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la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.
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Recensioni
- LA LEGGE DELLA VIOLENZA E LA LEGGE DELL'AMORE
- NONVIOLENZA IN CAMMINO
Dopo la strage: alcune cose da fare subito
Oggi, tutte le dichiarazioni delle forze politiche sono
improntate ad espressioni di cordoglio, alla stigmatizzazione dei voli
militari, alla promessa di un impegno fattivo affinché simili tragedie
non abbiano a ripetersi.
Quanto durerà ?
Fra pochi giorni, il clamore suscitato dall'accaduto
cesserà. Il rumore degli F16 in volo, invece, non si e' fermato
neanche per poche ore: questa mattina, all'indomani della strage, le 'esercitazioni'
sono continuate come tutti i giorni precedenti.
Se i politici vogliono veramente darsi da fare, hanno
alcune cose concrete da mettere in atto, già da subito:
1) rendere immediatamente noti gli accordi segreti tra
Italia e Stati Uniti concernenti l'uso di basi militari: l'Italia non
può continuare ad essere uno stato a sovranità limitata
e Parlamento e cittadini hanno diritto di sapere quali sono i rischi che
corriamo quotidianamente;
2) per tutto quanto riguarda le questioni della sicurezza
e del controllo dei danni all'ambiente e alla salute, vengano applicate
agli aeroporti militari le norme vigenti per gli aeroporti civili: una
nostra denuncia alla magistratura sui danni da rumore provocati dagli
aerei Usaf e' in fase di archiviazione, in quanto le basi militari sono
esentate dall'applicazione della normativa in materia di inquinamento
acustico;
3) richiedere al Governo Usa un'ispezione completa della
Base di Aviano da parte di una commissione indipendente: gli Stati Uniti
minacciano di replicare la Guerra nel Golfo se Saddam non accetta di aprire
tutti i suoi depositi agli ispettori Onu. In nome della stessa trasparenza
chiesta a Saddam, sono pronti ora a concedere anche a noi la possibilità
di verificare se la Base di Aviano contiene o meno le famigerate bombe
all'uranio impoverito od armi chimiche ed atomiche?
Tiziano Tissino
Comitato Aviano 2000
DOPO LA STRAGE DI CAVALESE
Basta con i serial-killer militari !
di Mao Valpiana e Stefano Guffanti
Ustica, Casalecchio di Reno, Funivia del Cermis.
Sono solo tre dei più gravi incidenti provocati
in Italia, in tempo di pace, da militari.
Ignoti gli autori della strage di Ustica; assolti gli
imputati per Casalecchio; è facile supporre che analoga sorte toccherà
ai responsabili della strage del Cermis.
Tramite l’avvocato Sandro Canestrini del foro di Rovereto,
il Movimento Nonviolento, si è costituito parte civile nel procedimento
a carico degli imputati per i 20 morti del Cermis.
Non si è trattato di un imprevedibile incidente,
né di una tragica fatalità, ma di una strage annunciata.
Il Movimento Nonviolento da anni denuncia la pericolosità
e l’illegalità dei voli militari di addestramento e chiede l’allontanamento
delle basi militari della Nato. Convegni, manifestazioni, petizioni per
ottenere una riconversione civile degli aeroporti militari hanno costellato
l’attività nonviolenta da vent’anni a questa parte.
Purtroppo l’attenzione dei politici e le lacrime di coccodrillo
dei responsabili, si fanno sentire solo dopo che ci sono scappati i morti.
Per qualche tempo si cerca di correre ai ripari con qualche norma restrittiva,
che puntualmente viene dimenticata, e poi tutto torna come prima.
Dieci anni fa organizzammo la marcia Verona-Villafranca
proprio per chiedere la chiusura della base militare e la totale riconversione
civile dell’aeroporto. Da allora, inascoltati, abbiamo dovuto registrare
molti incidenti, da noi puntualmente denuciati:
- il 30 maggio 1991 un veivolo AMX ha sbagliato manovra
di atterraggio e si è schiantato sulla pista.
- il 4 febbraio 1992 un AMX-Aermacchi poco dopo il
decollo è precipitato a Gazzo Veronese distruggendo un’abitazione
e ferendo gravemente una donna;
- il 23 aprile 1992 un aereo MB339 si è schiantato
nel Lago di Garda, con la morte dei due piloti, a poche centinaia
di metri da Sirmione;
- il 6 dicembre del 1990 il Macchi MB326 decollato
da Villafranca ha finito la sua corsa sul muro della scuola di Casalecchio
di Reno ammazzando dodici ragazzi.
Chiedere giustizia per le vittime civili è doveroso
e ottenerla sarebbe già un grande successo ma, analizzando meglio
questi "incidenti", non possiamo fare a meno di mettere in discussione
la struttura e le scelte strategiche della politica della difesa italiana.
La strage del Cermis riporta d’attualità il problema della
presenza militare americana in Italia e la conseguente limitazione di
sovranità; le basi USA ospitano armi nucleari su cui il governo
italiano non esercita nessun controllo.
Malgrado ciò le basi militari americane sul territorio italiano
sono in continua espansione (Aviano 2.000 e Sigonella).
Con la Finanziaria 98 il governo ha aumentato la quota destinata agli
armamenti del 9%, alla faccia dei tagli alla spesa pubblica e dei contribuenti
italiani.
Tutti i partiti, tranne qualche rara e timida eccezione, stanno avallando
le direttive NATO e realizzando il "Nuovo Modello di Difesa",
che attribuisce all’Italia un ruolo sempre più aggressivo e bellicista,
con buona pace dell’Art. 11 della Costituzione.
E’ giunto il momento che il governo e le forze che lo
sostengano avviino una profonda revisione dello strumento militare, tagliando
le spese militari, liberando risorse per gli investimenti civili, riformando
la legge sull’obiezione di coscienza, avviando l’istituzione di un corpo
civile di pace.
Il Movimento Nonviolento chiede alle forze politiche,
al Parlamento e al Governo di rispettare i 20 assassinati di Cavalese
attuando da subito una moratoria per almeno cinque anni dei voli militari
di addestramento sul nostro territorio, e nel frattempo negoziando con
la Nato l’allontanamento di tutte le basi militari dal suolo nazionale.
MAESTRI DEL PENSIERO INDIANO/2
La dottrina delle Upanishad
Le "Upanishad", che risalgono al VII-IV secolo
a.C. , sono le opere filosofiche che concludono la raccolta dei "Veda",
perciò sono chiamate "Vedànta" (fine dei "Veda").
Il vocabolo "Upanishad" deriva da un verbo che significa "sedersi
vicino", e trae origine dal fatto che discepolo e maestro sedevano
l’uno accanto all’altro, il primo per ricevere l’insegnamento orale del
secondo; e, poiché l’insegnamento era segreto, in Occidente il
titolo viene tradotto con l’espressione "dottrina esoterica".
La ricerca dei pensatori indiani, nel tentativo di andare
oltre il politeismo popolare, aveva portato al concetto di "Brahman",
l’Anima universale presente in ogni aspetto del cosmo. Il "Brahman"
non è un Dio personale, è lo spirito divino che intride
di sé l’intera realtà: è l’unico Essere, di cui tutte
le creature sono manifestazioni particolari.
Come i fiumi che scorrono verso oriente o verso
occidente tutti provengono dall’oceano e all’oceano ritornano, divenendo
l’oceano stesso, dove non è più possibile distinguere,
"io sono questo fiume", "io sono quel fiume",
così, mio caro, tutte le creature senza saperlo provengono
dall’Essere.
Qualsiasi cosa siano qui sulla terra, tigre, o
leone, o lupo, o cinghiale, o verme, o mosca, o tafano, o zanzara,
esse sono ciò.
Ciò è l’essenza più fine.
È il sé di tutto il mondo. È la realtà.
È il sé. Tu sei ciò, Svetaketu.
("Upanishad", Ed. Demetra, Bussolengo, 1997,
pp. 56-57)
Natura e destino dell’anima
In ogni essere vivente è contenuta una scintilla
del "Brahman", perciò l’anima individuale ("Atman")
è della stessa natura dell’Anima universale ("Brahman").
In verità, tutto questo mondo è
Brahman. Con mente tranquilla, tu veneralo come ciò da cui
sei emerso, ciò in cui di dissolverai, ciò in cui respiri.
La persona umana consiste delle proprie intenzioni.
Secondo le intenzioni che ha in questo mondo, così diviene
alla propria dipartita. Formi perciò un’intenzione corretta.
Ciò che consiste di coscienza, il cui corpo
è il soffio vitale, la cui forma è luce, il cui concetto
è la verità, il cui sé è lo spazio, ciò
che contiene tutte le opere, tutti i desideri, tutti gli odori, tutti
i gusti, ciò che abbraccia tutto questo mondo, silenzioso,
indifferente, questo mio sé, situato nel cuore, è più
piccolo di un granello di riso, o di orzo, o di sesamo, o di miglio,
o del nucleo di un grano di miglio.
Questo mio sé, situato nel cuore, è
più grande della terra, più grande dell’atmosfera, più
grande del cielo, più grande di tutti i mondi.
Ciò che contiene tutte le opere, tutti
i desideri, tutti gli odori, tutti i gusti, ciò che abbraccia
tutto questo mondo, silenzioso, indifferente, è questo mio
sé, situato nel cuore. Esso è Brahmam. In esso entrerò
lasciando questa terra. Chi crede in ciò va al di là
del dubbio.
("Upanishad", cit. pp. 41-42)
L’anima individuale permane nel tempo, passando attraverso
un ciclo interminabile di esistenze ("samsàra"), allo
scopo di purificarsi da ogni colpa per ricongiungersi infine all’universale
Brahman. Fattore determinante del destino dell’uomo sono le azioni che
egli commette in ogni singola esistenza: l’effetto di tali azioni ("karman")
al valore di una legge necessaria che si riflette sulle future esistenze.
Il veggente delle "Upanishad" cerca l’unione
con l’Assoluto (Brahman), nel quale trova la liberazione dal ciclo delle
esistenze. Immergendosi nell’Assoluto, si annulla definitivamente perdendo
la propria individualità come un fiume che sfocia nel mare, senza
la possibilità di nuove reincarnazioni.
Mentre nei "Veda" si esprimeva il piacere di
vivere; viceversa la riflessione filosofica posteriore porta ad una visione
pessimistica della vita ed al desiderio di annullamento totale. Un filosofo
come Schopenhauer, che ha avvertito una palese affinità tra le
proprie concezioni e quelle delle "Upanishad", ha lasciato scritto:
"la lettura delle Upanishad è stata la consolazione della
mia vita sarà quella della mia morte" ("Parerga e Paralipomena",
par. 184).
Come le api raccolgono il nettare di diverse piante
e lo trasformano in miele, unificandone l’essenza, cosicché
non è più possibile distinguere, "io sono il nettare
di questa pianta", "io sono il nettare di quella pianta",
così, mio caro, tutte le creature senza saperlo ritornano all’Essere.
("Upanishad", cit. p. 56)
L’alba della nonviolenza
L’umanità ha percorso un lungo cammino, prima
di scoprire il valore della nonviolenza: i popoli antichi erano bellicosi
ed il coraggio militare veniva celebrato nei testi sacri e nei poemi.
