Inviando una e-mail ad an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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(nel soggetto scrivere "copia
AN" ed indicare con precisione cognome,nome,
indirizzo, CAP, città)
Poche parole per presentare i risultati del nostro XXI Congresso nazionale.
La mozione generale, quelle uscite dai gruppi di lavoro, quelle presentate in
seduta plenaria forniscono un quadro articolato dei lavori e tracce di attività,
sulle quali sollecitiamo il contributo dei lettori di Azione nonviolenta e degli
aderenti al Movimento, che non hanno potuto partecipare al Congresso. Circa
un centinaio le persone che hanno accolto l’invito eugubino. Vogliamo
ringraziare l’amministrazione comunale per l’ospitalità che ci ha riservato, e
tutti coloro che hanno dedicato tre giorni pieni a progettare il futuro del
nostro Movimento. In particolare ci ha fatto piacere la presenza di tanti
giovani che si sono mescolati bene fra i “veterani” della nonviolenza italiana.
Segnaliamo il contagioso entusiasmo del giovanissimo ottuagenario Sandro
Canestrini, storico avvocato degli obiettori di coscienza, che alle tre “i” del
berlusconi-pensiero (impresa, internet, inglese) ha voluto contrapporre le tre
“i” della nonviolenza -idee, ideali, impegno- che si sono concretizzate la sera
stessa nella straordinaria sorpresa dello spettacolo teatrale “Fuori tempo”
ideato e realizzato dal bel gruppo giovanile di San Michele al Fiume. Il
Congresso ha corrisposto al titolo che ci eravamo dati: La nonviolenza è
politica. Certo, si sono registrati limiti nel coinvolgimento di Partiti, che si
erano dichiarati o si ritenevano interessati, sono mancati relatori, sul cui
contributo contavamo, ben poco è stato colto l’invito a confrontarsi nel nostro
Congresso, rivolto all’area di movimento per la pace, che pure si richiama alla
nonviolenza. I motivi addotti per le assenze non sono stati però pretestuosi e
ciò ci incoraggia nell’approfondimento dei temi e nella proposta di
confronto. Nel Congresso si è sentito l’apporto di esperienze e sensibilità
diverse, consapevoli tutte della profonda crisi della politica, che ritrova
nella guerra (nelle guerre: militari, civili, economiche, sociali,
ambientali...) lo strumento decisivo per affrontare i conflitti emergenti.
Questo procedere prepara conflitti maggiori e più distruttivi, cancella
conquiste di civiltà e democrazia, che sembravano consolidate, discredita
istituzioni civili e diritti umani, che appaiono a gran parte del mondo pura
propaganda in difesa di privilegi. Il rifiuto della guerra - ci ha insegnato
Capitini e il Congresso ha ripetuto - è la condizione preliminare per un nuovo
orientamento. Si tratta di una scelta essenziale. In un recente articolo Giorgio
Bocca esortava ad avere il coraggio di essere civili, ad abbandonare la pratica
della guerra, come già abbiamo abbandonato la pratica dell’antropofagia,
mangiando altro e meglio. E’ la condizione per intravvedere un orizzonte più
vasto nel quale si inserisce il nostro operare collettivo. Abbandonare la guerra
(perdere la guerra, come dice Peyretti) vuol dire abbandonarne la preparazione,
le armi, le alleanze, la cultura. Già questo richiede un grande e coerente
impegno che è politico. La guerra non può governare il mondo. Può solo
preparare maggiori distruzioni e alimentare la paura di cui si alimenta. Questa
consapevolezza, pur minoritaria, si diffonde. Di qui l’attenzione che alla
nonviolenza viene rivolto da persone e organizzazioni, che nella politica non
vedono solo uno strumento di esercizio di potere e privilegio. L’aggiunta
nonviolenta, l’apertura cioè all’esistenza, libertà, sviluppo di chi vive sullo
stesso pianeta, divenuto un’unica polis, è ormai condizione per la stessa difesa
di quel tanto di democrazia che ancora abbiamo. Ma libertà, partecipazione,
consapevolezza, solidarietà, capacità critica si difendono solo se si esercitano
e si accrescono. C’è bisogno anche del nostro contributo, e non è facile. Nelle
grandi religioni sembrano prevalere le letture più bigotte, ottuse, escludenti.
La ricerca di certezze in un mondo i cui mutamenti appaiono minacciosi e
incontrollabili può spiegare questo rifugio in sicurezze irrazionali. La ricerca
scientifica sembra risolversi in tecnica asservita a logiche di profitto. La
razionalità appare impotente di fronte ai mostri del nuovo millennio. Il dialogo
sparisce, sparisce il confronto, non esiste partecipazione e opinione pubblica,
che richiede esperienza in comune, condotta da protagonisti e non da semplici
spettatori. Telepredicatori delle varie aggregazioni - di difesa da pericoli
veri o supposti, di rivendicazione di diritti negati, di accrescimento di
privilegi, di attese salvifiche - alle quali diamo il vecchio nome di chiese e
partiti, conducono un monologo collettivo nel quale, credenti o no, siamo
coinvolti come spettatori, quando non plagiati e mobilitati come seguaci. Questo
avviene nelle nostre democrazie “accidentali”. Fuori è peggio. Il cammino per
ricostruire uno spazio della politica è lungo e faticoso. Non ci sono
scorciatoie. Alcune cose da fare ci sembra di averle capite. Cerchiamo di farle
bene e di proporle ad altri.
21° CONGRESSO NAZIONALE DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO Gubbio, 1 novembre
2004
Mozione politica generale
Il Congresso fa propria la relazione della segreteria di invito al XXI
congresso del MN. Il confronto con gli esponenti politici che hanno accolto
l’invito del Movimento ha mostrato quanto lunga sia, al di là delle intenzioni
manifestate, la strada perché si affermi nella pratica politica un orientamento
ispirato alla nonviolenza. Tuttavia impegni non trascurabili sono stati assunti
ed è assicurata la collaborazione del Movimento, nelle forme possibili ed
opportune, perché siano osservati. Si tratta di un aspetto rilevante stante
l’impermeabilità al controllo democratico dei poteri dominanti non solo nel
nostro paese ed alla costante riduzione delle istituzioni elettive a luoghi di
ratifica di decisioni prese altrove. Fondamentale acquisizione da parte delle
forze politiche è comprendere come il rifiuto integrale della guerra sia la
condizione preliminare per un nuovo orientamento e una rifondazione degli stessi
processi di democrazia. In questa direzione la pratica e la riflessione
della nonviolenza possono dare un contributo importante. La democrazia ha
bisogno dell’aggiunta nonviolenta, che è attenzione alla coerenza dei mezzi
impiegati per il raggiungimento delle finalità dichiarate e apertura costante e
crescente alla vita, libertà e sviluppo di tutti, nella consapevolezza che il
destino di ciascuno è indissolubilmente legato al destino degli altri. A questo
porta infatti un modello di sviluppo che mostra la sua insostenibilità sia sul
piano sociale che ecologico. Se, come è stato detto, un’opinione pubblica
consapevole, avvertita, competente, costituisce l’elemento decisivo per
garantire una democrazia che non sia solo di facciata, si comprende la necessità
del contributo della nonviolenza che, partendo dalla consapevolezza della
fallibilità delle nostre conoscenze e punti di vista, opera esperimenti con la
verità – per usare l’espressione di Gandhi – in un atteggiamento di ricerca e
nonmenzogna. Alla sudditanza delle democrazie liberali nei confronti dei
detentori del potere economico non si risponde con esercizi di ingegneria
costituzionale, con processi di finta partecipazione popolare. Solo la crescita
del controllo dal basso e la pratica degli strumenti dell’azione nonviolenta
possono essere l’avvio dell’esercizio di un potere diverso, largo e complesso:
il potere di tutti al quale anche il nostro Movimento è chiamato a dare il
proprio contributo.
Approvata all’unanimità
Il Congresso impegna gli organi eletti per la miglior traduzione operativa
degli indirizzi emersi dal lavoro di Commissione
1. Commissione Corpi Civili di Pace
La Commissione ha discusso su ciò che sta avvenendo nell’Unione Europea sul
piano della Difesa e attorno al progetto di istituzione dei CCP. Il nuovo
Trattato Europeo, impropriamente chiamato “Costituzione”, presenta luci ed
ombre, ma vi sono anche elementi di novità significative: per la prima volta
compare l’equiparazione, almeno in linea di principio, della difesa civile e
della difesa militare, anche se poi le politiche dei singoli paesi vedono una
sproporzione assoluta dei finanziamenti a favore dell’opzione militare.
Riteniamo comunque positivo che nel Trattato venga richiamata, sia pure
impropriamente (intesa solo come volontariato giovanile o come elemento di
protezione civile), la presenza dei corpi civili tra gli strumenti di intervento
dell’Unione Europea. Su questa base si potrà intervenire con emendamenti per
cercare di modificare la “Costituzione” ma, intanto, vale la pena utilizzare ciò
che oggi è già esistente per promuovere il progetto dei CCP a livello italiano
ed europeo, con un programma politico unitario, credibile e praticabile.
Accanto a questo si è ripercorso il cammino della Rete italiana Verso i
Corpi Civili di Pace, cui il MN partecipa attivamente. Esistono oggi due binari
per la costruzione dei CCP, sia dal basso, cioè dall’esperienza delle
associazioni e dei volontari, sia dall’alto, per via istituzionale, nella
direzione di una professionalizzazione. Riconfermiamo l’esigenza di trovare una
via di integrazione tra le due opzioni, mentre ribadiamo che gli interventi
civili e gli interventi militari di peacekeeping o di peacebuilding sono due
realtà diverse e non sovrapponibili, che devono avere una reciproca e totale
autonomia di intervento e di finanziamento. Altro nodo centrale è la
possibilità di dare continuità all’esperienza delle associazioni, per la quale
la Rete ha deciso di promuovere un progetto di legge che garantisca
l’aspettativa ai lavoratori che volessero partecipare a un progetto riconosciuto
di presenza in luoghi di conflitto. Infine la Commissione ha affrontato il
tema della formazione e della identità specifica dei CCP, sia come tematica
interna all’area pacifista, sia nella relazione con il mondo della politica e
con l’opinione pubblica. Sono poi stati individuati i punti di applicazione
possibili per il MN, che possono essere così riassunti: 1.impegno a dare
maggiore visibilità ai CCP con una campagna di sensibilizzazione dell’opinione
pubblica (interventi sui mass media, informazione diretta, pubblicazioni, ecc);
2.ricerca di alleanze, coinvolgendo anche altre associazioni, per far
avanzare il progetto di legge tramite contatti specifici con parlamentari e
gruppi tanto di maggioranza quanto di opposizione; 3.cercare di introdurre
il tema propositivo dei CCP nel dibattito politico, in particolar modo
nell’ambiente pacifista, per dare concretezza a questo progetto con
finanziamenti nazionali e progetti anche negli enti locali; 4.avvicinare il
lavoro della Rete e quello del Parlamento Europeo promuovendo un momento di
incontro specifico, a Strasburgo, tra associazioni e parlamentari impegnati in
questa direzione; 5.elaborare una proposta programmatica per i partiti del
centro sinistra, in vista delle elezioni politiche del 2006, perché si impegnino
a dare applicazione concreta al progetto dei CCP, anche basandosi sulle
indicazioni già presenti nel nuovo trattato europeo; 6.partecipare alla
definizione del percorso formativo per i volontari coinvolti nei CCP, garantendo
una preparazione specifica; 7.sostenere e aderire al progetto del MAN
francese per l’invio di un corpo civile di interposizione in Israele e
Palestina, costruendone le condizioni con le due parti e assicurando una
funzione di collegamento tra le associazioni israeliane e palestinesi. 8.
collaborare con IPRI per la presentazione di progetti finanziabili da sottoporre
al Comitato consultivo per la difesa civile nonviolenta.
Approvata (2 astenuti)
2. Commissione Laicità, religione, nonviolenza
La commissione ha fatto proprio il contenuto del documento preparatorio. Gli
interventi hanno messo in evidenza la forte incidenza che il confronto tra
laicità e religione ha sul vissuto dei nonviolenti e nel definire i rapporti tra
il MN e istituzioni, associazioni, gruppi. Gli interrogativi, che i nonviolenti
si pongono, sulla natura laica e politica della nonviolenza affermata da alcuni
e sul suo carattere religioso affermato da altri, invitano il MN a non
marginalizzare la riflessione sui diversi aspetti di questa problematica.
Per realizzare l’approfondimento sollecitato, la commissione ha individuato
come tema centrale su cui lavorare quello della “conversione alla nonviolenza”
che si esplicita nei principi di universalità, laicità, responsabilità,
coerenza. In continuità con l’esperienza del seminario di Perugia (2002) e la
pubblicazione degli atti relativi, la commissione ritiene opportuno individuare
la possibilità di un ulteriore momento pubblico di riflessione e di
approfondimento. È stata sottolineata l’incoerenza manifesta di molte
istituzioni (sia religiose che laiche) che mentre affermano il valore del
principio della nonviolenza la disattendono nella pratica. Questo vale sia per
gli uomini di chiesa, nei momenti (ad es. la guerra) in cui devono far sentire
la loro voce, che per gli uomini politici che dimenticano le loro affermazioni
di principio nel momento in cui assumono incarichi amministrativi o di governo.
