Home arrow 1997 arrow Azione nonviolenta - Ottobre 1997
Menu
Home
News
Azione nonviolenta
Movimento nonviolento
Le Radici
Web Links
Libri in Vendita
Nonviolenza in Cammino
Nonviolenza e musica
Mailinglist
La Vigna di Mauro
Contatti
- - - - - - -
Motore di Ricerca
Richiesta copia omaggio

Inviando una e-mail ad
an@nonviolenti.org
potrete ricevere una copia omaggio di Azione Nonviolenta,
la rivista mensile del Movimento Nonviolento,
fondata da Aldo Capitini nel 1964.


Abbonamento annuo Euro 29.00.

(nel soggetto scrivere "copia AN" ed indicare con precisione cognome,nome, indirizzo, CAP, città)

 
Azione nonviolenta - Ottobre 1997 PDF Print E-mail

VERI MILITARI E FALSI PACIFISTI
Mao Valpiana

VOGLIAMO ANDARE IN BOSNIA MISSIONE DI PACE IN BOSNIA HERZRGOVINA
Obiettori Ass. Papa Giovanni XXXIII

CHI HA PAURA DELLA LEGGE SULL'OBIEZIONE ?
Padre Angelo Cavagna

QUALE MODELLO DI DIFESA PERSEGUE L'ITALIA ?
Associazioni del Volontariato

NON C'È PACE SOTTO L'ULIVO
L.O.C Comitato Golfo

DIFENDERE...CHE COSA? E COME ?
Enrico Peyretti

LA GLOBALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA E LA VIOLENZA DELLA GLOBALIZZAZIONE
Giuliano Pontara

BANCA ETICA IN VISTA DELLA VOLATA FINALE ( E DELLO STRISCIONE DI PARTENZA)
Gigi Eusebi

IL NEO-CONFUCIANESIMO
Claudio Cardelli

DOPO LA CRISI-LAMPO

Veri militaristi e falsi pacifisti

di Mao Valpiana

Quando Berlusconi, incaricato di formare il governo, annunciò che il Ministero della Difesa sarebbe andato all’avvocato Previti, nel movimento pacifista si diffuse lo sconforto più totale. Previti, azionista di fabbriche d’armi, avrebbe senz’altro accelerato l’attuazione del Nuovo Modello di Difesa, avviato la professionalizzazione dell’esercito, realizzato nuovi investimenti bellici e abbandonato la riforma dell’obiezione di coscienza.
Pacifisti, obiettori, nonviolenti, si prepararono ad affrontare anni bui e dure battaglie. Poi il cosiddetto ribaltone fece cadere Berlusconi e anche Previti, aprendo il periodo di transizione che ha poi portato il Governo dell’Ulivo.
Tutti gli ambienti pacifisti, ancora euforici per lo scampato pericolo, hanno sostenuto Prodi e il suo programma che -tra l’altro- prevedeva l’immediata approvazione della riforma dell’obiezione di coscienza. I pacifisti votano e Prodi vince le elezioni. Ma arriva subito la prima doccia fredda con la nomina di Andreatta alla Difesa, il più militarista degli ex democristiani. Sarà solo un incidente di percorso, si disse, quello che conta è il programma! I mesi passano e l’approvazione della nuova legge odc subisce rinvii dopo rinvii, viene rimbalzata dall’Aula alla Commissione, travolta dagli emendamenti, ricacciata in coda all’ordine del giorno. Nel frattempo, però, la commissione Difesa, presieduta da Valdo Spini, ha trovato il tempo per proseguire l’iter del progetto del Nuovo Modello di Difesa. La Legge Finanziaria ne attua già i primi passi (riduzione dell’organico civile nelle FFAA e maggiori investimenti in armi). La professionalizzazione dell’esercito è dietro l’angolo, compresa l’introduzione del servizio militare femminile. La riforma dell’obiezione di coscienza non è più nell’agenda politica, rinviata nel calderone della complessiva riforma della leva e dell’istituzione del servizio civile nazionale. A questo punto, come si suol dire, sorge spontanea una domanda: che differenza c’è tra la politica “militarista” di Previti e la politica “pacifista” di Andreatta?
Se lo sono chiesto le molte associazioni del volontariato che si aspettavano un’inversione di rotta nella politica di difesa del governo; speravano che Prodi, finalmente, ponesse rimedio allo sgambetto fatto da Cossiga alla Legge odc, ma la speranza è andata delusa. Gli interventi che pubblichiamo nelle prossime pagine fanno emergere chiaramente che le associazioni pacifiste e del volontariato non sono disposte a fare sconti a nessuno. L’anticipo di fiducia dato all’Ulivo ha dei limiti ben precisi. Molti deputati si sono impegnati per una politica “di pace”. Con le cose serie non si può scherzare. Una di queste è, certamente, la questione delle spese militari. Non è possibile che i deputati sostenuti dai pacifisti votino una finanziaria nella quale il Bilancio della Difesa è in aumento a fronte dei tagli alle spese sociali. Non è possibile che i deputati sostenuti dai pacifisti tacciano sull’allargamento della Nato ed est, con un aggravio dei costi su tutti i paesi dell’Unione Europea e aumento della produzione dell’industria bellica “made in Italy”. Queste cose vanno dette a Prodi, così come le avremmo dette a Berlusconi. E soprattutto le dobbiamo dire ai cittadini. La nostra fedeltà non deve essere rivolta al governo, ma alle speranze di chi ha votato per il cambiamento.

OBIETTORI PER LA PACE

Vogliamo andare in Bosnia

Da oltre un mese oltre 50 giovani Obiettori di Coscienza chiedono di andare in ex-Yugoslavia, a Sarajevo, per aiutare la popolazione a ricostruire la propria vita e aiutare il processo di pace.... Questi giovani si affiancano ai quasi 200 OdC e migliaia di volontari italiani, che a partire dal 1992 si sono recati nei Balcani a portare aiuti umanitari ed una speranza di pace.
Ma il Ministero della Difesa con la complicità della totale assenza e noncuranza delle forza politiche di governo e di opposizione, sta di fatto bloccando queste domande e dal mese di Maggio nessun Obiettore di Coscienza è potuto partire per la ex-Yugoslavia.

Gli OdC della Associazione Papa Giovanni XXIII, i Caschi Bianchi italiani con l’adesione di numerose associazioni ed Enti di servizio civile (Associazione Obiettori Nonviolenti, ARCI, ARCI-Servizio Civile, Beati i Costruttori di Pace, Campagna Obiezione alle Spese Militati, CESC, CNESC, LOC nazionale, GAVCI) hanno manifestato davanti alla Camera dei Deputati per una mobilitazione nazionale il 16 Settembre 1997 dalle ore 11.00 alle ore 14.00.

Gli OdC chiedono di poter condividere la vita delle popolazioni vittime della violenza e portare conforto la dove per anni la violenza ha regnato.
Gli OdC chiedono la piena applicazione della legge 428/1996 sulle missioni in Bosnia e la rapida approvazione della Riforma della legge sull’OdC approvata al Senato ed in discussione alla Camera.

Siamo al corrente che alcuni OdC sono disposti a rompere gli indugi e a compiere un atto di disobbedienza civile, riteniamo ingiusto che per ottenere il riconoscimento di una scelta di alto valore morale e civile, questi giovani rischino delle sanzioni punitive.

L’Associazione Papa Giovanni XXIII e gli OdC hanno chiesto un incontro urgente con il Ministro Beniamino Andreatta per chiarire la posizione degli Obiettori e sbloccare la situazione in modo definitivo e coerente con la volontà del legislatore; è stato inoltre chiesto un incontro con il Presidente della Camera On. Luciano Violante al fine di accelerare l’iter di approvazione della legge di riforma.

Per ulteriori informazioni: Giovanni Grandi, Samuele Filippini, Alberto Capannini, Nicola Lapenta.
Tel. 0541 - 751498 - 753000

INTERROGAZIONE PARLAMENTARE

Al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro degli Affari Esteri, al Ministro della Difesa, al Ministro degli Interni, al Ministro della Giustizia.

Per sapere - premesso che:

- dalla firma degli accordi di Dayton la situazione della ex-Yugoslavia è rimasta congelata: non si combatte più ma permane la separazione forzata delle popolazioni dei Balcani, più di due milioni di persone sono state costrette ad abbandonare la propria casa, la propria professione, la propria terra natia a causa della guerra;

- tale contesto va affrontato con un intervento civile teso a ristabilire la democrazia delle istituzioni locali, il rispetto dei diritti umani e le opportunità lavorative e di rientro alle proprie case della stragrande maggioranza dei profughi fuggiti;

- secondo quanto previsto dall’art. 9 (comma 5 e seguenti) del disegno di legge “Nuove norme in materia di obiezione di coscienza” il servizio civile può essere svolto al di fuori del territorio nazionale in paesi in via di sviluppo e in missioni umanitarie e di pace organizzate da Enti, ONG, Agenzie delle Nazioni Unite;

- secondo quanto indicato nel testo di legge 08/08/1996 n. 428 (conversione D.L. 01/07/1996 n. 346) gli obiettori di coscienza in servizio sostitutivo civile sono autorizzati dal Ministero della Difesa a partecipare a missioni di pace nei territori della ex-Yugoslavia;

- secondo quanto indicato nel testo di legge 24/04/1997 n. 2387 (conversione D.L. 24/04/1997 n. 108) gli obiettori di coscienza in servizio sostitutivo civile sono autorizzati dal Ministero della Difesa a partecipare a missioni di pace nei territori dell’Albania;

- dall’approvazione della legge 08/08/1996 n.428 nonostante la mancanza di copertura finanziaria e assicurativa diversi enti a loro spese e responsabilità hanno inviato circa 30 obiettori di coscienza in Bosnia (Mostar, Sarajevo) e Croazia (Knin, Vukovar, Osijek) ricevendo autorizzazione da Levadife 8° divisione nella persona del Direttore Generale Dott. Giuseppe Distefano;

- dal mese di dicembre 1996 al mese di febbraio 1997 il Levadife non rispondeva per iscritto alle richieste di espatrio degli obiettori non permettendo di conseguenza il loro impiego in missione all’estero;

- telefonicamente Levadife informava l’Associazione Papa Giovanni XXIII della mancata individuazione di “zone di massima sicurezza” e quindi dell’impossibilità oggettiva di concedere la necessaria autorizzazione.

