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Azione nonviolenta - Novembre 2004
PELLEGRINAGGIO IN TIBET Numero monografico dedicato al pellegrinagio in
Tibet, attorno al Kailash, la montagna sacra e di pace, in un oceano di
guerre.
La montagna sacra e di pace, in un oceano di guerre
di Nanni Salio
Non ricordo con precisione quando ho cominciato a pensare al Kailash, ma so
per certo che quando ho visto per la prima volta una fotografia della montagna
sacra per eccellenza ne sono stato colpito in modo profondo e straordinario e
dentro di me ho pensato che prima o poi avrei dovuto realizzare il sogno di fare
il kora (il pellegrinaggio) attorno al Kailash, nella remota regione del Tibet
sud occidentale. E’ una sorta di passione che non ti lascia, come per gli
alpinisti che sognano di salire una vetta impervia, o come chi si innamora
perdutamente. E questa occasione si è presentata quest’anno, nel mio
sessantesimo compleanno, nonché quarantesimo anniversario di Azione Nonviolenta
e in coincidenza con la nascita di Alessandra, la mia bellissima nipotina: una
serie di coincidenze propiziatorie che mi hanno accompagnato durante tutto il
viaggio.
Il Kailash Montagna sacra, montagna mitica, montagna
cosmica, montagna interiore, montagna di pace: nessun’altra al mondo può vantare
una storia altrettanto leggendaria, che si perde nei secoli e nei millenni.
Ombelico del mondo, spina dorsale dell’universo, monte Meru degli antichi testi,
nota ai tibetani come Kangri Rimpoche, “la Preziosa Montagna Innevata”. Si erge
isolata coi suoi 6714 metri sull’altopiano tibetano, circondata da una corona di
monti leggermente meno alti che, secondo la tradizione, sono i custodi della
zona più interna e più sacra, alla quale si può accedere solo dopo aver fatto
dodici volte il kora principale. L’insieme di questi monti forma una sorta
di mandala naturale, e il profilo del Kailash ha ispirato l’architettura dei
templi in Tibet come in India. Con i due straordinari laghi Manasarovar (lago
formato nella mente di Dio), solare, maschile, luminoso e Raksas Tal (lago dei
demoni) lunare, femminile, scuro, costituiscono una sorta di gigantesco tempio
sacro naturale, dal quale nascono quattro dei principali fiumi asiatici: il
Brahamaputra, il Sutlej, il Karnali e l’Indo. Perché una montagna e un luogo
diventano sacri? Nel suo splendido resoconto del viaggio in Tibet, “La via delle
nuvole bianche”, Lama Anagarika Govinda ne dà una originalissima
interpretazione: “Ci sono montagne che sono soltanto montagne e ci sono montagne
che hanno personalità. La personalità di una montagna… consiste nel potere di
influenzare gli altri”. Se questa qualità è presente “in una montagna la
riconosciamo come un ricettacolo del potere cosmico, e la chiamiamo una montagna
sacra: Il potere di una tale montagna è tanto grande e tuttavia così sottile
che, senza costrizione, la gente giunge da ogni dove, come se fosse attirata
dalla forza di una calamita invisibile…” Queste parole riecheggiano il pensiero
di uno dei grandi ecologisti che ha contribuito alla nascita del biocentrismo e
della deep ecology, Aldo Leopold (1887-1948) che sin dagli anni ’40 del secolo
scorso si propose di studiare la natura non solo limitandosi all’ambito
conservazionista, ma imparando “a pensare come una montagna”, sviluppando una
visione più ampia, che superasse quella del semplice antropocentrismo. Più in
generale, sono le montagne tibetane, gli immensi spazi, i colori intensi,
sfumati, pastellati, i laghi di un blu-turchese intensissimo che creano quella
sensazione meravigliosa e magica che cattura ogni viaggiatore e che
probabilmente ha contribuito alla nascita di una cultura impregnata di
religiosità e spiritualità, che vede in ogni sasso, in ogni essere vivente e non
vivente una manifestazione del divino. Nella regione dell’antico regno di Guge,
all’estremo sud occidentale, che ho avuto modo di visitare dopo il
pellegrinaggio attorno al Kailash, si entra in contatto con un ambiente di
indescrivibile grandiosità, che Anagarika Govinda ha saputo rendere con grande
lirismo: “Qui lo scenario montuoso è più che soltanto un paesaggio. E’
architettura nel più alto senso della parola. E’ di una monumentalità imponente,
per la quale la parola “bella” sarebbe di gran lunga troppo povera, perché è
soverchiata dall’immensità e dall’astratta purezza delle sue forme ripetute un
milione di volte che si integrano in un ritmo ampio, una sinfonia di pietre,
senza inizio e fine. La prima reazione è che tutto ciò non può essere soltanto
opera della natura, il risultato di un semplice gioco di forze cieche, ma
piuttosto l’opera consapevole di un supremo artista, su una così vasta scala che
sconcerta la mente umana e toglie il respiro… Intere catene montuose sono state
trasformate in file di templi giganteschi con cornicioni minuziosamente
scolpiti, nicchie, porticati con pilastri, fasci di coni sporgenti intersecati
da delicate protuberanze, sormontati da guglie, cupole, pinnacoli e molte altre
forme architettoniche.” In questi spazi, tutto si trasforma in preghiera, in
modo spontaneo, gioioso persino ingenuo, ma di una ingenuità che nasconde una
profonda saggezza e gioia di vivere. Ogni passo di montagna è segnato da un
cumulo di pietre costruito dai viaggiatori in segno di offerta al guardiano
della montagna e spesso sono pietre che portano scolpite pazientemente preghiere
o mantra, come la classica invocazione Om mani padme hum, “salve gioiello nel
fiore di loto”, ripetuta incessantemente dai pellegrini durante il kora che li
porterà a superare il Drolma La, il passo dedicato a Tara, la più suggestiva e
straordinaria figura femminile del pantheon buddhista tibetano, femminista
ante-litteram, dea della compassione. E sui passi più importanti spiccano dei
piccoli darchen (pennone) con lunghe strisce di bandiere delle preghiere, dai
cinque colori che corrispondono ai cinque elementi: giallo (terra), verde
(acqua), rosso (fuoco), bianco (aria), blu (spazio). Accanto a questa sterminata
quantità di bandiere poste sul Drolma La, oggi svettano anche, completandole, le
bandiere della pace e della nonviolenza, con il fucile spezzato, che ho lasciato
come segno e speranza per un autentico futuro di pace, che Tara, la benevolente
e compassionevole, aiuterà a concretizzarsi. Le stesse bandiere svettano anche
ai piedi del Chomolongma, al campo base dell’Everest, perché la nonviolenza è la
più elevata delle conquiste, la più alta vetta morale, che l’umanità deve ancora
realizzare compiutamente. Venerata dai seguaci di quattro religioni (hindu,
buddhisti, jainisti, bon, l’antica religione tibetana) la montagna sacra
richiama ogni anno migliaia di pellegrini provenienti da ogni angolo
dell’Oriente e anche dall’Occidente per “il più grandioso e il più duro di tutti
i pellegrinaggi terreni”. Essi accorrono in massa, con lunghi viaggi e con ogni
mezzo, in occasione della Saga Dawa, la cerimonia che si svolge nella quinta
luna piena (tra maggio e giugno) a Tampoche, ai piedi del Kailash, nel giorno
che ricorda la nascita, l’illuminazione e la morte del Buddha. Nel corso della
lunga cerimonia, officiata da lama salmodianti nei loro abiti colorati e con una
coreografia che ricorda alcune feste religiose cristiane, viene innalzato il
darchen, un palo alto una ventina di metri che crea simbolicamente l’unione tra
terra e cielo. Concluso con successo l’innalzamento del pennone, si scatena una
sarabanda gioiosa fatta di devozione e festa, di cui approfitto per aprire
davanti agli occhi distratti della polizia cinese e tibetana la bandiera con il
fucile spezzato e farmi fotografare e applaudire dagli entusiasti partecipanti,
nonché da una troupe televisiva italiana, che non si aspettavano questa semplice
ma significativa azione nel cuore del Tibet occupato. Nei tre giorni
successivi mi attende la fase più emozionante del kora attorno alla montagna
sacra, che apre continuamente visioni esaltanti. Si cammina costantemente oltre
i cinquemila metri e infine si arranca, passo passo, silenziosamente, scortati
dagli immancabili yak e dal sorriso dei loro guardiani, uomini e donne, tra una
buferina di neve e l’altra sino a raggiungere il fatidico passo del Drolma La, a
5660 metri, letteralmente coperto da una miriade di bandierine di preghiera
multicolori. E poi inizia la lunga discesa, non meno faticosa, che si concluderà
sotto una nevicata che renderà ancora più suggestivo lo straordinario e severo
ambiente che circonda il Kailash. L’alba del mattino seguente mi coglie in un
ambiente surreale, con yak e tende ricoperte da un buon manto nevoso e con le
montagne circostanti che si tingono di uno straordinario insieme di colori, dal
rosa all’azzurro al violetto e che mi accompagneranno sino alla fine della
vallata, felice ma anche un po’ malinconici per dover abbandonare così presto
questo luogo magico e incantato.
Tibet e Nepal: gli
Shangri-La insanguinati Nell’immaginario occidentale il Tibet
rappresenta, da tempo immemorabile, il mitico Shangri-La, il paradiso perduto,
il regno dell’eterna giovinezza, della felicità terrena e dell’antica saggezza,
sulle cui tracce si sono mossi audaci esploratori che hanno contribuito a creare
una vasta letteratura. Al di là del mito, la storia reale è più complessa e più
simile a quella di molti altri popoli. Oggi, questo Shangri-La, e quello
gemello, il Nepal, sono insanguinati e hanno perso parte dell’antico splendore.
Coloro che hanno avuto modo di conoscerli in tempi migliori, che amano e
apprezzano gli spazi infiniti dell’altipiano tibetano e le straordinarie
montagne himalayane, non si rassegnano e guardano a questi paesi con ansia,
angoscia e sincero desiderio di aiutarli a superare questi difficili momenti
della loro storia. Come tutte le situazioni conflittuali che si trascinano
da tempo, anche quelle del Tibet e del Nepal sono complesse e controverse,
sebbene siano storie assai diverse: invasione dall’esterno nel primo caso,
ribellione interna nel secondo. La questione Tibet risale ormai a oltre mezzo
secolo fa, quando nel 1950 l’esercito cinese invase il paese per compiere quella
che ancora oggi viene celebrata come una “liberazione pacifica” dei tibetani dal
giogo di un potere teocratico. Sembra di sentire i moderni signori della guerra
(George W. Bush e i suoi epigoni) quando giustificano la guerra di aggressione
in Iraq perché, venute meno le colossali bugie (fantomatiche armi di distruzione
di massa e inesistenti legami con il terrorismo di Al Qaeda), servirebbe a
portare la democrazia. E’ ben vero che il Tibet era governato da un potere
teocratico feudale che manteneva ampi settori della popolazione in condizione di
estrema povertà e di semischiavitù, così come è ben vero che Saddam Hussein era
un dittatore sanguinario (per molti anni considerato dagli USA un buon alleato)
ma tutto questo non giustifica affatto l’invasione, né in un caso né nell’altro.
La seconda fase è stata quella della brutale repressione militare culminata,
negli anni della rivoluzione culturale (1966-76), nella sistematica distruzione
di gran parte dei monasteri e di un inestimabile patrimonio culturale. Oggi le
autorità cinesi cercano di porre parzialmente rimedio a questo incredibile
errore dettato da cecità e ignoranza, ma in molti casi è troppo tardi. Tuttavia,
l’eredità della cultura tibetana, come quella della nonviolenza gandhiana, hanno
superato i confini dei due paesi e appartengono all’intera umanità, come
anticipò profeticamente Guru Rimpoche: “Quando l’anello di ferro volerà e i
cavalli correranno sulle ruote, il popolo del Tibet sarà sparso in tutto il
mondo e il Dharma giungerà alla terra degli uomini rossi”. E’ compito del
cosiddetto “Tibet esterno “ (regione del Mustang in Nepal, Ladakh e Dharamshala
in India, Bhutan) mantenere viva e diffondere l’antica cultura e saggezza
tibetana. La terza fase, quella attuale, è persino più pericolosa, poiché
mira all’assimilazione culturale attraverso la classica politica del “bastone e
della carota”: qualche concessione sul piano della libertà religiosa, vantaggi
economici per chi collabora, indottrinamento scolastico, perdita dell’identità
nelle nuove generazioni, oscena urbanizzazione e distruzione sistematica
dell’antica e armoniosa tradizione architettonica tibetana, penetrazione
economica all’insegna di un volgare consumismo simile a quello occidentale (coca
cola, birra cinese, oggetti usa e getta, primi segni di motorizzazione, TV
spazzatura e spazzatura ovunque), massiccia immigrazione cinese che ha reso i
tibetani minoranza nel loro paese, distruzione dei fragili equilibri ecologici
dell’altopiano tibetano, attraverso la deforestazione e la costruzione di
impianti idroelettrici che rischiano di provocare pesantissimi impatti sul
delicato equilibrio idrico. Nel Nepal, dopo una stagione di promettenti
riforme che facevano sperare in un concreto processo di democratizzazione con il
passaggio da una monarchia assoluta a una costituzionale, il cammino si è
bruscamente interrotto. Da circa dieci anni, il paese è travolto nel gorgo di
una guerra civile che ha già provocato diecimila vittime e non accenna a
risolversi. Da un lato, la guerriglia maoista, nata da una costola del partito
comunista presente in parlamento, dopo la delusione delle riforme mai attuate.
