna è il più acuto dei
filosofi buddhisti).
Il popolo indiano, scosso dalle minacce esterne e dalle
divisioni politiche interne, si raccolse intorno ai culti tradizionali
(la devozione, bhakti, per Vishnu, Shiva ecc.) e alla fede nei
sacri testi (Veda, Upanishad, Bh. Gita), dei quali gli intellettuali elaborarono
nuovi commenti e una complessa sistemazione razionale.
Il Brahmanesimo si trasformò nell’Induismo sotto
la spinta di una fede ardente che travolse il politeismo naturalistico
dei Veda e il panteismo delle Upanishad. Emerse prepotente l’esigenza
di pregare un Signore onnipotente, che assume vari nomi e vari aspetti,
ma che ha un’unica, immutabile Essenza. L’Induismo, in duemila anni di
storia, ha espresso un numero altissimo di mistici (fino a Gandhi), protesi
verso un Dio personale, che ama e soccorre i fedeli. Del resto, una simile
prospettiva è già presente nella Bhagavad Gita.
Vita e dottrina di Sankara
Sankara (chiamato anche Sankarakarya) nacque nel 788 della
nostra era presso Kalady, nell’attuale stato del Kerala, da una famiglia
di bramani. Giovanissimo si fece monaco mendicante (sannyàsin),
rinunciando alla casa e al mondo; percorse molte regioni dell’India e
fondò numerosi monasteri, che sono attivi ancora oggi. Morì
a soli trentadue anni, intorno all’820, lasciando una vasta produzione
di testi religiosi e filosofici. Basterà ricordare i commenti ai
Vedànta-Sutra (Aforismi sul Vedanta), alle Upanishad
e alla Bhagavad-Gita, oggi la scrittura indù più
popolare.
Col termine Vedànta si designa una scuola
filosofica, il cui scopo è la corretta spiegazione e interpretazione
delle Upanishad, che rappresentano il coronamento dell’insegnamento
vedico. Sankara fu sostenitore, entro il Vedànta, dell’indirizzo
Advaita (non-dualità), vale a dire di una concezione monistica
della realtà.
La tesi fondamentale dell’Advaita è che esiste
un’unica vera Realtà; ogni altra cosa, al di fuori di questa realtà,
è irreale. Questa unica Realtà è il Sé individuale
che si innesta nel Brahman. In altre parole, l’unica realtà
esistente è l’Essere infinito (Brahman), la cui presenza
è avvertibile anche all’interno della nostra coscienza (il Sé
individuale). Approfondendo la nostra conoscenza, è possibile intuire
l’identità del Sé individuale col Brahman. È
un itinerario verso Dio che abbiamo incontrato anche nella ascesi yogica.
D’altra parte l’uomo sente il bisogno di un Dio che abbia
un nome, cui egli possa rivolgere le proprie preghiere. Sankara introduce
a questo proposito il concetto del Brahman con attributi, Saguna
Brahman, che è un’entità divina personale in grado di
esaudire le suppliche dei fedeli. Questo Brahman con attributi
può irrompere nella storia e porsi in dialogo con l’umanità.
Come si vede, anche in Sankara è presente l’esigenza di dare una
personalità all’Assoluto e di orientarsi verso un Dio di amore
e di consolazione: sembra qui tramontare l’indifferenza di un Essere supremo
(Brahman) presente sì nella nostra anima, ma non in grado
di darci ascolto nella Sua perfezione infinita.
La filantropia e la devozione religiosa
La profonda convinzione della presenza del Sé
eterno nell’interiorità di tutti gli uomini portò Sankara
a predicare incessantemente la fraternità e l’unità dell’intero
genere umano. Fu molto colpito quando un pària, al quale aveva
chiesto di lasciargli il passo, gli replico: "Nobile signore, a chi
chiedete di lasciarvi il passo, al mio corpo o al Sé che lo abita?".
Il filosofo comprese in un attimo che il corpo e la materia hanno soltanto
un’esistenza apparente e che il Sé è eterno e il medesimo
in tutti gli esseri.
Concludo con una citazione dal volume: Le grandi figure
dell’Induismo, Cittadella ed., Assisi, 1991.
Da una parte Sankara fu un rigido non-dualista, fino
al punto da poter essere considerato come un monista. L’unica realtà
è la coscienza (il Sé). La liberazione consiste nel divenire
una cosa sola con essa. Ciò che si richiede per arrivare a questa
liberazione è la conoscenza dell’unità del Sé con
il Brahman. Per cui le devozioni e le pratiche, i riti e altre espressioni
religiose esteriori non hanno valore intrinseco, anche se possono aiutare
a risvegliare il desiderio di conoscere il Brahman.
D’altra parte, nella sua vita privata, egli fu un
fervido devoto di Vishnu e Shiva. Il fatto è ampiamente attestato
dai suoi numerosi inni devozionali. (pp. 57-58)
Il Prof. Mario Piantelli ha pubblicato una monografia
sul nostro filosofo: Sankara, Editrice Esperienze, Fossano, 1974.
Chaiwat Satha-Anand, Islam e nonviolenza,
Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1997, pp. 84, L. 12.000.
Gli amici della nonviolenza guardano sovente
con preoccupazione a quanto succede nel mondo islamico: vengono subito
in mente i tragici avvenimenti dell’Algeria e la condizione delle donne
afghane. Ma Islam non è sinonimo di violenza: nel passato la civiltà
musulmana, che si estendeva dalla Spagna all’India, ha favorito la convivenza
di popoli diversi e una straordinaria fioritura culturale, nella quale
fu presente un’intensa ricerca di perfezione spirituale (si veda: Vite
e detti di santi musulmani, ed. TEA, Milano, 1988).
Giunge ora da un intellettuale thailandese
di fede musulmana questo volumetto che contiene la traduzione italiana
dall’inglese di tre brevi saggi: I) Islam e nonviolenza; II) La politica
del perdono: l’insegnamento islamico e il pensiero di Gandhi; III) "Nonviolenza
pragmatica" e "Nonviolenza per principio": una contrapposizione
illusoria.
L’autore nel primo saggio, dopo aver esaminato
un’azione nonviolenta avvenuta nel 1975 nella Thailandia meridionale e
la dottrina coranica sulla violenza e la guerra, giunge alla formulazione
di otto tesi sull’azione nonviolenta nell’Islam, che riportiamo integralmente.
I. Per l’Islam, il problema della violenza
è parte integrante dell’etica islamica.
II. La violenza eventualmente usata dai
musulmani deve essere regolata secondo le norme contenute nel Corano e
negli Hadith.
III. Se gli strumenti di violenza utilizzati
non consentono di discriminare tra combattenti e non combattenti, allora
il loro uso non è ammissibile secondo l’Islam.
IV. Le tecnologie di distruzione offerte
dal mondo moderno rendono oggi tale discriminazione virtualmente impossibile.
V. Nell’era contemporanea, per un musulmano,
non ci sono le condizioni per il ricorso alla violenza.
VI. L’Islam insegna ai credenti a combattere
per la giustizia, nella convinzione che ogni vita umana – parte della
creazione – è ordinata ad una finalità divina.
VII. Per essere un vero credente dell’Islam,
ogni musulmano deve ricorrere alla nonviolenza come nuovo strumento di
lotta.
VIII. L’Islam è di per se stesso
un terreno fecondo per la nonviolenza, poiché favorisce potenzialmente
la disobbedienza, la forte disciplina, il senso di condivisione delle
responsabilità sociali, la fermezza e il sacrificio di sé,
oltre ad alimentare la fede nell’unità della comunità musulmana
e nell’unicità del genere umano (pp. 32-33).
Ci auguriamo che le tesi del professore
thailandese abbiano un’ampia risonanza nel mondo islamico e possano agevolare
l’incontro tra i musulmani e i credenti delle altre religioni: cristiani,
ebrei, buddhisti, induisti.
Chaiwat Satha-Anand è professore
presso la Thammassat University di Bangkok e presidente dell’Asociazione
thailandese di scienze sociali. È inoltre membro del Comitato scientifico
della International University of People’s Institution for Peace (IUPIP),
sede a Rovereto.
Claudio Cardelli
SULLA LEGGE 8 LUGLIO 1998, N. 230
"Nuove norme in materia di obiezione di coscienza"
Un buona Legge, ma…
di Mao Valpiana*
Il diritto soggettivo
E’ una legge importante, un momento di svolta per l’obiezione
in Italia. Viene finalmente sancito il principio del diritto soggettivo
all’obiezione. Non ci sono più commissioni o tribunali delle coscienze
che vagliano i motivi addotti, ma ogni giovane che lo desidera è
da considerarsi obiettore perché egli stesso così si definisce.
In un certo senso con questa Legge andiamo anche oltre l’obiezione. Il
cittadino chiamato alla leva si trova cioè di fronte ad una possibile
opzione: o sceglie il servizio militare o sceglie il servizio civile;
tecnicamente non si dovrebbe quindi nemmeno parlare più di obiezione
di coscienza, in quanto non c’è alcun rifiuto ma semplicemente
una scelta. L’obiezione sussiste quando si dice "no" ad un obbligo
di legge (ed infatti con la nuova legge il servizio si chiama semplicemente
civile, e non più servizio sostitutivo civile, come era prima).
Parleremo quindi ancora di obiettori solo per comodità
e semplicità espositiva.
Questo "diritto", questa crescita della democrazia
italiana (che ci mette finalmente al pari con la maggioranza dei paesi
europei), lo si è raggiunto grazie solo al movimento degli obiettori
e degli enti di servizio civile, a tante battaglie, digiuni, manifestazioni,
denunce. Insomma non è stato un regalo del Parlamento, anzi lo
si è raggiunto nonostante la contrarietà della maggioranza
dei partiti e l’ostilità manifesta delle gerarchie militari.
