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IL BENE E IL MALE NEL MONDO DI OGGI
Sandro Canestrini

IL BOICOTTAGGGIO VINCE
Paolo Macina

L'ARCA DI NOÈ CONTRO LA GLOBALIZZAZIONE
Alberto Trevisan

UNA PASTORALE PER I SOLDATI

UN APPELLO DEI PREMI NOBEL PER LA PACE

PETIZIONE INTERNAZIONALE CONTRO LE SPESE MILITARI

LO SVILUPPO DELLA RICERCA PER LA PACE IN ITALIA

RILEGGIAMO DON MILANI MAESTRO DI BARBIANA
Alberto Trevisan

MAO TSE-TUNG E IL MARXISMO IN CINA
Claudio Cardelli

RECENSIONI

CI HANNO SCRITTO

RIFLESSIONI DI FINE ANNO

Il bene e il male nel mondo di oggi

di Sandro Canestrini

Anno 1943. I nazisti sono padroni della Cecoslovacchia e schiacciano senza pietà gli oppositori. A Praga accade un attentato che disselcia il selciato: gli agenti della GESTAPO piombano nella casa davanti a cui l’attentato è stato commesso e, con i più “stringenti” interrogatori, si attendono di scoprire chi è stato l’attentatore. L’uomo viene arrestato, la donna con i due bambini torturata. Era chiaro che le persone interrogate nulla sapevano ma i nazisti non si erano fermati a questo. Hanno preso i due ragazzini e hanno dichiarato alla donna che, non volendo essa dire “la verità”, essa allora avrebbe potuto almeno scegliere quale dei due bambini doveva essere ucciso. Uno era certo, la garanzia sull’uno e sull’altro veniva “riservata” alla madre. Non vi sono parole per raffigurare la tragedia infinita, lo strazio spaventoso di una situazione di questo genere con le pistole puntate alla testa dei bambini. Gli atroci perseguitori aggiungevano che nel caso in cui questa povera madre, sopraffatta dal dolore, non avesse voluto “scegliere” avrebbero scelto loro in un modo più drastico: gli avrebbero uccisi ambe due.
Non racconterò il seguito della storia…
Anno 1972. In Argentina imperversa la dittatura di destra. 35.000 ragazzi e persone vengono arrestati. Insieme a loro vengono anche fermati 230 ragazzi di piccola età mentre 230 creature vengono partorite sul pavimento di luride celle situate accanto alla camera di tortura.
Nasce il movimento delle “Madri della Plaza di Maggio” cioè il movimento delle madri dei detenuti. I detenuti scompaiono, come si sa lanciati in mare da aerei in volo. Rimangono i bimbi e queste povere nonne impiegano tutta la loro vita a cercare di rintracciarli. Di 230 ne sono stati rintracciati 31 che a sensi di legge dovrebbero quindi essere restituiti alle famiglie dei loro parenti e tolti dalle famiglie di persone che, nazisti e privi di figli, si erano fatti assegnare i bambini dalla dittatura. Per 13 di questi ragazzi la soluzione è stata tremenda: le nonne sono andate a trovarli fermamente decise a riottenerli, hanno parlato tra di loro e si sono accorti che essendo stati assegnati a pochi mesi di vita a una “nuova famiglia” si erano legati a questo nuovo ente familiare così come se fosse proprio il vero. Le donne di Piazza di Maggio si sono poste il problema se era giusto andare a turbarli narrando loro le spaventose e mortali vicende che avevano percorso i loro genitori. Ebbene, per 13 di questi ragazzi la vecchia signora ha deciso di non dir loro la verità e di lasciarli allevare dai carnefici dei loro genitori…
Di fronte a questi esempi di “bene e male” io apro i giornali di oggi e vedo che dalle ultime inchieste giornalistiche (ad esempio quella di Enzo Biagi) è risultato chiaramente che le persone di oggi sono interessate a tre cose: salute, amore, soldi. Sette giovani maschi e sei giovani donne su 10 hanno dichiarato di volersi sposare per interesse e 7 su 10 hanno dichiarato che avrebbero voluto nascere in una famiglia più ricca perché “non sono assolutamente soddisfatti delle condizioni economiche della propria”. La recente ricerca dell’ISTAT sul tempo libero delle persone durante la giornata danno addirittura il 69% di tempo dedicate agli aspetti estetici ed al benessere fisico. Poi viene tutto il resto (videocassette, cinema, night, ecc.).
L’Italia è al penultimo posto nella classifica europea a proposito del consumo di libri, considerati in genere assolutamente non importanti né attrattivi.
Volevo fare un articolo su questi temi. Invece ne sono venute queste alcune righe. Non sarebbe il caso di riparlare un po’ con calma di quello che è bene e di quello che è male?

UNA BUONA NOTIZIA

Il boicottaggio dei giocattoli vince

di Paolo Macina

La tavola rotonda tenutasi a Milano il 28 ottobre scorso presso il salone conferenze del PIME rappresenta forse il punto più alto di mediazione tra l’arcipelago associazionista che, in diversi modi, esprime la sua critica verso i risvolti più dannosi della globalizzazione in corso, e le imprese che maggiormente la interpretano. Dopo diversi tentativi di far sedere attorno ad un tavolo protagonisti ed attori di questo complicato scenario internazionale, la circostanza si è verificata in occasione del 125° anniversario della rivista Mondo e Missione, e per dare un’idea dell’interesse suscitato in entrambi gli schieramenti basti citare la notevole partecipazione del pubblico (circa 600 presenti) ed il singolare atteggiamento del direttore Marketing della Nike Italia, escluso dal dibattito per i numerosi relatori invitati e precipitosamente inserito all’ultimo momento su sua esplicita richiesta.
Nel corso della serata, che ha avuto come moderatore il giornalista Gad Lerner, non sono mancate le sorprese. Vale quindi la pena partire subito dalle buone notizie, con l’annuncio-bomba che la Artsana, dopo alcuni mesi di boicottaggio dei suoi prodotti, ha stabilito un risarcimento forfettario (sembra di 300 milioni di lire) ai parenti delle vittime dell’incendio che nel ‘94 colpì in Cina una fabbrica che produceva giocattoli Chicco. Oltre all’istituzione del fondo di solidarietà, gestito dalla Caritas internazionale, il gruppo ha finalmente adottato un codice di comportamento in accordo con i sindacati, riportato in queste pagine, che pone le regole alle quali i produttori Chicco devono attenersi. In particolare troviamo in esso due clausole, quella della rescindibilità (secondo la quale i contratti con ditte appaltatrici non in regola vanno annullati) e quella del monitoraggio indipendente, che tramutano il codice di condotta Artsana in un primitivo esempio di clausola sociale.
E’ rilevante il fatto che si tratta del primo successo di un boicottaggio nato e concluso in Italia, promosso da associazioni esclusivamente italiane ed effettuato su una ditta italiana. Questo, oltre a sottolineare il grado di autonomia ed autorevolezza raggiunti dal movimento italiano dei consumatori, risponde anche alle critiche di chi accusa tale movimento di occuparsi solo delle multinazionali statunitensi, per una sorta di antiamericanismo di retaggio sessantottesco.
L’accordo, prontamente riportato dal quotidiano finanziario Sole-24 Ore del giorno dopo, non fa completa giustizia della situazione in quanto non riconosce ed anzi by-passa l’influenza che la campagna di boicottaggio, coordinata dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, ha avuto sulla intera vicenda. Resta difficile pensare che si sarebbe arrivati ad un tale accordo in assenza di una pressione precisa e determinata, e probabilmente il ritorno in termini di immagine della azienda sarebbe stato ancora maggiore se si fosse dichiarata favorevole al risarcimento in presenza di una protesta civile. Ma evidentemente i responsabili del marketing hanno ancora il loro sguardo piegato sulle loro ginocchia, e Francuccio Gesualdi non ha potuto far altro che biasimare la condotta sindacale, volta ad ignorare l’operato del suo centro al pari della Artsana.
Ma anche sul versante Nestlé ci sono novità. Nell’ultima riunione del coordinamento nazionale della Rete Italiana di Boicottaggio Nestlé (RIBN) tenutasi il 19 ottobre scorso a Bergamo, era stato deciso di cercare un nuovo contatto formale con i dirigenti della multinazionale, necessario per cercare una soluzione equa per tutte le parti in causa. La lettera inviata, che riportiamo in queste pagine, analizzava la situazione che si verifica in Mozambico per quanto riguarda le vendite del latte in polvere Nestlé e si concludeva con la richiesta di intervento da parte della società svizzera. Durante la tavola rotonda di Milano, il direttore delle relazioni Esterne Saverio Ripa di Meana ha confermato il ricevimento della lettera ed ha affermato di essersi attivato personalmente presso la direzione generale di Vevey per sanare la situazione.
Infine, sono risultate di buono auspicio le parole del Direttore Marketing della Nike: “Sul monitoraggio, Andrew Young (ex ambasciatore USA delle Nazioni Unite, ndr) è stato nel Sud-est Asiatico, ha fatto una prima verifica ed ora stiamo valutando un ente che non è quello di (cui fa parte) Andrew Young. Andrew Young ci sta aiutando a trovare questo ente per fare un monitoraggio indipendente”. Viene quindi confermato ciò che già era emerso nell’incontro di Torino ad aprile, e cioè che entro l’anno Nike dovrebbe incaricare una ONG per effettuare il monitoraggio del suo codice di comportamento, accogliendo in pieno le richieste della campagna.
Le aziende hanno forse capito che, anche dal loro punto di vista, è conveniente ascoltare le lamentele dei consumatori? Questa è anche la tesi sostenuta nell’intervento di Luca Jahier, secondo cui “Noi continuiamo a contrapporre, sia da un parte che dall’altra, la logica dell’economia e la logica della solidarietà. Alcuni ritengono che non possa essere credibile nulla che no si affatto secondo le ragioni della solidarietà, altri ritengono che la solidarietà al massimo possa essere considerata come unguento per alleviare le dure leggi dell’economia”.
Jahier ha ricordato invece che “nel nostro Paese sono nate alcune delle più moderne forme di economia, che hanno permesso al nostro Paese di svilupparsi dalla ragioni della solidarietà. La tradizione delle piccole cooperative o delle mutue delle nostre campagne anche rurali hanno consentito di coniugare le ragioni della solidarietà con alcune grandi ragioni di capitale monopolistico, consentito lo sviluppo straordinario dell’economia, e del tessuto sociale del nostro Paese”.
Negli interventi degli imprenditori presenti, oltre ad un generale (ed atteso) scetticismo nei confronti di stili di vita alternativa quelli capitalistici una cosa è risultata molto chiara: nella logica del famoso “mercato” ognuno deve saper fare il proprio mestiere. Gli imprenditori devono mirare agli affari, i consumatori devono esercitare il loro ruolo di controllori. E’ stato chiaramente affermato dall’Amministratore Delegato della Artsana, che “il mercato, tanto famigerato, +è fatto anche di associazioni e consumatori che sanciscono se un’impresa che vende un prodotto è accettabile o no”. Il Direttore delle Relazioni Esterne Nestlé invece, ha sottolineato da parte sua che “in qualche modo, le campagne di boicottaggio contribuiscono a migliorare le aziende ed i loro prodotti”, e nonostante queste visioni tendano tristemente a considerare anche le associazioni che si battono per costruire un mondo migliore, come semplici ingranaggi di un mastodontico meccanismo, queste affermazioni non possono che suonare come un attestato di efficacia.