Pensiamo al Vecchio Testamento oppure ai poemi epici come l’Iliade o il
"Mahabhàrata".
In seguito, lentamente, col progresso del vivere civile,
accanto ai valori dell’eroismo nella battaglia si cominciò ad apprezzare
un modello di vita sobria, pacifica, aperta al dialogo e alla ricerca
spirituale. Come abbiamo visto, nella tradizione indù si diffuse
la convinzione che sia l’uomo, sia gli altri esseri viventi vanno rispettati
in quanto dimora e manifestazione del "Brahman", che è
poi anche "l’Atman". Da questa convinzione scaturì il
concetto "dell’ahimsa" (nonviolenza, in sanscrito).
Colui che, ritornato dalla casa del maestro, dopo
aver studiato i Veda, secondo le prescrizioni, nel tempo rimasto libero
dopo il lavoro fatto per il maestro, nella sua famiglia, in un luogo
purificato, si dedica allo studio dei sacri testi e prepara discepoli
virtuosi, colui che, concentrandosi in se stesso, rispetta tutte le
creature salvo che nei casi dovuti, in verità costui, comportandosi
così per tutta la vita, entra nel mondo del "Brahman"
e non più ne ritorna, non ne ritorna più.
("Chandogya Up." VIII, 15, 1 – da M.L.Tornotti,
"La nonviolenza nella cultura indiana", dai Veda a Ghandi,
Cittadella Ed., Assisi, 1994, pp. 77-78)
ECONOMIA E NONVIOLENZA NELLA GLOBALIZZAZIONE
Le aspre domande di fine
secolo
di M.Luisa Terzariol
Questo secolo oramai alla fine, che ha segnato un punto di svolta nella
storia, ha visti affermarsi la centralità del lavoro e della classe
operaia come soggetto economico e politico. La fine del secolo tuttavia
ha portato una lacerante crisi che investe il concetto stesso di lavoro
e le ragioni della Sinistra; le vicende italiane allora non sono che la
ricaduta nazionale di un processo mondiale. Cosa comporta questo cambiamento
radicale e, per molti aspetti, traumatico? E, soprattutto, la Sinistra
che risposta può dare, come deve ricollocarsi, mantenendo la sua
specificità e la sua ragione d'esistere? Questo è l'orizzonte
entro cui si colloca questo singolare testo di Pietro Ingrao e Rossana
Rossanda.
Scopo di questo testo è indicare un'agenda di
questioni con cui la Sinistra deve confrontarsi per capire il cambiamento
e per dare risposte alle domande che pone. Si tratta quindi di un libro
aperto, volutamente incompiuto, note su cui discutere, riflettere, confrontarsi
per governare il processo di trasformazione. Le questioni sono poste in
modo compatto nel testo scritto a due mani, che è la parte iniziale
del libro, mentre nei saggi finali di M. Revelli, I.D. Mortellaro e K.S.
Karol si trovano integrazioni, divergenze che sono segno dell'impossibilità
di semplificare, di dare risposte definite e definitorie. Materiali per
l'analisi, questioni aperte, domande insolute sono contenute anche in
quella sorta di romanzo epistolare fra Ingrao e Rossanda che è
la seconda parte del libro.
L'orizzonte d'analisi degli autori ci dice che i cambiamenti
non hanno atteso la fine cronologica del secolo, l'hanno già decretata,
perché hanno segnato un passaggio radicale prima nel modo di produzione
e poi nell'ambito sociale e politico. I caratteri del cambiamento sono
sintetizzabili in alcune parole chiave: postfordismo, precarizzazione,
mondializzazione, informatizzazione. Essi hanno modificato il modo di
produrre e il lavoro; ne è uscito sconvolto l'orizzonte d'azione
in cui la Sinistra si colloca.
Siamo di fronte ad un capitalismo che cresce ma non porta
con sé espansione né dei salari né dei diritti. E'
infatti crescente il differenziale fra aumento dei profitti e la stagnazione
salariale che non riesce neppure a recuperare l'inflazione, mentre si
fa sempre più spudorato l'attacco ai diritti del lavoro, dal collocamento,
all'orario, alla sicurezza; e ai diritti sociali, al welfare, per arrivare
fino alle proposte di privatizzazione di diritti fondamentali come la
scuola o la sanità. L'attuale espansione capitalistica chiede alla
manodopera di rinunciare ad un lavoro che la qualifichi, basta vedere
la diffusione delle varie forme di precariato, in nome di una subordinazione
alle tecnologie.
Questo cambiamento del lavoro porta con sé conseguenze
anche per il modello di Stato, che non sembra più potersi identificare
con la nazione. Essendo ormai la produzione transnazionale ed essendo
le grandi centrali economiche mondiali (G7, OSCE, F.M.I., Banca Mondiale)
a determinare nei fatti la politica dei governi nazionali, lo Stato-nazione,
come si è venuto determinando nel corso del secolo, è entrato
fortemente in crisi. Emblematica è la vicenda italiana, dove gli
ultimi governi, eccetto la breve parentesi di Berlusconi, sono stati presieduti
da uomini di Bankitalia e hanno fatto politica attraverso lo strumento
"tecnico" delle manovre economiche.
Alla dimensione transnazionale si accompagna la rinascita
di pulsioni nazionalistiche ed etniche, quasi che la perdita di identità
statuali richiami il bisogno di identificazioni più profonde ed
ancestrali. Se il modello di Stato ne esce in crisi, muta anche l'idea
di democrazia, in quanto ogni possibile ascesa ai luoghi ove si determinano
lo sviluppo e le risorse di un Paese tende ad avvenire non per via politica
ma all'interno del sistema economico. Conseguenza questa ovvia se si accetta
la tesi "libertà uguale libertà d'impresa", per cui alla
fine solo il capitalista coincide con il cittadino in senso pieno; chi
non detiene i mezzi che gli consentono di acquistare gli strumenti di
sussistenza, formazione e partecipazione, viene escluso.
Assistiamo, in questa fine di secolo, al passaggio dal
concetto di povertà a quello di esclusione: gli esclusi sono coloro
che restano fuori dal sistema produttivo e distributivo, gli "esuberi",
sono il risultato di un crescita economica che sembra quasi fare a meno
dell'espansione del lavoro. La disoccupazione non è più,
come nel ciclo fordista, congiunturale, ma diviene strutturale, insita
nel nuovo modo di produrre. Questa esclusione passa attraverso forme di
lavoro che gli autori non esitano a definire "servile", che si presentano
cioè duttili, contingenti, personalizzate e precarie: un lavoro
che non si costituisce mai come soggetto né sindacale né
politico; ben si capiscono quindi le note richieste confindustriali di
flessibilizzazione del lavoro.
Se lo Stato viene pensato, definito come un'azienda (come
non ricordare "l'azienda Italia") e si intende governarlo secondo i criteri
dell'impresa, sola realtà riconosciuta come positiva, costruttiva,
vincente, è più che mai consequenziale che la forma statuale
debba adeguarsi a quella aziendale, per cui il primo ministro è
visto come una sorta di amministratore delegato che rende conto agli azionisti,
i cittadini, una volta ogni quattro anni in quella sorta di assemblea
generale del gruppo che sarebbero le elezioni. Il parlamento è
quindi un intralcio all'azione del governo: l'amministratore delegato
agisce solo, con il suo consiglio d'amministrazione, su mandato degli
azionisti, senza ulteriori vincoli. Chiara diviene allora anche la voglia
presidenzialista, che ha contagiato anche forze di sinistra, la riduzione
della politica e della partecipazione democratica alla scelta e definizione
di un leader nel quale ci si riconosce e da cui ci si sente interpretati
ed espressi. La voglia di un capo si esprime nella domanda non di un capo
guerriero ma di un manager (facile il richiamo a Berlusconi, ma cosa sono,
se non manager, anche i ministri, gli esperti, dei governi "tecnici"?)
che governi la società come un'impresa. Siamo di fronte ad una
sorta di tecnocrazia, di dominio assoluto del mercato, a mio avviso alla
nuova forma del fascismo.
Gli strumenti d'analisi sociale, di previsione economica,
di elaborazione politica che la Sinistra ha usato e che l'hanno caratterizzata
sono ancora validi per leggere questa nuova realtà? E, soprattutto,
il lavoro è ancora un valore in questo orizzonte che sembra dominato
da quello che ne è stato il valore antitetico, il capitale?
Per Ingrao e Rossanda il movimento operaio, ma soprattutto
le sue organizzazioni politiche, sono state incapaci di afferrare l'insieme
di questo radicale cambiamento, o perché ferme a leggere la realtà
secondo la logica fordista o perché ripiegate a subire la vittoria
del mercato. E' in questa incapacità di capire e leggere il processo
di cambiamento che vedono le cause della crisi attuale della Sinistra.
Tutto parte e tutto torna quindi al tema del lavoro e
alla domanda se è ancora un valore. La risposta che gli autori
danno è che il lavoro rimane un valore, ma non è l'unico
valore di riferimento, perché da questo radicale cambiamento di
fine secolo sono emersi prepotentemente i temi dell'ecologismo e del pensiero
femminile. Al primo si deve la prima e radicale critica al modello fordista
di illimitata crescita dello sviluppo a cui avrebbe corrisposto una redistribuzione
del reddito e dei diritti; gli ecologisti ci hanno messo di fronte alla
realtà di un limite naturale delle risorse disponibili, intese
anche come beni comuni a tutta l'umanità (l'aria, l'acqua, il suolo),
di una crescita che ha escluso dai suoi benefici economici e sociali la
maggioranza della popolazione mondiale, che mai come ora è stata
attanagliata dalla fame e oppressa dal debito estero. Al pensiero femminile
si deve la rivendicazione del suo essere l'altro e altro dal pensiero
maschile dominante e l'aver posto alla Sinistra domande che evocano dimensioni
dell'umano che obbediscono a momenti vitali, basti pensare al tema del
corpo, dell'affettività, della vita, del tempo, profondamente "altri"
da quelli produttivisti ed economicisti che caratterizzano l'agire maschile.
Su tutte queste questioni non è possibile per
la Sinistra non interrogarsi e non trovare risposte profonde e non strumentali.
Per Ingrao e Rossanda, la Sinistra, in questo nuovo orizzonte, "può
vincere la battaglia postfordista solo se riesce a dare "voce"
anche a queste sfere non misurabili né con la produzione né
col denaro" e che chiedono un'altra dimensione all'agire politico, diversa
da quella che conosciamo.
Solo così la Sinistra saprà ritrovare capacità
di lettura e di elaborazione di un progetto opposto a quello del mercato
che le restituisca la capacità di rappresentare un'alternativa
sociale e politica, che le restituisca il senso della sua esistenza.
"Appuntamenti di fine secolo", di Pietro Ingrao
e Rossana Rossanda, con saggi di M. Revelli, I.D. Mortellaro, K.S. Karol,
Manifestolibri, Roma, 1995, lire 24.000.
Gli autori: Pietro
Ingrao è stato dirigente del P.C.I. e presidente della Camera dei
Deputati; Rossana Rossanda, giornalista e saggista, è tra i fondatori
del quotidiano "Il manifesto"; Marco Revelli insegna alla facoltà
di Scienze Politiche dell'Università di Torino; Isidoro Mortellaro
è ricercatore di Storia presso l'Università di Bari; K.S.
