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L'attualità
LA VOCE DEI SENZA VOCE, CONTRO MISERIA E VIOLENZA
di Gabriele Colleoni
L'argomento
SEGRETI E MISTERI DI UNA GUERRA IGNOBILE
di Piercarlo Racca
Verso il Congresso
UNA NONVIOLENZA IN MOVIMENTO
di Gloria Gazzeri
SONO CONVINTO VENGO AL CONGRESSO
di Massimiliano Pilati
L'arte di scrivere
CESARE BECCARIA CONTRO LA PENA DI MORTE
di Claudio Cardelli
Ozio ...in corso
GLI INGREDIENTI DELLA CONVIVIALITA' NELLA CURA DEI DETTAGLI
Christoph Baker
Accordi di pace
ALL TOGETHER NOW ALL TOGETHER NOW
di Paolo Predieri
Obiezione
ESERCITO PROFESSIONALE E SERVIZIO MILITARE FEMMINILE
Il fucile spezzato
LA STRATEGIA LILLIPUZIANA E I CAPELLI DI GULLIVER
di Francuccio Gesualdi
A RECIFE, IN BRASILE, E' MORTO DOM
HELDER CAMARA
La voce dei senza voce, contro miseria e violenza
Dom Helder Camara se n'è andato nel sonno all'alba del
28 agosto nella sua casa di Olinda, a Recife, nel Nordest del Brasile.
Aveva 90 anni, essendo nato nel febbraio del 1909 a Fortaleza, capitale
dello stato nordestino del Ceará, terra di siccità, povertà e di emigrazione
ma anche di una forte religiosità popolare. Le sue spoglie ora riposano
nella Igreja das Fronteiras, dove dalla metà degli anni Sessanta intorno
all'esile vescovo di Recife dalla tunica color sabbia si incontravano
insieme a collaboratori ed amici, anche gli altri amici di dom Helder,
quelli più amati, i diseredati. "Chiesa delle frontiere": quelle che l'azione,
le parole ed il sorriso di dom Helder, ormai non conoscevano più.
di Gabriele Colleoni
Oggi può apparire anche paradossale che il servizio pastorale
di quello che sprezzantemente i militari brasiliani ed i loro giornali
durante la dittatura (1964-1985), definirono "il vescovo rosso", sia iniziato
negli anni '30 a fianco delle organizzazioni del cattolicesimo integralista
del Ceará, molto attive nella regione ma anche molto vicine al movimento
fascista brasiliano. L'unica spiegazione plausibile sta forse nella incontenibile
spinta che urgeva un giovane prete nordestino ad aiutare la sua gente
dalla "vita e morte severina", come quella cantata da un poeta conterraneo.
Un eccessivo attivismo costatogli l'"esilio" in una parrocchia a Rio de
Janeiro dove poi diventerà vescovo ausiliare, con il divieto dei superiori
a qualsiasi attività politica - proibizione rispettata fino al 1963, quando
con l'avvento del regime militare brasiliano, ne diventerà l'avversario
più noto fuori e temuto. Nel frattempo, l'irrequieto prete del Ceará aveva
già lasciato comunque il segno in seno alla chiesa: nel 1952, diede vita
alla Cnbb, la Conferenza Episcopale brasiliana, prima organizzazione al
mondo a riunire i vescovi di un Paese. Solo dopo il Concilio Vaticano
II questo tipo di organizzazione sarà approvato e incoraggiato nel resto
del mondo, ma intanto la Cnbb aveva già acquisito un grande peso, anche
politico, nella vita brasiliana. Durante il Concilio, con l'appoggio di
Paolo VI, dom Camara fu tra i promotori della "Chiesa dei poveri", attenta
al grido di giustizia delle fasce più umili della popolazione mondiale
e del Terzo Mondo. Una delle sue affermazioni più citate - "la povertà
è sopportabile, ma la miseria è un'offesa alla natura umana" - venne pronunciata
al Concilio. Dopo la nomina nel 1964 ad arcivescovo di Recife e Olinda
in Pernambuco, riprese la lotta politica, enfatizzando l'impegno a favore
dei diritti umani e le denunce delle violenze della dittatura militare,
che lo accuserà di attività comuniste quando sarà tra i fondatori delle
comunità ecclesiali di base, altra decisiva innovazione nella Chiesa brasiliana
contemporanea. Nel 1969, durante la "stretta" più brutale della repressione,
uno dei suoi più stretti collaboratori, padre Enrique Pereira Neto, venne
assassinato. É il momento in cui attorno al "vescovo rosso" si fa il vuoto.
"Quel che è davvero terribile", dirà, "è che anche i piccoli si allontanano,
si lasciano intimidire....". Ma è a questo punto che avviene lo scarto:
convinto che la causa della giustizia è indivisibile, che il destino del
Terzo Mondo dipendeva da una riforma radicale dei rapporti politici ed
economici tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri, dom Helder alza la sua
voce in nome dei troppi "senza-voce" per farla arrivare alle "superpotenze",
capitaliste e socialiste, alle multinazionali, ai governi ed ai popoli
del Nordamerica e dell'Europa, e nel 1970 con Ralph Abernaty, il successore
di Martin Luther King, sottoscrive un appello comune in cui tra l'altro
si dice: "per far fronte al pericolo costante di una guerra mondiale,
dobbiamo costruire un movimento mondiale per la pace. Per far fronte al
problema della povertà, dobbiamo istituire una lotta mondiale contro la
miseria e l'ingiusta ripartizione delle ricchezze...". Sono le basi, lungimiranti
se si pensa che la globalizzazione era allora una prospettiva remota,
del costante impegno futuro di dom Camara ad invocare ed a costruire quella
che chiama "la multinazionale della solidarietà", capace di contrastare,
nel segno di una libertà creativa, ma al tempo stesso solidale e responsabile
verso tutti gli uomini, la sfida delle altre multinazionali. L'ostilità
del regime nei suoi confronti divenne talmente viscerale che ai media
venne imposto il divieto di qualsiasi menzione del suo nome sulla stampa
o in pubblico, arrivando a boicottarne la stessa candidatura al premio
Nobel per la Pace. E ciò nonostante il risaputo orgoglio brasileiro per
i concittadini che hanno tenuto alto il nome del Paese all'estero. Per
la sua radicalità evangelica dom Helder era diventato comunque "scomodo"
anche dentro la Chiesa, anche se in uno dei primi viaggi in Brasile il
Papa stesso lo abbracciò pubblicamente con le parole "dom Helder, fratello
degli uomini e fratello mio". La riprova la si ebbe quando nel 1985 -
casualmente in contemporanea con la fine del regime militare - anche dom
Helder si fece da parte lasciando l'incarico di arcivescovo di Recife
per limiti di età. Le sue iniziative pastorali costruite in vent'anni
nello spirito conciliare vennero gradualmente ma sistematicamente svuotate
o smantellate a colpi di diritto canonico dal successore scelto dal Vaticano,
dom José Cardoso. Gli ultimi quindici anni sono stati di relativo silenzio.
Eppure, di fronte all'ennesima dura prova, dom Helder non ha voluto allontanarsi
dalla sua gente, è rimasto ad Olinda nella sua modesta casetta, dedicandosi
alle iniziative sociali promosse dalla sua fondazione Obras di Frei Francisco,
ed alla campagna "Duemila senza miseria", avviata con l'aiuto di religiosi,
vescovi e laici, che erano cresciuti avendo dinanzi l'esempio di questo
piccolo grande "fratello degli uomini". "Il sogno di un uomo solo è destinato
a rimanere un sogno, il sogno di molti uomini può diventare realtà": nella
sua semplicità dom Helder Camara ha regalato a più di una generazione
- quelle vissute sentendosi addosso il vento rinnovatore scaturito dal
Concilio - una piccola grande bussola che alla fine ha portato a precorrere
molto cammino. In questa "necessità" di condivisione come presupposto
alla ricerca di ogni utopia autenticamente umana e per l'uomo, sta la
prima e fondamentale lezione che a molti di noi diede quel piccolo vescovo
mite che, a dispetto della sua esilità fisica, gridava dai tetti contro
l'oppressione del suo popolo da parte dei "gorilla" dell'esercito più
potente del Sudamerica, e che ad un certo punto si era "mescolato" con
i poveri, scegliendo non solo di stare dalla loro parte ma anche una vita
frugale e semplice, senza distanze. Rifuggendo ogni pompa ecclesiastica
ed insieme ogni tentazione paternalistica di potere. Il suo terreno privilegiato
rimase quello dell'azione concreta, della condivisione "libera e liberatrice",
della parola che rompe il silenzio e porta conforto. Qualsiasi fosse il
peso da sopportare. Per questo i tanti "deserti" che nel corso della sua
vita Helder Camara ha dovuto affrontare, non sono mai stati - ha scritto
qualcuno - il "cimitero della speranza". E del resto ce lo ricordava lui
stesso con il titolo dato ad un suo libro del 1971 sulle "minoranze abramiche":
Il Deserto è fertile. Come potrà esserlo anche il deserto che oggi la
sua scomparsa si lascia alle spalle. E lo sarà se sapremo farci ancora
mettere in crisi dall'esempio di questo umile ed instancabile "costruttore
di pace".
La N.A.T.O. e il Kossovo
Segreti e misteri di una guerra ignobile
Di Piercarlo Racca
Probabilmente non si verranno mai a sapere quali sono le “vere motivazioni”
per cui la N.A.T.O. ha deciso di bombardare (24 marzo 99) la Federazione
Jugoslava, esse entreranno a far parte di quei tanti segreti per lo più
legati a stragi, attentati, ecc… di cui il nostro paese abbonda.
La verità andrebbe cercata nell’ambito di quel “nuovo
ruolo” che la N.A.T.O. sta disperatamente cercando dopo lo scioglimento
del Patto di Varsavia che rappresentava il suo potenziale nemico. Infatti
sono almeno sei anni che la N.A.T.O. sta cercando di imporsi come forza
militare di pace e sostituirsi in questo ambito all’O.N.U..
Parlando di N.A.T.O. occorre essere consapevoli che stiamo parlando di
un’alleanza militare in cui gli U.S.A. hanno un ruolo predominante
e di fatto determinano le decisioni politiche; mentre se parliamo di O.N.U.
ci troviamo di fronte ad un organismo mondiale in cui il ruolo degli Stati
Uniti è fortemente limitato dalla possibilità di Russia
e Cina di esercitare il cosiddetto diritto di veto.
Quest’anno in aprile si doveva inoltre celebrare in pompa magna
il 50° anniversario della fondazione della N.A.T.O. e presentarla
nel suo nuovo ruolo di “forza indispensabile e necessaria per le
missioni di pace”. Occorreva quindi “creare” almeno una
dimostrazione pratica da presentare all’opinione pubblica e al mondo
intero. Ecco quindi che il Kossovo diventa il casus belli, e la Serbia
la vittima predestinata.
1. In Kossovo è in atto una repressione da parte delle autorità
serbe nei confronti della popolazione di etnia albanese.
2. La Federazione Jugoslava non fa parte della N.A.T.O. né ha
chiesto di farne parte.