- in data 25 Febbraio 1997, in seguito alla richiesta di chiarimento inoltrata dall’Associazione Papa Giovanni XXIII, lo Stato Maggiore della Difesa nella persona del Gen. B. A. Gian Piero Ristori comunicava l’impossibilità di individuare con certezza aree rispondenti ai requisiti di massima sicurezza nel settore di responsabilità Italiana, evidenziando una incoerenza con la legge 08/08/1996;

- la responsabilità dell’impiego dell’obiettore all’estero ricade, in maniera assai discutibile, sull’ente in cui detto obiettore presta servizio civile e che non sono previsti oneri aggiuntivi a carico dello Stato;

- i gruppi di volontariato, le ONG e le Agenzie delle Nazioni Unite sono presenti sul territorio dal 1992 e hanno pertanto una approfondita conoscenza della situazione tale da permettere loro di stabilire dove sia più corretto l’impiego di obiettori di coscienza;

- centinaia di obiettori nel corso di questi mesi si sono resi disponibili a partire da subito;

1. se il Governo non ritenga che il compito della designazione delle aree di massima sicurezza non sia di competenza delle Nazioni Unite e delle ONG che prestano da anni servizio sul territorio;

2. se il Governo intenda in concerto con gli enti interessati modificare immediatamente il testo di legge che così come è formulato da una parte riconosce il ruolo di pace degli obiettori di coscienza ma dall’altra pone impedimenti oggettivi all’attuazione del medesimo;

3. se il Governo intenda stabilire al più presto quali siano le aree di massima sicurezza in cui gli obiettori di coscienza possano intervenire e quali siano i criteri di individuazione delle medesime;

4. se il Governo intenda chiarire se gli obiettori possono intervenire nei territori della ex-Yugoslavia (Croazia, Serbia, Bosnia, Montenegro, Macedonia) dove centinaia di enti hanno progetti in corso oppure solo nell’ambito del territorio sottoposto alla responsabilità del comando militare italiano ovvero in un quartiere di Sarajevo e nel presidio di alcune strade;

5. se il Governo intenda interpretare la dichiarazione dello Stato Maggiore dell’Esercito in cui si afferma che non e possibile individuare nel settore della brigata italiana aree di massima sicurezza contraddicendo di fatto l’articolo 2 bis della legge n. 428 dell’8 agosto 1996.

ALCUNE DOMANDE AL GOVERNO

Chi ha paura della Legge sull’obiezione?

di Padre Angelo Cavagna

Dopo tante promesse politiche e dopo tanti appelli e digiuni, si sperava in una legge-obiettori approvala entro luglio. Perché un ennesimo rinvio? Molti ne chiedono ragione alla maggioranza.

“Siamo convinti come voi che sono troppi anni che il nostro paese attende questo provvedimento e intendiamo su questo tema realizzare in tempi rapidi ciò che era contenuto nel programma elettorale dell’Ulivo”. È un passaggio della lettera degli on.li F. Mussi, E. Ruffino (capigruppo rispettivamente del PDS alla camera in Commissione difesa) e F. Chiavacci, relatrice della nuova legge obiettori; lettera che è stata inviata a enti e obiettori il 31 luglio, nel momento in cui la camera chiudeva i battenti per le ferie estive. “Purtroppo – dicono ancora i firmatari della lettera, quasi a scusa per l’ennesimo rinvio – Alleanza Nazionale (AN) e CDU hanno presentato oltre 2.000 emendamenti, con evidenti intenzioni ostruzionistiche”. Il rinvio della nuova legge obiettori al dopo-ferie non ha certo sorpreso gli enti interessati, che però, questa volta, non se la prendono tanto con AN, quanto proprio con il centro-sinistra che, evidentemente, manca di convinzione e di decisione.

La voce delle associazioni
Avvenire del 13 agosto ha dedicato l’intera pagina quattro a raccogliere gli umori delle associazioni di volontariato e di obiettori; altre hanno espresso autonomamente il proprio punto di vista. Basta registrare alcune di queste prese di posizione. Don E. Damoli, direttore della Caritas italiana, così reagisce: “Non provo tanta delusione quanto sfiducia. Dopo tante promesse, il parlamento ha accantonato uno dei problemi prioritari del mondo giovanile... Se 50.000 giovani fanno obiezione, non è solo per evitare, il militare, ma perché in vent’anni il servizio civile ha fatto la sua storia nel mondo sociale”. Egli poi afferma che “il disegno di legge del governo sul “servizio civile nazionale obbligatorio”, che è cosa diversa e non coinvolge nel suo iter l’obiezione, prende comunque esempio dall’obiezione e ricalca, facendola sua, una proposta di Caritas e Fondazione Zancan”. Don Damoli parla ancora di “motivazioni disattese e offese” e ricorda che “questa legge attende di essere varata da cinque legislature” e che “nell’obiezione di coscienza ci sono valori di gratuità, servizio alla comunità, amore per la patria, attenzione alla persona. Ma invece di cogliere queste positività, valorizzarle e riproporle, le si ignora. Inutile allora lamentarsi di crisi del paese e di scarso senso civico tra i giovani, quando non si coglie quanto tra loro c’è di buono”. M. Paolicelli, portavoce dell’Associazione obiettori nonviolenti (AON), avverte che “se la maggioranza dell’Ulivo non troverà, entro la metà di ottobre, il tempo per approvare la riforma dell’obiezione, gli obiettori probabilmente non troveranno il tempo per andare a votare alle prossime elezioni amministrative... Siamo stanchi delle promesse; adesso vogliamo i fatti. E, se non ci saranno metteremo in piedi una vera e propria campagna di obiezione elettorale”.
F. Lotti, portavoce della “Tavola della pace”, organismo che coordina associazioni ed enti promotori della tradizionale marcia per la pace Perugia-Assisi (che quest’anno cade il 12 ottobre), dice: “Rimproveriamo all’Ulivo di non avere ancora portato a casa due leggi qualificanti: la legge sull’obiezione e quella sulla cooperazione”, sintomo di “scarsa attenzione e sensibilità nell’impiego delle risorse umane... Un governo che non riconosce e premia i cittadini che si adoperano per la pace non è un buon governo”. Anche per D. Cipriani e L. Palazzini, rispettivamente presidente e vicepresidente della Consulta nazionale enti di servizio civile (Cnesc), sono inconcepibili e gravi i ritardi della riforma. È inconcepibile – scrivono – che una maggioranza parlamentare che, ad esempio, è riuscita ad approvare in pochi mesi una legge importante quale quella dei vertici militari non riesca a licenziare un testo già “maturato” nelle ultime quattro legislature, trincerandosi dietro il pesante ostruzionismo che AN da sempre attua sull’obiezione di coscienza”.

Quale politica di pace?
II Comitato Golfo e la Lega obiettori di coscienza (LOC) hanno avviato una riflessione, che va al di là del problema “legge” e che prende in considerazione la politica estera e la politica della difesa nel loro complesso. Il tono è fortemente critico, a cominciare dal titolo: “Non c’è pace... sotto l’Ulivo!”. E poi così inizia: “La formazione del governo dell’Ulivo ha fatto pensare a molti che fosse diventato possibile dare al nostro paese una diversa politica estera e della Difesa, una politica di pace... Il governo Prodi si presentava come un governo “nuovo” di Centro-sinistra, sensibile ai valori dell’associazionismo. Era giusto prenderlo in parola e dargli modo di dimostrarsi tale, nei fatti. Ma la politica estera e della difesa non è cambiata (Nato, Sigonella e Aviano, embargo all’Iraq, armi alla Turchia che ammazza e tortura i curdi, Albania ecc.)”. Alla fine c’è la stroncatura: “Non è possibile opporsi al Nuovo modello di difesa (NMD) e sostenere il governo che lo sta realizzando!”. In effetti, ciò che blocca la nuova legge obiettori non è un pregiudizio contro la libertà di coscienza, ma il perdurare della cultura militare e l’assenza quasi totale di una vera cultura di pace e nonviolenza. Non mancano singole voci, come quelle del sen. Bertoni del PDS e della senatrice Occhipinti di Forza Italia nella passata legislatura, che fecero due splendidi discorsi di cultura nonviolenta a sostegno della nuova legge obiettori. Ma la stragrande maggioranza dei parlamentari, sia di destra che di sinistra, a cominciare da Violante e V. Spini, rispettivamente presidenti dell’Assemblea e della Commissione difesa della camera, sembrano addirittura affascinati dalla prospettiva del NMD, che già p. E. Balducci vedeva incarnato nella nuova Nato trasformata in “artiglio dell’Europa contro il Sud del mondo”. È penoso, in particolare, vedere una certa sinistra storica italiana, cioè il PDS (mentre in Rifondazione Comunista è presente per lo meno una corrente genuinamente nonviolenta, con Russo Spena e altri), che in precedenza era contro la Nato perché avversa alla Russia, esserle oggi favorevole e rivoltarsi contro il terzo mondo, con buona pace di chi si ostina a vedere solo o prevalentemente “missioni di pace” e “soccorsi umanitari”. Con tali premesse, la maggioranza dei parlamentari, anche dell’Ulivo, da un lato sono favorevoli alla nuova legge obiettori per rispetto del diritto soggettivo alla libertà di pensiero e di coscienza; dall’altro lato temono una crescita numerica e soprattutto qualitativa di veri obiettori, come una mina che potenzialmente potrebbe far saltare il “sistema militare”. Di qui le perplessità, le lentezze, la resistenza silenziosa, l’accondiscendenza alle pressioni militari contro la nuova legge obiettori, i continui rinvii.

Solo qualche spiraglio positivo
Nel governo dell’Ulivo qualcuno è per lo meno perplesso di fronte alla prospettiva di un esercito di soli volontari, come è previsto nel progetto del NMD. Fra costoro c’è, ad esempio, il ministro della difesa B. Andreatta. In un discorso pronunciato a Torino il 4 luglio scorso al convegno “Servizio civile europeo e solidarietà sovrannazionale”, indetto dal Movimento federalista europeo, egli tra l’altro ha dichiarato testualmente la sua “preferenza a favore di un sistema misto, in modo che una quota importante di giovani di leva si integri con una di carattere più professionale. E credo che i recenti fatti di cronaca legati alla missione internazionale Restore Hope in Somalia – ha affermato – abbiamo fatto comprendere anche ai più strenui sostenitori di una leva di soli professionisti quali fossero le mie preoccupazioni e i possibili rischi”. Andreatta ha detto anche che la presentazione del suo progetto di “Servizio civile nazionale” non intende “interferire con l’iter di una proposta di legge in discussione in parlamento “da varie legislature””. Anzi, Andreatta ha riconosciuto che “la normativa sull’obiezione di coscienza ha avuto un iter parlamentare particolarmente problematico e complesso, ed è giusto che giunga finalmente a conclusione positiva”.
Le stesse posizioni aveva sostenuto il sottosegretario alla difesa G. Rivera alla camera il 14 luglio scorso. Queste parole di Andreatta non segnano una svolta rispetto alla politica del NMD, ma significano almeno una frenata.
E che qualche segnale di un timido atteggiamento a favore di una politica improntata alla causa della pace e della nonviolenza questo governo intenda comunque darlo lo dimostrano alcune proposte avanzate in questi mesi nell’ambito della politica estera. La sottosegretaria del Ministero degli esteri P. Toia, del Partito Popolare, ha condotto una battaglia politica convinta e vincente all’ONU contro la pena di morte. La Farnesina ha pure contrapposto all’entrata di Germania e Giappone fra i membri permanenti del Consiglio di sicurezza un avvicendamento di paesi diversi, anche del terzo mondo. Potrebbe essere un inizio di democratizzazione dell’ONU.
Positiva è anche l’insistenza dell’Italia perché si realizzi una vera Unione Europea politica, non solo economica e militare. Anche questo potrebbe essere un passo per puntare poi a un’unione politica dell’ONU, con vera autorità per garantire la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato. Non è ancora la svolta di una vera politica di pace, ma può essere un avvio.

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE PRODI

Quale modello di difesa persegue l’Italia?