Protocollo d’intesa

Assogiocattoli - Sindacati

La Assogiocattoli - Associazione Italiana Fabbricanti Giocattoli, Giochi, Hobby e Modellismo, Ornamenti Natalizi e Articoli Prima Infanzia - e le organizzazioni sindacali FILTA, FILTEA, UILTA e CIGL CISL e UIL

premesso
che Assogiocattoli FILTA, FILTEA, UILTA considerano la lotta al lavoro nero, allo sfruttamento del lavoro dei bambini, dei lavoratori e delle persone, obiettivo delle parti

considerato
1) che le imprese aderenti ad Assogiocattoli, così come del resto altre imprese del settore giocattolo o di altri settori produttivi, per obiettive esigenze commerciali acquistano manufatti su mercati di altri paesi emergenti tra cui quelli del Sud-Est Asiatico;

2) che in tali Paesi l’eventuale inadeguatezza di idonee norme di sicurezza o la loro scarsa osservanze possono essere causa di incidenti sul lavoro;

3) che tale ad esempio è stato l’incendio sviluppatosi nella fabbrica cinese di giocattoli Zhili Hanicrafts Factory il 20.11.1993, nella quale trovarono la morte più di 70 operaie le cui famiglie, a causa del successivo fallimento dell’impresa non riuscirono ad ottenere un adeguato risarcimento;

4) che all’epoca la Zhili produceva giocattoli per diversi clienti, perlopiù multinazionali americane, inglesi, canadesi e francesi, nonchè per alcune aziende italiane, in seguito particolarmente sollecitate dalle organizzazioni sindacali che, pur riconoscendo l’assenza di qualsiasi responsabilità diretta, ne hanno richiesto in modo pressante un intervento indennitario a scopo umanitario, anche alla luce della inadeguatezza dell’assicurazione e assistenza sociale esistente in loco;

5) che anche le organizzazioni non governative si sono interessate fattivamente di questo incidente per raccogliere fondi che consentissero alle famiglie delle vittime di ottenere un parziale ritorno;

6) che Assogiocattoli, sollecitata in tal senso dalle organizzazioni sindacali qui firmatarie si è attivata per sensibilizzare al problema le imprese associate;

7) che dopo lunghe e difficili ricerche effettuate da organizzazioni di solidarietà che operano su quel territorio, è stato finalmente possibile rintracciare la più parte dei familiari delle vittime cui devolvere le somme che saranno a tal fine raccolte;

convengono, non a titolo risarcitorio, quanto segue:
a) Assogiocattoli raccomanda ai propri iscritti l’adesione ai codici di comportamento approvati o in corso di approvazione da parte delle associazioni internazionali;

b) Assocgiocattoli suggerisce un gesto di solidarietà nei confronti delle famiglie delle vittime dell’incendio di Zhili;

c) trattandosi di un intervento a scopo umanitario e onde evitare qualsiasi possibile interferenza, anche del tutto casuale ed involontaria, sul sistema normativo vigente nei paesi destinatari, Assogiocattoli procurerà che la distribuzione e la destinazione di tale sussidio avvenga tramite la Caritas Internazionale con sede a Roma, organizzazione da sempre dedita alla assistenza umanitaria nei paesi emergenti;

d) Assogiocattoli si impegna a riferire alle organizzazioni sindacali firmatarie i risultati della iniziativa così programmata.

FILTA FILTEA UILTA
CIGL CISL UIL
ASSOGIOCATTOLI
Roma, 28 ottobre 1997

Egregio dott.
Saverio Ripa di Meana
Direttore Relazioni Esterne Nestlè
Viale Richard 5
20143 Milano – Italia

p.c.
Rete Italiana Boicottaggio Nestlè
Via Scuri 1/c
24100 Bergamo – Italia

Padre E. Tavares
Segreteria Geral Misionarios Da Consolata
Avenida Edoardo Mondlane 279
Maputo – Mozambico


Gentile dott. Ripa di Meana,

siamo un gruppo di persone che, in differenti periodi dell’anno, ha ricevuto o ha avuto modo di leggere la pubblicazione “Nestlè e l’alimentazione infantile” edita dalla sua struttura. Vorremmo darle notizia di una situazione, che si sta verificando in Mozambico, contrastante con quanto affermato nella vostra pubblicazione e che alcuni di noi, di ritorno da un viaggio estivo nel paese africano (dove sono stati ospiti dei Missionari della Consolata), ha potuto constatare di persona.
Nella capitale Maputo e nella seconda città del paese, Beira, ma anche nei centri minori come Vilanculos, Inhambane e Quissico per fare alcuni esempi, è in vendita il prodotto Nestlè “Lactogen 1”, il cui contenitore cilindrico è fornito di una etichetta che le forniamo in allegato. Abbiamo potuto apprezzare in essa l’osservanza di diverse regole di comportamento che la sua azienda si è impegnata a seguire con la sottoscrizione nel 1981 dell’ ”International Code of Marketing of Breast-milk Substitutes”, come per esempio: l’indicazione della superiorità dell’allattamento al seno, le istruzioni per una corretta preparazione del prodotto e la sua data di scadenza (il febbraio 1998), la presenza di composizione ed ingredienti, l’assenza di immagini di bambini.
Manca purtroppo la caratteristica che fa sì che queste indicazioni vengano correttamente seguite da chi acquista il prodotto, e cioè l’utilizzo della lingua appropriata. Come avrà potuto notare, tutti i testi presenti in etichetta sono scritti in inglese, mentre la lingua principale in Mozambico, compresa solamente dal 70% della popolazione (secondo gli ottimistici dati ufficiali del governo) è il portoghese; il restante 30% parla solo le lingue locali come il Makua, il Makonde e lo Chitzua. Praticamente nessuno conosce l’inglese, essendo pressoché sconosciuto al momento qualsiasi fenomeno turistico o di immigrazione.
Ci rendiamo conto che la situazione è attribuibile soltanto al comportamento dei commercianti indiani residenti in gran numero nel paese, i quali non badano gran chè ai prodotti che importano dal Sud Africa e dall’India. Non è quindi nostra intenzione condannare l’operato di Nestlè in questo caso particolare: nondimeno, il risultato che si verifica è la violazione da parte vostra del codice OMS.
Le chiediamo pertanto di farsi promotore presso la sua azienda per ovviare a questa situazione, in accordo con quanto affermato alle pagine 8 e 9 della pubblicazione sopra citata. Vogliamo a tal proposito farle presente una notizia, apparsa tra l’altro sul quotidiano “La Stampa” del 20 agosto 1997, che evidenzia quello che, a nostro parere, è il modo corretto per intervenire. L’articolo in questione riportava la notizia che la Ferrero, vostro principale competitor in Italia e in alcune parti del mondo, aveva ritirato ben cinquemila ovetti “Kinder” dal mercato statunitense perché mancanti dell’etichetta in inglese. Gli ovetti, prodotti per il mercato tedesco, erano stati importati da un commerciante ad insaputa della Ferrero stessa, la quale, venutane a conoscenza, non ha esitato a provvedere al ritiro per potervi apporre l’etichetta in lingua locale.
Siamo certi che il rapporto di collaborazione tra Nestlè e consumatori, da lei stesso auspicato in tutte le lettere pervenuteci, possa essere dimostrato in questa occasione. Da parte nostra ci impegnamo a diffondere, con ogni nostro mezzo a disposizione, qualsiasi iniziativa che la sua azienda intenderà o meno portare avanti in proposito. Siamo certi che ella vorrà fare altrettanto. Cordiali saluti