Dall’altra, il potere della monarchia, corrotto e inefficiente, con un
parlamento incapace di rispondere positivamente alle richieste formulate dai
maoisti in un manifesto di quaranta punti, che mirano a ridurre effettivamente
la pesante condizione di povertà nelle campagne, le discriminazioni di casta e
di classe. Se è vero che il Nepal è uscito da pochi decenni da una condizione
feudale e si è avviato verso una forma di democrazia rappresentativa, è
altrettanto vero che la pressione per il cambiamento richiede risposte concrete,
non più rinviabili. Per il momento, la risposta data dalla monarchia è stata
prevalentemente militare, sostenuta da USA e India, che vedono nel Nepal un
paese di grande importanza strategica per controllare l’altro gigante asiatico,
quello che ha invaso il Tibet. In mezzo, come al solito, la popolazione
civile, che paga sulla propria pelle l’incapacità dei governanti di affrontare
positivamente e creativamente il conflitto armato e si illudono di poter
ottenere una vittoria definitiva sulla ribellione maoista, costi quel che costi.
A lato, ci siamo tutti noi, turisti un po’ distratti che continuiamo a
cercare i resti dello Shangri-La, indaffarati nello shopping esotico,
anestetizzati nei nostri paesi dal consumismo superficiale e da una propaganda
mediatica che accende i riflettori solo su ciò che ritiene arbitrariamente
importante. La Kathmandu (la casa di legno) di un tempo, che vidi trent’anni
fa, non c’è più, travolta da processi di urbanizzazione, consumismo,
inquinamento, crescita demografica, che rendono ancora più urgente per tutti
quanti, noi e loro, la ricerca e la realizzazione di un modello di sviluppo
centrato su tecnologie intermedie, appropriate, capaci di creare condizioni di
autentica sostenibilità sociale e ambientale, su un turismo responsabile e
sostenibile, su pratiche di intervento nonviolento per aiutare queste
popolazioni a uscire dalla terribile trappola della guerra.
Quale futuro? Che cosa ne è della nonviolenza in questi
paesi che, nel nostro immaginario, avrebbero dovuto esserne una realizzazione
concreta? I miti sono sempre duri a morire. Nel Tibet, il Dalai Lama, insignito
del premio Nobel per la pace nel fatidico 1989, quasi a stigmatizzare la brutale
repressione del governo cinese in Piazza Tienanmen, gira incessantemente il
mondo intero per tener viva la causa dei tibetani, e predica una nonviolenza che
tuttavia rimane prevalentemente una dichiarazione di principi etici e stenta a
tradursi in proposta politica. Figura nobile, e saggia, certamente, non tuttavia
paragonabile ai grandi leader delle lotte nonviolente del secolo scorso, da
Gandhi a Martin Luther King a Mandela a Tutu, ad altri ancora. E’ mancata sinora
la disponibilità ad affrontare la situazione con un gesto più eclatante, di
rottura, come suggeriscono alcuni di coloro che ho incontrato nel mio viaggio e
che conoscono bene la situazione, seguendola dall’interno da molti anni. Il
suggerimento è semplice e impegnativo al tempo stesso, come tutte le principali
azioni politiche nonviolente. Il Dalai Lama dovrebbe entrare in Tibet e farsi
arrestare clamorosamente dalle autorità cinesi, sollevando un caso che nessuno
potrebbe più ignorare su scala internazionale, eventualmente coadiuvato in
questa impresa da un significativo numero di altre personalità internazionali.
La strada del carcere è sempre stata la via maestra di tutti coloro che hanno
concretamente utilizzato i metodi e le tecniche della nonviolenza, a partire dai
leader dei movimenti. Sinora, le lotte nonviolente in Tibet, pur se condotte
con spirito di abnegazione e coraggio, non sono riuscite a richiamare con
continuità l’attenzione, la solidarietà e la partecipazione internazionale. Sin
dall’invasione, il Tibet si è trovato privo di una politica coerente di difesa
civile, sociale, popolare, nonviolenta e si è mosso tra una comprensibile
ribellione e gesti isolati di resistenza nonviolenta, anche se talvolta
teorizzati a grandi linee, ma ignorandone sostanzialmente la dimensione
politica. Quello del Tibet è un classico esempio di nonviolenza che rimane
prevalentemente su un terreno spirituale, religioso, ricchissimo ma
insufficiente ad affrontare concretamente situazioni politiche drammatiche,
quando queste si presentano. Queste considerazioni sono fatte con modestia e
consapevolezza dei nostri stessi limiti, della nostra incapacità di dar vita qui
da noi a un significativo movimento nonviolento capace di opporsi efficacemente
ai processi di distruzione in atto, siano essi provocati dalla guerra, dalla
povertà, dalla distruzione ambientale, dalla miseria o dalla cecità culturale.
Le popolazioni del Tibet e del Nepal hanno ancora molto da insegnarci in
tema di frugalità, sobrietà, semplicità, spiritualità: non lasciamole sole,
coinvolgiamoci nel nobile ed esaltante tentativo di aiutarle a trovare la strada
della trasformazione nonviolenta e creativa dei conflitti. Se sapremo entrare
con intelligenza, perseveranza e sensibilità in queste dinamiche conflittuali
potremo averne una positiva ricaduta personale e collettiva per le nostre stesse
società, anch’esse in preda a gravi sintomi di involuzione autoritaria e
responsabili di un processo di degradazione ambientale e sociale di cui non
riescono ancora a vedere le tragiche conseguenze.
Trasformazione del Conflitto in Nepal nella prospettiva dei diritti
dell’uomo
di Johan Galtung
Le parti in causa Vi sono due parti in causa nel conflitto nepalese: il
Partito Comunista del Nepal (maoista), probabilmente appoggiato da altri partiti
rivoluzionari ma non dalla Cina; e il governo di Sua Maestà sostenuto dal Regio
Esercito del Nepal (REN) e spalleggiato da India, USA e UK che probabilmente
addestrano il REN per una violenta “soluzione finale”. A tutt’oggi, nessuna
delle due parti è riuscita a sconfiggere l’altra. La terza parte che entra
in scena è la grande, amorfa, di gran lunga maggioritaria, popolazione del
Nepal. Di questo gruppo fanno parte i partiti politici, la società civile delle
ONG, la gente in generale, la democrazia parlamentare come processo e la
monarchia costituzionale come norma. In generale, la terza parte è per
cambiamenti radicali e per la pace con mezzi pacifici. L’evento
frequentemente citato del 4 ottobre 2002 (1), sullo sfondo del massacro a
palazzo reale del giugno 2001, sembra indicare che i partiti politici
tradizionali non siano stati all’altezza del compito di operatori di democrazia
né il re all’altezza del compito di custode della Costituzione. Di qui il limbo
politico esistente in Nepal che può forse essere superato se entrambe le parti
si scambiano delle scuse. I maoisti e il re sono forti e dominano la scena
anche perché la terza parte è debole. Tre iniziative potrebbero modificare
subito la situazione: i partiti politici si organizzano con un forte programma
di cambiamento sociale; invitano i maoisti il re a partecipare a un tavolo
negoziale; viene costituito con i maoisti un governo transitorio e avviata la
revisione della Costituzione. Fattore scatenante per tali decisioni possono
anche essere le dimostrazioni popolari, e/o una forte pressione della società
civile; una dichiarazione dei maoisti di lealtà verso la democrazia
parlamentare; e una dichiarazione del re di lealtà alla monarchia
costituzionale. Negoziati autentici sul cessate il fuoco e la pace, con dialogo,
do ut des e creatività, devono perciò decollare immediatamente.
Quattro compiti urgenti in Nepal Abbiamo quattro compiti urgentissimi in
Nepal. Il primo riguarda il porre fine alla violenza. Il cessate il fuoco può
essere considerato un’opportunità per la pace se si trasforma in un processo di
pace, che non esiste ancora. Il secondo compito è di aggredire le cause di
fondo, le radici del problema e le contraddizioni. Se non viene fatto, non c’è
processo di pace. Il terzo aspetto, assolutamente vitale, è costituire le
risorse per la pace. Uno degli strumenti è la creazione di “facilitatori” non
solo per le trattative ma anche per costruire le risorse nella società sotto
forma di modelli di costituzioni, visioni costruttive del futuro, e stabilire
istituzioni e organizzazioni in grado di affrontare i problemi concreti e gli
esiti del conflitto. Il quarto riguarda la guarigione e la riconciliazione.
Quando si ricorre alla violenza è molto più difficile gestire le contraddizioni.
Non si debbono solo rimuovere tutte le cause di fondo originarie, ma bisogna
affrontare anche l’impatto di ogni violenza, il trauma, e le stesse distruzioni
fisiche.