Si propone la costituzione, per il prossimo biennio, di un gruppo di lavoro
che, sulla base di ricerche e lavori preparatori, organizzerà un conclusivo
momento di riflessione e dibattito nella forma di un seminario/convegno dal
titolo: “Convertirsi alla nonviolenza – le istituzioni religiose e laiche alla
prova della nonviolenza”. Il gruppo di lavoro costruirà questo percorso di
ricerca valorizzando le esperienze di confronto tra laici e religiosi avvenute o
avviate in varie realtà locali, con riflessioni specifiche, ad esempio, sui
seguenti temi: a.la nonviolenza nella chiesa cattolica dal Concilio in poi;
b.la nonviolenza nell’Islam; c.la nonviolenza nel confronto
interculturale
Si propone inoltre un’iniziativa da definire per porre l’attenzione sulle
figure dei cappellani militari, dopo l’istituzione dell’esercito professionale.
Approvata (2 astenuti)
3. Commissione L'omnicrazia, crisi delle democrazie
Anche nei paesi che si pretendono democratici si avverte una profonda crisi
della democrazia e della partecipazione. Di fronte a questa situazione sono
importanti le indicazioni di Capitini che invita a trasformare la democrazia in
omnicrazia facendo leva sull'assemblea e l'opinione pubblica per rendere tutti
partecipi alle scelte politiche. Il rifiuto della guerra è la condizione
preliminare per un nuovo orientamento. Indichiamo come impegni per gli
aderenti al MN e a tutti gli amici della nonviolenza: 1.contribuire alla
formazione di una opinione pubblica, la cui carenza è particolarmente avvertita,
attraverso l'esercizio di una partecipazione critica nelle occasioni che le
istituzioni, partiti. Sindacati e altri ci propongono; 2.promuovendo nelle
situazioni in cui ci troviamo a operare forme attente di partecipazione
rispondenti alle finalità di liberazione e sviluppo della
nonviolenza; 3.intervenire in quei comitati e azioni spontanee di lotta in
cui la popolazione si è mossa per affrontare problemi immediati (inceneritori,
depositi di scorie nucleari, fabbriche inquinanti e di armi, basi militari,
ecc...) per portare ispirazione e forme di lotta nonviolente.
Nella convinzione che la partecipazione popolare sarà tanto più estesa e
profonda quanto più concreti poteri decisionali le verranno affidati, indichiamo
e proponiamo alle persone impegnate in incarichi politici (amministratori,
parlamentari ecc...) e che hanno dichiarato interesse alla nonviolenza di
seguire alcune indicazioni sia per una maggior partecipazione democratica, ad
esempio il bilancio partecipato, sia in proposte innovative come spostare
risorse dalle spese militari (ad esempio 5% annuo) a iniziative di costruzione
di pace, investire risorse in progetti di energie rinnovabili accessibili a
tutti, orientare ed educare con responsabilità in direzione di una economia
sobria e solidale. Perseguire obiettivi di “sicurezza” con l'impiego dei
mezzi alternativi che utilizzano tecniche nonviolente piuttosto che aumentare
l'impiego di mezzi repressivi. Il MN è impegnato a sostenere quegli
amministratori che vorranno iniziare questo cammino.
Approvata (1 astenuto)
4. Commissione Educare alla nonviolenza
Il valore dell'educazione per la costruzione di una società nonviolenta è
fondamentale in tutti gli ambiti di vita (il sé, la famiglia, la scuola,
l'extrascuola, il territorio...). Il senso e le modalità dell'educazione alla
nonviolenza non sono di tipo trasmissivo ma di tipo dialogo-maieutico. In
questo ambito, particolare attenzione va prestata all'utilizzo del linguaggio e
alla violenza che esso spesso nasconde e veicola. Dal lavoro di gruppo della
commissione “educare alla nonviolenza”, che ha visto una partecipazione attiva e
vivace, è emersa una ricchezza di idee e proposte, alcune di queste sono volte a
impegnare il lavoro del comitato di coordinamento del Movimento
Nonviolento. Si propone di costituire un gruppo di lavoro tematico
all'interno del Movimento Nonviolento sull'educazione alla nonviolenza per
promuovere: 1.Percorsi di formazione permanente sul conflitto e la sua
gestione creativa, sulla violenza, sulla nonviolenza rivolti a: docenti,
educatori, studenti, personale non docente, attivisti, gruppi impegnati
socialmente e politicamente ecc... 2.La partecipazione ad una rete di scambio
e conoscenza reciproca sui temi di educazione alla nonviolenza tra i diversi
soggetti, associazioni, riviste che operano in questo ambito. 3.La conoscenza
e la diffusione del metodo del consenso verso l'omnicrazia che si aggiunge alla
democrazia e la logica autoritaria presente all'interno di alcune
scienze. 4.Oltre all'utilizzo della rivista “Azione nonviolenta” per
conoscere le esperienze di educazione alla nonviolenza, prestare attenzione
all'educazione delle nuove tecnologie (uso di internet, TV, video alternativi,
costruzione di un canale tv alternativo). 5.Il coinvolgimento delle
istituzioni locali più sensibili ai temi dell'educazione alla nonviolenza.
Approvata (1 astenuto)
5. Commissione Rete Lilliput e l'impegno del Movimento Nonviolento
Il MN è in Rete Lilliput dai suoi primi passi. Ci abbiamo creduto fortemente
perchè dall’inizio ne abbiamo intuito le enormi potenzialità vedendola, prima
Rete nel confuso calderone del movimento dei movimenti, agire i contesti
seguendo un metodo e abbracciando (non solo formalmente) la nonviolenza. Come MN
in questi anni abbiamo cercato di dare la nostra aggiunta portando in rete le
nostre specificità e contemporaneamente arricchendoci dall'apporto dato dalle
altre associazioni. Rete Lilliput, nata come rete che agisce tramite
campagne, da qualche tempo sta chiedendo troppo a se stessa, alle sue
associazioni e ai suoi nodi rischiando la dispersione in mille contesti e
perdendo così di lucidità e di capacità di incidere. E' giusto, in occasione
del nostro Congresso, fare il punto della situazione dell'impegno del MN in Rete
Lilliput. A fronte di quanto emerso la commissione impegna il MN a:
1.continuare a dare il suo apporto nella Rete ma, soppesando bene le energie
interne a disposizione, scegliendo di lavorare in rete esclusivamente tramite le
campagne; 2.impegnarsi attivamente nelle campagne che intenderà seguire
agendo, dove necessario, su tutti i livelli della graduazione gandhiana del
confronto con il conflitto, senza aver paura di contaminarsi e quindi (facendo
autocritica) non limitandosi, come succede a volte, a criticare le modalità
dell'agire di altri; 3.richiamare Rete Lilliput alla semplicità, in primis
senza disperdere energie nel discutere di strutture organizzative, ma cercando,
finalmente, di utilizzare le strutture già esistenti lavorando su campagne ben
programmate e condivise.
Approvata (4 astenuti)
6. Commissione Media, Informazione, Televisione
La commissione ha discusso molto sul ruolo della televisione, con valutazioni
diverse, da un netto rifiuto, in quanto strumento di per sé violento
(unidirezionale, non partecipativo, manipolazione delle coscienze, in mano a
potentati economici) , ad un atteggiamento di non demonizzazione (utilizzare gli
spazi possibili, realizzare televisioni “di quartiere”, utilizzazione senza
paura di contaminazione). La televisione oggi è finalizzata alla pubblicità e
l’informazione tende ad un appiattimento generale, anche con la semplificazione
e riduzione del linguaggio, che corrisponde alla riduzione del
pensiero. L’accento è stato posto sull’esigenza di uscire da una logica di
contro-informzione, per sviluppare al contrario una informazione positiva dove
ognuno è chiamato ad essere protagonista, sapendo selezionare tra le notizie e
producendo informazione diretta. Per noi informazione è strettamente legata a
formazione. Non dobbiamo mai dimenticare che la produzione fisica, materiale,
di molti strumenti di comunicazione e informazione (cellulari, monitor,
computer, ecc.) richiedono l’uso di materie prime per procurarsi le quali sono
in corso le guerre dimenticate dell’Africa. Azione nonviolenta sta preparando
un convegno sul tema “Informazione e nonviolenza”, nel quale affrontare, insieme
ad altre riviste, alcuni nodi decisivi: la difesa della libertà di stampa; il
ruolo delle riviste cartacee nell’epoca di internet; il problema della
distribuzione e della pubblicità. Ogni singola persona può fare molto, sia
per creare reti locali informative alternative, sia per diffondere materiale
informative, per far conoscere Azione nonviolenta nella propria realtà.
Indica al Comitato di Coordinamento l’esigenza di: 1.realizzare il manale
di “uso e consumo critico della televisione” recuperando la ricchezza delle
esperienze fatte in questo campo; 2.creazione di una lista di “giornalisti
per la pace” da individuare nei diversi mass media e da contattare per campagne
informative; 3.utilizzare le “Agenzia di informazione” da potenziare in rete
con altri soggetti del più vasto movimento per la pace; 4.proporre ad altre
riviste amiche (Mosaico di Pace, Nigrizia, Gaia, Missione Oggi, Qualevita,
Officina dei sogni, ecc.) l’uscita comune di un numero 0 come esempio di lavoro
informativo di rete.
Suggerimenti per i singoli amici della nonviolenza: 1.insistere a scrivere
lettere ai giornali con notizie nonviolente; 2.utilizzare come una nuova
possibilità i giornalini gratuiti; 3.farsi diffusori attivi di fogli di
informazione (fotocopiati e distribuiti capillarmente) scaricando fonti
informative alternative reperibili in molti siti internet; 4.privilegiare il
lavoro di informazione dal basso, le relazioni personali con gli operatori
dell’informazione.
Per quanto riguarda in particolare “Azione nonviolenta”: 1.avviare una
nuova rubrica come “osservatorio sulla TV” 2.fare campagne locali di
diffusione nelle Biblioteche 3.avviare un coordinamento con altre riviste per
affrontare insieme i problemi editoriali come la distribuzione e la spedizione
postale 4.essere presenti ad appuntamenti importanti come il Salone Editoria
per la Pace e Terre Future 5.concretizzare la distribuzione della rivista
tramite la rete delle Botteghe del commercio equo e solidale
Approvata all’unanimità
7. Commissione Servizio Civile Volontario e Obiezione di Coscienza
Il MN ribadisce l'opportunità di operare negli spazi aperti dalla legge sul
servizio civile volontario affinchè lo stesso non sia una semplice copertura
alle carenze assistenzialistiche del nostro sistema statale. Si riafferma
pertanto la necessità di concretizzare e favorire progetti di servizio civile
legati alla nonviolenza e alla DPN delineandone alcune caratteristiche: 1.nel
tempo “servizio” ci sia anche lo spazio formativo per approfondire i temi legati
alla difesa e alla nonviolenza; 2.che il servizio sia funzionale
all'ampliamento della qualità e dell'innovazione, evitando di ricoprire posti di
lavoro.
Per quanto riguarda il servizio civile al MN venga comunque richiesta una
dichiarazione di obiezione all'istituzione delle forze armate (Obiezione di
Coscienza).
Nelle collaborazioni che vede il MN impegnato a lavorare con l'IPRI e la rete
nazionale dei corpi civili di pace, il MN sosterrà il progetto per una
“formazione omogenea” sui temi della DPN, della nonviolenza e dell'Obiezione di
Coscienza (elaborato dal Corso di laurea Operatori di Pace dell’Università di
Firenze in collaborazione con altre Università per la pace italiane e presentato
all’Ufficio Nazionale Servizio Civile dall’IPRI) e favorirà una sua diffusione
territoriale.
Il MN si impegna a promuovere una proposta legislativa di collegamento fra
servizio civile volontario e corpi civili di pace.
Il MN si impegna ad attuare azioni affinchè venga attuata la raccomandazione,
votata nella scorsa legislatura, che estenda il diritto di Obiezione di
Coscienza anche alle spese militari.
Approvata all’unanimità
8. Commissione Centro studi per la nonviolenza/case e centri per la
pace
La commissione ha svolto un approfondito dibattito generale, articolato per
problemi, temi, programmi ed iniziative. Ha fatto propria la relazione di
introduzione quale documento di avvio per la costruzione del Centro Studi. La
commissione ha assunto la seguente deliberazione: 1.il Congresso impegna il
Comitato di Coordinamento a procedere per la costituzione del Centro Studi e
Documentazione per la Nonviolenza, sulla base della bozza di statuto così come
predisposto; 2.di aprire una campagna “un libro e una rivista per la
biblioteca del Centro Studi”; 3.di organizzare il Secondo Convegno Nazionale
delle Case e dei Centri per la Pace e la Nonviolenza (per il materiale del 1°
convegno si veda AN del gennaio 1999).
Nota alla mozione: Nel corso dl dibattito la commissione ha esaminato le
osservazioni critiche espresse da Nanni Salio (Centro Sereno Regis) così
riassumibili: 1.ha illustrato la valenza, la capacità di ricerca e studi del
Sereno Regis; 2.ha sottolineato l'opportunità che il MN invece, e in
sostituzione di un nuovo centro studi, si avvalga del Centro Studi Sereno
Regis; 3.ha evidenziato i forti rischi e le difficoltà che incontrerebbe il
nuovo istituto; 4.ha dichiarato la disponibilità del Sereno Regis a stipulare
convenzioni con il MN per progetti; disponibilità che permane anche nei
confronti del nuovo Centro.