Paolo Macina
Torino, 8 ottobre 1997

UN CONVEGNO DI MANI TESE

L’Arca di Noè contro la globalizzazione

di Alberto Trevisan

“Buongiorno a tutti”, così Ugo Ruggeri, presidente di Mani Tese ha salutato le oltre mille persone che hanno stipato il Palazzo dei Congressi a Firenze a fine Novembre: la maggior parte erano giovani!
Credo che per tutti sia stata una grande emozione trovarsi in così tanti e così diversi a discutere, a capire questo grande problema della “globalizzazione”, questo “paradigma” liberista che sta accecando il mondo, che vuole riportare indietro le grandi utopie delle società civili e dei popoli più sfruttati del Sud del mondo.
La sfida di Noèi , lanciata da Mani Tese, cioè la creazione di un Nuovo Ordine Economico Internazionale, è sicuramente una sfida di portata biblica, perché nell’Arca di Noè noi vogliamo che tutti i popoli della Terra vi possano entrare per costruire assieme il vero villaggio globale, quello della solidarietà, della pace e della giustizia e non certo il villaggio del mercato selvaggio!
I relatori, così numerosi, così diversi, così rappresentativi di una realtà tanto composita sono riusciti davvero a indicare la “rotta” di questa nuova Arca che naviga verso il 2000 intorno al pianeta.
Dan Gallin, sindacalista inglese, ci ha ricordato come 40.000 società multinazionali, più le 200.000 società loro sussidiarie, riescono a controllare il 75% di tutte le merci, i beni e i servizi, oltre a controllare un terzo di tutte le proprietà del mondo.
E i lavoratori nel pianeta globalizzazione dove e come si trovano? Per l’emergere del mercato “globale” i lavoratori di tutti i paesi che sono in competizione si trovano con un panorama di soluzione per lo stesso lavoro che spazia da 1 a 5, in pratica un sistema di “deregulation” del tutto simile al passato regime schiavistico.
Paul Dembiski, segretario generale dell’Osservatorio sulla Finanza, ci ha parlato della finanza che ormai prevale sull’economia, la quale rischia di diventare una vera e propria mongolfiera che, qualora dovesse sgonfiarsi, significherebbe lo sfracello per tutti, ricchi e poveri.
E se la finanza è quanto di più lontano da alcuni principi basilari per ogni convivenza civile e sociale, cioè la solidarietà, la responsabilità e la sussidiarietà, non abbiamo altra scelta che piegare questa “finanza” ai tre principi prima indicati, pena il disastro.
Paolo Ceratto, dell’Agenzia UNDP dell’ONU, ci ha rivelato che in più di 100 paesi la gente è più povera di 15 anni fa: i poveri partecipano solo all’1% dell’economia globale, 400 miliardari nel mondo possiedono la ricchezza di metà del pianeta, mentre il 60% della popolazione sopravvive con 2 dollari al giorno!
Per questo Ceratto invita tutti a “uscire dal torpore”, governi e popoli, per dare alla strada della globalizzazione una “segnaletica” leggibile e percorribile, denunciandone le distorsioni e le opportunità: è necessario “trasformare gli aiuti allo sviluppo in investimenti per lo sviluppo”, e fare in modo che il debito estero dei popoli e dei paesi poveri possano onorarlo investendo in un fondo nazionale che miri alla protezione delle condizioni dei più poveri.
In tanti, attenti e anche preoccupati, abbiamo sentito a Firenze non solo analisi economiche corrette ma soprattutto grandi suggerimenti concreti per superare quel senso di impotenza che ci paralizza di fronte ai grossi problemi dell’umanità.
È stato importante capire come una capitalista – Hazel Henderson – che lavora a Wall Street, ma si occupa pure di investimenti etici, guidando un movimento, il cui motto – Pulito e Verde – da sola riesce a dare lavoro a più persone di quanto ne impiegano le 100 corporazione americane più grandi.
Le conclusioni di questa “sfida di Noèi “ le ha tenute Riccardo Petrella, del gruppo di Lisbona (CEE) sottolineando come la nostra generazione debba proprio considerarsi come epocale, in quanto per la prima volta siamo in grado di vincere la piaga della fame nel mondo: non più utopie, ma vere opportunità!
Così i 250 milioni di bambini che lavorano potranno finalmente dedicarsi ai giochi e allo studio, gli 800 milioni di sottoccupati trovare un lavoro, i 1,3 miliardi di persone che vivono con 2 dollari al giorno, potranno mangiare e bere: sono queste le realtà che a Firenze hanno trovato voce e vera rappresentanza sociale!

CAPPELLANI MILITARI

Una pastorale per i soldati

Dopo quasi due millenni di “dottrina della guerra giusta” e di pratico accostamento della figura del “buon cristiano” a quella del “buon soldato”, la comunità ecclesiale non può né scomunicare i militari, né abbandonarli pastoralmente.
Sembra anche giusto che vi siano cappellani a pieno tempo a fianco dei soldati. La caserma è luogo totalizzante e probabilmente non basta aspettare che i soldati vadano presso le parrocchie che non conoscono, né che un prete di parrocchia vada in caserma di tanto in tanto in tanto.
È oramai indispensabile, però, che si riveda in teoria e in pratica il ruolo del cappellano dei soldati.
L’esercito, come struttura di difesa e di formazione all’uso omicida della forza armata, è sempre più messo in discussione da una svolta teologica e anche magisteriale (vedi il nuovo Catechismo Cei degli Adulti, cap. XXVI, pp. 491-495, allegato 1), dalle pagine storiche e dalla cultura crescente della “nonviolenza attiva” o “difesa popolare nonviolenta” (vedi “Appello” dei 20 premi NOBEL per la Pace, fra cui Madre Teresa di Calcutta, allegato 2) e dalla crescita numerica e qualitativa degli Obiettori di Coscienza.
Se poi si considera che le guerre dell’Italia di questo secolo ventesimo non rientravano nemmeno nei canoni della cosiddetta “guerra giusta” (vedi Scalfaro che comincia a chiedere scusa agli africani seguendo l’esempio del Papa) e che il Nuovo Modello Di Difesa, avviato dalla NATO a Londra nel 1990, è un patto scellerato (allegato 3) o “artiglio dell’Europa contro il Sud del mondo” come ebbe a bollarlo p. Ernesto Balducci, urge scindere ogni responsabilità cristiano-cattolica rispetto a un “sistema militare”, che già il concilio Vaticano II° invitava a superare: “Nuove strade converrà cercare… (Occorre) trovare delle vie per comporre in maniera degna dell’uomo le nostre controversie. La Provvidenza divina esige da noi con insistenza (instanter) che liberiamo noi stessi dall’antica schiavitù della guerra” (GS n. 81/1604-1606).
Attese tali premesse, come minimo si richiede ai cappellani dei soldati che:
rifiutino i gradi e l’integrazione nella gerarchia militare, accettando non “ paghe di ufficiali”, ma solo “paghe equiparate a quelle degli ufficiali”;
si associno alla chiesa tutta nel chiedere perdono per tutte le volte che abbiamo coperto, con benedizioni e discorsi, le imprese militari non ammissibili nemmeno con la dottrina della guerra giusta, come fece p. Zabelka (vedi “Un cappellano militare si confessa”, allegato 4);
incoraggino il superamento degli eserciti nazionali, il “ricorso a forme di difesa nonviolenta”, le “proposte tendenti a cambiare struttura e formazione dell’esercito per assimilarlo a un corpo di polizia internazionale” e la “scelta degli obiettori di coscienza”, come esplicitamente indica, appunto, il nuovo Catechismo Cei degli Adulti.
I cappellani dei soldati incoraggino pure un Nuovo Modello Di Difesa; non però quello attuale della NATO, ma quello della nonviolenza e di un corpo di polizia internazionale (uso “non omicida” della forza), alle dipendenze di una ONU democratizzata, rafforzata e davvero finalizzata a garantire la pace nel mondo (art. 43 della Carta delle Nazioni Unite).

La Comunità Dehoniana di Bagnarola (Bologna)

Preti in caserma per la pace

Il 29/30 novembre si è tenuto alla Casa per la Pace di Firenze un Seminario di studio, promosso da Pax Christi e dal Centro Studi Economico Sociale per la pace, su “Cappellani militari oggi e … domani”, con relazioni di giuristi, di un rappresentante autorevole dell’Ordinariato Militare e di Pax Christi.
Ci si è rifatti alla storia recente del servizio religioso tra le Forze Armate e alle ripetute mozioni di Pax Christi per la revisione della fisionomia istituzionale del Cappellano militare.
Dopo un’ampia, animata discussione e dopo aver espresso apprezzamento per l’impegno pastorale di tanti Cappellani militari, si è ribadita la convinzione che la pur necessaria condivisione di vita che il Cappellano deve avere con i giovani affidati alle sue cure, più efficacemente potrebbe essere svolta da sacerdoti “senza stellette”, cioè non inquadrati nelle gerarchie delle Forze Armate, sia per una maggiore libertà nell’annuncio evangelico, sia per una più chiara distinzione dei ruoli di fronte all’opinione pubblica.
Questo pare più che mai indispensabile in un tempo in cui le Forze Armate sono esposte alla costante tentazione di evadere dai limiti richiesti dalle esigenze morali e dalla stessa Costituzione Italiana, avviandosi in tal modo a diventare strumenti di difesa degli interessi economici dei Paesi più ricchi.
In particolare si è puntualizzato il compito dei Cappellani di approfondire ed illustrare le condizioni per cui un cristiano può in coscienza partecipare alla vita militare mantenendo la coerenza con il messaggio evangelico.
Si è ribadita pertanto la necessità di un sempre maggiore impegno non solo della chiesa presente nelle Forze Armate, di cui si è riscontrata la disponibilità al dialogo, ma tutta la Chiesa Italiana per un cammino sempre più determinato sulla via della nonviolenza e della pace.