Karol è scrittore e giornalista del "Nouvel Observateur".
Immanuel Kant, Per la pace perpetua, saggio introduttivo
e traduzione di A. Bosi, Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di
Fiesole (FI), 1995, pp. 171, l. 20.000.
Oggi la filosofia della pace annovera molti pensatori
(tra gli italiani possiamo ricordare almeno N. Bobbio e G. Pontara); ma
anche nel passato grandi filosofi hanno affrontato il tema della pace.
Vengono alla mente Erasmo da Rotterdam, autore del Lamento della pace
(1517), Kant e William James, autore del saggio L’equivalente morale
della guerra (1910).
Nel Settecento l’ideale della pace fu molto diffuso tra
gli intellettuali (in particolare, possiamo citare Voltaire); ma lo scoppio
della Rivoluzione francese pose termine all’irenismo illuministico e gli
eserciti, a partire dal 1792, ripresero a percorrere e a devastare l’Europa.
Nel 1795 fu conclusa tra la Francia e la Prussia la pace di Basilea: sembrò
possibile un ritorno dell’ideale pacifista e Kant (1724-1804) pubblicò
il suo saggio Per la pace perpetua, nel quale aveva elaborato un
piano organico per giungere alla pace universale e definitiva tra tutti
i popoli.
In esso Kant riconosceva le condizioni della pace nella
costituzione repubblicana dei singoli Stati, nella federazione degli Stati
tra loro e nel diritto cosmopolitico, cioè nel diritto di uno straniero
a non essere trattato da nemico nel territorio di un altro Stato. Inoltre,
negli articoli preliminari, sosteneva che, per garantire la pace, gli
eserciti permanenti dovevano col tempo sparire completamente.
Dopo l’edizione nella UE Feltrinelli del 1991, tradotta
da R. Bordiga, questa nuova pubblicazione del saggio kantiano si segnala
per l’ampio studio introduttivo di oltre cento pagine e per il commento
assai documentato.
Il prof. A. Bosi, che ha dato del testo una versione
limpida e fedele, è un profondo conoscitore del pensiero del filosofo
tedesco, avendo già tradotto per le edizioni UTET di Torino la
Critica del giudizio. Studia da tempo i problemi della pace ed
è membro del Coordinamento della Scuola di pace di Boves (Cuneo).
Il testo ora pubblicato, per la complessità dei
temi trattati e per la ricchezza di riferimenti culturali (soprattutto
nel saggio introduttivo), è adatto a lettori dotati di una solida
preparazione filosofica e giuridica.
Claudio Cardelli
LA NONVIOLENZA LEGHISTA (CON I MITRA…)
Quella resistibile ascesa di Umberto Bossi
L’ideologia della Lega Nord: una semplificazione egoistica che affascina
tanti anche a sinistra
di M. Luisa Terzariol e Stefano Benini
La Lega Lombarda, poi Lega Nord, compare sul palcoscenico
della politica italiana a metà degli anni ‘80, quando da un lato
entrano in crisi le modalità storiche di aggregazione e rappresentanza
dei soggetti sociali tradizionali (partiti, sindacati, organizzazioni),
e dall’altro si avvia quel processo di rivoluzione economico-finanziaria
che va sotto il nome di globalizzazione.
Le società si spaccano: da una parte i privilegiati
e i garantiti, dall’altra gli esclusi e i precari. Cambiano le modalità
del lavoro: lavoro autonomo, piccola imprenditoria, lavoro decontrattualizzato
da un lato, lavoro dipendente dall’altro; difesa della rendita e del privilegio
fiscale da una parte, tutela del salario, equità fiscale, difesa
dello stato sociale dall’altra.
In questo quadro, dove niente e nessuno è più
garantito, dove cresce la paura di uscire sconfitti nella competizione
globale, dove il mito del "far da sé" sembra fornire
un’illusoria difesa contro gli "altri", cresce e si diffonde
la Lega.
Due o tre cose che so della Lega
Ufficialmente il movimento nasce nel 1982 come Lega Autonomista
Lombarda, il cui simbolo (Roberto da Giussano che brandisce la spada)
richiama il lombardo vessato dalle tasse di uno "Stato ladrone, emanazione
di un governo terrone", come descritto negli articoli dell’organo
ufficiale "Lombardia Autonomista". Subito il federalismo - vedremo
poi come già allora sovrapponibile alla secessione - diviene la
parola magica, la panacea di tutti i mali del Nord.
L’esordio elettorale del 1983 e non è dei più
esaltanti, eccetto per la Liga Veneta di Franco Rocchetta, ed è
proprio con questo movimento e con L’Union Piemonteisa di Roberto
Gemmo che viene fondata l’Alleanza Padano-Alpina. Solo nelle politiche
del 1987 la Lega riesce a portare in Parlamento due suoi rappresentanti,
mentre nel 1989 nasce l’Alleanza Nord, che raccoglie le adesioni di diversi
movimenti autonomisti e secessionisti.
É a questo punto che iniziano le espulsioni di
tutti coloro che, Gemmo in prima battuta seguito da Castellazzi e Pivetti,
tanto per citare due nomi conosciuti, non sono schiacciati su posizioni
di pura ortodossia. Si vanno via via eclissando, a partire da questa fase,
anche quanti si erano avvicinati alla Lega per valorizzare le culture
e le tradizioni locali.
Attraverso questa pratica, le cui recenti vicende - anche
a Desenzano - sono sintomatiche del livello di dibattito democratico interno
al movimento, emerge la concezione che Bossi ha del suo partito: verticale,
accentrato, senza spazio per il dissenso interno. Questo ha portato ad
un movimento che è presente in modo diffuso sul territorio, ma,
con un parodosso solo apparente, centralista e privo di reale capacità
d’azione locale (le sedi si mobilitano solo quando, da Roma, Bossi lancia
qualche campagna), oltre che carente di personale politico, peraltro imposto
anche questo da Roma. Non a caso i risultati elettorali amministrativi
sono stati spesso molto al di sotto dei consensi raccolti in occasione
delle politiche.
Le elezioni del 1990 costituiscono per la Lega un’affermazione,
soprattutto in Lombardia. Bossi sa che deve far crescere il consenso intorno
al suo progetto e in questa direzione inserisce la grande kermesse politico-folcloristica
del giuramento di Pontida, a cui in tempi più recenti si è
sostituita la marcia lungo il Po e il giuramento a Venezia. In entrambi
i rituali i fedelissimi si stringono intorno al capo, che dal palco li
ammonisce indicando la via da seguire, in un rapporto quasi messianico.
Ancora una volta i modi (il giuramento) e i simboli (il
fiume, l’ampolla) fanno emergere l’anima totalizzante della Lega, che
giocando sul bisogno d’appartenenza dei propri aderenti fornisce una scala
di valori ispirata al "buon senso comune", apparentemente compatibile
con le due culture, la cattolica e la socialista, più radicate
nella realtà del Paese. Nonostante le parole d’ordine forti e i
toni barricaderi, lo slittamento dell’elettorato moderato verso la Lega
è del tutto indolore, come dimostrano le aree tradizionalmente
"bianche" del nord-est, perfettamente sovrapponibili a quelle
del maggior consenso leghista.
Il ‘92 è l’anno del maggiore successo (80 parlamentari)
e il ‘93, col congresso di Assago, quello della svolta a destra: la Lega
si pone chiaramente come forza anti-sinistra alleata con la nascente Forza
Italia. Nel marzo del ‘94, assieme alla "porcilaia fascista"
di Alleanza Nazionale (sono parole di Bossi), conquisterà il governo
del Paese. Nell’autunno dello stesso anno esce dalla coalizione al potere
e nelle successive elezioni del 1996 correrà da sola, caratterizzandosi
sempre più come la forza che raccoglie l’anima individualista,
protestataria eppure conservatrice delle aree settentrionali.
Federalismo e secessione: le due parole magiche
Il federalismo prima, e la secessione poi, sono state
le parole d’ordine della Lega: semplici e incisive, permettono di concentrare
le forze attorno ad un unico obiettivo. Si tratta di parole d’ordine abbastanza
precise per indicare la direzione di marcia, ma abbastanza sfumate e generiche
per giocare su due piani: uno massimalista, velleitario, populista nei
comizi, ed uno più tattico nelle trattative politiche romane. Infine,
richiamando l’immagine di libertà, autonomia, responsabilità,
autogoverno, permettono di appropriarsi di immagini progressiste che nascondono
la natura velleitaria e conservatrice, spesso reazionaria, del movimento.
Il "federalismo" della Lega fin dall’inizio
si proponeva di rompere l’unità nazionale in quanto si basava,
secondo le analisi dell’ideologo Miglio, sul diritto di chiunque di unirsi
e dividersi in unità territoriali, diritto questo che mina l’idea
stessa di Stato, sia esso federale o meno. Tale "federalismo"
si basava sulla volontà di trasferire alle macroregioni (in realtà
a quella del nord-est, che è sempre stata il solo progetto leghista)
le questioni nazionali così da farne uno stato vero e proprio.
Ciò che ha sempre e solo interessato alla Lega è la natura
esclusivamente economica di tale "federalismo", sempre definito
in termini di limitazione dell’area di godimento della ricchezza e dei
privilegi.
Nella rappresentazione leghista della realtà la
ricca "Padania" non è più disponibile a dividere
con il resto d’Italia il proprio benessere, come se la sua ricchezza non
fosse il frutto, sin dall’inizio della storia unitaria, di una politica
statale di investimenti concentrati nelle aree settentrionali a scapito
di quelle meridionali, del lavoro delle masse di immigrati dal Sud, della
rendita finanziaria e del privilegio fiscale. Giova forse ricordare che
la causa principe del debito pubblico è l’interesse sui Titoli
di Stato, posseduti in massima parte al Nord, e non "l’assistenzialismo
romano".
La richiesta di secessione è quindi la pura pretesa
di conservare i livelli di benessere economico raggiunti dalle regioni
settentrionali; in questa logica i rapporti economici tra Nord e Sud non
sarebbero che l’istituzionalizzazione della funzione del Mezzogiorno quale
colonia del Nord, dove avere forza lavoro a basso costo, senza garanzie
di sorta e protezioni sociali.
La caratterizzazione della Lega come forza inequivocabilmente
di destra si evince anche dalla sua ossessiva campagna anti-tasse (e quindi
anti spesa pubblica, ossia smantellamento dello Stato sociale), che tradisce
una visione dei rapporti sociali basata solo sulla comunanza di interessi
economici. Basti pensare all’ossessione per la protezione della proprietà
privata e alla sua visione dei rapporti basata sulla forza fisica, simboleggiata
dal richiamo agli attributi sessuali e dall’aggressione verbale dell’avversario
politico. Le ronde padane e le camicie verdi, il culto del capo, le scritte
"Dio è con noi", non possono non dare un brivido anche
a chi ha avuto la fortuna di studiare quel periodo storico solo nei libri.
Il progetto di secessione non poteva tuttavia trovare giustificazione
nella cruda rivendicazione economica, ed ecco quindi la nascita di quell’identità
regionale fittizia, storicamente e culturalmente inesistente, che è
la Padania. Non è certo il caso di compiere un excursus storico
su come il Nord d’Italia sia sempre stato un’entità territoriale
divisa in miriadi di soggetti in lotta fra loro, a fronte di un Sud che
è stato per molti secoli l’unica entità statuale unitaria.
