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VERI MILITARI E FALSI PACIFISTI
Mao Valpiana
VOGLIAMO ANDARE IN BOSNIA MISSIONE DI PACE IN BOSNIA HERZRGOVINA
Obiettori Ass. Papa Giovanni XXXIII
CHI HA PAURA DELLA LEGGE SULL'OBIEZIONE ?
Padre Angelo Cavagna
QUALE MODELLO DI DIFESA PERSEGUE L'ITALIA ?
Associazioni del Volontariato
NON C'È PACE SOTTO L'ULIVO
L.O.C Comitato Golfo
DIFENDERE...CHE COSA? E COME ?
Enrico Peyretti
LA GLOBALIZZAZIONE DELLA VIOLENZA E LA VIOLENZA DELLA GLOBALIZZAZIONE
Giuliano Pontara
BANCA ETICA IN VISTA DELLA VOLATA FINALE ( E DELLO STRISCIONE
DI PARTENZA)
Gigi Eusebi
IL NEO-CONFUCIANESIMO
Claudio Cardelli
DOPO LA CRISI-LAMPO
Veri militaristi e falsi pacifisti
di Mao Valpiana
Quando Berlusconi, incaricato di formare il governo, annunciò
che il Ministero della Difesa sarebbe andato all’avvocato Previti,
nel movimento pacifista si diffuse lo sconforto più totale. Previti,
azionista di fabbriche d’armi, avrebbe senz’altro accelerato
l’attuazione del Nuovo Modello di Difesa, avviato la professionalizzazione
dell’esercito, realizzato nuovi investimenti bellici e abbandonato
la riforma dell’obiezione di coscienza.
Pacifisti, obiettori, nonviolenti, si prepararono ad affrontare anni bui
e dure battaglie. Poi il cosiddetto ribaltone fece cadere Berlusconi e
anche Previti, aprendo il periodo di transizione che ha poi portato il
Governo dell’Ulivo.
Tutti gli ambienti pacifisti, ancora euforici per lo scampato pericolo,
hanno sostenuto Prodi e il suo programma che -tra l’altro- prevedeva
l’immediata approvazione della riforma dell’obiezione di coscienza.
I pacifisti votano e Prodi vince le elezioni. Ma arriva subito la prima
doccia fredda con la nomina di Andreatta alla Difesa, il più militarista
degli ex democristiani. Sarà solo un incidente di percorso, si
disse, quello che conta è il programma! I mesi passano e l’approvazione
della nuova legge odc subisce rinvii dopo rinvii, viene rimbalzata dall’Aula
alla Commissione, travolta dagli emendamenti, ricacciata in coda all’ordine
del giorno. Nel frattempo, però, la commissione Difesa, presieduta
da Valdo Spini, ha trovato il tempo per proseguire l’iter del progetto
del Nuovo Modello di Difesa. La Legge Finanziaria ne attua già
i primi passi (riduzione dell’organico civile nelle FFAA e maggiori
investimenti in armi). La professionalizzazione dell’esercito è
dietro l’angolo, compresa l’introduzione del servizio militare
femminile. La riforma dell’obiezione di coscienza non è più
nell’agenda politica, rinviata nel calderone della complessiva riforma
della leva e dell’istituzione del servizio civile nazionale. A questo
punto, come si suol dire, sorge spontanea una domanda: che differenza
c’è tra la politica “militarista” di Previti e la
politica “pacifista” di Andreatta?
Se lo sono chiesto le molte associazioni del volontariato che si aspettavano
un’inversione di rotta nella politica di difesa del governo; speravano
che Prodi, finalmente, ponesse rimedio allo sgambetto fatto da Cossiga
alla Legge odc, ma la speranza è andata delusa. Gli interventi
che pubblichiamo nelle prossime pagine fanno emergere chiaramente che
le associazioni pacifiste e del volontariato non sono disposte a fare
sconti a nessuno. L’anticipo di fiducia dato all’Ulivo ha dei
limiti ben precisi. Molti deputati si sono impegnati per una politica
“di pace”. Con le cose serie non si può scherzare. Una
di queste è, certamente, la questione delle spese militari. Non
è possibile che i deputati sostenuti dai pacifisti votino una finanziaria
nella quale il Bilancio della Difesa è in aumento a fronte dei
tagli alle spese sociali. Non è possibile che i deputati sostenuti
dai pacifisti tacciano sull’allargamento della Nato ed est, con un
aggravio dei costi su tutti i paesi dell’Unione Europea e aumento
della produzione dell’industria bellica “made in Italy”.
Queste cose vanno dette a Prodi, così come le avremmo dette a Berlusconi.
E soprattutto le dobbiamo dire ai cittadini. La nostra fedeltà
non deve essere rivolta al governo, ma alle speranze di chi ha votato
per il cambiamento.
OBIETTORI PER LA PACE
Vogliamo andare in Bosnia
Da oltre un mese oltre 50 giovani Obiettori di Coscienza chiedono di
andare in ex-Yugoslavia, a Sarajevo, per aiutare la popolazione a ricostruire
la propria vita e aiutare il processo di pace.... Questi giovani si affiancano
ai quasi 200 OdC e migliaia di volontari italiani, che a partire dal 1992
si sono recati nei Balcani a portare aiuti umanitari ed una speranza di
pace.
Ma il Ministero della Difesa con la complicità della totale assenza
e noncuranza delle forza politiche di governo e di opposizione, sta di
fatto bloccando queste domande e dal mese di Maggio nessun Obiettore di
Coscienza è potuto partire per la ex-Yugoslavia.
Gli OdC della Associazione Papa Giovanni XXIII, i Caschi Bianchi italiani
con l’adesione di numerose associazioni ed Enti di servizio civile
(Associazione Obiettori Nonviolenti, ARCI, ARCI-Servizio Civile, Beati
i Costruttori di Pace, Campagna Obiezione alle Spese Militati, CESC, CNESC,
LOC nazionale, GAVCI) hanno manifestato davanti alla Camera dei Deputati
per una mobilitazione nazionale il 16 Settembre 1997 dalle ore 11.00 alle
ore 14.00.
Gli OdC chiedono di poter condividere la vita delle popolazioni vittime
della violenza e portare conforto la dove per anni la violenza ha regnato.
Gli OdC chiedono la piena applicazione della legge 428/1996 sulle missioni
in Bosnia e la rapida approvazione della Riforma della legge sull’OdC
approvata al Senato ed in discussione alla Camera.
Siamo al corrente che alcuni OdC sono disposti a rompere gli indugi e
a compiere un atto di disobbedienza civile, riteniamo ingiusto che per
ottenere il riconoscimento di una scelta di alto valore morale e civile,
questi giovani rischino delle sanzioni punitive.
L’Associazione Papa Giovanni XXIII e gli OdC hanno chiesto un incontro
urgente con il Ministro Beniamino Andreatta per chiarire la posizione
degli Obiettori e sbloccare la situazione in modo definitivo e coerente
con la volontà del legislatore; è stato inoltre chiesto
un incontro con il Presidente della Camera On. Luciano Violante al fine
di accelerare l’iter di approvazione della legge di riforma.
Per ulteriori informazioni: Giovanni Grandi, Samuele Filippini, Alberto
Capannini, Nicola Lapenta.
Tel. 0541 - 751498 - 753000
INTERROGAZIONE PARLAMENTARE
Al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro degli Affari Esteri,
al Ministro della Difesa, al Ministro degli Interni, al Ministro della
Giustizia.
Per sapere - premesso che:
- dalla firma degli accordi di Dayton la situazione della ex-Yugoslavia
è rimasta congelata: non si combatte più ma permane la separazione
forzata delle popolazioni dei Balcani, più di due milioni di persone
sono state costrette ad abbandonare la propria casa, la propria professione,
la propria terra natia a causa della guerra;
- tale contesto va affrontato con un intervento civile teso a ristabilire
la democrazia delle istituzioni locali, il rispetto dei diritti umani
e le opportunità lavorative e di rientro alle proprie case della
stragrande maggioranza dei profughi fuggiti;
- secondo quanto previsto dall’art. 9 (comma 5 e seguenti) del disegno
di legge “Nuove norme in materia di obiezione di coscienza”
il servizio civile può essere svolto al di fuori del territorio
nazionale in paesi in via di sviluppo e in missioni umanitarie e di pace
organizzate da Enti, ONG, Agenzie delle Nazioni Unite;
- secondo quanto indicato nel testo di legge 08/08/1996 n. 428 (conversione
D.L. 01/07/1996 n. 346) gli obiettori di coscienza in servizio sostitutivo
civile sono autorizzati dal Ministero della Difesa a partecipare a missioni
di pace nei territori della ex-Yugoslavia;
- secondo quanto indicato nel testo di legge 24/04/1997 n. 2387 (conversione
D.L. 24/04/1997 n. 108) gli obiettori di coscienza in servizio sostitutivo
civile sono autorizzati dal Ministero della Difesa a partecipare a missioni
di pace nei territori dell’Albania;
- dall’approvazione della legge 08/08/1996 n.428 nonostante la mancanza
di copertura finanziaria e assicurativa diversi enti a loro spese e responsabilità
hanno inviato circa 30 obiettori di coscienza in Bosnia (Mostar, Sarajevo)
e Croazia (Knin, Vukovar, Osijek) ricevendo autorizzazione da Levadife
8° divisione nella persona del Direttore Generale Dott. Giuseppe Distefano;
- dal mese di dicembre 1996 al mese di febbraio 1997 il Levadife non
rispondeva per iscritto alle richieste di espatrio degli obiettori non
permettendo di conseguenza il loro impiego in missione all’estero;
- telefonicamente Levadife informava l’Associazione Papa Giovanni
XXIII della mancata individuazione di “zone di massima sicurezza”
e quindi dell’impossibilità oggettiva di concedere la necessaria
autorizzazione.
- in data 25 Febbraio 1997, in seguito alla richiesta di chiarimento
inoltrata dall’Associazione Papa Giovanni XXIII, lo Stato Maggiore
della Difesa nella persona del Gen. B. A. Gian Piero Ristori comunicava
l’impossibilità di individuare con certezza aree rispondenti
ai requisiti di massima sicurezza nel settore di responsabilità
Italiana, evidenziando una incoerenza con la legge 08/08/1996;
- la responsabilità dell’impiego dell’obiettore all’estero
ricade, in maniera assai discutibile, sull’ente in cui detto obiettore
presta servizio civile e che non sono previsti oneri aggiuntivi a carico
dello Stato;
- i gruppi di volontariato, le ONG e le Agenzie delle Nazioni Unite sono
presenti sul territorio dal 1992 e hanno pertanto una approfondita conoscenza
della situazione tale da permettere loro di stabilire dove sia più
corretto l’impiego di obiettori di coscienza;
- centinaia di obiettori nel corso di questi mesi si sono resi disponibili
a partire da subito;
1. se il Governo non ritenga che il compito della designazione delle
aree di massima sicurezza non sia di competenza delle Nazioni Unite e
delle ONG che prestano da anni servizio sul territorio;
2. se il Governo intenda in concerto con gli enti interessati modificare
immediatamente il testo di legge che così come è formulato
da una parte riconosce il ruolo di pace degli obiettori di coscienza ma
dall’altra pone impedimenti oggettivi all’attuazione del medesimo;
3. se il Governo intenda stabilire al più presto quali siano le
aree di massima sicurezza in cui gli obiettori di coscienza possano intervenire
e quali siano i criteri di individuazione delle medesime;
4. se il Governo intenda chiarire se gli obiettori possono intervenire
nei territori della ex-Yugoslavia (Croazia, Serbia, Bosnia, Montenegro,
Macedonia) dove centinaia di enti hanno progetti in corso oppure solo
nell’ambito del territorio sottoposto alla responsabilità
del comando militare italiano ovvero in un quartiere di Sarajevo e nel
presidio di alcune strade;
5. se il Governo intenda interpretare la dichiarazione dello Stato Maggiore
dell’Esercito in cui si afferma che non e possibile individuare nel
settore della brigata italiana aree di massima sicurezza contraddicendo
di fatto l’articolo 2 bis della legge n. 428 dell’8 agosto 1996.