Approvata (4 astenuti)
9. Commissione Un’iniziativa per gli amici della nonviolenza
La commissione ripropone l’impianto dell’esperienza compiuta con le Dieci
parole della nonviolenza e conclusa con la camminata Assisi-Gubbio, nel senso di
un percorso articolato in una scansione di temi, uno al mese, e si concluda con
un appuntamento comune. Il tema sarà ogni volta trattato su Azione Nonviolenta e
proposto nelle varie realtà locali, con le capacità e le differenze che si
manifestano. È stata apprezzata la proposta iniziale di usare come traccia
le Dieci caratteristiche della personalità nonviolenta individuate da Giuliano
Pontara, rilette nella loro valenza collettiva e politica (il ripudio della
violenza; la capacità di identificare la violenza; l’empatia; il rifiuto
dell’autorità; la fiducia negli altri; la disposizione al dialogo; la mitezza;
il coraggio; l’abnegazione; la pazienza). È stata infatti sottolineata
l’esigenza che l’iniziativa, nel suo svolgersi e nella sua conclusione,
testimoni dell’aggiunta che la nonviolenza è in grado di dare alla politica.
Sono state usate espressioni come “chiamata dei nonviolenti alla politica” e,
appunto, “aggiunta nonviolenta alla politica”. Per questo si è anche
sottolineato trattarsi di una iniziativa che gli amici della nonviolenza
propongono non solo alle formazioni più vicine, a cominciare dal MIR, ma a tutte
le forze per le quali “il rifiuto della guerra è la condizione preliminare per
un nuovo orientamento”, e che sono alla ricerca di una valida alternativa. In
tal senso le dieci parole possono avere applicazioni concrete nella politica e
nel sociale sui temi fondamentali della convivenza civile, individuando azioni
che possano essere concretamente sperimentate e che confluiscano in una
pubblicazione del MN da far diffondere nel modo più largo. Durante il
percorso si cercherà di affinare il collegamento tra le diverse realtà
coinvolte, a partire da quelle che fanno più diretto riferimento al movimento,
sia utilizzando la rivista e il sito di Azione Nonviolenta, sia con un possibile
seminario intermedio di confronto. Stante il periodo di svolgimento del
percorso, è stata prevista la possibilità di interventi più aperti rivolti alle
forze politiche che hanno mostrato o mostreranno una seria volontà di
interlocuzione, presentando le possibilità individuate dagli amici della
nonviolenza. Infine, si è pensato che un luogo dove ben concludere un anno
di iniziative, magari al termine di un camminare che sia anche un andare in
bicicletta, potrebbe essere Firenze, anche per il legame che evoca tra politica
e nonviolenza sia per fatti recenti, sia per le figure rappresentative che lì
hanno operato, mostrando la possibilità di incontro tra nonviolenza e politica.
Ricordiamo, tra gli altri, Giorgio La Pira e Enriquez Agnoletti. Al comitato
di coordinamento il compito di affinare questa proposta.
Approvata all’unanimità
10. Commissione Ambiente e stili di vita
Le difficoltà di politica e istituzioni nell'approntare risposte alle sempre
più urgenti emergenze ambientali sollecitano movimenti e singoli cittadini ad
attivarsi in prima persona per attuare cambiamenti degli stili di vita e
costruire concrete esperienze di economie alternative e solidali.
La revisione degli stili di vita personali rappresenta una grande opportunità
soprattutto per chi crede che la corenza tra mezzi e fini, tra pratiche
personali e obiettivi collettivi, sia un ingrediente essenziale di un
cambiamento sociale che sia profondo e duraturo.
L'occasione rappresentata dal diffondersi di queste pratiche di cambiamento
“dal basso” non deve però fare perdere la consapevolezza della gravità delle
emergenze che ci troviamo davanti e della necessità di trovare modalità
collettive e politiche per affrontarle.
Occorre perseguire i due piani congiuntamente: la ricerca di obiettivi comuni
rafforza la potenzialità dei piccoli cambiamenti individuali. La dimensione
locale, dei territori e dei piccoli gruppi sembra quella privilegiata per
“uscire dalla solitudine” e trasformare le opzioni individuali e dei piccoli
gruppi in concreto agire politico. In tale sfida sembra essenziale la
condivisione quotidiana di pratiche e obiettivi offerta da modelli come i Centri
di Orientamento Sociale proposti da Aldo Capitini o esperienze più recenti come
Gruppi di Acquisto Solidale e Bilanci di giustizia. Agire localmente pensando
globalmente: la dimensione di “assemblea di quartiere” deve essere sempre
allargata collegandosi ad altre esperienze consimili, in Reti di economia
solidale e in collegamento con esperienze affini, anche se distanti
territorialmente. La concreta volontà di collaborazione offerta da
istituzioni locali, l'opportunità di affrontare localmente inafferrabili
dinamiche globali, rappresenta un'occasione da non perdere. Occorre al contempo
rafforzare la capacità di perseguire eventuali conflitti con interlocutori
locali, attraverso campagne di Azione Diretta Nonviolenta, in collegamento con
altri soggetti locali. La mozione impegna il Movimento a: 1.Rilanciare la
campagna Biciclettate nonviolente contro le guerre del petrolio, rafforzando la
riflessione su modelli di mobilità, produzione e distribuzione di prodotti
alimentari e privatizzazione dei trasporti. In tale contesto trovare forme di
collaborazione con soggetti che promuovano tali tematiche, come la Federazione
Italiana Amici della Bicicletta. 2.Approfondire la questione OGM nel contesto
della difesa della sovranità alimentare dei popoli e promuovere e/o sostenere
campagne che pongano l'accento sul controllo e la privatizzazione delle risorse
per produrre il cibo. Sollecitare le amministrazioni locali ad assumere ruoli
propositivi in questo contesto. 3.Promuovere informazioni e concrete campagne
locali sulle implicazioni ecologiche e sanitarie dell'alimentazione, in
particolare quella basata sulla carne, invitando a scelte di consumo
responsabile con particolare attenzione alla scelta del vegetarianesimo.
Approvata all’unanimità
MOZIONI PARTICOLARI:
Mozione sostenuta dal “Centro Gandhi di Pisa” e associazione “Cantiere San
Bernardo” e presentata da Marco Campori Il Congresso del MN sostiene la
campagna internazionale contro il muro di Israele con l'indicazione ai propri
attivisti e conoscenti dell'esposizione ai propri balconi, nella modalità della
campagna delle bandiere della pace, di drappi bianchi (cm 100x85) autoprodotti,
contenenti anche opinioni specifiche e non obbligatoriamente monotematiche, che
andranno poi cuciti e spediti in Palestina entro la fine dell'anno (inviare a
Centro Gandhi, via San Zeno, Pisa). L'azione anticipatoria dell'esposizione dei
drappi, nella sua prima e innovativa collocazione presuppone a successivi
sviluppi per future campagne. Approvata (5 astenuti)
Mozione proposta da Tiziano Cardosi e Michele Meomartino: mailing list del
Movimento Nonviolento Proponiamo l'apertura di una mailing list del Movimento
Nonviolento come agevole e capillare strumento di comunicazione, riservata solo
agli iscritti interessati. I proponenti si impegnano a realizzarla. Approvata
(3 contrari, 4 astenuti)
Mozione proposta da Pasquale Pugliese e Luciano Capitini Il Congresso
impegna il CdC del MN ad individuare ed eventualmente lanciare e sostenere una
campagna specifica dei nonviolenti che contempli la possibilità di praticare
tutti i livelli della graduazione gandhiana e come passo successivo rispetto
alla Campagna “Scelgo la nonviolenza”. Approvata (5 contrari, 5 astenuti)
Mozione presentata da Adriano Moratto sul 4 novembre. Il Congresso
stigmatizza il ritorno di campagne di revisione nostalgicche e patriottistiche,
in particolare il prossimo 4 novembre. Sollecita gli iscritti ad iniziative di
protesta e contr-informazione. 4 Novembre, non festa, ma lutto! Approvata
all’unanimità
RACCOMANDAZIONI
Raccomandazione di Anna e Luciano Capitini Il Congresso raccomanda agli
amici della nonviolenza di organizzare soggiorni a tema sulla nonviolenza, a
carattere locale. Anna e Luciano Capitini sono disponibili a confrontarsi sulla
formulazione del progetto. Il CdC del MN sarà disponibile a coordinare e dare
notizia di tali iniziative che saranno sotto la responsabilità dei singoli
proponenti. Approvata (2 astenuti)
Raccomandazione di Raffaello Soffioti Il Movimento Nonviolento deve molto
al rapporto di collaborazione e amicizia fra Danilo Dolci e Aldo Capitini. Dolci
ha speso gli ultimi anni della sua vita a lavorare su una Bozza di Manifesto.
Quest’opera, con il titolo definitivo di “Comunicare, legge della vita”, forse
può essere letta come il suo testamento spirituale. Per diffondere il suo
pensiero e la sua opera, propongo che tra il “Materiale Disponibile” sulla
quarta di copertina di “Azione nonviolenta”, compaiano anche gli scritti di
Danilo Dolci. Approvata all’unanimità
Organi eletti
Segretario: Daniele Lugli
Direttore: Mao Valpiana
Comitato di Coordinamento:
Giulia Allegrini Marco Baleani Elena Buccoliero Luciano
Capitini Luca Giusti Raffaella Mendolìa Adriano Moratto Franca
Niccolini Claudia Pallottino Annarita Pasqualetto Massimiliano
Pilati Rocco Pompeo Pasquale Pugliese Piercarlo Racca Flavia
Rizzi Matteo Soccio Alberto Trevisan
(Approvata per acclamazione)
Il comunicato di Marco Pannella
"In quel convegno, di quella parte di nonviolenti che forma il Movimento
Nonviolento, con la M e la N maiuscola, da decenni non ero più invitato, come
tutti gli altri radicali, colpevole forse di nonviolenza gandhiana politica,
manifesta, esposta tutti i giorni ad attacchi. Un mese fa ho ricevuto un invito
con questo testo: 'Parleranno Pannella Bertinotti e Pecoraro Scanio quali
leaders di movimenti o di soggetti politici apertisi alla nonviolenza'. Il testo
e il contesto sono stati tali da indurmi subito a dire agli organizzatori - a
Mao Valpiana - ed a reiterarlo in altre occasioni - che non sarei
andato". Marco Pannella chiarisce dai microfoni di Radio Radicale che non
parteciperà al convegno sulla nonviolenza promosso dal Movimento Nonviolento il
prossimo fine settimana. "Non tanto per la coincidenza del congresso dei
Radicali Italiani", spiega. "Mi dolgo della scorrettezza grave per cui ancora
oggi vedo agenzie di stampa nelle quali si continua a millantare un dibattito
che in realtà non c'è. E non c'è perché non accetto che il Movimento
Nonviolento, fatto da compagni e compagne stimabilissimi ma nei quali
sicuramente - per venti anni - la nonviolenza radicale non ha avuto modo di
riconoscersi, mi consideri parte di questo dibattito. Semmai avremo nel
congresso radicale un momento dedicato alla riflessione sul punto nel quale si
trova la lotta della nonviolenza politicamente organizzata nel mondo e in italia
attrraverso il Partito Radicale Transnazionale e gli altri soggetti radicali",
conclude Pannella.
Roma, 23 ottobre 2004
Il comunicato del Movimento Nonviolento
I nonviolenti cercano il dialogo, Pannella risponde col monologo.
Marco Pannella ha affidato ad un comunicato stampa la motivazione del suo
rifiuto a partecipare ad una tavola rotonda sui temi della nonviolenza con
Bertinotti e Pecoraro Scanio, promossa dal Movimento Nonviolento in occasione
del XXI Congresso che si sta svolgendo a Gubbio dal 29 ottobre al 1 novembre.