Vale solo la pena osservare come, a fronte della crisi dello stato nazionale
come garante dei conflitti sociali e politici, la parte ricca del Paese
si richiami, per ricreare una propria identità, ad un passato storico
fatto di luoghi comuni e di approssimazioni (basti pensare all’uso della
figura di Roberto da Giussano o alla mistificazione della Serenissima
Repubblica di Venezia), mascherando così un’idea di convivenza
sociale regolata solo dalla forza economico-finanziaria dei soggetti.
Stato, sindacato, chiesa: i nemici attuali
La Lega, per la sua natura di movimento protestatario
ed individualista, ha costante bisogno di un nemico; essa esiste solo
in quanto è contro qualcosa o qualcuno e non in quanto "è"
per la costruzione di un progetto, come mostra l’assenza dal dibattito
su autonomia e federalismo in Commissione bicamerale.
Il nemico storico è lo Stato, identificato come
il male supremo, una sorta di Dracula che dissangua la verginella del
Nord. Il motivo di tale frontale contrapposizione è facilmente
individuabile: ogni Stato, anche quello federale, è un’entità
che per sua stessa natura richiede una compartecipazione economica e una
struttura fiscale unitaria, cosa del tutto inaccettabile per la visione
che la Lega ha delle basi su cui si fonda l’aggregazione sociale.
Il sindacato è l’altro nemico, non solo perché
difende e garantisce i diritti del lavoro dipendente che si vorrebbe atomizzato,
deregolarizzato, omologato alle logiche e agli interessi della piccola
e piccolissima industria, ma anche perché è una forza nazionale
che unifica il mondo del lavoro da Nord a Sud. Rompere l’unità
del lavoro, per esempio con la famigerata reintroduzione delle gabbie
salariali, è del tutto funzionale alle logiche della deregolamentazione,
della flessibilità e del liberismo sfrenato che paiono regolare
l’economia mondiale. Ciò non può che portare a nuove forme
di darwinismo sociale, alla riproposizione della filosofia meritocratica
e alla conseguente marginalizzazione degli strati sociali più esposti.
Infine la chiesa, nemica non solo perché predica
contro la divisione dello Stato, ma anche in quanto ormai unica entità
sovranazionale e nazionale, insieme al sindacato, in grado di elaborare
culture, simboli e forme di aggregazione su basi non monetaristico-economiche.
Istituzione forte anche là dove la crisi delle tradizionali forme
di rappresentanza politica e l’incertezza economica hanno aperto il campo
alla propaganda xenofoba ed individualista della Lega.
La "Padania" mezzogiorno d’Europa
Sulla base di queste osservazioni si può evincere
la vera natura della Lega: è un’organizzazione che dà espressione
e traduce l’idea che, in un periodo di alta competizione mondiale, l’Italia
rischia l’emarginazione mentre la "Padania", senza il peso del
Sud, ha tutto da guadagnare in termini di reddito, di occupazione e di
sviluppo produttivo.
Non importa se questo implica la rinuncia ad una politica
estera autonoma, ad una forte identità linguistica e culturale,
ad un ruolo significativo in campo artistico e scientifico (ecco forse
perché la Lega, tranne pochi casi marginali, non riesce a convincere
gli intellettuali). Tutto questo non le interessa un granché: organizzazione
di bottegai, piccoli imprenditori, artigiani, faccendieri, con un largo
seguito tra gli operai, che, privi o privati di ogni prospettiva politica
autonoma, cercano di salvarsi dalla disoccupazione galoppante, essa non
ambisce ad altro che a scavarsi una nicchia tranquilla nel cuore dell’Europa,
a costruire un argine contro l’assalto che i diseredati della terra portano
alla cittadella europea del benessere.
Ma tutto questo è illusorio e antistorico. Illusorio,
perché solo rimuovendo gli squilibri nella distribuzione delle
ricchezze sarà possibile per tutti i popoli vivere dignitosamente
senza dover, come purtroppo ben sappiamo noi italiani, cercarne altrove
i mezzi. Antistorico, perché i flussi migratori da Sud a Nord non
si fermano alzando frontiere, e soprattutto perché i processi internazionali
vanno verso l’integrazione degli Stati.
Solamente un’Italia unita e che abbia risolto i problemi
di ineguale sviluppo che ancora l’assillano sarà in grado di entrare
a pieno titolo in Europa e di reggere la competizione globale; la "Padania",
da sola, dovrebbe rassegnarsi a divenire colonia di stati forti, Sud di
un Nord più ricco che qui investirà finché troverà
condizioni favorevoli, salvo poi andarsene verso altri mercati.
INCIDENTI AEREI MILITARI, UN LUNGO ELENCO
"Scusate, mi è caduta una bomba"
di Alessandro Marescotti
La strage del Cermis è solo l’ultimo anello di
una lunga catena. Il 10 gennaio di quest’anno un Harrier inglese ha "perso"
due bombe tra Gioia del Colle e Mottola. Attualmente il pilota è
indagato dalla magistratura. Questi due incidenti di inizio 1998 ripropongono
il tema della sicurezza militare. Ripercorriamo - con questa ricostruzione
- la storia degli incidenti piu' gravi conosciuti.
Il Movimento Internazionale della Riconciliazione di
Grottaglie è stato preveggente: ha proposto ed ottenuto da tempo
una delibera comunale in cui si chiedeva il non sorvolo degli Harrier
sul centro abitato. Grottaglie è la base degli aerei a decollo
verticale Harrier. Ed è stato proprio un Harrier (inglese, pero')
il 10 gennaio a perdere due ordigni di 500 chili l'uno,
caduti (e non esplosi) non si sa se per errore umano
o per incidente tecnico. Su questo indaga attualmente la magistratura.
Un simile incidente "a lieto fine" e di dominio pubblico richiama alla
mente una storia che per molti anni è rimasta tuttavia segreta.
Ripercorriamo - con questa ricostruzione - la storia degli incidenti aerei
piu' gravi attualmente conosciuti. La documentazione è stata tratta
dagli archivi segreti americani grazie al FOIA (Freedom Of Information
Act).
Quando a cadere è un’atomica
13 gennaio 1950: un B-36 perde quota, tre dei suoi sei
motori si bloccano, a bordo c'è una bomba atomica "Fat Man". Che
fare? Al largo della British Columbia l'equipaggio lancia in mare l'atomica
che finisce nell'Oceano Pacifico. A cinque anni da Hiroshima e Nagasaki
una bomba nucleare di nuovo fende l'aria, in caduta libera. Ma questa
volta per errore.
Fat Man precipita, ancora pochi metri...
Contatto con l'acqua.Esplosione.Una vampa di fuoco.Attesa.
L'equipaggio tira un respiro di sollievo: nessun "fungo
atomico " appare, è esploso solo il tritolo dell'innesco. L'equipaggio
può lanciarsi col paracadute, mentre l'aereo continua a perdere
quota e finisce per schiantarsi sull'isola di Vancouver. Quel 1950 è
un anno particolarmente sfortunato per gli americani: altri tre incidenti
capitano ad un B-29 (decollato l'11 aprile dalla Kirtland AKB del Nuovo
Messico), ad un B-50(presso Lebanon, nell'Ohio, il 13 luglio) e ad un
B-29 che perde due eliche in fase di decollo (Farchild-Suisun AFB) in
un torrido 5 agosto. In tutti e tre i casi le bombe nucleari a bordo esplosero
ma per fortuna non vi fu innesco di reazione nucleare. Morirono tutti
gli equipaggi. Il 10 marzo 1956 un B-54 parte dalla Florida, dalla base
McDill AFB, arriva sul Mediterraneo con le sue due bombe nucleari. Viaggio
lungo, serbatoio vuoto. Il pilota scruta il cielo, implora l'aereo cisterna
che non arrivera' mai. Altre due bombe atomiche in mare. Nessuna esplosione.
"Touch and go! Touch and go! Touch and go!"... È
il 27 luglio 1956 e questo giochino di decolli e atterraggi acrobatici
fa andare in visibilio gli ufficiali dell'aeroporto di Lakenheath, in
Inghilterra. È un B-47 e fa impazzire gli sguardi curiosi fino
a quando non si schianta contro il deposito di bombe
atomiche dell'aeroporto. Nessuna esplosione. Ma i ragazzi
del "touch and go" giacciono, come sigarette spente, nel loro B-47. Altro
anno sfortunato il 1957. Il 22 maggio per un errore umano un B-36 perde
un'atomica in volo che si schianta sul Nuovo Messico, il 28 luglio un
C-124 perde quota e allora si libera di due atomiche nell'Atlantico mentre
l'11 ottobre un B-47 in fase di decollo dalla base Homestead AFB (Florida)
esce fuori pista per lo scoppio di un pneumatico e nell'incendio si arrostisce
la bomba atomica di bordo. Niente esplosioni, qualche caso di contaminazione
radioattiva. Nel 1958 un B47 - sempre decollato con una bomba atomica
dalla base di Homestead AFB della Florida - si scontra con un F-86 il
5 febbraio mentre l'11 marzo un B-47 sgancia accidentalmente un ordigno
nucleare presso la citta' di Florence, nella South Carolina. Il B-47 continua
ad aleggiare sui cieli statunitensi per incendiarsi - con il suo carico
atomico - nel Texas (4 novembre) e nella Luoisiana (26 novembre). Altri
4 incidenti accertati nel 1959. Il 18 gennaio è coinvolto nel Pacifico
un F-100, il 6 luglio un C-124 cade con la sua bomba atomica sulla base
Barksdale AFB in Louisiana, il 25 settembre un P5M si inabissa per sempre
con il suo carico atomico al largo di Washington mentre il 15 ottobre
un aereo cisterna si scontra con un B-52 dotato di 4 bombe atomiche.
Salvati dalle "sicure"
Gli anni '60 iniziano con altri incidenti inquietanti.
Il 7 giugno 1960 il serbatoio di elio di un missile nucleare IM-99 esplode:
si verifica una contaminazione radioattiva ma le "sicure" funzionano.
Altra dispersione di uranio nel 1961: il 26 gennaio un B-52 perde in volo
un'ala e due bombe atomiche finiscono in un campo della North Carolina.
L'Aeronautica militare USA, è preoccupata, acquista per bonificarlo,
effettua scavi e ricerche ma la dispersione è tale che una parte
dell'uranio non viene mai piu' recuperata. Un altro B-52, poche settimane
dopo, viene invece baciato dalla fortuna: il 14 marzo cade da 1200 metri
ma l'equipaggio si salva e le due bombe atomiche, sopportando miracolosamente
il tremendo impatto, rimbalzano integre sul terreno come giocattoli infrangibili.
Nel 1964 si verificano tre gravi incidenti: un B-52 cade
il 13 gennaio con due bombe atomiche mentre rientra alla Turner AFB, in
Georgia, mentre il 5 e l'8 dicembre nella Ellsworth AFB del South Dakota
e nella Bunker Hill AFB dell'Indiana si verificano incidenti rispettivamente
ad un missile strategico LGM-30B e a un B-58, che incendiandosi provoca
una fuoriuscita radioattiva dalle sue 5 atomiche di bordo. Altra fuga
radioattiva l'11 ottobre 1965, quando un C-124 si incendia durante un
rifornimento; la bomba atomica di bordo è danneggiata e scatta
l'allarme nella Wright-Paterson AFB dell'Ohio. A far scattare nuovamente
l'allarme è un A-4 che cade nel Pacifico il 5 dicembre 1965: ancora
oggi l'aereo risposa nei fondali dell'oceano, custodendo il pilota e l'atomica
di bordo.