Limiti alla violenza La violenza genera violenza: la parte perdente può
nutrire sogni di rivincita. Per la parte vincente è la gloria, vorrebbe vincere
di nuovo. Il compito dei “facilitatori” è di agevolare il processo con tutte le
parti in causa e assicurarsi che nessuna sia lasciata fuori. Vedo due aspetti
legati alla figura del re: il governo e il REN. I colpi di stato militari si
possono spiegare dicendo che i militari sono forti e proiettano il loro potere
in quel modo, oppure che la società civile è debole. Questa è la spiegazione più
importante, perché possiamo fare qualcosa. Toccare i militari è molto difficile
ma possiamo rendere più forti le altre forze. Il primo aspetto riguarda la
disponibilità dei maoisti a rinunciare ad alcune loro rivendicazioni, ma il
problema è se il re rinuncia alle sue. I maoisti sono stati più disponibili. Il
re può rivolgersi ai suoi amici negli USA e in Gran Bretagna e concludere che vi
sono due parti in questo conflitto. Se egli volesse chiedere scusa per il 4
ottobre 2002 e i partiti politici tradizionali facessero lo stesso per i fatti
precedenti quella data (aver mancato al loro compito), le prospettive di pace
diventerebbero molto concrete. Se i maoisti volessero smobilitare parte delle
loro forze combattenti e altrettanto facesse il REN, potrebbero cominciare
insieme a costruire ponti e scuole, con un enorme valore simbolico. Una qualche
forma di collaborazione di carattere nonviolento potrebbe rappresentare il punto
di partenza. Allo stato attuale delle cose entrambi competono per apparire come
gli amici del popolo, ma quelle iniziative aiuterebbero a emarginare le
componenti violente. Dalla nostra esperienza in diverse comunità colpite
dalla guerra abbiamo individuato cinque cose molto importanti per la situazione
post-bellica. Prima cosa è la riconversione. E assieme a quella dei combattenti,
estremamente importante è la ristrutturazione delle comunità colpite, le
vittime. Riabilitazione di coloro la cui vita è stata colpita dalla violenza,
che sono stati feriti, mutilati, uccisi e torturati. È molto importante che ciò
coinvolga entrambe le parti che hanno fatto violenza e coloro che l’hanno
subita. La seconda questione riguarda ciò che chiamiamo ricostruzione e
rigenerazione. Comprende la ricostruzione fisica di infrastrutture distrutte nei
combattimenti. È un terreno sul quale occorre che ci sia collaborazione concreta
tra gli ex-belligeranti. È anche un modo per cicatrizzare le ferite e rimediare
ai danni della guerra. Potrebbe comportare la collaborazione tra l’esercito, i
maoisti e la gente. La terza questione riguarda la ristrutturazione che
sostanzialmente significa costruire strutture di pace, a partire da una
revisione della Costituzione in modo che la divisione dei poteri sia chiara e
avviando studi/ricerche sulla pace nel campo educativo a ogni livello, con la
partecipazione di ogni gruppo. Educazione alla pace, giornalismo di pace e
sviluppo di capacità e strumenti per trattare le questioni post-belliche possono
essere altrettanti passi in questa direzione. La quarta si può chiamare
ri-acculturamento, ovvero costruzione di culture di pace, traendo vantaggio dal
fatto che la cultura nepalese ha forti elementi utilizzabili a questo fine, che
possono essere recuperati e arricchiti. Una delle sfide riguarda l’ideologia
maoista della guerra di popolo che ha legittimato la violenza. Lo status quo a
sua volta ha legittimato le strutture della violenza riuscendo a convincere che
esse sono un diritto. Ciò di cui c’è bisogno è costruire una vera cultura della
pace, basata su principi di pace, dei diritti o dei bisogni umani, in quanto
tutti e tre sono bisogni fondamentali. La grande maggioranza della popolazione
nepalese spera ma ha anche molta paura. C’è un gran numero di manifesti sulla
prevenzione dell’AIDS, lebbra ecc. sulle colline e sulle montagne. Altri
potrebbero essere affissi per suscitare consapevolezza anche in merito alla
pace. Il Nepal ha magnifici poeti e musicisti. Perché non mobilitarli per
diffondere parole di pace? Immaginare l’intero paese mobilitato per la pace e
usare quelle risorse per una cultura di pace e di riconciliazione? A questo
proposito, il quinto punto è di importanza cruciale: riconciliare combattenti e
non-combattenti. La riconciliazione tra le parti belligeranti è importante
perché sia i maoisti sia l’esercito sono stati traumatizzati. Negli ultimi
50 anni sulla scena internazionale si sono affermati due orientamenti prevalenti
per quanto riguarda i crimini commessi durante le guerre. Uno è quello
anglo-americano per un tribunale sui crimini di guerra che giudica e punisce i
colpevoli. I più noti sono quelli di Norimberga e Tokio, e recentemente per la
Yugoslavia e il Ruanda. Ma coloro che vengono puniti da questi tribunali sono di
solito quelli che hanno perso la guerra. Punire una parte in causa può provocare
sentimenti di discriminazione, per cui i tribunali potrebbero destabilizzare il
processo di pace e motivare un ritorno alla guerra. Un altro esempio è quello
del Sud Africa ispirato a verità e riconciliazione, che appare più efficace. Lo
scopo è di stabilire la verità, favorire la cura delle ferite e la loro
guarigione e capire come è potuto succedere. Aiuta non solo ad accertare quel
che è stato fatto, ma anche quello che non è stato fatto dalle diverse parti
perché spesso la giustizia riguarda questo aspetto, ed è una ragione altrettanto
importante quanto il perché qualcosa è stato fatto.
Atteggiamenti, comportamenti e contraddizioni Ogni conflitto ha tre
componenti. La prima è l’atteggiamento, che comprende il modo in cui le parti si
vedono e si percepiscono l’un l’altra, come concepiscono il conflitto e i
rapporti reciproci. La seconda è il comportamento. La terza riguarda le
contraddizioni ovvero le cause di fondo. La trasformazione del conflitto è il
tentativo di modificare gli atteggiamenti e i comportamenti violenti ricorrendo
all’empatia come atteggiamento, alla nonviolenza come comportamento e alla
creatività per affrontare le cause di fondo. I maoisti hanno detto che essi
intendono lottare per i loro obiettivi e non si lasceranno eliminare dalla
struttura politica e dalla polizia, ma possono anche lottare pacificamente. A
me pare che dal re ci si attenda una correzione delle sue azioni del 4 Ottobre
2002 con metodi democratici o applicando lo spirito della Costituzione. Ma sorge
una domanda cruciale: perché mai egli dovrebbe nutrire propositi di
riconciliazione quando è convinto di avere un esercito molto forte dalla sua
parte e anche ottimi amici come gli USA e la Gran Bretagna? Sarà molto difficile
per lui convincere la gente, in particolare i partiti tradizionali uno dei quali
è quello maoista e assumere una posizione precisa, per quanto forti siano le
giustificazioni che può addurre. Difficilmente i partiti politici tradizionali
crederanno che egli sia davvero a favore della monarchia costituzionale e della
democrazia perché ha un esercito che lo sostiene, amici che lo appoggiano e per
lui la soluzione militare è migliore di quella democratica. A questo
proposito il discrimine è il 4 ottobre 2002 e quanto avvenuto in precedenza. Il
maggior punto di contrasto tra i partiti politici e il re è lo scioglimento del
governo eletto e l’assunzione dei pieni poteri da parte sua. Quel che i partiti
politici richiedono sono le scuse e il ripristino del sistema costituzionale di
democrazia parlamentare multi-partitica. Le due parti sono lontanissime tra loro
mentre i maoisti si sono avvicinati alle posizioni del re da quando questi ha
aperto un dialogo e ha loro riconosciuto pari dignità. Anche essi hanno
modificato le loro posizioni in quanto, rispetto al “governo del popolo”
sostenuto in passato, ora chiedono che sia il popolo a decidere sulla formazione
di un’assemblea costituente che elabori una nuova costituzione con il concorso
di tutte le parti in causa. Sorge il problema del ruolo del re che in precedenza
non era riconosciuto. La monarchia era costituzionale ma i partiti avevano
escluso il re. Se il governo avesse incontrato i maoisti quando questi
avanzarono la loro richiesta, non sarebbe probabilmente accaduto tutto questo.
Invece il governo li ha voluti escludere e così si sono fatti avanti. Una delle
lezioni fondamentali dei processi di pace in tutto il mondo è che devono
attivare diversi. Ma fintantoché un gruppo è lasciato fuori e gli si nega il
diritto al voto e all’elezione esso non avrà alcun motivo per sostenere
l’accordo. La posizione che sto assumendo è che il governo di sua maestà deve
diventare un governo eletto dal popolo. Questa definizione non è felice e non
appartiene al 21° secolo. Oggigiorno la democrazia parlamentare è oggetto di
un’ondata di denigrazione, ma molti specialisti del settore la ritengono invece
un sistema migliore della democrazia presidenziale. Immaginiamo che i
maoisti ammorbidiscano un poco le loro posizioni, accettino una monarchia
costituzionale e una procedura negoziale. Supponiamo che anche il re faccia
altrettanto, riconosca di aver commesso un errore, se ne scusi e i partiti
politici facciano altrettanto. Ciò non significa affatto che tutte queste
questioni scompaiono dopo che tali atti sono stati compiuti. Ma non sarà
questione di guerra, bensì di un normale processo politico.
Procedura negoziale in Nepal : conoscere le linee di faglia Il mondo è
modellato verso la democrazia che si differenzia in: presidenziale, monarchia
costituzionale e parlamentare. Il modello presidenziale è quello degli USA,
quello parlamentare della Gran Bretagna e il costituzionale è della Gran
Bretagna e dei Paesi del Nord Europa. La classe militare possiede il
controllo dell’esercito. La classe economica riguarda le differenze di tenore di
vita tra ricchi e poveri. Lo si può considerare in termini di disuguaglianza
oppure in base al livello di sussistenza al gradino più basso. La classe
culturale riguarda i ricchi e poveri in termini di istruzione. La classe sociale
è questione di inclusione ed esclusione. L’esclusione riguarda la condizione dei
dalit. Per nazione si intende la lingua, la religione e la storia, di solito di
una nazione dominante su nazioni dominate. Per quanto riguarda il territorio, la
questione è la separazione. Il problema della natura riguarda lo sfruttamento e
l’inquinamento. In Nepal siamo in presenza di un processo negoziale, anche se
non sono affatto convinto che sia stato avviato sui problemi reali. La natura
del negoziato è il compromesso. I segnali, compresi quelli provenienti dai
maoisti dicono che sui “40 punti” (2) si stanno profilando posizioni moderate.
Il processo di pace in Nepal sarebbe davvero costruttivo se i maoisti
disarmassero in parte e il REN facesse altrettanto, e costruissero ponti,
scuole. Il passo successivo è individuare i problemi ovvero le linee di
faglia. Tutte le società umane sono attraversate da linee di faglia situate
nel profondo della struttura, come zolle tettoniche, che quando si muovono
producono “terremoti sociali”. Per il caso del Nepal sono state attivate
undici linee di faglia il che non significa che non ce ne fossero prima che i
maoisti entrassero in azione:
LINEE DI FAGLIA PROBLEMA RIMEDIO POSSIBILE
Umano/Natura
Sfruttamento/inquinamento Tecnologia appropriata Sesso Repressione delle
donne Rappresentanza appropriata Generazioni Gioventù Rappresentanza
appropriata Classe: politica Governo di Sua Maestà /RE Democrazia
parlamentare Monarchia costituzionale Classe: Militare/ Regio Esercito
Controllo Controllo parlamentare sull’esercito Classe: Economia Miseria,
disuguaglianze Elevazione di massa, riforma agraria e dei latifondi, dei templi,
forte cooperazione, settori pubblici e privati Classe: Cultura
Marginalizzazione Campagna di alfabetizzazione di massa, condivisione della
cultura Classe: sociale Dalits Rappresentanza appropriata, interventi
economici e culturali Nazionalità Cultura dominante Insegnamento lingua
materna, stato unitario, devolution, federalismo leggero Territorio Miseria,
disuguaglianze Interventi massicci di miglioramento Altro/Nepal Interventi
Riconfermare Panchasheela
Questi punti non sono “questioni da maoisti” ma derivano dalla firma e
ratifica di Convenzioni e protocolli da parte del governo. Quanto alla natura,
un modo per essere leggeri rispetto a essa è quello di aver più economia locale.
È un tema che si può discutere anche con i maoisti. Credo che un’attenzione
severa sia dovuta ai problemi ambientali sui quali la loro ”agenda” non si
esprime esplicitamente. Vi sono alcuni punti posti dai maoisti per quanto
riguarda i diritti umani e l’uguaglianza, come quello di genere. Essi sostengono
un sistema proporzionale, di quote. Ho avuto l’occasione di incontrare i massimi
dirigenti ministeriali: non c’era una sola donna. Si dice che tra i quadri
dirigenti maoisti il 30% siano donne. Loro si modernizzano mentre il resto del
Nepal non lo fa. Quando si tratta di problemi di genere la soluzione è la parità
tra uomini e donne. Quanto al rapporto giovani/anziani, non difendo la parità ma
sostengo la presenza delle giovani generazioni. Le questioni economiche sono
gravi e spinose. Ovviamente si tratta di elevare il livello di vita di chi sta
in basso, abolendo la miseria. Il punto non è tanto quello di ridistribuire tra
il centro e la periferia ma di lasciare che questa trattenga la ricchezza
generata. Riguardo al tenore di vita di ricchi e poveri e le prospettive
economiche di un paese povero come il Nepal, con scarso capitale da distribuire,
credo che la soluzione migliore a mia conoscenza possa essere il Sarvodaya
sperimentato da A.T. Ariyaratna nello Sri Lanka. Il suo approccio comporta il
miglioramento delle condizioni dei poveri a livello di villaggio, puntando
sull’idea di provvedere ai bisogni elementari di ciascuno. Il Sarvodaya si basa
sull’idea di cooperative, una struttura economica che non è pubblica né privata.