La difesa nonviolenta
Viene istituito l’Ufficio nazionale per il servizio civile,
non più dipendente dal Ministero della Difesa, ma direttamente
dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Compiti importanti di questo
Ufficio saranno quelli di predisporre la formazione e l’addestramento
degli obiettori ed anche "forme di ricerca e di sperimentazione di
difesa civile non armata e nonviolenta". Per la prima volta, e per
noi è un fatto di straordinaria importanza, in una Legge dello
Stato italiano entra a chiare lettere il concetto di difesa nonviolenta.
Ciò significa che gli obiettori in servizio civile potranno lavorare
espressamente per la cultura di pace e per la ricerca di alternative reali
alla preparazione alla guerra, insomma per quella difesa popolare nonviolenta
su cui i nostri movimenti nonviolenti sono impegnati da tanti anni. Il
ruolo specifico degli obiettori di coscienza, a mio modo di vedere, è
proprio quello di lavorare per il superamento degli eserciti e per l’alternativa
alla guerra. Un obiettore deve in questo modo poter esprimere il proprio
antimilitarismo e la propria scelta nonviolenta. Oggi, finalmente, un
Legge lo riconosce.
Altro dato positivo di questa Legge è la possibilità
per gli obiettori di svolgere il servizio civile all’estero (superando
quindi il concetto di "confine" della nazione e aprendosi alla
comunità europea) ed in particolare nelle missioni umanitarie nei
luoghi di conflitto. Anche questa "vittoria" la si deve esclusivamente
a quegli obiettori che, sfidando la precedente normativa ed andando incontro
a processi per diserzione, hanno portato il loro aiuto alle popolazioni
della ex Jugoslavia partecipando a molti progetti di solidarietà
e riconciliazione. Da oggi gli obiettori potranno essere al fianco delle
forze di interposizione, potranno anzi costituire i Caschi Bianchi nelle
azioni di peace keeping e partecipare istituzionalmente al Corpo
Civile Europeo di Pace che da tempo chiediamo venga istituito ed organizzato.
Verso il 2000
Naturalmente nella Legge vi sono anche alcuni aspetti
negativi, che peggiorano la situazione preesistente ma a mio parere si
tratta di elementi secondari. Molto importanti, invece, saranno i regolamenti
di attuazione pratica del servizio civile e la scelta dei settori nei
quali gli obiettori verranno utilizzati, con l’alto rischio di sostituzione
di mano d’opera. La Legge sarà operativa a tutti gli effetti dal
1 gennaio 1999. Per i nonviolenti è perciò questo il momento
di riempire di contenuti una Legge che non è ancora la nostra legge
ma potrebbe diventarlo. I militari sono pronti nel tentativo di svuotarla,
facendola diventare la Legge degli "esuberi", tenendo per loro
il giocattolino dell’esercito di professionisti.
Da oggi quindi andiamo verso una situazione che vedrà
due possibili tipi di "obiettori" e di enti di servizio civile:
coloro che semplicemente sceglieranno il servizio civile per assolvere
l’obbligo di legge, che chiameremo i servizio civilisti, e coloro che
invece vorranno essere impiegati per la preparazione della difesa nonviolenta:
saranno i veri e propri obiettori di coscienza.
Finalmente un po’ di chiarezza.
*Direttore di Azione nonviolenta
A TORINO NEI GIORNI 11, 12, 13 DICEMBRE
1998
Il Congresso della Lega Obiettori di Coscienza
Per cominciare a discutere
In vista del prossimo Congresso della LOC, che si terrà
a Torino nei giorni 11, 12 e 13 Dicembre, abbiamo ritenuto interessante
aprire il dibattito pubblicando un sunto del documento preparatorio, elaborato
dal Coordinamento Nazionale della LOC.
Alcune parti (valutazione sulla legge, aspetti organizzativi)
sono state omesse per motivi editoriali; chi intendesse conoscere la versione
integrale può richiederla alla Sede Nazionale di Milano.
PremessaLa nostra associazione, per quanto poco
consistente sul piano numerico, rappresenta una variegata gamma di esperienze
e provenienze politiche (cattolica, comunista, radicale, verde, centri
sociali, anarchica, etc.) convergenti, però, su alcune tematiche
che potremmo definire "trasversali" e, per certi aspetti, "eretiche" a
queste stesse correnti di pensiero.
Risulterebbe ardua, dispersiva e foriera di divisioni,
la ricerca di un preciso orizzonte politico comune; si è pertanto
ritenuto molto più produttivo e agile il riconoscersi come parzialità
di un più ampio movimento antiliberista, pacifista, ecologista,
antirazzista, attento alle dinamiche sociali ed alla difesa degli ultimi,
dei più deboli, a livello sia nazionale, sia internazionale.
La partecipazione a questo movimento, composito, in divenire
e tutt'altro che monolitico, è dialogante, improntata a trovare
momenti di confronto e crescita reciproca, nella convinzione che i soggetti
politici che, nel futuro, terranno a porsi come antagonisti, di opposizione,
di progresso e di trasformazione, non abbiano ancora trovato forma, metodi
e riferimenti ideali stabili.
In questo contesto la LOC, sebbene minoritaria e deficitaria
sul piano numerico ed organizzativo, ha sviluppato interessanti elaborazioni,
esperienze e prassi politiche, con cui pensiamo possano trovare interessante
confrontarsi anche altri soggetti ed altri percorsi politici e culturali.
Oltre a ciò si decide di definire alcuni idee
forti, specifiche, centrali, per quanto riguarda l'operato, la storia,
l'agire quotidiano della nostra associazione.
PacifismoQuali legami tra un pacifismo nonviolento
ed antimilitarista e la LOC?
Il Nuovo Modello di Difesa è, oggi, uno degli
strumenti prioritari con cui il potere economico e finanziario cerca di
rafforzare ed imporre al mondo il proprio modello neoliberista.
In questo contesto internazionale, anche il Governo di
Centro-sinistra italiano tende ad appiattirsi su di una azione politica
completamente dettata da scelte economiche.
A fronte di questo modello-mondo, di questo "pensiero
unico", il ruolo della LOC non può certo esaurirsi in quello associazione
erogatrice di servizi (informativi, tecnici, legali).
Vi è l'esigenza di una associazione che sappia
contrastare il militarismo (spese militari, Nuovo Modello di Difesa, militarizzazione
del territorio) e, nel contempo, progettare, proporre e perseguire la
costruzione di modelli di difesa, di rapporti sociali ed internazionali
nonviolenti, solidali, cooperanti.
La promozione e diffusione dell'obiezione di coscienza,
è ancora valore centrale per l'agire politico della LOC, avendo
ben chiaro che non ci si può più limitare a perseguire la
sottrazione del singolo al servizio militare.
Centralità dell'obiezione significa che dobbiamo
facilitare ed aiutare il singolo a valorizzare la scelta effettuata nel
rifiutare l'uso delle armi e l'incorporazione nelle FFAA.
L'obiezione "cosciente" diventa portatrice di un messaggio
e di una proposta politica più ampia; sottolinea l'esigenza di
pervenire alla riduzione delle spese militari, al disarmo, alla smilitarizzazione
del territorio, alla costruzione di una difesa non armata e nonviolenta.
E' partendo da questi presupposti che la nostra associazione
può e deve confrontarsi prioritariamente con quei soggetti politici
che promuovono campagne ed iniziative finalizzate a questi temi.
In particolare si sottolineano: la Campagna per l'Obiezione
di Coscienza alle spese militari, la Campagna Venti di Pace, l'opposizione
al Nuovo Modello di Difesa ed alle basi straniere, l'istituzione dei Caschi
Bianchi.
In questi anni la LOC si è contraddistinta per
una metodologia politica finalizzata a ricercare ed unire quanti, nel
mondo pacifista, si rendessero disponibili a collaborare su obiettivi
concreti condivisibili.
Il nostro tentativo è stato quello di abbattere
divisioni puramente ideologiche e trovare possibilità di collaborazioni
anche con quei soggetti politici che, pur non avendo una posizione politica
complessivamente conforme alla nostra, su aspetti singoli, prospettavano
la possibilità di sviluppare iniziative comune.
Questa modalità ha portato a risultati interessanti,
si veda, per esempio, il ruolo positivo assunto dalla LOC in seno alla
Campagna OSM o per la riforma delle 772.
In poche parole un sano pragmatismo che, pur non rinunciando
ad un'identità chiara e definita, sapesse dialogare a tutto campo.
La LOC è una piccola associazione e, pertanto,
non può né sostituirsi ad un movimento pacifista, attualmente
estremamente debole e disorganizzato, né inventarsi nuove campagne
o iniziative.
La LOC può e deve, invece, essere lievito e stimolo,
affinché riprenda e si sviluppi la collaborazione intorno a ciò
che il movimento pacifista, nel suo complesso, promuove.
E' importante, per perseguire e sostanziare questi obiettivi,
che tutto il corpo associativo (dalla Segreteria ai gruppi locali) si
impegni nella promozione della Campagna OSM (se possibile con la creazione
di Coordinamenti provinciali), della Campagna Venti di Pace, dei Caschi
Bianchi, delle iniziative contro le basi straniere.