Sfrattati dalla Spagna, ospitati dall'Italia
Il 17 gennaio 1966 avviene in Spagna un incidente cosi'
grave da far nascere forti proteste contro le basi USA. Un B-52 e un Kc-135
si scontrano presso Palomares: sette morti e quattro bombe termonucleari
B-28RI volano via. È una catastrofe: esplodono i detonatori di
due bombe, l'uranio schizza via in tutte le direzioni. Scatta un'operazione
gigantesca di bonifica: un'intera spiaggia viene raschiata (1.400 tonnellate
di sabbia e terreno contaminato). Sara' un referendum popolare spagnolo
a sfrattare gli F-16 e le basi americane dal suolo iberico. Gli F-16 "sfrattati"
verranno ospitati in Italia a Sigonella ora a Gioia del Colle. Ma ritorniamo
al passato, ad un freddo 21 gennaio del 1968. Un B-52 proveniente dalla
Plattsburgh ABF di New York precipita in Groenlandia nei pressi dell'aeroporto
di Thule. Quattro bombe atomiche vengono distrutte dal fuoco. L'impatto
contamina 6.700 metri cubi di ghiaccio, il carico atomico - inabissatosi
- non sarà mai più recuperato.
Il tempo di dimezzamento radioattivo del plutonio delle
atomiche è di 24 mila anni. Grottaglie si è dichiarata -
anche per questo - "comune denuclearizzato".
Quella lista top secret
La storia piu' recente riserva alcuni interrogativi.
Indiscrezioni apparse su riviste militari parlano di rischio di "sgancio
accidentale" di bombe per "interferenze" di alcuni potenti radar (come
gli AN/FPS 115 "Pave Paws") sulle apparecchiature elettroniche degli aerei
militari. L'US Air Force avrebbe compilato una mappa di 300 potenti installazioni
radar antimissile che i piloti USA devono evitare e che rimangono spente
per circa 90 secondi quando un aereo entra nel loro raggio di interferenza.
La mappa sarebbe classificata "top secret".
Fonti: Nico Sgarlato, "Storia segreta degli incidenti nucleari"
(in "Aerei", anno XIX, n.2). Gli incidenti citati riguardano aerei americani
mentre per gli incidenti sovietici non si dispone ancora della documentazione
necessaria. Altre informazioni sono tratte da Aeronautica & Difesa,
giugno 1989.
Il Movimento Nonviolento è germinato dall’opera
intellettuale e pratica di Aldo Capitini (1899-1968), che era venuto elaborando
idee di nonviolenza fin dagli anni Trenta, fatte circolare prima in dattiloscritti
clandestini poi raccolti nel volume Elementi di un’esperienza religiosa
edito nel 1937 su interessamento di Benedetto Croce, "un’opera
- ricorda Norberto Bobbio - letta da me e da tanti altri che cercavano
un orientamento antifascista come un vero e proprio manifesto politico,
che sotto il velame di un appassionato discorso religioso proponeva due
temi fondamentali di interesse politico immediato: la nonviolenza e la
non collaborazione alle leggi ingiuste". Si trova agli inizi del
libro questa frase: "Tanto dilagheranno violenza e materialismo,
che ne verrà stanchezza e disgusto; e dalle gocce di sangue che
colano dai ceppi della decapitazione salirà l’ansia appassionata
di sottrarre l’anima ad ogni collaborazione con quell’errore, e di instaurare
subito, a partire dal proprio animo (che è il primo progresso),
un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento che il mondo ci è
estraneo se ci si deve stare senza amore, senza una apertura infinita
dell’uno verso l’altro, senza una unione di sopra a tante differenze e
tanto soffrire. Questo è il varco attuale della storia". Vi
sono in essa limpidamente condensati gli elementi essenziali dell’istanza
nonviolenta capitiniana: il suo motivo ispiratore, la realtà sbagliata
che vuole contrastare e quella nuova che è impegnata a realizzare,
ed il basilare atteggiamento pratico da cui avviare il rinnovamento.
Con un’attività intensa e costante, Capitini
prosegue per anni nella sua opera di promozione dell’idea nonviolenta
attraverso riunioni, dibattiti, convegni, e con articoli di giornale e
fogli ad amici in materia di politica interna e internazionale e di rinnovamento
educativo, sociale e religioso sulla base preminente di un orientamento
alla nonviolenza. Costituisce la Società Vegetariana Italiana,
e nel 1952 il Centro di Coordinamento Internazionale per la Nonviolenza.
Purtuttavia questa attività resta per lungo tempo limitata alla
sua sola persona, con iniziative isolate e contingenti, su cui Capitini
non trova modo di innestare uno sviluppo continuato e organico per la
mancanza di collaborazioni precise e costanti. Sarà alla fine del
1961 che l’embrione del Movimento Nonviolento verrà posto in essere,
dopo l’effettuazione della Marcia della Pace Perugia-Assisi da Capitini
ideata e promossa: dall’emergere in essa di diverse forze pacifiste, egli
volle dare continuità a quella occasionale confluenza istituendo
tra esse una federazione denominata Consulta Italiana per la Pace, da
lui presieduta; e per farvi a sua volta parte come associazione, costituì
con alcuni simpatizzanti il Movimento Nonviolento per la Pace (dopo alcuni
anni, in conformità alla sua allargantesi attività, dalla
denominazione furono tolte le parole "per la pace", perché
risultasse che il lavoro del Movimento non era esclusivamente confinato
al campo antimilitarista, ma esteso anche al campo socio-politico e culturale
in genere).
Occorreva pertanto attivare il Movimento in sé,
ancora formato di poche persone e privo di iniziative proprie. Nell’estate
1963 quindi, esso organizzò un Seminario sulle Tecniche della Nonviolenza
della durata di dieci giorni, al cui termine fu tenuta una riunione di
una decina di amici rimasti per discutere sul possibile avvio di un’attività
specifica di Movimento. L’intesa preliminare fu di non occupare l’incontro
nel rifare l’ennesima lista di una onnicomprensiva attività politica
(a cui ogni nuova formazione ideologica indulge assurdamente, data la
propria infima condizione embrionale), in una tale miriade di cose da
fare - tutte sia pure desiderabili e urgenti - al punto da trovarsene
alla deriva, impotenti a stringer nulla nella pretesa di abbracciar tutto.
Si pervenne invece a discutere subitamente su due esigenze: la diffusione
dell’idea nonviolenta, ed un congiunto impegno personale di messa in opera
d’una sia pur minima ma effettiva pratica nonviolenta. La decisione fu
per due possibili impegni concreti da avviare nell’immediato: un periodico
mensile, per il dibattito e l’informazione sulle idee e le iniziative;
un gruppo di azione, per la sperimentazione e iniziale attuazione delle
idee prospettate.
Inizia così la storia del Movimento Nonviolento…
Nonviolenza in cammino – Storia del Movimento
Nonviolento dal 1962 al 1992, a cura del Movimento Nonviolento, Edizioni
del Movimento Nonviolento, Verona 1998, pag. 250, L. 20.000
(Richiedere ad Azione nonviolenta, ccp n. 10250363)
DALL’ASSEMBLEA DI TORINO
Gli obiettori OSM:
"vogliamo la Legge"
Si è tenuta a Torino il 7 e 8 febbraio 1998, presso
la nuova sede del Centro Studi "Sereno Regis", la 17° assemblea
nazionale ordinaria della Campagna OSM per la Dpn.
I 50 partecipanti hanno approvato mozioni di indirizzo
politico e organizzativo che impegnano il Coordinamento politico della
campagna ad attivarsi affinché nel corso del 1998 vengano attuate
iniziative tese alla definitiva approvazione della riforma della legge
772/72 su Obiezione di coscienza e servizio civile, all’espansione dell’attività
dei Caschi Bianchi, alla moltiplicazione dei contatti istituzionali per
approssimare l’opzione fiscale e a fare proprie le iniziative di lotta
contro le spese militari, i conflitti in corso, il Nuovo Modello di Difesa,
ecc. (vedi mozione 1).
Nel pomeriggio di Sabato 7 sono state presentate le attività
dell’Ambasciata di Democrazia Locale di Zavidovici, dei Caschi Bianchi
dell’Associazione Papa Giovanni XXIII e delle Peace Brigades International.
Sono state inoltre discusse nei gruppi di lavoro, proposte
organizzative tese a migliorare i rapporti con i coordinatori locali e
l’immagine esterna della Campagna.
I prossimi appuntamenti che la Campagna si è data
sono:
Martedì 24 Marzo 1998 a Roma, Manifestazione nazionale
per l’approvazione della legge di riforma della 772/72 organizzata dalla
Consulta Nazionale degli Enti di Servizio Civile, dalla Lega Obiettori
di Coscienza e dall’Associazione Obiettori Nonviolenti (info: Loc 02/58101226)
Domenica 29 Marzo 1998 Via Crucis da Pordenone a Aviano, organizzata
dai Beati i costruttori di pace, per la chiusura della base militare
americana di Aviano (info: Bcp Padova 049/8755897)
Sabato 4 Domenica 5 aprile 1998 presso la Casa per la Pace
di Pax Christi a Tavernuzze (Fi), 3° Seminario di studio su "L’impiego
di Odc all’estero in missioni di pace" organizzato dalla Campagna
OSM per la DPN, finalizzato alla creazione di un pool di Enti di servizio
civile e ONG che moltiplichino le occasioni di intervento all’estero
di Odc e lavorino alla creazione di un’apposita convenzione con il Ministero
della Difesa per Caschi Bianchi (info: Loc 02/58101226).
Nel prossimo numero di Azione Nonviolenta pubblicheremo
tutte le mozioni, le informazioni sulle modalità di svolgimento
della Campagna per il 1998, ecc.
Ricordiamo che le Guide OSM ’98 sono disponibili gratuitamente
presso la LOC Milano (02/58101226) e il Centro Studi "Sereno Regis"
di Torino (011/532824).
LA MOZIONE NUMERO UNO
(presentata dalla commissione prospettive politiche)
La 17° assemblea nazionale ordinaria degli OSM per la DPN riunita a Torino
nei giorni 7 e 8 febbraio 1998 delibera di impegnare gli organismi dirigenti
della Campagna a realizzare nel corso del 1998 tutte le attività
necessarie tese a raggiungere o ad approssimare il raggiungimento dei
seguenti obiettivi:
l’approvazione definitiva della legge di riforma della 772/72 così
come approvata dal Senato il 29 gennaio 1997, ritenendo irrinunciabile
la presenza nell’articolato: dell’art. 8 comma e) relativo all’impegno
statale all’avvio di attività di ricerca e sperimentazione di
attività di DPN a tal scopo utilizzando il servizio civile degli
odc al servizio militare e dell’art. 9 relativo alle modalità
di servizio civile all’estero degli odc "in missioni di pace/umanitarie"
ecc.
promozione di forme di collaborazione tra realtà associative
e ONG che in questi anni hanno sperimentato e agito forme di interposizione/mediazione/soluzione
nonviolenta dei conflitti a livello locale e internazionale anche attraverso
l’uso di odc in servizio civile.