Credo che i maoisti dovrebbero essere invitati a riflettere su questo
orientamento in quanto l’alternativa al sistema capitalistico non è la
pianificazione sovietica, ma potrebbe essere la suddivisione dell’economia in
tre parti: una di libero mercato, un settore pubblico e uno cooperativo. Una
delle formule di Ariyaratna è che, anche se non hanno denaro, loro producono ciò
di cui hanno bisogno attraverso la cooperativa. Ciò non significa affatto che al
di sopra non ci sia la libera impresa capitalistica. Non intendiamo bloccare
l’economia nazionale o impedire le importazioni. Vogliamo solo incoraggiare le
economie locali il più possibile, riducendo nel contempo anche l’inquinamento
dovuto ai trasporti. Per quanto riguarda la scolarizzazione, va data la
massima importanza all’educazione primaria. Alcuni paesi hanno inviato gli
studenti universitari nei villaggi per un certo periodo di tempo con il compito
di alfabetizzare l’intera popolazione. Ciò ha avuto una funzione importante
anche perché i due gruppi hanno potuto conoscersi reciprocamente. Il
problema sociale consiste essenzialmente nella questione dei dalit. Significa
elevarne il livello di vita dal punto di vista economico, culturale e con il
sistema delle quote dar loro rappresentanza proporzionale. Il mio è però un
approccio leggermente diverso. I vertici hindu del paese potrebbero giungere
alla conclusione che tutto ciò non fa parte dell’induismo. In Nepal, dove le
caste superiori sono organizzate in un sistema di caste hindu che governano su
un insieme di animisti, buddisti e dalit, credo che potrebbe scoppiare una
specie di “rivoluzione culturale”. Per quanto riguarda le classi sociali, il
riscatto dei dalit può aver luogo se i capi religiosi o i personaggi influenti
hindu rinunciassero all’intoccabilità. Ritengo prioritario affrontare
concretamente la situazione economica. Mi colpisce il fatto che in Nepal gli
hindu sono così poco induisti da sembrare buddisti. Mi sono perciò chiesto se
non fosse possibile avere un approccio teologico per elaborare una qualche
formula che rimuova l’intoccabilità dal debole induismo nepalese. Altrimenti i
dalit hanno solo un’altra semplice alternativa: convertirsi al cristianesimo,
all’islam o al buddismo, come è avvenuto in India. Non credo che sia la formula
giusta per il Nepal. I maoisti sostengono nei loro 40 punti che essi vogliono la
laicità, ed è la cosa più sensata. Veniamo ora alla nazione, alla nazionalità
e quindi al territorio. In questo paese si parlano molte lingue: ognuno deve
essere messo in grado di godere del diritto umano fondamentale di parlare la
propria insegnata nella lingua materna. La gente è molto attenta alla questione
della lingua perché è il mezzo per entrare in relazione con gli altri. C’è la
formula del bilinguismo: il nepalese e la lingua madre. I libri di storia sono
molto importanti e sarebbe bene istituire una commissione che produca libri di
testo per le scuole accettabili da tutti. La secessione non mi sembra un
problema del Nepal. L’intesa svizzera sul federalismo è un esempio adatto.
Ritengo che il federalismo produca più guadagni di pace che non la democrazia.
La ragione sta nel fatto che la democrazia può essere la dittatura del 51%, come
ha evidenziato il Mahatma Gandhi, e questo è un pericolo. Tracciare un confine
in un paese turbolento è una ricetta per la violenza. Vi sono territori
marginali, espropriati, sfruttati o sotto-utilizzati. Quando rifletto
sull’autonomia, considero la possibilità di un autogoverno pressoché totale su
base locale, lasciando la politica estera, la sicurezza e la finanza al governo
centrale. Quanto alla geografia, vedo la situazione nepalese compatibile con un
federalismo leggero nel senso della devoluzione di potere alle province. Il
Nepal oggi è uno stato unitario autocratico e stiamo discutendo di renderlo
democratico limitando i poteri del monarca, con la flessibilità di un
federalismo leggero. Il federalismo o il federalismo territoriale presuppone
che si possano tracciare delle linee di confine e che esse abbiano senso. Perciò
ho introdotto la formula “federalismo non-territoriale” che renderebbe possibile
registrarsi senza necessariamente risiedere nel territorio in oggetto.
Ruolo della Commissione Nazionale per i Diritti Umani Vi sono atti di
omissione imputabili al governo e anche ai partiti politici. La Commissione
Nazionale per i Diritti Umani può continuare a svolgere un ruolo di primaria
importanza nel processo di pace organizzando: a - una tavola rotonda
sperimentale con tutte le parti in causa e un ragionamento sui diritti umani con
una procedura appropriata per il suo esito, compreso il monitoraggio del
processo di cessate il fuoco e per l’applicazione generale dei diritti civili,
politici, socio-economici e culturali; b – il Sarvodaya sostenendo
esperimenti locali con l’assistenza di A.T. Ariyaratna e la sua straordinaria
esperienza nello Sri Lanka, c – una conferenza plenaria su pace/diritti
umani e d – un processo di verità e riconciliazione. Quale dovrebbe essere
l’ordine delle trattative? Questa è una discussione che potrebbe essere avviata
pubblicamente dalla Commissione assieme ai maoisti, al governo e alle forze
armate. La Commissione deve aiutare a stabilire una collaborazione con la
società civile, i mezzi di informazione e il mondo accademico in modo che quello
che si cerca di creare, una cultura dei diritti umani, venga alla fine
realizzato. La qualità del lavoro compiuto vi renderà credibile agli occhi della
gente. Ciò significa che dovete lavorare in modo costruttivo e con i
trasgressori di ognuna delle parti, conquistandone la fiducia e facendo sì che
ascoltino. I diritti umani derivano dalla lotta non dal governo. Osservando il
conflitto nepalese si rilevano diverse forme di comportamento di entrambe le
parti che hanno portato ad assassini, incendi, stupri, torture. Sono chiamate
violenze dirette. Dietro a queste sta anche la violenza strutturale. È la
violenza prodotta dalla negazione dei diritti umani nella riorganizzazione di un
sistema sociale, economico e politico. Il punto è: che fare quando si rilevano
violazioni ai diritti umani? Si può scegliere la via legale, ricorrere al
tribunale e processare i responsabili. La causa legale può essere molto
soddisfacente se si vuole punire e ottenere vendetta, ma non porta lontano. Un
sistema giudiziario può non essere molto costruttivo nell’aiutare a promuovere e
realizzare i diritti umani su larga scala e sostenere la riabilitazione e la
cura di coloro i cui diritti umani sono stati violati e promuovere la
riconciliazione. Vi possono essere altri modi costruttivi per garantire sostegno
e protezione dei diritti umani, per assicurare il ripristino di entrambi e
promuovere la riconciliazione tra le parti. Le suddette iniziative devono
essere assunte al più presto perché è rimasto poco tempo. In tale contesto gli
intellettuali hanno un grande ruolo se sono creativi. Impegnatevi su tutti gli
undici punti che ho indicato più sopra e lasciate che centomila idee
fioriscano!
Note 1.In quella data, il primo ministro Sher Bahadur Deuba propone di
rinviare le elezioni e il re Gyanendra lo esautora rinviandole
indefinitamente. 2.La carta elaborata dai maoisti contenente i famosi “40
punti” fu presentata al primo ministro il 4 febbraio 1996. torna in alto
Il conflitto fra Cina e Tibet: una prospettiva di soluzione
di Johan Galtung
1.Diagnosi . Non sorprende che nel paese al tempo stesso più popoloso e
antico (risale al 221 aC; ce ne sono di più antichi ma non autonomi) vi siano
almeno cinque movimenti che rivendicano l’autonomia. Questi moti per l’autonomia
avvengono lungo la periferia, il che sta a indicare una eccessiva tensione della
Cina han in alcuni punti della storia (in Hong Kong/Macao altri suscitano una
eccessiva tensione all’interno di una maggioranza han). Tranne che nel caso
dell’autonomia di Taiwan, questi moti si sviluppano in contesti linguistici,
fedi, miti, e senso di appartenenza territoriale non-han. Quindi, sono presenti
tutte le classiche condizioni per la secessione, l’irredentismo e la richiesta
di indipendenza.
2.Prognosi. La prognosi più ovvia è quella di un potere centrale cinese che
controlla le periferie han e non-han attraverso le politiche della carota
(clientelismo, uso dei privilegi per attrarre leader locali a Hong Kong), del
bastone (repressione in Tibet, nello Xinjang e nella Mongolia interna) e
normative (Taiwan). La Cina si comporta come una super-nazione che tenta di
conciliare gli altri con politiche nazionali simili a quelle condotte a suo
tempo dai sovietici. E con la stessa debolezza: le nazioni vogliono decidere
esse stesse. Il profilo del potere differisce nei cinque casi, e nel corso del
tempo. A Hong Kong fu evitata una guerra con la Gran Bretagna; quella con gli
USA per Taiwan può ancora essere evitata, ma anche no. Le brutalità dei militari
in Tibet, nella Mongolia interna e nello Xinjiang possono aumentare, ma i
militari cinesi possono anche essere brutali in contesti han. Quanto più un
potere straniero, barbaro si pone dalla parte dei movimenti di protesta, tanto
più recalcitranti sono i Cinesi. La sede del governo tibetano in esilio in
un’India con armi nucleari, e il profondo legame tra Taiwan e il sistema di
sicurezza USA-Giappone costituiscono un ostacolo a esiti ragionevoli. E’
probabile che si inneschino brevi e lunghi cicli viziosi di violenza su scala
minore.
3.Terapia. Un esito accettabile e sostenibile deve superare le posizioni
estreme sia di uno stato cinese unitario (con gli attuali confini più Taiwan, la
“provincia separatista”) sia di una secessione da esso. Tra le due ci sono le
classiche soluzioni della federazione e quella più lasca della confederazione,
che non si trovano nel passato della Cina, ma affiorano frequentemente nei
dialoghi con le singole parti. Sarebbe garantita l’autonomia negli affari
interni. Nella federazione, la politica estera, di sicurezza e finanziaria
sarebbe in comune, mentre nella confederazione verrebbe coordinata, ma con
autonomia. Uno scenario potrebbe essere: prima federazione e poi confederazione,
con le cinque regioni che avanzano separatamente o insieme. La filosofia
sottostante, secondo la cultura cinese, sarebbe taoista: nella forza la
debolezza, nella debolezza la forza: la forza mostra la debolezza della
costruzione, le costruzioni più forti debbono essere realizzate senza forza.
Gli ostacoli da superare sono considerevoli. Primo, la mentalità degli han
che si considerano gli indiscussi dominatori dell’Himalaya, del deserto, della
tundra e del mare. I cinesi riusciranno a convincersi che una configurazione più
lasca di sei Cine potrebbe essere anche nel loro interesse? Secondo, coloro che
cercano l’indipendenza riusciranno a vedere che i loro interessi possono essere
meglio soddisfatti in una configurazione che offre enormi economie di scala e un
terreno culturale comune; e in più (in una confederazione) offre l’indipendenza
politico-militare? Terzo, tutte quante le parti si renderanno conto che è giunto
il momento di risolvere questi vecchi problemi cinesi congiuntamente , non
separatamente? Quarto, come proteggere i cinesi han nelle nuove repubbliche? Con
assemblee separate?
I Tibetani dovrebbero ammettere che il lamaismo fu brutale e che la Cina ha
anche degli aspetti positivi, il che è più facile da riconoscere per Taiwan,
essendo essa stessa cinese. Pechino e Taipeh dovrebbero entrambe abbandonare
l’idea di essere il centro dell’altro, scoprendo l’equità della confederazione,
con Pechino in qualche modo più eguale delle altre.
Viaggio nel Buddismo del Ladakh fra gente semplice, pacifica e
spirituale
Elsa Chaudhuri e Eliana Riggio
Il nostro viaggio alla scoperta del Buddismo ha luogo nel Ladakh, regione del
Jammu & Kashmir (J&K) nell’India del nord.
Questa terra si trova ad un’altezza di 3500 metri, dove risiede la capitale
Leh, con picchi di 7000, ed è divisa nelle vallate dell’Indo, Nubra e Zanskar.
Il territorio è prevalentemente montuoso, secco ed arido. La gente è
pacifica e solidale, sempre pronta ad aiutarti. La profonda cultura ecologista
del Ladakh è attenta a prevenire ogni forma di inquinamento. La famiglia è
allargata e racchiude le generazioni che la compongono. Tutte possiedono un orto
in cui coltivare piselli, carote, mele, albicocche ed alcuni prodotti che
sopravvivono alle condizioni climatiche estreme. Il visitatore è particolarmente
colpito dalla profonda spiritualità di ciascuno. I Ladakhi usano quotidianamente
numerosi strumenti per innalzare la propria invocazione. La ruota della
preghiera che, girando, la fa salire al cielo. La bandiera della preghiera che
sventolando assicura un continuo innalzarsi della invocazione. Il muro della
preghiera, costruito di ciotoli che raccolgono i pensieri spirituali.
Il luogo sacro dei buddisti è il gompa (monastero). I gompa ladakhi sono
costruiti su un’altura, circondati dalle modeste abitazioni dei monaci. La calce
bianca che copre queste austere strutture fa da contrasto al paesaggio arido.
Il Buddismo in Ladakh ha giocato storicamente il ruolo di unificare ed
allargare gruppi tribali autonomi in un regno feudale centralizzato. E’
normalmente identificato con il Tibet, anche se l’ispirazione originale arrivò
dal Kashmir, probabilmente nel periodo Kushan. Fu solo più tardi che il Buddismo
in Ladakh si istituzionalizzò, ispirato dagli insegnamenti dei monaci indiani,
Padmasambhava e Atisa. Questi avevano trovato asilo in Tibet quando il Buddismo
perse la protezione reale in India.