L’ennesimo rinvio della NUOVA LEGGE-OBIETTORI (N.L.-O.) al dopo-ferie estive ha fatto esplodere la reazione degli obiettori e di tutto l’associazionismo sociale (cf Domenico Rosati e Luca Liverani in “Avvenire” del 13 agosto, pp. 1-8 e 4).
Non ce se la prende tanto con Alleanza Nazionale (AN), che fa la sua politica di sempre, ma proprio con il suo governo, con l’Ulivo. Si nota che mentre la N.L.-O. subisce le pene di un purgatorio infinito, nonostante appelli, digiuni, sottoscrizioni e manifestazioni, procede invece la riforma dell’esercito orientata all’attuazione del NUOVO MODELLO Dl DIFESA (NMD), o esercito di volontari professionisti. Consenta qui una nota anche al suo diniego di porre la fiducia sulla N.L.-O., come tutto l’associazionismo, nell’APPELLO UNITARIO, chiedevamo, in caso di persistente ostruzionismo da parte di AN (oltre 2.000 emendamenti). Non si tratta, infatti, di impedire, come Ella teme, “a un ramo del Parlamento un dibattito che potrebbe essere fruttuoso di risultati e insegnamenti di alto valore morale” (lettera a padre Cavagna del 12/7/97); questo lo si è già fatto nella discussione generale. Si tratta invece di tagliare un ostruzionismo che è solo un menare il can per l’aia per bloccare la legge.
Luciano Violante, presidente della Camera, ha parlato di opportunità di un cammino comune della N.L.-O. e del disegno di legge giacente in Senato sul SERVIZIO CIVILE NAZIONALE, a sua volta legato alla riforma generale della Leva, nel senso del NMD. Tant’è che Valdo Spini, presidente della Commissione difesa della Camera, auspica che giungere al più presto ad attuare l’opzione pura e semplice tra servizio civile e servizio militare, nell’intento esplicito di far sparire, cosi, il problema della obiezione di coscienza.
Almeno il ministro Andreatta e per una forma mista di militari di Leva e di militari professionisti, e per l’autonomia della N.L.-O. rispetto alla legge sul servizio civile nazionale. Ma ciò che più qui interessa e capire: quale politica complessiva e, in specie, quale politica estera e quale politica della Difesa intende portare avanti la maggioranza dell’Ulivo, e quindi il governo, nel suo insieme?
Andiamo per punti.

1 - Il nuovo modello di difesa

Dopo il 1989, crollato il sistema sovietico dittatoriale o del socialismo reale, e sciolto il Patto di Varsavia, il Patto NATO rimaneva senza antagonista e si poteva prevedere un corrispondente scioglimento.
Invece no. La NATO non si sciolse. Da allora si cominciò a parlare di NMD. Ora, per quanto ci e dato sapere, si tratta di un disegno scellerato di supporto al capitalismo liberistico, cioè alle politiche delle multinazionali economiche e finanziarie che, per sostenere la spietata gara competitiva fra loro, si rifanno strutturalmente sulle aree economicamente e politicamente deboli, in particolare sui paesi poveri del terzo mondo. Ed è qui che salta agli occhi la contraddizione nel governo dell’Ulivo, espressione delle forze culturali-sociali del centro-sinistra, che però sembra attratto e trascinato nell’orbita del più bieco sistema socio-politico di destra, almeno nel campo internazionale, salvo qualche sorpresa positiva, come la proposta abolizione della pena di morte all’ONU, una certa democratizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e l’accento posto sulla necessità di realizzare l’unione politica dell’Europa e non solo economico-militare.
Il Papa Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Sollicitudo rei socialis” ha parlato di “peccato strutturale”, riferito sia al collettivismo marxista e sia al capitalismo liberista (n. 36ss.). Concetto ribadito nella “Centesimus annus” (CA), l’enciclica del 1991, dopo il crollo del socialismo reale: paesi occidentali corrono il pericolo - ha detto il papa - di vedere in questo cedimento la vittoria unilaterale del proprio sistema economico e non si preoccupano, perciò, di apportare a esso le dovute correzioni. I paesi del terzo mondo - dice ancora la CA – si trovano più che mai nella drammatica situazione del sottosviluppo, che ogni giorno si aggrava (n. 56).
Allora, il governo dell’Ulivo intende avviare una politica estera e di difesa nuova, una vera politica di pace, nel segno della nonviolenza e del NUOVO DIRITTO INTERNAZIONALE!

2 - Ingenui o realisti?

Basta parlare di nonviolenza che subito ti accusano di pacifista ingenuo, se non ipocrita, come Sergio Romano in “Panorama” del 26.6.’97 p. 19.
Al contrario, i grandi pacifisti (Gandhi, M.L. King, Benigno Aquino, Perez Esquivel, Rodolfo Seguel, Bico, Nelson Mandela, Desmond Tutu, Jean Goss e altri) sono stati grandi lottatori, che hanno fatto vera politica e combattuto con la forza della giustizia e della verità, senza armi e senza uccidere nemmeno una persona, con poche vittime anche tra le proprie file, se paragonate alle orrende stragi delle cosiddette guerriglie o guerre civili o di liberazione. Questi pacifisti sono stati i veri realisti: hanno scritto pagine di storia nuova, altro che utopia!
Ingenui sono i militaristi che, con la scusa di difendere, tengono in piedi un sistema bellico, che dissangua le finanze dei governi e riempie il mondo di armi e di morti, senza vederne mai la fine. Si sa che la maggior parte delle guerre sono dettate più da interessi economici che da nobili ideali di difesa o di portare la civiltà, questi si ipocriti.
Sono questi militaristi ingenui, o, più spesso, finti ingenui e quindi cinici, che moltiplicano le “missioni militari di pace, peace-keeping, peace-enforcing, peace-building”, lasciando poi le popolazioni più o meno al punto di partenza o peggio, una volta raggiunti gli scopi economico-politici.
I militaristi ingenui o finti ingenui continuano a presentare il NMD come un buon gigante: esercito leggero, scattante, invincibile, pronto a recare soccorsi umanitari o a pacificare la dove scoppiano violenze etnico-religiose, in qualsiasi parte del mondo.
In realtà, il NMD è un PATTO SCELLERATO, come lo fu la Conferenza di Berlino del 1884-85, dove i rappresentanti delle potenze europee si spartirono l’Africa a tavolino e poi gli eserciti coloniali fecero il servizio, con guasti immani tuttora perduranti. Non a caso e dal 1990 che si parla di NMD, non solo in Italia, ma in Francia, in Inghilterra, in Germania, negli USA. E tutti parlano di “difesa degli interessi vitali della nazione”. A scanso di equivoci, il documento “Lineamenti di sviluppo delle Forze Armate negli anni 90”, presentato dal Ministero della Difesa in Parlamento nell’ottobre del 1991, specifica doversi intendere per interessi vitali “le materie prime necessarie alle economie dei paesi industrializzati” presenti nel Sud del mondo, al punto che l’Europa, in particolare l’Italia, avrebbe ”il ruolo di ponte politico ed economico tra l’occidente industrializzato e il terzo mondo” (pp. 16-17). Questa è la realtà. Il resto (missioni di pace, protezione civile ecc.) sono fiori all’occhiello.
Ingenui o cinici, è ora che i parlamentari della maggioranza e del governo dell’Ulivo si tolgano le fette di salame dagli occhi e la smettano di accelerare l’attuazione del NMD, che non si può fare a meno di chiamare PATTO SCELLERATO. P. E. Balducci lo chiamava già “artiglio dell’Europa contro il Sud del mondo”.
Alcuni pacifisti sono realisti al punto che, pur ritenendo vera alternativa alla guerra e al sistema di guerra la DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA (DPN), riconoscono utile e necessaria, in certi frangenti e situazioni storiche, la polizia nazionale e anche un “corpo di polizia internazionale”.
La distinzione essenziale e fra “uso omicida” (esercito) o “non omicida” (polizia) della forza. Si esige poi che il “corpo di polizia internazionale”, per essere tale, venga posto alle dipendenze dirette di una ONU democratizzata e rafforzata, secondo il nuovo diritto internazionale, dando sempre la precedenza, nel limite del possibile, a “corpi civili di pace” o “caschi bianchi”.
In tal senso è in atto anche una svolta ecclesiale di nonviolenza, che, iniziata con la “Pacem in terris” di papa Giovanni XXIII, è culminata nel nuovo “Catechismo degli adulti” (maggio 1995) dei vescovi italiani, al cap. XXVI (pp. 493-495).
Tutto ciò esige improrogabilmente una svolta politica.
A conferma della serietà e del realismo delle considerazioni svolte, segnaliamo due testi autorevoli: ”NOBEL PER LA PACE: DECENNIO PER LA NONVIOLENZA” (Avvenire 2.7.1997 p. 24) e una “nota” del prof. Antonio Papisca sul tema della “polizia internazionale” (Padova 24.6.1997).
Chi meglio di Lei, prof. R. Prodi, potrebbe impostare organicamente questa svolta di politica estera e insieme di politica della Difesa, per una reale e realistica politica di solidarietà e di pace?
Non pretendiamo un rovesciamento magico della realtà internazionale dall’oggi al domani, ma un segnale di avvio chiaro e concreto di quel “processo di correzione” sopra evidenziato a cominciare dall’approvazione della Nuova Legge Obiettori in tempi davvero rapidi, come tante volte promesso. In questo senso, vorremo anche cogliere l’occasione per chiedere un’audizione presso le commissioni parlamentari competenti.

I partecipanti alla III Manifestazione nazionale delle Associazioni e del Volontariato (Termoli 4-7 settembre 1997)

DIBATTITO PACIFISTA

Non c’è pace... sotto l’Ulivo!!