ALCUNE DOMANDE AL GOVERNO
Chi ha paura della Legge sull’obiezione?
di Padre Angelo Cavagna
Dopo tante promesse politiche e dopo tanti appelli e digiuni, si sperava
in una legge-obiettori approvala entro luglio. Perché un ennesimo
rinvio? Molti ne chiedono ragione alla maggioranza.
“Siamo convinti come voi che sono troppi anni che il nostro paese
attende questo provvedimento e intendiamo su questo tema realizzare in
tempi rapidi ciò che era contenuto nel programma elettorale dell’Ulivo”.
È un passaggio della lettera degli on.li F. Mussi, E. Ruffino (capigruppo
rispettivamente del PDS alla camera in Commissione difesa) e F. Chiavacci,
relatrice della nuova legge obiettori; lettera che è stata inviata
a enti e obiettori il 31 luglio, nel momento in cui la camera chiudeva
i battenti per le ferie estive. “Purtroppo – dicono ancora i
firmatari della lettera, quasi a scusa per l’ennesimo rinvio –
Alleanza Nazionale (AN) e CDU hanno presentato oltre 2.000 emendamenti,
con evidenti intenzioni ostruzionistiche”. Il rinvio della nuova
legge obiettori al dopo-ferie non ha certo sorpreso gli enti interessati,
che però, questa volta, non se la prendono tanto con AN, quanto
proprio con il centro-sinistra che, evidentemente, manca di convinzione
e di decisione.
La voce delle associazioni
Avvenire del 13 agosto ha dedicato l’intera pagina quattro a raccogliere
gli umori delle associazioni di volontariato e di obiettori; altre hanno
espresso autonomamente il proprio punto di vista. Basta registrare alcune
di queste prese di posizione. Don E. Damoli, direttore della Caritas italiana,
così reagisce: “Non provo tanta delusione quanto sfiducia.
Dopo tante promesse, il parlamento ha accantonato uno dei problemi prioritari
del mondo giovanile... Se 50.000 giovani fanno obiezione, non è
solo per evitare, il militare, ma perché in vent’anni il servizio
civile ha fatto la sua storia nel mondo sociale”. Egli poi afferma
che “il disegno di legge del governo sul “servizio civile nazionale
obbligatorio”, che è cosa diversa e non coinvolge nel suo
iter l’obiezione, prende comunque esempio dall’obiezione e ricalca,
facendola sua, una proposta di Caritas e Fondazione Zancan”. Don
Damoli parla ancora di “motivazioni disattese e offese” e ricorda
che “questa legge attende di essere varata da cinque legislature”
e che “nell’obiezione di coscienza ci sono valori di gratuità,
servizio alla comunità, amore per la patria, attenzione alla persona.
Ma invece di cogliere queste positività, valorizzarle e riproporle,
le si ignora. Inutile allora lamentarsi di crisi del paese e di scarso
senso civico tra i giovani, quando non si coglie quanto tra loro c’è
di buono”. M. Paolicelli, portavoce dell’Associazione obiettori
nonviolenti (AON), avverte che “se la maggioranza dell’Ulivo
non troverà, entro la metà di ottobre, il tempo per approvare
la riforma dell’obiezione, gli obiettori probabilmente non troveranno
il tempo per andare a votare alle prossime elezioni amministrative...
Siamo stanchi delle promesse; adesso vogliamo i fatti. E, se non ci saranno
metteremo in piedi una vera e propria campagna di obiezione elettorale”.
F. Lotti, portavoce della “Tavola della pace”, organismo che
coordina associazioni ed enti promotori della tradizionale marcia per
la pace Perugia-Assisi (che quest’anno cade il 12 ottobre), dice:
“Rimproveriamo all’Ulivo di non avere ancora portato a casa
due leggi qualificanti: la legge sull’obiezione e quella sulla cooperazione”,
sintomo di “scarsa attenzione e sensibilità nell’impiego
delle risorse umane... Un governo che non riconosce e premia i cittadini
che si adoperano per la pace non è un buon governo”. Anche
per D. Cipriani e L. Palazzini, rispettivamente presidente e vicepresidente
della Consulta nazionale enti di servizio civile (Cnesc), sono inconcepibili
e gravi i ritardi della riforma. È inconcepibile – scrivono
– che una maggioranza parlamentare che, ad esempio, è riuscita
ad approvare in pochi mesi una legge importante quale quella dei vertici
militari non riesca a licenziare un testo già “maturato”
nelle ultime quattro legislature, trincerandosi dietro il pesante ostruzionismo
che AN da sempre attua sull’obiezione di coscienza”.
Quale politica di pace?
II Comitato Golfo e la Lega obiettori di coscienza (LOC) hanno avviato
una riflessione, che va al di là del problema “legge”
e che prende in considerazione la politica estera e la politica della
difesa nel loro complesso. Il tono è fortemente critico, a cominciare
dal titolo: “Non c’è pace... sotto l’Ulivo!”.
E poi così inizia: “La formazione del governo dell’Ulivo
ha fatto pensare a molti che fosse diventato possibile dare al nostro
paese una diversa politica estera e della Difesa, una politica di pace...
Il governo Prodi si presentava come un governo “nuovo” di Centro-sinistra,
sensibile ai valori dell’associazionismo. Era giusto prenderlo in
parola e dargli modo di dimostrarsi tale, nei fatti. Ma la politica estera
e della difesa non è cambiata (Nato, Sigonella e Aviano, embargo
all’Iraq, armi alla Turchia che ammazza e tortura i curdi, Albania
ecc.)”. Alla fine c’è la stroncatura: “Non è
possibile opporsi al Nuovo modello di difesa (NMD) e sostenere il governo
che lo sta realizzando!”. In effetti, ciò che blocca la nuova
legge obiettori non è un pregiudizio contro la libertà di
coscienza, ma il perdurare della cultura militare e l’assenza quasi
totale di una vera cultura di pace e nonviolenza. Non mancano singole
voci, come quelle del sen. Bertoni del PDS e della senatrice Occhipinti
di Forza Italia nella passata legislatura, che fecero due splendidi discorsi
di cultura nonviolenta a sostegno della nuova legge obiettori. Ma la stragrande
maggioranza dei parlamentari, sia di destra che di sinistra, a cominciare
da Violante e V. Spini, rispettivamente presidenti dell’Assemblea
e della Commissione difesa della camera, sembrano addirittura affascinati
dalla prospettiva del NMD, che già p. E. Balducci vedeva incarnato
nella nuova Nato trasformata in “artiglio dell’Europa contro
il Sud del mondo”. È penoso, in particolare, vedere una certa
sinistra storica italiana, cioè il PDS (mentre in Rifondazione
Comunista è presente per lo meno una corrente genuinamente nonviolenta,
con Russo Spena e altri), che in precedenza era contro la Nato perché
avversa alla Russia, esserle oggi favorevole e rivoltarsi contro il terzo
mondo, con buona pace di chi si ostina a vedere solo o prevalentemente
“missioni di pace” e “soccorsi umanitari”. Con tali
premesse, la maggioranza dei parlamentari, anche dell’Ulivo, da un
lato sono favorevoli alla nuova legge obiettori per rispetto del diritto
soggettivo alla libertà di pensiero e di coscienza; dall’altro
lato temono una crescita numerica e soprattutto qualitativa di veri obiettori,
come una mina che potenzialmente potrebbe far saltare il “sistema
militare”. Di qui le perplessità, le lentezze, la resistenza
silenziosa, l’accondiscendenza alle pressioni militari contro la
nuova legge obiettori, i continui rinvii.
Solo qualche spiraglio positivo
Nel governo dell’Ulivo qualcuno è per lo meno perplesso di
fronte alla prospettiva di un esercito di soli volontari, come è
previsto nel progetto del NMD. Fra costoro c’è, ad esempio,
il ministro della difesa B. Andreatta. In un discorso pronunciato a Torino
il 4 luglio scorso al convegno “Servizio civile europeo e solidarietà
sovrannazionale”, indetto dal Movimento federalista europeo, egli
tra l’altro ha dichiarato testualmente la sua “preferenza a
favore di un sistema misto, in modo che una quota importante di giovani
di leva si integri con una di carattere più professionale. E credo
che i recenti fatti di cronaca legati alla missione internazionale Restore
Hope in Somalia – ha affermato – abbiamo fatto comprendere anche
ai più strenui sostenitori di una leva di soli professionisti quali
fossero le mie preoccupazioni e i possibili rischi”. Andreatta ha
detto anche che la presentazione del suo progetto di “Servizio civile
nazionale” non intende “interferire con l’iter di una proposta
di legge in discussione in parlamento “da varie legislature””.
Anzi, Andreatta ha riconosciuto che “la normativa sull’obiezione
di coscienza ha avuto un iter parlamentare particolarmente problematico
e complesso, ed è giusto che giunga finalmente a conclusione positiva”.
Le stesse posizioni aveva sostenuto il sottosegretario alla difesa G.
Rivera alla camera il 14 luglio scorso. Queste parole di Andreatta non
segnano una svolta rispetto alla politica del NMD, ma significano almeno
una frenata.
E che qualche segnale di un timido atteggiamento a favore di una politica
improntata alla causa della pace e della nonviolenza questo governo intenda
comunque darlo lo dimostrano alcune proposte avanzate in questi mesi nell’ambito
della politica estera. La sottosegretaria del Ministero degli esteri P.
Toia, del Partito Popolare, ha condotto una battaglia politica convinta
e vincente all’ONU contro la pena di morte. La Farnesina ha pure
contrapposto all’entrata di Germania e Giappone fra i membri permanenti
del Consiglio di sicurezza un avvicendamento di paesi diversi, anche del
terzo mondo. Potrebbe essere un inizio di democratizzazione dell’ONU.
Positiva è anche l’insistenza dell’Italia perché
si realizzi una vera Unione Europea politica, non solo economica e militare.
Anche questo potrebbe essere un passo per puntare poi a un’unione
politica dell’ONU, con vera autorità per garantire la giustizia,
la pace e la salvaguardia del creato. Non è ancora la svolta di
una vera politica di pace, ma può essere un avvio.
LETTERA APERTA AL PRESIDENTE PRODI
Quale modello di difesa persegue l’Italia?
L’ennesimo rinvio della NUOVA LEGGE-OBIETTORI (N.L.-O.) al dopo-ferie
estive ha fatto esplodere la reazione degli obiettori e di tutto l’associazionismo
sociale (cf Domenico Rosati e Luca Liverani in “Avvenire” del
13 agosto, pp. 1-8 e 4).
Non ce se la prende tanto con Alleanza Nazionale (AN), che fa la sua politica
di sempre, ma proprio con il suo governo, con l’Ulivo. Si nota che
mentre la N.L.-O. subisce le pene di un purgatorio infinito, nonostante
appelli, digiuni, sottoscrizioni e manifestazioni, procede invece la riforma
dell’esercito orientata all’attuazione del NUOVO MODELLO Dl
DIFESA (NMD), o esercito di volontari professionisti. Consenta qui una
nota anche al suo diniego di porre la fiducia sulla N.L.-O., come tutto
l’associazionismo, nell’APPELLO UNITARIO, chiedevamo, in caso
di persistente ostruzionismo da parte di AN (oltre 2.000 emendamenti).