La nozione centrale agli insegnamenti di Buddha era credere che ciascuna
anima fosse in grado di raggiungere lo stato di illuminazione senza l’assistenza
di sacerdoti o rituali. Il Nirvana poteva essere raggiunto seguendo la via
riformista o di mezzo. Il Buddismo Mahayana aggiunse una condizione ulteriore
alla Via Nobile richiedendo la virtù della compassione. Quindi, nessun
Boddhisattva può tentare di raggiungere il Nirvana egoisticamente mentre le
altre anime sono ancora intrappolate nella ruota dell’esistenza mondana, fonte
di tutte le sofferenze. Di conseguenza, il Buddismo Mahayana rafforzò il
contatto tra il monaco e la comunità. In questo processo la rappresentazione di
Buddha fu deificato con un pantheon di forme personificate.
Il gompa è il veicolo del Buddismo ladakhi e della sua iconografia. Nel gompa
si trova spesso la Ruota della Vita rappresentata da tre cerchi concentrici. Il
cerchio interno rappresenta l’ira, il desiderio e l’ignoranza raffigurati dal
gallo, il serpente e il maiale rispettivamente. Il cerchio di mezzo rappresenta
i sei stati dell’esistenza, il mondo degli dei e semidei, morte, inferno,
animali e uomini. Il cerchio esterno rappresenta la catena della causalità con
dodici simboli. Popolarmente il Buddha è rappresentato come Avalokiteswara (il
Compassionevole) dotato di undici teste e mille braccia; Manjusri (il Saggio)
seduto nella posizione del loto con una spada e un libro; e Maitreya (il Buddha
che verrà) rappresentato in piedi o su un trono. In tutte le rappresentazioni si
vedono i Preziosi Ornamenti: orecchini; catene al collo, sul petto e alla vita;
bracciali al polso e sull’avambraccio a significare le virtù della generosità,
pazienza, energia, meditazione, saggezza e autodisciplina.
La figura tradizionale del monaco è via via stata affiancata da quella della
monaca buddista. Le donne monache hanno goduto fino a poco tempo fa di uno stato
sociale basso, al punto di essere utilizzate come servitù domestica.
Recentemente le monache, ritrovando sicurezza in se stesse e riacquistando
potere unendosi in congregazioni, hanno iniziato a costruire veri e propri gompa
per sole donne. Seguono le medesime regole monastiche degli uomini, fanno voto
di astinenza dalla carne, dall’alcool e dalla vita sessuale. I loro gompa sono
più semplici di quelli maschili, ma altrettanto attivi nella meditazione,
l’educazione dei giovani monaci ed il servizio alla comunità. Una visita al
monastero Chiulicheng permetterà un primo sguardo su comuni di donne solidali,
gioiose, apertamente allegre impegnate a costruire austere celle monastiche
ingentilite da piantine fiorite e pizzi alle finestre.
Piantare alberi contro la desertificazione e la disoccupazione
femminile
Wangari Maathai, donna africana del Kenia, nobel per la pace 2004
Il 27 Dicembre del 2002 si sono tenute in Kenya le elezioni presidenziali e
parlamentari. Il periodo pre elettorale, come si sottolinea nel rapporto di
Amnesty Internacional1, è stato caratterizzato da violenze a sfondo politico,
intimidazioni, minacce all’opposizione da parte di membri sostenitori di del
partito di governo, l’Unione Nazionale Africana (Kanu). Nel 2003 almeno 126
persone sono state condannate alla pena di morte. Persistono ancora oggi
maltrattamenti e torture da parte delle forze di polizia, sia durante la
prigionia che in occasione di dimostrazioni, fino a causare la morte di molte
persone. Nel maggio del 2003 è stata approvata una legge, la Statutory Law Bill,
che impone restrizioni ai mezzi di informazione. La legge impone il deposito di
una cauzione agli editori, talmente alta da fare chiudere molte testate.
Ancora oggi la violenza contro le donne sia da parte di pubblici ufficiali
che da privati all’interno della mura domestiche è estremamente diffusa. La
denuncia delle violenze sono rare in quanto le risposte della polizia e dei
tribunali sono la maggior parte delle volte indifferenti. La corruzione
all’interno della magistratura e della giustizia in generale è dilagante. Un
rapporto della Corte d’Appello del 2004 denuncia la corruzione di cinque dei 9
giudici della corte d’Appello, di 18 dei 36 dell’Alta Corte, di 82 dei 254
magistrati, e di 43 funzionari paralegali. Il conflitto tra etnie è presente
nel Kenya centrale, tra le fazioni turkana e borana, con il risultato di
migliaia di profughi. La Commissione Akiwumi, istituita per indagare sulle
violenze etniche aveva chiesto, nel suo rapporto del 1999 di indagare anche sul
ruolo, nei massacri avvenuti, di molte persone di spicco , ministri di governo,
leader dell’opposizione. Il governo ha definito il rapporto di parte. Questo
è lo scenario in cui si inscrive l’impegno per la pace e lo sviluppo della nuova
premio nobel Wangari Maathai. I telegiornali italiani, concentrati sulla
guerra in Irak, non hanno dedicato molto spazio alla notizia dell’assegnazione
del premio nobel per la pace di quest’anno. Più attenzione l’hanno mostrata
alcune testate giornalistiche, ma credo che sia mancato ciò che forse è invece
fondamentale, ossia una riflessione sul significato dell’assegnazione di un tale
premio ad una donna africana, la prima donna africana a ricevere questo
riconoscimento per il suo impegno per la pace. Parlare di questo nobel può
essere preso come occasione per parlare di cosa significhi, per le donne
africane, lottare per la pace e dare quindi visibilità al più generale e forte
impegno che le donne africane assumono quotidianamente per la pace e lo
sviluppo. Partendo dal presupposto che la pace non è solo firma di accordi di
pace, ma che la pace è fine della violenza in tutte le sue forme ed espressioni,
è libertà da oppressione, paura, miseria, allora la situazione del Kenya non può
certo essere definita pacifica. Tuttavia spesso o quasi sempre, nella maggior
parte di contesti conflittuali, latenti o espliciti che siano, le esperienze,
gli sforzi delle donne per la pace non vengono presi in
considerazione. Numerose sono le iniziative internazionali per sostenere e
riconoscere il ruolo delle donne nella costruzione della pace. Tra queste si
possono in particolare ricordare la Quarta conferenza mondiale donne del
1995,che ha portato ad una piattaforma di azione che sottolinea che “ l’eguale
accesso e la piena partecipazione delle donne alle strutture di potere e il loro
completo coinvolgimento in tutti gli sforzi per la prevenzione e risoluzione dei
conflitti sono essenziali per il mantenimento della pace e della sicurezza. Si
deve attuare un empoweremnt politico ed economico e devono essere rappresentate
a tutti i livelli del decison making”2. Decisiva è poi l’adozione della
Risoluzione 1325 da parte del Consiglio di Sicurezza nel 2000, che richiama il
Segretario Generale, gli stati membri, attori non statali, gli eserciti, le
agenzie umanitarie, la società civile ad adottare azioni per la partecipazione
delle donne ai processi di pace, per l’’inclusione di una prospettiva di genere
nel peacekeeping e nel peacebuilding. Al centro di molti approcci di
costruzione della pace portati avanti dalle donne c’è il concetto e la
definizione di pace olistica. Tale concezione emerge in modo chiaro nel
documento scaturito dalla conferenze mondiale delle donne del 1985, a Nairobi,
in cui si dichiara che la “ la pace non include solo assenza di guerra, violenza
ed ostilità, ma anche il godimento di giustizia sociale, economica,
dell’uguaglianza e di un intera gamma di diritti umani e libertà fondamentali
all’interno della società…la pace e lo sviluppo sono tra loro interrelati e si
rafforzano reciprocamente…la violenza contro le donne esiste in diverse forme
nella vita di tutti i giorni e in tutte le società... tale violenza è il maggior
ostacolo al raggiungimento della pace”3. Negli anni ‘90 si assiste ad un
proliferare di iniziative di donne africane in favore della pace e come
riflessione del ruolo della donna nella costruzione di questa. Al centro di
tutte le iniziative vi è la necessità di coniugare sviluppo sostenibile,
empowerment delle donne e pace. Le azioni della nobel Wangari Maathai si
inscrivono e sono in linea con questi approcci ed è in quest’ottica che devono
quindi essere lette. Wangari Maathai, nata nel 1940 in Nyeri, Kenya, riuscì a
farsi strada nel mondo universitario, una rarità per una ragazza proveniente da
una zona rurale del Kenya, tanto da diventare tra il ‘76 e il ‘77 Presidente del
Dipartimento di Anatomia Veterinaria. Attualmente è professoressa a Yale e a
Capo Verde. In seguito alle elezioni del 2002 è poi diventata viceministro
dell‘Ambiente. Parallela e complementare alla sua carriera universitaria e
politica fu poi l’impegno con e per le donne, all’interno del Nartional Council
of Women, di cui divenne presidente nel 1981 fino al 1987. E’ proprio in
questi anni di lavoro all’interno del consiglio che la Mathai inizia ad
elaborare la strategia poi adottata dal Geen Belt Movement,da lei fondato nel
1977. Incominciò così a sostenere e portare avanti un’ azione di protezione
ambientale e di miglioramento della qualità di vita allo stesso tempo. Vennero
infatti organizzati gruppi di donne per piantare alberi come impiego retribuito.
In questo modo si combatteva contro l’erosione del suolo, la desertificazione,
ma si dava anche la possibilità alle donne di trovare un fonte di sostentamento
economico e la possibilità di avere autonomamente legna per cucinare. Negli
anni l’impegno per la protezione dell’ambiente e della biodiversità si è
intrecciato a quello contro la corruzione e in favore dei diritti umani e delle
donne in particolare. Al centro delle sue azioni vi è il riconoscimento della
specificità del decisivo ruolo della donna, in un paese africano come il Kenia,
nella gestione e preservazione della biodiversità, dell’acqua, della terra e
delle risorse naturali in generali, ruolo a sua volta funzionale ad impedire
l’appropriazione impropria dei governi e di grandi multinazionali, alla garanzia
della giustizia sociale ed economica. Si deve inoltre considerare che la terra
in molti paesi africani, come il Kenya, è la fonte principale di sostentamento
per le donne, le quali sono anche le principali lavoratrici nell’ambito agricolo
e spesso sono coloro che dopo i conflitti devono farsi carico, sole, della
gestione della casa, della famiglia. Leggi statali discriminatorie nei confronti
delle donne riguardo l’accesso alla terra, o appropriazioni illegali di governi,
disboscamento per la costruzione di edifici che non tengono conto
dell’equilibrio ambientale, sono un pericolo ed un ostacolo enorme per le donne
e la loro sopravvivenza fisica ed economica. Questo a sua volta danneggia
qualsiasi processo di peacebuilding in quanto non permette alle donne, su cui
ricade un grande responsabilità di riconnessione del tessuto sociale, delle
reazioni familiari e comunitarie, di potere assumere tale fondamentale
ruolo. La lotta contro la corruzione, in favore di una cultura di
trasparenza, integrità e responsabilità è il corollario essenziale per tutto
questo. L’impegno della Maathai e del Green Belt Movement può pertanto essere
visto e collocato all’interno di una lotta in favore della pace dove questa
viene concepita nella sua multidimensionalità , in termini positivi ed olistici,
dove cioè vengono coniugati insieme sviluppo sostenibile, promozione e
protezione dei diritti, con particolare attenzione a quelli delle donne, come
condizioni per una pace sostenibile. La Maathai per l’impegno assunto in
questa direzione è stata più volte imprigionata e picchiata e anche tacciata
come donna pazza, minaccia dell’ordine e della sicurezza del paese. Dare un
premio nobel per la pace ad una donna africana è quindi un segnale di
riconoscimento importante da parte della comunità internazionale, soprattutto,
come già sottolineato, per dare visibilità al ruolo delle donne nella promozione
della pace. Tuttavia fondamentale è l’assunzione di un impegno concreto da
parte di questa stessa comunità internazionale per sostenere queste lotte, che
in molti angoli del mondo vengono sostenute lontano dalle televisioni e dai
giornali, con grande forza e coraggio.