La formazione del governo dell’Ulivo ha fatto pensare a molti che fosse diventato possibile dare al nostro paese una diversa politica estera e della difesa, una politica di pace. Questo atteggiamento è comprensibile. Il governo Prodi si presentava come un governo nuovo di centro sinistra, sensibile ai valori dell’associazionismo. Era giusto prenderlo in parola e dargli modo di dimostrarsi tale, nei fatti.
Ma la politica estera e della difesa non è cambiata.
In politica estera il governo Prodi si è posto in totale continuità con i governi atlantici del passato da Andreotti a Berlusconi. È stata confermata e anzi esaltata l’adesione alla NATO, alla sua riconversione in “artiglio dell’Europa contro il sud del mondo”, come ebbe a definirlo padre Balducci nel 1992, e al suo allargamento ad Est, sotto l’egemonia degli stati Uniti. Si stano potenziando le basi nucleari di Sigonella e Aviano Unica preoccupazione è di accrescere il peso dell’Italia nell’alleanza. In armonia con questa collocazione internazionale il governo Prodi ha votato all’ONU, insieme agli Stati Uniti e agli altri paesi nucleari - come aveva già fatto il governo Berlusconi - contro la risoluzione dell’Aja che dichiara illegittime le armi nucleari.
Nel conflitto di interessi fra i paesi capitalisti europei egli Stati Uniti, il governo Prodi si è allineato alle scelte Europee più strettamente dettate dagli interessi economici, come il commercio con l’Iran e la Libia, cercando di dispiacere contemporaneamente il meno possibile agli USA.
Nel caso dell’embargo all’Iraq, il governo non ha preso nessuna iniziativa visibile anche in materie di sua competenza (ad esempio lo sblocco dei beni iracheni), nonostante una mozione del senato avversa a questo genocidio, cui l’Italia continua a partecipare.
Nel caso Baraldini, Prodi è stato ancora più formale e remissivo dei suoi predecessori verso gli Stati Uniti e il loro comportamento insultante nei confronti del nostro paese.
Il Governo dell’Ulivo a poi continuato a sostenere e armare la Turchia contro i Kurdi, ha rinsaldato i legami con il regime israeliano di Netanyau (senza avere nemmeno il coraggio di fare propria la sia pur lieve critica espressa recentemente dal Presidente Scalfaro), ha avallato per bocca di Dini e Fassino le elezioni truffa di Berisha nel 1996 e ha continuato a sostenerlo fino a quando gli USA stessi non hanno preso prudentemente le distanze da lui.
Questo atteggiamento ha reso ancora più ambigua la “missione di pace” il Albania.
In compenso il suo significato di fondo è sempre stato chiaro: tutelare gli interessi degli imprenditori e del capitale italiano in quel paese. Dare inoltre un’immagine dell’Italia che le permetta di pesare di più nel quadro di altre missioni e ingerenze neocoloniali.
Coerentemente con questa logica, la politica della difesa del governo Prodi è stata tutta incentrata sulla realizzazione del Nuovo Modello di Difesa, ossia sulla creazione di un esercito professionale, per disporre di uno strumento in grado di intervenire in varie parti del mondo a tutela degli interessi nazionali. In poco più di un anno di governo sono state realizzate alcune importanti leggi (come quella sul riordino dei vertici militari) ed è stata aumentata in maniera consistente la quota di bilancio della difesa destinata agli investimenti per nuovi sistemi d’arma o per il loro rinnovo. Numerosi incentivi sono stati inoltre realizzati per favorire l’aumento dei volontari di ferma breve, figura essenziale del futuro esercito professionale.
Il Governo Prodi ha infine varato un disegno di legge che fa del servizio civile un modo per reclutare manodopera sotto costo, mentre continua nella politica cossighiana del rinvio per quanto riguarda la legge sull’obiezione di coscienza.
Completa questo quadro l’allineamento alla politica europea delle frontiere chiuse, con un progetto di legge sull’immigrazione, ricalcato, per quanto riguarda i clandestini, sul famigerato decreto Dini.
Lo si è visto con il blocco navale verso i profughi albanesi, che ha provocato la strage di Otranto. Lo si è visto con l’indecente decisione presa da Napolitano dopo le elezioni albanesi, di rimandare subito in patria (con 300.000 lire!) i profughi.
Né si ha sentore che questo governo sappia assumersi le proprie responsabilità per la strage del canale di Otranto mentre si sono assolte di fatto le responsabilità dei vertici militari e della Folgore in merito alle torture in Somalia, limitandosi alla condanna di rito “poche mele marce” crimini vergognosi su cui ben diverso sarebbe dovuto essere il riconoscimento di responsabilità politica governativa!
Questa è stata finora, la politica del governo Prodi.
Di fronte a tutto ciò abbiamo dovuto registrare un ulteriore riduzione della già debole capacità di mobilitazione delle associazioni pacifiste - troppo spesso motivata con l’impossibilità di scontrarsi con un Governo amico per non favorire la destra - e dobbiamo segnalare con grande preoccupazione l’emergere di inquietanti sintomi di confusione e ambiguità nell’agire di molte realtà associative che portano all’intrecciarsi di relazioni pericolose dai dubbi risultati (come ad esempio i recenti incontri occorsi di formazione del volontariato, organizzati da militari e ONG per gestire insieme le missioni di pace).
Noi crediamo sia necessaria una ripresa di analisi e iniziativa, che contrasti fortemente queste politiche:
• alle associazioni che condividono questa esigenza proponiamo di prendere contatto con noi per concordare un incontro nazionale nel quale definire insieme alcuni obiettivi su cui sviluppare, fin dal prossimo autunno una battaglia politica comune,
• ai giornali più aperti, sensibili e critici della sinistra chiediamo di dare più spazio a questi temi e sollecitare maggiormente i loro lettori pubblicizzando analisi e iniziative anche se scomode,
• ai parlamentari della maggioranza che condividono le istanze pacifiste, chiediamo di impegnarsi coerentemente per portare in parlamento l’opposizione a queste politiche, facendola pesare maggiormente nelle scelte di governo.
Non è possibile opporsi al Nuovo Modello di Difesa e sostenere il governo che lo sta realizzando!

Comitato Golfo - Lega Obiettori di Coscienza


NUOVO MODELLO DI DIFESA

Difendere... che cosa? e come?

di Enrico Peyretti

Avremo anche in Italia le donne soldato? Sarà ridotta o persino abolita la leva? Avremo un esercito di professionisti? Queste riforme, ventilate come novità positive, nascondono il fatto che la difesa di un paese civile ed umano deve rispondere ad alcuni requisiti inderogabili.
Che cosa difendere? Non ci sono più patrie separate, la sorte umana è ormai unica. E poi, non ogni difesa è lecita: lo è solo la difesa dei diritti umani, comuni a tutti, non quella del dominio di una parte, di interessi stabiliti sul privilegio e l’esclusione. La difesa dell’ingiustizia è difesa continuata.
Come difendere un popolo, la sua terra, le sue istituzioni? Non è sempre lecita la difesa militare, che uccide esseri umani e espone il cittadino ad ammazzare e ad essere ammazzato. Solo altre vite, non un interesse, non un potere, valgono una vita umana. Il monopolio della difesa dato alle forze armate indebolisce la società, resa dipendente dall’esercito, istituzione separata che si fonda sul segreto e sulla gerarchia autoritaria, che può mancare lo scopo a carissimo prezzo (in ogni guerra c’è un esercito sconfitto), che ha un potere mortale usabile a fini eversivi (la storia di troppi paesi lo dimostra in sovrabbondanza). Un esercito non può assicurare la pace perché la vittoria (sempre aleatoria) non da mai la pace, ma è solo l’anello di una faida, ed è gravida di altra guerra senza dire dei rischi odierni delle armi totali.
Per questi motivi, non solo il pensiero pacifico, ma la Costituzione (alt. 52) affidano la “difesa della Patria” anzitutto ad ogni cittadino, come capacità propria del popolo. La Corte Costituzionale (sent. n. 164/1985) afferma che il dovere di difesa può adempiersi in modo armato o non armato, perché esso “trascende e supera” la difesa militare. È un riconoscimento della Difesa Popolare Nonviolenta, che non è solo un bel ideale ma una reale capacità dei popoli, attuata con efficacia, nonostante l’impreparazione, persino di fronte al nazismo, anche se finora troppo poco indagata dagli storici condizionati dall’atavica visione militarista dei conflitti. A maggior ragione, sono oggi Difesa Popolare Nonviolenta, p. es., sia i Comitati per la Costituzione minacciata da stravolgimenti autoritari o egoistici, sia il volontariato nella tutela sociale dei deboli o contro le calamità naturali.
Ora però, senza che né il popolo né il Parlamento ne prendano adeguata coscienza, si sta attuando in Italia una riforma dell’esercito che tradisce il concetto costituzionalmente legittimo della difesa. L’attuale governo tenta di elevare progressivamente a legge il c.d. “Nuovo modello di difesa” (Nmd). Si tratta di un progetto del Ministero della difesa, distribuito ai parlamentari nell’ottobre 1991, di 251 pagine, oggi sostanzialmente non modificato, in perfetta continuità dal governo di allora a quello di oggi. Tutta la “filosofia” di quel progetto è apertamente dichiarata nelle prime 70 pagine. Vi si dice che, caduto il muro Est-Ovest, il nuovo confronto è nell’area mediterranea “tra una realtà culturale ancorata alla matrice islamica e di modelli di sviluppo del mondo occidentale” (p.15-16). Là è il nuovo nemico, il nuovo conflitto economico religioso!
Il pericolo attuale, secondo il Nmd, sta nelle tendenze “al sovvertimento delle attuali situazioni di predominio regionale, anche per il controllo delle riserve energetiche esistenti nell’area” (p.21). Quindi si vuol difendere un predominio! tutto un paragrafo (pp.27-33) equipara i concetti di “interessi nazionali” e di “sicurezza”, che sono ben differenti: il primo indica un’attività speculativa ed espansiva, il secondo una realtà vitale minima. Solo questo è un diritto, solo esso può, nella concezione tradizionale e costituzionale, giustificare una difesa militare.
Invece, il Nmd afferma senza pudore che finalità della difesa è, dopo la salvaguardia dell’indipendenza e dei confini, la “tutela degli interessi nazionali, nell’accezione più vasta di tale termine, ovunque sia necessario” (p.30). Non per nulla la Guerra del Golfo (confessata così come guerra di interessi e non di principi!) è presa come l’“esempio emblematico” del nuovo concetto di difesa (p.44). Potrei portare molte altre citazioni a ribadire l’idea che regge tutto il progetto: non la difesa di diritti umani, ma di uno stato di fatto, che abbiamo “interesse” a mantenere. Si parla di sicurezza internazionale, in realtà si difende con la ferocia delle armi la violenza strutturale del Nord sul Sud. L’esercito italiano diventa un corpo di spedizione neo-coloniale.
Il recente disegno di legge Previti (n. 1307, 23/9/1994), prevede il servizio militare professionale, fino a 78.500 unità, e quello volontario femminile (su questo parlino per prime le donne).
L’art. 1 comincia così: “Per il conseguimento degli obiettivi fissati dal nuovo modello di difesa...”, come se il Nmd fosse una direttiva legislativa valida, da mettere in pratica, mentre è solo la grave intenzione politica comune agli ultimi governi, mai discussa negli angusti dibattiti politici ed elettorali italiani se non da parte della cultura di pace.
Perché dobbiamo rifiutare l’esercito professionale (pur con i problemi che restano da discutere)? Non solo per i maggiori costi innegabili (che ministro e alti gradi ora negano, ora ammettono), ma soprattutto perché, in questa ipotesi, la guerra non è più un’eventuale tragica necessità (che può presentarsi se non si predispongono mezzi non violenti di soluzione dei conflitti), ma una funzione normale; non è più ripudiata, ma legittimata. Quello delle armi diventa un lavoro, una professione riconosciuta, come quella del boia: l’arte e la tecnica dell’uccidere per incarico, da mercenari. È ancora in grado il nostro popolo di vedere e rifiutare questa vergogna?

IL PARADIGMA NEOLIBERISTA

La globalizzazione della violenza e la violenza della globalizzazione

di Giuliano Pontara

Il nostro secolo è cominciato con un processo di rapida globalizzazione della violenza che è sfociato in due guerre mondiali e l’invenzione e costruzione in massa di armi termonucleari con le quali è possibile obliterare l’intero genere umano; si sta chiudendo con un processo di rapida globalizzazione violenta.
La globalizzazione comporta l’integrazione in un unico mercato mondiale dei flussi internazionali del commercio, del capitale, della finanza e dell’informazione. Questo processo di globalizzazione avviene in nome del nuovo paradigma neoliberista - l’ideologia che dalla caduta dei sistemi comunisti e uscita enormemente rafforzata. Di ideologia infatti si tratta, perché non e mica da credere che il mercato mondiale sia libero; al contrario, esso e controllato da circa 750 omnicomprensive corporazioni multinazionali e da potentissime forze finanziarie; e risente pesantemente delle politiche interventiste del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Queste due istituzioni sono il braccio lungo dei potenti interessi economici che “regolano il processo di accumulazione del capitale a livello globale”. Da esse emanano gli imperativi delle privatizzazioni, della deregolamentazione dei mercati globali, dei movimenti di capitale, e degli aggiustamenti strutturali – imperativi oggi accettati dalla stragrande maggioranza dei governi, quale che sia la loro composizione politica.
In conseguenza di questi imperativi, ed in particolar modo dei processi di deregolamentazione, i flussi finanziari hanno raggiunto proporzioni incredibili: ogni ventiquattro ore, oltre mille miliardi di dollari si spostano in cerca di profitti massimi su un mercato finanziario globale che non conosce frontiere. Le forze che agiscono su questo mercato finanziario globale sono potentissime: esse sono in grado di condizionare pesantemente le politiche finanziarie degli stati, anche dei più forti, limitando il loro potere di determinazione dei tassi di interesse e dei tassi di cambio. Per farsi un’idea del potere di queste forze si pensi che nel 1994 il totale delle vendite di ciascuna delle tre maggiori multinazionali del mondo - nell’ordine, la General Motors, la Ford e la Toyota - superava il PIL di molti paesi, inclusi Danimarca, Africa del Sud, Norvegia, Polonia, Portogallo, Venezuela, Pakistan, Egitto e molti altri. Il totale delle vendite delle cinque maggiori multinazionali - General Motors, Ford, Toyota, Exxon e Royal Dutch/ Shell - fu, nel 1994, 871 miliardi di dollari: vale a dire più del triplo del PIL di tutti i paesi dell’Africa sub-sahariana presi assieme (246 miliardi di dollari) e quasi il doppio del PIL aggregato di tutti i Paesi dell’Asia del Sud (451 miliardi).