Sempre più, in futuro, sarà opportuno che
i punti territoriali LOC non si limitino alla erogazione di servizi informativi,
ma diventino soggetti politici, referenti per chi è interessato
a svolgere iniziativa pacifista, attivando così l'aggregazione
di singoli o gruppi, anche distanti dal servizio civile, ma comunque interessati
all'impegno pacifista.
L'idea, insomma, vuole essere quella di una LOC che stimoli
la crescita di una rete pacifista cui ogni gruppo porti in dote la propria
esperienza, la propria specificità, le proprie competenze.
Solo mettendo in comune energie, risorse, intelligenze
ed esperienze, sarà possibile ridare visibilità ed incisività
al movimento pacifista.
Caschi BianchiL'esperienza dei cosiddetti Caschi
Bianchi, attivata principalmente dall'Associazione Papa Giovanni XXIII,
di Rimini, con l'invio in Bosnia di obiettori di coscienza in servizio,
ha posto concretamente il problema di quale ruolo possono avere gli obiettori
in una difesa alternativa a quella armata.
Importanti sono le suggestioni, forse per il momento
più simboliche che concrete, stimolate da queste esperienze.
La DPN non è più un'ipotesi teorico-utopistica
del futuro; nel migliore stile della nonviolenza l'utopia, il sogno, cominciano
a realizzarsi nel momento in cui si praticano, si sperimentano.
Seppur in forme parziali, difettose, sperimentali, questi
tentativi lanciano un messaggio positivo, concreto, indicano un percorso
da perseguire con sempre maggiore convinzione, aprono un dibattito e pongono
le istituzione di fronte a contraddizioni crescenti (pensiamo alle aperture
ottenute nella nuova legge grazie alla disobbedienza esercitata dai primi
Caschi Bianchi).
Dobbiamo premettere che, almeno per ora, il nostro compito
non può essere quello di entrare nella disputa tecnica teorica
sulle modalità di questo tipo di intervento (riservato a professionisti
della pace o aperto a tutti? praticabile solo dopo lunghi periodi di formazione
o fondato sulla formazione sul campo? limitare l'intervento alle zone
di massima sicurezza o sperimentare l'interposizione?).
Possiamo però, ancora una volta, stimolare al
confronto le differenti esperienze, informare ed indirizzare i giovani
obiettori che si rivolgono alle nostre sedi, cercare collegamenti tra
esperienze pratiche e possibili evoluzioni legislative.
L'esperienza dei Caschi Bianchi sta a significare che
l'esclusiva della difesa non spetta più ai militari e, in questo
senso, si deve cominciare a ragione per cercare di aprire spazi nel Ministero
della Difesa.
Certo, rimangono dei nodi ancora non risolti (intervento
umanitario o vera difesa nonviolenta? collaborazione e complementarietà
con i militari o intervento ad essi totalmente alternativo ed antagonista?);
esiste, a nostro avviso, la possibilità di legare la promozione
dell'obiezione di coscienza con l'esperienza dei Caschi Bianchi.
Intendiamo dire che sarebbe interessante cominciare a
pensare a gruppi che, intervenendo all'estero, si facciano promotori dall'obiezione
di coscienza presso i giovani stranieri; che avviino contatti per la creazione
di gruppi di obiettori/disertori, che operino per radicare e diffondere
l'obiezione di coscienza, non solo in Italia ma anche in Bosnia, Jugoslavia,
Croazia, Albania etc.
Quale migliore prevenzione della guerra, se non la creazione
di gruppi di resistenti alla guerra in ogni stato? quale migliore strada
se non quella dell'aiuto a chi si trova in situazioni di guerra da parte
di chi, vivendo in stati dove esiste la pace, ha l’opportunità
di opporsi al militare?
Un brutta Legge, ma…
di Roberto Minervino*
Finalmente il 16 giugno 1998 il Senato della Repubblica
ha definitivamente approvato la tanto attesa legge di riforma della 772/72
non modificando in nessuna parte il testo approvato alla Camera il 14
aprile.
Una brutta legge che favorisce l’idea di servizio civile
cara a Prodi e che, attraverso l'imposizione di limiti nell'accesso al
diritto d'obiezione e l'aumento della durata del servizio civile, favorisce
ancora una volta la scelta militare e le esigenze del Nuovo Modello di
Difesa.
Ma è con questa legge che dovremo fare i conti
nei prossimi anni; perciò, senza nemmeno poterci fermare un attimo
a festeggiare, dobbiamo metterci subito al lavoro.
I prossimi mesi saranno decisivi per impedire che i peggiori
timori sollevati da questo brutto testo diventino realtà: la costituzione
dell’ufficio nazionale e della consulta, il varo dei regolamenti organizzativi
e disciplinari, l’approvazione del testo base per le nuove convenzioni
(che definirà formalmente la quantità in più di servizio
civile da fare per la formazione), i primi progetti informativi e formativi,
la nascita delle consulte regionali e le pressioni politiche perché
tutte le regioni si dotino di leggi ad hoc sul servizio civile seguendo
l’esempio di Toscana e Liguria, saranno tutti momenti importanti per indicare
i possibili sviluppi del futuro servizio civile.
La LOC non può mancare nessuno di questi appuntamenti:
saremo attivi da subito per presenziare, collaborare, coordinare, stimolare,
progettare, vigilare su tutto quello che accadrà. La battaglia
persa sul piano legislativo può ancora essere vinta nei fatti:
non dimentichiamo le importanti strade che si aprono per il servizio civile
di pace all'estero e per l’avvio di forme sperimentali di Difesa popolare
nonviolenta.
Ma nessuno ci regalerà niente: sia per il mondo
pacifista, per il mondo del no profit e del terzo settore, la legge
di riforma apre strade nuove e importanti, che vanno percorse con estrema
chiarezza su obiettivi, metodi e strumenti organizzativi, soprattutto
ora, che l’intervento del Governo sul testo, ha confermato dubbi e preoccupazioni
sulla vera natura di questa riforma.
Da subito, inoltre, bisognerà attivare tutte le
forme possibili di assistenza legale, agli obiettori che si vedranno negare
questo diritto soggettivo, dalle norme peggiorative sui tempi e sulle
cause ostative.
E’ bene che non ci si limiti a coltivare il proprio orticello,
ma che si lavori insieme perché servizio civile e obiezione di
coscienza non si tramutino nella negazione di tutto quello per cui abbiamo
lottato in questi anni.
*Segreteria Nazionale LOC
Via gli orrori dal Monte Grappa
Al Sig. Sindaco del Comune di Paderno del Grappa (Tv), alla Commissione
Paritetica Civile sulle Servitù Militari in Regione Veneto, al Comando
Militare Region Nord-Est di Padova.
Ogni anno, in questo periodo, anche noi risaliamo la
cima del Monte Grappa insieme a varie associazioni. Non manchiamo mai
di andare a rivedere le foto dei caduti della grande guerra. Il nostro
è un devoto omaggio, sempre con nuove emozioni, così come
per la notizia giuntaci in questi giorni sul ritrovamento sull’Ortigara,
dei resti mortali di un giovane militare austriaco.
Quest’anno, lassù sul Grappa, abbiamo sentito
anche duri commenti da parte di alcuni visitatori a riguardo del fatiscente
edificio militare e in disuso che si trova a 300 metri circa a nord-est
dal rifugio del Grappa (ex base rilevamento aviazione militare costruita
circa 25 anni fa senza rispetto del contesto storico ed ambientale di
cui è impregnata Cima Grappa).
Questo errore umano ed architettonico è di competenza
del Comune di Paderno del Grappa e del Comando Militare Regione nord-est
di Padova.
Il Grappa fu sconvolto irrimediabilmente in ogni suo
centimetro. Oggi è ancora desolato ed esprime ancora muta sofferenza.
Su di esso la storia ha voluto un sacrario per italiani ed un altro per
austriaci. Questa è stata volontà di fratellanza! Però
tra i due sacrari persiste l’offesa: la base militare abbandonata e in
degrado, bel segno di amor di Patria!
Bisogna mantenere vivo il rispetto per i nostri padri
caduti, in ogni caso, ma non bisogna averne affatto per coloro che abbandonano
le loro responsabilità e che fanno del Grappa una discarica: tale
è quel casermone!
Circolo Arcobaleno e Coordinamento OSM-DPN
Bassano
Michel Chossudovsky, La globalizzazione della povertà,
Edizioni Gruppo Abele, Collana Altrisaggi, pp. 280, L. 26.000.
Globalizzazione è un termine che
viene ormai usato come chiave interpretativa della realtà e applicato
ai più diversi ambiti del sapere.
La ricerca di Chossudovsky ne analizza uno degli aspetti
più tragici e allarmanti: il continuo e crescente impoverimento
della popolazione mondiale, nel Sud del mondo, nell’Est, ma anche all’interno
dei paesi cosiddetti "ricchi".
In particolare la ricerca segue passo passo
il processo di ristrutturazione economica che i grandi creditori internazionali
hanno imposto sui paesi in via di sviluppo dall’inizio degli anni Ottanta,
e che hanno determinato una crisi del debito senza precedenti.
Ruolo chiave in questo "programma di
aggiustamento strutturale" è stato giocato dalle istituzioni
di Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale,
insieme all’Organizzazione per il Commercio Mondiale, le più potenti
espressioni di burocrazia internazionale che attualmente sovrintendono
le economie nazionali.
Attraverso l’analisi di situazioni concrete
in diversi paesi, il volume porta avanti una critica durissima alle fondamentali
direzioni verso cui il mondo si sta muovendo, politicamente e finanziariamente.