Giulia Allegrini
Bibliografia: Wangari Maathai, Jason Bock, “The Green Belt Moovement:
Sharing the Approach and the Experience”, 2003. Wallance, Aubrey “ Eco-
Heroes: Twelve Tales of Enviroment Victory”. Mercury House, 1993. Dianne
Rocheleau, Barbara Thomas-Slayter, Esther Wangari, editors. “ Feminist Political
Ecology: Global Issues and Local Experiences”.
Se ti costringono a portare un carico per un miglio, tu portalo per due
Walter Wink (“Rigenerare i poteri, discernimento e resistenza in un mondo di
dominio”, edizioni EMI - sezione biblica) ci aiuta a comprendere cosa Gesù
intendesse offrire ai suoi interlocutori attraverso i suoi racconti: la
possibilità di uscire dagli schemi, spiazzare l’oppressore e aprire nuovi
orizzonti possibili. La lotta nonviolenta per il cambiamento sociale richiede
una forte creatività da parte delle vittime.
Giorgio Barazza
L’ARTE DELLO SPIAZZAMENTO
Questo esempio si riferisce alla pratica relativamente illuminata di limitare
ad un solo miglio la durata del trasporto forzato che i soldati romani potevano
imporre ai civile dei paesi occupati. I servizi più frequenti erano legati
alla temporanea requisizione di animali per il servizio postale o al trasporto
dei carichi dei soldati da parte dei civili. La situazione cui allude Gesù è
proprio quest’ultima. Non si tratta della requisizione di un animale, ma di un
uomo. Questi “lavori forzati” (angaria) erano fonte di aspro risentimento
presso tutte le popolazioni soggette ai Romani. La frequenza dei provvedimenti
di legge che tentano di prevenire gli abusi in materia di angaria dimostra di
per sé la ricorrenza di questi abusi. Un’iscrizione ritrovata in Egitto
ordina “che i soldati (romani) di qualunque grado, attraversando i diversi
distretti non debbano effettuare requisizioni o imporre trasporti forzati a meno
che non ne abbiano espressa autorizzazione scritta da parte del prefetto”.
Per arginare il sentimento presente nelle terre occupate, Roma cercava di
punire chi più apertamente violava le norme in materia. Alcuni legionari
acquistavano degli schiavi per farsi aiutare a portare il carico, che pesava dai
27 ai 38 kg (escluse le armi). La maggior parte della truppa doveva però
servirsi di civili “requisiti”. Esistono molti racconti di interi villaggi
che si spopolavano all’improvviso per evitare di dover portare i bagagli degli
eserciti. Il generale a capo della legione amministrava personalmente la
giustizia solo nei casi più gravi; il resto era lasciato al controllo
disciplinare dei suoi sottoposti. Può darsi che chi abusava dell’angaria
fosse passibile di una semplice ammonizione, ma è assai probabile che ciò fosse
a discrezione dei suoi superiori e che questo ipotetico sodato non sapesse ciò a
cui andava incontro. In questo contesto di occupazione militare romana a
cosa vuole alludere Gesù nel suo esempio? Perché offrirsi di portare il
carico per un miglio in più? Non significa passare all’estremo opposto della
collaborazione e della resa al nemico? Niente affatto. Anche qui si tratta di
fare sì che l’oppresso possa riprendere l’iniziativa e affermare la propria
dignità in una situazione generale che per il momento non può essere cambiata.
Immaginiamo allora la sorpresa del soldato quando oltrepassata la prima
pietra miliare e in procinto di riprendersi il carico, si sente dire dall’ebreo
“Oh no, lascia che te lo porti per un altro miglio”. Perché lo vuole fare? Cosa
diavolo ha in mente? Di solito noi soldati dobbiamo costringere a forza la gente
a portarci la roba, e questo giudeo fa addirittura il cortese e non vuole
neanche fermarsi! E’ forse una provocazione? Vuole forse ingiuriarmi? Farmi
andare in consegna per avere violato le regole sull’angaria? Vorrà forse
denunciarmi? Farmi passare dei guai? Da una situazione di stato servile
temporaneo, l’oppresso ha preso improvvisamente l’iniziativa. Si è riappropriato
della sua libertà d’azione. Il soldato viene disorientato e posto di fronte
a una risposta imprevedibile da parte della vittima designata. Non gli era mai
capitato di dover affrontare un problema simile. Viene costretto a prendere
delle decisioni per cui la sua esperienza pregressa non gli può essere di aiuto.
Se ha sempre goduto di sentirsi superiore ai civili, oggi non gli riuscirà.
Immaginatevi un soldato romano che prega un ebreo di restituirgli il carico!
Lo humor di questa scena può forse sfuggire ai lettori moderni, ma
certamente non sfuggiva agli ascoltatori di Gesù che dovevano sentirsi rivivere
al pensiero di poter spiazzare in quel modo i loro aguzzini. Gesù non incoraggia
a percorrere il secondo miglio per acquisire dei meriti in cielo. Sta
aiutando un popolo oppresso a trovare un modo per esprimere la propria protesta
e neutralizzare una pratica operante e odiata in tutto l’impero. Non sta dando
un messaggio impolitico di trascendenza spirituale. Sta esprimendo una
spiritualità mondana in cui i soggetti agli ultimi posti della scala sociale o
schiacciati dal gioco del potere imperiale possano imparare a riappropriarsi
della loro umanità. L’amore verso il “nemico” non è contrario a che si
impugni la legge e si sfrutti il suo momento oppressivo per portare l’occupante
su un terreno di incertezza e di ansia in cui non si era mai trovato prima.
Le proposte di Sbilanciamoci!"Conti alla mano, una finanziaria alternativa è
possibile." Con queste parole Giulio Marcon, portavoce della Campagna
Sbilanciamoci!, ha presentato presso la Camera dei Deputati il Rapporto 2005 "Ci
siamo impegnati per dotare il nostro paese di una legge finanziaria che promuova
i diritti, la pace e la tutela dell'ambiente - continua Marcon.
L'altrafinanziaria, elaborata dalle organizzazioni della società civile, propone
un percorso realistico per fronteggiare il declino italiano e le crescenti
disuguaglianze tra il Nord e il Sud del mondo. Le attuali politiche economiche
proposte dal Governo sono anacronistiche, è necessario per questo cambiare rotta
a favore di una visione fondata non più sui vecchi parametri quantitativi legati
al PIL, ma sugli indicatori di benessere, un nuovo modo di misurare la qualità
dello sviluppo, un metodo utile a ridefinire il concetto di modernità nel nostro
paese."
FINANZIARE LA PACE
In tutto il mondo la spesa militare è in aumento, e l'Italia non fa
eccezione. Negli ultimi 5 anni è aumentata di diverse centinaia di milioni di
euro l'anno, spesi in gran parte per gli stipendi ai militari (50%) e per
comprare nuove armi (25%). Il resto è spesa corrente, cioè mantenimento
dell’unico baraccone pubblico rimasto in piedi. Il colmo è che in questa spesa
enorme non rientrano le missioni all'estero, che hanno bisogno di fondi
speciali: all’1,5% del bilancio della Difesa dobbiamo quindi aggiungere un
ulteriore 6% di spese di guerra. L'aumento previsto nel 2005 per la spesa
destinata alla difesa è del 7,5%. Sbilanciamoci! chiede un'inversione di
rotta.
REALIZZAZIONE OBIETTIVI DEL MILLENNIO: per un mondo di giustizia 250
milioni di euro per sostenere progetti specifici – gestiti anche da ONG e
versati ad organizzazioni multilaterali - per sostenere gli 8 obiettivi del
Millennio che il programma di pace delle Nazioni Unite ha lanciato e che il
nostro paese si è impegnato a realizzare.
AIUTO PUBBLICO ALLO SVILUPPO: cambiare la legge 49/87 500 milioni di euro
per la cooperazione, da vincolare necessariamente alla riforma della legge 49
sulla cooperazione che crea inefficienza e paralisi nella gestione delle
attività e nel sostegno alle Ong. Da tempo la cooperazione italiana si trova in
uno stato di estrema crisi. La scorsa finanziaria ha ridotto i fondi del 15%. La
manovra del luglio scorso ha tagliato altri 250 milioni. Siamo al 21° posto
(penultimo) dei paesi OCSE quanto a rapporto spesa per la cooperazione/PIL.
RICONVERSIONE INDUSTRIA BELLICA: per disarmare l’economia 50 milioni per
la riconversione dell’industria bellica e attivare produzioni civili. In questi
anni è ripresa la produzione e l’esportazione delle armi italiane, anche verso
paesi in guerra. Commesse e appalti vengono offerti dal settore pubblico a
industrie private per partecipare alla costruzione di nuovi sistemi d’arma, come
è il caso della costruzione della portaerei Cavour che alimenterà un indotto di
oltre 2 miliardi di euro.
FONDO STRAORDINARIO RICOSTRUZIONE IRAQ: aiutare a far rinascere il paese
600 milioni, pari alla cifra spesa per la missione militare a Nassiryia, da
destinare a ONG italiane ed internazionali e ad agenzie delle Nazioni Unite per
attività di ricostruzione dell’Iraq, dentro il quadro di ritiro delle forze
occupanti dal paese (compresa ovviamente quella italiana) e di assunzione delle
Nazioni Unite della responsabilità nella gestione della transizione politica e
della ricostruzione del paese.
CORPI CIVILI DI PACE: un peace building dal basso 5 milioni di euro da
destinare alla formazione e al sostegno alle esperienze di corpi di pace
adeguatamente preparati ed addestrati impiegabili nelle aree di conflitto o di
tensione violenta. La presenza civile non governativa è sempre più importante
per contribuire a ricostruire uno spazio di riconciliazione e di dialogo.
SERVIZIO CIVILE NAZIONALE: sostenere l’impegno di pace Fermare la
costruzione dei caccia EFA (in tutto sono 131) per destinare i 110 milioni
risparmiati (il costo di un solo apparecchio) a finanziamento del servizio
civile nazionale. Oltre 35.000 giovani desiderano intraprendere questa
esperienza, ma 7-8.000 saranno costretti a rimanere a casa. Nel 2005 infatti
mancheranno almeno 60-70 milioni di finanziamenti.
SPESE MILITARI: ridurre il bilancio della difesa e liberare risorse per la
società E’ possibile - e necessario - tagliare le spese militari per 4.000
milioni di euro, oltre ad azzerare il fondo di 1200 milioni di euro per le
missioni militari all’estero. Occorre, tra l’altro, tagliare le spese militari
attraverso minori spese (400 mln), ridimensionare il progetto di
professionalizzazione delle Forze Armate (400 mln) e razionalizzare le spese dei
sistemi d'arma, tra cui l'Eurofighter e la portaerei Cavour. Maggiori info su:
www.sbilanciamoci.org http://www.metamorfosi.info/met_sbilanciamoci_sala_stampa.asp
Quando un presidente del consiglio è contemporaneamente editore televisivo e,
con la sua carica, controlla le televisioni pubbliche, questa situazione
rappresenta certamente un pericolo per l’informazione. Ma cosa accade quando la
maggior parte dell’editoria di un paese è in mano a produttori d’armi? No, non
stiamo parlando di uno stato africano o di una colonia sudamericana: stiamo
parlando dalla democraticissima Francia. Mentre molti erano già in vacanza, a
fine luglio il settantanovenne Serge Dassault è divenuto presidente della
Socpresse, gruppo che stampa 70 giornali i quali, aggiunti a quelli di sua
proprietà, portano sotto un unico editore il quotidiano Le Figaro, i settimanali
L’Express ed Expansion, i finanziari Valeurs Actuelles e Le Journal des
Finances, i quotidiani regionali Le Dauphinè Liberè, Le Progrès, La Voix du
Nord, Nord Eclair, oltre a settimanali a larga tiratura (Tv Magazine, Version
Femina) e quotidiani free press (Comareg e Delta Diffusion). Dopo averne
acquisito il 30% del capitale nel 2002 dal fondo Carlyle (un affare concluso
quindi tra produttori d’armi), il finanziere francese è riuscito a sfilare il
controllo della società alla famiglia Hersant, che dopo la morte del capostipite
aveva perso interesse per i mass-media. Le Figaro, fondato nel 1866, 400 mila
copie di tiratura, è da sempre sensibile alla destra populista della borghesia
repubblicana francese e con il nuovo proprietario non patirà svolte editoriali
particolari. Serge Dassault è proprietario del gruppo industriale omonimo, con i
quali produce i cacciabombardieri Mirage, Falcon e Rafale. Grande amico di
Chirac ed ex membro del direttivo del partito gollista, è stato condannato in
passato per corruzione attiva di politici. D’altronde, la sua non è merce che si
possa vendere ai banchi del mercato rionale; stampa e parlamentari
accondiscendenti possono certo aiutare. Da sindaco di Corbeil-Essonne ed
editore del quotidiano Le Républicain venduto nella zona, Dassault si prepara a
diventare senatore alle prossime elezioni, ovviamente nel seggio elettorale dove
esercita la sua influenza. Intanto il figlio Laurent è diventato consigliere
d’amministrazione delle Assicurazioni Generali, in rappresentanza di un gruppo
di investitori francesi amici del padre, e con 50 milioni di euro ha acquistato
l’1% di Mediobanca. Ma Dassault non è il solo in Francia a mischiare
mass-media e armamenti: il primo editore mondiale di periodici, il gruppo
Hachette Filipacchi, con 230 testate in tutto il mondo (è molto sviluppato nella
regione Asiatica dove edita 20 giornali in 9 diversi paesi), pubblica Le Journal
Du Dimanche, i magazine Paris Match, Photo, Femme Actuelle, Elle e Vital,
controlla parte della stampa regionale della Provenza e della Costa Azzurra,
mentre negli Stati Uniti pubblica Woman’s Day e George. E’ il quarto stampatore
europeo; nella sua compagine azionaria troviamo il gruppo Lagardère, leader
nella produzione di sistemi di difesa, missili terra-aria e satelliti. Il suo
fondatore, Jean-Luc Lagardère, socio in affari di Saddam Hussein (una
finanziaria irachena è da sempre azionista del gruppo), non ha mai lesinato
aiuti politici a sinistra e a destra (ha partecipato anche al salvataggio del
giornale satirico comunista L’Humanité); è morto l’anno scorso, lasciando il
figlio Arnaud alla guida di un gruppo che comprende anche la maggioranza
relativa del colosso di difesa e aerospazio EADS e, dal 1999, la casa editrice
italiana Rusconi, ma senza essere riuscito a completare (ancora?) l’acquisizione
del canale televisivo TF1.