3. Il Kossovo è vicino alle basi N.A.T.O., quindi si può
bombardare senza grossi problemi.
-
La N.A.T.O. si autopropone come “Forza militare di pace”
in Kossovo e chiede alla Federazione Jugoslava, in pratica alla Serbia,
di sottoscrivere degli accordi capestro fortemente limitativi della
propria sovranità:
-
Se venivano accettati la N.A.T.O. poteva presentarsi con successo
come forza di pace.
-
Se venivano respinti…..sarebbe stato sufficiente qualche giorno
di bombardamenti e la Serbia si sarebbe piegata, quindi la N.A.T.O.
poteva presentarsi con successo come forza di pace.
Se queste previsioni si fossero avverate, il successo sarebbe stato pieno
e la N.A.T.O. il 4 aprile 99 avrebbe potuto celebrare festosamente il
suo 50° anniversario.
Questa è forse la verità inenarrabile per cui i nostri
politici, come sempre succubi delle scelte militari e forse trascinati
dagli Stati Uniti, hanno deciso di appiccare il fuoco innescando una guerra
che nelle previsioni doveva durare al massimo qualche giorno. Invece le
cose non sono andate così e una volta appiccato il fuoco è
diventato difficile spegnere l’incendio provocando i disastri cui
tutti abbiamo assistito.
DIBATTITO PRECONGRESSUALE DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Una nonviolenza in movimento
Siamo ormai prossimi al Congresso del
Movimento Nonviolento. Proseguiamo con la pubblicazione degli interventi
che arricchiscono il dibattito in vista dell’incontro di Pisa, che
si preannuncia ricco di idee e partecipazione.
SULLA PACE E SULLA GUERRA
Di Gloria Gazzeri*
La guerra della NATO contro la Serbia va allontanandosi dalla nostra
attenzione; altri problemi, altre notizie occupano i telegiornali estivi.
Occhio non vede, cuore non duole – recita un vecchio proverbio! Invece
né la nostra indignazione di ieri, né le altrui sofferenze
di ieri e di oggi debbono passare così, senza lasciare un segno
forte nelle coscienze. Sarebbe estremamente pericoloso non aver capito,
non imparare, dimenticare.
Per questo proviamo a comunicare a tutti gli amici una
riflessione sui passati avvenimenti, suddivisa in quattro punti.
-
L’INGANNO- In una fiaba di Andersen -più
volte citata e commentata da Tolstoj nelle sue denunce contro i governi-
si narra che alcuni impostori tesserono per un re abiti inesistenti.
Il re li indossò e si presentò al popolo con i supposti
abiti nuovi. Tutti lo applaudirono e si misero ad ammirare ciò
che in realtà non c’era. I recenti avvenimenti hanno illustrato
la verità della fiaba come non mai ; cioè il misterioso
dominio del potere politico sulle menti.
Il governo americano ha sostenuto che la guerra veniva
fatta in nome della umanità e della giustizia, per difendere i
Kossovari dalle prepotenze serbe. Una bugia grossa come un grattacielo.
Il nostro mondo occidentale sopporta con olimpica serenità
le peggiori nefandezze contro i deboli : dalla decimazione di tanti
popoli, in Sudan, Guatemala, Tibet o Kurdistan, ai milioni di morti per
fame ogni anno, allo sfruttamento lavorativo o sessuale dei bambini, alla
prostituzione nelle nostre strade di migliaia di ragazze negre o slave
ecc. ecc. ecc.
Ma tutti questi infelici sono poco interessanti per gli
USA. Guarda caso, l’unica ingiustizia insopportabile è nei
Balcani. Gli unici che si devono difendere, fino ad imbastire una guerra
apocalittica, sono una piccola minoranza di una regione sperduta, ma strategicamente
molto interessante, posta fra il Mediterraneo e l’Oriente, canale
di passaggio di petrolio e droga. Veramente anche un bambino avrebbe capito
l’assurdità del pretesto, la bugia evidente da risultare ridicola.
La guerra è costata miliardi di dollari e la NATO
non è un istituto di beneficenza. Persino in trasmissioni TV governative
sono trapelate verità diverse. In “Morte di una nazione”
(I canale, 26 aprile) in cui è stato trasmesso un raro filmato
di una riunione della Presidenza jugoslava tenuta nel lontano 1991, si
è udito il Ministro della difesa, generale Kadijvic, pronunciare
queste parole :”E’ in atto un subdolo piano per distruggere
la Jugoslavia : la prima fase è la guerra civile, la seconda
l’intervento straniero, l’ultima l’insediamento di governi
fantoccio.” Il che alla luce dei successivi avvenimenti appare una
straordinaria profezia !
E invece tutti, politici, capi di stato, giornalisti, persino
i sinceri amanti della pace - tranne poche deboli voci, ora per la verità
in crescita- si sono messi a sostenere l’inderogabile necessità
di difendere i Kossovari, rifiutando se mai solo il modo. Perfino i vescovi
USA scrivono : “Sebbene ci sia chiaro che le intenzioni dell’Alleanza
atlantica fossero quelle di proteggere gli Albanesi, non condividiamo
i mezzi con quali si è perseguito il fine.”
E invece no ! non è per niente chiaro, o meglio
è chiarissimo il contrario : che la guerra rispondeva a grossi
interessi politici e strategici americani, anche se forse alla furberia
politica si è mescolata una dose di follia e non tutto il progetto
USA è ancora intelligibile per noi.
Così si sono denunciati errori di bersaglio, apparente
inutilità della guerra, crudeltà ecc. ecc. ma il punto fondamentale,
che avrebbe reso superflui gli altri, che la difesa dei Kossovari era
un semplice pretesto e la guerra rispondeva ad un progetto di potere USA
o meglio della lobby che è al potere in USA, è stato pochissimo
evidenziato.
Così si sono denunciati errori di bersaglio, apparente
inutilità della guerra, crudeltà ecc. ecc. ma il punto fondamentale,
che avrebbe reso superflui gli altri, che la difesa dei Kossovari era
un semplice pretesto e la guerra rispondeva ad un progetto di potere USA
o meglio della lobby che è al potere in USA, è stato pochissimo
evidenziato.
Cioè si è discusso sul taglio, il colore,
le asole e le nappine di un abito che non c’era !
E poi come mai, è stato osservato da qualcuno, in
Kossovo si è ripetuta tal quale la falsariga della guerra in Kuwait ?
Come mai la politica di Milosevich si è inserita con assoluta precisione
nei piani USA, come le battute di una controspalla in quelle dell’attore
principale ?
Sono domande per il momento senza risposta.
-
AIUTARE GLI ALTRI - Se anche i mali nei Balcani, riportati
alle debite proporzioni, sembrano quasi annegare e dissolversi nel
grande oceano della sofferenza mondiale, resta pur sempre aperto il
problema se e come si poteva o si può tentare di soccorrerli.
Molti operatori di pace sono sinceramente desiderosi di farlo e si
sono impegnati a farlo.
Ma per soccorrere questi mali bisognerebbe forse comprenderli
meglio, lavoro questo, crediamo, da continuare ed approfondire. Una malattia
per esser curata deve prima esser diagnosticata.
Ci sono state buone analisi di studiosi sulle particolari
condizioni storiche dei Balcani : i secoli di lotta fra Turchi e
Slavi e poi la continua ingerenza delle grandi potenze europee hanno destabilizzato
queste regioni.
Per illuminare meglio la questione, converrebbe, crediamo,
andare a rileggersi certe pagine di Erich Fromm sul narcisismo di gruppo.
(E.F. The Anatomy of Human Destructiveness- 1973, tradotto anche in italiano).
“Una delle fonti più importanti di aggressione difensiva -egli
scrive- è rappresentata dalle ferite del narcisismo...Anche se
si è il membro più misero, povero, meno rispettato si trova
compensazione nel sentirsi parte del gruppo più meraviglioso del
mondo...basta pensare ai sanguinosi crudeli massacri fra Indù e
Mussulmani all’epoca della divisione dell’India (cioè
quando l’India fu lasciata dagli Inglesi e anche Gandhi fu assassinato)...
Tali episodi non ci sorprendono se si tiene presente il fatto che si tratta
delle popolazioni più povere e miserabili del mondo”.
Significa, cioè che popolazioni povere e marginali
che si sentono in condizioni di grave inferiorità, cercano di recuperare
prestigio ed autostima aggredendo ed opprimendo i popoli vicini più
deboli. E ciò è applicabile sia per i popoli della ex Jugoslavia,
sia in tanti altri microconflitti in ex colonie ; fermo restando
che appare abbastanza provato che i conflitti etnici jugoslavi siano stati
rinfocolati a bella posta da coloro che avevano interesse a pescare nel
torbido.
E veramente sia i singoli che i popoli è innanzitutto
di rispetto e stima profonda che hanno bisogno, mentre la condivisione
dei beni economici è solo la necessaria conseguenza di questa stima
. (e un aiuto economico dato senza tale rispetto è un pane assai
amaro).
Chi ha conosciuto qualche Serbo-intellettuale o funzionario-
si sarà accorto di quello strano, quasi incredibile per noi, senso
di inferiorità misto ad orgoglio che è in loro. Ci si potrebbe
chiedere quali forme di disprezzo, quali disconferme hanno subito questi
popoli da secoli, da parte dell’Europa, se la parola “slavo”
deriva da schiavo e la parola “serbo” da servo ?
E dobbiamo anche ricordare che hanno vissuto ai confini
della “cortina di ferro”, hanno visto più da vicino il
cosiddetto “benessere” senza parteciparvi. Chi visitava Belgrado
qualche anno fa, non poteva non restare colpito dall’enorme sbalzo
di tenore di vita fra noi e loro, dalla povertà generalizzata,
se pur dignitosa.
E poi chi non avanza, deve tornare indietro, la storia
non si ferma. Popoli che non riescono ad avanzare verso la mondialità,
l’intercultura, tornano per forza di cose all’identità
etnica o tribale. Anche in campo religioso, o ci si apre all’ecumenismo
o si torna alle lotte religiose più retrive.
E’ stato giustamente detto che l’unica via di
uscita ai conflitti etnici della ex Jugoslavia è una integrazione
al resto d’Europa, una inculturazione.
E qui arriviamo ad un altro nodo cruciale del problema.
Quale esempio, quale guida, quali valori l’Europa e gli USA offrono
ai popoli in cerca di un modello ? Una pseudo civiltà fatta
di arrivismo, violenza, smarrimento esistenziale ? Un solo bene,
un solo vantaggio : la straordinaria abbondanza di merci, la facilità
e mollezza della vita materiale. Ma questo “benessere” -che
è per tanti versi un malessere- non è esportabile. E’
ormai tecnicamente impossibile estenderlo ad altri, né le grandi
potenze hanno intenzione di farlo. E infatti che cosa abbiamo potuto esportare
nei Balcani se non missili e bombe, veleni e morte ?