Non si tratta, infatti, di impedire, come Ella teme, “a un ramo del
Parlamento un dibattito che potrebbe essere fruttuoso di risultati e insegnamenti
di alto valore morale” (lettera a padre Cavagna del 12/7/97); questo
lo si è già fatto nella discussione generale. Si tratta
invece di tagliare un ostruzionismo che è solo un menare il can
per l’aia per bloccare la legge.
Luciano Violante, presidente della Camera, ha parlato di opportunità
di un cammino comune della N.L.-O. e del disegno di legge giacente in
Senato sul SERVIZIO CIVILE NAZIONALE, a sua volta legato alla riforma
generale della Leva, nel senso del NMD. Tant’è che Valdo Spini,
presidente della Commissione difesa della Camera, auspica che giungere
al più presto ad attuare l’opzione pura e semplice tra servizio
civile e servizio militare, nell’intento esplicito di far sparire,
cosi, il problema della obiezione di coscienza.
Almeno il ministro Andreatta e per una forma mista di militari di Leva
e di militari professionisti, e per l’autonomia della N.L.-O. rispetto
alla legge sul servizio civile nazionale. Ma ciò che più
qui interessa e capire: quale politica complessiva e, in specie, quale
politica estera e quale politica della Difesa intende portare avanti la
maggioranza dell’Ulivo, e quindi il governo, nel suo insieme?
Andiamo per punti.
1 - Il nuovo modello di difesa
Dopo il 1989, crollato il sistema sovietico dittatoriale o del socialismo
reale, e sciolto il Patto di Varsavia, il Patto NATO rimaneva senza antagonista
e si poteva prevedere un corrispondente scioglimento.
Invece no. La NATO non si sciolse. Da allora si cominciò a parlare
di NMD. Ora, per quanto ci e dato sapere, si tratta di un disegno scellerato
di supporto al capitalismo liberistico, cioè alle politiche delle
multinazionali economiche e finanziarie che, per sostenere la spietata
gara competitiva fra loro, si rifanno strutturalmente sulle aree economicamente
e politicamente deboli, in particolare sui paesi poveri del terzo mondo.
Ed è qui che salta agli occhi la contraddizione nel governo dell’Ulivo,
espressione delle forze culturali-sociali del centro-sinistra, che però
sembra attratto e trascinato nell’orbita del più bieco sistema
socio-politico di destra, almeno nel campo internazionale, salvo qualche
sorpresa positiva, come la proposta abolizione della pena di morte all’ONU,
una certa democratizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e
l’accento posto sulla necessità di realizzare l’unione
politica dell’Europa e non solo economico-militare.
Il Papa Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Sollicitudo rei socialis”
ha parlato di “peccato strutturale”, riferito sia al collettivismo
marxista e sia al capitalismo liberista (n. 36ss.). Concetto ribadito
nella “Centesimus annus” (CA), l’enciclica del 1991, dopo
il crollo del socialismo reale: paesi occidentali corrono il pericolo
- ha detto il papa - di vedere in questo cedimento la vittoria unilaterale
del proprio sistema economico e non si preoccupano, perciò, di
apportare a esso le dovute correzioni. I paesi del terzo mondo - dice
ancora la CA – si trovano più che mai nella drammatica situazione
del sottosviluppo, che ogni giorno si aggrava (n. 56).
Allora, il governo dell’Ulivo intende avviare una politica estera
e di difesa nuova, una vera politica di pace, nel segno della nonviolenza
e del NUOVO DIRITTO INTERNAZIONALE!
2 - Ingenui o realisti?
Basta parlare di nonviolenza che subito ti accusano di pacifista ingenuo,
se non ipocrita, come Sergio Romano in “Panorama” del 26.6.’97
p. 19.
Al contrario, i grandi pacifisti (Gandhi, M.L. King, Benigno Aquino, Perez
Esquivel, Rodolfo Seguel, Bico, Nelson Mandela, Desmond Tutu, Jean Goss
e altri) sono stati grandi lottatori, che hanno fatto vera politica e
combattuto con la forza della giustizia e della verità, senza armi
e senza uccidere nemmeno una persona, con poche vittime anche tra le proprie
file, se paragonate alle orrende stragi delle cosiddette guerriglie o
guerre civili o di liberazione. Questi pacifisti sono stati i veri realisti:
hanno scritto pagine di storia nuova, altro che utopia!
Ingenui sono i militaristi che, con la scusa di difendere, tengono in
piedi un sistema bellico, che dissangua le finanze dei governi e riempie
il mondo di armi e di morti, senza vederne mai la fine. Si sa che la maggior
parte delle guerre sono dettate più da interessi economici che
da nobili ideali di difesa o di portare la civiltà, questi si ipocriti.
Sono questi militaristi ingenui, o, più spesso, finti ingenui e
quindi cinici, che moltiplicano le “missioni militari di pace, peace-keeping,
peace-enforcing, peace-building”, lasciando poi le popolazioni più
o meno al punto di partenza o peggio, una volta raggiunti gli scopi economico-politici.
I militaristi ingenui o finti ingenui continuano a presentare il NMD come
un buon gigante: esercito leggero, scattante, invincibile, pronto a recare
soccorsi umanitari o a pacificare la dove scoppiano violenze etnico-religiose,
in qualsiasi parte del mondo.
In realtà, il NMD è un PATTO SCELLERATO, come lo fu la Conferenza
di Berlino del 1884-85, dove i rappresentanti delle potenze europee si
spartirono l’Africa a tavolino e poi gli eserciti coloniali fecero
il servizio, con guasti immani tuttora perduranti. Non a caso e dal 1990
che si parla di NMD, non solo in Italia, ma in Francia, in Inghilterra,
in Germania, negli USA. E tutti parlano di “difesa degli interessi
vitali della nazione”. A scanso di equivoci, il documento “Lineamenti
di sviluppo delle Forze Armate negli anni 90”, presentato dal Ministero
della Difesa in Parlamento nell’ottobre del 1991, specifica doversi
intendere per interessi vitali “le materie prime necessarie alle
economie dei paesi industrializzati” presenti nel Sud del mondo,
al punto che l’Europa, in particolare l’Italia, avrebbe ”il
ruolo di ponte politico ed economico tra l’occidente industrializzato
e il terzo mondo” (pp. 16-17). Questa è la realtà.
Il resto (missioni di pace, protezione civile ecc.) sono fiori all’occhiello.
Ingenui o cinici, è ora che i parlamentari della maggioranza e
del governo dell’Ulivo si tolgano le fette di salame dagli occhi
e la smettano di accelerare l’attuazione del NMD, che non si può
fare a meno di chiamare PATTO SCELLERATO. P. E. Balducci lo chiamava già
“artiglio dell’Europa contro il Sud del mondo”.
Alcuni pacifisti sono realisti al punto che, pur ritenendo vera alternativa
alla guerra e al sistema di guerra la DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA (DPN),
riconoscono utile e necessaria, in certi frangenti e situazioni storiche,
la polizia nazionale e anche un “corpo di polizia internazionale”.
La distinzione essenziale e fra “uso omicida” (esercito) o “non
omicida” (polizia) della forza. Si esige poi che il “corpo di
polizia internazionale”, per essere tale, venga posto alle dipendenze
dirette di una ONU democratizzata e rafforzata, secondo il nuovo diritto
internazionale, dando sempre la precedenza, nel limite del possibile,
a “corpi civili di pace” o “caschi bianchi”.
In tal senso è in atto anche una svolta ecclesiale di nonviolenza,
che, iniziata con la “Pacem in terris” di papa Giovanni XXIII,
è culminata nel nuovo “Catechismo degli adulti” (maggio
1995) dei vescovi italiani, al cap. XXVI (pp. 493-495).
Tutto ciò esige improrogabilmente una svolta politica.
A conferma della serietà e del realismo delle considerazioni svolte,
segnaliamo due testi autorevoli: ”NOBEL PER LA PACE: DECENNIO PER
LA NONVIOLENZA” (Avvenire 2.7.1997 p. 24) e una “nota”
del prof. Antonio Papisca sul tema della “polizia internazionale”
(Padova 24.6.1997).
Chi meglio di Lei, prof. R. Prodi, potrebbe impostare organicamente questa
svolta di politica estera e insieme di politica della Difesa, per una
reale e realistica politica di solidarietà e di pace?
Non pretendiamo un rovesciamento magico della realtà internazionale
dall’oggi al domani, ma un segnale di avvio chiaro e concreto di
quel “processo di correzione” sopra evidenziato a cominciare
dall’approvazione della Nuova Legge Obiettori in tempi davvero rapidi,
come tante volte promesso. In questo senso, vorremo anche cogliere l’occasione
per chiedere un’audizione presso le commissioni parlamentari competenti.
I partecipanti alla III Manifestazione nazionale delle Associazioni e
del Volontariato (Termoli 4-7 settembre 1997)
DIBATTITO PACIFISTA
Non c’è pace... sotto l’Ulivo!!
La formazione del governo dell’Ulivo ha fatto pensare a molti che
fosse diventato possibile dare al nostro paese una diversa politica estera
e della difesa, una politica di pace. Questo atteggiamento è comprensibile.
Il governo Prodi si presentava come un governo nuovo di centro sinistra,
sensibile ai valori dell’associazionismo. Era giusto prenderlo in
parola e dargli modo di dimostrarsi tale, nei fatti.
Ma la politica estera e della difesa non è cambiata.
In politica estera il governo Prodi si è posto in totale continuità
con i governi atlantici del passato da Andreotti a Berlusconi. È
stata confermata e anzi esaltata l’adesione alla NATO, alla sua riconversione
in “artiglio dell’Europa contro il sud del mondo”, come
ebbe a definirlo padre Balducci nel 1992, e al suo allargamento ad Est,
sotto l’egemonia degli stati Uniti. Si stano potenziando le basi
nucleari di Sigonella e Aviano Unica preoccupazione è di accrescere
il peso dell’Italia nell’alleanza. In armonia con questa collocazione
internazionale il governo Prodi ha votato all’ONU, insieme agli Stati
Uniti e agli altri paesi nucleari - come aveva già fatto il governo
Berlusconi - contro la risoluzione dell’Aja che dichiara illegittime
le armi nucleari.
Nel conflitto di interessi fra i paesi capitalisti europei egli Stati
Uniti, il governo Prodi si è allineato alle scelte Europee più
strettamente dettate dagli interessi economici, come il commercio con
l’Iran e la Libia, cercando di dispiacere contemporaneamente il meno
possibile agli USA.
Nel caso dell’embargo all’Iraq, il governo non ha preso nessuna
iniziativa visibile anche in materie di sua competenza (ad esempio lo
sblocco dei beni iracheni), nonostante una mozione del senato avversa
a questo genocidio, cui l’Italia continua a partecipare.
Nel caso Baraldini, Prodi è stato ancora più formale e remissivo
dei suoi predecessori verso gli Stati Uniti e il loro comportamento insultante
nei confronti del nostro paese.
Il Governo dell’Ulivo a poi continuato a sostenere e armare la Turchia
contro i Kurdi, ha rinsaldato i legami con il regime israeliano di Netanyau
(senza avere nemmeno il coraggio di fare propria la sia pur lieve critica
espressa recentemente dal Presidente Scalfaro), ha avallato per bocca
di Dini e Fassino le elezioni truffa di Berisha nel 1996 e ha continuato
a sostenerlo fino a quando gli USA stessi non hanno preso prudentemente
le distanze da lui.
Questo atteggiamento ha reso ancora più ambigua la “missione
di pace” il Albania.
In compenso il suo significato di fondo è sempre stato chiaro:
tutelare gli interessi degli imprenditori e del capitale italiano in quel
paese. Dare inoltre un’immagine dell’Italia che le permetta
di pesare di più nel quadro di altre missioni e ingerenze neocoloniali.