PRIVATE Regia: Saverio Costanzo Sceneggiatura: Saverio Costanzo, Sayed
Qashua Anno: 2004 (uscita nelle sale prevista per gennaio 2005) Origine:
Italia Produzione: Istituto Luce, Offside Durata: 90’
Saverio Costanzo, figlio d’arte (in senso stretto: Maurizio Costanzo ha
firmato diverse sceneggiature cinematografiche nonché la regia di
“Melodrammore”), esordisce nel cinema di finzione con “Private”, un’opera
decisamente atipica, per vari aspetti, nel panorama del cinema italiano. Si
tratta di un esordio fulminante, di rara efficacia, che si è aggiudicato il
Pardo d’Oro all’ultimo Festival di Locarno ed ha già trovato acquirenti in oltre
venticinque Paesi. Se italiani sono capitali e set (il film è stato girato
nei dintorni di Riace, in Calabria), gli attori sono tutti stranieri, israeliani
e palestinesi, così come è straniera, ma non certo estranea, la realtà che
rappresenta. “Private” ci porta infatti nel cuore del conflitto
israelo-palestinese, di cui dà una rappresentazione “domestica”, quasi
stilizzata nella sua concentrazione essenziale, eppure piena di umanità e densa
di problematicità dialettica. Ci troviamo in una villetta nei Territori
occupati palestinesi, dove vive una famiglia composta da padre, madre e tre
figli. E’ una famiglia (un Paese, un popolo) sull’orlo di una crisi di nervi,
continuamente esposta alla violenza e al pericolo. Il padre di famiglia vuole
continuare a vivere nella sua casa, baluardo di resistenza passiva davanti
all’occupazione israeliana, ma la situazione si aggrava e si fa esplosiva, e
nello stesso tempo grottesca, quando una pattuglia israeliana irrompe nella
villa e decide di farne la propria base operativa. Il padre non cede alle
minacce e alle intimidazioni, e obbliga la propria famiglia a rimanere nella
casa: si instaura così una bizzarra coabitazione forzata tra la famiglia
palestinese e la pattuglia israeliana, che si dividono le parti della casa.
L’occupazione è diventata una realtà quotidiana, domestica, invasiva, con cui
trovarsi faccia a faccia ogni ora del giorno e della notte. Di fronte a
questa situazione ogni membro della famiglia assume un ruolo emblematico e
dialettico: il padre è inflessibile nel mantenere la sua posizione – e
nell’imporla al resto della famiglia -, improntata ad una resistenza nonviolenta
rigida e coerente fino all’estremo, malgrado i rischi cui espone se stesso e la
propria famiglia (in una sequenza terribile gli israeliani lo trascinano fuori
di casa di notte, lo fanno inginocchiare e sotto gli occhi della sua famiglia
gli puntano una pistola alla tempia); la madre distrutta dalla tensione vorrebbe
abbandonare la casa e trovare un luogo dove vivere con un’angoscia meno
opprimente; la figlia maggiore vorrebbe ribellarsi, ma nello stesso tempo è
affascinata dalla presenza dei giovani soldati nella casa, che spia
nascondendosi all’interno di un armadio nella zona proibita della casa; il
figlio maschio è attratto dalla resistenza armata e arriva a nascondere nella
serra un ordigno, che dovrebbe sterminare i soldati distruttori ma mette a
repentaglio anche la vita della sua famiglia; il bambino più piccolo vive sulla
pelle la realtà della tensione e della violenza ma grazie ai racconti della
sorella riesce ad immaginare gli occupanti israeliani come esseri umani. Le
sequenze oniriche esemplificano le posizioni estreme in campo: il figlio sogna
di vedersi in una specie di video dell’orrore, nelle vesti di kamikaze; il padre
sogna di sedersi una notte al tavolo di cucina con il capo della pattuglia, il
più duro e violento, e di riuscire a dialogare con lui, da uomo a uomo.
Analogamente, nella pattuglia israeliana, in secondo piano, all’ufficiale
fanatico si contrappone un soldato non dimentico della propria umanità e capace
di un gesto di grazia. Riprese in digitale e camera a mano sono quanto mai
adatte in questo caso a conferire il sapore della realtà e della verità ad un
racconto esemplare, coinvolgente tanto dal punto di vista emotivo che
intellettuale, chiuso – e riaperto - da un finale efficacissimo che non concede
sollievo ma reinserisce la storia privata nella Storia, prigioniera di un
circolo vizioso da cui – purtroppo - sembrano non esserci vie di uscita.
Georg Friedrich Händel, nato nel 1685 ad Halle in Sassonia e morto nel 1759 a
Londra, è uno dei grandi protagonisti della musica del settecento. Händel è
soprattutto un uomo di spettacolo, anche quando tratta di argomenti religiosi.
La sua religiosità è orientata più alla sfera pubblica che a quella interiore.
Il suo “Hallelujah”, il brano più famoso contenuto nel “Messia”, non sembra
cantato da angeli eterei, ma da coristi coi piedi ben piantati per terra,
accompagnati da trombe che col loro volume coprono il suono dell’organo…
Scritto in 21 giorni, tempo molto inferiore a quello che oggi occorre per
preparane l’esecuzione, “Il Messia” viene eseguito per la prima volta nel 1742 a
Dublino e gli incassi del concerto sono devoluti al miglioramento delle
condizioni dei detenuti delle carceri. La scelta dell’Irlanda per la prima
esecuzione è probabilmente dovuta all’intenzione di Händel di dare a quest’opera
la funzione di ponte fra cattolici e protestanti. Già queste prime
finalizzazioni ci indicano un contesto di particolare interesse: un’opera
musicale che ricerca intervenenti concreti in situazioni conflittuali. Il
successo immediato dell’opera si è ripetuto nel tempo mantenendola sempre
popolarissima. In Inghilterra viene spesso eseguita in chiesa coi fedeli che ne
cantano le parti corali senza nessuna prova. La sua esecuzione si è dilatata nel
tempo arrivando ad utilizzare numeri enormi di coristi e musicisti, come nel
caso più spettacolare del 1859, in occasione del centesimo anniversario della
morte di Händel, con 2765 cantori e 460 strumentisti. Fu più volte rielaborata
da altri musicisti, fra cui Mozart, che ne realizzò una sua versione con testo
tradotto in tedesco. “Il Messia” non segue un racconto, ma si compone di una
serie di quadri staccati, destinati ad offrire una traccia di meditazione sulle
tappe fondamentali della vita e della missione di Gesù. Non c’è un narratore, il
filo conduttore è costituito da brani dell’Antico e del Nuovo Testamento, in
lingua inglese, accostati sapientemente dal librettista Jennens. Il testo
biblico, densissimo, sfrutta la gamma delle voci soliste e del coro in modo
alterno e si afferma con solennità e delicatezza. Händel si destreggia con
disinvoltura in un linguaggio non suo. L’oratorio è diviso in tre parti: 1 –
la nascita del Messia e le profezie che l’hanno annunciata, in particolare
quelle di Isaia. Di fronte ai mali del mondo si sta costruendo una prospettiva
di speranza e di pace: “Consolate il mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme
e ditele forte che è finita la sua schiavitù”…”Si colmi ogni valle, ogni monte
si abbassi, l’erta si cambi in piano, la roccia in pianura”…”E’ nato un bambino,
ci è stato donato un figlio, sulle cui spalle è il principato e si chiamerà:
mirabile consigliere, Dio potente, eterno padre, principe della pace”…”Gloria a
Dio nel più alto dei cieli e pace in terra a tutti gli uomini …”
2 – il sacrificio e la resurrezione visti attraverso brani profetici,
salmistici e dell’Apocalisse. E’ la parte centrale e decisiva dell’opera. La
liberazione e la pace vengono costruite attraverso l’accettazione consapevole
del sacrificio, come il servo sofferente di Jahvèh: “Il suo dorso ha presentato
alle percosse e le sue guance a chi gli strappava la barba, il suo volto non
nascose ai vilipendi e agli sputi”…”tutti noi come pecore eravamo sbandati,
ognuno sviato nel suo sentiero, ma il Signore lasciò cadere su di lui le colpe
di tutti noi” Sono voci soliste femminili (soprano e contralto) a dare
l’annuncio della resurrezione e del nuovo corso per la storia umana: “anche i
ribelli dimoreranno presso il Signore Dio”…”Come sono belli sui monti i piedi
del messaggero che annuncia la pace, che porta un lieto messaggio”…”Perché mai
tumultuano le genti e le nazioni ordiscono trame fallaci?”…”Spezziamo le loro
catene, gettiamo lontano da noi i loro legami” E’ al termine di questa parte
che si dispiega il celeberrimo coro dell’”Alleluia”, festoso e celebrativo al
tempo stesso.
3 – la redenzione operata dal sacrificio di Gesù, vista attraverso brani
delle lettere di San Paolo: “Io so che il mio redentore vive”…”A Colui che siede
sul trono così come all’Agnello sia lode, onore e gloria e potenza nei secoli
dei secoli”. Il finale, sulla parola “Amen” è una grandiosa e molto elaborata
fuga di atmosfera molto simile a quelle di cui Bach è il caposcuola: linee che
si intersecano turbinosamente per poi confluire in un’unica lunga nota che porta
all’adagio della cadenza conclusiva
Notizie su G.F. Händel e interessanti guide all’ascolto del “Messia” si
trovano ad esempio su: “Piccola guida alla grande musica” di Rodolfo
Venditti, ed.Sonda 1990 (volume rosa)
Giunto a St. Louis, George Catlin dipinse altri ritratti e finalmente tornò
dalla moglie a New York, dove si accinse a completare le opere soltanto
abbozzate. Nel corso del 1833 insieme alla moglie girò per Pittsburgh,
Cincinnati e Louisville, esponendo le sue opere, che riscossero generale
ammirazione. Per la maggior parte dei bianchi quei quadri furono la prima
occasione di farsi un'idea dell'aspetto delle terre del lontano Ovest e delle
persone che lo popolavano e che Catlin, durante i suoi viaggi, avevano imparato
a rispettare. Scriveva: "Ho visto molte di queste genti nel corso dei miei
viaggi. Ho dovuto soffrire e affrontare difficoltà e pericoli, ma ho avuto le
mie soddisfazioni e ho stretto in amicizia le loro mani, quelle mani che non
erano mai state contaminate dal contatto del denaro o dall'inaridente abbraccio
del portafogli. Ho condiviso le comodità dei loro wigwam e non mi è mai stato
fatto alcun male. E se ho parlato con una certa partigianeria, il lettore sappia
che mi ritengo il campione e il difensore di un popolo che mi trattò con
gentilezza e del quale non posso dire che bene. Un popolo che non ha la
possibilità di parlare per se stesso." Nelle sue tele Catlin aveva rispettato la
dignità dei modelli: nessuno era stato rappresentato come un "indiano" generico,
poiché in ogni quadro emergeva la personalità di ciascuno di loro. Sopratutto i
ritratti delle donne, alcune con i bambini, mostravano gli indiani come un
popolo e non come fenomeni da baraccone. Catlin era maturato anche dal punto
di vista artistico. Grazie alla pratica e all'entusiasmo che provava per i suoi
soggetti, aveva sviluppato uno stile personale e migliorato la
tecnica. L'anno seguente, nel 1834, Catlin lasciò nuovamente la moglie e
partì per una nuova avventura. Questa volta ebbe il permesso di seguire il Primo
Dragoni, che aveva il compito di stabilire i primi contatti diplomatici con il
popolo Comanche. Ad aprile Catlin giunse a Fort Gibson e apprese che molti
indiani che si erano stabiliti nei pressi del forte erano stati costretti a
spostarsi a causa dell'avanzata dei coloni bianchi e rimossi dalle terre
ancestrali per essere sistemati nelle nuove riserve. Per il pittore quello fu un
altro segno che la vita degli indiani stava cambiando per sempre. Catlin
eseguì diversi ritratti e quindi partì verso le terre dei Comanche. Dopo molti
giorni di viaggio in condizioni difficili, finalmente comparvero gli indiani.