C’è una frase di Tolstoj che apre tutto un
mondo di riflessione - riflessioni che egli ha poi elaborato negli scritti
degli ultimissimi anni- “Verrà distrutto il male fuori di
noi, quando lo avremo distrutto in noi”(“Tre giorni in campagna”)
Forse ci si dovrebbe chiedere negli ambienti dove si lavora
per la pace. Non è la nostra pseudo civiltà il nostro dissennato
modo di vivere, i nostri consumi, i nostri spettacoli ecc. ecc. che vanno
rivisti a fondo prima o piuttosto che occuparci dei mali altrui ?
o almeno contemporaneamente ? affinchè l’aiuto agli altri
non sia una fuga dai nostri problemi ?
E’ forse il buon esempio la prima cosa che occorre
dare agli altri ?
3)LA NONVIOLENZA E LA NON RESISTENZA- “Si vis pacem,
para bellum”, è un vecchio motto romano, usato ed abusato
in questi tempi per supportare con la presunta antica saggezza l’idea
modernissima che per pacificare i popoli bisogna bombardarli. (Del resto
ai potenti tutto è permesso. Se Caligola potè nominare senatore
un cavallo, il Pentagono può proclamare “umanitaria”
una guerra !).
Torniamo al nostro motto. Coniato da un popolo imperialista
e brutale come i Romani, esprime la logica della forza, soprattutto risponde
ad ottica di dominio. Significava per loro : se vuoi che i popoli
a te sottomessi, si mantengano quieti, devi esser più forte e pronto
a colpire.
Per un rapporto paritario, per una pace autentica, per
lo shalòm, converrebbe invece meditare questo altro motto :”Come
non si può spegnere il fuoco con il fuoco, né asciugare
l’acqua con l’acqua, così non si può eliminare
la violenza con la violenza.”(L.Tolstoj-Lettera ad Engelgardt)
E’ una legge matematica , diremmo. Due numeri dello
stesso segno si sommano, non si elidono fra loro. Per eliminare la violenza
occorre un’energia di segno contrario : verità, amore.
Se ben compreso e più conosciuto questo principio
inattaccabile avrebbe reso improponibile di fronte all’opinione pubblica
il trucco NATO : fingere di spargere bombe per ottenere giustizia
e pace.
Fini e mezzi sono interdipendenti, ha ripetuto continuamente
Gandhi. Non si può ottenere un fine buono : la difesa del
debole, con un mezzo cattivo : violenza ed assassinio (per di più
quasi sempre di innocenti !)
Voler eliminare la violenza con altra violenza è
un po’ come chi volesse eliminare una macchia d’inchiostro con
altro inchiostro. Alla fine ci sarebbe solo una macchia più grande
che copre la prima. I successi sono solo momentanei ed apparenti !
“La violenza è un concatenamento - diceva Lanza
del Vasto- Chi pensa di liberarsi grazie a lei, forgia la sua catena.
Le catene della violenza legittima (cioè giustificata dall’autodifesa
o la difesa del debole) sono di ferro più duro e di fattura migliore
di tutte le altre.”
La catena della violenza può essere interrotta solo
dalla volontà volta al bene, buon esempio, persuasione, fiducia,
condivisione, risveglio delle forze sopite della coscienza morale e della
ragione, richiamo a principi religiosi superiori.
Su questo punto, bisogna dire, che gli operatori di pace
si sono battuti a lungo e con la forza, ma inascoltati.
Ed è doloroso che queste verità così
semplici, intuitive, riaffermate con tanta forza in questo ultimo secolo
da Tolstoj e Gandhi non siano penetrate ancora nella coscienza collettiva
con quella evidenza che avrebbe -ripetiamo- reso improponibile di fronte
alla opinione pubblica la guerra del Kossovo.
-
1 9 9 9 - L’an mil neuf cent nonante neuf sept
mois
Du ciel viendra un grand Roy d’effrayeur (X, 72)
“L’anno 1999, sette mesi (o fino al settimo mese)
verrà dal cielo un grande Re (o una grande Potenza) terrificante .”
Questi versi di Nostradamus, oscuri (ma non troppo, interpretati da sempre
come l’inizio delle guerre dell’anticristo) sono gli unici,
delle sue dodici centurie, che contengono una data precisa :1999.
E’ una data dunque, fortemente simbolica, che ha un suo peso nell’immaginario
collettivo : la fine di un millennio, l’ingresso di una nuova
era.
Data a parte, è stato avvertito e scritto da più
parti che questa guerra improvvisa e tremenda, e per certi versi misteriosa,
la prima in Europa dopo più di cinquanta anni, segna un passaggio
storico, sia una “cerniera dei tempi”, quasi l’apertura
di un altro apocalittico sigillo (dopo Cernobyl, dopo il bombardamento
di Bagdad). Più concretamente significa forse un fatto nuovo nella
storia : l’affermazione a livello mondiale di una potenza unica,
quella degli USA, o meglio della lobby che è al potere in USA.
E pensare ad una leadership mondiale di tal genere, tanto ben organizzata
e supertecnologica quanto insipiente o addirittura folle, dà i
brividi.
Eppure questo potrebbe rovesciarsi in positivo . Pensandoci
bene, l’affermarsi di una potenza militare unica ed incontrastabile,
significa anche la fine di ogni confronto militare, almeno a macrolivello.
(In questo senso i recenti progetti di riarmo dell’Europa appaiono
solo penosi tentativi di accodarsi, per recuperare prestigio.)
Una forza unica è anche la fine della forza, non
c’è più competizione, non c’è più
sviluppo.
Sembrerebbero aprirsi allora due possibilità :
o sottomettersi e ubbidire - e questo sarebbe davvero la fine della storia...una
brutta fine !- o aprire il confronto su altri piani.
Sembrerebbe giocoforza che una qualsiasi forma di opposizione
debba d’ora in poi, usare i principi e i metodi della nonviolenza
non resistenza più integrale, essendo lo scontro armato e perfino
quello politico, improponibile.
Tanto per fare un esempio, non si può sperare di
eliminare le basi NATO dall’Italia, si può solo tentare di
accerchiarle culturalmente, dibattere con i militari ecc. Anche da un
punto di vista strettamente strategico, si attacca il nemico là
dove esso non è preparato o è più debole.
Occorrerà opporre la forza della ragione volta al
bene comune, alla forza delle armi...e del mercato ! Il livello di
confronto non potrà essere che culturale, morale, nelle costruzioni
del pensiero, nella ricerca di verità e salvezza, nella proposta
di “valori” - come si usa dire oggi- cioè religioso nel
senso più vasto del termine, se “l’autentica religione
è prima di tutto la scoperta di quella legge suprema, comune a
tutti gli uomini, che permette loro di raggiungere quello che in un dato
momento storico è il massimo bene a loro accessibile.”(L.Tolstoj-La
fine del secolo - )
Oltre a porsi seriamente il problema della rete di comunicazione
di tali contenuti !- altro punto su cui si gioca veramente il destino
del mondo.
In questo senso sembra potrebbe aprirsi una nuova fase
storica, quella preconizzata dai grandi profeti moderni della nonviolenza
. Ma non è scontato che ciò avvenga, o avvenga in tempi
brevi.
Perché questo avvenga i valori proposti devono essere
autentici e convincenti. Se si deve mettere in campo la forza dell’amore
contro la forza delle armi, questo amore deve essere veramente forte e
chiaro. Dobbiamo recuperare certezze, lasciare alle nostre spalle ingenuità
o compromessi.
Già Tolstoj intitolava un saggio scritto nel 1904,
al momento della guerra russo-giapponese : “Convertitevi”
e scriveva : “Giovanni il Battista e dopo di lui il Cristo dissero
agli uomini : Il tempo è compiuto...Convertitevi (metanoeite).
E se non vi convertirete, perirete tutti.”...Le parole di Cristo
ora più che in qualsiasi epoca...si riferiscono all’epoca
nostra.”
Così anche noi potremmo leggere i recenti avvenimenti
come un duro richiamo al compattamento e all’approfondimento per
i movimenti nonviolenti, come una grossa chiamata a conversione per tutti.
*Gruppo ricerca ”Amici di Tolstoi” Via
Casole d’Elsa 13- 00139 Roma - Tel. 06-8125697
Gli “Amici di Tolstoi” sono un gruppo costituitosi in Italia
nel 1990, con lo scopo di diffondere gli scritti e il pensiero di Leone
Tolstoi e rendere operante il suo messaggio di fratellanza e di pace.
Sono convinto Vengo al Congresso
Di Massimiliano Pilati*
Sono abbonato ad A.N. e iscritto al M.N. da circa due anni. Ho venticinque
anni e mi interesso di nonviolenza dai tempi della guerra del Golfo perché
già allora consideravo aberrante l’uso della forza nella risoluzione
dei problemi tra stati e perché trovavo incoerente il comportamento
di tantissimi compagni che come me si opponevano alla guerra degli “Americani”.
Era per me assurdo il comportamento di taluni “pacifisti” che
da una parte cantavano “Give peace a chance” e dall’altra
erano carichi di odio e violenza nei confronti del “nemico Yankee”.
Sono passati già otto anni dalla guerra in Irak e da allora sono
cresciuto e maturato dal punto di vista nonviolento e in questi ultimi
due anni soprattutto grazie alla “mia – vostra” rivista.
Come ai tempi della guerra in Irak anche quest’anno mi sono ritrovato
a fianco di migliaia di persone ad oppormi ad un intervento armato stupido
e ingiusto e ancora, come allora, rimango esterrefatto dal comportamento
di molti compagni che più che pacifisti sembrano in guerra sia
per gli slogan che cantano sia per il loro agire violento.
Ed è per questo , anche in vista del nostro futuro
(e per me primo) congresso, che io neofita del Movimento mi permetto di
fare alcune considerazioni e proposte. Di recente ho conosciuto, a Bologna
e poi al seminario su “economia e nonviolenza” di Firenze, alcuni
“esponenti” del Movimento che mi hanno raccontato di eroiche
gesta di compagni nonviolenti; ho poi letto lo stupendo libro “Nonviolenza
in cammino” e mi sono fatto l’idea che il M.N. sia diventato
da movimento di avanguardia dell’azione nonviolenta e della protesta
antimilitarista a punto di riferimento “culturale” e di studio
teorico sulla non violenza. Credo sia importante e fondamentale discutere
di nonviolenza, ma considero altrettanto necessaria l’azione, poiché
non è giusto delegare ad altri l’azione per poi limitarsi
alla critica sulle modalità da questi utilizzate. Penso che tutti
noi nonviolenti si debba tornare ad agire, si debba intervenire alle manifestazioni
e ai dibattiti come M.N. e far capire la gioia e la rivoluzione del nostro
messaggio; si deve dimostrare, anche attraverso l’azione che non
basta essere genericamente contro la guerra ma che bisogna opporsi a tutte
le forme di violenza quotidiana. Per questo non posso che appoggiare in
pieno la proposta del grande Pietro Pinna di una marcia a carattere puramente
nonviolento e anzi io stesso vorrei proporre per il 2000 anche una marcia
antimilitarista, magari proprio come quelle storiche che organizzavate
nel Friuli-Venezia-Giulia. Sarebbe bello anche rispolverare vecchie esperienze
come il G.A.N., penso che ci siano persone come me con voglia di agire
e sicuramente motivi per muoversi ce ne sono. In definitiva, tutto questo
anche per far capire a molte persone, teoricamente vicine al pensiero
“Capitin-Gandhiano”, che il M.N. non è solo un piccolo
club elitario che si ritrova su una rivista a sognare di cose impossibili;
ma che è, sì un piccolo gruppo di persone, ma con in testa
delle idee realizzabili anche nella pratica quotidiana.