Coerentemente con questa logica, la politica della difesa del governo
Prodi è stata tutta incentrata sulla realizzazione del Nuovo Modello
di Difesa, ossia sulla creazione di un esercito professionale, per disporre
di uno strumento in grado di intervenire in varie parti del mondo a tutela
degli interessi nazionali. In poco più di un anno di governo sono
state realizzate alcune importanti leggi (come quella sul riordino dei
vertici militari) ed è stata aumentata in maniera consistente la
quota di bilancio della difesa destinata agli investimenti per nuovi sistemi
d’arma o per il loro rinnovo. Numerosi incentivi sono stati inoltre
realizzati per favorire l’aumento dei volontari di ferma breve, figura
essenziale del futuro esercito professionale.
Il Governo Prodi ha infine varato un disegno di legge che fa del servizio
civile un modo per reclutare manodopera sotto costo, mentre continua nella
politica cossighiana del rinvio per quanto riguarda la legge sull’obiezione
di coscienza.
Completa questo quadro l’allineamento alla politica europea delle
frontiere chiuse, con un progetto di legge sull’immigrazione, ricalcato,
per quanto riguarda i clandestini, sul famigerato decreto Dini.
Lo si è visto con il blocco navale verso i profughi albanesi, che
ha provocato la strage di Otranto. Lo si è visto con l’indecente
decisione presa da Napolitano dopo le elezioni albanesi, di rimandare
subito in patria (con 300.000 lire!) i profughi.
Né si ha sentore che questo governo sappia assumersi le proprie
responsabilità per la strage del canale di Otranto mentre si sono
assolte di fatto le responsabilità dei vertici militari e della
Folgore in merito alle torture in Somalia, limitandosi alla condanna di
rito “poche mele marce” crimini vergognosi su cui ben diverso
sarebbe dovuto essere il riconoscimento di responsabilità politica
governativa!
Questa è stata finora, la politica del governo Prodi.
Di fronte a tutto ciò abbiamo dovuto registrare un ulteriore riduzione
della già debole capacità di mobilitazione delle associazioni
pacifiste - troppo spesso motivata con l’impossibilità di
scontrarsi con un Governo amico per non favorire la destra - e dobbiamo
segnalare con grande preoccupazione l’emergere di inquietanti sintomi
di confusione e ambiguità nell’agire di molte realtà
associative che portano all’intrecciarsi di relazioni pericolose
dai dubbi risultati (come ad esempio i recenti incontri occorsi di formazione
del volontariato, organizzati da militari e ONG per gestire insieme le
missioni di pace).
Noi crediamo sia necessaria una ripresa di analisi e iniziativa, che contrasti
fortemente queste politiche:
• alle associazioni che condividono questa esigenza proponiamo di
prendere contatto con noi per concordare un incontro nazionale nel quale
definire insieme alcuni obiettivi su cui sviluppare, fin dal prossimo
autunno una battaglia politica comune,
• ai giornali più aperti, sensibili e critici della sinistra
chiediamo di dare più spazio a questi temi e sollecitare maggiormente
i loro lettori pubblicizzando analisi e iniziative anche se scomode,
• ai parlamentari della maggioranza che condividono le istanze pacifiste,
chiediamo di impegnarsi coerentemente per portare in parlamento l’opposizione
a queste politiche, facendola pesare maggiormente nelle scelte di governo.
Non è possibile opporsi al Nuovo Modello di Difesa e sostenere
il governo che lo sta realizzando!
Comitato Golfo - Lega Obiettori di Coscienza
NUOVO MODELLO DI DIFESA
Difendere... che cosa? e come?
di Enrico Peyretti
Avremo anche in Italia le donne soldato? Sarà ridotta o persino
abolita la leva? Avremo un esercito di professionisti? Queste riforme,
ventilate come novità positive, nascondono il fatto che la difesa
di un paese civile ed umano deve rispondere ad alcuni requisiti inderogabili.
Che cosa difendere? Non ci sono più patrie separate, la sorte umana
è ormai unica. E poi, non ogni difesa è lecita: lo è
solo la difesa dei diritti umani, comuni a tutti, non quella del dominio
di una parte, di interessi stabiliti sul privilegio e l’esclusione.
La difesa dell’ingiustizia è difesa continuata.
Come difendere un popolo, la sua terra, le sue istituzioni? Non è
sempre lecita la difesa militare, che uccide esseri umani e espone il
cittadino ad ammazzare e ad essere ammazzato. Solo altre vite, non un
interesse, non un potere, valgono una vita umana. Il monopolio della difesa
dato alle forze armate indebolisce la società, resa dipendente
dall’esercito, istituzione separata che si fonda sul segreto e sulla
gerarchia autoritaria, che può mancare lo scopo a carissimo prezzo
(in ogni guerra c’è un esercito sconfitto), che ha un potere
mortale usabile a fini eversivi (la storia di troppi paesi lo dimostra
in sovrabbondanza). Un esercito non può assicurare la pace perché
la vittoria (sempre aleatoria) non da mai la pace, ma è solo l’anello
di una faida, ed è gravida di altra guerra senza dire dei rischi
odierni delle armi totali.
Per questi motivi, non solo il pensiero pacifico, ma la Costituzione (alt.
52) affidano la “difesa della Patria” anzitutto ad ogni cittadino,
come capacità propria del popolo. La Corte Costituzionale (sent.
n. 164/1985) afferma che il dovere di difesa può adempiersi in
modo armato o non armato, perché esso “trascende e supera”
la difesa militare. È un riconoscimento della Difesa Popolare Nonviolenta,
che non è solo un bel ideale ma una reale capacità dei popoli,
attuata con efficacia, nonostante l’impreparazione, persino di fronte
al nazismo, anche se finora troppo poco indagata dagli storici condizionati
dall’atavica visione militarista dei conflitti. A maggior ragione,
sono oggi Difesa Popolare Nonviolenta, p. es., sia i Comitati per la Costituzione
minacciata da stravolgimenti autoritari o egoistici, sia il volontariato
nella tutela sociale dei deboli o contro le calamità naturali.
Ora però, senza che né il popolo né il Parlamento
ne prendano adeguata coscienza, si sta attuando in Italia una riforma
dell’esercito che tradisce il concetto costituzionalmente legittimo
della difesa. L’attuale governo tenta di elevare progressivamente
a legge il c.d. “Nuovo modello di difesa” (Nmd). Si tratta di
un progetto del Ministero della difesa, distribuito ai parlamentari nell’ottobre
1991, di 251 pagine, oggi sostanzialmente non modificato, in perfetta
continuità dal governo di allora a quello di oggi. Tutta la “filosofia”
di quel progetto è apertamente dichiarata nelle prime 70 pagine.
Vi si dice che, caduto il muro Est-Ovest, il nuovo confronto è
nell’area mediterranea “tra una realtà culturale ancorata
alla matrice islamica e di modelli di sviluppo del mondo occidentale”
(p.15-16). Là è il nuovo nemico, il nuovo conflitto economico
religioso!
Il pericolo attuale, secondo il Nmd, sta nelle tendenze “al sovvertimento
delle attuali situazioni di predominio regionale, anche per il controllo
delle riserve energetiche esistenti nell’area” (p.21). Quindi
si vuol difendere un predominio! tutto un paragrafo (pp.27-33) equipara
i concetti di “interessi nazionali” e di “sicurezza”,
che sono ben differenti: il primo indica un’attività speculativa
ed espansiva, il secondo una realtà vitale minima. Solo questo
è un diritto, solo esso può, nella concezione tradizionale
e costituzionale, giustificare una difesa militare.
Invece, il Nmd afferma senza pudore che finalità della difesa è,
dopo la salvaguardia dell’indipendenza e dei confini, la “tutela
degli interessi nazionali, nell’accezione più vasta di tale
termine, ovunque sia necessario” (p.30). Non per nulla la Guerra
del Golfo (confessata così come guerra di interessi e non di principi!)
è presa come l’“esempio emblematico” del nuovo concetto
di difesa (p.44). Potrei portare molte altre citazioni a ribadire l’idea
che regge tutto il progetto: non la difesa di diritti umani, ma di uno
stato di fatto, che abbiamo “interesse” a mantenere. Si parla
di sicurezza internazionale, in realtà si difende con la ferocia
delle armi la violenza strutturale del Nord sul Sud. L’esercito italiano
diventa un corpo di spedizione neo-coloniale.
Il recente disegno di legge Previti (n. 1307, 23/9/1994), prevede il servizio
militare professionale, fino a 78.500 unità, e quello volontario
femminile (su questo parlino per prime le donne).
L’art. 1 comincia così: “Per il conseguimento degli obiettivi
fissati dal nuovo modello di difesa...”, come se il Nmd fosse una
direttiva legislativa valida, da mettere in pratica, mentre è solo
la grave intenzione politica comune agli ultimi governi, mai discussa
negli angusti dibattiti politici ed elettorali italiani se non da parte
della cultura di pace.
Perché dobbiamo rifiutare l’esercito professionale (pur con
i problemi che restano da discutere)? Non solo per i maggiori costi innegabili
(che ministro e alti gradi ora negano, ora ammettono), ma soprattutto
perché, in questa ipotesi, la guerra non è più un’eventuale
tragica necessità (che può presentarsi se non si predispongono
mezzi non violenti di soluzione dei conflitti), ma una funzione normale;
non è più ripudiata, ma legittimata. Quello delle armi diventa
un lavoro, una professione riconosciuta, come quella del boia: l’arte
e la tecnica dell’uccidere per incarico, da mercenari. È ancora
in grado il nostro popolo di vedere e rifiutare questa vergogna?
IL PARADIGMA NEOLIBERISTA
La globalizzazione della violenza e la violenza della globalizzazione
di Giuliano Pontara
Il nostro secolo è cominciato con un processo di rapida globalizzazione
della violenza che è sfociato in due guerre mondiali e l’invenzione
e costruzione in massa di armi termonucleari con le quali è possibile
obliterare l’intero genere umano; si sta chiudendo con un processo
di rapida globalizzazione violenta.
La globalizzazione comporta l’integrazione in un unico mercato mondiale
dei flussi internazionali del commercio, del capitale, della finanza e
dell’informazione. Questo processo di globalizzazione avviene in
nome del nuovo paradigma neoliberista - l’ideologia che dalla caduta
dei sistemi comunisti e uscita enormemente rafforzata. Di ideologia infatti
si tratta, perché non e mica da credere che il mercato mondiale
sia libero; al contrario, esso e controllato da circa 750 omnicomprensive
corporazioni multinazionali e da potentissime forze finanziarie; e risente
pesantemente delle politiche interventiste del Fondo Monetario Internazionale
e della Banca Mondiale. Queste due istituzioni sono il braccio lungo dei
potenti interessi economici che “regolano il processo di accumulazione
del capitale a livello globale”. Da esse emanano gli imperativi delle
privatizzazioni, della deregolamentazione dei mercati globali, dei movimenti
di capitale, e degli aggiustamenti strutturali – imperativi oggi
accettati dalla stragrande maggioranza dei governi, quale che sia la loro
composizione politica.