Rimane la questione se questo sistema economico globale,
basato sull’inesorabile accumulazione di ricchezza privata, possa essere
soggetto a un processo di riforma significativo, vale a dire se le modifiche
al commercio e alla finanza mondiali (che implichino la riorganizzazione
dell’OCM e delle istituzioni di Bretton Woods) siano affatto realizzabili
nell’attuale assetto politico.
La risposta di Chossudovsky non è rassicurante:
di fatto è da escludere che vengano realizzate delle riforme significative,
come una conseguente trasformazione dei meccanismi finanziari, senza una
tenace lotta sociale.
Occorre rivedere il ruolo delle istituzioni di Bretton
Woods, assicurare la remissione del debito estero dei paesi in via di
sviluppo e la svalutazione contabile dei titoli di stato di quelli industrializzati.
Ma senza una vera e propria opera di riappropriazione della politica
monetaria da parte della società, tutte queste possibili alternative
da percorrere rischiano di non ricevere la spinta necessaria per una loro
piena realizzazione.
In questa direzione diventa fondamentale allargare le
forme di collaborazione fra stati attraverso i movimenti sociali, per
isolare quegli interessi finanziari che stano continuando ad alimentare
un modello economico che ha portato all’impoverimento di milioni di persone
e che sembra avviato verso un processo irreversibile.
Michel Chossudovsky è professore di Economia all’Università
di Ottawa (Canada). Ha al suo attivo diverse pubblicazioni tradotte in
tutto il mondo nell’ambito dell’economia e delle scienze politiche.
SARA’ CONSEGNATO IN OTTOBRE
Premio internazionale Alexander Langer
Domenica 5 luglio, nel corso del Festival Euromediterranea
che si è tenuto a Bolzano, è stato assegnato il Premio Alex
Langer 1998. La giuria consegnerà ufficialmente il premio a Città
di Castello il prossimo mese di ottobre durante la Fiera delle Utopie
Concrete. Pubblichiamo le schede biografiche delle due vincitrici.
Yolande Mukagasana, ha 43 anni ed è nata
a Butare da una famiglia tutsi. È consapevole delle divisioni e
tensioni etniche che lacerano il paese dall’età di 5 anni, quando
nel 1959 viene ferita nel corso della "rivoluzione hutu" e avvengono
i primi massacri di tutsi.
Il padre è scultore d’argilla e confeziona statue
anche per le chiese cattoliche. Studia come infermiera e si diploma nel
1972, ma ha difficoltà di lavoro perché esistono quote hutu
e quote tutsi anche nel conferimento dei diplomi. Riesce infatti a farsi
riconoscere ufficialmente infermiera anestetista solo nel 1988 dopo aver
lavorato precariamente in dispensari di campagna e infine a Kigali, dove
si trasferisce per raggiungere il marito nel 1977. Ha seguito un corso
di specializzazione di sei mesi in Belgio. Dopo il 1990 quando, mentre
gli esiliati tutsi rifugiati in Uganda e organizzati nel fronte patriottico
rwandese tentano con le armi di rientrare in patria inizia la guerra,
la situazione si fa per lei più difficile anche nell’ospedale dove
lavora.
Nel 1992 apre a Kigali un piccolo dispensario privato,
dove le cure costano relativamente poco e dove assiste gratis i non abbienti.
Questa posizione di autonomia la mette in vista e le procura probabilmente
invidie e inimicizie di cui la radio estremista Mille collie si fa portavoce.
Tuttavia non ha sentore di questa minaccia fino a quando, il 6 aprile
1994, inizia il genocidio dei tutsi ad opera delle milizie hutu e di almeno
una parte della popolazione. Non si occupa di politica ma fa parte di
un’associazione rwandese per i diritti dell’uomo "Volontaires de
la paix" che è in contatto con organismi internazionali. Durante
il genocidio, da cui si salva con l’aiuto di Jaqueline Mukansonera dopo
molte peripezie, perde i suoi tre figli e il marito che si sacrifica per
favorire la loro fuga.
Si trasferisce quindi a Bruxelles per testimoniare con
pubblicazioni, conferenze e deposizioni le realtà e le responsabilità
del genocidio. Le edizioni Fixot di Parigi hanno pubblicato nel 1997 il
suo racconto/testimonianza in lingua francese, scritto in collaborazione
con Patrick May, dal titolo "La mort ne veut pas de moi".
Jaqueline Mukansonera, la Emmanuelle del libro
che salva Jolande a rischio della propria vita, ha poco più di
30 anni. Nata a Butare, nel sud del Ruanda, in una famiglia di contadini
hutu, ottiene il diploma di scuola elementare e quidi segue dei corsi
supplementari cosicchè può insegnare per alcuni anni nelle
campagne attorno alla città. Si trasferisce in seguito a Kigali.
Anche due sue sorelle lasciano i campi, una per lavorare nella radio nazionale,
l’altra per entrare nell’esercito. Anche quest’ultima la aiuterà
a salvare Yolande dal genocidio.
È vicina di casa di Yolande, anche se le due donne
si conoscono solo per il fatto che Jaqueline si è fatta curare
una volta nel centro sanitario di Yolande. Essa dunque si prodiga per
salvarla, come ha cercato di fare per altre persone, non per effetto di
un rapporto di amicizia, ma unicamente per solidarietà e coerenza
morale.
Collabora con organizzazioni cattoliche, essendo molto
credente e praticante.
Oggi lavora a Kigali con l’ONG "Catholic Relief
Service" ed è rimasta in contatto con Yolande per lettera
e per telefono.
SEMINARIO DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Economia e Nonviolenza: dal pensiero al progetto
La splendida abbazia di Maguzzano (Lonato, Brescia),
affacciata sul Garda, ha ospitato per due giorni, il 13 e 14 giugno, la
riflessione del Movimento Nonviolento su Economia e Nonviolenza. Due giorni
intensi di pensiero, discussione, progetto e convivialità, tra
vecchi e nuovi amici della Nonviolenza.
di Pasquale Pugliese
I partecipanti, stimolati dalle relazioni di Nanni Salio,
Cristoph Baker e Maurizio Meloni, hanno apportato un prezioso e corale
contributo ad un confronto serrato e costruttivo. Unica nota stonata l’assenza
di Marco Revelli che, stracarico di impegni, ha dato forfait.
Le due giornate sono state strutturate con un’alternanza
d’interventi tra relatori "ufficiali" e partecipanti, in un
proficuo intrecciarsi di ruoli che ha consentito, tra l’altro, a Paolo
Macina di presentare la costituenda Associazione Consumatori Etici ed
a Renato Moschetti di far conoscere l’esperienza della MAG 6 di Reggio
Emilia.
Il seminario si è articolato in due filoni di
approfondimento. Da un lato vi è stato un approccio teorico teso
a prospettare i principi guida di un’economia nonviolenta e sostenibile;
dall’altro una ricerca pratica volta ad indicare le strade percorribili
dal Movimento Nonviolento, nel duplice impegno di opposizione alla violenza
strutturale del modello economico dominante e di costruzione dal basso
di esperienze sociali alternative. Proviamo a ricordare alcuni elementi
degli interventi dei relatori ed a precisare le proposte emerse.
Nanni Salio
la semplicità volontaria
Con un’argomentazione di carattere scientifico N. Salio
ha indicato le motivazioni energetiche, ancor prima che etiche e sociali,
che impongono un cambiamento strutturale del sistema di sviluppo. Rifacendosi
ad una serie di studi globali (tra i quali quello dell’Istituto di Wuppertal),
Salio ha mostrato l’insostenibilità dello stile di vita occidentale
– "sovraconsumatore", caratterizzato dall’automobile, dall’"usa
e getta" e da un’alimentazione a base di carne – in particolare dal
punto di vista ecologico ed energetico, dimostrando la necessità
di ridurre almeno di un "fattore 4" (cioè ad un quarto)
il consumo pro capite di energia.
Applicando il 2° principio della termodinamica alle questioni
energetiche ed economiche, ha infatti mostrato come l’attuale sistema
produttivo usa e dissipa una enorme quantità di energia rendendola
indisponibile. E poiché l’energia fossile va rapidamente esaurendosi,
s’impone una conversione dell’intero sistema economico all’energia solare.
Il sole ha una grande quantità di energia disponibile
ma a bassa potenza e distribuita sul territorio. Si tratta pertanto di
un’energia compatibile con una società decentrata sia in termini
produttivi che abitativi: con l’energia solare non si possono alimentare
grandi fabbriche che producono migliaia di automobili al giorno nei grandi
sistemi urbani. Dunque l’intero sistema economico e sociale dev’essere
riconvertito.
I criteri di riconversione formulati da Salio sono due:
uno è il principio di "efficienza ecologica", cioè
produrre gli stessi beni con una quantità minima di energia; l’altro
è il principio di "sufficienza o del limite", cioè
la definizione di quanto basta a ciascuno per sentirsi appagato dal punto
di vista quantitativo.
Questo secondo principio, tradotto in termini etici,
può essere definito come la scelta della "semplicità
volontaria". Ossia la scelta dell’autorealizzazione individuale attraverso
la riduzione dei beni materiali. Tale principio individuale nella visione
gandhiana si è fatto proposta generale di riforma per la costruzione
di una società nonviolenta e sostenibile. La semplicità
volontaria, come proposta di economia nonviolenta, si articola in una
serie di principi che possiamo velocemente elencare:
- self-reliance: produrre con le risorse locali su scala locale.