La globalizzazione nell’ambito del nuovo paradigma neoliberista é strettamente correlata con un acuirsi delle disuguaglianze e della povertà, sia a livello globale, sia a livelli regionali e nazionali.
Infatti, dal 1960 in poi la disuguaglianza economica globale non ha fatto che aumentare e, come denunciato nel Rapporto sullo sviluppo umano per il 1997 (pubblicato dall’UNDP), ha raggiunto oggi ”una soglia mai sperimentata in passato”. I dati che corroborano questo giudizio sono moltissimi. Ne indico subito alcuni a solo titolo di esempio: altri verranno fuori man mano che procedo nel mio discorso.
- Dal 1960 al 1990 i paesi poveri con una popolazione complessiva pari al 20% della popolazione mondiale hanno registrato un calo nella loro parte del commercio mondiale da un già basso 4% ad un misero 1%. Parallelamente, nello stesso trentennio, il 20% più ricco della popolazione mondiale ha visto la propria quota del reddito globale salire dal 70 all’85%, mentre la quota del reddito globale del 20% più povero della popolazione mondiale ha subito una caduta da un già misero 2.3% ad un miserrimo 1.4%. Ciò significa che dal 1960 ad oggi la proporzione del reddito del 20% più ricco rispetto al reddito del 20% più povero della popolazione mondiale non ha fatto che aumentare: da 30 a 1 nel 1960, a 61 ad 1 nel 1991, per giungere alla proporzione di 78 a 1 nel 1994.
- Negli ultimi quindici anni lo sviluppo economico nel mondo si é verificato in modo estremamente disuguale. In 15 paesi esso e stato molto forte ed ha portato ad un rapido aumento di reddito per vari settori del miliardo e mezzo di persone che costituiscono la popolazione complessiva di questi paesi. Ma nello stesso quindicennio stagnazione o recessione economica hanno colpito più di cento paesi di cui fanno parte vari stati dell’Europa orientale ex comunista e gran parte dei paesi in via di sviluppo. Non a caso si tratta spesso di paesi con un grande debito estero e quindi sottoposti in modo molto duro al “programma di aggiustamenti strutturali” imposto dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. In questi cento paesi, che complessivamente hanno un quarto della popolazione mondiale, il reddito medio è caduto al di sotto di quello che era nel 1980.
Nel frattempo, il numero delle persone più ricche del mondo - i miliardari del dollaro - è salito da 157 nel 1989 a 358 nel 1996. L’anno scorso, questi 358 miliardari avevano assieme un reddito netto pari al reddito complessivo del 45% più povero della popolazione mondiale, costituito da 2 miliardi e mezzo di persone. Nel giro dell’ultimo anno il numero di miliardari e ulteriormente aumentato di 89, giungendo a 447: la ricchezza netta dei dieci più ricchi di questo gruppo e stata stimata a 133 miliardi di dollari, cifra che supera di una volta e mezzo il reddito complessivo di tutti i paesi meno avanzati.


Forte aumento di disuguaglianza economica si registra anche a livelli regionali. Qui i dati più drammatici riguardano i paesi ex comunisti dell’Europa dell’Est e dell’ex Unione Sovietica - le cosiddette “economie in transizione”. In questa regione del mondo, dall’89 in poi le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi sono cresciute vertiginosamente: e - è importante notarlo - questo aumento di disuguaglianza coincide in tutti i paesi di questa regione con un aumento di ricchezza per una classe di nuovi ricchi e un drammatico aumento di povertà per strati molto vasti di popolazione.
Posta una soglia di povertà di reddito pari a 4 dollari al giorno, in tutti i paesi dell’Est ex comunista si è registrata una fortissima crescita del percentuale di popolazione al di sotto di questa soglia; dal 4% del 1988 al 32% del 1994, ossia da 14 milioni di individui a 119 milioni. All’interno di questa enorme massa di poveri, i più colpiti, quelli la cui povertà di reddito e molto al di sotto dei 4 dollari giornalieri, sono le donne, i bambini e gli anziani.
Va aggiunto che l’introduzione dell’economia di mercato in chiave neoliberista e la politica degli “aggiustamenti strutturali” hanno portato in tutti questi paesi a grossi ridimensionamenti della spesa pubblica per i servizi sociali e alla drastica diminuzione dei sussidi familiari: tutto ciò, assieme alla grande disoccupazione, ha condotto ad un aumento di malnutrizione e sottonutrizione, specie tra i bambini, e ad un aumento di malattie, morti, suicidi e criminalità. In Russia, la speranza di vita per i maschi, che tra il 1950-60 era salita da 58 a 63 anni, è oggi caduta di nuovo a 58 anni, ed è più bassa di quella dell’India.

Anche nei paesi industrializzati, la deregolamentazione finanziaria, lo smantellamento del settore pubblico, le privatizzazioni e gli altri “aggiustamenti strutturali” segnano la fine welfare state e sono dovunque accompagnati da un forte aumento di disuguaglianza e povertà; tutti questi fattori, assieme alla rivoluzione informatica, stanno anche rimodellando il mercato del lavoro con un conseguente forte aumento di disoccupazione che colpisce soprattutto i giovani, le donne, gli immigrati e le minoranze etniche. Anche i salari reali sono stati tagliati, introducendo lavori part-time ed occupazioni temporanee, insicure e mal pagate. A causa di questa nuova povertà, dell’incertezza per il posto di lavoro, dell’emarginazione sociale cui la disoccupazione di lungo periodo conduce, milioni di persone stanno fisicamente e psichicamente male: ma le parcelle dei medici cui si rivolgono vanno ad ingrossare il PIL e incidono positivamente sull’indice di crescita economica!
Superficiale è la tesi che la nuova povertà nei paesi industrializzati sia in gran parte dovuta ad una debole crescita economica. E falsa è la tesi che la crescita economica comporti necessariamente un miglioramento per tutti ed in modo particolare per gli strati più poveri. Dipende piuttosto dai modelli di crescita e dalle politiche distributive adottate. A questo proposito è assai istruttivo un paragone tra Inghilterra e Svezia. Nel ventennio che va dal 1968 al 1988, in tutti e due questi paesi il PIL reale pro capite aumenta del 2.2%. In Inghilterra, però, il reddito pro capite del 20% più povero della popolazione in questo periodo aumenta soltanto dello 0.3%, mentre in Svezia, invece, aumenta del 6%. Ma in Svezia in questo periodo la socialdemocrazia è impegnata nella “politica solidale dei salari”, mentre in Inghilterra fiorisce e si consolida il tatcherismo. Quasi nello stesso periodo (1971-1989), il Costarica, con un tasso di crescita del PIL pro capite inferiore a quello inglese (meno dell’1%), vede però il reddito pro capite del 20% più povero della sua popolazione crescere del 5%. In Norvegia, invece, nonostante una crescita economica del 3.4%, recenti dati mostrano che per il settore più povero della popolazione la situazione economica e sociale sta peggiorando.
La globalizzazione dell’economia nell’ambito del nuovo paradigma neoliberista è fondata sullo sfruttamento ed è intrisa di violenza strutturale. Esiste sfruttamento quando si tranno iniquamente vantaggi da altri; esiste violenza strutturale quando la gente muore di fame o conduce una vita grama a causa dei meccanismi e della logica delle strutture economiche, sociali, politiche dominanti.
Si consideri, ad esempio, la sovvenzione delle esportazioni agricole ed i sussidi concessi all’agricoltura negli Stati Uniti e in Europa che dominano il mercato globale dei prodotti agricoli. Questa politica di sovvenzioni crea una concorrenza iniqua per i paesi poveri e in via di sviluppo i quali si vedono esclusi dai grandi mercati agricoli dei paesi ricchi. Nel 1995 i paesi industrializzati hanno speso un totale di 182 miliardi di dollari in sussidi e sovvenzioni alla propria agricoltura. È stato calcolato che una riduzione del 30% delle sovvenzioni dei paesi industrializzati alla propria agricoltura comporterebbe un guadagno per i paesi in via di sviluppo di 45 miliardi di dollari all’anno.
Lo sfruttamento e la violenza strutturale insiti nella logica della globalizzazione in chiave neoliberista si colgono forse meglio di tutto nel sistema globale dei prestiti agli stati in via di sviluppo e dell’incasso degli interessi da parte dei grandi creditori del Nord. Il debito estero totale di tutti i paesi in via di sviluppo - tra cui vengono fatti rientrare anche la Russia e gli altri paesi ex comunisti - è giunto oggi alla cifra astronomica di due bilioni di dollari.
I tassi di interesse imposti ai paesi più poveri sui prestiti loro concessi dal grande capitale internazionale sono stati, per tutti gli anni Ottanta, il quadruplo degli interessi sui prestiti concessi ai paesi ricchi. In conseguenza di questa politica da usurai, il debito estero di molti paesi poveri e diventato un circolo vizioso che li dissangua e li rende preda delle condizioni poste dai grandi creditori del Nord e delle politiche neoliberiste di “aggiutamento strutturale” da essi imposte. Un esempio particolare ne sono i paesi dell’Africa sub-sahariana: questi paesi hanno tutti assieme un debito estero di 150 miliardi di dollari, per il quale continuano a pagare ai grandi creditori del Nord una somma superiore di quattro volte a quella che congiuntamente impiegano nel settore sociale per la tutela della salute delle loro popolazioni. Secondo calcoli dell’UNICEF, con una spesa addizionale di 9 miliardi di dollari all’anno si potrebbe far fronte ai bisogni essenziali di tutta la popolazione dei paesi sub-sahariani nei settori della nutrizione e dell’istruzione: ma gli interessi sul debito estero costano a questi paesi 13 miliardi di dollari all’anno.
In molti dei paesi indebitati soltanto una piccola parte dei crediti ottenuti viene investita in progetti favorevoli alla crescita economica nazionale; notevole parte è invece spesa nell’importazione di beni di consumo dai paesi industrializzati per una minoritaria classe agiata di consumatori locali e nell’acquisto di armi; armi poi usate in guerre civili e conflitti armati interni che aumentano maggiormente la povertà tra le popolazioni colpite. Dalla Somalia al Perù, dal Rwanda alla ex Yugoslavia, alla base dei conflitti violenti, delle guerre civili, dei massacri etnici, dello sfascio della società civile, vi è il tracollo delle economie locali travolte dal debito estero e dalle politiche destabilizzanti imposte dai grandi creditori del Nord. E su questi conflitti i mercanti - legali e illegali - di armi fanno affari d’oro.
Il grande mercato delle armi - che come ogni mercato ha le sue lobby, e la sua pubblicità e le sue grandi fiere internazionali, e le sue tangenti - è oggi dominato al 51% dagli Stati Uniti, che nel 1995 hanno venduto armi per quasi 10 miliardi di dollari (9 miliardi 894 milioni). Segue, a distanza, la Russia che nel 1995 rispondeva del 13% delle esportazioni mondiali (3.905 miliardi); ma è di questi giorni la notizia che la Russia prevede nuove esportazioni di armi per circa 7 miliardi di dollari. Al terzo posto nei paesi esportatori di armi si colloca la Germania la quale con l’8% delle esportazioni globali supera l’Inghilterra che risponde del 6% e la Francia che risponde del 5%. L’Italia, nel 1995, ha venduto armi per 324 milioni di dollari equivalenti al 2% delle esportazioni globali. Assieme, i paesi industrializzati rispondono del 94% delle esportazioni di armi nel mondo.
Una delle conseguenze di questo enorme mercato di armi - e una delle dimensioni della globalizzazione della violenza - è che in una settantina di paesi martoriati da conflitti violenti si trovano oggi sparse più di cento milioni di mine anti-uomo: ogni venti minuti un essere umano inciampa in una di esse e viene ucciso o invalidizzato, e le altre sono li in attesa di uccidere, storpiare, invalidizzare altre decina di migliaia di persone, molte di esse oggi non ancora nate. Sino ad oggi il numero delle mine non ha fatto che crescere; ogni anno ne vengono disinnescate centomila, ma ne vengono piazzate due milioni di nuove. E abbiamo tutti letto in questi giorni come il presidente Clinton si è rifiutato di apporre la sua firma al patto anti mine approvato alla conferenza di Oslo da cento paesi.