1 dicembre 1997- Pax Christi Italia

 

Per i bambini del mondo

dai Premi Nobel per la Pace ai Capi di Stato di tutti i Paesi membri dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite

Oggi, in ogni Paese del mondo, ci sono molti bambini che silenziosamente soffrono gli effetti e le conseguenze della violenza.

Questa violenza assume diverse forme: tra i bambini nelle strade, a scuola, in famiglia, nella comunità. C’è una violenza fisica, una violenza psicologica, socio-economica, ambientale, politica. Molti bambini -troppi bambini- vivono una “cultura di violenza”.

Noi desideriamo contribuire a ridurre la loro sofferenza. Siamo convinti che ogni bambino può scoprire - da sé - che la violenza non è inevitabile. Possiamo offrire speranza, non solo ai bambini del mondo, ma a tutta l’umanità, incominciando a creare, e a costruire, una nuova Cultura della Nonviolenza.

Per tale motivo noi rivolgiamo questo solenne appello ai Capi di Stato di tutti i Paesi membri dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, affinchè l’Assemblea Generale delle N. U. dichiari che :

l’anno 2000 sia riconosciuto come “L’anno per l’educazione alla nonviolenza”,
gli anni dal 2000 al 2010 siano dichiarati “Decennio per la cultura della nonviolenza”,
che la nonviolenza venga insegnata ad ogni livello nelle nostre società durante questi dieci anni, per rendere i bambini di tutto il mondo consapevoli del significato reale e pratico e dei benefici della nonviolenza nelle loro vite quotidiane, e per ridurre la violenza, e le conseguenti sofferenze, rivolta verso i bambini e verso l’umanità in generale.

Insieme possiamo costruire una nuova cultura della nonviolenza per il genere umano, che darà speranze a tutta l’umanità e in particolare ai bambini del nostro mondo.
Con profondo rispetto
I premi Nobel per la Pace
Firmato da:
1996 Mrg Carlos Felipe Ximenes Belo
1993 Frederik Willem de Klerk
1977 Mainread Corrigan Maguire
1980 Adolfo Perez Esquivel
1991 Aung San Suu Kyi
1977 Betty Williams
1989 Dalai Lama (Tenzin Gyatso)
1984 Mgr. Desmond Mpila Tutu
1986 Elie Wiesel
1970 Norman Borlaug
1994 Yasser Arafat
1965 UNICEF
1996 José Ramos Horta
1995 Josef Rotblat
1983 Lech Walesa
1990 Michail S. Gorbachev
1979 Madre Teresa
1993 Nelson Mandela
1987 Oscar Arias Sanchez
1994 Shimon Peres

UNA FIRMA PER LA PACE

Petizione internazionale contro le spese militari

Carissimi amici,
per la giornata dei diritti dell’Uomo che ricorre il 10 dicembre, si è pensato di organizzare delle manifestazioni pubbliche per far conoscere e firmare una petizione per il Parlamento Europeo (che alleghiamo alla presente) volta ad ottenere il riconoscimento del diritto alla obiezione di coscienza alle spese militari.
Tale petizione fu auspicata in un lavoro di gruppo durante il Convegno Internazionale delle Campagne di OSM che si tenne ad Hoddesdon (Gran Bretagna) alla fine di novembre - primi di dicembre 1996.
Essa è stata elaborata per l’Italia da alcuni esponenti del MIR, del MN e della LOC ed è stata rivista da un parlamentare europeo dei verdi, affinché la stesura sia rispondente alla prassi ed alle esigenze del Parlamento Europeo. Copia di tale petizione in italiano ed in inglese è stata inviata alle diverse Campagne nazionali.

Gli OSM, il MIR ed il MN della Valle d’Aosta hanno pensato di organizzare tale giornata così:
1) Essere presenti con un tavolino dalle ore 9 alle ore 17 in una zona centrale della città;
2) volantinare la petizione e raccogliere le firme;
3) coinvolgere in tale iniziativa gli obiettori di coscienza al servizio militare per farli conoscere reciprocamente e collaborare con gli OSM.

Contemporaneamente se la riforma della legge 772 non fosse ancora stata approvata anche dalla Camera, si è pensato di ripetere la raccolta di firme del 15 maggio ultimo scorso e di distribuire dei manifesti informativi su tale eterna problematica.
Se vi va l’idea copiatela pure; se no pensate voi a qualche altra possibilità di lancio.
Fate pervenire alla LOC di Milano (Via Mario Pichi 1 – 20143 Milano (Mi); tel.: 02/58101226- 8378817 fax: 02/58101220; dal Lunedì al Venerdì dalle ore 14.30 alle ore 18.30) i risultati della vostra azione.

Gli OSM, il MIR, ed il MN della Valle d’Aosta

DIBATTITO SULLA PEACE RESEARCH

Lo sviluppo della ricerca per la pace in Italia

di Giovanni Scotto

Gli studi sulla pace in Italia sono attualmente condotti da una esigua minoranza, per lo più da persone provenienti dallo stesso movimento per la pace.
Mentre in altri paesi (USA, Germania) il discorso scientifico sulla pace è ancorato a livello istituzionale e costituisce una corrente riconosciuta nel dibattito politico-culturale, in Italia il discorso è proprio di una "nicchia" che non riesce a fare delle sue priorità e punti di vista un approccio scientifico riconosciuto.
Particolarmente grave è il ritardo degli studi sulla pace nel campo che è loro proprio, ovvero quello delle discipline politico-sociali. Oggi il discorso sulla politica internazionale, ad esempio, è dominato dai paradigmi della geopolitica (v. la rivista Limes) e del diritto internazionale (Scuola per i Diritti Umani, Padova; Scuola per il peacekeeping civile, Pisa). D'altro canto, non esiste dialogo ad esempio con gli studiosi dei movimenti sociali e dei movimenti di protesta, fenomeni sociali affini o identici alla resistenza nonviolenta e alla DPN.

La tradizione accademica
in Italia

Quali sono le cause della colossale arretratezza nei confronti della ricerca per la pace in altri paesi? Anzitutto c'è a mio avviso un problema di tradizione culturale: la cultura accademica italiana è tradizionalmente incardinata sui due principi base dello storicismo e del giuridicismo. Secondo il primo principio, di un fenomeno non si può sapere nulla se non se ne conosce la storia, genesi, sviluppo, ecc.; allo stesso tempo, l'atteggiamento storicista tende a considerare la linea di sviluppo del passato come qualcosa di assoluto: proprio perché il presente è come è, il passato non poteva essere che come è stato.
L'attenzione per il passato come è stato, però, distoglie da una delle necessità fondamentali di ogni ricerca per la pace: la ricerca di potenziali alternative possibili, nel passato, nel presente e nel futuro. Lo storicismo è perciò una tendenza intellettuale conservatrice ed è un ostacolo ad ogni tentativo di creazione del futuro, di andare oltre la diagnosi, per individuare una prognosi e una terapia delle situazioni di non-pace.
L'atteggiamento giuridicista, il secondo principio cardine della cultura accademica italiana, esalta uno dei diversi modi possibili di gestire i conflitti, ovvero attraverso un sistema di norme e un'autorità che giudica i casi concreti di conflitto su questa base, con il monopolio della violenza legittima.
Analizzando un'istituzione (ad esempio l'ONU) se ne ricostruiscono le fonti normative, le modalità di funzionamento e la ripartizione dei poteri in base a queste fonti. L'attenzione a questi aspetti è sacrosanta, ma deve essere accompagnata da una analisi scientifica delle funzioni e dell'impatto dell'istituzione e delle sue norme sui conflitti concreti. Altrimenti risulta sterile.
Una terza caratteristica che distingue l'Italia dalla maggior parte degli altri paesi è la rigidità delle strutture accademiche. In particolare, il movimento di riforma delle università che ha accompagnato a livello internazionale il 1968 è stato completamente riassorbito nel nostro paese dai meccanismi e dalla cultura dell'establishment: ha permesso l'ingresso nell'università di esponenti della sinistra, ma li ha cooptati all'interno dei meccanismi di funzionamento tradizionali. Il serbatoio di frustrazione e potenzialità dissipate che caratterizza le nostre università non ha altre possibilità che esplodere ogni tanto (nel 1985, poi nel 1990 con la pantera).
Uno dei meccanismi di base del sistema consiste nel convincere lo studente o la studentessa della pochezza delle loro capacità, principalmente attraverso il nesso tra corso ed esame. L'allocazione delle risorse (con pochi docenti nelle cattedre chiave che tengono lezioni per centinaia di persone) e le stesse strutture architettoniche potenziano questo meccanismo.