Principio esattamente opposta alla logica della globalizzazione che
segue invece il criterio di produrre dove costa meno e vendere dove
costa di più;
- "lavoro per il pane": ricomposizione tra lavoro manuale
e lavoro intellettuale;
- non attaccamento e non possesso: il primo indica un atteggiamento
interiore e, dando senso alle cose che facciamo, vede l’impermanenza
di ciò che è materiale; e secondo indica la disposizione
a mettere i beni in comune;
- amministrazione fiduciaria: risposta gandhiana al dilemma tra
economia capitalista e capitalismo di stato: creare una capacità
di gestione dei mezzi di produzione che non possono essere privati,
perché costruiti collettivamente e perché, quelli essenziali,
attengono ai diritti fondamentali dell’uomo;
- non sfruttamento e uguaglianza: questi due principi fanno parte
del patrimonio culturale della sinistra, oggi tendenzialmente abbandonati,
mentre la destra teorizza esattamente il contrario;
- satyagraha: non vedere il potere economico come un mostro perché
ciò provoca l’apatia e l’indifferenza oppure la lotta violenta.
Si tratta invece di affrontare e gestire il conflitto economico e sociale
in modo non distruttivo, appunto con il metodo di lotta satyagraha.
Cristoph Baker
disarmo culturale ed economico
In modo coinvolgente Cristoph Baker ha condotto i partecipanti
in una serie di riflessioni volte a mostrare l’assurdità del sistema
sociale nel quale viviamo e la necessità di un disarmo culturale
ed economico. Possiamo raggruppare in quattro nuclei gli elementi centrali
del suo ragionamento:
- necessità di liberarsi dalla visione lineare del progresso,
e dunque dall’illusione che oggi si stia meglio di ieri, attraverso
il coraggio del "ritorno indietro": "non si torna forse
indietro quando si è in un vicolo cieco?";
- bisogno di rinunciare ai miti della velocità e dell’accelerazione,
sperimentando un "rallentamento" anche nella vita di tutti
i giorni. Ciò permette di gustare tutti quegli elementi del quotidiano
che sono andati persi: per esempio nel viaggio ("oggi non si viaggia
più ma ci si sposta");
- cercare di vivere più sobriamente. Sostituire, dove possibile,
la professione con il mestiere, l’attività o la vocazione. Riscoprire
l’economia del dono e della reciprocità anche come scelta unilaterale;
- ed infine, riscoperta dei piaceri di vivere nella convivialità
come stile di vita e come scelta politica, riconducendo il denaro alla
sua natura di semplice oggetto di scambio.
Rallentare i tempi, vivere con sobrietà e ricercare
il vero piacere sono dunque, per Baker, gli elementi del disarmo culturale
ed economico.
Maurizio Meloni
dallo sviluppo alla globalizzaizone
Maurizio Meloni è partito dalla constatazione
che l’economia è la forma più pervicace e strutturata di
violenza nel mondo contenmporaneo, per mostrarne l’evoluzione dall’ideologia
sviluppista alla globalizzazione.
Nel mondo uscito da due guerre mondiali gli uomini hanno
cercato una teoria economica unificante. Truman teorizza il modello di
sviluppo unico per tutti: il mondo si divide in paesi sviluppati e in
paesi in via di sviluppo. Tutti sono sviluppati o meno rispetto al modello
di riferimento: quello americano. Anche i paesi dell’Est cercano di sviluppare
un’economia di Stato all’interno della prospettiva comune di sviluppo.
Nel trentennio ‘45-’75, la stagione dello sviluppo si
fonda su due cardini:
- la crescita economica è inclusiva, per cui, seguendo il modello
indicato, tutti, prima o poi, raggiungeranno la propria parte di ricchezza;
- lo Stato nazionale rappresenta il fondamento del sistema economico.
Ad un certo punto questo sistema collassa. La promessa
dell’inclusione per tutti si dimostra irrealizzabile. Si svela che ciò
che era stato promesso a tutti in realtà non è per tutti.
Se fino agli anni ’80 la distanza tra nord e sud cresce perché
il nord corre più del sud, dagli anni ’80 in poi le strade si divaricano
perché il sud torna indietro: da un divario di 60 a 1 si è
giunti ad 87 a 1.
La globalizzazione è l’ideologia del nuovo sistema;
essa rappresenta un cambiamento d’epoca: non vi è più alcuna
prospettiva comune di sviluppo per i popoli della terra, ma si teorizza
lo sviluppo a macchia di leopardo (regioni ricche e sviluppate accanto
ad altre povere e poverissime); viene man mano svuotandosi l’autonomia
degli Stati nazionali rispetto ai soggetti sovranazionali (per esempio
Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale); si assiste ad un straordinaria
crescita della finanziarizzazione dell’economia (i profitti della finanza
sono cinquanta volte maggiori di quelli economici).
La globalizzazione dell’economia proietta anche le associazioni
alternative in un quadro radicalmente nuovo, per affrontare il quale c’è
la necessità di un salto culturale ed organizzativo. La campagna
Globalizzazione dei popoli, della quale Meloni è coordinatore,
a questo proposito ha avviato, tra l’altro, progetti per creare "economisti
a piedi scalzi" e per costruire strategie di rete sul territorio
al fine di superare la frammentazione tra movimenti ed associazioni.
Conclusioni
Che fare? Questa la domanda che ha aleggiato sul Seminario
pervadendo, più o meno, tutti gli interventi. Ed anche sul piano
propositivo le idee non sono mancate.
Intanto, con Nanni Salio, si è constatato che
attualmente in campo economico non si mettono in atto campagne ispirate
alla strategia di lotta nonviolenta; ciò che si fa sono al più
campagne di sensibilizzazione. Non si impostano campagne che impongono
obiettivi precisi, raggiungibili ed intermedi, ottenuti i quali si passa
a fasi nuove di lotta. Non si impostano forme di lotta progressive e via
via più incisive, che prevedano la disobbedienza civile, per il
raggiungimento dell’obiettivo stabilito. Manca infine, quasi sempre, il
"programma costruttivo", cioè l’impegno in quelle cose
che si possono fare senza chiedere il permesso a nessuno fin da subito,
e dipendono dalla capacità e dalla serietà di chi le mette
in atto.
Il Movimento Nonviolento nella sua storia ha accumulato
una certa esperienza sia rispetto ai metodi di lotta, sia come impegno
costruttivo (per esempio la realizzazione delle case per la nonviolenza).
Il punto sta quindi nel come spendere questa esperienza e questa peculiarità
in campo economico.
Con la consapevolezza che non si può procedere
da soli, la riflessione collettiva si è volta alla ricerca delle
possibili "alleanze" e delle possibili campagne da appoggiare
– che abbiano caratteristiche di serietà di premesse ed obiettivi
– alle quali apportare un contributo di stile e conduzione nonviolenti.
Elenchiamo le proposte emerse:
- fare l’inventario delle campagne in atto per verificare quali abbiano
le caratteristiche più idonee ad un nostro coinvolgimento;
- tenere d’occhio ciò che si muove di positivo nelle chiese,
nei sindacati e tra gli scienziati, ed entrare in sintonia con associazioni
affini alla nostra;
- appoggiare le campagne del Centro Nuovo Modello di Sviluppo e proporre
un abbonamento cumulativo tra AN e la rivista Equonomia;
- continuare gli interventi in tema economico e le schede bibliografiche
su AN;
- aderire alla campagna per la Tobin tax;
- moltiplicare i campi estivi – sull’esempio di quelli organizzati dal
MIR-MN del Piemonte – su tutto il territorio nazionale, facendo una
mappa, ed eventualmente una rete, delle situazioni di vita alternative.
Infine una proposta condivisa un po’ da tutti, maturata
grazie alla buona riuscita di questo seminario, è quella di mantenere
un appuntamento annuale per riflettere assieme sulle tematiche affrontate.
Perché, come ci ha ricordato Nanni Salio, oggi è necessario
avere una visione il più possibile strategica, che passi dal "pensare
globalmente ed agire localmente" al "pensare ed agire localmente
e globalmente".
4 Novembre 1998 Nell'80° della fine della guerra
1915-1918
Dov'e', o guerra, la tua vittoria?
Note e pensieri contro la vittoria militare
a cura di Enrico Peyretti
"Dov'è, o morte, la tua
vittoria?"
(San Paolo, Prima lettera ai Corinti, 15,55)
Questa piccola raccolta
viene pubblicata nell'occasione dell'80° anniversario della conclusione
della prima guerra mondiale, celebrata come "la Vittoria" nella storia
italiana, ed è offerta a chi vuole meditare sulla vacuità
e falsità del successo militare omicida, che è sempre una
sconfitta umana. Non si vuole entrare nella discussione storica su quella
guerra, nè sul "parecchio" che secondo Giolitti si sarebbe
ottenuto con la neutralità, né sul giudizio di "inutile
strage" dato da Benedetto XV, nè sull'uso dei fanti come carne
da mitraglia fatto da Cadorna, né sui processi per disobbedienza
e diserzione, nè sulle decimazioni dei soldati ordinate dagli ufficiali
nei reparti indocili. Si vuole soltanto meditare sulla vittoria in guerra,
in tutte le guerre.
Questa raccolta è stata inizialmente composta
(e pubblicata su il foglio n. 178, anno XXI, febbraio 1991) nei
giorni tragici e vergognosi del gennaio 91, nostra universale sconfitta
nella guerra del Golfo, che spezzò le nuove speranze di pace, dopo
il mirabile 1989, anno dei maggiori successi, nell'Europa dell'est, delle
lotte nonviolente. Qui la raccolta viene rivista e molto ampliata. E'
dedicata a tutte le vittime delle "vittorie", supplicandole di perdonare
questa nostra miserabile umanità, che tuttavia è sempre
di nuovo chiamata, anche proprio da quelli che calpesta ed uccide, a ritrovare
una ragione e un cuore umani. L'ordine dei brani è del tutto casuale
(e.p.).