In una nota del 23 scorso risulta questa dichiarazione di Pannella: "In quel
convegno, di quella parte di nonviolenti che forma il Movimento Nonviolento, con
la M e la N maiuscola, da decenni non ero più invitato, come tutti gli altri
radicali, colpevole forse di nonviolenza gandhiana politica, manifesta, esposta
tutti i giorni ad attacchi. Un mese fa ho ricevuto un invito con questo testo:
'Parleranno Pannella, Bertinotti e Pecoraro Scanio quali leader di movimenti o
di soggetti politici apertisi alla nonviolenza'. Il testo e il contesto sono
stati tali da indurmi subito a dire agli organizzatori - a Mao Valpiana - ed a
reiterarlo in altre occasioni - che non sarei andato". Torto nostro
evidentemente, da ciò i reiterati rifiuti, è stata l'insistenza affinché
riflettesse su quel rifiuto e sulla sua motivazione. Che Pannella sia stato
discriminato, "come tutti gli altri radicali, colpevole forse di nonviolenza
gandhiana politica, manifesta, esposta tutti i giorni ad attacchi" è cosa che
non sta né in cielo né in terra. Marco Pannella, inoltre, chiarisce dai
microfoni di Radio Radicale che non parteciperà al convegno sulla nonviolenza
promosso dal Movimento Nonviolento "Non tanto per la coincidenza del congresso
dei Radicali Italiani... ma perché non accetto che il Movimento Nonviolento mi
consideri parte di questo dibattito. Semmai avremo nel congresso radicale un
momento dedicato alla riflessione sul punto nel quale si trova la lotta della
nonviolenza politicamente organizzata nel mondo e in Italia attraverso il
Partito Radicale Transnazionale e gli altri soggetti radicali". Riteniamo
anche noi che ci sia davvero da riflettere su una nonviolenza che ha portato i
radicali da posizioni antimilitariste fino a giustificare anche recenti
interventi armati dell’amministrazione americana, ad invocare le operazioni
militari croate, a sostenere la politica del governo Sharon. Tuttavia un passato
di collaborazione forte su vari temi ed obiettivi, alcune attenzioni e campagne
che condividiamo, il costante richiamo dell’effige di Gandhi, ci avevano indotto
ad invitare Pannella, nonostante profonde differenze di valutazione che nei
nostri Congressi, documenti, dibattiti, non abbiamo mai nascosto, tanto da
chiedere, ed ottenere, nel 1999, l’espulsione del Partito Radicale dalla War
Resisters International (l’internazionale dei resistenti alla guerra, che
raggruppa organizzazioni nonviolente di tutto il mondo). Auguriamo la miglior
riflessione e capacità di proposta al Partito Radicale, con la P e con la R
maiuscola, sul tema fondamentale del "punto nel quale si trova la lotta della
nonviolenza politicamente organizzata nel mondo e in Italia". È quello che ci
sforziamo di fare anche nel nostro Congresso, consapevoli dei nostri limiti,
delle responsabilità che ci assumiamo, del fatto che non siamo né i migliori né
i soli, ma che qualcosa si fa, e molto può essere fatto, dalla nonviolenza e per
la nonviolenza, se i soggetti che a questa si richiamano hanno una seria
attitudine di confronto e scelgono, almeno tra loro, la strada della
"persuasione" e non della "retorica". Noi, che non ci diciamo nonviolenti, e
tantomeno nonviolenti radicali, ma al più, come suggeriva Aldo Capitini, amici
della nonviolenza, rivolgiamo il nostro augurio al Congresso del Partito di
Pannella. Se possiamo permetterci di dare un consiglio, riflettano i radicali
sulla china discendente che è iniziata con l’abbandono della politica di
movimento, aperta, e l’assunzione dell’esclusivo fronte istituzionale, da
partito personalizzato, chiuso. Cercavamo e cerchiamo un dialogo, ma
evidentemente Pannella preferisce il monologo.
Nel febbraio di quest'anno si è tenuto a Venezia un Seminario del Partito
della Rifondazione Comunista, intitolato “Agire la nonviolenza”, nel quale largo
spazio si è dato al confronto con le elaborazioni del nostro Movimento. In
quell'occasione Bertinotti è stato invitato a partecipare, in forme che si
sarebbero poi definite, ad un'iniziativa per il nostro Congresso, per il quale
data e luogo già erano fissati, Bertinotti aveva prontamente aderito. L'anno
prima, a Livorno, si era svolto un incontro nazionale, I Verdi ascoltano, di
approfondimento, sempre sui temi della nonviolenza , al quale avevamo
partecipato con impegno. Da ciò l'idea di un confronto al quale fosse invitato
anche Pecoraro Scanio. Le adesioni di Bertinotti e Pecoraro Scanio erano venute
personalmente, ma poi sono state ritirate, e sostituite da altre presenze,
Patrizia Sentinelli di Rifondazione e Angelo Bonelli dei Verdi, che
ringraziamo. Ribadiamo la nostra volontà di dialogo e di confronto anche con
i partiti che guardano con interesse all’esperienza nonviolenta.. L'esito
della tavola rotonda che, in questo spirito abbiamo promossa. ci dice almeno
quanto lungo è il cammino. In questo senso non ha mancato il suo compito di
introduzione al Congresso.
Cari amici, con grandissimo dispiacere non posso essere a Gubbio con Voi,
come invece vorrei, e debbo affidarmi a questo messaggio scritto. Cercherò
dunque di sintetizzare, in poche righe, quello che avrei voluto dire a voce,
dunque con il calore proprio di una comunicazione orale, e tra persone che
possono guardarsi direttamente l'una con l'altra. Prima di tutto,
permettetemi un accenno di carattere personale. Io non sono "nato" nonviolento,
per così dire. La nonviolenza non sta nel mio Dna. Sono nato in una famiglia che
aveva nel suo orizzonte valoriale la Resistenza e la guerra partigiana. Mio
padre, a cui debbo buona parte della mia formazione etico-politica, aveva
incominciato il suo percorso esistenziale come ufficiale di carriera. Aveva
creduto nell'esercito. Era partito per la guerra, per quella guerra tremenda che
fu la spedizione di Russia - come ripeté più volte -, "per vincerla". E quando
si accorse del terribile inganno che il fascismo aveva imposto a lui, e a
centinaia di migliaia di poveri cristi meno privilegiati di lui, contadini delle
nostre vallate, ragazzi strappati ai campi e gettati nell'orrore di una guerra
spaventosamente ingiusta, aveva cercato il riscatto in un'altra guerra, salendo
in montagna. Guadagnandosi il rispetto di sé con un fucile in mano, come la
migliore gioventù del suo tempo fece. Non l'ho mai sentito fare non dico
l'apologia, ma neppure la difesa della guerra, di qualunque guerra, anche di
quella che aveva combattuto con convinzione. Era uno strano "guerriero": un
guerriero che aveva imparato a odiare la guerra per averla conosciuta fino in
fondo, nei suoi orrori. Per come - ripeteva spesso - trasforma gli uomini, anche
i migliori, in bestie. E tuttavia - ripeteva anche questo, senza esitazioni -
non ripudiava nulla di quella scelta liberamente fatta. L'avrebbe ripetuta senza
esitazioni, anche se - e questo è un altro tratto tipico di quella generazione -
aveva combattuto nella convinzione che quella che stava facendo sarebbe stata
l'ultima guerra. Che si combatteva una guerra per mettere fine a tutte le
guerre. Dunque, come dire?, un disgusto morale, antropologico, vorrei dire,
per la violenza, ma non ancora l'assunzione senza se e senza ma della
nonviolenza. Un estremo rispetto e una stima incondizionata per uomini come Aldo
Capitini - che conobbi dalle parole di mio padre come riferimento etico e
modello politico -, ma nello stesso tempo un'accettazione condizionata della non
violenza, come opzione da praticare fintanto che ciò fosse possibile. Come
alternativa virtuosa, ma parziale, non universalizzabile. Né la mia
iniziazione alla politica, consumata come per quasi tutti quelli della mia
generazione, nel Sessantotto, avvenne all'insegna della nonviolenza attiva e
assoluta. Tutt’altro. Il primo volantino che scrissi era intitolato “Guerra alla
guerra” (un ossimoro, per molti versi). Marciavamo nelle strade contro la guerra
del Viet-nam, ma gridando (oggi ci accorgiamo quanto superficialmente) "vietcong
vince perché spara". Eravamo confusi: pacifismo politico, bellicismo
esistenziale. O viceversa, non saprei. Certo allora la contraddizione tra le
parole d'ordine radicalmente pacifiste che pronunciavamo e i mezzi con cui
ritenevano necessario affermare principi indiscutibili di giustizia non ci
preoccupava. Anzi, in qualche misura ci esaltava, quasi che la durezza delle
forme di lotta fosse garanzia di radicalità delle soluzioni proposte, o comunque
l'unico atteggiamento possibile di fronte alla portata estrema e mortale dei
problemi. Leggevamo Gunther Anders e Franz Fanon senza porci il problema della
compatibilità delle tesi dell'uno o dell'altro. Ammiravamo Gandhi e Malcom X,
come qualche anno prima ci eravamo affidati al mito incrociato di Kennedy e di
papa Giovanni, senza interrogarci troppo a fondo sulle differenze etiche e di
comportamento tra loro. Vivevamo un tempo di mezzo, il compimento del Novecento
e la sua imminente fine, spaccati tra due universi di valori diversi anche se
non necessariamente contrapposti, relativamente inconsapevoli di tale
natura. L'approdo alla nonviolenza, dunque, è stato per uno come me - ma
potrei dire: come molti di "noi", generazionalmente segnati - una conquista
complessa, persino tormentata. L'esito di un percorso a zig zag, di una serie di
confronti con eventi e rotture storiche non facili da decifrare. Il prodotto di
emotività e di ragionamento, non sempre felicemente coordinati tra loro.
L'emotività prodotta dalla catena di eventi che hanno definitivamente chiuso il
"secolo breve". Il ragionamento, faticoso - perché pochi dei maestri di ieri ci
aiutano in questa delicata traversata -, sulla portata della cesura storica
consumatasi. Sul carattere per molti versi inedito del tempo che stiamo vivendo,
e sul sistema di "mezzi" adeguati ai fini e ai problemi che questo tempo nuovo
ci pone di fronte con perentorietà. Per dirla con una frase: alle ragioni
universali che militano da sempre per la nonviolenza e che hanno fino a ieri
prodotto la scelta in questa direzione da parte di un piccolo gruppo di
"persuasi" (per usare un termine di Aldo Capitini), determinati da una ragione
che assomiglia assai alla Fede; a questo tipo di ragioni, dicevo, che potremmo
definire "assolute", si aggiungono ora altre - e clamorose - ragioni, più
relative, forse, più datate storicamente, ma non meno forti, che dovrebbero
muovere in questa direzione anche "gli altri", i "perplessi" (per ricorrere
ancora a Capitini), quelli come me, in sostanza, che ci arrivano tardi, e fanno
fatica a utilizzare il codice non-violento per giudicare tutte le esperienze
storiche. Che stentano ad assegnare, per così dire, valore retroattivo alle sue
norme fino a determinare, alla sua luce, il giudizio storico ed etico su eventi
come la seconda guerra mondiale, o la Resistenza armata, o le lotte di
liberazione di molti popoli nella seconda metà del secolo scorso. Ma che, nel
contempo, sono giunti alla convenzione che oggi la riproposizione della violenza
come mezzo di sostegno alle ragioni degli oppressi, dei deboli e dei poveri, dei
traditi nel bisogno di giustizia e dei vinti di sempre, è del tutto
improponibile. Quale che sia la grandezza della causa con cui la si giustifica.
Quale che sia la grandezza dell'ingiustizia contro cui ci si batte. Alla base
di questa convinzione - devo confessare: "nuova" per me -, metterei, per essere
sintetico all'estremo, una categoria, o meglio una serie di categorie e una
linea di ragionamento, di Ernesto Balducci. Quel passaggio d'epoca che egli
definisce attraverso la transizione dall' "uomo delle tribù" all' "uomo
planetario". E che trova il proprio fondamento essenziale (ontologico, direbbero
i filosofi) nella scoperta della fragilità estrema del nostro mondo. Del
carattere totalmente "esposto", precario, incerto, della specie umana. La nostra
"fragilità creaturale", come la chiamava, nell'epoca in cui la tecnica ha messo
a disposizione dell'umanità mezzi di distruzione tanto potenti ed estremi, da
rendere concepibile e possibile, per la prima volta nella storia universale, la
distruzione radicale dell'umanità per opera dell'umanità stessa. Questo è il
primo frutto avvelenato - ma anche portatore di possibilità inedite - che il
Novecento ci ha donato. Che il secolo scorso ha prodotto (Hiroshima, Nagasaki,
la minaccia concreta dell'olocausto atomico), e che ha anche segnato, in buona
misura la sua fine. Il necessario superamento delle categorie portanti della sua
morale e della sua politica. Il necessario rovesciamento, o ridefinizione, di
tutti i valori. Il Pianeta, nel XX secolo, si è unificato all'insegna del
rischio planetario. E' un dato, che la nostra coscienza non ha metabolizzato a
sufficienza. Né il percorso di è arrestato lì: all'equilibrio del terrore che
quell'innovazione mortale aveva prodotto si è aggiunto, pochi decenni più tardi,
la disseminazione possibile; pratica del terrore, che l'apertura del vaso di
Pandora della distruttività, e l'accessibilità a strumenti di distruzione di
massa non più solo da parte di poche (tendenzialmente due) "grandi potenze", ma
da parte di una folla crescente di "soggetti", statali e no, pubblici e privati,
politici o criminali. E' entrata in crisi allora l'idea stessa di politica che
aveva dominato quasi quattro secoli di modernità: il paradigma politico fondato
sulla forza. Sull'idea che il monopolio della forza (o meglio della violenza)
potesse produrre l'ordine e la pace sociale tra gli uomini. Che dal male,
monopolizzato dai grandi Leviatani, potesse scaturire un bene per i sudditi: la
fine della paura, la tutela della vita, la fine del disordine. Nel nuovo
mondo in cui siamo da poco entrati, il male, anche se monopolizzato, non fa che
riprodurre su scala allargata il male stesso. La violenza, maneggiata dai vecchi
leviatani, non fa che moltiplicare la paura, l'incertezza, il disordine e lo
stato permanente di guerra. E' il primo passo, del percorso mentale di molti
"perplessi" di ieri verso la persuasione nelle ragioni strategiche della non
violenza. A cui se ne aggiunge un secondo: la constatazione del carattere
asimmetrico delle grandi contrapposizioni che dividono e spezzano lo spazio
unificato globale - il nostro nuovo "spazio sociale" -: l'accumulo di potenza
estrema e distruttiva a un polo, la disseminazione di debolezza e povertà
all'altro. Una condizione che rende impossibile, oggi, il confronto tra i due
universi, fondato sul mezzo arcaico della forza. Immaginare oggi il confronto
globale come un "rapporto di forza" (non voglio neppure dire un confronto
militare, o bellico) significa ipotizzare che la parte più debole di esso
impieghi, nel conflitto, mezzi estremi, come il terrorismo, la tecnica kamikaze,
la rappresentazione simbolica estrema del sacrificio proprio e altrui,
assimilandosi all'immagine stessa del proprio "nemico". Facendosi simile e
talvolta peggiore di esso. Soprattutto perdendo se stesso. La propria identità.