Gli studi sulla pace
in Italia oggi

Questa pesante situazione generale va tenuta presente ragionando sulla ricerca per la pace oggi in Italia e sulle strategie da adottare per favorirne lo sviluppo: probabilmente non basta un cambiamento degli oggetti dell'insegnamento e della ricerca universitaria, è necessario un cambiamento delle strutture!
In questo senso, mi sembra che il percorso per introdurre la ricerca per la pace in Italia deve cominciare dai due capi della matassa. Oltre a lavorare per "l'inserimento degli studi di pace nel quadro normale delle discipline universitarie" (come giustamente rivendicato da Salio e Peyretti nel numero di settembre di Azione Nonviolenta), è opportuno cominciare a lavorare dal basso, e soprattutto creare prospettive di carriera: è indispensabile che chi intende fare ricerca sappia cosa fare del suo studio, verso dove indirizzare la sua tesi, cosa fare dopo la laurea, quali strade professionali poter intraprendere successivamente.
Anche gli studenti universitari possono cominciare: ad esempio formando seminari autogestiti di ricerca e studio per la pace. Occorre sfatare il mito che la ricerca sia predominio esclusivo dei professori: bisogna che gli studenti si approprino dei ferri del mestiere della ricerca ben prima della tesi di laurea. Attraverso un processo di capacitazione, gli studenti universitari possono farsi "motori di ricerca" all'interno delle strutture universitarie di oggi.
Il gradino successivo, quello della laurea, viene oggi incoraggiato ex post, con premi per tesi di laurea di particolare valore. Nulla vieta però di adottare strumenti - ad esempio un forum telematico di discussione sulle tesi in cantiere - per aiutare gli studenti e le studentesse durante il lavoro.
Nel sistema italiano dopo la laurea c'è praticamente il vuoto, se si eccettua l'istituto abbastanza farraginoso del dottorato di ricerca. A questo gradino esistono due problemi per lo sviluppo della ricerca per la pace. Anzitutto sono pochissimi i docenti universitari impegnati oggi direttamente nel campo, e che quindi possono seguire i giovani ricercatori in questo stadio. In secondo luogo, le risorse sono molto limitate: i posti di dottorato sono legati a borse di studio, a cui si accede per concorso. Manca in Italia un sistema di sostegno alla ricerca da parte di fondazioni e di privati. La statalizzazione e la restrizione all'accesso del titolo universitario superiore hanno reso il dottorato di ricerca spesso una specie di prebenda per assistenti fedeli.
Qui si fa sentire in particolare la mancanza di una rivista esclusivamente dedicata ai problemi della pace. Si fa carriera con le pubblicazioni, ma per pubblicare sono necessari spazi e - di nuovo - risorse. La realizzazione di una rivista di ricerca sulla pace e sui conflitti è una priorità assoluta per far crescere la ricerca in Italia.
Ma qual è il futuro professionale di chi intende fare ricerca per la pace in Italia? Con un Ph.D. negli Stati Uniti si può cominciare ad insegnare; in Germania una serie di istituzioni statali e non-profit finanziano ricerca per la pace "pura" ed applicata. E in Italia?

La ricerca per la pace
come professione

Sul piano della ricerca e dell'insegnamento non ci si può nascondere che le risorse a disposizione sono assolutamente insufficienti. Distinguerei qui tra 1. università in senso stretto, 2. istituzioni parauniversitarie, come riviste e case editrici; 3. formazione extra-universitaria: scuole di pace, centri per la pace dei Comuni, seminari e training; 4. ricerca applicata, per istituzioni pubbliche, private e non-profit che necessitano di competenze sui temi della pace e dei conflitti. Proviamo ad esaminare i quattro campi separatamente.

1. Nell'università corsi e cattedre in studi per la pace sono probabilmente di là da venire. Il processo sarà probabilmente lungo, anche se varrebbe la pena cominciare una vera e propria campagna in questo senso. A breve scadenza esiste teoricamente la possibilità di praticare ricerca sulla pace in maniera complementare a determinate discipline (relazioni internazionali, diritto e organizzazione internazionale; storia delle dottrine politiche e filosofia della politica; economia e geografia; scienze sociali; psicologia; pedagogia) o a determinate aree geografiche (Africa, Medio Oriente, Asia, America Latina, ma anche regione euroatlantica, Unione Europea). Il compito dei ricercatori per la pace in questo senso è di dialogare con il mainstream di queste discipline, identificando l'apporto critico che gli studi sulla pace e i conflitti possono dare a ciascuna disciplina, individuando interlocutori interessati, ecc.

2. Non credo che le istituzioni parauniversitarie, come le riviste o le case editrici che si occupano direttamente del tema o di discipline contigue (scienze politiche e sociali, diritto, economia), possano oggi fornire prospettive professionali di qualche spessore. Ma non si sa mai.

3. Qui c'è sicuramente un grande potenziale di crescita. L'animazione culturale e la formazione extrauniversitaria per gli adulti è un campo in enorme espansione; si tratta di individuare modalità di interazione che aprano spazi ad hoc per chi intende ricercare ed insegnare la pace e la gestione costruttiva dei conflitti. In questo campo l'esempio migliore è forse la Cooperativa Passaparola di Cagliari.

4. È forse il campo più inesplorato, e anche quello dove manca in Italia una tradizione (ad esempio di valutazione dell scelte politiche pubbliche, dell'azione di ONG nello sviluppo). Qui gli interlocutori potrebbero essere numerosi: partiti, sindacati, associazioni, ONG per lo sviluppo, ma anche le istituzioni pubbliche - soprattutto il Parlamento e il Ministero degli Esteri. Si tratta di creare strumenti di valutazione di impatto sulla pace, analoga alla valutazione di impatto ambientale effettuata prima della costruzione di grandi opere, e di premere affinché tutti gli attori che operano in situazioni di conflitto (Stato, imprese, ONG) effettuano valutazioni simili, prima, durante e dopo il loro intervento.

Naturalmente è possibile (anche se difficile) intraprendere una carriera in queste quattro direzioni all'estero. Una possibilità assai diffusa per permettere di fare esperienza di lavoro di prima mano è quella del praticantato, generalmente non pagato, o con un piccolo rimborso spese. In questa maniera però si può conoscere dal di dentro il funzionamento di istituzioni prestigiose e importanti. Il momento più indicato per un'esperienza di questo tipo è senz'altro il periodo finale degli studi per la laurea, magari prima di aver fissato definitivamente l'argomento della tesi.

L'ultima possibilità professionale che vorrei descrivere per chi vuole occuparsi di ricerca sulla pace può suonare paradossale: abbandonare la ricerca e darsi all'azione, o - nel caso ideale - alla ricerca-azione. Un esempio importante di questo tipo di lavoro in Italia è dato dall'attività di Danilo Dolci in Sicilia, che cercava di unire la conoscenza delle strutture sociali, dei problemi e dei bisogni delle persone con strategie concrete di mutamento sociale.
Chi sente un impegno nei confronti della pace può considerare questo tipo di scelta la più naturale. Ed in effetti i contributi più suggestivi alla riflessione sulla pace vengono spesso da chi unisce la ricerca all'azione. Questo però non deve farci dimenticare che lo sviluppo di una cultura di pace ha bisogno anche di docenti universitari e ricercatori a tempo pieno!

Lo studio for peace
all'estero

Un'esperienza di studio all'estero è certamente decisiva per chiunque intenda allargare i propri orizzonti culturali: nel campo della ricerca per la pace diventa quasi un obbligo, data la fragilità dell'offerta formativa in Italia. Questo vale in particolare per lo stadio della specializzazione dopo la laurea. In Europa vorrei ricordare in particolare i corsi dello European University Center for Peace Studies (EPU), che offre corsi di Master in lingua inglese in Austria e Spagna (EPU, A-7461 Stadtschlaining, Austria - tel. 0043/3355/2498, Email ) e il Dipartimento di Peace Studies dell'Università di Bradford, che offre diplomi di BA, Master e Ph.D. (Dept. of Peace Studies, University of Bradford, West Yorkshire BD7 1DP, UK).
Negli Stati Uniti i corsi universitari sono più di un centinaio; solo la George Mason University offre un programma di Ph.D. specificamente in Risoluzione dei Conflitti (Graduate Admissions Office, Fairfax, VA 22030, USA); diverse altre università offrono Ph.D. in temi analoghi, ad es. in politica internazionale, con orientamento in ricerca sulla pace. Da segnalare, per il suo orientamento alla pratica, il Master in Trasformazione dei Conflitti presso la Eastern Mennonite University (Conflict Transformation Program, Harrisonburg, VA 22801-2462 USA), diretto da John Paul Lederach.

La mia impressione personale è che per la ricerca all'estero siano disponibili più risorse che non per la ricerca in Italia (v. appendice). Il momento migliore per iniziare lo studio all'estero è subito dopo la laurea.
A mio giudizio, l'interscambio con le esperienze di ricerca per la pace a livello internazionale sarà particolarmente importante per lo sviluppo di questo settore in Italia. Oggi il perfezionamento all'estero mi sembra una delle poche possibilità per chi intende specializzarsi in questo tipo di ricerca. Non bisogna nascondersi, comunque, che il futuro professionale di chi vuole acquisire un profilo culturale di questo tipo non è dei più incoraggianti.