1. Nel soffitto della sala del trono, nel
palazzo reale di Torino, c'è un dipinto del Miel ("La Pace che
tiene sottomesso il Furore guerriero e Marte addormentato"), nel quale
un cartiglio porta la scritta Multis melior pax una triumphis (Una
sola pace è migliore di molti trionfi), che ricorda un poco il
concetto ripetuto da Erasmo (tanto nel Dulce bellum inexpertis
quanto nella Querela pacis): "E' meglio una pace ingiusta
di una guerra giusta". Infatti, nella prima si può ancora
ottenere la giustizia, che nella seconda è perduta.
2. "Quante ignobili vittorie!".
Con queste parole Michel de Montaigne (1533-1592) salutava il trionfo
in America della conquista europea.
3. "Non si può chiedere all'obiezione
l'efficacia immediata, essa non è che la restaurazione della categoricità
della nonviolenza di fronte alla realtà, con l'esito inevitabile
della sconfitta. Per la nonviolenza la sconfitta è una vittoria".
(Ernesto Balducci, La rivoluzione nonviolenta, in Testimonianze,
n. 328, settembre-ottobre 1990, p. 27)).
4. "Non c'è nessuna vittoria,
signor generale, ci sono solo bandiere e uomini che cadono, e alla fine
non ci saranno né bandiere né uomini". (ultima lettera
al proprio padre, un generale, di un soldato tedesco andato in guerra
volontario, che ora sa che non tornerà vivo, in Ultime lettere
da Stalingrado, Einaudi, Torino 1963, p. 50).
5. Nell'ultimo brano della classica antologia
di Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, curata da Giuliano
Pontara, Einaudi, Torino 1996, pagina scritta il 7 luglio 1947, risaltano
i quattro caratteri che il Mahatma vide subito nella vittïria americana
sul Giappone ottenuta con la strage atomica, mentre il nemico già
chiedeva la resa: una vittoria ignobile, vuota, avvelenata, ingiusta.
6. Testimonianza di Alvise, nonviolento,
verso la metà degli anni 80: "In questi anni ho imparato una
cosa semplice: non voler vincere".
7. I cristiani credono in un vinto, credono
che il giusto vinto vince. Essi cantano a Pasqua: "La morte e la
vita si sono affrontate in un grandioso duello: il signore della vita
morto regna vivo".
8. La guerra, l'uccidere invece di discutere,
è un vincolo di morte, un orrendo amplesso fisico che assimila
l'uno all'altro. E' l'immagine capovolta del vincolo d'amore, che il Cantico
dice forte come la morte, cioè in grado di sfidare la morte. Infatti,
se uccidi con la guerra il violento, diventi come lui, è lui che
ti vince. Se uccidi il giusto, lui vinto ti vince: Abele redime Caino,
Cristo redime l'umanità omicida. Vince sempre il vinto, che sia
buono o cattivo. La vittoria della forza non esiste, è apparenza
sulla breve scena del tempo. La verità è sempre nel contrario
di questa vittoria. La forza che presume di distruggere il nemico distrugge
se stessa, piomba nel proprio vuoto. Vince il vinto cattivo: Hitler vinto
ha vinto, perché la distruttività che lui non ha raggiunto
è stata perfezionata e raffinata nello sterminismo atomico dei
vincitori, non importa se entro altre ideologie. E vince il vinto buono:
Cristo vinto ha vinto, perché nessuna speranza resta davanti a
noi come la sua, seppure tante volte smentita.
9. Gandhi vedeva bene l'inconsistenza della
vittoria armata: "Non riuscirete mai a eliminare il nazismo usando
i suoi stessi metodi" (messaggio agli inglesi sotto i bombardamenti
tedeschi, 7 luglio 1940, in Teoria e pratica della nonviolenza,
curata da Giuliano Pontara, Einaudi, Torino 1996, pp. 248-249). Unica
vittoria è quella che dà vita, quella della verità
disarmata.
10. Nel film Wargames di John Badham (1983),
un supercomputer calcola le possibilità di vittoria nella guerra
totale e risponde: "L'unica mossa vincente è non giocare".
La vittoria in guerra non esiste più. Le vittorie di ieri non erano
vittorie, sembravano. La luce atomica illumina la guerra in ciò
che è sempre stata: un'atroce stoltezza. Lo dimostrava già
Bertrand Russell nel 1957 nella sua Lettera ai potenti della terra,
facendo vedere che la vittoria è un'illusione (cit. in E. Balducci,
L. Grassi, La pace, realismo di un'utopia, Principato, Milano 1985,
p. 192).
11. "Una vittoria può dirsi
tale soltanto se tutti in egual misura sono vincitori e nessuno è
vinto". E' questa una massima buddista antica di più di due
millenni, citata da Gorbaciov per la sua grande attualità, nel
discorso in cui sottolineava l'importanza della Dichiarazione di Nuova
Delhi del 26 novembre 1986, firmata da lui e dal primo ministro indiano
Rajiv Gandhi. In questo documento, nel quale si affermava che "la
nonviolenza deve essere alla base della vita della comunità mondiale",
Gorbaciov vedeva il punto di incontro dei "massimi genî"
dei due paesi, alludendo a Tolstoj e al Mahatma Gandhi. (Cfr E. Balducci,
Gandhi, Edizioni Cultura della Pace, Fiesole 1988, pp. 7-8).
12. Altri aforismi di Buddha sulla vittoria
in guerra: "Fra chi vince in battaglia mille volte mille nemici e
chi soltanto vince se stesso, costui è il migliore dei vincitori
di ogni battaglia" (Dhammapada, n. 103). "La vittoria
alimenta inimicizia, perchè chi è vinto giace dolente. Chi
ha abbandonato vittoria e sconfitta, costui ristà tranquillo e
felice". (Dhammapada, n. 201, in Aforismi e discorsi del
Buddha, a cura di Mario Piantelli, TEA, Milano 1988).
13. "Obiettivo della strategia della
pace deve essere, in antitesi con la strategia di guerra - ed è
questa la cosa sostanziale, quello di impedire la sconfitta del nemico"
(Erich Fromm, La disobbedienza e altri saggi, Mondadori, Milano
1988). Cioè, la pace non nasce mai dalla vittoria sul nemico, ma
dalla vittoria sull'inimicizia. La vittoria della saggezza è impedire
la sconfitta del nemico, sempre foriera di volontà di rivincita.
La vera vittoria è quella comune alle parti, è l'attingere
un risultato sovraordinato comune. Vincere è pericoloso. L'unica
sicurezza è con-vincere, vincere insieme. E per questo è
necessario con-vincer-si, cioè acquistare il potere su di sé,
il più difficile e prezioso, la vera potenza.
14. Ascoltiamo Erasmo (1466-1536), il grande
difensore della pace all'inizio del '500. Egli avvertì che lo Stato
moderno si andava costituendo sul diritto di guerra, per il quale disponeva
dei nuovi terribili armamenti da fuoco. Cioè, la guerra era il
primo reale articolo delle costituzioni statali, ancora non scritte. Erasmo
propose un' alternativa storica che non fu seguita. Noi oggi, al termine
della modernità, nell'era della distruggibilità atomica,
abbiamo un compito uguale: superare gli Stati e i super-Stati costituiti
sulla violenza e la guerra. Erasmo fu un grande cristiano, che oggi la
chiesa fa molto male a non ricordare. Dovrebbe essere proclamato "dottore
della chiesa", Dottore Pacifico.
In guerra, "il trionfo di questi è
il lutto di quelli... atroce e grondante di sangue è la felicità".
"Alla fine, anche se ottengo vittoria completa, è più
lo scapito che il guadagno". "Se vogliamo vincere con Cristo...
vinceremo veramente allorquando saremo vinti". "Il bello è
che non ottengono mai proprio quello che vogliono, e mentre stupidamente
cercano di evitare questo o quello scoglio, piombano in altri guai, o
negli stessi ma molto peggiorati". "Chi vince è un assassino.
Chi è vinto muore, ma non è meno colpevole: muore solo per
non essere riuscito a compiere lui l'assassinio che tentava". "In
guerra piange anche chi vince". "Noi ti preferiamo pacifico
piuttosto che vittorioso" (a Filippo di Borgogna). "La vittoria
(in guerra) non rientra mai fra i beni che appagano".
Sono parole tratte dal Dulce bellum
inexpertis (la guerra piace a chi non la conosce), dalla Querela
pacis, dalla Lettera ad Antonio di Bergen, e da altri testi,
oggi accessibili a tutti nel libro curato da Garin nelle Edizioni Cultura
della Pace (Fiesole, 1988). In Erasmo si coalizzano contro la guerra l'argomento
del sano utilitarismo e quello morale, per cui l'uomo è fallito
quando uccide l'uomo.
15. All'obiezione del realismo cinico che
si ammanta di giustizia, Erasmo risponde: "Quanto meglio lasciare
impunito il misfatto di pochi, che cercare di infliggere una problematica
pena a un paio di furfanti a prezzo del rischio certo di amici e nemici
(come li chiamiamo), che non hanno fatto nulla". Leggevo queste parole
nel gennaio 1991, durante le prime ore dell'orribile sacrificio umano
in cui si celebrava, contro innocenti vite irachene, una sanguinaria "giustizia
internazionale" nei confronti del dittatore e aggressore Saddam.