La possibilità di candidarsi alla definizione dei criteri e delle regole
fondamentali dei una società davvero "planetaria". Approdare alla
nonviolenza, oggi, vuol dire, per uno come me, il riconoscere la necessità di un
salto estremo - culturale, politico, addirittura, oserei dire, antropologico,
relativo cioè alle forme elementari del comportamento umano - per adeguarci alle
caratteristiche del mondo che - anche attraverso la violenza estrema del secolo
scorso - abbiamo contribuito a creare. E' in qualche misura, l'unica forma di
agire collettivo capace di permetterci di superare le contraddizioni in cui ci
siamo avvolte, ma anche per cogliere appieno le potenzialità che la situazione
storica attuale pure contiene. Sta a noi scegliere se, prolungando la logica
distruttiva dell'"uomo delle tribù", prepareremo la nostra futura invivibilità e
barbarie, o se, assumendo il profilo alto dell'"uomo planetario" vorremo
lavorare a quell'altro mondo possibile che già, nella nebbia, intravvediamo. E
la scelta passa, non c'è dubbio, per la porta stretta, ma inevitabile,
dell'opzione nonviolenta. Per questo, cari amici, vi auguro di cuore buon
lavoro. Perché dal vostro lavoro dipende molta parte del nostro domani.
Carissimi amici del Movimento Nonviolento, non potendo essere fisicamente
con voi al Congresso , desidero farvi avere i miei saluti e auguri di buon
lavoro, sia come singolo iscritto al movimento da ormai 22 anni, sia a nome di
tutto il MIR, di cui ricopro indegnamente la carica di Presidente. La
fratellanza, e la comunanza di intenti dei nostri movimenti è testimoniata,
oltre che dai molti iscritti con doppia tessera, come il sottoscritto, da una
storia di azioni comuni, campagne, attività che ci hanno visto sempre insieme,
talvolta in rapporto dialettico, ma sempre accomunati dall’immane sforzo di
portare la nonviolenza nella cultura, nella politica, fin nella vita di tutti i
giorni della gente. Sforzo quasi impossibile, vista la sproporzione tra la
difficoltà dell’obbiettivo e la piccolezza dei nostri movimenti. Eppure
quanto cammino è stato compiuto! Ricordo ancora la commiserazione con cui da
giovane studente sessantottino guardavo uno sparuto gruppetto di studenti che si
definivano ‘nonviolenti’: già! Negli anni ’60 i nonviolenti erano considerati
dei folli, del tutto al di fuori del mondo! Oggi grazie all’azione di
Capitini, di Vinay, di Sereno Regis, di don Milani, di don Sirio, e di tanti
altri noti o meno noti, e grazie anche alla presenza dei nostri pur piccoli
movimenti la nonviolenza è uno dei temi del dibattito politico culturale; vi è
una ricerca, soprattutto da parte dei movimenti ‘alternativi’, verso di essa, è
considerata metodo d’azione di molti movimenti; insomma non siamo più i soli a
parlare di nonviolenza, il cerchio, forse non tanto dei persuasi, ma certamente
dei cercatori di essa si è allargato parecchio. Se comunque questo è un
risultato notevole raggiunto, non tutto certamente merito nostro, ora si aprono
prospettive ulteriori ma anche problematiche nuove: se infatti negli anni ’70 e
’80 i nostri 2 movimenti erano pressochè gli unici a definirsi e a praticare la
nonviolenza (c’era anche il partito radicale, ma ha considerato sempre la non
violenza come tattica politica, mai come stile di vita, e comunque dopo ha preso
una strada del tutto diversa dalla nostra), oggi ci troviamo un’area abbastanza
vasta , in parte al di fuori dei nostri movimenti, che pur tuttavia fa una
ricerca seria e sincera per la nonviolenza: si va dalla rete Lilliput (area a
noi contigua e in cui siamo comunque immersi), a gruppi e associazioni
cattoliche, movimenti alternativi, partiti politici Ecco che a noi si
presenta il difficile compito di mettere al servizio di quest’area la nostra
esperienza , la nostra storia la nostra cultura senza però far pesare la nostra
primogenitura; dovremmo stare attenti ad evitare di cadere in quello che
chiamerei il complesso del ‘popolo eletto’; dobbiamo interagire con tutta
quest’area puntando ad offrire un punto di riferimento, valorizzando tutto ciò
che c’è di buono attorno a noi, cercando di metterci in rete con tutte queste
esperienze, pungolando anche ad una sempre maggiore coerenza, mentre dobbiamo
evitare di chiuderci in noi stessi, ritenendoci gli unici depositari della
‘ortodossia’ nonviolenta, limitandoci ad impartir lezioni agli altri. Non è un
compito facile! Questo compito dobbiamo condurlo insieme, cercando di
rafforzare i legami tra di noi; mi sembra di notare che ultimamente si sia
allentata l’abitudine a trovarsi insieme; un po’ per pigrizia un po’ perché le
occasioni di incontro in altri ambiti: vuoi la rete Lilliput o la rete Corpi
Civili di Pace, sono aumentate, fatto sta che Mir e MN rischiano di proseguire
su strade parallele, che vanno nella stessa direzione, ma non si incontrano tra
di loro. Sarebbe opportuno avere anche dei momenti di dibattito nostri, dei 2
movimenti storici della nonviolenza organizzata. Forse l’ipotesi fatta alcuni
anni fa di una federazione dei nonviolenti è un po’ superata, ma andrebbe
focalizzato tra di noi un impegno comune su 2 o 3 obiettivi su cui concentrare
gli sforzi insieme. Io oggi vedo una grossa opportunità nella triade Corpi
Civili– commissione Difesa Popolare Nonviolenta- Servizio Civile Volontario; le
tre cose sono legate e possono costituire la vera alternativa all’esercito
comune europeo. Lavorando ad un progetto che veda nei corpi civili di pace la
prima forma di realizzazione della dpn, usando il servizio civile volontario a
suo sostegno potremmo fare dei grossi passi avanti; e questo è un lavoro in cui
non saremmo soli. Un altro campo di impegno è la ripresa della costruzione
di una rete di Gruppi di Azione Nonviolenta, o comunque li si voglia chiamare;
dovrebbe esserci un gruppo di azione nonviolenta dovunque ci sia un gruppo Mir o
MN (non è così purtroppo) oltre che dove c’è un nodo lilliput; questa dovrebbe
essere la nostra proposta pratica di resistenza nonviolenta, alternativa alle
forme di lotta più o meno violente; certo occorrerebbe che questi gruppi non si
limitassero a costituirsi o a fare formazione, pur importante, ma facessero,
anzi stimolassero, azioni dirette nonviolente. Un terzo campo di impegno è
quello delle reti di economia solidale: già ne stanno nascendo in varie parti
d’Italia; io vedo in queste, oltre alla messa in pratica dei nostri discorsi
sull’economia nonviolenta, anche il salto qualitativo dai gruppi di acquisto e
dai produttori alternativi, al distretto economico solidale, gli embrioni di una
alternativa economica che esca dalla nicchia di testimonianza. L’ho sparata
troppo grossa? Può darsi, ma solo chi è capace di sognare può cambiare il
mondo. Esistono tante altre attività che facciamo e che bisogna continuare a
fare, ma queste le trovo emblematiche: l’alternativa alla guerra e alla politica
estera della forza, la partecipazione diretta alla politica che è anche
resistenza ai tentativi di svuotare del tutto la democrazia (oggi secondo me
siamo in piena emergenza democratica: dobbiamo pur offrire una alternativa ai
movimenti sviluppatisi in questi anni, che non sia la rassegnazione o la
disperazione), l’alternativa ad una economia sempre più in crisi. Penso che
il compito principale dei nonviolenti oggi sia di far vedere che l’alternativa è
possibile, e questo lo si può fare solo costruendola e facendola toccare con
mano Come vedete si tratta di compiti ancora una volta al di là delle nostre
forze; ma ciò che sembra impossibile a volte diventa realizzabile, occorre
crederci! Un caro saluto di pace e un augurio di buon lavoro, sperando di
poter avere l’occasione di incontrarci presto.
Il rapporto tra nonviolenza e politica è mediato dal potere. Ma ci sono molti
modi di intendere sia la politica sia il potere. Nella tradizione dominante
della teoria del cosiddetto realismo politico (che in realtà è ben poco
realista) vale quanto sostiene C.Wrights Mill: “tutta la politica è una lotta
per il potere; la forma estrema del potere è la violenza” (citato da Ekkehart
Krippendorff, a pag. 69 del suo importantissimo saggio, Critica della politica
estera, Fazi, Roma 2004, al quale farò ampiamente riferimento). E la politica, a
sua volta, è intesa sia come politica estera sia come politica interna. In
entrambi i casi, la nascita dello stato moderno avviene attraverso la
centralizzazione, il monopolio, del potere inteso come dominio e uso della
violenza attraverso lo strumento militare (eserciti all’esterno, forze di
polizia all’interno, ma quando occorre sono strumenti intercambiabili). Una
visione politica della nonviolenza non può quindi fare a meno di confrontarsi
criticamente con le varie forme e concezioni di potere. Già Kant distingueva tra
la falsa politica, quella che secondo Machiavelli si propone come “scienza del
dominio” per acquisire e mantenere il potere, ma che inevitabilmente si deve
confrontare anche con la perdita del potere, e la “vera politica”, che “non può
fare alcun passo senza aver prima reso omaggio alla morale” (vedi Krippendorff,
pag. 68). Possiamo analizzare le strutture di potere mediante il seguente
schema.