La globalizzazione nel contesto del nuovo paradigma neoliberista ha dunque i suoi vincitori e i suoi vinti - ma in un processo ed in una gara che sono iniqui, perché sono dominati dallo strapotere delle forze congiunte del grande capitale e della grande finanza internazionale (Club di Parigi, Club di Londra) alleati con i gruppi più potenti dei paesi più ricchi e più forti ( i G 7).
Quale che sia il principio della giustizia con cui la si giudica - la attuale distribuzione delle risorse mondiali risulta profondamente ingiusta. Risulta ingiusta in base al principio utilitarista che prescrive la massimizzazione del benessere generale: questo principio richiede, infatti, una ridistribuzione molto ugualitaria delle risorse, in base alla legge di diminuzione dell’utilità marginale di esse: in parole povere, sottraendo parte della loro ricchezza ai ricchi e ridistribuendola ai poveri si diminuisce di poco il benessere dei ricchi ma si aumenta di molto quello dei poveri, e conseguentemente il benessere generale risulta massimizzato. Parimenti, l’attuale distribuzione mondiale delle risorse è incompatibile con i principi in cui si articola la concezione liberale della giustizia. Questi principi - come formulati dal filosofo americano John Rawls, il maggiore esponente odierno della concezione liberale della giustizia - richiedono l’affermazione dei diritti e delle libertà democratiche fondamentali a livello mondiale; richiedono altresì una ridistribuzione delle risorse economiche tale da massimizzare le aspettative di vita decente delle popolazioni più povere del pianeta. Si consideri anche la concezione libertaria della giustizia - di cui uno dei più noti fautori è il filosofo americano Robert Nozick: questa concezione insiste sui diritti fondamentali alla vita, alla salute, alla libertà; inoltre, essa fa valere un diritto pressoché assoluto di proprietà su ciò di cui si è entrati in possesso, a patto che non si siano violati i diritti fondamentali di altri. Vale a dire a patto che non si sia usata frode, violenza o coercizione. Ma la attuale distribuzione delle risorse a livello mondiale è in gran parte proprio il risultato di politiche colonialiste e neocolonialiste di conquista, sfruttamento, violenza, coercizione e frode: è dunque ingiusta. E la dottrina libertaria della giustizia esige che tali ingiustizie siano rettificate - appunto attraverso una ridistribuzione delle risorse mondiali a favore delle vittime o dei discendenti più poveri, più deboli e più indifesi di esse.
Nel mondo d’oggi i più deboli e i più vulnerabili sono il miliardo e 300 milioni di esseri umani che vivono in condizioni di povertà assoluta, con meno dell’equivalente di un dollaro al giorno - seguiti da quell’altro miliardo e 700 milioni che si trova in condizioni di grande povertà.
Ai grandi attori del mercato, alle grosse multinazionali, al capitale e alla finanza internazionale, questi tre miliardi di esseri umani senza alcuna capacità di acquisto non interessano, neanche come riserva di forza lavoro a costi minimi; al Mercato basta quell’altra metà della popolazione mondiale, ed in particolare quel 15% di essa che ha i mezzi economici per consumare quei beni sempre più di lusso verso cui la produzione nell’economia capitalista globale è sempre più indirizzata.
Se poi, in seguito all’introduzione dell’economia di mercato in Cina, 250 milioni di cinesi - meno di un quarto della popolazione di quel paese - si arricchiscono e diventano efficaci consumatori, le “magnifiche sorti e progressive” del Mercato sono più che assicurate. Mezza umanità basta - una parte minore di essa come grande mostro consumatore, e una parte maggiore di essa come grande serbatoio di forza lavoro a basso costo. L’altra metà può morire nella miseria: e cosi, infatti, è - per usare il titolo di un validissimo libro di Susan George - “come muore l’altra meta del mondo” (“How the Other Half Dies”).
L’alternativa al processo di globalizzazione violenta in corso è costituita dalle politiche di sviluppo umano sostenibile, pace positiva e uguaglianza reale di opportunità. La realizzazione di queste politiche - che sono interdipendenti e si rinforzano tra di loro - comporta una strenua lotta contro gli enormi interessi finanziari che oggi governano il mondo: la lotta è globale, è essenzialmente dal basso e passa necessariamente attraverso l’empowerment dei poveri della terra. A questa lotta stanno dando un fondamentale apporto decine di migliaia di organizzazioni popolari non governative e di movimenti sociali di promozione umana impegnati per l’implementazione dei diritti umani fondamentali, per le economie alternative, per il disarmo globale, per la protezione dell’ambiente e gli interessi vitali delle generazioni future... E nell’ambito di questo sistema - diverso da quello interstatale e veramente internazionale - che si elabora e verifica la nuova cultura della pace per il ventunesimo secolo.
Ed è in questo ambito che opera l’UNIP, impegnata per la diffusione a livello locale, nazionale e globale della nuova cultura della pace, e per la formazione a quei ruoli attivi di diplomazia popolare e di lotta nonviolenta dal basso essenziali per bloccare la violenza della globalizzazione e la globalizzazione della violenza.

(Prolusione al V corso internazionale IUPIP. Rovereto, 22 settembre 1997)


Bibliografia

- UNDP, Rapporti sullo sviluppo umano, 1996 e 1997
- Aiken,W, & La Folette,H., (a cura di), World Hunger and Moral Obligation, Prentice Hall, Englewood Cliffs, N.J. 1977
- Chossudosky,M., The Globalization of Poverty, Third World Network, Penang, Malaysia, 1997
- Dalla Costa,M.-Dalla Costa, G.,(a cura di),Donne e politiche del debito, Franco Angeli, Milano, 1993
- Fondazione Internazionale Lelio Basso (a cura di) Violazioni dei diritti dei bambini, Edizioni Gruppo Abele, Torino,1995
- Gandhi,M.K., Teoria e pratica della nonviolenza, a cura di G.Pontara, Einaudi, Torino, 1996
- George, S., How the Other Half Dies,
- George, S., Il debito del Terzo Mondo, Edizioni lavoro, Roma, 1988
- Nozick,R., Anarchy, State and Utopia, Basil Blackwell. Oxford 1974, tr. it. Anarchia, stato e utopia, Le Monnier, Firenze, 1980
- Pontara, G., Etica e generazioni future, Laterza, Bari, 1995
- Pontara,G., Il pensiero etico-politico di Gandhi, in Gandhi,M.K, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino, 1996, pp.IX-CXXXII.
- Pontara,G. La personalità nonviolenta, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1996
- Rawls, J., A theory of Justice, Harvard University Press, Cambridge,Mass. 1971, tr. it. Una teoria della Giustizia, Feltrinelli, Milano 1982
- Sathan-Anand, C., Islam e nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino in corso di stampa)
- Sharoni,S. La logica della pace, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1997


APERTURA PREVISTA PER IL 1998

Banca Etica in vista della volata finale (e dello striscione di partenza...)