Trovavo deboli le parole di Erasmo, per quella strage, ma vi riconoscevo
lo stesso dolore che in quel momento ci schiacciava. Si dirà poi
che avrà vinto la ragione e la giustizia... Quando "giustiziare"
vuol dire uccidere - fosse anche il colpevole, con la pena di morte, e
a maggior ragione migliaia di innocenti - la parola giustizia è
del tutto falsata, tradita, sconfitta: ha vinto solo il mistero di male
che oscura il mondo.
16. "Non sarebbe male che un popolo,
a guerra finita e dopo aver concluso il trattato di pace, dopo la festa
del ringraziamento decretasse un giorno di espiazione per chiedere perdono
al Cielo, in nome dello Stato, per la grave colpa della quale il genere
umano continua a macchiarsi, rifiutando di sottomettersi ad una costituzione
legale che regoli i rapporti con gli altri popoli, e preferendo usare,
fiero della sua indipendenza, il barbaro mezzo della guerra (per mezzo
del quale tuttavia non si decide ciò che si cerca, vale a dire
il diritto di ogni Stato). I festeggiamenti coi quali si rende grazie
per una vittoria conseguita in guerra, gli inni cantati (alla maniera
degli Ebrei) al Signore degli eserciti, non contrastano meno nettamente
con l'idea morale del padre degli uomini; infatti, a parte la già
abbastanza triste indifferenza a riguardo dei mezzi coi quali i popoli
perseguono il proprio reciproco diritto, esprimono per di più la
soddisfazione d'avere annientato un bel numero di uomini, o distrutto
la loro felicità". Così Kant, in una nota del suo grande
scritto Per la pace perpetua. Progetto filosofico (pubblicato nel
1795; traduzione e cura di Alberto Bosi; Edizioni Cultura della Pace,
Fiesole 1995, pp. 135-136). La guerra è dunque per lui la "grave
colpa", il "barbaro (e inutile) mezzo", e ringraziare Dio
per la vittoria è offesa all'idea morale di Dio, indifferenza alla
crudeltà dei mezzi bellici, soddisfazione per aver dato morte e
dolore.
17. Ma non è solo il grande nobile
animo di Kant a parlare così. Ascoltiamo un altro autore, il quale
dice che in guerra le potenze belligeranti sono "tutte d'accordo
su un punto solo, fare il maggior male possibile. La cosa più strabiliante
di questa impresa infernale è che ogni capo assassino fa benedire
le sue bandiere e invoca solennemente Dio prima di andare a sterminare
il prossimo. Se un capo ha avuto la fortuna di far sgozzare solo due o
tremila uomini, non ne ringrazia Dio; ma quando ce ne sono almeno diecimila
sterminati dal ferro e dal fuoco e, per colmo di grazia, è stata
distrutta fino all'ultima pietra qualche città, allora si canta
a quattro voci una canzone abbastanza lunga [il Te Deum laudamus,
preghiera usata come bestemmia classica nelle feste per la vittoria; n.d.r.],
composta in una lingua sconosciuta a tutti coloro che hanno combattuto...
La medesima canzone serve per i matrimoni e per le nascite, e al tempo
stesso per la strage: questo è imperdonabile" . E' quell'arciscomunicato
di Voltaire (nella voce Guerra del suo Dizionario filosofico),
in questa occasione vero teologo, più cristiano di un papa e più
pio di un monaco.
18. Tommaso Moro (1478-1535), il grande
amico di Erasmo, non arriva ad escludere la guerra dalla sua isola di
Utopia, eppure scrive: "La guerra è profondamente detestata
in Utopia, come cosa veramente belluina [come dice il suo nome latino;
n.d.r.], sebbene nessuna specie di belva la pratichi così spesso
come l'uomo; e nulla si ritiene tanto inglorioso - al contrario di quasi
tutti gli altri popoli - quanto la gloria acquistata con la guerra".
Se è la cosa più ingloriosa, la vittoria in guerra è
dunque la cosa più vergognosa.
Ma questo, dirà il realista freddo,
avviene nell'isola che non c'è. A parte il fatto che Utopia
può significare anche il buon luogo, il solo criterio
che dà respiro e futuro all'intelligenza e alla vita è quello
che lo stesso Moro ci dice: "Ci interessa tutto quello che non conosciamo
ancora".
19. Ancora Kant cita un detto antico, nel
fare il bilancio dei vantaggi e svantaggi della guerra: "La guerra
è un male, perché fa più malvagi di quanti ne toglie
di mezzo" (Per la pace perpetua, Primo supplemento). Dunque,
chi vince nella guerra? Il male.
20. "Inutile strage, orrenda carneficina
che disonora l'Europa". Così definì la guerra in corso,
nel 1917, papa Benedetto XV, e fu coperto di improperi come disfattista.
"La guerra sarebbe il declino dell'umanità
intera". "La pace ottenuta con le armi non potrebbe preparare
che nuove violenze". Così, il 12 gennaio 1991, inutilmente
avvertì le potenze occidentali papa Giovanni Paolo II, delegittimando
solennemente la guerra del Golfo e la volontà di potenza dell'Occidente.
Declino, in luogo del progresso. Nuove violenze, in luogo del nuovo ordine
internazionale. E' questa la vittoria della legalità, della democrazia?
21. "La guerra è una sconfitta
anche per coloro che pensano di esserne eventuali vincitori" (L'Osservatore
Romano, 20 gennaio 1991). "Una guerra è sempre una sconfitta"
disse una ragazza della 1ªE, quattordici anni, durante un'assemblea nel
mio liceo contro la guerra del Golfo. Era più saggia di quei pazzi
potenti, più capace di Andreotti, Demichelis e Cossiga, di governare
l'Italia.
22. E ogni sconfitta camuffata
con sonanti peana
di vittoria. Poi
il rimorso inutile:
e lamenti e preghiere
a riempire i cieli, e sempre
un Salvatore atteso
e poi respinto.
David Maria Turoldo
Nel segno del Tau, Mondadori, Milano 1988,
p. 109
23. "Le stesse potenze che hanno "vinto"
l'ultima guerra mondiale a proprio danno (...) non sono riuscite a ricavarne
altro insegnamento se non che bisogna armarsi più accanitamente
che mai. (...) Nulla hanno imparato e nulla vogliono imparare, dopo la
loro triste "vittoria" hanno fatto poco o nulla per la pace e molto invece
per rendere possibili nuove guerre". (Hermann Hesse, nel settembre
1950, in Non uccidere, Considerazioni politiche, Mondadori, Milano
1987, p. 178).
24. Tra i commenti americani immediatamente
successivi alle bombe di Hiroshima e Nagasaki troviamo anche questo, del
settimanale cattolico Commonwealth, in un editoriale intitolato Orrore
e vergogna: "Non dovremo più affannarci per mantenere
limpida la nostra vittoria. E' disonorata. Il nome Hiroshima, il nome
Nagasaki, sono i nomi della vergogna e della colpa americana". (Dal
libro di Gar Alperovitz, Atomic Diplomacy, 2a edizione 1985).
25. L'Onu è una preziosissima conquista
del nostro secolo per il futuro dell'umanità, e deve sviluppare
il suo significato e le sue potenzialità, al di là dei suoi
limiti attuali. Infatti, il suo vizio costituzionale, diventato col tempo
tragicamente evidente, è di essere una istituzione nata per "salvare
le future generazioni dal flagello della guerra" (Preambolo dello
Statuto), ma fondata sulla vittoria, sul diritto di guerra, sul privilegio
dei vincitori, sul loro potere di veto. Nessuna pace può nascere
dal diritto della forza, che è l'unico diritto sancito dalla vittoria
in guerra, solo occasionalmente e casualmente coincidente con il diritto
e la ragione.
26. "La lettera bagnata di lacrime
con cui il duca di Wellington annunciava di avere vinto Napoleone a Waterloo,
perdendo 50 mila soldati, è stata acquistata dalla British Library
per 350 mila sterline (750 milioni di lire)" (da La Stampa,
23 gennaio 1990). Se ben ricordo una lontana lettura, Wellington disse
allora che una vittoria è poco meno tragica di una sconfitta.
27. Un film di Peter Brook (1989) ha proposto
agli europei il Mahabharata, antico poema sacro indiano di tre
o quattro secoli precedente all'era cristiana, che contiene il famoso
Bhagavadgita (il Canto del Beato). Questo testo sembra addirittura
inculcare il dovere della guerra, contro le esitazioni della coscienza.
Ecco uno dei punti (nemmeno il più importante) dell'interpretazione
datane da Gandhi, che lo ha meditato per tutta la vita: "L'immortale
autore (...) ha mostrato al mondo l'inutilità della guerra, dando
ai vincitori una vuota gloria" (Teoria e pratica della nonviolenza,
cit., p. 9).
28. "Il dolore inflitto a milioni
di individui non è nemmeno per il presunto vincitore configurabile
come il prezzo della vittoria, quanto l'indice della sconfitta che su
ogni piano lo accomuna al nemico". (Luciano Gallino, La Stampa,
12 settembre 1990).
29. "L'esito della guerra dimostrò
ancora una volta quanto illusoria sia la convinzione popolare secondo
cui "vittoria" significa pace. Valse, invece, a confermare che essa è
solo un "miraggio nel deserto": il deserto che una lunga guerra, tanto
più se combattuta con armi moderne e metodi illimitati, si lascia
inevitabilmente alle spalle". (B.H. Liddell Hart, Storia militare
della seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano 1974, p. 6).