L’obiettivo finale è di ottenere un riconoscimento
normativo definitivo teso alla creazione di Caschi Bianchi istituzionali,
sperimentando fin d’ora, viste anche le recenti novità legislative
che già permettono l’utilizzo degli odc al servizio militare,
tutte le strade percorribili.
continuare ad estendere tutti i contatti ritenuti necessari al fine
di ottenere il massimo riconoscimento possibile per l’opzione fiscale.
incrementare l’azione politico/informativa della campagna all’interno
dei movimenti, delle campagne, dei coordinamenti e di quant’altro operi
sul terreno della riduzione delle spese militari, contro il commercio
internazionale e locale delle armi, per la riconversione dell’industria
bellica, contro gli embarghi, i conflitti presenti e futuri e le responsabilità
italiane in proposito.
Ignacio Ramonet, Poteri e mass media nell’era della
globalizzazione, in AA. VV., Il pensiero unico e i nuovi padroni
del mondo, Strategia della Lumaca, Roma, 1966.
Questo saggio di Ignacio Ramonet, direttore del mensile
francese Le Mond diplomatique, approfondisce il concetto di "pensiero
unico" che, espresso per la prima volta in un editoriale del 1995,
in poco tempo è diventato una categoria di analisi del modello
culturale ed economico dominante.
Il discorso di Ramonet prende l’avvio da una domanda
e da una constatazione: "coloro che (…) ingaggiano interminabili
tenzoni elettorali per conquistare democraticamente il potere (…), lo
sanno che, in quest’ultimo scorcio di secolo, il potere si è trasferito?".
Esso è ormai altrove, "fuori dalla loro portata". Da
qui parte una lucida inchiesta alla ricerca delle nuove sedi del potere,
che Ramonet individua nei mercati finanziari e nelle reti d’informazione.
Lo sviluppo tecnologico ha consentito l’esplosione e
la dilatazione di questi due settori "che costituiscono i veri e
propri sistemi nervosi delle società moderne". Sono loro,
i padroni ed i gestori di tali sistemi, che detengono il vero potere,
ad un tempo economico e mediatico-culturale; essi, secondo l’efficace
definizione di Ramonet, "sono i chierici della nuova ideologia dominante:
il pensiero unico".
Il pensiero unico, spiega l’autore, "è la
traduzione, in termini ideologici che hanno la pretesa di essere universali,
degli interessi di un insieme di forze economiche, in particolare di quelle
del capitalismo internazionale". A fondamento filosofico di tale
pensiero vi è un’idea, che Ramonet cita da un articolo di Alain
Minc, saggista neoliberale, formulata nel modo seguente: "il capitalismo
(…) è la condizione naturale della società. La democrazia
non è la condizione naturale della società. Il mercato si".
Da questo assioma discendono quei corollari che, messi in pratica ormai
dai governi di tutto il mondo, rappresentano la formula neoliberista del
capitalismo contemporaneo. In sintesi veloce, essi sono: l’assoluta libertà
dei mercati, ed in particolare dei mercati finanziari; la concorrenza
e la competitività senza esclusione di colpi sulla pelle di chi
produce e di chi consuma; il libero scambio senza regole, salvo il protezionismo
dei più forti; la globalizzazione della produzione e dei flussi
finanziari; la divisione internazionale del lavoro; la moneta forte; le
privatizzazioni e la deregulation. Elementi convergenti nello strutturare
un’economia liberata dall’autorità regolatrice dello stato e da
qualunque vincolo sociale ed ecologico, ossia democratico.
Questa ideologia economica è diventata pensiero
unico grazie ad una gigantesca operazione culturale messa in piedi dai
potenti custodi dell’ortodossia del capitalismo deregolato. Il saggio
svela la genesi ed i meccanismi che hanno consentito a questa particolare
dottrina economica di farsi senso comune, cioè di diffondersi fino
ad offuscare, paralizzare ed infine soffocare qualunque visione economica
e sociale differente. Il pensiero unico, la cui formulazione è
fatta risalire da Ramonet fin al 1944 in occasione degli accordi di Bretton-Woods,
ha come attuali ispiratori principali le grandi istituzioni economiche
e monetarie: la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione
per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), l’Accordo Generale
sulle Tariffe Doganali e sul Commercio (GATT), la Comunità Economica
Europea e le banche centrali. Queste istituzioni "grazie ai loro
finanziamenti, arruolano al servizio delle proprie idee, in tutto il pianeta,
numerosi centri di ricerca, università e fondazioni che, a loro
volta, affinano e diffondono la buona novella. Quest’ultima viene ripresa
e riprodotta dai principali organi di informazione economica e segnatamente
dalle bibbie degli investitori e degli operatori di borsa – il Wall Street
Journal, il Financial Times, l’Economist, la Far Eastern Economic Review,
l’Agenzia Reuter, ecc. – che sono spesso di proprietà di grandi
gruppi industriali o finanziari. Un po’ dovunque, le facoltà di
scienze economiche, i giornalisti, i saggisti e, per finire, gli uomini
politici fanno propri i principali comandamenti di queste nuove tavole
della legge e attraverso i grandi mezzi di comunicazione di massa, li
ripetono a sazietà. Ben sapendo che nelle nostre società
mediatizzate, ripetere equivale a dimostrare".
E questo è il potere dell’informazione.
Al riparo da contestazioni, mentre la società
è stordita sotto questo bombardamento mediatico, agiscono indisturbati
i mastodonti della finanza, le cui inverosimili ricchezze, affrancate
da vincoli e controlli di qualunque natura, scorrazzano a piacimento tra
le borse internazionali. Gli stati, le cui riserve valutarie non sono
sufficienti a fare da argine alle periodiche onde d’urto, si adeguano
ed obbediscono alle imposizioni dei nuovi padroni del mondo, i quali,
sottolinea Ramonet, "non hanno mai sottoposto i loro progetti al
suffragio universale". Ma il loro potere può provocare con
repentini spostamenti di enormi masse di denaro la destabilizzazione economica
di qualsiasi paese. "Da essi dipendono le sorti di buona parte del
mondo" ammonisce infine Ramonet.
E questo è il potere finanziario.
"Il potere politico", conclude l’autore, dunque
"è saltato al terzo posto. Prima di tutto viene il potere
economico, poi il potere mediatico. E quando si detengono entrambi (…)
impadronirsi del potere politico non è più che una semplice
formalità".
Pasquale Pugliese
PROSEGUIAMO L’APPROFONDIMENTO DEL PENSIERO
GANDHIANO NEL 50° ANNIVERSARIO
La "non resistenza" in Tolstoj e Gandhi
A cura degli Amici di Tolstoj
Quando Tolstoj si mise a rileggere il Vangelo e a cercarne
il senso vero, escludendo i commenti tradizionali, "il passo che
risultò ... la chiave di tutto fu il versetto 34 del capitolo di
Matteo: ...ma io vi dico non opponete resistenza al male"(La
mia fede, cap. I).
Per Tolstoj dunque l’amore per i nemici e la non resistenza
al male costituiscono l’insegnamento evangelico più importante,
intorno al quale si organizzano tutti gli altri; ma anche il più
disatteso e tradito. La non resistenza dovrebbe essere praticata da ogni
cristiano, sia nella vita privata che in quella pubblica, senza eccezioni,
questo comporterebbe un cambiamento radicale di tutto il nostro sistema
sociale e politico. "Accettare la legge del reciproco servizio, senza
accettare il comandamento della non- resistenza, era lo stesso che costruire
una volta, senza porre la pietra, là dove la volta viene a chiudersi"(La fine del secolo, cap. IV).
"Il prossimo compito della vita consiste nel sostituire
la vita fondata sulla lotta e la violenza, con una vita fondata sull’amore
ed il ragionamento"(Diari 29 novembre 1901). Questo
significa che il rapporto aggressivo fra individui e la relazione naturale
"darwiniana" proprio delle specie animali che corregge (e divenuta
anzi in noi più spietata ed estrema, perché gli animali
in genere non uccidono i compagni di specie), sarà sostituito presso
l’uomo da una crescita attraverso la razionalità, la collaborazione
e l’amore reciproco, più adatta al principio spirituale che è
in lui. Il che rappresenterebbe una vera e propria svolta evolutiva.
Tolstoj si accorgerà poi che il precetto della
non-resistenza era già stato praticato dai Quaccheri e da altri
piccoli gruppi cristiani marginali, con cui entrerà in corrispondenza
(v. il I capitolo de Il regno do Dio è in voi), ed era presente
nelle religioni orientali, che studierà a fondo. La riflessione
sulla non-resistenza, sul passaggio dalla legge della violenza alla legge
dell’amore, sarà uno dei cardini della sua ricerca ed anche la
parte del suo pensiero conosciuta. Tolstoj elabora tre principi fondamentali.
Il primo lo formula così: "come non si può asciugare
l’acqua con l’acqua, non si può spegnere il fuoco con il fuoco,
così non si può distruggere il male con il male"(Lettera a Enghelgardt dicembre-gennaio 1882-83).
Si tratta di un principio metafisico rigoroso ed incontrovertibile.
Per eliminare il male occorre una forza di segno contrario: l’amore. Se
si aggiunge violenza a violenza, la somma totale della violenza non può
che crescere. Anzi compito principale del cristiano sulla terra - secondo
Tolsoj - è proprio questa trasmutazione di energie: da negativa
in positiva.
Un secondo punto è il metodo della non-partecipazione.
Per eliminare ogni forma di violenza e oppressione politica, basta non
parteciparvi, rifiutare il servizio militare e di polizia, rifiutare di
fare il giudice, l’avvocato, il politico, di lavorare le terre altrui
ecc. Ogni oppressione infatti si fonda sulla complicità degli oppressi,
come aveva scoperto La Boetie (autore amato e citato da Tolstoj). Davanti
alla violenza bisogna non reagire, ma ritirarsi, isolarla limitandosi
a condannarla davanti all’opinione pubblica; essa allora perderà
forza, si esaurirà da sé. "Per sentirsi liberato da
ogni potere umano, basterebbe che l’uomo concepisse la vita secondo la
dottrina di Cristo... Davanti all’insubordinazione del cristiano i governi
sono disarmati... Il cristiano non disputa con nessuno, non attacca nessuno,
al contrario sopporta la violenza con rassegnazione e libera in tal modo
se stesso e il mondo"(Il Regno di Dio e in voi, cap.
IX).
Maturandosi la sua riflessione, negli scritti degli ultimi
anni soprattutto, Tolstoj enuncia ed approfondisce un altro grande principio,
per la lotta contro il male: "Verrà distrutto il male fuori
di noi, solamente quando lo avremo distrutto in noi"(Tre
giorni in campagna: primo giorno, in Tutti i racconti, vol.
II, pag. 1241). Il male può toccarci solo se in un modo o nell’altro
vi partecipiamo. Infatti "la rogna attacca solo un corpo sudicio"(L’ unico mezzo, cap. VIII). "E non vi è nulla
di più dannoso per gli uomini del pensare che le cause della loro
situazione miserabile non risiedono in loro stessi, ma in condizioni esterne...