*Bologna
La NONVIOLENZA NELLA LETTERATURA / 7
Cesare Beccaria contro la pena di morte
di Claudio Cardelli
Dopo la conclusione della guerra per la successione d’Austria
(pace di Aquisgrana, 1748), l’Italia poté godere di un cinquantennio
di pace fino alla calata nella penisola delle armate napoleoniche (1796).
La pace rese possibile un’intensa attività
riformatrice da parte dei prìncipi più illuminati, all’unisono
con quanto avveniva negli altri Stati europei.
Nella Lombardia, benché dipendente dall’Austria,
le riforme furono sollecitate da una vivace ripresa culturale. I fratelli
Pietro e Alessandro Verri con Beccaria ed altri intellettuali diedero
vita a un combattivo cenacolo culturale, l’Accademia dei pugni, e
ad una rivista “Il Caffè”, che uscì a Milano dal
1764 al 1766.
Dalle discussioni tra i fratelli Verri e Cesare Beccaria
(1738-1794) nacque – grazie alla penna di quest’ultimo –
un’operetta memorabile, Dei delitti e delle pene (1764), che
conobbe una straordinaria diffusione in Europa. Lo scopo dell’autore
era l’introduzione di un nuovo diritto penale, rispettoso della personalità
dell’imputato, il quale deve essere considerato reo soltanto dopo
la sentenza di colpevolezza.
Secondo Beccaria, che l’uomo, il cittadino, non possa
essere trattato come reo fino a quando non sia stata provata la sua colpa,
è il principio fondamentale di ogni procedimento illuminato, e
serve a distinguere una società fondata sui principi del diritto
da una società fondata invece sull’arbitrio tirannico. In
pagine ispirate da un’intensa passione civile, lo scrittore condanna
vigorosamente l’uso della tortura durante il processo (cap. XII)
e la pena di morte (cap. XVI). Dal famoso libretto, che meriterebbe di
essere letto integralmente, riportiamo la conclusione:
Da quanto si è veduto finora può cavarsi un teorema
generale molto utile, ma poco conforme all’uso, legislatore il più
ordinario delle nazioni, cioè: “perché ogni pena non
sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere
essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili
nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi”.
(BUR Rizzoli, Milano, 1994)
Le osservazioni sulla tortura
Alcuni anni più tardi Pietro Verri (1728-1797) scrisse
le Osservazioni sulla tortura (1777, ma pubblicate nel 1804),
prendendo in esame i processi del 1630 contro gli “untori”,
che in seguito furono studiati anche dal Manzoni. Il Verri giunse alla
conclusione che la tortura impedisce di conoscere la verità e che
per una corretta amministrazione della giustizia è necessario abolirla.
Quale è il sentimento che nasce nell’uomo allorquando soffre
un dolore? Questo sentimento è il desiderio che il dolore cessi.
Più sarà violento lo strazio, tanto più sarà
violento il desiderio e l’impazienza di essere al fine. Quale è
il mezzo, col quale un uomo torturato può accelerare il termine
dello spasimo?
Coll’asserirsi reo del delitto su di cui viene ricercato. Ma è
egli la verità che il torturato abbia commesso il delitto? Se la
verità è nota, inutilmente lo tormentiamo; se la verità
è dubbia, forse il torturato innocente è spinto egualmente
come il reo ad accusare sé stesso del delitto. Dunque i tormenti
non sono un mezzo per scoprire la verità, ma bensì un mezzo
che spinge l’uomo ad accusarsi reo di un delitto, lo abbia egli,
ovvero non lo abbia commesso.
(cap. IX, UE Feltrinelli, Milano, 1979)
Il movimento di opinione pubblica contro l’uso della tortura e della
pena di morte portò, in vari Stati, a una serie di riforme della
legge penale: ad esempio, Pietro Leopoldo, granduca di Toscana, con l’editto
del 30 novembre 1786 abolì la tortura e la pena di morte.
Il 2 gennaio 1776 Maria Teresa d’Austria aveva abolito la tortura
in tutti gli Stati ereditari; ma a proposito dell’estensione del
decreto imperiale alla Lombardia, il Senato milanese, composto da nobili,
espresse parere negativo almeno per tre casi: qualora cioè il delitto
fosse particolarmente grave, ove non fosse possibile far emergere diversamente
la verità, nei casi di giudizio urgente.
Commentava ironicamente il Verri, scrivendo al fratello Alessandro l’undici
settembre:
Non so se t’abbia scritto che sua Maestà nella Germania
ha abolito la tortura e limitata la pena di morte ai soli casi di delitti
atroci. Ha interpellato il Senato di Milano se vi fosse inconveniente
a estendere qui una tal riforma. Il Senato, e quello che è più,
tutti quei che si nominano prudenti hanno opinato che nelle circostanze
nostre, e attesa l’indole del paese, convenga mantenere la tortura
e impiccare di spesso. Poi si lagneranno se i tedeschi dicono che noi
non siamo buona gente; hanno la nostra propria confessione!
(ivi, pp. 13-14)
DECALOGO MEDITERRANEO / 7
Gli ingredienti della convivialità
nella cura dei dettagli
Di Christoph Baker
Mi è difficile immaginare
la vita senza la tavola. Imbandita o sparecchiata. Comunque con qualche
bicchiere e bottiglia, o qualche tazza e teiera, una conversazione nell'aria,
oppure un silenzio meditativo. Forse una nuvola di fumo sopra la testa
di un commensale. La tavola è un luogo sacro, che scandisca un
rito di famiglia domenicale o che serva da paciere in un negoziato. E'
un oggetto che lega la gente, che da corpo al sentimento di appartenenza.
In ogni angolo del mondo, ogni cultura ha fatto della tavola un mezzo
di comunicazione, di socialità. Intorno alla tavola si incontrano
le generazioni, intorno alla tavola si condividono gioie e paure. La tavola
può essere rotonda, ovale, quadrata, rettangolare, addirittura
ottogonale. Può essere fatta di plastica come di marmo. Rimane
se stessa, rimane insostituibile.
Ognuno ha la propria immagine
della tavola. Ognuno ha dei ricordi particolari. L'immagine che mi viene
subito in mente è la tavola quando si serve il pranzo. Il bianco
della tovaglia di lino, i motivi floreali dei piatti, la forma dei bicchieri
di cristallo (diversi se per il vino bianco, il vino rosso o l'acqua -
giammai la coca-cola...). Le posate di argento pesanti un po' sbiadite,
con qualche coltello dal manico traballante. Il sottopiatto di Faenza
o di Delft o di Lisbona. Il cestino di vimini per il pane. E uno ad uno
i piatti che vengono serviti, freddi o fumanti, riempiendo la stanza di
odori, sapori e sensazioni. La bottiglia che si stappa e il rumore del
vino che sgorga nei bicchieri. L'aspettativa, e poi il via dato dalla
forchetta alzata della padrona di casa. E la conversazione che si incanala
strada facendo verso un andazzo severo o scherzoso, man mano che si cambiano
i piatti per le varie portate.
E quanta preparazione ci
sta a monte. Perché un pranzo non inizia con la forchetta alzata
della padrona. Inizia molto prima, con la voglia - anche passeggera -
di invitare qualcuno a condividere il cibo. Si pensa a questo o quell'altro
amico, ad uno o più parenti. Si soppesano i pro ed i contro del
mischiare persone diverse. Si passano rapidamente in rassegna i caratteri
degli amici e conoscenti, per il raggiungimento di un equilibrio anche
creativo a tavola. A volte ci si riesce, altre volte no. Una volta scelta
la compagine, ci si sforza di ricordare cosa non mangiano - niente
di peggiore che sbagliare verdura, o servire pesce a chi mangia solo carne
o viceversa. Nel momento della scelta del menu, possiamo dire che l'egoismo
della sfida culinaria si mischia sapientemente con l'altruismo per il
gusto degli altri.
A questo punto si entra
nella sfera dell'infinito possibile. Si valutano tutte le alternative,
ci si butta in voli gastronomici pindarici, niente è vietato, tutto
è fattibile. Tranne che manca quella spezie particolare, cruciale,
insostituibile, senza la quale tanto vale comprare roba già precotta!
Allora si riduce il campo della scelta, ma sempre un viaggio è.
Ecco: la tavola è un invito al viaggio. E come per tutti i viaggi
seri, bisogna preparare i bagagli. Ricordarsi dove si va e cosa servirà
nelle varie tappe del viaggio. La mente allora si applica alla cura dei
dettagli. Niente viene tralasciato (almeno si prova), sapendo che il minimo
sbaglio, la minima mancanza può rovinare tutti i buoni propositi.
Ho osservato per anni mio
padre in cucina, mentre preparava per noi viziati ed immeritevoli figli,
pranzi e banchetti da alta cucina (francese, italiana, americana e cinese).
Non l'ho mai visto in qualche modo calcolare, soppesare, discriminare
in rapporto a chi quel cibo l'avrebbe mangiato. Lo sforzo era sempre teso
all'eccellenza. Mi ricordo che era quasi impossibile interromperlo mentre
lavorava (volevo dire creava), in mezzo a pentole, padelle, coltelli,
verdure, spezie, legumi, carni e pesci, tant'era la concentrazione. Forse
non vi era un rapporto lineare fra quello sforzo e il risultato, o ancora
l'apprezzamento dei beati beneficiari di tanto regalo. Ma questo non importava.
Importava compiere l'azione nel modo migliore. Così che al momento
della forchetta alzata, tutto il possibile era stato fatto. Il resto era
in mano alle dinamiche sociali di un incontro fra essere umani.
La cura dei dettagli è
una delle condizioni fondamentali della convivialità. Senza questa
cura, quest'attenzione, non si riesce a porre le basi per un approccio
diverso alla nostra atavica tendenza ad allontanare gli "altri",
i diversi. Nel recente passato, si poteva illudere di essere da una parte
o dall’altra, membri di strane famiglie ideologiche all’interno
delle quali poteva anche succedere le cose più brutte. Ma oggi,
che ci siamo risvegliati con la complessità come pane quotidiano,
bisogna ammetterlo: come li abbiamo conosciuti, la solidarietà,
la tolleranza e la militanza hanno fatto il loro tempo. Perché
sotto sotto, questi pur nobili sentimenti nascondono una rapporto di forza
fra l'io che sono solidale o tollerante o che lotto, e l'altro
che spesso e volentieri non mi ha chiesto niente in partenza. Quanto
danno è stato fatto nel nome dell'aiuto agli altri! C'è
dietro ogni tentativo di "migliorare" la vita altrui qualcosa
che sa di crociata, di missione.