In conseguenza di questi imperativi, ed in particolar modo dei processi
di deregolamentazione, i flussi finanziari hanno raggiunto proporzioni
incredibili: ogni ventiquattro ore, oltre mille miliardi di dollari si
spostano in cerca di profitti massimi su un mercato finanziario globale
che non conosce frontiere. Le forze che agiscono su questo mercato finanziario
globale sono potentissime: esse sono in grado di condizionare pesantemente
le politiche finanziarie degli stati, anche dei più forti, limitando
il loro potere di determinazione dei tassi di interesse e dei tassi di
cambio. Per farsi un’idea del potere di queste forze si pensi che
nel 1994 il totale delle vendite di ciascuna delle tre maggiori multinazionali
del mondo - nell’ordine, la General Motors, la Ford e la Toyota -
superava il PIL di molti paesi, inclusi Danimarca, Africa del Sud, Norvegia,
Polonia, Portogallo, Venezuela, Pakistan, Egitto e molti altri. Il totale
delle vendite delle cinque maggiori multinazionali - General Motors, Ford,
Toyota, Exxon e Royal Dutch/ Shell - fu, nel 1994, 871 miliardi di dollari:
vale a dire più del triplo del PIL di tutti i paesi dell’Africa
sub-sahariana presi assieme (246 miliardi di dollari) e quasi il doppio
del PIL aggregato di tutti i Paesi dell’Asia del Sud (451 miliardi).
La globalizzazione nell’ambito del nuovo paradigma neoliberista
é strettamente correlata con un acuirsi delle disuguaglianze e
della povertà, sia a livello globale, sia a livelli regionali e
nazionali.
Infatti, dal 1960 in poi la disuguaglianza economica globale non ha fatto
che aumentare e, come denunciato nel Rapporto sullo sviluppo umano per
il 1997 (pubblicato dall’UNDP), ha raggiunto oggi ”una soglia
mai sperimentata in passato”. I dati che corroborano questo giudizio
sono moltissimi. Ne indico subito alcuni a solo titolo di esempio: altri
verranno fuori man mano che procedo nel mio discorso.
- Dal 1960 al 1990 i paesi poveri con una popolazione complessiva pari
al 20% della popolazione mondiale hanno registrato un calo nella loro
parte del commercio mondiale da un già basso 4% ad un misero 1%.
Parallelamente, nello stesso trentennio, il 20% più ricco della
popolazione mondiale ha visto la propria quota del reddito globale salire
dal 70 all’85%, mentre la quota del reddito globale del 20% più
povero della popolazione mondiale ha subito una caduta da un già
misero 2.3% ad un miserrimo 1.4%. Ciò significa che dal 1960 ad
oggi la proporzione del reddito del 20% più ricco rispetto al reddito
del 20% più povero della popolazione mondiale non ha fatto che
aumentare: da 30 a 1 nel 1960, a 61 ad 1 nel 1991, per giungere alla proporzione
di 78 a 1 nel 1994.
- Negli ultimi quindici anni lo sviluppo economico nel mondo si é
verificato in modo estremamente disuguale. In 15 paesi esso e stato molto
forte ed ha portato ad un rapido aumento di reddito per vari settori del
miliardo e mezzo di persone che costituiscono la popolazione complessiva
di questi paesi. Ma nello stesso quindicennio stagnazione o recessione
economica hanno colpito più di cento paesi di cui fanno parte vari
stati dell’Europa orientale ex comunista e gran parte dei paesi in
via di sviluppo. Non a caso si tratta spesso di paesi con un grande debito
estero e quindi sottoposti in modo molto duro al “programma di aggiustamenti
strutturali” imposto dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.
In questi cento paesi, che complessivamente hanno un quarto della popolazione
mondiale, il reddito medio è caduto al di sotto di quello che era
nel 1980.
Nel frattempo, il numero delle persone più ricche del mondo - i
miliardari del dollaro - è salito da 157 nel 1989 a 358 nel 1996.
L’anno scorso, questi 358 miliardari avevano assieme un reddito netto
pari al reddito complessivo del 45% più povero della popolazione
mondiale, costituito da 2 miliardi e mezzo di persone. Nel giro dell’ultimo
anno il numero di miliardari e ulteriormente aumentato di 89, giungendo
a 447: la ricchezza netta dei dieci più ricchi di questo gruppo
e stata stimata a 133 miliardi di dollari, cifra che supera di una volta
e mezzo il reddito complessivo di tutti i paesi meno avanzati.
Forte aumento di disuguaglianza economica si registra anche a livelli
regionali. Qui i dati più drammatici riguardano i paesi ex comunisti
dell’Europa dell’Est e dell’ex Unione Sovietica - le cosiddette
“economie in transizione”. In questa regione del mondo, dall’89
in poi le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi sono cresciute
vertiginosamente: e - è importante notarlo - questo aumento di
disuguaglianza coincide in tutti i paesi di questa regione con un aumento
di ricchezza per una classe di nuovi ricchi e un drammatico aumento di
povertà per strati molto vasti di popolazione.
Posta una soglia di povertà di reddito pari a 4 dollari al giorno,
in tutti i paesi dell’Est ex comunista si è registrata una
fortissima crescita del percentuale di popolazione al di sotto di questa
soglia; dal 4% del 1988 al 32% del 1994, ossia da 14 milioni di individui
a 119 milioni. All’interno di questa enorme massa di poveri, i più
colpiti, quelli la cui povertà di reddito e molto al di sotto dei
4 dollari giornalieri, sono le donne, i bambini e gli anziani.
Va aggiunto che l’introduzione dell’economia di mercato in chiave
neoliberista e la politica degli “aggiustamenti strutturali”
hanno portato in tutti questi paesi a grossi ridimensionamenti della spesa
pubblica per i servizi sociali e alla drastica diminuzione dei sussidi
familiari: tutto ciò, assieme alla grande disoccupazione, ha condotto
ad un aumento di malnutrizione e sottonutrizione, specie tra i bambini,
e ad un aumento di malattie, morti, suicidi e criminalità. In Russia,
la speranza di vita per i maschi, che tra il 1950-60 era salita da 58
a 63 anni, è oggi caduta di nuovo a 58 anni, ed è più
bassa di quella dell’India.
Anche nei paesi industrializzati, la deregolamentazione finanziaria,
lo smantellamento del settore pubblico, le privatizzazioni e gli altri
“aggiustamenti strutturali” segnano la fine welfare state e
sono dovunque accompagnati da un forte aumento di disuguaglianza e povertà;
tutti questi fattori, assieme alla rivoluzione informatica, stanno anche
rimodellando il mercato del lavoro con un conseguente forte aumento di
disoccupazione che colpisce soprattutto i giovani, le donne, gli immigrati
e le minoranze etniche. Anche i salari reali sono stati tagliati, introducendo
lavori part-time ed occupazioni temporanee, insicure e mal pagate. A causa
di questa nuova povertà, dell’incertezza per il posto di lavoro,
dell’emarginazione sociale cui la disoccupazione di lungo periodo
conduce, milioni di persone stanno fisicamente e psichicamente male: ma
le parcelle dei medici cui si rivolgono vanno ad ingrossare il PIL e incidono
positivamente sull’indice di crescita economica!
Superficiale è la tesi che la nuova povertà nei paesi industrializzati
sia in gran parte dovuta ad una debole crescita economica. E falsa è
la tesi che la crescita economica comporti necessariamente un miglioramento
per tutti ed in modo particolare per gli strati più poveri. Dipende
piuttosto dai modelli di crescita e dalle politiche distributive adottate.
A questo proposito è assai istruttivo un paragone tra Inghilterra
e Svezia. Nel ventennio che va dal 1968 al 1988, in tutti e due questi
paesi il PIL reale pro capite aumenta del 2.2%. In Inghilterra, però,
il reddito pro capite del 20% più povero della popolazione in questo
periodo aumenta soltanto dello 0.3%, mentre in Svezia, invece, aumenta
del 6%. Ma in Svezia in questo periodo la socialdemocrazia è impegnata
nella “politica solidale dei salari”, mentre in Inghilterra
fiorisce e si consolida il tatcherismo. Quasi nello stesso periodo (1971-1989),
il Costarica, con un tasso di crescita del PIL pro capite inferiore a
quello inglese (meno dell’1%), vede però il reddito pro capite
del 20% più povero della sua popolazione crescere del 5%. In Norvegia,
invece, nonostante una crescita economica del 3.4%, recenti dati mostrano
che per il settore più povero della popolazione la situazione economica
e sociale sta peggiorando.
La globalizzazione dell’economia nell’ambito del nuovo paradigma
neoliberista è fondata sullo sfruttamento ed è intrisa di
violenza strutturale. Esiste sfruttamento quando si tranno iniquamente
vantaggi da altri; esiste violenza strutturale quando la gente muore di
fame o conduce una vita grama a causa dei meccanismi e della logica delle
strutture economiche, sociali, politiche dominanti.
Si consideri, ad esempio, la sovvenzione delle esportazioni agricole ed
i sussidi concessi all’agricoltura negli Stati Uniti e in Europa
che dominano il mercato globale dei prodotti agricoli. Questa politica
di sovvenzioni crea una concorrenza iniqua per i paesi poveri e in via
di sviluppo i quali si vedono esclusi dai grandi mercati agricoli dei
paesi ricchi. Nel 1995 i paesi industrializzati hanno speso un totale
di 182 miliardi di dollari in sussidi e sovvenzioni alla propria agricoltura.
È stato calcolato che una riduzione del 30% delle sovvenzioni dei
paesi industrializzati alla propria agricoltura comporterebbe un guadagno
per i paesi in via di sviluppo di 45 miliardi di dollari all’anno.
Lo sfruttamento e la violenza strutturale insiti nella logica della globalizzazione
in chiave neoliberista si colgono forse meglio di tutto nel sistema globale
dei prestiti agli stati in via di sviluppo e dell’incasso degli interessi
da parte dei grandi creditori del Nord. Il debito estero totale di tutti
i paesi in via di sviluppo - tra cui vengono fatti rientrare anche la
Russia e gli altri paesi ex comunisti - è giunto oggi alla cifra
astronomica di due bilioni di dollari.
I tassi di interesse imposti ai paesi più poveri sui prestiti loro
concessi dal grande capitale internazionale sono stati, per tutti gli
anni Ottanta, il quadruplo degli interessi sui prestiti concessi ai paesi
ricchi. In conseguenza di questa politica da usurai, il debito estero
di molti paesi poveri e diventato un circolo vizioso che li dissangua
e li rende preda delle condizioni poste dai grandi creditori del Nord
e delle politiche neoliberiste di “aggiutamento strutturale”
da essi imposte. Un esempio particolare ne sono i paesi dell’Africa
sub-sahariana: questi paesi hanno tutti assieme un debito estero di 150
miliardi di dollari, per il quale continuano a pagare ai grandi creditori
del Nord una somma superiore di quattro volte a quella che congiuntamente
impiegano nel settore sociale per la tutela della salute delle loro popolazioni.
Secondo calcoli dell’UNICEF, con una spesa addizionale di 9 miliardi
di dollari all’anno si potrebbe far fronte ai bisogni essenziali
di tutta la popolazione dei paesi sub-sahariani nei settori della nutrizione
e dell’istruzione: ma gli interessi sul debito estero costano a questi
paesi 13 miliardi di dollari all’anno.
In molti dei paesi indebitati soltanto una piccola parte dei crediti ottenuti
viene investita in progetti favorevoli alla crescita economica nazionale;
notevole parte è invece spesa nell’importazione di beni di
consumo dai paesi industrializzati per una minoritaria classe agiata di
consumatori locali e nell’acquisto di armi; armi poi usate in guerre
civili e conflitti armati interni che aumentano maggiormente la povertà
tra le popolazioni colpite. Dalla Somalia al Perù, dal Rwanda alla
ex Yugoslavia, alla base dei conflitti violenti, delle guerre civili,
dei massacri etnici, dello sfascio della società civile, vi è
il tracollo delle economie locali travolte dal debito estero e dalle politiche
destabilizzanti imposte dai grandi creditori del Nord. E su questi conflitti
i mercanti - legali e illegali - di armi fanno affari d’oro.