Appendice

Borse di studio e di ricerca per la pace all'estero.
Buona parte di queste informazioni sono tratte dalle Frequently Asked Questions (FAQ) inserite nella newsgroup di Internet soc.culture.italian (SCI), a cura di Gianluigi Sartori, Paolo Palezzato, Ottavio G. Rizzo

In generale, per ottenere una borsa di studio per l'estero è vantaggioso avere una certificazione della conoscenza della lingua straniera del paese di destinazione (diploma di lingua, esame TOEFL per gli USA, ecc.). Un altro fattore decisivo è una lettera di invito di un professore dell'università in cui si intende studiare. Non esitate a contattare docenti che non conoscete personalmente, ma magari solo attraverso la lettura di un testo. Questi due titoli insieme costituiscono già un'ottima premessa per ottenere una borsa.

In Italia esistono tre tipi di agenzie che gestiscono le borse di studio per l'estero: 1. le singole Università; 2. il Ministero per gli Affari Esteri; 3. il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Per lo studio e le ricerche per la pace all'estero esistono inoltre le seguenti fonti: 4. Fondazioni internazionali e programmi di paesi stranieri o dell'Unione Europea; 5. Università in cui si intende studiare/ fare ricerca

1. Ogni Università ha un ufficio preposto alla distribuzione delle borse di studio.
Può succedere che i bandi siano insufficientemente pubblicizzati, per ignavia o dolo: conviene quindi informarsi di persona presso il Rettoratoo presso gli uffici competenti. Le borse per il perfezionamento all'estero vengono anche annunciate ad es. su "Affari e Finanza" di Repubblica. Possono fare richiesta delle borse tutti i laureati in Italia (quindi non solo i laureati dell'Università che mette a disposizione la borsa).

2. Le borse di studio messe a disposizione da Paesi stranieri vengono gestite dal Ministero degli Esteri, che ogni anno pubblica un opuscolo con tutti i bandi, paese per paese. Per ottenere l'opuscolo basta inviare una lettera di richiesta insieme a un'etichetta adesiva con il proprio indirizzo a:
Ministero Affari Esteri
Direzione Generale Relazioni Culturali
Ufficio IX
Piazzale della Farnesina
I-100194 Roma
tel +39 6 36911

3. Il CNR mette regolarmente a disposizione borse per l'Italia e per l'estero:
Consiglio Nazionale delle Ricerche
Direzione Centrale del Personale
Reparto III - Borse di Studio
P.le Aldo Moro, 7
00185 - ROMA

4. Programmi internazionali di finanziamento della ricerca

Per l'Unione Europea:
Commission of the European Union
Directorate General for Science Research and Development
Division XII-H-1 --
Human Capital and Mobility Programme
Rue Montoyer 75 -- B-1040 Bruxelles -- Belgium
Phone: +32 2 2966 316 --
FAX: +32 2 2963 307
General info: Irmela Brach
Purtroppo attualmente questo programma è orientato in gran parte alla ricerca scientifica "dura".

Per gli USA:
Il programma Fulbright mette a disposizione borse di studio per corsi in USA a cui sono ammessi Laureati e Laureandi che abbiano un punteggio TOEFL di almeno 600 punti.

Riferirsi a:
Commissione per gli Scambi Culturali fra l'Italia e gli Stati Uniti
Via Castelfidardo 8 - 00185 Roma
Tel 06/4819742
Fax 06/4815680
Oppure:
FIRENZE: U.S.I.S. Lungarno A. Vespucci, 46 - tel 055/216531
MILANO: U.S.I.S. Via Bigli 11/a - 20121 - tel. 02/76001504
NAPOLI: U.S.I.S. P.za della Repubblica - 80122 - tel. 081/681487
PALERMO: U.S.I.S. Via Vaccarini, 1 - 90143 - tel. 091/343532
TRIESTE: Associazione Italo-Americana - Via Roma, 15 - 34121 - tel. 040/630301

Specificamente per gli studi sulla pace:
United States Institute for Peace
1550 M St. NW, Suite 700
Washington DC 20005-1708
Tel. 001/202/4293842
L'USIP finanzia studi e ricerche in tutto il mondo, non solo negli USA: potrebbe quindi essere un interlocutore per dipartimenti e centri di ricerca italiani. L'USIP offre due programmi di borse distinti: unsolicited grants (borse a tema libero), e solicited grants (borse a tema).
I temi per solicited grants nel 1998 sono: 1. organizzazioni internazionali; costruzione della pace dopo gli accordi; diplomazia virtuale; controllo degli armamenti. Termine per il ricevimento delle domande è il 2 gennaio 1998.

Per effettuare un corso di studi sulla pace negli Stati Uniti:
USIP
Jennings Randolph Program for International Peace
1550 M St. NW, suite 700
Washington DC 20005-1708
USA
Il programma offre due tipi di borse: Senior Fellowships, fino ad un anno, per accademici e persone con esperienza professionale; finanzia un soggiorno di ricerca presso l'Istituto finalizzato alla produzione di libri o articoli. Peace Scholar Dissertation Fellowhips, per studenti di Ph.D. iscritti ad un'Università negli Stati Uniti.

Per fare domanda di ammissione a graduate school in USA bisogna avere il TOEFL (test of English as a foreign language), che viene offerto nellemaggiori citta' italiane tre o 4 volte all'anno. Il TOEFL vale due anni, dopodiche' non viene piu' preso in considerazione dalle istituzioni USA. Le singole Università possono richiedere ulteriori esami per l'ammissione.

5. Infine, ci si può rivolgere direttamente alle Universtita' che interessano e fare domanda di iscrizione e per ottenere un supporto finanziario. In alcuni casi (ad esempio l'EPU) l'istituzione prevede forme di studio e praticantato: aiutando nell'organizzazione si ottiene uno "sconto" sulla retta.

Altri indirizzi utili riguardo Borse di Studio per l'estero e non:

CIMEA - Centro di Informazione sulla Mobilita' e le Equivalenze Accademiche
Fondazione Rui - convenzionato col MURST
00162 Roma Viale Ventuno Aprile 36
Tel 06/8321281
Fax 06/8322845
(Il CIMEA cura anche una pubblicazione relativa a borse-studio per corsi
e ricerche in Italia o all'estero)

MPI: Ministero della Pubblica Istruzione,
Direzione Generale Scambi Culturali,
Via Ippolito Nievo 35, 00153 Roma
Tel (06) 58491

FIDIS: FIDIS SERVIZI FINANZIARI
Borse di Studio,
Via Mazzini 53, 10123 - Torino

COMUNE DI RUBANO

Rileggiamo don Milani, maestro di Barbiana

di Alberto Trevisan

Oltre trecento persone, tra giovani, studenti, insegnanti, operatori sociali e cittadini impegnati per una intera giornata a “rileggere” Don Milani, il Priore di Barbiana, a 30 anni dalla sua morte.
È avvenuto l’8 novembre a Rubano, un comune dichiaratosi comune per la Pace, caratterizzato da uno specifico Assessorato All’Educazione alla Pace, e al rispetto dei Diritti Umani: proprio per questo non poteva mancare l’occasione per un ricordo profondo della figura di Don Lorenzo Milani.
Sembrava di essere tornati indietro di 30 anni dato che gli autorevoli relatori presenti ci hanno spiegato, con tanti e seri raffronti, che “La lettera ad una Professoressa” e “L’obbedienza non è più una virtù” non vanno riscritti, ma sono libri che vanno riletti, fatti conoscere a chi non gli ha ancora letti, ai giovani in particolare.
In preparazione del Seminario Nazionale l’Amministrazione Comunale di Rubano (Padova) ha distribuito a insegnanti, studenti i due libri sopracitati: un piccolo gesto amministrativo di grande valore pedagogico che ha contribuito a preparare con riflessione e impegno il lavoro svolto durante la giornata di studio.
Un filmato inedito ci ha introdotto nel vivo del dibattito sulla vita e l’opera del Priore di Barbiana: abbiamo assistito dal vivo ad una delle tante lezioni che Don Lorenzo ha tenuto per anni durante le sue 12 ore quotidiane di scuola per 365 giorni all’anno.
C’era con noi anche Edoardo Martinelli, alunno di Barbiana, che ci ha aiutato con il suo vissuto a capire sin in fondo questa straordinaria esperienza educativa.
Tutti gli interventi sia dei relatori che dei presenti hanno posto al centro delle loro riflessioni la figura di Don Lorenzo come educatore, come colui che ha intuito e realizzato che l’uso della parola, del linguaggio è il solo che poteva restituire ai ragazzi di Barbiana rispetto e dignità e vincere il processo di emarginazione che avevano subito sia dalla scuola “normale” che dalla società.
La sua scrittura collettiva rimane ancora oggi uno dei pochi esempi di esperienza di coinvolgimento totale nel processo di apprendimento e in un cammino educativo pregnante.
Non è un caso che delle moltissime firme nel libro, che riporta le visite a Barbiana, molte provengono dall’America Latina a testimoniare la stretta vicinanza tra il Priore e Paulo Freire, da poco scomparso.
L’arte umile dello scrittore è diventata in Don Lorenzo Milani la tecnica della scrittura collettiva.
“Ci ho messo ventidue anni – racconta don Milani – per uscire dalla classe sociale che scrive e legge “L’Espresso” o “Il Mondo”. Non devo farmene ricatturare nemmeno per un giorno solo. Io da diciotto anni in qua non ho più letto un libro né con un giornale se non ad alta voce con dei piccoli uditori. Nella chiesuola dell’elite intellettuale tutti hanno letto tutto, e quel che non hanno letto fingono di averlo letto.”
È questo isolamento che consentirà al Priore di individuare senza condizionamenti, le insolvenze storiche e culturali di tutti gli schieramenti e essere oggettivamente educativo” (E. Martinelli)
E che dire della testimonianza ora raccolta in un bellissimo libro (Don Lorenzo Milani tra storia e attualità - Ed. LEF) di Liana Fiorani che ha trovato in Don Milani la sua condizione di bambina tolta alla scuola per ragioni economiche, e ritornata da pensionata sino a laurearsi proprio con una tesi sul Priore di Barbiana.
In molti hanno abbandonata a fatica la sala del Seminario, quasi a voler testimoniare la difficoltà di staccarsi da una esperienza così coinvolgente: la “rilettura” dei libri di Don Lorenzo Milani contribuirà a tener alto il loro impegno di educatori nella scuola e nella società civile.
E ancora, cosa possiamo dire sulla “rilettura di “L’obbedienza non è più una virtù”, che è stata, e sarà una delle analisi più profonde e corrette di cosa significava e cosa significa ancora essere obiettori di coscienza. È un’analisi dura, quasi spietata, di tutte le “nostre” guerre, purtroppo mai di difesa quasi sempre di offesa: è uno stimolo forte per non abbandonare quell’imperativo categorico come “I CARE” che il Priore ci ha lasciato, perché nessuno di noi deleghi ad altri la propria preparazione culturale e il proprio impegno civile.
Sono proprio queste idee “forti” che hanno chiuso a tarda sera il Seminario di studio: rimane l’impegno di non attendere altri anniversari ma altresì “rileggere” giorno dopo giorno l’esperienza di Barbiana perché siano in molte le “Barbiane” nel nostro villaggio globale.