Lo so: com'è difficile
sbarazzarci di secoli, di millenni, di pretesa universale alla verità.
Com'è difficile nel momento in cui pretendiamo un dialogo
con gli altri, non averli già cacciati in una categoria che vediamo
solo noi. Abbiamo edificato una montagna in nome della solidarietà,
non rendendoci conto di averla costruito sulla falda sismica del complesso
di superiorità. Vi siete chiesto come mai gli Africani, gli Asiatici,
gli Indios, non hanno sentito loro il bisogno di colonizzarci - noi occidentali
-, di portarci la loro civiltà, di imporre una visione della vita,
di dettare le regole del gioco? Vi è nell'attitudine di andare
in aiuto all'altro, il pericolo (mortale) dell'arroganza culturale.
Ma con la convivialità,
si possono porre le basi per un rapporto veramente egualitario. Si possono
creare le condizioni determinanti dell'ascolto. Nel rapporto conviviale,
non ho la necessità di impartire lezioni, di definire teoremi,
di sanzionare risultati. Così, tolgo di mezzo pretese di controllo,
voglia di dominio, tentativi di sopraffazione. La convivialità
è uno spazio, ma anche un tessuto, un mosaico. All'interno di essa,
l'uno parla e l'altro ascolta. E in quell'ascoltare, c'è la curiosità
(merce in via di estinzione, temo...), nobile sentimento di andare incontro
all'altro senza violenza, solo per saperne di più, per scoprire
cose sconosciute, forse imbattendosi anche in similitudini mai immaginate.
Intorno al tavolo della convivialità, capita che le storie diventino
viaggi incantevoli, che emozioni si condividano laddove normalmente serpeggia
la diffidenza, che in un attimo gli occhi si girino verso lo stesso punto
invisibile della nostra condizione umana. E rendersi conto allora che
il proprio viaggio in fondo a noi stessi non è più solitario.
Nella convivialità, condividere diventa automatico.
La convivialità,
la immagino come una passerella e anche come una amaca. Permette allo
straniero, che siamo tutti, di essere contaminato dall'altro, permette
alle generazioni di superare i muri ed i fossati fra di loro, smussa gli
angoli spigolosi della differenza di genere, ci aiuta a sentirsi parte
di qualcosa più grande di noi. Ma ci rende anche l'amarezza più
sopportabile, lo scoraggiamento meno dirompente, l'amore perduto meno
micidiale. All'interno della convivialità, c'è lo spazio
per recuperare, senza fretta, senza forzare i tempi. Perché gli
altri non sono là per spronarci, bensì per reggerci. Non
per giudicare, ma per comprendere. Non per fare finta di niente, ma per
accompagnarci anche fino a toccare il fondo. Perché sanno che solo
toccando il fondo, si può ripartire puliti dentro.
Finalmente, l'uomo trova
un luogo dove abbandonare i rapporti di forza. Sarebbe una contraddizione
assassina cercare di "guidare" la convivialità verso
un qualsiasi traguardo. Questo era il male oscuro della solidarietà.
Mi ricordo chiaramente, da adolescente, in una serata "a favore"
delle forze di liberazione dell' El Salvador, come gli organizzatori svizzeri
zittirono un esponente salvadoregno, appena egli aveva rifiutato che la
propria storia fosse ridotta ad una definizione ideologica, ad uno slogan
politico. Non si poteva accettare che proprio lui, che avrebbe dovuto
personificare La Rivoluzione, fosse uno che esprimesse dubbi, perplessità,
incertezze. L'amico salvadoregno cercava probabilmente solo un po' di
calore umano, un po' di spazio tranquillo per raccontare la sua storia,
la sua verità. Ed era capitato lontano della convivialità.
Lontano dalla tavola, lontano dalla pace.
Non ho ricette immediate
per i più grandi mali della terra. Non penso che sarà facile
invertire le tendenze in atto che ci portano sempre più lontani
gli uni degli altri, sempre più arroganti come singole persone
e come specie. Mi rendo conto che l'andazzo è verso un isolamento
sempre maggiore di ogni individuo - dietro il triste obbligo della competizione
e dell'affermazione sociale. So bene che non esistono miracoli che da
un giorno all'altro aprono gli occhi ed i cuori degli uomini. Ma sicuramente
uscire dal proprio isolamento è il primo passo verso un futuro
più tranquillo. Uscire per andare incontro all'altro senza pregiudizi.
E questo non può accadere in una relazione asimmetrica, di tensione,
di calcolo d'interessi. Anche se Don Chisciotte a volte mi seduce, so
che non è possibile immaginare di cambiare modo di vivere, ritmi
esistenziali, qualità dei rapporti su una base unilaterale. Abbiamo
bisogno degli altri, siamo degli esseri fondamentalmente sociali. Allora
vediamo di trovare il motus vivendi pacifico, calmo che dà a tutti
il diritto di sedersi a tavola, dove nessuna ha ragione ma tutti possono
parlare e sbagliare e farfugliare alla ricerca delle parole giuste.
La convivialità rappresenta
questo terreno fertile, questo ramo portatore, questa sperimentazione
della libertà. Voltaire ce lo diceva: la libertà degli uni
finisce laddove comincia quella degli altri. Allora, perché non
mettere insieme tutte queste libertà e cercare di imparare a riconoscere
quella comune, quella che non fa male al più debole, che non lascia
per strada i più stanchi, che non emargina i diversi?
E qui si aprono finestre
mai viste prima. Atmosfere suggestive ci attirano, come il laboratorio
di tappeti nel souk, la cantina dove riposano bottiglie pregiate,
la sala di un vecchio caffè sul porto, o ancora le panchine sotto
il baobab di un villaggio della savana. Un benessere avvolgente riscalda
lentamente il corpo, il sangue arriva alle guance, i muscoli si rilassano.
Nei gesti secolari di un quotidiano antico, si legge la storia della gente
comune, dei portatori di saggezza. All'improvviso, quel pescatore che
lentamente piega le proprie reti diventa tutti i pescatori di tutti i
mari, quella donna anziana che ricama davanti casa diventa tutte le mamme
e le zie e le nonne della terra. Il bambino che insegue un pallone, la
bambina che salta a corda diventano tutti i bambini di tutto il mondo.
Perché la convivialità non è delineata da limiti
fisici, ma viaggia attraverso e dentro la condizione umana.
Se invece di vedere il mondo
in categorie e scompartimenti, cominciassimo a guardarlo attraverso gli
occhi meravigliati dei bambini o quelli socchiusi ma saggi dei nostri
nonni, potremmo forse accorgerci che la nostra vita è
la vita degli altri e viceversa. Che non siamo individui isolati, che
rispondono al massimo al richiamo del clan, della tribù o dell'etnia.
Che questo tipo di appartenenza non ha mai portato ad altro che alla guerra.
Invece, scoprire di essere tessera di un mosaico, nota di una partitura,
filo colorato di un tessuto, goccia di pioggia in un arcobaleno, scoprire
la legge fondamentale della dipendenza di tutto e di tutti, spogliarsi
delle troppe reticenze, ecco l'invito alla convivialità.
Mi guardo alle spalle. Rivisito
i momenti chiave del cammino che mi ha permesso di non essere ancora adulto
(spero mai...). Ogni ricordo si delinea su un fondo di spessore e di qualità
della vita. Non ci sono solo rose, ci sono anche spine. In mezzo a risate
incontrollabili, rivivo le lacrime o il vuoto dopo l'amore sconfitto.
Fanfare trionfanti si mescolano a tristi accordi minori. Ci sono i gabbiani
nel cielo di Cherbourg, ma anche lo smog di Stoccarda. So bene che la
vita non è una passeggiata, che la lunga strada a volte sembra
allontanare la meta, che tante volte la corrente è contraria. Ma
ho la memoria colma di pique-niques in riva a torrenti gelidi, campeggi
toscani coperti di polvere di sabbia, feste dell'Unità quando non
sapevo niente del PCI o della DC, le fontane di Riquewihr che sputavano
vino alla Fête des vendanges. Luoghi, spazi, sensazioni,
emozioni, lezioni di vita. Testimonianze inconfondibili dello stare bene.
In fondo, non dovrebbe essere
questo il modesto traguardo delle nostre esistenze: provare a stare bene,
a stare bene insieme? Quanta fatica inutile, quanti sforzi disumani per
"vincere", "andare avanti", "sorpassare",
"guadagnare", quando a pochi centimetri ci aspettano la dolcezza,
la quiete, i ritmi naturali e l'eterno ricominciare delle cose. Qual è
il senso di tante invenzioni, di queste scoperte scientifiche, dell'ultimo
traguardo tecnologico, se il risultato è un mondo sempre più
spietato, grigio, impersonale? Se non conosciamo neanche più i
nostri vicini di pianerottolo, se non sappiamo più riconoscere
il sapore del cumino, il canto della civetta, la provenienza dei venti.
Dubito che ci siano dei gadget che possano ridarci indietro questo patrimonio.
Per non parlare del vecchio buon senso comune, seppellito dal frastuono
di slogan pubblicitari, dal tintinnio di monete d'oro, dalla chimera del
guizzo vincente.
Tuttavia, rimango fiducioso.
Non riesco ad immaginare che il pendolo prima o poi non ritorni indietro.
Allora mi dico che tanto vale prepararsi un po'. I ruderi e le macerie
dei vari muri crollati sono forse i primi segni di una nuova era. I catastrofisti,
o più semplicemente i conformisti, che odiano qualsiasi obbligo
di rimettersi in gioco, indicano una vicina apocalisse, un peggiorare
delle condizioni, dove regnerà sovrano il "si salva chi può".
Inneggiano ad un egoismo ancora più spinto, ancora più crudele,
come unico modo di selezione fra chi ce la farà e chi cascherà
per strada. Una incapacità intellettuale li condanna a cercare
nella malattia stessa i rimedi al tanto annunciato disastro. Francamente,
mi sembra ben poca roba. Intanto, perché se deve vigere la legge
del uomo mangia uomo, rimarrà alla fine un enorme orco con
una indigestione epocale e intorno a sè solo desolazione. Neanche
un minimo nano a cui raccontare la grande abbuffata. Ma anche perché
tradisce una povertà di spirito, incapace di vedere fuori dal seminato,
dal preconfezionato, dal soporifero. Insomma più zombie che vincenti.
Invece, se potessimo per
un istante coprire il pianeta con nostro sguardo curioso e conscio, scommetto
che scopriremmo una catena virtuale di relazioni umane ancora tranquille.
Di antichi segni di ospitalità e di accoglienza dello straniero.
Di lunghe riflessioni comuni sul significato della libertà, sul
senso della vita, sulla maniera di fare le cose. Salterebbero agli occhi
tutti i simboli ed i rituali ancora presenti e che hanno tenuto insieme
civiltà minori lungo il corso della storia. Si scoprirebbe che
nell'era dei jet supersonici, c'è ancora chi sta ore fermo, le
orecchie all'erta per riconoscere il primo grido dell'uccello che annuncia
la primavera. E nel segno della longue durée (lo sguardo
storiografico dell'amato Fernando Braudel), vedremmo che spesso i giochi
dei bambini sono gli stessi a Papua come a Quito, a Cotounou come a Ostuni.