Il grande mercato delle armi - che come ogni mercato ha le sue lobby,
e la sua pubblicità e le sue grandi fiere internazionali, e le
sue tangenti - è oggi dominato al 51% dagli Stati Uniti, che nel
1995 hanno venduto armi per quasi 10 miliardi di dollari (9 miliardi 894
milioni). Segue, a distanza, la Russia che nel 1995 rispondeva del 13%
delle esportazioni mondiali (3.905 miliardi); ma è di questi giorni
la notizia che la Russia prevede nuove esportazioni di armi per circa
7 miliardi di dollari. Al terzo posto nei paesi esportatori di armi si
colloca la Germania la quale con l’8% delle esportazioni globali
supera l’Inghilterra che risponde del 6% e la Francia che risponde
del 5%. L’Italia, nel 1995, ha venduto armi per 324 milioni di dollari
equivalenti al 2% delle esportazioni globali. Assieme, i paesi industrializzati
rispondono del 94% delle esportazioni di armi nel mondo.
Una delle conseguenze di questo enorme mercato di armi - e una delle dimensioni
della globalizzazione della violenza - è che in una settantina
di paesi martoriati da conflitti violenti si trovano oggi sparse più
di cento milioni di mine anti-uomo: ogni venti minuti un essere umano
inciampa in una di esse e viene ucciso o invalidizzato, e le altre sono
li in attesa di uccidere, storpiare, invalidizzare altre decina di migliaia
di persone, molte di esse oggi non ancora nate. Sino ad oggi il numero
delle mine non ha fatto che crescere; ogni anno ne vengono disinnescate
centomila, ma ne vengono piazzate due milioni di nuove. E abbiamo tutti
letto in questi giorni come il presidente Clinton si è rifiutato
di apporre la sua firma al patto anti mine approvato alla conferenza di
Oslo da cento paesi.
La globalizzazione nel contesto del nuovo paradigma neoliberista ha
dunque i suoi vincitori e i suoi vinti - ma in un processo ed in una gara
che sono iniqui, perché sono dominati dallo strapotere delle forze
congiunte del grande capitale e della grande finanza internazionale (Club
di Parigi, Club di Londra) alleati con i gruppi più potenti dei
paesi più ricchi e più forti ( i G 7).
Quale che sia il principio della giustizia con cui la si giudica - la
attuale distribuzione delle risorse mondiali risulta profondamente ingiusta.
Risulta ingiusta in base al principio utilitarista che prescrive la massimizzazione
del benessere generale: questo principio richiede, infatti, una ridistribuzione
molto ugualitaria delle risorse, in base alla legge di diminuzione dell’utilità
marginale di esse: in parole povere, sottraendo parte della loro ricchezza
ai ricchi e ridistribuendola ai poveri si diminuisce di poco il benessere
dei ricchi ma si aumenta di molto quello dei poveri, e conseguentemente
il benessere generale risulta massimizzato. Parimenti, l’attuale
distribuzione mondiale delle risorse è incompatibile con i principi
in cui si articola la concezione liberale della giustizia. Questi principi
- come formulati dal filosofo americano John Rawls, il maggiore esponente
odierno della concezione liberale della giustizia - richiedono l’affermazione
dei diritti e delle libertà democratiche fondamentali a livello
mondiale; richiedono altresì una ridistribuzione delle risorse
economiche tale da massimizzare le aspettative di vita decente delle popolazioni
più povere del pianeta. Si consideri anche la concezione libertaria
della giustizia - di cui uno dei più noti fautori è il filosofo
americano Robert Nozick: questa concezione insiste sui diritti fondamentali
alla vita, alla salute, alla libertà; inoltre, essa fa valere un
diritto pressoché assoluto di proprietà su ciò di
cui si è entrati in possesso, a patto che non si siano violati
i diritti fondamentali di altri. Vale a dire a patto che non si sia usata
frode, violenza o coercizione. Ma la attuale distribuzione delle risorse
a livello mondiale è in gran parte proprio il risultato di politiche
colonialiste e neocolonialiste di conquista, sfruttamento, violenza, coercizione
e frode: è dunque ingiusta. E la dottrina libertaria della giustizia
esige che tali ingiustizie siano rettificate - appunto attraverso una
ridistribuzione delle risorse mondiali a favore delle vittime o dei discendenti
più poveri, più deboli e più indifesi di esse.
Nel mondo d’oggi i più deboli e i più vulnerabili sono
il miliardo e 300 milioni di esseri umani che vivono in condizioni di
povertà assoluta, con meno dell’equivalente di un dollaro
al giorno - seguiti da quell’altro miliardo e 700 milioni che si
trova in condizioni di grande povertà.
Ai grandi attori del mercato, alle grosse multinazionali, al capitale
e alla finanza internazionale, questi tre miliardi di esseri umani senza
alcuna capacità di acquisto non interessano, neanche come riserva
di forza lavoro a costi minimi; al Mercato basta quell’altra metà
della popolazione mondiale, ed in particolare quel 15% di essa che ha
i mezzi economici per consumare quei beni sempre più di lusso verso
cui la produzione nell’economia capitalista globale è sempre
più indirizzata.
Se poi, in seguito all’introduzione dell’economia di mercato
in Cina, 250 milioni di cinesi - meno di un quarto della popolazione di
quel paese - si arricchiscono e diventano efficaci consumatori, le “magnifiche
sorti e progressive” del Mercato sono più che assicurate.
Mezza umanità basta - una parte minore di essa come grande mostro
consumatore, e una parte maggiore di essa come grande serbatoio di forza
lavoro a basso costo. L’altra metà può morire nella
miseria: e cosi, infatti, è - per usare il titolo di un validissimo
libro di Susan George - “come muore l’altra meta del mondo”
(“How the Other Half Dies”).
L’alternativa al processo di globalizzazione violenta in corso è
costituita dalle politiche di sviluppo umano sostenibile, pace positiva
e uguaglianza reale di opportunità. La realizzazione di queste
politiche - che sono interdipendenti e si rinforzano tra di loro - comporta
una strenua lotta contro gli enormi interessi finanziari che oggi governano
il mondo: la lotta è globale, è essenzialmente dal basso
e passa necessariamente attraverso l’empowerment dei poveri della
terra. A questa lotta stanno dando un fondamentale apporto decine di migliaia
di organizzazioni popolari non governative e di movimenti sociali di promozione
umana impegnati per l’implementazione dei diritti umani fondamentali,
per le economie alternative, per il disarmo globale, per la protezione
dell’ambiente e gli interessi vitali delle generazioni future...
E nell’ambito di questo sistema - diverso da quello interstatale
e veramente internazionale - che si elabora e verifica la nuova cultura
della pace per il ventunesimo secolo.
Ed è in questo ambito che opera l’UNIP, impegnata per la diffusione
a livello locale, nazionale e globale della nuova cultura della pace,
e per la formazione a quei ruoli attivi di diplomazia popolare e di lotta
nonviolenta dal basso essenziali per bloccare la violenza della globalizzazione
e la globalizzazione della violenza.
(Prolusione al V corso internazionale IUPIP. Rovereto, 22 settembre 1997)
Bibliografia
- UNDP, Rapporti sullo sviluppo umano, 1996 e 1997
- Aiken,W, & La Folette,H., (a cura di), World Hunger and Moral Obligation,
Prentice Hall, Englewood Cliffs, N.J. 1977
- Chossudosky,M., The Globalization of Poverty, Third World Network, Penang,
Malaysia, 1997
- Dalla Costa,M.-Dalla Costa, G.,(a cura di),Donne e politiche del debito,
Franco Angeli, Milano, 1993
- Fondazione Internazionale Lelio Basso (a cura di) Violazioni dei diritti
dei bambini, Edizioni Gruppo Abele, Torino,1995
- Gandhi,M.K., Teoria e pratica della nonviolenza, a cura di G.Pontara,
Einaudi, Torino, 1996
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- George, S., Il debito del Terzo Mondo, Edizioni lavoro, Roma, 1988
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tr. it. Anarchia, stato e utopia, Le Monnier, Firenze, 1980
- Pontara, G., Etica e generazioni future, Laterza, Bari, 1995
- Pontara,G., Il pensiero etico-politico di Gandhi, in Gandhi,M.K, Teoria
e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino, 1996, pp.IX-CXXXII.
- Pontara,G. La personalità nonviolenta, Edizioni Gruppo Abele,
Torino, 1996
- Rawls, J., A theory of Justice, Harvard University Press, Cambridge,Mass.
1971, tr. it. Una teoria della Giustizia, Feltrinelli, Milano 1982
- Sathan-Anand, C., Islam e nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino
in corso di stampa)
- Sharoni,S. La logica della pace, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1997
APERTURA PREVISTA PER IL 1998
Banca Etica in vista della volata finale (e dello striscione di partenza...)
di Gigi Eusebi
È accaduto sovente, in questi anni di... cronache dalla galassia
del progetto Banca Etica, di trovarsi a dover descrivere fatti, tendenze,
sensazioni a volte contraddittorie, dove la carica e l’entusiasmo
si sono dovuti confrontare con una realtà non sempre rispondente
ai sogni iniziali. Anche ora, volendo fotografare ed analizzare la situazione
attuale, non mancano gli spunti di dibattito e le diverse possibili interpretazioni,
considerando che nel giro di pochi mesi saranno definite le strategie
non solo della futura Banca Popolare Etica, ma anche delle Mag locali
e della finanza etica italiana più in generale.
Qualche numero innanzitutto: alla fine di settembre la raccolta di capitale
sociale ha toccato gli 8 miliardi (il capitale minimo necessario per poter
aprire una banca popolare è di 12.5 miliardi). I soci sono circa
6.700, tra i quali quasi 1.000 “persone giuridiche” (altre cooperative,
associazioni di tutti i generi, enti vari, botteghe del commercio equo
e solidale, circoli, fondazioni, parrocchie e istituti religiosi, sindacati,
comuni, qualche banca, ecc.). Il “trend” attuale, come è
di moda dire oggi, si è stabilizzato sui 500 milioni di raccolta
mensile. Se si considera che sono in corso trattative con la rete nazionale
dei supermercati COOP e con la GEPI (un non troppo rinomato ente statale
che ha avuto in passato la funzione di sostenere finanziariamente aziende
in risanamento) per ottenere 1-2 miliardi di sottoscrizioni “pesanti”
(in tutti i sensi), non è irrealistico ipotizzare che nei primissimi
mesi del ’98 la cooperativa verso la Banca Etica avrà realizzato
il suo obiettivo e potrà richiedere alla Banca d’Italia l’autorizzazione
a costituirsi in Banca Popolare.
Per dare un’idea di come sia impegnativo lo sforzo di promozione
e di mobilitazione, si possono riportare alcuni altri numeri generali:
più di 60 GIT attivati, ovvero Gruppi di Iniziativa Territoriale,
che in ogni provincia si stanno spendendo per proporre la Banca Etica;
spedite 200.000 lettere promozionali a indirizzari selezionati; pubblicati
articoli o interviste su 150 testate a diffusione nazionale; 3.000 richieste
di informazioni pervenute alla sede di Padova; vendute 15.000 copie dell’opuscolo
di presentazione, circa 10 milioni di cittadini che complessivamente sono
stati informati tramite giornali, riviste dibattiti, convegni, serate,
televisione, radio, Internet, ecc. Il bilancio di esercizio della cooperativa
ha chiuso al 30 giugno con una perdita di 30 milioni (ma, per i soci e
simpatizzanti, niente paura, almeno sul piano finanziario: il disavanzo
è controllato, visto che l’esercizio precedente si era chiuso
con un attivo di 32 milioni e non ha senso che la cooperativa produca
utili, in quanto quando si dovrà trasformare in banca vedrebbe
pesantemente tassate aventuali eccedenze finali).