MAESTRI DEL PENSIERO CINESE/10

Mao tse-tung e il marxismo in Cina

di Claudio Cardelli

Quadro storico

All’inizio del Novecento un vasto fermento rivoluzionario percorse la Cina: il medico cantonese Sun Yat-sen organizzò nel 1904 il Partito nazionale del popolo (Kuomintang), che raccoglieva le correnti democratiche e progressiste. Nel 1911 a Nanchino un’Assemblea nazionale proclamò la repubblica con Sun Yat-sen presidente provvisorio.
Il 12 febbraio 1912 l’ultimo imperatore della dinastia Manciù abdicò e istituì con proprio decreto la repubblica, affidando tutti i poteri al generale Yuan Shih-kai, esponente delle forze reazionarie. Per evitare la guerra civile Sun Yat-sen si dimise e si rifugiò in Giappone.
Dopo la morte di Yuan Shih-Kai (1916), il governo di Pechino aveva ulteriormente perduto d’autorità, e l’effettivo potere era passato nelle mani dei “Signori della guerra”, capi militari che spadroneggiavano nelle provincie del Nord. Nel 1921 venne fondato a Shanghai il Partito comunista cinese, con la partecipazione di Mao-tse tung (1893 – 1976).
Il generale Chiang Kai-shek (1887–1975), nuovo capo del Partito nazionale, scese in lotta aperta, con l’appoggio anche dei comunisti, contro i “Signori della guerra” allo scopo di riunificare la Cina. Consolidato il proprio potere e fissata la capitale a Nanchino, Chiang ruppe l’alleanza con i comunisti ed avviò contro di loro una “campagna di annientamento”. Tuttavia l’armata rossa di Mao, sostenuta dalla popolazione contadina dei villaggi, potè salvarsi compiendo dall’ottobre 1934 all’ottobre 1935 la Lunga Marcia (circa 12 mila chilometri), che si concluse nella provincia dello Shaanxi.
Nel 1937 i Giapponesi, che avevano già occupato la Manciuria nel 1931, aggredirono con imponenti forze la Cina e invasero rapidamente intere regioni con le principali città (comprese le capitali Pechino e Nanchino). Per far fronte comune contro i Giapponesi, Chiang Kai-shek ritenne opportuno rinnovare l’alleanza con i comunisti.
Dopo la sconfitta giapponese del 1945, riprese la guerra civile fra i comunisti di Mao e le truppe nazionaliste di Chiang, che in pochi anni fu sconfitto e riparò a Taiwan, sotto la protezione americana. Il 1° ottobre del 1949 Mao proclamò da Pechino la nascita della Repubblica popolare cinese, della quale divenne il primo presidente.

Marxismo e cultura tradizionale
La Cina ha conosciuto, nella prima metà del nostro secolo, due rivoluzioni: la fine del millenario impero e l’avvento al potere del comunismo. Questi grandi avvenimenti sono avvenuti a causa della mobilitazione delle masse, guidate da intellettuali progressisti, che avevano assimilato dalla cultura occidentale nuove ideologie: Sun Yat-sen la democrazia, Mao il comunismo.
La cultura filosofica tradizionale era sempre stata monopolio di una cerchia ristretta di intellettuali, i cosiddetti “mandarini”, destinati agli incarichi politici attraverso i concorsi pubblici confuciani. La stragrande maggioranza del popolo, sfruttata dai ceti dominanti, asservita al lavoro dei campi e analfabeta, ignorava totalmente la cultura aristocratica, che veniva tramandata in una scrittura antica non più compresa senza un’adeguata preparazione.
La popolazione minuta era dedita ai propri riti religiosi (confuciani, taoisti, buddhisti, cristiani), ma non aveva una formazione ideologica in grado di resistere all’invasione del marxismo, sorretto dalla potenza dell’Armata rossa cinese e dall’esempio proveniente dall’Unione Sovietica.
Gli anni dal 1911 al 1945 erano stati per la Cina anni di quasi ininterrotte disunioni, lotte e sofferenze. Dopo la seconda guerra mondiale la situazione della Cina era ancora disperata: era necessario cercare una via di scampo. Le due forze in lotta per il potere erano i nazionalisti di Chiang e i comunisti di Mao.
Questi ultimi hanno vinto perché sapevano presentare al popolo, composto in maggioranza da contadini, un programma preciso sul nuovo assetto della società e una speranza di liberazione dal secolare sfruttamento.
Al contrario Chiang, sostenuto dall’aiuto degli Stati Uniti, era considerato difensore dei ceti dominanti e sembrava rinnovare la dipendenza della Cina da una Potenza straniera (gli USA). Dopo la conquista del potere da parte del Partito comunista, il marxismo-maoismo è stato imposto all’intera popolazione.
L’atteggiamento dei comunisti cinesi verso il pensiero tradizionale è stato in notevole grado negativo. La loro tendenza generale è stata quella di condannare il Confucianesimo come “feudale”; la loro propria filosofia è marxista-leninista. Opere come “La nuova democrazia” di Mao-tse-tung e i discorsi tenuti ai congressi del Partito Comunista Cinese hanno molto l’apparenza di traduzioni cinesi di trattati sovietici sul dogma marxista. I visitatori della Cina comunista riferiscono che il totale indottrinamento del popolo cinese nella ideologia marxista ha proceduto con una rapidità incredibile.
Gli anni centrali del XX secolo stanno dimostrando, nella “forma mentis” dell’intero popolo cinese, un mutamento tale quale non era mai avvenuto nella storia precedente. Questo processo non è reversibile; qualunque cosa possa accadere, il pensiero cinese non sarà più eguale a quello che è stato prima.
D’altra parte, è assai probabile che il pensiero cinese possa divenire una pura e semplice copia del pensiero della Russia Sovietica o di una qualunque altra nazione. Mentre i capi del comunismo cinese riconoscono costantemente il loro debito verso la Russia Sovietica, tuttavia ammettono con tutta franchezza che, alle volte, debbono adattare la loro politica in modo tale che corrisponda alle loro proprie differenti condizioni. Mao-tse-tung ha detto che “la nuova civiltà della Cina si è sviluppata dall’ antica civiltà cinese. Dobbiamo perciò rispettare la nostra propria storia; non possiamo eliminarla”.
(H.G. Creel, Filosofia cinese, da “Le civiltà dell’Oriente, Casini Editore, Roma, 1958, vol. III, pp. 1010-1011)