Che il flauto è magico perché lo suonano tutti. Insomma,
che esiste in questo mondo una comunione esistenziale molto profonda.
Ed è su di essa che si dovrebbe possibilmente porre le basi di
un nuovo patto fra gli uomini.
L'invito alla convivialità
passa allora per un recupero del senso della storia. Alla faccia del povero
illuso che ha detto che dopo il 1989 la "storia è finita",
tocca incamminarsi sui sentieri del passato, non per una glorificazione
o una strumentalizzazione delle cose fatte. Anzi, proprio la manipolazione
della storia è stata la prima ragione di tante violenze e di troppe
guerre. Al contrario, il viaggio dentro la storia deve essere improntato
all cerca delle storie incompiute, delle lezioni già imparate ma
ignorate per troppi secoli. Che ce ne importa delle date delle battaglie
o della numerazione dei Re Luigi! Quel che conta è vedere come
hanno fatto i nostri simili in epoche diverse a fare fronte alle avversità,
come hanno gestito l'incontro con l'altro, quali sono stati i connotati
della contaminazione. Perché non c'è dubbio: la storia dell'uomo
è una storia di contaminazioni, inevitabili per potere sopravvivere.
Semmai c'è stata una razza pura, è scomparsa per forza prima
ancora di potere raccontarsi! La questione dunque non è se si riesce
a difendere la propria patria genetica, ma di identificare la strada più
aperta per vivere tutti in pace.
Se mi permettete allora,
chiudo queste piccole riflessioni sulla convivialità, ascoltando
un po' di flamenco, mangiando una insalata mista, sorseggiando
un vino d'annata, intorno ad un tavolo e in mezzo a compagni di strada,
convinti come me che l'unico vero traguardo è quello di arrivare
a domani con un commensale in più.
SONO SOLO CANZONETTE? / 2
All together now…all together now…
Di Paolo Predieri
L’industria dello spettacolo che ruolo e che spazi
ha offerto in una prospettiva nonviolenta o quantomeno di lotta ecopacifista?
Dobbiamo risalire a trent’anni fa. Woodstock 15, 16 e 17 agosto 1969.
“Tre giorni di musica e pace”: oltre ogni aspettativa
degli organizzatori, mezzo milione di persone si è radunato avendo
fra i motivi unificanti l’opposizione alla guerra in Vietnam. Per
la prima volta i musicisti, in quel caso non del tutto consapevoli, si
trovano coinvolti in un grande evento con valenze politico-sociali.
A Woodstock entra in campo l’industria dello spettacolo
e viene sancita la separazione fra un pubblico giovanile pronto a radunarsi
in grandi appuntamenti e i cantanti e musicisti potenzialmente coinvolgibili
sui temi importanti, ma ormai distanti dalla gente (non a caso a Woodstock
alcuni arrivano in elicottero…dal cielo!). Si apre così la
strada agli eventi che caratterizzeranno, negli anni successivi e, fino
ad oggi, l’intervento dell’apparato musicale-industriale. Ancora
nel 1969 possiamo ricordare il Toronto Peace Festival promosso
da John Lennon e Yoko Ono. E poi Isola di White, Altamont, Concerto per
il Bangladesh, Live Aid, Farm Aid, Human Rights Now, Mandela Day, Moscow
Peace Festival, Rainforest Concert, The Wall a Berlino, Tibetan Freedom
Concert, Net Aid e chi più ne ha più ne metta.
Ma va ricordato, ed è un altro anniversario, il
primo grande evento musicale con chiaro obiettivo politico, dove una parte
importante del mondo musicale si unisce e si organizza: vent’anni
fa, settembre ’79, un gruppo di musicisti si aggrega nel Muse (=
musicisti uniti per un’energia sana) e ne aggrega tanti altri in
una serie di concerti antinucleari, "No Nukes" a New
York, coinvolgendo scienziati e movimenti dei consumatori col loro leader
Ralph Nader che intervengono per denunciare il grave pericolo dell’energia
nucleare, dopo l’incidente di Harrisburg. I fondatori del Muse sono:
J.Browne, G.Nash, J.Taylor, B.Raitt, i Doobie Brothers e John Hall, meno
conosciuto da noi ma autore di interessanti canzoni sul tema come “Plutonium
is forever” e “Power”. Nelle coscienze dei giovani e nell'opinione
pubblica quei concerti hanno ottenuto molto più degli interventi
pubblici degli esperti ambientalisti.
In Italia cantanti e musicisti sono stati spesso disponibili
per iniziative con valenza socio-politica, anche se raramente si sono
fatti promotori di azioni e campagne, soprattutto se collettive. Alcuni
come Gino Paoli e Domenico Modugno sono addirittura stati eletti in parlamento,
altri danno vita ad iniziative individuali come i Pooh a favore del Wwf,
Venditti per l'Eritrea, Jovanotti per il Chiapas, Concato per il Telefono
Azzurro, Laura Pausini per l’Unicef, ecc, ecc.. La ormai storica
“Nazionale di calcio cantanti” e la più recente “Dinamo
Rock” aggregano musicisti su iniziative (non musicali) di beneficenza.
Qualche singola partecipazione a iniziative nonviolente
e antimilitariste c'è stata: De Andrè, Battiato, Locasciulli
e Ivan Graziani alle marce antimilitariste in Friuli e Sardegna, qualche
concerto per la Loc di Dalla e Graziani, un concerto di Paoli a Montalto
di Castro in piena lotta antinucleare. Non abbiamo avuto il "No Nukes"
italiano, anche se ci si è andati molto vicini: cantanti e musicisti
erano stati aggregati da un'iniziativa di base in vista dei referendum
sul nucleare del 1987, ma la struttura necessaria all'organizzazione non
ha trovato le risorse economiche per attivarsi.
I cantanti italiani dimostrano di non sentirsi una categoria
omogenea in grado di fare opinione. A metà degli anni settanta
si tentano i primi grandi raduni musicali in Italia: a Licola per la Nuova
Sinistra, al Parco Lambro di Milano per la rivista ReNudo. La musica raduna
diverse migliaia di giovani, ma è più un ricopiare modelli
dei grandi concerti inglesi e americani. Infatti, faticano a decollare
iniziative con precisi connotati sociali. Nell’81 per i terremotati
dell’Irpinia e nell’85 per le vittime del crollo della diga
di Stava, ad esempio, si verifica l’aggregazione di numerosi artisti.
La risposta del pubblico e dei media è veramente scarsa e la reazione
di organizzatori, impresari e politici è totalmente negativa: si
scatenano contro questi concerti perché rompono lo stereotipo del
cantante italiano e delle logiche di mercato. Chi canta non deve pensare
e chi ascolta deve fare altrettanto. Suonare insieme non è possibile.
In seguito qualcosa si sblocca, ad esempio in occasione della guerra del
Golfo. “Fermiamo la guerra: i giovani per la pace e la nonviolenza”,
concerto a Roma il 26 gennaio ’91, con 30.000 persone e una trentina
di cantanti e gruppi. In quel caso il comitato promotore aggregava l’associazionismo
della sinistra e quello cattolico. Oggi, pur essendoci stato qualche concerto
contro la guerra (ad esempio ad Aviano), interventi singoli di diversi
cantanti e musicisti (una decina ha sottoscritto l’appello “Io
vado a Pristina”) non c’è stata una spinta né
da parte politica né da parte del mondo dello spettacolo per realizzare
qualcosa di più importante. I tempi sono cambiati, così
come le maggioranze di governo…
ESERCITO PROFESSIONALE
Le ragioni della nonviolenza
Si temeva il peggio ed è arrivato: esercito di mercenari e di
rambo, spesa militare in su, finalità neocolonialista, militarizzazione
volontaria delle donne, abolizione dell’obbligo di leva nell’intento
di abolire la obiezione di coscienza e il servizio civile, chiusura totale
alla cultura della nonviolenza.
E’ questo il programma di centrosinistra?
D’Alema ha ammesso che l’esercito professionale,
anche se con meno personale, costa assai di più, perché
senza paghe alte nessuno o pochissimi farebbero volontariamente il soldato.
E poi un esercito di rambo esige tutto un armamentario nuovo e costosissimo.
Ha ragione il generale Giancarlo Naldi dell’aeronautica
ad affermare che l’esercito puramente professionale sarà formato
da pochi motivati, un po’ esaltati e pericolosi, e da molti poveri
in cerca di un mestiere ben pagato. Basta vedere da chi sono formati e
come si comportano gli eserciti professionali delle cosiddette grandi
democrazie occidentali. Si pensi alle guerre della Somalia, dell’Iraq
e del Kossovo!
Ma il vero imbroglio è che si continua a motivare
pubblicamente gli eserciti professionali per missioni di pace, guerre
umanitarie e simili, mentre tutti i testi scritti fondamentali sul NUOVO
MODELLO DI DIFESA parlano di “difesa degli interessi vitali della
nazione”, ossia delle “materie prime presenti nel terzo mondo,
necessarie alle economie dei paesi industrializzati”, di “difesa
dei propri mercati”, con un intreccio perverso di industria e commercio
bellici che hanno bisogno di eserciti possenti e di... guerre, con traffici
che viaggiano apparentati, spesso e volentieri, con quelli della droga.
Sono i pochi ricchi (20% della popolazione) che devono difendere il possesso
dell’80% dei beni del mondo contro la massa dei poveri e facendo
fare la guerra ai poveri: disegno neocolonialista, criminale! Quanto alla
parità dei sessi, ossia alla donna soldato, in questo caso sarebbe
forse meglio una parità a rovescio: che i maschi smettessero di
preparare e fare la guerra, assimilandosi in questo alle donne. L’abolizione
della leva può essere vista in positivo come effetto della crescita
esponenziale del numero degli obiettori, che entro il 1999 potrebbero
crescere fino ai 100.000, erodendo il consenso all’esercito. In ogni
caso, l’obbligo di leva può essere “recuperato”
in caso di guerra o di crisi di particolare rilevanza, per cui chi rifiuta
l’esercito e il suo mestiere, che è di far la guerra, dovrà
ugualmente dichiararsi obiettore di coscienza.
Il vero problema è la difesa, che è un problema
serio e un problema di tutta la comunità civile. Anche per coloro
che rifiutano il militare, il problema della difesa resta e non è
l’ideale che, in caso di necessità, si facciano poi difendere
dai militari.
Le alternative che i pacifisti generalmente pongono sono
due: una istituzionale e l’altra popolare. Quella istituzionale consiste
nel completare l’unione politica continentale e, ancor meglio, mondiale,
visto che i problemi oggi sono mondiali. Perciò si auspica che,
come già avvenuto a livello nazionale, si aboliscano gli eserciti
nazionali e continentali, sostituendoli con una adeguata <polizia internazionale>
alle dirette dipendenze di una ONU democratizzata e rafforzata. La polizia
è altra cosa dagli eserciti, poiché usa la forza solo per
difesa e, in ogni caso, escludendone l’uso <omicida>. Parola
di generale: non si possono mandare gli eserciti a compiere azioni di
polizia internazionale (gen. Bruno Loi). Ma l’alternativa vera è
la DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA, che esige una formazione culturale-operativa
e un addestramento di massa. Questi due tipi di difesa, istituzionale
e popolare, non sono alternativi fra loro, bensì complementari,
secondo le circostanze. Ora l’abolizione pura e semplice della leva,
incentivando l’esercito puramente professionale, significa consegnare
il mondo in mano ai militaristi, rinunciando a una difesa ragionevole
e umana. Non a caso la nuova legge-obiettori prevede l’addestramento
alla “difesa nonarmata e nonviolenta” (art. 8 e).