In questi mesi è in corso un intenso e altrettanto importante lavoro
organizzativo, che si svolge su più fronti, i quali sono strutturati
in commissioni di lavoro, anche se esiste sempre un forte controllo centrale
della realtà che è stata dall’inizio il motore propulsore
della Banca Etica, vale a dire la CTM-MAG di Padova (questa è una
caratteristica strutturale e costituisce una sorta di DNA e progetto,
con le relative difficoltà relazionali, soprattutto con le altre
Mag e gli altri soci fondatori, che non vivono bene questo basso livello
di democrazia interna). È in fase di elaborazione lo statuto della
nuova banca, alcuni consulenti di alto rilievo professionale, stanno studiando
il cosiddetto businnes-plan - una sorta di scheletro funzionale ed operativo
che oltre a determinare l’organizzazione dovrà essere presentato
ed approvato dalla Banca d’Italia - mentre è già iniziata
la selezione delle persone che lavoreranno nella Banca Etica in particolare
del futuro Direttore.
Sarà necessario aspettare un certo tempo, forse qualche anno, per
poter disporre di uno strumento bancario che offra - in modo equo - i
principali servizi a cui i clienti sono abituali, come il conto corrente,
il Bancomat e gli assegni, l’accredito degli stipendi, il pagamento
delle bollette, ecc.
Inizialmente, la Banca Etica offrirà solo alcune delle comuni possibilità
odierne di investimento del denaro (si pensa ai certificati di deposito),
badando naturalmente da subito a selezionare con coerenza etica i destinatari
dei finanziamenti concessi.
I nodi da sciogliere toccano temi già affrontati in passato: dalla
coerenza con gli ideali ispiratori al rischio di ingresso di soggetti
interessati solo ai vantaggi economici e/o politici dell’operazione,
passando per un filtro nei meccanismi decisionali e per un’organizzazione
della struttura che almeno per il momento non si dimostrano altrettanto
alternativi e innovativi come la qualità della proposta della raccolta
e dell’impiego del denaro. Un punto importante da definire è
il rapporto con le Mag. Come è noto, i cambiamenti legislativi
degli ultimi anni hanno modificato radicalmente il mondo Mag: alcune si
sono trasformate o hanno cessato l’attività, altre hanno deciso
per ragioni differenti di non aderire al progetto Banca Etica (è
il caso della Mag 6 di Reggio Emilia e della Mag Verona, che è
uscita dalla cooperativa dopo un anno). Le Mag aderenti sono rimaste 4:
oltre alla Mag 4 Piemonte, la Mag Venezia, la Mag 2 di Milano e la CTM-Mag
di Padova che, come detto ha esercitato ed esercita - nel bene e nel male
- il ruolo di “portiera” del progetto. È ormai abbastanza
evidente che le Mag non intendono confluire nella Banca Etica, come diversi
soci davano per scontato, ritenendo questo progetto una significativa
evoluzione nell’attuale panorama della finanza etica nazionale, ma
non abbastanza convincente da giustificare la “consegna” indolore
in una storia e di un percorso svolti con successo e passione a livello
locale in tutti questi anni.
Il rischio, come emerge spesso anche nelle assemblee e nelle nostre discussioni,
è di creare confusione nei risparmiatori, di frazionare e indebolire
un movimento che non è ancora certamente di massa, di contendersi
lo stesso “mercato”. La speranza è invece quella di riuscire
ad inventare percorsi comuni, di collaborazione e convenienza reciproca
(in quanto le Mag dovranno comunque appoggiarsi ad una banca per operare
e la Banca Etica avrà difficoltà ad effettuare interventi
sui territori piccoli e decentrati). La Mag 4 è, dal canto suo,
dovrà definire verso quale sviluppo intende orientarsi sul proprio
territorio, se puntare a consolidare l’attuale Gruppo di Cooperative,
che ha permesso di rilanciare la raccolta di prestito sociale in Piemonte,
oppure se cercare di collaborare al meglio con la futura Banca Etica,
o ancora se intraprendere la via... istituzionale, provando a trasformarsi
essa stessa in una banca di credito cooperativo.
Le strade e le alternative sono molte, così come i dubbi che le
accompagnano. Probabilmente è un processo inevitabile, quando nei
progetti ad alta valenza sociale si attraversa la fase della... “pubertà”
nella crescita e ci si trova di fronte all’eterno bivio tra il rimanere
“piccoli e belli” o il provare ad essere più grandi ed
incisivi, cercando di non tradire gli ideali iniziali (anche il movimento
del commercio equo e solidale vive oggi in una fase simile di trasformazione
legata alla necessità di darsi strumenti operativi diversi per
poter sostenere il salto di qualità compiuto in termini di fatturati
e volumi nei suoi dieci anni di vita).
Gandhi diceva che l’unico modo per riuscire a fare le cose considerate
difficili o impossibili è quello di farle, una per volta, iniziando
dalla prima. Ma era forse Gandhi un esperto di finanza etica...?
MAESTRI DEL PENSIERO CINESE/8
Il neo-confucianesimo (Chang Tsai e Wang Shou-jen)
di Claudio Cardelli
Il buddhismo agì come un lievito nei confronti della filosofia
cinese, che in precedenza aveva affrontato prevalentemente temi morali
e politici. Questo nuovo orientamento, che destava l’interesse per
i problemi metafisici, influì sia sul taoismo che sul confucianesimo:
il primo finì per diventare una religione e il fondatore, Lao-tzu,
fu oggetto di culto; il secondo acquistò una coscienza più
viva dei temi metafisici e dei valori che trascendono la semplice esistenza
umana.
Pertanto alla fine dell’epoca T’ang e durante tutta la successiva
epoca Sung (960-1279) si affermò un sistema filosofico articolato,
noto come il neo-confucianesimo. Tra le tante personalità di tale
indirizzo, ci limitiamo a ricordare Chang Tsai e Wang Shou-jen, che furono
sensibili alle tematiche del pensiero non violento.
Il pensiero di Chang Tsai
Chang Tsai (1020-1077) si interessò in particolare alla cosmologia
e affermò che tutta la natura deriva da una materia originale indifferenziata
(in cinese, Ch’i).
Chang sostiene che, essendo tutte le cose dell’universo costituite
dello stesso e unico Ch’i, sia gli uomini che le altre cose sono
parte di un solo grande corpo. Noi dobbiamo servire Cielo e Terra come
serviamo i nostri genitori, e considerare tutti gli uomini come nostri
fratelli. Dovremmo estendere la virtù della pietà filiale
e praticarla servendo i genitori universali (Cielo e Terra); per assolvere
tale servizio non sono necessarie azioni straordinarie, ogni attività
morale, se si intende a fondo, è attività di servizio verso
i genitori universali.
Ad esempio, se si amano gli altri uomini per il semplice fatto che essi
appartengono alla nostra società, non si fa che compiere il nostro
dovere in quanto serviamo la società. Se poi si amano non solo
perché appartengono alla nostra società, ma anche perché
sono figli dei genitori universali, allora con l’amare quelli non
serviamo soltanto la società, ma i genitori dell’universo
inteso come un tutto. Il filosofo conclude col dire: “Durante la
vita seguo e servo i genitori universali, quando poi la morte arriva,
io riposo”.
(Fung Yu-lan, Storia della filosofia cinese, p.224)
Il pensiero di Wang Shou-jen
All’epoca Sung seguì il periodo della dominazione mongola
(1280-1368), del quale ha lasciato testimonianza Marco Polo nel Milione.
Dopo la cacciata dei Mongoli, si affermò la dinastia cinese Ming
(1368-1644). La dominazione straniera non arrestò il cammino della
millenaria cultura confuciana, che raggiunse con Wang Shou-jen (1472-1528)
una sintesi armonica e duratura.
Nel suo pensiero la concezione tradizionale, propria della spiritualità
cinese, secondo la quale esiste una profonda corrispondenza tra l’uomo
e l’universo, trovò chiara e matura espressione. Leggiamo
nella Raccolta di istruzioni, una antologia di massime del Maestro, preparata
da uno dei suoi allievi:
Il maestro chiese: “Secondo te, qual è lo spirito del Cielo
e della Terra ?”.
Il discepolo rispose: “Molte volte sentii dire che l’uomo è
lo spirito del Cielo e della Terra”.
“Ma cosa mai nell’uomo viene chiamato spirito?”
“Semplicemente la spiritualità o la consapevolezza”.
“Da questo comprendiamo che in Cielo e sulla Terra non c’è
che una spiritualità o consapevolezza, ma a causa della sua forma
corporea l’uomo ha separato sé stesso dal tutto. La mia spiritualità
o consapevolezza è ciò che governa il Cielo e la Terra,
gli spiriti e le cose...
Se il Cielo, la Terra, gli spiriti e le cose sono separati dalla mia spiritualità
o consapevolezza, essi cessano di essere; se poi la mia spiritualità
o consapevolezza è separata da quelli, essa pure cessa di esistere.
Ne consegue che in realtà essi tutti sono un corpo solo, ma allora
come possono essere separati?”.
(da Fung Yu-lan, op.cit.p.249)
L’universo è oscuro e silenzioso fino a quando si accende
la luce della ragione umana: è l’uomo con la sua intelligenza
a dar voce a tutte le creature, che egli sente come propri fratelli, figli
della Natura (il Cielo e la Terra), che tutto abbraccia nel suo grembo.
Ma l’uomo ha anche una grande responsabilità: egli è,
in qualche modo, il custode della Natura. Ascoltiamo ora quanto scrive
il nostro filosofo a proposito dell’ “uomo superiore” e
della “virtù illustre”.
L’uomo superiore è l’unità che pervade ogni cosa;
uno con il Cielo, la Terra e tutto ciò che esiste. Egli considera
il mondo come una sola famiglia e il Regno di mazzo (Cina) come un solo
uomo. Coloro che mettono in troppo rilievo la separazione delle forme
corporee e distinguono il sé dagli altri, sono uomini dappoco.
Il motivo per cui l’uomo superiore è capace di essere uno
con il Cielo, la Terra e tutte le cose, non sta nel fatto che egli sia
cosi di proposito, ma perché tale è l’umana sensibilità
del suo spirito.(...)
Manifestare la virtù illustre significa stabilire la natura dell’unità
del Cielo, della Terra e di tutte le cose; amare il prossimo significa
mettere in funzione quest’unità. La manifestazione della virtù
illustre consiste allora nell’amare il prossimo e amare il prossimo
significa manifestare la virtù illustre. Se io amo mio padre, i
padri di alcuni altri uomini, e i padri di tutti gli uomini, il mio amore
diverrà realmente più vasto attraverso l’amore per
tali padri...
A partire da tutte queste relazioni umane per giungere poi ai monti, ai
fiumi, agli spiriti e agli dei, agli uccelli e agli altri animali, alle
erbe e agli alberi, tutto dovrebbe essere amato per rendere più
vasto il nostro amore. In tal modo nulla c’è che non si renda
manifesto attraverso la vostra virtù illustre e noi allora siamo
tutt’uno con il Cielo, la Terra e tutte le cose.
(da Fung Yu-lan, op.cit.p.250)
Recensioni
Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza -vita e morte di
Ernesto Che Guevara-, Il Saggiatore Ed., Milano,1997, pag. 800, L.
29.000
Ho coltivato come lettura estiva la vita del Che. Vorrei parlarne, perché
penso che alcuni personaggi che hanno percorso la nostra storia abbiano
una ricchezza che va oltre le scelte praticate. Per questo accennerò
qualche riflessione sull’umanità politica di un mito contemporaneo,
a prescindere dalla pratica di guerriglia agita e teorizzata e dal sistema
sociale che ha contribuito a costruire, per avventurarmi in un confronto
che a taluno parrà fuori luogo.