Recensioni

Alain Caillé, Trenta tesi per la sinistra, Donzelli Editore, 1977, Lire 16.000

Ad una recente riunione del Coordinamento del Movimento Nonviolento, essendo la discussione arrivata all’argomento “politica / economia”, Enrico Peyretti ci segnalava questo libretto sottolineandone la completezza, l’importanza e l’attualità.
Alain Caillé è il fondatore del movimento antiutilitarista, collegato, a sua volta, al Mauss, tutto ciò ha avuto inizio nell’81; da allora la discussione sui temi propri a questo movimento culturale si è allargata, ed anche in Italia molti partecipano al dibattito (tra gli italiani Franco Cassano, Roberto Esposito, Eligio Resta e Carlo Grassi, che presenta il libro di Caillé). La novità delle “trenta tesi” mi pare essere di sostanza e forma: il proporre delle tesi ha il merito di dare uno schema di discussione già pronto, il lavoro preparatorio è dato per acquisito, il lavoro susseguente – quello di dare risposte – è facilitato, soprattutto per i non tecnici, i risultati conseguiti da gruppi di studio distanti fra loro è più omogeneo.
Ciò permette di “usare” le trenta tesi (T.T.) come strumento di lavoro per seminari ma anche per incontri occasionali in cui si voglia procedere nell’elaborazione politica.
Perché il presupposto delle T.T è proprio che occorra ridiscutere di politica, spogliandosi dei sistemi prefabbricati, e ponendo i piedi nel piatto dei problemi attuali, che sono soprattutto le contraddizioni economiche, e costruire un nuovo progetto dei rapporti interni alla società.
Come si vede la sollecitazione è impegnativa, ma sono convinto che senza una riedificazione del progetto di società, tenendo ben presenti i problemi economici, per decidere una linea di soluzione degli stessi, non si andrebbe più in là di qualche cerotto da apporre man mano alle più evidenti e stridenti lacerazioni.
Per quanto riguarda la sostanza le T.T. contengono elementi interessanti:
Il chiarimento di cosa si possa intendere per “essere di sinistra” – la dichiarazione della sconfitta della sinistra , l’indicazione delle cause di tale sconfitta – l’elencazione di alcuni dati e statistiche per confermare l’esplosione della potenza dell’ultraliberismo – l’indicazione di alcuni bisogni che anche con un eventuale ulteriore progresso economico esso non sarebbe in grado di soddisfare … “In termini puramente materiali, un grande numero di poveri moderni, almeno nei paesi più sviluppati, se si calcola la cosa in termini di metri quadri di abitazione, di mezzi di riscaldamento, di spostamento o di comunicazione, è provvisto più e meglio dei pastori greci o dei coltivatori di un tempo. Il ché assolutamente non impedisce loro di essere in effetti infinitamente più miserabili, perché l’essenza della miseria è innanzitutto simbolica e consiste nella privazione dei mezzi per accedere al riconoscimento sociale e alla stima di sé”.
E ancora la questione della modernità, dell’ecologia e dell’urgenza (Tesi N° 5) “La sinistra deve ormai situarsi esplicitamente in rapporto al progetto centrale della modernità, di cui anch’essa è erede, e che consiste non solo nel voler rendere l’uomo padrone e possessore della natura, ma anche nel sospendere indefinitamente la questione della società buona scommettendo sul fatto che il più è sempre identico al meglio”.
Una attenzione particolare le T.T. riservano alle analisi delle risposte al megacapitalismo da parte della sinistra socialdemocratica e di quella paramarxista, e la loro impotenza.
Ma non occorre percorrere e segnalare tutti gli argomenti trattati da Caillé: mi auguro che il libro venga acquistato ed usato; e a questo punto penso utile e doveroso dire che alle T.T. mancano i contributi della nonviolenza, e che, naturalmente, sta a noi riempire questo vuoto.
Si tratta in effetti di “vuoti”, che vengono apertamente indicati come tali da Caillé, e che restano, sul libro senza risposta.
Ad esempio la tesi 19 pone il problema della conquista di una maggioranza politica, e della necessità di porgere un progetto politico “…che renda evidente l’interesse di tutti all’espansione della democrazia” – e a noi viene subito a mente la proposta di Aldo Capitini per una società aperta, una democrazia aperta a tutti e capiamo che è tempo di rileggere tale proposta e riproporla.
La tesi N° 20 sottolinea l’inadeguatezza della forma organizzativa degli apparati politici e sindacali, e le tesi seguenti, 21 e 22 pongono il problema di una militanza nuova, in strutture nuove e più agili, più partecipate ed efficaci “…Un sindacato di cittadini?” si chiede Caillé senza darsi risposta, e a noi urge la riproposizione della onnicrazia, e del suo sistema (allora appena abbozzato, ma già sperimentato nella realtà) di partecipazione alle decisioni, e ci sembra che i fatti tecnici attuali, anziché frenare, favoriscano la possibilità di associazioni estemporanee, informali, intermittenti, oltre le frontiere della militanza e del tesseramento.
Non è tutto, e per il resto rimando ancora al libro ed al suo uso: ricordo che alla innegabile sconfitta (in fin dei conti recente e improvvisa) della sinistra corrisponde una meno conclamata sconfitta del liberalismo (che è quasi l’antitesi del liberismo selvaggio) e che anche la destra può essere coinvolta nella discussione su un progetto per una società migliore. Un moderato ha lo stesso nostro disagio verso la situazione attuale: forse le priorità non sarebbero le stesse per lui e per me, ma basandoci su valori (che possiamo condividere) di libertà, solidarietà, umanità, morale, autorealizzazione, molto può essere costruito.
Non condivido le affermazioni di chi dice essere ormai sparito il confine tra destra e sinistra, ma penso ad un modello di società che già nella sua progettazione fosse innovativo per apertura e disponibilità.
Azione Nonviolenta sarà certamente aperta ai contributi che perverranno – su questo tema – sia che tengano presente, come schema, le T.T., sia che spazino più liberamente sull’argomento.
Come è stato fatto recentemente con la segnalazione del libro francese di Dominique Meda (nel frattempo tradotto in italiano) sarà molto utile indicare testi reputati utili alla discussione.

Luciano Capitini

Ci hanno Scritto

In risposta a Tamino

Condividiamo in pieno il senso generale, titolo compreso, dell'articolo "Il silenzio stoNato..." di Paolo Bergamaschi e Gianni Tamino (Azione nonviolenta del sett. '97). Lo stesso articolo contiene pero', secondo noi, alcune inesattezze e alcuni aspetti da chiarire.
Si dice ad esempio che i conflitti, del tipo di quello recente in Albania, sono "destinati" ad essere sempre più frequenti, e che l'Italia non può sottrarsi, quando richiesta, ad intraprendere azioni di peacekeeping. Noi riteniamo che, per chi intenda realmente intraprendere un cammino "verso" la pace, sia doveroso chiedersi PERCHE' certi conflitti sono "destinati" ad essere sempre più frequenti. I conflitti non sono determinati dal clima o dalla dorsale atlantica, ma quasi sempre (il quasi potremmo anche toglierlo) da situazioni economiche e sociali spesso proprio conseguenza dei rapporti internazionali, governati, non a caso, dalle stesse potenze che poi governano le azioni di peacekeeping. Non si tratta quindi di accettare o rifiutare tali azioni "dopo", ma di contribuire in primo luogo a far sì che non si verifichino.
E' vero che in un Paese "normale" queste grandi questioni dovrebbero essere dibattute, ma non era nel programma dell'Ulivo lla modifica della Costituzione che riguarda i trattati internazionali? E si vuole dare proprio alle "forze" pacifiste (ci sembra di capire che le "forze" pacifiste per gli estensori dell'articolo sono quelle rappresentate in parlamento dai partiti, esclusi forse i Verdi, visto che sono firmatari) la responsabilità di non avere
ancora trattato questo punto ? Oggi, le "forze" dell'Ulivo non fanno che parlare dell'EURO; un ministro di questo governo ebbe anche a dire voleva entrare in Europa, e non voleva essere "al pari dei Paesi del Terzo Mondo", lasciando intendere quindi che questi Paesi non saranno mai al nostro pari.
Ma di cambiare le regole del gioco in senso pacifista proprio non se ne parla, se si esclude la voce di Luigi Manconi, quasi solo tra i Verdi, che per fortuna ogni tanto esce dal coro. E a proposito di programmi, andiamo a rileggere quelli dell'Ulivo e quelli, per esempio di Rifondazione, sul tema NATO (era "tardi" anche prima di eleggere il Parlamento ?).
Ma lasciamo stare le polemiche e veniamo al nodo di fondo: ci si chiede perché il FMI voglia tagliare le spese sociali, ma non chiede con la stessa insistenza il taglio delle spese militari; Tamino e Bergamaschi hanno già dato la risposta nel loro articolo: perché le spese militari sostengono le industrie militari, semplice. E' qui che ci sentiamo di dare ragione nella sostanza all'articolo in questione. Ricordiamo per esempio che anche nella rossa Toscana, quando alcune industrie che producono proiettili (non caramelle) si sono trovate in crisi, le nostre forze sindacali accompagnate da tutta la popolazione hanno chiesto che si aumentassero le commesse da parte del ministero della "Difesa" per motivi occupazionali; e così e' stato fatto. Hanno manifestato in quell'occasione anche donne e bambini, e chissà se c'era tra di loro qualche "pacifista" (noi speriamo di no) che magari oggi chiede non si vendano armi ai Turchi perché non vengano usate contro i Kurdi.
Un'ultima questione: che gli interessi di Stati Uniti ed Europa nel bacino mediterraneo non siano gli stessi, attualmente, e' chiaro; ma questa e' la naturale conseguenza del fatto che gli unici interessi di cui oggi si parla sono quelli economici. Se gli interessi "veri" dei vari Stati fossero quelli di avvicinarsi sempre più ad un mondo in pace, perché mai non dovrebbero essere, non dico uguali, ma almeno vicini, gli interessi di Stati Uniti, Europa, Giappone, Cina eccetera? Se anche noi "pacifisti" diamo per scontato che gli interessi economici (diciamo mercantili) prevalgano su quelli sociali, sugli ideali di pace, come pensiamo di convincere "il Mercato" che e' meglio costruire scuole ed ospedali piuttosto che testate nucleari?

Francesco Andreini e Vincenzo Balatti di "100 idee per la pace" Siena

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