Per raggiungere veramente il bene, l’uomo deve preoccuparsi di cambiare
se stesso... Tutte le porte che conducono gli uomini al vero bene, si
aprono sempre e soltanto, se ne tiriamo la maniglia verso noi stessi"(Al popolo lavoratore, cap. XV).
Si tratta di un vero e proprio ribaltamento strategico,
una rivoluzione "copernicana" nella battaglia contro il male,
che forse non è stato ancora sufficientemente compreso o studiato
e applicato, e che invece è necessario approfondire e sviluppare,
perché rappresenta la fase conclusiva della lotta nonviolenta.
Il male, quando è troppo forte - come ai nostri giorni - va affrontato
in maniera indiretta (ne riparleremo nel capitolo sulla liberazione dei
popoli).
Se questi sono i principi-base, sui loro vari aspetti
ed implicazioni, contro la guerra, il servizio militare, i falsi pacifismi
ecc. Tolstoj scriverà centinaia e centinaia di pagine, che non
possono essere riassunte in breve, e a cui rimandiamo il lettore. E sull’amore
per i nemici scriverà bellissime riflessioni: "L’amore per
i nemici! È difficile, riesce raramente... come tutto quello che
è supremamente bello! Ma in compenso, che felicità quando
vi si arriva c’è una meravigliosa dolcezza in questo amore..."
(Diari 19 luglio 1996 e v. anche Diari 12 marzo 1895).
Su due punti importanti vorremmo ancora richiamare l’attenzione.
Tolstoj non si limita a considerare violenza solo la guerra - si differenzia
perciò dai pacifisti - ma condanna ogni tipo di violenza nei rapporti
fra gli uomini, anche all’interno di una società, e quindi la difesa
della società con mezzi violenti. I tribunali penali, le carceri
e la pena di morte devono essere aboliti. "Gli uomini volevano fare
una cosa impossibile: correggere il male, essendone pieni. Uomini viziosi
volevano corregge altri uomini viziosi... Da parecchi secoli continuate
a punire uomini, che considerate delinquenti. Ebbene si sono ravveduti
costoro? No, anzi il loro numero non ha fatto che ingrossare"(Resurrezione, parte III, cap.28) "che fare contro gli
assassini, i rapinatori? ...che fare contro il gelo, la tempesta? Niente
... fa ciò che devi fare. Correggi il tuo criminale - te stesso"
(Diari 13 gennaio 1908). Inoltre, Tolstoj denuncia con forza lo
stretto legame esistente fra violenza ed economia. "Tre sono le cause
della guerra: ineguale ripartizione dei beni, esistenza dell’ordine militare,
dottrine religiose ingannatrici... Finché profitteremo delle ricchezze
privilegiate, mentre le masse saranno oppresse dal lavoro, ci saranno
sempre guerre" (Sulla Guerra del Transvaal). "Non vale la pena
di rifiutare il servizio militare e nella polizia ed ammettere la proprietà,
che si mantiene soltanto per mezzo del servizio militare e della polizia.
Gli uomini che compiono questo servizio e profittano
della proprietà, agiscono più correttamente di quelli che
rifiutano ogni servizio, godendo però della proprietà"(Lettera ai Duchobori del Canada - 1889).
I dati storici del rapporto fra Tolstoj e Gandhi sono
ben noti e documentati (v. per questo Bori-Sofri: Gandhi e Tolstoi).
Gandhi lesse Il regno di Dio e in voi, quando era in Sud Africa
nel 1894. Scriveva più tardi: "A quel tempo credevo nella
violenza, la lettura del libro mi guarì dallo scetticismo e fece
di me un fermo seguace dell’ahimsa"(Gandhi: Antiche come
le montagne, ed. Comunità 1981, pag. 234). Si tratta di una
frase storica, che ha indotto molti di noi dell’area nonviolenta a mettessi
in traccia del libro scomparso e scoprire cosi Tolstoj.
Gandhi fece uno studio intenso dei libri di Tolstoj.
E dopo aver letto Lettera a un Indù, gli scrisse quattro
volte, fra il 1909 e il 1910, gli chiese il permesso di tradurre quel
testo, inviò il suo libretto: Hind Swaraj, e gli diede notizia
delle sue lotte nel Transvaal. Tolstoj rispose, ma la sua morte interruppe
la corrispondenza. Nell’ultima lettera a Gandhi (settembre 1910) Tolstoj
scriveva: "La vostra attività nel Transvaal, che ci pare ai
confini della terra, è l’opera più centrale, più
importante, fra tutte quelle che si svolgono attualmente nel mondo".
Assai meno studiato e chiarito è l’effettivo rapporto
fra il pensiero di Gandhi e quello di Tolstoj mentre a nostro parere,
è quasi impossibile comprendere veramente Gandhi, senza collegarlo
con Tolstoj. Le basi teoriche della nonviolenza furono gettate da Tolstoj,
e Gandhi si rifà continuamente ad esse. Insomma studiare Gandhi,
senza conoscere Tolstoj, è come leggere il secondo volume di un’opera,
senza aver letto il primo!
Se si confrontano le loro due personalità, ci
si accorge che esse sono interdipendenti e complementari (così
come sono complementari Marx e Lenin l’uno filosofo, l’altro politico).
Tolstoj è uno scrittore, un pensatore e un profeta, che se cerca
di mettere in pratica le sue teorie lo fa solo nella sua vita privata;
Gandhi è un uomo d’azione, un politico, un leader delle masse indiane,
un santo asceta, che però ci ha lasciato anche una serie di riflessioni
scritte. Tolstoj è un genio di una forza mentale incommensurabile,
ma Gandhi ha la superiorità dell’azione vissuta con sacrificio
personale, fino all’offerta della vita. Azione e martirio desiderati invano
da Tolstoj : "vorrei servire Dio non con le parole, ma con i fatti,
col sacrificio e non riesco" (Diari 29 marzo 1884).
Se Tolstoj è più sensuale, peccatore, legato
alla carne, nella formulazione delle sue teorie è però,
più intransigente e radicale, più distaccato dal contingente,
proteso verso il Regno futuro. Inversamente Gandhi è più
ascetico e rigoroso nella sua arte privata, ma più immerso nella
storia della sua arte pubblica e quindi più portato ad inevitabili
ammorbidimenti e compromessi. Gandhi è mite, semplice, umile, si
guarda dal ferire con le sue parole, ma è anche molto fermo, ostinato
quasi, viene chiamato dai discepoli "bapu", cioè padre.
Tolstoj è più aggressivo ed irruente, fino a divenire offensivo,
eppure assolutamente non autoritario, viene sentito da noi come un "fratello"
(v. R. Rolland). Ma soprattutto importante e necessario sarebbe confrontare
più da vicino le due teorie; mentre, ripetiamo, mancano finora
studi specifici. Tocchiamo qualche punto in breve. Tolstoj e Gandhi sono
entrambi pensatori religiosi, coniugano religione e politica. Li accomuna
il culto della verità, la spiritualità del servizio, la
fede nell’avvento di una società migliore, di cui la Russia per
Tolstoj, l’India per Gandhi, saranno promotrici. Li accomuna il vegetarismo
e la severa morale sessuale. Molte posizioni di Gandhi, addirittura sue
frasi e formule derivano direttamente da Tolstoj (fatto spesso trascurato
dai commentatori di Gandhi che non hanno letto Tolstoj): oltre i fondamenti
della nonviolenza, la lotta contro l’alcolismo e le droghe, la necessità
del lavoro manuale (che anche Gandhi chiama "lavoro per il pane",
espressione usata da Tolstoj e prima da Bondarev), l’economia di villaggio,
la critica a S. Paolo ecc. Tutta la critica alla società moderna,
contenuta in Hind Swaraj, non è che un’esposizione più sistematica
delle idee di Tolstoj contro industrie medicine e tribunali.
D’altro canto vi sono anche differenze importanti, di
cui bisogna tener conto.
Se nella sua lettera a Tolstoj de1 4 aprile 1910 Gandhi
si definisce: "vostro umile seguace", più tardi (1931)
rivendicherà una sua autonomia: "Gli debbo molto. Lo vanto
come uno dei miei maestri, ma con tutta umiltà posso dire che non
mi ha arrecato qualcosa di nuovo, ma ha fortificato certe idee confuse
in me" (Marcucci, Tolstoi e 1’Oriente, pag. 19).
Non resistenza tolstoiana e nonviolenza - ahimsa - gandhiana
sono affini, complementari anzi, crediamo, ma non identiche. Il nome stesso
ha origine da due culture diverse. Tolstoi lo prende da una frase del
Vangelo, Gandhi dalla tradizione induista. In Tolstoj la non resistenza
al male è un elemento, anche se di primaria importanza, del mutamento
radicale nei rapporti umani e nelle strutture sociali, che egli auspica,
e rappresenta solo un aspetto della sua ricerca filosofica, che spazia
nei campi più vasti. Gandhi prende questo singolo elemento e ne
fa il perno della sua riflessione e della sua azione politica contro gli
inglesi. Anche se nei suoi scritti affronta altri argomenti, come l’organizzazione
della società o l’elevazione morale del popolo, nella pratica,
per l’urgenza della lotta politica, questi altri elementi restano un po’
in ombra. Gandhi concepisce l’ahimsa soprattutto come lotta, come attacco,
anche se condotto con amore, sacrificio personale e con il fine di convertire
il nemico. Un suo principio-base è che "l’uomo e le sue azioni
sono due cose distinte ... colui che compie l’azione, buona o cattiva
merita sempre rispetto o comprensione". Per poter condurre una lotta
di questo tipo mette a punto una serie di tecniche: digiuni, marce, boicottaggi,
arresti di massa ecc. Tolstoj concepisce la non resistenza prevalentemente
come un ritirarsi davanti al malvagio, un non collaborare, se pure accompagnato
da una forte denuncia verbale dell’ingiustizia (da cui l’accusa di passivismo).
Manifestazioni, azioni dirette per lui non hanno senso. Come abbiamo visto,
per lui la vera lotta da compiere è la lotta contro il male, che
è in noi; è la nostra stessa conversione che dobbiamo cercare
per prima cosa, da lì muoverà ogni altro cambiamento; chiedere
qualcosa ai governi, sarebbe riconoscere la loro autorità. Mentre
per Gandhi la purificazione personale serve ad addestrare il combattente
Satiagraha, per Tolstoj essa è già, per se stessa, un mezzo
per sconfiggere il male esterno. Inoltre in Tolstoj, restando la sua ricerca
sul piano teorico, non vengono date indicazioni su tecniche e azioni specifiche
e concrete.
In pratica poi in ciascuno, queste varie posizioni non
si presentano con confini così inetti come abbiamo dovuto indicare
schematicamente qui per brevità, ma con varie sfumature. Le posizioni
di Tolstoj appaiono più avanzate e radicali. Gandhi ammette la
violenza in qualche caso estremo, Tolstoj la rifiuta in ogni caso; Gandhi
auspica uno stato che governi poco, Tolstoj vuole abolirlo ecc. Questo
è ovvio: Gandhi dovette mediare la nonviolenza, per passare dalla
teoria alla pratica della lotta politica. E solo attraverso la sua mediazione,
la nonviolenza è potuta penetrare nella storia.