30. "L'ultima cosa di cui abbiamo
bisogno è che ci si incoraggi a ricuperare la stima di noi stessi
sui campi di battaglia... Il senso di fiducia in se stessi e di autostima
che gli americani desiderano veder ripristinato sarebbe sentito in modo
più appropriato, in una democrazia come la nostra, se si fondasse
sulla prova di salute e forza anziché su riferite distanti glorie
di battaglie". (Paul Kennedy, storico statunitense, su L'Unità,
26 gennaio 1991).
31. "...Infatti la guerra, diventando
sempre più stupida, più sporca, più tragica, non
potrà non partorire che una vittoria stupida, sporca, tragica...
Invece che il nuovo ordine mondiale sta preparando un nuovo disordine
che solo i ciechi non vedono". (Alberto Cavallari, che all'inizio
riteneva necessaria la guerra del Golfo, su La Repubblica, 27 gennaio
1991).
32. "Ora, poiché le armi più
eccellenti sono oggetti sfortunati, ognuno le detesta. Perciò colui
che segue la via non se ne occupa. (...) Le armi sono strumenti di sventura,
non sono strumenti del nobile. Questi le usa solo se non ha nessun'altra
alternativa, e considera superiori la calma e l'indifferenza. Se vince,
non lo trova bello. Colui che lo trova bello gioisce di uccidere degli
uomini. Ora, chi gioisce di uccidere uomini non può realizzare
i propri intenti sull'impero. (...) L'uccisione di una moltitudine di
uomini è pianta con dolore e lamentazioni; vinta una battaglia,
ci si dispone come nei riti funebri". (Lao-tzu, Tao-teh-ching,
Il libro del Tao, traduzioni diverse, n. 31).
33. Asoka, il grande re buddhista dell'India
antica (3° sec. a.C.), si era dedicato in un primo tempo all'espansione
dell'impero. Nel corso della conquista del Kalinga rimase profondamente
scosso dall'orrore e dalla pietà provati di fronte alle stragi
perpetrate dai suoi soldati. Allora - sappiamo dal suo XIII editto rupestre
- espresse pubblicamente il suo rimorso e dichiarò solennemente
che da quel momento solo la vittoria del Dhamma (dovere, precetto, pietà)
sarebbe stata da lui considerata vera vittoria. (cfr Per un percorso
etico tra culture, Testi antichi di tradizione scritta, a cura di
Pier Cesare Bori e Saverio Marchignoli, La Nuova Italia Scientifica, Roma
1996, p. 123).
34. L'alternativa è questa: o vittoria,
o giustizia. Scrive Norberto Bobbio: "Fra due contendenti la pace
può essere ottenuta o con la vittoria e la supremazia dell'uno
sull'altro, o con la interferenza determinante di un terzo super partes.
Nel primo caso si ha la cosiddetta pace d'impero, nel secondo caso una
pace di compromesso, che Raymond Aron ha chiamato la "pace di soddisfazione""
(Autobiografia, Laterza 1997, p. 234). Quindi, la vittoria in guerra
fa finire la guerra, ma non ottiene la pace giusta, bensì un dominio,
che è impero, offesa, ingiustizia, della stessa qualità
della guerra, benché non così immediatamente cruenta. Ricordiamo
Erasmo: meglio una pace ingiusta di una guerra giusta. Ma non accontentiamoci.
O vittoria, o giustizia.
35. "Per quanto giusta sia la causa
del vincitore, per quanto giusta sia la causa del vinto, il male prodotto
dalla vittoria come dalla sconfitta non è meno inevitabile".
(Simone Weil, Quaderni, I, trad. di G. Gaeta, 3ª edizione, Adelphi,
Milano 1991, p. 232).
36. "La Giustizia fugge dal campo
dei vincitori", scriveva Simone Weil (Quaderni, III, trad.
di G. Gaeta, Adelphi, Milano 1988, p. 158). Fugge per andare a pesare
sull'altro piatto, a pareggiare la giusta bilancia. In questo brano la
Weil dice che la società è forza, e che, se si è
consapevoli dello squilibrio sociale, occorre "aggiungere peso sul
piatto troppo leggero", con ogni mezzo, ma "bisogna aver concepito
l'equilibrio, ed essere sempre pronti a cambiare parte, come la Giustizia".
Ogni vittoria, per diventare giusta, deve essere riequilibrata, abbandonata
in favore dei vinti.
37. Quando alla vittoria si aggiunge il
piacere di trionfare e di umiliare il vinto (il che accade ben facilmente),
la vittoria diventa più vergognosa. Dice ancora Simone Weil: "Avevo
dieci anni al tempo del trattato di Versailles. Fino ad allora ero stata
patriota con tutta l'esaltazione dei bambini in periodo di guerra. La
volontà di umiliare il nemico vinto, che invase tutto in quel momento
(e negli anni successivi) in maniera così repellente, mi guarì
una volta per tutte da questo patriottismo ingenuo. Le umiliazioni inflitte
dal mio paese mi sono più dolorose di quelle che può subire".
(Al termine della Lettera a Georges Bernanos, scritta presumibilmente
nel 1938, si trova in G. Gaeta, Simone Weil, Edizioni Cultura della
Pace, Fiesole 1992, pp. 95-100).
38. La vittoria delle armi dimostra la
maggior forza e ferocia delle armi, nient'altro. Non dimostra nulla riguardo
al diritto e alla giustizia. Può anche darsi che vinca la parte
più giusta. Ma accade pure che le armi indeboliscano e inquinino
le ragioni giuste, fino a perderle.
39. Quando Davide ricevette la notizia
della morte di Assalonne, che si era ribellato contro di lui, fu scosso
da tremito e salì a piangere nella stanza di sopra, gridando: "Assalonne,
figlio mio, figlio mio! Perchè non sono morto io al tuo posto?
Figlio mio, figlio mio Assalonne!". Davide, che pure fu un duro guerriero,
qui profetizza la verità su ogni vittoria omicida: è sempre
un figlio, un fratello, un consanguineo, che il vincitore ha ucciso. Ogni
vittoria è sporca di sangue familiare. E' lutto, tanto quanto la
sconfitta. "La vittoria in quel giorno si trasformò in lutto
per tutto il popolo. (...) I soldati entrarono in città quasi di
nascosto, come quando un esercito torna vergognoso dopo essere fuggito
in battaglia" (2° libro di Samuele, 19, 1-4).
40. Accanto alla foto di un bambino col
braccio destro amputato compare la scritta in inglese: "E' per questo
che combattiamo? La guerra non vince la pace". E' un manifesto del
National Peace Council, di Colombo, nello Sri Lanka (da Echoes,
rivista del Consiglio Ecumenico delle Chiese sul programma Giustizia,
Pace, Salvaguardia del creato, n. 13/1998, p. 23).
41. I calciatori che, fatto un gol, danno
in furiose esultanze, tirano pugni nell'aria, esibiscono grinte più
feroci che felici, come se stessero sbranando un odiato nemico, dimostrano
una malsana cultura della vittoria sportiva. Il gioco, la prova di abilità
e forza fisica rappresenta, nel corso del lungo faticoso processo di umanizzazione,
la neutralizzazione della guerra, la trasformazione della vittoria da
dolore ad allegria. Invece, quel brutto modo di giocare e di vincere fa
il cammino inverso, è la regressione umana dal gioco alla guerra.
La barbarie di quei calciatori, corrotti dai troppi soldi che guadagnano
e dalla psicosi sportiva di massa, riflette le violenze collettive degli
stadi, che tornano a somigliare all'arena dei gladiatori. In questo senso,
Alex Langer denunciava il motto olimpico "citius, altius, fortius"
(più veloce, più alto, più forte) come emblematico
del "modello della gara" che informa fino all'esasperazione
e alla follia il modo di vita dominante (cfr Alexander Langer, Il viaggiatore
leggero, Scritti 1961-1995, Sellerio editore, Palermo 1996, p. 329).
Se giocare vuol essere solo vincere, quel vincere non è più
leggero come il giocare, ma pesante come il combattere. A questa civiltà
della competizione che produce più vittime che successi umani,
più rifiuti che prodotti, a questo "progresso" che (come dice Eduardo
Galeano) è un viaggio con più naufraghi che passeggeri,
Alex Langer opponeva un altro motto: "lentius, profundius, suavius"
(con più calma, più profondità, più dolcezza).
42. Conosco questa storia familiare: il
padre era tornato vincitore, nel 1918, e trovò disoccupazione,
miseria, disordini, sofferenze, violenze, sfociate nella dittatura fascista.
Passano più di vent'anni e Mussolini, dopo la vigliacca vittoria
sull'Etiopia, butta l'Italia nella fornace della seconda guerra mondiale.
Il figlio di quell'uomo viene mandato in guerra. Il padre gli dice: "Senti
bene, figlio mio: io l'altra guerra l'ho vinta e non ho avuto che guai.
Tu prova a perderla, chissà che non ti vada meglio". Spedito
in Africa, il ragazzo appena vede gli inglesi butta a terra il fucile
e si arrende. Passa il resto della guerra da prigioniero. Tornato a casa,
trova un lavoro come reduce e se la passa a sufficienza nell'Italia della
ricostruzione. In quella famiglia non credono molto nella vittoria. Del
resto, è vero in generale che all'Italia sconfitta nel 1945 è
andata assai meglio che all'Italia vittoriosa nel 1918.
43. Le feste per la vittoria sono "danza
sulle bare". Così scrive Benjamin Constant in Dello spirito
di conquista e dell’usurpazione, edizione BUR.
44. La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell'ultima
c'erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.
Bertolt Brecht
* * *Prego i lettori di voler continuare,
con altri documenti e testimonianze, a disonorare la vittoria militare.
Enrico Peyretti
|