azione diretta nonviolenta potere di tutti (Capitini)
potere dal basso (nonviolento, di liberazione
Come abbiamo già detto, il potere dall’alto è un potere di dominio e la
guerra altro non è, parafrasando Clausewitz, che “la prosecuzione della politica
estera con altri mezzi”, ovvero mediante gli eserciti (Krippendorff, p.31). Ma
l’intreccio tra la politica, così come è comunemente intesa dai realisti, e la
guerra è talmente perverso che si può anche ribaltare la massima clausewitziana
sostenendo, con Foucault, che “la politica è la prosecuzione della guerra con
altri mezzi”. Oggi più che mai vediamo come le quattro forme classiche di potere
(politico, economico, militare e culturale) siano così intrecciate e
centralizzate nelle mani di ristrette elite che la formula più corretta è quella
usata sin dagli anni ’60 nientemeno che da un generale nonché presidente degli
Stati Uniti, Eisenhower, che denunciò il pericolo del nascente “complesso
militare-industriale” cresciuto ai giorni nostri sino a diventare complesso
militare-industriale-scientifico-mediatico. Il potere dal basso, esercitato
mediante la lotta nonviolenta, può assumere la forma individuale di
testimonianza e di azione diretta oppure quella collettiva di people’power che
si è manifestata più volte nel corso della storia, come è ampiamente
documentabile. In entrambi i casi si deve attivare un processo di empoewrment,
riacquisizione di potere personale e collettivo, che permetta di avviare un
circolo virtuoso di fiducia e di lotta (vedi John Friedman, Empowerment. Verso
il potere di tutti, Edizioni Qualevita, Torre dei Nolfi 2004). Ma il potere dal
basso può basarsi anch’esso sulla violenza e l’imposizione, secondo la formula
maoista che “il potere sta sulla canna del fucile”. Ma questa massima può essere
resa in forma nonviolenta sostenendo che “il potere sta sulla canna della bici”,
ovvero su un modello di sviluppo e uno stile di vita autenticamente sostenibili,
su tecnologie appropriate (di cui la bici è il prototipo per eccellenza) e sulla
capacità di trasformazione nonviolenta dei conflitti, dal micro al macro (DPN,
difesa popolare nonviolenta). Il potere centralizzato è oggi reso ancora più
temibile dalla tecnoscienza, piegata agli interessi di pochi (armi nucleari e di
distruzione di massa; tecnologie di condizionamento, propaganda e manipolazione
mediatica; fonti energetiche ad alta potenza; biotecnologie utilizzate per
espropriare saperi millenari e creare dipendenza). Ma al tempo stesso non
dimentichiamo che la formula machiavellica del potere prevede anche che prima o
poi i potenti cadano e tramontino. Così come è avvenuto nel 1989, quando il
people’power dimostrò in pieno la capacità di sconfiggere senza colpo ferire
quello che la propaganda statunitense considerava l’”impero del male”, anche il
falso “impero del bene”, quello degli USA, non gode di buona salute. L’analisi
svolta da Galtung è quanto mai illuminante e ne prevede la fine entro i prossimi
quindici anni, accelerata dalla rielezione di Bush (vedi: The Fall of the US
Empire, www.transcend.org ). Compito della nonviolenza politica è di sostenere,
contro ogni propaganda e falsa evidenza, che “esistono alternative”, che “il re
è nudo” e che la nonviolenza è la strada più efficace per costruire i tanto
agognati nuovi mondi possibili. Ma questo comporta l’assunzione in pieno di
responsabilità, di capacità progettuali, di grande lungimiranza, continuità di
azione e di elaborazione, superamento creativo dei conflitti interni ai
movimenti e della loro deleteria frammentazione, dei particolarismi, delle
idiosincrasie personali e delle beghe da cortile. Proviamo a immaginare, a
mo’ di esercizio, ma senza alcuna pretesa di esaustività, quale potrebbe essere
un programma politico che si richiami alla nonviolenza, quello che Gandhi
chiamava il “programma costruttivo” e chiediamoci anche qual è il soggetto, o i
soggetti, che possono proporlo, sostenerlo e realizzarlo e con quali
modalità. Secondo l’analisi di Luigi Bonanate (La politica internazionale tra
terrorismo e guerra, Laterza, Bari 2004) nell’ultimo decennio la politica estera
è sempre più diventata “politica interna del mondo” ed è difficile distinguere
tra interno ed esterno. Comunque sia, in politica estera, intesa in senso
tradizionale, possiamo ravvisare due principali priorità. La prima è la riforma
delle Nazioni Unite in senso popolare, assembleare, democratico, come proposto
da vario tempo nelle sedi e dagli autori più autorevoli. La seconda è la
progettazione della transizione dall’attuale modello di difesa, aggressivo,
offensivo, funzionale alla guerra e che produce insicurezza, alla DPN. La fase
intermedia di questa transizione (transarmo) vedrà convivere forme di difesa
difensiva (ancora militare) con la nascente DPN e con la costituzione dei Corpi
Civili di Pace (CCP), di cui già oggi esistono molteplici esempi spontanei, dal
basso, coordinati dalla Rete dei CCP (www.reteccp.org ). Ma politicamente,
questo significa riduzione programmata delle spese militari, riconversione
dell’industria bellica e degli eserciti. E’ la tanto auspicata politica minima
del “5%”. Ogni anno, per un’intera legislatura, e poi per quelle a venire,
occorre programmare in termini quantitativi e non solo con l’aria fritta della
retorica della pace un diverso uso delle risorse economiche. Oggi stiamo andando
esattamente in senso opposto. E questo vale tanto per l’Italia quanto per l’UE,
che dovrebbe scegliere la strada del transarmo e della neutralità. Sul piano
della politica interna, individuiamo almeno tre principali priorità. Primo,
progettare la transizione dall’attuale modello di sviluppo ad alta intensità
energetica e di potenza, con un impatto ambientale insostenibile, a un modello a
bassa potenza, centrato sull’uso di fonti energetiche rinnovabili, sul risparmio
e l’efficienza energetica e su uno stile di vita ispirato alla semplicità
volontaria e alla gioia di vivere e alla felicità che ne deriverebbero. Anche in
questo caso, uscire dall’aria fritta significa programmare di anno in anno la
riduzione del 5% dei consumi di combustibili fossili e l’incremento di fonti
alternative. Il recente lavoro di Hermann Scheer (Il solare e l’economia
globale, Edizioni Ambiente, Milano 2004) è l’esempio più concreto di tale
possibilità e dovrebbe diventare un manuale di studio per ognuno di noi. Il
secondo punto riguarda la promozione e diffusione della cultura della
nonviolenza in ogni campo: da quello mediatico a quello educativo, da quello
accademico (con la rottura dei paradigmi dominanti) a quello dell’immaginario
collettivo (artistico, musicale, progettuale, urbanistico). Questa è un’azione
capillare che abbiamo cominciato anni fa e continua in un leggero crescendo, ma
occorre farne una priorità soprattutto nei confronti di quella stragrande
quantità di cittadine e cittadini che attendono un messaggio chiaro per uscire
dall’apatia. Terzo, la qualità delle relazioni interpersonali, di genere,
intergenerazionali. Il vecchio slogan femminista “il personale è politico” è
quanto mai attuale: senza “l’altra metà del cielo” non si fa nessuna rivoluzione
nonviolenta. In questo campo siamo di fronte al “potere senza volto” del
maschilismo, delle strutture violente ereditate dal passato. Sono forme di
potere, come quello della mafia e del capitalismo (non a caso intrecciate al
maschilismo) contro le quali è più difficile lottare rispetto alle situazioni in
cui il potere ha un volto ed è concentrato in gruppi più facilmente
identificabili. Infine, bisogna passare all’azione con maggiore incisività:
moltiplicare la presenza attiva dei GAN (gruppi di azione diretta nonviolenta),
investendo quanto basta nell’addestramento all’azione diretta nonviolenta;
rilanciare e sostenere ogni forma di obiezione di coscienza (alle spese militari
e per la dpn, alla ricerca militare, al lavoro nell’industria bellica, al
servizio militare trasformando i soldati in refusnik); appoggiare le campagne di
boicottaggio come forme di autentica disobbedienza civile (e non solo sociale
e/o incivile) all’insegna di parole come: diserta i supermercati; diserta le
autostrade; diserta la TV. Tempo fa mi fu posta una domanda imbarazzante e
intelligente: “Da quanto tempo non andate in carcere?”. L’efficacia dell’azione
nonviolenta si misura anche dal grado di fastidio che si riesce a dare al potere
costitutito. La vera disobbedienza civile, di Gandhi e Martin Luther King, si
svolgeva all’insegna della parola d’ordine “riempire le carceri”. Chi prende
l’iniziativa guida il gioco, e se non la prendiamo noi la prenderanno altri,
prima o poi. Ed è probabile che se non si vedono o non si conoscono le tecniche
e i metodi dell’azione nonviolenta si ricorra tout court alle scorciatoie
dell’azione diretta violenta. E il soggetto? Siamo noi nel senso più ampio,
con una grande responsabilità dei movimenti, formali e informali, dell’area
nonviolenta a trasformare i lillipuziani in una forza resistente organizzata e
non in una generica armata brancaleone. Ma su tutti questi punti occorrerà
ritornare e meditare a lungo in quelli che proporrei di chiamare “laboratori
creativi di nonviolenza politica”, simili ai COS di caspitiniana memoria, ma
aggiornati ai tempi nostri, affamati di partecipazione, ricchi di esperienze, ma
ancora poveri di capacità operativa.
“Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi” Bertold Brecht
A due giorni dalla Festa delle Forze Armate, istituita dal fascismo per
trasformare le vittime della prima guerra mondiale in eroi coraggiosi che si
immolavano per la Patria, il GAN -Gruppo di Azione Nonviolenta di Rovereto,
associato al Comitato per la Pace e i Diritti Umani- ha voluto ricordare con un
monumento le gesta di quei 470.000 uomini che nella prima guerra mondiale non
obbedirono alla chiamata alle armi. Alla presenza dell’avvocato ed ex-partigiano
Sandro Canestrini è stata tolta la grande bandiera arcobaleno posata ai piedi
del monumento marmoreo costruito dal GAN. Il momento dell’inaugurazione è stato
accompagnato dalle note della canzone di B. Vian “Il disertore” cantata da Ivano
Fossati. Presenti al momento più di cento persone che si sono avvicinate ad
ammirare la bellezza di un’opera dal valore altamente umano. Sandro Canestrini ,
presidente del Movimento Nonviolento, ha ricordato i testimoni di Geova, “che
per religione non fanno il servizio militare”, e i ventimila soldati tedeschi
“che hanno abbandonato la guerra per non obbedire agli ordini assassini di
Hitler”. L’avvocato ha invocato “una benedizione della diserzione di chi non
vuole combattere per fare altri morti”.
Sulla facciata principale rimangono incise le impronte lasciate dal disertore
che togliendosi la divisa, scarponi ed elmetto è sceso per diventare un uomo
libero. Tra le scritte scolpite sulle facciate rimangono di forte richiamo
“Quando lo Stato ti insegna ad uccidere si fa chiamare patria” e “L’eroe non è
chi è forte con i deboli ma il debole che diserta i forti”. Il messaggio è
forte, originale e deciso come pure l´invito all´obiezione di coscienza e a
quella fiscale alle spese militari. Per un paio d´ore la gente si è fermata ad
ascoltare, ha curiosato quello strano monumento ad una categoria che nella
storia è sempre stata bollata come traditrice. Nonostante i molti apprezzamenti
arrivati al Gan, il monumento rimarrà a Rovereto ma senza una collocazione fissa
in quanto nella “città della pace” sembra non esserci cittadinanza per la figura
del disertore. All’azione sono seguite alcune polemiche da parte del direttore
del Museo Storico di Rovereto, che ha voluto fare dei distinguo tra chi si
prende la responsabilità di disertare e chi diserta per semplice codardia. A
rispondere è Marco Zandonai del GAN di Rovereto secondo cui “per certe persone a
volte è difficile spogliarsi della divisa dello storico e per deformazione
professionale si vedono solo le impronte e le si analizzano per poterle
catalogare: orme di uomo a passo fiero con ideali nobili, orme di uomo a passo
fuggitivo codardo e opportunista, orme di uomo…”.
L’iniziativa ha riscosso un buon successo grazie anche al seguito mediatico
locale e nazionale con un intervista a “Radio Due” nella trasmissione
“Caterpillar”. Durante il pomeriggio si sono raccolte centinaia di firme per la
Campagna “Sbilanciamoci” che chiede tra le altre cose la riduzione alle spese
militari di 'almeno il 10% delle spese militari nel 2005', per arrivare ad una
riduzione del '50% nel 2010”. Questo in un momento in cui per il 2005 si prevede
un incremento del 6,5% rispetto all'anno precedente, dove solo il capitolo sul
personale in ferma prefissata è passato da 807 milioni di euro a 994 milioni di
euro, con un salto in avanti del 23,1%. Un impegno quello del Gruppo roveretano
che continuerà coinvolgendo la città sui percorsi di riflessione e ed azione
verso una difesa popolare nonviolenta. Il monumento rimane disponibile per i
gruppi nonviolenti che vogliono ricordare il valore di un gesto compiuto da
uomini che hanno abbandonato le armi per diventare uomini liberi. Informazioni
sulle prossime “tappe del disertore” saranno pubblicate sul sito
www.ostinatiperlapace.org e su www.retegan.net che seguono le gesta dei vari
Gruppi di Azione Nonviolenta che si sono costituiti in numerose città
d’Italia.
ULTIMA NOTIZIA: Alleanza Nazionale di Rovereto ha presentato un esposto alla
Procura della Repubblica nei confronti di Andrea Trentini del Gan, l’avvocato
Sandro Canestrini, il poeta Alberto Sighele e l'assessore Corrado Corradini per
"istigazione di militari a disobbedire alle leggi" in base all'articolo 266 del
codice penale. Il Movimento Nonviolento ha espresso piena solidarietà ai
denunciati.