di Gigi Eusebi

È accaduto sovente, in questi anni di... cronache dalla galassia del progetto Banca Etica, di trovarsi a dover descrivere fatti, tendenze, sensazioni a volte contraddittorie, dove la carica e l’entusiasmo si sono dovuti confrontare con una realtà non sempre rispondente ai sogni iniziali. Anche ora, volendo fotografare ed analizzare la situazione attuale, non mancano gli spunti di dibattito e le diverse possibili interpretazioni, considerando che nel giro di pochi mesi saranno definite le strategie non solo della futura Banca Popolare Etica, ma anche delle Mag locali e della finanza etica italiana più in generale.
Qualche numero innanzitutto: alla fine di settembre la raccolta di capitale sociale ha toccato gli 8 miliardi (il capitale minimo necessario per poter aprire una banca popolare è di 12.5 miliardi). I soci sono circa 6.700, tra i quali quasi 1.000 “persone giuridiche” (altre cooperative, associazioni di tutti i generi, enti vari, botteghe del commercio equo e solidale, circoli, fondazioni, parrocchie e istituti religiosi, sindacati, comuni, qualche banca, ecc.). Il “trend” attuale, come è di moda dire oggi, si è stabilizzato sui 500 milioni di raccolta mensile. Se si considera che sono in corso trattative con la rete nazionale dei supermercati COOP e con la GEPI (un non troppo rinomato ente statale che ha avuto in passato la funzione di sostenere finanziariamente aziende in risanamento) per ottenere 1-2 miliardi di sottoscrizioni “pesanti” (in tutti i sensi), non è irrealistico ipotizzare che nei primissimi mesi del ’98 la cooperativa verso la Banca Etica avrà realizzato il suo obiettivo e potrà richiedere alla Banca d’Italia l’autorizzazione a costituirsi in Banca Popolare.
Per dare un’idea di come sia impegnativo lo sforzo di promozione e di mobilitazione, si possono riportare alcuni altri numeri generali: più di 60 GIT attivati, ovvero Gruppi di Iniziativa Territoriale, che in ogni provincia si stanno spendendo per proporre la Banca Etica; spedite 200.000 lettere promozionali a indirizzari selezionati; pubblicati articoli o interviste su 150 testate a diffusione nazionale; 3.000 richieste di informazioni pervenute alla sede di Padova; vendute 15.000 copie dell’opuscolo di presentazione, circa 10 milioni di cittadini che complessivamente sono stati informati tramite giornali, riviste dibattiti, convegni, serate, televisione, radio, Internet, ecc. Il bilancio di esercizio della cooperativa ha chiuso al 30 giugno con una perdita di 30 milioni (ma, per i soci e simpatizzanti, niente paura, almeno sul piano finanziario: il disavanzo è controllato, visto che l’esercizio precedente si era chiuso con un attivo di 32 milioni e non ha senso che la cooperativa produca utili, in quanto quando si dovrà trasformare in banca vedrebbe pesantemente tassate aventuali eccedenze finali).
In questi mesi è in corso un intenso e altrettanto importante lavoro organizzativo, che si svolge su più fronti, i quali sono strutturati in commissioni di lavoro, anche se esiste sempre un forte controllo centrale della realtà che è stata dall’inizio il motore propulsore della Banca Etica, vale a dire la CTM-MAG di Padova (questa è una caratteristica strutturale e costituisce una sorta di DNA e progetto, con le relative difficoltà relazionali, soprattutto con le altre Mag e gli altri soci fondatori, che non vivono bene questo basso livello di democrazia interna). È in fase di elaborazione lo statuto della nuova banca, alcuni consulenti di alto rilievo professionale, stanno studiando il cosiddetto businnes-plan - una sorta di scheletro funzionale ed operativo che oltre a determinare l’organizzazione dovrà essere presentato ed approvato dalla Banca d’Italia - mentre è già iniziata la selezione delle persone che lavoreranno nella Banca Etica in particolare del futuro Direttore.
Sarà necessario aspettare un certo tempo, forse qualche anno, per poter disporre di uno strumento bancario che offra - in modo equo - i principali servizi a cui i clienti sono abituali, come il conto corrente, il Bancomat e gli assegni, l’accredito degli stipendi, il pagamento delle bollette, ecc.
Inizialmente, la Banca Etica offrirà solo alcune delle comuni possibilità odierne di investimento del denaro (si pensa ai certificati di deposito), badando naturalmente da subito a selezionare con coerenza etica i destinatari dei finanziamenti concessi.
I nodi da sciogliere toccano temi già affrontati in passato: dalla coerenza con gli ideali ispiratori al rischio di ingresso di soggetti interessati solo ai vantaggi economici e/o politici dell’operazione, passando per un filtro nei meccanismi decisionali e per un’organizzazione della struttura che almeno per il momento non si dimostrano altrettanto alternativi e innovativi come la qualità della proposta della raccolta e dell’impiego del denaro. Un punto importante da definire è il rapporto con le Mag. Come è noto, i cambiamenti legislativi degli ultimi anni hanno modificato radicalmente il mondo Mag: alcune si sono trasformate o hanno cessato l’attività, altre hanno deciso per ragioni differenti di non aderire al progetto Banca Etica (è il caso della Mag 6 di Reggio Emilia e della Mag Verona, che è uscita dalla cooperativa dopo un anno). Le Mag aderenti sono rimaste 4: oltre alla Mag 4 Piemonte, la Mag Venezia, la Mag 2 di Milano e la CTM-Mag di Padova che, come detto ha esercitato ed esercita - nel bene e nel male - il ruolo di “portiera” del progetto. È ormai abbastanza evidente che le Mag non intendono confluire nella Banca Etica, come diversi soci davano per scontato, ritenendo questo progetto una significativa evoluzione nell’attuale panorama della finanza etica nazionale, ma non abbastanza convincente da giustificare la “consegna” indolore in una storia e di un percorso svolti con successo e passione a livello locale in tutti questi anni.
Il rischio, come emerge spesso anche nelle assemblee e nelle nostre discussioni, è di creare confusione nei risparmiatori, di frazionare e indebolire un movimento che non è ancora certamente di massa, di contendersi lo stesso “mercato”. La speranza è invece quella di riuscire ad inventare percorsi comuni, di collaborazione e convenienza reciproca (in quanto le Mag dovranno comunque appoggiarsi ad una banca per operare e la Banca Etica avrà difficoltà ad effettuare interventi sui territori piccoli e decentrati). La Mag 4 è, dal canto suo, dovrà definire verso quale sviluppo intende orientarsi sul proprio territorio, se puntare a consolidare l’attuale Gruppo di Cooperative, che ha permesso di rilanciare la raccolta di prestito sociale in Piemonte, oppure se cercare di collaborare al meglio con la futura Banca Etica, o ancora se intraprendere la via... istituzionale, provando a trasformarsi essa stessa in una banca di credito cooperativo.
Le strade e le alternative sono molte, così come i dubbi che le accompagnano. Probabilmente è un processo inevitabile, quando nei progetti ad alta valenza sociale si attraversa la fase della... “pubertà” nella crescita e ci si trova di fronte all’eterno bivio tra il rimanere “piccoli e belli” o il provare ad essere più grandi ed incisivi, cercando di non tradire gli ideali iniziali (anche il movimento del commercio equo e solidale vive oggi in una fase simile di trasformazione legata alla necessità di darsi strumenti operativi diversi per poter sostenere il salto di qualità compiuto in termini di fatturati e volumi nei suoi dieci anni di vita).
Gandhi diceva che l’unico modo per riuscire a fare le cose considerate difficili o impossibili è quello di farle, una per volta, iniziando dalla prima. Ma era forse Gandhi un esperto di finanza etica...?

MAESTRI DEL PENSIERO CINESE/8

Il neo-confucianesimo (Chang Tsai e Wang Shou-jen)

di Claudio Cardelli

Il buddhismo agì come un lievito nei confronti della filosofia cinese, che in precedenza aveva affrontato prevalentemente temi morali e politici. Questo nuovo orientamento, che destava l’interesse per i problemi metafisici, influì sia sul taoismo che sul confucianesimo: il primo finì per diventare una religione e il fondatore, Lao-tzu, fu oggetto di culto; il secondo acquistò una coscienza più viva dei temi metafisici e dei valori che trascendono la semplice esistenza umana.
Pertanto alla fine dell’epoca T’ang e durante tutta la successiva epoca Sung (960-1279) si affermò un sistema filosofico articolato, noto come il neo-confucianesimo. Tra le tante personalità di tale indirizzo, ci limitiamo a ricordare Chang Tsai e Wang Shou-jen, che furono sensibili alle tematiche del pensiero non violento.

Il pensiero di Chang Tsai
Chang Tsai (1020-1077) si interessò in particolare alla cosmologia e affermò che tutta la natura deriva da una materia originale indifferenziata (in cinese, Ch’i).
Chang sostiene che, essendo tutte le cose dell’universo costituite dello stesso e unico Ch’i, sia gli uomini che le altre cose sono parte di un solo grande corpo. Noi dobbiamo servire Cielo e Terra come serviamo i nostri genitori, e considerare tutti gli uomini come nostri fratelli. Dovremmo estendere la virtù della pietà filiale e praticarla servendo i genitori universali (Cielo e Terra); per assolvere tale servizio non sono necessarie azioni straordinarie, ogni attività morale, se si intende a fondo, è attività di servizio verso i genitori universali.
Ad esempio, se si amano gli altri uomini per il semplice fatto che essi appartengono alla nostra società, non si fa che compiere il nostro dovere in quanto serviamo la società. Se poi si amano non solo perché appartengono alla nostra società, ma anche perché sono figli dei genitori universali, allora con l’amare quelli non serviamo soltanto la società, ma i genitori dell’universo inteso come un tutto. Il filosofo conclude col dire: “Durante la vita seguo e servo i genitori universali, quando poi la morte arriva, io riposo”.
(Fung Yu-lan, Storia della filosofia cinese, p.224)

Il pensiero di Wang Shou-jen
All’epoca Sung seguì il periodo della dominazione mongola (1280-1368), del quale ha lasciato testimonianza Marco Polo nel Milione. Dopo la cacciata dei Mongoli, si affermò la dinastia cinese Ming (1368-1644). La dominazione straniera non arrestò il cammino della millenaria cultura confuciana, che raggiunse con Wang Shou-jen (1472-1528) una sintesi armonica e duratura.
Nel suo pensiero la concezione tradizionale, propria della spiritualità cinese, secondo la quale esiste una profonda corrispondenza tra l’uomo e l’universo, trovò chiara e matura espressione. Leggiamo nella Raccolta di istruzioni, una antologia di massime del Maestro, preparata da uno dei suoi allievi:
Il maestro chiese: “Secondo te, qual è lo spirito del Cielo e della Terra ?”.
Il discepolo rispose: “Molte volte sentii dire che l’uomo è lo spirito del Cielo e della Terra”.
“Ma cosa mai nell’uomo viene chiamato spirito?”
“Semplicemente la spiritualità o la consapevolezza”.
“Da questo comprendiamo che in Cielo e sulla Terra non c’è che una spiritualità o consapevolezza, ma a causa della sua forma corporea l’uomo ha separato sé stesso dal tutto. La mia spiritualità o consapevolezza è ciò che governa il Cielo e la Terra, gli spiriti e le cose...
Se il Cielo, la Terra, gli spiriti e le cose sono separati dalla mia spiritualità o consapevolezza, essi cessano di essere; se poi la mia spiritualità o consapevolezza è separata da quelli, essa pure cessa di esistere. Ne consegue che in realtà essi tutti sono un corpo solo, ma allora come possono essere separati?”.
(da Fung Yu-lan, op.cit.p.249)
L’universo è oscuro e silenzioso fino a quando si accende la luce della ragione umana: è l’uomo con la sua intelligenza a dar voce a tutte le creature, che egli sente come propri fratelli, figli della Natura (il Cielo e la Terra), che tutto abbraccia nel suo grembo. Ma l’uomo ha anche una grande responsabilità: egli è, in qualche modo, il custode della Natura. Ascoltiamo ora quanto scrive il nostro filosofo a proposito dell’ “uomo superiore” e della “virtù illustre”.
L’uomo superiore è l’unità che pervade ogni cosa; uno con il Cielo, la Terra e tutto ciò che esiste. Egli considera il mondo come una sola famiglia e il Regno di mazzo (Cina) come un solo uomo. Coloro che mettono in troppo rilievo la separazione delle forme corporee e distinguono il sé dagli altri, sono uomini dappoco. Il motivo per cui l’uomo superiore è capace di essere uno con il Cielo, la Terra e tutte le cose, non sta nel fatto che egli sia cosi di proposito, ma perché tale è l’umana sensibilità del suo spirito.(...)
Manifestare la virtù illustre significa stabilire la natura dell’unità del Cielo, della Terra e di tutte le cose; amare il prossimo significa mettere in funzione quest’unità. La manifestazione della virtù illustre consiste allora nell’amare il prossimo e amare il prossimo significa manifestare la virtù illustre. Se io amo mio padre, i padri di alcuni altri uomini, e i padri di tutti gli uomini, il mio amore diverrà realmente più vasto attraverso l’amore per tali padri...
A partire da tutte queste relazioni umane per giungere poi ai monti, ai fiumi, agli spiriti e agli dei, agli uccelli e agli altri animali, alle erbe e agli alberi, tutto dovrebbe essere amato per rendere più vasto il nostro amore. In tal modo nulla c’è che non si renda manifesto attraverso la vostra virtù illustre e noi allora siamo tutt’uno con il Cielo, la Terra e tutte le cose.
(da Fung Yu-lan, op.cit.p.250)


Recensioni

Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza -vita e morte di Ernesto Che Guevara-, Il Saggiatore Ed., Milano,1997, pag. 800, L. 29.000