Dai primi capitoli si è spontaneamente affiancato alla lettura
il riaffiorare di quello che conosco della biografia di Alexander Langer.
Si dirà che l’accostamento è un irrazionale incrocio
tra entusiasmi giovanili e nostalgia dell’amico. In realtà
il testo ha fatto riaffiorare riflessioni che quanto avevo colto dello
stile di vita di Alexander, delle scelte di fondo che lo informavano aveva
già provocato. Sono impressioni che i greci avrebbero detto phrenes,
pensieri che nascono dalle emozioni: ma anche Alexander diceva che bisogna
essere, oltre che di “testa”, di “pancia”.
Partirò da quello che mi è parso, fin dalla prima pubblicazione,
il suo testamento: l’“Addio” a Petra Kelly (“Il Manifesto”,
21 ottobre 1992 ): “Forse è troppo arduo essere individualmente
degli ‘Hoffnungstrager’, dei portatori di speranza”. L
’espressione mi colpì e mi suscito una reazione di immediato
rifiuto: conoscendo le fatiche e le stanchezze di Alexander, avrei voluto
fargli capire che nessuno gli chiedeva di essere, da solo, un hoffnungstrager.
La mia esperienza politica è ben poca cosa, e la pratica ancor
meno; ma la politica delle donne consiste essenzialmente nel tessere relazioni
che aiutano a portare i pesi delle speranze e delle delusioni, singole
o collettive, a cercare di ridistribuirli secondo le capacita. Le spalle
di ciascuna. Per questo tra le Donne in Nero non esistono portatrici di
speranze collettive. Anche nel mondo femminile ci sono donne particolarmente
forti, donne il cui coraggio ha collocato al di sopra delle altre, e che
sono divenute per molte un punto di riferimento, talora un simbolo. Ma
attorno, vicino a loro c’è sempre una rete che tesse quella
che Stasa chiama “la politica internazionale delle donne”. Chi
agisce in modo particolarmente impegnato, chi si espone con un coraggio
che diventa eroismo, anche quando è sola sa che ha il sostegno,
spesso non solo morale, la complicità di una rete di relazioni,
di condivisione, di aiuto, di affetto.
Le somiglianze parziali che rilevavo a poco a poco nella lettura: i viaggi
giovanili da solo e con mezzi di fortuna, espressione del bisogno di uscire
dal proprio ambiente e dalla propria città, il desiderio, la curiosità
di imparare e di fare di tutto, l’amore per la lettura, che è
anche isolamento e un modo per praticarlo in mezzo agli impegni, il lasciarsi
andare al fascino femminile, non ultima l’asma - sono state, per
così dire, la verifica indiretta della somiglianza fondamentale:
il desiderio, la volontà di farsi “Cristoforo” dei bisogni,
espressi o repressi, delle vittime di un mondo profondamente ingiusto,
per il Che semplicemente dell’imperialismo del capitale. Anche se
l’uno e l’altro potevano contare su amici di fedeltà
e di dedizione totale, ed esercitavano un fascino indiscutibile su chi
li accostava, consolidato dall’evidente corrispondenza di parole
e fatti, la scelta di fondo, la “vocazione” che si erano data
era per entrambi qualcosa di individuale, da gestire in solitudine.
Non voglio fermarmi a riflettere se questo era un pregio o un difetto.
Nei confronti di Alexander è stato, per me, motivo di preoccupazione
e di conflitto finché era in vita. Ora rimane il rispetto. Voglio
solo dire che la solitudine delle scelte non può che essere motivo
di sofferenza e pone di fronte a situazioni che possono, alla fine, rivelarsi
senza sbocchi. Dividere i carichi non è tirarsi indietro, ma rendersi
conto che fare solo la propria parte è forse la scelta migliore,
non tanto perché obbliga gli altri a fare la loro, ma soprattutto
perché costringe a tessere quelle relazioni di cui non possiamo,
allora fare a meno; e, se devono portare al successo, devono essere relazioni
profonde, in senso umano e politico.
Il Che, sotto la spinta dell’autocritica che si impose dopo il fallimento
dell’intervento in Congo, si rese conto che il voler essere totalmente
ed asceticamente dedito alla causa l’aveva allontanato dai suoi uomini:
“Infine ha pesato nei miei rapporti con gli uomini, ho potuto percepirlo
chiaramente, la lettera d’addio a Fidel....C’erano cose che
non avevamo più in comune, certi desideri comuni a cui tacitamente
avevo rinunciato e che sono quanto c’è di più caro
per un uomo: la propria famiglia, la propria terra, il proprio ambiente.
La lettera che aveva meritato tanti elogi a Cuba e all’estero mi
separava dai combattenti”(p.562).
Tante volte nelle parole, negli atteggiamenti di Alexander si poteva leggere
il desiderio di una vita un po’ più normale: ma sembrava che
si sentisse in dovere di percepirlo come rimpianto. Forse non aveva intuito
la dimensione politica dell’affiorare di tali bisogni.
Ma la solitudine di questi “portatori di speranze” fu in entrambi
frutto di un grande amore per l’umanità: “...bisogna
avere una grande dose di umanità una grande dose di senso della
giustizia della verità per non cadere in estremismi dogmatici,
in freddi scolasticismi, nell’isolamento dalle masse. Giorno dopo
giorno bisogna lottare perché questo amore per l’umanità
si trasformi in fatti concreti, in atti che servano da esempio, in mobilitazione”
(p.477, da “Il socialismo e l’uomo a Cuba”, 1965).
Per Alexander quell’amore resta un problema irrisolto: “troppo
grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che
si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che
si proclama e ciò che si riesce a compiere”.
Chiudo ricordando il titolo scelto per la traduzione dell’opera da
cui sono partita: per il Che la severità che la guerra richiedeva
doveva essere esercitata “senza perdere la tenerezza”, quella
tenerezza che anche Alexander non ha voluto sacrificare alla politica.
Umberta Biasioli
Andrea Saroldi, Giusto movimento. Piccola guida ai comportamenti per
un mondo migliore, Editrice Missionaria Italiana, Bologna, 1997, pag.
224, L. 18.000
Sempre più si sta diffondendo la sensazione che i grossi problemi
planetari legati all’ambiente e alla disparità nella distribuzione
delle ricchezze siano almeno in parte collegabili con il nostro stile
di vita. Questa sensazione spesso lascia un vago senso di disagio in quanto
da una parte la nostra responsabilità non è evidente, mentre
dall’altra non ci sembra di non poter cambiare la situazione. Per
rispondere a questo disagio ed indicare le strade del cambiamento verso
una maggiore giustizia, questa guida raccoglie le informazioni per iniziare
a praticare qui ed ora i “nuovi stili di vita”.
La guida è stata realizzata sulla base dell’esperienza pratica
di chi si chiede come adottare da subito comportamenti compatibili con
l’umanità ed il pianeta. La sua struttura si articola in schede
che presentano ognuna un argomento o un comportamento specifico. Ogni
scheda riporta inoltre i recapiti di riferimento a livello nazionale e
la bibliografia di base sull’argomento (più di 50 titoli segnalati).
Le schede sono organizzate in quattro parti principali.
Nella prima parte si esegue un accenno alla situazione generale sociale
ed ambientale, per comprendere in che direzione muoversi e quali sono
le motivazioni ed i problemi di fondo.
Nella seconda parte si presentano i comportamenti personali suddivisi
nei diversi ambiti di attuazione: fare la spesa, lavorare, abitare, utilizzare,
risparmiare, muoversi, in famiglia. Si danno in questo modo le indicazioni
su cosa sono e come si attuano il consumo critico, il boicottaggio, il
commercio equo e solidale, l’ecologia quotidiana, il risparmio etico,
il turismo responsabile, i bilanci di giustizia e tutti i comportamenti
che costituiscono i nuovi stili di vita. Non mancano le informazioni sui
marchi da preferire perché etici o ecologici.
Nella terza parte si osservano gli intrecci tra i comportamenti personali
e alcuni temi più generali o esperienze più ampie come:
le reti di scambio, le banche del tempo, la cooperazione allo sviluppo,
l’educazione alla pace, le tecnologie appropriate, l’economia
e la cultura.
La quarta parte riporta invece i recapiti per vivere nella propria zona
i comportamenti descritti, 500 indirizzi, regione per regione, per trovare
sul territorio i gruppi che si occupano di consumo critico e di boicottaggio,
le botteghe del commercio equo e solidale, i mercatini per il riutilizzo,
le Mag e i referenti della Banca Etica, gli organismi che si occupano
di turismo responsabile, i referenti per i bilanci di giustizia, le banche
del tempo e le reti di scambio. Per ogni argomento trattato si forniscono
sia alcune informazioni generali che indicazioni pratiche per iniziare.
Si presentano inoltre le diverse campagne di opinione sui terni dell’economia
secondo giustizia.
Gli argomenti vengono presentali con uno stile leggero e a volte ironico,
intervallato da qualche piccolo racconto o articolo di giornale. Il volume
intende mostrare in questo modo che modificare l’economia partendo
dai nostri comportamenti non è solo possibile, ma è anche
piacevole.
Wuppertal Institut, Futuro sostenibile, Nuovi Stili di vita, EMI,
Bologna, 1997 pp. 360, lire 25.000.
Futuro sostenibile è stato definito Il Vangelo verde del prossimo
millennio. Molti sostengono che senza un cambiamento di direzione politica
ed economica la catastrofe ecologica sia inevitabile. Di fronte ai numerosi
sintomi di crisi è urgente trovare nuove lince di orientamento.
Il libro indica tre direzioni: la riconversione ecologica, nuovi rapporti
nord-sud del mondo, nuovi stili di vita. Grazie alla riconversione ecologica
si può evitare di depauperare le risorse ancora rimaste e di non
aggravare l’inquinamento. Grazie ai nuovi rapporti tra il nord e
il sud del mondo: si creerà una nuova giustizia e si supereranno
vecchie tensioni. Grazie ai nuovi stili di vita si permetterà a
tutti, anche alle generazioni future, il diritto a una vita più
equilibrata. Un libro scientificamente valido e profondamente impegnativo.
Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Geografia del supermercato mondiale.
Produzione e condizioni di lavoro nel mondo delle multinazionali,
EMI, 1997 pp. 144, lire 20.000
Siamo diventati consumatori di prodotti mondiali e siamo dominati da
forze economiche che gestiscono l’economia a livello mondiale, provocando
cambiamenti ovunque. Proprio per questo abbiamo l’obbligo di pensare
e agire come cittadini del mondo. Cinque secoli di colonialismo hanno
creato degli squilibri mondiali gravissimi e nessuna scelta locale, o
nazionale può essere fatta senza tenere presente le esigenze di
giustizia planetaria. Questo libro è stato scritto per i ragazzi
che vanno a scuola, per aiutarli a diventare cittadini del mondo.
Gianni Albanese, Il cammino della solidarietà, EMI, 1997,
pp. 80, lire 12.000
Solidarietà è sinonimo di giustizia, condivisione, apertura,
partecipazione, creatività. In questo volume troviamo un cammino
che in dieci tappe attraverso solidarietà e condivisione e portano
a essere persone che contano per quello che sono. Insegna a sentirsi cittadini
del mondo, rende capaci di distinguere tra buona e cattiva solidarietà,
fa indossare i “panni degli altri”, è un passaggio obbligatorio
per diventare persone con senso critico, fa incontrare con coloro ai quali
è negato ogni spazio, si scopre che non esistono poveri ma impoveriti,
apre gli occhi su chi non ha il diritto di conservare le proprie identità
culturali, porta a donare ciò che siamo e abbiamo, fa incontrare
con nuovi stili di vita.
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