In Italia vivono ormai, secondo le stime più recenti, circa 2,5 milioni di
immigrati, l’equivalente di una città come Milano ed il suo hinterland; il 4%
della popolazione. Erano un milione in meno solo tre anni fa. Se dal punto di
vista dei doveri ai quali essi devono rispondere, la cosiddetta legge Bossi-Fini
fa un quadro abbastanza chiaro, non così è dal lato dei loro bisogni,
specialmente quelli economici. I problemi che gli immigrati si trovano a
dover affrontare nella vita quotidiana sono sorprendentemente semplici:
telefonare nel proprio Paese d’origine, spedire dei pacchi, trovare tariffe
convenienti per una visita, stipulare polizze assicurative (perché l'immigrato
vuol essere sicuro, se muore qui, d'essere riportato nel suo paese). Molti di
loro hanno invece la necessità di mandare denaro a casa, per provvedere alle
necessità dei familiari lasciati in patria. Nel 2003 gli immigrati
"bancarizzati", cioè quelli che utilizzano regolarmente i canali formali erano
uno su tre. Gli altri si sono affidati, per le operazioni di trasferimento del
denaro nei paesi di provenienza, alle reti informali (le “hawala”) e a quelle
del money transfer. Lo scorso aprile l'allora ministro dell’Economia Giulio
Tremonti confessò il proprio stupore segnalando, al vertice del G7 a Washington,
che le rimesse degli immigrati in Italia ammontavano a 3,8 miliardi di euro, su
un totale di 17 miliardi di euro a livello europeo. Il nostro paese si situava
quindi al primo posto in Europa per dimensione economica, ed al secondo posto al
mondo dopo gli Stati Uniti. L’ultima indagine, condotta da un operatore del
settore, aggiorna a 4,08 miliardi di euro la cifra. Si stima inoltre in 25,8
miliardi di euro il reddito 2003 prodotto dagli immigrati in Italia: questo
significa che essi spediscono nei loro paesi circa il 16% di quanto guadagnano,
ma spendono l’84% nel paese che li ospita, contribuendo così a produrre una
provvidenziale, italica ricchezza. Significa anche che i 2,5 milioni di
immigrati guadagnano mediamente circa 10.300 euro l’anno; un guadagno che li
situa al disotto di quanto mediamente guadagnato dagli italiani, ma decisamente
superiore a quanto potrebbero aspirare di guadagnare nella loro patria. I
risultati prodotti dal fenomeno delle rimesse sono degni di ogni attenzione da
parte degli operatori etici della finanza. Prendiamo l’esempio della Bulgaria:
secondo i dati dell’Osservatorio sui Balcani, il paese conta all’estero circa un
terzo dell’attuale popolazione e i trasferimenti di denaro degli emigranti verso
casa hanno oramai superato gli investimenti esteri in Bulgaria, arrivando al 3%
del PIL. Gli esperti della Banca centrale della Bulgaria ritengono che questi
trasferimenti di denaro vengono in gran parte utilizzati per spese di prima
necessità e per garantire la sopravvivenza del proprio nucleo familiare. Si
tratta di una vera assistenza sociale che i gastarbeiter garantiscono alle
proprie famiglie. Analoghe situazioni troviamo in Albania, dove secondo la
Banca Mondiale le rimesse raggiungono il 17% del PIL, come in Ecuador, dove
raggiungono il 7,9% del PIL e costituiscono la seconda voce di reddito dopo la
produzione di petrolio. In alcuni casi, come per Tonga, si arriva a rimesse pari
al 32% del PIL. Il leader del Money Transfer è senz’altro il gruppo Western
Union, il cui fatturato mondiale ammonta a circa sette miliardi di euro, tramite
la raccolta effettuata in circa 125.000 punti convenzionati (500 solo a Lima) in
200 paesi del mondo. Quasi 200 milioni di euro di fatturato Western Union li
realizza in Italia, dove sono presenti 1.400 centri di raccolta (uno su dieci è
gestito direttamente da extracomunitari), circa il 75% del totale; questo
significa che ogni anno l’operatore maneggia circa 3 miliardi di euro di
rimesse. Le commissioni praticate per i trasferimenti (dal 4% all’8% a
seconda dell’importo) ed il notevole grado di risparmio raggiunto dagli
immigrati (Western Union lo stima nel 22% del totale, superiore a quanto spedito
nei paesi e paragonabile a quello ottenuto dagli italiani durante gli anni dello
sviluppo), ha scatenato l’appetito delle banche tradizionali, alcune delle quali
hanno aperto sportelli multietnici in quartieri ad alta presenza di immigrati,
come il San Paolo a Torino (Porta Palazzo) e Carige a Genova (Via Gramsci). Con
buona pace per chi vede in essi solo un pericolo per la nostra società.
Lo scorso 13 novembre, in Campidoglio, alcuni premi Nobel per la pace
presenti a Roma per il Summit organizzato dalla Fondazione Gorbachev e del
Comune di Roma, hanno presentato in conferenza stampa il trattato internazionale
sui trasferimenti di armi leggere. L’incontro, organizzato dalla Rete
ControllArmi, nasce proprio da uno spunto dei nobel. Infatti, nel Maggio del
1997, Oscar Arias lanciò, in collaborazione con un gruppo di Premi Nobel per la
Pace, il “Codice Internazionale di Condotta sul trasferimento delle Armi a cura
dei Premi Nobel per la Pace”, nel quale essi affermavano: “Oggi parliamo tutti
insieme per dar voce alla nostra comune preoccupazione riguardo i rovinosi
effetti di un commercio delle armi non regolamentato. Insieme, abbiamo scritto
un “Codice Internazionale di Condotta sul Trasferimento delle Armi” che, una
volta adottato da tutte le nazioni esportatrici di armi, porterà beneficio a
tutta l’umanità, agli stati, alle etnie e alle religioni”. Riccardo Troisi ha
moderato la conferenza che ha visto gli interventi di Marian Pink (Amnesty
International) a riguardo dell’iniziativa del Trattato, del bisogno di una
regolazione sui trasferimenti di armi e del futuro dell’iniziativa stessa.
Infatti, attraverso il sito www.controlarms.org si sta portando avanti una
petizione chiamata Million face petition. Neil Arya della International
Physicians for the Prevention of Nuclear War IPPNW e Hume dell’American Friends
Service Committee AFSC hanno ricordato invece i dati attuali relativi alla
violenza armata nel mondo e le iniziative in corso in tutto il mondo in supporto
dell’ATT. Infine Nicoletta Dentico (Presidente Campagna Mine Sezione Italiana
ICBL) ha riportato all’attenzione il cammino simile del Trattato di Ottawa sulle
mine anti-persona, sottolineando le sfide future in questo campo. E’ seguito un
video di Monsignor Desmond Tutu sulla necessità di un controllo del commercio di
armamenti. La necessità di agire sul mercato del commercio delle armi leggere
è uno degli obiettivi principali dell’iniziativa. Nasce dalla constatazione che
questo tipo di armamenti costituiscono in questo momento la vera arma di
distruzione di massa, oltre che il principale mezzo attraverso cui sono attuate
le violazioni dei diritti umani in un largo numero di paesi. Ma nonostante tutto
ciò la proliferazione di questo genere di armamenti sembra essere fuori da ogni
controllo: si calcola che più di 500.000 civili muoiano ogni anno in media in
conseguenza di uso improprio di armi convenzionali, il che significa una persona
ogni minuto. Il giro d’affari delle esportazioni mondiali autorizzate si aggira
sui 21 miliardi di dollari all’anno. Ci sono nel mondo 689 milioni di armi
leggere, una ogni dieci persone, prodotte da almeno 1000 compagnie in 98 Paesi e
ogni anno vengono prodotte 8 milioni di armi leggere. L’Italia in questo
commercio ha un ruolo di primo piano. Infatti è stata negli ultimi anni il
settimo esportatore mondiale di armi. I rapporti del Centro Studi Archivio
Disarmo, mostrano inoltre una crescita costante delle esportazioni, che nel solo
2003 ha quasi toccato il 40%. Nello scorso marzo in Italia è nata
"Controllarmi - Rete Italiana per il Disarmo", una rete di organizzazioni che
hanno portato avanti la Campagna in difesa della legge 185/90 e che, tra le
varie tematiche sul disarmo, include anche il controllo delle armi. Molti sono i
temi che spaziano dall'utilizzo degli armamenti nel mondo, all'incidenza nelle
guerre, nei conflitti e nei violazione dei diritti umani, al rapporto con lo
sviluppo. A livello internazionale l'obiettivo consiste nel contribuire alla
promulgazione di un Trattato Internazionale sul Commercio degli armamenti (ATT).
A livello europeo si cercherà, insieme a tutti gli altri componenti della rete
di spingere per una revisione radicale del Codice di Condotta Europeo
sull'export di armamenti. L'attuale Codice, infatti, non ha carattere vincolante
per gli stati membri ed è debole sotto molti aspetti. In questo contesto
l'Italia potrà avere un grande peso, potendo contare sull'esperienza maturata
grazie alle campagne sulla legge 185/90, tuttora uno degli standard legislativi
più avanzati in Europa. Va ricordato però che la legge 185/90 non riguarda le
armi di piccolo calibro. Ed è per questo che oltre al livello mondiale ed
europeo, la campagna avrà una notevole importanza anche sul piano
interno. Per quanto riguarda l'Italia, innanzitutto l'obiettivo della
campagna sarà quello di operare una sensibilizzazione sul tema delle armi,
incentrandosi particolarmente sulle armi leggere. Vale la pena ricordare che
l’Italia è uno dei principali produttori mondiali di armi leggere.
Fabio Affinito, Emilio Emmolo Coordinamento Armi Amnesty International
La profezia delle ranocchie Film di animazione Regia di Jacques
Remy-Girerd, Francia 2004
Per riempire di immagini, o meglio di disegni, lo spazio temporale di 40
giorni e 40 notti, la durata del diluvio profetizzato dalle ranocchie, più i
giorni in cui i protagonisti lottano per la sopravvivenza in attesa della
“decrescita” delle acque, Jacques Remy-Girerd insieme a duecento suoi
collaboratori/trici hanno impiegato sei anni di lavoro. Dice il regista della
sua opera: è una favola sociale tragicomica che tratta questioni quali la
tolleranza, l’ecologia, la difficoltà del convivere, il tormento della
dittatura, la nonviolenza. E’ un film bellissimo ed uno strumento potente di
educazione alla pace, che non sta ottenendo, nelle sale, il successo che merita.
Il protagonista principale è Ferdinand, che Tom, il piccolo figlio adottivo,
chiama nonno e non papà a causa della sua avanzata età. Forse non basta adottare
un orfano di guerra per meritarsi il titolo di padre, ma bisogna conquistarselo
con le buone azioni. Il vecchio e allegro marinaio in pensione, che in una delle
sue canzoni canta il sogno di avere un figlio suo, nato dall’amore, alla fine
dell’avventura sarà premiato perché Tom , piccolo poeta intraprendente e
curioso, lo chiamerà papà. Juliette, la moglie di Ferdinand, è una donna di
colore africana, che gioca con la magia portando nelle difficoltà del mondo
reale un’atmosfera fatta di tenerezza e di cura. Juliette è mamma di tutti e
agisce da collegamento con la natura, i miti, il soprannaturale. Il film
riprende la storia biblica dell’arca di Noè ma è molto laico; raccontando la
creazione del mondo Ferdinand, guardando le stelle, dice: “…è come se il cielo
avesse fatto l’amore con la terra, e noi siamo i bis bis bisnipoti delle stelle
cadenti”. La morte fa parte del ciclo della natura e non necessita di
consolazioni religiose per essere accettata. Il quarto personaggio è Lilì,
figlia dei vicini di casa che partono per catturare dei coccodrilli per
arricchire lo zoo di famiglia, lasciandola in custodia a Ferdinand. Lilì è
una bambina di 10 anni educata ad essere libera, grande amante degli animali,
come loro è un po’ selvatica e pestifera ma in fondo è di buona indole. Il
diluvio prevede un’arca e degli animali ed il film riprende la mitologia antica,
ma non sono gli uomini ad essere castigati per i loro peccati, bensì sono gli
animali ad impersonare i conflitti che comporta il vivere insieme fra
diversi. La diversità che fatica a convivere non è quella fra domestici e
selvatici, ma l’appartenere alla specie dei carnivori o degli erbivori. In un
coretto canteranno tutti questa canzone: “mica facile la vita insieme, su questa
barca ci camperà chi sol patate si mangerà”. Le metafore suggerite sono
tante, a me piace leggere quella del nord ricco del mondo, crudele, ingordo e
miope, rappresentato nel film dai carnivori predatori che vorrebbero continuare
a soddisfare la propria fame, sfruttando i più deboli. “Dove andremo a
finire” ripete spesso Ferdinand, “se non ci accontentiamo di quel che abbiamo” .
Se infatti dovesse prevalere la ferocia, aizzata dalla tartaruga, animale infido
(che scopriremo essere maschio), salvato dalle acque, che ripaga l’amore
ricevuto covando sete di potere e vendetta, riusciamo ad immaginare tutti quale
sarebbe la fine della storia. Le conclusioni a cui ci porta la nostra
immaginazione sono un’ovvietà che anche un bambino può leggere ma che, nella
vita reale, il nostro mondo di adulti rifiuta di considerare. Viviamo infatti
in una società basata sul consumo, sullo sfruttamento delle risorse ed il mito
della “crescita continua”. Siamo incapaci di darci dei limiti: il ribellarsi
delle forze della natura, di cui il diluvio è la rappresentazione, non basta ad
insegnarci che non c’è futuro se non cambiamo la nostra cultura di onnipotenza.
Questo film ha fiducia nella comprensione dei bambini/e. I colori della
tavolozza e dei suoni, sono parte della poesia del film, pennellate di gialli e
azzurri e timbri di oboi e fagotti , acquarelli di luce e macchie di buio e
melodie di archi, sitar e ghironde, un melting-pot di cultura asiatica ed
occidentale, da Miyazaky a Matisse, dall’orchestra sinfonica classica alla
musica balcanica. La danza finale attorno al fuoco è un omaggio a questi popoli
dell’est, che hanno vissuto molte guerre fratricide ma che, nel canto e nel
ballo, esprimono le loro passioni migliori che stanno contaminando il mondo
veicolate dagli zingari Rom e Sinti da sempre nomadi in un mondo in
tempesta. Nelle librerie si trova l’album illustrato di Iouri Tcherenkov
pubblicato da Emme Edizioni ed il romanzo omonimo edito da Einaudi Ragazzi.
Con la voce e la chitarra canto l’Amore per la vita
Agnese Ginocchio, cantautrice pop-rock melodica con influssi blues, soul e
funky, è ormai molto conosciuta dal movimento per la pace: le sue canzoni sono
spesso la colonna sonora di manifestazioni e iniziative, soprattutto nel
centro-sud. Ha iniziato giovanissima partecipando a concorsi musicali, mossa
dall’emozione liberante ricevuta nel vedere un ragazzo con la chitarra di
mattina in una chiesa e dall’esempio di impegno femminile per la pace di Joan
Baez. La sua esperienza musicale è ampia, dal pianobar alla canzone religiosa, a
manifestazioni importanti come il Festival di Napoli e il Girofestival. Nei
numerosi concorsi cui ha partecipato ha ottenuto riconoscimenti importanti, come
la vittoria nella sezione cantautori al “Gran Premio Città di Roma” del 2000.