Ho coltivato come lettura estiva la vita del Che. Vorrei parlarne, perché penso che alcuni personaggi che hanno percorso la nostra storia abbiano una ricchezza che va oltre le scelte praticate. Per questo accennerò qualche riflessione sull’umanità politica di un mito contemporaneo, a prescindere dalla pratica di guerriglia agita e teorizzata e dal sistema sociale che ha contribuito a costruire, per avventurarmi in un confronto che a taluno parrà fuori luogo.
Dai primi capitoli si è spontaneamente affiancato alla lettura il riaffiorare di quello che conosco della biografia di Alexander Langer. Si dirà che l’accostamento è un irrazionale incrocio tra entusiasmi giovanili e nostalgia dell’amico. In realtà il testo ha fatto riaffiorare riflessioni che quanto avevo colto dello stile di vita di Alexander, delle scelte di fondo che lo informavano aveva già provocato. Sono impressioni che i greci avrebbero detto phrenes, pensieri che nascono dalle emozioni: ma anche Alexander diceva che bisogna essere, oltre che di “testa”, di “pancia”.
Partirò da quello che mi è parso, fin dalla prima pubblicazione, il suo testamento: l’“Addio” a Petra Kelly (“Il Manifesto”, 21 ottobre 1992 ): “Forse è troppo arduo essere individualmente degli ‘Hoffnungstrager’, dei portatori di speranza”. L ’espressione mi colpì e mi suscito una reazione di immediato rifiuto: conoscendo le fatiche e le stanchezze di Alexander, avrei voluto fargli capire che nessuno gli chiedeva di essere, da solo, un hoffnungstrager. La mia esperienza politica è ben poca cosa, e la pratica ancor meno; ma la politica delle donne consiste essenzialmente nel tessere relazioni che aiutano a portare i pesi delle speranze e delle delusioni, singole o collettive, a cercare di ridistribuirli secondo le capacita. Le spalle di ciascuna. Per questo tra le Donne in Nero non esistono portatrici di speranze collettive. Anche nel mondo femminile ci sono donne particolarmente forti, donne il cui coraggio ha collocato al di sopra delle altre, e che sono divenute per molte un punto di riferimento, talora un simbolo. Ma attorno, vicino a loro c’è sempre una rete che tesse quella che Stasa chiama “la politica internazionale delle donne”. Chi agisce in modo particolarmente impegnato, chi si espone con un coraggio che diventa eroismo, anche quando è sola sa che ha il sostegno, spesso non solo morale, la complicità di una rete di relazioni, di condivisione, di aiuto, di affetto.
Le somiglianze parziali che rilevavo a poco a poco nella lettura: i viaggi giovanili da solo e con mezzi di fortuna, espressione del bisogno di uscire dal proprio ambiente e dalla propria città, il desiderio, la curiosità di imparare e di fare di tutto, l’amore per la lettura, che è anche isolamento e un modo per praticarlo in mezzo agli impegni, il lasciarsi andare al fascino femminile, non ultima l’asma - sono state, per così dire, la verifica indiretta della somiglianza fondamentale: il desiderio, la volontà di farsi “Cristoforo” dei bisogni, espressi o repressi, delle vittime di un mondo profondamente ingiusto, per il Che semplicemente dell’imperialismo del capitale. Anche se l’uno e l’altro potevano contare su amici di fedeltà e di dedizione totale, ed esercitavano un fascino indiscutibile su chi li accostava, consolidato dall’evidente corrispondenza di parole e fatti, la scelta di fondo, la “vocazione” che si erano data era per entrambi qualcosa di individuale, da gestire in solitudine.
Non voglio fermarmi a riflettere se questo era un pregio o un difetto. Nei confronti di Alexander è stato, per me, motivo di preoccupazione e di conflitto finché era in vita. Ora rimane il rispetto. Voglio solo dire che la solitudine delle scelte non può che essere motivo di sofferenza e pone di fronte a situazioni che possono, alla fine, rivelarsi senza sbocchi. Dividere i carichi non è tirarsi indietro, ma rendersi conto che fare solo la propria parte è forse la scelta migliore, non tanto perché obbliga gli altri a fare la loro, ma soprattutto perché costringe a tessere quelle relazioni di cui non possiamo, allora fare a meno; e, se devono portare al successo, devono essere relazioni profonde, in senso umano e politico.
Il Che, sotto la spinta dell’autocritica che si impose dopo il fallimento dell’intervento in Congo, si rese conto che il voler essere totalmente ed asceticamente dedito alla causa l’aveva allontanato dai suoi uomini: “Infine ha pesato nei miei rapporti con gli uomini, ho potuto percepirlo chiaramente, la lettera d’addio a Fidel....C’erano cose che non avevamo più in comune, certi desideri comuni a cui tacitamente avevo rinunciato e che sono quanto c’è di più caro per un uomo: la propria famiglia, la propria terra, il proprio ambiente. La lettera che aveva meritato tanti elogi a Cuba e all’estero mi separava dai combattenti”(p.562).
Tante volte nelle parole, negli atteggiamenti di Alexander si poteva leggere il desiderio di una vita un po’ più normale: ma sembrava che si sentisse in dovere di percepirlo come rimpianto. Forse non aveva intuito la dimensione politica dell’affiorare di tali bisogni.
Ma la solitudine di questi “portatori di speranze” fu in entrambi frutto di un grande amore per l’umanità: “...bisogna avere una grande dose di umanità una grande dose di senso della giustizia della verità per non cadere in estremismi dogmatici, in freddi scolasticismi, nell’isolamento dalle masse. Giorno dopo giorno bisogna lottare perché questo amore per l’umanità si trasformi in fatti concreti, in atti che servano da esempio, in mobilitazione” (p.477, da “Il socialismo e l’uomo a Cuba”, 1965).
Per Alexander quell’amore resta un problema irrisolto: “troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”.
Chiudo ricordando il titolo scelto per la traduzione dell’opera da cui sono partita: per il Che la severità che la guerra richiedeva doveva essere esercitata “senza perdere la tenerezza”, quella tenerezza che anche Alexander non ha voluto sacrificare alla politica.

Umberta Biasioli

Andrea Saroldi, Giusto movimento. Piccola guida ai comportamenti per un mondo migliore, Editrice Missionaria Italiana, Bologna, 1997, pag. 224, L. 18.000

Sempre più si sta diffondendo la sensazione che i grossi problemi planetari legati all’ambiente e alla disparità nella distribuzione delle ricchezze siano almeno in parte collegabili con il nostro stile di vita. Questa sensazione spesso lascia un vago senso di disagio in quanto da una parte la nostra responsabilità non è evidente, mentre dall’altra non ci sembra di non poter cambiare la situazione. Per rispondere a questo disagio ed indicare le strade del cambiamento verso una maggiore giustizia, questa guida raccoglie le informazioni per iniziare a praticare qui ed ora i “nuovi stili di vita”.
La guida è stata realizzata sulla base dell’esperienza pratica di chi si chiede come adottare da subito comportamenti compatibili con l’umanità ed il pianeta. La sua struttura si articola in schede che presentano ognuna un argomento o un comportamento specifico. Ogni scheda riporta inoltre i recapiti di riferimento a livello nazionale e la bibliografia di base sull’argomento (più di 50 titoli segnalati). Le schede sono organizzate in quattro parti principali.
Nella prima parte si esegue un accenno alla situazione generale sociale ed ambientale, per comprendere in che direzione muoversi e quali sono le motivazioni ed i problemi di fondo.
Nella seconda parte si presentano i comportamenti personali suddivisi nei diversi ambiti di attuazione: fare la spesa, lavorare, abitare, utilizzare, risparmiare, muoversi, in famiglia. Si danno in questo modo le indicazioni su cosa sono e come si attuano il consumo critico, il boicottaggio, il commercio equo e solidale, l’ecologia quotidiana, il risparmio etico, il turismo responsabile, i bilanci di giustizia e tutti i comportamenti che costituiscono i nuovi stili di vita. Non mancano le informazioni sui marchi da preferire perché etici o ecologici.
Nella terza parte si osservano gli intrecci tra i comportamenti personali e alcuni temi più generali o esperienze più ampie come: le reti di scambio, le banche del tempo, la cooperazione allo sviluppo, l’educazione alla pace, le tecnologie appropriate, l’economia e la cultura.
La quarta parte riporta invece i recapiti per vivere nella propria zona i comportamenti descritti, 500 indirizzi, regione per regione, per trovare sul territorio i gruppi che si occupano di consumo critico e di boicottaggio, le botteghe del commercio equo e solidale, i mercatini per il riutilizzo, le Mag e i referenti della Banca Etica, gli organismi che si occupano di turismo responsabile, i referenti per i bilanci di giustizia, le banche del tempo e le reti di scambio. Per ogni argomento trattato si forniscono sia alcune informazioni generali che indicazioni pratiche per iniziare. Si presentano inoltre le diverse campagne di opinione sui terni dell’economia secondo giustizia.
Gli argomenti vengono presentali con uno stile leggero e a volte ironico, intervallato da qualche piccolo racconto o articolo di giornale. Il volume intende mostrare in questo modo che modificare l’economia partendo dai nostri comportamenti non è solo possibile, ma è anche piacevole.

Wuppertal Institut, Futuro sostenibile, Nuovi Stili di vita, EMI, Bologna, 1997 pp. 360, lire 25.000.

Futuro sostenibile è stato definito Il Vangelo verde del prossimo millennio. Molti sostengono che senza un cambiamento di direzione politica ed economica la catastrofe ecologica sia inevitabile. Di fronte ai numerosi sintomi di crisi è urgente trovare nuove lince di orientamento. Il libro indica tre direzioni: la riconversione ecologica, nuovi rapporti nord-sud del mondo, nuovi stili di vita. Grazie alla riconversione ecologica si può evitare di depauperare le risorse ancora rimaste e di non aggravare l’inquinamento. Grazie ai nuovi rapporti tra il nord e il sud del mondo: si creerà una nuova giustizia e si supereranno vecchie tensioni. Grazie ai nuovi stili di vita si permetterà a tutti, anche alle generazioni future, il diritto a una vita più equilibrata. Un libro scientificamente valido e profondamente impegnativo.

Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Geografia del supermercato mondiale. Produzione e condizioni di lavoro nel mondo delle multinazionali, EMI, 1997 pp. 144, lire 20.000

Siamo diventati consumatori di prodotti mondiali e siamo dominati da forze economiche che gestiscono l’economia a livello mondiale, provocando cambiamenti ovunque. Proprio per questo abbiamo l’obbligo di pensare e agire come cittadini del mondo. Cinque secoli di colonialismo hanno creato degli squilibri mondiali gravissimi e nessuna scelta locale, o nazionale può essere fatta senza tenere presente le esigenze di giustizia planetaria. Questo libro è stato scritto per i ragazzi che vanno a scuola, per aiutarli a diventare cittadini del mondo.

Gianni Albanese, Il cammino della solidarietà, EMI, 1997, pp. 80, lire 12.000

Solidarietà è sinonimo di giustizia, condivisione, apertura, partecipazione, creatività. In questo volume troviamo un cammino che in dieci tappe attraverso solidarietà e condivisione e portano a essere persone che contano per quello che sono. Insegna a sentirsi cittadini del mondo, rende capaci di distinguere tra buona e cattiva solidarietà, fa indossare i “panni degli altri”, è un passaggio obbligatorio per diventare persone con senso critico, fa incontrare con coloro ai quali è negato ogni spazio, si scopre che non esistono poveri ma impoveriti, apre gli occhi su chi non ha il diritto di conservare le proprie identità culturali, porta a donare ciò che siamo e abbiamo, fa incontrare con nuovi stili di vita.

<Previous   Next>