Erano così numerosi che avrebbero potuto facilmente soverchiare i dragoni. I
Comanche non fecero mosse ostili e diedero invece una dimostrazioni di abilità
nell'equitazione. Montando a pelo i loro cavalli, corsero avanti e indietro
nella prateria completamente chini sul fianco dei cavalli, dal lato opposto a
quello dei dragoni, scagliando da sotto la testa degli animali frecce, che
cadevano lontano dai soldati. Infine il capo del gruppo attraversò la prateria e
si diresse verso un ufficiale per stringergli la mano, dopo di che tutti,
indiani e soldati, si salutarono allo stesso modo, tra risate e sospiri di
sollievo, e i Comanche condussero il drappello al loro villaggio. Ovviamente
Catlin colse l'occasione per ritrarre i capi, dipingere il loro villaggio e
partecipare a una caccia al bisonte. Giunto il momento di tornare, Catlin,
insieme a molti soldati, si ammalò di una febbre alta. Il colonnello che
comandava la spedizione doveva proseguire per incontrare i Pawnee Picts,
un'altra tribù con la quale doveva stabilire contatti, e perciò dovette lasciare
indietro i soldati malati. Dei quattrocentocinquantacinque dragoni che facevano
parte della spedizione circa un terzo morì e fu seppellito lungo la pista.
Catlin riuscì a cavarsela. Ansioso di tornare dalla moglie che si trovava nei
pressi di St. Louis, dopo una breve convalescenza decise di percorrere in sella
al suo cavallo, da solo, le cinquecentoquaranta miglia che li
separavano. All'inizio del 1835 la coppia, ormai ricongiunta, tornò a New
Orleans, dove l'artista espose i suoi dipinti e tenne alcune conferenze sugli
indiani di fronte a una folla entusiasta. Trasferitosi a Fort Snelling, Catlin
osservò con dolore la condizione degli indiani che risiedevano nel Wisconsin,
dediti al whisky. L'artista era rassegnato al fatto che il cambiamento fosse
inevitabile ed era consapevole che la civiltà indiana che egli cominciava ad
apprezzare sarebbe andata distrutta. All'inizio del 1836 Catlin decise di
compiere un ultimo viaggio all'Ovest per visitare la Pipestone Quarry, una cava
da cui indiani di diverse nazioni ricavavano la pietra rossa necessaria alla
fabbricazione dei fornelli delle pipe cerimoniali. La cava era un luogo sacro
per il popolo indiano e numerose volte i Santee Sioux gli intimarono di tornare
indietro, ma Catlin sfidò la loro volontà e continuò il viaggio.
Federico Faloppa, Parole contro, Garzanti, Milano 2004, pagg. 252, €
13,50.
“Quando dirai una parola, sarai infinitamente in essa”, diceva Aldo
Capitini e questo libro parla proprio dell’importanza delle parole per costruire
e anticipare un mondo senza violenza, partendo dall’analisi di come nel passato
le parole sono state portatrici e preannunziatrici di divisioni. Quando si vuol
colpire un nemico, prima di passare ai fatti lo si demonizza attraverso le
parole, per renderlo diverso, altro da noi, alieno e con questa operazione
lenire i rimorsi di coscienza che si avrebbero nell’uccidere invece colui che è
come noi o che per lo meno ci somiglia. E’ un lessico di diffidenza verso colui
che non conosciamo e di vero e proprio rifiuto nei riguardi di coloro che
riteniamo avversari. Il libro analizza la storia culturale di parole che sono
state assunte come paradigmi di difetti, traslando dall’indicazione di una
persona alla personificazione di un vizio: ebreo, turco, negro. Ad esempio il
termine ebreo arriva ad acquisire significati sempre più distanti da quello
originario e sempre più negativi: usuraio, deicida, profanatore di ostie e così
via. E’ nel vocabolario quotidiano che accumuliamo la nostra energia di difesa
da chi è diverso (o pensiamo sia diverso) da noi. Le ghettizzazioni nascono
dapprima come recinti lessicali e solo dopo aver trovato la loro giustificazione
morale in particolari parole erigono i loro fili spinati di metallo. Come
avverte Gian Luigi Beccarla nell’introduzione, questo processo affonda nel
passato, come testimonia ad esempio il termine “barbaro”, cioè “balbuziente”,
colui che non sa parlare bene la lingua del (nostro) luogo e quindi il
selvaggio, l’incolto, l’inaccettabile. Non saranno le ridicole scempiaggini
del politically correct a porre rimedio ai danni di una terminologia di parte,
come non è la ridondante ripetizione dei vocaboli nella loro declinazione in
entrambi i generi a garantire alle donne più rispetto. Ciò che serve è invece
una rivalutazione culturale dei termini e un loro uso con maggior attenzione.
Recentemente abbiamo avuto l’esempio di una direttrice di un giornale che si è
rifiutata di farsi definire “nera” per il colore della sua pelle e ha imposto di
essere definita “negra”, rivalutando un termine spregiativo come aveva fatto la
cultura della negritudine. Ed è di qualche settimana fa una ricerca scientifica
che ha scoperto come la mancanza di una parola nella propria lingua possa
portare alla perdita del concetto che essa rappresenta. E’ stato scoperta una
tribù amazzonica nella quale mancano i numeri oltre il due; l’aritmetica di
quelle persone si basa sui concetti di uno, due e molti e in realtà uno non
rappresenta solo l’unità ma anche una piccola quantità. Alle persone di quella
tribù evidentemente non serve saper distinguere sette noci da otto e infatti,
quando venivano presentati loro diversi gruppi di noci formati da un numero
diverso di frutti e veniva chiesto di riprodurre i gruppetti, essi li
costituivano sempre con quattro frutti. Viene in mente la neolingua del libro
1984 di Gorge Orwell e il suo terribile esperimento linguistico-sociale:
eliminando alcune parole dal linguaggio, come ad esempio “libertà”, a poco a
poco sarebbe sparito il conseguente concetto. E, in senso opposto, ricordo lo
sforzo di Aldo Capitini per far scrivere “nonviolenza” come termine a sé, tutto
attaccato, senza trattini, per esprimere un significato positivo di forza della
verità, anziché di mero rifiuto della violenza.
Caro Direttore, non sono d’accordo con quanto sostenuto nell’articolo di
Giuseppe Ramadori, pubblicato sul numero di agosto-settembre 2004 di ‘Azione
nonviolenta’, nel quale, a mio avviso, l’autore mescola diversi argomenti tra
loro differenti. Discernendo i vari temi, secondo me è senza dubbio un bene che
sia stato abolito l’esercito di leva e non possono dire diversamente coloro che
dal 1948 hanno lottato contro la leva obbligatoria. Il fatto che all’esercito di
leva ‘difficilmente gli si possano imporre operazioni impopolari, contrarie allo
spirito del popolo da cui i coscritti provengono’ è un falso storico, sostenuto
nel passato dal Partito Comunista Italiano, che poi si è scontrato nel 1973 con
il golpe cileno, che dimostrò come l’esistenza di un esercito di popolo non è
garanzia per la salvaguardia della democrazia, mentre in Stati che hanno da
sempre un esercito di mestiere, come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti
d’America, ciò non ha mai causato rischi di inversioni dittatoriali e
totalitarie. Che poi ‘i soldati di leva, gli ufficiali di complemento, i civili
prestati all’esercito [avessero] equilibrio, saggezza e umanità’ lo si potrebbe
chiedere a coloro che prima e dopo il 1972 sono passati per le carceri militari
e anche a chi all’interno delle caserme si è scontrato con il problema del
nonnismo. Dopo anni di opposizione alla leva obbligatoria, non si può ora
vagheggiare ‘una leva mitigata’ (qual è il significato di tale espressione?),
così come sperare che sia ‘orientata esclusivamente alla difesa’ è una ridicola
illusione. Quindi l’abolizione dell’esercito di leva è per me un dato positivo,
mentre è un fatto negativo la costituzione dell’esercito di mestiere, decisione
che però non consegue direttamente dalla prima scelta adottata. Sergio
Albesano Torino
Studiare la macrobiotica
Siamo un gruppo di macrobiotici vegetariani dell’area tra Biella, Torino e
Vercelli che pubblica un sito internet (www.macrobiotica-sintesi.it) nel quale
si espongono i principi fondamentali della scelta macrobiotica, sia dal punto di
vista dietetico che i suoi presupposti teorici sul piano filosofico-religioso.
Scopo del sito internet è creare una comunità virtuale di macrobiotici
praticanti, che si riconoscono nella scelta vegetariana, per mettere in comune
le proprie esperienze e diventare un punto di riferimento anche per coloro che
desiderano sapere in che cosa consiste questa scelta di vita che ha radici
filosofiche antichissime e ha ancora oggi una incredibile potenzialità
rivoluzionaria. Siamo disponibili, gratuitamente, ad aiutare e seguire il
sorgere di gruppi di studio sulla macrobiotica e la sua filosofia raggiungendo
nei giorni di sabato o domenica qualsiasi località che sia servita da mezzi
pubblici di trasporto che consentano, nell’arco delle 24 ore, di fare il viaggio
da Vercelli, di seguire la costituzione del gruppo di lavoro e ritornare a
Vercelli. Il materiale di studio sul quale verranno sviluppati la discussione
e gli approfondimenti necessari è quello pubblicato sul sito, materiale che, in
rapporto allo svilupparsi dello studio, dovrà essere progressivamente stampato
in loco da chi è interessato a fruire di questa iniziativa.
Pier Michele Giordano Cigliano VC
Abbandonare l’Iraq ?
Carissimo Direttore Valpiana, chiedo a Lei, che ha fatto dell'ideale
nonviolento la propria vita e che non l'affronta certo con un atteggiamento
dogmatico e ideologico da formulette buone solo per fare slogan vuoti, ma che
invece è sempre stato attento a dare contenuti e serie motivazioni alla propria
opzione nonviolenta, ma il ritiro delle truppe dall’Iraq è veramente la cosa
migliore da chiedere? O forse non dovremmo chiedere addirittura un maggior
intervento, che si affianchi anche ad un contingente militare, per imboccare la
via d'uscita da questa assurda tragedia? Penso al piano dell'Associazione
Rondine - Cittadella della Pace (di cui trova nota sul sito
http://www.rondine.info) che prevede anche un supporto di un contingente
militare. E non dimentico la figura di un grande nonviolento, Alexander Langer,
che dopo aver visto i massacri perpetrati, invocò un'azione di polizia
internazionale in Bosnia. Non riesco ad appassionarmi agli slogan " ritiro senza
se e senza ma" in quanto mi sanno troppo di egoismo e di disimpegno. Per
questo chiedo se non sarebbe meglio pensare invece a sostenere i nascenti
partiti iracheni e accettare l'idea che forse la strada intrapresa
dall'occupazione è migliore del ritiro subito, in quanto comunque un domani
l'Iraq eleggerà i suoi rappresentanti democratici. E quindi dobbiamo spingere
per questo e non per andarcene. Lo stesso Gandhi ammise di aver fatto molti
errori nella vita e non sempre di aver fatto le scelte migliori. Non staremo
facendo la scelta sbagliata ancora una volta?