Chiediamo che il Parlamento discuta e riveda al più
presto il decreto-legge d’Alema in una prospettiva di legalità
e non di Far West internazionale. Il millennio che si chiude è
connotato nell’ultimo secolo da due figure emblematiche: Hitler e
Gandhi, la prepotenza militare e la nonviolenza. Il governo D’Alema,
insieme con tutta la Nato, sembra ispirarsi al primo modello. Le aspirazioni
di pace che affollano i pensieri rivolti al terzo millennio sembrano richiedere
invece una svolta culturale-politica nonviolenta, come esplicitamente
richiesto all’ONU dai 20 PREMI NOBEL PER LA PACE: anno 2.000 dedicato
alla pace e l’intero primo decennio dedicato alla educazione di tutti
i popoli della terra alla NONVIOLENZA. Questa è la prospettiva
che vorremmo prevalesse anche nella politica e in tutta la società
italiana. Ci auguriamo che questa volta i cappellani militari non facciano
da palo alla istituzione militare in questa svolta buia. Per dar risalto
a una prospettiva di pace e nonviolenza, e incoraggiare il PARLAMENTO
a intervenire, oggi stesso ho deciso di digiunare inserendomi nella staffetta
iniziata il 2 settembre da Gianfranco Buffagni di Modena.
p. Angelo Cavagna - presidente del Gavci
ECONOMIA NONVIOLENTA
La strategia lillipuziana e i capelli
di Gulliver
Nel romanzo di Jonathan Swift i lillipuziani hanno la meglio sul gigante
perché ciascuno di essi lega uno dei capelli di Gulliver, che viene
immobilizzato.La metafora è stata ripresa da Francesco Gesualdi,
a Firenze il 19 giugno scorso in occasione del seminario “Economia
Nonviolenta” organizzato dal Movimento Nonviolento e dal M.I.R., per
presentare l’esperienza e le proposte del Centro Nuovo Modello di Sviluppo
di cui è fondatore. Questa è la sintesi del suo intervento
Di Francuccio Gesualdi*
Di fronte al disagio la prima risposta deve essere di solidarietà
diretta verso chi è in difficoltà, perché chi lo
vive ha bisogno subito e non può aspettare la rivoluzione. Proprio
per questo, come gruppo di famiglie, ci siamo impegnati nel campo dell’accoglienza
a minori con l’obiettivo di vivere la dimensione familiare in un
modo diverso. Quello che facciamo è molto contenuto perché
abbiamo scelto di mantenere comunque la fisionomia familiare, ma penso
che le cose andrebbero meglio se un più ampio numero di famiglie
seguisse questo esempio.
Dall’altra parte, se non vogliamo ricadere nell’assistenzialismo,
è necessario un impegno politico per andare alla radice dell’ingiustizia.
Un tempo per comprendere
Noi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo abbiamo aperto una fase di studio
per capire in che modo l’organizzazione economica crea disuguaglianza.
Non siamo un’Università, ci siamo mossi con una finalità
concreta, chiedendoci il perché del processo di impoverimento che
riguarda anche il nostro Paese – in Italia il 15-16% delle persone
vive al di sotto della soglia di povertà – ma in maggior misura
i Paesi in via di sviluppo.
Le nostre conclusioni sono ab"astanza nette. La povertà non è
un caso, è un processo VOLUTO.
Viene prodotta scientificamente da un’organizzazione sociale e da
un mercato che mette al primo posto il profitto d’impresa e suddivide
la gente negli utili – coloro che consumano o che si arricchiscono
– e negli inutili, cioè quelli che al mercato non servono.
Nonostante questo esiste tuttora una larga fascia di popolazione che
vive una vita dignitosa al di fuori del mercato, perché è
autosufficiente nelle funzioni basilari, per esempio in quella alimentare.
Verso queste persone il sistema si accanirà sempre di più
e cercherà di appropriarsi delle loro ricchezze , come già
sta accadendo nel sud del mondo dove la gente viene privata della terra,
dove le foreste vengono distrutte per costruire industrie o stabilimenti
minerari, o dove la gente non può più pescare alla profondità
che le era consueta perché i grandi pescherecci sono passati per
primi e hanno razziato il mare.
Un sassolino nella scarpa
A questo punto per noi si trattava di capire in che modo siamo dentro
a questo meccanismo – dal quale nessuno può ritenersi escluso
– e in che modo possiamo incepparlo. La risposta è stata:
in quanto consumatori, possiamo agire sui consumi delle merci che provengono
dal sud del mondo.
Le proposte sono essenzialmente tre:
-
la scelta di un consumo equo e solidale, ormai diffusa in
molte città italiane, alle quale abbiamo contribuito a dare
un impulso sicuramente importante;
-
la richiesta di un certificato sociale di accompagnamento
delle merci che, accanto alla qualità e al prezzo dei prodotti,
ne documenti la storia;
-
il boicottaggio, che è un’arma nelle mani del
consumatore basata sul non acquisto di un determinato tipo di merce.
Il boicottaggio ha possibilità di riuscita molto ridotte.,
per questo bisogna fare molta attenzione. Organizzare azioni di questo
tipo che non abbiano possibilità di successo significa esporsi
a delusioni che aumentano la sfiducia nella gente e fanno retrocedere
su posizioni di disimpegno.
Il boicottaggio è molto temuto dai lavoratori del sud perché
ha un’altra controindicazione: se riesce, può determinare
un cambiamento negli investimenti dell’impresa, che decide di chiudere
in una certa area annullando così dei posti di lavoro. Per i lavoratori
questo è un pericolo reale. Soprattutto dove avvengono trasferimenti
di massa dalle campagne alla città per lavorare nel settore industriale,
i cambiamenti sociali che si innescano sono enormi ed è molto difficile
tornare indietro. Va detto però che, storicamente, il boicottaggio
non ha mai prodotto disoccupazione.
Secondo la nostra esperienza, l’unica garanzia dei posti di lavoro
al sud è un forte movimento di consumatori che dica ai grandi stabilimenti:
”Fate sì che il lavoro dia condizioni di stabilità
e dignità”. Le possibilità che abbiamo non sono da
sottovalutare. Ogni volta che sviluppiamo una campagna di denuncia le
aziende rispondono a tutti, singolarmente, dimostrando di tenere in grande
considerazione l’opinione dei consumatori. Forti di questa consapevolezza,
come Centro chiediamo alle imprese la sottoscrizione di codici di condotta
nei quali queste si impegnano a lavorare nel rispetto dei diritti dell’uomo
e dell’ambiente, e l’istituzione di organi di controllo indipendenti
che verifichino l’attuazione degli accordi pattuiti.
Il trasferimento della produzione
Oggi dal sud del mondo non arrivano solo prodotti agricoli. La globalizzazione
del mercato ha indotto il trasferimento della produzione nelle zone che
offrono manodopera al minor costo, soprattutto nei settori calzaturiero,
tessile e dell’industria del giocattolo.
Grazie allo sfruttamento del sud i paesi più sviluppati placano
le proprie contraddizioni in una catena di sfruttamento per cui, ad esempio,
il trasferimento della produzione consente di contenere i prezzi delle
merci, e questo fa sì che anche chi ha un reddito minimo nel nostro
paese possa riconoscersi un proprio potere d’acquisto e un livello
di vita più accettabile.
Ma per capire il meccanismo dobbiamo conoscere le modalità basilari
del trasferimento d’impresa. Nei paesi in via di sviluppo, dove i
salari sono bassi, le multinazionali non decidono investimenti diretti,
scelgono piuttosto di appaltare i lavoro a ditte locali. La ditta appaltatrice
stabilisce la quantità e la qualità delle merci, i tempi
di consegna e la durata dell’accordo, che alla scadenza può
venire rinnovato. In questo modo viene declinata ufficialmente ogni responsabilità
sulle condizioni di lavoro della dita incaricata. E’ una falsa innocenza
perché i contratti di appalto stabiliscono prezzi talmente bassi
che non è possibile per nessuno garantire ai lavoratori condizioni
accettabili.
La campagna Nike e Reebok
La nostra prima campagna sulla dignità del lavoro ha avuto per
oggetto le industrie Nike e Reebok, verso le quali esisteva già
una campagna internazionale. Non è un caso se i profitti della
Nike si sono quintuplicati nel giro di pochissimi anni. Ciò è
stato reso possibile proprio dal trasferimento della produzione nei paesi
in via di sviluppo e dallo sfruttamento del lavoro minorile. Negli Usa
tutto questo è talmente noto che girano in televisione degli sketches
satirici sulla Nike proprio come in Italia si attaccano certi uomini politici.
La polemica è stata ulteriormente sollevata nei confronti di Michael
Jordan, l’idolo di tutti i ragazzini, che si è prestato per
pubblicizzare le scarpe Nike.
In breve, la ditta ha subito attacchi quasi quotidiani da parte dei consumatori
finchè si è trovata costretta a modificare il suo comportamento.
In questo caso la campagna non si è basata sul boicottaggio ma
sulle pressioni dei mass - media, quindi sulla possibilità di influenzare
l’opinione pubblica. Tuttavia una forma indiretta di boicottaggio
può essersi verificata, perché è pensabile che chi
si è impegnato a denunciare i soprusi operati dalla Nike si sarà
anche rifiutato di acquistarne i prodotti.
Chicco, dove c’è un bambino…
La seconda campagna è stata quella verso l’Alzana. Il nome
può non dire molto ma diventa subito più identificabile
se parliamo della Chicco. L’alzana è una ditta italiana ma
ha un mercato multinazionale che comprende gli Stati Uniti e i paesi asiatici,
e anch’essa utilizza manodopera straniera a basso costo.
Alcuni anni fa, in una fabbrica cinese appaltata che impiegava soprattutto
lavoro minorile, si sviluppò un incendio gravissimo. Le ragazzine
tentarono disperatamente di fuggire, ma inutilmente. Morirono quasi tutte
perché erano state chiuse a chiave dall’esterno. Ci furono
87 morti, decine e decine di ustionati gravi.
Al fatto seguirono le indagini: i pompieri furono accusati per essere
intervenuti troppo tardi, il capo della ditta di Hong Kong venne condannato
ad un anno di prigione, che non scontò adducendo motivi di salute,
più di una sanzione di 6 o 7 milioni di danni che non sborsò
perché, disse, la ditta era andata distrutta e non era in grado
di pagare. Intervenne il governo cinese con un piccolo rimborso alle famiglie
sufficiente per coprire le spese dei funerali. I gruppi sindacali di Hong
Kong chiesero aiuto al sindacato italiano, l’Alzana si disse disponibile
a venire incontro alle famiglie delle vittime ponendo condizioni che non
si verificarono mai e, in definitiva, nessuno pagò.