Collabora attivamente con numerose associazioni impegnate per la pace e nel
sociale, fra cui Rete Lilliput e Pax Christi. Il suo sito è: www.agneseginocchio.it
Ormai da tempo si moltiplicano le tue presenze in manifestazioni e iniziative
per la pace. C’è chi ti definisce la Joan Baez italiana. Come è nato questo tuo
impegno per la pace ? E’ una cosa che ho portato e sentito da sempre dentro
di me. Nasce da un’esigenza interiore, andare alla ricerca della Verità, del
significato delle cose, della Vita, degli avvenimenti e della Storia che mi
circonda. In un mondo travolto sempre più dal vortice del sistema che giustifica
la guerra e l’uso delle armi, diventa più urgente alzare forte la voce, uscire
fuori dalle case, dare uno scossone e risvegliare la coscienza dell’uomo.
Discorsi, convegni …a volte anche le troppe parole stancano…si disperdono nel
vuoto se non sono accompagnate dalle azioni e dall’esempio in prima persona. Il
cambiamento dipende da noi, dalla società civile che acquista capacità di creare
rete e comunione d’intenti. Personalmente, cerco di esprimerlo attraverso i
versi e le musiche che nascono ogni qualvolta compongo una canzone…
Cos’è per te la nonviolenza? Consiste anche nel mettere in pratica il
comandamento dell’Amore che ci hanno lasciato Gesù, profeta e Uomo di Pace, e i
suoi seguaci (Gandhi, Francesco d’Assisi, don Tonino Bello, don Primo Mazzolari,
Aldo Capitini, don Giuseppe Diana..):”Ama il prossimo tuo come te stesso”. Le
guerre, l’indifferenza nel sociale, che genera divisioni, odi e lotte
fratricide…che rovinano l’equilibrio del Cosmo umano e planetario, sono la
conseguenza di una grave mancanza e ferita mortale all’Amore. Quando due persone
si amano, l’uno desidera il bene dell’altro…il contrario se si odiano.. Nel
mettere in pratica questo Valore, tutto si rinnova e si rigenera a nuova vita.
La nonviolenza è innanzitutto Amore!
Fra le tue canzoni quali scegli in particolare per esprimere e sostenere la
nonviolenza ? Me ne vengono in mente diverse, perché ognuna racchiude un
messaggio e una frase venuta fuori in momenti e circostanze diverse, ma che
fanno pensare alla prospettiva finale di Pace e Nonviolenza: “C’è un bisogno di
cambiare” (l’attentato dell’11settembre); “No nel nome Pace” (dedicata a Rachel
Corrie); “Liberate la Pace” (dedicata alle Simone di Un ponte per e agli
ostaggi...le stragi e la morte di Enzo Baldoni…); ”Pappagalli verdi” (alias le
mine antiuomo dedicata ad Emergency)….
Ci sono canzoni non tue che, in questa prospettiva, ritieni molto
significative e, magari, riproponi tu stessa nei concerti dal vivo ? Qualche
volta, raramente, perché canto sempre le mie. Alcune però significative per me
sono: Lucio Battisti (“Il mio canto libero”), John Lennon (“Imagine”), Bob Dylan
(“Blowin in the wind” …”Knocking on heaven’s door”), Guccini (“Auschwitz”), De
Andrè, Gaber…
Un messaggio e un augurio ai lettori per il 2005… Per questo Natale e
l’anno nuovo che verrà alcuni versi “Pace sì…mai più guerra…mai più male sulla
terra…/ Illumina la mente dei Grandi… degli Uomini .../ E fa che si incontrino
nell’unico linguaggio del Cuore..!”. L’Arte e la Musica a servizio del bene
comune sono fra i mezzi che salveranno il mondo dall’autodistruzione…perché
inducono alla sensibilità dell’animo, risorsa unica che ci rende esseri umani
liberi e veri, senza pregiudizi nel vero senso della parola. Questi mezzi
(chitarra, voce, canzoni), che io chiamo la mia arma nonviolenta contro tutte le
guerre…. ci danno forza di reagire e di vincere il male col bene…di cambiare il
dolore in danza, la tristezza in gioia. Non dimentichiamo cosa facevano per
sopravvivere gli schiavi negri specie quando venivano maltrattati dai bianchi
padroni: inventarono il canto, la musica, per reagire al dolore. Questo elemento
fu per loro come una liberazione e veramente riuscirono in questo modo
nonviolento a lottare per la Libertà. L’augurio che rivolgo a tutti gli amici
della pace e della nonviolenza è quello di essere sempre e ovunque costruttori e
strumenti di sorella Pace.
Il declino degli indiani e di un loro grande amico
Tornato a New York, George Catlin inaugurò la Indian Gallery, una mostra con
i suoi quadri. Ogni sera egli teneva una conferenza, cercando di spiegare al
pubblico che gli indiani non erano né nobili guerrieri, né selvaggi assetati di
sangue, ma solo persone la cui cultura era differente da quella degli
euro-americani. Con l'andar del tempo i visitatori divennero così numerosi, che
Catlin, sfruttando la notorietà acquisita, sostenne la causa degli indiani
d'America, criticando apertamente quegli euro-americani che, come i mercanti
delle società di pellami, tenevano in poco conto la cultura indigena e
approfittavano dei nativi. Raccontava che trattati falsi e disonorevoli stavano
strappando gli indiani dalle loro terre e che alla fine l'inevitabile
conseguenza sarebbe stata un conflitto tra indiani e bianchi. Catlin chiuse la
mostra a dicembre, quando seppe che il capo seminole Osceola era stato
imprigionato a Fort Moultrie. Guida della resistenza dei Seminole contro
l'invasione bianca, Osceola non era mai stato sconfitto sul campo e venne
catturato in seguito a un tradimento. Gli statunitensi, infatti, gli avevano
chiesto di parlamentare sotto l'egida della bandiera bianca; ma quando Osceola
si era presentato al luogo dell'incontro disarmato era stato fatto prigioniero.
Catlin andò a dipingere il suo ritratto e questo quadro non solo rivela il
rispetto che Catlin nutriva per Osceola, ma il titolo stesso, "Un guerriero di
grande valore", rafforza il punto di vista dell'artista. Il capotribù morì il
giorno seguente, alcuni dicono di crepacuore per la perdita della sua patria e
per il trasferimento a ovest del suo popolo, altri sostengono per
avvelenamento. Catlin aveva raggiunto una fama di portata nazionale e ora si
presentava come portavoce del popolo indiano d'America. Per cercare di
conservare intatta la collezione di dipinti e di oggetti indiani, propose al
Congresso degli Stati Uniti di acquistarla, ma subì ripetuti rifiuti. Partì
allora per l'Inghilterra, dove espose le otto tonnellate di dipinti e oggetti
che aveva raccolto, riscuotendo un grande successo. Dopo alterne fortune, si
spostò a Parigi e inizialmente ebbe anche lì un nuovo grande successo.
Improvvisamente però la moglie morì di polmonite, lasciandogli quattro bambini.
Alcuni indiani che partecipavano al suo spettacolo di danze si ammalarono di
vaiolo e due di loro morirono. La morte di indiani innocenti in seguito a
malattie tipicamente europee convinse Catlin a porre termine ai suoi tentativi
di mettere in scena gli spettacoli del selvaggio Ovest. Infine gli morì di tifo
il figlio minore. L'artista vivacchiò eseguendo ritratti commissionatigli da
Luigi Filippo, ma quando le opere erano quasi terminate, scoppiò la rivoluzione
del 1848. Il re e la regina fuggirono e Catlin, che non fu mai pagato, riuscì a
malapena a fuggire dalla Francia con le tre figlie e la collezione. Tornò a
Londra e pubblicò un libro, che non ebbe successo. Tentò di nuovo, ma
inutilmente, di vendere la sua collezione al Congresso degli Stati Uniti. Nel
1852, incapace di restituire i debiti che aveva contratto, finì in prigione.
Tornato a Parigi, stava per vendere e disperdere la sua collezione, quando un
industriale statunitense di passaggio apprese la sua penosa situazione e saldò i
suoi debiti in cambio della collezione stessa, che inviò a Philadelphia. Nel
1853 Catlin andò nell'America del sud per dipingere gli indiani anche di quella
parte del continente. Rientrato in Europa, si stabilì a Bruxelles, dove, ormai
sordo, visse come un recluso per dieci anni, realizzando centinaia di quadri
basati sui suoi ricordi. Ritornato a Washington nel 1872, Catlin era dimenticato
da tutti. Gli indiani ormai non interessavano più: anzi, la maggior parte degli
statunitensi voleva solo spingerli lontano, man mano che, in seguito alla Guerra
Civile, sempre più territori si aprivano all'insediamento bianco. Gli
statunitensi interessati al "manifesto destino" del Paese, l'idea cioè che gli
Stati Uniti sarebbero presto stati un'unica nazione estesa da un oceano
all'altro, consideravano gli indiani una seccatura: dovevano assimilarsi ai modi
euro-americani o finire per sempre negletti. Vennero create le riserve e nel
tentativo di riunire i nativi e di sistemarli nelle zone di minor valore,
l'esercito intraprese l'ultima guerra contro di loro. Catlin si ammalò
gravemente e morì il 23 dicembre 1872, all'età di settantasei anni, accudito
dalle figlie. Anche se spesso ebbe la sensazione che la sua vita fosse un
fallimento, il suo tentativo di documentare lo stile di vita originario di una
civiltà in via d'estinzione ebbe pieno successo.
Achille Croce, I mezzi della pace, Venezia, Editoria Universitaria 2004, pp.
124, euro 12,00
«Una dottrina può confutare un’altra dottrina, ma una vita, chi può
confutarla?». Con queste parole Beppe Marasso introduce il libretto di Achille
Croce, I mezzi della pace. L’Autore (1935-2003) è stato un animatore della
nonviolenza un Val di Susa e nel torinese, fino dagli anni ’60, con l’azione,
con la riflessione e soprattutto con la profonda mitezza e dolcezza della sua
personalità. In Achille abbiamo visto che nonviolenza e umiltà serena, spirito
religioso aperto, non sono affatto una debolezza, ma una forza interiore che
produce attività costruttiva e assertività esemplare. In queste pagine
riascoltiamo la sua voce e rivediamo il suo volto. In 25 brevi capitoli Achille
risponde alla frequente domanda «Che cosa posso fare io per la pace?». Tutti
possiamo fare molto, perché la pace «comincia dal cuore di ogni uomo» e «sono
gli atti e i pensieri individuali che, secondo la loro natura e sommandosi gli
uni agli altri, sviluppano una forza determinante nel bene e nel male». Ciascuno
può riformare e rigenerare la propria vita, cuore e azioni nel concreto
quotidiano, nella pulizia interiore, nel lavoro solidale e manuale, nella
semplicità di vita, nella collaborazione sociale, nell’apertura a religioni e
civiltà, nel negare collaborazione ad ogni forma di violenza, nella veridicità,
pazienza, perdono, e continua ricerca della verità. Ogni punto è presentato in
forma semplice e chiara, con tante citazioni sagge, sul fondamento trasparente
dell’esperienza personale. Certo, si potrebbe obiettare che le grandi
violenze sono prodotte anche da strutture violente, grandi mali solidificati,
che vanno smontati con azioni strutturali e politiche. Ma non si può dubitare
che anche l’azione politica è compiuta da persone, la cui qualità interiore
diventa la qualità della loro azione. Non ne dubita l’Autore, che dell’azione
per la pace vuole sottolineare la radice interiore, la cui fecondità ha
dimostrato con la propria vita.
Enrico Peyretti
Luigi Bettazzi, Giovani per la pace, la meridiana, Molfetta BA 2004, pagg.
47, € 8,00.
“Affido questa lettera a voi, giovani (per anagrafe o nello spirito,
disponibili cioè a rimettersi costantemente in discussione), con molta fiducia e
con molta speranza. La pace del mondo, soprattutto la pace di domani, dipende da
voi. (…) Credo che la responsabilità di farsi operatori di pace attraverso
strade nonviolente sia un dovere particolare di noi uomini e donne del 2000, a
cominciare da noi occidentali, chiamati dalla nostra cultura e dalla nostra
storia ad analizzare e organizzare il mondo materiale per metterlo al servizio
dell’umanità, senza chiuderci nella ricerca e nella difesa dei nostri interessi
e delle nostre supremazie ma ponendoci realmente al servizio di una crescita
organica dell’umanità.” A scrivere queste parole e questa lettera sulla pace
che indirizza ai giovani è mons. Luigi Bettazzi, il vescovo che nella Chiesa del
nostro Paese ha autenticamente espresso lo slancio rinnovatore del Concilio,
nella continua ricerca e nell’aperto dialogo con le altre culture. In queste
pagine il suo accorato e coinvolgente invito è rivolto a tutti i giovani,
affinché sentano di essere i veri protagonisti della sfida della pace in un
mondo che non va affatto per il verso giusto. Bisogna immaginarne uno diverso ma
possibile. E bisogna farlo preso. I giovani sono gli unici che possono
riuscirci. Sergio Albesano
RICEVIAMO
De Santis Sergio, Mohandas K. Gandhi, Newton&Compton, Roma 2004, pp.
157 Martin Morillas Josè Manuel, Los sentidos de la violencia, Universidad de
Granada, Granada 2003, pp.328 Perez Beltran Carmelo, Munoz Francisco A.
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Conflittualità nonviolenta, filosofia e pratiche di l