Noi siamo convinti che una comprensione approfondita
della nonviolenza ed una sua applicazione pratica veramente efficace,
possano nascere solo da una lettura congiunta di questi due suoi grandi
interpreti (a cui non si può non aggiungere il contributo apportato
da Martin L. King).
Infatti a ben riflettere, i limiti di ciascuna dottrina
furono fatali ad entrambi i loro autori e possono essere causa di amari
fallimenti. Tolstoj ebbe grosse difficoltà nella sua vita privata,
per il suo atteggiamento eccessivamente remissivo con la famiglia e la
sua esistenza si concluse dolorosamente con la fuga da casa, dove la situazione
era divenuta insostenibile. Il suo pensiero così radicale rischia
la totale emarginazione, ha attirato finora solo pochi individui, isolati,
e nessun mutamento visibile ha apportato nella società. A Gandhi
invece la conflittualità prese la mano. Al momento dell’indipendenza,
si scatenarono in India orrendi massacri e Gandhi stesso ne rimase vittima.
E l’India moderna, il cui popolo non si è coscientizzato ed evoluto,
è libera sì dagli Inglesi, ma ben lontana dal sogno morale
di Gandhi.
UN INEDITO DI TOLSTOJ
La legge della violenza
e la legge dell’amore
di Gloria Gazzeri
Questo saggio fu scritto da Tolstoj nel 1908, cioè due anni prima
della morte. L’anno successivo fu pubblicato nella Russia zarista in edizione
ridotta e censurata; completo uscì invece nel 1917 nel n. 6 della
rivista russa "Soldato e cittadino", curato da Certkov, il più
fedele discepolo e collaboratore di Tolstoj.
Viene ora tradotto per la prima volta dal russo in italiano
, a cura degli "Amici di Tolstoj". (La sola altra traduzione
moderna è quella in inglese dell’Institute of world culture, 1993).
Eppure è da considerarsi uno dei testi basilari
del pensiero nonviolento! Ma sappiamo tutti fra quante difficoltà
la cultura nonviolenta va diffondendosi in una società ancora profondamente
intrisa di violenza.
Come è noto, dopo la crisi religiosa dei suoi
cinquanta anni, Leone Tolstoj pose il Vangelo a fondamento della sua vita
e del suo pensiero, in particolare la non resistenza al male – "ma
io vi dico non resistere al maligno" – gli apparve la chiave di volta
di tutto il messaggio di Cristo.
E dunque tutto il pensiero di Tolstoj è profondamente
religioso, anche se nell’ansia di ritornare al messaggio evangelico autentico,
egli entrò in dura polemica con le chiese istituzionali – quella
ortodossa soprattutto. Altrettanto dure furono le sue critiche al potere
statale.
Ma ritorniamo al saggio in questione. Scritto con grande
semplicità e chiarezza – come era nello stile di Tolstoj – diviso
in 19 brevi capitoli, preceduti da citazioni di vari autori e conclusi
ciascuno in se stesso, come una serie di quadri giustapposti – anche questo
caratteristico dello stile tolstojano – il saggio contiene un estremo
messaggio di speranza per l’umanità del grande scrittore e profeta,
che si sentiva ormai prossimo alla morte. Termina infatti con questa frase:
"Proprio questo volevo dire ai miei fratelli prima di morire."
Tolstoj parte dalla constatazione della terribile condizione
di perversione e sofferenza in cui si trova il mondo moderno. Si conduce
"una vita in cui aumenta sempre più il lusso dei ricchi e
la miseria dei poveri … una vita in cui tutti lottano contro tutti."
L’unico modo per uscire da questa terribile condizione è – secondo
Tolstoj – "applicare alla nostra vita le regole di condotta contenute
nella dottrina cristiana autentica". Perché "la vita
con i telegrafi, i telefoni, l’elettricità, le bombe e gli aeroplani
e l’odio di tutti contro tutti", non può continuare a lungo.
Ci troviamo ad una svolta storica – un passaggio epocale
lo chiamò Ernesto Balducci – e questo passaggio sarà segnato
appunto dal fatto che i rapporti personali e sociali fra gli uomini non
soggiaceranno più alla legge della violenza reciproca, ma saranno
guidati dalla legge dell’amore.
Nei vari capitoli poi Tolstoj esaminerà varie
forme di violenza: la guerra, i tribunali penali, la pena di morte ecc.,
suggerirà quali atteggiamenti assumere di fronte ad esse da parte
sia del singolo che della collettività.
Particolarmente interessanti, crediamo, i capitoli sull’obiezione di
coscienza. Si citano i duri giudizi dei padri della chiesa contro il servizio
militare, si ricordano i primi cristiani che affrontarono il martirio
per non servire nell’esercito. Si riporta un’ampia documentazione sui
primi obiettori di coscienza russi: processi, nomi, lettere. A quell’epoca
in Russia rifiutare il servizio militare significava subire anni ed anni
di carcere duro, a volte anche esser picchiati a morte.
E dunque è un testo che è bene leggere
per chiunque voglia approfondire e chiarire le ragioni della sua scelta
nonviolenta. E sappiamo che un pensiero chiaro è la base per una
azione efficace.
Leone Tolstoj, La legge della violenza e la legge
dell’amore, Quaderno di "Azione Nonviolenta" n. 15, ed.
Movimento Nonviolento, Verona 1998, pp.94, lire xxxx.
Richiedere ad Azione nonviolenta
APPELLO ALLE DONNE E AGLI UOMINI DI BUONA
VOLONTÀ
Una via crucis da Pordenone ad Aviano
Anche quest'anno, il gruppo 'Beati i Costruttori di Pace'
di Pordenone si e' fatto promotore di una 'via crucis' da Pordenone ai
cancelli della Base Usaf di Aviano.
Quello che segue e' il testo dell'appello con le prime adesioni pervenute.
Nella prossima Quaresima, domenica 29 marzo 1998,
ci troveremo uniti a pensare e a promuovere la pace, rinnovando la Via
Crucis da Pordenone ad Aviano, con la conclusione davanti alla Base aerea.
La Parola del Signore ci interpella in modo inequivocabile
riguardo alla pace, alla giustizia, alla salvaguardia del creato; la storia
ci provoca ad assumere le nostre responsabilità.
La Base aerea di Aviano ed il suo ampliamento in atto
si presentano come "il santuario della violenza", reso evidente dalla
presenza di un'enorme struttura militare e dalle numerose armi convenzionali
ed atomiche ivi custodite. Ciò alimenta la convinzione, divenuta
segno emblematico, che con la forza e con le armi si possano, anzi si
debbano gestire i conflitti.
Tutto questo genera impoverimento nei già poveri
del mondo, aumenta l'inquinamento della terra, delle acque e dei cieli,
arreca danni incalcolabili alle persone, alle abitazioni, a tutto l'ambiente
vitale.
Più volte abbiamo dichiarato che la Base di Aviano
pone seri interrogativi sulla democrazia del nostro paese e delle nostre
strutture di partecipazione; che la monetizzazione dei danni e i vantaggi
della ricaduta economica sono illusioni rispetto alla drammaticità
della situazione presente e futura. Ma soprattutto abbiamo posto, anche
con segni pubblici,
alcuni interrogativi ineludibili, che la Base di Aviano
pone a chi medita e annunzia il Vangelo.
Non sono più scusabili il silenzio e l'acquiescenza;
non è ammissibile "non sapere" di fronte a problemi così
gravi ed evidenti, nè usare atteggiamenti dettati da calcolo e
da prudenza mondana. Riteniamo che, nella situazione
in cui ci troviamo, non si possa pregare per la pace,
parlare di pace nelle nostre chiese, senza esprimere parole e segni su
Aviano. Siamo convinti che non si possa annunziare e preparare il Giubileo,
continuando ad ignorare Aviano, proprio perché il Giubileo biblico
ci invita in modo pressante a far riposare la terra, a liberare gli schiavi,
a
condonare il debito, ad annunziare l'anno di grazia per
vivere il tempo della misericordia e della pace.
La questione di Aviano si pone proprio al cuore del Giubileo:
la terra, madre di vita, è costretta a portare in grembo strumenti
di morte; luogo di comunicazione e di incontro, è recintata e sottratta
alle relazioni;
capolavoro di armonia e bellezza, è deturpata
dall'inquinamento dell'ambiente vitale. Le risorse economiche, impegnate
per gli armamenti e per l'ampliamento della Base, sottraggono straordinarie
possibilità di
riscatto e di sviluppo agli impoveriti della terra. La
riconciliazione è negata dal principio disumano che solo la forza
armata può difendere o ristabilire l'ordine.Siamo convinti che
il Giubileo ci chiama a conversione e ad essere strumenti di riconciliazione
prima di tutto nei luoghi dove viviamo la nostra storia. Assumiamo, per
la nostra Chiesa e per le nostre comunità cristiane, la Base aerea
di Aviano come meta del nostro pellegrinaggio di conversione alla riconciliazione
e alla pace. I cancelli di quella Base possono diventare la Porta Santa
della nostra Chiesa locale.
Ci ritroveremo nel cammino della Via Crucis da Pordenone
ad Aviano come lo scorso anno. Porteremo con noi le istanze di tutti gli
impoveriti e oppressi della storia, e di tutti quelli che si impegnano
quotidianamente
nei processi di liberazione e di giustizia. Speriamo
che tanti fedeli delle comunità cristiane o di altre religioni,
chi ha responsabilità ecclesiali o civili e ogni uomo di buona
volontà, si uniscano a noi nella riflessione, nella testimonianza
e nella preghiera. Contiamo sull'apporto preziosissimo, come nell'anno
precedente, della preghiera di tanti monasteri di vita contemplativa.
Non si tratta di essere contro qualcuno, ma contro le strutture di morte,
che condizionano e impediscono una vera fratellanza nel mondo.
'Beati i costruttori di pace' - Pordenone
Ass. "Ernesto Balducci" di Zugliano - Udine
Prime adesioni:
Mlal, Segreteria Nazionale Justitia et Pax Cappuccini, Missionari Comboniani
di Thiene, Commissione Diocesana per l'Ecumenismo di Pordenone, Pax Christi
Italia, Gruppo per la Pace di Nimis, Associazione Tonino Bello di Pordenone,
Caritas e Azione Cattolica Diocesane di Vittorio Veneto, Vis, CVCS, Comitato
per la Pace di Pordenone, Rete Radie' Resh, Centro Culturale Menocchio
di Montereale Valcellina, oltre a vari consigli pastorali, comunita' parrocchiali,
monasteri, ecc.
Tra le adesioni individuali, segnaliamo mons. Diego Bona, vescovo
di Saluzzo, mons. Nogaro, vescovo di Nola, Giorgio Nebbia, professore
emerito dell'universita' di Bari.
Per quanto riguarda le questioni organizzative, in linea di massima il
programma dovrebbe essere il seguente:
partenza da piazza XX settembre, nel centro di Pordenone, alle 14.30arrivo
e conclusione davanti ai cancelli della Base Usaf intorno alle 18.30.
Il percorso complessivo e' di circa 8 km; durante il tragitto di saranno
cinque stazioni + una finale, incentrate principalmente sui temi del giubileo
biblico.
Chi avesse bisogno di alloggio la sera prima o quella dopo l'iniziativa
e' pregato di contattare per tempo l'organizzazione.
Ulteriori adesioni possono essere comunicate via e-mail (
)
oppure via fax (0434/520235).