Nel ’96 partecipammo ad un convegno sull’industria del giocattolo
e decidemmo di riaprire la questione. Chiedemmo un appuntamento al consiglio
di fabbrica, che ci accolse con un’accoglienza tiepida. Dopo quasi
un anno di silenzio da parte del sindacato capimmo che dovevamo agire
da soli e organizzammo una nostra campagna basata sull’informazione
e sul movimento d’opinione. Come primo passo, secondo nostra consuetudine,
informammo l’impresa che stavamo iniziando una campagna nei suoi
confronti. Non avemmo risposta, neppure da parte del sindacato. Anche
chi inviava le cartoline di denuncia che avevamo stampato in migliaia
di copie – avevamo strutturato un sistema per cui giungevano contemporaneamente
all’impresa, al sindacato, all’Unione Industriali e al Centro
Nuovo Modello di Sviluppo – anch’essi non ricevettero mai nessun
riscontro.
La campagna si risolse positivamente grazie ad una coincidenza fortunata,
un convegno a Milano del PIME, una grossa assemblea dove erano presenti
ditte come Nike, Timberland, Nestlè, c’era il giornalista
Gad Lerner che presentava, c’erano i sindacati e anche noi del Centro,
tra i rappresentanti della società civile. Nello stesso giorno
si teneva la marcia per la pace Perugia-Assisi. L’apertura, affidata
a Padre Zanotelli, era ripresa in diretta dalle tv nazionali. Noi avevamo
diffuso migliaia di cappellini, ben visibili nelle riprese di tv e giornali,
con una scritta che chiedeva un’economia giusta. Padre Zanotelli,
che ero riuscito a contattare, parlò della questione e tutta la
stampa fece da cassa di risonanza.
Proprio quel giorno, durante il convegno del PIME, l’Alzana rese
pubblica la decisione di istituire un fondo di 300 milioni per le famiglie
delle vittime, e dopo 6 mesi ci furono i pagamenti. Ancora una volta abbiamo
visto il movimento d’opinione riuscire a modificare l’ordine
delle cose.
La campagna Chiquita
Attualmente stiamo seguendo un’iniziativa del sindacato centro-americano
contro la ditta Chuiquita. Nel sud del mondo troviamo una miriade di sindacati
aziendali frammentati, tra loro autonomi, con scarsa forza contrattuale;
qui, invece, per una serie di condizioni, è stata possibile la
nascita di un coordinamento regionale nel settore dei lavoratori delle
banane.
In Centro-America ci sono delle multinazionali che possiedono la terra
e seguono tutta la produzione, dalla coltivazione alla esportazione della
frutta. Anche qui ci sono stati tentativi di appaltare, ma è impossibile
perché si tratta di un prodotto fresco che deve essere trattato
immediatamente. Il problema su cui insistiamo, in Europa e negli Usa contemporaneamente,
,è l’impiego di sostanze chimiche altamente tossiche, proibite
in Europa e negli Stati Uniti, che vengono utilizzate nelle piantagioni
di banane provocando la sterilità nei contadini che vi lavorano.
E’ stata avviata una campagna basata sull’informazione finchè,
lo scorso anno, abbiamo proposto alla ditta Chiquita un accordo sui diritti
dei lavoratori. Lo stesso abbiamo fatto nei confronti della PAM, la catena
di ipermercati e discount alimentari che più delle altre commercia
i prodotti Chiquita. Fino a pochi giorni fa non abbiamo ottenuto risposta.
Proprio ieri l’altro, per la prima volta, la Chiquita ci ha risposto
in italiano per una ripresa delle trattative, e dovremmo incontrarci in
luglio.
I limiti che abbiamo
In questo periodo stiamo riflettendo sui limiti insiti in questo tipo
di lavoro. Non possiamo realisticamente pensare di seguire una per una
le migliaia di imprese che operano il trasferimento della produzione.
Possiamo lavorare sulle aziende più grosse, certo sperando che
questo abbia una ricaduta positiva sulle più piccole, ma è
davvero impossibile un controllo capillare anche perché ogni campagna
costa anni di lavoro, e spesso le informazioni non sono disponibili ufficialmente,
occorrono contatti ‘clandestini’ all’interno delle fabbriche,
un lavoro lento e paziente che ci porta ad approfondire alcune situazioni
e a trascurarne moltissime altre.
Stiamo cercando un modo per obbligare tutte le aziende a comportarsi
nel rispetto dei diritti dell’uomo e allora, ci siamo detti, l’unico
mezzo valido è una legge che imponga norme di giustizia per tutte
le imprese. Un buon tentativo in questa direzione è stato fatto
alcuni anni fa da un parlamentare di Rifondazione Comunista, ma la sua
proposta di legge era inapplicabile perché prevedeva una struttura
pubblica capace di controllare le imprese, e attualmente una struttura
di questo tipo non esisto, e perché rischiava di creare discriminazione
tra prodotti diversi, cosa che è illegale secondo gli accordi europei.
Le proposte:
Le imprese che adottano il trasferimento di produzione si sentono in
una botte di ferro perché sanno che non saranno pizzicate. Nessuno
sa dove le imprese trasferiscono la produzione e a quali condizioni la
gente lavora. Attualmente alcune imprese già inviano queste comunicazioni
al sindacato, che però è spesso connivente.
Intendiamo chiedere ad ogni azienda un rapporto annuale, allegato al
bilancio, che renda pubbliche alcune informazioni. Vogliamo che le imprese
ci dicano dove trasferiscono il lavoro, quali garanzie ci sono in quel
paese per il rispetto dei diritti, quali condizioni di lavoro loro
hanno appurato e quali responsabilità si prendono dal punto
di vista sociale ed ambientale. Parliamo di un rapporto allegato al bilancio
perché in questo modo sarà sottoscritto da tutti i responsabili
dello staff dell’impresa che si assumono in solido la responsabilità
di quanto dichiarano, ed è improbabile che tutti siano disponibili
ad evadere la normativa.
Chiediamo inoltre che venga istituita un’autorità garante
della veridicità delle informazioni. Le ditte che supereranno i
controllo dimostrando di rispettare i diritti dei lavoratori potranno
vantare un marchio di qualità riconoscibile in modo da orientare
gli acquisti e offrire una possibilità in più al consumatore.
Fino ad oggi facciamo la spesa confrontando i prodotti per qualità
e prezzo, è ora di inserire un ulteriore parametro, l’equità,
la storia sociale delle merci che consumiamo.
Non siamo gli unici a spingere in questa direzione. E’ in discussione
in parlamento una legge, già approvata dal Senato, che introduce
un albo delle imprese che non utilizzano lavoro minorile.
L’iscrizione all’albo avverrebbe secondo una procedura di autocertificazione,
cioè sarebbe la ditta stessa ad attestare la propria correttezza,
e l’iscrizione rimarrebbe valida fino a prova contraria. A noi sembra
che su un tema così importante l’autocertificazione non possa
essere accettata, e speriamo di riuscire ad ‘arrivare per primi?.
Ma in che modo intendiamo intervenire sulla normativa in vigore?
Volevamo promuovere una legge di iniziativa popolare ma ci rendiamo conto
di non averne le forze, per questo abbiamo lanciato una petizione popolare
sulla quale abbiamo già raccolto 160.000 firme. Il testo di legge,
redatto da noi, è stato illustrato ad un senatore dei Verdi, di
Como, che lo ha presentato. Nel contempo stiamo cercando un contatto alla
Camera dei Deputati anche se, devo ammettere, abbiamo la sensazione di
fare un buco nell’acqua.
Alla gente – e questo per noi è un impegno legato al metodo
di lavoro – proponiamo di riappropiarci del processo legislativo.
Le lobby economiche fanno forti pressioni sul Parlamento, spesso è
proprio l’economia ad orientare il potere legislativo. Questa pressione
possiamo esercitarla anche noi, dal basso.
Certo, corriamo il rischio che la nostra proposta di legge venga insabbiata.
Per questa ragione abbiamo chiesto di venire messi a conoscenza di tutti
i passi di avanzamento della legge e ci siamo impegnati a diffondere l’informazione
ai 500 gruppi di base che sono stati al nostro fianco nella raccolta di
firme per la petizione popolare. Tra questi, sappiamo di potere contare
su una 50ina di gruppi disponibili ad intervenire se necessario, per sveltire
il procedimento di esame. E probabilmente il primo intervento lo faremo
molto presto, per insistere affinchè il testo di legge venga assegnato
ad una commissione.
La vera sfida per il nostro tempo – la più difficile, e non
so se abbiamo la forza di coglierla – è quella di progettare
un’economia alternativa, non più finalizzata all’espansione
ma una economia del limite, se davvero vogliamo per il futuro un pianeta
vivibile nel quale le ricchezze siano condivise. Insistiamo sulla condivisione
in quanto crediamo che il rispetto dell’ambiente non sia un indicatore
sufficiente se non si coniuga alla giustizia, perché non sia che
le uniche tre gocce di benzina del pianeta vengono usate dai tre uomini
più ricchi della terra, ma vengano ripartite tra quanti ne hanno
realmente bisogno.
Vorremmo cercare un coordinamento tra le associazioni che adottano il
nostro stesso metodo per dare una maggiore visibilità al nostro
lavoro.
Padre Zanotelli in un incontro recente riscontrava molte forze positive
nel nostro Paese, con l’unico handicap di lavorare disgregate, disperdendo
energia. Insieme potremmo fare molto di più. E’ un po’
la storia dei lillipuziani che riuscirono ad immobilizzare Gulliver perché
ognuno di loro lo legò per un capello. Anche per noi sarebbe importante
dotarci di una forma di coordinamento e di collegamento sia su progetti
concreti e condivisi, sia su alcuni servizi che sono di utilità
comune. Un esempio potrebbe essere il servizio stampa – quanto è
importante riuscire a far conoscere le nostre iniziative! – oppure
l’indirizzario, le proposte editoriali, una messa in rete informatica
delle iniziative perché abbiano una circolazione più vasta
e raccolgano un più ampio contributo di idee.
Sappiamo bene le difficoltà a cui si va incontro quanto si tenta
di armonizzare gruppi, associazioni e movimenti molto diversi tra loro,
per storia e per vocazione. Le differenze sono una ricchezza e dovrebbero
essere mantenute, ma rischiano di produrre divisioni o di andare a detrimento
del nostro stesso lavoro.
D’altra parte il concetto di coordinamento evoca immediatamente
la gerarchia, un ordine secondo il quale qualcuno dall’alto prende
delle decisioni ed altri sono incaricati di attuarle, ed è proprio
quello che rifiutiamo. Divisi tra la necessità di contatti più
stretti e il rifiuto di una struttura di potere, non abbiamo ancora trovato
una buona formula e siamo aperti a tutti i contributi che potranno aiutarci
in questa ricerca.
*Testo non rivisto dall’autore
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